Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Gli Elleni, i Dioscuri e gli emuli odierni

Noto ai lettori fruitori di stampa e web il paragone spesso ivi proposto tra i due vicecapidelgoverno attuale ai Dioscuri, Castore e Polluce, ed eventualmente richiesto uno dei due se sapesse chi fossero, la risposta potrebbe essere (90 su 100, o di più) un fors’anche imbarazzato “no”. Se interpellato l’altro, avendo questi fatto il classico, memoria remota funzionante, forse lo saprebbe.

Andando noi a spulciare un antico testo isocrateo, potremmo trarre insegnamento per noi e per i due sopra citati. Il grande logografo, retore e pedagogo affermava: “Atene ha fatto sì che il nome di Elleni designi non più una stirpe, ma un modo di pensare. Per cui non sono chiamati Elleni quelli che hanno in comune con noi il sangue, ma quelli che hanno in comune con noi la Paidèia“, cioè la capacità di apprendere, che non si eredita con il sangue, ma si sviluppa vivendo, in qualsiasi luogo.

Isocrate, con questo discorso, anticipa l’imperatore Claudio il quale, con un memorabile discorso pronunziato in Senato, ammise che Pitti e Britanni avrebbero potuto ivi portare le loro istanze, quelli che venivano chiamati popoli barbari. Grandezza della cultura greca, grandezza di Roma. Miseria italica attuale, nella politica, nella magistratura, nel giornalismo, nel sindacalismo.

Isocrate nacque nel 436 a.C a Erchia, nell’Attica, compaesano di Senofonte. Poté ricevere un’educazione molto buona non tanto perché di famiglia fosse benestante: suo padre era un piccolo “industriale” del tempo, quanto poiché – quando l’azienda di famiglia ebbe dei rovesci – egli, per almeno un decennio lavorò come logografo, cioè scriba giudiziario  a pagamento, oggi potremmo dire cancelliere. Aristotele stesso attesta l’autenticità di alcuni testi logografici risalenti agli anni 400-390 a. C.

La sua missione, però, per come la sentiva lui stesso, era quella della paidèia, della pedagogia, dell’insegnamento, rivolto ai giovani del suo tempo. Amava farsi chiamare filosofo, mentre non gli piaceva la definizione di retore. Scrisse dall’eta di Pericle all’avvento di re Filippo II di Macedonia. Nel 390 istituì una scuola pari per importanza all’Accademia platonica. Il grande ateniese, però, non lo apprezzava, anche se con lui condivideva la grande ammirazione per Socrate e il sospetto verso i sofisti, o filodossi, che non erano (sia secondo Isocrate sia secondo Platone) amanti della verità, ma della cangiante opinione. Un altro aspetto che avvicinava i due era la considerazione per la paidèia. Non avevano, ambedue, troppa fiducia nella democrazia ateniese, mentre amavano la forma scritta dei discorsi e la cura dello stile scrittorio.

Il suo “conflitto” con il sommo competitor verteva sul giudizio che Isocrate esprimeva (a mio parere, e non solo a mio parere, sbagliando) su Platone. L’uomo di Erchia definiva inutili gli insegnamenti dell’Ateniese, perché troppo difficili e teorici, mentre i suoi, a parere suo – ovviamente – erano più orientati alla concretezza delle cose utili, che non sono sempre fondate su verità assolute. Rimproverava a Platone di occuparsi troppo di conoscenze teoriche e dunque di epistemologia, di gnoseologia, di metafisica, mentre egli riteneva necessario dare una mano alle persone con il ragionamento concreto, improntato a chiarezza e semplicità, anche basandosi sull’opinione, la δόξα. La sua fama crebbe al punto da poter chiedere compensi dalle famiglie degli alunni fino a diecimila mine, come dire almeno il doppio del costo di almeno due annualità universitarie attuale.

In realtà egli curò l’ars rethorica, che riteneva lo strumento più adatto, sia alla vita individuale e civile, sia alla vita politica. Non disdegnò l’attività politica diretta, promuovendo una politica panellenica che prevedesse la collaborazione delle diverse pòleis greche, sotto la guida di Atene, unica realtà in grado di coordinare miltarmente gli Elleni contro il pericolo persiano e di promuovere forme democratiche di governo, beninteso trattandosi della democrazia come era intesa allora. Le sue speranze morirono quando a Cheronea nel 338 i Macedoni tolsero l’indipendenza alle città greche. Mori poco dopo di inedia, si tramanda. Ultranovantenne.

 

Se Isocrate è personaggio storico, i Dioscuri appartengono alla più lussureggiante mitologia ellenica. Addirittura figli di Zeus, qualche fonte propone, ma altri li danno come figli del re di Sparta, Tindaro. Oppure altri ancora riportano che solo Polluce fosse figlio di Giove, insieme con la sorella Elena, e dunque immortali, mentre Castore, se figlio di Tindaro, sarebbe stato un mortale. Un bel pot pourrì di storie arcaiche.

Oppure addirittura Argonauti con Giasone, impegnati alla ricerca del Vello d’oro. Polluce fu anche celebrato come grande pugile, poiché sconfisse in una gara di questa disciplina il re dei Bebrici, Amico. Poco tempo dopo i gemelli diedero vita alla città eponima di Dioscuria, collocata secondo il mito in Colchide. Successivamente avrebbero fondato anche una città nel Lazio, Amyclae.

Altre “gloriose” vicende furono attribuite ai Dioscuri come la lotta contro Teseo, eroismo che gli meritò in qualche modo l’immortalità da parte di Zeus, che – come vedremo – non “funzionerà”, oppure la guerra fra gli abitanti di Locri Epizefiri e quelli di Reggio. A un certo punto però, le loro sorti si separarono. Durante il rapimento delle spose promesse di Idas e Linceo, figli di Afareo fratello di re Tindaro, Castore fu ferito a morte. Per non separarsi del tutto dal fratello Castore, volle vivere un giorno nell’Ade e un giorno sull’Olimpo.

Euripide li ricordò nella sua Elena, come mito nel quale Zeus li mise insieme per sempre nella costellazione dei Gemelli.

Che c’entrano allora i due vicecapidelgoverno con tutti questi racconti? Perché qualcuno li chiama “dioscuri”? A mio parere, non certo perché le loro res gestae somiglino in qualche modo a quelle dei due eroi mitologici, ma per pigrizia lessicale e professionale degli scribi dei nostri tempi, logografi stanchi e spesso cinicamente disincantati. Il giornalismo italiano è in crisi, come altri settori sopra elencati. Il web e la riduzione delle copie vendute dei quotidiani hanno stretto in un angolo questi professionisti della comunicazione.

Le direzioni editoriali devono rispondere ai desiderata dei loro padroni, che spesso sono banche e potentati finanziari da un lato, e alle convenienze politiche del momento. Mi chiedo come descriverebbero oggi i due vicecapidelgoverno penne come quelle di Bocca, Montanelli, Brera, Raschi, Bettiza, Calvino, Buzzati e perfino Enzo Biagi, che non ho mai particolarmente apprezzato. Come guarderebbero le varie Annunziata e Gruber, i Fazio e i Lerner, personaggi del calibro di Ruggero Orlando o Tito Stagno, per tacere di molti valorosi dei decenni dal ’50 ai primi anni ’80? Quella era gente in gamba che cercava la notizia e la viveva, queste e questi invece si accontentano dei racconti di terzi, selezionando spesso in base al loro credo politico. E allora funzionano i radical chic à-la allure accademica, ovvero i pappagalli dei capi politici maggioritari, che somigliano però ad altri uccelli, i polli.

I due vicecapidelgoverno assomigliano a Castore e Polluce solo metafisicamente, perché sono “due”, in quanto  da ogni altro punto di vista ben meschina figura, fanno. Pobrecitos.

La libertà, cos’è? Il tumulto e la legge nell’interiorità di ogni persona e nella politica

“(…) la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai.”

(Piero Calamandrei)

 

Volevo comparare qui libertà e giustizia, ma mi limiterò invece a qualche breve cenno su questa seconda virtù, dedicando i miei sforzi, intanto, al valore e al concetto della libertà. In seguito mi impegnerò altrettanto sulla giustizia.

Il quesito tra libertà e giustizia, oggigiorno,  è se si possa “conciliare” il liberalismo classico ovvero attuale, con il socialismo (democratico), direi, molto semplificando, in molte altre dicotomie. Dalla parte della giustizia vi sono sentimenti e ragioni legate alla nozione dell’uguaglianza in dignità di tutti gli esseri umani, mentre dalla parte della libertà vengono enfatizzate le differenze tra ciascun essere umano e ogni altro. Uguali in dignità e perciò degni di giustizia, e ognuno libero, per cui diversamente capace di essere e di fare cose diverse, di maggiore o minore complessità. Ruoli diversi nella natura, nella libertà e nella giustizia. Proviamo ora a studiare meglio il valore della libertà, con l’aiuto di qualche credibile pensatore, non di uno solo, come qualche presuntuoso pensa di poter fare, magari pensando a se stesso. Della giustizia ho comunque scritto precedentemente soprattutto sotto il profilo aristotelico dell’epichèia, e mi affaticherò, a Dio piacendo, anche in futuro, su di essa.

A tutti i miei lettori consiglio di leggere con calma, in tema, nell’andare del tempo, almeno da La Repubblica di Platone Il Mito di Er, la Quaestio 79, a. 13, c  nella Summa Theologiae I, e  i brani XXIV, a1, a2, a6 nelle Quaestiones disputatae de veritate di Tommaso d’Aquino, mentre tra i moderni e contemporanei almeno La critica della Ragione pratica di Immanuel Kant, Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone, Bologna, Il Mulino, 2002 di Martha Nussbaum e Special Topics: Neuroethics di Adina Roskies, filosofa e neurologa. Il tema sarà trattato consultando i pensatori occidentali partendo dal concetto sotto il profilo ontologico ed etico-antropologico, senza trascurare la ricerca neurologica, ma solo in sintesi, per poi fare alcuni cenni, sul finire, al tema stesso solo per titoli, per quanto concerne la scienza politica.

 

DELLA LIBERTA’

Possiamo dire che vi sono innanzitutto due diversi modelli di libertà: il primo può essere chiamato anche libero arbitrio, o possibilità di decidere tra due o più alternative (è la potestas ad utrumque, come veniva chiamata da Tommaso d’Aquino e altri), vale a dire la libertà di scelta tra più alternative). Si considera tale libertà come una possibilità di scelta il cui fine o oggetto è moralmente indifferente, come lo scegliere tra un cibo e un altro: infatti ogni cibo sano mantiene in vita.  Il secondo tipo di libertà è quello che deriva da un’assenza di costrizione, cioè la libertas a coactione degli stessi filosofi sopra citati: che io scelga A o B, scelgo comunque senza che nessuno mi costringa a farlo. Sono pertanto libero in relazione agli altri, ma anche da un condizionamento interiore che può essere determinato da una passione. E’ una libertà “da”, così come la prima è una libertà “di”. Ma queste distinzioni non bastano: sono le prime, elementari, per cui bisogna approfondire.

La libertà “di” contiene infatti già un profilo che potremmo definire morale, in quanto non fa scegliere perché si vuole, ma si vuole perché si sceglie. E’ importante, e pochi, magari ci pensano: la libertà non come fare ciò che si vuole, ma come volere ciò che si fa. Bello no? E tu, caro ragazzo che ti fai, vuoi veramente farti, o farti del male, in qualsiasi modo, magari per star-nel-gruppo-di-chi-si-fa, perché altrimenti ne saresti escluso? Posso dirti, se del caso, e chi se ne frega del gruppo?

La libertà “da” è invece più limitata, poiché non è detto che il mio libero arbitrio sia pressoché totale come nel primo caso, che comunque, se lo si interpreta bene, è governato dalla capacità di riflettere su ciò che sia meglio per me.

Andando avanti nel ragionamento troviamo che entrambe le forme di libertà possono essere condizionate dalla contingenza o dalla necessità: in un caso posso essere condotto a decidere perché è importante ed è meglio che io decida in quel modo, e non in un altro; nell’altro caso è necessario che io agisca in un determinato modo. Un esempio che calza con le due situazioni: devo ritirare l’auto dal meccanico, ma una persona ha bisogno di essere soccorsa: se ho chiara la visione del rapporto sussistente tra bene maggiore e bene minore, non esiterò a fermarmi per soccorrere chi ha bisogno e in seguito farò la mia commissione; se sono in strada e viaggio insieme  ad altri, mi comporterò in modo tale da rispettare il codice della strada, essendo comunque sempre necessitato a farlo dalle regole esistenti e dal mio senso civico. In questo caso, a meno che non sia un asociale, non-sono-libero di non fare quello che devo.

Nell’ambito della libertà giocano sia la ragione sia le passioni e gli “abiti” (dal termine “scolastico” habitus, cioè abitudine morale introiettata). Pertanto si ha da considerare questa complessità, senza pensare che queste dimensioni psico-spirituali inficino -di per sé- la libertà, poiché la libertà non è mai assoluta, absoluta, cioè sciolta da qualche vincolo.

Se uno si ponesse da un punto di vista spinozista, potrebbe pensare che l’insieme di questi vettori causali che muovono la volontà sono liberi sì, ma solo in stato di necessità, al fine di stare dentro l’ordine del mondo. In questo caso si potrebbe pensare che la stessa forza che mi muove ad agire in un certo modo, che è quello necessitato dall’ordine del mondo, è la mia stessa soggettività: in altre parole io sono (sarei) libero di essere ciò che sono e di fare ciò che questo mio essere tale mi impone. Sappiamo che Nietzsche la pensa in tutt’altro modo, invitando sempre l’uomo ad auto-trascendersi, a superarsi: l’Übermensch è in sostanza questo.

 

I GRECI

E’ ora il caso di dare uno sguardo all’antica Grecia e ai suoi pensatori. Il greco antico ha diverse parole per dire libertà: ἐλευθερία, come libertà personale, politica e sociale, (indipendenza) αὐτονομία, (franchezza) παρρησία,  (licenza) ἀκολασία, (concessione, permesso) ἐξουσία. Grandioso, vero caro lettore?

Nella tragedia, che rappresenta in profondità lo spirito greco, correlati a questi termini significanti in qualche modo la libertà, abbiamo poi parole come ἀνάγκη, cioè necessità, vincolo, condizione, e τύχημοῖρα, sorte, destino.

In ogni caso, l’uomo agisce soprattutto governato dalla ragione (azionalità positiva) (il  λόγος degli stoici e non solo), che Aristotele definiva come “governo politico”. Seneca scriveva così in tema: ducunt volentem fata, nolentem trahunt, che significa “il destino conduce chi lo accetta, mentre trascina chi si oppone”. Potremmo dire, scherzosamente, che Seneca è uno spinozista ante litteram, con rispetto parlando. Restando nell’antica Grecia troviamo nel sofista Gorgia un Encomio di Elena, la moglie di Menelao, che “si fece rapire” da Paride, causando la guerra di Troia: Gorgia sostiene che la bella regina fu convinta dalla “parola”, che è omnipotente, la parola fascinosa del Troiano che la rese fedifraga. Il linguaggio è, dunque, ben prima di Wittgenstein, uno strumento decisivo per orientare e guidare le azioni umane (libere?). Nietzsche stesso pare individuare nella ricerca della libertà presente nelle parole di Socrate (così come riportate nei Dialoghi platonici) e nelle tragedie euripidee un inizio del declino della grandezza greca.

Platone e Aristotele dedicano al tema della libertà diversi testi, ma non propendono chiaramente per un libero arbitrio chiaro ed evidente, ancora presi dalla tradizione legata alla τύχημοῖρα.

