Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Alla ricerca del maestro perduto

Mio padre ha avuto per tutte e cinque gli anni delle elementari il severissimo Signor Maestro Polizzi, siculo; mia madre, sempre per tutti i cinque anni delle elementari, il friulanissimo Signor Maestro De Colle. Due maestri maschi, per cinque anni, che vediamo seriosi nelle foto con gli alunni, loro in grisaglia e cravatta, con i baffi il primo, senza il secondo. Erano il “Signor Maestro“, cui si doveva rispetto e deferenza, cui ci si rivolgeva con il “lei” e cui si rispondeva solo se interrogati. Una figura che, specialmente nelle piccole comunità, aveva lo stesso status sociale del parroco, del medico condotto, del maresciallo dei carabinieri e del sindaco.

Da alcuni decenni, invece, vediamo immagini di studenti seduti sui banchi con le terga rivolte all’insegnante, lo sguardo strafottente, etc. Non faccio di ogni erba un fascio, né intono un peana ai bei tempi andati maledicendo il lascito sessantottino, ché sarebbe un’assurda e improvvida operazione nostàlghia, ma vediamo un po’…

L’Ocse denuncia la progressiva scomparsa degli insegnanti maschi dalle scuole, in particolare dell’infanzia e primarie. Il Risultato è: uno squilibrio sull’impatto cognitivo dei bambini” è il titolo di un pezzo molto interessante che trovo sull’ultimo numero di GQ Magazine Italia. Alcuni dati:

1.300 euro al mese che diventano 1.600 solo dopo vent’anni; sono 10.545 i maestri di scuola primaria contro 236.000 insegnanti femmine, meno del 4%; nella scuola dell’infanzia i maschi rappresentano lo 0,7% del totale del corpo insegnanti: 612 su 87.701; alle medie i maschi sono il 22%, alle superiori il 33%. La media generale Ocse è: 68% insegnanti donne, il 32% uomini (cf. Gender imbalances in the teaching profession) L’antropologa Ida Magli sostiene che siamo a una forma di matriarcato neppur tanto surrettizia.

Il fatto è che la cura dei bambini è stata sempre prerogativa del femminile, fin dalla nascita, come natura comanda, ma vi sono dei problemi in tutto ciò. Se si vuole un’educazione equilibrata l’elemento maschile resta indispensabile, alla faccia dei confusionari incolti cultori (bell’ossimoro vero?) del gendering: se non c’è nessuno che riesce a dire al bambino in formazione educazionale, in crescita del carattere, anche dei discorsi semplici e netti, maschili, dunque, come se interrogasse Tex Willer, che riconosce con chiara nettezza i buoni e i cattivi, e aiuta i primi punendo i secondi, si crea un loop valoriale originario originante molti guai successivi. Non sto dicendo che occorre un certo manicheismo formale per formare i caratteri a valori morali chiari e condivisibili, ma che è indispensabile fornire ai bambini gli strumenti per esercitare fin dagli anni della scuola primaria una certa capacità di giudizio critico sulle azioni e sulle espressioni umane. Questo è possibile solo se vi è un’integrazione tra la sensibilità e le sfumature della pedagogia declinata al femminile, e la forza che traspare da una presa di posizione di tipo maschile. Non è un caso se la natura ha provveduto così, operando con gameti complementari alla perpetuazione delle specie viventi, non solo dei mammiferi.

Un maestro elementare intervistato dalla rivista afferma: “Ho conosciuto colleghi maschi caproni e colleghe capre, ma mi sembra che il contributo maschile possa essere considerato importante per come l’insegnante maschio affronta la difficoltà, mai drammatizzandola come tendono a fare le femmine, che poi accudiscono l’alunno spaventato, bensì un poco relativizzando il fatto e invitando l’alunno a darsi da fare a scuotersi, a muoversi, a reagire“. Appunto: si tratta di un approccio pedagogico diverso, virile, capace di e-ducere energie e reattività, piuttosto che comprensione e coccole.

Il maestro può fare un lavoro utile e complementare a quello che fanno le sue colleghe, proprio per dare completezza al processo educativo primario, così come il ruolo del papà è indispensabile quando vi è la sua presenza, e anche qui non sto dicendo che le sole famiglie bene educanti sono quelle regolari, poiché abbiamo millanta esempi del contrario. In famiglie “regolari” sono avvenuti e avvengono violenze e delitti inenarrabili, mentre bimbi educati da un solo genitore o dai nonni sono riuscite splendide persone adulte. Dico solo che sarebbe bene rendersi conto dell’utilità di un riequilibrio tra i generi nell’ambito dell’insegnamento scolastico, rendendolo più attrattivo, anche economicamente.

Gli insegnanti in Italia percepiscono stipendi vergognosi, cari governi, cari ministri messi lì anche se scarsamente scolarizzati: ecco, se per altri ministeri non vedo l’esigenza  di porvi a capo un tecnico della materia, per questo ministero ne vedrei tutta l’importanza. Si nomini un valido pedagogista al posto di una che non ha neanche fatto le scuole superiori. Per favore.

Di Maio e Di Battista, Rosato e Gasparri, Scilipoti e Razzi, Boldrini e Renzi, Maroni e Zaia e… Maria Teresa d’Austria

Il mio gentil lettore è legittimato a chiedersi  che cosa c’entrino con la grande sovrana asburgica i primi due e la mia risposta non può che essere “nulla”, anzi “men che nulla”, mentre gli ultimi due hanno in qualche modo a che fare, pur se in modo diacronico, essendo i capi attuali del Lombardo-Veneto. Siccome domani, 22 ottobre si celebreranno i referendum sull’autonomia di queste due regioni, ecco la ragion del pezzo.

I sei in mezzo sono messi lì per rappresentare il minimo comun denominatore del personale politico odierno, e mi chiedo spesso quando penso a costoro, che cosa sarebbero in grado di fare se non facessero il mestiere della politica, e quasi sempre la risposta è sconsolante. Vediamoli da vicino in poche righe: Rosato è capogruppo PD alla Camera e mi ricorda un suo omonimo, Roberto Rosato, grande stopper del Milan di Rocco, coetaneo di Gianni Rivera, nonché un eloquio scontato, di noia profuso e di un nulla concettuale intriso, molto simile per stereotipie alla sua competitor Debora (non so se con “h” finale o meno); Gasparri ex fascio romano convertito a sior Silvio, il quale è stato ed è tuttora sinecura per molti, twitterista polemico e astioso. Di Scilipoti e Razzi nulla di più dei cognomi, ché no’l meritan altre fatiche né spazi informatici: il nulla fisico, non quello metafisico, che è qualcosa.

Dei primi quattro non so il mestiere, per cui si potrebbero assumere come autisti in qualche azienda strutturata o ente pubblico, o forse no, perché altrimenti ci arriva la frotta petulante dei parenti disoccupati a batter cassa. Di Boldrini ho detto fin troppo su questo mio blog, con commenti mai lusinghieri; Renzi invece è una new entry della mia critica e qualcuno potrebbe giustamente farmi osservare che ho atteso troppo prima di criticarlo. In verità un paio di anni fa avevo scritto un pezzo che parlava di atteggiamenti e posture inguardabili, del vivace ragazzo di Rignano sull’Arno. Ora dico che è inascoltabile, inguardabile, inaffidabile, e mi auguro che la sua stagione d’oro stia volgendo al termine per il bene della Patria nostra, perché è proprio un brutto soggetto, e non perché lo dice l’improbabile chierichetto Speranza, né il buon compagno Bersani, e di D’Alema non dico, ché sarebbe follia resuscitarlo alla politica.

