Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Discrezionalità emotiva e razionalità

Nella gestione delle risorse umane o, come si si diceva una volta, del personale, vi è il rischio costante della “discrezionalità emotiva”, cioè di un sentimento che può anche ottenebrare o almeno obnubilare una equità nel trattamento dei colleghi che vengono coordinati e devono rispondere a un capo. Non è possibile nell’agire umano quotidiano un comportamento sempre equanime, razionalmente ineccepibile per spirito di giustizia ed equilibrio. Sarebbe eroico, sovrumano, da santi. Detto questo, come riflessione consapevole, bisogna però chiedersi come si può fare per ridurre al minimo la discrezionalità emotiva, che spesso può sfociare in parzialità, se non in un vero “ammalamento” della struttura, se i privilegi si diffondono e vengono percepiti come tali dalla generalità delle persone coinvolte nel contesto lavorativo, ma anche di qualsiasi altro genere.

E’ normale che le relazioni tra le persone, in ogni contesto, e tra capi e dipendenti, tra colleghi, siano di una variabilità infinita e possano collocarsi da un polo di ostilità reale e manifesta e al polo opposto di simpatia e di affezione. E’ pure normale che un capo tenda a comportarsi diversamente con chi si colloca (nel suo sentire) nei pressi del polo 1 e con chi si colloca (nel suo sentimento) nei pressi del polo 2. Non è però cosa opportuna che ciò si consolidi e diventi la cifra delle caratteristiche gestionali di quell’area aziendale o comunque operativa.

Se non è possibile l’equità assoluta, in ogni caso la giustizia è una virtù da perseguire sempre, con pazienza, e nel tempo. E’ un esercizio faticoso e necessario, che prova il senso di equilibrio e la capacità di ciascuno di superare pre-comprensioni e pregiudizi sugli altri, muovendo, oltre alla dimensione emotiva, anche le facoltà razionali e il metodo raziocinante.

A volte scopriamo di esserci sbagliati su una determinata persona, e facciamo fatica ad ammetterlo, oppure quasi ci dispiace che non meritasse la nostra indifferenza od ostilità; qualche altra volta veniamo delusi da chi pensavamo fosse migliore e ci dispiace anche questo esito. In realtà forse siamo troppo auto-centrati su noi stessi, attribuendo alla nostra capacità di discernimento quasi il crisma dell’infallibilità.

Ogni essere umano si manifesta come può, e mai del tutto, per varie ragioni: a) per non scoprirsi troppo, b) per una certa sospettosità “naturale”, c) per prudenza… Pertanto non abbiamo mai tutti gli elementi per comprendere (più che capire) l’altro in tutte le sue sfaccettature psicologiche, culturali e morali.

In ambiente di lavoro, se si hanno responsabilità di conduzione, è cosa prudente confrontarsi sempre con i colleghi quando ci sembra di dover esprimere un giudizio, specie se negativo, su una persona, perché un altro osservatore può notare aspetti che a noi sfuggono, proprio per il prevalere, a volte, di aspetti più legati la chimismo empatico o al suo contrario, cioè a forme di simpatia o antipatia immediate e razionalmente inspiegabili.

L’essere umano è l’oggetto più complesso dell’universo conosciuto, più degli angeli (che sono sostanze semplici), come insegna la teologia classica, e pertanto va considerato con tutta l’umiltà e la pazienza cognitiva di cui disponiamo, al fine di evitare cantonate ed errori che danneggerebbero gravemente la struttura organizzativa, il nostro lavoro e le nostre vite.

Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

Se “il cavallo non beve”…

Il peggior interlocutore che uno si possa augurare in ogni situazione esistenziale e in ogni attività è il presuntuoso stupido, perché imprevedibile, e di solito non sa di essere stupido, presuntuoso e imprevedibile. Ci si accorge di ciò se nel dialogo l’uso o l’invocazione della logica e dell’argomentazione razionale, anche se proposta con la massima semplicità, non “paga”, non incide, non funziona, non ha efficacia, perché il soggetto che si ha di fronte ha la presunzione di sapere e la correlata e proporzionale superbia di volerlo perfino imporre. La vecchia metafora del titolo spiega bene la tipologia e il senso di ciò che segue.

Una delle situazioni che mi fa più incazzare è come questa: capita di sentire un tizio o una tizia, attivi in un certo settore, che sproloquiano vantando conoscenze e competenze che non gli appartengono. Parlano come libri stampati (si fa per dire) di organizzazione aziendale, di costi, di fatturato, di relazione tra costi, ricavi e fatturato, senza avere alba di tutto ciò, sotto un profilo conoscitivo disciplinare o esperienziale diretto. In questi giorni a Milano ho chiesto a una sindacalista, che vantava indimostrate conoscenze sociologiche e organizzative, se avesse studi di economia o giù di lì, e la risposta, datami con aria di sufficienza quasi come una gentile concessione, è stata accompagnata da una sorta di ghigno sardonico.

Ho provato allora a sollecitarla con un elementare concetto di etica generale di derivazione aristotelico-tommasiana, quella del male minore o del bene maggiore, così dicendo: “Se dobbiamo salvare una struttura produttiva chiedendo una diminuzione delle ore lavorate che passi anche attraverso una ristrutturazione con riduzione di personale, l’uso di ammortizzatori sociali e di incentivi aziendali, al fine di salvare l’unità produttiva, che facciamo?” E ho continuato “Si può dire che salvare un’unità produttiva che occupa decine di persone è un bene maggiore che salvare uno o pochi posti di lavoro”. Volto inespressivo e silenzio.

