Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

L’elefante vecchio

Parlando di organizzazione del lavoro e di qualità relazionale un caro amico, che non è un “elefante vecchio” perché ha solo cinquant’anni, ed è invece un eccellente ricercatore e un gentiluomo (merce rara in certi ambienti), mi suggerisce l’espressione come metafora utilizzabile anche in ambito aziendale.

Come ci spiegano gli zoologi studiosi dei grandi mammiferi gli elefanti vivono in robusti branchi che percorrono le savane africane, inattaccabili per qualunque predatore, forti della loro mole possente e del numero. Il branco è composto da femmine guidate da una matriarca, mentre i maschi stanno all’esterno in attesa di contendersi le femmine stesse nel periodo opportuno. Solo l’uomo li può offendere con potenti fucili da caccia, o qualche coccodrillo se adocchia un elefantino attardato nell’attraversamento di un corso d’acqua, e non occorre sia lo Zambesi o l’Okawango nella stagione delle piogge.

E’ nota la spiccata intelligenza naturale della specie e la memoria, per cui è facile in qualche modo paragonarli agli esseri umani, con i quali pare abbiano in comune alcune caratteristiche.

Si sa anche che il loro rapporto con la morte è istintualmente strutturato, poiché gli esemplari che sentono venire meno le forze al punto da non riuscire più nemmeno ad abbeverarsi, si portano in una specifica zona, chiamata il cimitero degli elefanti, e lì si lasciano morire, quasi mostrando di cogliere l’ineluttabilità dell’evento.

La metafora consiste nel paragone tra un esemplare di questo tipo e un lavoratore che, raggiunta una certa età o anzianità aziendale, non necessariamente pensionabile, si può sentire obsoleto, cioè superato dagli eventi e dal comportamento di nuovi arrivati in azienda. Non che qualcuno glielo faccia esplicitamente notare, né che gli vengano tolti ruolo e mansioni, ma percepisce qualcosa nell’aria e che, appunto, l’aria è cambiata, le cose stanno andando per un altro verso. La saggezza popolare insegna anche che “scopa nuova scopa ben”, per cui il neofita è sempre visto con curiosità e gli si dà credito, almeno per il primo periodo, in attesa delle sue prestazioni, che ci si aspetta siano superiori a quelle dei predecessori. Ma a volte non è così.

Talvolta i nuovi, nella fretta di far vedere il loro valore, strafanno, condizionati da ansia di prestazione e anche da quella maledetta bestia chiamata in greco ybris, cioè il complesso di superiorità connotato da atteggiamenti tracotanti e a volte addirittura sprezzanti: è noto agli antichi studiosi ma anche ai nostri vecchi sapienti che si tratta di manifestazioni patenti del peggiore dei vizi, la superbia.

Nel caso in cui siano inserite più o meno contemporaneamente più persone con queste caratteristiche si crea una situazione interlocutoria tendente al peggioramento, se la struttura non si rende consapevole e appronta contromisure. Beninteso qui non si vuol dire nulla a favore di un conservatorismo da confort zone, ma semplicemente mettere in guardia contro le rivoluzioni epocali, le apocalissi palingenetiche che, e la storia lo attesta con mille esempi in tutti i settori della vita umana, non portano a nulla di buono.

Il rischio di stancare anche le persone migliori della “vecchia guardia” non è banale. Vale la pena tuffarsi nel “nuovo” senza ragionare a fondo sulle conseguenze che questo “nuovo” può generare, se non opportunamente pilotato?

L’esperienza mi insegna che occorre grande ponderatezza nei cambiamenti, preparando il terreno prima, concordando con le persone più fedeli e responsabili i cambiamenti stessi, per fare sì che non si butti via il bambino… e ciò che segue. Come accade in tutte le cose del mondo, se non si fa la fatica dell’analisi, non può essere proposta alcuna sintesi razionale.

L’analisi della situazione deve sempre precedere la sintesi, non l’incontrario, ovvero: induzione e intuizione devono essere sempre supportate dalla deduzione logica, che si basa su argomentazioni documentate e razionali. L’inferenza è la difesa contro i colpi di testa che si ritiene spesso siano colpi di genio, e quasi sempre sono altro, cioè colpi di testa e basta.

La struttura della grande musica classica può essere un esempio. E’ preferibile che un’azienda funzioni come una sin-fonia, che è un suonare-insieme coordinatamente, all’interno di un lògos matematico e condiviso. Si può anche fare l’azienda rapsodica, fantasiosa come una suite o un poema sinfonico romantico, ma si rischia grosso. Caro lettor mio, possono essere affascinanti Ferenc Liszt e Bedric Smetana, ma non bastano, poiché occorrono anche le grandi costruzioni di Haydn, di Mozart e di Beethoven, e poi di Brahms e di Mahler. Ecco, io immagino che l’azienda possa anche lavorare come gli archi, i legni e gli ottoni in un poema sinfonico, ma poi debbano essere governati nei movimenti, di solito tre o quattro, della sinfonia, cioè di un accordo robusto e coeso.

Non so se questa similitudine musicale può servire a far riflettere chi invece pensa che si possa cambiare idea ogni due giorni, spiazzando tutti con modifiche inopinate e non bene ponderate. Me lo auguro, anche se tra i miei lettori difficilmente si annoverano questi tipi umani. Vedrò di trovare il modo di agganciarli, per il bene comune.

Il viaggio

Molti, forse i più, pensano che si viaggi essenzialmente o solamente per raggiungere la meta prefissa. Per costoro il viaggio, la distanza, il tempo che ci si mette per effettuarlo, il mezzo usato, le eventuali tappe non contano nulla o quasi, poiché per loro è importante il punto di arrivo, dove o vi è qualcosa da afferrare o un risultato da ottenere, siano luoghi di ferie o luoghi di trasferte di lavoro.

Immaginiamo il viaggio degli antichi, dei Fenici per mare, dei Romani per terra, le peregrinazioni dei popoli nomadi dell’Asia, i pellegrinaggi medievali, le diligenze del diciannovesimo secolo, i primi treni. L’Impero Romano doveva essere esteso non più di una ventina di giorni a cavallo da Roma. Oggi non abbiamo problemi. In giornata vado a lavoro a mille chilometri da casa e torno in serata, anche se tarda: venti, ventidue ore in tutto.

Rispetto ai molti che citavo sopra, per me, forse la cosa che conta di più è il viaggio, il sentiero, la strada, il percorso, l’itinerario. E’ l’Itinerarium mentis in Deum, come per Bonaventura da Bagnoregio. La meta resta ovviamente per me importante perché altrimenti nella mia vita non avrei conseguito risultati che richiedono mete intermedie e finali, per ragioni di studio e di lavoro, e a volte anche per vivere il mondo e le persone, ma l’itinerario di più…

Basta solo pensare al grande viaggio che feci in auto nell’Unione Sovietica, comunismo ancora imperante, o al viaggio alla ricerca del gotico francese, da Bourges a Chartres, da Rouen a Amiens, Da Beauvais a Reims. Il mio itinerario non conosce prima tutte le tappe, ma le vive di giorno in giorno, e ciò anche nel viaggio dell’anima nel grande Est russo. Colà io e Roberto vincemmo anche la rigidità concordata con gli uffici turistici del PCUS.

