Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Persona&Comunità nel Cristianesimo. Non concordo con il collega esimio professore

Mi è dispiaciuto leggere che un ottimo – e da me stimatissimo – studioso come il prof Galimberti (vedi intervista di Walter Veltroni pubblicata il 17 Novembre scorso su La Repubblica) ritiene che il cristianesimo non abbia mai tenuto al centro il tema della comunità umana, privilegiando l’individuo e il suo destino terreno e ultraterreno.

Sono rimasto sorpreso per varie ragioni: non mi sembra possibile che un intellettuale come il professore ignori, sia pure nella sinteticità tipica di un’intervista (almeno nelle risposte date durante l’intervista stessa), che questa tradizione religiosa si sia certamente fondata sulla “persona” di Gesù di Nazaret detto il Cristo, ma immediatamente dopo su una prima comunità di seguaci, gli apostoli e i discepoli prima a Gerusalemme, e dopo la morte del Maestro, su comunità che – sotto la spinta soprattutto di Paolo di Tarso – si sono diffuse in quasi tutto l’Impero romano, dal Vicino Oriente, all’Africa settentrionale, ai Balcani a Roma e oltre.

Non è assolutamente vero, caro Galimberti che il cristianesimo abbia denegato il valore comunitario e la sua centralità per esaltare – di contro – il valore della persona-individuo. Diciamo piuttosto che, in una fase storica nella quale non vigeva una nozione etica di uguaglianza tra tutti gli esseri umani, mostrabile, oltre ogni forma di distinguo razzistico con la tabella “struttura di persona”, ben nota a i miei lettori e ai miei studenti (compresenza in ogni uomo di fisicità, psichismo e spiritualità, che qui necessariamente riprendo), il cristianesimo ha portato nella storia umana una lezione assolutamente nuova sul valore dell’uomo. Si legga il versetto 27 del cap. primo di Genesi Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si leggano poi, nell’ambito della letteratura paolina, i versetti 28 del cap. 3 della Lettera ai Galati e l’11 del cap. 3 della Lettera ai Colossesi, dove si enunzia l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani “non c’è greco, non c’è ebreo, non c’è donna né uomo, ma tutti sono uguali in Cristo”, (parafrasando san Paolo)!

Ebbene, è stato il cristianesimo a portare all’evidenza il valore irriducibilmente incommensurabile e unico della persona umana, contro ogni discriminazione censuaria e classista, anche se Paolo stesso dovette adeguarsi in qualche modo allo schiavismo del tempo (si legga in tema la Lettera a Filemone, nella quale Paolo invita questo signore, un catecumeno cristiano, a non maltrattare e tanto meno uccidere uno schiavo fuggitivo).

Circa poi gli aspetti comunitari, si leggano Atti, dove si riporta che Pietro in qualche modo punisce nel modo più grave Anania e Safira, una coppia che non aveva secondo regola versato nelle casse della comunità il ricavato di una vendita (possiamo parlare di “paleo-comunismo apostolico”?).

Nella Bibbia poi, Dio cerca l’alleanza, non con il singolo uomo, ma con il Popolo, guidato di volta in volta da un Patriarca (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè…) o da un altro leader, come i re Davide, Salomone, Giosia…, dai grandi profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, Nathan…, e con il leader “tratta”, ma per il popolo tutto, che punisce o loda difendendolo, a seconda del comportamento morale e della fede in Lui stesso.

Come si fa a dire che il cristianesimo e la sua matrice giudaica sono individualisti? E’ assurdo e assolutamente non rispondente al vero, se si vuole conoscere, studiare e valutare correttamente la storia e il supporto teroretico di queste tradizioni religiose?

Si pensi poi al Vaticano Secondo e alla Costituzione conciliare Lumen Gentium dove all’art. 1 si legge “La Chiesa è il Popolo di Dio…”. Che dire di più sotto il profilo scritturistico e dogmatico? Teniamo poi conto che “chiesa” significa “adunanza, riunione” (dal verbo greco ekkalèo, cioè chiamare, da cui il latino ecclesìa).

Non corrisponde al vero che il Cristianesimo abbia esaltato l’individuo-persona a scapito della comunità. Certamente in Oriente, il buddhismo e soprattutto l’induismo nelle sue varie declinazioni storiche e teologiche, hanno posto al centro l’uomo-tra-gli-altri-esseri-viventi, ma soprattutto come parte di un divino diffusivo e prevalente sulla individualità: il brahman sull’atman. “Schegge di divino”, che si trovano echeggiare anche nel cristianesimo ortodosso post scisma del 1054, e perfino in qualche teologo-filosofo “occidentale” come Friedrich Schleiermacher.

Anche paragonare cristianesimo e classicità come fa Galimberti non è corretto: il paragone tra un Aristotele che parla dell’uomo come animale politico e un Agostino che scrive e predica della salvezza dell’anima per grazia e per fede non è coerente, se posto in contrapposizione. Sono due teorie filosofico-religiose che non confliggono, poiché parlano di cose diverse.

Citare poi Rousseau, come fa il caro prof, forse (a parer mio) il più sopravvalutato e mediocre filosofo del XVIII secolo, il quale non riteneva il cristiano un buon citoyen non mi pare una buona idea, perché ignora quello che è stato il mondo cristiano antico e medievale e rinascimentale, e tutto ciò che ha fondato, dalle chiese ai monasteri, alle università, alla musica, alle arti figurative… per il popolo, anche se commissionate da papi e signori.

Se andate a Montefalco, cari lettori e visitate la cappella francescana dove Benozzo Gozzoli ha affrescato le storie del Santo assisiate, o agli Scrovegni a Padova, o nella basilica grande di Assisi dove Giotto di Bondone ha raccontato la vita di Giovanni di Pietro di Bernardone, se andate nella cappella piccoliminiana del Duomo di Siena, trovate il Pinturicchio. O visitate a Roma la Sistina e le Stanze di Raffaello ai Musei vaticani, e Caravaggio in Santa Maria del Popolo e in San Luigi dei Francesi. E Piero della Francesca ad Arezzo, a Sansepolcro e a Monterchi. Ravenna. E altrove, in ogni dove dell’Europa, da Lisbona a Mosca, da Canterbury a Istanbul (nonostante Erdogan). Sono tutte storie bibliche, di santi e della chiesa fatte per il popolo, per le comunità analfabete di quei tempi. Si pensi poi a Bach, a Haendel, a Vivaldi e Monteverdi, a Mozart, a Haydn, a Verdi e Rossini e ad altri innumerevoli, che hanno scritto Messe e Laudi religiose.

Se, caro lettore, leggi le quasi duecento omelie di sant’Agostino (le trovi nel sito Augustinus.it) trovi un dire, un parlato adatto al popolo, alla comunità di analfabeti della Ippona del V secolo (l’attuale città algerina di Hannaba), e rivolto a tutta la cristianità del tempo del grande Padre africano. E attuale anche per noi del XXI secolo.

E questo è il cristianesimo che si occupa solo delle anime dei singoli? Suvvia, professore!

Don Roberto e “la carne di Cristo”

Lui definiva in questo modo gli ultimi, i poveri poveri, carne di Cristo. Teologicamente non è una bestialità. Per nulla. il “Corpo mistico” di Cristo è la Chiesa universale e il Popolo di Dio è la Chiesa, e viceversa. Il sillogismo semplice finisce con una necessaria conclusione: anche l’assassino del sacerdote è “carne di Cristo”.

Paradossale? Sì, come è paradossale il Cristianesimo, che è – in senso stretto di filosofia religiosa – una non-religione, ma è la sequela di una Persona, quella di Gesù Cristo.

Molti infatti, quando elencano le religioni presenti nel mondo, mettono il cristianesimo al primo posto per quantità di fedeli, seguito dall’islam e via via, ma la classificazione, così concepita, è impropria, ovvero può andare bene per una semplificazione. In realtà, il cristianesimo evangelico è qualcosa di profondamente diverso da tutte le altre “religioni”, poiché non si fonda sulla base essenziale di testi sacri, che pure nel cristianesimo stesso non mancano, basti pensare ai due “Testamenti” e alle Lettere apostoliche, ma piuttosto sulla Persona e sull’esperienza terrena di Gesù di Nazaret, detto il Cristo.

Anche nelle altre grandi esperienze religiose vi sono persone che si sono poste a mediazione tra l’uomo e il divino, come Mohamed, come Mosè, come il Buddha, pur se quest’ultimo in modo estremamente diverso, in ragione di una concezione del divino molto distante dal cristianesimo, dallo stesso islam e dal giudaismo.

Cristo, invece, prevede la sua sequela, cioè il “seguirlo”, essenzialmente, semplicemente, duramente, umanamente. Anche fino al sacrificio estremo.