Il suo sguardo e il suo mutismo mi ha fatto capire che non aveva capito, ovvero “il cavallo non aveva bevuto”. Il grave è che proprio non-aveva-capito, non è che non abbia voluto capire, cioè non c’era proprio, cognitivamente, anche perché ottenebrata da pre-comprensioni ideologiche (pregiudizi, dunque, vale a dire giudizi incompleti) e stereotipi di “sinistra”, si potrebbe dire, ma in realtà assolutamente miopi e conservatori. Vi sono purtroppo strutture socio-politiche che oggi hanno sul campo figure inadeguate, e comunque in grado di manipolare altre persone, influenzabili dallo strano “carisma di ruolo” dell’inetta. Sto parlando di delegate sindacali che subiscono la funzionaria territoriale.

Si è andati avanti molto tergiversando e poco concludendo, davanti al muro di gomma posto dalla persona. Vi sono stati momenti di tensione smorzati solo grazie al “mestiere” della mia delegazione.

A un certo punto il mio collega, alla fine di una discussione prevalentemente improduttiva, si è lasciato volutamente scappare una battuta di questo tipo: “Bene, se non troviamo una soluzione condivisa, vorrà dire che perso questo tram la prossima volta vi troverete a parlare con un altro. Chissà se sarà meglio o peggio per voi”. Camilleri direbbe che il volto dell’interlocutrice era basito, poiché non si era acceso il lume del comprendonio, neppure a quell’elegante ultimatum. Infatti ha continuato sulle sue, senza dare la sensazione di entrare in sintonia cognitiva con chi così le stava parlando, scuotendo la testolina in segno di diniego, addirittura quasi sprezzante. Perché il presuntuoso è anche sprezzante, in quanto ritiene i propri interlocutori non alla sua altezza. È un circolo vizioso dal quale è quasi impossibile uscire, non essendovi la disponibilità di mettersi in discussione, di dubitare dei propri convincimenti, di non essere sospettoso, di poter -anche solo in ipotesi- cambiare idea. È una delle ragioni per cui i “semplificatori” di idee e narrazioni e i predicatori populisti di tutte le risme hanno successo, trovando favorevoli ascolti in una tipologia antropologica diffusa oltre misura.

E pensare che si stava e si sta discutendo di posti di lavoro seriamente a rischio, se non si interviene smettendo le cure omeopatiche per la truce ma utilissima chirurgia, sempre detto in metafora.

Ciò che la leadership non è

Siamo “circondati” dalla leadership.

Il termine inglese dall’ampio campo semantico, intraducibile con una sola parola in italiano, e meritevole di una perifrasi, negli ultimi decenni ha spopolato ovunque. Non vi è campo dove non sia considerato, dalla politica all’economia, dai fenomeni religiosi a quelli culturali, dal sistema dei media all’innovazione tecnologica, dalla ricerca scientifica allo sport, e via andando. Sempre da decenni circolano testi e manuali, a cura di psicologi, sociologi e antropologi, che spiegano come funziona, a partire da grandi esemplificazioni storiche e da citazioni di grandi personaggi stagliati nei secoli con le loro figure grandi e a volte terribili, come Alessandro Magno, Annibale, Giulio Cesare, Augusto, Gengis Khan, Napoleone, fino ai quasi contemporanei piuttosto chiaroscurali o “eroi” negativi come Hitler e, se pur diversamente, Stalin.

Nella contemporaneità, se si deve metter giù qualche nome, può venire in mente Putin, papa Francesco, ma forse anche di più personaggi come Bill Gates, Steve Jobs, Zuckerberg, e perfino Federer o Giorgio Armani. Leader riconosciuti nei loro campi, e anche oltre. Ma che la leadership sia solo la manifestazione di una grandezza solitaria (come quella del Nietzsche cantato da Saba) è falso. La leadership è qualcosa di molto più pervasivo e diffuso. Basti dire che se ciascuno dei personaggi sopra elencati non avesse avuto dei maestri (Aristotele per Alessandro il Grande), un contesto e collaboratori all’altezza, la loro stessa leadership non si sarebbe manifestata con altrettanta evidenza e potenza. E qui sta il punto: forse la leadership che si manifesta nei “grandi personaggi” è soprattutto la loro capacità di scegliere i collaboratori e di valorizzarli, non temendone l’eventuale carisma e potenziale. Farei solo un esempio, quello di Cesare che adotta Ottaviano, il futuro Augusto, primo princeps dell’Impero romano, la più straordinaria struttura politica e militare della storia, probabilmente.

Spesso, però, così non accade. Dal mio osservatorio economico e sociale posto nel mondo delle imprese e della formazione osservo piuttosto l’attuarsi di leadership “ristrette”, parafrasando per modo di dire Einstein, leadership asfittiche, micragnose, gelose, in definitiva deboli, per cui mi sento di elencare brevemente alcuni atteggiamenti che non sono da leader, ma tuttalpiù da manager piuttosto timorosi e preoccupati. Ecco.

Non è esercizio di leadership vera quella di coloro che, a fronte di un’analisi altrui, ribattono subito con avversative del tipo “ma, però”, e quindi sono immediatamente esclusivi, invece che inclusivi, non cogliendo quello che di buono e vero sta nel dire altrui.

Non è esercizio di leadership vera quando si esagera nell’uso del pronome “io” se ci si riferisce a lavori fatti “a più mani” e da più teste, invece di usare il “noi”.

