Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

…ma non troppo

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Il titolo modera il precedente post, forse troppo ottimistico ed ecumenico. In realtà resto inquieto (espressione troppo edulcorata?) con chi ha giocato irresponsabilmente, fors’anche per ragioni soggettive di ordine… non so, fate voi, con ipotesi sanitarie preoccupanti (per me), oggi fugate grazie a Dio, e anche con chiunque non rispetti la verità delle cose, siano le cose quelle che siano, gradevoli o sgradevoli, pretendendo di determinare ciò che non è nel suo diritto, né giuridico, né morale.

Certamente sono abituato alle “rinascite” (nomen omen), ma in mezzo a mille dubbi e patemi di animo, con fatica e dolore, come altri, più o meno di altri. Ciò che comprendo è senz’altro il dolore, di qualsiasi genere e specie sia.

E’ però difficile “tenere duro” nell’ingiustizia. Sopportare senza sup-portare è una contraddizione in termini, stancante e frustrante oltremodo.

Si può pazientare oltre i limiti finora conosciuti, ché il limite umano, in tutte le sue declinazioni, è sempre da esplorare, pur sapendo noi tutti che esso exsiste, sta lì, c’è, ci condiziona, ci determina alla fine di ogni sua esplorazione. Ogni tanto pare che il tempo scorra quasi all’incontrario, e che prevalga su quello cosmologico quello del kairòs, certamente “tempo opportuno”, ma a volte incomprensibile alla nostra ragione.

La mediazione tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare è un altro punto della questione. Il dover-fare qualcosa e non altro è un imperativo categorico sempre più in crisi, sopraffatto dalle tecno-scienze e dalla legittimità del libero arbitrio. Si tratta di vedere, anche qui, dove sta il limite, dove sussiste un con-fine.

Da un punto di vista etico generale bisogna forse decidersi a superare il giudizio sui cosiddetti “atti categoriali” o singoli, che di per sé, se non corrispondono al comune sentire morale, sarebbero sempre condannabili, e scegliere la nozione di opzione fondamentale (cf. K. Rahner in Uditori della parola, Borla), che è in grado di dire come è quell’uomo-quella-donna-lì, magari nel loro fondo buoni, al di qua e al di là delle azioni singole, sempre che queste non mettano a repentaglio i fondamenti della vita umana.

Essere “mali” (malvagi) non coincide con il mancato rispetto della “promessa” in una sorta di coerenza assoluta, ma con il suo mantenimento, mediante il riconoscimento di una verità nuova, come può essere un rapporto affettivo che nasce, cresce e si verifica nel tempo.

Si può tergiversare nel riconoscere che le cose sono cambiate, esitare a confessarlo financo a se stessi, ma prima o poi la verità si fa urgente, prorompe, si manifesta come un’epifania dolorosa e nuova, ma non per questo inficiata o ridotta, anzi.

Riconoscere la fragilità di ciascuno è un dono e perfino un desiderio, che rompe gli argini delle con-venienze e dei convenevoli (a volte svenevoli), e cresce facendo crescere chi sta lì, tutt’intorno, grandi e piccoli, ché le prove sono appunto tali perché “provano” la capacità di cambiare, di re-sistere, cioè di consistere della propria unicità irriducibile, a ogni costo, per essere semplicemente se stessi.

Abbassare lo sguardo o nascondersi dietro immaginarie realtà o pretese malsane di dominio, è non solo ingiusto ma anche inutile, così come pretendere di governare sentimenti di altri, in funzione del proprio orgoglio o di convincimenti vetusti e morti. Liberiamo tutte le verità che conosciamo, come il vento che vibra tra gli alberi, dalla finestra di casa, in questa sera stranita di maggio, quando forse un Rosario sarebbe medicina soave.

A Illegio quest’anno organizzano qualcosa che ha a che fare con la verità nascente dal groviglio dei sentimenti, de l’amore, e produce il senso dell’autentico, anche attraverso lo struggimento del dolore. Caro lettore, vacci, può essere illuminante.

La “tardanza”, ut sensus sempiterni actique temporis

Il termine dantesco (muovi novella mia non far tardanza) è ormai un neologismo, e non mio, e mi incanta. E’ nella lettera di una persona che curo, in ristretti orizzonti, che ha scritto a Bea, in ritardo, ritardissimo, come risposta, ma ha scritto. Negli anni ho proposto alcuni neologismi che qui non ripeto, ma che hanno preso piede sul web, ma questo è bellissimo, anche se è aulico sembrando un neologismo. La tardanza. Suona come quasi dimenticanza, eppure è solo il nome in-ventato, cioè (latinamente) trovato di una risposta tardiva.

Ho scritto l’altro giorno del senso del tempo, e forse non ho colto questo, di senso. La tardanza mi ricorda anche la perdonanza, di medieval memoria, cioè il per-dono, o dono iterato. E anche la danza, come assonanza, come baldanza, come…

Ma è proprio vero che il tempo cronologico, che ci domina, deve vincere sempre? Non è ora di rallentare un poco? Lo dico a me, cretino!, e di fermarsi a contemplare il mondo, mundus semper Deo reconciliatus, infinita Dei Caritate?

