Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La “sacra” dei tromboni: El Pais, Le Figaro, The Economist, The Guardian, Die Welt, Le Monde, New York Times, Der Spiegel, Il Fatto Quotidiano, il Corriere della Sera,…

Al mattino, viaggiando verso i primi impegni di lavoro ottimizzo (che brutto verbo) il tempo ascoltando pezzi di due rassegne stampa su Radio Radicale, dove l’ottimo Massimo Bordin si fa apprezzare per la sua non comune cultura storico-politica, e talora su Radio Maria, egemonizzata da quel marpione di padre Livio. Di sabato su Radio Radicale i commenti sono di Marco Taradash, vecchio “lottatore continuo”, diversamente ironico da Bordin e altrettanto ascoltabile. Ci sono tanti “lottatori continui” in giro come ex “avanguardisti operai”, alcuni agganciati al mondo liberal-radicale, altri addirittura alla destra, più o meno di centro, come il giornalista Liguori, o l’attuale sindaco di Udine che è stato presidente e sindaco di tutto, e trent’anni fa mi intervistava quando ero segretario della Uil.

Io son rimasto fermo -nei decenni- attorno al mio socialismo democratico, e mi son visto superare a destra da una miriade di coetanei, più  meno, che un tempo mi davano del “destro”, quasi reazionario. Eh eh. A sinistra, poi, si è invidiosi, e io stesso ne sono stato vittima, quando avrei potuto entrare in consiglio regionale o diventare sindaco del mio paese natale, ma mi sabotò per due volte un potentato della sinistra, per il quale e del quale non sarei stato subalterno. Ci mancherebbe, subalterno, e di chi? Io, di niuno! Ho riso in tutti e due i casi, non avendo bisogno di nulla, poiché vivo del mio.

Devo dire che mi diverto ai diversi accenti delle narrazioni, talora esilaranti. Qualche volta mi incazzo pure ascoltando i commenti degli articoli stampa. Soprattutto i titoli sono oggetto di interesse mio e del commentatore, e la loro strutturale incoerenza con i testi sottostanti. Non so se il titolista è ontologicamente un disonesto intellettuale o se il giornalista non si mette d’accordo con il titolista e/o viceversa. Fatto sta che ciò che leggiamo, o ci viene letto da questi meritevoli commentatori: in pratica mi digerisco in quaranta minuti i principali argomenti di cinque o sei quotidiani ogni giorno, un buon viatico per iniziare la giornata.

Ciò che colpisce, almeno me, è una certa vis retorica dei pezzi, una retorica non classica, ma zoppicante, a volte bolsa, non sempre nutrita alla fonte di un lessico sufficientemente ricco e polisemantico, o di una verbologia adeguata per scelta di tempi e modi. Non è raro che a volte zoppichi anche la consecutio temporum. La parte più povera, comunque, mi sembra sia il lessico, talora misero, trito, stanco. Un esempio: se il cronista deve riferire di difficoltà in cui sta incorrendo un politico o un partito, non c’è verso che non usi la metafora della “bufera”: bufera su, e su, e su… Basterebbe cercare uno degli anta sinonimi che il vocabolario italiano offre. Si pensi che per il concetto di “stupido” abbiamo a disposizione almeno una trentina di lemmi, che diventano un centinaio se allarghiamo l’attenzione alle inflessioni dialettali o idiomatiche presenti in Italia.

Questo dal punto di vista linguistico-formale. Se volgiamo la nostra attenzione ai contenuti, ne troviamo di tutti i colori. Sintetizzerei così: in generale la stampa anglosassone e, sia pure in modo diverso, anche quella francese, sembra godere nel prendere per il sedere l’Italia; quella tedesca pare abbia una vecchia ruggine contro l’Italia, cercando sempre esempi per mostrare una certa quale inaffidabilità antropologica degli Italiani. Anche se i tedeschi hanno superato e metabolizzato il nazismo rifiutandolo, sembra quasi che, sotto sotto, quell”8 settembre del ’43 non sia mai passato del tutto. A questi giornalisti io ricorderei magari Cefalonia e il generale Gandin, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, se loro implicitamente hanno in testa il reuccio vigliacchetto e il generale fasullo, Pietro Badoglio.

Ora che il presidente Mattarella ha stoppato Salvini e Di Maio (quest’ultimo è oramai in naftalina con il suo bel vestitino blu), chissà che uscirà dall’intelligentissima penna dei malevolenti cronisti esteri. Prepariamoci all’ira.

Ai tedeschi, che ci hanno messo sei mesi a fare l’ultimo governo e hanno salvato le loro banche con i soldi amministrati da Mario Draghi, e agli spagnoli che torneranno presto a votare dopo aver votato per due volte consecutive circa venti mesi or sono, e ai polacchi, agli austriaci, agli ungheresi, mi verrebbe da ricordargli Cesare e Marco Aurelio, Traiano e Adriano, se non Michelangelo, Galileo e Leonardo, tra altri cento geni, se proprio ci tengono a prenderci per il sedere.

La legge 194 ha quarant’anni e la vita miliardi, e speriamo continuino, la legge e la vita

Leggo qua e là che nel 40° della “Legge 22 maggio 1978, n.194, si scatenano insulti sanguinosi del tipo “assassina” verso donne che hanno abortito.

Vorrei ricordare a questi fanatici e fanatiche che il trend degli aborti praticati in Italia dal ’78 è vistosamente calato, nonostante l’aumento della percentuale dei medici obiettori.

Vorrei ricordare a quei militanti “per la vita” che le mammane prima del ’78 facevano abortire con intrugli di prezzemolo bollito che causavano insufficienze renali gravissime, o agivano con sonde-ferri da calza, provocando emorragie e infezioni mortali a quelle povere donne.

Vorrei ricordare agli stessi urlanti accusatori che una legge imperfetta è sempre meglio di un’assenza normativa che dà la stura, come si sa, ad ogni nefandezza. ed ora due parole sulla 194.

Il titolo della legge è il seguente: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza“, legge che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto, che fino a prima era considerato una sorta di attentato alla stirpe (codice penale Alfredo Rocco del 1930, nel quale l’interruzione volontaria di gravidanza, IVG, in qualsiasi sua forma, era considerata un reato, art. 545 e ss., abrogati nel 1978). In particolare: a) causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545), b) causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546), c) procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547), d) istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

In caso di lesioni o morte della donna le pene erano ovviamente inasprite (art. 549 e 550), ma, nel caso “… alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 545, 546, 547, 548 549 e 550 è stato commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto, le pene ivi stabilite sono diminuite dalla metà ai due terzi.” (art. 551).

Nel 1975 tornava all’attenzione generale il tema della regolamentazione dell’aborto, soprattutto dopo l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia.

Sul web leggiamo che “Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste, della rivoluzione culturale e sessuale che stava coinvolgendo la società italiana, venne portata avanti la campagna abortista, che fu condotta dalla sinistra (PCI, PSI, PSDI), dai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e dal Partito Radicale.”

Ancora, cito dal web: “Il CISA era una associazione fondata da Adele Faccio che con molte altre donne si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei «viaggi della speranza» verso le cliniche inglesi e olandesi, dove grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti. Nel 1975 dopo un incontro prima con Marco Pannella e poi con Gianfranco Spadaccia il CISA si federava con il Partito radicale, e in poche settimane entrava in funzione l’ambulatorio di Firenze presso la sede del partito. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Cominciava in questo modo la raccolta firme. Il referendum era patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso, che lo promossero unitamente al Partito Radicale e al Movimento di liberazione della donna. Tra le forze aderenti figuravano Lotta continua, Avanguardia operaia e PdUP-Manifesto. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sul divorzio dell’anno precedente. Il bisogno di adeguare la normativa si è presentato al legislatore anche in seguito alla sentenza n.27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale. Con questa sentenza la Suprema Corte, pur ritenendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, consentiva il ricorso alla IVG per motivi molto gravi.”

