Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Donne Persiane

Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu mi viene in mente per assonanza del titolo di questo pezzo con il suo

Lettere Persiane, Lettres persanes), pubblicata anonima nel 1721 ad Amsterdam. Lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica, offre a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese, della crisi finanziaria conseguente alla politica economica attuata da Luigi XIV, della crisi dei parlamenti e della società civile nel suo complesso. La critica dei costumi si estende anche alla polemica religiosa in cui si vede un segno di instabilità e decadenza che alimenta dispute e divisioni più che la fede. Veicolo potente dei temi relativisti e della critica alle istituzioni politiche e religiose durante tutta l’età illuminista, le L. p. rappresentano un testo in cui secondo l’auspicio iniziale dell’autore «il carattere e l’intenzione sono così scoperti» da non ingannare «se non chi vorrà ingannarsi da sé» (dalla Prefazione sul web).


Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu

La Persia evoca territori sconfinati, leggende e meravigliose città. Il nome “Persia” evoca uno dei più grandi imperi dell’antichità, ci ricorda il Re dei re Ciro il Grande, che liberò gli Ebrei dalla cattività babilonese nel 525 ca a. C., e i successori di Ciro, Dario, Serse, che combatterono le pòleis greche e furono sconfitti.

“Persia” evoca Alessandro il Macedone che la conquistò, con le battaglie di Isso e di Gaugamela, arrivando con i suoi soldati fino alle porte dell’India a contemplare le acque turbinose del fiume Indo, che scendono dall’Himalaia.

“Persia” evoca ancora altre dinastie come i Sasanidi che lottarono con i basilèi bizantini, prima di essere travolti da popolazioni turcomanne e mongoliche.

“Persia” evoca una delle due grandi dottrine dell’Islam, quella sciita, che si ritiene la più vicina alle origini, tramite una parentela diretta con Mohamed, l’uomo della Profezia.

“Persia” ora evoca la rivoluzione delle donne, dopo quaranta tre anni di teocrazia.

Nei decenni passati non sono mancati i tentativi di liberazione del popolo iraniano, caratterizzato però dal solo impegno delle donne. Ora pare che le cose siano cambiate. L’occasione è stata la morte di Masha Amini, accusata dalla “polizia morale” di indossare il velo islamico in modo scorretto. E uccisa.

Due parole sul velo che, nella versione più “moderata” ricorda le nostre donne dei secoli passati, ma anche fino al Concilio Vaticano II. E anche le meravigliose Madonne di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini, che illustrano un fascino femmineo di grande spiritualità. Una meraviglia estetica e d’armonia coloristica.

Abbiamo l’hijab, un foulard normale che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso. Nel Corano il termine è utilizzato in maniera generica, ma oggi è diffuso per indicare la copertura minima prevista dalla shari’a per la donna musulmana. Questa normativa prevede non solo che la donna veli il proprio capo (nascondendo fronte, orecchie, nuca e capelli), ma anche che indossi un vestito lungo e largo, in modo da celare le forme del corpo, che si chiama khimar, diversamente lungo e modellato.

Un altro nome di questa lunga veste è jibab, oppure abaya.

Nel Vicino Oriente e in Egitto sono diffusi i seguenti tipi di veli: abbiamo il niqab, che copre il volto della donna e che può (nella maggior parte dei casi) lasciare scoperti gli occhi. Il niqab può essere diffuso in due forme più specifiche: quella saudita e quello yemenita. Il primo è un copricapo composto da uno, due o tre veli, con una fascia che, passando dalla fronte, viene legata dietro la nuca. Il secondo è composto da due pezzi: un fazzoletto triangolare a coprire la fronte (come una bandana) e un altro rettangolare che copre il viso da sotto gli occhi a sotto il mento.

Se vogliamo specificare ulteriormente… l’abaya (sopracitato), diffuso nel Golfo Persico è un abito lungo dalla testa ai piedi, leggero ma coprente, lascia completamente scoperta la testa, ma normalmente viene indossato sotto ad un niqab.

Ed eccoci ai veli diffusi in Iran: abbiamo il chador, che è generalmente nero, ma può essere anche colorato (ricordo un chador che mi fece vedere la assai da me, e non solo, rimpianta, signora Cecilia Danieli, che andò spesso in Iran per ragioni commerciali dell’Azienda) e indica sia un velo sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo.

Possiamo completare la carrellata con i veli diffusi in Afghanistan: quivi troviamo il burqa, che è perlopiù azzurro, con una griglia all’altezza degli occhi, e copre interamente il corpo della donna. Tecnicamente, assolve le funzioni del niqab e del khimar.

Tradizione, cultura, religione, politica: tradizione e cultura in senso storico-antropologico; religione in senso teologico normativo; socio-politico nel senso, inaccettabile, di costrizione.

Ho distinto i tre/ quattro sensi per individuare le ragioni della ribellione che sta prendendo sempre più piede nella grande Nazione persiana. Sembra proprio che l’occasione della morte di Masha sia per ora capace di suscitare proteste più vibranti e generali di quelle precedenti. Ho già scritto qualche giorno fa che non si tratta più solo di sporadiche manifestazioni di piazza limitate alla capitale Teheran e a qualche altra grande città come Isfahan, ma di manifestazioni diffuse in tutto il territorio nazionale, fino ai lontani monti Zagros che confinano con l’Afganistan e le repubbliche ex sovietiche d’Asia.

Si tratta di manifestazioni non-armate, perché le persone tengono in mano solo i veli che simboleggiano l’oppressione politico-normativa che è diventata insopportabile. Si coglie un sentimento diffuso di ricerca della libertà intesa come rispetto dei diritti delle persone, e si sente anche la fiducia che le varie polizie degli ayatollah non potranno uccidere o arrestare tutti e tutte.

Le carceri scoppiano di prigionieri politici e anche di donne, vi sono morti e feriti. Un accenno anche alla signorina Alessia Piperno, colà tenuta in prigione. A lei, come a qualsiasi altro giovane generoso, che pensa di potersi immergere nei luoghi più pericolosi del mondo senza riflettere più di tanto sui rischi, magari anche sostenuti dai genitori, porgo un invito a riflettere sulla congruità e sulla razionalità morale di scelte come la sua, che nulla apportano alla causa delle donne nel mondo, se non una testimonianza inutile e costosa per l’erario italiano.

Quella iraniana è una rivoluzione, non una jacquerie ribellistica à là Ciompi o Vespri siciliani. E’ una “cosa” pericolosa, che pare progressivamente assomigliare alla Francia del 1789. Spero di non sbagliare. Si tratta di seguirne le vicendi in modo non inerte, come cittadini e Paesi democratici.

Il Presente e il Potere, anche in vista delle elezioni politiche 2022 in Italia

Il praesens, il tempo presente, secondo Agostino è l’unico concetto di tempo che abbia senso, poiché il passato deve essere affidato alla memoria e il futuro non si può conoscere né prevedere. Lo scrive splendidamente nel celeberrimo testo che troviamo nel LIbro XI delle Confessiones.

il generale tedesco Erwin Rommel (che per me merita rispetto)

Fino alla scoperta einsteiniana della relatività generale, che è una dottrina della scienza fisica, e anche dopo, l’intuizione del grande filosofo e Padre della chiesa africano è rimasta la più sinteticamente icastica ed efficace della cultura occidentale.

Per quale ragione nel titolo ho collegato tempo e potere? Quale è la relazione plausibile e necessaria fra i due concetti? E’ intuitiva: perché il potere si esercita concretamente nel presente, anche se certamente trae origine nel passato e può durare nel futuro, e vive nello spirito-che-attraversa-la-Storia e, secondo Hegel, la dirige, la orienta, dottrina, cui aggiungo – cristianamente – l’itinerario salvifico dell’anima umana: l’Itinerarium mentis in Deum, come spiega il padre francescano san Bonaventura da Bagnoregio. Lo Spirito è l’Oriente della Storia e, potremmo aggiungere, è anche il luogo originario delle grandi dottrine religiose. Specifico, però, che in senso metastorico e filosofico lo Spirito nulla c’entra con la semantica della spiritualità religiosa.

Il tempo è correlato allo spazio, secondo Einstein, e ha a che fare con la vita dell’universo e di ciascuna delle nostre vite. Vi sono teorie, senza conferme esperienziali, di un diverso modo di dipanarsi del tempo e dello spazio che pongono l’ipotesi di universi paralleli, oppure di poter viaggiare nel tempo, come nel film di Zemeckis e in Terminator. Vi è di tutto sul tema del tempo, laddove il presente si smantella continuamente in un fluire senza ordine logico.

Sappiamo di vivere nel tempo perché nasciamo, viviamo e moriamo, e perché le prime due dimensioni le constatiamo insieme con gli altri, mentre la terza possiamo solo osservare dall’esterno, come insegnava Epicuro.

Il potere, il kràtos (in greco antico Κράτος), è un personaggio mitologico, e rappresenta il potere di dominio, il potere che soggioga e si impone sugli altri e/ sugli avversari, e infine il potere politico democratico ed economico-gestionale. E’ correlato all’autorità, che si colloca laddove il potere stesso viene esercitato e, peraltro, il potere viene esercitato da chi ha autorità su qualcuno o molti, e sulle cose. Si pensi al potere che eserciteranno i rappresentanti delle forze politiche che vinceranno le elezioni di domenica 25 settembre 2022 in Italia. Democraticamente, e quindi con una minoranza che potrà discutere, contestare, proporre altro rispetto alle decisioni di chi ha vinto ed avrà un ruolo di esercizio del potere, e l’autorità giuridico-formale per attuarlo.

Aristotele, Alessandro il Macedone, Seneca, Cicerone, Cesare, Annibale, Scipione, Agostino, Carlo Magno, Alessio Comneno, Tommaso d’Aquino, Federico II di Svevia, Gengis Khan, Timur Lenk, Salah el Din, Solimano il Magnifico, Carlo V d’Asburgo, Wallenstein, Luigi XIV, Pietro il Grande, Montesquieu, Rousseau, Napoleone Bonaparte, Kutuzov, Hegel, Pio IX, Vittoria d’Inghilterra, Caterina II di Russia, Giolitti, Kemal Atatürk, Mussolini, Stalin, Hitler, Zukhov, Patton, von Kleist, Rommel, Churchill, Eisenhower, Tojo, Ciang Kai Sheck, Mao Tze Dong, Deng Hsiao Ping, Gandhi, Nehru, De Gaulle, Kennedy, Nasser, Gheddafi, Breznev, Walesa, Komeini, Woytjla, Saddam, Kelsen, Craxi, Andreotti, Agnelli, Putin e molti altri che potrei ricordare, cui il lettore può aggiungere altre decine, nella politica, nel mondo militare, nel mondo religioso e in quello economico, se ne sono interessati, filosofando alcuni e praticandolo i più, negli ultimi duemila e quattrocento anni.

Esiste il potere dell’autorità legittima, diversamente sviluppatasi nel tempo, dalle monarchie alle dittature, fino alle democrazie, che hanno avuto prodromi fino dalla Grecia classica, ma vi è anche un potere di natura diversa, più psicologica e spirituale, il potere della ratio operandi e della moral suasion.

Giova qui ricordare anche il violentissimo potere patriarcale, così come ha confessato telefonicamente di avere esercitato il padre di Saman, diciottenne pakistana, uccisa nel 2021 in Italia dal padre, che si è sentito offeso nella dignità, perché lei “ha osato” contravvenire agli ordini paterni di accettare solamente nozze ordinate dal genitore. Giova anche ricordare che anche in Italia, fino quasi agli anni ’80 del secolo scorso, vigeva la legislazione e la prassi giuridica del delitto d’onore, cui era riconosciuta una specie di dignità morale che meritava una punizione penale molto blanda: se qualcuno, per motivi d’onore ammazzava una donna della propria casa (figlia, sorella, moglie, etc.) veniva punito, non con i 21 anni che sono previsti dall’ordinamento penale italiano per un omicidio non premeditato e senza aggravanti, ma con 5 o 7 anni al massimo, di carcere. Si pensi, il cosiddetto “omicidio d’onore” non veniva considerato premeditato, come invece era senza dubbio alcuno, per la sua stessa struttura ontologica di crimine radicale.

Mi limito qui a citare solo l’esempio della povera Saman, senza citare le legislazioni che, nel tempo, hanno collocato la donna, salvo rare eccezioni, al di fuori del potere e del suo esercizio. Possiamo citare in questo senso il Codice di Hammurapi, i libri biblici del Deuteronomio e del Levitico, la legislazione romana delle XII Tavole, il Corpus Iuris Civilis giustinianeo, le Leggi longobarde, quasi tutta la Legislazione islamica fino ai giorni nostri, e infine anche quella italiana che “concesse” il voto alle donne solamente nel 1946, superando lo Statuto Albertino che datava 1848.

Proviamo qui ora ad esaminare in breve le differenze tra potere reale, giuridicamente dato e poter derivante dalla moral suasion. Il potere esercitato dall’autorità riconosciuta per legge, che si colloca nella posizione prevista, come nel caso di ruoli e posizioni acquisite per elezione, come in generale nella politica e nell’associazionismo, oppure per nomina, modalità più diffusa nel privato economico: un deputato viene eletto dal popolo, mentre un Amministratore delegato o un Presidente viene nominato dal Consiglio di Amministrazione di un’azienda. Una differenza formale radicale, che si sostanzia anche nell’agire di un “eletto” rispetto a un “nominato”. Infatti, l’AD nominato deve rispondere solo al Consiglio di Amministrazione e alla Proprietà dei risultati del suo agire direttivo, per cui se è manchevole nei suoi compiti di direzione può venire anche immediatamente sostituito; il deputato eletto, invece, deve rispondere, prima di tutto ai suoi elettori, ma anche a tutto il corpo elettorale e alla propria parte politica. La durata dell’incarico del deputato è prefissata in cinque anni, salvo che, come in questo caso, non siano convocate le elezioni anticipate.