A volte le cose della vita, i passi fatti, gli errori compiuti, le amnesie, le omissioni, sono più importanti dell’efficienza, della redditività e del business, che dominano quasi incontrastati il mondo. Oggi guardavo fiori di primavera, nella collina, mentre mi muovevo in auto. La primavera tornata e il sentimento dell’estate che torna.

E mi veniva in mente che la vita vince, vince sempre, sulla corruzione e sulla morte.

E allora vi è l’indugio, il rallentamento, il recupero, l’attesa, il silenzio, il vento turbinoso che si ferma e resta una brezza leggera come il passo di Dio nel Libro dei Re, quello sentito sommessamente da Elia.

La tardanza è una versione del tempo interiore, che si può gestire, ma affrancandosi dal tempo della produzione necessitata. Non rimpiango nulla, né mi pento della frenesia vitale della mia corsa, della fatica fatta, della forza profusa, ma forse è tempo, è giunto il tempo del raccolto, e del rallentamento, della comprensione, dunque, della mia verità totale. Infatti si è rotto un velo, fatto di silenzio e di rattenuta discrezione, e ora mi scorre la vita anche fuori dall’alveo, nella tardanza, che è una dimenticanza, che è una lontananza, che è una perdonanza, che è un’itineranza, che è una perduranza, che è una danza… che è un’assenza.

La connivenza implicita

Caro lettore,

la connivenza implicita è una sorta di “patologia sociale”, più o meno grave, tipica delle organizzazioni. Si potrebbe dire una forma edulcorata del familismo amorale che invece sottende una cultura e comportamenti definibili certamente come mafiosi. Del familismo amorale, che qui non tratterò, esistono in circolazione diversi studi sociologici.

In quasi tutte le organizzazioni consolidate, aziendali, scolastiche, militari, politiche, ecclesiali è quasi impossibile non trovare forme di connivenza implicita, con aspetti variegati, che vanno dal sistema delle alleanze e solidarietà dei gruppi di potere, fino alla gestione spicciola del chiudere un occhio, o tutti e due, se la persona “vicina”, amica, sbaglia, così coprendone in qualche modo l’errore o minimizzandolo.

Partendo dalle alleanze di potere si può dire che fanno parte di una “fisiologia” ordinaria delle organizzazioni, e quindi vanno considerate come tali, e in quanto tali spesso sono utili o indispensabili per gestire le cose, sostenere momenti di stress o di cambiamento: l’importante è che non debordino da un ambito di legittima gestione del potere gerarchico ad atteggiamenti dannosi per la struttura e per le sue finalità.

Se invece parliamo più precisamente di connivenze implicite, si vuol dire qualcosa che può confinare con possibilità di “ammalamento” delle strutture e delle relazioni intersoggettive e di gruppo. Onde evitare questo rischio, ricordo che le banche hanno quasi da sempre avuto l’usanza di cambiare il direttore di filiale dopo un certo periodo, proprio per evitare un eccesso di confidenzialità con la clientela, tale da porre a rischio l’equanimità dei comportamenti verso tutti i clienti. Come abbiamo visto ciò non ha evitato l’enorme marciume constatato nel settore in questi anni, ma tant’è.

Non è facile evitare le connivenze implicite, perché nascono progressivamente e si manifestano -talora- come dice lo stesso sintagma, inavvertitamente, inconsapevolmente o, appunto, implicitamente. L’implicito, nelle relazioni umane, come si sa non ha bisogno di parole, dichiarazioni, prese d’impegno, perché si basa su una conoscenza profonda tra gli individui e su una robusta esperienza condivisa.

Vi sono vari gradi di questo fenomeno, i più blandi dei quali sono essenzialmente forme di cameratismo e di comprensione reciproca, mentre i più forti possono scivolare verso forme di parzialità da parte dei capi e di riduzione dello spirito di equanimità nel trattamento dei colleghi.

La connivenza implicita non va sottovalutata poiché, oltre a poter diventare eticamente discutibile o chiaramente negativa, rischia di mettere a repentaglio l’equilibrio dei rapporti dei capi con i collaboratori e tra i collaboratori, e ciò costituirebbe una forte negatività gestionale e relazionale.

In questi casi diventa importante e imprescindibile il ruolo “terzo” di Risorse umane, a tutela di una sorta di “giustizia” generale nei rapporti e di un equilibrio tra le persone e le reti collaborative, indispensabile per il buon andamento della struttura aziendale, ma anche di qualsiasi altro sistema organizzativo.

in vinculis

Una dopo l’altra le porte blindate si chiudono dietro a me, tre, quattro, cinque… e forse basta.

Avevo atteso mezz’ora all’entrata perché il computer non partiva, e senza la conferma registrata della mia visita, non potevo entrare. Espletate tutte le formalità: deposito di tutti gli oggetti in stipetto chiuso a chiave (l’unico oggetto concessomi di tenere con me), compreso la catenina con il crocifisso, e “subìta” la perquisizione corporale, sono entrato.

Ecco il parlatorio. Sul muro un a-fresco, anzi un trompe l’oeil che rappresenta Bambi e i suoi amici, coloratissimo.

