Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Si beve si fuma si fanno baby gang si indulge al vizio si spera sempre

Mio caro e gentil lettore,

se un ragazzo/ ragazza italiani su tre tra i 15 e i 19 anni (è il 33%!) assume sostanze stupefacenti tipo cannabis, e talora qualcos’altro; se oramai osservando i caffè/ bar/ pub fighi si vedono ragazze più o meno splendidamente a nero con il calice di rosso in mano; se vedi adolescenti che chattano uno accanto all’altro con smartphone da seicento euro, e non si parlano; se ciò che comunemente si è sempre chiamato vizio sembra allignare in ogni dove, e se la contemplazione del bello, in silenzio, latita, e se la meditazione non si pratica, vi sarà pur qualche ragione. O ragioni.

Quali? Il sociologo si esercita nelle sue ricerche, lo psicologo si profonde in consigli sui magazine alla moda, il sacerdote invita padri e madri all’ascolto dei giovani virgulti, il professore scuote sconsolato la testa, il filosofo è inascoltato, i sindacati ronfano, ai governi interessa poco o punto, ai partiti oramai inesistenti anche meno… tutti o quasi hanno qualche diagnosi e qualche rimedio, che propongono nei talk show con l’audience maggiore. E tutto continua come prima. Che sta accadendo caro sociologo, psicologo, sacerdote, insegnante, filosofo, papà, mamma?

Com’era quando io e chi mi legge sopra i cinquanta avevamo dai quindici a i diciannove / vent’anni? Io ricordo il mio liceo, il lavoro estivo a portar bibite e fusti di birra da venticinque kili, il basket, la musica, il telefono fisso, la tv in bianco e nero, i pochi soldi, le non-vacanze, l’auto di seconda mano a ventuno anni. Ricordo, ed ero pieno di gioia nella mia turbolenta e vivace giovinezza. Le ragazze, non mancavano cz cz, eravamo sani e forti e pieni di voglia di fare cose, di studiare, capire, fare politica, anche di litigare, fino ai diciotto anni non evitavo le risse, qualche cazzotto, qualche occhiale rotto, un labbro spaccato, mi offendevo facilmente ed ero di parola facile. Anche allora c’erano bulli e bullismi, io stesso sono stato aggredito un paio di volte da due o tre coetanei, ed ho reagito a freddo picchiandoli poi uno alla volta. Avevo sedici o diciassette anni. Non so se era bello, ma era un bullismo diverso da quello dei minorenni metropolitano di oggi.

Quando volevo parlare con qualcuno andavo da lui/ lei senza storie, anche senza telefonare. “C’è Roberto, c’è Maria Grazia, c’è Marina, c’è Andrea?” chiedevo a chi trovavo in casa. E mi rispondevano, e io restavo o andavo via dicendo che li avevo cercati. In serata mi cercavano loro, e si andava al cinema, in palestra, oppure a… fai tu caro lettor mio.

E adesso che succede? Come stanno dentro l’anima questi ragazzi? Vedo la mia figliolona, grande, alta, bella non poco, intelligente e colta, quasi dottorina, musicante esperta, anche lavoratrice nella trattoria vicina. Ma non mi spiega bene come stanno le cose, o sono io che non capisco. Mi rimprovera la lentezza di comprendonio. Come? A me? Ebbene sì “Papà, tu non capisci“. Ma è sempre destino delle generazioni precedenti non capire?

Sembra che il tempo stia accelerando sempre di più, oppure sono le cose che cambiano più velocemente? In ogni caso, antropologicamente parlando, siamo ancora, come in tutti i tempi passati, irriducibilmente esemplari unici, e provvisti di intelligenze diverse, com’erano anche la Lucy del professor Leakey o l’homo naledensis. Se Maria De Filippi e Di Maio trovano adepti tra cui non ci sono io e Beatrice ci sarà qualche ragione, o no? Ma trovano adepti, eccome se li trovano, perché ognuno ha il QI (quoziente intellettivo) suo proprio, come i bambozzi che fanno baby gang a Napoli e Torino e dove volete voi. Stupidi, ma meno dei loro genitori, che lo sono meno dei loro nonni, e forse meno dei loro vicini, e così via.

Come si fa a parlare con questi? Ci interessa? C’è un linguaggio adatto a instaurare un dialogo? Una volta si diceva l’esempio, ché l’esempio è più forte ed efficace di ogni discorso. Vero, ma il tema da svolgere riguarda l’accettazione della miseria umana, che è sempre rediviva, quasi perenne, speriamo quasi, poiché l’evoluzione ominizzante è lenta, lentissima. Siamo sempre e comunque scimmie pelate, homines erecti, idioti deambulanti a fasi alterne, e, nel migliore dei casi, capaci di piangere, di attenzione, perfino di intensificazione solidale, cioè di amore.

Siamo buoni e cattivi, intelligenti e stupidi, scorfani e sublimi, uomini e donne che camminano per questo mondo un po’ sbilenco e un po’ stupefacente, senza la pretesa di capire tutto e tutti.

L’uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

Una selezione mirata, anche se molto parziale, di pensatori moderni e contemporanei, mi ha accompagnato nella preparazione di questo corso dedicato a un target (come si dice) di appassionati delle discipline filosofiche e, oramai, in parte anche un poco cultori.

Dieci lezioni o, per meglio dire, dieci incontri nei quali –more solito– non ci si annoierà perdendoci in stantii stilemi accademico-eruditi, ma si discuterà dell’uomo d’oggi traendo ispirazione dal pensiero di autori come Marx, Freud, Kierkegaard, Heidegger, Gadamer, Ricoeur, Marcel, Eliade e altri per riflettere sulla concezione antropologica che ognuno di loro ha proposto al lettore e ora… anche ai partecipanti di questo corso, con la propria opera, permettendo un confronto libero con il vissuto di ciascuno.

Un tema oggi tanto più intrigante di un tempo, forse, mentre il pensiero umano si è frantumato in mille rivoli, a volte perdendo di vista l’indispensabile metodica logico-argomentativa e, talora, la stessa onestà intellettuale.