Ciò detto, torniamo alla ratio operandi e alla moral suasion, che è un altro tipo di “potere”. La ragione dell’operare viene compresa da chi dirige un ente, anche se viene da qualcuno che non fa parte del gruppo dirigente (CdA, Board, Presidente, Amministratore unico o delegato, Direzione generale…). Esperienza personale di cui di seguito parlo.

Presiedo una dozzina di organismi di vigilanza nei modelli dei Codici etici aziendali. Non devo, non voglio, non mi piace interferire nei flussi gerarchici aziendali, ma sto in una posizione tale che mi permette di dialogare con i vertici aziendali e le proprietà senza interposizioni e di fatto in qualche modo influisco sulle decisioni, mediante una ratio cogitandi et operandi riconosciuta dai miei interlocutori, e una certa moral suasion, che può essere efficace. E’ un modo non usuale di esercitare una forma di potere indiretta, ufficiosa, pacata, con l’equilibrio di chi non è direttamente coinvolto nei processi gerarchici, ma può osservarli dall’esterno con un interesse essenzialmente morale, nel quale sono assenti i tipici processi psicologici dell’autoaffermazione del proprio ego, di quella che chiamo libido potestatis (Lat.: piacere di esercitare il potere).

In altre parole, si può anche esercitare un potere utile ed eticamente fondato, influenzando positivamente chi lo detiene per ruolo, posizione e legittima autorità giuridicamente data.

Il caro amico Alberto Felice De Toni, con il collega Bastianon, ha scritto un volume fondamentale sul tema, Isomorfismo del potere, edito da Marsilio, nel quale analizza la dimensione del potere secondo la sua amata scienza della complessità, che afferisce non solo all’esercizio tradizionale del potere che attiene alla politica, all’economia e all’ambito militare, per tacere della chiesa, ma si declina all’interno di ogni ambiente in maniera sistemica. Cito un passo della prefazione: “Così come nella cristallografia, sistemi tra loro diversi, ma con proprietà analoghe, in quanto strutture sociali, presentano similitudini circa il fenomeno del potere. Queste similitudini sono i cosiddetti isomorfismi.

Infine un accenno alla politica di queste ore: pur avendo del potere solo una vaga nozione filosofico-psicologica, il solito ineffabile Conte mette in guardia il mondo dalla moral suasion sui nuovi governanti che Mario Draghi potrebbe operare, in ragione del suo prestigio e della sua credibilità nazionale e internazionale (che a Conte mancano, e lui lo sa anche se non lo ammette), con ciò riconoscendogli quel valore che il grillino ha disprezzato, con le sue spregevoli azioni atte a far cadere il Governo di unità nazionale, riuscendoci con la collaborazione di altri avventurieri come Salvini.

E dunque, il potere non è, di per sé, buono o malo, come ritengono le dottrine anti-autoritarie di ogni tempo, che confondono autoritarismo e autorevolezza, ma trae valore morale positivo solamente dal modo in cui viene esercitato per fini buoni, vale a dire fini che diano risposte di tutela, vita e sviluppo equilibrato per tutti i soggetti interessati dall’esercizio del potere stesso.

“Ove tende questo vagar mio breve (…)?” (Giacomo Leopardi) “Homo viator (sum)…” (Gabriel Marcel)

La citazione leopardiana che assume il meraviglioso verso del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, mi permette di riflettere sul senso. Senso in termini generali, senso in termini esistenziali.

Palazzo Leopardi a Recanati

(…) Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale
?

Il poeta si pone la domanda filosofica, tipica del conte Giacomo, circa l’indirizzo, o il senso della sua propria vita. Che è breve. Che è un “andare”.

E’ la domanda che ogni anima pensosa si fa, non pretendendo di trovare risposte facili. “(…) ove tende/ questo vagar mio breve (…)?”, e accettando la fatica della diuturna ricerca del senso.

E dunque la vita è un vagare breve verso… Leopardi l’agnostico, non parla di “vita eterna”, di aldilà, ma fa rimanere il suo poetar filosofico al di qua. Lui interpella, anche in questa poesia, la luna che occhieggia dal cielo notturno ed è testimone degli eventi che accadono, come quello del pastore errante nelle immense steppe dell’Asia, ma anche come quello del giovane figlio di Monaldo e Adelaide, fratello di Francesco e Paolina, inquietamente speranzoso di trovare una strada per il suo “vagare”. Milano, Firenze, Napoli. I premi, i riconoscimenti, lo studio “matto e disperatissimo”, l’attività letteraria, gli amori infelici. A un certo punto, il senso della sua vita è l’amore senza speranza per Fanny Targioni Tozzetti. Ecco, il tema dell’eros anche in Leopardi si pone. Un eros non solo carnale, ma completo, totale, capace di dare, appunto, un senso al “vagar (suo) breve”.

Noi lettori e successori di Leopardi sotto il profilo storico, sappiamo come è stato il suo “vagar”. Conosciamo e ammiriamo i suoi scritti e la sua capacità di preveggenza sotto il profilo filosofico morale e anche storico.

Leopardi ha scritto in altri idilli di un “affanno (suo) che dura” e di “magnifiche sorti e progressive (del mondo e dell’umanità)”, con amara ironia. Abbiamo constatato come le sorti del mondo, degli esseri umani e del loro “vagare”, è stato ondivago, contraddittorio, perfino “apocalittico”, dopo Leopardi, e fino a noi. Nevvero, Vladimir Vladimirovic Putin?

Nonostante il progresso scientifico e tecnologico, vi sono state le peggiori guerre della storia, e proprio – in qualche significativa misura – in ragione di quel progresso! Lo sappiamo, dobbiamo ammetterlo.

Noi tutti siamo chiamati a tentare una risposta alla domanda del poeta, per riuscire – almeno in parte – a comporre un’idea di percorso buono per le nostre vite.

Interpello un altro autore, diversissimo dal Nostro grande poeta, il filosofo e drammaturgo francese contemporaneo Gabriel Marcel, di solito sussunto dalla critica alle scuole esistenzialistiche, anche se disorganicamente, perché di quelle scuole fanno parte pensatori come Jean-Paul Sartre, ma anche, in un certo senso, come Martin Heidegger, come Emmanuel Mounier e Jacques Maritain.

Riporto alcuni passi del citato autore dal testo L’Io e l’Altro, che non tanto stranamente echeggia (perché non ricordarlo?) il mio L’Uomo e l’Altro.

«Se si astrae dalle teorie e dalle definizioni proposte dai filosofi, per rivolgere la propria attenzione all’esperienza diretta, si è portati a riconoscere che l’atto il quale pone l’io, o, più esattamente, mediante il quale l’io si pone, è sempre identico a se stesso. È quest’atto che dobbiamo cercare di cogliere senza lasciarci fuorviare dalle finzioni accumulate in questo campo dalla speculazione nel corso della storia. Dobbiamo studiare attentamente le espressioni correnti, popolari del linguaggio, espressioni che rimangono molto più aderenti all’esperienza di quelle ricercate e standardizzate del linguaggio filosofico.» […]

«L’esempio più elementare, il più terra terra, è anche il più istruttivo. Penso in questo momento al bambino che porta alla madre dei fiori che ha appena colto nei prati. L’intonazione trionfale del bambino, e soprattutto il gesto, anche solo abbozzato, che accompagna questo annuncio. Il bambino si auto designa all’ammirazione e alla gratitudine: io, io qui presente, ho colto questi splendidi fiori; non crederai certo che sia stata la bambina, o mia sorella; li ho colti io e nessun altro. Questa esclusione è fondamentale: sembra che il bambino voglia attirare su di sé, quasi materialmente, l’attenzione, la lode estasiata: sarebbe terribile se questa lode andasse a un’altra persona, in questo caso assolutamente priva di merito. In questo modo il bambino si designa, si offre all’altro per ricevere da lui un tributo.» […]

«Penso che si debba insistere sulla presenza dell’altro, o più esattamente degli altri, implicita in questa affermazione: sono io che… Ci sono, da una parte, gli esclusi al quale tu non devi pensare, e c’è, dall’altra, quel tu al quale il bambino si rivolge e che prende a testimonio. Nell’adulto questa stessa affermazione diverrà meno roboante; si ammanterà di un alone di falsa modestia nella quale è facile riconoscere il gioco complesso dell’ipocrisia sociale. Lasciando da parte le impostazioni diversa nella quale si riflettono le convenzioni sociali, scopriamo la profonda identità dell’atto.» […]

Gabriel Marcel ci dice in modo spietato, in questo testo e forse meglio in Homo viator, edito in italiano da Astrolabio nel 1980, come noi umani adulti ci comportiamo, proprio nel dare-senso alle nostre vite. Come i bambini, senza avere le “ragioni” dei bambini, e dunque la giustificazione dell’egoismo-bambino.

Certo, rimaniamo “bambini” anche da adulti, come ben spiega Eric Bernstein con la sua teoria della “transazione” tra le varie età della vita. Possiamo anche restare “bambini” quando riusciamo a divertirci, ma non possiamo giustificarci con la nostra “bambinaggine” quando siamo egoisti, autoreferenziali, egocentrici a volte fino all’egolatria, e alla violenza che pratichiamo per auto affermarci sugli altri.

Per provare almeno a comprendere dove stiamo “vagando” e perché stiamo “vagando” così come lo facciamo, dobbiamo uscire da noi stessi. Occorre un exitus, come insegnavano gli antichi Padri, sia latini, sia cristiani, sia Seneca, sia Agostino, per poter avere un reditus umano, razionale, in noi stessi.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi e osservare il mondo e gli altri esseri umani come noi, per constatare la nostra piccolezza, la nostra fragilità, il nostro “vagar (necessariamente) breve”, la nostra inevitabile fine.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi, e accettare il vagar (nostro) breve, per poter poi tornare in noi stessi, quia veritas habitat in corde hominis (lat.: perché la verità abita nel cuore dell’uomo…).Per cui, come insegnava ancora sant’Agostino “in teispsum redi, quia… (lat.: rientra in te stesso, perché, e ciò che segue)”.

Leopardi cerca il senso della propria vita, constatando (umilmente) che si tratta di un’intrapresa difficilissima, e spesso apprendiamo dalla sua biografia che infine constata di non riuscirci, di non esserci riuscito, cosicché egli si volge a quello che molti, un po’ semplicisticamente, hanno definito “pessimismo cosmico” leopardiano. Mi pare invece di poter dire che il “pessimismo leopardiano”, che pure è certamente “cosmico”, per la sua capacità di visione, è soprattutto “antropologico”, versato sul tema dell’uomo e dei suoi limiti, al di là della sua presupponenza e arroganza: ecco il “questo vagar mio breve”.

Oh, come dovrebbero molti dei potenti di questo mondo, anche i micro-potenti, talora in-potenti, della nostra politica, a partire da un Salvini e da un Conte, tra gli altri (più o meno tutti gli altri, ma loro due particolarmente!) sedersi in circolo e ascoltare le riflessioni di qualcuno che gli sappia “leggere” questo Leopardi e questo Marcel.

Forse la smetterebbero almeno con l’atteggiamento superbo e colmo di albagia vendicativa (non si sa contro chi), ferma restando l’esigenza radicale di smetterla con le falsità che ululano alla luna, prima di tutto, e di studiare studiare studiare, in secundis.

E, dopo Leopardi e Marcel, ascoltare una lettura e un commento (perché no, anche mio) del capitolo terzo di Qoèlet… “vanità delle vanità, tutto è vanità” (soprattutto la loro).

“…tutto bene?” Due tipi di risposte a una domanda, che può essere retorica oppure concreta, veritiera, umanissima

Chi mi conosce sa quanto mi infastidisca questa italianissima domanda retorica, cui, se non vuoi farla lunga, rispondi in modo generico, tipo “abbastanza”, oppure “potrebbe andare meglio”, e finisce lì, in un lampo, che permette a chi domanda di mettersi il cuore in pace e al rispondente di essere stato educato.

Se non fosse perché le energie sono limitate e non devono essere sprecate, sono sempre tentato di intrattenere l’incauto “inquisitore” con una disamina dettagliata di come effettivamente sto, il che richiederebbe almeno una decina di minuti, se non si vuole essere troppo generici.

Non si può e non si deve fare.

Aggiungo. La domanda “tutto bene?”, essendo retorica, prevede una risposta affermativa, anche se le cose non stanno così… bene. E quindi la domanda stessa può far prevedere di rispondere il falso.

Per ovviare a questo grave problema, che è plausibile nelle quotidiane relazioni, ho trovato un modo semplice, sintetico e anche spiritoso di rispondere alla domanda “tutto bene?”, in questo modo, rispondendo: “prevalentemente”, con un avverbio di modo che significa qualcosa di generico, ma tendente al positivo.

Se sono di buon umore e il mio interlocutore ha tempo, trovo il modo di fargli io una domanda, proprio sul “prevalentemente”, chiedendogli di “matematizzarlo”, cioè di fare un’operazione alla Kurt Goedel, che spiegava come non tutto fosse matematizzabile, a partire dall’asserzione appena riportata.

Gli/ le chiedo dunque: “prova a dirmi quanto vale l’avverbio prevalentemente su una scala da 1 a 100″, un po’ come si fa con la scala antalgica che funziona da 1 a 10: dolore 3, dolore 6, e così via, rispondendo al medico che ti ha in cura.

