Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il colloquio

Il colloquio è una forma di dialogo, e si usa molto nei luoghi di lavoro, dalle acciaierie agli uffici pubblici ad ogni altrove, soprattutto nelle nazioni a più alto sviluppo industriale e dei servizi. La metodologia nella contemporaneità trae origine dagli studi di psicologia sociale e di sociologia nel mondo anglosassone, iniziati negli USA a partire dagli anni ’30. In Italia si sono affermati forse solo negli ultimi due o tre decenni.

Si tratta di un dialogo cordiale, aperto, atto, sia a conoscere nuove persone come procedura di selezione, sia a una attività di “manutenzione” di personale già inserito, o in inglese -come è invalso dire- follow up.

E’ comunque un’arte antica, nota e praticata dai filosofi classici, soprattutto da Platone, ma anche da Epicuro, Seneca, sant’Agostino e altri.

E’ anche una delle attività più difficili che si possano svolgere a livello aziendale, perché le variabili possono essere infinite, trattandosi di un incontro tra personalità irriducibilmente uniche nel contesto dato, e a questo mondo. Pertanto occorre molta cura nella sua gestione.

Occorre mettersi in ascolto attivo, ob-audire (cioè obbedire, strano no?) dicevano i padri latini, evitando sia un eccesso di empatia sia la genericità o banalizzanti stereotipie. Ogni colloquio è un evento a sé stante, non ripetitivo, poiché cambia l’interlocutore, o cambia il tempo dell’interlocuzione. Manuali e role play sono piste teorico-pratiche da conoscere, ma senza la pretesa (sarebbe sbagliato) di copiarle. Se si incontra una persona nuova si avrà l’accortezza innanzitutto di metterla a suo agio, se una persona già conosciuta si può partire in qualsiasi modo, perché dipende dalla ragione per cui fa il colloquio, che potrebbe andare dalla comunicazione di un riconoscimento a una contestazione o sanzione disciplinare.

Gentil lettore, ti racconto un episodio, di un colloquio assolutamente eterodosso, per dire come la variabilità sia infinita, che mi è capitato di fare qualche settimana fa, per confermare come ogni incontro sia evento, atto unico e irripetibile. Sono in un’azienda importante a livello nazionale e non solo, fuori regione.

Lui compare alla porta del salottino dove sono ospitato, essendo io in trasferta, ma non lo faccio entrare subito perché sono impegnato in un colloquio già programmato e di non poca importanza.

Alla fine, ormai io ero rimasto solo, entra, incazzato, livido. Lo guardo in volto, intensamente e in silenzio.

Non lo faccio sedere, ma gli dico di cambiare espressione, immediatamente, “ché io non parlo con volti imbruttiti dalla rabbia o da altri sentimenti mali.”

Gli chiedo le ragioni di tanta rabbia e lui mi dice che non sopporta che le “sue persone” interloquiscano con chiunque in azienda. Allora gli spiego i ruoli, chiarendo che le persone che hanno interloquito con le “sue persone”  avevano pieno titolo per ruolo e posizione aziendale, per parlare, chiedere “come va”, convocare le “sue persone”, , etc.

E quindi lo invito a non essere paranoico e a recuperare il senso delle cose e dei fatti, in una prospettiva collaborativa e proattiva. Restiamo insieme a ragionare per più di mezz’ora e, a un certo punto lui cambia espressione e prende colore, ammettendo che veramente non sa che cosa lo prenda quando teme di “perdere il controllo”… Gli dico, “appunto, tu hai bisogno di tenere sempre tutto sotto controllo, e quindi emani ansia, sfiducia metodica, stancando e allontanando le persone, che ti vedono pian piano come un impiccio, se non come un nemico.”

E aggiungo che sarebbe utile ripartisse da lui stesso, curandosi una sorta di, gli dico, “io ferito e un poco quasi tramortito che ti fa soffrire e alla fine ti frena, cosicché tu devi darti tempo devi regalarti spazi, evitando di essere disponibile giorno e notte, sabati e domeniche. Riposati la testa, dismetti l’elmo e l’armatura e ringuaina la spada.

E altri episodi del genere mi sono capitati, tutti diversi, ma tutti con il minimo comun denominatore dell’ego debordante e nello stesso tempo insicuro o, come dicono gli psicologi, caratterizzati da un’autostima espansa, che è sinonimo di insicurezza profonda, soprattutto di se stessi.

C’è un gran lavoro da fare, come sempre e ciascuno di noi lo deve fare innanzitutto verso se stesso.

La gioia

Caro lettor domenicale,

la gioia non è la felicità, come ho qui già scritto. Lo proviamo ogni dì che passa. E’ il semplice gaudium latino, non la felicitas, falsamente duratura, se non fecondata (felicitas-fe) dall’impegno e dalla fatica quotidiana.

Ho scritto altrove che la gioia può anche contenere o essere contenuta dal dolore. Il miglioramento di una situazione di salute precaria genera gioia, fa sorridere: sta capitando proprio anche a me che mi son preso un’infreddatura con mal di schiena inusitato, che mi fa innervosire, soprattutto perché temo rallenti i miei ritmi, le cose che ho da fare. Ma forse è una lezione meritata, devo rall-en-ta-re. E accettare anche che i comportamenti degli altri non siano sempre rock, ma anche len-ti. Mi fa innervosire, ma così è la varietà antropologica degli umani. So di saperlo per molta teoria, ma a volte faccio fatica ad accettarlo.