Se i Gesuiti nel loro motto scrivono (sequela) perinde ad cadaver, cioè fino alla morte, e la testimonianza di milioni di persone conferma quanto detto sopra, si può dire che don Roberto Malgesini ha seguito alla lettera Gesù di Nazaret.

Gli ultimi e i penultimi e i terzultimi… sono stati e sono tutti allo stesso livello per la carità cristiana. Don Roberto si occupava prevalentemente degli “ultimi” e per questo è stato anche criticato non poco. Bisogna chiarire che cosa si intende per “ultimi”. Forse che questa categoria sociale, e ancor di più morale, è costituita solo da chi vive in ristrettezze economiche estreme, al punto da non poter mettere in tavola due pasti al giorno? Si intendono i barboni, i senzacasa, i rovinati economicamente al punto da non avere più un tetto sopra la testa, che magari fino a poco tempo prima vivevano in certa agiatezza?

Certamente sì, ma ve ne sono anche altri, magari poveri, o poverissimi sotto altri profili, più spirituali. Anche questi sono, erano per don Roberto, “carne di Cristo”.

Qualcuno ha accusato questo presbitero di “buonismo”, nella recente tradizione di criticare chi ha attenzione disinteressata per gli altri, a volte confondendo il “buonismo” con il “politicamente corretto”, errore madornale!

Non conoscevo questo prete, ma mi pare che lui e il suo impegno nulla c’entrassero con il politically correct, ma piuttosto con l’incorrect

Don Roberto non era “buonista”, ma buono, un uomo buono che riteneva la sua missione essere quella di guardare all’altro come un altro se stesso, come un “cristo” ambulante, un’occasione per le opere di misericordia spirituali e corporali, che sono la pratica del cristianesimo vero.

Dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi... è la semplice liturgia, cioè azione del popolo, che riconosce in ogni “tu” un “io”, anche se povero e lacero.

Chi lo ha ucciso non ha pensato a queste cose e ha agito per rabbia e per paura, perché occuparsi degli ultimi è anche incontrare la rabbia e la paura. I sentimenti di rabbia e paura sono parte delle condizioni dello spirito umano, sono sentimenti umani.

Ecco, don Roberto non ha avuto paura della paura, osando starne in mezzo anche a rischio della sua vita, che ha perduto per acquisirne una più alta, se si crede.

Caro papà…

e questa volta non si tratta del mio, ma di quello del mio amico Cesidio, dal nome di uno sconosciuto santo appenninico. Suo padre è mancato e lui ha voluto scrivere qualcosa, come una lettera, un qualcosa per la memoria e per chi lo ha conosciuto.

“Sembrerà banale, ma risulterebbe alquanto difficile adesso ed in poco tempo descrivere il sognatore che era Nino Antidormi, così come l’utilizzo di frasi di circostanza mal si presterebbero a rendere onore e merito alla sua memoria soprattutto se descrivessero solo i suoi innumerevoli pregi di uomo, rendendo minima o assente ogni sorta di difetto. Di quello che è stato un eterno ragazzo piace invece partire proprio dai difetti e dal fatto che non ne ha mai fatto mistero.

Sua era la capacità innata di renderli “leggeri” citandoli spesso con un’auto ironia che strappava sempre fragorose risate. Questo spirito gli ha sempre fatto affrontare la vita e le situazioni peggiori, tra cui anche la malattia, con una forza d’animo che solo in pochi riescono ad avere. La parola d’ordine della sua vita è stata Amore: in primo luogo per la vita stessa, che ha cercato di rendere piena con qualsiasi cosa potesse condividere con gli altri e poi lottando fino alla fine per mantenerla. Non è un caso che la prova tangibile di quanto vissuto sia rappresentata dalla sua famiglia e dall’elevato numero di persone che nutrono, ancor oggi, nei suoi confronti stima ed amicizia. Per tutti sempre una parola, un consiglio, un aiuto senza mai risparmiarsi.

Come uomo lascia un vuoto incolmabile, un piacere ascoltarlo e non solo per la retorica utilizzata ma anche per l’arguzia e la facilità con le quali trovava sempre la parola giusta per tutti quelli che ne avevano bisogno. Come marito, spesso citava con ironia, di aver trovato in Pina tutto ciò che era il contrario dell’anima gemella, ma con lei aveva dato vita ad una famiglia numerosa e molto unita. Come figlio e fratello non ha mai perso il legame con la sua terra d’origine, la stessa che gli ha dato forse quel senso di protezione tipica dei pastori per il proprio gregge oltre che l’eleganza e la fierezza delle genti d’Abruzzo. Come amico, dai legami giovanili con lo sport, la scuola, l’intrattenimento, a quelli legati al mondo della scuola che come docente ha vissuto, sono innumerevoli le attestazioni di stima ed affetto che ancor oggi gli vengono attribuite. Come padre, nonno e zio rimane e rimarrà nella memoria quale esempio da seguire per la modalità con la quale ha affrontato la vita cercando sempre l’aspetto positivo delle cose, aiutando sempre la crescita nel rispetto dell’unicità di ciascuno e nel capire che la vera ricchezza sta nell’amore incondizionato verso la propria famiglia.

Che il Dio Consolatore possa dar sollievo a quanti ne sentiranno la temporanea mancanza, ciascuno per il lasso di tempo che gli è dato avere e che ancora li divide dal ritrovarlo nella dimensione eterna. Corre l’obbligo di chiudere con una citazione dell’immenso Sant’Agostino: “Coloro che ci hanno lasciato non sono degli assenti, non sono degli invisibili: tengono i loro occhi pieni di GLORIA puntati nei nostri pieni di LACRIME”.

Nulla vi è da aggiungere, se non un abbraccio, caro Caesidius.

Creta, Ano Viannos, la piazza delle esecuzioni

Questo luogo telematico non è solo vetrina per i miei scritti, aperta al mondo, ma anche un luogo di ospitalità. L’amico Fulvio Comin, in questa fase delle nostre vite è anche mio compagno di strada nella scrittura di un romanzo storico, che l’editore Albatros è stato disponibile a pubblicare: si tratta della storia di una famiglia ebrea che fugge da uno dei tanti pogrom antisemiti che accadevano in molte parti dell’Europa nel XVII secolo (e in molti altri tempi come manifestazione di una “malattia grande” dell’umano, il razzismo) e, nel caso, in Ucraina sulle rive del grande fiume Dniepr. La famiglia di Rizko Abrams va a Occidente… ma ne leggeremo le peripezie quando il romanzo sarà pubblicato.

Fulvio Comin

Intanto qui accolgo un racconto drammatico che Fulvio ha voluto scrivere da Creta. Un salto all’indietro in piena Seconda Guerra mondiale, nella tragedia dell’occupazione nazista.

“In questo sole sfolgorante, dentro a questo caldo che arriva come un abbraccio mortale direttamente dalla miscela di grani di sabbia del deserto africano, nati sotto l’Atlante e spinti, verso l’Europa, non una Europa, ma tante Europa, frantumate sotto i venti degli egoismi e degli interessi, piccole schegge di roccia che si incontrano con altri frammenti di roccia del deserto e non si accorgono di essere eguali ai precedenti e, nello stesso tempo, diversi quasi il confronto, quando non lo si vuol fare, fosse impossibile.

In questo sole sfolgorante dove mi ha portato Roberto, pilota comandante di grandi aerei, che guarda il mondo dall’alto, eppure sa riconoscere, i tragici segni sul terreno, quasi fossero pennellate di ferocia umana che né il vento né l’acqua riescono a cancellare e rimangono per decenni e, forse, secoli, sempre che non nasca qualcuno che vuole riscrivere la storia per camuffarla e raccontarla alla mamma, discretamente, perché non le provochi dolore, perché non ne turbi gli ultimi sogni prima di andarsene a fare i conti con l’Eternità. Se c’è!

Lei ci crede e allora cosa dobbiamo cancellare nella storia del mondo per farla contenta? Nulla, in verità, perché il Padreterno, nel momento del trapasso le confonde la memoria, le spegne la luce che illumina la verità e confonde nel grigio il bianco ed il nero e la lascia valicare il confine in uno stato di semi incoscienza. Trapasserà felice e noi ci chiederemo se questo sia giusto oppure no.

Ma noi chi siamo per porci questa domanda?

Ecco allora che, altro, ci toglie l’incomodo e neppure ce lo dice. Ci sarà pure un motivo che ci sfugge, in questa mancata comunicazione. Di sicuro, ma non ci va di cercarlo.

E allora, in questo sole sfolgorante ed immersi in questo caldo inconsueto, ecco che Roberto mi indica una tabella lungo la strada sulla quale c’è scritto, prima in greco e poi in inglese: “Lygia. Place of Nazi Executions”.

La tabella indica una strada sterrata che scende verso un falsopiano coperto da ulivi che non sappiamo se percorrere oppure no. L’assicurazione dell’auto presa in affitto ti copre eventuali danni, soltanto se percorri strade asfaltate, altrimenti il rischio è tuo.