Caro lettore, per me è stato sempre così, fin da ragazzo. Non mi prendeva mai l’ansia di arrivare. Se avevo un impegno partivo per tempo. Semplicemente. Sono un homo viator, come racconta Gabriel Marcel in Homo viator.

Homines viatores sumus, omnes nos homines.

Constato che invece molti ragazzi d’oggi non badano all’itinerario, ma preferiscono smanettare sullo smartphone, mentre viaggiano, trascurando il paesaggio che scorre oltre il finestrino del treno o dell’auto. Sembra non gli interessi, come neppure la geografia, la topologia del territorio, lo sfondo di montagne o della grande pianura. E non capisco, faccio fatica a comprendere.

Sono in viaggio per il terzo fine settimana consecutivo, dopo Bari e Firenze, sono a Todi, per andare a Terni in un luogo di restrizione, dove vivono persone che possono viaggiare solo con il pensiero. Meno male che il pensiero arriva dovunque, in un tempo che non appartiene al krònos, ma al kairòs, perché arriva con un atto di volizione ai confini dell’universo. A confronto del pensiero la velocità della luce è paragonabile a quella di un carretto trainato da un’asina sullo sterrato color ocra del Vicino Oriente, tra il lago Van e le sorgenti del fiume Oronte.

A Todi sono arrivato presto e son riuscito a visitare l’interno della bramantesca Santa Maria della Consolazione, ecco, una tappa nell’itinerario, prima di andare in albergo, prima di visitare chi è ristretto in un carcere. E domani, tornando, vivrò la strada come un evento, non solo una situazione che prelude necessariamente all’arrivo, alla meta.

Per l’anno entrante, io che son stato più volte anche in Sud e in Nord America con i grandi aerei transoceanici, penso a un viaggio lento, di quattro o cinque giorni, in treno, tra una località e l’altra della valle del Po, alla ricerca di narratori delle pianure, sulle orme di Gianni Celati. Immagino già la trattoria adriese, tovaglie a quadretti, una caraffetta di rosso e un piatto di carne arrosto e, lì vicino, quattro anziani che se la raccontano. E io che gli offro un bicchiere di vino. “Da dove viene e dove se ne sta andando, signore?” qualcuno mi chiederà… e io, “Vengo dal Friuli, ma non so dove andrò, deciderò domattina, non ho una meta precisa“. E, dopo cena, due passi prima di ritirarmi nel vecchio albergo vicino alla stazione dei treni dove il sonno mi accoglierà, benevolo.

Florentia, seminario autunnale di Phronesis: “vado in carcere per… evadere”, mi dice Anna Maria, filosofa veneziana, che fa consulenza filosofica in carcere, e l’Anna, filosofa abruzzese, aggiunge che occuparsi dei “senza fissa dimora” le ha cambiato la vita, ovvero di come la filosofia insegna a guardare nel buio

Firenze: l’antica filosofa racconta del carcere, qui a Firenze, siamo vicino a San Lorenzo e alle cappelle Medicee. Michelangelo e ser Filippo Brunelleschi respirano vicino.

Anna Maria inizia dicendo che la consulenza filosofica non serve agli ergastolani bianchi o ostativi, perché forse sono irredimibili. O non ho capito o non sono d’accordo. Chi può dire che uno è irredimibile? E che cosa vuol dire “irredimibile”? Da che cosa ci si redime? Occorre convenire su che cosa sia la redenzione, concetto filosofico-religioso non facile. Ma poi si spiega meglio e siamo d’accordo.

Di solito ci si redime dal male. Il male ha una certa oggettività? Penso di sì.

C’è qualcuno che si “redime” pentendosi, e qualcun altro che non ritiene di doversi pentire di nulla, ma che si considera parte di un disegno più grande, oserei dire deterministico, spinoziano, su cui la volontà umana individuale conta poco o nulla.

La Anna da Pescara, filosofa insegnante e consulente vede i carcerati da anni e vive l’esperienza come una dimensione di rinforzo, prima di tutto per se stessa.

Tutte e due chiariscono innanzitutto che non visitano i carcerati, opera di misericordia spirituale, con intenti pedagogici, ma essenzialmente come luogo e occasione dove si cerca di dare gli strumenti per un rischiaramento logico sulla vita e sulle scelte, e questi strumenti possono essere accettati o anche respinti. Ognuno è -relativamente- libero.

Qualcuno/ a dei colleghi/ e precisa “molto relativamente” (libero). Spinoza non è pensatore di poco conto, e non vi è alcun cinismo nella constatazione di far parte di un contesto molto e strettamente cum-textus, con-tessuto, quasi inestricabilmente. Il mio amico tutelato nelle patrie galere sostiene di essere stato “necessitato” a fare ciò che ha fatto. Sembrerebbe una scusa a uno sguardo superficiale, e potrebbe esserlo.

Invece non è una scusa, ma è spiegazione insufficiente, poiché il libero arbitrio non è una fola, si dà, esiste, funziona. Io devo-volere-andare-in-bici, ché la bici senza la mia forza non fruscia nel vento. Il mio tono muscolare, la mia emoglobina, non dipendono solo dalla genetica, ma anche dai miei comportamenti, al punto che un giorno del 2015 mi salvarono la vita, quando un medico distratto, che mi aveva operato a un menisco, aveva dimenticato aperta un’arteriola.

Sostengono che la relazione con il carcerato cura, la relazione è terapeutica e può promuovere, senza intenzioni, anche una buona eterogenesi dei fini.  Ognuno di noi non sa che cosa può succedere in ragione di vettori causali che non conosciamo, e dunque la sola volontà individuale non basta, non è l’unico vettore.

L’impostazione della Corradini a volte ricorda quella di papa Giovanni XXIII (ma guai a dirglielo, ché la signora non sopporta molto né le parafrasi né le metafore, e ciò è un po’ poco filosofico) che distingueva rigorosamente tra peccatopeccatore, ma non ammette che si entri in ambito etico, posizione che non condivido. Si può invece entrare in quest’ambito dopo avere lavorato sul piano logico e argomentativo, allo scopo di togliere -se possibile- ogni zoppia discorsiva ragionante. Tutto l’uomo, l’uomo razionale e l’uomo etico stanno insieme: le ragioni e le differenze tra bene e male sono ben presenti alla coscienza.

Tutte e due hanno parlato del “tempo” del carcere. I ristretti ne hanno molto, e parliamo del tempo cronologico e anche di quello interiore, il kairòs. Il tempo interiore è il tempo della libertà… di pensiero, che vola libero oltre ogni confine, fisico e spirituale.