Epicuro si muove già su una prospettiva diversa: infatti nella Lettera a Meneceo inizia a discutere della plausibilità del determinismo connesso alla ἀνάγκη. Abbiamo già citato Platone, dove ammette in qualche modo la possibilità di scegliere liberamente, ma all’interno di un mito: si tratta del famoso mito di Er (esposto nel libro decimo della Repubblica). Costui, guerriero di difficile identificazione, prima morto e poi risorto, racconta ciò che accade nell’aldilà in questo modo: le anime, prima di incarnarsi e di riprendere il loro ciclo vitale sulla terra, hanno l’opportunità di scegliere il tipo di vita a cui andare incontro e la scelta non è assoluta, poiché chi sceglie per primo non ha più possibilità rispetto a chi sceglie per ultimo con minor disponibilità di scelta. A contare realmente nello scegliere liberamente è, invece, la saggezza, cosicché il primo a scegliere – riferisce Er a riguardo di ciò che lui stesso ha visto – dà prova di stoltezza nel voler reincarnarsi in un tiranno, mentre l’ultimo – Ulisse stesso – si rivela intelligente nell’optare per una vita comune, quieta e senza lodi o accuse.

Si vede come il tema della libertà sia controverso e difficile, oscillando come un pendolo tra l’estremo del determinismo assoluto e l’estremo di un libero arbitrio capace sempre di orientare e decidere le scelte umane. Platone fa sostenere a Socrate nei suoi dialoghi che le scelte sbagliate nell’esercizio della libertà dipendono solo dall’ignoranza delle e sulle cose. Ecco che già appare l’ipotesi che Aristotele delineò con chiarezza, quella della sinderesi, per la quale l’uomo, se saggio e consapevole delle conseguenze del suo agire, non può scegliere di fare il male, ma con una distinzione rigorosa tra azioni volontarie (cousίa) e azioni involontarie (cousίa): le seconde sono compiute “per costrizione (bίa) e per ignoranza (άγνοια)“, mentre le prime sono quelle “il cui principio risiede nel soggetto che conosce le condizioni in cui si svolge l’azione“.

Se così è la causa (αἴτιον) dell’agire non è esterno al decidente, ma “interno”. Qui però dobbiamo mescolare un po’ le scienze umane, ché qualche decennio fa il neuro-scienziato Libet scoprì che la scelta di agire è come prevista dal flusso neuro-elettrico, per cui parrebbe che la bio-macchina encefalo sappia ciò che il soggetto umano sta per fare prima che lo pensi, o… pensi di pensarlo. E così torna Spinoza nel modo più materialistico, anche se il grande olandese-portoghese-ebreo non toglieva la responsabilità dell’agire alla volontà umana.

Egli sapeva benissimo che se si fosse data l’irresponsabilità totale dell’agire, sarebbe venuta meno la giurisprudenza e il diritto dei precedenti tremila e cinquecento anni, il diritto penale, il concetto di reato (o peccato per le teologie) e le conseguenti pene di espiazione. L’uomo meccanico.

Per la verità, Aristotele, da grande psicologo quale era, immagina che si possa dare una specie di desiderio previo dell’agire, che mette un po’ in questione la volontarietà dell’agire stesso, e la chiama οʹρεξις, mentre Platone lo chiamava έπιθυμία. Nel trattato Sull’anima Aristotele ribadisce però che “Il desiderio (orexis) comprende al tempo stesso l’appetito (epithumia), l’impulso (thymos), la volontà (boulesis).”

La volontà, l’aristotelica boulή  è un punto di partenza, che prelude alla scelta che sarà espressione di una preferenza, la προαίρεσις, la quale, anche per lo Stagirita, esprime una certa libertà “di” e “da”.

 

LE DOTTRINE CRISTIANE

Il cristianesimo, progressivamente sempre più diffuso nel mondo antico, diffonde un’idea diversa delle facoltà spirituali, rispetto alla cultura filosofica greca, poiché propone una robusta analogia di proporzionalità (e di partecipazione) fra Dio e l’anima umana, cioè l’intelletto e la volontà. Genesi racconta che l’uomo è creato da Dio a sua “immagine” e “somiglianza”, dove però il concetto di immagine, posto su un piano metafisico, è quello prevalente. L’immagine può darsi come specchio, mentre invece la somiglianza concerne di più la sostanza morale, e perciò l’anima umana, essendo bene distante dallo Spirito di Dio, ad esso somiglia, appunto, solo per analogia. Tommaso d’Aquino sottolineò prevalentemente la dimensione intellettuale di questa immagine e somiglianza, mentre Giovanni Duns Scoto e Guglielmo d’Ockham, francescani, non esclusero di comparare anche la facoltà volontaria, sempre fatte le dovute proporzioni, fra Dio e l’uomo.

Non che la visione “domenicana” del Doctor angelicus (Tommaso d’Aquino) trascurasse la facoltà volontaria, ma senza dubbio sottolineava la priorità della dimensione intellettuale e, aggiungerei, perfino cognitiva. La sinderesi, di ascendenza aristotelica, infatti, pone in evidenza la capacità logico-argomentativa dell’uomo che è in grado di discernere, vorrei dire, il bene dal male, anche se questo tema resta di insondabile difficoltà e profondità.

Nelle religioni del libro, giudaismo, cristianesimo e islam emerge, in modo molto diverso dalle filosofie religiose orientali (induismo e buddhismo su tutte con la dottrina del karma nell’ambito delle reincarnazioni), il tema del premio e del castigo individuale e sociale a seguito del peccato. Addirittura, questa dottrina cosiddetta “retributiva”, prevede, nel caso del castigo, anche eventi quali cataclismi naturali, alluvioni, terremoti, etc, soprattutto nell’ebraismo, mentre nel cristianesimo la dimensione individuale del merito legato alla qualità morale dell’agire umano, prevale.

In realtà la visione cristiana sulla responsabilità individuale e quindi sul libero arbitrio ha sempre oscillato tra due estremi, sostenendo di volta in volta la fondamentale importanza dell’esercizio libero della volontà, o l’intervento della Divina provvidenza, specie se invocata con fede. Vi sono stati movimenti vicini e nello stesso tempo avversari del cristianesimo, come il Manicheismo, praticato da sant’Agostino in gioventù, che hanno proposto visioni radicali relative alla presenza del Bene e del Male, addirittura attribuendo principi sovrannaturali ad ambedue le scelte morali. Un altro “modello” morale dei suoi tempi, interessò Agostino e lo affaticò in improbi combattimenti teologici: il modello “pelagiano”, così chiamato dal nome di un monaco che sosteneva che l’uomo è in grado di salvarsi senza alcun intervento della Grazia divina. Per contrastare tale scelta (in greco “eresia”), il vescovo di Ippona accentuò fortemente il ruolo della Grazia santificante, sulla traccia di san Paolo specialmente nella Lettera ai Romani. Leggiamo il seguente brano “(… ) il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia. Che dunque? Dobbiamo commettere peccati perché non siamo più sotto la legge, ma sotto la grazia? È assurdo! Non sapete voi che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale servite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell’obbedienza che conduce alla giustizia? Rendiamo grazie a Dio, perché voi eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quell’insegnamento che vi è stato trasmesso e così, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia“. (6, 14-18)

Peraltro, Agostino amava declinare in due modi il concetto di libertà: il primo era la libertas major, ovvero la libertà cosciente del discernimento cristiano, e la libertas minor, cioè una libertà più generica, non ispirata dalla buona dottrina, la più diffusa, a suo parere (e anche al mio).

La posizione paolina avrà molto successo, rinforzata peraltro dalla Riforma luterana e calvinista. Ai nostri tempi si è riproposto il tema, teologicamente, tra due posizioni di morale, quella a) legata agli atti concreti sulla bontà o malignità dei quali si ha da esprimere un giudizio di merito puntuale e , b) quella cosiddetta dell’opzione fondamentale, (cf. K. Rahner), la quale si basa sul giudizio generale e complessivo di una scelta di vita, che può essere per il Bene o per il Male, mettendo in secondo piano i singoli atti liberi.

Se Dio conosce prima che si compiano tutti gli atti umani, secondo la visione paolino-agostiniana, non interviene direttamente sulle scelte dei singoli uomini e donne, e quindi, più che di predestinazione si deve parlare di prescienza.

Epperò nel De servo arbitrio (1525) Lutero arriva a dire che “Dio non ha alcuna prescienza in forma contingente […]. Compie ogni cosa con immutabile, eterna, infallibile volontà“. La conseguenza logica di siffatta prospettiva è che “qualsiasi cosa venga da noi compiuta non è opera del libero arbitrio, ma della pura necessità“: il discorso sulla salvezza va dunque rivisitato, giacché è assurdo illudersi di potersi guadagnare la salvezza con quelle che noi crediamo essere opere compiute liberamente, ma che in realtà sono frutto di un arbitrio “servo” e necessitato.

Tale posizione viene radicalizzata da Calvino nel 1536, nella sua Institutio Christianae religionis, in cui riprende la scansione agostiniana che porta dall’originale scelta peccaminosa di Adamo alla conseguente servitù al peccato dell’uomo, fino alla salvezza predestinata, una sorta di doppia predestinazione per cui Dio avrebbe ab aeterno diviso l’umanità in un gruppo di pochi eletti che si salveranno e in un altro di dannati che andranno in rovina. E pertanto -dice Calvino- le buone azioni non sono il frutto di una presunta libera scelta, ma, viceversa, vengono compiute da chi è già stato prescelto dalla Grazia divina. In questa maniera il libero arbitrio è del tutto azzerato: nel De libertate Christiana (1520), Lutero asserisce che l’unica libertà per l’uomo consiste nell’esser libero dal peccato perché schiavo della Grazia.

In tale ottica, la cultura cattolica, che continua a farsi portavoce delle esigenze precedenti alla Riforma, si vede costretta a rivisitare le proprie posizioni tenendo conto delle obiezioni sollevate da Lutero, con la conseguenza che -gradualmente- verranno fatte sempre più concessioni al luteranesimo, soprattutto in sede tomistica. E tuttavia a difendere a spada tratta il cristianesimo nella sua veste originaria, contro le lussureggianti fantasie di Lutero, sono i Gesuiti, le cui posizioni sono emblematicamente sintetizzate nella figura di Luis de Molina, professore in Portogallo: egli, nel suo Concordia liberi arbitrii cum gratiae donis (1588) tenta di coniugare ancora una volta il libero arbitrio con la Grazia. Scrive Molina: “si dice libero quell’agente che, pur essendo posti tutti i requisiti dell’agire, può agire o non agire“; egli riconosce, dunque, il fatto che per agire occorrano dei moventi, cosicché la libertà non nasce da un punto zero, bensì devono esservi le cause che producono l’azione ed esse, pur essendoci, non sono determinanti; sicché l’uomo mantiene la sua facoltà (agostiniana) di far sì che esse diventino attive e producano un effetto oppure di far sì che rimangano inattive.

Ogni azione pertanto ha sempre i suoi moventi, cosicché non sono mai io a causare le mie azioni (ed è questa una concessione al determinismo di Lutero), ma ciononostante sono libero di lasciare che tale causa agisca, il che significa fare una cosa oppure un’altra. Se ne evince che, in siffatta ottica, il libero arbitrio altro non è se non il sospendere alla radice un meccanismo deterministicamente procedente. Per difendere la Provvidenza, poi, senza perciò seppellire la libertà, Molina ricorre ad uno scaltro quanto brillante espediente: il “concorso simultaneo”, per cui ogni evento scaturisce dalla intima cooperazione di ben due cause. La prima corrisponde all’intervento di Dio (che di tutte le cose è autore), la seconda riguarda invece l’azione di un agente creato: cosicché da un lato Dio è il principio della causalità e, in questo senso, è autore di tutto ciò che avviene, ma, dall’altro lato, quale che sia la causa specifica che si attiva nel momento X, ciò dipende dall’intervento di una creatura.

Dunque, per i fatti fisici l’azione della creatura è sempre data da un corpo naturale che non può agire altrimenti da come agisce: così il fuoco riesce a scaldare la pietra perché vi è la causalità generale garantita da Dio e, in aggiunta, la specifica proprietà di bruciare peculiare del fuoco. Nel caso dei fatti morali, poi, da una parte c’è sempre l’influsso di Dio come causa generale, ma, dall’altra, c’è la libera volontà dell’uomo, che può applicare la causalità divina o lasciarla inoperante. Nel caso dei fatti morali, poi, da una parte c’è sempre l’influsso di Dio come causa generale, ma, dall’altra, c’è la libera volontà dell’uomo, che può applicare la causalità divina o lasciarla inoperante. Ad esempio, se siamo indotti per passione a compiere un delitto, da un lato c’è la possibilità di essere causa di tal delitto (e ciò deriva da Dio), dall’altro però come causa seconda io posso decidere se rendere operante tale causalità (e compiere il delitto) o renderla inattiva (astenendomi dal compiere il delitto).

 

RENE’ DESCARTES

La posizione del filosofo che rivoluzionò il pensiero occidentale, in tema di etica e di esercizio della libertà, è controverso, tra un faticoso tentativo di distacco dalla dimensione teologica e un altrettanto problematico assestarsi sul versante filosofico. Proviamo a vedere. Egli si colloca in un momento nel quale combattono un’aspra battaglia le forze dei Riformati e il mondo cattolico guidato dai Gesuiti. Ne Le passioni dell’anima, all’art. 146 Cartesio afferma che “dobbiamo renderci conto che tutto è guidato dalla Provvidenza“. Spinoza, qualche anno dopo, avrebbe sostenuto che tutto accade per necessità nell’ambito di un mondo che coincide con Dio stesso (Deus sive Natura). Potremmo chiamare anche quello di Descartes una sorta di determinismo teologico, anche se paolino-agostiniano, e politicamente atto a dialogare con i Protestanti.

In uno scritto successivo, però, il filosofo sostiene ben altro: che l’uomo, quando agisce per gestire la sua vita concreta esercita il libero arbitrio. Cioè, dice il contrario di quanto scritto ne Le passioni dell’anima. In seguito torna sul tema, ribadendo la sua posizione primigenia con le parole “Dio non sarebbe sovranamente perfetto se nel mondo potesse capitare qualcosa che non dipenda interamente da lui, ovvero nello spirito dell’uomo non potrebbe entrare il minimo pensiero senza che Dio lo voglia”. E siamo daccapo (non si muove foglia senza che…), come si dice nel linguaggio popolare. Nei Principia philosophica (par. 51) Descartes cerca infine di conciliare la dimensione teologica della libertà sub voluntate Dei, e del libero arbitrio solamente umano, ricorrendo alla sua distinzione ontologico-metafisica tra res cogitans e res extensa, laddove la seconda ubbidisce alle leggi divine ab aeterno, sussistendo in Dio stesso (ecco un altro prodromo spinozista!), mentre la facoltà pensante contiene, di per sé, il libero arbitrio. Cartesio è dunque padre di tutti e due gli orientamenti filosofici che successivamente presero il sopravvento, e quindi, sia del materialismo illuminista di un La Mettrie, sia dello spiritualismo che condusse all’idealismo di Hegel e C., tramite il criticismo kantiano.