Ebbene, caro lettore, il mio stupore al variare delle risposte, che vanno dal 51 su 100 all’80 su 100, mi ha indotto a fare una piccola analisi socio-statistica, suddividendo in categorie i “rispondenti”. Dopo un primo periodo di sperimentazione mi sono accorto che una categoria accademico-professionale di persone mi rispondeva sempre allo stesso modo, gli ingegneri, che quasi tutti mi dicevano con celerità (e continuano a dirmi): 51 su 100.

Tutti gli altri, qualsiasi fosse la scolarità superiore o accademica o anche da scuola dell’obbligo, mi rispondevano (e mi rispondono) con numeri che vanno dal 60-65 al 75-80, scegliendo un range che parte da quella che nelle istituzioni pubbliche si definisce “maggioranza qualificata”, il 66%, a tre quarti di 100 e oltre. Per gli ingegneri, invece, “prevalentemente” vale la maggioranza numerica semplice, cioè 51 su 100.

In rarissimi casi, qualcuno mi ha risposto 40 su 100, non sapendo poi dar ragione della scelta: probabilmente persone con scarsa conoscenza della lingua italiana.

Una domanda mi è sorta: perché gli ingegneri, tutti, indefettibilmente, ritengono che l’avverbio di cui qui tratto corrisponda a un 51 su 100? Penso che ciò dipenda dalla loro forma mentis, che raramente è orientata a divagare in modo narrativo e filosofico sulla varietà delle cose del mondo, che invece loro preferiscono misurare sempre e solamente con gli strumenti della matematica.

Per essere preciso, nella mia ricerca, però, ho riscontrato solo tre o quattro eccezioni tra gli ingegneri: due di loro mi hanno detto 65 su 100. Alla mia domanda circa quale scuola superiore avessero frequentato, la loro risposta è stata: il liceo classico. Gli altri due erano periti industriali.

Alia verba memorari utile non est.

Invece, in questi giorni mi è capitato un fatto che mi ha fatto rivalutare la banalissima domanda “tutto bene?”

Stavo disteso su una panchina per riposarmi dopo una corsa in bici e per riprendermi da notevoli dolenzie alle vertebre dorsali. Nel silenzio meridiano più alto, ferragostano, un’auto che passa ogni dieci minuti, sento proprio un’auto rallentare, mi giro verso la strada, e un gentile signore, giovane, si affaccia al finestrino e mi chiede “tutto bene?”. Gli rispondo con un sorriso: “Grazie, sì, tutto bene, mi sto riposando, stavo guardando il cielo“. Con un sorriso l’uomo si congeda e se ne va.

E un altro. Stamane un amico e collega, durante il nostro tradizionale incontro di inizio settimana in una grande azienda, nel quale non solo conversiamo sui fatti aziendali, ma anche più in generale sulle vicende politiche e sulle nostre rispettive vite, lui nel suo ruolo di Amministratore delegato, io di Presidente dell’Organismo di vigilanza, durante il dialogo mi chiede quale sia la peggior cosa accaduta in politica in questi giorni, vigilia di improvvide elezioni nazionali.

Gli rispondo: “Tra diverse altre scemenze, questa: stamattina hanno detto nei vari tg che i 5Stelle, avendo deciso di non candidare nessuno dopo il secondo mandato (decisione in sé stimabile), hanno però deciso, al fine di salvaguardare il cospicuo reddito dei molti che senza reddito rimarranno, perché non saranno rieletti, e non hanno un lavoro, di candidare i parenti più stretti di costoro, cioè fratelli, sorelle, mariti o mogli e perfino cugini di primo grado, mi pare.”

E lui: “La cosa non appare neanche come scandalo, nascendo da un partito che si è lanciato nell’agone sostenendo che “uno vale uno”, che cioè ogni persona umana fosse intercambiabile con qualsiasi altra, così confondendo i principii primi di un’antropologia filosofica di base, che distingua fra struttura di persona (l’uno vale uno) e struttura di personalità (ognuno è irriducibilmente unico) e che era conosciuta, come mi racconti tu, anche da tua nonna Catine, con la terza elementare. Vedi, secondo loro, tu e io, nei nostri ruoli potremmo essere sostituiti dal primo che passa per strada, qui sotto in via …, a ….”

Perché mi trovavo nella sede di …, una multinazionale che solo in Italia dà lavoro a poco meno di tremila persone e in Europa a oltre diecimila.

E dunque, per Conte e c. uno vale uno. Ridere non basta, è richiesta pietà per chi la pensa in questo modo e poi umana pazienza.

“L’esilio dell’uomo è l’ignoranza, la sua patria è la conoscenza” (Onorio d’Autun)

Sant’Agostino in La Genesi alla lettera, IV capitolo, XV – 26, p. 692 Commenti alla genesi, Bompiani, collana Il Pensiero occidentale, Milano 2018, scrive: “Nimirum ergo, quia vitium est et in infirmitas animae ita suis operibus delectari, ut potius in eis quam in se requiescat ab eis, (…)”; trad. “Certamente, dunque, poiché per l’anima è un vizio e una debolezza il compiacersi delle proprie opere, così da riposarsi in esse anziché riposare in se stessa (…)”.

Non potevo trovare citazione migliore, forse, per riprendere il tema del rapporto tra conoscenza ed ignoranza, prodromo necessario, perché razionale, ad ogni discorso etico, in quanto sono convinto che la conoscenza “venga prima” dell’etica. Senza conoscenza non vi è etica, come sapere dell’uomo circa il giudizio sulle proprie azioni libere, nella misura razionale della libertà, beninteso. Che non è e non può essere mai absoluta, cioè sciolta da qualsiasi vincolo, come tali sono le norme positive, le circostanze e le soggettività.

La conoscenza, come sappiamo dall’esperienza personale e dagli studi umani si può acquisire in due modi: il primo è quello esperienziale, che dà evidenze, il secondo è quello della fiducia nello studio o nella testimonianza di altri, che, ad esempio, avendo viaggiato mi assicurano che la Nuova Zelanda esiste, oppure che il tempo fisico non è assoluto.

A volte, invece, in questi ultimi anni pervasi dalla mediatizzazione e dalla velocizzazione in tempo reale della comunicazione e dell’informazione, pare che la conoscenza non debba fondarsi sui due capisaldi sopra richiamati, ma possa “passare” impunemente senza filtri tramite il web dove ciascuno, dal ricercatore serio e credibile agli “scappati di casa” di un partito inflazionato e bisognoso di un sano dimagrimento. Il mio caro lettore comprende bene a quale partito (o movimento, come amano i suoi militanti definirsi) qui mi riferisco.

Si dice anche che “resiste al tempo ciò che fugge (frase di Seneca, mi pare), e che “per sentire di più hai bisogno di meno” (non so di chi sia, ma mi piace, perché può essere il manifesto della sobrietà e del senso del limite). Come possiamo utilizzare questi due detti nel nostro tema?

La penso in questo modo: se ciò-che-fugge resiste al tempo, l’oggetto-ente può essere… il tempo stesso, specialmente se lo si intende in termini di kairòs e non di krònos. Mi spiego: ça va sans dire (mi si passi un francesismo una tantum) il cambiamento interiore dello spirito e anche quello esteriore delle cose è correlato al movimento, allo sviluppo, all’incedere dei fatti e dei vettori causali, in ogni ambito della vita umana. E’ correlato ai processi decisionali individuali e collettivi, fermo restando tutto ciò che contribuisce al moto, il quale è indipendente dalla volontà umana, come lo sono i fenomeni naturali, i quali comunque possono e talora sono determinati, in tutto o in parte, dall’agire umano, come nel caso dell’ambiente e della crisi climatica.

Ecco: se non si ha la capacità, che i su citati personaggi politici e mediatici et alii simili non hanno, di discernimento dei ritmi e delle cause del cambiamento, non si può comprendere ciò-che-accade-che-fugge.

Vale a dire nientemeno che la realtà effettuale, sia essa la sostanza spinoziana o l’essere aristotelico.

Duole però che nel novero di coloro che creano disagio cognitivo vi siano, dispersi nel web, anche intellettuali di chiara fama, conquistata in anni di studio e di ricerca, i quali, allo scopo di semplificare spiegazioni e messaggi, non si peritano di eccedere in superficialità e approssimazione banalizzante.

Come altre volte, anche ora sarei tentato di fare qui nomi e cognomi, ma mi limito a citare le specializzazioni accademiche di costoro che ho in mente: si tratta di filosofi, psicologi, politologi, criminologi, storici, fisici, e soprattutto giornalisti…. quasi che il modello comunicazionale riesca, ed è così, ad appiattire ogni contributo di conoscenza che intendono proporre. Se i giornalisti, soprattutto nella versione del cronista da redazione, possono essere in qualche misura escusabili, perché debbono affrettarsi a dare-la-notizia, gli studiosi delle categorie sopra citate non hanno scuse per le loro banalizzazioni.

Un esempio: un noto psichiatra, super mediatizzato, senza ritenere opportuno citare le fonti socio-statistiche, si permette di dire che (secondo lui, sic!) la maggioranza dei genitori giovani, al giorno d’oggi, preparano gli zainetti di scuola ai figlioletti adolescenti. Ma da dove viene questa notizia. Caro lettore, sentito il tal dott. prof., ho fatto una mia piccola ricerca con dieci coppie di genitori papà e mamme di quattordicenni/ sedicenni, cioè ragazzi e ragazze che vanno a scuola dalla terza media alla seconda liceo. Ebbene, nessuna delle coppie genitoriali (in un caso si trattava di un genitore single) mi ha confermato quanto detto con enfasi dall’esimio (quantomeno per cachet ricevuto a ogni comparsata televisiva) per fama mediatica! E allora, come la mettiamo? A cosa serve irridere una generazione di genitori per scoprire qualcosa che non-è-vero, e scaraventarlo al pubblico dal video tv?

Altri, invece, della stessa categoria scientifica e professionale sono molto seri e comunicativi. Qui invece due nomi li propongo: Vittorino Andreoli e Raffaele Morelli.

Gli eventi politici di ieri propongono altre riflessioni in tema. Di Maio si stacca dai 5Stelle di cui e per cui è stato “tutto” e afferma che non è (più, perché prima lo era?) vero che 1 e uguale a 1. La follia di tale affermazione (1 uguale a 1) è stato lo slogan forte di quel movimento confuso e confusivo, fin dagli albori dei “vaffa” ululati per le italiche piazze dal teatrante genovese.

Ho scritto decine di volte e lo propongo nei miei corsi e nelle conferenze di antropologia filosofica, e qui noiosamente le ripeto, che i fondamenti dell’antropologia occidentale, attestano due cose:

a) circa la struttura di persona, sulla base della fisicità, dello psichismo e della spiritualità, si può dire che ogni essere umano è uguale a ogni altro e vale come l’altro e ha la medesima dignità di essere senziente-pensante-autocosciente, poiché ogni essere umano possiede i tre elementi che lo compongono;

b) circa la struttura di personalità, che è composta dalla genetica individuale, dall’ambiente in cui uno è cresciuto e dall’educazione ricevuta, si può dire che si produce, indefettibilmente, l’irriducibile differenza e l’unicità di ogni essere umano.

Ebbene, è dunque vero che ogni essere umano vale un altro, ma è altrettanto vero che… non è vero. Non si può mettere al posto di Draghi, Capo del Governo, già altissimo dirigente bancario fino alla presidenza della BCE, o al mio posto, figlio di operaio emigrante in cava di pietra in Germania, studente-operaio, poi dirigente socio-politico, capo del personale di una multinazionale tra le maggiori d’Italia, sei titoli accademici fra cui due Dottorati di ricerca, incarichi di docenza in atenei civili e pontifici, ventisei volumi pubblicati, attuale presidente dell’Associazione italiana per la consulenza filosofica (Phronesis), presidente di una decina di Organismi di Vigilanza del Codice etico aziendali, migliaia di articoli scritti, o al posto del signor Edoardo Roncadin, presidente di un pool di aziende che lo rende il maggior imprenditore del Nordest, 3500 dipendenti per quasi mezzo miliardo di fatturato annuo, partito a diciassette anni per le “Germanie” come apprendista gelataio… il primo essere umano che passa per strada, che comunque ha lo stesso valore umano e morale di Draghi, di Edoardo e mio.

Ovviamente, il mio attento e saggio lettore comprende bene lo spirito con il quale ho scritto le frasi precedenti, che sono prive di qualsiasi autocompiacimento celebrativo, perché sono semplicemente la realtà fattuale.

I 5Stelle per un decennio hanno sostenuto più o meno questo, facendo danni incommensurabili, perché – purtroppo – la base di massa degli esseri umani ha una dotazione cognitiva che la campana di Gauss ben rappresenta con la parte centrale della curva, che costituisce circa l’80% dell’intero, più o meno. Questo dato fa capire abbastanza bene anche le ragioni socio-culturali del risultato ottenuto dai 5S nel marzo del 2018, il 33% dei suffragi, e anche – oggidì – il livello qualitativo e culturale degli interventi radio-tv di molti degli ascoltatori, ad esempio di chi contatta La Zanzara su Radio 24 oppure Radio Sportiva, etc.

Quando viaggio ascolto talvolta queste trasmissioni per documentarmi sulla popolazione che si dà quasi ragion d’essere ascoltandosi e facendosi ascoltare dagli amici per radio.

Il Presidente del Consiglio dei ministri, il signor Edoardo e io stesso non abbiamo un valore umano superiore al primo che passa per strada, ma questi non può fare quello che fanno il Capo del Governo, Edoardo Roncadin e quello che faccio io stesso.