Ragione per cui con la  “194” sono venuti a cadere i reati previsti dal titolo X del libro II del codice penale con l’abrogazione degli articoli dal 545 al 555, oltre alle norme di cui alle lettere b) ed f) dell’articolo 103 del T.U. delle leggi sanitarie. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

E’ interessante leggere qualche brano della normativa. Il prologo della legge (art. 1), recita: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

L’art. 2 tratta dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza: a) informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire; b) informarla sui diritti delle gestanti in materia; c) suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi; d) contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza.

Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4). L’art. 5 prevede che il padre del concepito non possa in alcun modo intromettersi nella IVG e non sia titolare di alcun diritto sul feto. La figura del padre è citata solamente quattro volte nel suddetto articolo e solamente chiamata in causa come presenza presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la madre solo nel caso in cui questa vi acconsenta (comma 1 e 2).

La IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6): a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art.12): …nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime. La legge prevede inoltre che “il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (art. 14). inoltre, il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

A quarant’anni dalla sua adozione, il dibattito su questa normativa continua con vigore e con non sempre ragionevoli modalità di toni e contenuti. Vi sono però ancora almeno un paio di questioni, su cui si dovrebbe riflettere seriamente: il tema dell’obiezione di coscienza dei medici, che per dimensioni e motivazioni non convince, poiché si tratta di garantire comunque il funzionamento di una legge dello Stato che regolamenta un tema di delicatissima rilevanza etica e sociale e la questione del ruolo dl padre, il quale nella stesura del 1978 non ha nessuna rilevanza. Invece, proprio perché, e a maggior ragione di questi tempi in cui la violenza sembra essere uno dei tristissimi crismi del rapporto uomo-donna, dovrebbe essere preso in considerazione. Non è ragionevole, infatti, che il “secondo” genitore non possa esprimersi in alcun modo su un fatto che comunque lo riguarda, in ogni senso, morale, esistenziale ed affettivo, sia nei confronti della compagna, sia nei confronti della vita che potrebbe (o meno, e questo mi rattrista, comunque) venire al mondo.

E infine, da socialista cristiano e da teologo filosofo qual sono, desidero ricordare con gratitudine il lavoro quasi eroico svolto in quegli anni dai dirigenti del Partito radicale Marco Pannella, Adele Faccio e  Adelaide Aglietta, che non ci sono più e li rimpiango, e Emma Bonino che ci può ancora dare una mano in intelligenza e agire politico. Lo dico anche se, subito dopo, aggiungo che molti accenti delle proposte radicali non condivido, come quelle sull’eutanasia nuda e cruda (alla “svizzera”, intendo) mentre propongo piuttosto la linea etico-filosofica del mio Maestro Tommaso d’Aquino, il quale, se interpellato sulla legge 194 (perdonami, mio gentil lettore l’obbligatorio anacronismo), e dopo avere meditato come era solito umilmente fare, avrebbe detto che in casi così ardui, bisogna sempre scegliere il bene maggiore, che necessariamente deve corrispondere al male minore, e pertanto, valutati i pro e i contro avrebbe concluso circa l’opportunità di mantenere in vigore la Legge 194, in questo non d’accordo con la linea editoriale degli organi di stampa cattolici di questi giorni. Io la penso così, disponibile a confrontarmi con i colleghi teologi, con gli esperti di comunicazione, i politici e chiunque desideri discutere dell’argomento con logica documentata, realismo e onestà intellettuale.

Da vicino nessuno “è normale”, o no?

Stamattina, caro lettor mio, mentre attendo mia figlia, ascolto Joseph Haydn, gran musicante, servitore dei principi ungheresi Esterhàzy, prima le sinfonie nr. 94 Mit dem Paukenschlag e nr. 104 Londoner, Slovak Philarmonik Orchestra diretta da Alfred Scholz, e poi quelle denominate dello Sturm und Drang, già un po’ romantiche o quasi, dicendo un poco impropriamente, beethoveniane, la nr. 26 Lamentatione, la nr. 49 La Passione e la nr. 58 senza titolo, suona l’orchestra The English Concert diretta da Trevor Pinnock,  e mi do tempo. Mi do tempo, non ho fretta, quasi quasi non ci credo, io che son sempre di fretta, veloce, tornato criceto impazzito, tornato impaziente con gli altri. Ho da darmi una regolata, me lo dico da solo.

Stamattina, nel silenzio di casa ai confini della campagna, con tanto verde intorno, mi sono dato tempo. Leggo della legge 180 del 1978, quella di Franco Basaglia, che permise di chiudere progressivamente i manicomi, dove venivano ricoverati gli alienati, pericolosi a sé e agli altri.

Letti e camere di contenzione dove stavano recluse persone per ore, giorni, settimane, mesi, anni, con il volto rivolto alla porta, il bugliolo portatile, mai occhi verso la finestra a volte a “bocca di lupo”. Su un muro di Santa Maria della Pietà, manicomio di Roma, c’è scritta la frase del titolo. Caro lettore, sei d’accordo che da vicino nessuno è normale? E poi che cosa significa “normale”? Più o meno agitato? Più o meno ragionevole? Più o meno preoccupante? Più o meno pericoloso? Cosa?

Nel periodo fascista i ricoverati passarono da circa sessantamila a oltre novantamila. I regimi totalitari hanno sempre usato i manicomi, per attestare la follia degli oppositori, che non vanno mai considerati come umani, ma semplicemente sedati. In qualche modo con i farmaci, e/o con la contenzione e/o con l’elettroshock. Non cito neppure i regimi cui mi riferisco, che il mio buon lettore conosce, e il giovane, se apre queste pagine, è bene che studi.

Leggo sulla Treccani “In psichiatria la terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello.”

Si tratta di una tecnica terapeutica sviluppata negli anni ’30 dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini. La letteratura specifica indica nella TEC una modalità terapeutica particolarmente indicata in tutte le psicosi da shock (melanconie, manie, deliri, legate a shock morali intensi, cioè quello che oggi chiamiamo “disturbo post-traumatico da stress“, nelle quali “avrebbe un successo del 100% con una media di 6-8 sedute; 80% di successi nella depressione, psicosi maniaco-depressiva e negli stati confuso-onirici di origine tossica (alcol), tumorale, infettiva; di contro, riporta come nelle patologie croniche, soprattutto se legate a danni fisici in ambiti localizzati del cervello, come le schizofrenie, demenza, ritardo mentale, autismo, epilessia, gli insuccessi e le remissioni superano i successi, giungendo al risultato che l’automatismo mentale indotto dalla crisi convulsiva sembra meglio influenzato se il disturbo è di origine ambientale, tantopiù se recente. Per questi motivi la TEC era considerata la terapia d’elezione per la depressione e le patologie ad essa correlate, piuttosto che per altri tipi di patologie, specie neurologiche. Per questo la TEC è stata usata non solo nelle patologie neuro-psichiatriche propriamente dette, ma anche in quelle psicosomatiche (derivate ossia da eventi ambientali vissuti): asma, eczemi, psoriasi, prurito di Hebra, dermatite seborroica, con risultati spesso favorevoli.” (dal web)

Un giorno o l’altro, caro lettore, parlerò qui di codesta terapia, che in una fase della mia vita, ho osservato molto da vicino, dolorosamente.

Un video sul web mi illumina su come si può curare il disturbo mentale. X è stata curata in Italia e in Germania, ma in Italia la sedavano e la tenevano reclusa, mentre in Germania poteva socializzare dipingere, fare teatro, sentirsi utile e anche… bella. L’autostima, crollata a terra dopo l’aggravarsi di un disturbo bipolare in schizo-affettivo, è di nuovo tornata, per una vita “normale”. Ecco, una “vita normale”. Che cosa è una vita normale? Chi è “normale”, cioè secondo norma? Sappiamo che norma, dal greco antico nòmos, significa legge, ma è possibile parlare di legge in questo caso? E’ ragionevole legiferare sulla mente e sul suo funzionamento? Siamo sempre ancora all’eterna questione tra visione biologistica e psico-spiritualistica. A seconda degli autori, siano essi antropologi, filosofi e psicologi, psichiatri o neuro-scienziati, si oscilla tra un polo e l’altro, come spesso in questo sito ho proposto in dialettica.