E di più: Cartesio nulla si fa mancare per supplire alla debolezza del suo pensiero sulla libertà: recupera addirittura la nozione classico-scolastica della distinzione -nella res cogitans– tra intelletto e volontà, dove quest’ultima facoltà sarebbe prevalente, come nell’indirizzo agostiniano, di cui egli è mentore moderno, ma in contrasto con la linea aristotelico-tomista che dà la primazia all’intelletto. Descartes scrive (cf. Meditationes metaphisicae, IV). “Latius patet voluntas quam intellectus, così poi continuando (…) Mi posso lamentare di non aver ricevuto da Dio una volontà o una libertà di arbitrio non sufficientemente ampia e perfetta; vedo infatti che non è certamente circoscritta da alcun limite: E cosa che mi sembra molto degna di nota in me non vi sono altre cose tanto perfette o tanto estese che, a mio giudizio, non possono essere più perfette o più grandi. Se, ad esempio, considero la facoltà di comprendere, subito riconosco che essa è incompleta e molto limitata in me – e nello stesso tempo io mi formo l’idea di un’altra facoltà più grande, ed anzi assoluta ed infinita – e per il solo fatto che posso concepire l’idea di lui, comprendo che essa appartiene alla natura di Dio. Allo stesso modo, se esamino la facoltà di ricordare o di immaginare, o qualunque altra, non ne trovo nessuna, che non comprenda in me essere tenue e circoscritta, in Dio immensa.”

Questa visione consente a Cartesio di limitare il rischio che l’intelletto, essendo incompleto, possa portare a delle scelte errate sul piano morale, poiché solo in Dio è infinito e perfetto, al punto da potersi dire che tra bene e male, tra vero e falso, tra giusto e ingiusto, e perfino nelle leggi matematiche, egli sia libero di scegliere senza sottostare al discernimento morale tipico dell’uomo. Una mia osservazione: anche Descartes soffre del limite che il linguaggio umano pone agli uomini stessi. Per parlare di Dio e delle sue prerogative, l’uomo (in questo caso il filosofo francese, e io stesso) ha bisogno di categorie concettuali umane, ma queste sono insufficienti e inadeguate a dire le “cose di Dio”. Il Deus absconditus della mistagogia di ogni tempo e luogo (da sant’Anselmo d’Aosta a Meister Echkart ai sufi musulmani, fino ai bonzi tibetani) sfugge infinitamente alla de-finizione possibile con le umane lallazioni, checché ne pensi Wittgenstein. Il linguaggio umano non è sufficiente, e pertanto Descartes si affanna generosamente, ma inutilmente per chiudere -in qualche modo- il cerchio di una spiegazione soddisfacente. Meglio accontentarsi di una comprensione, di un’ermeneutica in divenire (cf. Pareyson e la sua interpretazione inesauribile).

Non finisce qui, ché Descartes, con un’altra capriola torna alla scolastica di fra’ Tommaso d’Aquino, asserendo che l’intelletto deve governare comunque l’agire umano e dunque le volizioni che questo agire determina, poiché bisogna avere gli strumenti cognitivi e conoscitivi (diremmo oggi) per scegliere tra bene e male. (Mi chiedo allora se l’assassino o il sicario pagato dalla camorra sia innocente, in quanto presumibilmente è tecnicamente e moralmente ignorante…, cioè non possiede gli strumenti cognitivi ed etici per agire secondo il principio del bene).

Nelle stesse Meditazioni metafisiche, al cap. IV, Descartes scrive: “(…) poiché essa (la libertà) consiste unicamente in ciò: che noi possiamo fare una cosa o non farla (cioè affermare o negare, seguire o fuggire); o piuttosto solamente in questo: che, per affermare o negare, seguire o fuggire le cose che l’intelletto ci propone, noi agiamo in modo che non ci sentiamo costretti da nessuna forza esteriore. Infatti affinché io sia libero, non è necessario che sia indifferente a scegliere l’uno o l’altro dei due contrari; ma piuttosto, quanto più inclino verso l’uno, sia che conosca evidentemente che il bene il male vi si trovano, sia che Dio disponga così l’interno del mio pensiero, tanto più liberamente ne faccio la scelta e l’abbraccio. E, certo, la grazia divina e la conoscenza naturale, ben lungi dal diminuire la mia libertà l’aumentano piuttosto e la fortificano. Di modo che questa indifferenza che io sento, quando non sono portato verso un lato più che verso un altro dal peso di niuna ragione, è il più basso grado di libertà, e rende manifesto piuttosto un difetto nella conoscenza, che una perfezione nella volontà: perché se conoscessi sempre chiaramente ciò che è vero e ciò che è buono, non sarei mai in difficoltà per deliberare qual giudizio e quale scelta dovrei fare, e così sarei interamente libero, senza mai essere indifferente.”

La libertà consiste dunque -secondo il francese- nella condizione di non essere coartati da alcunché di esterno, poiché l’intelletto, che potremmo anche chiamare coscienza, in certo senso (se la coscienza è la persona stessa), si identifica con me stesso e con la mia capacità raziocinante. In assoluto, però, la libertà resta una prerogativa di Dio solo.

 

BARUCH SPINOZA

Il grande pensatore ebreo-olandese di origine portoghese Baruch Spinoza, rende il dualismo cartesiano immediatamente monistico. Per Spinoza non possono darsi, in pratica, due sostanze reali, ma una sola, Deus sive Natura, che tutto contiene e tutto rappresenta. Come sarà anche per pensatori successivi a Spinoza, come Hobbes e Leibniz, il sapere si acquisisce tramite lo studio delle “cause” di ciò che accade, cioè “scire est scire per causas“. Un determinismo feroce, che toglie ogni spessore ontologico, anzi entitativo, al libero arbitrio. Essendo per Spinoza la sostanza infinita, perché coincidente con Dio, al di fuori di essa possono darsi solamente degli attributi. Per il pensatore ebreo non vi è differenza fra la catena causale dei corpi e delle loro connessioni e la catena causale dei pensieri e delle loro connessioni.

E questo ha un’immediata conseguenza in campo etico-morale, là dove si esplicita e agisce la volontà umana, la quale dunque può agire solo e solamente secondo un ordine geometrico (cf. il suo Ethica more geometrico demonstrata). Tutto è causato, dunque, come penso anch’io senza essere determinista. Ma come è possibile non credere al caso, come nel mio… caso, e non essere deterministi. Basta mettersi (come se fosse facile!) ex parte Dei, sub specie aeternitatis. E dici niente? Spinoza, non solo rifiuta il dualismo metafisico cartesiano (res cogitans/ res extensa), ma anche il dualismo intelletto/ volontà, anticipando -con il suo monismo- molto delle neuroscienze contemporanee, ma non tutto (cf. le teorie di Libet sull’anticipazione neurale delle scelte decisionali consce, e anche, in meccanica quantistica, il Principio di Indeterminazione di Heisenberg). Volizioni e intellezioni sono, per Spinoza, la medesima cosa.

Questo mio dire potrebbe far pensare che la soluzione finale di una epistemologia generale è proprio un materialismo democriteo-lamettrian-marxiano, ma non è così. Mi permetto di dire che la dimensione spirituale, che non è sinonimo di religiosa, sfugge infinitamente e inesorabilmente a ogni misurazione algoritmica.

Per Spinoza non esistono causalità libere, ma solo necessarie (cioè che-non-cessano), per cui si può derubricare tranquillamente la libertà “di”, di cui all’inizio di questo scritto, ma si può considerare la libertà “da”, in quanto ogni essere senziente-deliberante ubbidisce (liberamente) alla propria natura, peraltro come Dio stesso, mentre non può essere coartato da altro che non sia la sua propria natura. Che sensazione hai, mio gentil lettore, come di soffocamento? Nel testo etico citato Spinoza approfondisce il tema delle passioni e della libertà, che sarebbe, stoicamente, proprio nel senso delle dottrine stoiche classiche à la Marco Aurelio e Seneca, un liberarsi dalla passioni. Ti sembra possibile, caro lettore? A me pare, invece, che le passioni siano il respiro dell’anima e che, piuttosto, vadano controllate, per quanto possibile, anche se sappiamo che quando si evidenziano, scoppiano, si pensi all’innamoramento…

Spinoza auspica una conoscenza intellettuale delle cose elevata, non meno di Aristotele ma, a differenza di questi, non apprezza -pur se con moderazione- le passioni. Considerare le passioni, come sostiene lui, come si fosse sub specie aeternitatis, è molto difficile. Ci si può provare, ma…

 

THOMAS HOBBES

Il filosofo inglese non crede nella dimensione spirituale, per cui solo la materie e i corpi sono interessanti per il pensiero umano. (Non trovi, caro lettore, una leggera contraddizione in questo convincimento del filosofo inglese? Se lo avessi a portata di mano gli chiederei “Hai afferrato il pensiero, Thomas?”, e lui mi risponderebbe… non so cosa, poiché il pensiero, essendo spirituale, secondo lui non si può afferrare, se non in metafora, aggiungo io).

Nei seguenti scritti Elementi di legge naturale e politica del 1640, Della libertà e della necessità del 1646 e Leviatano del 1651, Hobbes reagisce alle tesi che ammettono il libero arbitrio con veemenza notevole, in particolare verso un vescovo. Per Hobbes tutta la conoscenza deriva dalle sensazioni che si ricevono (endeavour), o, in latino conatus, che può dare un senso di gradevolezza ovvero il contrario. Il futuro, invece, crea timore, per cui le sole azioni libere sono quelle che si compiono sotto l’influenza di passioni contrastanti, che però è impossibile non compiere, e dunque siamo daccapo.

Vediamo insieme queste frasi: “(…) la deliberazione non è altro che un’immaginazione alternata (…) di appetito e timore (…). La deliberazione è successione alternata di appetiti contrari nella quale l’ultima è quella che chiamiamo decisione“. (Della libertà e della necessità). Dunque, tra lo psichismo delle decisioni e la fisica dell’agire non vi è soluzione di continuità, cosicché è pura illusione credere di agire volendolo fare. Se così è, esiste per Hobbes solamente la libertà “da”, quella che prevede un agire senza costrizioni esterne.

La vita dell’uomo, spiega Hobbes, è come un fiume libero di andare solo entro gli argini, ma se ci fosse una diga, ecco che quel tipo di “libertà necessitata (condizionata) verrebbe meno. Dire che la vita dell’uomo è come un fiume mi sembra una forzatura, caro il mio paziente lettore

 

JOHANN GOTTFRIED LEIBNIZ

Per il grande filosofo e matematico tedesco l’operazione da fare è contraria a quella di Hobbes: non tutto è materia e “cose”, perché tutto questo è “epifenomeno” dello spirito, della cartesiana res cogitans. Leibniz si oppone anche a Spinoza, sostenendo che non si dà una sola sostanza, ma innumerevoli, tante quanti sono gli individui. Ciò che muove tutto è un’energia diffusa e ben indirizzata, con la seguente formula fisica: massa per il quadrato della velocità, e qui siamo già sulla dirittura della fisica moderna e contemporanea. Ci si potrà chiedere che cosa c’entri questa modalità conoscitiva con il tema etico-filosofico della libertà… Vediamo.

Leibniz è convinto che ogni corpo, così come ogni mente sia dotato di una forza, una energia autogenerantesi, per cui, anche sotto il profilo della sostanza spirituale, questa energia si esprime e dà movimento alla vita stessa, e alle sue manifestazioni coscienti che sono presenti nell’essere umano e solo in lui, tra gli esseri senzienti. Ogni elemento di questa sostanza è chiamata da lui monade, entità inestesa epperò collegata a tutte le altre monadi, che traggono energia dall’unica sostanza divina che le crea e dà loro la forza per vivere. Potremmo dire che la visione leibniziana, anche un po’ alla faccia dei “creazionisti” nostri contemporanei, è più plausibile, poiché “libera”, per così dire, Dio da un intervento continuo nella creazione, lasciando lo spazio alla natura e anche, nei limiti della natura stessa, tra cui quella umana, alla libertà.

Tutte queste monadi, sono messe in relazione tra di loro, in modo da creare a un livello superiore, una sorta di armonia prestabilita… da Dio. Torna un po’ in campo, ma forse con modalità più eleganti e meno deterministiche che in Spinoza.  Per Leibniz l’uomo è dunque libero, ma in senso preciso, quando scrive nella Teodicea,  al cap. 35: (…) quando si presta attenzione a sé, si noterà che c’è stata sempre una causa che ci ha inclinati verso il partito che abbiamo preso, anche se non ci si accorge che ciò ci muove“. Le stesse percezioni consapevoli, o appercezioni, attengono e si esplicitano mediante “un’infinità di grandi e piccoli movimenti interni ed esterni, che concorrono a per lo più non ci si accorge di essi, e ho già detto che quando si esce da una camera ci sono ragioni che ci portano a mettere davanti il piede destro senza pensarci“, e noi potremmo dire, persone contemporanee, che altrettanto accade nella guida dell’auto, quando alla fine di un viaggio non ci chiediamo quanti semafori abbiamo incontrato e se erano verdi, rossi o gialli, oppure quante volte e come abbiamo cambiato marcia: un circuito automatico che si crea a livello cerebrale che ci consente di guidare di conversare amabilmente con qualcuno che viaggia con noi o con il telefono in wireless. Automatismi neuronali. Per Leibniz la libertà non è necessitata come per Hobbes, ma determinata, e spiega la cosa in questo modo, nella Teodicea: “Si ha la necessità quando di due proposizioni contradditorie, l’una è vera e l’altra è falsa“, cosicché la necessità si regge sul principio (aristotelico) di non-contraddizione, per cui l’opposto al concetto vero non si può dare sotto il profilo logico. Contingente è, invece, ciò che si basa sul principio di “ragion sufficiente”, ovvero ciò che spiega perché una cosa accade e non no, poiché ha una causa causante di cui la cosa accaduta è l’effetto, così dicendo: “(La ragion sufficiente sussiste, ndr) senza che vi sia qualcosa che possa render ragione a priori del perché (cur sit) questo esista anziché non esistere e del perché esista così (quomodo sit) anziché esistere in altro modo“.

In altro modo si può dire che si dà libertà necessitata quando si afferma che “il tutto è maggiore delle parti“, ma non quando si decide di andare a scuola invece che no. In questo secondo caso si tratta di libertà determinata. In un altro modo Leibniz si spiega così: “L’evento il cui opposto è possibile è contingente; quello in cui l’opposto è impossibile, è necessario“. La libertà contingente si può dire anche determinata, poiché una certa azione può essere compiuta per… ragioni diverse: l’esempio dell’andare a scuola o meno di cui sopra è chiaro. Io posso andare a scuola per senso del dovere o anche perché obbligato da mio padre: pertanto la mia libertà è determinata e contingente. La libertà determinata, dunque, mi sembra di poter dire, per Leibniz somiglia molto alla visione tommasiana che sostiene l’etica del fine, e ad Aristotele stesso, che propone il concetto di sinderesi (cioè: non si può che agire per un fine) per la quale l’uomo tende al bene e perciò non è un “fare ciò che si vuole“, ma un “volere ciò che si fa“. Per il tedesco non si può dare il dilemma cosiddetto dell’asino di Buridano, che muore di fame perché non si sa risolvere -per sfamarsi- tra due mangiatoie poste ad eguale distanza da dove è legato, in quanto tra due realtà (le due mangiatoie) -anche se molto simili- si può individuare sempre una pur impercettibile differenza. Henri Bergson riprenderà questa riflessione leibniziana proponendo l’esempio della scelta di un gelato: vi è libertà, ma contingente e determinata sia che si scelga un gelato al pistacchio, sia che lo s scelga alla nocciola. Esempi apparentemente banali che dicono in modo semplice verità molto importanti (posto che una verità possa mai essere poco o punto importante).