Venendo a considerare Di Maio,  presuntuoso gaffeur di dati e date, l’amico Gianluca avrebbe un’idea brillante: proporlo ad un grande negozio di abbigliamento (tipo il friulano Arteni) come commesso nel reparto camiceria, ma senza autonomia sugli sconti da praticare ai migliori clienti, da chiedere sempre al capo negozio. Ovviamente, con tutto il rispetto per i commessi e le commesse del settore. E Di Battista, noto per l’andatura ciondolante e la pretesa di essere un guevarista 2.0? Ma, chiosa un altro amico: a Di Battista si potrebbe proporre un lavoro ecologico, con quelli dei camion che passano nottetempo a ritirare i pacchi della differenziata urbana. E’ robusto abbastanza per poterlo fare canticchiando. Questi due, con Grillo e il gran pensatore Casaleggio orecchiano il pericoloso Rousseau come un vate, e non so se del ginevrino abbiano letto un rigo o capito la filosofia.

Di Zaia e Maroni, leghisti della prima ora, devo dire che sono tra i migliori politici italiani e forse anche Maria Teresa li avrebbe scelti come granduchi del Lombardo-Veneto: Maroni è stato un buon ministro del lavoro e degli interni, Zaia è il credibile governatore della gran regione veneta. E parlo così anche se non ho mai amato il loro partito, né la rozza sicumera del fondatore, annegato nella stupideria dei figli e nella coglionaggine propria. Ma non amo neanche gli altri partiti di oggi, neppure il frantumato PD, travolto da invidie mortali e sopraffatto dagli esiti della fusione a freddo tra cattolici ed ex comunisti; in questa miseria tremenda sopravvivono opportunisti d’ogni stagione come Casini e Alfano, e spicca nel mar grande dell’improntitudine inetta così diffusa, il cavalier Silvio, che mai avrei pensato di lodare. Ahimè.

Dall’altra parte spicca invece, fulgidamente, Maria Teresa d’Asburgo, cattolica fervente, ma capace di distinguere Cesare e Dio, come insegna il Maestro nazareno, impedendo le intromissioni della chiesa nella politica, anche controllando personalmente la selezione di arcivescovi, vescovi ed abati, capace  “di vivere una vita estremamente austera e ascetica, specialmente durante la lunga vedovanza.” (dal web).

La sovrana rinforzò l’Impero austro-ungherese sul piano politico e militare, ma dotò, prima tra i monarchi europei, di servizi sociali i popoli che costituivano l’impero, a partire dalla sanità e dall’istruzione. Incaricò il medico Gerard van Swieten di organizzare un ospedale a Vienna e di rivedere i piani di studio universitari di medicina. “In seguito, Maria Teresa affidò a Van Swieten il compito di studiare il problema della mortalità infantile in Austria e, su raccomandazione del medico, la regina sancì che l’ospedale della città di Graz (seconda città dell’Austria) avrebbe dovuto effettuare autopsie per tutte le morti avvenute in modo da garantire dati adeguati alla ricerca medica. Vietò la costruzione di cimiteri senza un previo permesso governativo, contrastando in tal modo usanze funerarie dispendiose e scarsamente igieniche; infine la decisione di sottoporre, nel 1767, i propri figli alla vaccinazione fu essenziale per superare il contrasto verso tale pratica, più volte espresso dalla comunità accademica. Fu la stessa Maria Teresa ad inaugurare la vaccinazione ospitando al Castello di Schönbrunn una cena per sessantacinque bambini.” (dal web)

Circa l’istruzione, Maria Teresa nel 1775 riformò il sistema scolastico decidendo che ogni bambino di età compresa tra i sei ed i dodici anni avrebbe dovuto obbligatoriamente frequentare la scuola; anche se tale riforma non ebbe esito pratico pienamente soddisfacente, tenendo conto che in talune zone dell’Austria, nel XIX secolo, ancora metà della popolazione era analfabeta, tuttavia, fu essenziale poiché fu espressione del valore di una educazione gratuita e pubblica. “Inoltre, consentì anche agli studenti non cattolici il diritto di frequentare l’università e ne riorganizzò i corsi di studi promuovendo l’introduzione delle materie di diritto e facendo sì che i professori fossero scelti con particolare riferimento alla capacità professionale; infine, allo scopo di garantire una preparazione uniforme, fu sancito che solo le università avrebbero potuto garantire il titolo di laurea, esautorando i collegi professionali o riservati alla nobiltà.” (dal web)

Mi pare di poter dire che siamo di fronte a grandezze (o piccolezze) tra loro incomparabili, anche se qualcuno potrebbe obiettare che un sovrano assoluto ha più facilità di azione rispetto al politico che amministra in un regime democratico, cui però si può rispondere che al tempo di Maria Teresa altri sovrani con poteri assoluti si occupavano di ben altro: rafforzare il proprio potere e patrimonio familiare e personale, cui asservivano spesso gli interessi dello stato, muovere guerre per ragioni dinastiche, oziare in libagioni e partite di caccia, e via andando.

Maria Teresa spiccherebbe come una luce fulgida nello scenario odierno della politica, con la sua dedizione, la sua etica, la sua capacità di essere al servizio pur essendo depositaria di un enorme potere. Un esempio, se i su nominati si dessero il tempo e avessero la voglia di studiare la sua biografia, impegnandosi ad imitarla, pur da distante, vista la statura morale e intellettuale che li contraddistingue, forse qualcosa di buono verrebbe fuori.

E ora basta malinconie, viva Maria Teresa d’Austria.

Consigli buoni in una lettera sapienziale del mio maestro

LETTERA DI TOMMASO D’AQUINO A UNO STUDENTE

 

Carissimo, giacché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio, per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio:

non voler entrare subito in mare, ma arrivaci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili. Questo è dunque l’avviso mio, che ti servirà di regola.

Voglio che tu eviti i discorsi inutili;/ abbi purezza di coscienza;/ non trascurare la preghiera;/ ama il raccoglimento;/ sii cordiale con tutti;/ non essere curioso dei fatti altrui;/ non avere eccessiva familiarità con alcuno, perché essa genera disprezzo e dà occasione di trascurare lo studio;/ non divagare su tutto;/ cerca di imitare gli esempi delle persone rette;/ non guardare chi è colui che parla, ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice;/ procura di comprendere ciò che leggi e ascolti;/ certificati delle cose dubbie e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile;/ non cercare, infine, cose superiori alla tua capacità.

Seguendo queste norme, metterai fronde e produrrai utili frutti dove il Signore ti ha destinato a vivere.

Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la mèta alla quale tu aspiri.

Addio.

 

O Signore, dammi acutezza nell’intendere, capacità nel ritenere, ordine e facilità nell’apprendere, sottigliezza nell’interpretare e nel parlare.

(Tommaso d’Aquino)

 

Il mio buon maestro era anche un ottimo pedagogo, e un sereno docente, scevro da intendimenti top-down, capace di ascolto, attento al bene vero, come si evince dal suo capolavoro teologico, la Summa Theologiae. Basti una lettura tranquilla delle Quaestiones 1 e 2, artt. 1-8, I II, denominate Il fine ultimo dell’uomo, dove Tommaso propone con semplicità, appoggiandosi a volte a sant’Agostino e a volte ad Aristotele, una visione della vita e dei suoi valori molto bella, e anche attuale.

Per il mite monaco domenicano non serve la iattanza superba dei successi mondani, del denaro, del piacere fine a se stesso, o del potere, vera libido di tutti i tempi, ma più semplicemente basta tenere conto del fine che ogni uomo, ogni essere relazionale ha, quello di agire secondo i princìpi dell’umano, che corrispondono alla stessa lex divina, perché altro non possono essere. Dio stesso è immagine e causa esemplare di una umanità vera, come narra con grande chiarezza il libro della Genesi (1, 27).