Non è esercizio di leadership vera quando nelle riunioni, invece di suggerire come si potrebbe migliorare il lavoro tra colleghi, si tende a metterli in difficoltà con toni perentori e inquisitori, invece che accompagnare il discorso verso una progettazione condivisa del lavoro.

Non è esercizio di leadership vera quando nel riferire fatti e temi che riguardano colleghi terzi, magari assenti, si omettono passaggi e particolari che, se citati, potrebbero cambiare il senso del report o della relazione. In questo caso si tratta anche di disonestà intellettuale e di scarsa attenzione a un’etica elementare.

Potrei continuare.

Ebbene, nella quotidianità, ma specialmente quando si studia la leadership in seminari e corsi specifici, ci si dovrebbe chieder quanto sia coerente con gli asserti teorici studiati il comportamento quotidiano concomitante e successivo, evidenziati dai casi esposti sopra “in negativo”, che possono essere tranquillamente rovesciati in indicazioni proattive utili.

Ce lo si chiede? Ho l’impressione che spesso non sia così, e pertanto vale la pena di acquisire questa consapevolezza e non restare fermi, pena l’esercizio di una leadership solo ordinaria, e povera di valore e di potenziale di crescita.

La coscienza morale è un lusso di questi tempi?

Qui, caro lettore, stiamo senz’altro trattando dell’accezione morale della coscienza, non di quella neuro-psicologica, che potremmo chiamare coscienza-consapevolezza d’essere esistentivo, o coscienza riflessa.

Nella storia umana piena di guerre sanguinose, di imbrogli e truffe, piena di superficialità, di ignoranza colpevole, di manipolazioni intellettuali e ottusa noia, non ultimo fomite di delitti e malefatte, anche se spesso sottovalutato, sembra veramente sia stato sempre e sia in qualche modo ancora un lusso avere una coscienza e ascoltarla.

Il dibattito su ciò che sia la coscienza morale è presente nella storia del pensiero occidentale da almeno due millenni e mezzo (in quello orientale da più tempo ancora), ma ha assunto una connotazione forte e distinta soprattutto con il pensiero di Platone e di Aristotele (cf. Etica a Nicomaco, etc.), ma anche delle “scuole” scettiche, stoiche e ciniche. Il pensiero cristiano, a partire dal riconoscimento della persona umana come valore in qualche modo assoluto (Vangeli canonici e Lettera di Paolo ai Galati 3, 28 come fonti principali) ha sviluppato il tema nelle sue varie declinazioni patristiche (Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino e Gregorio Magno tra diversi altri) e filosofiche (in primis con Tommaso d’Aquino), fino alla modernità (Kant, Marx, Nietzsche, etc.) e alla contemporaneità (Heidegger, Jaspers, Elisabeth Anscombe, Martha Nussbaum, Cornelio Fabro, etc.).

Secondo la dottrina classica la coscienza dovrebbe essere Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire” dentro che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando. La coscienza come voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

La coscienza va relata al tema della libertà, che a sua volta si declina in vari modi: da quello liberale classico del fare ciò che è consentito rispettando la libertà altrui (Stuart Mill, etc.), a quello edonista-emotivista del “fare ciò che si vuole”, a quello etico-personalista del “volere ciò che si fa”, con una sottolineatura forte del momento razionale e logico argomentativo della scelta morale.

 

Breve excursus storico-filosofico

Citiamo innanzitutto il Codice del re Caldeo Hammurapi del XIX secolo a. C., il Decalogo biblico (Esodo e Deuteronomio) e il Codice Levitico (VII/X sec): già in questi testi legislativi si riflettono un’etica umana rispettosa di certi limiti. La coscienza aveva cominciato a funzionare a livello giuridico-normativo e socio-politico.

E’ chiaro che la “misura della coscienza” va contestualizzata e storicizzata, perché la nozione del valore da attribuire alle cose, agli atti e alla vita umana è cambiato nel tempo, in modo diacronico rispetto ai vari luoghi abitati del pianeta. In ogni caso una carrellata non sistematica su fatti orribili accaduti nel tempo è utile.

Torno molto indietro solo con due esempi: la strage di Tessalonica voluta dall’imperatore Teodosio nel 390, convocatore cristianissimo del Primo Concilio di Costantinopoli e la strage di ebrei e musulmani perpetrata da Goffredo di Buglione e Raimondo di Tolosa il 15 luglio del 1099 a Gerusalemme. Si possono poi ricordare, tra le altre, le stragi degli Albigesi nel 1209 a Beziers (“Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, la frase di un capo crociato, l’Amaury, a un soldato dubbioso), la notte di San Bartolomeo tra il 23 e il 24 agosto 1572 in cui vennero sterminati migliaia di Ugonotti (protestanti); i roghi di Bruno e Serveto; il genocidio degli Armeni perpetrato dai Turchi nel 1915; la morte per fame di milioni di contadini e i fucilati per paranoia del capo, sotto Stalin; la Shoah voluta da Hitler, Himmler e Heydrich; il bombardamento tedesco di Coventry; quello alleato di Dresda e del quartiere di San Lorenzo a Roma, fino ai due supremi atti di terrorismo di ogni tempo, il volo dell’Enola Gay autorizzato dal presidente Truman su Hiroshima e poi dell’altro B29 su Nagasaki.

Dov’è la coscienza di Gheddafi che ordina Lokerbie e quella di Sarkozy che vuole Gheddafi morto e scatena l’inferno; dov’è la coscienza di Saddam Hussein che gasa i Curdi e quella di Bush “il demente” e Blair “l’idiota” che scatena un altro inferno. E quella di Bin Laden?