L’abbiamo scoperto solo ora, mio buon Di Maio? Mi ricordo quando era il maggior rappresentante della dottrina dell’1 vale 1 , assieme al suo allora compare di visite ai “gilet gialli” e ora, ciondolon ciondoloni, ondipericlitante fra la Moscova e l’Arbat (il cosìnomato Dibba da giornalisti compiacenti e piaggioni, u bellu guaglione2, direbbe lo spesso rancoroso, per comunicazione di notizia di prima mani, tranquilli!, Romano da Bologna, perché il primo bellu guaglione era Rutelli), di comicissima e ligure memoria. Meglio tardi che mai.

In ogni caso le riconosco il merito di avere agito per togliere spazio e potere al capo del suo ex gruppo, lasciandolo alla sua condizione di uomo politico posticcio, che per mostrarsi importante ha anche avuto bisogno di inventarsi una collaborazione fasulla con una Università newyorkese

Tutta salute per l’Italia, povera Patria mia.

Il mito di Narciso

A corredo e documentazione scientifica del precedente post sullo stesso tema (o quasi), ho la grazia da parte dell’autrice, professoressa Anna Colaiacovo, carissima collega di Phronesis e valorosa docente di filosofia, di pubblicare questo saggio.

Nel mito, Narciso è un giovane bellissimo, che suscita passione negli altri, ma non è in grado di ricambiarli in alcun modo. Innamorato della propria immagine, muore perché non può congiungersi con essa.

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).

Innamorata di Narciso è la ninfa Eco che, punita da Era perché con le sue chiacchiere la distraeva dai tradimenti del marito, poteva ripetere soltanto le ultime parole pronunciate dall’altro. Eco si consuma d’amore per Narciso al punto che   di lei rimane solo… l’eco. Eco e Narciso si corrispondono: totalmente chiuso agli altri, Narciso ama la propria immagine riflessa nell’acqua. Non può farlo se non immergendosi in essa, e quindi morendo.  Completamente assorbita dall’altro, Eco non è più nessuno. 

I Greci proibivano all’uomo l’uso dello specchio, le donne ne avevano l’uso esclusivo. Perché?  Lo specchio rischiava di bloccare gli uomini in se stessi, mentre sappiamo bene che  nella Grecia antica spettava agli uomini occuparsi della sfera politico-sociale, aprirsi agli altri , mentre alle donne invece era riservata la casa e, in particolare, il gineceo. Le donne potevano uscire solo in particolari occasioni, durante le cerimonie religiose. Le donne avevano necessità dello specchio per prepararsi allo sguardo maschile, dovevano guardarsi prima di essere oggetto dello sguardo dell’uomo. La donna esiste come riflesso dell’altro ed Eco la rappresenta.

Narciso muore giovane. Alla sua nascita il vate Tiresia aveva previsto per lui una lunga vita, a una condizione però: Se non conoscerà se stesso. Il Conosci te stesso, quasi un paradigma della grecità, viene rovesciato. É paradossale che Narciso muoia per conoscersi, ma il punto è: per conoscere che cosa? Il riflesso di sé, l’essere nulla.

Lacan: Lo stadio dello specchio

Nel processo di costruzione dell’identità, lo stadio dello specchio (studiato da Lacan) è un passaggio fondamentale. L’essere umano, quando nasce, non è dotato, come gli animali, di istinti che  garantiscono l’adattamento al mondo esterno. La relazione con il mondo, tra l’ organismo e l’ambiente, è mediata dall’immaginario. Il bambino, tra i sei e i diciotto mesi,  di fronte a uno specchio, all’inizio cerca  di afferrare l’immagine che gli appare, come se si trattasse di un oggetto reale. Poi si rende conto che è un’immagine. Infine che è la sua immagine, diversa dalla madre che è con lui.  In una fase in cui  non ha ancora la padronanza del proprio corpo e si vive come frammentato, il piccolo acquista una prima consapevolezza di sè come un tutto unitario (la propria immagine unificata) attraverso lo sguardo dell’altro, perché è questo sguardo che conferma che è lui.

Ed ecco  allora  la pietra angolare dell’identità: Ho bisogno dell’altro per diventare me stesso. Ed è un processo cognitivo e affettivo insieme.

Ma chi sono io? Per dire IO abbiamo bisogno di raddoppiare noi stessi, abbiamo bisogno di un soggetto e di un oggetto: “Laddove mi vedo, non ci sono, dove ci sono, non mi vedo”. (Lacan)

Da un lato c’è un corpo-pulsionale, la grande ragione  del corpo (Nietzsche), dall’altro l’io immagine.

Ognuno di noi deve confrontarsi con questo doppio e con un’immagine di sè che è intima e nello stesso tempo estranea.

L’illusione narcisistica consiste nel tentativo (disperato) di far coincidere noi stessi con la nostra  immagine e nel non riconoscere all’altro da noi una realtà autonoma. Nel mito, infatti, Narciso, del tutto insensibile all’amore di Eco, muore perché sprofonda nell’acqua cercando di congiungersi  con la propria immagine.

Nel processo di costruzione dell’identità, la fase narcisistica è fondamentale, ma va superata attraverso lo sviluppo della capacità di entrare in relazione con l’altro. Occorre riconoscere che l’altro ha una vita separata dalla nostra, che non è semplicemente un oggetto preda del nostro narcisismo e non è neppure qualcuno in cui ci annulliamo completamente come avviene in un  film geniale come Zelig (1983) di W. Allen.

Una rappresentazione letteraria di Narciso

Il mito ci indica una strada che viene percorsa nella letteratura da altre figure che incarnano il narcisismo. Prima fra tutte: Don Giovanni (o Casanova). Sono  figure che attraggono molto, come accade spesso con i narcisi.

Chi è Don Giovanni?

Don Giovanni è invece fondamentalmente un seduttore. Il suo amore non è psichico ma sensuale, e l’amore sensuale secondo il suo concetto non è fedele, ma assolutamente privo di fede, non ama una ma tutte, vale a dire seduce tutte. Esso infatti è soltanto nel momento, ma il momento è concettualmente pensato come la somma dei momenti, e così abbiamo il seduttore”.[1]

Secondo Søren Kierkegaard, Don Giovanni è un esteta. L’etimologia della parola rinvia al termine greco “aistesis” che significa sensazione. L’esteta è colui che vive nell’immediatezza del desiderio,  Non sceglie mai, perché la scelta è quell’atto che porta al superamento dello stadio estetico e genera l’individualità e la personalità morale.

 Don Giovanni, nelle sue numerose varianti letterarie, conquista tante donne. Pensiamo alla lista che il servo Leporello esibisce nella famosa “aria del catalogo”, nel primo atto dell’opera di Mozart, su libretto di Da Ponte. É il desiderio ad avere un effetto seducente sulle donne anche se, poi, Don Giovanni utilizza la finzione e usa l’inganno per far sì che la realtà si pieghi ai suoi voleri. In realtà Don Giovanni, che è un camaleonte e diventa i personaggi che recita, coltiva l’illusione dell’onnipotenza e non conosce limiti; non può abbandonarsi al sentimento perché rischia di perdersi.

Narciso non consegna la propria immagine al confronto con l’altro. Caravaggio lo rappresenta mentre contempla la propria immagine nell’acqua, ed è un’immagine immersa nel buio; Don Giovanni non svela la propria identità: Donna folle! Indarno gridi: chi son io tu non saprai!, canta all’inizio del dramma giocoso di Mozart. Rivelarsi, infatti, andare autenticamente verso l’altro espone alla rottura del guscio narcisistico. E che cosa si nasconde dietro quel guscio? Il volto nascosto di narciso è, secondo Julia Kristeva[2], la depressione.

Chiariamo meglio questo punto. Nel momento in cui ognuno di noi si lascia andare all’amore si trova in una condizione di estrema vulnerabilità: ci si scopre indifesi, in balia dell’altro, esposti al rischio di fallimento e di sofferenza. Mantenerci aperti alle esperienze emotive, abbandonarsi alla fluidità del sentimento significa abbandonare tutte le corazze difensive e esporsi alla possibilità del tradimento e al dolore a esso connesso.

I narcisisti non sono disposti a correre questo rischio. Perché?

A un livello superficiale il narcisista si presenta come una persona dominante, sicura di sé, di successo.  In realtà è fondamentalmente un insicuro che non è in grado di affrontare la paura di doversi riconoscere e accettare come una persona inadeguata e vulnerabile e che, proprio per difendersi da questi sentimenti per lui inaccettabili, esprime una continua esaltazione di sé.

Attualità

La modernità liquida

Riprendiamo il discorso su Narciso volgendolo verso l’attualità. Possiamo dire che il tempo in cui viviamo educa al narcisismo, che è uno dei maggiori problemi dell’epoca contemporanea. Vediamo perché. L’età moderna inizia con il tramonto dell’ordine medievale, il rifiuto di ogni autorità trascendente e l’esaltazione dell’individualità. Individualità che significa libertà e responsabilità. Pensiamo a Cartesio, il padre della filosofia moderna. Parte dal dubbio, un dubbio che diventa radicale per arrivare poi alla prima certezza: cogito, ergo sum. La ragione si autolegittima, non ho bisogno di nessuno, neppure di Dio per affermarlo. L’io diventa consapevole della propria esistenza e della potenza della propria volontà. Siamo di fronte a un Io prometeico, con una profonda stima di sé, che in vari modi caratterizzerà i tempi moderni, in particolar modo l’illuminismo e lo sviluppo dell’economia politica. Prometeo come simbolo dell’orgoglio umano che con lo sviluppo della scienza e della tecnica infrange i limiti della natura per produrre progresso e ricchezza. 

La prima fase della modernità, quella solida, era fondata su istituzioni durevoli e stabili, su un controllo razionale dello spazio e del territorio, sulla negoziazione dei diritti. Dal punto di vista dell’individuo, era basata sulla fiducia: nelle proprie capacità (posso imparare a fare qualcosa), negli altri (ciò che ho appreso mi viene riconosciuto) e nelle istituzioni, nella loro stabilità (garantiranno che ciò che ho costruito nella mia vita varrà anche domani). Il pilastro di questo modello (secondo Bauman, endemicamente esposto al rischio di totalitarismo) era la razionalità, ovvero la fiducia nella capacità umana di conoscere e controllare, attraverso la scienza e la tecnica, il corso degli eventi e di indirizzarlo verso il progresso (considerato l’unico motore della storia).

L’esistenza di uno spazio pubblico, il luogo deputato alla discussione politica, testimoniava la presenza di una società civile in cui i cittadini potevano far sentire la propria voce e partecipare così allo sviluppo collettivo.

La società della modernità liquida, la nostra, è caratterizzata, invece, da una erosione della politica a scapito dell’economia: da leggi di mercato spietate e da istituzioni che non sono in grado di regolarne gli effetti (il mercato non persegue alcuna certezza, anzi prospera sull’incertezza). Oggi dominano la precarietà e la sfiducia (tutti lo sappiamo, basta guardarsi intorno) che Bauman ben rappresenta attraverso una metafora: “L’insicurezza odierna assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota”.[3]

La sfiducia nella politica e nella possibilità di cambiare il mondo (poiché sappiamo che il vero potere, nell’età della globalizzazione, è extraterritoriale e fluttuante), ci porta ad affrontare i problemi individualmente e a ricercare la nostra autenticità in un altrove che può essere il cibo, lo shopping, il ballo…

Il consumatore ha preso il posto del cittadino e gli spazi pubblici sono diventati i luoghi in cui scegliamo che cosa acquistare o quelli in cui ci divertiamo.

La cultura del narcisismo

In questa situazione quali spazi di autonomia può avere l’individuo? E quali relazioni può stabilire con i suoi simili?

Se la precarietà è dappertutto e rende incerto il futuro, il problema non è più quello di avere forze sufficienti per raggiungere un obiettivo domani, ma nell’essere continuamente vigili sulle strade percorribili (opportunità?), oggi. Privo di riferimenti certi, l’individuo deve agire in tempi rapidi, sempre pronto al cambiamento, in un continuo calcolo di costi e benefici. Ed ecco allora che l’identità personale prende la forma di una continua sperimentazione.  Secondo Christopher Lasch “le identità di cui si va alla ricerca ai nostri giorni sono quelle che possono essere indossate e poi scartate come un abito”.[4]  Da un lato, rispetto al passato, abbiamo certamente margini di libertà e flessibilità più ampi, ma, dall’altro, siamo esposti al rischio continuo di cadere nell’ansia da prestazione, perché, sul piano concreto, le libertà sono limitate e il singolo viene lasciato completamente solo, a tal punto  che tende a percepire gli altri come ostacoli per la sua affermazione. Se l’autoaffermazione, però, non si realizza, l’individuo tende a colpevolizzarsi: non sono stato capace. Da qui il rischio della depressione.

In un mondo di esperienze frammentate, gli individui hanno in comune la tendenza ai rapporti discontinui, ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata, ma l’unico gestore dei legami – immaginate la rete di internet con i relativi nodi – rimane il creatore stesso che ne ha il controllo e che può cancellare l’altro in un istante. Naturalmente, però, tutti gli individui hanno le stesse possibilità e da qui nasce una grande insicurezza.

Le relazioni, quando si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono viste come un impedimento verso altre opportunità, una limitazione delle libertà.

Nella modernità liquida il soggetto, estraneo alla vita pubblica, incapace di relazioni durevoli e di reale confronto con l’altro, tende a investire le proprie energie emotive nel culto di sé, del proprio corpo e della propria immagine. La libido è tutta concentrata su di sé e sottratta all’altro da sé.