Che ci sarà da vedere nello spiazzo dove i nazisti hanno fucilato centinaia di persone? Probabilmente nulla, se non fili d’erba tra le piante di ulivo, dimenticati dalle capre o magari una transennatura realizzata decenni dopo a delimitare ciò che ormai era evaporato come una negligenza, tra i fumi della storia.

Anche i crimini evaporano, spariscono nell’aria, come un gas mortale che nessuno vede, ma che ti entra dentro e ti devasta. E quando chiedi alla Storia, se i responsabili abbiano pagato, la risposta è sempre scoraggiante: non hanno mai pagato e neppure si sono mai pentiti o hanno lasciato uno scritto da leggere dopo la loro morte per affermare ciò che volevano, anche che avevano fatto bene a comportarsi  come si erano comportati.

Ma perché costoro non lasciano mai una traccia delle loro malefatte o “benefatte”, dopo la loro morte? Perché non scrivono in poche parole la verità? Cosa gli costa venire a patti con la propria coscienza?  E se è vero che ti confessi pensando che nell’aldilà qualcuno sia pronto a giudicarti, perché non scrivi: “sì sono stato io ad ordinare il massacro e ne sono orgoglioso… oppure… mi pento… non volevo farlo, ma gli ordini…”. Qualcosa sembra sempre salvarti.

Mi spieghi quale ideologia giustifica la strage di bambini che vanno ignari in mezzo a un prato, seguendo le madri, oppure in braccio a loro, pensando che c’è la mamma e, se c’è, sono sicuri e, invece, questi assassini, li strappano dall’abbraccio, li afferrano per i piedini, li fanno ruotare e ne fracassano le teste contro gli stipiti di una porta magari quella della casa dei bimbi, dove gli stessi si erano più volte affacciati entrando od uscendo da quell’uscio che rappresentava il confine tra la famiglia ed il mondo.

Poveri bambini che noi dimentichiamo facilmente, riducendoli a statistica: quanti erano il cinque per cento, l’otto? Non importa. Ciò che è davvero importante è che esistevano, c’erano e non hanno compreso il momento che stavano vivendo e che, un secondo dopo l’averlo forse pensato, non vivevano più.

Oltre cinquecento, tra bambini, donne, anziani, sono stati portati nel “ piazzale delle esecuzioni” e, a gruppo di sette, mitragliati.

Perché non si sono ribellati? Morte per morte, cosa cambiava?

Pensate: questa domanda la dovremmo porre a coloro che si sono lasciati fucilare senza far nulla, camminando fin sull’orlo della fossa dove poi si erano inginocchiati, aspettando il colpo alla nuca.

Perché non si sono ribellati? Domanda delle domande.

Roberto, che guarda le cose terrene dall’alto, mi accompagna al sacrario che ricorda questi morti: ci sono i nomi. Certo, ci sono i nomi e pure, stilizzate nella pietra, le figure di coloro che sono stati ammazzati, ma è come tentare di rappresentare il vento con un solido, fare di un soffio d’aria una bolla di pietra e sostenere che non pesa.

Tutto evapora.

Già, il tempo è un soffio e chi lo acchiappa finisce soltanto per contorcersi nel rimorso o in un’esaltazione che non sembra passare mai. Meglio allargare le mani e lasciarlo andare: via, un soffio di vento, polvere sparsa nell’aria. Non pesa nulla, soprattutto non ti pesa sullo stomaco.”

(Fulvio Comin)

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Ciò che non si ri-genera… de-genera (Edgar Morin)

Mi pare che il filosofo e sociologo francese Edgar Morin colga nel segno con un aforisma una grande “verità”. Se in una crisi non vi è la capacità di riconsiderare i pensieri e i comportamenti precedenti, il rischio è di un declino certo della struttura colpita dalla crisi stessa.

rigenerazione cellulare

I soggetti coinvolti solitamente desiderano innanzitutto “tornare come prima“, ma è uno sbaglio. Si pensi a come si esce da una malattia individuale, da una guerra, sia pure locale, da un terremoto, da un’alluvione, da un incendio… Sono tante e tali le conseguenze psicologiche e pratiche che “tornare come si era prima” è impossibile, anzi il solo pensarlo è stupido.

Ora si pone il tema del dopo-Covid 19: tema complicato e… paradossalmente bellissimo. Sì, bellissimo.

Vediamo che cosa significa “rigenerare”, termine mutuato dalla fisiologia vegetale, animale (e umana): tornare ad una struttura che sia di nuovo integra in tutte le sue parti, organi e funzioni.

Da un punto di vista spirituale si ritiene che la “ri-generazione” possa essere costituita da una condizione di grazia, come si può dire nell’ambito della dottrina teologica cristiano cattolica (mediante il battesimo e la riconciliazione); altrettanto, però, si può dire di un recupero di dignità morale a livello sociale, come nel caso di persone che hanno conosciuto il carcere.

“Degenerazione”, invece, può significare processo di decadimento, decadenza, rovina, regresso, degradazione, deformazione, anormalità, alterazione… Ecco, forse il termine più adeguato sotto il profilo filosofico è “deformazione”, cioè perdita-della-forma, poiché gli altri termini elencati non sono sinonimi, ma coprono aree semantiche solo in parte condivise tra loro e con il termine principale.

Edgar Morin ritiene che la “forma” non possa essere mantenuta per sempre, ragione per la quale occorre pensare al cambiamento come condizione necessaria del percorso vitale, una sorta di Itinerarium mentis in hominem, parafrasando san Bonaventura da Bagnoregio (nel titolo del suo testo maggiore, Bonaventura, ispiratore della mia espressione, pone il nome di Dio, Deum, in luogo di quello dell’uomo), una via della mente che abbia come fine la piena realizzazione dell’uomo, secondo le sue possibilità, in base ai suoi talenti, là dove la parabola evangelica matteana può incontrare addirittura, da un lato il concetto di potenza/ possibilità versus atto di matrice aristotelica, e dall’altro la stessa volontà di potenza di Federico Nietzsche.

E poi la forma, come essenza e sostanza metafisica di ogni ente. E’ evidente allora come ogni ri-generazione si ponga come una ri-partenza da una forma in crisi verso una sua ri-organizzazione/ ri-strutturazione/ ri-conversione. Ecco: lo dico a chi non ha esperienza di economia aziendale. I tre termini testé elencati sono le modalità classiche del cambiamento organizzativo di un “ente economico”, come l’impresa (intra-presa) umana destinata a produrre reddito mediante la produzione di beni e la prestazione di servizi.

I tre termini di economia aziendale significano, nell’ordine: a) riorganizzazione come modifica organizzativa che utilizza le medesime risorse umane, logistiche e finanziarie già a disposizione; b) ristrutturazione come processo che non solo fa conto, in tutto o in parte delle risorse sopra elencate, ma abbisogna di nuove, soprattutto in termini di macchine e impianti, richiedendo così, molto spesso, investimenti finanziari significativi; c) riconversione, infine, descrive il più radicale processo di modifica dello status quo ante, poiché prevede una autentica rivoluzione perfino del prodotto/ servizio finora offerti. Un esempio è il caso di un’azienda che ha prodotto fino a un certo punto componenti in plastica, e in seguito si mette a produrre generi alimentari. L’esempio, molto radicale, calza perfettamente.

Nel processo di ri-generazione che sembra a questo punto necessario per evitare la degenerazione, si può prevedere ognuno dei tre processi sopra descritti nelle forme progressivamente di sempre più radicale modifica.

Non si fa fatica a tenere questo esempio così hard, così economicistico, per buono anche se messo a confronto con la dimensione antropologico-umanistica, psicologica e morale della persona. L’uomo stesso, in certe situazioni e momenti, ha bisogno di ri-generarsi, riorganizzando il pensiero, ristrutturando le proprie convinzioni e addirittura (ri)-convertendosi, al fine di compiere azioni maggiormente virtuose, epperò sapendole prima pensare. Siamo così alla metànoia, alla conversione, alla rigenerazione del cuore e della mente, in un momento come quello che stiamo vivendo, caro lettor mio!

Il cambiamento nella libertà della scelta, la libertà della scelta nel discernimento, sono i due processi della ragion logica indispensabili per ri-generare ciò che per le più varie ragioni può essersi nel tempo degenerato. Non si deve temere il cambiamento, pena un inevitabile processo di fossilizzazione e di decadimento.

Chi teme la ri-generazione è lo spirito pauroso, conservatore dell’inutile, di scarsa vista e pre-videnza, poiché il naturale flusso delle cose e della vita umana porta al cambiamento, sotto ogni profilo, da quello fisico a quello mentale. Chi non accetta questo percorso naturale è destinato a degenerare, senza possibilità di rimedio, subendo la volontà e le convenienze altrui. Il coraggio di cambiare è un coraggio naturale, tipico di chi vuole diventare-se-stesso, senza timore di mettersi in gioco, accettando il confronto con gli altri, che possono avere talenti e intelligenza superiore o inferiore, comunque di tipo diverso, e alla fine riconoscendo la possibilità degli altri così come la propria, di vivere e di crescere.

