Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: contemplazione (page 1 of 49)

Le CANAGLIE (non le “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni) a SAN SIRO, e SONNY COLBRELLI: 1) da un lato la grande metafora, la Parigi-Roubaix e, dall’altro, 2) il vergognoso spettacolo di San Siro dove un’accozzaglia di imbecilli idioti ha mostrato il volto peggiore dell’Italia, fischiando l’Inno nazionale spagnolo

Da anni mi riprometto di andarci, a vedere questa gara, che non è solo tale. E’ altro, molto altro.

Vorrei partire un paio di giorni prima, per visitare almeno Bruges, o Brugge, e poi andare nei pressi della cittadina del vélodrome dell’arrivo.

Noleggerei una bici per portarmi lungo la Foresta di Arenberg, il luogo per eccellenza, della gara, avendo in tasca un baedeker della sua storia, e magari andarci con qualcuno. Gigi? Si potrebbe partire in aereo per Bruxelles e poi in auto a Bruges e a Roubaix.

I discorsi verterebbero sui vincitori, da Garin, l’italo-francese, a Rossi, a Serse e Fausto Coppi, a Tony Bevilacqua, a Rik Van Looy, l’Imperatore di Herentals.

E poi a Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck, Johan Museeuw, a Andrea Tafi, Franco Ballerini, Francesco Moser, Fabian Cancellara, Tom Boonen, John Degenkolb, Peter Sagan, …, Sonny Colbrelli, l’ultimo uomo-del-fango.

Dicevo che questa gara ciclistica non è solo il principale evento del calendario mondiale delle corse di un giorno, assieme alla nostra Milano Sanremo, ma è anche molto altro. Per me è la super metafora della vita, come nel “suo” lo è qualsiasi corsa in bicicletta che richieda un sforzo continuo di ore e ore. Perché la bicicletta richiede proprio questo, di restare soli su un mezzo che pesa oramai sette-otto chili e di pedalare per qualsiasi strada, in piano e in salita, in discesa e sul falsopiano, di sentire il vento in faccia che ti frena e il vento sul dorso che ti lancia, di provare il dolore lancinante dell’acido lattico nelle gambe diventate come un pezzo di legno e di annusare il mondo, sentire il suono di campane e il latrare lontano dei cani, il fruscio della bici nel vento e la distanza, l’incontro di città e paesi, lo sfondo delle montagne, se non sei già in mezzo a esse, e speri che la prossima ascesa non ti tolga il fiato e ti costringa il piede a terra.

E’ come nella vita, dove incontri gioia e dolore, anzi spesso la gioia dentro il dolore e cerchi invano la pericolosa utopia della felicità.

Mentre i fischi di San Siro all’Inno nazionale spagnolo sono la manifestazione di una canagliesca incapacità di confronto, a volte millantati per tifo. Fischiare il più nobile simbolo degli avversari è idiota, imbecille, da stupidi dentro e fuori.

E’ la stessa canagliesca ignoranza dei fischi ai calciatori neri, che rimbomba ancora nei nostri stadi appena riaperti. Vorrei abbracciare Anguissa, Koulibaly e Osimhen del Napoli e fare una serie di conferenze nei bar sport e nelle sedi delle varie tifoserie (spesso schifoserie) con Lilian Thuram, guardando negli occhi spiritati e assai poco spiritosi degli aspiranti fischiatori-odiatori a comando. Sulle prime, dopo avergli chiesto perché fischiano bandiere altrui e giocatori neri, li ascolterei se hanno qualche spiegazione e poi gli chiederei se qualcuno di loro è disponibile a investire mezz’ora di tempo per ragionare in silenzio con me e con Thuram.

A costoro spiegherei che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e che fanno parte dello stesso medesimo genere. Tutti, bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore della pelle abbiamo una fisicità, uno psichismo e una spiritualità eguale, e che pertanto SIAMO TUTTI UGUALI IN DIGNITA’.

Purtuttavia abbiamo anche una genetica differente ognuno da qualsiasi altro, nasciamo in un ambiente diverso e abbiamo un’istruzione diversa, cosicché questi tre elementi ci rendono unici e irriducibili individui, cioè non-divisibili, ma sempre eguali in dignità.

A chi dare la colpa per queste canagliesche bestialità (absit iniuria verbis animalibus) da teppisti… forse a chi educa questi cialtroni, e poi dall’uso di ragione a loro stessi ma non dobbiamo arrenderci

Un’ultima cosa: i fischi a Donnarumma, portiere della Nazionale ed ex Milan, andato al Parigi per avere invece di sette milioni all’anno di ingaggio forse otto, guidato da quel gran furbacchione del suo procuratore, tale Raiola, che ha anche rilasciato un’intervista di cui, se fosse una persona normalmente “etica” (come si usa dire in modo impreciso e generico), si dovrebbe vergognare, evidentemente ragazzo ineducato a una normale moralità. Si liberi di quel signore, intanto, se vuole tornare a essere un ragazzo di 22 anni di successo, senza conflitti, mettendo in evidenza le sue grandi qualità di calciatore. Il portiere della Nazionale di calcio italiana non merita di fare questa fine mediatica.

22 anni, caro Gigio, svègliati, perché un po’ di quei fischi a San Siro te li sei meritati!

E infine: quale è l’Italia, quella di Mancini e Colbrelli o quella di un’accozzaglia di idioti, imbecilli e canaglia che fischia un Inno nazionale?

Spero che sia soprattutto e prevalentemente la prima. Viva questa Italia!

L’aghioterapia, come “cura della santità”, rimedio spirituale ai mali che affliggono l’essere umano, che però non toglie la responsabilità a ciascuno di operare per il bene proprio e degli altri

Santo significa “sancito”, ma anche “separato”, diverso, come diversi sono i “santi”, tra loro e dagli altri. Diversi in che senso? forse nel senso che sono dei superuomini o superdonne? Per nulla, perché, se ci si dedica a un opportuno approfondimento biografico di un qualsiasi santo o santa, ci si accorge che quelle figure sono persone normali, anzi, a volte molto normali, con difetti e con pregi, peccatrici e peccatori, generosamente solidali e/o egoisti, rabbiosi, scostanti…

Un esempio di santità umana, naturalmente speciale, o specialmente naturale, come avrebbe detto il santo che sto per nominare, è quella di sant’Agostino, che ebbe una giovinezza errabonda e strapazzata.

Il padre Tomislav Ivančič ha scritto per i tipi di Teovizija dell’Università di Zagabria un libro dal titolo L’Haghioterapia incontro all’uomo, con il quale spiega come si possa ricorrere alla dimensione spirituale, che si declina perfino con la santità, anche per rimediare ai mali che ci affliggono come esseri umani. Sappiamo che il male si manifesta all’uomo e nell’uomo almeno sotto tre specie e dimensioni, o forse quattro.

Il più tangibilmente immediato è a) il male fisico, che deriva dall’ammalamento del corpo, per ragioni (in estrema sintesi) genetiche e/o ambientali, o è causato da un incidente/ infortunio, e impone conseguenze più o meno gravi, che generano periodi di diversa lunghezza per la guarigione e/o la riabilitazione; b) il male psicologico, interiore, che può essere generato dal male fisico, ma può avere anche un’eziologia sua propria e derivare dallo stato d’animo della persona, dagli eventi che contraddistinguono la sua vita, etc., e può portare anche a gravi scompensi psichici, come la depressione e altre malattie dell’anima (psiche); c) il male morale, che nasce dalle scelte libere dell’uomo generanti mali e offese agli altri: e qui gli esempi sono noti e innumerevoli, tali e tanti che non occorre elencarli.  

A questo punto si potrebbe dare anche un altro tipo di male, che tutti i mali ricomprende: d) il male metafisico (come insegnava sant’Agostino), il quale consiste nella mancanza di un bene corrispettivo, che il grande teologo e filosofo africano definiva defectio boni, cioè mancanza di un bene, come può essere, ad esempio, l’amputazione di un arto.

