Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Pensieri, parole e opere per una “sinistra nuova”, evitando – per quanto possibile – le omissioni

Sono interessato a dare un contributo, nel mio piccolo, alla ricerca di temi, argomenti, priorità, ma soprattutto valori etici e politici per una “sinistra nuova”, non per una “nuova sinistra”, sintagma che potrebbe creare qualche ambiguità o fraintendimenti. Mi piacerebbe che questa mia riflessione arrivasse anche nelle stanze dove in molti si stanno dando da fare per farsi eleggere nuovi capi del Partito Democratico. Senza false modestie, penso che potrebbe essergli utile (se non opportuno o addirittura necessario, visto che da anni (o decenni? dai tempi di Veltroni?) – da quelle parti – non si producono concetti e pensieri di filosofia socio-politica, vero Franceschini, Bersani, Orlando, Zingaretti et co.?, evitando di citare i giovani alla Provenzano, che assomigliano maledettamente ai quattro citati prima.

Storicamente, in Italia, sia la sinistra comunista sia la sinistra socialista, anche se con modalità e in misura diverse, hanno avuto come stella polare il discorso e il valore etico-politico-sociale dell’uguaglianza.

Tale valore ha poi dialogato, almeno dalla seconda metà del XIX secolo, non mancando di confliggere, anche con il mondo cattolico, che per parte sua ha sempre tenuto in evidenza il sentimento e il valore della fratellanza universale tra tutti gli uomini, ispirandosi innanzitutto al biblico versetto 1,26 di Genesi “(Egli, Dio stesso) fece l’uomo a sua immagine“.

L’entimema (sillogismo abbreviato) Dio uomo genere umano, ha ispirato per millenni teorie (dottrine) e prassi dei movimenti religiosi ispirati dal Cristianesimo nelle sue tre principali declinazioni del Cattolicesimo, dell’Ortodossia orientale e del Protestantesimo, anche se quest’ultima modalità storico-religiosa si è distinta abbastanza chiaramente dalla visione cattolica (soprattutto), la quale ha conservato, nel rispetto del nome “cattolico” (che nel sintagma greco katà òlon significa secondo-il-tutto), una valenza morale pratico di universalità.

In altre parole, il Protestantesimo, come si evince dai fondamentali studi di Max Weber (cf. soprattutto L’Etica protestante e lo Spirito del capitalismo), ha evidenziato come la Grazia divina tenda a “privilegiare” (termine oltremodo impreciso) chi si dà da fare nella vita confidando nella Grazia stessa: teologicamente, sulle tracce della lezione paolina e di sant’Agostino, primo ispiratore di frate Martin Luther.

La visione egualitaria delle sinistre storiche si è dunque incontrata con la visione universale del cristianesimo cattolico, costruendo un’alleanza di fatto, soprattutto nelle prassi sociali e sindacali di tutto il ‘900, spesso addirittura in concorrenza per acquisire più adepti tra i lavoratori e nella società civile.

Esemplifico: dopo l’avvio della Guerra fredda negli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale, la CGIL unitaria (come rappresentanza generale della sinistra sociale), ritrovatasi, dopo il ventennio fascista, con il Patto di Roma del 1944 (mentori il grande e compianto Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio e Giulio Pastore) si spaccò, prima in due parti, con la nascita della CISL (sindacato cattolico) nel 1948, e poi in tre parti, con la nascita nel 1950 della UIL, punto di riferimento delle forze laiche, come socialdemocratici, socialisti e repubblicani (nomi definitivi dopo un periodo di altre denominazioni acronimiche).

Negli anni successivi vi fu concorrenza soprattutto tra la CGIL, che era costituita da tutti coloro che nel mondo del lavoro facevano riferimento al Partito Comunista Italiano e alla maggioranza dei Socialisti (anche dell’area più radicale di Unità proletaria), e la CISL, e il maggiore tema nel quale si dialogò e ci si scontrò era il tema dell’uguaglianza salariale. In quegli anni, solo una parte della FIOM (Federazione Impiegati ed Operai Metallurgici) e la UIL sottolineavano anche l’importanza dell’inquadramento per livelli, con il quale andare a riconoscere capacità professionali diverse e a retribuirle in proporzione.

Tant’è che il mondo dei media coniò anche un termine abbastanza sgradevole nei toni e negli intendimenti per definire la comune sensibilità egualitaristica tra la maggioranza della CGIL e la CISL: andò in auge il termine “cattocomunisti”.

Solo per citare un altro fenomeno intrinseco alla sinistra politica: nei decenni tra gli anni ’60 e gli anni ’80/ ’90, si mossero anche forze di estrema sinistra, variamente denominate, che “nutrirono” gli ulteriori estremismi dell’Autonomia organizzata di un Toni Negri (cattivissimo maestro), fino alle organizzazioni della lotta armata delle Brigate Rosse e di Prima Linea (mentre a destra operava lo stragismo orrendo dei Nar e altri, una cum i servizi segreti deviati). L’onestissima “ragazza del XX secolo”, Rossana Rossanda, riconobbe negli estremismi citati un album di famiglia della sinistra italiana, che non è stata sempre – nella storia – gradualista e parlamentare.

Una nota mia personalissima: nei decenni successivi al massimo fulgore delle organizzazioni di estrema sinistra, mi sono visto sorpassare a destra da innumerevoli ex militanti duri e puri che mi consideravano, essendo io socialista gradualista, più o meno una “spia dei carabinieri”. Ricordo che quando andavo a trovare qualche amico mio, a cui volevo bene anche se non condividevo nulla della sua posizione politica, in quei “centri sociali”, che furono anche fucina di scelte individuali armate, appena mi vedevano si davano la voce (sottovoce): “attenti che arriva Renato, cambiamo argomento“.

Ovviamente si dovrebbe (dovrei) meglio specificare questi fenomeni e questi schieramenti (ad esempio, andrebbe fatto un discorso a parte sui sindacati del Pubblico impiego, dove la Cisl esercitava una sorta di egemonia, con una cultura di stampo corporativistico e conservativo, stante la concorrenza del sindacalismo autonomo), perché la realtà era molto più frastagliata, variegata e complessa. Non dobbiamo dimenticare che tra lavoratori del Pubblico e lavoratori del Privato sussistevano differenze (peraltro ancora presenti) radicali a livello legislativo ricorrenti agli ultimi due decenni del secolo precedente, quando il capo del Governo Francesco Crispi definì giuridicamente il ruolo dell’impiegato pubblico.

Proseguendo in questa analisi sintetica ricordiamo i regi decreti del 1922 sulla distinzione tra qualifiche di operaio e di impiegato, e l’istituzione di Inps e Inail nel 1933, e poi passiamo al secondo dopoguerra.

Negli anni ’60 si tentò l’unità sindacale tra le tre maggiori confederazioni, ma il progetto non riuscì, confermando una sorta di incapacità delle forze sociali di auto-riformarsi, potendosi dire che la fine del comunismo post 1989 non ha generato quasi alcun cambiamento nel sindacato, mentre alcuni partiti della sinistra sono stati smantellati dai giudici ai tempi di tangentopoli. Solo il PCI-PDS se la cavò…

Vengo al nucleo concettuale cui desidero continuare a dare spazio, sulla traccia di post immediatamente precedenti. Se storicamente le sinistre hanno sostenuto prevalentemente il valore dell’uguaglianza nella sicurezza, ora dovrebbe essere in grado di comprendere l’importanza dell’equità nella libertà, che le giovani generazioni mostrano di preferire, stanchi dell’egualitarismo collettivistico delle sinistra storiche.

Se la sinistra non riuscirà a dare centralità a questa “riforma etico-culturale”, l’importanza di un pensiero “di sinistra” sarà sempre meno significativo se vogliamo parlare più in generale dell’economia e della società italiana.

Riassumendo, l’Italia è la 3a potenza economica d’Europa, è 1a o 2a nella manifattura, 1a nel settore metalmeccanico, ma è penultima dell’aumento del Pil e ha lasciato i salari fermi da almeno trent’anni.

Mi chiedo: quante responsabilità ha la sinistra politica (i partiti) e quella sociale (i sindacati) in questo deliquio retributivo?

I lavoratori italiani, a differenza dei loro colleghi delle principali Nazioni, sono gli unici ad avere perso potere d’acquisto, nonostante il meraviglioso sistema del Made in Italy.

Le persone, e i lavoratori in primis, temono il futuro e, anche quando hanno mezzi economici, non spendono, e dunque la domanda interna crolla, mentre sul versante pubblico mancano gli investimenti e una seria riforma per la sburocratizzazione del sistema.

Può la sinistra suggerire un pensiero politico economico nuovo, di rilancio dello sviluppo? A mio parere sì, ma non deve continuare a pensare e a muoversi come sta facendo ora.

Può essere ancora attuale un pensiero socialista democratico che faccia chiarezza sul valore intrinseco delle imprese in un bilanciamento tra diritti e doveri, sia degli imprenditori sia dei lavoratori?

Domanda retorica: io ci credo, mi piacerebbe ci credessero anche quelli che stanno preparando il loro Congresso, tra dichiarazioni presuntuose e paura del cambiamento! E altri tutt’intorno.

“Rari nantes in gurgite vasto”, vale a dire: “nuotanti in un vasto gorgo” (Publio Virgilio Marone da Mantova, Eneide, si tratta del secondo emistichio di un verso – I, 118 – dell’Eneide), ovvero della necessità di un “facilitatore” nelle riunioni

Ho trovato questo classico verso virgiliano per cercare di spiegare a un amico, con una metafora letteraria, l’ambito e le difficoltà nelle quali ci si può trovare in una riunione aziendale, tecnico-politica, o anche filosofica, e perfino in una seduta di auto-coscienza collettiva, come erano solite fare le femministe “anni ’70”.

Le persone si possono trovare come se fossero in un gorgo marino o lacustre assieme ad altre, con la prima preoccupazione di non annegare (nella discussione, specialmente se essa è molto animata).

Una riunione è un “sistema complesso”, poiché moltiplica la complessità del singolo partecipante per la complessità di ciascun altro, in una dimensione non aritmetica, ma geometrica. Infatti, ogni partecipante è lì con tutto sé stesso, con conoscenze, emozioni, pretese, ambizioni…, per cui il primo pensiero che può maturare in ciascuno è quello, prima di tutto, di non sfigurare di fronte ad altri che possono essere competenti come o più di lui.