 

JOHN LOCKE e DAVID HUME

I campioni dell’empirismo inglese percorrono una strada teoretica completamente e radicalmente differente da quella dei filosofi che abbiamo esaminato sopra (Descartes, Spinoza, Hobbes, Leibniz), poiché costoro si “trattengono” ancora su posizioni metafisiche, che i due rifiutano recisamente. Per Locke e Hume non si tratta di definire la sostanza, sia che sia monistica (à la Spinoza o Hobbes o Leibniz, sia pure nella versione delle monadi) o dualistica (à la Descartes), ma di cercare di conoscere la realtà attraverso la sperimentazione, l’empirìa continua e la realtà stessa. Vi è però una differenza nel rifiuto dei due del concetto metafisico di sostanza. Infatti, se per Locke, ove essa esista, è inconoscibile, per il più radicale Hume essa è un concetto fallace, assurdo, fasullo. (In questo giudizio Hume pare in qualche modo predire Wittgenstein, che ne pensi mio gentil lettore?). Non solo per i due filosofi non si dà, sia pure in due modi, la sostanza, ma neppure gli accidenti, come spiegato da Aristotele, perché quantomeno non conoscibili.

Quasi sorridendo, sembrano dire che parlare di sostanza è come credere a quell’indiano che sosteneva l’esistenza reale di un elefante che sostiene il mondo ed è a sua volta sostenuto da una tartaruga, la quale non si sa bene su che cosa poggi. Fole, dunque, per John e David, i concretissimi pensatori anglo-scozzesi. Approfondiamo: per Hume le percezioni umane sono o impressioni sensoriali, o idee della mente, là dove le prime sono più vivide e incontestabili e le seconde sono come più labili, illanguidite. Pare che Hume cerchi in tutti modi di allontanarsi da ogni sospetto di mentalismo, idealismo o spiritualismo. Per questo, se si pensa al concetto di sostanza, per Hume non corrisponde a nessuna impressione, poiché resta un concetto puramente logico-linguistico. Gli obietterei, se lo avessi di fronte, che anche i sogni non possiedono una verità rispetto alla vita reale della veglia, ma sono “cose” oniriche che appartengono alla condizione della vita altrettanto reale del sonno. Mi piacerebbe aspettare una bella risposta da lui.

Circa il concetto di libertà, partendo dalla visione del mondo che ho sintetizzato qui sopra, ambedue ammettono una libertà di agire, ma non una libertà di volere. Ecco dunque che anche Locke e Hume non riescono sostanzialmente a sottrarsi all’idea ampiamente dominante nei metafisici loro predecessori. John Locke, nel Saggio sull’intelletto umano (cap. 21, par. 35) scrive: “(…) noi troviamo in noi stessi un potere di cominciare o non cominciare, continuare o interrompere varie azioni della nostra mente e vari moti del nostro corpo semplicemente con un pensiero o con una preferenza della mente (…). Questo potere è ciò che noi chiamiamo volontà“. E ancora. “La libertà è l’idea del potere che un agente ha di fare o di tralasciare qualunque azione particolare secondo la determinazione della sua mente (…) cioè secondo la sua volontà“, ma questa volontà è un qualcosa di già presente in noi stessi, umani autocoscienti, dove però la libertà supera la volontà, che è invece limitata dagli stessi limiti di ciascun essere umano. A volte, osservo, queste elucubrazioni sembrano autoreferenziali o tautologiche ma, se osserviamo bene, ognuno di questi pensatori aggiunge un qualcosa, magari anche solo una sfumatura, alla riflessione su un determinato argomento o tesi.

Nel caso di Locke e Hume, alla fine, ecco che emerge sempre più chiaramente un prodromo fondativo, vorrei dire, del pensiero anglosassone, quello che poi irrorerà in modo decisivo il pensiero politico liberale di un Bentham e di uno Stuart Mill: “(…) che cosa possiamo pensare di più, affinché l’uomo sia libero, che egli possa fare ciò che vuole?” Posta la questione sotto forma di domanda pone il dubbio, ovviamente, sul reale pensiero di Locke, che peraltro si contraddirebbe se fosse dogmaticamente e arrogantemente certo, sine ullo dubio, dei suoi asserti teoretici. Per spiegarsi, Locke afferma che -in definitiva- ciò che conta non è mostrare sempre che esiste la libertà come concetto (si rischierebbe così di tornare nella metafisica, secondo me il suo retro-pensiero), ma basta poter mandare ad effetto ciò che si ha in mente di fare. 

La volontà non è libera se non di volere-ciò-che-vuole, spiegandolo Locke così: “Chiedere se l’uomo sia libero di volere il movimento o il riposo (…), secondo che gli piaccia, significa chiedersi se vuole ciò che vuole“. L’uomo non può che preferire le sue scelte di agire in un modo anziché in un altro, senza che ciò significhi dare alla volontà un ruolo che non ha, perché non comprende tutta la dimensione della libertà.

Interessante è l’escamotage che Locke utilizza, nella seconda edizione del Saggio sull’intelletto umano, per uscire da una certa aporicità della sua nozione di volontà vs. libertà. Egli cita il concetto di… felicità. che è un bene, anzi il maggior bene. Nientemeno. E qui tira in ballo l’intelletto (d’altra parte, dico, come avrebbe potuto fare diversamente?), per dare alla dimensione raziocinante ciò che gli spetta in qualsiasi analisi sull’intelletto umano. E l’intelletto, per Locke diventa la ragione stessa, ovvero la coscienza. Qui il filosofo (non so se un po’ suo malgrado) si avvicina alle dottrine aristotelico-tomiste della più robusta Scolastica classica. Per dire, a fra’ Tommaso d’Aquino. E io, personalmente, gioisco.

L’eudemonismo, sia pure fortemente caratterizzato dall’esigenza che questa felicità sia anche costituita dal piacere, torna pienamente in causa, e in modo molto serio, poiché Locke lo intende come superamento del disagio e del dolore, implicito in ogni esperienza esistenziale. Risulta per Locke evidente come la libertà possa declinarsi in un equilibrio sempre autodefinentesi fra ricerca della felicità e ragionevolezza della “scelta”. Per spiegare questo concetto porta l’esempio della persona che beve per dimenticare un disagio o una disgrazia, ma esagera ubriacandosi, e così causando a se stessa un maggior male di quello psico-morale che desidera dimenticare, magari con l’ammalamento del corpo.

Da parte sua Hume, nel Trattato sulla natura umana (III, 1), scrive che “la volontà è quell’impressione interna che avvertiamo e di cui diventiamo consapevoli quando diamo origine a qualche nuovo movimento del corpo o a qualche nuova percezione della mente“. In ogni caso, per lui le impressioni sono un qualcosa di passivo, che l’uomo subisce; in altre parole, di conseguente, di necessario causato e abitudinario. L’esempio abbastanza paradossale che Hume propone è quello della pallina di biliardo, la quale è mossa, non soltanto dal colpo della stecca decisa dal giocatore, ma anche poiché è un atto necessariamente inferibile dall’utilizzo della stecca: in altre parole il processo di causalità –hoc propter hoc– diviene, nella visione humeana, simultaneamente un hoc post hoc, vale a dire non-mai solo un apriori causa-effetto, ma un procedere necessario (cioè, che-non-cessa) dei fatti agiti. L’azionalità che muove le cose è una facoltà intrinseca alle cose stesse, e qui non so quanto Hume fosse consapevole del suo debito ad Aristotele, che sosteneva come “ogni ente agisca per un fine“. Beninteso tutto ciò come realtà pensata nell’intero suo dispiegarsi, poiché è di verità evidente che il movimento della stecca causa l’effetto del movimento della pallina. L’altro esempio di Hume riguarda un carcerato che dispera di poter evadere in quanto porte e finestre sono sbarrate e il secondino non è corruttibile. Le due cause, la prima “fisica” e la seconda “morale” hanno lo stesso effetto e, in ultima analisi, si può dedurre che io sono libero di essere quello che posso essere, almeno sotto il profilo psicologico. 

A questo punto mi soffermo su tre esempi, in qualche modo per me abbastanza autobiografici: il primo ha a che fare con una condizione di carcerato che ben conosco, il secondo con un ragazzo neoassunto e il terzo con la necessità per mio padre, a suo tempo di emigrare per trovare all’estero un lavoro che in Italia non c’era. Il carcerato è convinto di vivere nell’ambito della libertà che sapeva sarebbe potuta essere, ed è stata (finora), quella del carcere, avendo deciso di compiere azioni di rilevanza penale, da egli stesso definite “criminali”. Il secondo: sono in azienda e vedo un giovane assunto da qualche mese, sotto la lente di ingrandimento perché rimasto assente per tre lunedì quasi consecutivi. Gli chiedo: “Ma tu, quando hai firmato la lettera di assunzione eri costretto a farlo o lo hai fatto liberamente?” Alla sua risposta affermativa gli dico: “E allora, se sei stato libero di accettare l’assunzione, come mai, visto che hai letto la lettera dove sta scritto l’orario di lavoro, i cinque giorni settimanali e altro, non hai ritenuto di rispettare il tuo impegno a venire a lavorare in questi lunedì?” A quel punto mi risponde che un paio di lunedì non “gli andava” di venire, e il terzo si sentiva poco bene. Gli dico: “Ti paiono ragioni o motivazioni serie o sufficienti? In realtà tu mi dici che non te la sei sentita, e quindi hai esercitato la tua libertà non venendo a lavorare.” Mi guarda perplesso perché non sa cosa rispondere. “Vedi, gli dico, quando tu -liberamente- hai firmato il contratto, liberamente hai accettato le sue clausole, per cui ti sei obbligato a rispettarle. Bene, capisci che la tua libertà, come dipendente, era comunque una libertà relativa che ti legava a un impegno preso con responsabilità?” Il ragazzo annuisce, e per questa volta  le conseguenze disciplinari gli sono risparmiate. Il terzo: mio padre si è sentito “obbligato” a partire per l’estero, poiché qui non c’erano alternative: libero di dover andare, come recita il titolo di un libro magnifico di Leonardo Zanier, in friulano-carnico “Libers di scugnì là“, Liberi di dover andare. Kantiano, più che humeano. Ed è a Kant che ora ci rivolgeremo.

 

IMMANUEL KANT

Dopo il dualismo metafisico di Descartes e il monismo di successori, torna, con Kant, una sorta di dualismo, ma di tipo completamente diverso da quello del francese, che era ontologico. Il dualismo di Kant è certamente ancora ontologico, ma anche gnoseologico, cosicché permette di “unificare” la possibilità di lettura del concetto applicato alla realtà. Kant sostiene che la possibilità della conoscenza umana si sviluppa su due livelli, quello noumenico e quello fenomenico, quest’ultimo il solo fra i due accessibile alla umana conoscenza.

L’uomo conosce le cose attraverso il loro manifestarsi (è l’àisthesis aristotelica, in qualche modo), ma non la loro essenza o sostanza.  Kant recupera, a modo suo, un concetto classico, sul quale si sono affaticati i pensatori del mondo greco-romano e della res publica christiana per un millennio e mezzo. E’ in questo mondo, quello noumenico, che Kant “difende” la libertà come dimensione totalmente plausibile, mentre nel mondo fenomenico resta più o meno dell’idea dei suoi predecessori, cioè determinista, sia pure nei differenti modi di intendere il determinismo, ad esempio, tra un Leibniz (ragion sufficiente e contingenza spontanea dell’agire) e uno Hume. Per cercare di spiegare meglio la posizione di Kant in tema di libertà, riprendo un pensiero leibniziano, che ci consente di ripartire: “(…) per quel che riguarda la spontaneità, ci è propria perché abbiamo in noi il principio delle nostre azioni (…). Infatti, in termini rigorosamente filosofici, le cose esterne non hanno influenza su di noi“. (!)

Kant critica questa posizione come insufficiente a spiegare l’agire umano e l’esercizio della volontà, perché non tiene in alcun conto le due categorie che egli ritiene indispensabili per la conoscenza della realtà, il tempo e lo spazio, concernendo la prima le “cose esterne” e la seconda l'”interiorità” della persona. La prova empirica che il filosofo propone è quella della pallina di biliardo A la quale, se colpita dalla pallina B, si sposta (magari schizzando via) nello spazio, ma occorre del tempo perché ciò avvenga, e dunque il processo causale dipende da ambedue le categorie, ma soprattutto la categoria temporale, poiché descrive in modo inconfutabile il “prima” e il “poi” con una connessione necessaria e non contingente.

Per Kant, dunque, se l’analisi della realtà rimane a un livello fenomenico, non si esce dalla causalità determinata necessariamente, per cui non si dà alcuna libertà. Occorre uscire dall’analisi dei meri fenomeni e portarsi a una realtà più alta, quella noumenica. Se l’uomo non riuscisse a notare questa distinzione/ differenza fra le due dimensioni sarebbe solo una marionetta guidata (da Dio), lui inconsapevole, i cui movimenti sono pre-determinati da vettori causali incontrollabili. Il regno della necessità

Si deve dunque dare, oltre il fenomeno, la cosa-in-sé che lo rappresenta come noumeno, che però rimane inconoscibile se ci si affida solo alle due macro-categorie spazio-temporali e alle dodici categorie di derivazione aristotelica: della quantità, cioè unità, pluralità, totalità; della qualità, cioè realtà, negazione, limitazione; della relazione, cioè sostanza, causa ed effetto, reciprocità di azione; della modalità, cioè possibilità, esistenza, necessità. Bisogna dunque modificare lo sguardo conoscitivo e l’approccio epistemologico, portandosi sul terreno dell’etica. Prima ne La critica della ragion pura (e precisamente nel capitolo La dialettica trascendentale), ma successivamente con maggiore chiarezza ne La critica de La ragion pratica, il professor Immanuel propone la possibilità di raggiungere una certa conoscenza della cosa-in-sé con questo ragionamento che propone la possibilità di una coesistenza di due affermazioni contradditorie (in qualche modo preludio allo Hegel della Dialettica triadica fra tesi/ antitesi/ sintesi!): “(…) La causalità in base alle leggi della natura non è l’unica da cui sia possibile far derivare tutti i fenomeni del mondo: per la loro spiegazione, si rende necessaria l’ammissione di una causalità secondo libertà“. Evviva, mi vien da dire. Kant, dopo il periodo del monismo feroce di matrice spinozista, recupera un certo dualismo (in parte cartesiano e in parte no, e fors’anche platonico e agostiniano, sempre in parte). Kant recupera in modo geniale una sfumatura fondamentale della necessità affermando che è-necessario-ammettere-la-libertà.

La necessità dentro la libertà e la libertà dentro la necessità. recuperando l’esempio della pallina di biliardo, quella denominata B si sposterà, una volta colpita dalla pallina A per ragioni noumeniche, che sono collocate nella fisica del moto, che è la realtà noumenica. Nel capitolo chiamato Fondazione della metafisica dei costumi, appartenente alla seconda Critica, Kant introduce la possibilità che possa darsi una volontà buona che costituisce l’inizio di ogni movimento, a partire dalla volontà divina e giungendo a quella umana. Ecco che la scienza etica diventa per lui la chiave gnoseologica per comprendere la realtà intera, soprattutto attraverso la nozione dell’imperativo categorico, che così risuona: “Agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che diventi una legge universale“. La ragione, come parte dell’intelletto, diventa dunque il discrimine mediante il quale può essere possibile conoscere la realtà nella sua verità intrinseca e profonda. In questo modo, Kant, senza negare che i fatti debbano essere legati da una consequenzialità necessaria (che-non-cessa), riesce a collegare la realtà con la verità e con la libertà, se pure entro i limiti delle possibilità energetiche e intellettuali dell’uomo. E dunque l’uomo è capace di libertà, poiché è provvisto di coscienza auto-riflettente, a differenza degli animali e dei bruti, con cui, però condivide sensazioni e passioni, sia pure di tipo molto diverso.