Gli ergastolani “ostativi” hanno il tempo infinito, perché non hanno nulla da fare. Tremendo, cruciale, drammatico, a volte mortalmente pericoloso.

Le due filosofe hanno visto le prostitute, gli omicidi, i mafiosi, i tossici e i pedofili, di tutti i generi e specie. Anna Maria raccomanda inoltre di non spendere molto il nome di “consulenza filosofica” con gli psicologi perché questi, di solito, con qualche eccezione, fanno fatica a capire la differenza tra il lavoro psicoterapeutico e quello filosofico pratico. Lo spiegheremo sempre meglio, anche se a me non crea alcun problema.

E poi c’è il tema del perdono, inteso come sentimento che può riguardare le vittime, ma anche le famiglie di quelli che hanno commesso delitti, e infine il perdono verso se stessi, il più difficile. Il perdono è sempre performativo, trasformante l’anima.

E il perdono ha a che fare con il tempo, perché richiede espiazione. Se il tempo si connette all’espiazione ecco che mette la persona nelle condizioni di cambiare la propria vita, poiché non si può dare colpa senza espiazione. Ogni reato presuppone una colpa, se commesso in piena avvertenza e deliberato consenso, usando un linguaggio teologico, e ogni colpa un’espiazione.

Personalmente ho la possibilità di dialogare con l’ambito delle vittime e l’ambito di coloro che le hanno rese vittime. Uomini, uomini e donne. Mondi diversi di umani. Separare il delitto dal delinquente, il peccato dal peccatore, ma non è facile.

Un altro gran tema del seminario d’autunno lo tratta la Norma, piccola e molto culta sicula, maritata a Udine con l’amico professor Giorgio. Lei parla di Alzheimer, con competenza appassionata. Pomeriggio straordinario e tremendo, nel senso che “fa tremare” anche di legittima paura di essere-umani. Può misteriosamente toccare a tutti. Può. E si spera che non capiti, poiché non vi son tante cure, o nessuna, per ora. Occorre studiarlo e accompagnare le persone lungo il cammino senza la pretesa e la spocchia di altre arti umane contermini di codificare e classificare tutto e in ogni caso.

L’Anna da Torino aveva trattato il suo lavoro alle Molinette, pioniera a proporre l’approccio filosofico al dolore, a malati e parenti, e al disagio, ai dipendenti. Il tema generale di Anna da Torino è quello delle Medical Humanities, ancora poco diffuso, e c’è dunque molto da fare, sia da parte delle amministrazioni, sia delle professioni mediche, sia infine da parte dei filosofi pratici.

La filosofia non è la badante della psiche, come pensano che tale sia -più o meno- la loro arte  molti psicologi, ma l’arte di farsi domande e di vigilare sulla struttura del pensare, ovvero di come proporre e imparare un sentiero per guardare nel buio. La filosofia è lo strumento più antico e nel contempo efficace per imparare a far le domande giuste per trovare risposte ancora interroganti.

E’ il sentiero necessario per guardare nel buio.

I quattro volti dell’amore umano, i suoi contrari e la carovana dei migranti

E’ la più potente, irresistibile delle passioni, l’amore. San Tommaso la contrapponeva all’odio, ma dicendo che l’amore è infinitamente più forte dell’odio. In italiano abbiamo un solo verbo per dirlo: amare. Ne parlavo qualche sera fa al Caffè filosofico Autentica/ Mente di Codroipo, ricordando ai presenti che gli antichi Greci, nella loro splendida e coloratissima lingua, avevano quattro verbi per dire “amare”, ciascuno con una sfumatura sua propria e differente dalle altre: erotào, agapào, stèrgo e philèo. Li scrivo traslitterati per poi riportarli in caratteri greci.

Che dire se non che il greco antico era idioma ricchissimo di suoni, segni, lemmi, termini, parole, sensi e significati, a seconda dei testi, dei contesti e dei generi letterari?

Ecco i quattro verbi in greco antico, alla prima persona dell’indicativo presente: α͗γαπάω, ε͗ροτάω, στέργω, φιλέω.  Il modo infinito prevede la radice di ogni verbo e il suffisso èin, traslitterato. Nell’ordine significano “amo di amore benevolente, cioè voglio il bene dell’altro“, “amo di amore erotico, fisico“, “amo il bello, la letteratura, l’arte, la musica, etc., “amo di amore d’amicizia“. Come si vede sfumature significanti di non poco conto, anzi non si tratta proprio di sfumature. Vi è da chiedersi come lo sente ognuno di noi, e se si abbia sempre il senso della differenza di questo sentimento, a seconda dell’oggetto amato. Forse no, o non sempre, che ne dici caro lettore?

Ho provato anche cercare un sintagma che sintetizzi i vari tipi del sentimento e mi son fermato a questo: intensificazione solidale, vale a dire un sentimento che cresce sempre rivolto all’oggetto, specialmente se si tratta di una persona, avendo come focus l’oggetto stesso. Infatti, l’amore non può essere auto-centrato, egoistico, auto-referenziale, poiché diventerebbe una forma emotiva controproducente. Molte volte, invece, come negli amori malati di coloro che non ne accettano la fine, e ciò accade spesso purtroppo nella coppia umana, specialmente da parte dei più fragili maschi, questo sentimento diventa pericoloso e violento, negativo, malo.

E ora, tanto per fare un esempio, che potrebbe farci sperimentare linguisticamente le differenze semantiche di cui sopra, una domanda che faccio a me e a te mio lettor gentile: quale amore o odio caratterizza i sentimenti verso la carovana dei migranti che si sta avvicinando al confine tra Messico e USA, partita dall’Honduras oltre un mese fa. Bambini che sorridono consapevoli e Marines o  Rangers a cavallo come in un western

Dal presidente Trump si nota l’espressione di un sentimento di avversione, che non è di odio in senso stretto, ma di odio mediatizzato, opportunistico. Gli odiatori di professione sono altri. Non lo è neppure (un odiatore di professione) Anders Breivik, il pluri-omicida di Oslo, perché è un crudele pazzoide, la cui definizione psichiatrica può esser trovata nel DSM IV- il Manuale Medico Diagnostico IV, con tutte le cautele del caso.

Gli odiatori di professione sono a d esempio molti politici italiani della nouvelle vague. Questa volta non farò nomi, ma li riconoscerai, mio gentile lettore, dalle descrizioni: vi è l’odiatore dal ghigno facile e dalla voce sprezzante; vi è l’odiatore delle semplificazioni e dell’imprecisione; vi è l’odiatore della presunzione manifesta e così via… I nomi sbocciano facilmente da questi brevissimi profili quasi fotografici. Sono tutti e tre al governo. Poi ve ne sono anche all’opposizione che però non si riesce a rappresentare in questo modo, poiché sono talmente sbiaditi da sembrare in due dimensioni: manca la terza per costituire la figura solida.