Se ciò è vero, probabilmente non sarà neanche il secondo pensiero quello di far funzionare bene la riunione, anche a costo che qualcun altro si metta in evidenza. Meglio aspettare e vedere che cosa succede. E a volte succede che, se uno prende la parola spiegando questioni tecniche su cui si è preparato bene, a un altro venga il ghiribizzo di mettere in difficoltà il primo intervenuto con una osservazione bizzarra o impertinente, comunque spiazzante.

Di solito gli altri stanno ad osservare la reazione del primo intervenuto che, se è un tipo paziente e resistente, riuscirà a controbattere con calma e convinzione le proprie ragioni, riuscendo a smontare le obiezioni pretestuose, mentre se è un tipo un po’ fumantino, esploderà mettendosi immediatamente, come si suole dire, dalla parte del torto. E gli altri stanno a guardare, un po’ per vedere come si svolge la polemica e un po’ per individuare il momento giusto per fare almeno bella figura. E a volte anche per il sottile e un po’ perfido piacere del male dell’altro.

In questi contesti, inoltre, ci sono anche quelli che non parlano mai, o perché non hanno nulla di originale e creativo da dire, oppure perché temono di essere “sgamati” nella loro inconsistenza. Di questi tipi umani ve ne sono in tutti i consessi, perché sono bravissimi a insinuarsi nelle pieghe dei gruppi di potere, ed agiscono solo quando sanno di essere più forti, e quasi solamente nell’uno contro uno. Avrei diversi esempi pratici da citare, ma evito. Magari potrei farlo in privato con qualche lettore.

Se quanto descritto è veritiero, emerge subito un’esigenza, anzi una necessità: quella di designare una figura che aiuti il consesso a discutere con ordine e razionalità: il FACILITATORE, o MODERATORE della riunione.

Il facilitatore è necessario, specialmente nei casi in cui la persona più alta nell’ordine dell’autorità e del potere giuridico presente (presidenti, amministratori delegati, direttori generali, etc.), preferisca non assolvere a questo compito, perché non gli piace o perché desidera vedere all’opera i propri collaboratori e misurarne anche in questo modo le capacità gestionali e di resistenza psichica.

Personalmente, presiedendo diversi Organismi di vigilanza ex D.Lgs. 231/ 2001 ed avendo presieduto anche importanti consessi culturali nazionali, oltre a strutture socio-politiche come i sindacati dove ho esercitato anche attività contrattualistiche in seguito mutuate nelle aziende, non ho mai avuto alcun problema a “facilitare” le riunioni, senza eccedere in direttività. Pertanto, tale ruolo si può interpretare, anche se si esercita la massima autorità tra i presenti.

Esempi: se in qualche riunione qualcuno mi anticipa per sua distrazione o mala interpretazione della propria posizione, faccio gentilmente notare che stavo per fare la medesima domanda o che mi ero già premurato di segnare l’argomento sulla bozza di verbale che solitamente ci tengo a redigere io stesso, a scanso di fraintendimenti, a meno che un altro non si proponga di scrivere lealmente ciò che viene detto. Ho esperienze di ambedue i casi.

Tornando alla figura del “facilitatore”, è importante ricordare i cinque elementi che compongono la comunicazione inter-soggettiva soprattutto nelle riunioni:

—linguaggi, cioè il “codice espressivo” —stili, cioè il “carattere o cifra derivanti dai tratti di personalità soggettivi” —modalità, cioè il “modo ordinario di comunicare e le scelte verbali/non verbali/paraverbali” —livelli di condivisione, cioè le “simmetrie e le asimmetrie delle informazioni” (tra colleghi e Direzione o Presidenza, etc.) —mezzi e strumenti operativi, cioè “telefono, computer, riunione in presenza, oppure on-line, etc.”.

Come si può constatare, ognuno degli elementi pone l’esigenza di rispettare l’importanza che assume, se si vuole che la comunicazione di concetti e informazioni, specialmente se complicati, produca risultati positivi in termini di comprensione reciproca e di avanzamento della discussione per un fine progettuale condiviso.

Se ciò non si realizza, il rischio è di produrre riunioni inconcludenti, inutilmente stancanti e foriere anche di inimicizie tra i partecipanti, specie se la comunicazione scadente ha in qualche modo (anche parzialmente) “lesionato” la Qualità Relazionale tra ciascuno e ogni altro, poiché la QR è la condizione imprescindibile per lavorare bene assieme, tra diversi, ma per un Fine condiviso.

Per tutto ciò, mi pare di poter dire che la figura di un “facilitatore” concordemente individuato, possa evitare infortuni interpretativi (cioè di ermeneutica) durante importanti riunioni di lavoro, di organismi dirigenti e societari. Ad esempio nelle riunioni dei CdA è prevista spesso la figura del segretario-verbalizzatore, che potrebbe anche fungere da moderatore, se ne ha le capacità.

Infatti, non è indispensabile che tale figura sia quella “tecnicamente” più preparata sugli argomenti che si stanno discutendo, ma deve certamente conoscerne gli aspetti principali, per discernere l’ordine degli interventi e favorirne la proposizione, come accade nei migliori esempi di dibattito pubblico governato dai giornalisti più professionali, che vengono anche definiti “moderatori”, e come deve accadere (accade) nei seminari accademici.

Nelle aziende, soprattutto, oltre che in tutti gli altri contesti, bisognerebbe avere l’umiltà di ritenere tale figura necessaria al buon andamento di ogni discussione tra diversi e/o portatori di interessi diversi.

(…) quod innocens, si accusatus sit, absolvi potest, nocens, nisi accusatus fuerit, condemnari non potest… (trad mia: …perché l’innocente, se viene accusato può essere assolto, mentre il colpevole, se non è stato accusato, non può nemmeno essere condannato) (“Pro Sexto Roscio Amerino, xx”, Marcus Tullius Cicero)

Brocardi e latinismi giuridici, come quest’altro seguente, ancora più interessante: Nulla lex innocentem punit. sed puta, se vis, hunc innocentem condemnari licuisse: certe non oportet (trad. mia: nessuna legge punisce l’innocente, ma prova a pensare, se vuoi, se fosse lecito condannare l’innocente, certamente non sarebbe giusto). Quid dicis, mi amice? Che cosa dici amico mio?

Marco Tullio Cicerone

Ricorro al Diritto Romano per dire che sono contento della nomina a Ministro delle Giustizia di un liberale, come il dottor Carlo Nordio, un uomo di legge garantista secondo quanto il Diritto Romano già proclama da oltre duemila anni, e che il migliore filosofare illuminista (Montesquieu) ha confermato con chiarezza… e che anche i nostri Padri costituenti hanno ripreso con l’articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana con queste parole: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (omissis)”.

Perché mi va di parlarne in questa sede? La ragione è legata alla mia esperienza carceraria di tutore legale, ma ancora di più alla mia attenzione etica più generale per la giustizia, che deve essere rigorosamente equa e capace di punire con equilibrio gli autori di reati, garantendo che la pena stessa sia eseguita, ma senza trascendere oltre; d’altro canto, riconosca i diritti delle vittime, tutelandole con rispetto, attenzione e cura. Per vittime intendo anche i condannati senza colpa, specialmente quando per errori giudiziari hanno scontato magari molti (o anche pochi, che sono sempre troppi) anni di carcere, e hanno diritto a un risarcimento pecuniario, che di per sé non corrisponde mai al dolore subito.

Si pensi che lo Stato risarcisce ogni anno circa mille persone per ingiusta detenzione, con un costo di svariate decine di milioni di euro.

Non vi è cifra ragionevolmente in grado di compensare anche un giorno solo di privazione ingiusta della libertà, che è il bene maggiore della vita dei singoli e di tutto il consorzio umano, superiore – a mio avviso – anche alla stessa giustizia sociale. In altre parole è meglio essere poveri ma liberi, piuttosto che essere non-poveri come nei regimi comunisti storici (non nell’u-topia sansimoniana o marxiana mai realizzate, appunto!), ma privati della libertà di pensiero, di parola e di movimento.

Meglio pane e salame (invece di ostriche e champagne), seduti sulla riva di un fiume, piuttosto di dover ubbidire a un regime che ti garantisce la sicurezza dalla nascita alla morte.

Già 72 sono i suicidi in carcere nel corso del 2022. Dall’anno 2000 si sono tolti la vita dietro le sbarre circa milleduecento persone. Si tratta di una specie di subdola, surrettizia irrogazione della pena di morte in un paese dove tale pena è stata abolita da settantacinque anni, con la riforma dell’articolo 21 del Codice Rocco (1930), che aveva reintrodotto la pena di morte già abolita dal Gabinetto Zanardelli nel 1880.

Riprendo il discorso generale: a) vi deve essere la certezza della pena; b) non si deve procedere ad arresti arbitrari e a detenzioni pre processo ingiustificate, se non in casi ben chiari di pericolosità dell’indagato, di fuga o di inquinamento delle prove; c) le procure non devono essere quasi “trasparenti” per i media, che possono accedere spesso a fascicoli che sono riservati per legge, per costruire “mostri” mediatici sulla stampa e in tv.

Ascoltavo qualche giorno fa per Radio radicale (emittente benemerita per il suo impegno ultra decennale dedicato al diritto alla conoscenza e per una giustizia giusta) la storia di Nunzia De Girolamo, ex deputata, che fu indagata e processata per nove lunghi anni, in base a intercettazioni di un colloquio privato a casa sua, nel quale avrebbe fatto affermazioni dubbie sulla gestione del sistema sanitario di Benevento, salvo poi essere assolta perché il fatto non sussisteva …e lei spiegava che comunque sapeva bene di essere una privilegiata rispetto alla maggior parte degli indagati che poi risultano innocenti.

Gli antichi brocardi e latinismi giuridici dovrebbero ancora ispirare la Politica legislativa in tema di giustizie e la stessa giurisdizione della Magistratura.

Mi auguro che il nuovo ministro della Giustizia, che ha già detto di voler partire con la sua attività studiando la situazione delle carceri, per poi procedere con la riforma della giustizia, il cui caposaldo, egli condivide, è la separazione delle carriere tra procuratori e giudici, così imitando la parte migliore del modello anglosassone, sia messo nelle condizioni di procedere.

Sì, proprio quello che vediamo nei thriller polizieschi e avvocatizi, là dove il giudice tratta parimenti con il procuratore, che è il pubblico accusatore, e con l’avvocato della difesa, senza commistioni pelose come quelle che spesso si notano nel sistema italiano tra i due magistrati. Il giudice deve essere veramente parte terza, senza avere nel procuratore un punto di appoggio che sbilancia il procedere del giusto processo, anche dal punto di vista psicologico e relazionale.