Il selfie: narcisismo o bisogno di relazione?

Forse Steve Jobs non pensava, inserendo  sui suoi smartphone la fotocamera frontale, di dare avvio a comportamenti così compulsivi e diffusi come quelli che vediamo quotidianamente. Fotografarsi e condividere le foto sui social network è diventata, oggi,  una vera e propria mania.

Che cosa spinge persone di tutte le età a farsi un selfie  nelle condizioni e nei luoghi più impensati? Che senso ha  fotografarsi   durante un funerale (è accaduto anche questo!) o in una situazione talmente precaria da mettere a rischio la propria vita?  Certo, in questi comportamenti la componente narcisistica è molto forte, ma, accanto al bisogno di   rappresentazione di sé, c’è un’esigenza altrettanto forte di condivisione sociale. Convivono il  bisogno di specchiarsi e di testimoniare la propria presenza agli altri.

C’è, in definitiva, un problema di identità.

Nel tempo del  capitalismo avanzato, il potere, come ci ha insegnato Foucault,  non si presenta più in forma dispotica, ma entra nella vita e si insinua nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani. Si sviluppa  all’interno di un fitto reticolo mobile e concreto di rapporti, si  trasforma in un potere seduttivo apparentemente innocuo rispetto al passato e  prende la forma di regole comportamentali interiorizzate dai singoli. Il potere agisce sugli individui attraverso le “pratiche”, perché ognuno di noi diventa quello che è attraverso  quello che fa ogni giorno, attraverso i luoghi che abita, i  gesti che compie, le relazioni che intreccia, i dispositivi che utilizza.

I dispositivi (cioè qualsiasi cosa abbia la capacità di determinare e orientare pensieri, gesti, comportamenti) con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci inducono ad agire in un determinato modo, influiscono sul funzionamento del nostro cervello e ci trasformano. I dispositivi informatici, ad esempio, stanno cambiando radicalmente  il nostro modo di vivere e il nostro modo di vivere il tempo, dal momento che non esiste   più  una netta  distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero. Il mercato ci richiede di essere sempre connessi e visibili ed è una richiesta che è ormai diventata una nostra esigenza.

Siamo soggettività che si pensano libere e che  in realtà rispondono “liberamente” all’applicazione dei poteri.

La pratica del selfie, in particolare, rivela molto del nostro tempo, di una fase storica in cui l’accessibilità e la condivisione sembrano diventate un “obbligo” e  il confine tra pubblico e privato sfuma sempre più. 

Ma rivela soprattutto molto di noi, del nostro  bisogno ossessivo di esserci – IO CI SONO! GUARDAMI- che alimenta il dubbio di non esserci, nell’attesa spasmodica di un like.

Prof.ssa Anna Colaiacovo


[1] S. Kierkegaard, Enten-Eller, a c. di A. Cortese, vol. I, Adelphi, Milano 1981, p.163

[2] J. Kristeva, Sole nero, Feltrinelli, Milano, 1988

[3] Z. Bauman, la solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 28

[4] C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 1985, pag.24

“Narciso”, il bel giovine del mito greco-latino, e i suoi attuali emuli nostrani: Berlusconi, Salvini, Conte (in ordine temporale di “successo” personale), e alcuni altri, anche non meno in vista dei tre citati (almeno in parte), di cui tratterò nel testo. Parliamo del narcisismo, e anche della sua deriva istrionica: un disturbo non banale della personalità

Prima di tutto, il mio lettore può chiedersi l’origine del “nome” (ma credo la conosca) di questo atteggiamento-comportamento verso la vita propria e quella degli altri, che ha indubbiamente anche una connotazione nevrotica, come vedremo più avanti, citando i testi scientifici e letterari più accreditati, ed esemplificandolo con la proposizione di tre persone, di tre “figure” politiche italiane del nostro tempo: Berlusconi, Salvini e Conte. Non trascurerò di citare anche un testo biblico che ha profondamente a che fare con Narciso, il Qoèlet, l’Ecclesiaste. Vedremo in quale modo.

Intanto parto dal mito di Narciso, così come è riportato dalla tradizione letteraria greco-latina.

Narciso (in greco antico: Νάρκισσος, Nárkissos) è un personaggio mitologico della tradizione greca. Si tratta di un ragazzo molto bello, molto attivo nella caccia. Il suo carattere, però, è disdegnoso verso gli altri fino a uno spregio un po’ crudele. Come sempre, se abbiamo presente i racconti dei grandi poemi epici, gli “Dei” sono gelosi degli uomini che hanno particolari doti, per cui, anche nei confronti di Narciso, non sopportandone la “popolarità”, possiamo dire con un’espressione moderna, lo puniscono con la morte, che è quasi – nei modi in cui è avvenuta – una morte auto-inflitta dalla sua vanità: Narciso si specchia in un corso d’acqua, si compiace della bella immagine che vede, perde l’equilibrio, cade in acqua e muore annegato. Vien da dire che quell’atletico ragazzo non sapeva nuotare…

Già a questo punto verrebbe da dire che l’autocompiacimento vanesio fa perdere l’equilibrio mentale, o no?

Vi sono varie versioni del mito: una si trova nei Papiri di Ossirinco ed èattribuita a tale Partenio; un’altra nelle Narrazioni di Conone, datata fra il 36 a. C. e il 17 d. C, mentre le più note sono la versione di Ovidio, contenuta nelle Metamorfosi, e quella di Pausania, presente nella sua Guida o Periegesi della Grecia.

Si tratta di racconti di carattere morale, nei quali Narciso appare come un superbo insensibile, che perciò viene punito dagli dei, che gli rimproverano di non aver accettato nessun compagno, nemmeno Eros: un ammonimento ai giovani di quei tempi?

In dettaglio esaminiamo il mito greco: Narciso aveva molti innamorati, che lui costantemente respingeva fino a farli desistere dal… volerlo omosessualmente. Solo un giovane ragazzo, Aminia, non si dava per vinto, tanto che Narciso gli donò una spada perché si uccidesse. Aminia, obbedendo al volere di Narciso, si trafisse l’addome davanti alla sua casa, avendo prima invocato gli dei per ottenere una giusta vendetta, il cui compimento avvenne come sappiamo. Si tratta del racconto dell’immagine riflessa e dell’innamoramento (stupidissimo) di Narciso per se stesso e della sua mortale caduta in acqua.

Il racconto, però, nelle diverse narrazioni, ha due esiti finali: il primo è quello dell’annegamento, mentre il secondo racconta del suicidio con la spada da parte di Narciso, la stessa spada che aveva donato ad Aminia affinché si uccidesse. Dal sangue sparso di Narciso sarebbe nato dalla terra l’omonimo fiore.

Per chi ama il genere posso consigliare di leggere l’ampia versione ovidiana nelle Metamorfosi, dove il poeta narra anche della nascita e della vita del bel giovane, quasi, come si dice oggi, costruendo un prequel.

Interessante il fatto che, nel compiersi della tragedia finale, dopo alcuni interventi dei massimi dèi olimpici, fu la volta di… Nemesi (eccola qua!), che condusse Narciso alla sua “giusta” fine di superbo e vanesio.

Il romantico funerale fu celebrato dalla ninfe Naiadi e Driadi, che cercarono il corpo per innalzarlo sul rogo, ma trovarono “solo” il fiore omonimo. Struggente! (non scherzo).

Vi è però una contraddizione in questo racconto, perché il poeta greco Pamphos, prima che il mito fosse molto diffuso, scrisse nei suoi versi che quando Persefone fu rapita da Ade, stava raccogliendo proprio dei narcisi.

Narciso come fonte di ispirazione artistica

Il mito di Narciso è stato una continua fonte d’ispirazione per gli artisti fino ad oggi, sia nella pittura, sia nella musica, oltre che in altre narrazioni. Caravaggio, Nicolas Poussin, William Turner e Salvador Dalì, tra altri.

La letteratura contemporanea si è rivolta al mito di Narciso con John Keats, e soprattutto, direi, nelle opere filosofiche e letterarie di André Gide con Il Trattato di Narciso, 1891, e Oscar Wilde, autore del celeberrimo Il ritratto di Dorian Grey. Né trascurabili sono alcuni personaggi “narcisiani” (e narcisisti) in Dostoevskij, come Jakov Petrovic Goljadkin ne Il sosia, 1846.

Anche Stendhal ne Il rosso e il nero (1830) propone nel personaggio di Mathilde un tipico carattere narcisista: dice difatti il principe Korasoff a Julien Sorel: “Guarda solo se stessa, invece di guardare voi, e così non vi conosce”.

In qualche modo, perfino Hermann Melville si riferisce al mito di Narciso nel suo romanzo Moby Dick, quando Ismaele spiega che il mito è la chiave di tutto, riferendosi alla questione se sia possibile ritrovare l’essenza della verità all’interno del mondo fisico.

In Italia troviamo Giovanni Pascoli: nei Poemi Conviviali egli dedica il poemetto I Gemelli a Narciso, traendo ispirazione dalla variante riportata da Pausania.

Per finire, cito anche Rainer Maria Rilke, che non trascura il tema del narcisismo in molte sue liriche, come fa anche Edgar Allan Poe… e Hermann Hesse (Narciso e Boccadoro), William Faulkner in Santuario, Paulo Coelho in L’alchimista… Pare proprio che Narciso sia pervasivo, a dir poco.

In Musica troviamo parecchie citazioni. Alcune: a Narciso è dedicato il secondo pezzo del trittico dei Miti op. 30 per violino e pianoforte, del compositore polacco Karol Szymanowski, License to Kill di Bob Dylan; il gruppo metal greco Septic Flesh ha inciso una canzone su Narciso (intitolata Narcissus) nel suo album Communion; il testo della canzone Reflection dei  Tool è parzialmente incentrato sul mito di Narciso; altre canzoni inerenti al mito sono: Narcissus di Alanis Morissette, The daffodil lament dei The Cranberries e Deep six di quel narciso di… Marilyn Manson.

In Italia troviamo: Narciso, tratta dall’album Pierrot Lunairee del gruppo omonimo, La lira di Narciso, tratta dall’album Bianco sporco dei Marlene Kuntz, Parole di burro tratta dall’album Stato di necessità di Carmen Consoli, Una storia d’amore e di vanità di Morgan (Da A ad A. Teoria delle catastrofi), La Cantata del Fiore di Nicola Piovani, et alii...

Un degno finale di queste citazioni può essere il seguente: Pink Narcissus (1971) è un film di James Bidgood sulle fantasie di un ragazzo dedito alla prostituzione maschile.

Il “narcisismo” in Psicologia

Nel 1898 Havelock Ellis, un sessuologo inglese, usa il termine narcissus-like in un suo studio sull’autoerotismo, riferendosi alla “masturbazione eccessiva”, quando la persona diventa il proprio unico oggetto sessuale, essendone soggetto. Soggetto e oggetto insieme.

Nel 1899, lo psicologo tedesco Paul Näche è il primo studioso ad utilizzare il termine “narcisismo” in uno studio sulle “perversioni” sessuali, per come erano ritenute allora.

Nel 1911, Otto Rank pubblica il primo scritto che possiamo definire “psicoanalitico” specificamente centrato sul narcisismo, collegandolo alla vanità e all’auto-ammirazione superba.

E veniamo al clou di queste ricerche: nel 1914 Sigmund Freud pubblica il saggio Introduzione al narcisismo, nel quale sviluppa il significato del termine, con i concetti di narcisismo primario e di narcisismo secondario o protratto.

Da qualche decennio il narcisismo è considerato un disturbo della personalità come amore esagerato di un soggetto umano verso la propria immagine e per se stesso. Alcuni testi:

A pag. 191 del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali per la Medicina generale, edito da Masson in Milano nel 2004, poi aggiornato alcuni anni fa, ma senza sostanziali modifiche nei temi qui trattati, si leggono, all’interno del capitolo sui Disturbi di personalità, le seguenti considerazioni al punto F60.8:

DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia (ecco!, ndr). Per esempio, il soggetto ha fantasie di successo o potere illimitati, crede di essere “speciale”, richiede eccessiva ammirazione, ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, sfrutta le relazioni interpersonali, invidia gli altri (suggerisco di considerare il significato etimologico-morale del gravissimo vizio dell’invidia, ndr), ed è arrogante.

Ed inoltre: I soggetti con Disturbo Narcisistico di Personalità chiedono con insistenza attenzione ed ammirazione, ed inizialmente possono anche idealizzare gli altri, per poi disprezzarli se sono “guardati dall’alto in basso” o delusi. Possono essere comuni anche la ricerca del “miglior” medico e il richiedere una particolare attenzione. Il soggetto può avere difficoltà ad accettare o ad adattarsi alla diagnosi di una condizione medica generale, che trova incompatibile con l’idea grandiosa ed onnipotente che ha di se stesso.

Nel capoverso F60.4, a pag. 190-191, troviamo un’altra specifica del Disturbo di Personalità, quello Istrionico, che spesso è correlato con quello narcisistico. Ne possiamo constatare la presenza in due dei tre personaggi qui citati: Berlusconi e Salvini.

Leggiamo: DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione. Per esempio, il soggetto si sente a disagio quando non è al centro dell’attenzione, è inappropriatamente seduttivo da punto di vista sessuale, manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale, utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione, auto-drammatizza e considera le relazioni più intime di quanto lo siano realmente.

E inoltre: I soggetti affetti da Disturbo Istrionico di Personalità possono cercare di evitare o dimenticare sensazioni o idee “inaccettabili” o spiacevoli, come l’appuntamento con il medico ola gravità del loro stato di salute generale. Spesso si servono di manifestazioni emotive per controllare gli altri (per e. attirare l’attenzione, far prender agli altri la responsabilità della situazione, o fare in modo che gli altri “cambino argomento”).