Leggo sul Sole 24Ore della domenica che il sorriso nelle foto-ritratto ha iniziato a diffondersi solo quando nel 1943 il presidente USA Roosevelt volle dare un messaggio ottimistico alla nazione americana nel mezzo della Seconda guerra mondiale, il cui esito era ancora in bilico. La leggenda narra che qualcuno gli suggerì di pronunciare il mitico “cheese“, per aprire la bocca a modo di smile e mostrare i denti, trasmettendo cordialità e fiducia. E dunque gioia. Sarà. Sicuramente Hitler, Mussolini, Stalin, Franco, Salazar, dittatori di differente crudeltà, difficilmente si facevano fotografare sorridenti nei loro uffici pubblici, poiché, al contrario, una grinta da sicumera, vera o falsa che fosse, certamente gli giovava. Vi sono anche foto di Hitler e di Stalin sorridenti, ma il primo è con la sua cagna pastore tedesco che amava e Eva Braun nei pressi, e il secondo a tavola, dove imperava la vodka e i suoi racconti che tutti erano tenuti ad ascoltare devotamente (cf. Conversazioni con Stalin, Milovan Gilas, Feltrinelli, Milano 1962).

Dopo Roosevelt è partita la “campagna sorriso” a tutti denti da Hollywood, cioè da quello che sarebbe diventato il sistema mass-mediatico che oggi impera, dove tutti devono essere belli, forti e sorridenti. Io nelle mie foto non sorrido quasi mai. E che c’è da sorridere in generale? A volte me lo rimproverano, ma non mi interessa molto.

Se sfogliamo, invece, alcuni vecchi album o raccolte di foto dei decenni passati, anzi dalla seconda metà dell’800, notiamo che le espressioni delle persone ritratte sono prevalentemente composte e seriose: padri di famiglia con il vestito buono e con i baffi, donne giovani che sembrano già di mezz’età, bimbi compunti con il vestito da marinaretto, o della prima comunione, gli anziani seduti e in mezzo alla compagnia dei parenti. Tutti serissimi, specie i nostri friulani o delle genti valligiane (cf. su questo sito il mio pezzo Tin Piernu, che sarà pubblicato anche sull’Agenda Friulana 2018). A volte non aprivano la bocca perché avevano denti cariati o mancanti.

E allora, dove albergava la gioia, se tutti erano così seri? Forse che la diffusa povertà del tempo li rendeva tristi? No, basta leggere le cronache dei paesi, in friulano, sloveno, slavo delle valli, veneto del Friuli occidentale, maranese, per capire che nel poco che avevano i nostri avi trovavano molte cose di cui gioire, cose semplici, la festa di paese, il giorno domenicale, i licòfs, cioè la conclusione della costruzione di una casa, comunioni, battesimi e matrimoni, quando, chissà perché, molti erano in grado di suonare qualcosa, con l’armonica a bocca, la fisarmonica o la chitarra. Gioia con poco e anche a volte per poco, perché magari qualcuno doveva fare la valigia per la Germania il lunedì dopo (ricordi di mio padre in partenza), oppure doveva fare “san Martino”, c’erano ancora mezzadri che lasciavano la casa colonica, almeno nei racconti della mia infanzia.

La gioia è un sentimento semplice, un sentimento vero, trasparente come l’acque delle sorgenti montane. La gioia non ha bisogno di orpelli e di far figurare bene le situazioni, perché è gratuita, spontanea, è la manifestazione di una verità interiore. Posso provare gioia nel dolore, perché ho capito qualcosa della mia vita, che mi sfuggiva, un sentimento, e ciò mi basta per gioire, anche in questi giorni in cui combatto con un mal di schiena mai provato.

Ecco, la gioia è una medicina spirituale, che sorge quando entri in sintonia con la tua verità di essere umano e con la verità di chi ti vuol bene. La gioia è nel fare del bene, perché questo fare fa bene, la gioia è nel perdono, soprattutto a se stessi, ché dobbiamo spesso perdonarci per le cazzate che pensiamo o facciamo, e infine è nel rispetto degli altri, delle loro scelte fatte in libertà e responsabilità: un sentimento pienamente disinteressato, e perciò pienamente umano, oltre ogni istintualità, oltre ogni paura, oltre ogni paranoia. Questa è la gioia.

Il riccio e la pantegana

Caro mio lettor di fine settimana o, come si dice oggi, del week end (che pena questo ennesimo anglicismo!),

ero seduto a fine giornata ai margini del parco, stasera, con i miei pensieri in chiaroscuro, più scuri che chiari. A chi mi chiedeva al telefono che cosa stessi facendo ho risposto: “Sono seduto su un vecchio pneumatico ai margini del Parco delle Risorgive, e aspetto che compaia dalla macchia un riccio, o almeno una pantegana, per conversare un poco“. “Ah si?, certamente ho risposto, di questi tempi interloquire con un riccio o una pantegana può essere più interessante che con gli umani.”