 

caro lettore, cliccando qui sotto troverai il documento guida del corso

L’Uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

Felicità e Perfezione vs. Gioia e Perfettibilità

Chi mi conosce bene sa che non amo e non credo nei primi due termini e concetti del titolo (felicità e perfezione), mentre, al contrario, utilizzo e credo molto nel terzo e nel quarto lemma (gioia e perfettibilità). Per me le parole sono più che pietre, sono la cosa-stessa-che-dicono, e perciò vanno curate con grande attenzione e rispetto degli etimi secondo le accezioni condivise nel tempo dato, cioè il nostro.

Sulla felicità ho scritto sette o otto anni fa  -a “quattro mani” con la dottoressa Anita Zanin, psicologa e pedagogista mia amica- un libro intitolato Educare all’infelicità, edito da Segno, per cercare di comprendere ed elencare i peggiori errori educativi che si fanno con i bambini e gli adolescenti, sia in famiglia, sia a scuola, e fors’anche nelle altre agenzie più o meno educative come la parrocchia, i circoli culturali, le squadre sportive, i centri di aggregazione di ogni genere e specie.

La felicità, dal latino felicitas e, meglio dalla radice sanscrita fe, cioè fecondità, è uno stato dell’anima positivo, anzi eccellente, di tipo continuativo: “…e vissero felici e contenti“. Ma, come sappiamo dalla nostra esperienza, ciò è falso, falsissimo. Ogni stato dell’anima umana è, per definizione, temporaneo, e pertanto lo stato di felicità, così come è generalmente inteso, è non plausibile, non solo improbabile, o forse, meglio dire, impossibile.

Sulla perfezione ho scritto già molte volte, anche in questo sito, e la riassumo così. Parlando della perfezione ho sempre avuto presente il lemma radicale latino, dal verbo perficere, della terza coniugazione (paradigma: perficio, is, perfeci, perfectum, perficere), che significa “condurre a termine”, cioè “terminare”. Il modo supino “perfectum” da cui si trae origine il participio passato perfectus, a, um, se in italiano suona come un qualcosa di fatto-estremamente-bene, che più di così non si può, in latino, come s’è visto, ha tutt’altra accezione principale.

Nella teologia classica il concetto di perfezione corrisponde quasi alla lettera a ciò che si intende per completa virtuosità, quasi ad imitazione di Cristo, per cui la sua ricerca era il modo per santificarsi, cioè rendersi perfetti, e dunque -in quanto santi- separati da chi ancora indulge nella peccaminosità del vizio, a partire dai sette canonici: superbia, invidia, cupidigia, accidia, iragola e lussuria, a mio parere in ordine decrescente di gravità morale. Anche una parte dei confessori di impostazione forse gesuitica avevano (e hanno) la medesima mia opinione. Del resto che la superbia e l’invidia siano i vizi/ peccati peggiori è di immediata evidenza anche al buon senso comune. Pertanto, la ricerca della perfezione, in quest’ambito, non può che essere una ricerca della perfettibilità, non di più, pena un atto di superbia fondamentale.

La gioia, invece, è tutt’altro rispetto alla felicità, poiché non implica -intrinsecamente- una durata di una qualche importanza, ma può essere anche istantanea, o di breve durata. Come a volte il sole spunta tra le nuvole piene di pioggia (cf. la canzone di Alice Il sole nella pioggia), così la gioia può apparire in una situazione di dolorosa esperienza, di trauma o di malattia. Momenti psico-spirituali che ho sperimentato e sperimento tutt’oggi, come è nella vita ordinaria di ciascun essere umano. La gioia è un’interruzione del dolore, a volte, quasi a ricreare un equilibrio vitale. E dobbiamo farcela… bastare, oso dire, senza ricercare improbabili eden, che sono illusori e irrealistici.

La gioia -come stato dell’anima- è perfino preferibile a un’ipotetica felicità, poiché prevede anche la valutazione della sua assenza, e la sua totale valorizzazione quanto compare a interrompere, per dire, la tristezza o il dolore, fisico o psichico, o spirituale che sia.

La dimensione del fare, cioè quella che i pensatori medievali di matrice aristotelica credevano, o ratio operandi, richiama la nostra attenzione, invece, sul perfettibile, vale a dire su ciò che può essere migliorato, anche indefinitamente. La perfettibilità è come un numero periodico, o come un limite di cui si presuppone l’esistenza, perché fa parte dell’umana dimensione, ma le cui misure non si conoscono; oppure come una curva asintotica, che si può avvicinare al vertice di un climax, ma senza tangerlo mai, lasciando così spazi in-definiti alla crescita, se pur misurata per centesimi, o millesimi o milionesimi della stessa unità di misura.

Non dunque perfezione dell’agire, per cui se non la si raggiunge, càpita di sentirsi frustrati, delusi o addirittura depressi, ma perfettibilità, cioè atteggiamento di ricerca continua del miglioramento, posta nel contesto senza ansia da prestazione e senza arroganza o prepotenza verso gli altri.

La perfettibilità, nelle varie situazioni esistenziali e nel mondo, si declina spesso come crescita, come miglioramento continuo, concetto molto noto in ambito economico e aziendale, dove ci si deve continuamente adoperare per acquisire sempre maggiori competenze, attraverso un uso intelligente delle proprie conoscenze, mettendoci in ascolto di chi ne sa di più, e così traendo giovamento individuale per la crescita delle nostre competenze e professionalità, unica garanzia di un prosieguo positivo del nostro lavoro nella difficile competizione attuale.

Gioia e perfettibilità, dunque, vs. felicità e perfezione, vincono, proprio per la nostra strutturale im-perfezione di esseri umani, connotati da qualità e limiti, virtù e vizi,  forza di volontà e pigrizia, nel continuo incedere delle nostre vite, di cui siamo in buona parte responsabili.

Uni-verso o multi-versi? Uni-versale o multi-versale? Uni-versità o multi-versità?