Attendo uno, due minuti, e arriva il mio vecchio amico di gioventù. Ho il tempo di riflettere un poco sul tempo: l’orologio a muro ha le lancette dei secondi ferme, ma funziona.

Abbiamo quattro ore abbondanti e parla quasi sempre lui, ha bisogno di esprimere la sua verità reclusa, intercalando il fluire dei discorsi con citazioni di film, di libri, di dottrine etico-politiche, di etica e teologia morale. Si parla del determinismo spinoziano e del volontarismo ottocentesco, di Hegel e di Heidegger, di Nietzsche e di Husserl, di Freud e di Florenskij, di Edith Stein e di papa Wojtyla, dei fratelli Bandiera e di Piero Maroncelli, della Baader-Meinhof e di Camilo Torres. Dei “crollisti”, rispetto al futuro del capitalismo, e dei gradualisti della Seconda Internazionale, della Luxenburg e di Karl Kautsky, di Piero Sraffa, Gobetti e Antonio Gramsci, di Labriola, di Croce e Gentile, di Emilio e Vittorio Sereni, di Piero Jahier e Scipio Slataper, di Ungaretti, Clemente Rebora e Leopardi, di Renzi, Mussi (perfino!) e Mussolini, di finanza e di economia, di Fellini e  De Sica, di lavoro produttivo e subappalti. Solo per dire alcuni titoli e argomenti, tra molti di più.

Il tempo a volte sembra volare a volte fermarsi, kairo-kronologicamente, agostinianamente, o come spiega David A. Armstrong, nel suo aureo libretto sulla Metafisica (edito da Carocci nella serie Quality Paperbacks, nel 2010).

Ganser è il nome di chi ha studiato questo parlare ininterrotto, inesauribile, come fonte che zampilla perenne da un’anima inquieta, da un sentimento fortissimo di presunzione anche arrogante, del vero. Provo a fare un lavoro di logica-argomentativa, di razionalizzazione, ma è arduo, devo interrompermi, devo ascoltare e quasi auscultare l’ansia da prestazione intellettuale, multitasking, rapsodica, melodica, nevrotica, metodica, a suo modo.

Si parla, anzi gli parlo di PNL, Programmazione Neuro-Linguistica, pericolosa modalità di manipolazione mentale, se non vigilata, utilizzata alla grande nel marketing della vendita multi-level, ma anche nei meandri dell’ingannevole web contemporaneo.

I muri sono spessi e il termosifone piccolo, qualche brivido di freddo ci fa cambiar posizione sulla sedia, e argomento. Si parla dell’università, di suoi interessi e di quelli di una ventunenne che mi vive vicino, di filologia medievale, del Burchiello e di Pietro Aretino, per dire come la cultura patria sia infinitamente ricca e varia, ammirevole per il mondo. Gli parlo del libro di A. Crespi, Storia d’Italia in quindici film, che gli manderò.

Gli propongo una riflessione che lo interessa: la distinzione aristotelica del principio di giustizia, tra quella generale, quella distributiva e quella di scambio (cf. Libro V dell’Etica Nicomachea), così come rivista cristianamente da Tommaso d’Aquino nella Secunda Secundae della Summa Theologiae. Gli propongo soprattutto la giustizia di scambio, dove il principio non è tanto quello di uno scambio tra valori come nel contratto per una prestazione lavorativa o una compravendita, ma tra due verità: nel suo caso tra i crimini commessi e l’espiazione ampiamente compiuta. Discorsi in itinere, durissimi, tra ciò che si è deciso di essere facendo cose, e ciò che si è stati determinati a essere dal contesto e dalle circostanze vissute. Tra responsabilità personale e flusso degli eventi, comunque lo si intenda, neurologicamente e socialmente, nel tempo dato.

E anche della coscienza abbiamo parlato, come luogo dove si incarnano i giudizi e le scelte, dopo la riflessione e il consiglio, o forse anche senza, talora, ma sempre luogo della vita e della sua verità fragile. E pensare che la coscienza dovrebbe (potrebbe?) essere la Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire dentro” l’anima che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando. La coscienza come voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

Si aprono di nuovo per me, a ritroso, le cinque porte blindate e torno all’aria aperta, aria di pioggia fredda, marzolina. Le colline umbre spariscono tra la bassa nuvolaglia.

Torno verso Bologna nella pioggia, mi fermo in un anonimo Hotel della catena Hilton convenzionato per me da un’azienda importante ove opero, a 70 euro. Non ci tornerò, troppo “americano” e banale nella sua grandeur spocchiosa e vaniloquente. E oggi al Convento di San Domenico, il seminario di Teologia della vita umana sui valori e disvalori dei nuovi modi di vivere e condividere, sulle famiglie e sugli affetti, sulla verità dell’uomo e i suoi limiti, sulla sua fragilità e sulla sua grandezza.

Lavoro: etica e psicologia dell’inserimento e dell’accoglienza

Umiltà, rispetto, attenzione e concentrazione; accoglienza e saluto, riconoscimento, informazione-formazione e collaborazione.

Quattro concetti o idee guida per chi entra in azienda e altrettanti per chi in azienda si trova già da tempo e vede arrivare altri colleghi. L’impressione che possono fare all’osservatore disattento può essere di scontatezza, ma non è così, perché il sentimento umano naturale spesso precede la riflessione, l’emozione anticipa la ragione.