Dov’è la coscienza di Parolisi che ammazza a coltellate la moglie per? non si sa… e quella dell’ometto bergamasco che uccide una bimba per eiacularle sopra; dov’è la coscienza di Stasi che ammazza la fidanzata (se è veramente colpevole, però!), e quella di Donato Bilancia che uccide diciassette donne; dov’è la coscienza di Leonarda Cianciulli che saponifica il prossimo; dov’è la coscienza di Chikatylo, e quella di Ted Bundy, o quella di Jeffrey Dahmer? E quella dei “soldati di Allah” che ammazzano a Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles e Nizza. Soldati di chi? Quanta ignoranza, fanatismo, arretratezza… si tratta forse della diacronia nell’ominizzazione. Recuperiamo, via!, non solo il dato sociologico, ma anche un poco Lombroso o Adrian Raine (cf. Anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, Mondadori Università, Milano 2015).

Abbiamo sentito dire che l’assassino “islamista” di Nizza era depresso perché la moglie lo stava mollando, ma dài, il depresso si suicida, non ammazza, beati giornalisti e buonisti del c.zo! Paranoico, forse (cf. Manuale Medico Diagnostico IV).

Come facciamo a chiamare “danni collaterali” i bambini, donne, vecchi uccisi dai bombardieri americani, francesi o russi, solo perché erano nei dintorni di un capo jihadista? E quella di Erdogan, democratico dittatore?

Dov’è la coscienza di Totò Riina e dov’era quella del giudice che condannava Enzo Tortora?

E l’elenco potrebbe continuare sine die, anche se il buon Steven Pinker ci spiega che la violenza è in declino (cf. Il declino della violenza, Feltrinelli, Milano 2012). Speriamo, ma il declino sarà lento e molto lungo.

25 anni fa… dieci giorni in America

Caro lettor mio,

tra le carte di lavoro che sto mettendo in ordine, un racconto di viaggio della mia vita precedente…

“L’immenso Shea Stadium è il primo monumento che ti viene incontro lungo l’autostrada che dall’aeroporto Kennedy, traversando il Queens, porta a Manhattan. Colorato d’azzurro e di rosso come quasi tutto in America. Poi, d’improvviso vedi stagliarsi l’acrocoro scuro dei grattacieli contro il crepuscolo, l’ascendere improvviso del World Trade Center, geometrie potenti dall’Hudson al ponte di Brooklin, le guglie dell’Empire e Chrisler. Proprio la città di Batman. Di cui trovo traccia nella Gotham city bank sulla Quinta Strada.

L’incipit dell’America è per me la prima sera a New York, due passi sulla Broadway (si alloggia al Wilford Plaza sull’8a Avenue), un filetto alla Steak house da Charlie’s con una pinta di birra bevuta in tre. Quella notte non dormo: si somma al cambio dei bioritmi il respiro possente, e anche angosciante, che viene dai visceri della metropoli, il miagolio delle auto della polizia, guardo la miriade di luci nell’oscurità.

Di giorno constaterò che la luce vince per poche ore a Manhattan, sopraffatta dalle quinte di vetro cemento che si sfidano in altezza da ogni lato. Solo in fondo alle streets e alle avenues si vede un chiarore, perché, salvo la Broadway, tra di loro ortogonali. E meno male, mi dicono, che siamo a ottobre, ché se fosse luglio la cappa di calore e di smog sarebbe una tragedia. Però è bellissima. Nei suoi contrasti violenti, esteticamente, meno bella se il giudizio è etico: vedi dormire i senzacasa nell’androne Trump, o sulla porta di Elizabeth Arden, vedi quel sanguemisto indefinibile che trascina un carrello pieno di rifiuti alimentari che sfiora il frettoloso e giovanissimo manager in fuga dalla N.Y. City Bank. Vestito all’italiana e con un paio di Reebock ai piedi. Specchio della moda e del potere, la Grande Mela.

La prima mattina di lavoro andiamo all’Afl-Cio (i sindacati americani), dove c’è una sezione italiana guidata da Santo Pernicone, vecchio compagno di Italo Viglianesi e di Giulio Pastore. Santo ci porta a Brooklin, alla sede del patronato, in piena Italy. Beviamo un caffè nei pressi della Santa Rosalia Society.

Con Rudy Magnan dobbiamo vederci a cena. Si va da Marchi sull’88a Street, un oriundo spilimberghese che ci offre un menù friulano, ma fortemente contaminato d’America. Non glielo diciamo. L’indomani c’è la presentazione del progetto-rete. Per loro lo chiamiamo network e dovrà servire a mantenere in collegamento negli Stati Uniti e poi in tutta l’America i nostri emigranti. Ci si trova in una sede “italiana”, al Monte dei Paschi, dove ci accoglie il primo vice presidente Ed Giacomelli.

Ci sono il sen. John Marchi, Vincent Maroldo, Ernesto Maggi, Christina e Sergio Maddalena, Tullio Ferasin, Othello Desiderato, Gabriella Didonopulos (una veneziana sposata a un greco), Amerigo Andreon, Paul Alessandrini, ma soprattutto padre Mircea Clinet, prete cattolico di rito greco, nato a Cormons, culto e simpatico, e i due fratelli Del Bianco, da Meduno, Cesare e Vincent, figli di quel Luigi che scolpì sul Monte Rushmore nel South Dakota le effigi dei presidenti Washington, Jefferson, Lincoln e T. Roosevelt. Non lo sapevamo. Siamo emozionati. Chissà quanti in Italia e in Friuli ne sono a conoscenza! (A stretto giro, ricordo che sul Gazzettino dove fu pubblicato integralmente questo reportage, mi rispose un saccentone dicendomi che la cosa era notissima, e che solo gente incolta lo ignorava, forse era tale Clavora).