Un altro intervento da fare è quello dell’edilizia carceraria: tre quarti delle attuali Case circondariali (è l’eufemistica definizione della galera) sarebbero da abbattere o da ristrutturare profondamente, perché sono in contrasto, sia con lo spirito sia con la lettera dell’articolo costituzionale numero 27, che parla di possibilità di resipiscenza del condannato e di recupero sociale. Lavoro, cultura, dialogo, potrebbero essere i tre strumenti per rendere questa nostra Italia sempre più civile, visto anche che ha tra le peggiori carceri dei paesi democratici.

Circa l’ergastolo ostativo, non posso non sostenerne la plausibilità nei confronti dei criminali più efferati e non collaborativi, ma trovo che sarebbe utile “guardare dentro” con maggiore approfondimento da parte della Magistratura sorvegliante nelle biografie e negli intendimenti di condannati all’ergastolo, che, pur non collaborando, con il loro comportamento mostrano di poter provare a vivere un’esperienza esterna di comunità per ciò che gli resta da vivere, trattandosi quasi sempre di persone oramai avanti con gli anni.

Aggiungo: circa la condizione della “collaboratività” con la giustizia da parte dei condannati a un ergastolo ostativo, per poterne riconsiderarne l’applicazione rigida, forse bisognerebbe prevedere anche fattispecie più di dettaglio. Un esempio: se un ergastolano colpevole di delitti di mafia, sussistendo tuttora la mafia nelle sue varie espressioni criminali, può essere sempre in grado di collaborare con la sua organizzazione in qualche modo dall’interno, come potrebbe farlo un terrorista ex Brigate Rosse o ex Prima Linea o ex NAR, dato che queste organizzazioni sono state sconfitte ed eliminate? In questo caso, a mio avviso, si dovrebbe tenere presente il comportamento e i “valori” umani che il detenuto esprime, stando in carcere, per cui l’ostatività potrebbe venir meno.

Peraltro, se una persona del genere fosse “messa fuori” dovrebbe comunque restare in una struttura comunitaria per alcuni anni, cosicché la magistrature penale potrebbe controllarne le mosse e il livello di resipiscenza di fatto (cf. ex art. 27 Costituzione della Repubblica Italiana).

Uno strumento essenziale per affrontare i problemi di vita dei carcerati è l’approccio filosofico. La filosofia è dentro le carceri, con i suoi strumenti dialogici, ma potrebbe essere ulteriormente considerata come disciplina etica e pratica per migliorare la situazione e realizzare il progetto di riforma.

In questa situazione, come si muove la sinistra politica? Ho ascoltato l’ex ministro della giustizia Orlando lodare le parole del suo successore Nordio. Ora vediamo se il suo partito sarà conseguente nel sostenere il ministro e anche quanto già aveva introdotto Cartabia, o se si farà trascinare nel campo dei manettari cinquestelluti e travaglieschi.

Spes contra spem, semper.

Caro amico lettore, ti esorto, VAI A VOTARE!

Mi rivolgo a te in modo confidenziale, caro lettore, con il “tu”, come mi pare peraltro faccio sempre. Ma stavolta più convinto, di questo “tu”.

Il primo Presidente della Repubblica Italiana avv. Enrico De Nicola firma la carta Costituzionale

L’articolo 48 della Costituzione della Repubblica Italiana parla del diritto-dovere di partecipare a tutte le consultazioni elettorali, che siano politiche o amministrative, ovvero referendarie, in base al suffragio universale che in Italia esiste SOLO dal 1946, quando furono ammesse al voto anche le… donne!!! Evviva. Eccolo:

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività.”

Una bella novità in tema, questa volta, è che possono votare per il Senato della Repubblica anche i diciottenni, mentre fino al 2018, alle precedenti consultazioni politiche, il limite era di 21 anni.

Forse, però, la più grande novità, prevista da una Legge dello Stato, è il cambiamento radicale dei numeri di deputati e senatori, che passano, per la Camera dei deputati, da 630 a 400, e per il Senato della repubblica da 315 a 200.

La normativa di merito è la seguente: detta legge costituzionale prevede la riduzione del numero dei parlamentari, da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi. La proposta di legge costituzionale A.C. 1585-B è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati, nella seduta dell’8 ottobre 2019, in seconda deliberazione.

Anche qui, dico evviva, perché non mi convincono i critici di questa riforma, che sostengono sia avvenuta una riduzione effettiva della rappresentanza democratica. Io penso che non sia vero per la semplice ragione che basta che questa rappresentanza sia equamente distribuita fra i territori e le popolazioni, anche se, in questa tornata, il modello soffre di una legge elettorale, il cosiddetto “rosatellum” che costituisce l’ennesima fallacia (si pensi che un modello precedente era chiamato “porcellum” dallo stesso suo estensore, l’on. Roberto Calderoli della Lega che, dopo averlo scritto, si accorse “che faceva schifo”, parole sue, più o meno come l’attuale “rosatellum“); per la cronaca tra i due sistemi qualcuno ebbe anche cuore di proporre il cosiddetto “italicum“, anch’esso fortemente deficitario sotto il profilo della rappresentanza in materia di sistema elettorale.

Il sistema elettorale è comunque ancora una volta da cambiare per trovare una sintesi tra le esigenze della rappresentanza degli elettori e le esigenze della governabilità, come proponeva Craxi quarant’anni fa, morto in esilio, non più colpevole di corruzione degli altri politici del tempo.

E vengo alla campagna elettorale che è giunta agli ultimi giorni utili. Qualcuno dei partecipanti a questa campagna ha osservato come questa sia la più stupida a memoria di elettore italiano. Condivido. Stupida, sgangherata, insensata. Parto dall’ultimo aggettivo: insensata, perché avrebbe potuto svolgersi regolarmente tra cinque mesi, come previsto dal quinquennio costituzionale; sgangherata per il livello del dibattito politico; insensata perché il Governo Draghi è caduto su una impuntatura de minimis (il termovalorizzatore di Roma) attuata dall’ineffabile, per me insopportabile, mediocrissimo, dandy foggiano, cioè Conte, supportato dal ghignante ignorante improvvisato scappato di casa segretario della Lega, e dalla tiepidezza di Berlusconi.

Non cito Meloni, perché – coerente nel tempo – questa donna, che spero non diventi Capo del Governo, ma se lo diventerà sarà una scelta perfettamente democratica, cari voi che contestate questa verità, ha ottenuto ciò che chiedeva da anni. Non salvo nemmeno il PD, che da quasi un quindicennio, dai tempi di Veltroni, ha guide deboli e incapaci, salvo forse il miglior periodo del primo Bersani che fece delle riforme dignitose come ministro, e della prima fase di Renzi. Zingaretti stia nel Lazio e Letta torni mestamente a Parigi. Quest’ultimo mi deprime, addirittura. Degli altri non mi curo, salvo il dire, più avanti, qualcosa del cosiddetto Terzo Polo, che è sorto in vista di queste elezioni anticipate.

Resto sulla politica. Che idee propongono i vari contendenti per la nostra (parzialmente) disgraziata Italia? Provo a sintetizzare: a destra il trio Berlusca, Meloni, Salvini propone tre idee, non molto conciliabili, perché vanno dal populismo sgarrupato della Lega, con il discorotto dei 30 miliardi cui si è affezionato il ragazzo stagionato e stazzonato di Padania, al nazionalismo arcaicizzante e ancora fascistoide di Fratelli d’Italia, fino al conservatorismo paraecumenico assai passé di Forza Italia, coalizione che probabilmente vincerà, ma… chissà dopo: voleranno stracci, probabilmente.

A sinistra abbiamo un PD ancora massiccio, ma disastrato da un’assenza imbarazzante di direzione politica: Letta ha fatto tutta la campagna elettorale teso solo a rintuzzare le posizioni della destra meloniana, incapace di promuovere una proposta di sinistra riformista degna di una appartenenza al filone socialista democratico: occuparsi più o meno solamente di LGBT e di tassare i patrimoni non mi sembrano grandi pensate. Anche il suo viaggio a Berlino è stato come un capitolo fuori tempo e luogo de La Recherche di Marcel Proust, non una iniziativa politica accorta.

I 5Stelle, oramai ex grillini e paracontiani (finché dura), sono una sinistra senza arte né parte, come la maggior parte di quelli che ivi militano. Militano? Prenderanno voti dalla parte centrale della “gaussiana” dei mediocri. Le cose che racconta il cosiddetto “avvucato del popolo” stanno tra la pura invenzione semantica e semiotica e la più pacchiana disonestà politica. Costui mente sapendo di mentire. Una vergogna tra le più grandi della storia repubblicana.

I due gruppettari della sinistra ecologista non meritano nemmeno il paragone con altri sconfittori della sinistra sinistra, paragonabili al Bertinotti che si vantava di non firmare mai accordi sindacali o d’altro genere. Bella roba, come se firmare accordi fosse un disonore, invece di costituire l’essenza della negoziazione democratica.

Devo dire qualcosa di Di Maio, transfuga dalla breve storia, forse arrivato al capolinea? Anche no. Oppure di figuri come Paragone, aggressivo come una donnola incazzata e affamata, come il “compagno” Marco Rizzo tifoso di Josip Dgiugasvili fuori tempo massimo, oppure del bel magistrato eroicamente prestato alla politica come De Magistris?

Resta, quasi infine, donna Emma da Bra del Piemonte, che conserva una sua dignità.

E per finire il Terzo Polo, guidato da due campioni di antipatia come Renzi e Calenda, due benestanti che riescono anche a pensarla giusta su tanti temi. Li voterò, ma non uscirei con loro neanche per una pizza.

Viva l’Italia!

Miseria e nobiltà (assai poca) della politica italiana attuale. Un esempio: la spregiudicata, pericolosa, vergognosa e miseranda scelta di Conte Giuseppe, un parvenù della politica presuntuoso e arrogante, nei confronti del Governo Draghi (al quale ho anche scritto una lettera personale), che è l’unica possibilità decente di tenere in piedi l’Italia in questa fase storica. Da Letta mi aspetterei un atteggiamento più… virile (caro lettore, so che mi capisci). Non a caso richiamo uno stuolo di personaggi storici di ben altro valore

Poche arti umane, forse nessuna, possono sconfinare nella miseria e, di contro, nella grandezza, o nobiltà, come la politica, considerandone le infinite sfumature che la collocano verso ognuno dei due estremi di grandezza e miseria. Nell’immagine che riporto sotto, troviamo il severo cipiglio di Solone, uno dei primi legislatori dell’antica Grecia, nostra madre.

