Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Cultura e business, etica generale ed etica d’impresa e del lavoro. Un’esperienza friulana rivolta al mondo: uno spazio voluto dall’Istituto di Cultura Mitteleuropeo

Premesse epistemologiche di Etica generale per un’Etica d’Impresa e del Lavoro – Convegno Internazionale del 12 Novembre 2020 – Il mio intervento

Vi è una stretta (anzi, necessaria) relazione esistente fra Cultura e Azienda, e viceversa.

A me ritengo spetti una riflessione che può essere utile per fondare filosoficamente il sintagma proposto da Max Zollia.

Siccome il lavoro e la sua organizzazione attiene, oltre alle strutture aziendali anche l’uomo (la donna)-al-lavoro, ciò significa che il “sapere etico” come “scienza del giudizio sul (relativamente, nel senso di non-assoluto) agire buono o malo dell’uomo”, si pone come imprescindibile.

Se tale lo possiamo ritenere, non ci possiamo esentare da una sua declinazione chiarificatrice. Se l’Etica non è un sapere generico e voluttuario, nel senso epistemico (non solo aristotelicamente inteso), essa è anche un “sapere scientifico”.

Ogni affermazione, per non essere apodittica, ha da esser fondata su condivise premesse assiomatiche e su sillogismi logici. L’argomentazione non può prescindere da un corretto utilizzo dei “fondamenti”.

Partirei innanzitutto da una definizione di Scienza risalente a Descartes: “Scienza è un sapere che si fonda su enunciati certi ed evidenti in forza del loro perché propri, adeguati e prossimi”. Ecco quindi che lo statuto epistemologico del lemma permette di introdurre una sorta di declinazione del termine di cui qui primariamente tratto: Etica.

Infatti, se ci limitiamo a dire “etica”, è come se dicessimo, come l’etimologia greco-antica ci insegna, “usi e costumi”, magari considerando anche il termine confinante di èthos, che è  ètnos, là dove una “ni” amplia il significato di usi e costumi relativi a un popolo. Bene.

Dobbiamo dunque porci una domanda, domanda che giornalisti, politici e affini, tanto presenti nei talk show, non si  peritano mai di porsi. Sarebbe una domanda intelligente. Costoro, invece, preferiscono dare subito risposte, millantando conoscenze che spesso non hanno. “Che cosa è l’Etica, ovvero che cosa significa un comportamento etico?”

Dico subito che l’espressione “comportamento etico” è senza senso, se prima non ho provveduto a declinare il significato del termine più importante.

Infatti, se non decliniamo i vari tipi di “etica”, rischiamo di restare “impantanati” nel significato storico-etimologico del termine, senza fare alcun passo avanti.

A volte, non per stupire o scandalizzare un uditorio (di qualsiasi genere e specie), affermo che “è etico anche mutilare i genitali di una bimba”. Lo stupore scandalizzato dei presenti mi obbliga a specificare subito che per etica intendo solo il suo significato etimologico classico. La posso definire etica culturalista, nel senso antropologico-culturale. Oppure, altro esempio, “è etico anche dare un pugno in faccia a un altro”: qui sciolgo lo stupore degli astanti spiegando che si tratta di un’etica emotivista, per cui se mi arrabbio, ne consegue che…

E infine, trascurando altri esempi, posso concludere con il raccontino della difesa di Adolf Eichmann a Tel Avi nel 1961: “Sono stato sempre un buon cittadino tedesco, e ho solo eseguito gli ordini dei superiori”.[1]

Di quale etica potrebbe trattarsi? Evidentemente di un’etica prescrittivista, o no?

E dunque, come usciamo da questa empasse logico-semantica? (se di empasse si tratta).

Direi, completando il “giro” fino ad arrivare a un concetto nel quale possa esprimersi il rispetto dell’uomo come persona in tutte le sue differenze soggettive, per tratti di personalità che lo rendono irriducibilmente unico, in base alla sua genetica, all’ambiente dove ha vissuto e all’educazione (qui intesa come education, all’inglese)  ricevuta, ma nel contempo uguale a tutti gli altri esseri umani in dignitas. E questa eguaglianza come la spiego, o meglio, come la fondo? Richiamando anche qui tre elementi che permettono di superare scientificamente ogni residuo fenomenologico di razzismo a-scientifico: la sua fisicità, il suo psichismo e la sua spiritualità. Questi tre elementi, che sono oggettivamente presenti in ogni essere umano,[2] costituiscono il supporto teoretico per poter affermare senza tema di smentita che tutti gli esseri umani sono pari in dignità.

Possiamo dunque affermare che un’Etica che permetta di comprendere semanticamente un giudizio sulla bontà o malvagità di un detto o di un atto, potrebbe essere chiamata Etica del Fine, dove il Fine è costituito dalla salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’uomo, e anche degli altri viventi e dell’ambiente tutto.

La riflessione, così proposta, lo ho sperimentato, può fornire adeguati elementi esplicativi anche per l’espressione di giudizi sul profitto di uno studente o sull’impegno di un lavoratore. In altre parole, non viene lesa la personalità, ma si tratta semplicemente di un giudizio relativo ai comportamenti.

In Brovedani, e io testimonio la sua storia di oltre un quarto di secolo, volgendo lo sguardo a un’Etica d’Impresa e del Lavoro, posso affermare che ciò che l’Ing. Benito definiva  come “Spirito Brovedani”, è vissuto e si è sviluppato nel tempo in modo coerente e continuo.

Senza volere cedere a ogni tentazione beatificante, che qui non serve, non è né nelle mie corde, né in quelle di Benito, mi pare di poter dire che questo Spirito si evoluto negli anni in diverse declinazioni.

Mi sono occupato direttamente nelle Aziende del gruppo, in Italia e all’estero, di Risorse umane per oltre vent’anni, e posso testimoniare che una delle attività più continue e considerate è stata l’analisi del clima, sia in relazione a quanto previsto dalla Legge come stress correlato al lavoro, sia come indagine voluta dalle politiche del personale definite dalla Direzioni che si sono succedute nel tempo.

Parlo di fatti che conosco perché ne sono stato in larga misura l’autore.

Da un anno e mezzo i CdA del Gruppo hanno deciso di porsi sotto l’egida giuridico-legale del Decreto Legislativo 231 del 2001, predisponendo un Codice etico e un Modello di Organizzazione e Gestione atto a conoscere come si lavora e come si rispettano le Leggi dello stato, dettagliando quasi un paio di centinaia di reati presupposto.

In ordine a ciò i CdA stessi hanno poi nominato un “Organismo di Vigilanza”, composto da figure competenti nelle varie discipline di interesse aziendale, da quelle normative e contrattualistiche, a quelle di carattere civilistico, a quelle relative alla tutela della Salute e Sicurezza dei lavoratori, di tutti gli stakeholders e dell’Ambiente.

Di questi Organismi di vigilanza ho avuto l’onore di essere nominato Presidente, per cui ho la possibilità di “vivere” l’azienda con presenze settimanali e un dialogo continuo con gli Enti direzionali e chiunque tra i dipendenti desideri parlarmi e, parlando con me, informare tutto l’Organismo di Vigilanza. Ogni mia attività è poi registrata in specifici verbali che vengono inviati al CdA, alla Direzione e a chi può essere interessato all’argomento o al fatto trattato.

Specifico che le prerogative dell’Organismo di Vigilanza sono, appunto di vigilanza  e di segnalazione di questioni meritevoli di attenzione e di intervento.

Ciò pone l’azienda in una posizione di tutela da eventuali atti che possano configurare dei reati, focalizzando l’attenzione della giurisdizione sugli “autori” di tali violazioni.

In tale modo si ottengono due risultati: a) il primo è quello di responsabilizzare (la responsabilità è il principio fondamentale di un atto eticamente rilevante) le persone; b) il secondo è quello di salvaguardare il soggetto-azienda da responsabilità amministrative e/ o penali di cui direttamente non è responsabile. Altro si potrebbe dire, ma mi fermo qui, per avviarmi a concludere.

Ho cercato di presentare, infine, un discorso che ci permettesse di collegare Etica e business, e dunque anche humanitas e tecno-scienze, a partire  dalla gestione dell’uomo al lavoro, ma senza trascurare l’evoluzione tecno-scientifica in corso, là dove la digitalizzazione sta modificando le modalità relazionali e le tecniche lavorative in modo radicale.