Il rischio della paura del cambiamento è presente in tutte le strutture organizzate, a partire dalle imprese economiche: colà spesso alberga il timore di cui sopra, che i vertici, se sono accorti, devono smascherare e togliere di mezzo, nell’interesse per il Bene comune, se questo è il condiviso Valore.

Il cielo e il mare di Marco

Marco è un homo faber. Maestro della fisica e della forgia. Alla lontana mio parente, con lo stesso cognome. Di famiglia di homines fabri, ama la vita e il lavoro. Ospito lui come altri amici, perché il suo spirito è consentaneo a quello che da anni informa questo mio sito.

Prima di dare la parola al caro amico Marco, è d’uopo un chiarimento di carattere etico, deontologico e culturale: in calce allo scritto di Marco ho scelto, proprio per rispetto del mio amico, di ospitare anche il video di Scardovelli. Ciò non significa che io sposi la linea di pensiero di questi, anche se ammetto tranquillamente che diverse tesi da egli sostenute nel video stesso, sono per me condivisibili.

Questa scelta ha due aspetti e si fonda su due ragioni ben chiare: a) il rispetto e l’ospitalità per le idee altrui, anche se non condivise o non del tutto condivise; b) la promozione della dialettica civile, di cui ho trattato nel post precedente, anche al fine di ampliare il mainstream delle idee che vengono diffuse tramite i media.

Un buongiorno con i colori di questa alba a quanti mi leggono.

Sì, lo so, siamo tutti sommersi da immagini ed informazioni di ogni tipo, ma anche a costo di essere importuno, voglio promuovere il piano che troverete nel link allegato.

Vi spiego cosa mi spinge a farlo: fin da giovane, per mia natura, ho sentito la gravosità di una Umanità prigioniera e sofferente, poi da grande ho capito che siamo schiavi di ideologie, dogmi, paure indotte ecc. Ho cercato allora percorsi di libertà interiore, di sviluppo dell’anima, di espansione della coscienza ed ho conosciuto Maestri che mi hanno alleggerito ed accompagnato, aiutandomi a dare un senso al mio viaggio su questa Terra.

Ho trovato molto, ed ho pianto quando ho visto da vicino le miserie mie e dell’Umanità, ma ho anche intuito ed intravisto la potenza dell’Amore che genera l’armonia della bellezza e della Vita.

Ora, ritengo che i percorsi personali, seppur indispensabili, non siano sufficienti a generare un futuro dignitoso e umano per noi tutti; chi non lo avesse ancora percepito deve rendersi conto che siamo in una fase molto delicata dalla quale nessuno può sapere come ne usciremo. Gli eventi stanno precipitando e serve un’accelerazione della consapevolezza ed un aumento della fiducia in noi stessi e in un futuro virtuoso possibile, serve capire chi siamo veramente e smetterla di alimentare il nostro Ego a discapito della nostra Essenza.

Servono Maestri e Guide, figure rare in questa epoca, quindi c’è la necessità di attivare il Maestro che è dentro ciascuno di noi e rimanere in ascolto ognuno a modo suo. Dobbiamo aprire gli occhi e uscire dai fraintendimenti e dalla realtà virtuale in cui siamo finiti, bisogna smetterla di farci impigrire dal divano e sedare dalla televisione.

Se per molti individui lo scopo della vita è rimanere rinchiusi in una situazione controllata dagli altri, così non è per me e cedo loro il mio posto!

È anche nostro dovere pretendere di avere una formazione ed una informazione seria, corretta, fatta da persone che agiscono ascoltando la propria anima, che hanno a cuore il benessere dell’Umanità e non brama del suo dominio.

Considero Mauro Scardovelli una di esse e mi auguro che il suo piano abbia successo, che sia ascoltato, così come Paolo Maddalena, Giuliana Mieli, Rossana Becarelli e molte altre persone eticamente valide.

Forse la divina provvidenza ci ha proposto il dramma che stiamo vivendo e, come ogni ostacolo nella vita c’è qualcosa da imparare se lo si valuta con onestà, forse l’insegnamento è proprio quello di aprire gli occhi, di sforzarci di capire che siamo tutti correlati ed interdipendenti con tutti ed il tutto, altrimenti la Natura ci scarterà come ha già fatto con molte altre specie, ritenendoci dannosi per questo meraviglioso ed unico pianeta Terra.”

Mandi, Marco

Del silenzio, nel momento della confusione; dialogo con Luca Borrione da Torino, interpellando il padre Antonio Gentili, san Benedetto da Norcia e Romano Guardini

Luca Borrione è un filosofo che insegna a Torino. Collega mio in Phronesis, lo apprezzo per la sua cultura ed eleganza, il suo garbo e la sua capacità di ascolto. Qui abbiamo concordato di pubblicare un nostro carteggio e un paio di suoi brevi saggi.

Luca Borrione

Caro Renato,

ho ascoltato davvero con grande attenzione il tuo intervento sulla Persona che mi hai segnalato, così ti scrivo due righe a mo’ di appunti per ulteriori e più approfondite riflessioni e dialoghi. Speriamo dal “vero”. * Mi ha provocato la tua affermazione: anche l’Etica è una scienza perché è un sapere strutturato. E’ un’affermazione netta e inattuale, per questo mi fa pensare profondamente. E provoca molte domande sul significato che ai nostri giorni si dà al termine “scienza”. Insomma: un’affermazione inattuale e, pertanto, attualissima. Nel tuo discorso è centrale la riflessione sulla Libertà dell’uomo. E lo è anche per me. La libertà è uno dei temi più difficili e radicali che si possano affrontare in filosofia.

L’estate scorsa mi hai regalato il tuo libro “Della libertà“: lo leggerò presto. Per sviluppare ulteriormente il problema da un punto di vista tragico/cristiano – qual è il mio – per ora ti segnalo le “Lezioni di Napoli” che il mio maestro, Luigi Pareyson, tenne nel 1988: le conosci? Sono inserite nella sua “Ontologia della libertà“. Per me restano fondamentali. Bella l’intuizione estetica che, a un certo punto del discorso, fai sul bisogno di finzione per poter vivere insieme. Di qui la domanda: che rapporto c’è tra la dimensione etico/scientifica quella estetico/mimetica?

Mi trovi pienamente concorde sull’apertura della dimensione umana al Sacro, più potente dell’Essere… Da molti anni cerco di praticare, di esperire la mia fede cristiana attraverso la meditazione della preghiera profonda del padre barnabita Antonio Gentili; ho seguito dei sui corsi ad Eupilio, in Brianza, e in Umbria. Siamo anche diventati amici e ho riflettuto un po’ sulla sua opera, scrivendo due brevi interventi che ti inoltro. Credo che possano interessarti. Per ora ti saluto, caro Renato. A presto. Un abbraccio! Luca

Caro Luca,

prima di tutto un complimento per la scorrevolezza e la leggibilità dei tuoi due testi critici, che non “fanno alcun danno” alla profondità e alla coerenza della riflessione. Il problema dello studioso è sempre quello relativo alla domanda circa la sua fruibilità: è un testo leggibile e apprezzabile da chi? Solo da “addetti ai lavori”? Da un pubblico più vasto? E allora a volte questo dilemma non si compone, rischiando di passare, a proposito di polarità, da una comunicazione alla “Piero Angela”, a una comunicazione alla “Critica della ragion pura” kantiana. Mi pare che tu sia riuscito a “stare più alto” del citato giornalista senza diventare un asceta del senso/ significato.

Parlo brevemente prima dei due testi che mi hai inviato. Oltre alla suggestione che dà la frequentazione dei luoghi di meditazione che citi, la figura del p. Gentili e i riferimenti forti a Romano Guardini, che ho letto, ma poco, qua e là, trovo connessioni profonde, invece, con mie letture e studi fondamentali per la mia formazione: prima di tutto, Tommaso d’Aquino, cui probabilmente si ispira anche Guardini, quando propone il rapporto di composizione tra diversi “ambienti spirituali”, dove si possono trovare – a ben vedere – anche echi cusaniani (la coincidentia oppositorum).

La “composizione (che è anche relazione) necessaria del diverso” è un fondamento metafisico che Tommaso in alcuni testi, sia della Summa Theologiae, sia nel suo commento al De anima di Aristotele, pone come centrale, chiamando questi “poli” exitus e reditus, uscita e ritorno, ma dove? Nella propria interiorità – di ciascuno – dopo aver provato a conoscere il mondo, ma per ritornarvi dopo la meditazione sulla conoscenza stessa, che è sempre parziale, acquisita con l’exitus.