Rimanendo in quei luoghi e tempi, potremmo citare altri personaggi di enorme valore etico e politico: da Licurgo a Pericle, da Senofonte a Pausania… Nel Vicino Oriente antico, troviamo sovrani come il caldeo Hammurabi, come il faraone Ramses II, come i re Assiro-Babilonesi Sargon II, Tiglat-Pileser, Salmanassar, Nabucodonosor, che non furono solo perfidi tiranni, ma anche visionari sovrani. E poi il grande Ciro… il Grande, che liberò gli Ebrei dalla schiavitù babilonese, il più importante di quei re, e in seguito il greco conquistatore effimero di regni, ma immenso per il lascito culturale nelle sue conquiste, Alessandro il Macedone.

Se veniamo a Roma, possiamo iniziare dagli antichi re Numa Pompilio e Servio Tullio, nobili legislatori. La Repubblica, che mise in mostra insigni Consoli come Bruto e Collatino, i Tribuni della plebe Caio e Tiberio Gracco, e poi Catone il Censore, gli stessi Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, al netto della terribilità della Guerra civile, Cesare, intendo Giulio, che diede inizio alla seconda storia di Roma; l’Impero, a partire da quello che per me è stato il maggior politico della Storia occidentale, Ottaviano Augusto, il princeps, e dopo di lui, perché no? Claudio, con la sua capacità di integrare Pitti e Britanni quasi fino al Senato; i Flavii, soprattutto Vespasiano e Tito, i dinasti Marco Ulpio Traiano il soldato, Elio Adriano l’intellettuale, gli Antonini con l’omonimo Pio, con il sapiente e coraggioso filosofo imperator Marco Aurelio, che però non riuscì a comprendere le Apologie che gli inviarono i cristiani Melitone di Sardi, Apollinare e Milziade, per fargli comprendere come il cristianesimo non dovesse esser confuso con la setta montanista, che non ammetteva alcuna forma di convivenza con il potere imperiale, avendo addirittura delle pregiudiziali antistatali (ricordiamo qui il loghion gesuano “Date a Cesare… e ciò che segue”).

Nel Medioevo, Salah-el-Din e Carlo Magno tra i maggiori, furono dei militari “prestati” alla politica, che seppero esercitare il loro potere in modi eccellenti, oltre la durezza dei tempi.

Conosciamo le figure e il valore di personaggi come Federico II di Svevia imperatore del Sacro Romano Impero; come Lorenzo de’ Medici, politico, banchiere e mecenate lungimirante, che portò Firenze in vetta all’Europa; Carlo V d’Asburgo; Federico II di Prussia, tra assolutismo e Illuminismo.

Ricordiamo l’Illuminismo inglese e francese, Locke e Montesquieu con la sua divisione della politica amministrativa nei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, Robespierre con le sue contraddizioni; Napoleone Bonaparte che contribuì a edificare l’Europa moderna; il barone Clemens von Metternich, il vescovo Talleyrand, capace di stare – in tempi diversi – con la Rivoluzione e con la Restaurazione post Congresso di Vienna; Thomas Jefferson, che redasse la Costituzione degli Stati Uniti d’America e Abraham Lincoln, capace di pagare con la vita la sua battaglia contro il razzismo.

Se veniamo all’800 e al ‘900, abbiamo lo sviluppo del liberalismo e delle varie forme di socialismo, da Marx a Proudhon, a Turati a Bernstein.

Certamente, troviamo anche Mussolini, Hitler e Stalin che non sono sovrapponibili.

Oggi abbiamo Putin con la sua lucida follia, nella miseria della politica.

Più recentemente, però, anche grandi personaggi come Iztsak Rabin e Olaf Palme, socialisti riformisti, uccisi per la loro capacità di conciliare la tradizione e il cambiamento.

In Italia osserviamo l’emanazione ai primi del 1948, della Costituzione repubblicana, e politici grandi come Nenni, Moro, Berlinguer, e oggi, come loro degni emuli, Draghi e Mattarella.

Accanto alla politica e nel marasma della Magistratura, che va radicalmente riformata nel senso dei precetti montesquieuiani, non dimenticheremo mai il Dottore (come chiamano i laureati in legge nell’Amministrazione pubblica di Cultura meridionale) Borsellino, il Dottore Falcone, il Dottore Caponnetto e il Dottore Livatino, assieme ad altri.

Di contro, ci sono Salvini e Conte, per mostrare ancora una volta come la miseria della politica, rappresentata in questo momento soprattutto dal comico “avvocato del popolo” (Conte avv. Giuseppe), e dai suoi restanti “venticinque” seguaci, dei quali non nomino alcun nome, perché inutil fatica, a volte raffreni e rischi di mettere a repentaglio i percorsi virtuosi della politica, che comunque vinceranno.

Il sig. “Conte”, avvocatuccio/ icchio della Magna Grecia, e i suoi restanti seguaci (spero in costante diminuzione) neppur si accorgono di chi sia Draghi per l’Italia e della stima di cui gode all’estero, salvo che da parte di Putin e dei suoi insignificanti e maldestri socii, come l’arrabbiatissimo Medvedev.

Spero anche che questa vicenda serva a ridimensionare un giornalista che crede di poter essere facitore e dis-facitore di governi come il suggeritore grillino Marco Travaglio, e a far tornare nel posto giusto colui che iniziò questa triste commedia, il mediocre comico Grillo. In piazza, ma come guitto da fiera.

Anche Meloni se la metta via, ché non si va a votare, anche perché (forse lei non se lo ricorda) le elezioni politiche, in base all’articolo 60 della Costituzione della Repubblica Italiana, si tengono ogni cinque (5!) anni, e quindi i tempi costituzionali sono marzo/ aprile 2023. Benedetta donna.

La politica, ne sono convinto, è e resta l’arte maggiore dell’umana convivenza, come insegnava e insegna sempre il filosofo di Stagira, Aristotele e molti suoi illustri successori nell’arte del pensare, come Tommaso d’Aquino, John Locke, Immanuel Kant, Charles Louis de Secondat, Baron de La Brède et de Montesquieu, Hans Kelsen etc.

Fascisti del 21o secolo (on.le Meloni!), non solo “cretini”, o “idioti” o “imbecilli”, anche se questi tre titoli si attagliano bene comunque a quei personaggi, e anche “ignoranti” e “facinorosi”. Il loro campione quel tipo nerboruto e un po’ grasso, tatuato e mezzo nudo davanti alla sede della Cgil in Corso d’Italia, e non evito di dire che questi “idealtipi” sono presenti anche in altri schieramenti estremisti…, uno dei campioni di questa crassa ignoranza (quasi incredibile) un po’ penosa, e dalla verbosità incagliata (non ha idea di che cosa sia la libertà e la responsabilità, ma dove è cresciuto?), è il capo dei camalli di Trieste Stefano Puzzer, che non sa neppure bene di stare a questo mondo, ma la situazione è comunque un po’ preoccupante a livello sociale e comunitario in questo momento della storia italiana, ingarbugliata e complessa

…e la Meloni fa pena quando dice che non ne conosce la matrice, mentre Lamorgese non si sa bene che capacità abbia. Pare scarsa, nel ruolo delicatissimo del Ministro degli Interni affari.

Tocca dirlo, perché i fatti non mentono. “Contra factum non valet argumentum“, cioè contro i fatti non servono chiacchiere, sosteneva Tommaso d’Aquino.

Ma qui il discorso non può fermarsi su un ministro che non riesce a fare quel “mestiere” grande e difficile. Sommessamente suggerirei al Presidente Draghi di invitarla gentilmente alle dimissioni. Salvini non c’entra neppure per un et nel formarsi di questa mia opinione. Come ti è noto, mio lettore gentile, non necessito di rinforzare le mie opinioni con quelle di Salvini. Mai. Quasi sempre è vero il contrario.

E vengo ai fatti. Un gruppo variegato non solo di facinorosi, ma di militanti violenti di estrema destra, nostalgici di fascismo e nazismo, aggregati alcuni sprovveduti e non della galassia no green pass e “io apro”, hanno attaccato alcune sedi della Cgil, tra cui quella nazionale di Corso d’Italia.

Ora il dibattito è anche sulla domanda se il Governo debba o meno spegnere Forza Nuova. Nella recente storia repubblicana si registra solo il caso di Ordine Nuovo, guidato dal dichiarato neo nazifascista Stefano Delle Chiaie.

Ci si deve chiedere se uno Stato, un Governo robusto dei crismi democratici, abbia bisogno di “abolire” un partitino violento, o meno.

Tra altro, tal deputato Pellini dei 5S afferma: “…noi sosteniamo che la violenza non debba stare al centro della politica“. Allibisco di colpo, e mi chiedo se per caso la violenza – di contro – possa stare alla… periferia della politica, siccome, secondo Pellini, non può stare al suo centro. Questi signori non si accorgono neanche di cosa stanno dicendo, e di quali effetti logici (e comici) provocano, in questo caso senza dubbio alcuno, involontariamente. Poverini.

Meloni invece, aggredendo una incertissima e ora chiaramente inadeguata ministra dell’Interno, letteralmente le urla intervenendo alla Camera: “Siamo di fronte a una strategia della tensione“, citando un archetipo notissimo della storia italiana dell’ultimo mezzo secolo, decisamente a sproposito. E poi insinua che la gestione dei tumulti sia stata studiata per mettere in cattiva luce la destra politica parlamentare.

Ora, io non saprei se si sia trattato di un diabolico disegno delle sinistre politiche coadiuvate dall’amministrazione della sicurezza pubblica, come ha sostenuto nel suo talk il giornalista Porro, oppure di grave dabbenaggine del Ministero degli Interni e della Polizia, ma ciò che è certo è che si è agito senza intelligenza e senza capacità di prevenzione del facinus della piazza.

I politici attuali hanno bisogno di studiare, perché sono tecnicamente e politicamente ignoranti.

Ciò che è successo e che cito nel titolo fa pensare però che la situazione sia in generale un po’ difficile e da prendere sul serio e per mano sotto tutti i profili, a partire da quello della formazione primaria.

Bisogna dare mezzi alle famiglie e all’insegnamento primario, perché negli ultimi decenni si è verificata una deriva che ha reso sempre più deficitaria la capacità pedagoggica delle due principali agenzie educative, la famiglia e la scuola.

Il risultato lo raccogliamo ora, con la presenza sulla scena pubblica, e la sua amplificazione mediatica, di uno scenario di impressionante ignoranza, in parte incolpevole e in larga parte colpevole.