Ascoltavo il dibattito all’assemblea nazionale del PD e un iscritto, che si è definito “storico contemporaneista” e mediocre oratore e anche omosessuale, di cui non ricordo il nome, il quale, tra le diverse amenità indegne di uno che viene definito “accademico”, si è lamentato con il gruppo dirigente, non solo perché tra i candidati alla segreteria non vi è manco (sua espressione) una donna, ma anche perché non vi è manco un omosessuale… quasi non credevo alle mie orecchie. Ecché, ora, oltre alle quote rosa, facciamo anche le quote arcobaleno? E poi ha citato a sproposito sentimenti e atteggiamenti come l’odio e l’aggressività, (a sproposito di amore di un qualche genere), dicendo che vi è molta gente che odia il PD e che bisogna essere aggressivi nelle attività politiche e nella propaganda, come insegna il successo di Salvini. Beh, se abbiamo militanti di questo tipo, speranze? Poche.

La “Caritas”, per modo di dire, del luogo dove stanno giungendo le persone che stanno scappando da miseria e falcidie varie, ove ne esista un simulacro, ma ne dubito, per dire della spiaggia di Tijuana dove hanno cominciato a raccogliersi i primi viandanti honduregni sicuramente si esprime in modo diverso, “amoroso” direi, ma di quale amore? Pare di poter dire che si tratta di amore “agapico“, amore di benevolenza, il primo della lista di cui sopra. In Phronesis, l’associazione nazionale dei filosofi di cui faccio parte, presuppone che il rispetto tra i colleghi sia nutrito, si può dire, di “philia“, cioè di amore amicale, fraterno-sororale.

Il tipo di amore più semplice è certamente quello erotico, perché è legato al coinvolgimento totale dell’umano, fisico e spirituale. Il tipo più semplice, naturale, perfino “animale” e qui absit iniuria verbis, caro lettore!

Ora mi chiedo di che amore sia capace un uomo come il ministro…, e l’onorevole…, e il giornalista…

Ebbene sì, gli odiatori sono diffusi anche nel mondo dei media, perché non si capirebbe -se non alla luce orrida della presenza odiante- la ragione di certe espressioni, di certi testi, di certi titoli, di certe condanne preventive, come nel caso di Travaglio, principe di questa categoria, imitato da non pochi suoi colleghi.

Mi chiedo quanta tristezza aleggi attorno a persone di quel tipo, come il sopra citato giornalista e se potessi condividere un aperitivo con codesto sioreto (in veneto per signorino, più o meno) sprezzante, e mi rispondo: anche no, ché ho altro di meglio da fare, e così peggio per lui.

La gazzella svamputa, o svampita, o solo vecchia? E gli svamputi, o svampiti?

Gallina vecchia fa… e quel  che ne segue, vecchi modi di dire della saggezza natural-popolare, ma la citazione della gazzella come animale che può invecchiare o addirittura “rincoglionire”, non poteva che nascere tra le righe dell’incontro settimanale con l’AD di una grande azienda nazional-furlan-germanica. Tante robe, no?

Sopra ho messo l’indimenticabile immagine di Wilma Rudolph, la “gazzella nera”, vincitrice di 100 e 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma del ’60, gazzella vera.

Lavorando si fanno molte e diverse cose, a volte intervallate da brevi momenti linguisticamente creativi, per commentare processi aziendali e comportamenti individuali. Si in-ventano a volte perfino neologismi, che vuol dire “si trovano”, poiché in-ventare significa (in latino invenire) trovare ciò che già esiste. Non si crea nulla dal nulla, cosicché vi è il piacere di scoprire l’esistenza di cose, parole, pensieri, concetti, percetti e sentimenti.

Ad esempio, la vamp, nel linguaggio cinematografico (esteso poi anche al varietà e ad altri spettacoli), è un’attrice che rappresenta il tipo artistico della donna fatale, dal fascino altero e misterioso, il cui potere di seduzione è affidato a un erotismo languido, allusivamente legato a un’immagine femminile di stampo melodrammatico. La svampita o svamputa, è una che ha smesso di essere vamp, allora? Oppure è anche qualcos’altro?

La lingua è vivente e si modifica nel tempo, ma non a piacimento dei singoli, bensì per successive concrezioni abitudinarie, come spiega bene il vocabolario annuale Zingarelli e l’Accademia della Crusca, caro professor Sabatini. Ad esempio, osservando il mondo e le persone, mi sovvengono parole, segni e suoni differenti, nuovi. Anni fa guardando mia figlia cresciuta, non più bambina, ma non ancora ragazza, coniai il termine intermedio bambazza, che per qualche tempo divertì i miei conoscenti e venne perfino sdoganata sul web. Si trattava di una crasi fra bambina e ragazza.

Più avanti nel tempo declinai al femminile il greve e realistico termine maschile di “culo” in cula, perché più sonoramente significante. Vuoi metter “cula”, per dire le terga femminili, caro amico lettore? La cosa fece non poco divertire i miei interlocutori amicali e letterari.

Ora l’amico Gianluca mi propone un participio passato irregolare tratto da un verbo -per ora- inesistente “svam-pire“, ovvero un etimo esistente ed operante come vamp, che significa, come scritto sopra -correntemente- donna appariscente e affascinante. Svamputa, allora, è donna non-più-vamp, e anche un poco… svampita, vale a dir intontita.

Ma vi sono anche gli svampiti/ svamputi maschi. Se no che giustizia c’è? Ne ho due esempi nuovi, oltre ai soliti noti della politica come il ministro dei trasporti e delle infrastrutture attuale.

Uno è il “governator”  del Lazio (bum!), Nicola Zingaretti, che titolo eh “governatore”?, svampito del PD, mostrante come tale categoria antropologica possa pervenire da ogni dove: questi, pur essendo opportunamente informato da tecnici e scienziati che spiegano come la termo-valorizzazione sia da preferire nello smaltimento dei rifiuti solidi urbani rispetto alla discarica, che è cocktail party perpetuo di gabbiani, topastri e altri animali poco attraenti, continua a mandare in Abruzzo decine di migliaia di tons di rifiuti, non avendo voluto far completare l’impianto di smaltimento di Colleferro. Ormai anche i meno culti sanno che ciò che residua dalla raccolta differenziata e viene recuperato come materia seconda, può venire bruciato per produrre energia, fuorché lui e qualcun altro, come molti 5S. Un po’ svampito?

Altri svampitelli o svamputelli sono i ragazzi e i lor genitori della classe Ipsia “Floriani” di Vimercate, dove qualcuno, spenta la luce, ha preso a sediate l’insegnante di italiano e storia, mandandola in ospedale.