Il fatto accertato è che ogni nuovo inserimento, di per sé, scombina il reticolo delle relazioni intersoggettive e di gruppo esistenti, che devono essere ridefinite in un complesso lavorio di adattamento e riallineamento di ruoli, mansioni e posizioni.

Non è del tutto naturale accogliere chi arriva con un’apertura mentale immediata, poiché vi è sempre il timore di un’intromissione, di un’invasione nel campo delle proprie certezze, sicurezze, confort zone. Nessuno sa come è il nuovo collega, se sia particolarmente intelligente, preparato, con alto potenziale di crescita, tale da minacciare le posizioni raggiunte da chi già lavora lì. E allora la prima reazione può essere di sospetto e vigilanza, se non di gelosia. Pare venga naturale mettersi lì ad aspettare di vedere che cosa succede, magari cogliendo in fallo il nuovo, per segnalarlo al capo. Se è così la struttura organizzativa non può rimanere inerte ad osservare gli adattamenti naturali del nuovo reticolo relazionale, ma deve intervenire, con azioni di informazione tempestivi e di riformulazione delle direttive. Non è sbagliato cogliere l’occasione di questi cambiamenti per aggiornare analisi del clima, magari parziali e a campione, per “misurare la temperatura” relazionale e collaborativa.

Si può però individuare alcune idee guida, che sono nel contempo valori etici e comportamentali, come i seguenti otto, suddivisi per le posizioni dei vari attori in campo.

Per chi entra:

– l’Umiltà: oltre ad essere una virtù ben conosciuta fin dall’antichità, e uno dei fondamenti della morale e della prassi benedettina, è un valore molto efficace. Chi entra in azienda con un atteggiamento umile, anche se in possesso di qualità personali e culturali di tutto rispetto, mostra subito un atteggiamento adatto ad essere accettato e inserito. Umiltà è un sentirsi “basso”, vicino alla terra (humus), disponibile e aperto, perfin fragile e cagionevole, bisognoso di aiuto.

– il Rispetto: è un atteggiamento schietto e diretto, in ascolto, capace di guardare negli occhi l’altro senza alcuna arroganza, ma con misurata curiosità (dal verbo latino respicere, cioè guardare di fronte). Il rispetto è molto più della tolleranza o della degnazione, e deve caratterizzare chi entra come chi accoglie.

– l’Attenzione: il termine deriva dal sintagma latino ad tendere, cioè un portarsi verso intenzionalmente. Esige una disposizione d’animo aperta e diretta verso il focus lavorativo e relazionale che si incontra.

– la Concentrazione: è un ulteriore sviluppo dell’attenzione, uno “stare sul pezzo”, senza dis-trazioni, investendo forze mentali ed energie fisiche quanto necessario. Se non si è concentrati non si impara e non si collabora bene.

e

– l’Accoglienza e il Saluto: non è banale salutare o non salutare chi arriva, e anche nel quotidiano incontrarsi un saluto è segno di riconoscimento e di rispetto. Si inizia bene con il saluto, che deve diventare, come dicevano gli antichi, un habitus, un costume caratterizzante la qualità delle relazioni interumane.

– il Riconoscimento: è un atto e una condizione psicologica di reciprocità: se io riconosco nell’altro, chiunque esso sia, un mio simile dal punto di vista della dignità e del valore umano, preparo la strada alle migliori possibilità di con-vivenza, co-operazione e col-laborazione, dove il “con” fa la differenza circa l’efficacia e i risultati che potranno ottenersi insieme.

– l’Informazioneformazione: uno dei tasti più delicati del rapporto tra anziani d’azienda e new entry è proprio questo. A volte, o spesso, all’inizio vince la gelosia di mestiere o di posizione, per timore di essere scalzati, una volta che il “nuovo” si è ben inserito nella struttura. E’ un vizio ad amplissima diffusione e riguarda anche il resto della società e della politica. Personalmente ne sono stato spesso vittima, ma ne son uscito bene.

– la Collaborazione: per questa voce rinvio un po’ a un post precedente. Qui basti dire che la collaborazione non è la mera sommatoria aritmetica o algebrica delle forze lavoro, ma un moltiplicatore di efficienza ed efficacia dell’agire lavorativo, che giova alla struttura aziendale e anche ai colleghi che trovano una sempre migliore intesa lavorativa. In realtà, la collaborazione fa funzionare i progetti (Project Management) e fa crescere, personalmente e professionalmente, i colleghi/ compagni di lavoro.

In uso poi sono alcune espressioni inglesi assai icastiche e sintetiche, e perciò efficaci come. Leadership, Team building, Team work. Tutte e tre hanno a che fare con gli otto principi sopra descritti, perché non vi può essere Leadership efficiente, se non  declinata in logica partecipativa, situazionale e perfino fuzzy (diffusa-e anche talora improvvisata); non si possono realizzare progetti di Team building e di Team work se non collaborando e guardando -insieme- a un fine comune e condiviso, quello del lavoro ben fatto, sola garanzia di futuro per la struttura economica o sociale dove si opera, e per tutte le persone coinvolte, dall’azionista all’operaio.