Tommaso studia l’uomo basandosi su un’antropologia realista, che muove da una visione razionalmente unitaria dell’essere viventepensante, autoconsapevole, in qualche modo depositario di un libero arbitrio più forte di qualsiasi condizionamento esterno o circostanziale. Il tema, per un moralista realista come il santo d’Aquino, è decisivo, e su questo basa anche la sua dottrina sul peccato, sui vizi e sulle virtù. Tommaso riconosce umilmente di essere debitore dei grandi Padri della chiesa nascente, soprattutto di Agostino, cui lo lega una straordinaria devozione, che però non gli impedisce di dissentire quando il grande padre africano indulge forse troppo in visioni di tipo emotivo-volontaristico, senz’altro più vicine alla nostra sensibilità di quanto non lo siano le idee tommasiane, ma talora quasi prodromo di analisi psicologiche che si svilupparono solo negli ultimi due secoli! Agostino è più moderno di Tommaso, tant’è che mi è capitato di proporre la sua immensa figura come santo protettore degli psicologi ad amici psicologi, suscitando un certo loro interesse. Un altro gran personaggio dei primi secoli assai caro all’aquinate è Severino Boezio con il suo De consolatione philosophiae, e un altro è il vescovo Ambrogio di Milano, e anche papa Gregorio Magno, benedettino, autore del meraviglioso testo Moralia in Job.

Tommaso a un certo punto, conversando con questi grandi, ha bisogno del supporto di quello che lui chiama il “filosofo”, cioè Aristotele, l’unico capace di offrirgli la strumentazione logico-metafisica adatta a riflettere sulla valenza razionale degli atti umani liberi. Ma il suo razionalismo non ha nulla della freddezza e dell’antropocentrismo cartesiani, poiché si dipana attento anche alla fondamentale dimensione delle passioni, che modernamente chiamiamo emozioni, con la classica tassonomia bipartita di cinque contrari e una solitaria, l’ira, di cui abbiamo trattato pochi giorni fa in un post precedente.

In sostanza Tommaso d’Aquino ci propone un pensiero equilibrato e forte, fiducioso, in definitiva, nella capacità umana di riflettere usando l’argomentazione logica e la coscienza riflessa, senza omettere di dar valore ai sentimenti e alle emozioni/ passioni, cui comunque non risparmia un’analisi critica e profondamente consapevole.

In altre parole, questo straordinario maestro di umanità ci invita a guardare a tutto tondo l’essere umano, e per questo ci ha regalato un testo sistematico forse insuperabile, la Somma Teologica, che è anche filosofica e antropologica. Per san Tommaso parlare di Dio è parlare dell’uomo, creatura figlia di un Creatore-Padre, non mai tiranno irrispettoso e volubile come le divinità olimpiche capricciose e imprevedibili. Il Dio di Tommaso è prevedibile perché è sinonimo di Amore, anzi, dell’Amore, di Eros e di Agape, dove la caritas è tutt’uno con la dimensione affettiva e anche erotica.

E su questo caro lettor mio, fammi citare senza superbia il mio testo in tema che trovi qui a lato.

1917 Ottobre Rosso / 2017 ottobre sbiadito

Di fronte allo squallore politico attuale da tempo mi vien da rivalutare quel tempo di giganti, ma non perché io sia stato da sempre un po’ russofilo (in effetti lo sono, pieno di ammirazione per quella grande Nazione e quel popolo valoroso), o men che meno comunista (io sono stato socialista fin da ragazzo e lo sarò finché vivrò, scelta per me definitiva, confortato anche da Umberto Terracini, co-fondatore nel ’21 a Livorno del Partito Comunista d’Italia, che negli anni ’70 disse: Turati aveva ragione nella scelta socialista, gradualista, riformista), bensì perché dal confronto tra allora e oggi i nani politici odierni escono schiacciati da quelle drammatiche ma gigantesche figure, ebbene sì, anche da quella di Stalin, il georgiano di ferro.

Il 25 ottobre del 1917 veniva preso il Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo ed aveva inizio “ufficiale” la Rivoluzione dei Bolscevichi guidati dal genio risoluto di Vladimir Ilich Ulianov, Lenin, accompagnato nella sua temeraria avventura da Lev Davidovic Bronstein, suo migliore sodale, cioè Trotskij, da Stalin, da  Kamenev, da Zinoviev, Bucharin, e da altri “compagni” di quelle prime ore. Era il 25 ottobre del calendario giuliano, ancora in uso nella Russia zarista, mutuato dalla tradizione della chiesa ortodossa, e corrispondeva al 7 novembre del calendario gregoriano in uso in Occidente fin dai tempi di papa Gregorio Magno.

La conquista del palazzo di Nicola II Romanov in realtà era soltanto una fase, pur importante, del processo rivoluzionario, iniziato con i moti di febbraio, ma in gestazione da almeno un quindicennio, dai tempi della strage della “domenica di sangue” quando un migliaio di pietroburghesi furono sterminati dalle guardie imperiali mentre chiedevano, accompagnati dal pope Gapòn, in processione dietro labari religiosi, solo pane e lavoro.  L’autocrazia zarista era giunta al termine, per ragioni legate sia all’inadeguatezza del sovrano, sia alla nefasta condotta nella guerra mondiale che era scoppiata tre anni prima, con rovesci clamorosi da parte dell’esercito russo più volte battuto dagli eserciti degli Imperi centrali comandati dai generali von Hindenburg e Ludendorff (Laghi Masuri, Tannenberg, etc.).

Lenin, negoziatore Trotskij, concluse la pace a Brest-Litovsk per dedicarsi alla Rivoluzione. E così ebbe inizio tutto, che non si fece mancare nulla: né ulteriori guerre con la Polonia (consiglio di leggere L’armata a cavallo di Isaak Babel), né la devastante guerra civile tra i Rossi, guidati da Trotskij e i Bianchi dei generali Denikin e Iudenic. Nel 1924 muore Lenin a cinquantaquattro anni, per un ictus e le sue conseguenze e, nonostante le sue raccomandazioni in senso contrario, gli succede proprio Stalin, e nasce l’Unione Sovietica, che per settant’anni fu protagonista primaria in pace e in guerra della grande Storia di questo mondo. Fino a Khruscev,  a Gorbacev, a Eltsin e a Putin, per certi versi prosecutori di tutta questa storia russa otto-novecentesca  e anche di quella antecedente.

Perché l’orso russo ha fatto sempre tanta paura all’Occidente? Qui il tema si fa intrigante e mi sforzerò di esplorarlo un poco. Secondo me si tratta di una storia legata innanzitutto, e ciò potrebbe sembrare strano, all’evoluzione del cristianesimo dopo la fine dell’Impero romano d’occidente, verso il VI secolo. Quando la capitale dell’Impero si stanziò più che a Roma (o a Milano o a Ravenna, capitali temporanee di ciò che restava dell’Impero occidentale), a Bisanzio o Costantinopoli, fu il cristianesimo, come religione di stato, a partire dal regno di Teodosio I il Grande, a menare le danze. Anche se i primi  concili ecumenici della “grande chiesa” venivano convocati dall’imperatore, da Nicea 325 (da Costantino), a Costantinopoli  381 (da Teodosio), Efeso, Calcedonia, etc., era la teologia dei patriarchi a farla da padrona. Erano i patriarchi di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Costantinopoli stessa, e il papa di Roma a proporre e disporre le scelte dottrinali che ormai avevano anche una valenza politica. Sulle strade dell’Impero romano si diffuse il cristianesimo in tutte le sue varie versioni e sette. Anche nell’oriente europeo, quando fu accolto con tutta l’ufficialità, più o meno ai tempi dello scisma di Fozio (IX secolo), dal principe Vladimir di Kiev.

Nel 1054 avvenne poi lo scisma tra chiesa di Roma e chiesa d’Oriente con le reciproche scomuniche tra il patriarca costantinopolitano Michele Cerulario e il legato del papa cardinale Uberto da Silva Candida, separazione tuttora in atto su due temi che oggi sembrano di lana caprina e che dirò tra breve, ma che hanno diviso per il passato millennio il mondo cristiano tra cattolici e ortodossi. Ecco, gli orientali si sono voluti chiamare ortodossi, cioè portatori della retta fede, mentre gli occidentali hanno tenuto il nome universalistico di cattolici, che significa in greco “secondo il tutto”, da una cui costola nel XVI secolo si dipartì il Protestantesimo di Lutero e Calvino. Chi è più fedele alla tradizione gesuana ed evangelica tra le due confessioni cristiane? Tutte e due egualmente, in quanto le differenze consistono semplicemente in questo, e si tratta di due elementi meramente teologico-liturgici: a) nel Credo, o Simbolo niceno-costantinopolitano, (dai due concili in cui si stabilì il testo definitivo tuttora in uso) per gli ortodossi lo Spirito Santo (terza Persona della SS. Trinità procede dal Padre attraverso il Figlio, visione subordinazionista del Figlio al Padre, tipicamente orientale, monofisita, alessandrina, origeniana), mentre per i cattolici lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (visione consustanziale tra Padre e Figlio, che sussiste nel Padre fin dalla fondazione del mondo); b) il pane eucaristico per gli ortodossi deve essere salato, per i cattolici azzimo. Ecco: quasi tutto qui, il resto è storia di contrasti e di culture sviluppatasi diversamente in un millennio.