Questo cambiamento interpella tutto l’Uomo e tutti gli Uomini, tutto e totalmente concerne questo interpello, cari amici lettori!

Le aziende, in questo covid-periodo sono i luoghi frequentati più sicuri in assoluto, e anche questo attesta il sostrato eticamente fondato dell’agire aziendale e di Brovedani in particolare. L’Azienda è stata anche recentemente insignita di un premio nazionale per avere impostato politiche di welfare a favore dei lavoratori, e anche questo testimonia come il sentimento ragionato (e questo sintagma non è un ossimoro!) che il Presidente Zollia voleva mantenere e rinforzare, cioè lo “Spirito Brovedani”, non solo sia sopravvissuto, ma si sia anche evoluto, conciliando al meglio business e rispetto delle persone, laddove un’Etica d’Impresa e del Lavoro si connette con il tema dell’innovazione e dello sviluppo economico.

Aggiungo e concludo: per il Bene comune.


[1] Himmler, Hitler.

[2] Fisicità: siamo interfecondi; psichismo: tutti si emozionano…; spiritualità: tutti provano stupore…

La “non-dea” Atalanta, gasp, eph, sob, aiut, gulp, ops, cul de sac…

Onomatopee più o meno sono, molto disneyane, salvo la prima che, oltre a rappresentare uno stato d’animo di cui parlerò più avanti, così come delle altre onomatopee, è anche la contrazione giornalistica del cognome di un allenatore di calcio (Gasperini) molto, ma molto antipatico, anzi antipaticissimo e dalla voce un po’ stridula, squittente, quello dell’Atalanta, che giornalisti pigri e banali si ostinano a chiamare “dea”. Infatti, Atalanta, nella mitologia greca non era propriamente una “dea”, ma la figlia di un re, cioè di un capotribù del tempo classico. La squadra di calcio “Atalanta”, attualmente in auge calcisticamente parlando, fu fondata a Bergamo nel 1907, e nulla c’entra con l’Olimpo greco, se non nelle memorande fantasie liceali di qualche fondatore, ovvero di qualche stanco e poco creativo giornalista odierno. Non so chi abbia iniziato a chiamare la squadra di calcio di Bergamo con la metafora-metonimia “dea” (roba di questi ultimi anni, comunque), ma immagino come se ne sia gloriato di fronte ai complimenti degli incliti (cioè, ignoranti tecnici). Amen.

Bergamo

Propriamente, Atalanta (in greco antico: Ἀταλάντη, Atalántē) è una figura, si può dire, trans-umana della Mitologia greco-antica, figlia di Iaso, re della regione di Arcadia e di Climene, sua moglie.

Il mito narra del desiderio di un figlio maschio da parte del padre di Atalanta, cosicché, quando nacque la bimba indesiderata, secondo l’èthos dei tempi, la abbandonò sul monte Pelio. Un’orsa inviata da Artemide/ Diana se ne prese cura fino a che fu trovata da dei cacciatori i quali la tennero con loro e la fecero crescere.

Cacciatrice fin da subito, Atalanta uccise con arco e frecce i centauri Ileo e Reco, suoi aspiranti stupratori, ma falliti. Non fu accolta fra gli Argonauti, alla cui spedizione alla ricerca del Vello d’oro nella Colchide aveva chiesto di fare parte, poiché Giasone era, anche lui al modo del tempo, maschilista. Ferì in una battuta di caccia il tremendo cinghiale “calidonio”, di cui l’uccisore, Meleagro, le fece poi dono del vello.

Come può capitare, la sua fama di cacciatrice (mascolina, dunque!) fece sì che il suo stesso padre, che l’aveva ripudiata e cacciata, perché femmina, la riconobbe nella dignità di sua figlia. Al padre, che la voleva sposa di un uomo che la meritasse, promise di diventar moglie di chi fosse riuscito a batterla nella corsa, mentre chi avesse perso la tenzone avrebbe perduto anche la vita. Allora le scommesse avevano anche poste in palio del genere.

A un certo punto, dopo che ebbe battuto molti pretendenti, arrivo un tal Melanione, che chiese un aiuto ad Afrodite (Venere), probabilmente gelosa di Artemide-Diana. Gli dei dell’Olimpo avevano sentimenti, vizi e virtù molto… umane. Il trucco escogitato dal pericoloso nume dell’amore fu questo: Melanione ebbe da Afrodite tre mele d’oro raccolte nel Giardino delle Esperidi, che lasciò cadere a terra, per tentare Atalanta. Lei non resistette all’inaspettato dono, si fermò per tre volte e perdette così la corsa.

Ovidio canta di Atalanta ne Le Metamorfosi, così come altri autori classici. Potremmo dire con linguaggio attuale che Atalanta fu una sorta di wonder woman, o almeno un modello per questo “tipo”. Oppure ancora, per meglio dire, un modello di autonomia dal padre e dalle condizioni femminili del suo tempo.

Jean Shinoda Bolen, analista junghiana tratta di Atalanta nei suoi volumi Artemide. Lo spirito indomito dentro la donna, e Le dee dentro la donna. Una nuova psicologia femminile editi da Astrolabio, quasi come ipotesi di donna autonoma dai “poteri forti” del padre e degli eroi.

Quindi Atalanta è impropriamente definita “dea” da pennigrafi indolenti e poco documentati.

Tornando ai monosillabi del titolo, registriamo gasp, oltre che come abbreviazione dell’antipatico allenatore della non-dea Atalanta, in quanto manifestazione di difficoltà improvvise, eph come moto di meraviglia impaurita, sob come un piagnucolare semi-infantile (tipo quello dell’allenatore dell’Inter, Antonio Conte), aiut come semplice figura di troncamento di “aiuto!” richiesta di soccorso, gulp, come improvviso stupore, ops, come incidente inaspettato, tipo urca, ho fatto cadere il vaso…

Infine un accenno al detto francesizzante cul de sac, che significa angolo da cui non si può scappare, oppure metaforicamente, con riferimento al famoso allenatore di tre (dico 3!) anni di gloria al Milan, dove Berlusconi gli aveva comprato i tre migliori giocatori del mondo di quel tempo, a parte Maradona, cioè Van Basten, Gullit e Riijkard, oltre a Baresi, Donadoni, etc., e trenta (dico 30!) anni di scritti (chissà se qualche ghostwriter…): Arrigo Sacchi, laudator del gioco di squadra, che non avrebbe vinto nulla se non avesse avuto a disposizione da Berlusconi i fuoriclasse sopra citati. Quando leggo i suoi commenti sugli altri, squadre e allenatori, e noto il suo uso corrente, non poco presuntuosetto, di concetti e termini psico-socio-filosofici come “conoscenza”, “cultura del lavoro”, “autostima”, “filosofia” (ma dai, Sacchi, su!) “leadership“, lemma comunque usato ed abusato a proposito e a sproposito, mi chiedo quanto e che cosa sia farina del suo… sacco. Mi è venuto bene l’involontario bisticcio retorico, vero?
Supò, Sac, sei un guru da poco

E via dilettandomi.

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Il Muro di Berlino, la Piazza della “pace celeste”, il comunismo e la democrazia

In cinese è chiamata Tien-an-men, l’immensa piazza di Bejing. Pechino. Un nome poetico, armonioso, antico, derivante da millenarie tradizioni. La storia è scorsa su quella piazza, nei secoli e in anni recenti.

La data che ricordiamo più di altre, relativa a quella piazza, è il 4 Giugno del 1989. In quell’anno, qualche mese dopo, sarebbe avvenuto un altro fatto, di importanza storica fondamentale, il 9 Novembre 1989 il Muro di Berlino cadde, dopo quasi cinquant’anni. Era stato costruito dal governo della Germania dell’Est nel 1961, in piena Guerra fredda, per separare gli interessi tedeschi ed europei di quella Nazione, nata dopo la fine della Seconda Guerra mondiale che aveva diviso il mondo in due blocchi, divisi da una Cortina di ferro (espressione del cinico Churchill), e soprattutto dell’Unione Sovietica da quelli dell’Occidente, USA in primis. Qui da me in Friuli la Cortina di ferro trovava espressione nel cosiddetto “muretto” di Gorizia, che divideva la nostra città da Nova Gorica, anche se l’agglomerato urbano non aveva soluzione di continuità.