Un altro polo della mia formazione è quello benedettino. Ecco che qui trovo il tema del silenzio che, per il santo subiacense è una delle tre virtù umane da accostare alle quattro cardinali (te le ricordo, anche se tu le conosci bene: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, di origine platonica, agostiniana e gregoriana, cioè dell’ambiente di Benedetto), appunto: – il silenzio (dei monastero), che prevede un vigilante uso della parola tra confratelli; – l’obbedienza, che si configura come un “ascolto attivo e rispettoso” (ob-audìre) di chi merita per virtù morali di essere ascoltato”; – l’umiltà, come consapevolezza del limite (limes) e della finitezza dell’umano. Vengo al tema dell’etica, che ti ha colpito nella mia lectio.

san Benedetto da Norcia

Devo dirti che trovo curioso che la sua scientificità non sia largamente considerata. Quando cito la scientificità dell’etica, non intendo l’accezione del termine come lo si intende oggi o, meglio, in senso “gentiliano” (tu sai che il ministro Gentile, quando nel 1923 riconsiderò la classificazione delle discipline per le scuole superiori e per il mondo accademico, distinse rigorosamente tra saperi scientifici, annettendo al sintagma, innanzitutto matematica, fisica, biologia, geologia ed affini, e saperi umanistici, con tale termine intendendo lettere, filosofia, pedagogia, arte et similia). Tale lavoro gli permise di creare i prodromi di una riorganizzazione del sistema scolastico-accademico che favorì, fra l’altro, l’istituzione, da una costola del liceo classico, del liceo scientifico.

E’ evidente che Giovanni Gentile, con la sua cultura di alto livello, sapeva quello che faceva, ma non poteva prevedere il futuro della cultura italiana. Infatti, i decenni, anzi il secolo quasi che lo separa da noi, ha fatto sì che questa dicotomia fra saperi scientifici e saperi umanistici si accentuasse molto, creando – a mio parere – un grosso guaio epistemologico: quello di far ritenere che le due “famiglie” culturali fossero inconciliabili e quasi contrapposte, se non “nemiche”. Questo a mio parere è inaccettabile. Perciò, una parte del mio sforzo di ricerca, da anni è dedicato a trovare le strade per una ricomposizione che, tra l’altro, interpella i concetti guardiniani, gentiliani e tuoi, di cui sopra e nei tuoi scritti. In molti scritti miei, e in occasioni pubbliche di conferenze o lezioni ho sostenuto quello che hai ascoltato nella lectio che hai voluto commentare.

L’etica può essere considerata una scienza, in quanto ha uno statuto epistemologico ben chiaro, se si vuol fare la fatica di studiarlo. E ciò non solo perché costituisce uno dei temi fondamentali di scritti filosofici tra i maggiori dell’Occidente, come l’Etica a Nicomaco di Aristotele, la Summa Theologiae (la Secunda secundae, in particolare), La Critica della Ragione pratica di Immanuel Kant, ma perché può essere declinata con gli strumenti concettuali della modernità. Un esempio, per sintetizzare, io son solito suddividere lo studio dei concetti dell’Etica in sei “scuole”: l’utilitarismo, il prescrittivismo e il collegato deontologismo, l’edonismo, l’emotivismo, il culturalismo e il FINALISMO, in maiuscolo, poiché ritengo sia la scuola che riassume e nobilita tutte le altre, elevandole con il suo Fine, che è la Tutela integrale di tutto l’Uomo e della Natura.

Una visio che è cristiana, se vuoi “matteana” e “lucana” in particolare, ma anche laicamente umana. Circa il tema dell’estetica, lo intendo in modo “aristotelico”, nel senso dell’àisthesis, come manifestazione dell’essere sostanziale delle cose: l’essere-che-appare-all’evidenza, l’essere che è ciò-per-cui-l’ente-è. Certamente questa mia visione è lontana da un Wittgenstein e dai suoi emuli, ma mi pare ancora discutibile con la cura e il rispetto necessario quando si riflette sulle grandi dottrine. Circa le dottrine orientali, le conosco poco. Panikkar è stato una mia lettura così come il padre gesuita De Mello, che citi nel pezzo su Guardini. Che dire altro? Mi piacerebbe trovare presto anche in Phronesis lo spazio per poterne parlare ancora.

Ora ti saluto, perché tra poco iniziamo il nostro seminario di Phronesis Nordest su “Filosofia versus Psicologia“, a presto, buona Domenica caro Luca

renato p.s. un’idea, Luca, se tu fossi d’accordo, potrei pubblicare sul mio blog i tuoi due saggi inviatimi e questo nostro dialogo. Se sì, dovrai inviarmi i saggi in word…

ed eccoli!

La via del silenzio in p. Antonio Gentili e in Romano Guardini: brevi appunti per un fertile confronto.

Il mio incontro con la pratica e con l’opera di p. Antonio Gentili è un’esperienza spirituale che mi coinvolge su più piani esistenziali. In primo luogo sul piano della preghiera: nel partecipare alla settimana o ai giorni di ritiro spirituale guidati da p. Antonio nella casa di Campello sul Clitunno e a Eupilio mi sono avvicinato a una pedagogia della preghiera del cuore che desidero sempre più far mia nella quotidianità frenetica che vivo, immerso nella routine metropolitana di Torino.

In secondo luogo sul piano riflessivo, perché la meditazione dell’esperienza vissuta e la lettura dei testi di p. Antonio mi sollecitano a un confronto tra questa prospettiva e quella di un altro mio grande maestro: Romano Guardini. In questi brevi appunti abbozzerò, pertanto, un parallelo tra i due autori focalizzandomi, in particolare, sul significato e sull’importanza che la via del silenzio va ad assumere nel loro insegnamento: ne emergeranno fertili assonanze, profondi richiami e utili illuminazioni per ulteriori sviluppi e ricerche.

padre Antonio Gentili

1. Inattualità e necessità del silenzio.

Uno degli elementi che caratterizzano di più la nostra età contemporanea è perdita del silenzio: dappertutto s’impongono i rumori delle macchine e le chiacchiere senza tregua degli uomini. Nell’agile volumetto dedicato agli otto Digiuni per vivere meglio… e salvare il pianeta, uscito in occasione dell’Expo 2015 di Milano, p. Gentili rileva che viviamo in un tempo in cui siamo immersi in un costante e, apparentemente, inarrestabile “consumismo delle parole” che può degenerare in un vero e proprio atto di “terrorismo delle chiacchiere”. Richiamando la prospettiva heideggeriana, aggiunge che l’uomo che “si mantiene nella chiacchiera è del tutto tagliati fuori dal rapporto primario, originario e genuino del proprio essere” con il mondo, l’altro e con se stesso.

Già nel 1930 R. Guardini ci presenta uno scenario sociale ormai votato alla dimenticanza del silenzio e al tramonto di un mondo antico e più autentico: “Pauroso è il mondo che ci circonda. Se andiamo per la città, fra il frastuono, dall’una all’altra via, nelle strade, dove tutto incalza, accanto alle botteghe, in direzione delle quali risplendono mille occhi avidi, dobbiamo trattenere la nostra anima perché non venga trascinata, a pezzi, tra quel correre e gridare” .

E ancora: “Perché il motociclista fa baccano? Potrebbe guidare anche più silenziosamente. Ma il rumore gli procura divertimento. La tecnica potrebbe senz’altro produrre motori più silenziosi, ma il compratore vuole quelli rumorosi. Perché? Perché non ha alcun centro autentico, la sua personalità è vuota, ma il frastuono che produce gli dà la sensazione di essere qualcosa e qualcuno”.

Ben diversa è la situazione se ritroviamo quello che era il ritmo abituale del passato semplicemente uscendo “di notte per la campagna silente (…), forse c’è una montagna e all’intorno tutto s’inabissa e noi stiamo liberi, come tesi verso l’alto, al placido splendore delle stelle”.

La ricerca della via del silenzio si rivela, pertanto, non un raffinato processo di rifiuto della vita, ma un più incisivo e fruttuoso sperare nella vita stessa e nella storia dell’uomo: un’esperienza tanto più necessaria, quanto più questi tempi postmoderni echeggiano ritmi tribali di rumori meccanici e di chiacchiere strepitanti. P. Gentili cita, al riguardo, proprio lo stesso Romano Guardini che nella Visione cattolica del mondo scrisse che “solo nel silenzio si può veramente udire” e che bisogna “esercitare il silenzio anche in funzione della parola”, poiché “la parola è sostanziosa e fattiva soltanto quando sale dal silenzio”.

Il cammino spirituale dell’uomo richiede, perciò, un’attenta e costante pratica del silenzio e della parola e un’indagine sul loro rapporto dialettico non può che chiarire e confermare questa profonda realtà che struttura il nostro concreto essere vivente.