Scrive Paolo Boschini docente e amico filosofo modenese, nel suo bell’articolo “Multi-versum. Presupposti filosofici per un pensiero della differenza convergente“, pubblicato nel numero 42, Luglio-Dicembre 2017 della rivista Teologia dell’Evangelizzazione, che siamo abituati da sempre a trattare le cose del mondo  in cui viviamo riferendoci all’uni-verso, sia nel senso fisico del termine, sia nel senso logico. In altre parola noi intendiamo “universo” come un qualcosa che, da un lato contiene tutto quello che conosciamo, cosmo, terra, vita, umani e, dall’altro, ogni aspetto della vita soggettiva, della cultura, della morale, cioè della conoscenza del “tutto”. Sappiamo, peraltro, che molti fisici già da tempo parlano di multi-versi

In realtà, egli osserva, a un certo punto dell’evoluzione culturale dell’Occidente, superate le ultime stantie reminiscenze “scolastiche”, che di aristotelico-tommasiano oramai avevano ben poco, con Galileo e Descartes, si è capito che lo studio della realtà doveva far conto di un’analisi puntuale di ogni cosa, utilizzando il metodo induttivo-deduttivo, senza la pretesa di sintetizzare ogni sapere in una nozione meramente metafisica del suo stesso “essere”.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, salvo senza alcun patema o dubbio la metafisica classica dell’ente, dell’essenza e dell’essere, perché mi permette di fare su ogni cosa, o ente, un discorso generalissimo che vale sempre e comunque: se io analizzo una matita, potrò sempre dire che essa è un uno, prima ancora di analizzarla sotto il profilo matematico e fisico (lunghezza e peso), e chimico (è fatta di legno, grafite, etc.). Metafisicamente la matita è un “uno” avente l’essenza sua tipica, senza la pretesa di dire di più.

Paolo, nel redigere l’articolo si ispira anche al discorso di papa Francesco tenuto al Consiglio d’Europa a Strasburgo il 25 novembre 2014, quando Bergoglio provò a stimolare la pur mediocre assemblea con parole in qualche modo pro-fetiche, nel senso di adatte a quell’uditorio in quel momento storico e cariche di positività: “(…) Possiamo legittimamente parlare di un’Europa multipolare. Le tensioni -tanto quelle che costruiscono quanto quelle che disgregano-  si verificano tra molteplici poli culturali, religiosi, e politici. L’Europa oggi affronta la sfida di globalizzare ma in modo originale questa multipolarità. (…) Globalizzare in modo originale -sottolineo in modo originale- la multipolarità comporta la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie che, sebbene pragmaticamente sembrerebbero facilitare il cammino, finiscono per distruggere l’originalità culturale e religiosa dei popoli” (brano tratto da L’albero e le radici, in Sognare l’Europa, EDB, Bologna 2017, 45-46).

Occorre dunque comprendere il pluralismo, passando dall’idea che tutto sia riconducibile alla semplificazione, all’idea multi-polare di ogni cosa che può essere vista in modo prismatico e differenziato, a seconda dei luoghi, dei tempi e dei percettori.

Il senso del pluralismo sta in un mondo che  non pretende di imporre a nessuno un centro, poiché il mondo è senza centro, come sostiene Raimon Panikkar nel suo Il mito del pluralismo. La torre di Babele. Una meditazione sulla non-violenza (in Culture e religioni in dialogo. Pluralismo e interculturalità, Jaca Book, Milano 2009). Ma vi è un passo ulteriore da fare, quello di giungere a una visione del mondo e delle cose non più soltanto pluralista ma multi-versale, che significa, non solo accettare che le cose siano interpretabili in molti modi, ma lo siano anche partendo da diversi punti di vista, da una ragione e un sapere che si possono definire multi-versali, non solamente uni-versali, e non è un cambiamento di poco conto.

Beninteso non si tratta di un cedimento logico al relativismo contemporaneo, per cui è indifferente A o B se -di volta in volta- conviene anche solo utilitaristicamente A o B, indipendentemente da valore veritativo e morale intrinseco di A e di B, ma si tratta di un porre-in-relazione A con B e con C e avanti, rispettando, non solo le diverse opinioni, ma i differenti ambiti socio-culturali da cui le opinioni stesse provengono, non attribuendo mai in modo pre-giudiziale valore di verità assoluta a ognuna di esse, ma apprezzandone il valore in relazione al nostro metro di giudizio, ed evitando gli anacronismi e, di contro, antropologismi generici, come quelli dello studioso che ammette “eticamente” l’infibulazione delle bambine solo perché è in uso presso certe culture tribali, senza porsi una domanda sul valore dell’integrità e dell’intangibilità morale e psico-fisica di ogni essere umano.

Un altro punto di riferimento proposto da Boschini è il richiamo a Galileo, specie nella Lettera a Cristina di Lorena sull’uso della Bibbia nelle argomentazioni scientifiche, con la quale il grande pisano spiega che la Bibbia è utile, anzi indispensabile, per coltivare la dimensione religiosa dell’uomo e la sua propria fede, mentre la ricerca scientifica lo è per la conoscenza fisica e pratica del mondo e di tutte le cose, e a Denis Diderot (cf. Enciclopedia, Diderot – D’Alembert), come sistematore di una molteplicità del conoscere, senza che questa infici l’unitarietà del sapere e l’unità del mondo. Bibbia e ricerca non confliggono se le si lascia “agire” nei loro propri ambiti.

Possiamo condividere che la  realtà è composta da verità locali (cf. Zampieri), e che essa contiene la verità, pur avendo principi oscuri, ovvero princìpi dall’oscurità, con diversità radicali, codici linguistici vari e differenze interpretative. La realtà/ verità è dunque diversa da Facebook, o da ogni altro social, che sintetizza arbitrariamente tutto ciò che viene ivi caricato, mentre la vita vera si dipana tra il non-essere-ancora e il poter-essere di ogni esperienza.