Non uno, né dei giovini virgulti, né dei men che cinquantenni genitori, ha avuto il pensamiento di scusarsi. Nemmeno si son posti il tema dello scusarsi. Forse che pensano di aver avuto ragione. E il preside, poi, che commenta dicendo della professoressa “Forse è un po’ rigida?” Dove lo mandiamo il “dirigente scolastico” (nuovo nome del preside), al club degli svampiti?

Più pericolosi degli svampiti sono poi gli indegni, o indecenti, che andrebbero cacciati senza indugio, laddove avessero ruoli istituzionali: tra questi un campione è tale Rocco Casalino, portavoce dell’afono Conte. E’ stato registrato mentre diceva che vecchi, bambini e down gli fanno schifo. A me, invece, fa schifo lui.

“Uno che è vissuto/ con la forza di un giovane uomo/ nel cuore del mondo/ e dava/ a quei pochi uomini che conosceva/ tutto”

Nel titolo ho messo la traduzione italiana della brevissima lirica scritta nella parlata friulana della destra Tagliamento del nostro più grande poeta, Pier Paolo Pasolini: “Un al à vivùt/ cu la fuarsa di un zòvin omp/ tal còur dal mont,/ e al ghi dèva, a chej pucs òmis ch’al cognosseva/ dut“.

Ecco, dare tutto quello che si ha, molto spesso incompresi, ché se si dà si dà se stessi, nientemeno. Non ci son calcoli da fare, né timori, né dolori insopportabili se si vuol vivere una vita vera. Occorre solo un po’ di prudenza che non è mai rallentamento vigliacco, ma valutazione delle opportunità e delle forze in campo. E’ la classica phrònesis, una saggezza prudente, o una saggia prudenza, che è anche manifestazione di umiltà e di consapevolezza del proprio limite.

Ricordo al mio gentil lettore che i sintagmi appena proposti, messi in modo oppositivo reciproco tra sostantivo e aggettivo erano molto cari alle catechesi che sant’Agostino proponeva nelle sue Omelie, per cui chi fosse interessato può trovare tutte le opere del santo vescovo, filosofo e teologo, in italiano e latino, tra le quali centinaia di omelie, nel sito www.augustinus.it .

Un altro brevissimo componimento nel friulano delle Prealpi pordenonesi: “Signour, l’omp l’è ca, o ai fat ce c’o ai podut par chest mont e par chel atri, si sin intindùz, amen“, cioè “Signore, ecco l’uomo, ho fatto ciò che ho potuto per questo mondo e per l’altro, ci siamo capiti, amen“. Si tratta di una preghiera da me raccolta dalla voce di un vecchio di Tramonti di Sopra, mi pare, o di Campone, sempre di quelle Valli aspre e meravigliose.

La poesia di Pier Paolo e la breve preghiera si assomigliano, perché il friulano, nella sua durezza di accenti riesce ad essere facilmente poesia e preghiera. I due brani dicono il limite di energie, di intelletto, di volontà e anche di santità dell’uomo, e anche l’atto eroico di esplorarlo.

Il valore della vita è pari per ciascun essere umano, così come la dignità che dà la struttura di persona, costituita da fisicità, psichismo e spiritualità, mentre la diversità irriducibile è data dalla struttura di personalità, che accoglie la genetica, l’educazione e l’ambiente in cui uno è nato ed è cresciuto. Dunque: se la dignità è data dalla struttura di persona, la struttura di personalità dice l’irriducibile differenza di ciascheduno da ogni altro, fosse pure il fratello gemello monozigote.

Se uno dà ciò che ha dà ed è il massimo che può dare, come la vedova di cui parla Gesù nel capitolo 12 del Vangelo secondo Marco, lei aveva versato al tempio due leptòn, cioè due centesimi dell’epoca, ma con cuore puro, aveva dato di più del fariseo che si compiaceva di avere versato una somma cospicua per il tesoro del Tempio.

Il valore delle cose dipende dagli intendimenti, dal cuore di chi opera, non dalla quantità venale del valore della cosa stessa. Può valere di più regalare una “Panda” usata che non una Ferrari, se per comprare la Panda uno fa un contratto di acquisto rateale, perché altro non può permettersi.

Il regalo come dono è lo stesso gesto di donare, così come la sostanza delle cose è la loro forma, e così come il meta-messaggio è più importante del messaggio. Faccio un esempio: se si decide di fare un certo tipo di azione relazionale in un gruppo organizzato, come una serie di colloqui, si deve rispondere innanzitutto alla domanda “perché lo faccio?” e non “come lo faccio?”, non preoccupandosi più di tanto della canonicità od ortodossia, secondo le letterature scientifiche in uso, del metodo utilizzato, che è assolutamente secondario, rispetto al fine che ci si è dati, e che è diverso, caso per caso, tempo per tempo, situazione per situazione. Il “perché” è la domanda filosofica per eccellenza, mentre il “come” appartiene alle discipline positive induttivo-deduttive, ma viene dopo. Circa il dono aggiungo una suggestione, che si può trovare nel trattato dal tema omonimo dell’antropologo Marcel Mauss: bisogna verificare come e quanto il dono sia espressione di altruismo e non anche altro, ad esempio, rispetto di un rito o di una tradizione, oppure, ed è la cosa più sottile, una sottesa manifestazione di egoismo implicito.

Infine,  ancora per quanto concerne il dono o regalo, non ha importanza il suo valore commerciale, ma il sentimento con il quale lo si offre.

Della sostanza che è forma e della forma che è sostanza ho più volte qui esemplificato con l’esempio michelangiolesco del toglimento di materia prima dal marmo finché non compare l’idea, cioè la forma, vale e dire la struttura sostanziale della statua.

Che dire dunque della verità o meno di ogni umana relazione? Che essa è sempre sottoposta alla verifica della purezza di cuore dei soggetti in relazione. Chi la verifica questa purezza di cuore’ Ognuno dei soggetti che si relazionano, con la pazienza, con l’esperienza, con il rispetto reciproco, che è un “guardarsi-in-faccia”, come dice l’etimologia del termine “rispetto” (dal verbo latino respicere, cioè guardare dritto davanti a sé, cioè in faccia all’altro). Non basta la tolleranza, perché la tolleranza è un guardare all’altro dall’alto di una superiorità sempre solo supposta, un top-down fastidioso e repulsivo, ma ci vuole il rispetto, così come è meglio suggerire che consigliare (il consiglio è sempre un qualcosa di top-down, e poi puzza, se non di mafia, di ambiente para-mafioso, mentre il suggerimento è qualcosa di amichevole, quasi di fraterno o sororale), così come è previsto dalla buona filosofia pratica che pratico ormai, insieme a valorosi colleghi, da molti anni: la Philosophische Praxis, che può essere una salutare medicina per le anime perse di questi tempi.