2. La polarità di silenzio e parola 2.1 Polarità La parola e il silenzio sono i due momenti di un’opposizione polare che segna tutta l’esperienza della vita dell’uomo e dell’esistente.

Al riguardo, p. Gentili parla di grande legge dell’esistenza umana, sempre scandita da una “molteplicità di polarità, a cominciare dall’alternarsi del giorno e della notte, della veglia e del sonno”. Tale polarità è radicata nell’essere umano originario, riflesso dell’immagine divina e della relazione insita nel mistero trinitario: “All’inizio abbiamo una realtà indifferenziata, che si traduce concretamente nella diade umana: una bipolarità di maschio e femmina, nella quale si riflette l’immagine di Dio, la cui vita è vita di polarità (Padre-Figlio) che interagiscono in comunione d’Amore (Spirito Santo). Né l’uomo né la donna singolarmente presi possono essere considerati immagine di Dio. La somiglianza con Dio sta nel fatto che la coppia è chiamata a riflettere la bipolarità, la complementarietà e la reciprocità che caratterizzano la vita intra-trinitaria”.

Il senso di tale interpretazione polare della realtà può risultare più chiara ed evidente accennando alla filosofia guardiniana del Gegensatz: dell’opposizione polare, per l’appunto. “Tutta l’estensione della vita umana – scrive Guardini – sembra dominata dalla realtà degli opposti. In ogni suo contenuto sembra di poterli indicare. Probabilmente non soltanto nella vita umana, essi stanno forse alla base di ogni realtà viva e forse di ogni realtà concreta”.

Un punto chiave della teoria, come osserva S. Zucal, è tutto nella distinzione rigorosa tra contraddizione e opposizione: “nel primo caso non può esserci né composizione, né sintesi, né polarità, ma solo opzione alternativa, un radicale aut-aut, nel secondo caso invece ciò che si distingue e si oppone, in realtà si richiama, si integra, rinvia ad un’unità comprensiva che non costituisce la pura e semplice sommatoria (…) ma l’ambito in cui la loro tensione vitale si realizza e si giustifica”. La prospettiva polare è rintracciabile in tutta la vita in generale, ma trova un suo specifico riscontro nella vita dell’uomo, portatrice, in tutte le sue dimensioni spirituali ed esistenziali, del sistema degli opposti polari.

2.2 L’uomo a due dimensioni: la polarità nella vita spirituale.

A fronte della visione dell’uomo a una sola dimensione, visione tipica dell’illuminismo che afferma la sola dimensione umana immanente del fare, del ragionare, del calcolo e dell’efficienza, si fa sempre più forte l’esigenza di ritrovare l’uomo profondo in cui prevale il cuore piuttosto che la mente. Scrive p. Gentili: “La vita dell’uomo è come la risultante di due coordinate. In base alla prima, l’uomo è irresistibilmente spinto a vivere al di fuori di sé. Cerca il rapporto sociale, si esprime nel lavoro con cui trasforma le cose, si diverte, si immerge negli avvenimenti: vuole conoscere ed esserne partecipe. La seconda coordinata sollecita l’uomo a vivere dentro di sé. Lo richiama alle segrete abitazioni interiori, gli rende gioiosa la compagnia dei propri pensieri, lo riconduce alla scaturigine dei propri sentimenti”.

Ecco il richiamo diretto di R. Guardini: “Fra questi due poli, il centro dentro di me e il mondo intorno a me, oscilla la mia vita. Di continuo io esco verso le cose, osservo, afferro, posseggo, plasmo, ordino. Poi ritorno nella mia intimità (…). L’uscita e il rientro, e di nuovo l’uscita e il rientro non si verificano una o due volte soltanto, ma innumerevoli volte; è un gioco ininterrotto di atti di cui è fitta la nostra vita”. Se è vero che la vita introversa e la vita estroversa rivelano le due differenti attitudini del concreto vivente dell’uomo, è altrettanto vero che per p. Gentili solo un loro sapiente dosaggio “determina anzitutto la qualità stessa della propria esistenza” e, soprattutto, del nostro rapporto con Dio che “beneficerà di questo stato di equilibrio e di pienezza esistenziale. Sperimenteremo Dio contemporaneamente come altro da noi e dentro di noi”.

E così gli fa eco Guardini: “Il cuore che non sa anche raccogliersi in sé, nel nascondimento e nel silenzio, non può vivere, è come un campo dal quale si pretenda ricavare incessantemente dei frutti, in breve si isterilisce. La parola è sostanziosa e fattiva soltanto quando sale dal silenzio. Certo vale anche il correlativo: per essere sostanziosa e per aver forza di tradursi in azione essa deve trovare la via nella parola concreta”. Una vita decentrata sull’esteriorità provoca, d’altra parte, una progressiva perdita del centro intimo e profondo dell’uomo e una pubblicizzazione dell’esistenza votata solo più all’espressione di eventi e di notizie finalizzate a priori solo a questo.

Quanto mai attuale si rivela, pertanto, l’inattuale pensiero di Guardini. Sembra un giudizio scritto oggi sull’invadente e inarrestabile utilizzo dei social network: “I contenitori delle operazioni vitali dell’uomo sono diventati come vetro, e la gente si muove là dentro come frotte di pesci in un acquario che si può osservare da ogni lato in tutto ciò che vi si fa”.

2.3 La polarità nella meditazione e nella preghiera del cuore.

In Guardini il ricentrarsi e il ritornare a sé si rivelano un atto preziosissimo, perché “nei tempi di silenzio noi siamo come nella scaturigine profonda di una sorgente. Dove la vita misteriosa si unisce in se stessa in modo ineffabile; si fa tranquilla e ricca, e acquista la forza di mantenere in atto il proprio ritmo anche nei tempi di attività”. Il silenzio diventa, pertanto, la via obbligata “per penetrare nel nostro intimo, per penetrare in quella profondità, in quel silenzio, in quella forza che chiamiamo anima” , ma per vivere questa realtà è necessario praticare un adeguato esercizio e formarsi un una particolare arte: l’arte della meditazione che “mira a raggiungere questo divenire-dentro, divenire-in (Inne-Werden, Ein-Werden).

E ad essa serve la preparazione, in cui il meditante si sforza di farsi silenzioso, di recuperare il suo essere dissipato e di giungere a una presenza raccolta”. La preghiera, in questa prospettiva agostiniana, è proprio quell’esperienza in cui, come afferma p. Gentili, si passa “dal mondo dell’uomo al mondo di Dio (…). Non va dimenticato che la preghiera autentica scaturisce dalla percezione che nel centro più profondo del nostro essere (il cuore), pulsa il cuore di Dio”.

L’arte della preghiera richiede, pertanto, una pratica tenace e un allenamento costante che impegnano l’uomo nell’intero corso della sua esistenza e tutto l’insegnamento di R. Guardini e di p. Gentili testimonia quanta attenzione, cura e volontà siano necessari per apprendere e formarsi in quest’arte . Non è certamente possibile, in poche righe, sviluppare, neppure per brevi cenni, quanto i due autori hanno scritto al riguardo. Mi voglio, però, almeno soffermare sui due atti introduttivi alla preghiera che, ancora una volta, confermano la struttura polare di ogni esperire umano: il segno della croce e il respiro.

Essi sono come quella porta d’ingresso che l’uomo deve superare per percorrere la via del silenzio e incontrare, nel suo profondo, il mistero di Dio. Le osservazioni di R.Guardini poggiano sul riconoscimento di un legame sostanziale tra la dimensione spirituale e quella corporea: la mano, il segno di croce, l’inginocchiarsi, il nome di Dio sono realtà liturgiche in cui è soggetto l’uomo intero e in cui “si tratta certo dell’anima, ma essa di manifesta nel corpo”. Lo scopo di tale educazione è una spiritualità incarnata o, nella prospettiva polare, una corporeità spiritualizzata, perché “dobbiamo staccarci dalla spiritualità menzognera del XIX secolo” e tornare ad essere uomini integri capaci di leggere i simboli del creato.

In questa visione si comprende come, per R. Guardini, la pedagogia della preghiera e dell’azione liturgica si debba anche radicare in un’attenta e accurata preparazione che parta dal corpo: “respirare, camminare, stare in piedi, tacere, anche recitare insieme salmi a coro. (…) Questa liturgia era pensata e pensabile per ognuno, non era un fatto di monaci esperti. Guardini gettò un ponte sull’abisso esistente tra il rinnovamento liturgico, fino allora monastico, e ciò che era invece realizzabile dai laici”.

L’opera di p. Gentili recupera nell’interezza la prospettiva della polarità guardiniana, declinata sul piano liturgico e meditativo, interpretandola e rinnovandola, da un lato, alla luce del magistero del Concilio Vaticano II e della rivoluzione dovuta alla conoscenza e all’accoglienza delle prassi meditative del lontano oriente, dall’altro, rifacendosi all’insegnamento originario del fondatore dei barnabiti, sant’Antonio Zaccaria, che attribuiva alla meditazione tale importanza da ritenerla indispensabile alla vita spirituale.