Si può dunque affermare che la ragione  e la coscienza sono l’uomo stesso, poiché “(…) l’autonomia della volontà è quel carattere della volontà per cui essa è legge a se stessa, indipendentemente dai caratteri” (cf. Fondazione della metafisica dei costumi).  A questo punto Kant introduce il concetto di autonomia (dal greco, legge a se stessi), la quale contiene la libertà da (la natura, la sensibilità, le passioni, cause e moventi eteronimi), e anche la libertà di come autodeterminazione a dire e a fare. La causalità diventa libera negli esseri ragionevoli (l’uomo), ma non negli altri esseri senzienti. Autonomia diventa sinonimo di libertà (morale), che innerva e sostiene la libertà lato sensu. Per dimostrare l’esistenza della libertà occorre operare una introspezione profonda della propria coscienza, la quale mi evidenzierà la mia appartenenza a due “mondi”, quello animale come regno della necessità fenomenica, e quello umano, come luogo dove si esplicita l’agire (umano) libero, perché dettato dalla coscienza stessa che, mediante l’imperativo categorico, ordina un “fare la cosa buona perché si deve, ovvero la si deve fare perché si deve“. Echeggia forse qui, in qualche maniera, la sinderesi aristotelica? 

L’idea della libertà colloca l’uomo nel mondo intelligibile, ma, siccome l’uomo è anche corporeo, è sottomesso pure al regno della necessità, come abbiamo visto, da cui emerge entrando in se stesso (cf. l’invito agostiniano al rientrare in se stessi “Noli foras ire, in teipsum redi, quia…”, e la ricerca echkartiana sul fondo dell’anima). L’uomo non è, come avrebbe scritto Schopenhauer “una pura testa alata d’angelo“, per cui si comprendono le ragioni e le cause naturali che spesso lo rendono ambiguo, contraddittorio, e a volte inaffidabile.

L’operazione intellettuale di Kant è interessante, poiché cerca di mettere in sinossi la conoscenza del mondo come sintesi a priori delle sensazioni lette secondo le categorie, nel concetto, e in egual misura la conoscenza morale del valore buono o malo degli atti umani (liberi, ché se non son liberi… viene a cadere ogni possibilità di responsabilizzazione) mediante la ragione e la volontà. Per lui la legge morale (quid iuris) diventa un fatto della ragione (potremmo dire) pura-pratica, ed ha la stessa valenza noetica della conoscenza teoretica concettuale (quid facti). La libertà, in questo processo argomentativo, è la stessa ratio essendi della moralità, mentre la moralità è la ratio cognoscendi della libertà. Si tratta di un circolo che potremmo definire ermeneutico “chiuso”, non à la Ricoeur o à la Pareyson.

L’ordine del noumeno si intreccia con quello del fenomeno, così come la libertà, in un certo senso, si appoggia alla necessità: l’uomo è necessariamente animale, e altrettanto necessariamente soggetto autoriflessivo, capace di discernere il bene dal male. I giuristi del nostro tempo, invece di affaticarsi su cavillosità a volte incomprensibili, forse farebbero bene a rileggere (o a leggere per la prima volta) almeno alcune pagine del solitario di Kȍnigsberg.

 

IL NEOKANTISMO

Il dualismo kantiano resta indubbiamente metafisico, anche se in modo differente dalla metafisica classica e cartesian-spinozian-leibniziana, cosicché i pensatori che nel secolo scorso si sono richiamati al maestro tedesco hanno teso a smantellare, per quanto possibile, quella che loro ritenevano una ricaduta bella e buona di Kant nella metafisica, tout court. Nel 1904 Wilhelm Windelband scrive La libertà del volere, un libro nel quale pone con forza l’ipotesi che l’unica conoscenza accessibile all’uomo sia quella fenomenica: in altre parole quella delle scienze naturali, fisica, biologia, geologia, etc.., conoscenza peraltro sempre incompleta e mai assoluta. Possiamo essere d’accordo, in linea di massima, poiché tale conoscenza si attiva fenomenicamente nell’ambito delle famose due categorie massime, il tempo e lo spazio, e delle dodici categorie aristoteliche (cf. supra), ma… Windelband propone un ampliamento della sfera fenomenica. Accanto alla causalità necessaria, egli propone un altro tipo di sequenza, quella di mezzi e fini che presuppongono valori in grado di creare tassonomie assiologiche gerarchizzate. D’accordo con lui Ernst Cassirer è convinto che esistono modi diversi di conoscenza dell’oggetto (cf. Determinismo e indeterminismo nella fisica moderna, 1937) quasi in sintonia con l’Heisenberg del Principio di indeterminazione, scritto un decennio prima. Queste diverse forme sarebbero “simboliche” perché legate alla soggettività del ricercatore. 

 

CORNELIO FABRO

Desidero ricordare un mio conterraneo, che al tema della libertà ha dedicato non pochi sforzi intellettuali, il padre Cornelio Fabro, da Flumignano (Talmassons, Udine), del cui ricordo nel centenario della nascita nel 2011 fui relatore in un convegno, di cui propongo qualche tema tratto da Introduzione a San Tommaso – La metafisica tomista e il pensiero moderno (Edivi, Roma 2000). Fabro, come ogni buon filosofo classico, non può non partire dall’ontologia antropologica per proporre un’idea della libertà, evitando semplificazioni e facili senza moralismi. Per lui va recuperata innanzitutto la nozione di essenza come atto d’essere, vale a dire, che stabilisce una concretezza alla nozione  metafisica, vorrei dire, alla faccia dei detrattori di ogni genere e specie.

Vorrei rivolgermi anche a coloro che credono di poter riassumere e semplificare la storia del pensiero umano esaltando magari solo un singolo autore contemporaneo, ritenendolo la sintesi alta di tutta la teoresi precedente. L’esse ut actus di Tommaso d’Aquino è la premessa necessaria (ecco che ricompare la necessità) per cercare di comprendere la relazione fra la sostanza dell’essere e il soggetto-che-è, che esiste nell’esse in actu. L’uomo esprime l’atto d’essere derivando il suo essere dall’ipsum Esse subsistens, cioè da Dio stesso, ed è qui che si pone il tema della libertà umana. Essa si pone nella relazione uomo-Dio, nella creaturalità del primo e nell’essere-creatore del secondo, che è omnipotente e omnisciente. Se così è, come può darsi la libertà per colui il cui atto d’essere dipende dall’Essere stesso? Qui nascono i problemi posti dalla domanda sulla prescienza divina e sulla predestinazione dell’anima umana, e quale relazione abbiano con il libero arbitrio. (pp. 219-220).

Il padre Fabro non segue Aristotele, Meister Eckhart e Hegel sulla nozione di Dio immagine di sé nell’uomo come “pensiero puro”, restando piuttosto sulle tracce dell’Aquinate che riteneva Dio presente nelle creature per essentiam, per potentiam et per praesentiam, ma non conculcatore dell’umana libertà.

Fabro invita a distaccarsi dalle modalità di filosofie fondate su ipotesi  traballanti o ambiguamente ponentesi tra una necessità dell’essere e una possibilità della sua determinazione nella libertà, scegliendo un primum cognitum come apprensione immediata dell’ens, come struttura compositiva di essentia ed esse, fondamento di ogni possibilità di ulteriore conoscenza, mediante la nozione di partecipazione. La partecipazione permette immediatamente di collocare sotto il profilo esistenziale la libertà della persona umana nella ricerca della verità su di se stessa, dialogicamente chiamata a sostenere la ricerca di comprendere la propria vita nel contesto complesso e talora drammatico della modernità (cf. p. 228).

 

Altri autori meriterebbero attenzione, magari quelli della scuola analitica, e pure Schelling e Pareyson, ma il fine di questo lavoro non si prefigge l’esaustività di un trattato, e si accontenta così, sperando di aver dato qualche spunto ai gentili lettori. Ci avviamo all’ultima parte proponendo alcuni…

 

CENNI AL COLLEGAMENTO -IN TEMA DI LIBERTA’ TRA FILOSOFIA E NEUROSCIENZE

La neurologa e filosofa Adina Roskies si occupa da anni di libero arbitrio presso il Dartmouth College (Hanover nel New Hampshire, U.S.A.). In un articolo di Kerry Smith sostiene (sottendendo le ricerche di Libet) che la predittività neurologica delle azioni umane (libere) va presa cum grano salis, negando che si possa “vedere” nel cervello la decisione che la mente prende prima che ne divenga cosciente. Vi sarebbero piuttosto dei fattori fisici che possono avere un influsso sul meccanismo. Certo è che i filosofi con una formazione neuro-medica non hanno problemi con questo approccio, che altri possono giudicare eccessivamente positivistico, se non meccanicistico à la La Mettrie, perfino. Di contro il Libet mette in guardia da philosophers (tecnicamente) ignoranti di neuroscienze così: (…) è interessante che la maggior parte delle critiche negative alla nostre scoperte e alle loro implicazioni, provengano da filosofi e da altri dotati di una esperienza insignificante nel capo della neuroscienza sperimentale del cervello“. Il tema è connesso fra libertà umana e coscienza intesa come consapevolezza morale, una crasi che si spera non sia ossimorica, unendo la dimensione auto-cognitiva con l dimensione etica. José Ignacio Murillo e José Giménez-Amaya sostengono che “l’azione libera appare come una causa, vincolata alla coscienza, capace di modificare il mondo fisico. Detto questo, bisogna tenere in considerazione che tale definizione di libertà, anche se può rinvenirsi in qualche autore moderno, non corrisponde al concetto classico di libero arbitrio“. 

Sul tema desidero riportare anche l’opinione di Rita Levi Montalcini. La neuro-scienziata afferma che “la coscienza è tra le proprietà più sorprendenti e affascinanti del cervello umano; essa consiste proprio nell’essere (il cervello) consapevole della propria consapevolezza (i classici parlavano di coscienza riflessa, con una terminologia più sintetica, ndr). Per coscienza, dunque, si intende lo stato di consapevolezza della nostra esistenza come entità individuale, che implica il riconoscimento delle proprie azioni e del susseguirsi temporale e sequenziale.  Inoltre, la coscienza collega il nostro io con le esperienze degli eventi, in quanto consente di comprendere la nostra esistenza come entità pensante, rendendoci responsabili delle nostre azioni“.

Ecco. La fisicità, le connessioni neurali, l’evoluzione neuro-sinaptica non ubbidiscono solo alle leggi biologiche della materia, mutuando da Gerald Edelman che la coscienza umana, pur possedendo il livello dei senzienti inferiori e vertebrati superiori, possiede anche le caratteristiche sopra descritte, così potendo essere il luogo dove si esprime il libero arbitrio. Riassumendo, possiamo dire che la coscienza, sotto il profilo eminentemente psicologico significa auto-consapevolezza, mentre sotto il profilo morale può accedere al sapere morale che distingue gli atti buoni dagli atti mali, secondo l’espressione scolastica “bonum faciendum (agendum), malum vitandum“. Essa è un atto (di coscienza) capace di discernere in piena libertà il da farsi secondo un giudizio di merito morale.

Di contro, la libertà consiste nella possibilità di giudicare il proprio agire secondo ragione, poiché, a differenza degli altri animali, l’uomo conosce il fine (rationem finis) e i mezzi (quod est ad finem) da usare per ottenerlo, e la relazione che intercorre tra l’uno e gli altri. L’uomo, nei limiti della sua condizione di finitezza, è causa sui, certamente non come Dio, ma a sua immagine, per cui deve (kantianamente) porsi la domanda che cosa posso fare per il fine buono della mia vita. L’agire umano è libero perché ragionevole (cf. Primo sillogismo aristotelico sotto forma di entimema), ma quando non è ragionevole viene ottenebrata anche la sua propria libertà. Aristotele ci suggerisce anche un’altra definizione della libertà di scelta, come proprietà specifica della volontà umana (appetito razionale) in ordine al suo atto caratteristico che è la scelta e che consiste nella capacità di agire in virtù della conoscenza intellettiva di ciò che è buono, del bene, o più precisamente del bene in quanto bene.

Le neuroscienze, non essendo rivolte alla conoscenza di un bene, ovvero alla determinazione di ciò che eticamente si configura come bene o male, non possono occuparsi (Libet permettendo! sorrido) della libertà umana, poiché la scelta sul da farsi che spetta alla coscienza come intelligenza orientata alle cose pratiche. Neuroscienze e filosofia morale possono incontrarsi sul versante compositivo delle neuro-etiche, che non pretendano di essere esaustive di per sé ma, da un lato rifuggendo dal materialismo riduzionistico, e dall’altro da uno spiritualismo edulcorato, possano collaborare per cercare di comprendere uno dei processi più misteriosi e complessi dell’umano. Ancora Levi Montalcini precisa che “attualmente non è ancora possibile la comprensione della natura del meccanismo attraverso il quale gli stati interiori si trasformano nel processo della coscienza“. Rinforzano il concetto Murillo e Gimenez-Amaya scrivendo: “(…) tutto ciò evidenzia, ancora una volta, che per concludere un’approssimazione sperimentale e scientifica a certi problemi, come quello relativo alla libertà, conviene conoscere ciò che le diverse correnti filosofiche hanno già detto“.

Ciò significa, io penso, che anche le “evidenze” degli studi neuro-scientifici debbono esser considerate con grande prudenza: risultati di elettroencefalografie, immagini di risonanze magnetiche funzionali sono molto interessanti per sviluppare la conoscenza delle nostre attività cerebrali, ma ben lungi dalla possibilità di spiegare esaustivamente il funzionamento delle attività psico-spirituali, come la coscienza.

Si può anche ritenere che la libertà sia una mera illusione, ma per il fatto stesso che io lo affermo, qui e ora, posso dire di essere libero di affermarlo e di scriverlo.

Sarebbe bello avere ora (parlo per me che sto per terminare con soddisfazione questo saggio, che dedico ai miei affezionati lettori, che son molti) la forza di scrivere della libertà applicata alla politica o, meglio, alla scienza politica, distinguendo tra i vari gradi di libertà sperimentati nella storia dei vari regimi, dalla tirannide alla democrazia moderna, dalla monarchia alla oclocrazia (che è tornata in auge con i sovranismi e i populismi attuali, assai malsani), ma non basterebbe ancora, perché la rivoluzione telematica, i cellulari e gli smartphone stanno contribuendo a ridefinire i confini e i termini della libertà stessa, la quale corre non pochi rischi.

Ancora una volta l’importante è la consapevolezza di questi pericoli, per scongiurarli senza demonizzarli, così come l’uomo è riuscito a fare in lunghi secoli di crescita culturale, al fine di utilizzarli per il bene, scelto usando il meraviglioso libero arbitrio di cui siamo dotati come esseri umani.

La notte del lavoro narrato

Ottanta persone, una più una meno, di varia provenienza e età, un martedì sera primaverile, l’ultimo di aprile, senza premura di andar via. Quasi due ore di racconti, di lavoro e di vite. Vedo amici, colleghi e allievi, ma molti non conosco. C’è il carissimo Alberto, mio medico di generosa fama. Bene, dico a me stesso, è l’occasione di vedere volti nuovi, entrando in contatto, ascoltando e guardando, incrociando sguardi e movimenti del volto. Mi dispiace non poter dar retta a tutti, e le risposte che qualcuno si attende da me, quasi fossi taumaturgo. E un po’ lo sono, in questo tempo.