Il paesaggio dell’anima, Dio, o il limite dell’umano

Che l’anima possa avere un paesaggio è bella metafora, traslato spirituale. Immaginare che nell’anima si dispieghino prati e colli è immaginifico. Eppure non è in-plausibile, poiché l’anima, come il corpo, è un paesaggio. Si dice correttamente, infatti “Io sono la mia anima e non: ho la mia anima“, e si dice anche “Io sono il mio corpo e non: ho il mio corpo“. E dunque, se noi siamo il nostro corpo e la nostra anima, siamo anche un paesaggio, come di certo pensava Umberto Galimberti intitolando quasi allo stesso modo un suo libro. Un paesaggio… psico-somatico.

E poi, con Platone, se l’anima siamo ciascuno di noi, l’anima stessa è il limite dell’umano: nulla di nostro è al di fuori dell’anima.

L’anima è sostanza semplice e pertanto non è corruttibile, sempre secondo il grande ateniese. Altri uomini di pensiero, come qualche astro-fisico con il quale ho già qui un po’ polemizzato, pensano che l’anima spirituale, siccome non è di-mostrabile empiricamente, e quindi scientificamente, secondo lo statuto di scienza che hanno in mente, semplicemente non esista. Questi studiosi hanno in mente e applicano sempre lo statuto galileiano induttivo-deduttivo per prove ed errori, non ammettendo possa esistere, separatamente, accanto alla conoscenza deduttiva, una scienza e una conoscenza di tipo diverso, intuitivo, vale a dire sia il modo classico, aristotelico del sillogismo, sia dell’entimema, o sillogismo “contratto”, che è sempre aristotelico, atto a dire una com-prensione sapienziale. Un esempio: a) Pietro è un uomo; b) gli uomini sono mortali; c) Pietro è mortale: questo è un sillogismo di primo tipo, deduttivo, di significato logico incontrovertibile; vediamone la versione “contratta” cioè l’entimema: “Pietro è un uomo, e dunque è mortale“. Non è la stessa cosa del sillogismo esteso, deduttivo, inferenziale, dove vi sono in sequenza logica una premessa minore, la prima, una premessa maggiore, la seconda, e una conclusione necessaria e ineludibile. L’entimema, invece, si basa sulla scontatezza del sapere-mortali gli esseri umani, ma si faccia conto che tale affermazione sia formulata da un essere umano a un extraterrestre che non conosce il genere umano: ebbene, l’entimema non basterebbe, poiché l’extraterrestre non è tenuto a conoscere la mortalità degli umani. In ogni caso, l’entimema è valido per gli umani che invece conoscono il proprio stato di mortali e dunque “si fanno bastare” la logica del sillogismo contratto.

Perché tutto questo ragionamento? Per cercare di spiegare come si possano dare oggetti di conoscenza che non richiedono l’inferenza logica. Proviamo a pensare all’idea di Dio. Ebbene, là dove Tommaso d’Aquino cerca di mostrarne l’esistenza con le famose cinque prove cosmologico-metafisiche, così come le propone il professore Enrico Berti, sant’Anselmo d’Aosta è più sintetico, come vedremo, suscitando le critiche successive proprio di san Tommaso. Intanto ecco le cinque “prove” tommasiane:

1) Movimento: è evidente che certe cose si muovono e tutto ciò che si muove è mosso da altro. Colui che è in movimento e colui che viene mosso sono due entità distinte. Il primo non è ancora in atto, il secondo è già in atto. Ci deve essere dunque all’origine qualcosa che non può essere mosso da altro, questo lo chiamiamo Dio.

2) Causa efficiente: è impossibile che una cosa sia causa efficiente di sé stessa, perché per esserlo dovrebbe produrre se stessa e dovrebbe esserci prima di essere prodotta. Noi non ci facciamo da noi stessi e quindi bisogna ammettere una prima causa efficiente, questa la chiamiamo Dio.

3) Contingenza: esistono cose che prima non c’erano e poi non ci sono più, sono contingenti. Se tutto fosse contingente vorrebbe dire che tutto ciò che esiste può non essere. Questo significa dunque che ci può essere un momento in cui non c’è nulla, ma non si spiegherebbe perché adesso c’è qualche cosa. Non c’è quindi mai stato un momento in cui non c’era niente: se c’è qualche cosa allora vuol dire che non tutto è contingente, c’è almeno un ente che è necessario, cioè che non può non essere, questo lo chiamiamo Dio.

4) Gradualità: esistono cose più o meno belle, nobili, perfette etc., ma il grado minore o maggiore di una cosa deve essere sempre in paragone a qualcosa d’altro, cioè se ci sono cose di grado parziale, ci deve essere necessariamente qualcosa di grado supremo. Se ci sono diversi gradi di essere, è necessario un essere nel grado massimo, questo lo chiamiamo Dio.

5) Ordine: esistono cose ordinate ad un fine, pur non essendo loro intelligenti. Queste cose non sono in grado di direzionarsi verso un fine, quindi occorre necessariamente qualcuno che le abbia dirette verso un fine (come la freccia e l’arciere), questo lo chiamiamo Dio.

Anselmo d’Aosta invece andò più per le spicce nel suo Proslogion (3, 2), scrivendo: «O Signore, tu non solo sei ciò di cui non si può pensare nulla di più grande (non solum es quo maius cogitari nequit), ma sei più grande di tutto ciò che si possa pensare (quiddam maius quam cogitari possit) […]. Se tu non fossi tale, si potrebbe pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile»

Come si può dunque non ammettere che si dia anche un altro modo di conoscenza oltre a quello post-galileiano? Galileo comunque, lo sappiamo, scriveva alla granduchessa Cristina di Lorena in questo modo: “La Scrittura non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in cielo“, chiarendo molto bene gli ambiti autonomi della scienza e della fede. Poi, ancora per secoli, la Chiesa ha fatto confusione tra i due piani, forse -più o meno- fino a san Paolo VI.

Il fatto è che un eccesso di sicumera non produce nulla di buono, come ben sapevano i sapienti antichi. Prendiamo san Paolo. Scientia inflat, cioè la scienza gonfia (di vanagloria, aggiungo io, come il ruolo, il denaro e il potere) sosteneva san Paolo (1 Cor 8, 1). Ne sono convinto quando chi la pratica è convinto di star percorrendo l’unico sentiero epistemologico plausibile dall’intelletto umano.

Possiamo quindi affermare che sull’anima vi sono molti e vari pensamenti.

