Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’Ave Maria della glottologa

Clara Ferranti insegna glottologia e linguistica all’università di Macerata, e sembra abbia commesso quasi un crimine: chiedere di recitare insieme agli studenti del suo corso un’Ave Maria per la pace nel mondo.

il rettore Adornato e il collettivo studentesco Officina l’hanno attaccata così: “Ha limitato la libertà personale, bisogna reagire a questi soprusiInvitiamo pertanto pubblicamente la professoressa a scusarsi pubblicamente per il suo comportamento, nella speranza che l’Università prenda le dovute misure affinché una cosa del genere non si ripeta più. Invitiamo gli studenti a segnalare comportamenti di questo tipo, sia a noi di Officina sia allo sportello dell’Università, senza mai abbassare la testa di fronte a soprusi di questo tipo ma reagendo prontamente.” Prosa elegantissima, come si vede. Un’Ave Maria recitata all’università sarebbe un sopruso, una prevaricazione intollerabile, secondo i nullafacenti del collettivo, pelandroni a cottimo.

Il rettore, disinformatissimo, da parte sua ha scritto alla comunità studentesca e al collegio dei docenti le seguenti solenni parole: “Se i fatti, come sembra (sembra? ndr), corrispondono alla denuncia fatta dagli studenti, si tratta di un atteggiamento assolutamente improprio e censurabile. L’università è uno spazio di convivenza pacifica e rispettosa di opinioni, culture e fedi religiose. Non è luogo di gesti divisivi, né tantomeno di imposizione“.

In realtà, il racconto della docente, intervistata dal Resto del Carlino è di ben altro tipo. La Ferranti dice di aver proposto la preghiera in termini assolutamente volontari e tali da non inficiare tempi e modi della lezione, in piena libertà.

Che se ne trae? E’ l’ennesimo goffo manifestarsi del politically correct, in questa Italia succube e piagnona, dove un’impiegata dell’Onu può diventare terza carica dello Stato, candidata da animi puri di cuore come Vendola, il papà falso e truffaldino.

Che dire ancora? Che il genere e le specie dei bigotti è ben lungi dall’estinguersi. Se prima del Concilio Vaticano Secondo i parroci avevano un grande ascendente sui comportamenti dei fedeli, il loro “essere chiesa” è stato ampiamente copiato dal mondo laicista, dalle vestali del “non facciamo il presepe a Natale, togliamo i crocefissi dalla aule, ché altrimenti i musulmani si offendono“. Su questo tema ha ragione perfino il ghigno petulante di Salvini, che per me è tutto dire.

Chiesa è stato il Pcus del periodo stalinista e brezneviano, imbalsamato bestione preistorico della politica, chiesa è stato il Partito comunista cinese di Mao Ze Dong, quando Deng Hsiao Ping era considerato un traditore da spedire in un lao-gai. Chiesa è stato anche il Partito comunista italiano, almeno fino al 1973, quando Berlinguer ebbe il coraggio di dire al Congresso del Pcus che “era finita la spinta propulsiva dell’Unione Sovietica“, rischiando di essere ammazzato a Sofia dai soliti killer in conto terzi del satellite bulgaro.

Mi fa molta tristezza constatare che non siamo andati molto lontano, anzi, si può registrare quasi un’involuzione cognitiva dell’ermeneutica attuale dei fatti storici recenziori.

Il bigottismo alligna ovunque non c’è la disponibilità e la disposizione psicologica al confronto, al dialogo, dove ogni interlocutore non si presenta con i crismi della solenne Verità, ma con ipotesi razionali, logiche e argomentanti sulla verità, ovvero, sulle verità. E non si tratta in questo modo di avallare un semplicistico relativismo cognitivo, ma di apprezzare il contributo che ogni essere pensante-riflettente può portare alla ricerca umana del vero, del buono, del giusto, del bello, i famosi trascendentali platonici cui tutti naturalmente tendiamo, per natura costitutiva dell’essere umano.

Nel caso segnalato e qui narrato nessuno era stato obbligato a dire l’Ave Maria, ma più di qualcuno si era unito alla docente, recitando l’antica preghiera risalente nella sua prima stesura a un millennio fa all’incirca, chi in italiano, chi in latino… “Ave Maria gratia plena Dominus tecum…”.

Un esercizio di libertà di scelta. Ora si potrebbe eccepire circa l’opportunità di una proposta del genere, e qui potremmo anche convenire che la Ferranti sia stata un poco ingenua, o forse no, forse solo coraggiosa, madre davvero, non surrogata o d’altro genere. Lo dice un socialista classico come me, socialista e cristiano, e amante della meravigliosa figura femminile di Maria di Nazaret sposa di Josef e mamma di Jesus, attenta all’ascolto delle nostre miserie e per la nostra salute fisica e spirituale. Ave Maria piena di grazia

Consigli buoni in una lettera sapienziale del mio maestro

LETTERA DI TOMMASO D’AQUINO A UNO STUDENTE

 

Carissimo, giacché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio, per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio:

non voler entrare subito in mare, ma arrivaci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili. Questo è dunque l’avviso mio, che ti servirà di regola.

Voglio che tu eviti i discorsi inutili;/ abbi purezza di coscienza;/ non trascurare la preghiera;/ ama il raccoglimento;/ sii cordiale con tutti;/ non essere curioso dei fatti altrui;/ non avere eccessiva familiarità con alcuno, perché essa genera disprezzo e dà occasione di trascurare lo studio;/ non divagare su tutto;/ cerca di imitare gli esempi delle persone rette;/ non guardare chi è colui che parla, ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice;/ procura di comprendere ciò che leggi e ascolti;/ certificati delle cose dubbie e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile;/ non cercare, infine, cose superiori alla tua capacità.

Seguendo queste norme, metterai fronde e produrrai utili frutti dove il Signore ti ha destinato a vivere.

Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la mèta alla quale tu aspiri.

Addio.

 

O Signore, dammi acutezza nell’intendere, capacità nel ritenere, ordine e facilità nell’apprendere, sottigliezza nell’interpretare e nel parlare.

(Tommaso d’Aquino)

 

Il mio buon maestro era anche un ottimo pedagogo, e un sereno docente, scevro da intendimenti top-down, capace di ascolto, attento al bene vero, come si evince dal suo capolavoro teologico, la Summa Theologiae. Basti una lettura tranquilla delle Quaestiones 1 e 2, artt. 1-8, I II, denominate Il fine ultimo dell’uomo, dove Tommaso propone con semplicità, appoggiandosi a volte a sant’Agostino e a volte ad Aristotele, una visione della vita e dei suoi valori molto bella, e anche attuale.

Per il mite monaco domenicano non serve la iattanza superba dei successi mondani, del denaro, del piacere fine a se stesso, o del potere, vera libido di tutti i tempi, ma più semplicemente basta tenere conto del fine che ogni uomo, ogni essere relazionale ha, quello di agire secondo i princìpi dell’umano, che corrispondono alla stessa lex divina, perché altro non possono essere. Dio stesso è immagine e causa esemplare di una umanità vera, come narra con grande chiarezza il libro della Genesi (1, 27).