Oso dire anche, alla luce del “multi” in sostituzione del “uni”, che una filosofia della conoscenza può essere oggi quella della fusione degli orizzonti (cf. H. G. Gadamer), della metafora infinita (cf. P. Ricoeur), o dell’interpretazione inesauribile (cf. L. Pareyson), atta a favorire una sorta di convergenza relazionale (Boschini) e intensificazione solidale (sintagma mio) tra tutte le persone, al fine di collegare e cor-relare di nuovo intelligenze e cuori attualmente sempre più separati e disgiunti. Abbiamo bisogno di un pensiero multi-versale, per recuperare solidarietà e comprensione, vincendo l’anomia dell’egoismo narcisistico che dilaga da qualche decennio. E c’è speranza, a parere mio.

E infine, caro lettore, che ne diresti se anche l’istituzione accademica che dai tempi del Medioevo occidentale siamo usi chiamare “università“, si denominasse -a maggiore ragione- “multi-versità“?

Estetica ed estetismi, alla ricerca della bellezza come verità… e viceversa

A volte si confonde, discorrendo, la dimensione estetica con i vari estetismi, compiendo un errore concettuale, ma anche eticamente rilevante, e madornale.

Infatti l’estetica è uno sguardo sull’essere delle cose, nientemeno, e viene -logicamente- prima dell’etica, che è uno sguardo profondo sul bene e sul male presenti nell’uomo e nel mondo.

Aristotele insegnava che la conoscenza intellettuale parte innanzitutto dalla manifestazione delle cose alle facoltà percettive umane, dall’àisthesis, e non può che essere così: è l’evidenza delle cose che mi dice la loro verità, a eccezione di cose che sono talmente distanti da non poterle direttamente percepire con i sensi, ma so che esistono, poiché chi me ne parla è degno di fede. Inoltre, per Aristotele, diversamente che per il suo maestro Platone, il quale diffidava dell’arte come copia di copia (della natura), anche l’arte -intendendosi qui le arti figurative, soprattutto- poteva manifestare una realtà vera, perché fondata sull’imitazione della natura stessa.

L’estetica è dunque la manifestazione dell’essere delle cose, assumendo però nel contempo anche un’accezione riguardante la loro armonia.

L’estetica è un sapere fondativo, come parte della scienza dell’essere, ma oggi viene generalmente considerata come un’attenzione mera alla bellezza esteriore -digitare sul web il termine per credere- estrinsecata nelle immagini proposte dalla rete, dove vi è un profluvio di belle giovani donne, di procedure di trucco del viso, di fitness, cioè di attività legate all’estetismo.

E ciò è fuorviante, poiché nel momento in cui questa accezione viene travolta dagli eventi normali della vita, come l’invecchiamento, la malattia, incidenti e infortuni, o altro di doloroso e spiacevole, che causano una modificazione del canone di bellezza acquisito e introiettato, ecco che va in crisi la stessa visione identitaria della persona, che non si riconosce più, o solo in parte, nella nuova immagine esteriore, che l’evento negativo ha causato.

Per questo è bene, è sano distinguere rigorosamente tra estetica ed estetismo, pena la confusione terminologica e logica tra concetti molto diversi e di differente pregnanza etica. Infatti, a mente fredda si sa che il corpo cambia in ragione di vari fattori ineludibili e, direbbe il solito maestro Spinoza, “necessari”, nel senso che non-cessano-di-essere, in quanto connaturali alle cose della vita umana e del mondo.

Anche se possiamo far risalire -come occidentali- alla civiltà egizia il culto estetico ed estetistico del corpo, con l’uso del trucco e la cura dei capelli, e alla cultura greco-latina l’uso della maschera teatrale, che modifica il pròsopon individuale, o l’identità, creando la persona, ovvero possiamo dire che solo nella contemporaneità, o forse in parte a far data dal suo inizio nel XVIII secolo, l’estetismo si è posto come una dimensione importantissima della vita della relazione umana.

E dunque oggi si pone con grande forza la questione del rapporto tra estetica e verità, tra modificazione artificiale e realtà sottesa, tra la pelle e il trucco, tra il colore dei capelli e la tinta, tra la struttura corporea atletica e giovanile e il cambiamento dovuto al tempo e alle vicende dell’esperienza del vissuto.

Dimenticare che l’estetica è la manifestazione dell’essere a qualsiasi età e in qualsiasi condizione si sia, ovvero scambiare la bellezza patinata delle riviste di moda e di fitness per manifestazione della verità estetica  è un errore gnoseologico e logico, e un non senso morale.

Ricordarlo è, invece, un segno di rispetto per ciò che si manifesta come vero, come reale-vero, e quindi degno di rispetto, cioè di essere guardato di fronte come buono e come bello: non è vero, infatti, che la bellezza si trova solo nella gioventù, poiché la bellezza è manifestazione di verità, la quale ci cerca, se la sappiamo trovare, ovvero si trova, se la sappiamo cercare, in ogni momento e condizione della nostra vita.

Lo sguardo profondo anche se talora malinconico di una persona anziana è esteticamente bello e importante come il corpo vigoroso di un atleta, del discobolo di Mirone, fai conto gentil lettore. E altrettanto vero, e dunque buono.

Il mercato del nulla… o quasi

Parafrasando me stesso e… Eugenio Montale, mi è venuto in mente questo titolo.

Qualcuno ricorda che anni fa scrissi un pezzo, poi pubblicato -se non ricordo male- nel volume La sapienza del koala, dal titolo assonante, cioè I professori del nulla, con il quale mi riferivo ironicamente a quegli intellettuali da strapazzo che avevano iniziato a imperversare nei talk show, criminologi, massmediologi, psico-neuro-socio-tele-esperti, matematici che fanno i teologi e teologi che fanno i tuttologhi o i tuttologi (cioè quelli che vogliono insegnarti la fisica quantistica e non conoscono nemmeno il teorema di Pitagora), che sono la stessa cosa ma fa figo distinguerli, e così via.