A ben riflettere, però, si potrebbe dire che ogni male, fisico, psicologico e morale è un male metafisico, poiché, nel primo caso si tratta di una mancanza di salute, nel secondo caso si può dire che manca l’equilibrio mentale, e nel terzo è carente o assente il senso morale, ovvero la stessa coscienza morale, cioè il pilastro spirituale di ogni individuo umano.

Si vede, dunque, come l’aspetto spirituale, metafisico, dell’esistenza del male connette e sintetizza ogni genere e specie di mali presenti nella vita umana.

L’aghioterapia , termine alquanto strano per i nostri tempi, interviene a questo livello, ponendosi come medicina, terapìa nel senso e significato classici di attenzione e cura dell’intera personalità e persona umana. Vediamo il nome composto che la definisce: àghios, in greco antico significa santo, terapìa, nel senso classico appena citato, vuol dire prendersi cura di tutta la persona, ma non in termini di mera attività unidirezionale. In altre parole, l’aghioterapia, come ogni terapìa psico-spirituale non funziona se non vi è un dialogo connesso e continuo tra i due soggetti, colui che inizia da aiutare e colui che è disponibile a farsi aiutare. Nell’aghioterapia come, mi permetto di dire, nella consulenza filosofica individuale, di cui si occupa l’Associazione filosofica che di questi tempi presiedo, Phronesis, non funziona, se non vi è un coinvolgimento reciproco fra i due soggetto in dialogo, in quanto non è un insegnamento, ma una relazione.

Di solito, specialmente dalla modernità in poi, con un acme fortissimo nell’800 ai tempi della filosofia positivista, si è generalmente pensato alla medicina come a una scienza-tecnica oggettiva, in grado di correggere, estirpare, distruggere, se possibile, ogni male.

Propongo un esempio giuridico-contrattuale dei decenni scorsi, valido fino ad oggi: nel dopoguerra, la ricostruzione dell’Italia previde, non solo il rimettere in piedi infrastrutture e industrie, abitazioni e comunicazioni, ma anche di intervenire legislativamente in tema di sicurezza e tutela della salute sul lavoro. Furono perciò emanati due Decreti legislativi, il 247 nel 1955 sull’Antinfortunistica, e il 303 nel 1956 sull’Igiene del lavoro. Si tratta di normative estese e dettagliate, essenzialmente improntate alla fiducia che il progresso tecno-scientifico avrebbe ridotto fino ad annullare ogni pericolo e rischio per la salute dei lavoratori.

L’applicazione di tali misure fu importante e certamente calarono drasticamente infortuni e malattie professionali, pur in presenza di un aumento notevolissimo degli addetti, che da metà degli anni ’50 al 2000 passarono da 15 a 22 milioni di lavoratori, con uno spostamento epocale dall’agricoltura all’industria: su 10 milioni di lavoratori agricoli censiti nel 1955, già negli anni ’70 nove milioni erano passati all’industria e settori connessi del terziario.

Ciò che mancava in quella legislazione era l’intervento volontario e responsabile dell’uomo: nel senso comune, l’uomo al lavoro era pressoché quasi esentato da responsabilità in caso di accadimenti nefasti in fabbrica o ovunque si lavorava.

Un passo in avanti vi fu quando fu emanata la Legge 300/ 70, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, che all’articolo 9 prevede l’obbligo di tutela e di auto-tutela della salute e sicurezza da parte del singolo lavoratore, perché si è capito che non si può affidare tutte le garanzie di tutela alla perfezione tecnica di macchine e impianti.

Fu però con il Decreto legislativo 626 del 1994, che si realizzò una svolta radicale in tema: i lavoratori divennero protagonisti della tutela della propria salute e sicurezza e di quelle dei colleghi, insieme con alcune figure bene individuate e responsabili: il Datore di lavoro in tema di sicurezza, il Procuratore aziendale speciale in tema, il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, il Medico di fabbrica, il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, ma con queste figure, tutti e ognuno furono chiamati a interessarsi di questi temi e problemi.

Nel 2008 un nuovo decreto, il 108, e nel 2009, il 106, perfezionarono ulteriormente l’amplissima area delle responsabilità individuali.

Gli infortuni, specie quelli mortali, e le malattie professionali, diminuirono in maniera significativa, ma negli ultimi e a noi prossimi anni, questa virtuosa tendenza si è capovolta, tornando a verificarsi un numero di eventi, anche infausti, come un decennio fa. Le ragioni sono molteplici: alcune si possono trovare anche nella riflessione che ho sviluppato nei post precedenti, e quindi non mi ripeto. Basti qui dire che, fondamentalmente, lo scambio tra mezzi e fini nella vita umana, nel senso che l’uomo non appare più chiaramente come fine, sta generando lo stato di cose attuale.

In ultimo, cito il tema della pandemia e delle misure per arginarla e possibilmente sconfiggerla. Ebbene, anche in questo caso, valgono le riflessioni sopra proposte. Il tema è quello di utilizzare la scienza e la tecnica contro questo male, ma soprattutto di essere responsabili individualmente verso se stessi e verso gli altri, favorendo e scegliendo gli strumenti di difesa personale e collettiva.

Si evidenzia qui il senso, il principio, il valore virtuosodella responsabilità individuale, che va posta al centro di ogni iniziativa: mentre la politica, le strutture sanitarie e quelle produttive debbono attrezzarsi per legiferare e regolamentare i comportamenti, gli individui devono dare il loro contributo personale, scegliendo per il BENE COMUNE.

Mi preoccupano soprattutto cognitivamente e poi eticamente coloro che si oppongono, minimizzando la portata di questo male, diffondendo idee sbagliate perché non fondate su dati (ad esempio che il 95% dei decessi coglie persone non vaccinate), e pericolose.

Tommaso d’Aquino, quando incontrava qualcuno che lo contraddiceva senza aver studiato l’argomento, e così avendone acquisito una conoscenza completa, soleva dire “contra factum non valet argumentum et memento: sutor nec ultra crepidas” (trad.: contro i fatti non valgono argomentazioni contrarie, e ricorda che ogni ciabattino non deve andare oltre il suo sapere nel costruire stivali).

Mi pare che il sapere di san Tommaso sia ancora attuale.

Che dire, dunque, infine, dell’aghioterapia in questo contesto? Che la santità non è roba-per-pochi, ma è per molti… quanti “santi” senza nome in questi 24 mesi di storia mondiale? Quanti e quante medici, assistenti, infermieri, autisti di ambulanze, operatori nel settore della sicurezza sociale, lavoratori di tutti i tipi, imprenditori, mamme, papà, collaboratrici familiari… hanno praticato, oltre ai loro saperi teorici e pratici, l’aghioterapia?

Il numero è ignoto, ma la certezza di una santità diffusa è incontrovertibile.

Beatrice (Bebe) Vio mostra come la “gioia”, quel sentimento che in latino si dice “gaudium”, prevalga sulla “felicità”

Quando vedo o ascolto Beatrice (Maria-Adelaide-Marzia)-Bebe Vio, nata nel 1997, provo gioia. Provo la gioia che la ragazza mi trasmette con il suo entusiasmo, il suo sorriso, la sua eccelsa classe sportiva.

Pur essendo stata tormentata fin da piccola da una tremenda meningite che la ha mutilata, Bebe è una grande campionessa dello sport che si dice parolimpico, nella specialità della scherma, arma del fioretto, ma a mio parere si dovrebbe dire “dello sport”, e basta. Mi viene da pensare che se (uso l’ipotetica nonostante solitamente io rifugga da simulazioni a-storiche) avesse potuto usufruire dei suoi arti e di un corpo integro, avrebbe potuto imitare e seguire in grandezza sportiva l’immensa Valentina Vezzali.