Vincent è molto loquace e vuole venire a trovarci. Bisognerà che il Friuli lo festeggi quando arriverà.

Un passaggio della relazione di Rudy Magnan: “(…) lo sforzo commerciale della Regione Friuli Venezia Giulia, il Made in Friuli, tutto quello che costituisce un’identità del popolo friulano e della sua peculiare qualità va mantenuto, sviluppato. Il network, la rete è una auto-organizzazione dei friulani e degli italiani in America per organizzare iniziative di mutuo interesse, della Madrepatria e dell’emigrazione, che non è più quella della valigia di cartone, ma è fatta anche di imprenditori, di professionisti, di intellettuali, iniziative sia nel campo economico, sia dell’educazione e formazione, della ricerca scientifica, della cultura e delle arti (…)”

Nel pomeriggio andiamo a Ellis Island, dove venivano tenuti in quarantena gli emigranti prima di essere accettati in America. Nei pressi c’è la statua della Libertà rivolta verso Est, come a dire “welcome” a chi arriva dall’oceano. Oggi il “welcome” è meno aspro di un tempo, quasi gentile.

Perché New York resta una città dura, spietata con chi non la soggioga, eppur sirena attraente. Non c’è tempo per il Village e per Little Italy, se si deve scegliere. Andiamo a vedere un paio d’ore il Moma, tarpato un po’ delle sue opere dalla grande mostra di Matisse, ma ci guardiamo Magritte, Rembrandt e gli italiani al Metropolitan, che si trova in mezzo al Central Park.

Il lavoro non è finito. Ci aspettano dall’altra parte dell’America, a San Francisco, dove arriviamo affaticati e stanchi a tarda sera. L’albergo è bellissimo, il Sir Francis Drake, sulla Powell Street che dà verso i moli e la baia.

E’ proprio un luogo altro, un’altra frontiera San Francisco. E’ ispanica, cinese, italiana, europea, una “Stoccolma” piena di sanguemisto, ventosa, con gli homeless come totem Navajo e l’oceano che bussa al Golden Gate con lunghissima onda, lambendo l’isola memorabile d’Alcatraz di Al capone, Burt Lancaster e Clint Eastwood, e si perde poi per cento chilometri all’interno, verso la Sierra Nevada e il deserto.

San Francisco è come un’onda pietrificata percorsa da strade tenute in mano dal dio della faglia di sant’Andrea, sulle quali si arrampicano gioiosamente coleotteri giganti sferraglianti colorati, i cable cars, tram a cremagliera cui ci si appende fuori per sentire il salmastro che sale dalla penisola del Tiburon.

Il cielo è dorato quando usciamo dalla riunione che ci ha preparato Anna Marcon, nativa di Gemona e moglie dell’addetto scientifico del Consolato italiano; andiamo a piedi verso la Lombard Street meravigliati dai colori e per la leggera grazia dei cottages vittoriani. Frisco scherza sempre con il fuoco.

Si cena a Fisherman, quartiere di pescatori, ascoltando i latrati dei leoni marini che a decine sostano su grandi piattaforme di legno nel porto.

Il rientro a New York è piacevole. Si traversa il Nevada, le Rocky Mountains, il gran lago salato sulle cui rive sorge Salt Lake City. E’ già notte quando si sorvola il lago Erie e il Michigan, Chicago e Detroit e si atterra al Kennedy. Possiamo finalmente dedicare un paio di giorni a incontrare questa città tentacolare e multiforme. Leggiamo che Sofia Loren e Pavarotti hanno sfilato per la Quinta Strada con il sindaco Dinkins nel Columbus Day del cinquecentenario (1492-1992), ma anche che vi sono state manifestazioni di protesta degli indiani.

Va forte nei cinema il nuovo film di Ridley Scott, 1492, con Gerard Depardieu. Siamo tentati dalla prima newyorchese, ma soprassediamo. Il doppiaggio sarà certamente in slang, i cui miagolii non ci sono noti. Siamo tentati anche dal grande concerto al Madison Square Garden, dove si festeggia Bob Dylan, con Eric Clapton, George Harrison e Neil Young. Il biglietto costa seicento dollari. Neanche pensarci. l’indomani apprendiamo che è stata fischiata Sinead O’Connor. Alla televisione ci godiamo il confronto tra Clinton, Bush e Perot. Bush è in difficoltà. Vincerà Clinton, ci dicono gli amici italiani. Non stentiamo a crederlo dopo un decennio di politiche liberiste, che hanno sfasciato il welfare voluto dal dimenticato presidente Johnson.

In America se oggi si perde il lavoro si perde anche il diritto all’assistenza sanitaria, a meno che non la si paghi in proprio.

La disoccupazione riguarda almeno il quindici per cento della forza lavoro, lavoratori che hanno certo il vantaggio di una straordinaria flessibilità del mercato del lavoro e l’ausilio delle agenzie per l’impiego, che possono collocarti in ventiquattro ore, ma anche gli svantaggi di una legislazione e una normativa contrattuale ampiamente al di sotto degli standard italiani ed europei.

Ad esempio, in America è impensabile una legislazione di tutela come quella prevista in Italia dallo Statuto dei diritti del lavoratori, così come contratti nazionali di settore o di categoria. In America si contratta solo azienda per azienda o a livello di gruppo e vi è la possibilità più volte verificatasi, anche di ridurre salari e stipendi.