Chi sostiene che è tutto un problema di lobi orbito-frontali e di neuro-trasmettitori, dopamina, ossitocina, serotonina, etc., più o meno regolarmente funzionanti, non accetta molto volentieri le sottolineature di chi propone interventi più “umanistici”. Io mi colloco, ovviamente, tra questi ultimi, senza per nulla sottovalutare gli aspetti biologici. Noi umani siamo certamente delle bio-macchine, ma anche anime incarnate. La signora X, di cui ho detto sopra, parrebbe confermare che serve anche la dimensione psico-spirituale, proprio come è sotteso dalla “riforma Basaglia”.

Che dire, infine? Che la nostra umanità animale possiede forse (io ci credo) anche la luce dello spirito, pensiero della nostra anima e di Dio. E qui permettimi, caro lettore, una sottigliezza teologico-semantica: questa espressione “di Dio” è un genitivo oggettivo, ma anche soggettivo, cioè significa sia “pensiero di Dio”, cioè attribuibile a Dio, sia pensiero di Dio come un “pensare a Dio”. Bello, no?

E qui finisco nel silenzio della dies dominica.

U-topie, eu-topie, dis-topie

L’utopia, come ci raccontano -ognuno a modo suo- Platone, Thomas More, ma anche Tommaso Campanella, Etienne-Gabriel Morelly, Rousseau, Fourier, Saint-Simon, Proudhon, Francesco Guccini e qualche altro, faccio per dire sorridendo, come quelli del Movimento 5s di questi anni, è l’isola che non c’è, in greco il non-luogo.

In questi giorni i seguaci di Grillo non riescono neanche a contribuire a fare un Governo della Repubblica, farfugliando proposte ignoranti in mezzo a parlari (chiedere a Di Maio se sa che cosa significa “parlari”) incompetenti e dannosi, e pretendono di avere u-topie socio-politiche. Ora che poi è tornato in campo anche il ciondolante e irridente Dibba, stiamo freschi, lui, meno male che almeno è laureato al DAMS, e non come Fico, laureato nella più improbabile ed elementare disciplina accademica degli ultimi trent’anni, Scienze della comunicazione, in ogni caso due leggerezze. Se uno vuol fare politica o giornalismo e comunicazione, si iscriva a lettere, o a filosofia o a psicologia, o anche a scienze politiche, ché almeno lì il curriculum studiorum è decente, ancora, ora che la ignorantissima ministro (non “ministra”, aoh Boldrina!) Fedeli è scomparsa alla vista nostra.

Il grande filosofo ateniese, che meriterebbe in tema qui un trattatello, ma non mi ci metto, scrisse di utopie quando parlò della terra di Atlantide nel Timeo e nel Crizia, come luogo in cui l’uomo aveva trovato il modo di vivere in pace ed equilibrio. In ogni caso Platone merita sempre la massima attenzione, perché, con il suo allievo Aristotele, ci ha insegnato nientemeno che a pensare, qui in Occidente. Di tempi in cui i pensatori pare siano ragazzotti presuntuosi che tentano di fare politica, è una consolazione tornare al pensiero dei sommi greci, da cui io non mi sono mai staccato.

A proposito, sono disponibile con caritas intellectualis (espressione di Joseph Ratzinger, che Salvini cita lodandolo, perché lo ritiene di destra, ma di cui non ha certo letto neppure un rigo) per Salvini e Di Maio, a spiegargli qualcosa, se vogliono e se si accorgono della loro miseria mentale e culturale. Potrei fare da tramite tra Atene e Milano e Napoli.

Il politico inglese More, amico di Erasmo da Rotterdam, non aveva accettato in qualità di Lord Cancelliere l’Atto di Supremazia con il quale re Enrico VIII aveva voluto staccarsi dalla giurisdizione papale in fatti di religione, per cui infine il re era riuscito a farlo condannare e decapitare, anche perché, non condivideva la scelta del re stesso di cambiare moglie divorziando da Caterina d’Aragona per scegliere Anna Boleyn, con cui aveva fatto un figlio. Il More ci presenta un’utopia politica e sociale straordinaria. che, caro lettore, ti prego di cercare sul web. Utopia, come scrive lui nel trattato omonimo, sarebbe stato un luogo nel quale tutti gli uomini avrebbero potuto vivere insieme nella giustizia e in pace e, siccome non c’è pace senza giustizia…

Tommaso Campanella, al secolo Giovan Domenico Campanella, noto anche con lo pseudonimo di Settimontano Squilla (Stilo, 5 settembre 1568 – Parigi, 21 maggio 1639), è stato un filosofo e teologo. Frate Tommaso Campanella, fu un uomo geniale che dedicava i suoi scritti a qualche autorevole cardinale, come fece con il suo capolavoro La Città del Sole, ipotesi di stato ideale per pratica della giustizia nella pace, invece di opporsi frontalmente come fece il suo confratello Giordano (Filippo) Bruno da Nola, che fini sul rogo nel febbraio del 1600 a Roma, in Campo de’ Fiori. Torturato più volte nel corso di ben cinque processi civili ed ecclesiatici, fra’ Tommaso è riuscito a morire nel suo letto a Parigi, protetto dal cardinale Richelieu.

Prima di Marx e Engels e del loro pensiero denominato materialismo dialettico e socialismo scientifico, in realtà portato filosofico del maggiore idealismo tedesco, dobbiamo ricordare i numerosi socialisti utopisti che dalla Rivoluzione Francese in poi caratterizzarono il pensiero politico e l’azione anche rivoluzionaria francese, e tra altri ricordo Gracchus Babeuf, Filippo Buonarroti, il conte di Saint-Simon, Fourier, Pierre-Joseph Proudhon.

Ad esempio, François Marie Charles Fourier (Besançon, 7 aprile 1772 – Parigi, 10 ottobre 1837) ispirò la fondazione della comunità socialista utopista chiamata La Reunion sorta presso l’attuale Dallas in Texas, oltre a diverse altre comunità negli Stati Uniti d’America (tra le quali ricordiamo Brook Farm, fondata nel 1841 vicino Boston e sciolta a seguito d’un incendio, nel 1849).

Oppure, Claude-Henri de Rouvroy conte di Saint-Simon (Parigi, 17 ottobre 1760, 19 maggio 1825), filosofo. Considerato il fondatore del socialismo francese, partecipò alla Guerra d’indipendenza americana, combattendo agli ordini di La Fayette.

E infine, Pierre-Joseph Proudhon (Besançon, 15 gennaio 1809 – Passy, 19 gennaio 1865) è stato un filosofo, economista, sociologo, saggista ed anarchico francese.  Proudhon è stato il primo ad attribuire un significato positivo ai termini “anarchia” ed “anarchico”, sino ad allora considerati soltanto in negativo, di caos e disordine. Secondo il rivoluzionario francese lo stesso simbolo della A cerchiata significava “l’Anarchia è Ordine”, mentre proponeva la massima, ripresa e resa poi celebre da Karl Marx, “La proprietà privata è un furto”. Attivo durante il breve periodo della Seconda Repubblica francese, sorta a seguito dei moti del 1848, Proudhon teorizzò il sistema economico libertario-socialista noto come mutualismo.

U-topie generose, anche se molto intellettualistiche e a volte un poco cervellotiche, ma interessanti per generosità di intenti e gravità etica. In qualche modo da ammirare.

Di Francesco Guccini non occorrono presentazioni, perché è forse più famoso dei precedenti tra noi contemporanei. Le sue utopie sono canzoni come La Locomotiva o L’isola non trovata, per dire che anche la canzone può evocare l’utopia, anche meglio della propaganda politica.

La democrazia diretta dei grillini, invece, è un’utopia pericolosa e, se attuata anche in minima parte, perniciosa, cioè velenosa, in quanto stupida e irrealistica. Come si fa a pensare di sostituire la democrazia parlamentare con poche migliaia di clic su una piattaforma informatica gestita da una Società a responsabilità limitata privata, denominata “Rousseau”, fondata da quel gran intellettuale noto per imprecisati studi socio-politici che era Gianroberto Casaleggio e dal suo figliuolo, e prescelta dal garante e padrone del movimento e dei capi politici di volta in volta da lui stesso indicati, il comico genovese dal nome entomologico?