Potrei dire che i due esempi sopra citati, quello del deputato Pellini e quello di Meloni rappresentano esemplificazioni chiarissime dei due tipi di ignoranza, almeno in qualche modo: a) se Pellini, deputato semisconosciuto e, prima di essere eletto dal fiume in piena grillesco-dimaian-dibattistiano ora contiano (ahimè), anch’esso frutto (quantomeno in parte) di ignoranza diffusa, del 4 marzo 2018, rinvia al tipo di ignoranza incolpevole, anche se Pellini potrebbe essere laureato; b) Meloni (anche se non ha una laurea, o uno straccio di laurea, finché non se ne meriterà una ad honorem, che si conferisce a chiunque, più o meno) invece rappresenta un’ignoranza colpevole, perché non si può dare un capo partito del poco meno 20% dei consensi elettorali, come da analisi socio statistiche delle attuali intenzioni di voto, che non sappia che cosa fu realmente, in tutta la sua pericolosità, la strategia della tensione dei decenni ’60/’70 del secolo scorso.

Non ci credo, non può essere. E allora si tratta di una provocazione, che fa forse il pari con quella che potrebbe essere un disegno delle sinistre, cui non credo, perché troppo raffinato per le intelligenze, pour dire, che guidano attualmente quella parte politica. Ahimè.

Il fatto è, come mi sottolinea l’amico Cesare che si trova da troppo tempo in ristretti orizzonti, che la complessità cui è giunta la società contemporanea non trova ancora item analitico-sociologici in grado di tentare, dico tentare, di descriverla. Non vi sono più le strutture democratiche classiche, o quelle sovietiche, o del periodo delle dittature novecentesche. Tutto è fluido, o forse, meglio dire (caro Bauman) intrecciato, intersecato, segmentato, cosicché non si riesce a proporre discorsi convincenti per le masse di cui parlavo sopra, perché non ci sono più.

Oggi ogni discorso viene colto in modo diverso da target differenti, per cui, oso dire, anche l’80% di vaccinati in Italia è qualcosa di molto importante, che forse significa e attesta ancora la presenza di una ragionevolezza diffusa.

“Agorà”, in Greco antico, significa slargo, piazza: il plurale è “agorài” (piazze). Bene: vedo Letta del PD che troneggia su palchi dove la scritta è la seguente “Agorà democratiche”, quindi con il nome al nominativo singolare e l’aggettivo al plurale. Non mi si dica che in italiano i plurali greci non si mettono (come nell’inglese inserito in un testo italiano, perché sarebbe come dire che greco e latino stanno all’italiano come l’Inglese). Conclusione: Greco e Latino sono “papà” e “mamma” linguistici dell’Italiano e dunque, se non si conosce l’abc del Greco antico, si lasci perdere, per carità

Alle solite! Si usa una lingua antica e si fanno figure barbine. Chissà perché lo fanno… fa figo? E’ una cosa capalbiese, radical chic, snobistica? Mi par proprio di sì. Poi sono più o meno gli stessi che dicono mìdia invece di mèdia, plàs invece di plus, perché hanno deciso che la koinè inglese si è impadronita anche di un neutro latino della seconda declinazione, o di un avverbio comparativo di quantità.

Non è serio usare termini e concetti che non si conoscono per fare bella figura… con chi, poi? Chi non conosce il greco antico non si accorge dell’errore, e ci capisce poco o nulla del sintagma greco-italiano, a meno che il “colto” Letta non lo spieghi, mentre chi conosce il greco, può anche ridersela. Bel risultato.

Gli uomini e le donne di sinistra non avevano bisogno di grecizzare o latineggiare sbagliando, perché gli Amendola, i Pintor, i Macaluso, le Iotti, le Anselmi, i Chiaromonte, i Magri, le Castellina e le Rossanda, i Natta, i Bufalini, i Martelli, i Valdo Spini, et alii aliaeque (che Dio abbia in gloria chi non c’è più e protegga chi è ancora tra noi), pur potendolo fare, non indulgevano in inutili sfoggi di classicismi fuori luogo. Neppure Alessandro Natta che insegnava greco e latino al classico.

Ora, invece, seguendo la linea sub-culturale del web, che banalizza, semplifica e confonde cultura vera e raffazzonate citazioni, non pochi tra gli attuali politici di sinistra, come il sopra citato segretario, tra i quali tenta di galleggiare anche un Conte e il sempre parvenù Dimaio, abbozzano ipotetiche idee-forza e sintagmi markettari solo apparentemente colti e originali, in realtà scorretti, ma per nulla intelligenti ed efficaci.

Non parlo della destra, che offre – solo eccezionalmente – persone colte in posizioni di rilievo. Salvini e Meloni sono dei non-laureati al potere, ma questo non è il fatto più grave, perché, come chi mi conosce bene sa, io ho incontrato nella mia non breve e non da poco esperienza di incontri, diversi laureati non-colti e poco intelligenti, e non pochi “solo” diplomati, e anche con la terza media, di grande intelligenza e cultura. Un nome su tutti: Pierre Carniti, storico segretario generale della Cisl, che conobbi bene, aveva solo la terza media.

Salvini e Meloni (questa più di quello) sanno stare davanti a un microfono anche con grande efficacia, ma quando si spendono in ragionamenti che richiedono veri e seri fondamenti culturali, magari in storia, economia, temi sociali, mostrano tutta la loro inadeguatezza, anche qui evitando di citare la loro assoluta ignoranza in temi di filosofia del diritto e di etica generale.

A destra si trovano persone di cultura, certamente, e alcune anche molto visibili, come Marcello Veneziani oggi, e un Pino Rauti qualche decennio fa. La cultura è qualcosa di diverso dall’ideologia, ma quando manca, anche l’ideologia zoppica, come insegnava un grande Italiano, Antonio Gramsci.

Viaggiando ascolto spesso le cronache parlamentari di Radio radicale, emittente benemerita che i “grillini” qualche anno fa volevano costringere a chiudere, ma non ci sono riusciti; ebbene, il livello degli interventi dei DEPUTATI (o dei SENATORI), compresi i leader, a parte qualche eccezione molto rara, è caratterizzato da: 1) un linguaggio approssimativo, impreciso e a volte indecente, evidenza di un parlato in italiano di scarsa qualità e di una conoscenza delle lingue estere risibile (basti ascoltare le citazioni faticose degli anglicismi, che spesso sfiorano il ridicolo); 2) un’aggressività verbale che non sembra rivolta a degli avversari politici da confutare nel dibattito, ma a dei nemici da abbattere; 3) un’incapacità propositiva madornale, e mi fermo qui, per non infierire, perché questa mediocrità perfino pericolosa concerne tutte le aree politiche, di tutte!

La politica, comunque, è un “luogo”, un ambiente, con poca o punta cultura, oramai da decenni. In politica approdano figure e figuri di tutti i tipi, generi e specie, senza la selezione che fino a qualche decennio fa, funzionava, per impedire che “scappati di casa” diventassero sindaci o deputati o addirittura ministri, se non capi del governo.

Ora, invece, è possibile che uno arrivi al Governo della Repubblica Italiana senza avere prima percorso un lungo e non facile tratto di strada formativo ed esperienziale nella società, dentro i problemi, capendo pian piano di sanità, servizi, lavoro, occupazione riforme, e poi… di giustizia sociale, civile, penale, il ruolo delle parti sociali, la differenza e la necessaria integrazione tra diritti civili e diritti sociali, la relazione indispensabile fra declinazione dei diritti e osservanza dei doveri…

…per cui senti blaterare di diritti e diritti e diritti e, se gli chiedi che cosa intenda, una Lezzi, un Licheri, un Lollobrigida o una Cirinnà qualsiasi, non sanno risponderti altro che tautologicamente, senza conoscere nemmeno, beninteso, il significato del termine che ho appena usato.

Non sarò mai di destra, ma a sinistra non ho più “patria”

Geneticamente, voglio dire, fin dall’uso di ragione e dai primi discorsi politici, semplicissimi, ascoltati da mio papà, mi sono sentito “socialista”, ma non di quelli della Rivoluzione bolscevica (che erano comunisti, e non bisogna mai confondere i due termini), bensì di quelli moderati che cominciavo a sentire per radio e verso la fine dei ’60 per televisione, Nenni su tutti. E tale sono rimasto nelle mie diverse traversie esistenziali, culturali, attività, condizioni personali, familiari, economiche, fino ad oggi.

E tale rimango, con una convinzione: che la mia Patria sia il mondo intero e la mia legge la libertà nella giustizia (caro lettore, ti ricorda qualcosa questo versicolare?). Una Patria che è il Pianeta Terra, l’Europa. l’Italia e il Friuli. Ma anche le mie convinzioni etiche e politiche.

Se qualcuno mi chiedesse, però, quale sia la mia Patria effettiva, oggi, qui e ora, e plausibilmente domani, fino alla fine, risponderei che è il PENSIERO, la FILOSOFIA.

Ecco, in codeste “patrie” mi sento a mio agio, perché sono l’ambiente previo e necessario per ogni ulteriore riflessione etica e politica.

Mi sono già soffermato su questi argumenta qualche giorno fa, ma riprendo il tema. Primo esempio: Enrico Letta sembrava un gentil dormiente quando Renzi lo sfrattò da Palazzo Chigi nel 2014. Trovò nell’elegante Paris, patria mondiale degli snob di sinistra o parvente tale, e perfino di comunisti con il Rolex d’oro come le sorelle Bruni Tedeschi, una posizione da maitre à pénser e di docente universitario (non ho capito bene di cosa e dove, però).

Qualche settimana fa, a fronte della manifesta povertà politico-gestionale del Presidente della regione Lazio, è stato invocato e chiamato a gran voce dal suo partito, a salvarlo dal deliquio, partito in mano a mediocri stanziati in posizioni di garanzia assoluta come ministeri e Parlamento.

Bene, neanche sceso dall’aereo a Fiumicino, il buon Enrico si è messo a declamare dello Ius soli, senza se e senza ma (come direbbe Bertinotti, altro poco glorioso distruttore della sinistra, di governo e non); un attimo dopo, si è messo a declamare (ipso eodemque modo) il tema dell’1% di tassazione ulteriore ai possessori di grandi patrimoni per dare una spinta verso il futuro ai giovani diciottenni.

Lui, evidentemente, pensa, che riferire almeno fedelmente e compiutamente il pensiero dell’economista Piketty, autore della teoria socio-economica, non è opportuno perché troppo complicato da capire da parte del popolo. Chissà perché non ammette che molta parte del popolo, non solo possa accedere direttamente ai testi “fontali” della proposta, ma sia anche più acculturate e intelligente di lui. Ancora snobismo di sinistra, di tipo quasi leniniano (e cito Lenin solo per sorridere, sapendo noi tutti il divario incommensurabile esistente tra il “nostro” e Vladimir Ilich Ulianov), nel quale il popolo deve essere guidato, come fosse un minus habens, dalle élites di partito.