Il respiro va, così, a rivestire alcune valenze che p. Gentili riconduce, come loro fonte ispiratrice, allo stesso R. Guardini: la gratuità, la purificazione, l’alternarsi di vita e morte, la comunione cosmica, la comunione divina. Gli esercizi proposti nella pratica meditativa di p. Gentili mostrano costantemente la dialettica polare del nostro concreto vivente, immerso nel mistero dell’esistenza: “Il respiro richiama la più problematica delle polarità: vita-morte. Il respiro ci insegna che queste ultime sono inscindibilmente concatenate e ci educa a considerare normale il loro alternarsi. Ogni processo respiratorio le include e ne scandisce l’incessante accavallarsi. Espirare è in realtà segno del morire (…). Inspirare è a sua volta segno del vivere effuso in noi dallo Spirito Santo originario”.

Il secondo atto che richiede cura e attenzione per introdursi nella pratica meditativa è il segno della croce di cui p.Gentili propone cinque possibili letture simboliche, letture che risvegliano il corpo e la mente alla dimensione divina e spirituale nella quale dobbiamo riconoscerci e verso la quale dobbiamo orientarci per scoprire la nostra autentica natura creaturale. Anche nella gestualità del saluto cristiano possiamo, infatti, ritrovare la polarità mente/cuore che caratterizza il nostro vivere umano, orientato al mistero e alla trascendenza della vita trinitaria e della dialettica io/Dio e predisporci, così, alla preghiera interiore.

3. Oltre la polarità: nel cuore del silenzio, davanti a Dio

In ultimo, però, la pratica meditativa della preghiera del cuore ci porta all’incontro con Dio: un incontro in cui la polarità di silenzio e di parola cede il passo all’ascolto del silenzio e all’unione sponsale dell’anima con Cristo.

Lì ogni polarità non può più essere distinta perché si è nel cuore del silenzio, dentro il mistero della vita. La via del silenzio indicataci da p. Antonio e da R. Guardini ci conduce a questa soglia, dove la parola tace e si è soli davanti al Solo: “un sacro cerchio di casta solitudine cinge quel silenzio dove il cuore è solo con Dio”. “Egli è qui. Io sto davanti a Lui”. Torino, 21 gennaio 2018

Su Antonio Gentili, Cerca il silenzio. Troverai te stesso e Dio, Edizioni Ares – 2019

Se noi potessimo vedere nel mondo un volto attraverso cui il divino ci guarda, l’incontro con il divino sarebbe non il secondo passo ma il primo. La percezione del sacro mistero non sarebbe qualcosa in cui noi penetriamo attraverso l’immediata esperibilità del mondo, ma noi vedremo il mondo senz’altro in questo mistero”.

Le parole di Romano Guardini, tratte dalla Fenomenologia della religione, potrebbero servire da epigrafe per introdurre l’ultimo libro-intervista di p. Antonio Gentili (Cerca il silenzio. Troverai te stesso e Dio) almeno per una duplice ragione: in primo luogo perché la ricerca e l’incontro con il mistero di Dio si rivela il desiderio radicale di tutta la sua esistenza e, in secondo luogo, perché la prospettiva “polare” di Romano Guardini è una sorta di filigrana che segna sostanzialmente la visione esistenziale, filosofica e religiosa di p. Antonio Gentili, così come cercherò di far emergere attraverso queste brevi note su Cerca il silenzio.

In realtà, il libro mostra la sua polarità sin nella sua stessa struttura. Si tratta, infatti, di un libro-intervista tra la scrittrice Rosanna Brichetti Messori e p. Gentili: un’intervista che si traduce spesso in un vero e proprio dialogo, sostenuto da una sensibilità e da una curiosità che non esita, con la grazia e la delicatezza indagatrice propria del genio femminile, a sollecitare le risposte di p. Gentili anche là dove il discorso sembrerebbe concluso o, quanto meno, dato per scontato. Rosanna Brichetti Messori conosce p. Gentili da quasi quarantanni.

Erano, infatti, gli inizi degli anni ottanta quando lei e suo marito, trasferitisi da poco a Milano, sentirono per la prima volta “parlare di questo barnabita, che nella casa di esercizi del suo ordine, ad Eupilio, in Brianza, teneva corsi di preghiera meditativa”. Mossa dall’esigenza di rispondere ad alcuni seri interrogativi che, come cristiana, si stava ponendo nel momento in cui aveva intrapreso un metodo di lavoro psico-meditativo di matrice orientale al fine di alleviare le sue sofferenze fisiche, Rosanna alla prima occasione raggiunge Eupilio.

E vi ritrova una guida che sa attingere sapientemente dall’Oriente, conservando un profondo amore per la fede e per la tradizione cristiana: p. Gentili, per l’appunto. Si fida di lui e inizia, così, un cammino di fede e di preghiera che, nel corso degli anni, trasforma la sua esistenza al punto da sentire, ora, il suo “cuore sbocciare e aprirsi sempre più verso Dio e verso gli altri”. Le vicende della vita, però, mutano e, pur non perdendo i contatti, si diradarono le occasioni degli incontri e dei corsi di preghiera frequentati da Rosanna.

Fino a quando, nella primavera del 2017, p. Gentili tenne una sessione dei sui corsi di preghiera profonda nella casa di accoglienza del santuario mariano di S. Felice del Benàco, retto dai padri carmelitani. L’idea del libro nacque proprio in quell’occasione e trovò forma in lunghe ore di confronto e di dialogo nell’Abbazia di Maguzzano, luogo denso di preghiera e di pace, abitato ora dai religiosi di don Giovanni Calabria. Il sodalizio tra p. Gentili e Rosanna Brichetti Messori si rivela, pertanto, davvero intenso e profondo, a maggior ragione del fatto che, in vista di questo importante impegno editoriale, l’intervistatrice ha riletto tutta la vasta produzione della sua guida spirituale, riuscendo a creare una trama di domande e di interrogativi che permettono al lettore di ricostruire una sintesi quanto mai ricca e viva dell’esperienza biografica, intellettuale e spirituale di p. Gentili.

Il libro si dipana come una vera e propria mappa per scoprire i luoghi del silenzio e i sentieri del divino in cui p. Gentili si è mosso, in cui ha vissuto e in cui continua a vivere il Mistero di Cristo. È un libro, insieme, esperienziale e sapienziale: da un lato è una biografia spirituale che, come un diario, presenta gli episodi più importanti della vita p. Antonio, dall’altro offre ampi spazi di riflessione e di confronto critico, talvolta anche problematico, sull’esperienza vissuta.

Cerca il silenzio è un libro che si rivolge, pertanto, sia a chi conosce, sia a chi non conosce l’opera di p. Gentili: i primi vi ritroveranno continui riferimenti e conferme del cammino spirituale già iniziato, ma anche episodi imprevedibili (memorabile, su tutti, la fuga che fece quattordicenne, emulo di san Benedetto, sulle alture di Genova per cercarvi un luogo di eremitaggio…), nonché ulteriori approfondimenti su tutti gli ambiti della ricerca gentiliana; i secondi un’ampia e vivace sintesi dell’insegnamento di p. Antonio, sintesi supportata e testimoniata da una ricca descrizione delle pratiche condotte.

Disegnerò, ora, una sorta di mappa tematica che permetta, quanto meno, di intuire la ricchezza e l’intensità dei contenuti presentati nelle pagine di Cerca il silenzio. Il lettore potrà, comunque, recuperare facilmente, all’interno del fluire dialogico, i temi e i riferimenti che più gli stanno a cuore, grazie a un’analitica e articolata suddivisione in paragrafi dell’intervista stessa. La prima parte del libro è dedicata alle vicende biografiche e spirituali di p. Gentili. La vocazione religiosa e sacerdotale fa trapelare quella che è stata una vera e propria educazione alla libertà, educazione impartita dal padre e dalla madre di p. Antonio.

Intense e, insieme, profondamente tenere e intime sono le parole con cui ricorda la fede respirata in famiglia: una “brezza primaverile su un prato in fiore”, un vento che scuote mente e cuore, che interroga e suscita dubbi, che stimola. Ma, appunto, come una brezza: mai con violenza. Il cursus studiorum e l’incontro con la spiritualità del santo Fondatore dei Barnabiti segnano radicalmente l’anima di p. Gentili e gli permettono di acquisire una solida e opportuna preparazione di base che lo prepara agli ardui impegni futuri di guida e di cercatore spirituale.