Tommaso studia l’uomo basandosi su un’antropologia realista, che muove da una visione razionalmente unitaria dell’essere viventepensante, autoconsapevole, in qualche modo depositario di un libero arbitrio più forte di qualsiasi condizionamento esterno o circostanziale. Il tema, per un moralista realista come il santo d’Aquino, è decisivo, e su questo basa anche la sua dottrina sul peccato, sui vizi e sulle virtù. Tommaso riconosce umilmente di essere debitore dei grandi Padri della chiesa nascente, soprattutto di Agostino, cui lo lega una straordinaria devozione, che però non gli impedisce di dissentire quando il grande padre africano indulge forse troppo in visioni di tipo emotivo-volontaristico, senz’altro più vicine alla nostra sensibilità di quanto non lo siano le idee tommasiane, ma talora quasi prodromo di analisi psicologiche che si svilupparono solo negli ultimi due secoli! Agostino è più moderno di Tommaso, tant’è che mi è capitato di proporre la sua immensa figura come santo protettore degli psicologi ad amici psicologi, suscitando un certo loro interesse. Un altro gran personaggio dei primi secoli assai caro all’aquinate è Severino Boezio con il suo De consolatione philosophiae, e un altro è il vescovo Ambrogio di Milano, e anche papa Gregorio Magno, benedettino, autore del meraviglioso testo Moralia in Job.

Tommaso a un certo punto, conversando con questi grandi, ha bisogno del supporto di quello che lui chiama il “filosofo”, cioè Aristotele, l’unico capace di offrirgli la strumentazione logico-metafisica adatta a riflettere sulla valenza razionale degli atti umani liberi. Ma il suo razionalismo non ha nulla della freddezza e dell’antropocentrismo cartesiani, poiché si dipana attento anche alla fondamentale dimensione delle passioni, che modernamente chiamiamo emozioni, con la classica tassonomia bipartita di cinque contrari e una solitaria, l’ira, di cui abbiamo trattato pochi giorni fa in un post precedente.

In sostanza Tommaso d’Aquino ci propone un pensiero equilibrato e forte, fiducioso, in definitiva, nella capacità umana di riflettere usando l’argomentazione logica e la coscienza riflessa, senza omettere di dar valore ai sentimenti e alle emozioni/ passioni, cui comunque non risparmia un’analisi critica e profondamente consapevole.

In altre parole, questo straordinario maestro di umanità ci invita a guardare a tutto tondo l’essere umano, e per questo ci ha regalato un testo sistematico forse insuperabile, la Somma Teologica, che è anche filosofica e antropologica. Per san Tommaso parlare di Dio è parlare dell’uomo, creatura figlia di un Creatore-Padre, non mai tiranno irrispettoso e volubile come le divinità olimpiche capricciose e imprevedibili. Il Dio di Tommaso è prevedibile perché è sinonimo di Amore, anzi, dell’Amore, di Eros e di Agape, dove la caritas è tutt’uno con la dimensione affettiva e anche erotica.

E su questo caro lettor mio, fammi citare senza superbia il mio testo in tema che trovi qui a lato.

1917 Ottobre Rosso / 2017 ottobre sbiadito

Di fronte allo squallore politico attuale da tempo mi vien da rivalutare quel tempo di giganti, ma non perché io sia stato da sempre un po’ russofilo (in effetti lo sono, pieno di ammirazione per quella grande Nazione e quel popolo valoroso), o men che meno comunista (io sono stato socialista fin da ragazzo e lo sarò finché vivrò, scelta per me definitiva, confortato anche da Umberto Terracini, co-fondatore nel ’21 a Livorno del Partito Comunista d’Italia, che negli anni ’70 disse: Turati aveva ragione nella scelta socialista, gradualista, riformista), bensì perché dal confronto tra allora e oggi i nani politici odierni escono schiacciati da quelle drammatiche ma gigantesche figure, ebbene sì, anche da quella di Stalin, il georgiano di ferro.

Il 25 ottobre del 1917 veniva preso il Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo ed aveva inizio “ufficiale” la Rivoluzione dei Bolscevichi guidati dal genio risoluto di Vladimir Ilich Ulianov, Lenin, accompagnato nella sua temeraria avventura da Lev Davidovic Bronstein, suo migliore sodale, cioè Trotskij, da Stalin, da  Kamenev, da Zinoviev, Bucharin, e da altri “compagni” di quelle prime ore. Era il 25 ottobre del calendario giuliano, ancora in uso nella Russia zarista, mutuato dalla tradizione della chiesa ortodossa, e corrispondeva al 7 novembre del calendario gregoriano in uso in Occidente fin dai tempi di papa Gregorio Magno.

La conquista del palazzo di Nicola II Romanov in realtà era soltanto una fase, pur importante, del processo rivoluzionario, iniziato con i moti di febbraio, ma in gestazione da almeno un quindicennio, dai tempi della strage della “domenica di sangue” quando un migliaio di pietroburghesi furono sterminati dalle guardie imperiali mentre chiedevano, accompagnati dal pope Gapòn, in processione dietro labari religiosi, solo pane e lavoro.  L’autocrazia zarista era giunta al termine, per ragioni legate sia all’inadeguatezza del sovrano, sia alla nefasta condotta nella guerra mondiale che era scoppiata tre anni prima, con rovesci clamorosi da parte dell’esercito russo più volte battuto dagli eserciti degli Imperi centrali comandati dai generali von Hindenburg e Ludendorff (Laghi Masuri, Tannenberg, etc.).

Lenin, negoziatore Trotskij, concluse la pace a Brest-Litovsk per dedicarsi alla Rivoluzione. E così ebbe inizio tutto, che non si fece mancare nulla: né ulteriori guerre con la Polonia (consiglio di leggere L’armata a cavallo di Isaak Babel), né la devastante guerra civile tra i Rossi, guidati da Trotskij e i Bianchi dei generali Denikin e Iudenic. Nel 1924 muore Lenin a cinquantaquattro anni, per un ictus e le sue conseguenze e, nonostante le sue raccomandazioni in senso contrario, gli succede proprio Stalin, e nasce l’Unione Sovietica, che per settant’anni fu protagonista primaria in pace e in guerra della grande Storia di questo mondo. Fino a Khruscev,  a Gorbacev, a Eltsin e a Putin, per certi versi prosecutori di tutta questa storia russa otto-novecentesca  e anche di quella antecedente.