Il riccio e la pantegana, che poi non si sono fatti vedere e io mi sono incamminato un po’ mestamente verso casa. Deluso che non sono venuti a trovarmi, nonostante io viva tutto il giorno in mezzo alla gente per lavoro… mi mancava il riccio e la pantegana. Come si può parlare al riccio o alla pantegana? Certamente con gli occhi, con lo sguardo, non occorrono parole, né concetti, non vi possono essere fraintendimenti né secondi fini. Il riccio e la pantegana non ti ingannano, non ti usano, non ti accusano, non ti tradiscono, non ti mettono da parte.

Il riccio e la pantegana forse ti annusano da qualche metro, perché giustamente ti temono, temono la tua ferocia di essere umano, scimmia nuda coltissima e pericolosa. Però, se non li disturbi quando ti fanno visita a rispettosa distanza, forse indugeranno un poco nei pressi, furtivamente, il riccio con la sicurezza dei suoi aculei, e la pantegana con la sua rapidità topesca. Se fosse venuta la pantegana a trovarmi le avrei chiesto come stessero i suoi cugini conigli o gli scoiattoli, anch’essi con lei apparentati, e lei, forse un poco sorpresa della domanda mi avrebbe fatto segno con il muso affilato “che stanno tutti bene“, in mezzo alla macchia, al fitto bosco che circonda i corsi d’acqua del parco.

Se fosse venuto il riccio, con il suo passo più lento e meditabondo, avrei potuto chiedergli come stesse la sua famigliuola nascosta nella più remota macchia del bosco di ripa lungo il rio principale.

E così fantasticavo sulla pantegana e sul riccio mentre lentamente, ma a fatica, cominciava a calare la sera. Sono stanco di questa estate calda e avara, umida e fasulla, ambigua e feroce, giro di stagione perfettamente inutile, come un dito nell’occhio.

Sono stanco che vengano week end umbratili, e ho nostalgia del lunedì, come sempre nella mia vita, anche se il nostro tempo, come ho cantato, è sempre il sabato, e il primo giorno dopo il sabato la tomba è vuota (Giovanni 20), perché il Signore è (stato) risorto, e così penserà un poco anche a me, mandandomi a colloquio queste due sue splendide creature, il riccio e la pantegana.

Il potere della parola

Da quando l’uomo ha l’uso della parola, si è creato un sistema informativo complesso, che può anche essere elemento di disinformazione gravissima. Un esempio: tutti o quasi ritengono che il maggior fattore di inquinamento di mari e oceani sia lo sversamento di idrocarburi da parte delle petroliere, di navi in avaria o naufragate. Niente di più falso! Lo sversamento di idrocarburi costituisce solo il 2% delle sostanze inquinanti, mentre il 98% è costituito dai fumi di combustione delle grandi navi da crociera e delle decine di migliaia di carghi che solcano le acque marine. Il confronto con le emissioni dei mezzi di terra, auto e camion, non regge, perché questo è infinitamente minore, ragion per cui molta parte delle cause dell’effetto serra è da attribuirsi ai mezzi marini. E’ solo un esempio di come la parola “giornalistica”, magari non sufficientemente documentata, può fare danni inenarrabili e politicamente pericolosi, oltre che eticamente infondati. Basti pensare all’informazione politica e all’uso che dell’argomento fa correntemente.

Il ruolo formativo della parola è fuori discussione. La parola “forma” le persone, nel senso che serve a tutto il processo di crescita culturale e addestramento al lavoro dell’uomo: la parola è lo strumento principale che si usa nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università. I testi e le lezioni sono fatti di parole, che possono essere adeguate ed efficaci o anche no. Vi sono infatti molti testi scolastici e universitari non redatti con principi didattici corretti ed efficaci, ma spesso o troppo difficili e astrusi (consultare per credere alcuni testi attuali di storia dell’arte per i licei, che neanche Sgarbi…), o costruiti in funzione dei loro redattori ed editori. Se entriamo nel tema dell’insegnamento, la maggior parte dei professionisti che vi si dedicano, maestri e professori di tutti i livelli, raramente possiedono una formazione didattica, per cui erogano sempre i saperi disciplinari a modo loro, e spesso con metodiche improvvisate e inefficaci. Certo è che lo status sociale degli insegnanti, a eccezione degli ordinari accademici, in questi ultimi decenni si è molto ridotto in termini di prestigio, ma questa non è una ragione o spiegazione sufficiente della mediocrità di molta parte dell’insegnamento.

La parola ha anche una efficacia performativa, cioè di cambiamento. Le parole sono pietre, nel senso che hanno un peso, valgono come un’esperienza vitale nei rapporti tra le persone. Per questo la parola va rispettata nella sua essenza etimologica, nella sua potenza semantica, nella sua efficacia espressiva. Come un apprezzamento nei confronti di una persona costituisce elemento di rinforzo e motivazione positivi, così l’insulto gratuito è inammissibile, violento e meritevole di ogni censura. Non si può insultare ingiustamente un uomo o una donna e poi fare finta di niente, così come non si può dire a un lavoratore “non capisci mai un cazzo” e poi sperare che il suo senso di appartenenza all’azienda rimanga positivamente inalterato. La parola cambia la vita, cambia le vite delle persone.