Una situazione molto diversa rispetto alla nostra. Su questo argomento è stato interessante il confronto con alcuni colleghi americani ai quali ho consegnato una scheda comparativa tra i due sistemi sociali e sindacali. Ci hanno proposto di rendere meno saltuari i contatti fra noi e loro.

Mi è venuto da pensare quanto lontani fossero i tempi in cui con il Piano Marshall arrivavano in Italia gli aiuti ai sindacati non comunisti (ché quelli avevano altre piste di rifornimento). Quasi un contrappasso. Nonostante la crisi italiana, nonostante l’esigenza di riformare lo stato sociale anche da noi, e di garantire il rispetto dei doveri accanto ai diritti.

Siamo ripartiti da New York abbastanza contenti, ma forse un po’ delusi per non aver incontrato Woody Allen all’imbocco della Sesta Avenue.

In compenso io ho intravisto Whoopy Goldberg che recita a Broadway nel musical “Oh Sarafina”, e ho fatto colazione a un tavolino del Celebrities Cafè vicino a Kevin Kline.”

Villa Sulis e la grammatica dei volti

villa SulisTrovarsi con Gianni Colledani, culto umanista e cantore dei toponimi e delle terre alte, della Pedemontana, è bello. E con altri amici venuti per il libro. Villa Sulis si staglia sulla Costa avita, avamposto dei “castellani” e corpo di guardia dei “beltramini”, quelli di Spilimbergo che uccisero il Patriarca Bertrando un pomeriggio del 1350. Si parla di nomi e di lingue antiche, rimaste a dire il rispetto dei luoghi, dei sentieri, delle ancòne, delle pietre dove si riposavano i viandanti, delle antiche pievi.

Tardo pomeriggio d’inverno, silenzio e luce soffusa che cala rapida dalla montagna. Sembra incredibile, di questi tempi, riempir quasi mezza sala dal tetto di frassino, nella villa salvata da mani rapaci che avevan già pronti i bulldozer per spianare e “valorizzare”. Che cosa?

E mentre riposo ascoltando il collega, che come me si spende nel nostro gramelot friulo-italiano, gradito dagli astanti, osservo i volti, e ricordo, socchiudo gli occhi discretamente, e mi viene alla mente l’innumerabile schiera delle persone incontrate e, più o men conosciute, nella mia vita.

Ricordo le impressioni, i giudizi miei rapidissimi, la simpatia immediata o il suo contrario, le correzioni di rotta e di giudizio, rare però, ché quasi sempre, fin da giovanissimo “ci prendevo”, e ci prendevo anche gusto a guardare i volti, e a immaginare storie, mestieri, affetti, dolori, aspettative, parole, silenzi. E poi la scoperta del positivismo antropologico, con i nessi tra caratteri somatici e psicologici, e anche tutti limiti della dottrina. Ma.

Ma, caro lettor mio, a me pare ancora di sbagliar poco se mi affido allo sguardo che penetra la grammatica dei volti, e li analizza senza analisi, cogliendoli in un unico atto conoscente, induttivo, intuitivo e legge nel volto femmineo di una donna matura la bambina che è ancora, e mi sovvien l’evangelista, testimone del Rabbi nazareno:

In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.” (Matteo 18, 3). E allora?

Oppure il volto ingrugnito di chi mi disnuisce in faccia, anche se non in grado di contestar secondo logica quanto vado dicendo, ad esempio che il matrimonio (mater munus) è l’ufficio della madre, così come il patrimonio (pater munus) è l’ufficio del padre, per cui una coppia omosessuale non può etimologicamente, semanticamente, ontologicamente dirsi “matrimonio”, ma “unione” e, a fronte del cupo arrovellarsi del volto grammaticato nell’ira, gli propongo una similitudine “sarebbe come se io è lei ci mettessimo d’accordo di chiamare sedia questo tavolo, per un anno, e poi mai più“. E l’ira si fa più funesta, e il viso avvampa. Eccome se c’è la grammatica dei volti!

E guardo, volto per volto, persona per persona, la prima fila e la seconda e la terza. Una schiera espressiva dell’uman genere, che non avevo mai incontrato salvo il valoroso amico di cui sopra.

E poi, tornando, considero come l’evento si è già posto nell’eterno fluire dell’essere ed è diventato eterno, come  eterno è ogni atto, ogni parola, ogni pensiero che sorge dalla mente, ogni sogno notturno, ogni desiderio, ogni deliberazione, ogni sguardo, ogni benedizione.

Benedetta sia la vita che mi accoglie ogni giorno e mi presenta l’infinita grammatica dei volti e del destino.

Il paese degli angeli

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Due sotto zero, sono arrivato a Tramonti di Sotto per il tortuoso lungolago, nella sera che scende già dopo le quattro e mezza del pomeriggio, dalle montagne scure.

Il borgo è avvolto da un silenzio alto, e le stelle stanno a guardare, luminose. Da Marianna ci sono i musicanti insigni. Io parlo par furlan a  una platea di avventori, e mi sento dentro il loro mondo, quasi del tutto. Prima ero andato verso la locanda a bere qualcosa di caldo e poi avevo indugiato per la vie a guardare gli angeli dei presepi illuminati, nella notte incombente.

Il sindic ci dice che deve andare alla fieste dal stramp, la festa dello strambo, come se non fosse strambo ciascuno di noi, ma non lo ammettiamo volentieri. Invece in Val Tramontina non si fanno problemi.