La Russia ha fin dagli inizi avuto l’imprinting del Padre, innanzitutto. Padre che poi si è incarnato nella figura dello zar, csar, cioè caesar, fin dai tempi di Ivan il Terribile e poi di Pietro il Grande, e poi… perché no, di Stalin, di Eltsin, di Putin. Tant’è che Stalin, soprattutto dopo la vittoria sui nazisti nella Grande guerra patriottica, così in Russia viene definita la Seconda guerra mondiale, nella quale i russi-sovietici furono decisivi per la sconfitta di Hitler con 26 milioni di morti in battaglia, veniva chiamato anche “piccolo Padre”, quasi figura del Padre!!!

Un altro dato storico importante ci illumina sulla progressiva acquisizione di centralità della chiesa ortodossa russa: quando nel 1453 Mehmet II, sultano turco, conquistò Costantinopoli, si può dire che iniziò il declino di quel patriarcato, cattedra di sant’Andrea, che per quasi un millennio e mezzo aveva in qualche modo conteso a Roma la primazia cristiana, ecco che progressivamente fu la Moscovia, cioè la Russia ad avere sempre più importanza, e il patriarca di tutte le Russie, tal ché nei secoli successivi Mosca stessa fu definita come la “terza Roma”.

E non dimentichiamoci che la Russia in cent’anni o poco più ha subito tre invasioni da Occidente: nel 1812 fu Napoleone con la Grande Armèe che si fermò alle porte di Mosca; nel 1914 il Kaiser Guglielmo II vi arrivò vicino, nel 1941 ci provò Hitler, con esiti infausti e a un prezzo terrificante per tutti. La paura di una Russia espansionista è fuori luogo, e in questa ottica si comprende anche la preoccupazione che fu di Stalin, il quale volle gli stati satelliti attorno all’URSS, e anche di Putin cui la Nato fa manovre ai suoi confini e vorrebbe annettersi l’Ucraina, e sarebbe come se l’Armata russa (ex rossa) facesse manovre sugli altipiani della Sonora in Messico, per gli USA, con dubbio gradimento di questa grande Nazione di Nazioni, Vero?

La Russia come potenza e spirito autocratico di origine asiatica, beh forse anche, ma non solo, perché la Russia è ben insediata con la sua cultura nel mondo globale, ed è ben viva e riconoscibile con la sua letteratura, la sua musica, la sua sensibilità artistica, la sua capacità immaginativa e di sacrificio.

Qui non voglio moraleggiare, e ciò s’ha da fare sempre in modo serio, sui crimini di Stalin, come li denunziò Khruscev durante il XX congresso del Pcus nel 1956, né sull’ambiguità di Togliatti o di altri dirigenti del Comintern, troppo spaventati dal georgiano per saper prendere posizioni autonome, ché la Lubianka di Berja e la Siberia erano sempre pronte all’accoglienza dei dissidenti. Desidero sottolineare come la russofobia sia irragionevole, così come il filo-bolscevismo di tanti intellettuali borghesi occidentali, tutte e due posizioni discutibili e poco ragionevoli. Se è vero che la Russia sta conoscendo -faticosamente- solo da un quarto di secolo un po’ di democrazia, è altrettanto vero che le democrazie occidentali non sono dei fiorellini profumati: basti pensare al colonialismo franco-inglese, autore di devastazioni smisurate in giro per il mondo, e in particolare nel Vicino oriente (l’Isis è figlio legittimo di Sykes-Picot, che negoziarono nel 1917 la spartizione in stati fasulli e raccogliticci di pezzi di popolazioni e etnie diverse, e dei criminali errori politico militari dello squallido duo di pagliacci Bush Jr./ Blair in tempi più recenti), oppure la pretesa USA di costituirsi, sulle rotte del petrolio, gendarme del mondo, dottrina appena scalfita, e in modo sgangherato dal forse troppo sopravvalutato presidente Obama.

Ecco perché, ricordando l’Ottobre rosso di cent’anni fa mi sembra giusto riconoscere la grandezza, anche se a volte tragica, di quei personaggi che lo fecero, e fanno ancora più risaltare il divario tra loro e quei nani che oggi si agitano ovunque, ma specialmente nel Parlamento italiano a discutere di riforme elettorali, di rottamazione di tizio e di caio, e hanno le facce insignificanti di un Di Battista, di un Rosato, di un Salvini, di una Meloni, di una Boldrini, di un Toti, e ve ne sono centinaia così, e qualche migliaio su scala nazionale.

Viva la Rivoluzione di Ottobre, dunque? Anche sì, perché ci costringe a leggere la storia con gli occhiali dritti, dando il giusto valore alle cose, anche nelle loro dimensioni tragiche, che la Storia non ci risparmia.

Quell’ottobre del 1917 ha certamente avuto il colore rosso della passione e del sangue, ma questo ottobre, al confronto, è proprio sbiadito, mio caro lettore.

Il paese delle mele

Echeggiando quasi il titolo di un vecchio film, che vedeva protagonista la allora giovanissima Sophie Marceau, iersera mi sono trovato a ricordare una amica scomparsa, anziana e intelligentissima, un’insegnante, una “maestra” vera di vita e di studio, nell’accezione più alta e aristotelica del termine, Marcella da Pantianicco, il “paese delle mele”. Il tempo delle mele è quello della gioventù, della scoperta, dei primi palpiti del sentimento amoroso, ma il paese delle mele è un locus animae, in mezzo alla campagna silenziosa delle Terre di Mezzo. Ne ho parlato così, a un pubblico attento, partecipe del ricordo e della memoria vera di una grande donna del Friuli.

Come vedete, se pure arrivato in ritardo per qualche mio limite attuale,  ho aderito molto volentieri a questa iniziativa che ricorda la carissima amica Marcella Cisilino, cui mi ha invitato Marisa Loszsach.

Ho conosciuto Marcella non molti anni fa, forse una quindicina, in occasione di un incontro culturale, e da quel momento si è creata una corrente empatica… e di un comune sentire su molte cose, che mi piace chiamare consentaneità, parola molto cara a un papa ingiustamente un poco dimenticato, Paolo VI.

Prima di tutto, quindi, come sempre accade nelle relazioni, vale la qualità della relazione stessa, non la frequenza e la quantità.

In seguito vi sono stati diversi incontri e dibattiti che ci ha visti compresenti, come quelli del Club Unesco di Udine, cara professoressa Capria D’Aronco…

E incontri a due, cui Marcella mi invitava per un aperitivo condito di argomenti sempre nuovi, in un tempo di banalizzazioni e di stereotipie mediatiche abbastanza infame.

Se dovessi dire tre termini che possono sintetizzare, a mio parere, il modo d’essere di Marcella, direi: curiosità inesauribile, onestà intellettuale, originalità nella ricerca, sui campi che la interessavano, ad esempio la musicologia, oltre alla saggistica, alla didattica e all’educazione dei ragazzi.