 

Il Racconto

C’è chi viene da una famiglia di organari da quasi trecent’anni, e narra il complicatissimo lavoro di fisica acustica, meccanica, falegnameria, pneumatica, elettronica, che sta dietro e dentro la costruzione d’un organo da chiesa o da concerto. Francesco Zanin racconta la sua storia con eleganza sobria, e quella di suo padre, dei suoi avi, della sua famiglia laboriosa e geniale. Scorrono immagini d’organi costruiti per quivi e per paesi lontani, per Lignano e Hiroshima, e il pensier mio si rivolge a Bach Johann Sebastian di Sassonia, ma anche all’operaio ottantenne, che ancora stava dietro al tornio, alle mani straordinarie e alla fantasia del gran Tedesco d’Eisenach, e alle non meno artistiche mani dell’uomo del tornio.

Ulderica ama dir di sé e della connessione tra la vita e le immagini da lei fissate per l’eternità, con la macchina fotografica, ritraendo il momento metafisico (eccome si dà la metafisica, in quanto sapere fondativo, amico che addirittura ne neghi l’esistenza, non solo l’importanza), ed ecco perciò l’eterno di vecchi e bambini, di malgare e pescatori di laguna e di “mar grando” (B. Marin). Il fluire delle sue parole sembra infinito. Facunditas, la chiamo quando Piero, il maestro di cerimonie, mi invita a interrogarla, per definire la virtù narrativa della donna di Carnia.

Magra e nervosa, fresca e verace, due coppie di aggettivi che non ridondano, la Micaela, tutta di corsa, dai tempi delle galline starnazzanti invano impegnate a sfuggire alla bimba razzente. Di mestiere ha fatto la corsa, finché il limitare di gioventù glielo ha permesso, un poco vergognandosene, da Furlana estrema. Bonessi è nel novero dei campioni, e anche di modestia (non falsa, come in molti) e cultura, senza enfasi alcuna, racconta il suo incedere, “è l’itinerario che conta, afferma, più della ricercata vittoria“.

Il capo azienda, che ha fatto della scelta iniziale un cammino ancora durevole, una maratona del/ nel lavoro suo e di molti altri, migliaia. Quasi con sommesso discorrere fa vedere la necessità del non compiacimento, dell’allerta primigenia, che si deve avere,  ancor quando sembra che le cose vadano bene, anzi proprio quando vanno ancora bene. Non è vero del tutto che “squadra che vince non si cambia“. Annusare il futuro è virtù di pochi, che può essere umilmente coltivata da metodiche. Anche le nostre vite, sostiene Gianluca, sono come le aziende: è bene pre-vedere, anticipare, esser sinceri con se stessi e con gli altri, per evitare di ballar perigliosamente sulla corda.

E io ricordo il diritto di conoscere, oggi negletto, danneggiato da mille e mille falsità che la rete somministra a tutti, panie dove i pigri e gli incliti rischian di cadere, e di finire come mosche attese dal ragno. “Prede e ragni” (cf. De Toni e Comello, Utet, 2005), altro non v’è nella contesa del vivere umano. Cerco di distinguere nell’accadere delle cose tra caso (che per me non si dà) e cause, tra necessità e contingenza, tra destino come rassegnazione e destino come creatività e partecipazione. Tornando alla distinzione tra prede e ragni, se sei preda chiediti se vuoi proprio esserlo: se non, agisci come suggerisce Gian, senza aspettare che qualcuno ti venga a salvare.

Vana potrebbe esser l’attesa e perfino, almeno in parte, la tua vita.

Radio Radicale e le capre che la vogliono chiudere per abbattere il giornalismo vero e la ricerca della verità. Un saluto a Massimo Bordin, che lo Spirito lo abbia in gloria, anche se era agnostico, o proprio per quello…

E’ mancato Massimo Bordin, la voce più importante di Radio Radicale. Era un grande giornalista e un politologo molto colto. Gran conoscitore della storia politica contemporanea. Lo ascoltavo in viaggio di prima mattina. Era un grande spirito laico rispettoso di tutti e ferocemente critico con gli ignoranti arroganti. Un liberale di sinistra, da giovane era stato addirittura trotzkista, militanza che gli aveva lasciato un grande sentimento per i diseredati. Qualche settimana fa una mattina lo ho sentito debilitato e allentato nel suo dire, lui sempre corretto e preciso nei giudizi e nelle citazioni storiografiche e politiche. Non tossiva più, era la sua caratteristica il tossire dopo una mezz’ora di acutissimi e ironici commenti.

Gran fumatore come il suo più importante coequipier marco Pannella, era forse l’unico a saper tenere testa a quel fiume di parole contorto e torrenziale che era il carismatico radicale, Giacinto detto “Marco”, da Teramo. Quanto ci manca oggi, nella miseria culturale degli attuali politici italiani, e qui non mi riferisco solo a quelli al governo. La situazione è tale che mi trovo ad apprezzare perfino una Carfagna, con rispetto vero per questa signora elegante e ascoltabile. Anche il “mio” (molto poco mio) Partito fa pena. Faceva pena prima del congresso e fa pena anche ora con il nuovo segretario. Non so se sia colpa prevalente del distruttore dal cipiglio, non so se più da guitto o da padrone di una sala giochi, di Rignano sull’Arno, ma non so più che dire di questi ex comunisti/ democristiani, che hanno bisogno di trovare in un Calenda quasi il salvatore. Per l’amor di Dio.

Tornando a Bordin, anche per me che -pur non essendo uno storico- posso definirmi un cultore della materia, era utilissimo, sia perché aveva una preparazione storico-politica eccellente, sia perché mostrava un acume raro nell’interpretare gli scritti cartacei dei suoi colleghi giornalisti e le linee “politiche” di direttori ed editori.

Senza mai offendere nessuno, come fanno i Cruciani e i Parenzo di Radio 24, il secondo veramente insopportabile con il suo sinistrismo scontato, io so sempre prima dove protesterà e quando imprecherà contro qualcuno (male, per lui), Bordin tagliava a fette gli improvvisati attori della politica attuale, scoprendo contraddizioni, inesattezze, superficialità, scarsa professionalità. A volte ridevo proprio di gusto nel sentirlo seriosamente redarguire Salvini o Di Maio per le loro frasi fatte, per le affermazioni senza fondamento giuridico, politico o economico. Li sgamava tutti, Toninelli compreso, che veniva scoperchiato da Massimo, nelle sue inesattezze e a volte insensatezze, colpo su colpo.

E mi dava una soddisfazione feroce, quasi potendomi io identificare con ciò che il suo microfono spandeva nell’etere. Non che fossi sempre d’accordo con lui, specie quando non si peritava di enfatizzare alcune delle politiche radicali che non condivido, come l’eutanasia à la Cappato, o le maternità surrogate. O meglio, non enfatizzava, ma su questi temi, lo sentivo militante, più che critico di qualsiasi cosa e di qualsiasi persona, come soleva fare quasi sempre, con grandissima onestà intellettuale.

Bordin faceva parte di una generazione di giornalisti che trova pochi emuli oggi, specie in una stampa a volte trascurata e scurrile, là dove i titoli spesso fanno a pugni con i contenuti degli articoli sottostanti, cosa incomprensibile e demotivante anche per i lettori più competenti. Come si chiama questa cosa? Disonestà intellettuale, incompetenza, militanza a senso unico? Di tutto un po’, come quando ascolto Travaglio, con il suo insopportabile sorrisetto di superiorità verso chiunque.

Oggi i Crimi di turno e i grillini di contorno, la Lega connivente, vogliono zittire Radio Radicale, che è un servizio pubblico/ privato indispensabile, unico, di informazione sulle attività politiche e istituzionali italiane, proprio per la competenza e la libertà che si respirano a Largo Argentina.

Prima di iniziare la sua storica rubrica Stampa&Regime, la voce libera della radio italiana, faceva sempre trasmettere l’incipit del Requiem di Mozart, quasi a comunicare, al di sopra di ogni cultura e di ogni credenza. Laico, agnostico, Bordin era uomo di cultura profonda e priva di pregiudizi.

Che lo Spirito di Dio lo abbia in gloria, anche se lui forse non lo sapeva o sperava. Mi viene da pensare che ora forse starà discutendo senza mai stancarsi con Pannella nel paradiso laico che il Signore avrà certamente preparato per tutti e due. E per non molti altri.

“Tagliare la corda”, ovverosia togliere la fiducia, ché “fides” in latino significa metaforicamente anche “corda” o legame, simpatico no?

Tagliare la corda” nel significato corrente e da alcuni secoli significa nella cultura espressiva occidentale -metaforicamente- fuggire, scappare, per evitare un pericolo o un rischio. Bello è sapere che, etimologicamente-letteralmente, vuol dire perdere la fiducia, poiché fides, appunto, in latino, di quasi certa derivazione fenicia, ha anche il significato metaforico di corda, in quanto oggetto atto a costruire un legame.

Un sinonimo o quasi è sicuramente il termine lealtà, correttezza (cf. art. 1337 c.c.) che indica e rappresenta nel codice civile italiano uno dei valori più importanti caratterizzanti i rapporti fra le persone, e tra le persone e i soggetti collettivi, come ad esempio le imprese, ma anche le strutture gerarchiche militari, scolastiche, ecclesiali e d’ogni altro genere e specie.

Ha due possibili origini. La prima, testimoniata anche da Virgilio, risale al linguaggio degli antichi marinai che indicavano l’azione del salpare con l’espressione “incidere funes”, cioè “tagliare le corde”, il che era quanto materialmente facevano e che si fa a tutt’oggi in caso d’ emergenza. L’altra origine fa riferimento a prigionieri, schiavi o animali che riuscivano a fuggire liberandosi delle corde che li imprigionavano.

Togliere la fiducia è un atto grave derivante da azioni in proporzione altrettanto gravi. La fiducia è il collante di ogni contratto tra due contraenti: venditore/ acquirente, datore di lavoro/ dipendente, docente/ allievo, etc.. Se viene meno la fiducia il contratto si impoverisce improvvisamente della sua essenza e viene meno pur esso.

Fidarsi è la prima cosa della relazione inter-umana. Si pensi a due compagni (o camerati) combattenti in guerra, quante guerre!, se non si fidano di stare spalla a spalla l’uno con l’altro, la loro sorte è segnata.

Si pensi alla fiducia sul lavoro, in ogni contesto, grande o piccolo che sia, ma specialmente nelle piccole imprese, nell’artigianato e nel commercio al dettaglio: il dipendente-collaboratore è -di fatto- un alter ego del titolare, per cui se questi manca, lo sostituisce pressoché del tutto, sul piano operativo. Pensiamo alle assenze dal lavoro, o assenteismo, ad esempio: se manca una persona su tre dipendenti in un’azienda artigiana, manca il 33% del totale, ed è come se ne mancassero trenta in un’azienda di cento addetti. Il disagio o addirittura il danno è più che proporzionale. Ecco: la fiducia crea le condizioni di possibilità di andare avanti, nientemeno, ovvero di interrompere un progetto, di far chiudere un’impresa economica. Siamo in un campo di importanza basilare per la vita economica e sociale di una comunità.

I governi per governare devono meritarsi la fiducia, mentre le opposizioni non “credono” mai al governo, come se questo sbagliasse sempre, e ciò per definizione e per la stampa. Sappiamo che i governi non sbagliano sempre, Nè le opposizioni. Sento Zingaretti affermare che l’Italia è alla rovina. Appunto, contro il governo, e ne ha ben ragioni dal suo punto di vista, ma soprattutto, se non solamente, per la stampa, e in parte per le lotte intestine, sempre presenti nei partiti. Ma ha detto una cazzata, una grande cazzata, perché NON E’ VERO CHE L’ITALIA E’ ALLA ROVINA O CHE STA PRECIPITANDO, non esageriamo, Zingaretti! Queste affermazioni sono formulate mentre tutte le mattine 26 milioni di italiani vanno a lavorare, lo ripeto spesso, 7 milioni di studenti studiano, 35 milioni di casalinghe fanno casa per loro e per i familiari. e poi, 7 milioni di volontari condividono tempo ed energie con altre persone che hanno bisogno. Andiamo!

Non usiamo le parole impropriamente, perdio! Lo scrivo ancora, non stancandomi mai di ripeterlo: le parole sono più che pietre, le parola cambiano il mondo, le cose, la vita. Se sono sbagliate, fanno danni anche gravissimi, e possono perfino uccidere. Lasciamo le parole in libertà ai discorsi scarsissimi dei governanti attuali, non mescoliamoci con questa genia di inetti e incompetenti, altrimenti vien da pensare che questa genia abbia anche altri adepti, anche all’opposizione. Non ne sarei meravigliato, anche se pur sempre turbato, e giammai rassegnato.

Si pensi alla fiducia nei rapporti interpersonali, in ogni contesto, da quello affettivo a quello amicale, fiducia che irrora i rapporti stessi e non può essere sostituita da nessun altro sentimento, o passione, come gli antichi chiamavano i sentimenti.

La fiducia è un affidamento, un dare credito a un altro, un sentimento positivo e costruttivo, capace di creare alleanze vitali. Senza fiducia non si possono creare alleanze né masse critiche adeguate a una battaglia politica o sociale, diamine!

La fiducia è una corda che collega due parti, rendendole più forti.

Un aneddoto storico: nel 1586 papa Sisto V, per abbellire piazza San Pietro, ordinò che vi fosse innalzato il grande obelisco che tuttora vi si ammira, ma che a quel tempo si trovava dietro la Basilica Vaticana. L’obelisco era posto ad una estremità del Circo di Nerone, per volere di Caligola trasportato a Roma da Eliopoli, dove si trovava nel Forum Iulii. L’obelisco era quasi a posto quando si videro le funi surriscaldarsi pericolosamente, con il rischio che prendessero fuoco. Il monolito sarebbe caduto rovinosamente a terra. Allora nel gran silenzio si levò una voce temeraria a gridare: Daghe l’aiga ae corde! (espressione ligure-ponentina per “Acqua alle funi!”). Il consiglio fu seguito subito dagli architetti con ottimo risultato. A sventare il pericolo era stato il capitano Benedetto Bresca, marinaio ligure, che sapeva bene che le corde di canapa si scaldano per la frizione degli argani e inoltre si accorciano quando vengono bagnate.

Bresca fu subito arrestato, ma Sisto V come ricompensa invece della punizione gli diede larghi privilegi, una lauta pensione e il diritto di issare la bandiera pontificia sul suo bastimento. Inoltre Bresca avrebbe chiesto ed ottenuto il privilegio, per sé e per i suoi discendenti, di fornire alla Chiesa di San Pietro le palme per la Settimana Santa. Ancora oggi Bresca viene ricordato nella sua città natale, Sanremo.

La fiducia non fa “tagliare la corda”, ma rinforza la qualità relazionale tra le persone, per il bene comune. Non mi pare poco, caro lettor mio.

Facilitare e complicare, animare e addormentare

Nelle associazioni, nei club, nei caffè letterari e filosofici che si stanno proficuamente diffondendo, nelle parrocchie, e anche nei corsi formazione aziendali e scolastico-universitari, accanto alla figura del docente, e a volte il docente stesso lo è, sta sviluppandosi la figura dell’animatore… di un seminario, di un laboratorio o workshop, e ora perfino quella del cosiddetto facilitatore.  Cioè di colui che “facilita” l’andamento dell’evento promuovendo il dialogo, segnalando le principali tematiche, e invitando tutti a prendere la parola liberamente, nel rispetto della posizione di ciascuno.

Che cosa erano gli antichi filosofi classici come Aristotele o Epicuro, che passeggiavano spiegando e discutendo, animando quindi il dibattito con e tra gli allievi? Erano già loro degli animatori o facilitatori? Il Peripato e il Giardino, ma anche l’Accademia platonica che luoghi erano, se non dove si poteva discutere di tutto, epperò sempre rispettando le regole del maestro?