Uno di questi appartiene al nostro gran poeta e filosofo conte Leopardi, tendenzialmente materialista e sensista. Vediamo che cosa scrive dal capoverso 602 al 606 dello Zibaldone di pensieri: “(…) La mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppur concepire alcuna cosa oltre i limiti della materia. Al di là, non possiamo con qualunque possibile sforzo, immaginarci una [602] maniera di essere, una cosa diversa dal nulla. Diciamo che l’anima nostra è spirito. La lingua pronunzia il nome di questa sostanza, ma la mente non ne concepisce altra idea, se non questa, ch’ella ignora che cosa e quale e come sia. Immagineremo un vento, un etere, un soffio (e questa fu la prima idea che gli antichi si formarono dello spirito, quando lo chiamarono in greco pnèuma, e in latino spiritus da spiro: ed anche anima presso i latini si prende per vento, come presso i greci cux¯ derivante da cæxv, flo spiro, ovvero refrigero); immagineremo una fiamma; assottiglieremo l’idea della materia quanto potremo, per formarci un’immagine e una similitudine di una sostanza immateriale; ma una similitudine sola: alla sostanza medesima non arriva né l’immaginazione, né la concezione dei viventi, di quella medesima sostanza, che noi diciamo immateriale, giacché finalmente è l’anima appunto e lo spirito che non può concepir se stesso. In così perfetta oscurità pertanto ed ignoranza su tutto quello che è, o si suppone fuor della materia, con che [603] fronte, o con qual menomo fondamento ci assicuriamo noi di dire che l’anima nostra è perfettamente semplice, e indivisibile, e perciò non può perire? Chi ce l’ha detto? Noi vogliamo l’anima immateriale, perché la materia non ci par capace di quegli effetti che notiamo e vediamo operati dall’anima. Sia. Ma qui finisce ogni nostro raziocinio; qui si spengono tutti i lumi.

Che vogliamo noi andar oltre, e analizzar la sostanza immateriale, che non possiamo concepir quale né come sia, e quasi che l’avessimo sottoposta ad esperimenti chimici, pronunziare ch’ella è del tutto semplice e indivisibile e senza parti? Le parti non possono essere immateriali? Le sostanze immateriali non possono essere di diversissimi generi? E quindi esservi gli elementi immateriali de’ quali sieno composte le dette sostanze, come la materia è composta di elementi materiali. Fuor della materia non possiamo concepir nulla, la negazione e l’affermazione sono egualmente assurde: ma domando io: come dunque sappiamo che l’immateriale è indivisibile? Forse l’immateriale, e l’indivisibile nella nostra mente sono tutt’uno? sono gli attributi di una stessa idea? [604] Primieramente ho già dimostrato come l’idea delle parti non ripugni in nessun modo all’idea dell’immateriale. Secondariamente, se l’immateriale è indivisibile e uno per essenza, non è egli diviso, non ha egli parti, quando le sostanze immateriali, ancorché tutte uguali, sono pur molte e distinte? Dunque non vi sarà pluralità di spiriti, e tutte le anime saranno una sola.

Dopo tutto ciò, come possiamo noi dire che l’anima, posto che sia immateriale, non può perire per essenza sua propria? Se lo spirito non può perire per ciò che non si può sciogliere, così anche perché non si può comporre, non potrà cominciare. Meglio quei filosofi antichi i quali negando che le anime fossero composte, e potessero mai perire, negavano parimente che avessero potuto nascere, e volevano che sempre fossero state. Il fatto sta che l’anima incomincia, e nasce evidentemente, e nasce appoco appoco, come tutte le cose composte di parti.

Oltracciò non osserviamo noi nell’anima [605] diversissime facoltà? la memoria, l’intelletto, la volontà, l’immaginazione? Delle quali l’una può scemare, o perire anche del tutto, restando le altre, restando la vita, e quindi l’anima. Delle quali altri son più, altri meno forniti: come dunque la sostanza dell’anima è per natura, uguale tutta quanta?

Ma queste sono facoltà, non parti dell’anima. Primo, l’anima stessa non ci è nota, se non come una facoltà. Secondo, se l’anima è perfettamente semplice, e, per maniera di dire, in ciascheduna parte uguale alle altre parti, e a tutta se stessa, come può perdere una facoltà, una proprietà, conservando un’altra, e continuando ad essere? Come può accader questo, se noi pretendiamo cum simplex animi natura esset, neque haberet in se quidquam admistum dispar sui, atque dissimile, non posse eum dividi: quod si non possit, non posse interire? (Cic. Cato mai. seu de Senect. c.21. fine, ex Platone.) V. p. 629, capoverso 2.

In somma fuori della espressa volontà e [606] forza di un Padrone dell’esistenza, non c’è ragione veruna perché l’anima, o qualunque altra cosa, supposta anche e non ostante l’immaterialità debba essere immortale; non potendo noi discorrere in nessun modo della natura di quegli esseri che non possiamo concepire; e non avendo nessun possibile fondamento per attribuire ad un essere posto fuori della materia, una proprietà piuttosto che un’altra, una maniera di esistere, la semplicità o la composizione, l’incorruttibilità o la corruttibilità.”

Si vede come Leopardi sviluppa un pensiero autonomo, non condizionato dall’ambiente nel quale è cresciuto, e chissà come si sarà scandalizzata l’onorevole sua madre, la marchesa Adelaide Antici, cattolica praticante, leggendo del figlio tali affermazioni.

Il conte Giacomo era ateo, o comunque agnostico, ma non si permetteva, come diversi scienziati odierni con superbia neppur dissimulata fanno, di affermare che lui aveva comunque indefettibilmente ragione. Invece, la simpatica e valorosa professoressa Hack sosteneva che non si può mostrare l’esistenza di Dio, e quindi neppure l’immortalità dell’anima. Se la potessi incontrare, o se la incontrerò in qualche stato dell’essere, che sarà già una risposta, le chiederei: “E come si fa dimostrare l’inesistenza di Dio?”

Ma a quel punto, in quello stato dell’essere, non servirebbero risposte, ma solo il silenzio della contemplazione.

Il vento contrario, e io perso nello scorrere infinito del vivere, mio caro lettore…

L’autunno s’affaccia tra gli alberi dei boschi di ripa lungo l’Isonzo a metà ottobre. Son stato nella bella città sul confine, dove c’era il “muretto” sulla cortina di ferro, parola di Churchill. Qualche mio collega del tempo -un poco enfaticamente- anni fa chiamava Gorizia la “piccola Berlino”.

Una tantum son lì non per lavoro ma a fissare controlli di salute, sperando e credendo.

Dopo aver salutato qualcuno, mi pongo sulla via del ritorno, a ovest, evitando autostrade intasate. E mi perdo nell’immenso parcheggio della ditta padrona. Mobili da comporre di tutte le specie e misure, idea di Finlandia. Memoria di un viaggio lontano. Vyborg, appena fuori San Pietroburgo, sul confine tra Unione Sovietica e Finlandia, e poi Hamina ed Helsinki. Da Turku partimmo verso il largo del Golfo per Stockholm. Mariehamm è in mezzo al cupo Mar settentrionale, dove la grande nave sostò.

Boschi e laghi a perdita d’occhio, fino a che la notte scendeva sul lago Vattern. Helnsingborg ed Helsinore, del castello di Hamlet. København, Lubecca e Hannover, prima del ritorno.