Perché l’orso russo ha fatto sempre tanta paura all’Occidente? Qui il tema si fa intrigante e mi sforzerò di esplorarlo un poco. Secondo me si tratta di una storia legata innanzitutto, e ciò potrebbe sembrare strano, all’evoluzione del cristianesimo dopo la fine dell’Impero romano d’occidente, verso il VI secolo. Quando la capitale dell’Impero si stanziò più che a Roma (o a Milano o a Ravenna, capitali temporanee di ciò che restava dell’Impero occidentale), a Bisanzio o Costantinopoli, fu il cristianesimo, come religione di stato, a partire dal regno di Teodosio I il Grande, a menare le danze. Anche se i primi  concili ecumenici della “grande chiesa” venivano convocati dall’imperatore, da Nicea 325 (da Costantino), a Costantinopoli  381 (da Teodosio), Efeso, Calcedonia, etc., era la teologia dei patriarchi a farla da padrona. Erano i patriarchi di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Costantinopoli stessa, e il papa di Roma a proporre e disporre le scelte dottrinali che ormai avevano anche una valenza politica. Sulle strade dell’Impero romano si diffuse il cristianesimo in tutte le sue varie versioni e sette. Anche nell’oriente europeo, quando fu accolto con tutta l’ufficialità, più o meno ai tempi dello scisma di Fozio (IX secolo), dal principe Vladimir di Kiev.

Nel 1054 avvenne poi lo scisma tra chiesa di Roma e chiesa d’Oriente con le reciproche scomuniche tra il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario e il legato del papa cardinale Uberto da Silva Candida, separazione tuttora in atto su due temi che oggi sembrano di lana caprina e che dirò tra breve, ma che hanno diviso per il passato millennio il mondo cristiano tra cattolici e ortodossi. Ecco, gli orientali si sono voluti chiamare ortodossi, cioè portatori della retta fede, mentre gli occidentali hanno tenuto il nome universalistico di cattolici, che significa in greco “secondo il tutto”, da una cui costola nel XVI secolo si dipartì il Protestantesimo di Lutero e Calvino. Chi è più fedele alla tradizione gesuana ed evangelica tra le due confessioni cristiane? Tutte e due egualmente, in quanto le differenze consistono semplicemente in questo, e si tratta di due elementi meramente teologico-liturgici: a) nel Credo, o Simbolo niceno-costantinopolitano, (dai due concili in cui si stabilì il testo definitivo tuttora in uso) per gli ortodossi lo Spirito Santo (terza Persona della SS. Trinità procede dal Padre attraverso il Figlio, visione subordinazionista del Figlio al Padre, tipicamente orientale, monofisita, alessandrina, origeniana), mentre per i cattolici lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (visione consustanziale tra Padre e Figlio, che sussiste nel Padre fin dalla fondazione del mondo); b) il pane eucaristico per gli ortodossi deve essere salato, per i cattolici azzimo. Ecco: quasi tutto qui, il resto è storia di contrasti e di culture sviluppatasi diversamente in un millennio.

La Russia ha fin dagli inizi avuto l’imprinting del Padre, innanzitutto. Padre che poi si è incarnato nella figura dello zar, csar, cioè caesar, fin dai tempi di Ivan il Terribile e poi di Pietro il Grande, e poi… perché no, di Stalin, di Eltsin, di Putin. Tant’è che Stalin, soprattutto dopo la vittoria sui nazisti nella Grande guerra patriottica, così in Russia viene definita la Seconda guerra mondiale, nella quale i russi-sovietici furono decisivi per la sconfitta di Hitler con 26 milioni di morti in battaglia, veniva chiamato anche “piccolo Padre”, quasi figura del Padre!!!

Un altro dato storico importante ci illumina sulla progressiva acquisizione di centralità della chiesa ortodossa russa: quando nel 1453 Mehmet II, sultano turco, conquistò Costantinopoli, si può dire che iniziò il declino di quel patriarcato, cattedra di sant’Andrea, che per quasi un millennio e mezzo aveva in qualche modo conteso a Roma la primazia cristiana, ecco che progressivamente fu la Moscovia, cioè la Russia ad avere sempre più importanza, e il patriarca di tutte le Russie, tal ché nei secoli successivi Mosca stessa fu definita come la “terza Roma”.

E non dimentichiamoci che la Russia in cent’anni o poco più ha subito tre invasioni da Occidente: nel 1812 fu Napoleone con la Grande Armèe che si fermò alle porte di Mosca; nel 1914 il Kaiser Guglielmo II vi arrivò vicino, nel 1941 ci provò Hitler, con esiti infausti e a un prezzo terrificante per tutti. La paura di una Russia espansionista è fuori luogo, e in questa ottica si comprende anche la preoccupazione che fu di Stalin, il quale volle gli stati satelliti attorno all’URSS, e anche di Putin cui la Nato fa manovre ai suoi confini e vorrebbe annettersi l’Ucraina, e sarebbe come se l’Armata russa (ex rossa) facesse manovre sugli altipiani della Sonora in Messico, per gli USA, con dubbio gradimento di questa grande Nazione di Nazioni, Vero?

La Russia come potenza e spirito autocratico di origine asiatica, beh forse anche, ma non solo, perché la Russia è ben insediata con la sua cultura nel mondo globale, ed è ben viva e riconoscibile con la sua letteratura, la sua musica, la sua sensibilità artistica, la sua capacità immaginativa e di sacrificio.

Qui non voglio moraleggiare, e ciò s’ha da fare sempre in modo serio, sui crimini di Stalin, come li denunziò Khruscev durante il XX congresso del Pcus nel 1956, né sull’ambiguità di Togliatti o di altri dirigenti del Comintern, troppo spaventati dal georgiano per saper prendere posizioni autonome, ché la Lubianka di Berja e la Siberia erano sempre pronte all’accoglienza dei dissidenti. Desidero sottolineare come la russofobia sia irragionevole, così come il filo-bolscevismo di tanti intellettuali borghesi occidentali, tutte e due posizioni discutibili e poco ragionevoli. Se è vero che la Russia sta conoscendo -faticosamente- solo da un quarto di secolo un po’ di democrazia, è altrettanto vero che le democrazie occidentali non sono dei fiorellini profumati: basti pensare al colonialismo franco-inglese, autore di devastazioni smisurate in giro per il mondo, e in particolare nel Vicino oriente (l’Isis è figlio legittimo di Sykes-Picot, che negoziarono nel 1917 la spartizione in stati fasulli e raccogliticci di pezzi di popolazioni e etnie diverse, e dei criminali errori politico militari dello squallido duo di pagliacci Bush Jr./ Blair in tempi più recenti), oppure la pretesa USA di costituirsi, sulle rotte del petrolio, gendarme del mondo, dottrina appena scalfita, e in modo sgangherato dal forse troppo sopravvalutato presidente Obama.

Ecco perché, ricordando l’Ottobre rosso di cent’anni fa mi sembra giusto riconoscere la grandezza, anche se a volte tragica, di quei personaggi che lo fecero, e fanno ancora più risaltare il divario tra loro e quei nani che oggi si agitano ovunque, ma specialmente nel Parlamento italiano a discutere di riforme elettorali, di rottamazione di tizio e di caio, e hanno le facce insignificanti di un Di Battista, di un Rosato, di un Salvini, di una Meloni, di una Boldrini, di un Toti, e ve ne sono centinaia così, e qualche migliaio su scala nazionale.