La verità delle cose appare a chi la sa e la vuole guardare, nel tempo che passa. Molti vivono sopra la superficie delle cose, aspirando a multiproprietà, a sciare in località alla moda, andando dove la quota è alta, sul mare.

Tramonti non supera i seicento metri, eppure è un luogo dove lo spirito si può riposare come nelle Valli favolose.  Non c’è molta gente in giro e quelli che sono si accontentano, cioè sono-contenti del luogo dove sono nati e dove vivono. Non cercano mondane stagioni e ambienti di prestigio, secondo i codici del mondo. Gli piace la Valle antica dei tramonti e le montagne selvagge che la circondano, con nomi remoti, il Cornaget, il Resettum, il Raut, che si affaccia alla pianura come bastione altissimo, duemila metri e passa, milleduecento sopra la strada della Palla Barzana, che porta nei borghi delle meraviglie, a Andreis, Poffabro, Frisanco.

Nell’osteria si fanno vicini i valligiani, pochi quando discorro del libro, le parole sono sempre ardue, di più quando i menestrelli aprono il torrente cristallino della musica. La musica si confonde con i visceri, con i precordi della vita semplice. Vecchie melodie si diffondono dai piccoli altoparlanti e gli astanti iniziano il canto, insieme, in coro, quasi a squarciagola, mentre la Claudia Grimaz sorride con gesto antico di cantatrice, e Loris muove le dita rapido, sulla chitarra. L’ultimo pezzo che ascolto, prima di tornare, è Sirio, storia di una nave di emigranti italiani inabissatasi nell’Oceano mare ai primi del Novecento. Le storie si ripetono, non nuove quelle del Mediterraneo attuale. Chi fugge va e la vita, a volte, se ne va.

Ascolto al ritorno il vecchio pezzo di Califano, Minuetto, canta Domenica Bertè, o in arte Mia Martini. Infine la vita è semplice: andare fino a Tramonti, bere un bicchiere di rosso, parlare dieci minuti di un libro bello, quasi oramai classico, mettersi lì, a occhi socchiusi, in ascolto della musica, mentre la notte viene e la vita continua e gioca con noi, mentre il vento e il fiume ti aspettano oltre la macchia oscura del bosco.

Un galantuomo, il compagno Piero

con-piero-zanfagniniCaro lettore,

nella mia oramai non breve vita ho conosciuto molte persone, e ne ho incontrate moltissime, di tutti i generi e specie intellettuali e morali. Ho incontrato persone che gettano volentieri una lattina bevuta dall’auto in corsa, e le ho scartate, dopo avere visto che erano incorreggibili; ho incontrato gente superficiale e pigramente adagiata nel già detto, nel già pensato, nel già sentito, e ho cercato di perdere con queste persone meno tempo possibile, dopo aver provato a proporre qualcosa di meno futile; ho incontrato persone viscide che mi si sono allontanate, sponte loro, anguillescamente;  ho incontrato spocchiosi autoreferenziali, attenti solo al proprium, fosse potere sugli altri, accumulazione di denaro, o un dominio di qualche genere e, dopo avere tentato di dialogare con loro per condividere insieme qualche valore, mi sono dileguato; ho incontrato persone incapaci di ammettere i propri limiti e anche qualche errore, “professioniste” eccezionali nell’incolpare gli altri di ogni pur piccola nequizia e talora di nefandezze, e non ho neppure tentato qualcosa, perché consapevole della pericolosità oggettiva dell’idealtipo; ma ho anche incontrato brave persone, con cui ho condiviso molto della mia vita e della mia crescita. Posso dire che questo tipo di persone è stato prevalente nei pressi della mia vita, a partire da coloro che mi hanno sopportato e mi sopportano, volendomi bene, cioè volendo il mio bene, anche più del loro.

Eletto sindaco nel 1989, primo socialista dopo quaranta anni di democratici cristiani, Piero Zanfagnini tre anni dopo ricevette un avviso di garanzia per supposte tangenti. Si dimise seduta stante e affrontò il processo, nel quale fu riconosciuta la sua assoluta estraneità ai fatti contestati e prosciolto. Non tornò più in politica, per fare di nuovo l’avvocato a tempo pieno, e il presidente dell’associazione “Amici di don Emilio De Roia”, eroico e umile prete friulano.

Ecco, tra le persone perbene, ho conosciuto Zanfagnini, ai tempi in cui ero segretario del sindacato. Avemmo molte occasioni di incontro, convegni e seminari condivisi, riflessioni politiche, rispetto reciproco. Quando lo chiamavo per qualche iniziativa, non faceva mai mancare una partecipazione attenta e informata, paziente, umile e dialogica. Elegante di una sottile ironia, che a molti sfuggiva.

Era un uomo diverso dagli altri politici, anche compagni di partito, era garbato, cordiale e riservato, discretamente curioso delle novità, sembrava fuori dal tempo di quegli anni ’80 affluenti e “da bere”. Socialista come me, e per nulla bisognoso di aggettivazioni di appartenenza, come andava di moda allora (e anche ora): craxiano, lombardiano, demichelisiano, demitiano, e altro di inutile. Anch’io. Lo apprezzavo anche per questo.

Che nostalgia per un uomo del genere, così distinto e distante dalla stragrande maggioranza dei politici attuali!

Mandi Piero.

La grotta delle Duje Babe e le buddiste che se la tirano

Giovanni e Alberto

Caro lettor mio,

è là sotto verso il torrente, quasi in verticale, dove scrosciano acque, e le fronde dei faggi cantano. Lì neanche i partigiani titini o i tedeschi erano in grado di arrivare. Giovanni Bergnach racconta di lontani eventi e di nascondigli arcani, dove i giovani uomini delle Valli si nascondevano agli invasori di varie bandiere.