La parola può essere stonata e cacofonica fino allo iato, cioè fino alla sgradevolezza insopportabile. Bisogna avere cura delle parole, della loro armonizzazione, della correttezza del discorso, nell’uso dei verbi e della consecutio temporum. Non è banale curarsi dell’uso del congiuntivo nelle frasi esortative ed ipotetiche, nella sua connessione con il condizionale, invece di risolvere tutto con banalissime verbalizzazioni all’imperfetto. Manca tempo per coniugare bene i verbi? No, è solo pigrizia. Se si deve dire “se avessi saputo che non ci saresti stato non sarei venuto“, questa espressione non può essere scambiata con un banale “se sapevo che non c’eri non venivo“. Con quest’ultima versione della frase si guadagna un nanosecondo, a chi? alla bruttezza espressiva!

La parola usata malamente genera il il fraintendimento. Se non c’è la pazienza dell’espressione il nostro interlocutore spesso non comprende, non capisce quello che vogliamo dire. La fretta ci porta a semplificare i concetti, saltando passaggi logici fondamentali per consentire un normale sviluppo del dialogo e della conversazione. Avere cura dei termini che si usano non ha nulla a che vedere con la pedanteria, ma è semplicemente rispetto per la storia lunghissima del linguaggio e delle parole, che vengono da lontano, da altre lingue come, nel nostro caso, dal sanscrito, dall’indoeuropeo, dal greco e dal latino, e di queste conservano tracce profondissime nelle radici etimologiche e nella semantica.

La parola usata incautamente genera l’incomprensione, e quindi rovina i rapporti umani, proprio perché la parola ha un suo pondus naturale, cioè un peso significante ineluttabile, ineliminabile, inesauribile. Guai sottovalutare il potere della parola, pensando che “verba volant e scripta manent“, cioè le parole si volatilizzano e gli scritti rimangono. I nostri padri ritenevano la parola data più forte di un contratto scritto, cosicché siamo noi oggi responsabili incauti di una banalizzazione del valore della parola. In realtà, la parola, una volta proferita, diventa immortale, perché nessuno (neppure Dio) può annullarla, e quindi opera nel tempo e nella psiche umana per sempre, il sempre della vita umana e della storia. Bisogna fare attenzione a quello che si dice, perché quello che si dice, dice molto, se non tutto, di noi, nel bene e nel male.

La sottovalutazione del potere della parola è pericolosissima, perché è come se sottovalutassimo la nostra stessa umanità: noi siamo animales loquentes, homines loquentes, siamo del parlanti, e questo parlare, il linguaggio, ci differenzia da tutti gli altri animali. Sottovalutare la parola è come sottovalutare la nostra stessa umanità. Assurdo e pericoloso, oltre che molto stupido.

Con la parola si innesca il procedimento della persuasione. La parola è preziosa, poiché con essa possiamo persuadere senza manipolare, possiamo consigliare, consolare, rinforzare una persona in stato di disagio, possiamo aiutare e farci aiutare quando abbiamo bisogno noi di essere aiutati.

L’arte della parola è classicamente la retorica, che non va intesa come lo sproloquio politico-giornalistico attuale, ma come arte del ben dire, con grazia ed efficacia quello che dobbiamo dire, sia un ragionamento, sia un discorso, sia una lezione, sia una riflessione teorica o un consiglio pratico.

La parola connessa alle altre può generare un gap interpretativo: bisogna stare molto attenti a come si imbastiscono i discorsi, tenendo conto innanzitutto del contesto, cioè delle persone presenti, e anche degli obiettivi che ci si prefigge, sempre nel rispetto degli altri, e ricordandoci sempre dei nostri limiti umani ed espressivi.

La non condivisione delle accezioni terminologiche causa conflitti e dialoghi confusivi: è molto importante mettersi d’accordo sull’accezione che si dà alle parole, ai termini, altrimenti la confusione delle accezioni crea danni a volte irreparabili. “Io pensavo che tu volessi dire questo…” “Ma no, io intendevo quest’altro…” e così via, dando inizio al circolo vizioso e all’ammalamento della comunicazione (cf., tra altri testi, Pragmatica della comunicazione umana, Paul Watzlavick, Astrolabio, Roma 1980).

Il retaggio culturale ha a che fare con l’uso della parola. Ogni territorio, regione, nazione ha un suo rapporto con le parole; le lingue del mondo, che rappresentano i vari mondi esistenziali, sono migliaia. Non tenerne conto pensando che la propria lingua, e quindi le parole che si usano siano universali per senso e significato, è un grave errore, foriero di conflitti e, come la storia racconta, anche di guerre sanguinose.

L’esperienza della parola è l’esperienza stessa della vita umana, dal pensiero allo scritto, rappresentando la manifestazione più alta degli esseri umani. Occorre fare un viaggio nel tempo della parola per coglierne tutta la sua ricchezza, quando è capace di spiegare ciò che è complicato e di interpretare ciò che è complesso, a volte inestricabile, quasi indicibile. Infatti in parte la parola non riesce a rappresentare tutta la realtà in quanto tale. Kant direbbe che la parola racconta il “fenomeno”, cioè ciò-che-appare, non mai il “noumeno”, vale a dire ciò-che-è-in-sé-e-per-sé. La realtà sfugge sempre nella sua verità intrinseca, e si manifesta solo in parte.