Sullo Ius soli sono d’accordo anch’io e da prima di Letta, sed est modus in rebus: non lo spari così, cioè, come tema primario, in un’Italia piegata e piagata non solo dal Covid! Questo diritto deve essere ben declinato insieme con lo Ius culturae, che vuol dire due cose essenziali: a) conoscere l’italiano in modo dignitoso, e b) accettare senza remore la Costituzione della repubblica italiana. In altre parole, cittadinanza al padre di Saman, uccisa dallo zio per ordine dei genitori, solo se accetta di mettere la Costituzione italiana al posto della Sharìa pakistana, beninteso, dopo avere passato trent’anni in carcere.

Provi, Letta, a farsi spiegare queste cose dal cardinale Bassetti, presidente dei vescovi italiani, visto che è anche cattolico!

Altro esempio di sinistrismo idiota. Già ho avuto modo di ricordare in questo sito la ridicola presa di posizione della signora Murgia Michela sulla divisa del generale Figliuolo. Ora ne spara un’altra, questa del tutto paranoica, sulla Stampa di Torino (e le danno spazio): lei scrive che non si può dire che “non tutti i bianchi sono razzisti“, perché in situazione potrebbero diventarlo, e che “non tutti i maschi sono potenziali offensori delle donne (non dico femminicidi, perché il termine mi fa schifo, e ne ho già spiegato il perché qui, più volte)”, sempre perché in situazione potrebbero diventarlo. Mi par che tali tesi echeggino una sorta di Piercamillo Davigo in gonnella, giudice che sosteneva essere tutti i cittadini colpevoli di qualcosa, solo che non si riesce a scoprire di cosa…, e dunque ad accusarli. Solo follia logica?

E’ la stessa visione di un bel film americano diretto da Spielberg e interpretato da Tom Cruise, di cui ora non ricordo il titolo: nel racconto filmico la polizia arrestava le persone prima che, mediante un meccanismo psico-telepatico, si venisse a conoscenza l’intenzione di commettere un reato. Il film è bello, oltre che per le sue qualità cinematografiche, perché denunzia un rischio. Qui siamo nel pieno di una riflessione teologico morale di rilievo centrale. Al mio lettore suggerisco di dare uno sguardo al cap. 5 del Vangelo secondo Matteo ai versetti 21 e seguenti, per comprendere ciò che intendo dire.

Le parole della Murgia sono semplicemente insensate.

Come faccio a partecipare di questa sinistra, caro lettore? Me lo puoi spiegare?

Penso, a distanze siderali dai due sopra citati “di sinistra”, che bisogna ricostruire una patria della sinistra riformista, colta, ragionevole, capace di dialogare con tutti, capace di progetti razionali e di alzare lo sguardo, capace di guardare a una filosofia politica e a sviluppare un pensiero logico che scommetta sulla capacità umana, non tanto di resilienza (termine che non apprezzo), quanto di sapienza, che è una sapida scienza.

“Ambiguità & Complessità”, sintagma che sollecita un necessario dialogo linguistico-concettuale

Il modo infinito verbale “dis-ambiguare” – riportato in vari lemmi di wikipedia – già presenta al mondo virtuale l’importante concetto dell’ambiguità, che in lingue come quelle di derivazione greco-latina consentono un’ampia polisemanticità, fatta sia di polisemie vere e proprie, sia di similitudini, di metafore, di allegorie e di analogie, là dove i campi semantici a volte quasi si sovrappongano o, più spesso, si sfiorano sui rispettivi “confini”, se così li si può chiamare.

Infatti, la polisemia è una delle entità principali di questo ambito dell’analisi linguistica, che consente amplissime possibilità espressive, cogliendo le sfumature più prossime al focus dell’etimo, e anche quelle più remote, in un quasi-continuum di significati, che talora superano anche le obiettive dimensioni “discrete” (in senso matematico) di ogni lemma.

Mi spiego: basti pensare al termine “amore”: può qualcuno ragionevolmente affermare di poter dire tutto-ciò-che-si-può-dire sull’amore? Se qualcuno lo fa c’è da insospettirsi, poiché, o si tratta di un presuntuoso oppure di un ignorante sotto il profilo “tecnico” (qui si ricordi la mia convinta distinzione, più volte presentata in questa sede e altrove, fra “ignoranza tecnica” che può non essere colpevole, del tipo “io non so di fisica nucleare e non ne parlo, ma ascolto con rispetto chi conosce questa disciplina”, e “ignoranza colpevole”, con ciò intendendo che, pur occupandomi di cose e materie determinate, ne parlo senza averne cognizione scientifica, del tipo “posso parlare di ciò che voglio”). E di quest’ultima specie umana ho diverse raffigurazioni televisive e telematiche: ad esempio, di matematici che dissertano di teologia sotto un sorrisetto… ambiguo e di sufficienza.

L’ignoranza tecnica, ovviamente, non evidenzia profili etici e di responsabilità morale, l’ignoranza colpevole, sì. Aggiungo: l’ignoranza colpevole ha particolare rilevanza in termini di giudizio sul rilievo morale degli atti umani liberi. In ambedue i casi è assente il sapientissimo “sapere-di-non-sapere” socratico, e dunque manca radicalmente un approccio sano e realistico alla conoscenza.

La polisemia è intrinsecamente ambigua in senso tecnico, perché richiede di approfondire immediatamente l’analisi del senso di un lemma-significante- dentro-un-contesto. Mica poco!

L’ambiguità ha comunque avuto nei tempi storici diverse declinazioni, non poche delle quali poco positive, o addirittura negative. Si pensi all’ambiguità implicita delle arti diplomatiche, dove il dire/ non-dire è una specie di must, di obbligo inderogabile. Il diplomatico ha a disposizione tante maschere quanti sono i suoi interlocutori e gli ambienti nei quali opera: uno degli esempi storici dell’ambiguità politica è stata – in decenni e anni assai recenti – quella che i politologi e gli storici chiamano “la doppiezza comunista”, ad esempio riferita alla leadership del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti: doppiezza da valutare attentamente. Vediamola: quando nel 1944 “Ercoli” (era il suo nome di battaglia antifascista e antinazista) spiegò ai suoi compagni del PCI che l’Italia non avrebbe seguito l’esempio dei paesi dell’Est europeo che di lì a poco sarebbero entrati nell’orbita dell?Unione Sovietica come “satelliti”, poiché a Yalta i tre “Grandi” avevano stabilito un’altra prospettiva nettamente diversa, nel PCI stesso vi erano posizioni che non ritenevano la linea togliattiana inderogabile, ma solo ad usum delphini, vale a dire “per la propaganda”, poiché non si dovevano allarmare le altre forze politiche antifasciste, in primis il Centro destra liberal-repubblicano e la Democrazia cristiana, ma anche gli Azionisti e i Socialisti.

Un Pietro Secchia e un Vittorio Vidali, che avrebbe riconosciuto volentieri la sovranità non solo sulla Venezia Giulia, ma quasi sull’intero Friuli a Tito, certamente non rimanevano personalmente (e non solo) pedissequamente fedeli alla linea del compagno Palmiro, perché per loro la Resistenza non avrebbe potuto e dovuto concludersi se non con una rivoluzione socialista, tale da cambiare i destini dell’Italia dalle fondamenta socio-economiche e politiche.

Non dimentichiamo che, a proposito di “album di famiglia”, come spiegò con spietata lucidità Rossana Rossanda una trentina di anni fa, uno dei due o tre fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini, figlio di partigiani, ebbe a dire più volte che i vecchi compagni comunisti, operativi nel ’45, avevano nascosto le loro armi per fare la rivoluzione, e quindi per completare il processo socio-politico verso un socialismo italiano (ebbene sì), di ispirazione sovietica.

Se tutto ciò risulta plausibile, potremmo anche dire e ammettere che l’ambiguità togliattiana servì a gestire, a controllare i suoi compagni più decisi a proseguire sulla strada di una socialistizzazione dell’Italia fino a una conversione politica, cioè all’accettazione (forse un po’) rassegnata del sistema democratico-parlamentare. Non ho dubbi ad affermare, da socialista riformista qual sono, che Togliatti operò per il “bene comune”. Di quello che realmente avesse nel cuore e nella mente Togliatti, penso che non possiamo né pensare né dire alcunché di assolutamente certo. La sua fu, dunque, ex post, un’ambiguità utile, anzi necessaria per il successo dei fatti successivi. Infatti, Costituzione repubblicana democratica, voto alle donne, pluralismo partitico, ruolo dei sindacati, etc., furono i frutti di un processo nel quale Togliatti ebbe parte importantissima.

L’ambiguità produce certamente, nei modi più vari, incertezza, togliendo tranquillità e assolutezze… cosicché nell’ambiguità non si possono declinare i racconti sussumendone una verità intrinseca, anzi, in un contesto ambiguo la verità è una specie di ospite non gradito, si può dire.

Epperò l’ambiguità nei rapporti umani e professionali non è una virtù, perché li rende faticosi e spesso immorali. Indossare maschere va bene, ma non sulle cose essenziali come la qualità e la sincerità delle relazioni affettive. Prima o poi, meglio prima che poi, bisogna dirla “giusta” a chi ci vuol bene, a chi si stima, alle persone con le quali si collabora.

Il concetto di complessità si collega obiettivamente al concetto di ambiguità. Ciò che è complesso è per sua natura ambiguo, perché non definibile all’interno di contorni certi ed evidenti. Essa si può scientificamente e storicamente riferire agli studi del fisico-matematico ottocentesco Henri Poincaré e a quelli, della prima metà del Novecento, di studiosi come Hadamard, Lyapunov, Schrödinger, etc.. Altri nomi di scienziati interessati al tema sono i seguenti: Alexander Bogdanov, Werner von Foerster e Warren Weaver che pubblicò nel 1948 il fondamentale saggio “Science and Complexity”.

L’impiego del computer permise negli anni ’50 del XX secolo a Edward Lorenz di parlare del noto “effetto farfalla”, in base al quale ogni minimo movimento atmosferico influisce su tutta l’atmosfera, in quanto struttura dinamica e interrelata.

Negli anni ’60 del ‘900 Ilya Prigogine indagava i sistemi lontani dall’equilibrio intrinseco, favorendo lo sviluppo di una epistemologia scientifica come la sistemistica transdisciplinare , in particolare per merito di von Bertanlanffy, e del filosofo Edgar Morin, che previde un sistema per il pensiero complesso., come vedremo più avanti.