Viva la Rivoluzione di Ottobre, dunque? Anche sì, perché ci costringe a leggere la storia con gli occhiali dritti, dando il giusto valore alle cose, anche nelle loro dimensioni tragiche, che la Storia non ci risparmia.

Quell’ottobre del 1917 ha certamente avuto il colore rosso della passione e del sangue, ma questo ottobre, al confronto, è proprio sbiadito, mio caro lettore.

Il continuo e il discreto in matematica, in fisica e in filosofia, tra complicazione e complessità

Discreto e continuo sono due concetti matematici e fisici ma anche filosofici.

Il “discreto” -intuitivamente- è costituito da parti isolate e non attigue, mentre il “continuo” è costituito da un numero infinito di elementi senza spazi vuoti. Al fine di perfezionare le definizioni è però necessario fissare il contesto disciplinare di riferimento. In matematica è la topologia dove si considera lo spazio dove i punti considerati sono isolati e distinguibili

Il “continuo”, invece, si riferisce a funzioni tra spazi topologici e non agli spazi topologici stessi, e quindi costituisce, insieme con i punti connessi una sorta di compattamento o addensamento, dove ogni punto A appartiene anche a ogni punto X. Ad esempio i numeri razionali sono un insieme non continuo e non discreto, perché ogni numero razionale contiene un numero infinito di numeri razionali, ed è denso perché ogni numero irrazionale, ma non può essere considerato continuo in quanto al suo interno possiede un’infinità di “buchi”, in ragione della mancanza dei numeri irrazionali. Già Aristotele e Zenone di Elea studiarono questi aspetti del continuum e del discretum (cf. l’apologo paradossale del piè veloce Achille e della tartaruga).

Con Pitagora il pensiero occidentale impostò il tema del pensiero binario o degli opposti tra il finito, positivo e portatore di ordine, e l’infinito mentore dell’incontrario. Però, considerando i rapporti tra i due concetti di finito e infinito i Pitagorici trassero la nozione di armonia misurabile, numerabile. Tra i numeri, quantificabili e misurabili vi sono i rapporti tra essi, chiamati λογοι, indispensabili per costruire concettualmente una αναλογια, cioè una proporzione, una sorta di uguaglianza di rapporti. Infatti, la τετρακτυς (il triangolo quaternario) era da loro ritenuta una figura sacra, come rappresentazione grafica del numero 10 e somma aritmetica dei primi quattro numeri (1 – 2 – 3 – 4), sulla quale addirittura gli allievi della scuola Pitagorica pronunziavano il giuramento più impegnativo. In ogni caso, anche per loro, come per Aristotele e per pensatori e matematici più antichi, “ciò che non ha limite non è rappresentabile esaurientemente nel nostro pensiero, ed è perciò inconoscibile“, come l’infinito stesso, considerato un limite del pensiero e non un pensiero del limite.

L’archetipo stesso di infinito lo fornirono i numeri irrazionali, come ad es. il {\sqrt {2}}: mediante una dimostrazione per assurdo, è possibile trovare approssimazioni razionali della radice di 2, senza però mai arrivare ad una soluzione definitiva. L’approssimazione, o l’indefinito avvicinamento ad una meta che non si può mai raggiungere, è stata centrale nella matematica classica, e per quasi 2500 anni, la concezione di infinito è stata oggetto di studi e polemiche ed evoluzioni. Ma la realtà è un insieme infinito, un’onda ininterrotta, o piuttosto un sistema finito, cioè numerabile e commensurabile? In ogni caso, anche se la realtà delle cose fosse davvero continua, infinita, la nostra conoscenza sarebbe sempre più vincolata dai limiti dei nostri sensi. (dal web).

In fisica si può studiare un corpo materiale sia come un corpo discreto, costituito da particelle elementari distinte le une dalle altre, sia come un corpo continuo, in quanto il numero elevatissimo, la coesione e l’interdipendenza tra queste particelle fanno sparire qualsiasi granularità, almeno a livello macroscopico, (dal web) poiché la realtà non è un sistema continuo, mentre invece, sia in matematica sia in fisica si deve rappresentare una sorta di struttura molecolare, in qualche modo “finita” in quanto occupante spazio, con una certa densità, una certa massa, un certo campo di temperatura e di accelerazione con misure definite (ad esempio i fotoni), dunque discrete.

Si potrebbe dire che l’unico sistema davvero continuo sia quello spazio-tempo, così come Einstein ha dimostrato nella sua teoria della Relatività Generale che il concetto di spazio e di tempo non sono assoluti ma relativi, nel senso che dipendono dal sistema di riferimento in cui si trova l’osservatore, e costituiscono il continuum spazio-temporale con quattro dimensioni (tre dimensioni spaziali ed una temporale). Inoltre, anche questo sistema può essere guardato con la lente d’ingrandimento ed analizzato con la scala di Planck, che esamina le distanze spazio-temporali in termini di stringhe piccolissime e monodimensionali,  quasi come una “granularità” dello spazio-tempo.(dal web)

Lo stesso modello continuo della meccanica è stato messo in discussione, trattandosi di ambiti estremamente diversificati, come quello dei corpi solidi e dei fluidi, liquidi o gassosi (legge di Pascal e leggi di Eulero e Newton). Dei liquidi si deve tenere anche conto di eventuali viscosità, altrimenti si può parlare solo di liquidi ideali.

L’analisi matematica sarebbe applicabile al mondo reale solo se questo fosse costituito da oggetti ed eventi di carattere continuo: al contrario, la stragrande maggioranza dei fenomeni del mondo reale è caratterizzata dalla discretizzazione o digitalizzazione (dall’inglese digit = cifra) di oggetti, collezioni, fenomeni, i quali spesso agiscono in combinazione. Una linea tracciata con la matita è un sistema continuo. Le estrazioni del lotto, numero dopo numero, sono un sistema discreto (discontinuo). (dal web)

La classificazione per insiemi, la enumerazione numerale naturale e la combinazione (matrici, diagrammi, etc.) consentono di costruire un algoritmo, cioè un modello di matematica discreta, ambiente logico in cui si possono trovare molte soluzioni pratiche e operative anche negli ambienti e settori di lavoro.

Ed ecco che siamo all’ambito filosofico. Che cosa vi è di più “continuo” al mondo di un essere umano, e nell’essere umano della mente-cervello? Non solo per i novanta miliardi di neuroni e le innumerevoli sinapsi presenti (ecco l’indefinito quasi… infinito). Le scienze umane sono le più imprecise, medicina compresa, perché legate al continuo divenire eracliteo della vita. Non vi sono tappe intermedie o fermate tipo bus, ma un continuo scorrere del flusso biologico, vitale, esistenziale, psicologico, e perfino etico-morale.