Per questo la verità è la più elevata manifestazione del bene stesso, nella differenza irriducibile di ciascuno, che è esplicitata nella parola…

Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

…ma non troppo

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Il titolo modera il precedente post, forse troppo ottimistico ed ecumenico. In realtà resto inquieto (espressione troppo edulcorata?) con chi ha giocato irresponsabilmente, fors’anche per ragioni soggettive di ordine… non so, fate voi, con ipotesi sanitarie preoccupanti (per me), oggi fugate grazie a Dio, e anche con chiunque non rispetti la verità delle cose, siano le cose quelle che siano, gradevoli o sgradevoli, pretendendo di determinare ciò che non è nel suo diritto, né giuridico, né morale.

Certamente sono abituato alle “rinascite” (nomen omen), ma in mezzo a mille dubbi e patemi di animo, con fatica e dolore, come altri, più o meno di altri. Ciò che comprendo è senz’altro il dolore, di qualsiasi genere e specie sia.

E’ però difficile “tenere duro” nell’ingiustizia. Sopportare senza sup-portare è una contraddizione in termini, stancante e frustrante oltremodo.

Si può pazientare oltre i limiti finora conosciuti, ché il limite umano, in tutte le sue declinazioni, è sempre da esplorare, pur sapendo noi tutti che esso exsiste, sta lì, c’è, ci condiziona, ci determina alla fine di ogni sua esplorazione. Ogni tanto pare che il tempo scorra quasi all’incontrario, e che prevalga su quello cosmologico quello del kairòs, certamente “tempo opportuno”, ma a volte incomprensibile alla nostra ragione.

La mediazione tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare è un altro punto della questione. Il dover-fare qualcosa e non altro è un imperativo categorico sempre più in crisi, sopraffatto dalle tecno-scienze e dalla legittimità del libero arbitrio. Si tratta di vedere, anche qui, dove sta il limite, dove sussiste un con-fine.

Da un punto di vista etico generale bisogna forse decidersi a superare il giudizio sui cosiddetti “atti categoriali” o singoli, che di per sé, se non corrispondono al comune sentire morale, sarebbero sempre condannabili, e scegliere la nozione di opzione fondamentale (cf. K. Rahner in Uditori della parola, Borla), che è in grado di dire come è quell’uomo-quella-donna-lì, magari nel loro fondo buoni, al di qua e al di là delle azioni singole, sempre che queste non mettano a repentaglio i fondamenti della vita umana.

Essere “mali” (malvagi) non coincide con il mancato rispetto della “promessa” in una sorta di coerenza assoluta, ma con il suo mantenimento, mediante il riconoscimento di una verità nuova, come può essere un rapporto affettivo che nasce, cresce e si verifica nel tempo.

Si può tergiversare nel riconoscere che le cose sono cambiate, esitare a confessarlo financo a se stessi, ma prima o poi la verità si fa urgente, prorompe, si manifesta come un’epifania dolorosa e nuova, ma non per questo inficiata o ridotta, anzi.

Riconoscere la fragilità di ciascuno è un dono e perfino un desiderio, che rompe gli argini delle con-venienze e dei convenevoli (a volte svenevoli), e cresce facendo crescere chi sta lì, tutt’intorno, grandi e piccoli, ché le prove sono appunto tali perché “provano” la capacità di cambiare, di re-sistere, cioè di consistere della propria unicità irriducibile, a ogni costo, per essere semplicemente se stessi.

Abbassare lo sguardo o nascondersi dietro immaginarie realtà o pretese malsane di dominio, è non solo ingiusto ma anche inutile, così come pretendere di governare sentimenti di altri, in funzione del proprio orgoglio o di convincimenti vetusti e morti. Liberiamo tutte le verità che conosciamo, come il vento che vibra tra gli alberi, dalla finestra di casa, in questa sera stranita di maggio, quando forse un Rosario sarebbe medicina soave.

A Illegio quest’anno organizzano qualcosa che ha a che fare con la verità nascente dal groviglio dei sentimenti, de l’amore, e produce il senso dell’autentico, anche attraverso lo struggimento del dolore. Caro lettore, vacci, può essere illuminante.

La “tardanza”, ut sensus sempiterni actique temporis

Il termine dantesco (muovi novella mia non far tardanza) è ormai un neologismo, e non mio, e mi incanta. E’ nella lettera di una persona che curo, in ristretti orizzonti, che ha scritto a Bea, in ritardo, ritardissimo, come risposta, ma ha scritto. Negli anni ho proposto alcuni neologismi che qui non ripeto, ma che hanno preso piede sul web, ma questo è bellissimo, anche se è aulico sembrando un neologismo. La tardanza. Suona come quasi dimenticanza, eppure è solo il nome in-ventato, cioè (latinamente) trovato di una risposta tardiva.

Ho scritto l’altro giorno del senso del tempo, e forse non ho colto questo, di senso. La tardanza mi ricorda anche la perdonanza, di medieval memoria, cioè il per-dono, o dono iterato. E anche la danza, come assonanza, come baldanza, come…

Ma è proprio vero che il tempo cronologico, che ci domina, deve vincere sempre? Non è ora di rallentare un poco? Lo dico a me, cretino!, e di fermarsi a contemplare il mondo, mundus semper Deo reconciliatus, infinita Dei Caritate?