La terza repubblica sarebbe questo? L’utopia? Oppure si tratta di una dis-topia, cioè di un disastro? E dunque, lasciamo perdere questi non-luoghi, anche quelli di buone intenzioni come i sogni di More, di Campanella e dei socialisti ottocenteschi, e stiamo pazientemente nella verità faticosa di ogni giorno che viene, caro amico lettore.

Titoli e articoli tra il “falso” e il “vero” nell’attività mediatica, per una dimensione della comunicazione eticamente fondata

Quante volte, gentil lettore, capita di leggere un titolo stampa non intonato all’articolo sotteso, o addirittura in contraddizione evidente (anche solo dopo poche righe) con il testo dell’articolo. Chi non sa che il mestiere del titolista è diverso da quello dell’estensore dl pezzo, il giornalista, si meraviglia molto e non capisce. In realtà chi fa in titoli risponde a una logica diversa da quella veritativa, cioè all’intento che dovrebbe essere normale di riportare la verità dei fatti, perché ha il compito di stimolare l’interesse e la lettura, e forse l’acquisto del giornale stesso.

A questo obiettivo preminente del marketing commerciale si sacrifica dunque la verità stessa delle cose. Che poi l’articolo sottostante rimedi sistematicamente alle falsificazioni dei titoli è cosa fortemente dubbia, anche se le dimensioni di un pezzo narrativo consentono di indulgere maggiormente nei dettagli e quindi di raccontare, se capaci o se possibile, le cose come stanno.

Questo fenomeno è ancora più macroscopico ed evidente nella stampa di tendenza ideologica e/ o di partito. La medesima cosa o fatto o dichiarazione viene raccontata da questo tipo di organi in modo quasi mai obiettivo, ma sempre in qualche modo “militante” o comunque a giustificazione aprioristica della presa di posizione della parte che l’organo di stampa o web tutela e sostiene, e conseguentemente di contrasto con la parte avversa o “nemica” (virgoletto il termine perché si tratta di una inimicizia di vari generi e specie, e a volte anche finta). Infatti, quante volte capita che le prese di posizione ufficiali e quindi mediatizzate di una parte politica, non rappresentino veramente il sentiment e la posizione vera della stessa parte, ma solo uno specchietto per le allodole a fini di spiazzamento e di inganno di qualcuno. Nella comunicazione politica ciò avviene quotidianamente.

Sono da tenere in conto anche gli altri pezzi o parti che compongono l’articolo o l’intervista: oltre al titolo e al testo, spesso si trova un sommario, che costituisce una specie di raccolta dei titoli delle tesi contenute nell’articolo, il quale può avere il pregio di sintetizzare i contenuti ma, essendo di necessità brevissimo, è senz’altro a rischio di approssimazioni o di superficialità volute o in ogni caso “giustificabili” con l’esigenza della brevità.

Inoltre, nell’enorme profluvio di notizie che invadono ogni terminale telematico in nostro possesso, pc, tablet, smartphone che siano, non vi è solo un’accozzaglia informe di vero e di falso, di cui comunque non si riesce quasi mai ad avere le fonti, ma vi è anche il verosimile, che ha sempre interessato la letteratura come racconto, ma che oggi rischia di ingarbugliare ulteriormente le carte della comunicazione e dell’informazione.

Per tutto questo Fake news e fondazione etica della comunicazione sono collegate da un nesso ineludibile. Approfondiamo ancora.

I media ne fanno di tutti i colori: ritoccano, tagliano, modificano, cancellano dentro i testi delle notizie, anche fino a sconvolgerne o a tradirne totalmente il senso e il significato. Consiglio di dare uno sguardo sul web a quanto scrive il Centro Documentazione Solidea di Milano.

Una stanza del quartier generale della BBC a Londra contiene, allineati contro i muri, i box corrispondenti a tutti i giorni dei tre anni prossimi venturi. E in ogni box i nastri o i progetti di ciò che quel giorno verrà trasmesso per riempire le ventiquattro ore di programmazione televisiva. A prescindere da quello che sarà successo. A prescindere da quello che i mesi e gli anni avranno portato […] A prescindere dallo stato delle cose del giorno.”

Il brano è tratto da un articolo di Irene Bignardi [La Repubblica – 7/7/1994], e sintetizza efficacemente le riflessioni di George Steiner, tra i massimi storici della letteratura viventi, sullo stato dell’informazione oggi.

Ogni giorno un numero incalcolabile di notizie invade le agenzie, le redazioni, i network etc., senza una gerarchia. Senza un criterio analitico, in modo del tutto confuso e generico. I lettori/ spettatori restano immobili e inerti, senza possibilità di interlocuzione, se non nelle chatline, che a loro volta contengono di tutto, e soprattutto immondizia.

Di ogni notizia manca il contesto, le coordinate di riferimento, anche un minimo inquadramento socio-storico e politico, oppure economico, culturale, e così via.

Ci par di sapere tutto ma in realtà non conosciamo niente, poiché i confini tra ciò che è vero, verosimile e falso sono labilissimi. Esempi: il servizio girato dalla troupe della BBC con siringhe e profilattici sparsi ad arte per testimoniare il degrado di Reggio Calabria; o il caso Joey Skaggs, inventore e distributore di notizie false molto apprezzate dai media statunitensi, ne sono la testimonianza.

Si può dire che -paradossalmente- non si è mai saputo meno del mondo in questo tempo nel quale tutto viene comunicato in tempo reale, perché non c’è tempo per la verifica, per il confronto tra fonti diverse sulla stessa notizia, per un vaglio critico. Il sociologo Franco Ferrarotti rileva una contraddizione che mette quasi in ridicolo il profluvio di news da parte dei media: “I media, che dovrebbero, come dal nome stesso, mediare, non mediano nulla, perché vomitano in diretta tutto quanto gli capita di recepire dal mercato delle notizie”.

La sequenza dei fatti raccontati così, infatti, non dice nulla, perché non hanno la benché minima logica narrativa, ma capaci di suscitare emozioni sconvolte e reazioni immediatamente attive. In molti casi si è verificato che si trattava di autentici falsi, come quando si vide “il finto attacco missilistico su Israele durante il quale l’inviato della CNN parlava concitatamente indossando una maschera antigas mentre sullo sfondo alcuni tecnici, in tutta tranquillità e a viso scoperto, svolgevano il loro lavoro ignari di essere ripresi; si pensi al cormorano incatramato da un petrolio sbagliato; si pensi alla cattura dei prigionieri iracheni ricostruita, come in uno studio televisivo, con l’aiuto di false comparse kuwaitiane.” [dal web]

Basta che riprendiamo in mano il libro del geniale George Orwell “1984”, dove si riporta il seguente passo: “C’erano le immense stamperie con i redattori e gli esperti di tipografia, e gli studi muniti delle sofisticate attrezzature per la falsificazione delle fotografie […]. C’erano i vasti depositi dei documenti corretti, e le fornaci, ben nascoste, dove si distruggevano i documenti originali [...] “.

Orwell ha mostrato come sia possibile distorcere efficacemente la realtà, senza che il pubblico o il lettore si accorga che la realtà è ritoccata, ridefinita, tagliata, falsata, cancellata a favore della falsificazione più abietta e disonesta. Dunque, ciò che ci viene quotidianamente ammannito dai media ha spesso un’attendibilità vicina allo zero. Un altro esempio: si consideri […] una famosa fotografia del campione USA O.J. Simpson [ieri eroe sportivo, oggi imputato di omicidio] manipolata dal prestigioso Time per rendere più sinistro e minaccioso il volto del protagonista attraverso una tecnica computerizzata di annerimento dell’immagine, il loro valore di documento storico è annullato dalla superficialità e inattendibilità di chi le usa.” [dal web]

Fa specie che proprio la cosiddetta civiltà dell’ immagine sia così si dimostri oggi incapace di dare di sé documenti attendibili.