Ho conosciuto non pochi che si definivano o venivano definiti “animatori”, ed erano invece degli “addormentatori”, e non lo dico per celia, bensì seriamente. Ora mi sta venendo il dubbio se la figura del “facilitatore”, soprattutto nei dialoghi e nelle comunità di ricerca di carattere filosofico, sia paradossalmente forse meno utile del “complicatore” o addirittura, se vogliamo essere precisi, del “complessificatore”, stante la differenza sostanziale dei concetti di complicazione e complessità.

Oggi tutto tende ad essere facilitato, ad esempio sul lavoro mediante le macchine innovative, l’automazione e l’intelligenza artificiale. Forse che procedere ad ulteriori facilitazioni anche nella discussione inter-umana è utile, oppure è dannoso?

Questo voglio discutere qui, con i miei gentili lettori.

Innanzitutto io non sono quello col nasone, nell’immagine sopra. Tuttalpiù potrei essere quello in basso a sinistra quasi seduto, perché il sedicente “animatore” mi sta divertendo, e nello stesso tempo mi perplime (mi rende perplesso). Per me animare un dialogo collettivo, un seminario, un laboratorio di discussione non è solo divertissement, un modo di passare il tempo magari gioiosamente, per vincere la noia o perché non-si-sa-cosa-fare, ma è anche porre problemi, cioè cose -messe-lì, come dice la parola greca pròblema, dal verbo pro-bàllein, cioè gettare qualcosa davanti al cammino del viandante.

Può essere compito dell’animatore quello di facilitare gli interventi dei partecipanti, specialmente di quelli più timidi e incerti nel parlare in pubblico, ma deve essere anche quello di complicare le cose, di mettere a tema sempre nuove questioni, di interpellare i presenti seminando il dubbio, e perfino scandalizzando. In greco skàndalon significa pietra d’inciampo: ecco, appunto, occorre far inciampare discussioni troppo lisce, troppo scontate, dove si manifestano idee fruste e risapute, dove ognuno tende e “militare” per sé e contro gli altri.

Siccome siamo animali “domesticati” da qualche centinaio di migliaia di anni, è importante interrogarsi su come questa “domesticazione” possa procedere ancora. Il forte dubbio che si stia sviluppando in modo differenziato, non tanto da un punto di viste geo-sociologico (nella jungla del Gabon più lentamente che a New York), bensì da un punto di vista soggettivo. In altre parole i deliranti ignoranti sproloquianti sul web, liberamente liberi di scrivere le indecenze più sgangherate e offensive, prima ancora che per una normale etica della comunicazione, per una logica elementare, sono quelli che necessiterebbero di vedersi complicare, e non poco, la loro beotissima vita, non da animatori, ma da addormentatori del loro istinto bassamente sanguinario, e da complicatori delle loro idee improntate al becerume più sguaiato.

La vita è complicata e non semplificabile. Pertanto non è il caso di cercare facilitatori, o addirittura di fidarsi di furbissimi guru, capaci di intortare club e perfino colmi teatri, in qualche caso. Potrei fare nomi, che qui evito (alcuni li ho già fatti in passato), ma ne segnalo la presenza e il tentativo di proporre le più idiote stranezze teoriche, che vanno da studi improvvisati sull’autostima al convincimento che la Terra sia piatta o che gli Americano non siano mai stati sulla Luna.

In questo caso, se devo riprendere il titolo, mi auguro che vi siano sempre più a disposizione gentili complicatori, maestri competenti e umili professori.

Le buone ragioni della bambina manipolata e mediatizzata e la sragione di Brenton Tarrant

Un certo fastidio mi dà, Greta Thunberg, caro lettore,  perché i bambini devono fare cose da bambini, e non essere usati dai grandi, sia pure per fini buoni. Ma vorrei capire di più di questa improvvisata piccola diva del web. C’è perfino qualche idiota che la sta candidando al premio Nobel. Conosco personalmente almeno una decina di persone che potrebbero meritare quel premio, e forse me compreso (sto scherzando?), ma non la piccoletta dalle trecce un poco unte. Non so se ha la sindrome di Asperger, se sì, mi dispiace, e la  bimba non mi piace di più per questo.

Apprezzando le loro buonissime intenzioni, mi piacerebbe sapere dove hanno buttato le cicche i trecentomila giovani che hanno sfilato per centinaia città del mondo, e le lattine di birra o le bottiglie di plastica, o i pezzi di hamburger… chissà se sono stati almeno un po’ coerenti con la loro giusta battaglia o se, una cosa è protestare con fresco vigore e un’altra è contribuire o meno alla pulizia urbana.

Chi si occupa di queste cose dovrebbe, prima di parlare, leggere almeno il libro di  Mark A. Maslin e Simon L. Lewis, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, edito da Einaudi. Lì troverebbe qualche spunto per uscire dal genericismo e dalla propaganda. Sul clima e sulla geologia attuale della terra le cose sono molto più complicate di come intendono farla passare i politici e i gestori della comunicazione, in generale.

A Christchurch (pensa, caro lettore, Chiesa di Cristo) in Nuova Zelanda un ventottenne ha ucciso una cinquantina di persone in preghiera in due moschee e ne ha feriti altrettanti. Ho sentito sentimenti di vendetta qua e là, del genere “Ben gli sta… pensino al Bataclan“. Sulle armi aveva scritto i nomi di quelli che lui riteneva difensori della superiorità bianca, da Carlo Martello a Luca Traini (sic), passando per Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo condottieri veneziani a Lepanto. I due erano al comando delle potentissime galeazze che frantumarono il centro della flotta turca.

Certamente si sta vivendo una fase storica nella quale “subculture” come il sovranismo nazionalista, il suprematismo bianco, l’estremismo islamista  e il settarismo esoterista, stanno minando le basi del ragionamento razionale del sapiens.

Sembra che più diventiamo colti e “scienziati”, più la medicina ci salva e ci fa stare meglio, più riusciamo a ridurre la fatica e lo sfruttamento, e più si ampliano sentimenti e modi di pensare assurdi o violenti, in un turbinio di neo-nihilismo auto-distruttivo e irrazionale.

Altri centri di interesse di questi giorni confusionari: Trump, campione della menzogna, la Cina, colosso gentilmente aggressivo, la Turchia, la Persia e Putin, silente ma presente.

Di Trump, che alla sua elezione tradussi con “Tromba”, ottenendo la giudiziosa correzione di un lettore che mi ricordò come si dicesse in inglese tromba, cioè “trumpet”, a cui risposi “grazie, lo so, ma invoco la libertà creativa“, si può dire che fa ogni giorno quello che ci si aspetta, perché è il prodotto della grande e -naturalmente- imperfetta democrazia americana. Dagli USA ci si può aspettare un Kennedy, bello iper-glorificato, che inizia la guerra del Vietnam,  Nixon/ Reagan, spregiati come sudaticci e attori mediocri, che fanno la pace con Mao e con Gorbacev. La democrazia è il miglior modo di governare, dimaio permettendo (lo dico per ridere).

La Cina: quelli che si ritraggono spaventati, come su ogni altro argumento, dovrebbe umllmente studiare la storia di questa immensa nazione. Essa viene da lontano e Confucio è il suo ispiratore. Filosofo laico e religioso nello stesso tempo, insegna il rispetto e la gerarchia, l’obbedienza e l’impegno; per di lì son passati i grandi imperatori dinastici e, dal XX secolo, Sun Yat Sen e Mao Ze Dong, Deng Hsiao Ping e Xi Jinping, “imperatore” -di diritto e di fatto- fino alla morte. Se gli americani USA la vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

La Turchia: Recep Tayip Erdogan, il sultano odierno, non ha il fascino di Salah el Din e di Solimano il Magnifico, ma è il sultano odierno. I Turchi sono una grande nazione, nostri cugini diretti, caucasici centrasiatici, veniamo dalle stesse parti da tremila anni. Abbiamo rispetto (congiuntivo esortativo) noi “europeani”, e gli USA, di Trump o di Obama (il mediocrissimo politico estero, uno dei peggiori presidenti verso il mondo, una vergogna rispetto a Roosevelt, ad Eisenhower e perfino a Bill Clinton) ne abbiano altrettanto.

La Persia, che oggi si chiama Iran. Avremmo potuto essere tutti persiani, Roma permettendo, se a Mantinea e a Maratona, l’Atene insuperabile per intelligenza non li avesse battuti. Ma sono giovani, belli, e presto, le donne in testa si ribelleranno ai pretoni che imperversano da un quarantennio. Ma prima c’era sua maestà Reza Pahlavi, servo degli USA, democratico? Abbiamo rispetto, aiutiamoli, invece di sanzionarli.

Putin: il vero e per sempre capo della grande e santa madre Russia è… nientemeno che il Cristo Pantocrator, il Cristo padrone (perché creatore del mondo), quello che si vede nelle cupole ortodosse e nelle icone più solenni, il Cristo, la sua grandezza, e tutto ruota attorno a lui. Né Lenin né Stalin son riusciti a svellere la sua potenza, il suo radicamento nel popolo. Dopo Cristo, il principe Wladimir di Kiev, e poi Ivan IV il Terribile, Pietro I il Grande, Caterina II, Stalin, Gorbacev, Eltsin, e Putin. Se gli americani USA vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

Potrei continuare con l’Islam, che però mi suscita un impegno diverso, e già ne scrissi molto in questo mio sito. La grande cultura della sua storia non finisce con i kalashnikov dei fanatici che sparano ululando Allah u akbar. Dio non c’entra nulla nella loro follia, caro Spinoza, ma forse il tuo determinismo non arrivava a tanto.

Torniamo a Greta e a Brenton Tarrant. Alla prima auguro di non farsi manipolare più di tanto e al secondo di fare più galera di Anders B. Breivik (solo 21 anni in Norvegia, pena massima prevista, anche per 77 omicidi perpetrati a sangue freddo, spietatamente, otto anni fa), al fine di avere tempo sufficiente per pensare e pentirsi, e sentirsi quello che ha fatto: uno che ha usato il libero arbitrio per scendere nella scala dell’essere al livello dei demòni. Il suo karma sarà un cammino lunghissimo di dolore, infinitesima parte del dolore da lui causato.

Democrazia parlamentare e democrazia “diretta”

Si sa che virgolettare un lemma ha un preciso significato logico, nel senso che la prima accezione cede il passo a una seconda, metaforica o addirittura ironica. Nel caso del titolo siamo di fronte a un significato ironico.

Sto parlando della visione del mondo in tema di democrazia come sistema politico-amministrativo sostenuto dai grillini e soprattutto dal loro mentore ideologico, il “centro politico-statistico” Casaleggio e C. Srl. L’arroganza culturale di costoro è solo pari alla loro crassa ignoranza. Come sempre i due difetti sono direttamente proporzionali.

Se la democrazia parlamentare è quella che prevede l’elezione di un parlamento che si occupa di legiferare a nome e per conto di tutto il corpo elettorale, cioè di tutti i cittadini, possiamo dire del “popolo”, rispondendo al popolo stesso, la democrazia diretta potrebbe anche intendersi come un perenne assemblearismo del tipo greco-ateniese di duemila quattrocento anni fa, quando la boulè, costituita da qualche centinaio di capifamiglia individuati per censo, decidevano le cose più importanti della città-stato, come ad esempio la pace e la guerra, e anche le condanne a morte, come quella di Socrate.

Solo che l’attuale “assemblearismo” si svolge sul web, con poche centinaia o migliaia di partecipazioni, quasi una èlite di persone che qualcuno ritiene più avvedute ed evolute. Al contrario, questo metodo rischia di essere una sorta di aristocratismo manipolato, là dove chi partecipa si illude di decidere, ma non conta nulla, perché non sa come funziona la macchina di raccolta del consenso.

E’ per questo che emergono, anche da quel tipo di partecipazione, illustri imbecilli o idioti, che assurgono a ruoli di governo o di consigliori di chi sta al governo.

Nel caso in cui virgolettiamo il termine “diretta” dopo “democrazia”, possiamo ragionevolmente e , ripeto, ironicamente intendere che si tratta di una democrazia diretta… da qualcuno. Ecco. Altro che democrazia nella quale i cittadini hanno un ruolo! L’incontrario. E non si tratta neppure di una oligarchia, cioè di un governo degli ottimati, come poteva immaginarsi l’ipotesi “platonica” del governo dei filosofi.

Ti immagini, gentil lettore, paragonare a dei filosofi, personaggi alla Di qualcosa, alla Toninelli, alla Castelli sottosegretaria, e altri che fatico a ricordare. In questo caso la mia proverbiale memoria fa cilecca, poiché non sono facce e cognomi che meritino di essere ricordati. Son certo che la classica damnatio memoriae in questo caso funzionerà molto bene. La Lega è nettamente superiore per qualità politica ai 5S, per esperienza e capacità di selezione del personale politico. Un Giorgetti lo terrei in qualsiasi governo, e lo stesso Salvini, per me insopportabile per modi e prossemica, è incomparabilmente superiore ai suoi colleghi grillozzi.

La democrazia moderna trae origine da due esperienze storico-politiche, quella inglese e quella francese. Il primo parlamento, comunque aristocratico, è stato la Camera dei Lord del Regno Unito, o Inghilterra o Gran Bretagna, come vogliamo dire, mentre il secondo nasce dalla Convenzione che diede inizio alla Rivoluzione Francese nel 1789. Ora che ricordo, un parlamentare democristiano, interrogato una venticinquina di anni fa da un giornalista deambulante come quelli delle “jene” odierne, di mestiere insegnante di storia del liceo, rispose che la Rivoluzione Francese ebbe inizio nel 1793, eccellente prodromo dei politicanti attuali, uno dei quali ha parlato di democrazia millenaria, riferendosi a quella francese.

Il per nulla a me simpatico Churchill, come sostiene con piglio politologico la mia amica Marisa, più sotto, sosteneva il paradosso concettuale di una “democrazia” che è un regime pessimo, ma meno di qualsiasi altro.

Un consiglio ai governanti attuali: leggete il libro del professore Pasquino, appena pubblicato, dedicato a Giovanni Sartori e a Norberto Bobbio, se sapete chi è Gianfranco Pasquino e soprattutto chi erano Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, e se ce la fate.

Il vaccino “radicale” contro le post-verità in un tempo di distopie cognitive, di disponibilità euristiche esagerate e di distorsioni delle conferme

Il titolo non è facile e lo spiego, quasi con una “legenda”. Qualcuno può anche rimproverarmi e dirmi “scrivi come mangi”, ma anche il cibo, nelle sue varie declinazioni e scuole e culture, non è semplicissimo, né semplificabile. sarebbe un insulto alla meravigliosa arte di tanti e tante chef operativi in tutto il mondo. In ogni sapere, se si vuol semplificare, lo si può fare, distorcendo e falsificando i “i pezzi di verità” che si riesce a cogliere con la pazienza, la perseveranza e l’umiltà della ricerca, come ben sapevano gli antichi pensatori e come hanno confermano anche i migliori epistemologi moderni e contemporanei, da Bayes a Popper.