Le sue performance mi offrono l’occasione di parlare della gioia, come sentimento positivo cui si anela sempre, anche se spesso si preferisce parlare di felicità… dopo di che ci si accorge che la felicità, intesa come stato di benessere gioioso continuo non si può mai dare, perché non c’è, non existe, cioè non sta dentro e fuori di noi.

Qualche giorno fa ho scritto dell’etimologia di felicità, che va fatta risalire alla radice sanscrita fe, che significa fecondità. Ecco, allora potrebbe darsi che l’etimo antico ci possa aiutare a darle un senso.

Nel caso della Bebe, dire che manifesta non solo gioia ma anche felicità di vivere, si può. Questa ragazza di ventiquattro anni, martoriata dalla sorte, da quello strano e incomprensibile (agli occhi e al sentimento) garbuglio di volontà umane, circostanze, genetica, ambiente… che a volte chiamiamo DESTINO, riesce a mostrare una felicità di vivere, almeno davanti alle telecamere, che fa provare ai lamentosi di ogni genere e specie, se riflessivi, un sentimento di vergogna e quasi di blasfemia, quando si lamentano, come si dice in Friuli, “di gamba sana”, che significa lamentarsi di inezie.

Devo dirti, caro lettore che, pur a volte soffrendo penosi dolori alle vertebre dorsali, lascito del tumore terribile che mi colpì quattr’anni fa, il pensiero di una ragazza coraggiosa come Beatrice Vio, mi aiuta a lamentarmi il meno possibile e mi ispira un po’ di vergogna se indulgo un pochino troppo nel lamentarmi, quando qualcuno mi chiede come sto.

Torniamo al sentimento della gioia, che ritengo più realistico di quello della felicità. Tre lustri fa, più o meno, con la mia carissima amica, la psico-pedagogista Anita Zanin, scrissi e pubblicai un volume che si configurava come una sorta di contro-manuale di pedagogia dell’età evolutiva. Ebbene, decidemmo di intitolarlo “Educare all’infelicità”, proprio per sottolineare la problematicità del termine, e per segnalare tutti gli “errori” educativi che gli “educatori”, genitori e insegnanti in primis, rischiano di commettere, se non tengono conto che non si può insegnare dall’alto ciò che andrà a costituire la struttura di personalità dei bambini, ma che si deve piuttosto “accompagnarli”, nella loro crescita, rispettando in ogni momento le caratteristiche delle piccole persone in evoluzione, dando loro delle dritte generali, ma soprattutto orientandoli con l’esempio e con la coerenza comportamentale.

Il volume, presentato a suo tempo durante la rassegna Pordenonelegge, ha avuto un certo successo, ma, abbiamo pensato che ciò sia avvenuto soprattutto per la paradossalità del titolo, con il quale abbiamo inteso pro-vocare curiosità, ma anche sottolineare, proprio ponendo un termine dal significato contrario della felicità, come questa condizione sia un tema arduo e largamente simbolico nella vita umana.

In-felicità certamente significa mancanza di benessere e di gioia, ma può anche favorire l’acquisizione di una consapevolezza che lo star-bene è una conquista della mente, della riflessione razionale e morale sui valori essenziali e non volatili, della vita.

Si può essere “felici” (virgoletto per restare nella logica del pensiero che qui cerco di esprimere), anche quando manca qualcosa alla nostra vita, ad esempio una parte di agio, un pezzo di salute fisica, una parte di sicurezza, solo se riusciamo a declinare questo “essere-felici” come una capacità spirituale di cogliere la gioia di vivere in (di) ciò che vale veramente: un rapporto sincero con l’altro, un sentirsi utile in una comunità, una capacità di ascoltare e di farsi ascoltare, una accettazione del limite nostro e degli altri, che è la condizione esistenziale più vera della vita umana, e di (e in) questo limite, una volta esplorato e còlto, sapersi ac-contentare.

I vaccini, la persona morta di Voghera, i referendum, la riforma della giustizia: tra un diritto eticamente fondato e giuridismi insensati, la libertà, nella “società dell’egoismo” e della “crisi del pensiero… critico”, vera e grave pandemia

…e pensare che Giuseppe Conte si propone come giurista di vaglia!

Di rientro dall’incontro con il Presidente Draghi afferma convinto che è possibile un accordo sulla “riforma della giustizia della ministra Cartabia, ma che i 5S (che lui vorrebbe dirigere ma mi pare già che non ci riesca) vigileranno onde impedire che maxi processi, come quello istruito contro i dirigenti di Autostrade Spa dopo il crollo del ponte Morandi a Genova vadano in fumo.”

E lo dice convinto. Il popolo che ascolta la tv, però, non ha né tempo, né voglia, né preparazione giuridica per andare a compulsare il testo della riforma Cartabia e si fida… pensando “ma come può dire una cosa falsa un avvocato che è stato capo del Governo?”

Invece no: la riforma scritta dalla nuova ministra, che grazie allo Spirito Santo che soffia dove vuole, a Draghi, al Presidente Mattarella e a qualche politico in questo caso accorto (e furbo, siccome si tratta di Renzi), salvaguarda assolutamente l’andamento e la conclusione di processi come quello citato, evitando ogni riduzione di tempi che ne limitino la celebrazione, fino a una legittima conclusione e auspicabili severe condanne. Ooh come mi piacerebbe vedere per un momento in manette, magari finalmente compunto, il superbo, arrogante e finora impunito ing Castellucci, di cui tutti ricordiamo l’atteggiamento insopportabile subito dopo il disastro! …anche se, come sa il mio gentil lettore, sono tutt’altro che un manettaro, nutrendo una stima “tecnica” per il giornalista Travaglio molto vicina allo zero assoluto, quello cosmico.

Costui, quando parla o scrive sembra che goda quando viene messo in galera qualcuno, e che auspichi si gettino via le chiavi, come si dice, con orrenda espressione popolare.

Fare confusione sulla prescrizione, cioè sul tempo limite per la celebrazione di un processo nei suoi tre gradi di giudizio (Primo, Appello, Cassazione), è un delitto concettuale e una mancanza di rispetto grave per l’intelletto di ogni Italiano, anche di chi non riesce a verificare la veridicità delle asserzioni (in questo caso) contiane.

A Voghera, un assessore leghista ha “sparato” (a) un marocchino trentanovenne uccidendolo. Il suo avvocato spiega che si è trattato di legittima difesa. Il Procuratore della Repubblica ha chiesto e ottenuto dal Giudice gli arresti domiciliari, intanto, con la causale di “eccesso colposo di legittima difesa”, l’indagato essendo stato aggredito con le mani dalla vittima. Deve stare rinchiuso in casa perché potrebbe essere in grado di “inquinare le prove” e di “reiterare il delitto”. Sono perplesso. Certamente il fatto che girasse con una pistola con il colpo in canna significa che la sua mentalità e visione politica è quella bronsoniana e americana del farsi-giustizia-da-sé. Naturalmente (e come poteva andare diversamente?) Salvini lo difende e quasi lo loda, mentre Letta diffonde urbi et orbi (neanche fosse un Pio Dodici) l’ennesima stupidaggine riflessiva da quando è tornato in Italia per guidare un ciondolante PD (ahimè): “Bisogna togliere le pistole ai privati”.

E subito dopo, non so se lo ha detto o se lo ha solo pensato: salvo (che) ai gioiellieri, ai tabaccai, agli autotrasportatori, ai… etc. etc. No, Letta, In Italia vi sono 7 milioni di armi da fuoco su 60 milioni di abitanti; negli USA circa 350 milioni di armi da fuoco su 330 milioni di persone, e non solo pistole, ma anche fucili d’assalto, l’uso esperto di uno dei quali può provocare (e provoca quasi ogni settimana) una strage. Gli USA hanno un problema enorme, ma in Italia è diverso: l’Italia, anzi gli Italiani e i politici che ne sono l’espressione peggiore (forse perché per avere successo in politica, di questi tempi, bisogna essere furbi, non-intelligenti, e senza remore, spregiudicati), hanno un problema legato alla debolezza preoccupante di un pensiero critico, riflessivo, e ciò è un problema di cultura sociale e morale. Ma gli Stati Uniti, e altre nazioni del mondo ce l’hanno al cubo, questo problema, senza che ciò, ovviamente, ci possa consolare.