L’Isonzo verdissimo queste immagini mi manda al ricordo: il grande viaggio verso la Russia, di tant’anni fa. O solo ieri, nel tempo fermato, nel tempo che ritorna? Wien, Bratislawa, Krakow, Warzsawa, Brest-Litovsk, Minsk, Smolensk, Mosca (in russo: Москва, traslitterato in cirillico: si pronunzia Moskva), Novgorod, prima di Leningrad, come allora si chiamava, nove anni prima del grande ritorno alla città del nome di Pietro il Grande.

Vorrei migliorare la mia penna per scrivere di questo sentimento. Nescio si sufficit, scilicet parva scriptura.

La malinconia mi prende in questo lento mutare del tempo. Colori di tutta la gamma dei gialli e degli ocra si confondono nella campagna. Sullo sfondo, tutt’intorno la cerchia delle montagne mi echeggia il titolo di un libro, dal Cansiglio al Carso. Sembra quasi di veder salire la pianura verso la grande quinta delle Prealpi, tra cui troneggia il Canin, immenso. Si intravedono a est le cime slovene, dal Monte Nero, il Krn, allo Jalovec. Di fronte la grande muraglia dei Musi, il Chiampon e l’Amariana.

Guido l’auto in scioltezza, come fosse un caldo abito invernale. Mi sta attorno, col suo rombo sordo, sicuro di tanti cavalli disposti alla corsa. Leon è il suo nome, e altrettale il suo aspetto di lamiera brunita.

Il tempo vien prima dello spazio, categorie dentro cui si svolge l’agire dell’uomo e il moto del mondo, come insegnava il gran solitario di Königsberg, il monte del principe, che ora si chiama, alla russa, Kaliningrad, dedicata al gran bolscevico, Michail Ivanovic, amico di Vladimir I’lich U’lianov. Lenin.

Il gran solitario passeggiava da casa a dove insegnava ogni mattina alla stessa ora, non dimenticando di passare per una preghiera alla chiesa protestante del suo quartiere. Il professore Immanuel Kant, il critico della Ragione pura, la quale si domanda che cosa sia la realtà, della Ragione pratica, la quale si domanda che cosa sia il bene e il male, ciò per cui bisogna agire secondo il Fine del bene perché… bisogna agire secondo il mismo fine, e del Giudizio, la quale si chiede che cosa sia il bello. Categoricamente, poiché il bene è il fine, il bene è la manifestazione di Dio, il quale è il noumeno, Essente unico senza una causa, non mai solamente fenomeno, cioè qualcosa manifestante se stessa, come noi umani.

Il tempo ha due dimensioni: la prima, più semplice, è fisica e non pone problemi, perché legata al movimento del kòsmos, cioè dell’ordine degli astri, mentre il secondo registra i moti interiori, e si chiama kairòs, cioè il tempo opportuno, incommensurabile, poiché si tratta del movimento dell’anima.

La malinconia autunnale si frappone tra me e i miei pensamenti nel silenzio della corsa breve. Mi attende il lavoro del pomeriggio tardo in una piccola impresa perduta nei campi della Destra Tagliamento. Ingegneri e periti, operai e impiegati mi attendono per un consulto, come fossi un medico, e consulto è, ma spirituale, fatto di parole e pensieri scambiati rigorosamente, in pace.

E poi scende, provvida e improvvisa, la sera.

Da Marx a Nietzsche, da Freud a Edith Stein e Clemente Rebora, una esplorazione del pensiero contemporaneo

Cari lettori e gentili allievi,

la visione del mondo “laica”, nel senso etimologi co del termine (da làos, in greco popolo) negli ultimi due secoli è l’oggetto del corso semestrale proposto ai miei storici allievi di ogni età, che mi seguono da quasi tre lustri. Si iniziò con un corso di filosofia morale biennale che intitolai Il Bene e il Male nell’Uomo al fine di chiarire, per quanto possibile, la compresenza dei due “stati psico-morali” nell’anima umana, per cui non si dà mai né assoluta perfezione né, di converso, assoluta abiezione, nemmeno nei casi più estremi. Anche i santi avevano qualche difetto, e perfino Hitler qualche barlume di umanità. Ebbene sì, non foss’altro perché forse amava Eva Braun e la sua cagna pastore tedesco. Non scandalizzatevi. E Stalin aveva molte più qualità umane, per cui i due dittatori del ‘900 sono incomparabili, tra follia colpevole e paranoia.

In seguito facemmo un triennio di Storia della filosofia a partire dalla grande stagione della Grecia classica di Platone e Aristotele, Parmenide, Eraclito ed Epicuro, proseguendo con i pensatori cristiani da Agostino a Tommaso d’Aquino e Bonaventura, per completare con la rivoluzione filosofica e scientifica da Descartes e Galileo per giungere ai nostri giorni, attraverso Kant, Hegel e Nietzsche, cennando a Heidegger, Sartre, Wittgenstein e altri… fino al padre Fabro e a Severino tra i colleghi viventi, cui auguro lunga vita.

Compulsammo in seguito i Libri sapienziali nella Bibbia, per condividere la straordinaria lezione ancora e sempre attualissima di scritti esperti dell’uomo come l’eccelso Giobbe, la Sapienza, il Qoèlet e il Siracide.

Abbiamo proseguito con un corso su L’antropologia delle grandi Religioni, trattando la struttura della presenza del Sacro e del Religioso in ogni tempo e in ogni cultura, con particolare attenzione ai seguenti plessi religiosi: Induismo, Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo, Islam, Confucianesimo e Taoismo.

Se quest’anno tratteremo Il pensiero antropologico laico della modernità attraverso gli autori sottoelencati,  in futuro, se Dio vorrà, ci dedicheremo al  Pensiero italiano del ‘800 e del ‘900, scoprendo insieme, oltre ai “classici” Gioberti, Rosmini, Croce e Gentile, anche il pensiero di un sommo italiano, più noto come meraviglioso poeta, ma immenso anche come pensatore, il conte Giacomo Leopardi.

Qui sotto, se volete, dopo l’elenco degli autori cui ci dedicheremo quest’anno, potete sfogliare le diapositive del corso oggi iniziato.

—L’Uomo economicoKarl MARX; —    L’Uomo istintivoSigmund FREUD;     —L’Uomo angosciatoSøren KIERKEGAARD;     —L’Uomo utopico:   Ernst BLOCH;   —L’Uomo ex-sistenteMartin HEIDEGGER;     —L’Uomo fallibile:   Paul RICŒUR;      —L’Uomo ermeneutico:   Hans G. GADAMER;     —L’Uomo culturale:   Arnold GEHLEN;     L’Uomo problematico:   Gabriel MARCEL;—    L’Uomo religioso:   Mircea ELIADE;      —L’Uomo meccanico  Gunther ANDERS;      —L’Uomo sofferente:   Clemente REBORA cui aggiungerò, su suggerimento degli studenti Edith STEIN, cioè la co-patrona d’Europa Santa Teresa Benedetta della Croce.  

LUomo-nel-pensiero-moderno-e-contemporaneo

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