Come si può notare, in tutti e due i casi esemplificati, si possono notare dei tratti di personalità molto specifici ed evidenti, presenti in molti soggetti, caro lettore, anche di tua e di mia conoscenza. Personalmente potrei fare un elenco di almeno una decina di persone narcisiste e/ o istrioniche da me sufficientemente conosciute, che talora occupano posizioni assai importanti nel mondo. Ovviamente, nell’ambito delle mie relazioni interpersonali.

E ciò vale per tutti gli esseri umani in tutte le nazioni e territori (capi di stato e di governo, capi politici e tribali), settori e ambienti (economia, finanza, scuola-università, chiese, ambiti militari, arte e spettacoli, etc.).

…e ora leggiamo un testo “classico” appartenente ai Libri sapienziali della

BIBBIA, nel Qoèlet (in ebraico קהלת, Qohelet, dal probabile pseudonimo dell’autore; in greco  Ἐκκλησιαστής, Ekklesiastès, “il radunante, il convocatore”; in latino Ecclesiastes o Qoelet),  scritto probabilmente nel III o IV sec. a . C.

Al I capitolo, possiamo leggere versi filosofici come i seguenti:

[2]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
[3]Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?
[4]Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
[5]Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
[6]Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
[7]Tutti i fiumi vanno al mare,
eppure il mare non è mai pieno:
raggiunta la loro mèta,

i fiumi riprendono la loro marcia.
[8]Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l’occhio di guardare
né mai l’orecchio è sazio di udire.
[9]Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
[10]C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è gia stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
[11]Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.

Evito qui una disamina esegetico-teologica del glorioso brano biblico, perché il suo senso e il suo significato teorici e fattuali sono evidenti. Giova solo ricordare come, anche sulla base di questo scritto antichissimo, il narcisismo possa essere considerato come un sorta di sottospecie della vanità, così come questo vizio è un prodotto di un vizio maggiore l’orgoglio spirituale, parente stretto del vizio peggiore,che è la superbia, padre e madre di tutti i vizi. Mi pare non poco.

ECCO! e ora…

Alcuni “narcisi” italiani della politica

BERLUSCONI

Non è necessario spendersi molto su questo importante uomo dell’economia e della politica italiana dell’ultimo trentennio. Chiamato “sua emittenza”, si è occupato oltre che di edilizia (sulla tracce paterne), di comunicazione televisiva e di produzione cinematografica. Quasi trent’anni fa è “sceso in campo” in politica (come ama dire lui da sempre) e ha vinto spesso, diventato per tre volte capo del Governo, e continuando a governare – assieme a un paio di amici fidatissimi (Confalonieri e Galliani sopra tutti, e i figli “di primo letto”) – i suoi interessi economici. E’ diventato l’uomo del conflitto di interessi, e per la sinistra politica, salvo rari casi, non è stato ma “sdoganato”. Gravissimo errore di lettura della realtà fattuale.

E’ stato oggetto di molte attenzioni da parte delle Procure per i suoi non pochi “vizi” privati che lui ha tentato di far passare per “pubbliche virtù”. “Araba fenice”, è stato dato per morto in tre decenni almeno tre volte ed è “resuscitato”, si fa per dire. Anche oggi, nel 2022, una cospicua parte della politica liberal-conservatrice italiana non può fare a meno di lui.

Non aggiungo altro, se non sottolineare il fatto che tutto il suo agire è sempre stato caratterizzato da una sovraesposizione inaudita della sua persona, con una continua manifestazione teatrale di un istinto naturalmente istrionico ed egocentrico. Non serve dire altro.

SALVINI

Quest’uomo è un parvenù della politica localistica esplosa in Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, sprovvisto, a differenza di Berlusconi, di ogni acclarata capacità di operare professionalmente in qualsivoglia settore lavorativo. Diplomato al liceo classico, non si è laureato e ha iniziato a fare politica a sinistra, nei centri sociali. Poi ha conosciuto altri due più o meno come lui, Bossi e Maroni (che comunque potrebbe fare l’avvocato e quindi è ben diverso da lui), e li ha soppiantati, avendo mostrato nei tempi kairologici giusti, la capacità di parlare al “popolo leghista”, che da meramente “Padano” lui ha saputo trasformare in “Nazionale”. Il suo merito, per dire, è stato quello di trovare i toni e i temi giusti per coalizzare legittime aspirazioni del “Popolo del Nord” attivo e produttivo, con la critica alla burocrazia “romana” e brussellense. Il suo “Lega – per Salvini” è riuscito a diventare anche il primo partito tra il ’19 e il ’21, salvo poi farsi superare dalla destra più vera, dalla non-amata Meloni.

La sua politica è riuscita ad andare d’accordo con tutti, perfino con i “grillini” da cui lo distanziavano molte prospettive, due governi, uno con e uno contro. E un terzo in compagnia di altri. Mica facile. Un elemento, però, lo ha obiettivamente avvicinato ai 5S: un populismo disordinato e contraddittorio, adatto, più che alla progettualità politica, alla ricerca del contrasto e dello sfascio sistematico del dibattito, con l’utilizzo di un linguaggio semplificato e banalizzante, con una postura non-verbale e para-verbale costantemente aggressiva e urlante. La Lega è ancora salva e salvata da altri dirigenti, di cui vanno apprezzati il senso civico e le capacità amministrative: parlo di Giorgetti, di Zaia e perfino di Fedriga. Grazie a Dio ve ne sono anche altri oltre a questi, nelle comunità locali, che in parte rimediano agli errori del cosiddetto, autodefinitosi “capitano”. E de che?

L’ultimo atto da “narciso” impenitente lo ha commesso in questi giorni con l’annunzio di un suo viaggio in Russia per parlare di pace con Putin. A che titolo? Lasciamo stare, ne ho già scritto qui.

Sotto il profilo della personalità, è proprio il narcisismo istrionico a costituirne la cifra comunicativa e anche morale. Come narciso-istrione, Salvini è un autentico campione.

CONTE (non-Antonio e non-Paolo, che nei loro campi sono eccellenti!).

Su Conte Giuseppe vorrei spendere solo due righe, ma non sono uno stenografo, oppure dovrei saper scrivere in ebraico. Mi accingo. Conte è un avvocato pugliese, di ufficio romano, che quattro anni fa è assurto agli onori di tutto. Dal nulla mediatico a capo del Governo. Sinceramente non ho mai capito neanche quanto “grillino” fosse o sia. Nulla lo apparenta al piglio terzomondista da barzelletta di un Dibattista, e neppure alla seriosità delle “grilline”, che imparano lezioncine a memoria per apparire politiche serie. Secondo me, Grillo lo stima molto poco, ma fa di necessità virtù, e lo tiene.

Se continua così, il prossimo anno il suo partito (posto che sia ancora suo) percepirà il giusto premio dall’elettorato illuso e deluso del 2018: dico il 15% per caritas patriae.

Ho già a sufficienza commentato in questo sito, il suo (per me) insopportabile timbro vocale, a di più la scarsissima capacità di argomentare riflessioni che siano, sia comprensibili, sia non banali, sia provviste di contenuti. E qui mi fermo.

Sotto il profilo del nostro tema, l’ex capo del Governo è uno di quei “narcisi” che non privilegiano l’istrionismo, perché prefierono la falsa modestia. E questi mi fanno ancora più nervoso degli altri. Sopporto meglio l’istrione di quanto non sopporti il falso modesto, della cui tipologia umana ho scritto recentemente in un altro articolo.

Finisco citando altri due, di differente natura hominis, mentis experientiaeque: Beppe Grillo e Matteo Renzi. Sul secondo mi limito a dire che, nonostante sia un valoroso (ehm) narcisista, ha una capacità politica di proposta di tutto rispetto, per cui si trova nell’elenco solo per questa caratteristica deleteria che in (buona) parte lo limita come persona e in efficacia politica.

Grillo, invece, ha contribuito a fare danni enormi all’Italia: basti pensare al reddito di cittadinanza, che è una misura costosa, inutile e demotivante sotto il profilo morale ed esistenziale. Potrei dire di più, ma l’articolo è già troppo lungo, e perciò qui mi fermo veramente, concedendomi un’ultimissima osservazione:

ove e quando il lemma italiano “successo”, per i citati “narcisi” riesca ad acquisire un’accezione più verbale e letterale che metaforica (socio-politico-economica relativa al potere acquisito), potrà iniziare un loro percorso individuale di rinascita (redenzione) morale.

E mi spiego: “successo” dovrebbe tornare ad essere ciò che in origine è, il PARTICIPIO PASSATO del verbo succedere.

Last but not least, utilizzo con il suo permesso un piccolo brano della professoressa Anna Colaiacovo, collega di Phronesis, che in un saggio sul narcisismo ha scritto:

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).”

Bene, il rischio per i narcisi, anche per quelli su cui ho scritto sopra, è anche quello di un definitivo intorpidimento intellettuale. Contenti loro…

La complessità nell’uomo: generosità e altruismo possono convivere con vanità e vittimismo

Ho conosciuto don Pierluigi Di Piazza mi pare nel 1988, quando nella mia vita precedente cominciavo ad occuparmi di immigrati. Ero segretario di un sindacato, e come tre confederazioni Cgil, Cisl e Uil, assieme alle Acli, istituimmo il Centro Solidarietà Immigrati, di cui poi storicamente il sacerdote fu il continuatore e leader carismatico, con il Centro Balducci di Zugliano.

La mia vita cambiò su altri versanti, per cui lo reincontrai su quello teologico e della comunicazione.

Ho letto quanto si è scritto in questi giorni su lui, e diverse cose non mi trovano d’accordo. Soprattutto alcuni interventi in memoriam, e in particolare quello di Vito Mancuso.

La Chiesa cattolica è il Popolo di Dio (cf. Lumen gentium 1), ed è, come la definiva con chiarissima spietatezza Agostino di Ippona, sancta et meretrix, perché è fatta di esseri umani, di papi, di vescovi e di presbiteri, ma soprattutto di popolo. Etimologicamente la chiesa è un’assemblea (ekklesìa, dal verbo greco kalèo, e dall’ebraico kahal) e quella “cattolica” è rivolta verso tutti (katà òlon, da cui “cattolico” vuol dire secondo-il-tutto).

Tra questi “tutti” vi sono santi e peccatori, mediocri e valorosi, virtuosi e viziosi. Di questi “tutti” hanno fatto parte anche papa Formoso del IX secolo, uomo di non specchiate virtù cristiane,i papi dei Conti di Tuscolo guidati nel X secolo dalla viziosa Marozia, intendo come Benedetto VIII, tale Teofilatto, o Sergio III, e anche, nei secoli XV e XVI papa Medici, Leone X, e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, che voleva un sepolcro degno di un gran re e perciò commissionò il Mosè a Michelangelo e a Raffaello le Stanze vaticane, tra altro (cupola e fabbrica di san Pietro). Papi corrotti e barattieri? Sì. Ma cristiani peccatori come mille e mille altri.

Attenzione: non vi sono solo i peccati più visibili e noti, come gli omicidi, le truffe e le ruberie, ma anche peccati sottili, come la vanità intrisa di vittimismo, tipo quella che traspare talora da ciò che scrivono alcuni che si sono affrettati a lodare il sacerdote scomparso. Due titoli, a parer mio intrisi di presunzione, tra altri, del sopra citato teologo Mancuso: “Io e Dio”, e “Dio e il suo destino”, che mi sembrano echeggiare scalfariane e ben poco umili pubblicazioni (ad e. “Intervista con Io”).

Non condivido pertanto la riflessione che propone Mancuso, là dove pare che la distinzione morale sia tra chi ha potere e chi non ce l’ha. Il potere non è male in sé, ma per come viene usato, e quindi anche i vescovi (che sono dei supervisori apostolici: episkopòi, in greco) possono essere (non è detto che lo siano sempre) brave persone.

Sulla figura di Gesù il Cristo la visione teologica, esplicitata da don Di Piazza in molti suoi scritti (cito ad e. la rubrica sul Vangelo della domenica sul quotidiano Messaggero Veneto, da lui tenuta mi pare per un quindicennio circa), non ho mai trovato un discorso teologico che tenesse in conto i quattro secoli e i sette concili ecumenici che hanno trattato del Cristo, dal Concilio di Nicea del 325, convocato dall’imperatore Costantino. Ho sempre letto nei suoi scritti di un Gesù di Nazaret (il Gesù “storico”), senza che mai si facesse cenno alla persona di Cristo – Figlio di Dio – Messia – Seconda persona della SS. Trinità, da cui procede (secondo la Chiesa cattolica) lo Spirito Santo, oltre che dal Padre. Mai.

Se si vuole fare teologia cristiana in modo serio, non si può non parlare, almeno qualche volta, del lungo travaglio che ha riguardato la figura “teandrica” di Gesù Cristo. Fatto pacifico nel dibattito teologico, oltre che nei tempi tardo antichi dei sette concilii ecumenici citati, più recentemente almeno dai tempi di Reimarus e di Lessing a metà del XVII secolo.

Don Di Piazza ha anche scritto una autobiografia su richiesta degli amici. Io non lo farei mai, sapendo distinguere tra umiltà e modestia, laddove la prima è virtù e la seconda rischia spesso di apparire falsa.