Dei referendum sulla giustizia ho già scritto qui qualche giorno fa. Mi limito, pertanto a dire solo che è bene siano celebrati, perché non basta l’attuale riforma voluta dalla ministra Cartabia e dai Presidenti Draghi e Mattarella sulla prescrizione, circa la quale riforma già si vedono le reazioni della casta sacerdotale dei magistrati, ma serve anche altro, a partire dalla separazione delle carriere tra Pubblici ministeri e Giudici giudicanti. Anche se magari solo informati dai thriller polizieschi e avvocatizi americani, gli Italiani hanno capito che là, in America, sotto questo aspetto, funziona meglio. Mi viene in mente, tra altri, anche solo il processo ai coniugi Bazzi-Romano, quelli condannati per la strage di Erba, che probabilmente (o certamente) sono innocenti, oppure la ridicola condanna comminata alla freddissima e cinica assassina di madre e fratellino Erika De Nardo da Novi Ligure, che oggi, laureata in filosofia (mi piacerebbe verificarne la preparazione e soprattutto il rapporto che per lei esiste, se esiste, tra filosofia e vita), oppure, per ragioni ancora diverse, la vicenda del carabiniere Cerciello Rega, o quella di Meredith Kercher, dove l’americana signorina Knox Amanda se la è forse cavata a buon mercato.

Ripeto, con Calamandrei e, meglio ancora, con Tommaso d’Aquino e il padre gesuita Molinos, condivido la seguente tesi etico-giuridica che recita: “in dubio pro reo”, e dunque “meglio uno/ dieci/ cento colpevoli in libertà che un innocente in prigione”.

Infine: i vaccini tra “obbligo” e volontarietà. Immanuel Kant parlava e scriveva dell’imperativo categorico, come scelta libera ancorché necessaria (si noti l’ossimoro concettuale), spiegando che vi sono alcuni momenti e situazione nei quali si è tenuti a dover dire o fare qualcosa e non qualcosa’altro, ad esempio, in questa nostra attuale temperie e luoghi: “fare i vaccini”. Dispiace che per convincere i dubbiosi siano utili, anzi necessarie, le parole durissime, inequivocabili, del Presidente Draghi, che tutti hanno ascoltato e di cui molti pare abbiano già fatto tesoro.

Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino scrivevano di libertas minor, vale a dire di una libertà egoistica, scarsamente lungimirante e poco supportata dall’intelletto e dalla ragione… e di libertas maior, quella sì illuminata dalla riflessione e dalla logica argomentativa. Ecco, questi sono tempi che impongono ai cittadini di scegliere la Libertas maior!

La LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive.

Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essere umani. Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

In una fase nella quale la crisi del pensiero critico, del pensiero-pensante è la prima “pandemia” su cui lavorare, e a questo tema si dedicheranno i lavori del Seminario estivo dell’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica, Phronesis, attualmente da me presieduta, in quel di Brescia a fine agosto, mi pare utile ricordare anche qui che la prima battaglia da combattere e da vincere è quella contro l’egoismo individualistico, che porta a confondere la libertà personale, che alcuni ritengono sia indebitamente conculcata, ad esempio con il green pass, con la libertà responsabilmente aperta alle necessità vitali di tutti, in un sentimento e atteggiamento comunitario e solidale.

Dispiace a me, da filosofo esposto sul piano nazionale come Presidente di Phronesis, ascoltare certe riflessioni del caro professor Galimberti, che ha-anche-a-che-fare con la nostra associazione, quando in tv “accusa” il cristianesimo di essere liberticida, in ragione della sua sottolineatura evangelica (di Gesù stesso) del valore della persona, a discapito della comunità. Di contro egli cita Aristotele che sosteneva come l’uomo che entra in una città deve sottomettersi alle sue leggi, altrimenti non può sottrarsi all’alternativa binaria, se essere definibile come “bestia” o come “dio”. Mi meraviglio della citazione, caro Galimberti, anche se capisco che i “tempi” televisivi impongono innanzitutto i rai fulminei delle frasi icastiche e, insieme, le sintesi nemiche dell’attenzione e della necessaria cura dell’analisi storico-filosofica.

La contraddico ricordandole che il cristianesimo è tutt’altro che anti-comunitario, come mostra tutta la sua storia, senza che qui riassuma la storia della dottrina, confermata con la massima solennità nel 1965 nella Costituzione conciliare Lumen Gentium, che al primo articolo afferma che la “Chiesa (e lei sa che tale lemma significa in greco, ekklesìa, adunanza, comunità, etc.) è il Popolo di Dio”. Popolo di Dio, tutti, dunque, nessuno escluso. Circa la citazione agostiniana là dove il grande Padre africano afferma che allo stato spetta di “togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima”, non di cercare il bene comune (peraltro valore citato in molti testi agostiniani che lei bene conosce), lei mi pare dimentichi che gli scritti di Agostino si caratterizzano per diversi sensi interpretativi, a seconda – potremmo dire – del target: i sensi allegorico e morale, per parlare ai fedeli spesso analfabeti, il senso anagogico per disquisire con i moltissimi interlocutori del suo livello culturale, cristiani e non, spiegando poi ai fedeli che “anagogico” significa “che ha a che fare con la salvezza dell’anima”.

Le sue tesi in tema, pertanto, mi sembrano, sia filosoficamente, sia teologicamente, sia storicamente non corrette, poiché, peraltro in presenza di interlocutori tutt’altro che all’altezza per discutere di questi temi, come il maleducatissimo giornalista David Parenzo (lo si ascolti per conoscerlo meglio, nella trasmissione di Radio24 “La zanzara”, dove fa a gara con i suoi colleghi Giuseppe Cruciani e tale Alberto Gottardo a chi è più volgare), non corrette e infondate circa quanto proposto dalla Teologia cristiana, dalla Tradizione dal Magistero sull’uomo e sul mondo in duemila anni. Potrei citarle mille testi a suffragio di un tanto, ma qui non lo posso fare.

Caro Galimberti, è proprio vero il contrario di quello che lei sostiene: il Cristianesimo è stato, insieme con l’etica platonico-aristotelica, che proprio Agostino, e dopo di lui papa Gregorio Magno e poi Tommaso d’Aquino, contribuì a inserire nella morale evangelica delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 1-15 ca) il fomite ideale e morale generativo del valore morale superiore del Bene comunitario, rispetto al Bene individuale, poi declinato dall’Illuminismo e fatto progredire dalle Rivoluzioni francese e nazionali (anche se non senza contraddizioni) e dallo sviluppo delle moderne democrazie fino al welfare contemporaneo.

Ecco dunque, anche se la pandemia Covid è un gran male, cogliamo l’occasione per parlare e combattere la pandemia della crisi del pensiero. Anche questa mia riflessione che la contrasta, caro professore, serve a questo. E dunque la ringrazio e la abbraccio, da filosofo e da essere umano, anzi viceversa.

Parole dal carcere

Si discute, in una giornata di questo caldissimo luglio 2021, di quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri, e di molto altro. Il sistema pare sia un po’ questo, così come si è visto in tv e sul web. Me lo fa capire chi si trova da decenni fra ristretti orizzonti e, se pure in modi differenti, due poliziotti.

Parto da costoro. Il primo mi dice esplicitamente che, se si registrano azioni pericolose da chi fa rivolte, prima o poi ci si vendica, perché questo è l’ordine naturale delle cose. A bestia, bestia più uno, gli scappa di dire.