Tutti diversi per ruolo e pari in dignità.

Andarsene

Caro lettor quotidiano,

un signore di Treviso, malato di SLA, morbo progressivo dei mononeuroni, atti a trasmettere le decisioni di movimento dal cervello ai muscoli, che blocca le funzioni dei muscoli volontari stessi, la loro atrofizzazione e la paralisi degli arti, ha chiesto una sedazione profonda per andarsene. Dino era cosciente di essere agli ultimi e, dopo l’ultima grave crisi respiratoria, ha voluto iniziare l’ultimo suo cammino terreno.

La sera del 5 febbraio la Guardia medica ha aumentato il dosaggio del sedativo che già l’uomo prendeva via flebo e il giorno successivo la dottoressa dell’assistenza domiciliare ha iniziato a somministrare gli altri farmaci del protocollo. Non ha mai chiesto di spegnere il respiratore, nonostante la legge lo consenta nei casi di sedazione profonda – riferisce l’infermiera – anzi, lo terrorizzava l’ipotesi di morire soffocato. Ha optato per una scelta in linea con la legge, la bioetica e la sua grande fede”. E soltanto poche ore fa, quando la moglie gli ha assicurato di aver fatto tutto quanto le aveva chiesto, Dino si è lasciato andare.  (dal web)

Quando la coscienza giunge alla consapevolezza del limite umano, fisico e psico-morale, può e deve decidere, anche se -resto convinto- non si tratta di una decisione che esalta una libertà liberal-radicale à la Stuart Mill, ma una libertà dolente, à la Kierkegaard, Sartre, Tommaso d’Aquino, padre Fabro: un “volere ciò che si fa“, là dove la volontà è sovraordinata all’azione, non il contrario.

Infatti, nel classico, liberalissimo e un po’ banale “fare ciò che si vuole“, l’azione è prevalente sull’atto decisionale libero, nella versione opposta è prioritaria la volontà. Una volontà che si delinea nell’ambito di un arbitrio soggettivo, limitato dall’umana condizione, ma certissimo.

L’atto di volere è un atto complesso che parte dalla riflessione e si articola in diverse fasi, fino alla deliberazione e all’azione. Quanto l’atto volontario sia determinato dalla scelta soggettiva fatta dentro un contesto di libertà è proporzionato alle condizioni oggettive percepite dalla persona e dalla sua capacità di sopportazione, sempre soggettiva.

Se è vero che possiamo disporre completamente solo di beni in nostro possesso, è altrettanto vero che sulla nostra vita, dataci mediante una decisione dell’inizio, che non ci ha coinvolti, abbiamo un mandato di custodia ragionevole, e l’ultima parola in quanto tutori morali e legali di noi stessi. Non condivido un principio di autodeterminazione assoluta, che tende a confondere sempre di più un andarsene cosciente per rinunzia a trattamenti inutili, con l’eutanasia, nome ossimorico, giustapposizione del concetto greco di bene, eu, con il nome della morte, thanatos. E non lo condivido, più ancora che per ragioni di etica della vita umana, per ragioni estetiche, legate all’àisthesis, cioè alla manifestazione aristotelica dell’essere delle cose. Il mio rifiuto delle pratiche eutanasiche è fondamentalmente filosofico, dovuto a un giudizio sereno sulla natura del nostro essere-al-mondo e sul nostro naturale andarcene.

Non siamo stati interpellati se volessimo esistere e pertanto, coerentemente, ora che siamo al mondo, constatiamo un limite razionale al  nostro arbitrio sulla fine terrena. Non si può decidere di un qualcosa che in parte ci sfugge indefinitamente, ma si può decidere sulle modalità di un cammino -già determinato e ineluttabile- che conduce alla porta di uscita, nella speranza che si apra sulla Luce senza fine.

Le case di via Feletto

Caro Sergio

tu racconti e racconti, sempre osservando, da protagonista a volte discosto, scegliendo anche la terza persona, e ogni tanto chiamandoti per nome, oppure parlando di papà maresciallo del “Mantova” alla caserma Cavarzerani. E poi gli altri, le ragazze e i ragazzi dei condomini, Greta la bella, la corsa in Lambretta e il volo nell’erba con l’afrore della giovinezza nelle mani di Ezio. Come descrivi bene il climax (eeeh l’eredità di piazza I Maggio!) ascendente e quello discendente dell’emozione di Ezio per la corsa in Lambretta con la bella del quartiere. Nel tuo libro Le case di via Feletto, le case Incis, dove hai vissuto da bimbo e da ragazzo, a Udine.