Proviamo ad esaminare l’etimologia del termine “complesso”. Esso deriva dal verbo latino “complector”, che significa cingere, tenere avvinto strettamente, vale a dire – in metafora – abbracciare, comprendere, unire tutto in sé, riunire in un solo pensiero e in una sola denominazione, oppure legame, nesso, concatenazione

Inizia dal XVII la riflessione-confronto fra il concetto di complessità e quello di complicazione, laddove: una cosa è complessa se consta di innumerevoli parti interrelate, che influiscono una sull’altra, e dunque può essere solo interpretata, mentre una cosa è complicata (dal verbo latino complico, cioè piegare, arrotolare, avvolgere), se può essere spiegata, come un lenzuolo che si può (dis-)spiegare da… piegato, compiegato, complicato che era prima.

Si tratta proprio di una epistemologia della complessità, portata avanti, come si dice, da due autori sopra citati come Prigogine e Morin, ma anche da De Toni e Comello, che nel 2005 pubblicarono da UTET un testo molto importante come Prede o ragni. (cf in molti miei testi in tema)

La complessità o teoria della complessità è adatta ad esempio al linguaggio colloquiale, al funzionamento delle reti telematiche, ma anche a quanto avviene nel modello termodinamico e alle facoltà auto-organizzative della mente umana. La complessità è un tema… complesso!

In generale un problema è lineare se lo si può scomporre in un insieme di sotto-problemi indipendenti tra loro. Quando, invece, i vari componenti/aspetti di un problema interagiscono gli uni con gli altri così da renderne impossibile la separazione per risolvere il problema passo-passo e “a blocchi”, allora si parla di non-linearità.

I modelli complessi sono indispensabili, essendo una specie di sintesi fra i sistemi naturali e i sistemi costruiti dall’uomo utilizzando discipline come la meccanica, l’elettronica, la chimica, la fisica, la chimica, la biologia e l’economia. Il legame fra tutte queste discipline può essere la logica filosofica, che mette in contatto i saperi mediante una metodica trasversale e sistematica. Le tecno-scienze contemporanee confermano questa visione della cultura e della scienza applicate.

Un sistema complesso prevede che si muova attraverso azioni e retroazioni, o feedback, sia che si tratti di un’azione orizzontale del tipo “io dico una cosa a uno” – “lui mi risponde”: in questo caso si tratta di un’azione e di una reazione, ma occorre tenere conto anche di tutto ciò che accade tutt’intorno, nell’òlos, nel tutto, poiché molto di ciò che re-agisce non è evidente, come accade nel dialogo inter-soggettivo, nel quale abbiamo domande e risposte evidenti, ma anche risposte in-evidenti, sotterranee, suggestive, pre-formali… auto-organizzate, emergenti, imponderabili… quantistiche in senso metaforico.

Ecco alcuni esempi di sistemi complessi: le cellule, la crosta terrestre, il sistema del clima, gli ecosistemi, tutti gli organismi viventi, il sistema umano (endocrino, linfatico, respiratorio, cardiocircolatorio, neurologico, limbico, linfatico, immunologico, nervoso…), e poi: i sistemi sociali, politici, economici, finanziari, religiosi, associativi, etc.i

La relazionalità nei e tra i sistemi produce complessità, allontanandosi sempre più dalla complicazione, come hanno sempre meglio spiegato studiosi che si sono specializzati su questi temi. Tra i principali: il Santa Fe Institute, fondato nel  1984 – si è particolarmente dedicato allo studio dei sistemi complessi adattativi (CAS – Complex Adaptive Systems), cioè sistemi complessi in grado di adattarsi e cambiare in seguito all’esperienza, come ad esempio gli organismi viventi, caratterizzati dalla capacità di evoluzione: cellule, organismi, animali, uomini, organizzazioni, società, politiche, culture , etc. (Holland, 2002). Gregory Bateson e Edgar Morin sono fra gli autori che si sono spesi con più costanza nella ricerca che oramai si denomina “scienza della complessità”.

Tra la teoria dei sistemi e quella della complessità si è dato vita alla teorizzazione dei sistemi dinamici complessi. Per quanto concerne l’essere vivente si sono spesi in particolare studiosi come Ludwig von Bertalanffy, Humberto Maturana e Francisco Varela, mentre in Italia non si possono trascurare le ricerche di Alberto F. De Toni e Luca Comello dell’Università del Friuli. In ambito psicoanalitico si sono mossi negli ultimi anni nel Boston Process of Change Study Group, Daniel Stern e Louis Sander.

I sistemi complessi adattivi (CAS o Complex Adaptive Systems nelle ricerche anglosassoni) sono dinamici e auto-organizzantisi, di cui propongo alcuni esempi: comunità o gruppi di persone che stanno insieme per lavoro o per altre ragioni, il cervello umano, le reti informatiche, il sistema corpuscolare ondulatorio delle microparticelle (da Heisenberg in poi), etc.

«Un CAS può essere descritto come un instabile aggregato di agenti e connessioni, auto-organizzati per garantirsi l’adattamento. Secondo Holland (1995), un CAS è un sistema che emerge nel tempo in forma coerente, e si adatta ed organizza senza una qualche entità singolare atta a gestirlo o controllarlo deliberatamente. L’adattamento è raggiunto mediante la costante ridefinizione del rapporto tra il sistema e il suo ambiente (co-evoluzione). Il biologo americano Kauffman (2001) sostiene che i sistemi complessi adattativi si muovono in paesaggi adattabili, o elastici, (fitness landscape), in continua deformazione per l’azione congiunta dei sistemi stessi, di altri sistemi, e di elementi esogeni.»
(“Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità“, De Toni e Comello, 2005)

Dalla non-linearità di interazione tra le componenti di un sistema e la loro auto-organizzazione scaturisce l’attitudine di questo a esibire proprietà inspiegabili sulla base delle leggi che governano le singole componenti stesse:

«Il comportamento emergente di un sistema è dovuto alla non-linearità. Le proprietà di un sistema lineare sono infatti additive: l’effetto di un insieme di elementi è la somma degli effetti considerati separatamente, e nell’insieme non appaiono nuove proprietà che non siano già presenti nei singoli elementi. Ma se vi sono termini/elementi combinati, che dipendono gli uni dagli altri, allora il complesso è diverso dalla somma delle parti e compaiono effetti nuovi.» (ivi)

Ogni riduzionismo epistemologico viene dunque criticato e messo in questione dalla nozione o scienza della complessità, che trova nella fisica delle particelle (cf. supra Heisenberg et fisici successivi) e nella fisica atomica. La stessa scala geometrica che prevede una successione del genere: particelle sub-atomiche, atomi, molecole, tessuti o cristalli, etc., viene così implementata in modo nuovo e inatteso, che si basa su leggi diverse e caotiche. Legge caotica, appunto, un ossimoro che esprime tutto ciò che appunto non è descrivibile: evidenze imponderabili (cf. Wittgenstein) nelle relazioni umane, caos ricomponentesi nella dimensione fisica e biologica.

Ad esempio, nell’uomo bio-psico-macchina la coscienza, il linguaggio o la capacità auto-riflessiva sono ritenute proprietà emergenti perché non spiegabili dalla semplice interazione tra neuroni. Che cosa è la coscienza? Siamo sempre lì. La risposta migliore è sempre quella classica, metafisica: la coscienza è la persona stessa.

Si può dire che il confine tra il caos e un sistema ordinato è lo spazio delle possibilità, secondo condizioni obiettive di possibilità. Ad esempio, si può prevedere come finirà una riunione politica o aziendale, se con un accordo, un semi-accordo o un disaccordo su tutto?

Un altro esempio che emerge dal caos è quello delle folle, degli assembramenti e anche dei consumatori. E’ impossibile prevedere che cosa può accadere in un ambito che Gustave Le Bon (da me citato non poche volte in questa sede) ha così bene studiato in ambito di psicologia sociale e di sociologia statistica. In uno stadio pre e post-Covid, in una manifestazione sociale, in una rivolta, in un’azione militare (anche se ben programmata) può accadere l’imponderabile, l’inatteso, l’inaudito…

Un altro ambito caotico, anche se statisticabile (in qualche misura) è quello dei consumatori. In tema esistono fior di ricerche che desiderano scandagliare le intenzioni di acquisto in un dato momento-in un dato mercato-di un dato prodotto. Le maggiori società industriali e commerciali si basano, per la programmazione delle proprie attività, anche su queste ricerche, oltre che sui dati storici e le esperienze acquisite. Anche in questi ambiti si possono registrare forme di auto-organizzazione dal caos, nelle quali la complessità fa premio su qualsiasi linearità causale.

Filosoficamente si può pensare che il teorema della complessità potrebbe aggiungersi ai quattro classici della ricerca: a) l’analisi, b) la sintesi, c) l’analogia, d) il dialogo. Ecco, forse può essere proprio il dialogo, che è un (il) perno della ricerca filosofica della verità delle cose (vitium superbiae in his verbis absit), il punto di aggancio del teorema della complessità. Infatti, se analisi e sintesi si basano rispettivamente su una descrizione ampia del fenomeno e una descrizione breve, e l’analogia si basa sul confronto fra entità diverse, il dialogo (come insegnano i filosofi classici, a partire da Platone), proprio per la sua imprevedibilità, può essere lo strumento più efficace per approcciare la complessità, in quanto tale.

Si può dunque concordare con Edgar Morin che mezzo secolo fa all’incirca ipotizzo una vera e propria epistemologia della complessità.

L’AMBIGUITA’ IN SPECIE

La parola ambiguità (dal latino ambiguitas, –atis, da amb-, ‘intorno’, e agĕre), indica il riferimento ad un testo (scritto o orale), che può essere diversamente (e anche radicalmente) interpretato in modi differenti, in quanto sussistono sempre diverse concause concomitanti e strutturate che generano queste possibilità. Basti pensare, sotto il profilo temporale, a come l’accezione di molti termini italiani è cambiata nei secoli, ai contesti nei quali detti termini sono stati pronunziati, alle intenzioni e allo stile linguistico dei parlanti e, forse soprattutto, alla polisemanticità insita quasi in ogni parola, dalla più banalmente operativa, come tavolo e sedia, alla più elevata e spirituale come coscienza e anima, o spirito o persona.