Il Muro di Berlino (in tedesco: Berliner Mauer, nome ufficiale: Antifaschistischer Schutzwall, in italiano: “barriera di protezione antifascista”) era un sistema di fortificazioni atto ad impedire la libera circolazione delle persone verso la Germania Occidentale. Era lungo 156 km e alto 3,6 metri.

Fu il simbolo di una divisione del mondo che andava ben oltre la separazione fisica tra le “due Germanie”, poiché rappresentava una distinzione e un’avversione tra due sistemi inconciliabili, teoricamente e anche praticamente, per un lungo periodo.

E dunque, ricordiamo meglio ancora un altro episodio fondamentale della storia recente: fra il 3 e il 4 giugno 1989, le proteste dei giovani per ottenere dal regime comunista maggiore libertà e democrazia a Pechino furono represse nel sangue da esercito e polizia. L’immagine scolpita nel cuore di tutti è quella del ragazzo che disarmato fronteggia il primo di una fila di carri armati in assetto da battaglia… in una piazza civile, contro civili. Ma vi sono regimi che ritengono di detenere la verità morale, civile, politica ed economica, per cui ogni manifestazione contraria è – secondo loro – “contro il popolo”, ecco! contro il popolo! Perché il popolo è (sarebbe) la congerie di duemila o tremila boiardi che si riuniscono nella cattedrale del partito fra un profluvio di bandiere rosse come il sangue che spargono. Tutti uguali, fermi ad applaudire ovvietà e noia.

Quella, in quei casi, non è la bandiera rossa del socialismo umanistico, quando veramente i lavoratori erano schiacciati da uno sfruttamento bestiale, come nelle fabbriche studiate da Engels a metà ‘800.

Già a metà aprile 1989 erano iniziate proteste studentesche di grandi dimensioni e anche scioperi della fame, forma di lotta inusitata a quelle latitudini. La legge marziale e l’intervento dell’esercito fu la conseguenza di quel movimento. A Pechino in quei giorni stava per arrivare in visita ufficiale Mikhail Gorbacev, e i capi cinesi (dopo le dimissioni del segretario del partito comunista Zhao Zhiyang) Deng Xiaoping, il leader riformista-realista, ma comunista fino all’osso, e il primo ministro Li Peng ordinarono la repressione della protesta di Piazza Tienanmen.

Il Rivoltoso Sconosciuto, uno studente di cui non si seppe mai il nome, solo e disarmato si parò davanti ai carri armati, fotogramma immortale.

Di quell’evento in Cina non si può ancora parlare, pena sanzioni gravi e la perdita del proprio status. Ora neppure a Hong Kong, dove l’accordo su “un solo Paese due modelli socio-economici” ora è messo in questione dalle autorità cinesi.

USA e Cina sono forse ora le due Nazioni più potenti del mondo, almeno economicamente, perché la Russia è pari agli USA militarmente.

Il caso di George Floyd e l’anniversario di Piazza della Pace Celeste ci rammentano la strada che l’uomo pensante, il sapiens sapiens, nome auto-attribuitosi, deve ancora fare per diventare quello che può essere come doppiamente sapiens. Meno male che i paleoantropologi hanno scoperto che nel nostro genoma di sapiens sapiens vi sono tracce significative di Neanderthal, così anche quelli che pensano (anzi il loro non è vero pensiero) in termini razzisti forse hanno qualcosa di diverso su cui riflettere.

L’amore è il motore del mondo

(il Simposio di Platone)


L’amore è il motore del mondo, come spiega Diotima nel Simposio di Platone, è attività desiderante e ricerca della bellezza. Qualche giorno fa ho criticato in questa sede Benigni per la sua squallida performance al festival di Sanremo, proponendo una riflessione diversa sul Cantico dei cantici, che lui aveva strapazzato vergognosamente, lautamente pagato.

Ero ospite relatore a un convegno di tutto rispetto in quel di Udine, e lì ho proposto una riflessione in tema, utilizzando i miei studi sul poema biblico, che si configura come epitalamio, cioè poesia nuziale. Il Cantico fa parte del canone biblico, sia per gli ebrei sia per i cristiani, ed è un’ulteriore dimostrazione dell’infinita ricchezza dei testi biblici, che son stati scritti da autori sconosciuti in circa un millennio, dai tempi di Salomone a quelli degli evangelisti e di Paolo.

Quando sento parlare della Bibbia come fa Benigni o tale Biglino, che traduce con il traduttore interlineare i libri biblici, spacciandosi per biblista (mi pare non abbia neppure uno straccio di laurea in lettere o simili), mi si informicolano le ginocchia, ma di sdegno.

La Bibbia contiene miti (ad es. Genesi), storie narrate al modo degli antichi (Cronache e libri dei Re), come Tucidide e Tito Livio, testi filosofici (Sapienza, Giobbe, Qoèlet, Siracide, Proverbi), inni di ringraziamento ed invocazioni (Salmi)…

Il Cantico è ritenuto un testo sapienziale, un giardino di metafore (cf. Alonso Schoekel), un’immensa allegoria sull’amore umano, specchio di quello di Dio per l’uomo, le storie di Gesù di Nazaret (i Vangeli) e degli apostoli (Atti), le lettere di alcuni apostoli come Pietro, Giovanni e Giacomo, le lettere di Paolo, la giovannea Apocalisse…

Ho approfittato dell’occasione per analizzare la qualità di ciò che spesso ci propina la Rai che paghiamo profumatamente, e assurdamente, ogni mese, con la bolletta energetica e, in questo caso, si è raggiunto un abisso di nequizia, caro lettor mio… e ho scritto qualcosa per spiegare con rispetto quello che il Cantico dei cantici effettivamente è.

Di seguito inserisco il Power Point da me commentato nell’occasione, per poi continuare la riflessione.

La manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà

A pagina 429 dell’impressionante cronaca di Milovan Dijlas narrata nel volume La guerra rivoluzionaria Jugoslava. 1941-1945 Riflessioni e ricordi, edito da L.E.G. di Gorizia, trovo questa riflessione profonda, intelligente, illuminante di ciò che accade durante le guerre rivoluzionarie, sempre, forse, in ogni tempo e luogo.

(Milovan Dijlas)

Quei quattro anni sono stati un passaggio cruentissimo della lunga storia balcanica e, per certi versi, un prodromo, un annuncio di ciò che sarebbe (quasi) ri-accaduto cinquant’anni dopo, negli anni ’90. Quei popoli inquieti sono storicamente collocati sul crinale dei due “mondi”, l’Oriente e l’Occidente: baluardo contro l’Oriente, sia esso Ottomano o semplicemente barbarico, e nello stesso tempo antemurale dell’Oriente dentro l’Occidente.

Ricordo che sul confine orientale dell’Italia, cioè del mio Friuli, nel ’91 si sentiva quasi il rombo del cannone e si vedevano sfrecciare i Mig della Federazione Socialista Yugoslava, sopra Gorizia. Le bombe, anche se solo dimostrative, più vicine, caddero sulle piste del piccolo aeroporto di Vrsar (Orsera), terra di camping e bagni estivi spensierati per molti di noi. Nella bellissima Istria, nostra terra cugina, confinante, accogliente.

Milovan Gilas (Đilas o anche Djilas) nato a Podbišce nel Montenegro nel 1911 e morto a Belgrado nel 1995, è stato uno dei grandi capi della guerra di liberazione dal nazismo e dal fascismo in Yugoslavia e anche della rivoluzione socialista. Protagonista di primo piano in ambito politico e militare, era un intellettuale di vaglia. Il carcere lo accolse negli anni ’30 prima della Guerra ai tempi del re Alessandro, e poi lo riaccolse negli anni ’50 e ’60, quando si era accorto che il comunismo, anche quello titino, pur essendo eretico rispetto allo stalinismo, restava un modello sociale autoritario e rinnovatore di privilegi per alcuni, a scapito dei più.