Eravamo allo Stellini in sezione F cinquant’anni fa, la quarta ginnasio, tu figlio di un maresciallo dell’esercito, io di un operaio, il greco il latino, la professoressa Vacchiano, don Annibale, il prof Manzoni di filosofia, culto e ironico, e il suo successore D’Osualdo, men colto e incazzoso, la Veneroso-Zuccato di greco e latino, amante del porno-soft classico, Loretta, Nando, Daniela, Massimo, Maila, Martino, Laura, Cinzia, Barbara, Aldo, Gianni, Giuseppe, Vinicio, Francesco, Alberto, Elsa, Ornella, Piera, Luisella, Ilva, Enrico, Rosella, Patty, durata poco con noi, Carmen, Anna, Eugenia-Geny, Loredana-Leonzia, Claudio, che è arrivato dopo ed è ancora lì, in piazza Primo Maggio, e chi altri? Perfin Noè, o il dispettoso Enzino che buttò nella roggia il “quadernaccio”? … e poi il professor Cepparo di chimica e il preside Vigevani e il prodromi del ’68, con i militanti e le loro belle, oggi assurte anche in Parlamento, e molto men belle, forse rifatte. Eh Eh.

Qui esco dalla quotidiana tragedia e anche dalla commedia, scegliendo l’elegia del ricordo, del riportare al cuore la memoria di cose accadute mezzo secolo fa. Sembra impossibile, eravamo ragazzini, oggi signori in età, tu in pensione da generale dei Carabinieri e ancora attivo, io ancora in pieno lavoro. Che bello. Oggi non parlo di guerre attuali orrende e di valanghe, di omicidi e di malignità, ma delle nostre vite, ancora qui a dipanarsi, lente o veloci che siano.

Straordinario il racconto lungo del camion militare con tuo padre scivolato in un giorno da tregenda nel Natisone, e la paura e la salvezza. Narri la sapienza del vecchio colonnello e l’arida malizia del maggiore, mostrando come anche l’ambiente militare sia uno spaccato della normale umanità. Piace la figura di tuo padre, onest’uomo e valoroso in divisa. Combattente, come mio padre, della Seconda grande guerra. A proposito, solo un cenno a Pietro: sai che io sto scrivendo ora perché mio padre, aggredito da un partigiano greco si difese all’arma bianca? Me lo raccontò che avevo già compiuto vent’anni, parlando di una “guerra dalla parte sbagliata”.

La malignità è come una cosa contro Dio, e qualcuno pensa sia in qualche modo sua opera (Isaia 45, 7), in un certo senso, pur se Agostino spiega che il male che appare è solo una misura di male minore ad peiorem vitandum. Chissà…

E la storia di Vincenzo, “Il buio”, potente rappresentazione di ciò che nessun genitore deve fare, identificare le proprie frustrazioni in una possibilità di riscatto attraverso un figlio. L’irriducibile differenza di ogni uomo e donna da qualsiasi altro/ altra spiega con semplicità come non si debba usare violenza contro la personalità e la vocazione individuale. Non occorre diventare per forza ingegneri, se si preferisce un risveglio prima dell’alba per scaricar verdura e frutta al mercato. Vincenzo se ne va nel buio perché gli è stata tolta ogni luce, e  dai genitori, che in alcuni casi diventano pericolosi. E tu lo racconti.

La storia della mamma Brigida, che si opera, e lì manifesti nell’affetto ansioso del bimbo che eri anche tutto il tuo sapere medico, abbandonato per un innamoramento più forte, quello per l’Arma. La narrazione del dolore, anche altrui, si fa più delicata, come quando racconti della moglie del sergente maggiore manesco e iracondo. Belli gli scorci di vita militar-mondana di quegli anni, quando il Friuli era terra di aspra contesa, ove fosse scoppiata una guerra con l’Est, allora “oriente” minaccioso e cupo.

E poi quando accoglie nonna Angelina, palermitana come lei, che non ama molto le friulane, ché son fredde, ma tua mamma non è d’accordo e si dice ormai friulana anche lei, in questa terra lontana, ma buona, difficile, ma accogliente; niente a che vedere con lo splendore di Sicilia, ma più segretamente, più nascostamente bella. Brigida diventa “friulana” con Pippo, con Angelo e Sergio, questo è.

E infine la storia del telefono di casa in duplex con i signori Tenerelli, che avevano la figlia incinta e non si poteva sposare perché il fidanzato, carabiniere, aveva solo ventisei anni. E allora, prima matrimonio in chiesa, poi nascita del bimbo figlio di n.n. con grande vergogna, finché sarebbe stato possibile registrare il bimbo a Caronia, e il padre gli avrebbe dato il proprio cognome.

Storie di un’Italia che si stava ancora facendo, cent’anni dopo l’unificazione, o poco più, un’Italia piena di belle volontà e brave persone, piena di speranza. A Udine, nella piccola e discosta Udine, dove i militari del sud imparavano ad ascoltare una lingua dura e cruda, e a bere un tajut di vino nelle care vecchie osterie del centro e del contado.

Poi ci siamo incontrati al nobile Regio Ginnasio Liceo, e persi per quasi mezzo secolo. Ora mi sembra quasi di conoscere Pippo e Brigida, allora ancor giovani, epperò forever young, perché sub specie aeternitatis nulla si perde, tutto resta per sempre, immortale. Così come tracce di Dio nell’esistenza: nello spazio inesauribile che va dall’uno al nulla, Ulissidi cerchiamo.

A prest, Sergio, mandi, cioè che Diu ti conservi san te e i tiei cjars.