La curiosità si manifestava nella sua capacità di ascolto, oggi merce molto rara, e di interloquire con garbo sulle varie questioni, mai indulgendo alla vieta tuttologia oggi tanto di moda in tv, sul web e nelle occasioni socio-politiche della scena mediatica. Marcella avrebbe scosso la testa desolata ad ascoltare un Di Maio, cucciolo aspirante politico, e ora candidato a guidare il governo dal suo partito!, inventato ieri da un comico, confondere capitali di nazioni, date storiche e dire altre poco memorabili facezie, o il buonismo di certe cariche istituzionali (la terza magari, senza fare nomi?) che pretendono di farci allievi dei migranti come stile di vita… mentre mio padre emigrante per lavoro in Germania diventò un po’ tedesco, per modo di dire, ma restando friulano nel profondo, così come il senegalese deve rispettare le leggi italiane “diventando un po’ italiano”, ma restando senegalese nel profondo, finché il tempo delle generazioni future avrà fatto il suo corso.

Questa è la natura delle cose in un’antropologia sana.

O, aggiungo questa ultima, sempre immaginando Marcella in ascolto dell’avvocatessa campana che dice “i migranti forse non sanno che non devono stuprare (con un sottinteso pensiero di antropologia culturale che ammette lo stupro in quanto costume locale introiettato e piega un’etica elementare di rispetto della vita umana e della sua integrità, in nome di mere consuetudini arcaiche e tribali)”. Sarebbe come se noi friulani chiudessimo un occhio sulla quantità inenarrabile di incesti avvenuti fino a pochi decenni fa anche in nostre plaghe, forse discoste dai centri principali, ma sempre “nostre”.

L’onestà intellettuale di Marcella si manifestava nel suo radicale rifiuto di parlare di cose che non conosceva o di interloquire con chi le conosceva premettendo sempre un “forse”, oppure “non potrebbe essere che…”, o ancora “scusa se mi permetto, ma a me pare che…”, con un garbo gentile e nello stesso tempo naturalmente autorevole. La sua credibilità infatti si fondava su una fondamentale umiltà, che però non scivolava mai nella vieta falsa modestia, malattia morale molto diffusa in giro. Un esempio: so di persone abbastanza in vista a livello pubblico, che si sono scritte addosso un’autobiografia, dicono loro… spinti a farlo da amici che “dai scrivi qualcosa di te che hai fatto tante cose nella vita, dai…”, e ho in mente laici, e anche chierici, senza che ciò mi meravigli più di tanto. Infatti non penso che un sacramento in più dia la virtù, ma la penso come Aristotele e Tommaso d’Aquino, cioè che la virtù si nutre di comportamenti buoni, sani e costanti nel tempo, con l’aiuto di Dio, se si crede. La virtù è un “abito morale”, un costume buono consolidato nell’intelletto e nella volontà.

L’onestà nella ricerca di Marcella è misurabile nei suoi scritti. Io ho avuto da lei in dono, ad esempio, una originalissima e completa, anche se sintetica, Storia della notazione musicale, in cui lei spiega con poche essenziali didascalie e molti schemi la nascita della notazione musicale e del ben conosciuto pentagramma, nel plesso mediterraneo a partire dai modelli dei Greci. I Greci poetavano cantando e accompagnandosi con strumenti a corda, sia nella lirica sia nella tragedia con l’uso del coro. L’agile volumetto tratta poi dello sviluppo della notazione nella musica sacra, a partire dal Canto gregoriano (VI secolo d.C.) e dall’arte trobadorica italo-francese. Se si può dire un nome di quei tempi facciamo quello del probabile inventore del sonetto, Guido d’Arezzo.

Essendo poi io da un dodicennio il curatore dell’Agenda Friulana dell’editore Chiandetti, abbiamo ospitato almeno un paio di volte Marcella con suoi saggi di musicologia dedicati a stili e argomenti più vicini alla modernità.

E, da ultimo, permettetemi di dire una cosa: una decina di anni fa Marcella mi avvisò che si stava organizzando il Premio nazionale di poesia dedicato a Gioia Turoldo Malnis, nipote del padre David Maria. Lo vinsi con un sonetto che vi leggerò, dedicandolo qui ora a lei, che certamente ci ascolta da qualche “dove” Dio vuole.

Il titolo è: Mi sono familiari i lupi scuri

 

(lo trovate da qualche parte in questo sito, più indietro)

“Lavoro” e “posto di lavoro” sono la stessa cosa?

Caro lettor del sabato,

qualcuno pensa che i due virgolettati del titolo siano sinonimi, ma non lo sono. Il concetto di “lavoro” si riferisce espressamente all’operare dell’uomo per acquisire materie prime, trasformarle e creare tutte le attività di servizio e di ricerca che rendono il lavoro stesso vendibile per la vita umana in generale e per creare reddito aziendale; il concetto di “posto di lavoro”, invece, si riferisce alla struttura organizzativa di un’azienda o di un ente, che prevede posizioni, ruoli, mansioni abbastanza precise.

Secondo una logica elementare dovrebbe essere il “lavoro” a creare le condizioni di un “posto di lavoro”, ma questo è vero soprattutto dove l’economia d’impresa è di tipo privatistico, e fa i conti ogni giorno con costi e ricavi, essendo obbligata a fare sì che i ricavi siano sempre maggiori dei costi, pena la fine certa dell’impresa stessa che non può essere sovvenzionata in deficit, anche se a volte questo è accaduto per ragioni di carattere occupazionale, con costi ingenti per la collettività.

Anche il lessico, il glossario che caratterizza il mondo dell’economia privata è diverso da quello che caratterizza l’ente pubblico. Nell’azienda privata, quando si intende descrivere i “posti di lavoro” tenendo conto delle linee gerarchiche, si parla di “organigramma”, che viene anche definito, stampato e reso ufficiale all’interno e verso clienti e fornitori, nonché per il sistema di qualità e di sicurezza del lavoro. Ma “organigramma” non significa imbalsamazione della struttura operativa, bensì sua delineazione dinamica, sempre modificabile.

Nell’ente pubblico, invece, si parla ancora di “pianta organica”, fatta di caselle da riempire di nomi di persone assunte solitamente per concorso. Nel pubblico, se la “casella” resta vuota per pensionamento o dimissioni (rarissime), bisogna riempirla, altrimenti il lavoro assegnato a quella “casella” non si fa, almeno per un po’ di tempo. Invece nell’azienda privata, se viene anche improvvisamente a mancare un lavoratore in una mansione, si cerca immediatamente di rimediare, cercando una figura di backup (sostituto) tra i dipendenti, operazione non difficilissima, perché le aziende moderne hanno di solito una matrice delle poli-competenze di tutti i collaboratori, e quindi la possibilità di sostituire chi manca inopinatamente con risorse interne già abbastanza formate o, in ogni caso, è in grado di provvedere a una rapida riqualificazione di personale particolarmente duttile e flessibile.

Ecco che  a questo punto comincia a delinearsi la differenza concettuale profonda tra “lavoro” e “posto di lavoro”, là dove il secondo presuppone sempre il primo, non viceversa. Il lavoro deve essere individuato come quantità e qualità del processo operativo, sia se si tratta di attività diretta (operaia, alla faccia di chi pensa che il lavoro manuale stia scomparendo), sia che si tratti di lavoro indiretto, impiegatizio, tecnico o di coordinamento di altre persone.

Quando i carabinieri negli anni ’80 scoprirono che nella sede centrale nazionale dell’Inps a Roma vi erano più cartellini, cedolini paga che posti di lavoro e quindi lavoro, si capì benissimo la non coincidenza dei tre concetti. Lì, con la complicità di direttori centrali e generali, si era creata una pastetta di connivenze che aveva portato la situazione ad essere così deforme, abnorme, truffaldina, sia nei confronti dello Stato, sia nei confronti dei cittadini utenti, lavoratori e pensionati. Si fece un repulisti, ma evidentemente non è bastato perché nei decenni successivi abbiamo assistito a fenomeni di tutti i colori, specialmente di assenteismo patologico e a imbrogli sguaiatamente evidenti, come la timbratura fasulla di cartellini presenza.

Chi pensa che il lavoro coincida con il posto di lavoro può essere tentato di imitare quei cattivi lavoratori del pubblico impiego che con il loro inqualificabile comportamento hanno rischiato di screditare la stragrande maggioranza dei tre milioni di colleghi che invece lavorano coscienziosamente.