A volte le cose della vita, i passi fatti, gli errori compiuti, le amnesie, le omissioni, sono più importanti dell’efficienza, della redditività e del business, che dominano quasi incontrastati il mondo. Oggi guardavo fiori di primavera, nella collina, mentre mi muovevo in auto. La primavera tornata e il sentimento dell’estate che torna.

E mi veniva in mente che la vita vince, vince sempre, sulla corruzione e sulla morte.

E allora vi è l’indugio, il rallentamento, il recupero, l’attesa, il silenzio, il vento turbinoso che si ferma e resta una brezza leggera come il passo di Dio nel Libro dei Re, quello sentito sommessamente da Elia.

La tardanza è una versione del tempo interiore, che si può gestire, ma affrancandosi dal tempo della produzione necessitata. Non rimpiango nulla, né mi pento della frenesia vitale della mia corsa, della fatica fatta, della forza profusa, ma forse è tempo, è giunto il tempo del raccolto, e del rallentamento, della comprensione, dunque, della mia verità totale. Infatti si è rotto un velo, fatto di silenzio e di rattenuta discrezione, e ora mi scorre la vita anche fuori dall’alveo, nella tardanza, che è una dimenticanza, che è una lontananza, che è una perdonanza, che è un’itineranza, che è una perduranza, che è una danza… che è un’assenza.

La connivenza implicita

Caro lettore,

la connivenza implicita è una sorta di “patologia sociale”, più o meno grave, tipica delle organizzazioni. Si potrebbe dire una forma edulcorata del familismo amorale che invece sottende una cultura e comportamenti definibili certamente come mafiosi. Del familismo amorale, che qui non tratterò, esistono in circolazione diversi studi sociologici.

In quasi tutte le organizzazioni consolidate, aziendali, scolastiche, militari, politiche, ecclesiali è quasi impossibile non trovare forme di connivenza implicita, con aspetti variegati, che vanno dal sistema delle alleanze e solidarietà dei gruppi di potere, fino alla gestione spicciola del chiudere un occhio, o tutti e due, se la persona “vicina”, amica, sbaglia, così coprendone in qualche modo l’errore o minimizzandolo.

Partendo dalle alleanze di potere si può dire che fanno parte di una “fisiologia” ordinaria delle organizzazioni, e quindi vanno considerate come tali, e in quanto tali spesso sono utili o indispensabili per gestire le cose, sostenere momenti di stress o di cambiamento: l’importante è che non debordino da un ambito di legittima gestione del potere gerarchico ad atteggiamenti dannosi per la struttura e per le sue finalità.

Se invece parliamo più precisamente di connivenze implicite, si vuol dire qualcosa che può confinare con possibilità di “ammalamento” delle strutture e delle relazioni intersoggettive e di gruppo. Onde evitare questo rischio, ricordo che le banche hanno quasi da sempre avuto l’usanza di cambiare il direttore di filiale dopo un certo periodo, proprio per evitare un eccesso di confidenzialità con la clientela, tale da porre a rischio l’equanimità dei comportamenti verso tutti i clienti. Come abbiamo visto ciò non ha evitato l’enorme marciume constatato nel settore in questi anni, ma tant’è.

Non è facile evitare le connivenze implicite, perché nascono progressivamente e si manifestano -talora- come dice lo stesso sintagma, inavvertitamente, inconsapevolmente o, appunto, implicitamente. L’implicito, nelle relazioni umane, come si sa non ha bisogno di parole, dichiarazioni, prese d’impegno, perché si basa su una conoscenza profonda tra gli individui e su una robusta esperienza condivisa.

Vi sono vari gradi di questo fenomeno, i più blandi dei quali sono essenzialmente forme di cameratismo e di comprensione reciproca, mentre i più forti possono scivolare verso forme di parzialità da parte dei capi e di riduzione dello spirito di equanimità nel trattamento dei colleghi.

La connivenza implicita non va sottovalutata poiché, oltre a poter diventare eticamente discutibile o chiaramente negativa, rischia di mettere a repentaglio l’equilibrio dei rapporti dei capi con i collaboratori e tra i collaboratori, e ciò costituirebbe una forte negatività gestionale e relazionale.

In questi casi diventa importante e imprescindibile il ruolo “terzo” di Risorse umane, a tutela di una sorta di “giustizia” generale nei rapporti e di un equilibrio tra le persone e le reti collaborative, indispensabile per il buon andamento della struttura aziendale, ma anche di qualsiasi altro sistema organizzativo.

in vinculis

Una dopo l’altra le porte blindate si chiudono dietro a me, tre, quattro, cinque… e forse basta.

Avevo atteso mezz’ora all’entrata perché il computer non partiva, e senza la conferma registrata della mia visita, non potevo entrare. Espletate tutte le formalità: deposito di tutti gli oggetti in stipetto chiuso a chiave (l’unico oggetto concessomi di tenere con me), compreso la catenina con il crocifisso, e “subìta” la perquisizione corporale, sono entrato.

Ecco il parlatorio. Sul muro un a-fresco, anzi un trompe l’oeil che rappresenta Bambi e i suoi amici, coloratissimo.