Ebbe parte in causa anche nella dolorosa vicenda degli esuli istriani e dalmati di etnia italiana, che contribuì a cacciare, come riconobbe più tardi, quando la resipiscenza politica e filosofica lo portò su posizioni apertamente critiche verso il regime comunista yugoslavo. Su questo vi sono posizioni differenti anche nella storiografia italiana. Vi è chi crede in questa resipiscenza (Arrigo Petacco) e chi non del tutto, come Raoul Pupo, studioso di quegli anni e di quelle vicende. Di seguito riporto un brano dell’interviste data da Dijlas a un periodico italiano:

«[…] Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj (sic) andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: ci furono manifestazioni con striscioni e bandiere. Ma non era vero? (domanda del giornalista). Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto.»
(Milovan Gilas intervistato da Alvaro Ranzoni – Panorama, 21 luglio 1991)

Vediamo ad esempio Arrigo Petacco. Nel suo libro “L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Venezia Giulia e Dalmazia” (Mondadori, 2000) la cita in esergo in questa forma: “Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto”

Da tali parole si può pensare che si tratti di una sorta di “autoammissione di responsabilità” anche in relazione ai successivi massacri delle foibe. Dopo la guerra di liberazione e la rivoluzione socialista, in Yugoslavia tornavano fuori i nazionalismi più feroci, prima tra popoli slavi e poi contro gli italiani. Oltre a Petacco e a Pupo possiamo citare qui lo storico Guido Rumici, il quale ritiene opportuno considerare, almeno in parte, attendibile la testimonianza di Gilas scrivendo: “Quindi possiamo fare tutte le congetture che vogliamo, ma le sue parole restano. La mia opinione personale è che poco conta che lui fosse presente a queste manifestazioni e a queste pressioni di “ogni tipo”. Gilas se ne è assunto la responsabilità organizzativa.”

Negli anni ’90, Dijlas fu contrario alla rinnovata svolta nazionalista e alle sue spinte centrifughe, manifestando fino all’ultimo un’autonomia di pensiero che lo rende abbastanza unico nel panorama dei capi comunisti dell’Europa orientale nel ‘900.

Tornando al libro, occasione di questo pezzo, ho da dire che, una volta iniziatolo, non riuscivo a staccarmene. Dijlas è stato un grande scrittore, non solo di società e di politica, non solo di rivoluzione e di guerra, ma anche capace di mostrare l’amore indistruttibile per la sua Patria controversa e variegata. Non indulge mai nel compiacimento quando narra storie trucide, come quando si trovò a giustiziare con le sue mani un giovane militare germanico, conservando sempre una sorta di pietas per l’uomo, nell’ineluttabilità del conflitto e della violenza. Vi sono passaggi perfino lirici, quando racconta delle notti passate all’addiaccio, quando vaga incerto e impaurito per i burroni e percorre strade solitamente inaccessibili per salvarsi la vita.

Il montenegrino è capace di sentimenti profondi e di analisi critica eccellente, come quando narra dei suoi incontri con Stalin, che ammira e nel medesimo tempo teme e disapprova. Esempi di psicologia relazionale sono i suoi racconti dei rapporti che ebbe con Rankovic e Kardelj, gli altri due grandi capi sotto Tito, che quando cadde in disgrazia a metà degli anni ’50 non ebbero cuore di sostenerlo. La frase che ho posto come titolo di questo articolo, ripeto, è sua, e dice benissimo come fosse fatto quest’uomo: la manipolazione dell’entusiasmo è in effetti il germe della mancanza di libertà.

Ebbene sì, Dijlas è stato un comunista e un socialista che non ha permesso che l’entusiasmo della lotta facesse venire meno, alla fine, la sua capacità di giudizio, libero. Un esempio.

Benigni, un buffone da trecentomila euro per mezz’ora di spettacolo

D’accordo che, come mi spiega il mio amico Gianluca, che è economista, tra l’altro, è il mercato che fa i prezzi e i compensi. Lo so: penso a Cristiano Ronaldo, a Leo Messi, a Tiger Woods, a Le Bron James, a Rafa Nadal, a Lewis Hamilton e poi agli attori hollywoodiani che oggi vanno per la maggiore, un Tom Hanks, un Di Caprio o una Meryl Streep ad esempio, che hanno cachet o ingaggi milionari per ogni attività che fanno. Benigni si inserisce nel mercato radiotelevisivo e mediatico attuale, ed è reputato valere un tanto, la cifra di cui sopra. Se poi confronto il suo compenso, richiamando questa volta, non tanto le leggi del mercato, quanto principi di etica generale, al compenso dei musicisti dell’orchestra di Sanremo, lo iato – sempre eticamente, non secondo il market – appare macroscopico. Costoro pare prendano cinquanta o cento euro al giorno, una paga da tirocinante o poco più.

Il tema però non è questo, ma la performance del comico al Festival di Sanremo. Questa volta, dopo avere letto la Divina commedia dantesca in tv e in piazza Santa Croce a Firenze, dopo aver letto la Costituzione della Repubblica Italiana davanti all’attuale Presidente della Repubblica (che peraltro è professore di Diritto costituzionale), legge e commenta il biblico Cantico dei Cantici.

Non voglio commentare la lettura, ché chiederei un parere a mia cugina Lucilla, valorosa attrice di prosa, non guitta improvvisata, se fosse ancora a questo mondo, ma esprimo un parere sul commento che il Benigni ha proposto sul meraviglioso epitalamio. Di analisi scientifica del testo e di commenti teologici, invece, mi intendo, perché ho dedicato al Cantico anni di ricerca biblica e filologico-teologica, producendo un volume in tema di 600 pagine, un volume apprezzato da colleghi, professori e studenti, e anche da chi ha avuto il coraggio di affrontarlo, perché non è un libro da comodino o da viaggio.

Premetto che, come ormai accade sempre più spesso, le persone tendono a fare il mestiere di altri, quelli che Tommaso d’Aquino ammoniva così: “Sutor, ne ultra crepidas“, cioè, ciabattino non andare oltre le tue scarpe. Oggi, in tv vediamo spesso fisici e matematici che discettano di filosofia teoretica e morale, di teologia biblica e sistematica, come il prode prof Odifreddi et similia. Cosa da evitare rigorosamente. Se io ascolto un medico, un economista o un ingegnere parlare delle loro conoscenze scientifiche, li ascolto con rispetto, traendone vantaggio per legare alle loro le mie conoscenze, che nei loro campi sono molto scarse.

Invece Benigni, come altri, strapazza un testo antico, difficile e splendido per scopi che comprendo fino a un certo punto. Qualcuno sostiene che è in corso un great complotto da parte di una parte cospicua dei potentati finanziari internazionali, al fine di condizionare le opinioni pubbliche manipolandole e portandole verso una forma mentis essenzialmente efficientista e priva di dubbi verso ogni cosa della vita, la spiritualità, il mistero.

Oggi appare una sorta di grande Partito del bene, come scrive qualcuno, e lo mutuo, che propala una specie di nuova religione del politicamente corretto, dell’igienico, magari del vegano, dell’animalista, per cui l’uomo è un essere che deve adeguarsi a queste nuove mode (cioè etica) , che tendono ad abolire la fatica, il sacrificio (che è un “rendere-sacro), nel nome di diete, convenienze e modi di dire e di fare stereotipati in un apparente “sinistrismo” ideologico che fa il paio con il “destrismo” sovranista, razzista, antisemita, individualista. Oggi i diritti sociali sono diventati individuali, per cui va bene tutto ciò che la tecnoscienza oggi permette, dall’utero in affitto, o maternità surrogata (nonne che diventano madri biologiche, e i sentimenti e le emozioni che fine fanno in questo caso, della nonna-mamma e della mamma sterile?), alla manipolazione genetica, alle adozioni permesse a coppie omosessuali (“come mai ti vengono a prendere sempre due signore?” chiede l’amichetto all’amichetto delle elementari), a ogni forma di “amore” e, in definitiva di neo-gnosi superba e arrogante. E qui non sto adombrando, ad esempio, e mi sembra ovvio, l’omosessualità come malattia, ma sto denunziando la valorizzazione del narcisismo declinato in ogni modo. E questo modo di essere-vivere ha una sua estetica, come manifestazione dell’essere, che però non è veramente tale, perché indulge in vieti estetismi, figli della banalizzazione e della divulgazione generica, come quella che qui sto criticando.