Invece la parafrasi montaliana è più seria. Il maggior poeta italiano del ‘900 scrisse un volumetto dal titolo identico a questo del post, Il mercato del nulla.

Trascrivo letteralmente dall’aureo volumetto pubblicato nei mesi scorsi dal Corriere della Sera per la serie Grandangolo su Eugenio Montale, curato da Massimo Natale:

Ne Il mercato del nulla, per esempio (dell’ottobre 1961) si denuncia la “quasi totale scomparsa della conversazione (probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati)“, e il fatto che “lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano attorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato (o, aggiungerei io, comandato ad applaudire), assiste al loro colloquio.”

A distanza di quasi mezzo secolo siamo ancora qui, con il profluvio di talk show, uno più demente dell’altro, fatto di protagonisti sedicenti esperti e di un pubblico, che sembra figlio di quello descritto da Montale, allora.

La cifra stilistico-comunicativa dello spettacolo è costituita, in generale, da due elementi: il primo, è un costante “parlarsi sopra”, senza rispetto per interlocutori e ascoltatori, e del tempo necessario per un ascolto attivo, il secondo, un uso della lingua italiana che definire povero e banale è perfin generoso, poiché a volte è di uno squallore irritante, caratterizzato da un lessico stereotipato e ripetitivo, povero e banale, e da coniugazioni verbali approssimative, preludio di una volgare destrutturazione del periodo in unità paratattiche prevedibili e noiose. Con qualche eccezione onorevole, come nel caso di Enrico Mentana, se il gentil lettore me lo consente, e fors’anche di Nicola Porro.

Gli altri, a partire dall’immarcescibile untuoso Vespa,  passando per Floris, Bonolis e Fazio, l’ammiccante strapagato, e altri ancora di cui mi impegno a dimenticare i nomi, sono i mentori di un livello comunicazionale vicino alla dannosità morale, per approssimazione informativa e modalità espositiva.

Un altro ambito nel quale da decenni svolte un mercato dl nulla, o quasi, è quello della politica. Comunicazione e politica dunque, ovvero comunicazione della politica e politica della comunicazione. Non gli unici due ambiti dell’impoverimento antropologico attuale, ma tra i principali, fermo restando che il caput vitiorum di questa deriva è la crisi della riflessione, del pensiero raziocinante, della logica argomentativa, cui segue necessariamente (direbbe Spinoza) la crisi di ogni altra disciplina umana, a partire dal sapere etico.

C’è da essere, più che sconcertati, ché non è più il tempo dello sconcerto, oramai addirittura delusi, con solo uno spiraglio in fondo di speranza che crescano le generazioni giovanili a ripulire questa melma. Ma con un’avvertenza, che non si pensi al giovanilismo come a una panacea, a un rimedio erga omnes et erga universas res: infatti Di Maio ha trentuno anni e sembra un veciùt (vecchietto in lingua friulana), per abbigliamento, stereotipi e ripetitività verbosa.

Le prime linee della politica, fo per dir, cioè i personaggi più importanti dello scenario attuale, annoverano cinque o sei personaggi che vanno analizzati e comparati con i loro predecessori degli anni ’50/ ’60/ ’70/ primi ’80, anche se non possiamo trovare simmetrie perfette, a fronte di n cambiamento radicale delle denominazioni e dei contenitori partitici, poiché i partiti di trent’anni fa non esistono più. Quelli di oggi ne escono a pezzi. Proviamo: Renzi vs Berlinguer, Moro e Craxi. Voi direte che non vale. Un pivello contro tre pesi massimi delle tre tradizioni popolari italiane, quella comunista, quella cattolica e quella socialista. Ma il Partito democratico in parte è erede di tutte e tre e il segretario ne porta oneri e onori, si fa per dire. Se Berlinguer era un francescano laico, Moro uno studioso paziente e buono, mentre Craxi la quintessenza del criterio politico anche nella sua versione cinica. E Renzi?

Salvini va confrontato con il fondatore della Lega Bossi e non fa una gran figura: grezzi e popolani tutti e due, ma il giovane ha un ghigno inquietante, ma sarà colpa della muscolatura facciale.

La Meloni con Almirante, e qui non serve dire di più, che Almirante, fascistissimo, era di ben altra tempra culturale e politica.

Berlusconi andrebbe paragonato a Malagodi, me della forza politica di questi rappresenta ben di più, poiché Forza Italia, nelle sue varie versioni, è molto più grande del vecchio Partito Liberale, ma molto più piccola sotto il profilo culturale e politico: infatti dovremmo salvare forse solo Martino e Frattini di quella linea classica. Berlusconi è comunque un unicum, un fainomenon di questi ultimi decenni, quando la politica si è fatta commissariare da giudici e uomini d’affari, soprattutto in Italia. Ecco, se vogliamo, con l’eccezione di Violante, anche la prova dei giudici in politica è stata ai limiti dell’indecenza culturale, Di Pietro e Ingroia mentori, con il loro codazzo di laudatores à la Travaglio.

Oppure, continuando in questo gioco leggero, possiamo paragonare Di Battista a Claudio Martelli, che ne dite? Ci sta?

Nel titolo c’è l’attenuazione del “quasi”, e pertanto si può anche citare qualche figura decente, di questi tempi, variamente sparsa a destra, centro e sinistra oppure in ciò che ne rimane declinata in questi tempi. Nella Lega Roberto Maroni e Zaia?

E a sinistra? Veltroni sì, ma non D’Alema, e Bersani, purtroppo perché mi è simpatico, sta declinando rancoroso. Grillo non merita comparazioni, se non con il Pappagone di Peppino De Filippo. E questo ha inventato un movimento-partito che accontenta un votante italiano su quattro. Si dice sempre male dei governanti, ma chi li manda lì, chi elegge i sindaci? Gli elettori. E pertanto, si deve ammetter che ogni comune e ogni nazione ha il sindaco e il governo che si merita. O no?  Della signora Boldrini non voglio dir nulla, ché si arrangia da sola a restare nella storia come figura di sbieco, capitata lì.