Un altro aspetto della disinformazione illustrata: “Le foto che vengono pubblicate quotidianamente sui giornali non hanno quasi mai alcun riferimento ai fatti che dovrebbero illustrare, ma sono solo sfondi occasionali che accompagnano gli articoli, quasi sempre “arricchite” con didascalie sommarie quando non arbitrarie o palesemente false.” [dal web]

Importa poco o nulla chi siano o che cosa stiano facendo i soggetti riportati nelle fotografie, poiché destinata solo e solamente portata a un a specie di “voyeurismo” emotivo, come verso gli stereotipi tragici della fame, della guerra, della malattia, che possono allora essere usate indifferentemente per la Somalia, per il Ruanda, per il Sudan: lo shock emotivo deve essere comunque garantito, e buono per tutti gli episodi e per tutte le stagioni.

Se a tutto ciò aggiungiamo l’esigenza di approcciare il tema anche da un punto di vista etico (su questo aspetto qualche anno fa ho scritto un pezzo ispirato dalle ricerche del sociologo tedesco Karl Otto Apel, ancora disponibile), allora stiamo freschi… ma per ora lascio perdere, così come lascio perdere altri esempi che possono essere tratti ogni giorno dalle cronache politiche che hanno per protagonisti soggetti che sono -di per sé- dei falsi. Non occorre neanche falsificare un Di Maio, ché ha già provveduto da solo a mettersi nel novero di cui si tratta, quello dei taroccati impliciti, intrinseci, inconsci, epperò realissimi. Oppure quanto sostengono i vergognosi forcaioli del Fatto Quotidiano, Travaglio in testa, che -mentore il dottore Di Matteo- danno per criminali galantuomini come il generale Mori e altri inquirenti coraggiosi che hanno smantellato la mafia, dopo la stagione eroica di falcone e Borsellino. NON C’E’ STATA NESSUNA TRATTATIVA STATO-MAFIA, MA SOLO ATTIVITA’ DI POLIZIA BEN CONDOTTA E CON OBIETTIVI RAGGIUNTI!

E io penso all’Italia, bella Patria nostra.

Strange Days e Giobbe, il muto profeta

Strani giorni  è un film di Kathryn Bigelow del 1995, con Ralph Fiennes e Angela Bassett, un film capace di specchiare le vite nelle vite degli altri, e in playback, musica a manetta su false vite a Santa Maria de los Angeles, dove diveggiano cantanti rock malati, come la politica italiana attuale nella vergogna. Visto una delle sere scorse. Fantasy con la violenza intrinseca della vita contemporanea, notturno, apparentemente senza capo né coda, ma non è così.

Squallida fantasy e vergogna , invece, a quel nesci di Di Maio, senza nervi e senza rughe, vergogna a quel gran salame di Salvini, una coppia intrinsecamente bolsa e comprensibile solo alla luce di questi strani giorni. Strange days.

Per consolare i miei lettori ora riporterò due testi bellissimi, il primo di sublime e beata speranza, tratto dall’evangelo secondo Matteo al capitolo quinto, notissimo, scuola e indirizzo per ogni buona vita, il testo de le Beatitudini, e il secondo di politica fine e garbatamente elevata, quella del Partito Radicale italiano, del cui Statuto il preambolo è meraviglia etica e politica.

 

Le Beatitudini – Mt. 5,1-12

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli./ Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati./ Beati i miti, perché avranno in eredità la terra./ Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati./ Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia./ Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio./ Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio./ Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,/ diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia./ Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.”

Per un’etica della vita umana, ma anche  per l’intelligenza, bastano le Beatitudini, che Matteo mette in bocca al Maestro come ammaestramento definitivo, sufficiente e sovrabbondante per ognuna delle nostre vite, caro lettore. Beatitudine come distacco dagli affanni e immersione nella giustizia, nel senso biblico del termine. La giustizia biblica nulla ha di giuridico, occidental-illuministico o dirigistico, poiché si innesta nell’armonia di vissuti naturali, come interpretasse la verità delle vite, senza sforzo alcuno… ed è così: la tà Biblìa è, non a caso, il libro dei libri, scritto in non meno di mill’anni da decine di autori sconosciuti, dai grandi re Davide e Salomone, dal grande profeta e poeta Isaia e dai suoi sodali e successori Geremia, Ezechiele, Osea, Zaccaria, Malachia, e così via. Rima inutile ma bellissima.

Beati i puri di cuore, e che significa se non che la trasparenza illumina di luce ogni cuore? Beati i poveri in spirito, e che significa se non che nulla di posseduto è importante? Beati coloro che piangono e che significa se non che verrà pure la gioia? Beati i miti e che significa se non che non occorre l’arroganza, mai? Beati gli assetati e affamati di giustizia, e che significa se non che la giustizia, intesa come armonia, verrà? Beati i misericordiosi, e che significa se non che vi sarà un giusto contrappasso di misericordia? Beati gli operatori di pace, e che significa se non che il loro nome sarà quello di “figli di Dio”? Beati i perseguitati per la giustizia, e che significa se non che il loro sacrificio e anche il loro dolore sarà riconosciuto come merito? Beati coloro che riceveranno insulti e persecuzioni e male parole come maldicenze e calunnie, e che significa se non che saranno premiati con la Visione beatifica di Dio stesso?

Beatitudini come linea guida, sottile linea rossa dell’esistenza, come responsabilità individuale e capacità di scelta.

E ora, dalle Beatitudini a un testo che -apparentemente- può essere considerato campione di una laicità quasi contraltare dello scritto matteano, ma non è così, perché può essere, invece, giustapposto, quasi come traduzione contemporanea della sapienza sociale trasparente dal Nuovo testamento, così come proposto dall’evangelista. Il linguaggio del preambolo è chiarissimamente attuale, ma si fonda sulla sapienza antica e immortale del Libro dei Libri, il

 

Preambolo allo Statuto del Partito Radicale Trans-nazionale trans-partito

Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni, proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge. Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all’attiva difesa di due leggi fondamentali quali: La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi. Dichiara di conferire all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

Ecco, quanti richiami evangelici se si legge di “(…) supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge (…) Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, (…) ai Diritti della Persona (…) Dichiara di conferire all’imperativo del non uccidere valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa“.

Il verso dell’umano è questo, laico e cristianissimo, evangelico e contemporaneo. Che differenza c’è parlare di beatitudine o di speranza? La speranza è virtù e passione, e questo è vero e valido, sia per la dottrina evangelica sia per quella politica laica e socialista. Io mi ci riconosco in entrambe. E’ virtù legata alla beatitudine (la beata speranza) ed è passione come aiuto indispensabile alla buona vita, contro ogni di-sperazione.

Infine, il romanzo di Mendel Singer, il Giobbe rothiano che riceve dal Signore ogni prova della vita, prima di avere il suo premio. Caro lettore, ti raccomando sommessamente di leggerlo, ché ti giova, affinché tu possa constatare per conto tuo come l’Incondizionato pre-vede mentre tu pro-cedi, e ascolta chi inter-cede per te con l’amore, la speranza e la preghiera, potentissimo ausilio e silenzioso ristoro dell’anima.

Il Presidente Sergio Mattarella, saggio Andragogo (insegnante degli adulti), anzi Pedagogo (insegnante dei bambini), vista la scarsa maturità dei suoi interlocutori dei partiti, specie di quelli “vincenti” il 4 marzo scorso, discepoli ignoranti, ovvero “Franza o Spagna pur che se magna”

Caro lettore,

il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è, non solo il Capo dello Stato e valoroso costituzionalista, ma anche un signore gentile e disponibile all’ascolto. Non conoscendolo personalmente, mi pare di poter dire senza dubbi eccessivi che il suo modo di fare attesta questo mio giudizio: si osservi il suo sorriso educato, le posture che assume, il linguaggio del corpo, in generale.