Attendo uno, due minuti, e arriva il mio vecchio amico di gioventù. Ho il tempo di riflettere un poco sul tempo: l’orologio a muro ha le lancette dei secondi ferme, ma funziona.

Abbiamo quattro ore abbondanti e parla quasi sempre lui, ha bisogno di esprimere la sua verità reclusa, intercalando il fluire dei discorsi con citazioni di film, di libri, di dottrine etico-politiche, di etica e teologia morale. Si parla del determinismo spinoziano e del volontarismo ottocentesco, di Hegel e di Heidegger, di Nietzsche e di Husserl, di Freud e di Florenskij, di Edith Stein e di papa Wojtyla, dei fratelli Bandiera e di Piero Maroncelli, della Baader-Meinhof e di Camilo Torres. Dei “crollisti”, rispetto al futuro del capitalismo, e dei gradualisti della Seconda Internazionale, della Luxenburg e di Karl Kautsky, di Piero Sraffa, Gobetti e Antonio Gramsci, di Labriola, di Croce e Gentile, di Emilio e Vittorio Sereni, di Piero Jahier e Scipio Slataper, di Ungaretti, Clemente Rebora e Leopardi, di Renzi, Mussi (perfino!) e Mussolini, di finanza e di economia, di Fellini e  De Sica, di lavoro produttivo e subappalti. Solo per dire alcuni titoli e argomenti, tra molti di più.

Il tempo a volte sembra volare a volte fermarsi, kairo-kronologicamente, agostinianamente, o come spiega David A. Armstrong, nel suo aureo libretto sulla Metafisica (edito da Carocci nella serie Quality Paperbacks, nel 2010).

Ganser è il nome di chi ha studiato questo parlare ininterrotto, inesauribile, come fonte che zampilla perenne da un’anima inquieta, da un sentimento fortissimo di presunzione anche arrogante, del vero. Provo a fare un lavoro di logica-argomentativa, di razionalizzazione, ma è arduo, devo interrompermi, devo ascoltare e quasi auscultare l’ansia da prestazione intellettuale, multitasking, rapsodica, melodica, nevrotica, metodica, a suo modo.

Si parla, anzi gli parlo di PNL, Programmazione Neuro-Linguistica, pericolosa modalità di manipolazione mentale, se non vigilata, utilizzata alla grande nel marketing della vendita multi-level, ma anche nei meandri dell’ingannevole web contemporaneo.

I muri sono spessi e il termosifone piccolo, qualche brivido di freddo ci fa cambiar posizione sulla sedia, e argomento. Si parla dell’università, di suoi interessi e di quelli di una ventunenne che mi vive vicino, di filologia medievale, del Burchiello e di Pietro Aretino, per dire come la cultura patria sia infinitamente ricca e varia, ammirevole per il mondo. Gli parlo del libro di A. Crespi, Storia d’Italia in quindici film, che gli manderò.

Gli propongo una riflessione che lo interessa: la distinzione aristotelica del principio di giustizia, tra quella generale, quella distributiva e quella di scambio (cf. Libro V dell’Etica Nicomachea), così come rivista cristianamente da Tommaso d’Aquino nella Secunda Secundae della Summa Theologiae. Gli propongo soprattutto la giustizia di scambio, dove il principio non è tanto quello di uno scambio tra valori come nel contratto per una prestazione lavorativa o una compravendita, ma tra due verità: nel suo caso tra i crimini commessi e l’espiazione ampiamente compiuta. Discorsi in itinere, durissimi, tra ciò che si è deciso di essere facendo cose, e ciò che si è stati determinati a essere dal contesto e dalle circostanze vissute. Tra responsabilità personale e flusso degli eventi, comunque lo si intenda, neurologicamente e socialmente, nel tempo dato.

E anche della coscienza abbiamo parlato, come luogo dove si incarnano i giudizi e le scelte, dopo la riflessione e il consiglio, o forse anche senza, talora, ma sempre luogo della vita e della sua verità fragile. E pensare che la coscienza dovrebbe (potrebbe?) essere la Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire dentro” l’anima che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando. La coscienza come voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

Si aprono di nuovo per me, a ritroso, le cinque porte blindate e torno all’aria aperta, aria di pioggia fredda, marzolina. Le colline umbre spariscono tra la bassa nuvolaglia.

Torno verso Bologna nella pioggia, mi fermo in un anonimo Hotel della catena Hilton convenzionato per me da un’azienda importante ove opero, a 70 euro. Non ci tornerò, troppo “americano” e banale nella sua grandeur spocchiosa e vaniloquente. E oggi al Convento di San Domenico, il seminario di Teologia della vita umana sui valori e disvalori dei nuovi modi di vivere e condividere, sulle famiglie e sugli affetti, sulla verità dell’uomo e i suoi limiti, sulla sua fragilità e sulla sua grandezza.

Lavoro: etica e psicologia dell’inserimento e dell’accoglienza

Umiltà, rispetto, attenzione e concentrazione; accoglienza e saluto, riconoscimento, informazione-formazione e collaborazione.

Quattro concetti o idee guida per chi entra in azienda e altrettanti per chi in azienda si trova già da tempo e vede arrivare altri colleghi. L’impressione che possono fare all’osservatore disattento può essere di scontatezza, ma non è così, perché il sentimento umano naturale spesso precede la riflessione, l’emozione anticipa la ragione.