In un’attività di direzione del personale nella più grande azienda friulana, la Danieli, dove ho operato a metà degli anni ’90, mi è capitato di porre fine a una vertenza onerosissima provocata da un dipendente infedele, che si assentava per gli affari suoi durante l’orario di lavoro, e l’aveva avuta vinta davanti al giudice, con un costo aziendale più che decennale che qui mi fa pena citare. Le prove della sua infedeltà non avevano convinto il giudice che aveva condannato l’azienda a retribuirlo comunque, non avendo l’azienda stessa accettato la reintegra del dipendente (7° livello metalmeccanico da 2 milioni e settecentomila lire nette al mese), ex art. 18 della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori. Posi fine a quella vergogna con una transazione tombale di non poco conto, dopo aver informato la Presidente dell’azienda. Mi turavo il naso mentre firmavo dall’avvocato il verbale di conciliazione. Mi vergognavo per l’imbroglio riuscito ai danni dell’azienda e di tutta la comunità di chi vi lavorava.

Due esempi che spiegano bene come il “posto di lavoro” deve sempre essere riferito a “lavoro” vero, non inventato, truffaldino o fasullo come in certi casi, perché allora non si tratta di un “posto di lavoro”, ma di inganno, infedeltà, slealtà verso gli altri e di tradimento dei più elementari sentimenti etici di giustizia.

Le affettività giovanili odierne come nuove “affinità elettive”

mmmh

così sorge dal cuore quando scatta quel qualcosa, di chimico quasi, come insegna Goethe, e tu non sai se sei Ottilia, il Capitano, EdoardoCarlotta… di inspiegabile con la ragione argomentante o con la logica sillogistica. Non funzionano più ora i meccanismi classici della nostra biologia mentale, la psiche è ottenebrata, i sensi comandano in un turbinoso scambio tra quelli esterni a quelli interni. E’ l’innamoramento o qualcosa di simile, è la passione a vari livelli emotivi, l’attrazione erotica. Questo è.

Le definizioni della tradizione e del diritto come marito/ moglie o fidanzati in quel momento sanno di stantio e salta tutta l’etno-antropo-etico-giurisdizione della regola che ha instaurato lungo la storia umana la struttura familiare, il diritto ereditario, gli interessi economici, i patti, i contratti, e tutto ciò che sa di presa in carico, di burocrazia… tutto viene scombinato, scoperchiato nella sua verità.

La monogamia si scopre costruzione storico-sociologica e ricompare ciò che è lì, magari sepolto dai secoli, se non, ma in modo diverso, in certe zone arretrate del globo, dove il potere maschile impera.

La crisi della monogamia, che non è tribalismo patriarcale, ora sta scoppiando nella cultura e nella civiltà occidentale.

La donna ha contribuito moltissimo a questo cambiamento radicale, iniziato cent’anni fa e proseguita con un secolo di battaglie memorabili, dalle suffragette a Franca Viola, con la liberazione da tutte le pastoie precedenti, dai suoi obblighi verso il maschio, dalla subordinazione e dalla mancanza di autonomia. Ora la donna, di fatto e di diritto non può essere comandata, dominata, eterodiretta, perché lo vieta la legge e anche il costume. Non è più scandaloso che ci si separi, si divorzi.

L’altro soggetto “liberatore” sono stati i giovani, con i loro costumi, a partire dalla rivoluzione sessantottina. Donne e giovani sono anche la risorsa sociologica che credo molto presto farà implodere l’Islam più conservatore. Osservo che perfino in Arabia Saudita qualcosa si muove, dopo essersi mosso in altre nazioni di quel mondo. Duole vedere la grande Turchia ancora in bilico tra modernità e antiquariato ideologico-politico, ma Erdogan è destinato a perdere la presa.

Tornando al tema del cambiamento dei rapporti, noto che i ragazzi oggi preferiscono avere tra di loro rapporti più “leggeri”, che non significa superficiali, ma neppure troppo legati al classico modello “ci piacciamo, ci frequentiamo, conosciamo le rispettive famiglie“. Accade ancora, ma senza che ciò significhi preparare il corredo di nozze e fissare magari la data di un tristissimo e immaturo matrimonio.

I ragazzi frequentano i gruppi, stanno in gruppo, e non è vero, grazie a Dio, che chattino continuamente con altri quando stanno con gli amici. Forse lo fanno ancora i giovanissimi, ma non più i ventenni e oltre.

Oggi i ragazzi possono dirsi anche, come in una vecchia canzone di Carla Bissi “sento che forse ti amo“, dove il forse dice tutta la precarietà dell’amore e tutta la sua forza, tutta la sua ambiguità insieme con la sua assolutezza. Eros (sono orgoglioso di averci scritto su un librone!) è il motore mobile (non immobile, caro Aristotele, mio grande e venerato Maestro!, ma qui ha ragione il tuo Maestro, Platone) del mondo e di tutte le cose, sempre imperfette, fragili, sinuose, docili e indocili nello stesso tempo.

Questo forse sta comprendendo quest’ultima generazione di giovani, più smagata e cinica delle generazioni precedenti, ma non per questo meno autentica, anzi forse di più. Per questo sta cominciando a costruire le proprie affinità elettive in modo più light, che alla fine è anche più rispettoso degli altri, scevro da promesse irrealistiche di amori infiniti ed eterni.

Come vi sono infiniti gradi di amicizia, io lo sto constatando in queste settimane, vi possono essere infiniti gradi di verità nell’amore, non volendo con ciò dire promiscuità o imbroglio, ma semplicemente che va accettata la ricerca della verità sull’amore, perché altrimenti tutto si fa ambiguo e fasullo, disonesto e pericoloso. facile dirlo, caro lettor gentile, tu puoi dirmi, più difficile agire di conseguenza. Certamente, ma i ragazzi di oggi ce lo insegnano con una freschezza rigenerante.

Osserviamoli con affetto e stiamo loro vicino, ché quando ci chiamano ci siamo, vivendo noi più grandi, la nostra vita nella verità locale che possiamo e che dobbiamo a noi stessi.

Ciò che è profondo è sempre lento a realizzarsi

…come non si stancava mai di insegnare il carissimo Alexander Langer, la cui nobile figura di intellettuale e di politico, man mano che passa il tempo e la mediocrità della politica e della comunicazione sociale si fa più evidente, si staglia sempre di più nella sua grandezza umana, almeno nel mio orizzonte spirituale e culturale. Nel mondo mediatico al posto di Langer oggi abbiamo uno come Saviano, coccolato e presenzialista, tuttologo presupponente o addirittura spesso arrogante. Oppure una Boldrini o un Fabio Fazio, per tacere dei politicanti. Un bel crollo della diga intellettuale.

Alexander collegava ciò che è più lento (lentius), a ciò che è più dolce (dulcius) e infine a ciò che è più profondo (profundius), mettendo in guardia da ciò che è troppo veloce perché improvvisato, non ponderato e irrispettoso del pensiero altrui (citius, altius, fortius). Con ciò non invitava alla mollezza di sentimenti e alla lentezza delle azioni da compiere, perché utili o necessarie, ma all’uso della ragione argomentante e alla ricerca di creare alleanze trasversali unificanti tra culture etiche e politiche diverse, sottolineando il valore della condivisione di ciò che è importante per tutti, piuttosto che il porre l’enfasi su ciò che differenzia le persone e i gruppi, privilegiando questi o quelli per ragioni di primazia intellettuale o di mero potere. Lezione straordinaria per tempi come i nostri, quando è più importante dire o fare la cosa che si aspetta un pubblico talora distratto e talora manipolabile, specialmente dai nuovi media “sociali”, piuttosto che la cosa giusta da dire o da fare, anche se magari potrebbe risultare impopolare. C’è chi si affida ai blog per verificare le opinioni del proprio “popolo” e chi fa le “primarie” per stabilire le leadership interne, c’è chi auspica sempre le elezioni anticipate e chi teme di scomparire alle prossime elezioni, cosa che può succedere, perché i partiti sono strutture spesso volatili, specialmente da qualche decennio.