Di Maio e Salvini, invece, sono due politici a tempo piena, con storie diverse, ma anche minimi comun denominatori caratterizzati dalla loro anagrafe ed esperienze rispettive. Il primo ha poco più di trent’anni, il secondo non molti più di quaranta. I loro studi non pare siano stati (non lo sono stati) particolarmente brillanti o specifici in campo socio-politico e giuridico, ma piuttosto raffazzonati e condizionati da una militanza politica pervasiva e molto precoce. Il risultato visibile, evidente a chiunque abbia un po’ di esperienza sull’argomento, è sconcertante o addirittura desolante.

Né Salvini né il grillino padroneggiano un linguaggio tecnico-politico sufficiente ad esprimersi su questioni istituzionali, anche se il leghista si salva con una certa esperienza e la capacità di “orecchiare” imitando altri, magari i suoi maestri Bossi e Maroni. Il piccolo napoletano no, quello, pur essendo stato per cinque anni vicepresidente della Camera, non solo non ha imparato ad usare un lessico sufficiente ad esprimersi sui temi della politica istituzionale, ma si vede lontano un miglio che quando “parla di politica, quando fa proposte politiche” è imbeccato da qualcun altro, probabilmente qualcuno che opera nella società della piattaforma Rousseau. Faccio un esempio: in questi giorni, dopo essere stato dal Presidente, se ne è uscito con la proposta di un “contratto”, non di un accordo politico, da stipulare, più o meno indifferentemente,  con la Lega o con il Partito Democratico.

Anche un bambino, direbbe Lucio Dalla, potrebbe cogliere l’assurdità della proposta: come si fa a proporre -indifferentemente- un contratto con le due forze politiche di dimensioni sufficienti a raggiungere la maggioranza in Parlamento, ma strutturalmente polari, antitetiche, naturalmente opposte, per storia, linea politica e prospettive? Come si fa anche solo a poter pensare di governare o con la Lega o con il PD, e ottenere risultati soddisfacenti per gli elettori del Movimento 5 Stelle, in ogni caso? Siccome in logica naturale non si possono ottenere risultati, entrambi soddisfacenti, facendo scelte diverse, se non opposte, e basti pensare alle politiche sociali, pensionistiche, dell’immigrazione, della sicurezza, nelle quali si evidenziano le differenze di impostazione tra due visioni nitidamente distinguibili in una “di destra” e neppure tanto moderata, e l’altra “di sinistra”, certamente moderata?  Mi fermo solo sul tema securitario: come si può conciliare la posizione di Salvini che pare sia quasi per politiche da “giustiziere della notte” alla Charles Bronson, e la posizione di un Luigi Manconi, studioso e senatore PD, attento all’equilibrio tra sicurezza dei cittadini e garanzie per gli imputati?

Se vogliamo ulteriormente semplificare, potremmo richiamare un detto risalente a circa mezzo millennio fa, quello che andava di voga in Italia ai tempi delle guerre per la dominazione della nostra Penisola, tra Francia e Spagna o Franza o Spagna, purché se magna“. E cioè, è indifferente con chi si sta, purché si raggiunga l’obiettivo, nel caso dei nostri due, il potere. Ma allora vengono meno, non solo le idealità, le linee politiche, i programmi, che così gelosamente ambedue avevano sbandierato, come gli altri, in campagna elettorale. Tutto a posto? No, perché allora anche il più distratto cittadino può pensare che le idee, i programmi, le priorità non contano nulla, pur di raggiungere l’obiettivo dello scranno che dà potere, visibilità, prestigio, e quant’altro serve per superare l’avversario o, spesso, il nemico politico.

Né in questo contesto vale la cosiddetta eterogenesi dei fini, per cui, se si parte per ottenere un obiettivo, per strada se ne ottiene un altro, magari anche migliore del primo. In realtà, quando non conta più nulla del pensiero politico, economico, sociale, culturale etc., si ottiene nulla, anzi si fanno danni.

Tornando al detto di cui sopra, esso “deriva dalla lunga lotta che la corona di Francia e l’Impero, allora legato alla corona spagnola svolsero, principalmente in Italia, tra il 1500 ed il 1650, mentre in Italia la classe politica era municipalistica incapace, per motivi oggettivi – oltre che soggettivi che furono rimproverati dal Guicciardini, che era in realtà meno acuto di Macchiavelli – di guardare oltre i ristretti limiti del comune o della regione. Per il popolo l’appoggiarsi dei governi locali ora all’una ora all’altra potenza, pur di salvare un minimo di autonomia divenne il detto richiamato“. (dal web) ,

E venendo al titolo del pezzo, che pensare, se non che il Presidente della Repubblica si è messo lì, pazientemente ad istruire i due un po’ (forse non un po’) tecnicamente ignoranti, Di Maio più di Salvini, e dunque ha operato -grecamente- da pedagogo, anzi da andragogo, visto che non si tratta di due bambini, ma di due giovani maschi adulti, che vogliono a tutti costi interpretare il ruolo del capobranco, del maschio “alfa”?

La balla del multiculturalismo politico e la rinascita necessaria del socialismo democratico

Una come Boldrini Laura, nella posizione che ha avuto per cinque anni, non sa quanti danni è riuscita a fare con il suo multiculturalismo, condiviso con altri ingenui illusi della politica di sinistra. Lo ho scritto qui tante, troppe volte, soprattutto onorandola di troppe citazioni, visto il livello politico-culturale che le appartiene.

Altri come lei, Fratoianni, Civati, inesistenti politucoli con un capo come Grasso, hanno fatto solo piccoli danni, non capendo un bel nulla di ciò che sta accadendo nel mondo tra i popoli, le nazioni, gli stati e le economie. Sto citando dei nani, che son pari a uno, che pur essendo un nano è assurto da tempo agli onori delle cronache neanche fosse uno statista vero: naturalmente sto parlando di Di Maio, nano per eccellenza e altrettanto presuntuoso come chi ignora di sé ciò che veramente è.

In una Italia dove ci si può con giusto e legittimo orgoglio fregiare della conterraneità di Michelangelo, Leonardo, Galileo, Dante, giganti tra altri inumerevoli di pari valore, siamo ridotti a parlare ogni giorno di Di Maio, o della nullità di una politica di sinistra moderata e riformista, capace di affrontare i problemi veri del cambiamento epocale che viviamo, delle ingiustizie, dell’impoverimento di ingenti fasce sociali, una sinistra che si è attardata negli ultimi quindici anni a inseguire chimere politico-antropologiche errate e dannose, come il multiculturalismo, dai tempi dei girotondi morettiani, inconsistenti e malmostosi borghesissimi romaneschi salottier-protestatari. Disutilacci!

Torniamo piuttosto a dialogare con Ferdinand Lassalle, con Eduard Bernstein, con Filippo Turati, con Pietro Nenni e anche con Bettino Craxi, troppo vituperato perché cinicamente ammise un tasso di corruzione generalizzato della politica, ma comunque capace come premier di fare politiche rispettabili, in Italia e verso altre nazioni, anche verso gli alleati più potenti. Ci si ricordi dell’episodio della base di Sigonella, e tu, lettor mio giovane, documentati pure su wikipedia, in tema. Senza tema, o scrivimi.

Certamente occorre aggiornare le analisi socio-economiche, ma le misure politiche non debbono essere velleitarie e astratte, ma devono ispirarsi piuttosto alla tradizione classica del socialismo democratico rappresentato dai personaggi sopra citati, non dalle derive comuniste ed estremiste. Peraltro lo stesso Lenin criticava l’estremismo come malattia infantile di ogni progressismo.

Il multiculturalismo è un’ipotesi di dottrina antropologica, mal studiata dai politici idealisti, per usare un eufemismo, citati nelle prime righe del pezzo, ma è un’ipotesi fallimentare sotto il profilo politico e pratico. Con ciò non voglio dire che è meglio la ghettizzazione, l’isolamento, l’esclusione del diverso per salvaguardare antiscientifiche purezze razziali o etniche, ma non è neppure politicamente ed eticamente conveniente far finta che le differenze, culturali, religiose e sociali non esistano e che tutti, di qualsiasi provenienza, siano quasi automaticamente integrabili in un illusorio e disilludente multiculturalismo eclettico ed improvvisato. Non è così.