Il fatto accertato è che ogni nuovo inserimento, di per sé, scombina il reticolo delle relazioni intersoggettive e di gruppo esistenti, che devono essere ridefinite in un complesso lavorio di adattamento e riallineamento di ruoli, mansioni e posizioni.

Non è del tutto naturale accogliere chi arriva con un’apertura mentale immediata, poiché vi è sempre il timore di un’intromissione, di un’invasione nel campo delle proprie certezze, sicurezze, confort zone. Nessuno sa come è il nuovo collega, se sia particolarmente intelligente, preparato, con alto potenziale di crescita, tale da minacciare le posizioni raggiunte da chi già lavora lì. E allora la prima reazione può essere di sospetto e vigilanza, se non di gelosia. Pare venga naturale mettersi lì ad aspettare di vedere che cosa succede, magari cogliendo in fallo il nuovo, per segnalarlo al capo. Se è così la struttura organizzativa non può rimanere inerte ad osservare gli adattamenti naturali del nuovo reticolo relazionale, ma deve intervenire, con azioni di informazione tempestivi e di riformulazione delle direttive. Non è sbagliato cogliere l’occasione di questi cambiamenti per aggiornare analisi del clima, magari parziali e a campione, per “misurare la temperatura” relazionale e collaborativa.

Si può però individuare alcune idee guida, che sono nel contempo valori etici e comportamentali, come i seguenti otto, suddivisi per le posizioni dei vari attori in campo.

Per chi entra:

– l’Umiltà: oltre ad essere una virtù ben conosciuta fin dall’antichità, e uno dei fondamenti della morale e della prassi benedettina, è un valore molto efficace. Chi entra in azienda con un atteggiamento umile, anche se in possesso di qualità personali e culturali di tutto rispetto, mostra subito un atteggiamento adatto ad essere accettato e inserito. Umiltà è un sentirsi “basso”, vicino alla terra (humus), disponibile e aperto, perfin fragile e cagionevole, bisognoso di aiuto.

– il Rispetto: è un atteggiamento schietto e diretto, in ascolto, capace di guardare negli occhi l’altro senza alcuna arroganza, ma con misurata curiosità (dal verbo latino respicere, cioè guardare di fronte). Il rispetto è molto più della tolleranza o della degnazione, e deve caratterizzare chi entra come chi accoglie.

– l’Attenzione: il termine deriva dal sintagma latino ad tendere, cioè un portarsi verso intenzionalmente. Esige una disposizione d’animo aperta e diretta verso il focus lavorativo e relazionale che si incontra.

– la Concentrazione: è un ulteriore sviluppo dell’attenzione, uno “stare sul pezzo”, senza dis-trazioni, investendo forze mentali ed energie fisiche quanto necessario. Se non si è concentrati non si impara e non si collabora bene.

e

– l’Accoglienza e il Saluto: non è banale salutare o non salutare chi arriva, e anche nel quotidiano incontrarsi un saluto è segno di riconoscimento e di rispetto. Si inizia bene con il saluto, che deve diventare, come dicevano gli antichi, un habitus, un costume caratterizzante la qualità delle relazioni interumane.

– il Riconoscimento: è un atto e una condizione psicologica di reciprocità: se io riconosco nell’altro, chiunque esso sia, un mio simile dal punto di vista della dignità e del valore umano, preparo la strada alle migliori possibilità di con-vivenza, co-operazione e col-laborazione, dove il “con” fa la differenza circa l’efficacia e i risultati che potranno ottenersi insieme.

– l’Informazioneformazione: uno dei tasti più delicati del rapporto tra anziani d’azienda e new entry è proprio questo. A volte, o spesso, all’inizio vince la gelosia di mestiere o di posizione, per timore di essere scalzati, una volta che il “nuovo” si è ben inserito nella struttura. E’ un vizio ad amplissima diffusione e riguarda anche il resto della società e della politica. Personalmente ne sono stato spesso vittima, ma ne son uscito bene.

– la Collaborazione: per questa voce rinvio un po’ a un post precedente. Qui basti dire che la collaborazione non è la mera sommatoria aritmetica o algebrica delle forze lavoro, ma un moltiplicatore di efficienza ed efficacia dell’agire lavorativo, che giova alla struttura aziendale e anche ai colleghi che trovano una sempre migliore intesa lavorativa. In realtà, la collaborazione fa funzionare i progetti (Project Management) e fa crescere, personalmente e professionalmente, i colleghi/ compagni di lavoro.

In uso poi sono alcune espressioni inglesi assai icastiche e sintetiche, e perciò efficaci come. Leadership, Team building, Team work. Tutte e tre hanno a che fare con gli otto principi sopra descritti, perché non vi può essere Leadership efficiente, se non  declinata in logica partecipativa, situazionale e perfino fuzzy (diffusa-e anche talora improvvisata); non si possono realizzare progetti di Team building e di Team work se non collaborando e guardando -insieme- a un fine comune e condiviso, quello del lavoro ben fatto, sola garanzia di futuro per la struttura economica o sociale dove si opera, e per tutte le persone coinvolte, dall’azionista all’operaio.

Tutti diversi per ruolo e pari in dignità.

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