Dal concepimento, anzi dall’inizio (sconosciuto) di una determinata filogenesi, si muove qualcosa che non smetterà più di muoversi, producendo vita e malattia, guarigioni e fine della vita fisica, peraltro recuperabile sotto altre spoglie, solo chimico-fisiche per gli increduli, e anche spirituali per chi crede nella vita eterna.

E dunque lo studio di un’antropologia umana è forse il più complesso e difficile tra gli ambiti del reale che il pensiero umano può intraprendere, perché “ambientato” nell’incertezza del continuum, nella vastità dei problemi, nella numerosità delle circostanze e degli incroci causali e non casuali (quanto importante può essere la metatesi di una “u”!), se non nel senso dell’infinita loro numerosità,  etc.: basti pensare agli effetti diversi che può fare sui polmoni l’abuso del fumo o meno. A qualcuno questo comportamento può generare malattie severe, ad altri nulla o quasi. Che cosa interviene a fare la differenza? Non lo sappiamo o , meglio, possiamo sapere qualcosa se approfondiamo la ricerca sulle condizioni “storiche” e attuali di quell’organismo vivente, e le compariamo con un altro che ha dato esiti differenti all’abuso dello stesso vizio. Un altro esempio, come si può spiegare la risposta diversa ai farmaci che può dare un organismo ammalato rispetto ad un altro affetto dalla stessa patologia? Probabilmente si può comprendere -e fors’anche spiegare- tenendo conto, appunto, del continuum che costituisce il corpo (e l’anima) umani, anzi il composto umano, come bene scrive Aristotele, composto non solo di molti organi biologici, vegetativi e psicologico-spirituali, ma complesso e indistricabile, inestricabile, a volte indivisibile, quasi come la natura teandrica in Gesù Cristo (cf, XXVIII Canone del Concilio di Calcedonia, 451 d. C., e mi si passi il temerario paragone teo-logico). Anche dal punto di vista energetico l’uomo deve considerare la complessità del continuum, centellinando, se serve, ogni movimento e selezionando quelli indispensabili e necessari, o anche solo utili al fine di utilizzare le riserve e le forze adeguate allo sforzo da fare, senza sprechi inutili.

L’uomo è la complessità continua per eccellenza, più di ogni ordine matematico o fisico, perché la biologia studia il vivente,  che per definizione non si ferma mai, come invece si può fermare una macchina o un calcolo. Mentre ciò che è discreto è numerabile, come può essere il valore numerico dei componenti di un motore elettromeccanico informatizzato (20.000 parti, per dire) e quindi conoscibile e spiegabile a terzi in dettaglio dal/dagli ingegnere/i progettista/i, ciò che è complesso può essere solo com-preso senza la pretesa di fornire spiegazioni esaurienti. Il continuum è la nostra vita personale e collettiva, è l’ambito della società e della politica, è l’ambito delle scelte di valore di un’etica umana, sempre migliorabile e rivedibile al fine di migliorare la vita stessa di tutti e di ciascuno, nel rispetto dell’ambiente, che il continuum dei continua, mio paziente lettore.

 

La realtà delle cose non è mai pigra, e ogni giorno è unico lungo il cammino infinito della vita

Noi umani numeriamo, classifichiamo, mettiamo in ordine, abbiamo bisogno di tassonomie, categorie, classi, ordini, famiglie di viventi, minerali, tipi di economia, di sistemi politici, di modelli sociali, di dottrine religiose, etc…, così ci mettiamo tranquilli, per modo di dire, pensando di avere tutto, o quasi, sotto controllo. Riusciamo perfino a pensare, nella nostra ansia di standardizzazione, che sia possibile “ingegnerizzare” in qualche modo anche la gestione delle persone nelle strutture organizzative, come ad esempio le aziende. Ma non è così, perché alla fin fine ogni vicenda, ogni vita umana è unica e a sé stante, ogni cammino originale e irripetibile. Individuale (“Ognuno sta solo sul cuor della terra…, Salvatore Quasimodo”)

Le giornate che si vivono sono sempre, pur nell’elenco innumere, uniche e, una volta transitate, non si ripetono, se non per sommi capi, se non come cornice di consuetudini, di atti quotidiani, da quello del sonno a ciò che si fa in stato di veglia, alimentarsi, metabolizzare i cibi, lavorare, incontrare, staccarsi dagli altri, alternare compagnia e solitudine. Ogni giorno è unico lungo il cammino. Ogni giorno è un lungo cammino lungo il quale puoi incontrare il dolore tuo e quello degli altri, e poi anche la gioia, che a volta sta lì dentro il dolore, a questi alternandosi. Il cammino è sempre più importante della meta, perché quest’ultima altro non è se non una tappa di un percorso ulteriore che sempre ti aspetta.

Sto capendo sempre di più che l’alternarsi del dolore e della gioia è un itinerario di conoscenza e di consapevolezza, e alla fine è un itinerario della coscienza d’essere.

Di conoscenza perché finalmente riesci a trasformare la corsa, anche quella in bici, in un pellegrinaggio, che ti permette di osservare le persone, i luoghi, gli atteggiamenti, le miserie, le grandezze e le cadute dei tuoi simili, e quindi di com-prendere meglio tutto e capire, cioè prendere-dentro e penetrare le “verità locali”, cioè imperfette e transeunti, ma con barlumi di luce, e capire di più anche ciò che prima ti sfuggiva o appariva nebuloso e informe: linguaggi, espressioni, silenzi, più o meno fragorosi, assenze, lamentele, reazioni strane, e via andando per la strada che fai.

Di consapevolezza perché guardandoti allo specchio riconosci tratti che prima ti sfuggivano, difetti, umanità nascoste, debolezze e anche punti di forza inattesi e sconosciuti, e ti collochi diversamente nello scenario del tuo mondo e del mondo, riducendo la distanza tra ciò che pensavi dovessero essere e ciò che effettivamente sono. La consapevolezza fa maturare quel principio di realtà che ci ha insegnato Aristotele, e che qualche volta ci sfugge, per frettolosità o per pigrizia. La realtà delle cose non è mai pigra.

La coscienza d’essere è come il contenitore di tutto, è il senso di appartenenza (aziendalmente si chiama commitment, ed è indispensabile per la collaborazione tra colleghi) a un tutto che ti trascende da sempre e per sempre, finalmente.

Il tempo che scorre è esso stesso un contenitore del tutto, categoria trascendentale secondo Kant, ma è anche uno stato interiore nel quale si svolgono, si dipanano tutti gli eventi e le storie umane e del mondo, nella soggettività di ciascuno di noi, negli alti e bassi che accadono, nelle vicende che capitano.

E allora è vero che ogni giorno è unico lungo il cammino della vita, reiterando solo la cornice delle ventiquattro ore, ma colmando di significati e soprattutto di senso questo nostro essere-al-mondo, anche se, come scrive Heidegger, inconsapevolmente gettati-in-questo-mondo.