Vediamo. Intanto, “radicale”: ebbene, qui non intendo il significato quasi sinonimico di “estremistico”, per cui si possono usare i sintagmi politologici di “destra radicale” o di “sinistra radicale”, ma intendo il termine riferito al movimento politico liberal-radicale del Secondo dopoguerra, che prese il nome dal radicalismo ottocentesco, ma si declinò in modi molto differenti, basandosi su basi dottrinali ed etico-politiche di chiarissima radice liberal-democratica. Di questo movimento-partito furono fondatori ed eponimi giornalisti come Ernesto Rossi e Mario Pannunzio, e politici come Marco Pannella. Forse un altro filone originante il movimento radicale contemporaneo si può rinvenire negli afflati liberal-democratici e socialisteggianti di Giustizia e Libertà dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e di Emilio Lussu. I meriti indubbi di questa piccola pattuglia di colti idealisti ebbe grandi meriti nella modernizzazione del pensiero laico italiano ed europeo su tanti temi. Qui ne ricordo uno che mi sta particolarmente a cuore: il Diritto alla Conoscenza, diritto molto sottovalutato e a volte negletto in questi tempi di tempesta mediatica e di attacco alla scienza come dimensione essenziale del sapere umano. A me basti ricordare che ciò che mi è capitato nel 2017 forse sarebbe stato rapidamente mortale trent’anni prima. E Invece…

Prima di tutto è bene ricordare il gravissimo errore, molto diffuso, che si sente fare quando si avalla la distinzione radicale tra le due culture, quella “scientifica”, cioè la matematica, la fisica, la biologia, la geologia, la medicina e via andando, e quella “umanistica”, cioè le lettere, la filosofia, la storia, le varie antropologie, etc.. In realtà, se vogliamo finalmente superare questa angusta distinzione, basta ammettere che tutti i “saperi” sono, sia scientifici, sia umanistici, a seconda dello statuto epistemologico che si adotta. Per spiegarmi meglio porto qui due esempi che già altre volte utilizzai in questa sede e altrove: 1) se il prof. Stephen  Hawking o il prof. Roger Penrose, dalle cattedre di Cambridge o di Oxford si pongono (se la sono posta) la questione dell’origine dell’universo o dei buchi neri, trattano pienamente un tema fisico e astrofisico, e quindi scientifico; se gli stessi, in una conferenza, si pongono la questione del “perché” esistono (anche per loro stessi) quei temi o quegli oggetti che gli interessa studiare, trattano un tema filosofico, fors’anche religioso e senza dubbio umanistico. E dunque, come si vede, le due culture, i due saperi non sono staccati e contrapposti, ma possono, non solo coesistere, ma anche darsi una mano. Un altro esempio: 2) se il prof. Giovanni Frau, insigne filologo e friulanista, si affatica su tassonomie di antichi sememi delle lingue ladine, tra le quali il friulano, e le compara tra di loro e con altre di diversi ceppi, fa un lavoro senz’altro scientifico, ma se si viene a salutarmi dopo una mia conferenza, complimentandosi con me per la stessa, dicendo con affettuosa ammirazione “Lei è…. bla bla, la sua conferenza è statala ho molto apprezzata“, il suo giudizio agisce su un piano culturale, relazionale e magari storico-filosofico, e dunque pienamente umanistico.

Continuiamo a lavorare sul “titolo”.

Oggi molti parlano e scrivono di post-verità, cioè dell’ammissibilità della menzogna come oggetto cognitivo e moralmente accettabile, perché inevitabile. In altre parole: se in politica giova dire il falso come “insegna” ogni giorno quel gran bugiardo di Trump, o i piccoli bugiardi della politica attuale, specialmente il due “Diqualcosa“, machiavellicamente ciò va accettato come inevitabile, per cui, siccome è impossibile avviare un’analisi veritativa logico-scientifica per ogni affermazione o tesi, in quanto non c’è tempo, tanto vale lasciarla lì in balia del rapidissimo mutare delle opinioni e della valanga di tesi successive che immediatamente la seppelliranno. Purtroppo non in una valanga di risate, poiché a volte hanno tempo di fare danni indicibili. Queste approssimazioni, queste falsificazioni, figlie di superficialità e arroganza permeano molti ambienti. A me capita, non raramente, di assistere alla pervicace conferma di un errore concettuale, nonostante la segnalazione dello stesso, o da parte mia, se l’argomento è di mia pertinenza, o citando un testo o tesi affidabili, verificabili e solide.

Ciò provoca, ovviamente, distopie cognitive, vale la dire il convincimento di essere-nel-giusto, anche se non lo si è. Perché accade tutto ciò? Certamente perché quasi tutti hanno poco tempo per documentarsi seriamente, oppure non lo ritengono indispensabile, fidandosi del profluvio informativo del web. Faccio un esempio: se devo trattare in una relazione o in un corso il tema etico dei valori, so bene che la documentazione richiesta è immensa, partendo dal significato etimologico, dalla storia dell’accezione del lemma, per continuare con le tesi filosofiche, teologiche e generalmente antropologiche su di esso. Devo poi fare un lavoro di contestualizzazione del suo uso, senso e significato nelle varie culture e tempi. Un lavoro serio, mai banale, impegnativo, lungo.

Una delle ragioni per cui si è giunti a questo punto, ovvero delle cause, non solo correlative (oh quanta gente fa confusione fra causazione e correlazione, e poi tra causa e caso!), sono le disponibilità euristiche esagerate che abbiamo a disposizione. Che significa? Che abbiamo una tale abbondanza di materiali info e disinformativi da perdersi e annegarsi dentro. Gli psicologi chiamano queste falsificazioni bias, per cui già si stanno disponendo contromisure di… disbiasing. Chissà se funzioneranno, bisogna perseverare.

Si osservano spesso anche forme di distorsione delle conferme, cioè una sorta di manipolazione verbale, espressiva e cognitiva delle tesi che vengono presentate come vincenti. Anche qui un esempio. Proviamo a pensare al tema del Tunnel per l’Alta Velocità sulla tratta ferroviaria Torino-Lione, di cui si tratta e si polemizza da anni, in acronimo T.A.V., dove la “T” è la lettera iniziale di “Tunnel”, un sostantivo maschile. Chiedo a te, mio gentil lettore, come mai (quasi) tutti dicono e scrivono “la” T.A.V., “della” T.A.V., come se “Tunnel” fosse un sostantivo femminile. In un altro post ho provato a proporre un cambiamento di sostantivo per mantenere il femminile, cioè “Galleria” al posto di “Tunnel”, ma quasi nessuno mi dà retta. E’ importante? Devo incazzarmi? Si tratta di stupidità imitativa, di pigrizia, di mancanza di curiosità? Di condizionamento acustico-verbale, cioè dell’attrazione della “a” di T.A.V.? Di  Bias, di troppa disponibilità euristica, di testarda superficialità?

Restiamo in tema “T.A.V.”, ma nel merito socio-politico-economico della questione. Avete sentito un dibattito di merito che mettesse in campo tutti i saperi scientifici atti a poter formulare un giudizio sereno e documentato? Io no, mai, solo urla, un parlarsi sopra indecente, nell’impossibilità di una discussione non inquinata dall’ideologia o dalle convenienze politiche contingenti dei vari schieramenti, anche perché si è in vista di una importante consultazione elettorale.

Ti capita, gentile lettore, di avere una possibilità seria di dibattito sul tema del gender, della fecondazione eterologa o della maternità surrogata o del fine vita? A me no. Piuttosto, mio caro lettore, mi capita di incrociare persone che si fidano di sedicenti “scienziati” alternativi, che non si sa se e dove e con chi hanno studiato, ma sono affascinanti per un certo tipo di persone. L’Italia è piena di guru e ciarlatani che lucrano sull’ingenuità e la superba ignoranza di molti, i quali poi parlano non sapendo di ciò che parlano, e solitamente lo fanno senza disponibilità all’ascolto e con arroganza talora insopportabile. Sempre qui, in questa mia agorà abbastanza ben frequentata, ho raccontato come sgamài un sedicente esperto di autostima, leadership, qualità relazionale e comunicazione, che stava per intortare una quarantina di signore in un bel paesone friul-veneto. Non c’è solo la Vanna Marchi in giro, ma molte e molti suoi emuli che trovano ascolto e soldini per l’iscrizione a fantomatici corsi di formazione, eventi, riti para-spirituali, momenti di iniziazione et similia.

Vedete come, allora, sia importante battersi come e finché si può per il diritto alla conoscenza, che è fatta di pazienza, fatica, capacità di discernimento, umiltà, poiché rifugge dalle semplificazioni, dalle sintesi frettolose, dall’assenza di analisi, dai preconcetti, dalle pre-comprensioni e dagli ideologismi.

Il diritto alla conoscenza è come il diritto all’aria pulita e all’acqua potabile, è un luogo dove si sviluppa l’onestà intellettuale e la vera amicizia tra umani.

Che cosa significa generazione/ corruzione, cambiamento, evoluzione, crescita, implementazione…, ma anche decrescita, declino, perdita, alla luce del capitolo 3 di Qoèlet, libro sapienziale della Bibbia degli ebrei e dei cristiani

Aristotele parlava di generazione/ corruzione per dire gli estremi del ciclo della vita, non solo umana. Si viene generati, ci si sviluppa vivendo e infine si muore. La sofferenza il dolore, la malattia e la salute -in alternanze inopinabili- ci sorprendono e ci accompagnano, sempre. Certo è che una vita virtuosa aiuta a vivere meglio e chi mi dice che a venticinque anni Jim Morrison e io ci somigliavamo, rispondo che io, pur essendo stato messo a dura prova, sono ancora qua a parlarne, e lui no.

Eraclito di Samo sosteneva che tutto diviene, tutto cambia, pànta rèi, tutto scorre, mai la stessa acqua passa sotto il medesimo ponte. A volte la vulgata filosofica lo “oppone” a Parmenide di Elea, che sosteneva la fissità, l’immobilità, l’immodificabilità dell’essere, ma si tratta di una vulgata, appunto: ben sapeva Parmenide che le cose si muovono, tant’è che il suo allievo Zenone, inventò i paradossi del piè veloce Achille e della tartaruga, oppure della freccia e della preda, dove i primi due non raggiungerebbero mai le seconde, in una logica della divisione degli spazi all’infinito. Nell’uno (1), per Parmenide e Zenone, e non solo per loro, vi è l’infinito essere.

La realtà ci racconta che tutto cambia, che il cambiamento è la regola, pur permanendo la base materiale, genetica, biologica delle cose. Basti pensare a come si muovono i virus, i batteri, le malattie e i processi di ammalamento e guarigione.

Charles Darwin ci spiegò più completamente di altri che vi è e come avviene l’evoluzione delle specie (1861)

Quando parliamo delle nostre vite e delle cose che facciamo, produciamo, organizziamo, come nei fatti economici ci viene a volte da ascoltar proporre il concetto di decrescita. Alcuni idealisti d’oggi, forse un poco ingenui, parlano volentieri di “decrescita felice” (S. Latouche).

Se sviluppiamo un progetto amiamo citare il termine di implementazione, ci piace, è “moderno”, dà il senso dello sviluppo, della crescita, del nuovo che migliora il vecchio.

Cresce -però- l’ignoranza tecnica anche tramite il web, dove si sviluppa senza controllo, eccome! Decresce la qualità politica. Due esempi di questi ultimi giorni di gennaio 2019: il video irridente di Salvini verso i giudici che gli hanno mandato atti giudiziari per ipotesi di reato commesso in agosto ai tempi della vicenda “nave Diciotti”: è quello che gli serve per la propaganda elettorale in corso, ché ora può anche vantarsi ironicamente di aver rispettato l’articolo 52 della Costituzione della Repubblica Italiana, là dove è scritto del “sacro dovere della difesa della Patria”, dallo sbarco di migranti che arrivano intirizziti sui barconi, non a bordo di formidabili corazzate o portaerei; oppure la designazione di Banfi quale rappresentante italiano nell’Unesco, da parte di Di Maio. E’ quasi indicibile il livello di idiozia qui sotteso. Banfi afferma, più o meno: “I plurilaureati portano noia, io porto il sorriso“. Beato lui, un laudator ignorantiae accanto a un altro, che ignorante è, di suo, per triste evidenza e crassa deficienza (nel senso etimologico del termine, dal latino deficiens, cioè un qualcosa-di-mancante). I due vicecapidelgoverno son talmente intrisi l’un dell’altro che oramai mi scappa di dire indifferentemente salvimaio e salvadimi. Una crasi, un disastro, una distopia, una bruttura.

Movimento, cambiamento, involuzione, nell’ultimo caso citato. Non evoluzione, non miglioramento. Il cambiamento è anche in peggio.

 

Il cap. 3 del biblico Qoèlet va letto e meditato, perché non vi è testo più sapiente che parli del cambiamento, come necessità vitale. Alcuni versetti, dall’1 al 9:

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo./ 2 C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,/ un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante./ 3 Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,/ un tempo per demolire e un tempo per costruire./ 4 Un tempo per piangere e un tempo per ridere,/ un tempo per gemere e un tempo per ballare./ 5 Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,/ un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci./ 6 Un tempo per cercare e un tempo per perdere,/ un tempo per serbare e un tempo per buttar via./ 7 Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,/ un tempo per tacere e un tempo per parlare./ 8 Un tempo per amare e un tempo per odiare,/ un tempo per la guerra e un tempo per la pace./ 9 Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica? (…)”

Pare che l’autore potesse essere un filosofo itinerante ellenistico, di scuola cinico-scettica. Ci sta?

Il sapiente antico ci spiega che il cambiamento è buono e va accettato, poiché non si possono fare sempre le stesse cose, innanzitutto per se stessi, e quindi per combattere l’assuefazione e la brutta bestia della noia, ma anche per le strutture dove si opera, ad esempio nelle aziende dei nostri tempi, ma anche negli uffici degli impieghi pubblici. Son testimone e sperimento quanto qui vado scrivendo: che affezione morbosa alle posizioni acquisite, al potere che ne deriva, caspita, direbbe un mio amico dall’eloquio elegante, mentre io dico cz.!.

Non li schiodi eh: quando uno si asside in un cantuccio confortevole lì sta o cerca di stare finché proprio non si accorge di essere diventato tutt’uno con l’ambiente, la scrivania, i metri quadri/ cubi dove respira, si muove, da dove parte per andare a fare la pipì. Sono contento che la mia esperienza è stata ed è tutt’ora di altro genere: sono sempre venuto-via da posti dove operavo, o nel pieno del mio incarico, o anche subito dopo che mi era stato rinnovato, mantenendo i rapporti che avevano conservato la loro freschezza. E così è andata, mentre noto che altri non ci sono riusciti, certo anche per ragioni oggettive e soggettive. Uno fa bene a cercare di mantenere il “posto di lavoro”, che appunto si chiama in questo modo conservativo, cioè “posto”, ma non a ogni costo, ché farebbe il suo male, e della struttura dove si trova. Queste persone sono a volte talmente condizionate dalla pigrizia che non si accorgono nemmeno del sopravvenire della noia, e poi del vecchio e pericoloso vizio dell’accidia.

So che non tutti possono “permettersi” questo tipo di cambiamenti, ma mi chiedo la ragione per cui non ci provano, pur avendo il potenziale per farlo, mi chiedo perché si “accontentano”. Mah. Ho spiegato più volte e a più persone che il conseguimento di un titolo di studio superiore  a quello che hanno, anche in costanza di lavoro, può fargli intravedere possibilità di miglioramento, sia della qualità del lavoro, sia dei compensi e quindi delle disponibilità economiche, anche in vista della quiescenza, per via di maggiori contributi versati dal datore di lavoro. Niente. Molti preferiscono la comfort zone.

Ho avuto modo di far riflettere qualche lavoratore che aveva “perso il posto” su come ciò lo stesse interpellando e stimolando al cambiamento, a rimettersi in cammino verso un dove che non è scritto astrattamente nel destino, ma è in buona parte nelle sue mani, dipende dalle sue decisioni.

E qualcuno è ripartito con un sorriso che si coglieva all’angolo del viso. Buon viaggio nella vita, caro amico.

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