Il pensiero del personale politico in questi anni si è progressivamente impoverito, stereotipato, involuto, perché i politici sono sempre più ignoranti e superficiali, con poche, rarissime eccezioni: in generale, basta ascoltarli quando prendono la parola su argomenti che presuppongano un minimo di conoscenza disciplinare specifica, ad esempio sui temi etici della persona umana  e di morale sociale, di politica ed economia internazionale, di scuola e istruzione, di sanità e assistenza: quasi sempre è un profluvio di parole imprecise, generiche, a volte fuorvianti, sempre “politicamente” di parte, insomma un disastro concettuale e comunicazionale.

Nel mondo dell’economia mediatica si aggirano furbastri che a volte hanno più spazio degli innumerevoli imprenditori seri che tengono su l’Italia insieme con i ventisei milioni di lavoratori ogni giorno pronti a fare il loro dovere in fabbrica, nei negozi o in ufficio. In questo ambito generalissimo troviamo i cosiddetti “corpi intermedi”, cioè sindacati e associazioni di categoria, che hanno raggiunto a parer mio (ne tratto in un post pubblicato qui qualche giorno fa, per quanto riguarda i sindacati dei lavoratori) il loro minimo storico contemporaneo, per qualità ed efficacia.

Se volgiamo la nostra attenzione al mondo della comunicazione troviamo un bailamme indescrivibile tra pay tv, social, blog, siti di tutti i tipi, approssimazioni wikipediche, e tant’altro che spesso è autentico pattume, su cui si innesta l’intervento della miriade di sacrosanti idioti che il sistema oggi permette di leggere in rete.

Gente che scrive perché può farlo, non perché abbia qualche cosa da dire, e allora si tratta di sfoghi, insulti, turpiloquio, minacce e altro dell’osceno armamentario dei peggiori sentimenti, così come sono pubblicati dal sistema telematico, senza rete e senza alcun criterio veritativo, o almeno estetico.

Potrei continuare l’elenco di ignominiose situazioni descrittive di un mondo in trasformazione rapidissima, dove trovano spazio tutte le ragioni e tutte le sragioni, tutti i fatti ma specialmente i misfatti, i delitti, le catastrofi, le disgrazie, i cataclismi, le guerre, gli atti terroristici, le ecatombi (in greco significa “strage dei cento buoi”), le devastazioni, le apocalissi, che significa, sempre in greco, “rivelazioni”, ma per i giornalisti è sinonimo di disastro, tragedia, catastrofe e via andando… mentre quasi si tace sugli innumerevoli fatti positivi, sul lavoro ben fatto di tanti professionisti, operai, imprenditori, agricoltori, medici, infermieri, casalinghe, insegnanti, venditori, impiegati, militari, poliziotti e anche preti e religiosi (la maggioranza tra non pochi indegni), che tengono su l’Italia e il mondo.

La finisco qui con un atto di fiducia nei giovani che vedo crescere, studiare con gusto e passione e iniziare a lavorare, giovani che curo e di cui mi occupo sia nella fase finale degli studi sia nella fase di inserimento al lavoro, sempre più convinto che io -con la mia esperienza e con i miei saperi- debba darmi da fare per aiutarli, nel mio piccolo di aziende e mondo formativo, a prendere progressivamente in mano, e meglio, quello che gli lasceranno le generazioni precedenti, compresa la mia.

Ed esprimo qui un atto di fiducia e un sentimento di speranza.

Sindacato, sindacati ieri e oggi… e domani?

Ho vissuto il sindacato dall’interno, nella “vita precedente” (per modo di dire), fino a ruoli importanti, regionali, nazionali e internazionali (per un anno sono stato co-presidente dei sindacati della Comunità Alpe-Adria, di cui facevano parte sloveni, croati, carinziani e stiriani, oltre ai veneti e ai friulo-giuliani). Ricordo “gaudiosi” congressi autocelebrativi cui ho partecipato, a Zagabria, Lubiana, Graz, Stoccolma, Bruxelles…, oltre alle grandi kermesse nazionali a Roma, Milano, Rimini, e via andando.

Ne conosco bene la storia travagliata, spesso gloriosa agli albori, e ne osservo l’attuale declino, che mi preoccupa. Secondo una logica e un’etica utilitaristica dovrei più o meno disinteressarmene, ma non è nella mia natura e nel mio stile. Quando dirigevo pezzi importanti del sindacato ero attento ai temi e problemi dei lavoratori, ma avevo ben presente la “connessione necessaria” con le imprese, cioè l’esigenza di considerare la salute economica delle aziende come area di interesse primario dei lavoratori stessi, non per ritenere che gli interessi della parte datoriale e quelli dei dipendenti coincidessero, ma perché per me era chiarissimo come vi fossero dei punti di tangenza e di sovrapposizione logica, quasi campi semantici comuni, tra sviluppo aziendale e occupazione. La mia era una posizione, si diceva allora, dialogico-riformista, socialista democratica, e andrebbe bene anche oggi, sia come linea politica, sia come definizione dottrinale.

Anche allora vi erano posizioni diverse, più o meno anti-padronali o talora non poco ambigue. Vi era una vera e propria spaccatura tra sindacati dei settori privati, industria, agricoltura e servizi, e sindacati del pubblico impiego, che si percepiva nelle riunioni comuni e nei congressi. Le differenze erano più marcate tra “pubblico” e “privato” che non tra le tre Confederazioni Cgil, Cisl e Uil.

Il gruppo dirigente a livello nazionale, quando c’ero io, era di primissimo livello: basta citare qui i segretari generali di allora Lama, Carniti e Benvenuto, ma vi erano anche personaggi come Trentin, Bentivogli, Mattina, Veronese, con i quali si dialogava volentieri. Finita quella generazione ecco il diluvio della mediocrità. Dopo tredici anni sono uscito da quel mondo per andare a fare il Direttore del personale in Danieli e poi… ho già raccontato qualche giorno fa.

Con un gruppo di bene-intenzionati avevamo iniziato a lavorare sulla cultura del sindacato, ispirandoci anche alle posizioni più aperte al mondo e ai nuovi equilibri, come quella di Alex Langer, per molto tempo co-ispiratore del gruppo. Si “faceva sindacato” con un occhio ai nuovi lavori, all’universo femminile, ai giovani sempre più scolarizzati che si affacciavano al mondo del lavoro, e si scriveva, avevamo una rivista “Verde-Uil”, per dire che amavamo le novità, la viridescenza primaverile delle idee, senza gerarchie organigrammatiche, in seminari aperti a ricercatori ed imprenditori, con l’orecchio attento ai suoni del mondo e alla incommensurabile differenza delle sensibilità individuali.

Quel mondo di curiosità e di ricerca entusiastica si è fermato una ventina di anni fa. Il sindacato italiano, nonostante l’89 epocale della politica si è sempre più rinchiuso in se stesso, rinforzando le culture corporative e aumentando le divisioni, con contratti separati (ad esempio, dei metalmeccanici negli anni 2000), perdendo di vista la dimensione della ricerca e l’entusiasmo del procedere senza autolimitazioni, ispirati solamente dal rispetto delle regole e dalla reciprocità fraterna.

Ricordo momenti bellissimi di formazione quadri in Trentino, Sud Tirolo, Toscana, Garda, Carnia, Umbria… E la memoria in qualche modo rivendica la correttezza di quella linea ideal-pratica contro l’inerzia attuale.