E il cristianesimo pare essere l’obiettivo primario di questo subdolo attacco, proprio perché ancora portatore di un pensiero “forte”: quando la stampa carica i toni sulla supposta diatriba fra papa Francesco e il card. Ratzinger promuove questa operazione, come è evidente nella polemica sul celibato dei sacerdoti. Mi spiego: Francesco non ha mai sostenuto tesi diverse da quelle tradizionali che risalgono al Concilio di Trento e a papa Paolo VI, ma vuole mettersi in ascolto del mondo per decidere in base a questo dialogo per il futuro (cf. Gaudium et Spes, costituzione fondamentale del Concilio Vaticano II, papa Paolo VI regnante). Così come sulla pedofilia Francesco ha addirittura caricato i toni della vigilanza e delle sanzioni rispetto al suo predecessore. Tornando al celibato, forse pochi sanno che fu papa Benedetto XVI ad accogliere nella Chiesa cattolica oltre cinquecento presbiteri anglicani sposati. Un professore e un pastore, stili diversi, ma papi entrambi, mentre vi è chi ha interesse a dividere (il diàbolos, dal greco “separatore”), o forse il giovanneo “anticristo” o “bestia che viene dal mare” (cf. Apocalisse 13).

Il Cantico dei cantici, ho scritto sopra, è un epitalamio, un cantico di nozze, eroticamente sano, letterariamente elevato, forse tradotto con qualche titubanza in ragione della delicatezza e chiarezza narrativa del rapporto fisico d’amore.

Il Cantico è nel medesimo tempo epitalamio umanissimo e poetico e metafora distesa, allegoria anagogica della relazione tra l’anima spirituale e il Lògos, e tra la Chiesa e Dio stesso.

La sua simbologia unisce il cielo e la terra con la potenza di un mito primigenio, che richiama la necessità di unione tra le “cose inferiori” e le “cose superiori”. La tensione verso l’unione perduta dell’inizio informa il procedere dei temi e dei discorsi che i vari personaggi si scambiano in un’aura ansiosa di ritrovare ciò che si configura come la vera realtà [realiora super realia] dell’amore [eros e agape], anche per l’anima umana. Le delicate strutture dell’epitalamio si piegano ad una esegesi accurata e profonda sviluppata da Origene l’alessandrino tra i temi bucolici e amorosi del racconto.

Nel nostro itinerario alla ricerca di una continuità della presenza dell’eros nell’ermeneutica del senso, incontriamo qui uno dei testi più liricamente immaginifici e densi di significato della Sacra scrittura, il Cantico dei cantici, poema d’amore mirabile, un’espressione letteraria nel contempo di una franchezza sconcertante e di una delicatezza soave, dove i protagonisti sono un “uomo” e una “donna” in dialogo, e agisce anche un coro di testimoni. In ben 117 versetti del testo non è mai nominato il Nome di Dio, mentre si racconta – sia pure in stichi irregolari e frammentati – l’amore tra due innamorati, con tenerezza e con toni e temi molto arditi, ricchi di sfumature sensuali o decisamente erotiche, in un contesto e con un linguaggio umanissimi, in un ambiente quasi rutilante di colori e situazioni, pieno di vitalità naturale.

La tradizione afferma che, in quanto autore di altri cantici, il più “indiziato” potrebbe essere il re Salomone, poiché da “sapiente” gli furono attribuiti i Proverbi, l’Ecclesiaste (o Qoèlet) e la Sapienza. Salomone è il padre riconosciuto della sapienza biblica, la cui saggezza è rimasta nella memoria popolare, re capace di comprendere, capire e cantare tutto ciò che è umano come l’amore, o diverso come la regina di Saba, citata da Origene stesso con dovizia di particolari nel suo grande Commentario sul Cantico, che ho avuto modo di studiare a fondo in latino (come proposto da Rufino di Aquileia, e in greco nella raccolta epitomica di Procopio di Gaza). Altre ricerche propongono la data della redazione del Cantico in epoca postesilica [IV-III secolo a. C.].

In ragione del titolo, il Cantico fu messo tra i libri sapienziali, nella Bibbia greca dopo l’Ecclesiaste, e nella Vulgata tra l’Ecclesiaste e la Sapienza, due libri “salomonici”. Nella Bibbia ebraica il Cantico è posto tra gli “scritti” [Ketuvim], cioè nella terza parte, la più recente, del canone. Dopo l’VIII secolo d. C., quando il Cantico fu usato nella liturgia pasquale ebraica, divenne uno dei cinque rotoli o megillot, che venivano letti nelle grandi feste.[1]

Il Cantico dei cantici, pur avendo provocato fin dall’inizio notevoli difficoltà interpretative per il suo linguaggio poetico profano e la narrazione erotica, è stato recepito nei canoni ebraico e cristiano, riconosciuto come testo evocante in modo inequivocabile il mysterium antropologico e teologico dell’amore, e dell’amore di Dio per la sua creatura e per il suo popolo: su tutto questo gli esegeti hanno dovuto sempre affaticarsi tra i due estremi interpretativi, quello letterale e quello allegorico.[2]

L’amore, chiamato nella Bibbia solitamente con il termine greco agàpe, è lo stesso amore che in questo testo è proposto e commentato come eros, termine del tutto compatibile con il precedente, come vedremo (così scrivo nel citato volume da cui traggo queste argomentazioni) in alcuni testi origeniani, attenti alla preoccupazione di non confondersi con le degenerazioni di culti idolatrici pagani.[3] L’amore è uno e solo uno, si evince dal Cantico, anche se si manifesta in modi diversi e tra soggetti diversi. L’amore è nell’espressione del Cantico la gioia della vita, e anche quando è pura emozione, o ebbra partecipazione al desiderio dell’altro, tale da non sottostare alla ragione, ek-stasis di beatitudine, conserva la sua essenza di tensione positiva verso l’altro, sia come specchiamento di felicità raggiunta con le carezze e con la condivisione l’uno dell’altro, sia come autentica realizzazione di sé nell’incontro con l’altro, che è anche, teologicamente, l’assolutamente Altro.[4] La dimensione e l’estetica agapica si configurano come coessenziali a quelle erotiche, quasi a sintetizzare ciò che parrebbe semanticamente così distante: la brama e il desiderio da una parte, e dall’altra il dono di sé e la scoperta dell’altro, ma anche dell’Alterità, che è Dio stesso. Il senso dell’erotico si configura totalmente nella condivisione agapica della relazione a due.

Il verbo ebraico ‘ahev [amare] è il termine fondamentale del Cantico [Shir Ha-Shirim], ricorrendovi quasi una ventina di volte, talvolta anche sostantivato in ‘ahavah, termine unico per esprimere ciò che in greco trova plurima traduzione in eros, philìa e agàpe, cioè nell’amore erotico, di affezione-inclinazione, di benevolenza o donativo, e che Origene sintetizzerà in un’unità di significato derivante dall’amore divino.


Il Libro dello Splendore, o Zohar, ritiene che il Cantico contenga l’intera rivelazione di Dio e perciò sia da considerare un compendio della stessa Torah, degli Scritti e dei Profeti, (cfr. Libro dello splendore. Terum 144a, Jewish Encyclopedia, 2001). Recenti ipotesi propongono una possibile origine del Cantico da inni e poemi dedicati al culto di Ishtar [Astarte] e Tammuz nei riti mesopotamici di ierogamia, noti anche alle popolazioni Cananee presenti prima della sedentarizzazione degli Israeliti, ma tale ipotesi sembra piuttosto improbabile, mentre invece si potrebbe desumere una certa comunanza di espressioni con il Cantico nel linguaggio d’amore presenti anche in canti nuziali degli arabi di Siria e Palestina, così come in brevi frammenti epitalamici dell’antico Egitto. Potrebbe dunque trattarsi di un’antologia di canti nuziali? Probabilmente sì, poiché, infatti, è molto meno plausibile che si tratti di una mutuazione meramente cultuale esterna al mondo israelitico giunta fino al culto di JHWH, proveniente dal politeismo vicino-orientale. Peraltro, il Cantico non segue una struttura prestabilita, ma si sviluppa in una narratologia che potremmo dire rapsodica, nella quale i cinque poemetti che lo compongono possono pacificamente essere considerati come repertori, tra i quali si poteva scegliere a seconda della circostanza o dell’uditorio, e quindi adatti ad un uso popolare-rituale.