Il secondo, che è un graduato, mi mostra una sensibilità politica e morale che – con rispetto per lui – non mi aspettavo del tutto, dicendo che non è ammissibile eticamente che uno “strumento dello Stato” si vendichi, peraltro di persone che magari c’entrano poco o nulla con precedenti manifestazioni.

Il mio amico invece, parla di un “sistema”, cioè di una metodica che è stata introiettata nei comportamenti di chi è di guardia, ed è in qualche modo quasi “asseverata” dall’alto, checché ne dicano coloro che stanno in alto.

Come orientarsi tra queste tre opinioni così differenti? Il carcere è una istituzione totale e totalizzante, come spiegava Michel Foucault già mezzo secolo fa, e perciò in qualche misura – di fatto – al di fuori del rispetto delle norme dello “Stato di Diritto”, come quello francese o quello italiano. Epperò, come può ragionevolmente darsi un “poter-essere” al di fuori delle norme dello Stato di Diritto? Pare una contraddizione in termini.

Se uno Stato si dice di diritto, riconoscendo che le proprie prerogative giuridiche non possono eccedere quelle di ogni cittadino, in modo da metterlo in una situazione minoritaria, non dovrebbe consentire eccezioni, ovvero situazioni nelle quali ciò che significa il sintagma etico-giuridico “Stato-di-Diritto” non “funzioni”. Ebbene, non è così… e per le ragioni in base alle quali tutto, nel mondo degli uomini e nella storia, è accaduto nel corso del tempo, e ancora accade sovente e in molti luoghi e situazioni.

Il tema dei diritti è centrale da quasi due secoli e mezzo, dai tempi dell’Illuminismo francese, tedesco, italiano e anglosassone, dai tempi di Voltaire, Beccaria, Jefferson e Kant. E’ all’ordine del giorno da questo lungo periodo, perché, nonostante la chiarissima lezione evangelica, una cultura politica generale non ha saputo introiettarne il valore. In questi due secoli e mezzo i diritti sono diventati un elemento centrale delle legislazioni e della politica nella maggior parte dei paesi del mondo, dopo le crisi sistemiche dei totalitarismi del ‘900.

Ancora, però, in molte nazioni i diritti umani non sono riconosciuti, come in Corea del Nord e in Cina, ovvero dove sono negletti, ad esempio in certi regimi autoritari del Sud America, dell’Africa e dell’Europa, come in Bielorussia.

Nei paesi giuridicamente più evoluti i diritti stanno riguardando anche aspetti della vita personale fino a sfumare in un confuso giuridismo dei bisogni e dei desideri, come sta accadendo in queste settimane in Italia con gli scontri politici sul Disegno di Legge Zan, che concerne la tutela delle varie declinazioni sessuali dell’umano.

Forse il momento critico dei diritti va di nuovo valutato per rapporto ai doveri, di cui da tempo si parla pochissimo. Dovrebbe essere posto al centro in combinato disposto fra diritti e doveri, per riprendere un discorso che equilibri questi aspetti regolatori della convivenza umana.

E torno al tema carcerario della prima parte.

Comunque stiano le cose, e specialmente se si trattasse di un sistema, come mi spiega l’amico ospite di quell’istituzione da troppo tempo, i diritti umani non vanno mai negati, e dunque atti e fatti come quelli accaduti e sopra richiamati non dovrebbero avere più la possibilità di accadere.

Ma, perché vi siano speranze per una prospettiva del genere, è necessario riprendere i fondamenti etico-filosofici della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 parla di diritto al recupero della socialità per tutti e per ciascuno che abbia sbagliato e abbia pagato la pena per i crimini compiuti.

Anche l’ergastolo ostativo, pur misura comprensibile in un certo momento storico, oggi mostra tutta la sua evidente incostituzionalità e immoralità. Diritti dei cittadini e doveri nei comportamenti devono coniugarsi in un mix là dove la libertà di ciascuno sia contemperata al diritto alla sicurezza personale di ciascun altro, reciprocamente.

Non si dà, infatti, una libertà plausibile, se non connessa con la giustizia e la sicurezza, sempre nei limiti dell’agire umano.

…si scrivono e soprattutto si pubblicano troppi libri mentre si legge poco, pochissimo. Se dovessi dire il titolo di un volumetto un pochino furbicchio, tra i troppi pubblicati in questo periodo, non avrei dubbi a scegliere “Il senso della vita” del teologo Mancuso

Non capisco a che cosa serva la teologia, che è un discorso su Dio e sull’uomo per rapporto a Dio, se alla fine basta più o meno essere gentili, o giù di lì, per dare un senso alla vita. Ad esempio io spesso non sono gentile, e allora mi è negato di dare un senso alla mia vita? Andiamo!

Questo traggo dalla lettura di questo volumetto, che non ho comprato, ma mi è stato prestato. Anche Mancuso, come Saviano, è molto bravo nel fare la vittima, lui delle istituzioni ecclesiastiche, l’altro delle minacce della camorra. Parole dure le mie?

Non credo, perché non bisognerebbe dare spazio a chi approfitta della propria situazione, per costruirsi, in qualche modo condizionando la pubblica amministrazione, una sorta di sinecura a vita. Inviterei queste persone a considerare quanti esseri umani sono veramente in pericolo radicale, quello della vita, e sono lì, nel mondo, senza pretendere nulla da chicchessia. Di queste persone dovrebbero interessarsi i sopra citati, come cerco di fare io nel mio piccolo.

Il fatto è che la cultura sessantottina, oltre ad avere portato nel mondo necessarie modifiche nei rapporti interpersonali, politici e sociali, mettendo in mora le tre famose “p”, quella di figure arroganti consolidatesi nei secoli, il padre, il prete, il professore e il padrone, che hanno storicamente comandato a bacchetta, con arroganza e incrollabile protervia, agli altri, senza essere contrastati in alcun modo, ha indirettamente promosso lo sviluppo della “cultura della pretesa”. Una cultura fasulla e perniciosa, demotivante e ambigua.

Oggi, dopo decenni di dialettica fra diritti e doveri, si parla quasi solamente di diritti. Questo non-va-bene.

Ciò che rimprovero al teologo Mancuso, riferendomi soprattutto a un suo libro precedente, quello con il quale cercò di metter in mora il “dio della Bibbia”, che lui chiama “Deus”, per contrapporlo al “Dio dei vangeli”, quello di Gesù Cristo, è l’assenza di ogni accenno alla necessità di interpretare le Sacre scritture, al fine di dare un senso a testi scritti da tremila a duemila anni fa, che parlavano a popoli quasi del tutto analfabeti, con un linguaggio immaginifico e spesso violento e atroce.

In teologia fondamentale e in esegesi biblica si studiano i quattro sensi che aiutano a comprendere il testo: a) quello letterale che racconta i fatti, o le memorie dei racconti sui fatti, e che narrano i miti primordiali; b) quello allegorico che dà l’indirizzo di fede, per mezzo di passaggi linguistici di carattere retorico, là dove ciò che è scritto significa altro; quello morale, atto a dare un indirizzo virtuoso nei comportamenti; e infine quello anagogico, finalizzato a focalizzare la meta per l’anima spirituale.

Se le cose così stanno, come si fa a considerare “Deus”, il Dio-Signore-Iahwe, “dio-degli-eserciti”, così come citato nella Bibbia in modo letteralista, come se fossimo gli anawim, i poveri del Signore di quei deserti, di quelle pietraie assolate.

Lasciamo fare queste operazioncine a Odifreddi, che ama fare il teologo con una preparazione da professore di matematica. Ancora una volta dico, e ridico, mi dichiaro incolpevolmente ignorante tecnico di molte discipline, la medicina, la fisica, la geologia, ma non mi impanco a parlarne con il sussiego dell’esperto, cosicché invito a fare altrettanto chi non sa alcunché di teologia e filosofia o ne è solo un “orecchiante”. E torno al volumetto mancusiano. Da questo autore “pretenderei” di più, ma non trovo ciò che cerco.