Il colloquio

Il colloquio è una forma di dialogo, e si usa molto nei luoghi di lavoro, dalle acciaierie agli uffici pubblici ad ogni altrove, soprattutto nelle nazioni a più alto sviluppo industriale e dei servizi. La metodologia nella contemporaneità trae origine dagli studi di psicologia sociale e di sociologia nel mondo anglosassone, iniziati negli USA a partire dagli anni ’30. In Italia si sono affermati forse solo negli ultimi due o tre decenni.

Si tratta di un dialogo cordiale, aperto, atto, sia a conoscere nuove persone come procedura di selezione, sia a una attività di “manutenzione” di personale già inserito, o in inglese -come è invalso dire- follow up.

E’ comunque un’arte antica, nota e praticata dai filosofi classici, soprattutto da Platone, ma anche da Epicuro, Seneca, sant’Agostino e altri.

E’ anche una delle attività più difficili che si possano svolgere a livello aziendale, perché le variabili possono essere infinite, trattandosi di un incontro tra personalità irriducibilmente uniche nel contesto dato, e a questo mondo. Pertanto occorre molta cura nella sua gestione.

Occorre mettersi in ascolto attivo, ob-audire (cioè obbedire, strano no?) dicevano i padri latini, evitando sia un eccesso di empatia sia la genericità o banalizzanti stereotipie. Ogni colloquio è un evento a sé stante, non ripetitivo, poiché cambia l’interlocutore, o cambia il tempo dell’interlocuzione. Manuali e role play sono piste teorico-pratiche da conoscere, ma senza la pretesa (sarebbe sbagliato) di copiarle. Se si incontra una persona nuova si avrà l’accortezza innanzitutto di metterla a suo agio, se una persona già conosciuta si può partire in qualsiasi modo, perché dipende dalla ragione per cui fa il colloquio, che potrebbe andare dalla comunicazione di un riconoscimento a una contestazione o sanzione disciplinare.

Gentil lettore, ti racconto un episodio, di un colloquio assolutamente eterodosso, per dire come la variabilità sia infinita, che mi è capitato di fare qualche settimana fa, per confermare come ogni incontro sia evento, atto unico e irripetibile. Sono in un’azienda importante a livello nazionale e non solo, fuori regione.

Lui compare alla porta del salottino dove sono ospitato, essendo io in trasferta, ma non lo faccio entrare subito perché sono impegnato in un colloquio già programmato e di non poca importanza.

Alla fine, ormai io ero rimasto solo, entra, incazzato, livido. Lo guardo in volto, intensamente e in silenzio.

Non lo faccio sedere, ma gli dico di cambiare espressione, immediatamente, “ché io non parlo con volti imbruttiti dalla rabbia o da altri sentimenti mali.”

Gli chiedo le ragioni di tanta rabbia e lui mi dice che non sopporta che le “sue persone” interloquiscano con chiunque in azienda. Allora gli spiego i ruoli, chiarendo che le persone che hanno interloquito con le “sue persone”  avevano pieno titolo per ruolo e posizione aziendale, per parlare, chiedere “come va”, convocare le “sue persone”, , etc.

E quindi lo invito a non essere paranoico e a recuperare il senso delle cose e dei fatti, in una prospettiva collaborativa e proattiva. Restiamo insieme a ragionare per più di mezz’ora e, a un certo punto lui cambia espressione e prende colore, ammettendo che veramente non sa che cosa lo prenda quando teme di “perdere il controllo”… Gli dico, “appunto, tu hai bisogno di tenere sempre tutto sotto controllo, e quindi emani ansia, sfiducia metodica, stancando e allontanando le persone, che ti vedono pian piano come un impiccio, se non come un nemico.”

E aggiungo che sarebbe utile ripartisse da lui stesso, curandosi una sorta di, gli dico, “io ferito e un poco quasi tramortito che ti fa soffrire e alla fine ti frena, cosicché tu devi darti tempo devi regalarti spazi, evitando di essere disponibile giorno e notte, sabati e domeniche. Riposati la testa, dismetti l’elmo e l’armatura e ringuaina la spada.

E altri episodi del genere mi sono capitati, tutti diversi, ma tutti con il minimo comun denominatore dell’ego debordante e nello stesso tempo insicuro o, come dicono gli psicologi, caratterizzati da un’autostima espansa, che è sinonimo di insicurezza profonda, soprattutto di se stessi.

C’è un gran lavoro da fare, come sempre e ciascuno di noi lo deve fare innanzitutto verso se stesso.

La gioia

Caro lettor domenicale,

la gioia non è la felicità, come ho qui già scritto. Lo proviamo ogni dì che passa. E’ il semplice gaudium latino, non la felicitas, falsamente duratura, se non fecondata (felicitas-fe) dall’impegno e dalla fatica quotidiana.

Ho scritto altrove che la gioia può anche contenere o essere contenuta dal dolore. Il miglioramento di una situazione di salute precaria genera gioia, fa sorridere: sta capitando proprio anche a me che mi son preso un’infreddatura con mal di schiena inusitato, che mi fa innervosire, soprattutto perché temo rallenti i miei ritmi, le cose che ho da fare. Ma forse è una lezione meritata, devo rall-en-ta-re. E accettare anche che i comportamenti degli altri non siano sempre rock, ma anche len-ti. Mi fa innervosire, ma così è la varietà antropologica degli umani. So di saperlo per molta teoria, ma a volte faccio fatica ad accettarlo.

Leggo sul Sole 24Ore della domenica che il sorriso nelle foto-ritratto ha iniziato a diffondersi solo quando nel 1943 il presidente USA Roosevelt volle dare un messaggio ottimistico alla nazione americana nel mezzo della Seconda guerra mondiale, il cui esito era ancora in bilico. La leggenda narra che qualcuno gli suggerì di pronunciare il mitico “cheese“, per aprire la bocca a modo di smile e mostrare i denti, trasmettendo cordialità e fiducia. E dunque gioia. Sarà. Sicuramente Hitler, Mussolini, Stalin, Franco, Salazar, dittatori di differente crudeltà, difficilmente si facevano fotografare sorridenti nei loro uffici pubblici, poiché, al contrario, una grinta da sicumera, vera o falsa che fosse, certamente gli giovava. Vi sono anche foto di Hitler e di Stalin sorridenti, ma il primo è con la sua cagna pastore tedesco che amava e Eva Braun nei pressi, e il secondo a tavola, dove imperava la vodka e i suoi racconti che tutti erano tenuti ad ascoltare devotamente (cf. Conversazioni con Stalin, Milovan Gilas, Feltrinelli, Milano 1962).

Dopo Roosevelt è partita la “campagna sorriso” a tutti denti da Hollywood, cioè da quello che sarebbe diventato il sistema mass-mediatico che oggi impera, dove tutti devono essere belli, forti e sorridenti. Io nelle mie foto non sorrido quasi mai. E che c’è da sorridere in generale? A volte me lo rimproverano, ma non mi interessa molto.