Potrebbe dunque anche trattarsi di un testo collegabile alla tradizione profetica, come ipotizza qualche studioso, in particolare con un riferimento ad Osea [2, 19-21] e ad alcuni oracoli del Deutero-Isaia [Is 43.46.51]. In ogni caso, anche un’interpretazione meramente letteralista, senz’altro incapace di cogliere tutte le ricchezze semantiche presenti nelle numerose polisemie, che sono molto più evidenti nella prospettiva allegorista, non negherebbe la possibilità di intravedere nel testo del Cantico una sapienzialità profonda e umanissima. Il Cantico, anche laddove non cantasse [nella comprensione di chi lo utilizza] Dio ed Israele, o Dio e la Chiesa universale [Ef 5, 22-33], canterebbe comunque l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio Creatore.

Il titolo dell’opera è un superlativo e va inteso come Il più sublime tra i cantici.[1] Cantico dei cantici significa anche “Cantico per eccellenza”. Si può dire che per certi aspetti non vi è libro biblico che abbia prodotto sull’animo umano e cristiano un effetto analogo.[2] Milleduecentocinquanta parole compongono il Cantico, ma immenso è lo scenario che ha disegnato per secoli e per un numero incommensurabile di lettori. Degne di particolare osservazione sono le lettere e le parole iniziali, seguendo una certa modalità interpretativa tipica della tradizione medio-giudaica e successiva. Il titolo “Cantico dei cantici” in ebraico suona Shir ha-Shirim. La prima lettera del Cantico è Shin scritta più grande delle altre. Contrariamente alla linguistica latina, neo-latina, germanica e slava, in ebraico in tal modo non si vuole indicare una maiuscola, perché la maiuscola non è prevista, bensì l’importanza significante della lettera stessa. Nei ventiquattro libri canonici dell’Antico Testamento solo in quattro luoghi la prima lettera è scritta con caratteri più grandi delle altre: e la prima volta è nella prima Parola genesiaca, quel Bereshit che dà da pensare da millenni, dove la Beit è scritta maiuscola.[3]

            La prima lettera della Torah è una Beit,

[e non una Alef]

cioè la seconda dell’alfabeto, mentre la prima lettera del Cantico è una Shin, cioè la penultima dell’alfabeto. Ci si può chiedere se vi possa essere una connessione plausibile in questa simmetricità, una sorta di legame, una specie di analogia fra l’Inizio del mondo e l’Amore nella coppia umana, in quanto ambedue gli atti sono grandiosamente conformi a un unico progetto?[4] La domanda è affascinante per un lettore occidentale dei nostri tempi, che non riesce a trovare facilmente un risposta plausibile, ma deve affidarsi alle infinite sponde dell’esegesi antica e alla sua tipica ricerca del senso.

La prima Parola, Shir [Canto], potremmo dire con le parole della psicologia contemporanea, è una specie di sinestesia,[5] poiché afferma e sottolinea la superiorità tra le espressioni umane di ciò che è insieme letteratura, poesia e musica, vale a dire la Parola cantata, il canto che coinvolge ineffabilmente tutta l’interiorità e sensibilità dell’uomo. La stessa radice Shir [composta dalle consonanti Shin e Resh] rappresenta anche il femminile,

[cfr. la parola italiana sir-ena]

e che femminile! La sirena, l’ammaliatrice da cui lo stesso Ulisse dovette fuggire aiutandosi, però, in modo artificiale. Il Cantico, invece, invita l’uomo a non temere la donna, ma a considerarla su un piano di pari valore antropo-ontologico.[6] La donna del Cantico, oggetto di questo amore, non è una sirena ammaliatrice, ma una creatura consapevole di possedere l’energia costruttiva e di gestazione dell’intera creazione, in modo particolare e privilegiato, moderando e orientando lo stesso principio maschile, che altrimenti si perderebbe -da solo- nel conflitto ancestrale della caccia e della guerra, per la difesa di una proprietà intesa come diritto assoluto.[7]

Ebbene, che cosa di tutto questo traspare nella rozza esegesi (diciamo così) di Benigni? Nulla. Solo l’ansia di esaltare l’eroticità quasi a livello di una generica pornografia, dove ogni tipo di amore è sdoganato come uguale, anzi, come “cantato” dalla poetessa (dice il comico) e da lui ri-cantato.

E questo, per il momento basti, mio gentile lettore! Ho voluto offrirti qualcosa di diverso e di più rispetto alla volgare esibizione televisiva citata. E un invito a leggere il Cantico nel silenzio del tuo mondo e del tuo spirito.


[1] Ha affermato Robert Musil: “Non c’è nulla di più bello del Cantico dei cantici”, e Karl Barth: “Magna Charta dell’umanità, manuale della Rivelazione sull’amore, sull’affetto e sulla sessualità”. Cfr. Canti d’amore del Cairo, Pap. Di Torino 1966; Pap. Chester Beatty 1 e altri, databili tra il 1300 e il 1150 a. C.; M.V. FOX, The Song of Songs and the Ancient Egyptian Love Songs, Madison, Wisconsin – London 1985.

[1] Cfr. Cant 8, 6f.

[2] L’espressione che troviamo al cap. 8, 3 “La sua sinistra è sotto il mio capo/ e la sua destra mi abbraccia” sono state spesso considerate come la sintesi poetica, simbolica e spirituale dell’intera silloge di poemetti, dedicati all’amore, alla coppia umana che appare sulla scena del mondo dall’inizio. E, cfr. anche Cant 8, 6f: si può dire che il Cantico contiene una religiosità quasi “laicale”, nel senso di appartenente profondamente al “popolo” [al λάος], ma rappresentando anche l’incarnazione della Parola di Dio in ciò che è umano, con il Suo nome che echeggia solamente nell’espressione “fiamma divina” [fiamma di Dio o fiamma di vita] che troviamo in Cant 8, 6-7.

[3] Oltre che nel Cantico dei cantici e in Genesi, gli altri due libri che hanno una lettera grande all’inizio sono il libro dei Proverbi di Salomone, che inizia con una Mem, e il primo libro delle Cronache, che inizia con una Alef. È interessante notare che tre delle quattro lettere scritte grandi sono le stesse tre che il Sefer Yetzirà chiama “lettere madri”: la Alef, la Mem e la Shin. Concentriamoci ancora sulla lettera Shin, esaminandola anche da un punto di vista grafico: laש dove si osserva che il segno è essenzialmente costituito da tre linee unite in basso da un punto centrale. I rabbini delle tradizioni talmudiche ritengono che sia una rappresentazione dell’Albero della Vita, e che rappresenti i tre patriarchi ancestrali, Abramo, Isacco e Giacobbe, confluenti in un punto di unione, quale simbolo del popolo d’Israele.

[4] A questo proposito si devono ricordare le due opere che formano la Kabalà, chiamate dai maestri talmudici Màassè Bereshit

[l’Opera della Creazione]

e Màassè Merkavà [l’Opera del carro].

[5] La sinestesia è una situazione di evidenza sensoriale multipla, nella quale i sensi esterni operano creando eccezionalmente una vera e propria integrazione sensoriale nella persona. Nella Torah si integrano i quattro gradini della struttura morfologica scritturistica: le consonanti, le coroncine soprastanti, le vocali e infine le note sulle quali il canto si eleva. Dei dieci Canti che compongono la creazione, secondo la tradizione ebraica, Shir ha-Shirim è il nono, come introduzione del decimo e ultimo, che verrà cantato quando apparirà il Messia. La stessa Parola latina “cantum” può suggerire alcuni approfondimenti. Le consonanti “c-n” potrebbero risalire alla radice ebraica medesima, tra l’altro indicante il termine “canna”, cioè “gola” o “trachea”, ovvero il “canale” che serve per cantare. Vi è da dire che la Parola “chen” [Chet-nun] in ebraico significa “grazia”, o armonia, simmetria. Il Cantico non trascura gli aspetti a-simmetrici o negativi, se si tiene presente che la radice di “cantum”, cioè c-n, può anche riferirsi a “chinà” [kaf-iod-nun-he], cioè “lamento”, ma il Cantico è tale in quanto cantico, e non il suo significante contrario, ad esempio Chinà Chinaoth o Il Lamento dei Lamenti.

[6] Come si può evincere anche dalla profezia: Os 2, 18 – 19.21: “[…] poiché una cosa Dio ha creato in terra: la donna circonderà l’uomo (neqevà tesovev gaver) […] Ti farò mia sposa per sempre,/ ti farò mia sposa/ nella giustizia e nel diritto,/ nella benevolenza e nell’amore,/ ti fidanzerò con me nella Fedeltà/ e tu conoscerai il Signore/”.