E meno male che le vicende elettorali, pur condizionate da una disgraziata riforma (ma il presuntuoso, anche lui!, cavalier servente Rosato, dorme di notte, dopo che ha dato il nome alla terrificante cazzata?) hanno tolto di messo i pericolosi nani di cui molto sopra, eligendo ed eleggendo altri nani di altera tendenza! Pensa tu, caro lettore, auspicare piuttosto che il bene maggiore il male minore. E questo dalla mia posizione di sinistra riformista.

Ripeto: mi auguro che i Salvini e i Di Maio non prendano in mano il Governo della Repubblica, ma spero che anche Renzi si tolga di mezzo e si metta a studiare finalmente, e si trovi una soluzione saggia senza tornare alle elezioni tra pochi mesi.

Tornare a parlarne e a praticare il socialismo democratico secondo me è la scelta giusta, senza immaginare rifondazioni di soggetti dai nomi fantasiosi e insignificanti, incomprensibili a chi oggi vota Grillo o Lega, e anche a chi non vota più a sinistra, perché non la trova più.

Non è vero che oggi il pantano ha inghiottito tutte le distinzioni classiche tra destra, centro e sinistra, anche se le idee forza di queste tradizioni politiche non si declinano più anche solo come vent’anni fa, ma ciò non significa che la politica e le sue opzioni siano un tutt’uno indistinto e indistinguibile.

Si deve piuttosto cercare il valore etico e politico dove si trova, cioè nello studio severo e faticoso, nella ricerca scientifica onesta e non assolutizzante, nel lavoro, nella capacità di declinare un’etica della persona che sintetizzi il migliore pensiero politico tra responsabilità e diritti, tra doveri e impegno, senza dimenticare nulla di questo concerto e sapendo che siamo individualmente tutti diversi, e che le persone svantaggiate devono essere aiutate, mentre quelle provviste di salute e talenti devono fare anche di più di quello che fanno.

Se è da fare cento e lo dobbiamo fare in due, e io posso fare settanta mentre l’altro può fare solo trenta, io devo fare settanta, senza aspettare che un fantomatico terzo faccia il venti che manca. Questo è welfare vero, questo è solidarietà sussidiaria, questo è essere di sinistra al di fuori della sloganistica sempre più annoiante e informe coniugata malamente da quelli che si collocano sempre più a sinistra di chi sta nella sinistra moderata e scomoda del riformismo paziente, che si può chiamare ancora, con grande dignità, socialismo democratico, in sé comunque  e sempre, storicamente, di ispirazione evangelica e cristiana.

Marco Travaglio, Erri De Luca, don Luigi Ciotti, Roberto Saviano, il prof. Wladimiro Zagrebelsky e Matteo Renzi, per me campioni acclarati dei “malmostosi”

In tutto il mondo ammirano l’Italia e gli italiani, come non ce lo immaginiamo neppure, forse a parte solo i francesi, che invece non ci amano, perché minimo minimo sono gelosi, e fors’anche invidiosi, e chi sa un poco di filosofia morale ha ben presente che l’invidia è un vizio gravissimo, addirittura il peggiore dopo la superbia, come insegna il mio principale maestro di etica, san Tommaso d’Aquino.

L’Italia e gli Italiani sono considerati in generale il posto e il popolo più attraenti del mondo, per tante ragioni: storiche, culturali, artistiche, letterarie, musicali, etc.. Il Rinascimento poi è ritenuto un periodo assiale per la cultura mondiale della bellezza, insuperabile, e maestro di tutti. Senza che facciamo memoria che qui c’è stato l’Impero Romano, forse la più importante struttura socio-politica e giuridica della Storia del mondo,  e il fulcro dell’Impero Romano, Roma, e poi il centro della dottrina religiosa più grande e teologicamente profonda, il cristianesimo. Basta così? Troppo orgoglio nazionale da parte mia?

Malmostoso, secondo la Treccani starebbe per scorbutico, scontroso, ingrugnato, con la luna per traverso; esempio letterario; anche s.m. (f. -a ): Viene da tre giorni; puntuale, rispettosa, ma con un fare da malmostosa che pare qui per castigo (Castellaneta).

Nel titolo, mio caro lettore, propongo dei personaggi noti che penso possano essere definiti “malmostosi”. Parto da Travaglio, dicendo subito che “faccio la tara” dovuta al suo mestiere di giornalista, anzi di direttore di un quotidiano oramai non secondario, perché dialoga da anni con un’Italia non poco incazzata, “grillina” e più o meno sempre polemica, e pertanto questo giornale che si intitola Il Fatto quotidiano, è perennemente critico, anzi di più, nei titoli spesso apodittico e distruttivo, come altri e più di altri fogli militanti. A meno che non si tratti di scrivere dei rappresentanti del M5S (gli ancora cosiddetti “grillini”), che vengono trattati con i guanti, anche quando incorrono (spessissimo, quasi sempre) in clamorosi refusi filosofici, logico-argomentativi, culturali e socio-politici, Travaglio predilige costantemente la pars destruens di ogni ragionamento, ripetendo il copione anche nelle varie televisioni dove spesso è ospitato. E quindi, restando sempre ferocemente e sarcasticamente anti-berlusconiano, è diventato anti-renziano, anti-gentiloniano, etc., così come era anche molto avverso al Presidente emerito Napolitano, quando questo signore era in carica.

Riconosco che Travaglio è molto informato, documentato e aggiornato, ma la sua incapacità di guardare le cose da un altro punto di vista che non sia il suo, ne riduce di molto, a parer mio, la credibilità e l’efficacia. Ma questo non conta nulla, poiché ciò che è importante nella comunicazione non è dialogare con uno come me, ben lui sapendo che non mi aggancerà mai con il suo stile giornalistico, ma l’enorme massa di coloro che vogliono leggere ciò che pensano o ciò che pensano sia giusto, opinioni spesso tagliate con l’accetta, o per pigrizia o per ignoranza. Travaglio, oltre a solleticare gli ipercritici a prescindere, titilla molto gli ignoranti, dall’alto della sua indubbia competenza sui fatti, che sono comunque letti e interpretati a modo suo. Mi piacerebbe vederlo all’opera in pratica, facendo politica e amministrazione pubblica, per fargli ammettere che le cose non sono così facili e semplificabili come lui vuol far credere. Inoltre, trovo insopportabile questo suo ergersi a paladino di una moralità perfetta e indefettibile, un po’ come si presentano anche alcuni altri personaggi pubblici per me insopportabili, come don Luigi Ciotti. Si somigliano, perché sono tutti e due diversamente bigotti.

Ebbene sì, caro lettore, tu ti meraviglierai del mio giudizio, ma per me Travaglio e don Ciotti sono due bigotti, e su questo terreno incontrano un altro loro sodale, o forse due, Roberto Saviano e Wladimiro Zagrebelsky, u prufesùr. A volte questi signori amano definirsi laici, come opposti di cattolici credenti, ma l’opposto semantico di laico non è cattolico, ma è dogmatico, cioè bigotto. E pertanto troviamo dei bigotti, sia tra i cattolici credenti sia tra i laici agnostici, e troviamo, di contro, dei laici, sia tra i cattolici credenti, sia tra gli agnostici.

Don Ciotti forse non piacerebbe a Leonardo Sciascia, che invece piace a me, perché intellettualmente più onesto. Non discuto la bontà dell’iniziativa di Libera, non  mi piace lo stile con cui questo sacerdote pontifica dalle piazze, dai teatri e dai partiti, non mi convince il suo parlato integralistico e antropologicamente insufficiente. Gli consiglierei di studiare un po’ di storia italiana e di antropologia culturale, oltre che di etica filosofica tommasiana e kantiana.

Altrettanto consiglierei, ma sempre sommessamente, al Roberto giornalista e scrittore che-ha-sempre-ragione-dopo-Gomorra, napoletano. Qualche comparsata in meno in tv e un po’ di silenzio, meno tuttologia e più riflessione. Se vuole, altrimenti aggancerà sempre lo stesso target, più meno, di Travaglio, non me. Mai. Ma questo non gli interessa.