Mi spiego: se devo trovare un senso alla vita, e mi pongo da un punto di vista teologico, cioè comprendente anche la dimensione del divino, non può bastarmi dire che il senso si trova anche solamente nella gentilezza dei tratti relazionali, nel respirare lentamente, nell’imparare a mangiare, nel provare sensazioni, nella lettura, nello studio, nella riflessione, nello scrivere appunti, nell’ascoltare gli altri, nell’essere sinceri, nel distinguere le bugie opportune dalla menzogna, nel diventare consapevole dei sentimenti, nel camminare nella natura, nell’apparecchiare con cura la tavola, nel curare il proprio corpo (di questo specifico elenco ringrazio gli amici Neri e Roberto, che mi hanno fatto avere l’articolo di Paolo D’Angelo pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano “Domani”, articolo che mi ha spinto a cercare il libro). Una buona estrapolazione dal volume citato.

…ma che senso ha un tipo di vita del genere? Abbisogna di Dio? Della teologia? della filosofia’ Non mi pare. Anche se conosco persone che proprio di quell’elenco costituiscono il senso della vita.

Posso dire che tutto ciò è solo banalmente piacevole?

Posso dire che nulla mi dice di ciò che la vita realmente è, con il suo carico di contraddizioni e di dolore, di gioia e di paura, di salute e di malattia…?

Con tutta la sua drammatica insensata sensatezza?

Non sarò mai di destra, ma a sinistra non ho più “patria”

Geneticamente, voglio dire, fin dall’uso di ragione e dai primi discorsi politici, semplicissimi, ascoltati da mio papà, mi sono sentito “socialista”, ma non di quelli della Rivoluzione bolscevica (che erano comunisti, e non bisogna mai confondere i due termini), bensì di quelli moderati che cominciavo a sentire per radio e verso la fine dei ’60 per televisione, Nenni su tutti. E tale sono rimasto nelle mie diverse traversie esistenziali, culturali, attività, condizioni personali, familiari, economiche, fino ad oggi.

E tale rimango, con una convinzione: che la mia Patria sia il mondo intero e la mia legge la libertà nella giustizia (caro lettore, ti ricorda qualcosa questo versicolare?). Una Patria che è il Pianeta Terra, l’Europa. l’Italia e il Friuli. Ma anche le mie convinzioni etiche e politiche.

Se qualcuno mi chiedesse, però, quale sia la mia Patria effettiva, oggi, qui e ora, e plausibilmente domani, fino alla fine, risponderei che è il PENSIERO, la FILOSOFIA.

Ecco, in codeste “patrie” mi sento a mio agio, perché sono l’ambiente previo e necessario per ogni ulteriore riflessione etica e politica.

Mi sono già soffermato su questi argumenta qualche giorno fa, ma riprendo il tema. Primo esempio: Enrico Letta sembrava un gentil dormiente quando Renzi lo sfrattò da Palazzo Chigi nel 2014. Trovò nell’elegante Paris, patria mondiale degli snob di sinistra o parvente tale, e perfino di comunisti con il Rolex d’oro come le sorelle Bruni Tedeschi, una posizione da maitre à pénser e di docente universitario (non ho capito bene di cosa e dove, però).

Qualche settimana fa, a fronte della manifesta povertà politico-gestionale del Presidente della regione Lazio, è stato invocato e chiamato a gran voce dal suo partito, a salvarlo dal deliquio, partito in mano a mediocri stanziati in posizioni di garanzia assoluta come ministeri e Parlamento.

Bene, neanche sceso dall’aereo a Fiumicino, il buon Enrico si è messo a declamare dello Ius soli, senza se e senza ma (come direbbe Bertinotti, altro poco glorioso distruttore della sinistra, di governo e non); un attimo dopo, si è messo a declamare (ipso eodemque modo) il tema dell’1% di tassazione ulteriore ai possessori di grandi patrimoni per dare una spinta verso il futuro ai giovani diciottenni.

Lui, evidentemente, pensa, che riferire almeno fedelmente e compiutamente il pensiero dell’economista Piketty, autore della teoria socio-economica, non è opportuno perché troppo complicato da capire da parte del popolo. Chissà perché non ammette che molta parte del popolo, non solo possa accedere direttamente ai testi “fontali” della proposta, ma sia anche più acculturate e intelligente di lui. Ancora snobismo di sinistra, di tipo quasi leniniano (e cito Lenin solo per sorridere, sapendo noi tutti il divario incommensurabile esistente tra il “nostro” e Vladimir Ilich Ulianov), nel quale il popolo deve essere guidato, come fosse un minus habens, dalle élites di partito.

Sullo Ius soli sono d’accordo anch’io e da prima di Letta, sed est modus in rebus: non lo spari così, cioè, come tema primario, in un’Italia piegata e piagata non solo dal Covid! Questo diritto deve essere ben declinato insieme con lo Ius culturae, che vuol dire due cose essenziali: a) conoscere l’italiano in modo dignitoso, e b) accettare senza remore la Costituzione della repubblica italiana. In altre parole, cittadinanza al padre di Saman, uccisa dallo zio per ordine dei genitori, solo se accetta di mettere la Costituzione italiana al posto della Sharìa pakistana, beninteso, dopo avere passato trent’anni in carcere.

Provi, Letta, a farsi spiegare queste cose dal cardinale Bassetti, presidente dei vescovi italiani, visto che è anche cattolico!

Altro esempio di sinistrismo idiota. Già ho avuto modo di ricordare in questo sito la ridicola presa di posizione della signora Murgia Michela sulla divisa del generale Figliuolo. Ora ne spara un’altra, questa del tutto paranoica, sulla Stampa di Torino (e le danno spazio): lei scrive che non si può dire che “non tutti i bianchi sono razzisti“, perché in situazione potrebbero diventarlo, e che “non tutti i maschi sono potenziali offensori delle donne (non dico femminicidi, perché il termine mi fa schifo, e ne ho già spiegato il perché qui, più volte)”, sempre perché in situazione potrebbero diventarlo. Mi par che tali tesi echeggino una sorta di Piercamillo Davigo in gonnella, giudice che sosteneva essere tutti i cittadini colpevoli di qualcosa, solo che non si riesce a scoprire di cosa…, e dunque ad accusarli. Solo follia logica?

E’ la stessa visione di un bel film americano diretto da Spielberg e interpretato da Tom Cruise, di cui ora non ricordo il titolo: nel racconto filmico la polizia arrestava le persone prima che, mediante un meccanismo psico-telepatico, si venisse a conoscenza l’intenzione di commettere un reato. Il film è bello, oltre che per le sue qualità cinematografiche, perché denunzia un rischio. Qui siamo nel pieno di una riflessione teologico morale di rilievo centrale. Al mio lettore suggerisco di dare uno sguardo al cap. 5 del Vangelo secondo Matteo ai versetti 21 e seguenti, per comprendere ciò che intendo dire.

Le parole della Murgia sono semplicemente insensate.

Come faccio a partecipare di questa sinistra, caro lettore? Me lo puoi spiegare?

Penso, a distanze siderali dai due sopra citati “di sinistra”, che bisogna ricostruire una patria della sinistra riformista, colta, ragionevole, capace di dialogare con tutti, capace di progetti razionali e di alzare lo sguardo, capace di guardare a una filosofia politica e a sviluppare un pensiero logico che scommetta sulla capacità umana, non tanto di resilienza (termine che non apprezzo), quanto di sapienza, che è una sapida scienza.