Se sfogliamo, invece, alcuni vecchi album o raccolte di foto dei decenni passati, anzi dalla seconda metà dell’800, notiamo che le espressioni delle persone ritratte sono prevalentemente composte e seriose: padri di famiglia con il vestito buono e con i baffi, donne giovani che sembrano già di mezz’età, bimbi compunti con il vestito da marinaretto, o della prima comunione, gli anziani seduti e in mezzo alla compagnia dei parenti. Tutti serissimi, specie i nostri friulani o delle genti valligiane (cf. su questo sito il mio pezzo Tin Piernu, che sarà pubblicato anche sull’Agenda Friulana 2018). A volte non aprivano la bocca perché avevano denti cariati o mancanti.

E allora, dove albergava la gioia, se tutti erano così seri? Forse che la diffusa povertà del tempo li rendeva tristi? No, basta leggere le cronache dei paesi, in friulano, sloveno, slavo delle valli, veneto del Friuli occidentale, maranese, per capire che nel poco che avevano i nostri avi trovavano molte cose di cui gioire, cose semplici, la festa di paese, il giorno domenicale, i licòfs, cioè la conclusione della costruzione di una casa, comunioni, battesimi e matrimoni, quando, chissà perché, molti erano in grado di suonare qualcosa, con l’armonica a bocca, la fisarmonica o la chitarra. Gioia con poco e anche a volte per poco, perché magari qualcuno doveva fare la valigia per la Germania il lunedì dopo (ricordi di mio padre in partenza), oppure doveva fare “san Martino”, c’erano ancora mezzadri che lasciavano la casa colonica, almeno nei racconti della mia infanzia.

La gioia è un sentimento semplice, un sentimento vero, trasparente come l’acque delle sorgenti montane. La gioia non ha bisogno di orpelli e di far figurare bene le situazioni, perché è gratuita, spontanea, è la manifestazione di una verità interiore. Posso provare gioia nel dolore, perché ho capito qualcosa della mia vita, che mi sfuggiva, un sentimento, e ciò mi basta per gioire, anche in questi giorni in cui combatto con un mal di schiena mai provato.

Ecco, la gioia è una medicina spirituale, che sorge quando entri in sintonia con la tua verità di essere umano e con la verità di chi ti vuol bene. La gioia è nel fare del bene, perché questo fare fa bene, la gioia è nel perdono, soprattutto a se stessi, ché dobbiamo spesso perdonarci per le cazzate che pensiamo o facciamo, e infine è nel rispetto degli altri, delle loro scelte fatte in libertà e responsabilità: un sentimento pienamente disinteressato, e perciò pienamente umano, oltre ogni istintualità, oltre ogni paura, oltre ogni paranoia. Questa è la gioia.

Il riccio e la pantegana

Caro mio lettor di fine settimana o, come si dice oggi, del week end (che pena questo ennesimo anglicismo!),

ero seduto a fine giornata ai margini del parco, stasera, con i miei pensieri in chiaroscuro, più scuri che chiari. A chi mi chiedeva al telefono che cosa stessi facendo ho risposto: “Sono seduto su un vecchio pneumatico ai margini del Parco delle Risorgive, e aspetto che compaia dalla macchia un riccio, o almeno una pantegana, per conversare un poco“. “Ah si?, certamente ho risposto, di questi tempi interloquire con un riccio o una pantegana può essere più interessante che con gli umani.”

Il riccio e la pantegana, che poi non si sono fatti vedere e io mi sono incamminato un po’ mestamente verso casa. Deluso che non sono venuti a trovarmi, nonostante io viva tutto il giorno in mezzo alla gente per lavoro… mi mancava il riccio e la pantegana. Come si può parlare al riccio o alla pantegana? Certamente con gli occhi, con lo sguardo, non occorrono parole, né concetti, non vi possono essere fraintendimenti né secondi fini. Il riccio e la pantegana non ti ingannano, non ti usano, non ti accusano, non ti tradiscono, non ti mettono da parte.

Il riccio e la pantegana forse ti annusano da qualche metro, perché giustamente ti temono, temono la tua ferocia di essere umano, scimmia nuda coltissima e pericolosa. Però, se non li disturbi quando ti fanno visita a rispettosa distanza, forse indugeranno un poco nei pressi, furtivamente, il riccio con la sicurezza dei suoi aculei, e la pantegana con la sua rapidità topesca. Se fosse venuta la pantegana a trovarmi le avrei chiesto come stessero i suoi cugini conigli o gli scoiattoli, anch’essi con lei apparentati, e lei, forse un poco sorpresa della domanda mi avrebbe fatto segno con il muso affilato “che stanno tutti bene“, in mezzo alla macchia, al fitto bosco che circonda i corsi d’acqua del parco.

Se fosse venuto il riccio, con il suo passo più lento e meditabondo, avrei potuto chiedergli come stesse la sua famigliuola nascosta nella più remota macchia del bosco di ripa lungo il rio principale.

E così fantasticavo sulla pantegana e sul riccio mentre lentamente, ma a fatica, cominciava a calare la sera. Sono stanco di questa estate calda e avara, umida e fasulla, ambigua e feroce, giro di stagione perfettamente inutile, come un dito nell’occhio.

Sono stanco che vengano week end umbratili, e ho nostalgia del lunedì, come sempre nella mia vita, anche se il nostro tempo, come ho cantato, è sempre il sabato, e il primo giorno dopo il sabato la tomba è vuota (Giovanni 20), perché il Signore è (stato) risorto, e così penserà un poco anche a me, mandandomi a colloquio queste due sue splendide creature, il riccio e la pantegana.

Il potere della parola

Da quando l’uomo ha l’uso della parola, si è creato un sistema informativo complesso, che può anche essere elemento di disinformazione gravissima. Un esempio: tutti o quasi ritengono che il maggior fattore di inquinamento di mari e oceani sia lo sversamento di idrocarburi da parte delle petroliere, di navi in avaria o naufragate. Niente di più falso! Lo sversamento di idrocarburi costituisce solo il 2% delle sostanze inquinanti, mentre il 98% è costituito dai fumi di combustione delle grandi navi da crociera e delle decine di migliaia di carghi che solcano le acque marine. Il confronto con le emissioni dei mezzi di terra, auto e camion, non regge, perché questo è infinitamente minore, ragion per cui molta parte delle cause dell’effetto serra è da attribuirsi ai mezzi marini. E’ solo un esempio di come la parola “giornalistica”, magari non sufficientemente documentata, può fare danni inenarrabili e politicamente pericolosi, oltre che eticamente infondati. Basti pensare all’informazione politica e all’uso che dell’argomento fa correntemente.