Il prof Zagrebelsky è certamente troppo prof per ascoltare consigli da un altro prof, ma più giovine e meno famoso di lui, e comunque tifoso di un pensiero realista, aristotelico-tomista e kantiano. L’insigne giureconsulto pontifica e pontifica mal sopportando opinioni diverse, che legge solitamente distorcendole e sminuendole sul piano culturale. Lo si legga con attenzione, almeno un paio di volte.

Erri De Luca mi pare un buon scrittore, e non capisco bene la ragione per cui debba ritenere per lui stesso utile, un po’ come fa Saviano suo conterraneo, fare il tuttologo , perché a volte gli riesce proprio maluccio, ed è a volte imitato da quel  guitto nordico di Mauro Corona. Ed è tutto dire!

E Renzi? Che posso dire del Matteo esuberante (sempre troppo!) di Rignano sull’Arno? Che da quando ha perduto il referendum costituzionale del 14 dicembre 2016, ha perso la lucidità combattiva che lo aveva contraddistinto, anche se spesso in modo non poco antipatico e sempre malmostoso e ruvidamente ironico? A lui consiglierei vivamente di “staccare” per non poco tempo, di non candidare uomini o uomine suoi alla segreteria del PD e di mettersi a studiare veramente, perché non è molto più culto di Di Maio e di Salvini.

A parte Renzi, che qualche merito ha avuto, ma se ne è vantato troppo, e in modo sgangherato, nessuno dei signori di cui sopra ha mai, o quasi, una parola gentile e vera per l’Italia e gli Italiani, come se vivessimo in una nazione di m. e fossimo un popolo altrettale.

Fatemelo dire: questi signori, peraltro tutti maschi, sono come Amelia, la fattucchiera che ammalia, di disneyana memoria.

Bardonecchia, dove l’arroganza francese si è manifestata in tutta la sua iattanza, quasi con una “eclissi” della ragione

In friulano, nella mia lingua madre di ceppo ladino con importanti prestiti germanici e slavi, si dice “eclìs”, cioè eclisse, o eclissi, ed avviene dalla prospettiva terrestre solitamente quando la luna passa-davanti al sole, ovvero quando un qualsiasi corpo celeste, come un pianeta o un satellite, si frappone tra una sorgente di luce, cosicché uno dei due corpi celesti sopracitati entra nel cono d’ombra o di penombra, venendo occultato.

La parola “eclissi” deriva dal greco ἔκ (ek), preposizione che significa “da” (moto da luogo), e λείπειν, (leipein), che significa “allontanarsi” ovvero “nascondersi”, “rendersi invisibile”, ma io ne propongo qui sotto una diversa, e non sono sicuro che sia un grande azzardo.

Il termine potrebbe avere forse la stessa etimologia di “ekklesìa“, da ek-kalèo, “raduno”, “chiamo”, sempre in greco antico, e cioè, sostantivando il verbo, adunanza, chiamata, e derivare alla lontana perfino dal lemma ebraico corrispondente “kahàl”. Eclisse, dunque, non solo, come nascondimento, ma anche come chiamata. Che bello!

Magari qualche accademico attento e curioso mi potrebbe smentire, lieto io di discuterne. Se teniamo il significato posto per primo, in ogni caso è molto interessante, soprattutto per la valenza metaforica dei lemmi allontanamento, nascondimento rinvianti alla nozione di verità, così come proposta dal filosofo Martin Heidegger, che chiamava la verità “non-nascondimento”, cioè in greco antico a-lètheia, lontano-dal-fiume-infero-della-dimenticanza, il Lete.

Eclissi del sacro, eclissi del pensiero, eclissi o sonno della ragione (che genera mostri) ecco i sintagmi forti molto diffusi, di cui abbiamo molti esempi, come tra altri l’episodio di Bardonecchia, dove dei doganieri francesi hanno inseguito un migrante per raccogliere le sue urine al fine di controllare se fosse drogato o no. I gendarmi francesi, caro Monsieur le President Emmanuel Macron, non avevano alcun diritto di sconfinare venendo a “lavorare” in Italia. Eppure, non solo non si scusano, ma sostengono il loro pieno diritto di agire come hanno agito.

I Francesi, come spesso gli accade, anche in questo caso sono stati arroganti e stupidi. Ricordo al mio gentil lettore anche il tremendo episodio del DC9 Itavia colpito e inabissatosi nel mare di Ustica il 27 giugno del 1980; domanda: c’entravano Mirage o Corsair francesi partiti da una base in Corsica; oppure F 14 Tomcat o Awacs americani, che risultavano in volo in quei minuti più o meno sul mar Tirreno (cf. quanto noto sul web della “strage di Ustica”), magari a caccia di Mig 21 libici? Comprendo che la grande nazione francese, molto attiva ai tempi del colonialismo, ora è oggetto di attenzione da parte dei fanatici islamisti e ha già pagato un prezzo di sangue insopportabile negli anni scorsi. Un altro aspetto da non sottovalutare, che riguarda il contesto francese è il brutale omicidio dell’anziana signora ebrea Mireille Knoll, superstite della Shoah, segno di un revival preoccupante e orrendo di antisemitismo vestito di antisionismo, che narra le cose come un secolo e passa fa, quando ancora accadevano i pogrom nell’Europa orientale, “a cura” di polacchi e  russi, e in Francia le cose non andavano tanto bene per gli ebrei: si ricordi in tema l’affaire Dreyfuss. In attesa di ciò che nessuna mente umana avrebbe potuto pensare, vale a dire quanto è stato pensato e deciso nella cosiddetta “conferenza di Wannsee” il 20 gennaio 1942, mentori presenti Reynard Heydrich, SS-Obergruppenführer, Heinrich Mueller, capo della Gestapo e SS-Gruppenführer,  Einrich Himmler, capo di tutti e due, tra altri gerarchi di alto livello del regime nazista, le cui decisioni furono in seguito attuate con enorme dovizia di mezzi logistici (coordinatore Adolf Eichmann – SS-Obersturmbannführer), cinismo e umanamente ancora indecifrabile crudeltà.

Se eclissi, oltre a nascondimento significa anche chiamata, ascoltiamo le parole del papa, pronunziate il giorno di Pasqua, ché ci possono aiutare: “(…) Le donne che sono andate per ungere il corpo del Signore si sono trovate davanti a una sorpresa (…) gli annunci di Dio sono sempre una sorpresa perché il nostro Dio è il Dio delle sorprese (…) C’è sempre una sorpresa dietro l’altra, Dio non sa fare un annuncio senza sorprenderci e la sorpresa è quello che ti tocca là dove non lo aspetti. Per dirlo con il linguaggio dei giovani: la sorpresa è un colpo basso. Non te lo aspetti, Lui va e ti commuove (…) La gente corre lascia tutto quello che sta facendo, anche la casalinga, lascia le patate nella pentola. Le troverà bruciate ma l’importante è correre per vedere quella sorpresa, quell’annuncio“. E il Papa chiede se oggi noi siamo capaci di fare altrettanto, sorprenderci e correre. “E oggi, in questa Pasqua del 2018, io che? tu che?”

Proviamo a vedere se siamo capaci di andare oltre l’eclissi, oltre il nascondimento, oltre il sonno della ragione, per cogliere le pascaliane ragioni del cuore, se siamo capaci di ascoltare, anzi di auscultare le ragioni che vengono dal profondo, dal silenzio che si fa nell’anima (cf. Johannes Meister Echkart), Le voci di dentro, come son chiamate da Eduardo De Filippo in un suo lavoro del 1948.

O come, semplicemente, sono i silenzi ai confini della campagna, dove vivo da un anno e mezzo, stamattina accompagnato da Rossini e Mozart, e poi da Modest Mussorgsky, che innerva di romanticismo le storie antiche della Santa Madre Russia, con Promenade, Gnomus, Il vecchio castello, Tuileries de Paris, Limoges, Catacombae, Baba-Yaga e  La Grande Porta di Kiev, archi e timpani tonitruanti, per farmi sentire l’anima che viene dall’Est.

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