Il diavolo e alcuni suoi adepti (tra molti altri, l’allenatore dell’Inter Conte (ormai ex), i calciatori Donnarumma e Ronaldo, il procuratore calcistico Raiola, un amministratore aziendale come Castellucci, quello del ponte Morandi, un imprenditore come Nerini di Stresa…)

Diàbolos è un termine greco che significa il separatore (dal verbo greco dia-bàllein), e si riferisce a un essere (spirituale) che interviene in qualche modo nella vita degli esseri umani.

Nella Bibbia e nei Vangeli troviamo molti passi in cui è presente, magari chiamato satàn in ebraico. Si consulti soprattutto il libro di Giobbe, dove il satàn, dialoga con Iahwe, il Signore Dio, e questi addirittura gli affida un incarico, quello di tentare con terribilità Giobbe stesso per mettere a repentaglio la sua fede.

Ma sappiamo come va a finire: Giobbe resiste alle tentazioni e rivive dopo traversie inimmaginabili.

Il padre Gabriele Amorth, recentemente mancato, è stato il più famoso esorcista dei nostri tempi in Italia. E’ nota la sua posizione, che è ampiamente minoritaria nell’ambito ecclesiale: in altre parole la maggior parte di vescovi e sacerdoti non dà credito alla “figura personale” del diavolo, o demonio, o satana. Nella storia delle Chiesa e della Teologia, comunque, a partire dalle Scritture e dal fondamentale testo di Dionigi l’Areopagita De caelesti Ierarchia, il tema degli angeli e dei diavoli, trattato nelle dottrine dell’angelologia e della demonologia, è molto presente.

Il padre Amorth distingue vari interventi del diavolo verso gli uomini, che vanno dalla tentazione al male, ai disturbi ossessivi a una vera e propria possessione del corpo, per cui occorrono preghiere di benedizione e liberazione e la pratica del ministero dell’esorcismo, antichissima, e presente anche in altre religioni. Il diavolo non può possedere l’anima umana, ma la può tentare con i suoi intelligenti inganni. Il diavolo crede… in Dio, e non è un paradosso, perché sa di essere una sua creatura. Il paradosso è che altre creature come molti esseri umani non credono in Dio ed alcuni addirittura pretendono di poter mostrare l’inesistenza di Dio, talora accusando di ingenuità i credenti in Dio, che non sono in grado di mostrarne l’esistenza.

Ma di Dio non si può mostrare l’esistenza, perché la sua nozione eccede le possibilità razionali umane, cosicché una sana logica filosofica, cara professoressa Hack e cari militanti ateisti tutti, non è nemmeno possibile mostrarne l’inesistenza. verrebbe quasi da dire, un po’ scherzando che, se ci crede il diavolo, che è più intelligente di noi, perché dovremmo essere così superbi da non crederci noi? Scherzo un po’, ma non del tutto.

Papa Paolo VI ebbe a dire che il fumo di satana era penetrato anche nella sua Chiesa. Potremmo allora facilmente pensare allo Ior, la banca vaticana, al vescovo Marcinkus e ai suoi rapporti (accertati dalle inchieste della magistratura) con disonesti finiti assai male come Calvi e Sindona, come quelli della banda della Magliana (perché Enrico De Pedis “Renatino” era sepolto in una basilica romana come uno della nobiltà nera di una papa rinascimentale?) e forse della mafia, e fors’anche, fin da allora, alla pedopornografia che stava venendo alla luce nelle strutture cattoliche, con abusi di sacerdoti e altro personale ecclesiastico, vescovi e cardinali. Papa Benedetto XVI denunziò con voce drammatica questa deriva durante l’omelia del venerdì Santo al Colosseo nel 2005, mentre papa Wojtyla stava morendo aggrappato al Crocefisso in diretta video. Lo stesso papa poi agì duramente reprimendo e allontanando decine di prelati e preti a divinis. Papa Francesco lo seguì con forza su questa strada.

E, notizia di oggi, che tipo di uomini e di donne di Dio erano preti e suore cristiani di quell’istituto canadese, dove si sopprimeva la cultura locale e i bimbi nativi morivano di stenti (e di altro) come mosche? Un istituto fondato nel 1890 e chiuso solo nel 1978!

Quanto dolore per papa Francesco!

E ora alcuni esempi di adepti del diavolo, nella loro semplice e cinica malvagità e indifferenza morale. Nella società sportiva del calcio professionistico in questi giorni emergono tre casi che costituiscono uno scandalo immenso sotto il profilo etico: primo, Conte Antonio, allenatore dell’Inter, stipendiato a un milione di euro al mese (13 all’anno, perché ha anche la tredicesima), se ne va, perché la società non gli conferma gli investimenti in calciatori bravi per restare al vertice, in quanto quel signore concepisce il suo lavoro solo per la vittoria, poiché la sconfitta non è ammessa nella sua Weltanschauung; secondo, Donnarumma Gianluigi, gran portiere del Milan e della Nazionale italiana, 22 anni, percepisce 6 milioni di euro all’anno, mentre il suo procuratore, tale Mino Raiola, non noto se non per questi atti, ne chiede 12, il doppio, la società gliene offre 8 e i due rifiutano.

Il ragazzino 22enne rifiuta 8 milioni all’anno di stipendio, ma non basta, perché l’indescrivibile essere umano che è il suo procuratore ne chiede 20 per la sua commissione; terzo, Cristiano Ronaldo, 37 anni, sempre fortissimo, il più famoso calciatore del mondo e più pagato dopo Lionel Messi del Barcellona, percepisce dalla Juventus di Torino oltre 30 milioni di euro all’anno e non ammette di calmierare tale cifra mostruosa… ma se ne andrà. Grazieadio.

Non possiamo dimenticare lo sguardo cinico e quasi offeso (“ma come, osate convocarmi in Procura?”) del signor Castellucci, amministratore delegato di Atlantia, l’azienda proprietaria di Autostrade e dunque del ponte Morandi di Genova.

Potrei continuare con tale Nerini, padrone della funivia Stresa-Mottarone, di cui tutti ormai sanno che ha preferito, con altri suoi adepti (del diavolo?) rischiare la vita delle persone piuttosto che sistemare l’impianto. Lì, il titolare dell’impianto, e i suoi collaboratori hanno deliberatamente deciso di togliere l’operatività del freno per evitare interruzioni del servizio, a rischio di quello che è poi successo.

Oppure citare gli innumerevoli cinici irresponsabili che hanno cuore e freddezza tali da mettere a repentaglio vite umane per lucrare di più, proprio in Italia, patria delle normative più rigorose del mondo in tema di sicurezza del lavoro.

Tutti in qualche modo adepti del diavolo, chi per egoismo, chi per cinismo estremo, chi per irrefrenabile superbia. Quest’ultimo è il peggiore dei vizi umani, fomite ed inizio di tutti gli altri. Caro lettore, pensa a una persona superba che conosci, e noterai che questa può essere capace di qualsiasi azione, perché si ritiene superiore agli altri, ritenendo se stesso autorizzato a ogni azione e a ogni detto, impunemente.

Ora, che dire di queste vite, di queste esperienze, di queste “visioni del mondo”? Nel loro miserabile “piccolo” sono esempi clamorosi.

L’economista cinico mi può rispondere che è il mercato a fare gli emolumenti e le gare d’appalto, ma mi pare non basti, che ne dici, gentile lettore? Si può spiegare a questi 4 signori e ad alcune migliaia che vivono le medesime esperienze che non può funzionare più cosi?

Si può fare in modo che il diavolo cominci a perdere un po’ di adepti?

Un sonetto o “piccolo suono” (del 2019)

Nelle vuote profondità del tempo/ Nascono stelle, destini e sentimenti,/ Il vento va e poi ritorna lento/ Per valli antiche corse dagli armenti.

Ricordo volti antichi d’altre ere/ Di giorni e viaggi e sguardi sconfinati,/ Ricordo cieli e lente primavere/ Altri recinti, palizzate e prati.

Il vento va e poi ritorna ancora,/ Senza requie pensieri si rifanno,/ Un dolore rinasce nell’aurora.