Il ruolo formativo della parola è fuori discussione. La parola “forma” le persone, nel senso che serve a tutto il processo di crescita culturale e addestramento al lavoro dell’uomo: la parola è lo strumento principale che si usa nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università. I testi e le lezioni sono fatti di parole, che possono essere adeguate ed efficaci o anche no. Vi sono infatti molti testi scolastici e universitari non redatti con principi didattici corretti ed efficaci, ma spesso o troppo difficili e astrusi (consultare per credere alcuni testi attuali di storia dell’arte per i licei, che neanche Sgarbi…), o costruiti in funzione dei loro redattori ed editori. Se entriamo nel tema dell’insegnamento, la maggior parte dei professionisti che vi si dedicano, maestri e professori di tutti i livelli, raramente possiedono una formazione didattica, per cui erogano sempre i saperi disciplinari a modo loro, e spesso con metodiche improvvisate e inefficaci. Certo è che lo status sociale degli insegnanti, a eccezione degli ordinari accademici, in questi ultimi decenni si è molto ridotto in termini di prestigio, ma questa non è una ragione o spiegazione sufficiente della mediocrità di molta parte dell’insegnamento.

La parola ha anche una efficacia performativa, cioè di cambiamento. Le parole sono pietre, nel senso che hanno un peso, valgono come un’esperienza vitale nei rapporti tra le persone. Per questo la parola va rispettata nella sua essenza etimologica, nella sua potenza semantica, nella sua efficacia espressiva. Come un apprezzamento nei confronti di una persona costituisce elemento di rinforzo e motivazione positivi, così l’insulto gratuito è inammissibile, violento e meritevole di ogni censura. Non si può insultare ingiustamente un uomo o una donna e poi fare finta di niente, così come non si può dire a un lavoratore “non capisci mai un cazzo” e poi sperare che il suo senso di appartenenza all’azienda rimanga positivamente inalterato. La parola cambia la vita, cambia le vite delle persone.

La parola può essere stonata e cacofonica fino allo iato, cioè fino alla sgradevolezza insopportabile. Bisogna avere cura delle parole, della loro armonizzazione, della correttezza del discorso, nell’uso dei verbi e della consecutio temporum. Non è banale curarsi dell’uso del congiuntivo nelle frasi esortative ed ipotetiche, nella sua connessione con il condizionale, invece di risolvere tutto con banalissime verbalizzazioni all’imperfetto. Manca tempo per coniugare bene i verbi? No, è solo pigrizia. Se si deve dire “se avessi saputo che non ci saresti stato non sarei venuto“, questa espressione non può essere scambiata con un banale “se sapevo che non c’eri non venivo“. Con quest’ultima versione della frase si guadagna un nanosecondo, a chi? alla bruttezza espressiva!

La parola usata malamente genera il il fraintendimento. Se non c’è la pazienza dell’espressione il nostro interlocutore spesso non comprende, non capisce quello che vogliamo dire. La fretta ci porta a semplificare i concetti, saltando passaggi logici fondamentali per consentire un normale sviluppo del dialogo e della conversazione. Avere cura dei termini che si usano non ha nulla a che vedere con la pedanteria, ma è semplicemente rispetto per la storia lunghissima del linguaggio e delle parole, che vengono da lontano, da altre lingue come, nel nostro caso, dal sanscrito, dall’indoeuropeo, dal greco e dal latino, e di queste conservano tracce profondissime nelle radici etimologiche e nella semantica.

La parola usata incautamente genera l’incomprensione, e quindi rovina i rapporti umani, proprio perché la parola ha un suo pondus naturale, cioè un peso significante ineluttabile, ineliminabile, inesauribile. Guai sottovalutare il potere della parola, pensando che “verba volant e scripta manent“, cioè le parole si volatilizzano e gli scritti rimangono. I nostri padri ritenevano la parola data più forte di un contratto scritto, cosicché siamo noi oggi responsabili incauti di una banalizzazione del valore della parola. In realtà, la parola, una volta proferita, diventa immortale, perché nessuno (neppure Dio) può annullarla, e quindi opera nel tempo e nella psiche umana per sempre, il sempre della vita umana e della storia. Bisogna fare attenzione a quello che si dice, perché quello che si dice, dice molto, se non tutto, di noi, nel bene e nel male.

La sottovalutazione del potere della parola è pericolosissima, perché è come se sottovalutassimo la nostra stessa umanità: noi siamo animales loquentes, homines loquentes, siamo del parlanti, e questo parlare, il linguaggio, ci differenzia da tutti gli altri animali. Sottovalutare la parola è come sottovalutare la nostra stessa umanità. Assurdo e pericoloso, oltre che molto stupido.

Con la parola si innesca il procedimento della persuasione. La parola è preziosa, poiché con essa possiamo persuadere senza manipolare, possiamo consigliare, consolare, rinforzare una persona in stato di disagio, possiamo aiutare e farci aiutare quando abbiamo bisogno noi di essere aiutati.

L’arte della parola è classicamente la retorica, che non va intesa come lo sproloquio politico-giornalistico attuale, ma come arte del ben dire, con grazia ed efficacia quello che dobbiamo dire, sia un ragionamento, sia un discorso, sia una lezione, sia una riflessione teorica o un consiglio pratico.

La parola connessa alle altre può generare un gap interpretativo: bisogna stare molto attenti a come si imbastiscono i discorsi, tenendo conto innanzitutto del contesto, cioè delle persone presenti, e anche degli obiettivi che ci si prefigge, sempre nel rispetto degli altri, e ricordandoci sempre dei nostri limiti umani ed espressivi.

La non condivisione delle accezioni terminologiche causa conflitti e dialoghi confusivi: è molto importante mettersi d’accordo sull’accezione che si dà alle parole, ai termini, altrimenti la confusione delle accezioni crea danni a volte irreparabili. “Io pensavo che tu volessi dire questo…” “Ma no, io intendevo quest’altro…” e così via, dando inizio al circolo vizioso e all’ammalamento della comunicazione (cf., tra altri testi, Pragmatica della comunicazione umana, Paul Watzlavick, Astrolabio, Roma 1980).

Il retaggio culturale ha a che fare con l’uso della parola. Ogni territorio, regione, nazione ha un suo rapporto con le parole; le lingue del mondo, che rappresentano i vari mondi esistenziali, sono migliaia. Non tenerne conto pensando che la propria lingua, e quindi le parole che si usano siano universali per senso e significato, è un grave errore, foriero di conflitti e, come la storia racconta, anche di guerre sanguinose.

L’esperienza della parola è l’esperienza stessa della vita umana, dal pensiero allo scritto, rappresentando la manifestazione più alta degli esseri umani. Occorre fare un viaggio nel tempo della parola per coglierne tutta la sua ricchezza, quando è capace di spiegare ciò che è complicato e di interpretare ciò che è complesso, a volte inestricabile, quasi indicibile. Infatti in parte la parola non riesce a rappresentare tutta la realtà in quanto tale. Kant direbbe che la parola racconta il “fenomeno”, cioè ciò-che-appare, non mai il “noumeno”, vale a dire ciò-che-è-in-sé-e-per-sé. La realtà sfugge sempre nella sua verità intrinseca, e si manifesta solo in parte.

Per questo la verità è la più elevata manifestazione del bene stesso, nella differenza irriducibile di ciascuno, che è esplicitata nella parola…

Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

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