[7] Il Cantico fu inserito nel Canone cristiano fin da tempi molto remoti, addirittura entro i primi due secoli. Il primo commentario dell’epitalamio di cui si riscontra traccia nella chiesa antica è quello di Ippolito, che ottenne larga fortuna presso le chiese d’Oriente e presso alcuni teologi e padri africani, come Tertulliano e Cipriano. Ma è soprattutto dal lavoro origeniano che trarranno ispirazione per secoli gli esegeti e i Padri, fino al monachesimo medievale e agli autori spirituali del ‘500. Gli aspetti esegetici ed ermeneutici di quei tempi antichi sono contenuti nell’amplissimo ambito concernente, sia le scuole letteraliste [delle quali fu Teodoro di Mopsuestia il maggiore maestro], sia le scuole allegoriste, delle quali il maggior campione è il grande Alessandrino.

[2] Sulle principali interpretazioni del Cantico, cfr. Dreifuss G., Maschio e femmina li creò – l’amore e i suoi simboli nelle scritture ebraiche, Giuntina, Firenze 1996, 81-111. 

[3] Come la prostituzione sacra.

[4] Ecco che anche la dimensione agapica si configura come coessenziale a quella erotica, quasi a sintetizzare ciò che parrebbe così distante: la brama e il desiderio da una parte, e dall’altra il dono di sé e la scoperta dell’alterità.

Il tenente colonnello Petrov e altri silenti eroi

Il tenente colonnello Stanislav Petrov potrebbe essere stato il salvatore delle nostre vite qualche decennio fa, diciamo mezzo secolo. L’amico professor Massimiano Bucchi ne parla in un libro interessantissimo pubblicato recentemente da Rizzoli, Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili. Uno di questi “errori” sarebbe stato fatale, se commesso.

Anno 1983 nella base missilistica di Serpukhov-15 a centotrenta chilometri da Mosca suona un allarme: l’allarme predisposto per allertare l’esercito e l’intera Nazione sovietica nel caso di un attacco missilistico nucleare da parte degli USA (si era in piena guerra fredda ed echeggiava nell’aria ancora la crisi dei missili di Cuba). Capo del Partito e dell’intera Unione Sovietica era Jurij Andropov. Un comunista pragmatico, a modo suo, un uomo del popolo. Presidente degli Stati Uniti era Reagan. Personaggio controverso, del partito repubblicano.

Il tenente colonnello Petrov, analista di sistemi d’arma, avrebbe dovuto dare l’allerta, ma ebbe dubbi perché i missili annunciato dal sistema non erano un fascio di decine e decine, ma solo… cinque. L’attacco avrebbe potuto essere “vendicato” rapidamente, perché i Russi avevano un numero di testate nucleari pari agli Americani e vettori in grado di farle partire dalla Siberia per giungere in Nordamerica in meno di mezz’ora, e in Europa occidentale in dieci minuti. E Stanislav Evgrafovič  non allertò nessuno, ma aspettò, nonostante sudasse freddo e gli astanti lo guardassero terrorizzati. Passarono venticinque lunghissimi minuti, dopo i quali non accadde nulla. Il sistema aveva sbagliato. Petrov quel giorno sostituiva un collega in permesso, ma lui non faceva parte della struttura di controllo della base e dunque non era completamente preso dal sistema e dagli automatismi di controllo. Aveva pensato con la sua testa e aveva capito meglio di qualsiasi macchina. In seguito, non fu neppure promosso colonnello, perché la cosa rimase segreta per non dare la sensazione di una debolezza dei sistemi di difesa sovietici. E’ morto settantottenne nel 2017 a Vladivostok, abitando in uno di quei casermoni staliniani costruiti per il “popolo”. Chissà quanti episodi di quei decenni ci hanno nascosto: esperimenti nucleari, biologici… basti dare uno sguardo ciò che resta dell’lago Aral, cinquant’anni fa uno dei primi cinque laghi del mondo per estensione.

A proposito dell’intelligenza artificiale che, secondo alcuni, potrà sostituire l’uomo in quasi tutte le funzioni. No.

La professoressa Capobianchi ha due collaboratrici, non so se specializzande o dottorande, che lavorano con lei all’Ospedale Spallanzani di Roma. Insieme hanno isolato il “coronavirus”. Se lei percepisce una retribuzione da dirigente sanitario / docente, perché è nei ruoli, le due giovani dottoresse percepiscono mille-cinquecento euro mensili, da diversi anni, e sono precarie. Vergogna. Non mi aggiungo alla pletora dei confronti con politici inetti che percepiscono dieci volte tanto o dirigenti poco-facenti ben pagati, ma…

Che dire del loro trattamento, se proporzionato al valore del loro lavoro? Nel settore privato, in generale questo non accade, perché la qualità del lavoro, la responsabilità e la pro-attività generalmente vengono premiate con il riconoscimento di livelli di inquadramento superiori e premi di varia natura. Quanto sarebbe pagata nel privato una delle due dottoresse trentenni? Almeno con la qualifica di quadro e un migliaio di euro netti al mese in più.

Quanti altri uomini e donne, che erano, sono e rimarranno sconosciuti, hanno lavorato, lavorano e lavoreranno nel silenzio dell’anonimato per tutti noi, migliorando le nostre vite o, in alcuni casi, come quello del colonnello Petrov, salvandocele?

Come possiamo sperare che chi vale non si guardi in giro, al di fuori dell’Italia?

Il gene della “malvagità” MAO-A, la libertà e la colpa: innocenza morale o peccato/ reato?

Se dovessimo ammettere che, se un essere umano fosse dotato del “gene della malvagità”, ovvero se mancasse di alcune parti fondamentali della corteccia prefrontale, quella preposta alla riflessione razionale, che in tale situazione verrebbe impedita, ovvero queste parti fossero condizionate dal suddetto gene, per cui mancasse pure  di un funzionamento corretto dei neurotrasmettitori responsabili dell’umore, come la dopamina, la noradrenalina e la serotonina, tra decine di altri, come conseguenza immediata e incontrovertibile, dovremmo ammettere l’inutilità e l’inapplicabilità di qualsivoglia codice morale e penale, religioso e civile.

Da Hammurabi in poi, per quanto riguarda la cultura del plesso Mediterraneo, e quindi egizia, semitica e greco-latina, compresi i successori.

Come in ogni caso, sono i fatti concreti che ci possono ispirare ulteriori riflessioni, oltre alle dottrine giuridiche ed etiche, che sempre consideriamo Riporto un caso trovato sul web, che pone questo tema.

 

E’ il 16 ottobre del 2006 e Davis Bradley Waldroup, nella sua roulotte sulle montagne del Tennessee, si sta ubriacando. Sta aspettando sua moglie Penny dalla quale si sta separando. I rapporti tra i due sono molto tesi e i loro quattro figli ovviamente ne risentono. Quando la moglie ed i 4 ragazzi arrivano alla roulotte sono accompagnati da un’amica di Penny, Leslie Bradshaw. Davis affronta la moglie imbracciando un fucile calibro 22. Il litigio degenera e Waldroup esplode otto colpi di fucile contro l’amica della moglie, uccidendola.

Penny si da alla fuga in direzione delle montagne ma l’uomo le spara un colpo di fucile alle spalle, poi la raggiunge e la ferisce ulteriormente con un coltello. Quindi la colpisce con un badile, poi con un machete le procura dozzine di ferite, mozzandole anche un dito. Trascina la donna ormai in stato di semi incoscienza nella roulotte e qui le sfila le mutandine con l’intenzione di avere un rapporto sessuale con la moglie. Infuriato perché la donna non reagisce, urla ai figli di venire a dire addio alla madre.

Penny però, nonostante abbia numerose ferite, e sia interamente ricoperta di sangue approfitta di un attimo di distrazione del marito e fugge. La polizia arriverà  qualche minuto dopo, trovandosi sulla scena di una carneficina: sangue sulle pareti, sul furgone, sui tappeti, persino sulla Bibbia che Waldroup stava leggendo mentre beveva quella sera. Oltre alle cruente prove materiali, presenti in enorme quantità, c’è anche l’aperta confessione di Davis di aver avuto fin dall’inizio intenzione di uccidere. Il suo destino sembra segnato: per un omicidio volontario di primo grado così efferato e per un secondo tentato omicidio lo stato del Tennessee prevede la pena di morte.