L’amarezza, lo sconcerto, il disincanto forse oggi la fanno da padroni, ma ancora di più la pigrizia mentale, le generalizzazioni, l’accontentarsi della prima e della seconda pagina del web, la dismissione della lettura di libri, l’informazione di parte, dove ognuno (o i più) cercano solo conferme ai propri pre-giudizi. Oh, san Tommaso d’Aquino, spiega tu che i pre-giudizi sono giudizi incompleti, e che nessuno si può fare un’idea leggendo solo stampa e prese di posizione della propria squadra del cuore, ma deve allargare lo sguardo, altrimenti rischia di trovarsi l’analfabeta Di Maio capo del governo.

Se poi passiamo ai sindacati, compariamo Barbagallo della Uil a Enzo Mattina, a Silvano Veronese, a Benvenuto, oppure anche a Renato Pilutti, posso dirlo? Vogliamo paragonare la signora Camusso a Giuseppe Di Vittorio, a Vittorio Foa e a Bruno Trentin o Luciano Lama, e la Furlan a Pierre Carniti?

Declino. Dove sono i prodromi della speranza, caro lettore? A mio parere nella lettura seria e continua di testi vari e affidabili, nella cultura, nella paziente opera di crescita spirituale, intellettuale e morale di ciascuno: solo così possiamo nutrire la speranza di una crescita nuova. Io ho fiducia.

Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

Gerusalemme! Gerusalemme!

Caro lettore,

il titolo è quello di un libro di Collins e Lapierre, ma l’intendimento mio è quello di parlare di questa città, ora che Trump l’ha sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo, e la sua decisione sta già provocando feriti e morti, la sua decisione, come atto concreto, ma insieme con la Storia, la grande Storia di questa città, di questa parte di mondo che si chiama per noi Vicino Oriente e Storia del mondo. Ed è anche un pezzo della storia recente dei presidenti americani: basta cercare sul web le dichiarazioni di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama in tema, tutti e tre decisissimi a proclamare Gerusalemme capitale di Israele!

Gerusalemme (in ebraico: יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushalayim, Yerushalaim e/o Yerushalaym; in arabo: القُدس‎, al-Quds, “la (città) santa”, sempre in arabo: أُورْشَلِيم‎, Ūrshalīm, in greco Ιεροσόλυμα, Ierosólyma, in latino Hierosolyma o Ierusalem, per antonomasia è definita “La Città Eterna“), capitale giudaica (del Regno di Giuda) tra il X e il VI secolo a. C., è la capitale contesa di Israele e città santa per l’Ebraismo, per il Cristianesimo e per l’Islam. E’ situata sull’altopiano che separa la costa orientale del Mar Mediterraneo dal Mar Morto, a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme.

Il luogo è citato in testi antichissimi fin dal II millennio a. C., ma il primo dato storicamente plausibile è la sua occupazione da parte della tribù Amorrita dei Gebusei e la successiva più solida conquista da parte del re Davide attorno all’anno 1000 a. C. I più importanti momenti successivi per la città si possono riferire al regno di Salomone. Il gran re fece costruire il Tempio, segno e simbolo di Israele per mezzo millennio, fino alla sua distruzione perpetrata nel 587 da Nabucodonosor, che deportò in Babilonia i maggiorenti ebrei. Un’altra data fondamentale è il 538, quando il re dei Persiani Ciro il Grande (e fu grande veramente), con un Editto liberò gli Ebrei che tornarono in patria e riedificarono il tempio e le mura della loro capitale. Nel 331 Gerusalemme fu conquistata da Alessandro Magno, come tutte le città e i regni fino al fiume Indo, ma la conquista fu precaria, poiché passò di mano ad altre dinastie egizie e siriache come i Tolomei e i Seleucidi, fino alla guerra di liberazione che, nel II secolo portò al potere la dinastia degli Asmonei, mentori i bellicosi fratelli Maccabei.

Finché il generale e triumviro romano Gneo Pompeo la conquistò (63 a. C.). Il secolo successivo vede le vicende della nascita vita e morte di Gesù di Nazaret tra i regni dei due Erode, il primo detto il Grande, e il secondo detto Antipa. Tito, nel 70 e Adriano nel 132 d. C. soffocarono due tremende ribellioni popolari nel sangue, marcando il sigillo dell’Impero romano sulla Città, che fu distrutta di nuovo.

L’imperatore Costantino ridette vita cristiana alla città che resistette a vari tentativi di conquista, come quello di del re sasanide persiano Cosroe, poi sconfitto dall’imperatore bizantino Eraclio I, fino a quando arrivò l’Islam nel VII secolo, prima con i califfi Omayyadi di Damasco (638) e poi con gli Abbasidi di Bagdad. Nei tre secoli successivi si affacciarono altri conquistatori, come i Turchi Selgiuchidi di Malik Shah I. Furono infine i Fatimidi d’Egitto a impadronirsi di Gerusalemme, fino al 1099, quando la Prima Crociata li scacciò a un prezzo inenarrabile di sanguinose stragi.

Alterne vicende e varie crociate non impedirono la riconquista musulmana della città, soprattutto a partire dalle imprese di Salah-el-Din. Dal XVI, dal regno del sultano Solimano il Magnifico,  e fino al 1917 Gerusalemme fu sottoposta al dominio turco-ottomano della Sublime Porta di Costantinopoli. E siamo ai nostri giorni, al Protettorato britannico del generale Allenby (1917), alla proclamazione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristiani, musulmani ed ebrei, con il Trattato sulla Partizione del territorio tra Israele e popolazione palestinese. Sappiamo comunque che ciò non bastò alla pacificazione dell’area. Tutt’altro.

Il resto è storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) alle “Intifade”, o giorni della collera, come quello in corso.

Eccoci al dunque, alla dimensione politica della decisione trumpiana.