Alla fine della mia esperienza sindacale ho perfino promosso una ricerca mia privata con l’aiuto di un amico sociologo, sulla “ricollocabilità” dei funzionari sindacali alla fine dell’aspettativa prevista dalla Legge 300/ 70 (Statuto dei diritti dei lavoratori) all’art. 31, tanto per farmi un’idea. In realtà, sul campione di una cinquantina di curriculum vitae di colleghi del Nordest, solo il 10%, cioè cinque persone, sarebbe risultato ricollocabile al lavoro in posizioni analoghe a quelle del prestigioso incarico sindacale, tra cui tre del pubblico impiego, io e un mio caro amico che ancora veleggia per rotte sindacali. Gli altri 45 avrebbero dovuto “tornare in linea” ad un lavoro operaio neppur tanto qualificato, rinunziando a segretarie, ufficio personale, viaggi aerei e alte frequentazioni con politici e imprenditori. E così costoro sono rimasti lì, spesso con grande sussiego (ricordo in particolare alcuni che non cito, per carità, ma di uno dico che è della Bassa friulana, pieno di boria) ad alimentare una immarcescibile burocrazia sempre più invecchiata, se non sono riusciti a fare il “salto in politica” come consiglieri regionali o deputati a diecimila euro al mese, o nel mondo della cooperazione, destino di molti, per la garanzia della pagnotta. Di quella generazione friulo-veneta sono stato l’unico a buttarmi in acqua “dove non si tocca” e a misurarmi con il mercato della consulenza direzionale e della formazione. Ed eccomi qua, ancora in beata solitudine.

Una nazione senza sindacati è pericolosa, lo dimostra la storia recente dell’Italia: i sindacati sono stati non solo co-autori di un riformismo democratico nel diritto e nella prassi gius-lavoristica, camera di decantazione e di interpretazione delle tensioni sociali, ma anche un baluardo inespugnabile da parte dell’estremismo e del terrorismo dei decenni scorsi.

Ma un sindacato come quello di oggi è chiaramente insufficiente, non all’altezza degli enormi cambiamenti in atto, e dell’esigenza di costituirsi come soggetto guida del mondo lavorativo. Anche il personale politico delle strutture sindacali è meno qualificato dei decenni passati, a volte si mostra in grave difficoltà nella dialettica delle relazioni industriali e nella rappresentanza stessa dei lavoratori. La cultura media dei sindacalisti a tempo pieno arriva più o meno al diploma, i laureati sono pochissimi, presenti soprattutto nel pubblico impiego. Pur conoscendo bene il loro linguaggio, i loro riti e i loro miti, io stesso talora faccio fatica a sopportarli, quando inavvertitamente si mettono sullo stesso piano dell’interlocutore discutendo di Risorse Umane, di Valutazione del personale, di Analisi del clima, di Formazione, Selezione, etc., oppure di Etica d’impresa e del lavoro. Questo interlocutore magari sono io, con esperienza pari o superiore alla loro in campo sindacale, e ben altra preparazione culturale e accademica rispetto a loro, peraltro anche molto specifica sui temi trattati. La rabbia allora sbollisce un poco nella pena per una situazione così povera.

L’altro aspetto è quello della rappresentanza dei lavoratori: sempre di più giovani ingegneri, economisti, tecnologi mi dicono “ma come faccio a farmi rappresentare da quelli, se non capiscono non solo quello che so, ma neppure quello che faccio in azienda?”

Qualcuno anni fa aveva proposto di creare percorsi specifici nelle Facoltà di Scienze politiche o Giurisprudenza, ad Economia come a Filosofia e Psicologia, per formare il personale politico del sindacato. Lo avevo proposto anch’io all’Università di Udine quando era rettore il valoroso Professor Franco Frilli. Oggi, senza una preparazione universitaria non si può reggere credibilmente un ruolo di rappresentanza professionale nel sindacato.

Certamente Di Vittorio aveva forse la quinta elementare, ma erano altri tempi e altre tempre di uomini. Mi inchino alla loro grandezza umana, politica e morale.

Che fare dunque, se il sindacato è indispensabile all’equilibrio socio-politico ed economico di una grande Nazione come l’Italia? “Rimboccarsi le maniche” del cervello e studiare umilmente, indefessamente, a lungo, per poter comprendere i segni e i problemi dei tempi che viviamo e dare una mano. Orsù sindacati, sveglia!

Frontiere e limiti come passaggi per andare oltre, nella storia umana e nella vita delle persone…

Si ritiene in ambito storiografico che negli antichi imperi, quando il mezzo di trasporto più veloce e sicuro era il cavallo, dai tempi di Suppiluliuma re degli Hittiti, di Tiglat Pileser III degli Assiri, della Cina della Grande muraglia, di Ciro il Grande, di Alessandro e del magno imperium di Roma, fino a Gengis Khan e Timur Lenk, le amministrazioni centrali dovevano essere raggiunte in non più di quattordici giorni, pena lo sfaldamento delle strutture politico-amministrative. I Mongoli stessi che ebbero l’impero più grande, si decisero a dividerlo in khanati per poterlo governare, e comunque il loro impero durò pochi decenni. L’impero romano, invece, che aveva dimensioni più contenute e soprattutto aveva la sua capitale, Roma, baricentrica rispetto ai confini estremi della Tracia e della Persia a Est, della penisola ispanica a Ovest, del Vallo Adriano a Nord e delle regioni mediterranee del Nordafrica a Sud, durò quindici secoli, se consideriamo il periodo  da Augusto alla caduta di Costantinopoli nel 1453 sotto i colpi dei Turchi di Mehmet II.

Pochi decenni è durato l’impero di Gengis Khan, quasi 1500 anni Roma. E’ evidente che le ragioni di queste differenti storie non stanno solo nei quattordici giorni a cavallo dal confine alla capitale, ma anche e soprattutto nella superiore capacità organizzativa, nella cultura filosofico-giuridica e socio-politica di Roma, rispetto agli altri imperi.

E poi le abbiamo derive migratorie, irresistibili, esodi impressionanti di tanti esseri umani da… e per… Sono questi i grandi movimenti dei popoli, delle tribù, delle nazioni che a volte si spostano da un luogo all’altro di questo piccolo pianeta in cerca di vite nuove, fuggendo carestie, cataclismi, epidemie-pandemie, guerre e ogni altro pericolo che incomba su immensi e popolati territori.

Mio caro lettore, perché questa premessa, solo per il gusto dell’indagine geo-storiografica, peraltro oggi materia unificata alle superiori? Certamente anche per questo, ma soprattutto per parlare ancora dell’uomo e del destino che egli si costruisce come soggetto autonomo dentro le circostanze della vita.

Se la storia ci insegna di confini, di nazioni conquistate e conquistatrici, di fiumi e catene montuose invalicabili, di orde disordinate (come quelle uralo-altaiche o turco-mongole) o di eserciti organizzati scientificamente (come quelli di Alessandro, Annibale, Pompeo, Cesare, Scipione, Napoleone,…) lanciati alla conquista di pezzi di mondo, la storia umana, anzi le singole storie umane, la mia la tua, lettore gentile, ci insegna che si tratta sempre di una ricerca dei confini, dei limes, dei limiti.

Per tutta la mia vita, senza mai dichiararlo neppure a me stesso, sono andato in cerca del limite, del mio limite, e ho corso, corso, e corro ancora, forse con più equilibrio, chissà. Il mio caro amico Franco, leggendo gli ultimi miei pezzi qui, mi esorta a non mollare la presa, a andare “a manetta” se me la sento, se le forze mi assistono, se “ho l’ispirazione”. Ebbene sì, caro Franco, che mi conosci bene, e anche altri cari amici/ care amiche che mi volete bene in questa vita frenetica e bellissima, seguirò il vostro consiglio, di andare spedito, di andare avanti ad esplorare i confini, ad esplorare i limiti delle mie energie ben spese per un buon fine.

Il fatto è che, come nelle gare sportive, il limite assoluto non si può conoscere, perché può sempre venire “limato” dal nuovo primatista della gara: analogamente i limiti delle nostre prestazioni non sono conoscibili in anteprima, prius quam, aprioristicamente, ma solo alla fine di una fase della ricerca, che abbisogna di riposi per poi consentire la ripartenza. E così si va, nel tempo e nella storia, a volte incespicando, ma poi -rialzandosi- si riparte verso l’orizzonte, il confine, il limite ancora inesplorati. Grazie a Dio.

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