Il 25 marzo del 2009, dopo 11 ore di camera di consiglio, il gran giurì di Polk County emise il verdetto: sequestro aggravato e omicidio volontario ai danni di Leslie Bradshaw e sequestro aggravato e tentato omicidio di secondo grado della moglie, Penny. Trentadue anni di carcere. Waldroup aveva scampato la pena capitale grazie alla strategia difensiva dei suoi legali che si basava sulla genetica.

La strategia della difesa si fondava sulla monoamino-ossidasi A, o MAO-A. Il gene MAO-A codifica un enzima la cui funzione è distruggere i neurotrasmettitori. Questi ultimi sono le molecole messaggero che si muovono nelle sinapsi quando pensiamo o compiamo un’azione e la regolazione della loro attività è una componente essenziale di una vita normale. Ci sono circa un centinaio di neurotrasmettitori ma tra i più importanti e conosciuti ci sono la dopamina, la serotonina e la noradrenalina. Queste molecole sono responsabili del nostro umore e delle dipendenze da alcol, gioco o sesso. La MAO-A non fa che tagliare via una parte delle molecole una volta che queste hanno trasmesso il loro messaggio da una cellula all’altra e in questo modo le rende inutilizzabili.

Il gene MAO-A è indispensabile per una vita normale e nell’ambito comportamentale è stato associato a patologie come l’autismo, l’Alzheimer, il disturbo bipolare, ed il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività e la depressione grave. Negli ultimi anni dello scorso secolo alcuni studi avvalorarono l’ipotesi che particolari varianti del MAO-A ricorrevano più spesso in persone con comportamenti aggressivi, impulsivi o criminali.

Verso il 2004 il MAO-A fu ribattezzato «il gene del guerriero». Nel 2009 un algerino che viveva in Italia, Abdelmalek Bayout, ebbe uno sconto di pena di un anno per l’omicidio di un colombiano dopo una perizia della difesa che lo indicava come portatore del gene MAO-A difettoso. Questo incrocio tra diritto e genetica è però pericoloso in quanto etichettare uno specifico gene come il “gene della malvagità” di fronte a studi non ancora definitivi e incompleti rischia di alimentare un “giustificazionismo genetico” di fronte a crimini orribili ed efferati.

 

Non possiamo accettare quanto riportato per come è riportato – come rischio – nell’ultima riga del brano, mi pare, anzi ne sono convinto.

Torna da capo l’ennesimo diuturno, faticoso, difficilissimo tema del libero arbitrio, cioè della polarità fra necessità e libertà, fra Lutero, Spinoza e Benjamin Libet da un lato, Aristotele, Agostino, Tommaso, Erasmo e Kant dall’altro, per tacere di altri meno noti.

Non possiamo non ritenere che noi agiamo decidendo in qualche modo e misura liberamente di fare il bene o il male, o azioni ambigue, intermedie. Il latino possiede due verbi per dire ed esprimere l’azione del “fare”: agere e facere, con due accezioni diverse, poiché il primo esprime genericamente un’attività purchessia, il secondo, invece, un’attività virtuosa, vale a dire “volta al bene” proprio e altrui. In latino, pertanto, se si vuole citare un agire virtuoso, non si dice bona facienda, bensì bona agenda (sunt), vale a dire “le cose buone sono da fare“, come raccomandazione e auspicio (e, implicitamente, evitando quelle male), proprio per questa ragione semantica.

Il mio carattere personale è segnato da una notevole capacità di controllo, tant’è che i più (i quali mi conoscono di meno) ritengono che io sia una persona quasi imperturbabile, avendo nella mia vita professionale dimostrato molte volte e in situazioni non poco ardue, una pazienza e una capacità di ascolto tali da far concludere positivamente dialoghi e trattative estremamente difficili. Non è del tutto così, poiché io sono anche collerico, iracondo, e non poco. Sbotto a volte, ma non mai in pubblico, con una violenza verbale inusitata e talora sono stato tentato (sono tentato), a fronte di situazioni di contrasto duro, di passare a vie di fatto. Forse che ho il gene di cui sopra? Forse che sarei capace di arrivare ad estreme conseguenze? Sinceramente non lo so. Una cosa so, senza dubbio: che sarei capace di usare ogni mezzo per difendere, ad esempio, mia figlia. Anche un’arma mortale.

La legittima difesa è ammessa dai codici civili/ penali di ogni nazione provvista di leggi da “stato di diritto”, ed è ammessa pure dalla grande tradizione morale, filosofica e teologica. Tommaso d’Aquino ha parole chiarissime sulla eventualità che uno, nel difendersi o per difendere un suo caro, tolga la vita all’aggressore, sottolineando che il male dato è un male minore rispetto al male evitato.

Ma ciò che sembra generare il gene MAO-A è altro. Lo spazio che sussiste fra la violenza immotivata e la violenza da legittima difesa è da studiare con cura, interfacciando le discipline neuroscientifiche con quelle etiche e antropologiche, al fine di trovare un’area nella quale si possa decidere se il male fatto dipende da un condizionamento biologico irresistibile, e perciò non punibile, o da malvagità individuale che ha rilevanza morale e penale.

Rifletto su queste cose, mentre alto (non qualitativamente) è il dibattito italiano sulla cosiddetta “prescrizione” dei processi penali, nel quale vi sono addetti ai lavori come l’ex procuratore Pier Camillo Davigo che ritengono le persone “assolte” da accuse, in qualche modo, solo dei “colpevoli che l’hanno fatta franca”, in ciò sostenuto dal giornalista Travaglio. Per questi due, che per fortuna appartengono a una minoranza (credo e spero) in questa nostra Italia, evidentemente, o il gene della malvagità è presente in tutti i DNA, ma allora nessuno sarebbe colpevole, oppure tutti sono liberamente malvagi e pertanto tutti (tra i quali pure io e te, gentil lettore) vanno messi in galera, intanto. Grazie a Dio e a un’umanità che non demorde dal suo destino, così non è.

Infortuni ragionevolmente imprevedibili: esistono ancora?… Libertà individuale, regole e “involontario in causa”

Paolo, dirigente di Unindustria di Pordenone, è un ingegnere e un uomo creativo, umanista nel senso più ampio del termine. Un amico che stimo sotto tutti i profili, per la sua simpatia e competenza professionale. Quest’anno mi ha invitato a tenere una relazione a un convegno dal titolo molto sibillino, oltre che classicamente retorico “Infortuni ragionevolmente prevedibili: esistono ancora?”.

Gli interventi degli altri relatori sono stati vari ed equilibrati, certamente integrati e integrabili: quello del sociologo professore all’Università di Trento,  Massimiano Bucchi, autore di diversi volumi tra cui il recente edito da Rizzoli Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili, del giudice Antonio Lazzàro, uomo di grande esperienza giuridica, della Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione di Luxottica ingegner Ambra Ambroset, e dello psicologo vicentino Antonio Zuliani, esperto di “psicologia sociale delle catastrofi”.

Duecentocinquanta tecnici e studiosi in una grande sala della Fiera di Pordenone. Conferenza valida anche per crediti di aggiornamento per gli ingegneri, i periti industriali, i geometri e i responsabili del servizio di prevenzione e protezione aziendali. Mancavano del tutto o quasi i capi azienda intesi come primi azionisti e titolari. Certamente non erano i primi invitati, ma anche se lo fossero stati, a mia esperienza, ne sarebbero venuti pochi, molto pochi. Quale la ragione? Ebbene, costoro, per ruolo e self consciousness sono troppo convinti che non gli serva stare insieme a molti altri, precipuamente di ruoli tecnici ed operativi, in quanto loro “comandano” ed essenzialmente sanno già tutto, o quasi tutto, proprio perché… comandano.

Infatti, salvo qualche virtuosa eccezione spesso a me nota, il loro retro-pensiero è questo “se io ho inventato questa azienda e altri no, anzi lavorano per me, vuol dire che io sono diverso e non ho bisogno di studiare come loro“, non capendo che studiare fa sempre bene, perché apre la mente e fa capire come, studiando, ci si accorge di avere sempre bisogno (socraticamente) di studiare ancora e ancora e ancora, perché la scienza e la sapienza non hanno confini, non hanno limiti.

Ho provato a proporre un contributo a modo di meta-intervento filosofico, e ho ritenuto di svolgerlo in questo modo…

infortuni ragionevolmente prevedibili

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