…e a volte venivano visitati dalle Duje Babe, le donne selvatiche. Ho già scritto un pezzo sulla donna selvatica. Avevo sempre sospettato che nelle Valli accadessero cose strane e meravigliose. Come questo pomeriggio quando lungo il sentiero che da Gnijduca conduce a Tarby Goreni, ho senz’altro incontrato Alverman, lo spirito dei boschi, che mi ha visto con gli occhi del cuore, mentre se ne andava chissà dove.

Sei a funghi?” mi ha chiesto, “No, cerco silenzio e solitarietà, lontano da tutto”, “Ah, ti capisco”, con un sorriso, allontanandosi per una traccia di sentiero a lui solo nota.

Alberto mi racconta storie di dopo la guerra, nella sera che viene, da casa sua che dà verso Klinac, di armi nascoste nei granai e nei sottotetti, e di paure ancestrali, emergenti quasi dai cromosomi, a ricordo di antiche invasioni. Oggi le Valli aspettano che cambi qualcosa: se i giovani non fanno figli e i vecchi muoiono non c’è speranza, anche se resta la bellezza. La bellezza senza la speranza di vita umana è destinata a declinare, perché c’è sempre meno gente che si accorge di lei: ci vogliono occhi e cuori per capire la bellezza, anzi per sperare che ci sia.

Un’economia di sussistenza ha segnato secoli di vita nel tempo delle Valli, e le stagioni il volgere del lavoro, la cura del campo e del bosco, la tenuta delle bestie e il loro utilizzo. Il maiale, da dicembre a febbraio era il tempo per il suo diventare cibo fondamentale per le famiglie. La raccolta della frutta, le castagne, le patate del campo, la piccola vigna scoscesa.

La notte è silente nella valle e nel bosco, dormono animali e piante, e anche le donne selvatiche, appoggiate alla roccia. Si attende il primo luccicare dell’alba a oriente, per riprendere il cammino. Nulla disturba la notte, e l’alba sorprende con il suo lento apparire.

Il cammino nel bosco riprende verso il monte San Martino. Grovigli di piante cedue e sottobosco pieno di pioggia recente. Il verde è il colore della vita naturale, nel bosco e ovunque, squarci d’azzurro tra le fronde.

Scendo a Polava, l’antico borgo delle donne selvatiche, la intravedo dal torrente e poi le case inerpicate sul declivio del monte. Acciottolato duro che ricorda quando i vecchi andavano con le gerle a fieno per gli erti sentieri e le donne gli portavano la merenda, salame e pane e vino e fatica immane. Anche con i bambini e le bimbe andavano su le mamme e le nonne in montagna, che è la campagna di qui.

A Polava convegno buddista, donne intellettuali in tiro, ex sessantottine che hanno mollato il capello grigio, faticano a salutarmi, le stronze. Deluse dalla sinistra e dalla rivoluzione si sono buttate sulla meditazione esotica. Meglio, molto meglio la dura scorza dei valligiani, generalmente anti-titini, con qualche bestemmia tra i denti che resta lì. Non mi ero ancora fatto un’idea degli adepti al monastero di Polava, ora me la sono fatta. È chiaro che c’è bisogno di spiritualità, ma si preferisce lo snobismo, piuttosto che la ricerca nella tradizione cristiana mediterranea. Meglio andare a cercare lontano, fa-più-figo. Vinco la tentazione di interloquire, per chiedere che cosa facessero lì, ma facciano quel cazzo che vogliono.

Mi convinco sempre di più che l’intellettualità, se non si nutre della santa virtù benedettina dell’umile silenzio, diventa una moda, un darsi delle arie, un tenersi-su per non crollare giù. La gruppetta di femmine attorno alla storica fontana del borgo, già da me cantata anni fa, era tutta compresa del prossimo seminario di preghiera e meditazione, al punto che faticava a rispondere al mio saluto. La coppia che incontro camminando verso Cepletischis, per raggiungere l’auto lasciata al Passo San Martino mi incrocia in modo diverso: lui risponde al saluto cordiale, lei mi squadra, sessantenne figa e vestita in modo giusto, e poi degnandosi mi saluta. La stronza. Infinita stronza.

Io continuo il mio passo costeggiando il piccolo cimitero dove incrocio gli sguardi dei morti, per sempre vivi nella beatitudine generata dal loro lavoro, fatica, silenzio, e santificata dal tempo dedicato, dal dolore per la perdita, dalla gioia per la fioritura di gioventù curate e amate. Amo i cimiteri di montagna, sia quando sono pieni di neve, sia quando attendono l’autunno, che qui arriva prima, e non dopo, con i suoi colori indicibili.

Amo la terra consacrata dalla fatica, queste Valli favolose, come le mie terre di mezzo, risorgive d’acque e di prospettive fluviali, amo le grandi montagne bianche che si chiamano Dolomiti, che ho visitato e cercherò posdomani.

Amo i racconti della mina, delle visite mediche per andarvi, come dai racconti di mio padre che doveva essere a Marcinelle. Alberto è uscito dalla mina prima di finire lì, portandosi dietro gli attrezzi e i racconti di una lunga vita, dei camini che urlano e delle patate dell’orto, alla Casa delle Rondini a Duge.

Amo la discreta passione del narrare dei vecchi, e rispetto il volto scavato dagli anni. Il volto che faticosamente sta diventando il mio, quasi restio a lasciare che i giorni facciano il corso dovuto.

 

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