Cumo tu poetis denant dal Pari, cjar amì, pre’ Meni, ora tu poeti davanti al Padre, caro amico, pre’ Meni

pre MeniCjar pre’ Meni,

ho saputo che te ne sei andato stanotte,  e io ti ricordo con affetto, le nostre conversazioni sul poetare come lavorare, come essere operai della parola. O anatomopatologhi… della parola, che è sacra, pregnante, densa, piena di verità, se la si rispetta. La parola, oggi strapazzata, negletta, che tu curavi con acribia amicale ed esperta. Tu scrivevis a man, cun cure e precision, e io leevi ce che o vevin di publicâ su le Agende Furlane, che si onorave de to presince.

Ricordo le serate dei tuoi compleanni sotto il ciliegio di casa tua, in quel di Casasola di Majano, a giugno, che era caldo ma non troppo, e a iere une schirie di amis di dut il Friûl. E i tiei poemas, e lis puisis che tu as scrit par l’Agende di Chiandet che o curi fin dal 2005 fin ue. Ogni an un tema, sonets, haiku, liricutis… E gli uccelli accompagnavano le conversazioni fino a sera tarda, anche con Ario Cargnelutti da Gemona, caro compagno di tante vicende in Friuli, ator pal Friûl, e fuori, magari a Roma al Fogolâr Furlan dal cjarissim ami Adriano Degano, che a clamavin ducj “dotôr”. Tu eri prete restando uomo normale, non eri clericale.

Non sto qui a dire della sua candidatura al premio Nobel per la letteratura proposta dalle università di Innsbruck e Klagenfurt, meritatissima.

Mi piace citare invece i titoli dei tuoi poemi in friulano, quasi cinquantamila versi: Anilusi, I Dumblis Patriarcai, La Gnot di Colomban, L’Ancure te Natisse, Colomps di Etrurie, Flôr pelegrin, Fanis, Crist Padan, che tu mi regalasti negli anni, con la ritrosia dell’umiltà vera, mite, carattere tuo schivo e un poco burbero, di uomo dei monti del Canal del Ferro. Non dimentico la tua prefazione a Il viaggio di Johann Rheinwald, mio strano romanzo semi-autobiografico, l’unico finora, pubblicato nel 2007. Già dieci anni fa!

E poi le tue parole essenziali a qualche presentazione dell’Agenda Friulana, ricordo una sera latisanese del 2010, con i canti di Ennio Zampa e mia figlia ancora piccola ma già capace di dialogare di poesia e musica.

Caro don Domenico, cjar pre’ Meni, o vuei onorati cun une to puisie che o vin publicât te agende dal 2017, dedicade a un grant Sant, che a mi a mi sta tant dongje dal cûr e da la ment: san Tomâs di Aquin

 

S’o cjantin l’Eucarestie/ Cui biei cjanz di prucission,/ Di Tomâs  a jê armonie/ e divine devozion.

Lui al ere teologâl,/ Filosofic di reson./ Al sclarive il mont normâl/ E i valors de Redenzion.

Pai studenz al è une mane,/ Se la ment’ e tegnin sane.”

 

Specie di questi tempi inordinati e pieni di confusione.

Graciis, grazie, gratias tibi ago frater meus, poeta!

 

 

Alcuni limiti della filosofia di Jean Jacques Rousseau e suoi richiami contemporanei, più o meno appropriati

rousseauCaro lettore,

capita nella vita e anche nella storia delle idee, come in tutte le storie, che vi siano persone sottovalutate e persone sopravvalutate. Ecco, io sono convinto che, nella storia delle idee, un autore sopravvalutato sia Jean Jacques Rousseau, uno dei vati della Grande Rivoluzione del 1789 e, de minimis, considerato perfino ispiratore dall’attuale secondo partito italiano, i 5S.

Rousseau, come altri pensatori post-cartesiani, ha buttato via “il bambino con l’acqua sporca” della filosofia classica, cioè, insieme con i tardo-scolastici stantii del ‘600, ha rigettato anche l’Aristotele immortale e Tommaso d’Aquino, forse non avendoli neppure bene studiati. Si comprende ciò dalla sua dottrina antropologica dello “stato di natura” (cf. Discorso sulle Scienze e le Arti, Discorso sulla Diseguaglianza, e Contratto sociale), in base al quale si convinse che l’uomo stesse meglio prima della civilizzazione tecnologica, quando sarebbe stato in grado di convivere con i propri simili e nella natura, sostanzialmente senza egoismo, egocentrismo e così via. Lezione che ha contaminato in seguito, non tanto Kant, da alcuni ritenuto suo debitore, quanto Marx, che pensava alla possibilità di una riforma dell’animo umano al punto da potersi configurare una sorta di homo novus, solidalis et fraternus, in una trasformazione radicale dell’antropologia psicologica, smentita sia dagli autori classici sia dalle neuroscienze contemporanee. Il dottor Karl Marx, laureatosi in filosofia con una tesi sull’atomismo greco di Democrito e Leucippo, fu in realtà un mediocrissimo filosofo, nel mentre diventava un eccelso economista e sociologo, cui ancora oggi dobbiamo essere sempiternamente grati.