Su questo vi sono posizioni diverse, variamente declinate. E’ evidente e più che ovvia la reazione forte del mondo arabo-musulmano, ma anche della “grande Turchia” di Erdogan e dell’Iran sciita. Più tiepida la reazione sunnita dei sauditi e dell’Egitto, perché le contraddizioni insite nel mondo musulmano dettano comportamenti e prese di posizioni a volte difficilmente comprensibili a noi occidentali. L’Europa ha reagito contrariata dalla decisione di Trump, soprattutto con l’attivissimo presidente francese Macron.

Se si dovesse dividere in due categorie le reazioni alla decisione del Presidente USA, si potrebbe dire che i politically correct non hanno condiviso, mentre gli altri, o sono rimasti in silenzio o hanno condiviso. Destra e sinistra si sono espresse -più o meno- come ci si può aspettare classicamente dai due schieramenti: a favore di Trump la destra, contro la sinistra. Papa Francesco ha invitato alla prudenza, saggiamente.

Ma la contraddizione in seno al popolo della sinistra sussiste: come la mettiamo con le dichiarazioni, oramai storiche, di Clinton e di Obama?

E con la Storia di cui sopra, come la mettiamo? Gerusalemme è la capitale di Davide, Goffredo di Buglione, di Saladino, di Solimano, di Allenby o di Ben Gurion e di Golda Meir? E’ la capitale di Arafat o di Rabin? Di Abu Mazen o di Netanyahu? Se dovessi esprimermi su questi due ultimi personaggi terrei per Abu Mazen, ma solo perché non sopporto Netanyahu. Ma così non funziona.

Non so quello che potrà succedere nei prossimi giorni, settimane, mesi, ma so che qualcosa doveva succedere di fronte allo stallo che caratterizza una trattativa trentennale. Che i due popoli, le due nazioni debbano convivere su un territorio così esiguo è fuori di dubbio e che ciò sia molto difficile altrettanto. Ma non c’è alternativa.

Come fare? Non esistono ricette e soluzioni facili, ma solo la ricerca paziente di un accordo che riconosca il diritto a Israele di esistere e prosperare, così come il diritto ad avere uno stato alla nazione palestinese, con i corollari fondamentali del territorio, della disponibilità di acqua, energia, di un’economia capace di creare lavoro e reddito diffuso. La miseria è sempre fomite di disastri, così come l’indisponibilità al dialogo, l’incapacità di ascolto, il razzismo.

Vedo che comunque ancora manca la pazienza della riflessione razionale, dell’argomentazione logica, lasciando così lo spazio all’ideologismo più vieto. La divisione non dovrebbe essere tra chi “tiene per” Trump e chi lo avversa, ma tra chi ragiona con l’intelletto disponibile e chi preferisce, spesso per pigrizia o per ignoranza, essere contro comunque, a prescindere, e a favore  di qualcosa d’altro, comunque, a prescindere.

Personalmente ritengo che la decisione americana su Gerusalemme sia stata sbagliata, soprattutto perché inquinata da esigenze di politica interna USA, e da intenti legati a battaglie politiche che poco hanno a che fare con i diritti dei popoli israeliano e palestinese, non perché errata in assoluto.

Gerusalemme è storicamente la capitale di Israele, ma, se alziamo lo sguardo oltre la contingenza, e anche oltre la Storia, è anche la capitale del popolo palestinese, e, di più ancora, è la capitale spirituale di tutto il mondo, al pari di Roma, di Atene, di Istanbul, di Benares, su questo piccolo meraviglioso Pianeta.

La bandiera della Regia-Imperial Marina (Reichskriegsflagge) del Secondo Reich e altre facezie o stupidità sul web

…è quella esposta in una caserma dell’Arma in quel di Firenze, caro compagno Fratoianni, nulla di nazista, ma molto di prussiano, compresa l’aquila arrogante e certamente aggressiva del logo-marchio teutonico, anzi, teutonicissimo. Almeno informati, se non vuoi formarti con elementi fondamentali di Storia dell’Europa contemporanea. Un’aquila gradita a quel mondo, certamente militarista, che ha caratterizzato molta storia di quella grande nazione europea, dove l’aristocrazia junker aveva molto peso, ma anche dove, sia pure soprattutto per contrastare il socialismo nascente, ma non solo, il gran Cancelliere Ottone di Bismarck costruiva il primo sistema pensionistico europeo sul finire degli anni ’80 del XIX secolo. Ecco una fake new della più bell’acqua!

La bandiera di guerra tedesca come quella appesa in caserma era di uso comune nella prima guerra mondiale: aveva i colori nazionali della Prussia in bianco e nero, l’aquila prussiana, la croce nordica, con il tricolore rosso bianco-nero imperiale tedesco nel cantone superiore con una croce di ferro. E’ il vessillo di guerra del Secondo Reich, precedente rispetto al nazismo ma molto usato dai militanti dell’estrema destra.” (dal web)

Ma ciò non significa nazismo, né fascismo, bensì ignoranza crassa, da parte -probabilmente- del giovane carabiniere della caserma Baldissera, e pure dell’onorevole Fratoianni, meno escusabile del militare, o no?

Forse bisognerebbe chiamare l’uno e l’altro a un corso accelerato di storia contemporanea, per spiegare loro chi sia stato il colonnello von Stauffenberg, junker prussiano, che nell’estate del ’44 attentò alla vita di Hitler, non riuscendo per una serie di circostanze, nel suo intento. E anche di tutti i contrasti che spesso divisero le visioni del Führer da quelle degli alti gradi militari della Wermacht.

Non sto qui a difendere l’esercito tedesco che fu responsabile di efferatezze inenarrabili durante il Secondo conflitto mondiale, ma semplicemente a dire che è bene informarsi prima di parlare a vanvera.

E’ evidente che va indagata la ragione per cui il giovane carabiniere si è sentito di esporre quel vessillo, visto che da tempo la sua simbologia è stata assunta come segno di appartenenza a movimenti di destra estrema, e che ciò non è consentito, in nessun caso, a un militare dedito alla tutela dell’ordine pubblico democratico dell’Italia. Ignoranza, superficialità, vittima della disinformazione telematica? Di tutto questo un po’?