Ogni individuo-persona ha un suo modo di parlare, di esprimersi (idioletto, o proprio linguaggio); ogni individuo-persona può avere (o meno) difetti di pronuncia o problematiche neurologiche che condizionano una lallazione corretta dei termini. Una persona dislalica prospetta dei detti imperfetti, troncando sillabe o lettere, a volte creando anche situazioni umoristiche. Personalmente conosco persone dalla vivida intelligenza, che però sono dislaliche, e debbono fare un grande sforzo di concentrazione per non dimenticare “pezzi” di parole. Ma si fanno capire benissimo.

Inoltre, secondo l’arguta profondità di grandi esegeti biblici, come Origene, sant’Agostino e san Girolamo (tra altri) che amavano le interpretazioni allegoriche (racconti metaforici) o tipologiche (confronti tra personaggi ed eventi del Primo e del Nuovo Testamento: ad esempio Adamo e Gesù di Nazaret) dei libri biblici, e di illustrissimi filosofi dei nostri tempi come Dilthey, Heidegger, Ricoeur, Florenskij e Pareyson (tra altri), l’ambiguità è connaturale al testo scritto o detto. E implicitamente complessa.

Si deve inoltre tenere conto dei diversi tipi di ambiguità: fonetica, lessicale, sintattica, di scopo o pragmatica. I diversi codici linguistici si propongono in una interrelazione talora oppositiva, talaltra compositiva: in altre parole, a volte un significante (o termine, parola) “produce” diversi significati, e dunque, lo stesso segno linguistico vuol-dire diverse cose. E qui entra in campo la polisemia, che presenta innumerevoli varianti intrinseche, informali, perché esiste, ovviamente, anche la variante lessicale, fonetica e grafica.

I segni linguistici possono essere omografi ed omofoni, in base al loro possedere lo stesso significato o il medesimo suono. Sono omonime le parole che presentano la stessa grafia ma significati differenti. Per spiegare: cosa c’è di più radicalmente diverso nell’omonimia tra due persone? Il massimo al mondo! Quando vivevo nel mio paese natale Rivignano, in provincia di Udine, con i miei, spesso a casa mia qualcuno cercava al telefono Renato Pilutti, ma intendeva parlare con un capomastro edile, mio omonimo, per sapere qualcosa del cantiere in corso… e mia mamma Luigia rispondeva “a no l’è mio fi il Renato c’al ciris lui” (Friul.: non è mio figlio il Renato che lei cerca).

Una curiosa omofonia in italiano è tra l’amorale e la morale, laddove la pronuncia tradisce i due significati, aggettivale il primo, sostantivale il secondo.

Continuiamo: è ambiguo ad esempio un singolo lessema come acuto: in un primo significato significa un timbro del suono alto, in un secondo vuol dire intelligente (di persona), un terzo si può riferire alla specifica geometrica di un angolo… acuto, appunto.

Tornando alla polisemia si può affermare che due o più significati non omonimi fanno comunque parte di campi semantici contigui, come nel greco lògos, che significa, sia parola, sia discorso. Parlavo all’inizio di disambiguazione citando wikipedia: ecco; in questi casi, occorre dis-ambiguare, cioè togliere l’ambiguità interpretativa possibile.

Un altro tipo di ambiguità è quello derivante dalla sintassi. Se io dico: “Renato ha visto Beatrice con il cannocchiale”, si può pensare che Renato l’abbia vista a distanza con il suddetto strumento, oppure che Beatrice avesse in mano un cannocchiale.

Facciamo un altro esempio.

Una vecchia lègge la regola – La “e” è aperta e quindi legge è voce del verbo leggere. Una anziana signora legge etc.

Una vecchia légge la regola – La “e” è chiusa e quindi legge è un sostantivo che definisce l’atto normativo. Si tratta di una legge emanata molto tempo prima…

Per evitare ambiguità è dunque bene utilizzare gli accenti grave o acuto, per non incorrere nella pronunzia spesso sbagliata di un noto lettore di Tg2 delle 20.30, ad esempio.

Un altro tipo di ambiguità si può definire pragmatica. Si provi a considerare la frase seguente: “Ogni uomo ama una donna”

Significa che vi è una donna amata da ogni uomo, oppure che ogni uomo ama una donna diversa? Boh. E’ chiaro che il significato pragmatico si deduce dal contesto e dalle intenzioni del parlante… e a volte anche dalla prontezza dell’ascoltante. Senza che vi siano queste condizioni, il fraintendimento è insito, assai plausibile, nelle dinamiche del colloquio.

Abbiamo già visto che l’ambiguità, se pure chiamata in modo diverso, era un modulo comunicazionale conosciuto fin dall’antichità, e utilizzato a man bassa dai letterati di ogni epoca. Nel merito si possono citare autori contemporanei come i francesi Mallarmé e Apollinaire e lo stesso James Joyce.

Che dire dunque? Che l’ambiguità è connessa alla complessità come due commessure in un mobile di buon artigianato del legno, e di ogni organizzazione o civilis societas, ma va individuata e controllata, come insegna una buona etica della comunicazione.

Ciò che si deve evitare è di approfittare dell’ambiguità di certe situazioni fattuali o dialogiche per ingannare e sopraffare l’altro. Una cosa è l’abilità diplomatica a tattica nei discorsi, che è ammessa e in certe situazioni, imprescindibile, un’altra, riprovevole, è approfittare magari della debolezza dialettica o inferiorità culturale altrui per ingannare, tradire o addirittura sopraffare l’altra persona.

In questo ambito, la consapevolezza che tutto ciò che attiene l’uomo, il mondo e l’interazione fra questi soggetti è complesso, e che come tale va trattato, ci insegna come occorra soprattutto far conto di un’eticità del linguaggio e del suo uso, che è – con il pensiero – l’attività più nobile dell’uomo in ogni tempo e luogo.

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Il “democraticismo” dei social è una pericolosa idiozia

L’uomo ha lottato lungo migliaia di anni per capire che la democrazia, comunque declinata, è il migliore dei regimi politici possibili. Da Pericle a… Draghi, passando per Locke e Robespierre. Questo elenco strano già illumina sulle contraddizioni della “democrazia”, poiché in suo nome si possono costruire maggioranze e minoranze, ma si possono anche mozzare teste.

Ciò che oggi impressiona è che questa democrazia ha ammesso al proprio interno, non solo il voto a suffragio universale, peraltro non ancora vigente in tutti gli stati del mondo, ma anche i social, dove ciascun utente può commentarne altri ed esprimere giudizi sull’operato di chicchessia, senza alcun filtro, o quasi.

Per tale ragione, ciascuno può commentare lo stipendio di Conte (parlo dell’allenatore dell’Inter), così come l’assalto a Capitol Hill, approvare l’intervento di Trump per aizzare il popolazzo a quell’assalto, oppure criticarlo; si può intervenire su una teoria scientifica proposta da un illustre luminare, mettendola in ridicolo, senza tema di essere a propria volta ridicolizzati; si può sostenere la piattezza della Terra senza ricevere direttamente uno sberleffo di pietà dalla “rete”; si può discettare di tutto senza avere alcuna preparazione sul tema trattato; si può insultare qualcuno fino al limite della denigrazione e della calunnia, contando sull’inerzia di eventuali controllori; si può più o meno tutto.

Io stesso, nel mio blog, talvolta non ho evitato – volutamente – di esprimere giudizi drastici su politici e capi vari, fermandomi un attimo prima del rischio di una querela. Ma ho sempre trattato argomenti su cui ho competenze, come la filosofia, la teologia, la psicologia, la sociologia, il giornalismo, la politica e la storia, mai impancandomi su questioni che conosco solo superficialmente.

Forse solo la pedo-pornografia telematica è abbastanza sotto controllo, ma quasi tutto il resto, no. Come chiamare questa “libertà” semi-assoluta di dire? Per dirla in greco antico, questa parresìa irresistibile? Democrazia? ho qualche dubbio. Portato indiretto della democrazia? Forse.

Ma non solo, perché la democrazia è comunque una modalità socio-politica di amministrazione dello stato che intrinsecamente presenta afflati e dimensioni eticamente fondate sul Bene comune. Che cosa è un Ente eticamente fondato? Un “qualcosa” che si basa su una nozione chiara e condivisa del bene e del male, avendo a che fare con l’agire (libero) dell’uomo.

I social imperversano ovunque, vari, e in competizione tra loro. Dalla Cina all’America, all’Europa tutta, all’Australia. I loro proprietari sono i personaggi più ricchi del pianeta, e hanno obiettivamente un potere immenso. Sergey Brin e Larry Page certamente non immaginavano il destino universalmente potente di Google. Né Mark Zuckerberg quello di Facebook. Quando Trump ha esagerato anche a giudizio dei capi di Twitter, è stato “bannato” cioè oscurato e non ha potuto più imperversare con le sue vergognose falsificazioni.

Ma ciò che significa? Non solo che in questo caso – obiettivamente – Twitter ha compiuto, per dirla semplicemente, un’opera buona per il mondo, e soprattutto per i miliardi di persone culturalmente indifese che popolano il mondo, ma ha anche mostrato come un “soggetto” privato come l’azienda americana possa decidere di un significativo “pezzo” di possibilità informative.

Caro lettore, non ti ricorda qualcosa di già avvenuto nella storia, anche molto recentemente? Basta pensare ai regimi totalitari del XX secolo, quando né Stalin, né Hitler, né Mussolini, permettevano che i loro popoli conoscessero ciò che realmente avveniva nei territori, nelle città e nelle campagne di quelle nazioni.

Si consideri come è stata gestita, se pure in periodo gorbaceviano, la tragedia di Chernobyl…, o la vicenda del mostro di Rostov, Andreij Chikatilo, di cui si seppe anni dopo, e di migliaia di altri fatti concernenti città segrete in Siberia ai tempi di Giuseppe Djugasvilij, il “piccolo padre” georgiano.

Si consideri come il Minculpop del cav Benito zittiva e oscurava tutte le notizie che potessero mettere in dubbio l’efficienza e l’equanimità del regime.

Si ricordi la terribile, efficacissima attività di propaganda del dottor Goebbels, che in buona parte nascose per anni il monstrum dei campi di concentramento e di sterminio.

E gli esempi potrebbero continuare, anche restando agli episodi solo molto dopo il loro accadimento svelati, concernenti il XX secolo. L’altro ieri, anzi, ieri.

Con ciò non voglio comparare in modo corrispondente la decisione di Twitter su Trump con i cenni ai fatti del secolo passato, ma pongo un tema e un problema: come si comunica, chi comunica, chi decide cosa comunicare, come potrà essere possibile per tutti conoscere la veridicità delle fonti informative, come poter replicare, correggere, informare con verità e senso morale?

Un gran lavoro della mente e del cuore, non solo dei decisori, ma di ogni cittadino, di ogni elettore, di ogni essere umano.

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