La parte peggiore dell’eredità roussoiana può essere considerata il cosiddetto Terrore degli anni ’93-’95 della Rivoluzione francese, in quanto il moralismo del filosofo ginevrino ne poteva ben costituire l’ossatura. Si dia uno sguardo al seguente testo, tratto dal citato Discorso sulle scienze e le arti: “L’astronomia è nata dalla superstizione; l’eloquenza dall’ambizione, dall’odio, dall’adulazione, dalla menzogna; la geometria dall’avarizia; la fisica da una vana curiosità; tutte, persino la morale, dall’umana superbia (cf. E. Cassirer, Il problema Jean Jacques Rousseau, in E. Cassirer, R. Darnton e J. Starobinski, Tre letture di Rousseau a cura di M. Albanese, Roma-Bari, Laterza 1994, p. 188)”. E non si dica che… essendo estrapolato dal contesto e bla e bla, perché è chiarissimo nella sua assurdità.

Il fatto è che il ginevrino non si è accontentato di esporre il suo pensiero con aforismi e detti, come hanno fatto umilmente altri pensatori a-sistematici e non, da Epicuro a Wittgenstein, ma si è cimentato in ponderosi trattati, magari chiamati “discorsi”, neanche avesse avuto la tempra di un Aristotele, un Agostino, un Tommaso d’Aquino o un Hegel. Con presupposti filosofico-antropologici come quelli sopra citati si va poco lontano, perché si tratta, non di assiomi teorici di immediata evidenza come in logica o in matematica, dove la prima tesi è indimostrabile perché evidente, ma di pre-giudizi intrisi di un moralismo insopportabile.

Come si fa a sostenere che “l’eloquenza è nata dall’ambizione, dall’odio, dall’adulazione, dalla menzogna“? E se invece fosse nata dalla curiosità naturale dell’uomo, dall’evoluzione espressiva del linguaggio e dall’esigenza, prevalentemente umana (in natura anche le api e le formiche, oppure i lupi e i licaoni lo praticano), di trovare modelli di condivisione e di convivenza? Non si è mai accorto Rousseau che i cinque figli avuti con madame Levasseur erano tutti diversi l’uno dall’altro? Embè, anche se l’eloquenza nascesse da una qualche ambizione, che male ci sarebbe? Forse che l’ambizione, in sé e per sé, è un vizio, oppure dipende se sia vizio o no dall’uso che se ne fa? Ecco un esempio di come il moralismo e un’assenza pressoché totale di visione antropologica dei limiti umani, che tenesse conto, ai suoi tempi, delle evidenze scientifiche raggiunte, possa provocare risultati evidentemente implausibili e non condivisibili. Non occorreva attendere Wundt, Charcot, Freud e Jung per fare meno illazioni così assurde sull’essere umano.

In Rousseau, in nome di una revisione totale della filosofia classica che, prima in Descartes, e successivamente in Kant e Hegel, ebbe e avrà una buona ragion d’essere, perché fondata sulle debolezze di una ripetitività scolastica oramai estenuata, avviene… nulla, poiché questo pensatore non è stato assolutamente in grado di mettere in discussione i potentissimi apparati teorici dei modelli platonico e aristotelico, limitandosi a una rivisitazione piuttosto orecchiata di un certo stoicismo forse non ben digerito (un po’ di Seneca sì, ma di Marco Aurelio non saprei), di un naturalismo mutuato dai successori di Democrito, Leucippo e Lucrezio, e di un “cristianismo” intellettualoide e assai poco attento alla lezione evangelica.

Circa la sua politologia, espressa soprattutto nel Contratto sociale, se da un lato rappresenta veramente un prodromo del pensiero democratico moderno, dall’altro, con la sua teoria della “volontà collettiva” echeggia pericolosamente noti successivi totalitarismi, là dove questa volontà si è falsamente incarnata in uomini o èlites sole al comando, creando i peggiori disastri degli ultimi cent’anni (fascismi e dittature di sinistra, se pur declinabili e giudicabili anche diversamente, perché Hitler non è Castro!).

Che dire? Rousseau sembra quasi echeggiare Grillo, noto per la sua spaventosa presunzione improvvisatoria, potenzialmente nefasta, come ora che propone “giurie popolari”, come “comitati di salute pubblica”, per giudicare la qualità dei programmi mediatici e la veridicità delle notizie, come dire che un gruppo di chiunque si può mettere a discettare su vaccini sì vaccini no o su qualsivoglia altro argumento senza arte né parte, senza studi e senza specializzazioni. Da che pulpito, uno che nella sua errabonda vita di comico ha detto tutto e il suo contrario, come i suoi goffissimi emuli, che caracollano o cinguettano come chierichetti davanti alle telecamere, con ridicolo sussiego e quasi nessun contenuto logico e dialogico. Magari sarebbe bene che ognuno facesse il proprio mestiere e parlasse di ciò che sa, e su ciò che non sa tacesse (Wittgenstein).

Oh giovani e men giovani, piuttosto che questo filosofo un poco trombone, dilettatevi dei classici e, se volete venire a tempi più recenti, vi raccomanderei piuttosto Kierkegaard, Nietzsche, oppure il padre Cornelio Fabro, con le sue meravigliose riflessioni sulla libertà, innervate da un robusto pensiero metafisico e personalista.

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