Oggi peraltro si parla non tanto di verità che rispecchi la realtà dei fatti, ma di post-verità, che non importa la rispecchi, ma basta la adombri, sia veri-simile, altro che disquisizioni filosofiche sul vero e sul falso!

Un’altra facezia o, meglio dire, stupidità pericolosa: la foto di Salvini imbavagliato con la scritta BR sullo sfondo, manifestazione di idiozia allo stato puro, opera di minus habens da censurare e da proporre per una rieducazione quasi “alla cinese”. Scherzo, ma di fronte a certe azioni viene proprio da dirlo.

Continuiamo. Si legge ogni giorno le nuove del dittatorucolo nordcoreano, ma quanto di ciò che si legge corrisponde a verità e quanto è dovuto alla sbrigliata fantasia dei titolisti-cronisti del web? Altro: siamo sicuri che gli israeliani hanno bombardato un sito militare iraniano in Siria sabato scorso, o è un filmato vecchio o contraffatto?

In realtà, visto che nessuno può verificare del tutto ogni fonte di notizia, anche quando appare evidentemente implausibile, l’unico rimedio è l’informazione, l’acculturazione, la conoscenza, la cultura, in definitiva. E questo va detto e ripetuto, specialmente ai giovani che possono essere le vittime sacrificali di questo mostro a enne teste che è l’informazione disinformante e deformata.

E infine, per me fake news sono tutte le stupidaggini, imprecisioni, banalizzazioni, stereotipie, approssimazioni, sciatterie espressive che contraddistinguono la stragrande maggioranza dei discorsi soprattutto dei politici che si sentono e si leggono. E’ desolante il quadro che si presenta quasi ogniqualvolta un politico, di qualsiasi schieramento sia, prende la parola su qualcosa: le affermazioni sono sempre apodittiche, le riflessioni spesso senza capo né coda, la logica zoppicante, un’incapacità radicale di apprezzare le proposte altrui, come se questo fossero, proprio perché altrui, naturalmente sbagliate o insensate. E mi prende una noia desolante o una desolazione noiosa. Dai 5S al PD, dai Fratelli d’Italia alla Lega a Forza Italia, fino ai piccoli agglomerati più o meno raccogliticci che vagolano in cerca di consenso, non vi è, se non rarissimamente, uno spunto, un’idea, una proposta intelligente od originale.

Cultura personale da migliorare ed Etica della comunicazione da applicare dovrebbero essere progetti di vita obbligatori per ognuno e per tutti.

La bellezza del cielo

Il mio amico medico dottor Massimiliano mi racconta di aver visitato un centro per bambini ciechi e di aver condiviso con loro per un’ora e mezza il vedere… nulla, stando completamente al buio. Le luci erano spente e le imposte chiuse del tutto, per creare una condizione analoga a quella di chi non ci vede.

Nel buio la vita cambia, mi dice, anche sorseggiare una birra sembra diverso, le voci… sono diverse, gli spazi diventano incomprensibili per il vedente, mentre sono noti al cieco, che li padroneggia senza problemi. E dicendo queste parole mi fa ricordare un mio amico musicante straordinario, Armando, che ti parla sorridendo dal suo buio luminosissimo e ti riconosce dal passo: “Ah, sei tu, Renato… è qualche tempo che non ci vediamo” Appunto “che non ci vediamo“. Per Armando vedersi è sentirsi, annusarsi, toccarsi. Altri sensi funzionano, e molto meglio che in noi vedenti. Lui sente e odora ciò che noi vediamo, intuisce ciò che noi argomentiamo vedendo, sperimenta con gusto ciò che noi trascuriamo.

Un’ora e mezza al buio ma in mezzo a tanto fervore vitale. E all’uscita l’esclamazione gli prorompe dal fondo dell’anima: “Ma quanto è bello il cielo, che bello è camminare, che bello è parlare, che bello è annusare, che bello è fare silenzio guardando, che bello è contemplare.”  Un’esclamazione improvvisa e irresistibile, dal cuore, da un sentimento finora silenziato, da una sensibilità finalmente potenziata.

In verità di questi tempi strani e difficili è venuta meno la facoltà della contemplazione, non ci accorgiamo di tutta questa bellezza, passiamo oltre dandola per scontata

E invece nulla è scontato, perché tutto è dono, tutto è gratia gratis data, come l’anima nostra immortale, divina.

Incontrare il dolore, oppure la mancanza di qualcosa, il male-defectio boni, insegna la vita.

Stamattina, mentre arrivavo alla fabbrica eroica della Pedemontana, ecco la neve sul Ciaurlec, bianchissima, intonsa dagli ottocento metri in su, e sul Raut, sul Resettum asperrimo e sul Cornaget, remoto nella valle più ascosa. Il cielo di un’azzurrità infinita, come capita quando l’aria si fa fredda e l’inverno incombe.

Questo pomeriggio, andando io per l’ultimo impegno quotidiano, una lezione, il cielo osservavo plumbeo, quasi di neve, ma a occidente uno squarcio, quasi un trapezio irregolare, d’azzurro, ancora, permeato di venature color viola. E mi sono incantato, memore del detto della meraviglia. Eppure i colori sono l’inganno ottico della luce, che te li presenta in tutta l’indicibile varietà delle sfumature.

L’incanto, lo stupore, la meraviglia ti prendono se ti fai prendere, finalmente libero dagli affanni del fare, dell’essere-presente-sempre dove ci si aspetta tu lo sia, a dire, a rispondere, a operare per produrre beni o servizi, e denari e reddito, per te e per gli altri.

Non possiamo permetterci di evitare la nostra funzione operativa nel mondo, il nostro contributo economico alla civile convivenza, non possiamo.

Però possiamo ogni tanto fermarci, e sostare sul ciglio della strada a guardare l’infinito spazio che ci separa dalle stelle.

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