Un’ultima cosa: so che il rito del Battesimo nella chiesa di Zugliano. almeno per un certo periodo, non rispettava la formula sacramentale canonica “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito Santo“, ma si svolgeva con questa radicalmente differente dizione “Noi (sottinteso la comunità) ti battezziamo…”. Potrei commentare teologicamente l’assurdità inconcepibile di questo arbitrario cambiamento, ma mi limito a sottolinearne l’atto di superbia intrinseco. E di falsa modestia, implicita nel rifiutare il legittimo “Io”, che significa “ego sacerdos in persona Christi“, cambiandolo con un falsamente democratico e populista “Noi”. Grave.

Taccio di altri episodi di insubordinazione al Vescovo.

Mia suocera non fa parte del novero di intellettuali di cui ho trovato traccia negli encomi di cui qui scrivo, ma penso abbia una Fede cristiana pari a quella di coloro, come anche tante persone semplici, della cui pietà Paolo VI invitava tutti ad avere rispetto.

Informazione, fonti, analisi, opinioni, certezze, evidenze, verità

I sei termini sono anche sei concetti che hanno a che fare con la verità. Vediamo distinguendo bene. Aggiungo: nel rapporto dialettico fra certezza e verità, si deve aggiungere anche l’evidenza.

Che cosa intendo? Noi umani conosciamo razionalmente le cose in due modi, o per evidenza ovvero per comunicazione di notizia: a) l’evidenza è ciò-che-sta-davanti-a-me in modo ineluttabile; b) la comunicazione di notizia è un qualcosa di fededegno (se del caso), che mi viene detto, quando chi mi dice una cosa è credibile e la cosa stessa è credenda (gerundivo di necessità, vale a dire da credersi). L’esempio classico è quello che concerne il credere che esistano l’Australia, o il Borneo, o l’Antartide, anche se non ci si è mai stati: gli Occidentali seppero del continente australiano solo dopo i viaggi e le relative cronache del capitano James Cook, mentre invece noi del XXI secolo, anche se non siamo mai stati in Australia, sappiamo che esiste dai racconti degli emigranti e dai mezzi di comunicazione.

La linea filosofica aristotelico-agostiniano-tommasiana propone la coincidenza di verità tra la cosa e il pensiero (che la descrive) con l’espressione adaequatio intellectus et rei, che supera logicamente (a parer mio, ovviamente) due altre posizioni, quella materialista che recita adaequatio intellectus ad rem, e quella idealista, che recita adaequatio rei ad intellectum. I due grandi pensatori realisti ritengono che la realtà vera sia un adeguamento della cosa predicata al modo lessicale con il quale la si predica.

Cambiamo ambiente e tempi filosofici: proviamo a interpellare, ad esempio, un Emanuele Severino, che in tema di verità richiama Hegel così sintetizzando:

Ludwig Wittgenstein
  • dapprima il pensiero filosofico è affermazione immediata dell’identità di verità e certezza;
  • poi è affermazione dell’opposizione di verità e certezza;
  • e infine è il superamento di questa opposizione, ossia è l’affermazione mediata dell’identità di verità e certezza.

Secondo Hegel per certezza si intende ciò che è saputo, ciò che è pensato, vale a dire la nostra percezione delle cose: in quanto pensiero, la certezza è una determinazione soggettiva, uno stato del pensare. Per verità, invece, si intende ciò che è, le cose in sé: in quanto determinazione oggettiva, la verità è uno stato delle cose, è l’essere.

Anche Severino, assieme a Hegel, ammette, come i grandi realisti sopra citati, che il senso comune obbedisce al realismo: la filosofia realistica non è altro che la riflessione sulla corrispondenza diretta tra certezza e verità, corrispondenza che l’uomo comune, prescindendo da una visione filosofica, dà per scontata. Il realismo filosofico è dunque affermazione dell’identità immediata di verità e certezza, e il senso comune, poiché reputa ovvia e sottintesa tale identità, esprime un realismo ingenuo, ma ciò non significa che tale realismo sia solo… ingenuo

Scrive Emanuele Severino: “Il realismo – ingenuo o filosofico che sia – presuppone che il mondo in cui viviamo sia esterno alla nostra mente ed esista in sé: noi siamo convinti, allora, che le cose esistono a prescindere dalla percezione e dalla coscienza che ne abbiamo, cioè indipendentemente dal fatto che le pensiamo (“Non è il pensiero che crea la verità, esso solo la scopre: la verità esiste quindi in sé anche prima che sia scoperta”, dice Agostino). Non abbiamo dubbi, inoltre, sul fatto che, pur non conoscendo tutto del mondo, ciò che conosciamo appartiene effettivamente al mondo che osserviamo e sul quale riflettiamo: il «mondo è sì indipendente ed esterno alla nostra mente, ma si mostra alla nostra mente, ossia è conoscibile in certi suoi tratti» perciò è per noi ovvio «che la realtà, indipendente dalla mente e ad essa esterna, sia peraltro accessibile alla nostra conoscenza».

In prevalenza, la filosofia greca e quella medioevale erano filosofie realistiche, basate sugli stessi presupposti, sulle stesse convinzioni espresse, anche oggi, dal senso comune, dal modo di pensare ordinario, non filosofico. Sulla base dell’identificazione immediata tra certezza e verità, le filosofie antiche affermavano che il pensiero (certezza) può conoscere la realtà (verità): la ragione umana può, superata l’opinione ingannevole (doxa), essere illuminata dall’episteme e riconoscere il vero (aletheia). La realtà coincide con il contenuto del nostro pensiero, con l’idea che della realtà abbiamo; la certezza combacia quindi con la verità. Il mondo vero, cioè esistente in sé, è ciò che il pensiero pensa; la cosa percepita e pensata dall’uomo corrisponde alla cosa in sé.

Poi arriva Cartesio.

Cartesio si domanda: se è vero che la realtà in sé delle cose, l’essere del mondo, è indipendente dal nostro pensiero, allora come possiamo essere sicuri dell’identità di certezza e verità? Per primo, separa la certezza dalla verità, le pone in opposizione problematica e, in atteggiamento critico verso la tradizione realistica, ingenua e filosofica, si chiede: come essere sicuri che le cose pensate siano le cose stesse? Pur negando la corrispondenza immediata tra certezza e verità, però, non ne esclude la possibile affermazione mediata e, contro la negazione scettica di qualsiasi verità, riconosce una verità originaria da cui partire: cogito, ergo sum. Dubito di tutto, quindi penso perché, proprio nel rendermi conto che certezza e verità potrebbero non coincidere, verifico che il mio pensiero esiste e, assodato che penso, io esisto e quindi sono.

Conviene qui soffermarsi sul concetto di idea, e sulle differenti sfumature che lo caratterizzano nella prospettiva realistica e nella visione moderna.

Per il realismo, l’idea (il pensiero) è ciò con cui si conosce (id quo conoscitur), è una certa determinazione della realtà che alla realtà nulla aggiunge – per il senso comune, infatti, un’idea esiste solo nella nostra mente, non è realtà –, e tuttavia corrisponde direttamente, immediatamente alla realtà, alle cose che, fuori e indipendenti dal nostro pensiero, esistono in sé.

A partire da Cartesio, invece, e in generale per la filosofia moderna fino a Kant, l’idea è il contenuto immediato del pensiero, è ciò che è conosciuto (id quod conoscitur). Cioè a dire: la filosofia moderna afferma che l’uomo può conoscere solo la rappresentazione, il pensato, l’immagine soggettiva della realtà (per Cartesio, l’“essere oggettivo”), ciò che corrisponde – solo mediatamente – alla realtà in sé (l’“essere formale”). Le cose che stanno davanti e intorno a noi, le cose che costituiscono il nostro mondo, per la filosofia da Cartesio a Kant, sono pertanto tutte idee – e perciò le cose in sé costituiscono un problema –; e sono sempre idee, ma di tipo diverso, la realtà e l’idea (cosa non reale) in senso realistico.

Per la filosofia moderna il “mondo esterno” è la verità opposta alla certezza; per il senso comune il “mondo esterno” è il contenuto immediato della certezza. Ormai è chiaro che il “mondo esterno”, così inteso (inteso cioè come questo mondo che ci sta davanti), è interno alla coscienza, sì che il vero mondo esterno è ciò che sta al di là delle nostre rappresentazioni, e la cui struttura si pone dunque come un problema.

Quindi la scoperta di Kant era che, invece di esperire il mondo come esso realmente è là fuori, noi esperiamo la nostra versione personalmente elaborata di quello che si trova là fuori. Proprietà quali lo spazio, il tempo, la quantità, la causalità sono dentro di noi, non là fuori: noi le imponiamo alla realtà. Ma, allora, qual è la realtà pura, non elaborata? Che cos’è realmente là fuori, quell’entità grezza prima che sia elaborata da noi? Quella rimarrà sempre inconoscibile per noi, affermava Kant.

Per la filosofia antica, anche, ma non lo dà per scontato: i filosofi antichi riflettono sulla questione e la approfondiscono, ma arrivano alla stessa conclusione. Certezza e verità coincidono immediatamente.

Per la filosofia moderna, invece, certezza e verità sono in opposizione. Cartesio si accorge che non c’è modo di verificare la corrispondenza tra la nostra percezione della realtà e la realtà in sé, e il loro rapporto si rivela pertanto problematico. In breve, l’opposizione problematica tra certezza e verità non arriva ad annullare l’identità tra la nostra percezione delle cose (rappresentazione) e le cose in se stesse, ma ne smentisce l’immediatezza. Certezza e verità coincidono mediatamente.

Come per Aristotele e Cartesio, per Kant è indiscutibile che, indipendentemente dalla conoscenza dell’uomo, esista il regno delle cose in sé: «Anche il fenomenismo kantiano è dunque un realismo – ossia è affermazione che la res, la cosa, è indipendente ed esterna rispetto al conoscere». L’idealismo, però, si configura come superamento (“oltrepassamento”, dice Severino) del realismo, perché rileva che la “cosa in sé”, in quanto concetto, è concepita, cioè pensata e conosciuta, e dunque, proprio perché pensata e conosciuta, non può essere in sé. Il concetto di “cosa in sé” è perciò contraddittorio, e la cosa in sé congetturata da Kant è un assurdo: le cose in sé non esistono.

Quanto importanti sono queste riflessioni di questi tempi quando ci sentiamo raccontare ogni cosa e il suo contrario.

Quelli che concionano in tv e sul web sul Covid e sulla guerra portata dalla Russia in Ucraina dovrebbero almeno provare a pensare.

Un esempio: come potrebbero fare a dire il falso in pubblico i giornalisti filoputiniani se accettassero di ammettere che il rapporto tra realtà e verità è quello spiegato sopra, sia nella versione realista classica, laddove non vi è mediazione fra realtà fattuale e realtà pensata, ovvero laddove, come nella filosofia moderna da Descartes in poi, la mediazione del pensiero è l’elemento veritativo della realtà.

Hanno idea di questo processo persone presuntuosamente autoreferenziali come Orsini, Santoro e compagnia cantante?

Adaequatio intellectus et rei, adeguamento dell’intelletto e della cosa: se lo si ammette non si può transigere sul senso delle cose per come si sono svolte: la Russia ha aggredito l’Ucraina.

Nello stesso modo si può procedere se si analizzano le complesse vicende dei rapporti di potenza tra Usa, Russia, Europa, Cina e resto del mondo, per scoprire anche i tragici altarini dell’Occidente e del Dragone.

Eresie e scomuniche

Le eresie sono delle scelte, dal verbo greco airèo: e dunque àiresis, che significa scelta, come sostantivo. Pertanto, ogni volta che facciamo una scelta siamo – formalmente – eretici rispetto alla scelta di un altro che invece, in democrazia, è libero di scegliere diversamente da noi; diversamente avviene se si sceglie in modo contrario alle scelte ufficiali in un sistema che impone con leggi, regole e relative sanzioni per chi violi le leggi stesse, come gli assolutismi di ogni genere, tempo e luogo, e le dittature moderne e contemporanee.

Alcuni primi esempi: eretici erano (?) i cristiani che nei primi secoli credevano o meno, a seconda di chi “vinceva” il dato concilio o sinodo, nella doppia natura di Gesù Cristo, oppure, in tempi a noi più vicini, cinque o quattrocento anni fa, quando frate Martin Lutero si staccò dal cattolicesimo romano e abolì la mediazione ecclesiastica tra i fedeli e Dio, proponendo, in sostituzione, sola Scriptura, sola Fides, sola Gratia (gratis data), cioè un rapporto diretto dell’uomo con la Divinità.

O, sempre per offrire qui una prima sintesi che approfondirò più avanti, quando nel 1956, Nikita Chruščëv , primo segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica denunziò i crimini di Stalin, e in questo modo fu “eretico” rispetto alla linea guida che per quarant’anni aveva caratterizzato il pensiero rivoluzionario di sinistra mondiale. Ma andiamo per gradi.

Nelle antichità cristiane, dopo secoli di confronti e conflitti teologici per stabilire i principi metafisici della SS. Trinità e la teandricità (divino-umanità o doppia natura umano-divina) di Cristo, colui che si poneva fuori dalla retta dottrina (orto-dossia, dal greco orthòs, cioè retto, e dòxa, dottrina) era dichiarato eretico e come tale trattato, e veniva scomunicato

Ci vollero diversi Concilii ecumenici per trovare una sintesi teologica sui due temi fondamentali e fondativi del Cristianesimo, sulla Persona di Cristo e sulla SS. Trinità. Nel frattempo, chi sosteneva una tesi, se vinceva un concilio scomunicava gli avversari, salvo poi essere scomunicato da costoro quando “vincevano” e quegli perdeva.