Vince la vita come sempre al mondo/ Lo Spirito che soffia dove vuole/ Ti dona libertà anche se duole.

Guittone d’Arezzo

Dopo oltre un decennio, un paio di anni fa mi esercitai di nuovo nello scrivere un sonetto “classico”: quattordici endecasillabi (undici sillabe per ogni verso) suddivisi in due strofe di quattro versi e due strofe di tre versi. Ispiratori miei, di questo modello poetico, che ti obbliga a “stare dentro” a una cornice obbligatoria, Francesco Petrarca e Ugo Foscolo, umilmente. Con Gabriele D’Annunzio, forse, sullo sfondo, che non capisco perché qualcuno lo stia definendo “cattivo poeta”. Forse per ideologismi stupidi da politically correct.

Il sonetto è un componimento poetico caratteristico del modello italiano di letteratura. La sua denominazione deriva dal lemma sonet, che è provenzale (cioè, piccolo suono).

Non so se questa lirica resterà nel tempo. Ne ho scritte altre, anche in forma di sonetto (forse una decina), e le ho pubblicate dal 1998 al 2017, in tre libri: il primo (e più noto) è La cerchia delle montagne, il secondo si intitola In transitu meo, il terzo Il canto concorde (del trovatore inesistente).

Solo poche parole per dare una spiegazione ai tre titoli: la prima raccolta evoca il paesaggio che, dal Montello al Carso, si offre al viandante che giunge in Friuli, che è da sempre il mio paesaggio interiore; i vari testi rappresentano la mia vita e il suo rapporto con il mondo, fin dagli anni della mia giovinezza; la seconda ha a che fare con le mie riflessioni sulla vita, sull’ineluttabile transìre dei nostri giorni, dalla nascita all’ultimo; ricomprende antologicamente alcuni testi già pubblicati nel primo volume e tratta alcune mie cesure esistenziali forti; la terza si mette davanti alla mia vita attuale, ai detti e ai non-detti, all’evidenza e al mistero, a ciò-che-appare e a ciò-che-è, quand’anche non coincidono, ovvero non corrispondono del tutto… e qui mi fermo.

La poesia si intride di misteriose fessurazioni dell’essere, si muove per meandri sconosciuti alla narrazione in prosa e a quella filosofica, si trattiene per pochi attimi ai confini di ciò che è scritto in quanto espressioni volute e trasformate, dal pensiero al segno grafico. La poesia è onomatopea dell’anima, che abbisogna di utilizzare segni comuni ad altre arti, lemmi, interpunzioni, scansioni proposizionali, ritmi, suoni, ma in un modo assolutamente diverso da ogni altro ambiente scrittorio.

Due sonetti, “Sentiero Rilke” e “Mi sono familiari i lupi scuri” mi valsero anche due Premi nazionali: nel 2002 il Premio Rai 1 Zapping, e nel 2007 il Premio nazionale dedicato al padre David Maria Turoldo.

Questo sonetto potrebbe essere inserito ex post in qualsiasi delle mie tre raccolte, perché ha a che fare con la quotidianità del vissuto, con l’unicità di ciascuno di noi, con l’irripetibile fluire del nostro essere-nel-mondo.

Il tempo, che fugge senza “essere”, pur… “esistendo”

Quante volte abbiamo parlato del tempo nelle nostre vite! Quante volte ne ho scritto qui. Ne scrivo ancora, perché il tempo è sconfinato sotto il profilo fisico, e non solo, il tempo è il dove viviamo e il mentre. Lo spazio idem.

Dopo il grande di Ulm le due categorie (kantiane) sono state unificate, necessariamente.

Noi umani, però, abbiamo la sensazione che il tempo fugga, tempus fugit, e fugga sempre più velocemente a mano a mano che passa il tempo delle nostre vite. Quando siamo giovani, soprattutto al di sotto dei vent’anni, sembra che il tempo non passi mai, probabilmente perché si vive una normale ansia tesa a raggiungere certi obiettivi, il diploma, la patente di guida, la laurea, etc.

Il tempo è strano, come aveva compreso molto bene sant’Agostino, mio gentil lettore. Leggi il Libro XI delle sue Confessioni, perché lì troverai un’ipotesi che sembra prefigurare le scoperta della fisica sopra citate, di diciassette secoli dopo. Agostino non immagina il tempo come un qualcosa di definito e di coerente con la sua percezione dal parte dell’uomo. Dovendo ammettere, come è ovvio, che il tempo ha una sua fisicità, una sua obiettività, perché le ore, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni scorrono, egli riscontra che nel mentre scorrono esiste anche un’altra sua dimensione, quella interiore, per la quale può accelerare ovvero rallentare. Accelera il tempo delle cose piacevoli, rallenta quello delle spiacevoli, di solito.

Si sa che il tempo del carcere è completamente diverso dal tempo di chi vive fuori. Ne ho esperienza da racconti diretti di chi vive in ristretti orizzonti.

Il tempo in quei luoghi scorre in modo diverso, perché i giorni possono sembrare tutti uguali, con gli orari dei pasti e dell’ora d’aria scanditi da precise regole interne. Meglio stanno coloro che sanno come usare il tempo, magari leggendo, studiando, facendo esercizio fisico, lavorando, nelle carceri dove ciò è possibile. La Costituzione prevede, come ho scritto più volte, che lo Stato metta il detenuto nelle condizioni di potersi riscattare, con il lavoro, lo studio e attività solidali, per recuperarne la socialità, anzi la sociabilizzazione, neologismo, forse, abbastanza utile.

Il tempo, non ha una consistenza corrispondente tra la nostra percezione e la sua fisica obiettiva, dopo le scoperte sulla relatività generale, ma è indubbio che esso esiste, cioè ex-siste, vale a dire, “sta-fuori”.

Perché nel titolo ho affermato che il tempo esiste senza essere? Il senso comune tende ad unificare i due verbi in una sorta di sinonimia, al punto che molto spesso si usano indifferentemente, come si si fa, peraltro, con le parole complessità e complicazione.

Il tempo esiste perché oggettivamente lo sentiamo, lo viviamo, lo percepiamo nel trascorrere degli eventi in generale e delle nostre vite in particolare. Ma da un secolo sappiamo che, se potessimo allontanarci dall’orizzonte degli eventi che ci riguardano a trecentomila chilometri al secondo, che la velocità della luce, il tempo si… fermerebbe. Concetto di non facilissima comprensione, ma che si può in qualche modo “spiegare” immaginando di trovarci, ad esempio, a una distanza dalla Terra corrispondente a un giorno di percorrenza della luce, cioè a 300.000*60*60*24 Km. cioè a 25 miliardi e 960 milioni di km, e fossimo dotati di un radiotelescopio di inenarrabile potenza, potremmo vedere noi stessi che viviamo sulla terra esattamente ieri, 24 ore fa.

Per dare un esempio della distanza, si pensi che la dalla Terra alla luna la luce ci mette solo poco più di un secondo ad arrivare, e dal Sole alla Terra solo poco più di otto minuti per “fare il viaggio”.

Se ciò è vero, come possiamo dire che il tempo “è” in assoluto? Non possiamo. E’ invece concepibile riconoscere che il tempo “esiste” in relazione alla nostra posizione nello spazio, al posto che occupiamo nell’universo.

Ciò detto, torniamo ai concetti iniziali. I concetti di “essenza ed “esistenza”, prima ancora che fisici sono… metafisici. In altre parole, si tratta di un esempio di come la metafisica abbia a che fare con la fisica, come anche i maggiori studiosi di questa disciplina (in Italia, Carlo Rovelli in primis) stanno riconoscendo, dopo decenni di dialogo interrotto.

Aristotele, Galileo, Kant, Einstein etc., in un certo senso e modo, si stanno dando la mano.

« Older posts

© 2021 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