Il Concilio di Calcedonia del 451 riuscì in qualche modo a fermare i conflitti e a calmare gli animi con il cosiddetto Consensus christologicus… sulla persona e le due nature di Cristo, ma solo per un periodo, perché nei sei secoli seguenti, tra la cristianità orientale e quella romana- occidentale accadde di tutto, tra concilii e sinodi, fino al fatidico 1054, quando fra il legato del papa Umberto da Silva Candida e il patriarca bizantino Michele Cerulario, vi fu lo scambio di reciproche scomuniche scritte e depositate in specifici libelli nella basilica di Santa Sofia, con l’esplicita accusa di eresia. Eccoci!

Il tema dello scontro era ed è rimasto – di fatto fino a oggi – e vedremo più avanti quanto sia ancora importante, quello della SS. Trinità, per cui nell’oriente cristiano, da allora, anzi da molto prima, dal IV, V e VI secolo, dagli scontri il prete Ario e il patriarca Atanasio, e poi fra il patriarca alessandrino Cirillo e quello costantinopolitano Nestorio. E nel IX secolo fu la volta di Fozio, coltissimo patriarca di Bisanzio, per tre volte assurto al vertice della chiesa del’oriente e per tre volte accusato di eresia, scomunicato, sostituito e poi… reintegrato nelle sue funzioni patriarcali.

Mille anni fa o poco meno si separò l’oriente dall’occidente cristiano, non solo sull’accidente del pane azzimo eucaristico, scelto dall’occidente cristiano, ma soprattutto sulla questione trinitaria delle processione dello Spirito santo, che per gli occidentali procede dal Padre e (parimenti, ndr) dal Figlio “et de Patre Filioque procedit Spiritus sanctus“, non “per Filium“. Tutti i lettori sanno che si tratta dell’incipit fondamentale del Credo cristiano.

E siamo ancora qui a parlarne, addirittura distinguendo in queste settimane e mesi di guerra, fra gli ortodossi di Kijv e gli ortodossi di Mosca, tra Epifanij e Kirill.

Vediamo altri esempi.

1521, alla Dieta di Worms, Martin Luther, convocato dall’imperatore Carlo V per dar conto delle sue tesi esposte con il famoso testo di Wittenberg, con le quali di fatto sconfessava il modo-di-essere-cristiani propugnato dalla “Chiesa di Roma e del papa”. Frate Martin non cedette e fu condannato all’esilio. Protetto dal Principe Elettore Federico III di Sassonia, riuscì a continuare nella sua “eresia”, e a svilupparne la diffusione.

Nel frattempo Jean Cauvin, Calvino a Ginevra, e Ulrich Zwingli a Zurigo, facevano quasi altrettanto, cioè ereticando portavano su un altro sentiero, rispetto a Roma, intere popolazioni. Il prosieguo del luteranesimo e del calvinismo ha contribuito primariamente a costruire la cultura moderna anglosassone con le conseguenze che Max Weber ha ben descritto tre secoli dopo nel suo “Il Protestantesimo e lo spirito del capitalismo“.

L’acme di quello scontro tra Roma e la Germania fu la Guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa centrale dal 1618 al 1648, e finì con l’accordo detto della Pace di Westfalia, in base alla quale i popoli avrebbero seguìto la scelta religiosa dei loro principi, con il motto cuius regio eius religio , vale a dire:”di chi [è] il regno, di lui [sia] la religione”, Quella era la libertà intesa al modo europeo del tempo!

Eretici religiosi che cambiano la storia del mondo. Sono definibili “eretici” dunque Lutero, Calvino, Zwingli, Melantone e soci?

O Jan Hus, finito sul rogo a Costanza un secolo prima, per aver professato quasi le stesse idee dei due grandi riformatori, che però morirono nel proprio letto?

Non possiamo dimenticare i grandi eretici italiani. Lo fu il frate domenicano Girolamo Savonarola, che si oppose alla chiesa di Leone X, papa Medici, che riuscì a liberarsi di lui quando il frate si espose con troppo fanatismo purificatore dei costumi in Firenze. Lo furono i frati domenicani Tommaso Campanella e Giordano Bruno: il primo scampò al rogo perché ebbe la capacità politica di tenersi buono un cardinale cui dedicava i suoi libri evangelico-comunisti come La città del sole, mentre il secondo, più filosoficamente coerente e rigoroso nel distinguere tra scienza e fede, finì sul rogo in Campo de’ Fiori a Roma, nel febbraio del 1600.

A fine ‘500 anche in Friuli vi fu un famoso caso di eresia, quello del mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella, detto Menocchio, che mori sul rogo, dopo avere molto insistito a fare l’eretico (il frate francescano che lo inquisiva non voleva proprio condannarlo), al modo di Giordano Bruno (in proposito si legga il libro, edito da Einaudi, dell’antropologo Carlo Ginzburg Il formaggio e i vermi). La dico così, per non dover entrare in dettagli che qui non ho tempo di proporre.

Ma il più famoso degli eretici, che rischiò veramente la condanna a morte fu Galileo Galilei. La scampò, anche lui in qualche modo “aiutato” da un cardinale intelligente, il gesuita Roberto Bellarmino, che gli consiglio di considerare i suoi scritti rivoluzionari come mere ipotesi, non come verità che contraddicevano direttamente la cosmologia biblica. Scrisse Galileo, a un certo punto, alla granduchessa Cristina di Lorena: “La Bibbia non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in Cielo“.

E, per attestare come quando l’uomo raggiunge il potere, qui ricordo l’eretico Calvino che, quando fu al potere a Ginevra, non esitò a far condannare Michele Servetus, medico e filosofo, che stava criticando la nuova teocrazia protestante instaurata. Come dire che quando gli eretici prendono il potere, trovano sempre – a loro volta – eretici da condannare.

La scomunica, nella storia, dopo l’accusa di eresia è stata sostanzialmente questo: essere cacciati fuori dalla comunità, dalla possibilità di comunicazione e di dialogo, di partecipazione alla vita collettiva, etc. E a volte peggio, come descritto in alcuni dei casi precedenti.

Un altro clamoroso esempio di accusa di eresia e conseguente scomunica fu quello del filosofo portoghese-ebreo-olandese Baruch Spinoza, di cui molti sanno l’importanza nella storia del pensiero umano. Ebbene: il 27 luglio 1656 ad Amsterdam il ventiquattrenne Baruch Spinoza, titolare di una ditta commerciale, viene convocato dai collegio dei rabbini nella sinagoga della città.

È stato accusato, su delazione di due suoi ex amici, di non credere nell’immortalità dell’anima individuale e di ritenere Dio un essere corporeo. Baruch (Benedictus), “Bento” per i familiari, alla richiesta di una formale abiura, che lo avrebbe completamente riabilitato, ribadisce integralmente le sue tesi in un discorso, purtroppo perduto, intitolato “Apologia”.

Come un nuovo Socrate Spinoza, detto dai suoi accusatori “l’uomo più empio del secolo”, riceve solenne scomunica (cḥerem). Il verdetto, durissimo, lo esclude per sempre dalla sua comunità, imponendo a ogni suo membro di interrompere qualunque rapporto con il condannato, a pena del medesimo trattamento.

Nell’isolamento più completo, odiato da tutti, ebreo rinnegato dalla sua gente, eretico temutissimo da tutta l’Europa cristiana, nel ristretto recinto di libero pensiero dell’Olanda dei lumi, Spinoza, uno dei filosofi più influenti della storia, porrà le basi ideologiche dello Stato moderno.

Un altro esempio, questo di carattere socio-politico, per chiarire ancora il tema qui proposto delle eresie e delle scomuniche.

Nikita Chruščëv , nel 1956, al XX Congresso del Pcus, in un documento prima secretato e nell’occasione esposto, criticò Stalin, cioè Iosif Vissarionovič Džugašvili, e le sue politiche, denunziandone il tradimento del marxismo più puro con la pratica del “culto della personalità”, che il dittatore georgiano aveva promosso fin dalla sua ascesa al potere assoluto verso la fine degli anni ’20, e la politica di distruzione politica e fisica di ogni dissenso, con quelle che sono state chiamate “purghe”, una tragicissima serie di accuse e conseguenti esecuzioni capitali di persone di altissimo profilo e meriti rivoluzionari come Nikolaj Bucharin, Zinoviev e Kamenev, fino all’ordinato omicidio di Lev Davidovich Trotskij, suo massimo contraltare rivoluzionario, eseguito da sicari stalinisti (Ramon Mercadèr etc., e chissà che non ci fosse nei paraggi anche qualche comunista italiano o italiana, friulo-giuliani? Non lo so, chissà…) a Ciudad de Mexico nel 1940. Oltre che di migliaia di “oppositori”, anche solo sospettati di non aderire alla linea del capo. In proposito una utile lettura può essere il libro del grande leader sloveno comunista Milovan Gilas “Conversazioni con Stalin“. E anche le note autobiografiche di Palmiro Togliatti, che con Stalin ebbe una lunga e pericolosa frequentazione.

Una lettura “stalinista” della vicenda la si può trovare nella “Storia del Pcus e dell’Unione Sovietica” della cultrice di questa disciplina storica, la dottoressa Adriana Chiaia (peraltro laureata in fisica), mancata da qualche anno, che ho avuto la ventura di conoscere. Questa simpaticissima studiosa, amava porre in nota nelle biografie che proponeva, se si trattava di un dirigente processato e fucilato negli anni dal ’35 al ’39 circa, la formulazione “deceduto nel...”, semplicemente. Quando le facevo notare che i decessi erano causati dalla fucilazione, mi rispondeva “Ovvio, si trattava di traditori della Patria“. Ecco, traditori rispetto alla visione staliniana e stalinista (della Chiaia), e qui siamo alla distorsione più patente della verità, un po’ come sta succedendo in questi giorni, se ascoltiamo le narrazioni di un Vladimir Solovev, che giustifica i missili nucleari a Kaliningrad ma non l’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia (che preferirei sia ritardata e di molto, per il momento), oppure di un Toni Capuozzo, o di Alessandro Orsini, che sostiene come “i bambini starebbero meglio sotto una dittatura che in una situazione di guerra“.

Nel rapporto del ’56, Chruščëv elencò numerose illegalità di Stalin, denunciò la sua violazione del principio leninista della guida collettiva, e fece i nomi di molti di coloro che erano stati irregolarmente processati e giustiziati prima della Seconda guerra mondiale. Si può dire che la relazione del Primo segretario, evitando di attribuire anche al Partito le responsabilità dei crimini, che invece intestò completamente a Stalin, non andò fino in fondo con la sua critica, perché avrebbe dovuto cogliere le contraddizioni intrinseche al modello marx-leninista, cosa che invece fu nelle corde e nelle azioni di Michail Gorbacev una quarantina di anni dopo, quando tramite un percorso di chiarimento, la glasnost, propose il cambiamento radicale del sistema in un senso progressivamente democratico, la perestrojka.

Bene, ora Putin, da quando ha dichiarato che la più grande tragedia del XX secolo è stata lo sfaldamento dell’URSS, cioè dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, non vuol altro dire che il destino della Russia non può essere individuato se non nella sua tradizione autocratica, zarista e stalinista. Più asiatica che europea, ortodossa nel senso letterale del termine, verticistica, monarchiana

Ecco, dunque, che qui torna l’elemento teo-logico delle divisioni, contrasti e scontri dei primi secoli cristiani. L’oriente cristiano non accettò mai la “parità” fra le tre Persone della Santissima Trinità e fu perciò definito “monarchiano”, perché il Padre ha – dall’eternità – sempre maggiore dignità divina del Figlio e soprattutto dello Spirito Santo, Che, secondo loro, procede dal Padre attraverso il Figlio, e non dal Padre e dal Figlio, Che, a sua volta, è eternamente generato dal Padre. Putin, senza essere un teologo, ma non credo lo sia (scientificamente) neppure Kirill, è un “monarchiano”, per cui permane il conflitto millenario tra Costantinopoli, la Seconda Roma, e Roma, ora che il vertice ortodosso si è spostato a Mosca, non a caso chiamata con gusto tutto russo “Terza Roma”, come città che più di tutte, più di Roma e dell’attuale Istanbul, difenderebbe il Cristianesimo.

Per gli orientali quello che conta è il Padre, per il tramite del Cristo pantocratore (cioè “creatore del tutto” apò katabolès kòsmou, fin dalla fondazione del cosmo, come scrive Giovanni nell’Apocalisse), lo csar, il Primo segretario, il Presidente, tutti primi assoluti. Non primi-inter pares à là premier di tipo occidental-europeo, ma primi e basta, come Vladimir Vladimirovic Putin.

Anche questo è un racconto, che viene da molto lontano, nel tempo.

Se osserviamo la cina, dopo Mao-ze-dong, la vicenda comunista ha tentato delle riforme con Deng hsiao ping, confermate nel modello-Shangai, ma ora il bi-presidente (aspirante tri) signor Xi (non signor Ping, caro ministro Dimaio!), desidera il trono a vita. Vedremo. E chi non sta con lui, è un eretico e viene scomunicato. Come Navalny in Russia. Uguale.

E ora termino tra poche righe, altrimenti non mi fermo più.

Che dire del nostro occidente pasciuto e imbelle?

Che cosa direbbe Baruch Spinoza se avesse accesso al web e ai social di oggi? E anche Wittgenstein? Che cosa direbbe anche sant’Agostino di fronte a cristianesimi così declinati? O che direbbero san Basilio Magno, o san Gregorio di Nazianzo, o san Gregorio Palamàs, o san Benedetto da Norcia?

Ascolto l’Utrecht Te Deum di Georg Friedrich Haendel per ristorarmi lo spirito, che è esacerbato, e ha bisogno di pace.

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