In quegli anni avvengono anche gli incontri con i maestri decisivi: p. Giovanni Semeria (a cui dedica la sua tesi di laurea in filosofia che ebbe come oggetto il carteggio con il barone austriaco F. von Hügel, altro padre spirituale di p. Antonio) e Romano Guardini. Grazie a questi studi scopre la rilevanza della visione polare della realtà: l’et-et, la grande legge dell’esistenza umana, sempre scandita da una molteplicità di polarità rintracciabile in tutta la vita in generale, ma che trova un suo specifico riscontro nella vita dell’uomo portatrice, in tutte le sue dimensioni spirituali ed esistenziali, del sistema degli opposti.

Questa polarità si presenterà con tutta la sua evidenza nel 1972, quando p. Gentili viene assegnato alla Casa di esercizi spirituali di Eupilio. Sono gli anni dei primi contatti con le forme meditative orientali: la pratica giapponese dello zazen (con padre Ugo Lassalle), la meditazione mahayana (con il corso di due monaci esuli tibetani) e la pratica yoga (con i corsi di Wanda Patt) muovono p. Antonio a fare ripetute e prolungate esperienze meditative “sul campo”, ma lo nello stesso tempo lo inducono a cercare nella stessa tradizione cristiana e nel monachesimo occidentale e orientale tracce vive e testimonianze dirette di ciò che stava esperendo con le pratiche orientali: l’opera di Thomas Merton, di Giovanni Vannucci e del gesuita Anthony De Mello gli mostrano come la svolta ad Oriente non sia altro che uno dei due movimenti del respiro dello spirito umano e divino, “i due movimenti dell’immanenza e della trascendenza, dell’autorealizzazione e della grazia divina operante la nostra salvezza, come insegna la Rivelazione cristiana”.

Sull’onda di questa intensa e, a tratti, inquieta ricerca spirituale sono da ricordare la pubblicazione del best seller Dio nel silenzio (Ancora, 1986), scritto con il padre cappuccino A. Schnoeller, nonché le riscoperte e le riletture di due libri memorabili, ma sorprendentemente sconosciuti, della tradizione mistica cristiana: La Nube della non-conoscenza (Ancora, 1981), testo apparso in Inghilterra nel tardo medioevo e incredibilmente vicino allo zazen, e Meditare (Ancora, 1983) del padre barnabita savoiardo Francesco La Combe (1640-1715) che propone una pratica silenziosa e contemplativa, suffragata da una molteplicità di richiami alla tradizione cattolica.

Al riguardo non sono da dimenticare le più recenti presentazioni e annotazioni critiche redatte per altri due, questa volta noti, classici della spiritualità cristiana: Racconti di un pellegrino russo (Ed. Paoline, 1997) e L’imitazione di Cristo (Ancora, 2018), vero libro del cuore per p. Gentili, accanto alle Confessioni di Agostino, ai Pensieri di Pascal e ai classici dell’induismo (le Upanishad e la Bhagavadgita).

L’incontro con l’Oriente si rivela, pertanto, come fonte di opportunità, ma, al contempo, anche di qualche rischio. In una parola: una sfida, come testimonia la vicenda della Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della meditazione cristiana (1989) dell’allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione. A sostenere il lavoro e la ricerca incessante di p. Gentili giungono, però, le parole inaspettate di san Giovanni Paolo II rivolte ai vescovi francesi (“La riscoperta dell’orazione mentale è una grazia che arriva al momento opportuno per santificare la Chiesa (…) senza questa interiorità i fedeli si sfiatano, la loro orazione diventa cembalo sonoro…”) e la pietra miliare del Catechismo della Chiesa cattolica (1992) che riprende il tema dell’orazione come “ricerca orante” che si svolge nel cuore, il nostro “centro nascosto”.

Estremamente dense e ricche di spunti interessanti per comprendere la complessità e la portata della ricerca di p. Gentili sono, in particolare, le pagine dedicate alla trattazione dei cosiddetti insegnamenti “collaterali” ai corsi di preghiera profonda, insegnamenti che si rivelano, in realtà, sostanza complementare di quel cammino teologico e spirituale sviluppato sul piano teoretico: il rapporto tra le scoperte della scienza medica e la pratica meditativa, la relazione tra il cibo e la sessualità, le ricerche sul lato umbratile e notturno della vita (la notte e i sogni), l’importanza rivolta al cibo e al digiuno, il combattimento spirituale e il “sentire” di Cristo, la morte e l’al di là.

La seconda parte del libro è più propriamente riflessiva: il dialogo stesso con l’intervistatrice presenta ritmi meno incalzanti e la scrittura, crescendo in profondità, si fa più meditativa. Il punto di partenza è dato dalla constatazione di quanto sia difficile per l’uomo moderno e contemporaneo, figlio della Riforma protestante e del razionalismo cartesiano, vivere la dimensione del sacro e intuire Dio attraverso i simboli. Il mondo, secondo la concezione moderna, si è, infatti, ridotto a un’astrazione e a un artificio in cui si è dissolta la percezione simbolica e, quindi, religiosa, del mondo e del mistero divino.

Per dirla ancora con Romano Guardini, nella visione simbolica “tutte le cose attestano se stesse, ma fanno subito presentire che non sono l’ultima realtà, bensì punti di passaggio, attraverso cui emerge ciò che è davvero ultimo e autentico: forme espressive che lo manifestano. Questo è il carattere simbolico delle cose”. P. Gentili ha, per l’appunto, affrontato lungo tutto il corso della sua vita questa sfida: riportare cioè l’uomo a sentire e a vivere simbolicamente il mondo, profondamente convinto che le realtà più alte non siano immediatamente comprensibili con la mera razionalità perché “negli ultimi secoli si è andato vieppiù perdendo il senso profondo del Mistero cristiano” e “la vita di fede, la vita spirituale o è, in sostanza, un’esperienza progressiva di penetrazione sempre più profonda del Mistero, o non è.”.

E il Mistero più grande, per l’umanità, è il Mistero dell’Incarnazione di Dio. Alla luce di questo Mistero risultano, pertanto, davvero preziose e urgentemente attuali, a motivo degli smarrimenti umani della nostra caotica età, le pagine dedicate al carattere sacramentale del corpo e le riflessioni sulla polarità maschio/femmina, caratterizzata dal riconoscimento, spesso negato, di una certa priorità del genio femminile come ulteriore conferma di quella compositio oppositorum che segna la vita intera di ogni uomo: “quando parlo di genio intendo quella capacità di amare che è impressa nel profondo del cuore di ogni donna” e che può anche “educare il cuore umano, alimentando in esso la fiamma dell’amore”.

Ed è proprio al Cuore che giunge, infine, la ricerca di p. Gentili: il centro del Centro, spazio d’incontro del solo con il Solo. La ricerca del silenzio per trovare se stessi e Dio è un cammino circolare che passa sempre, nella visione cristiana, di qui: il “miglior punto di partenza ma anche di arrivo, di ritorno”. Perché, in ultimo, è “il cuore dell’uomo che determina la sua vita” (Pr 16,9).

Luca Borrione

Romano Guardini

Grazie Luca, continuiamo nel nostro cammino, in questo itinerario spirituale, vitale, unico.

Il vuoto “pneumatico”

Parto dai significati scientifici del sintagma posto nel titolo, per arrivare in seguito al suo significato metaforico, che qui mi interessa di più, e dunque (da Enciclopedia Treccani):

pneumatico è un aggettivo [dal greco πνευματικός, der. di πνεῦμα πνεύματος «spirito»]. Nel linguaggio filosofico significa che appartiene allo spirito, riferendosi alla vita interiore dell’uomo; in particolare, nel cristianesimo dei primi secoli, e più precisamente nelle lettere di san Paolo, si intende la modalità che grazie allo spirito o pneuma divino permette di conoscere l’agire di Dio, in contrapposizione all’uomo psichico, che è cieco rispetto a Dio e segue il pneuma o spirito del mondo; la terminologia è caratteristica del giudaismo ellenistico e del cristianesimo e sarà ripresa soprattutto in alcuni orientamenti gnostici. Nel Primo secolo d. C., Ateneo di Attalia si riferiva da un punto di vista medico allo pneuma considerato come quinto elemento dell’organismo umano, in aggiunta ai quattro elementi (sangue, flemma, bile gialla, bile nera) così come considerati da Ippocrate.

Nel linguaggio scientifico si usa nella fisica dell’aria e, più in generale, degli aeriformi, ad esempio troviamo: macchina o pompa pneumatica, vuoto pneumatico. Nel linguaggio tecnico, è detto di organi o dispositivi nei quali l’aria è l’oggetto di studio principale, etc. Ma qui non siamo in ambito di studi di fisica per i quali non sono preparato. Posso dire solo, per concludere, che in fisica il vuoto non si dà, se non generato sperimentalmente, ché l’universo è composto da atomi, e loro componenti dei più vari generi e specie.

In metafora, mutuando il senso dalla fisica, si usa dire che alcuni (soprattutto i politici) nel parlare esprimono un “vuoto pneumatico”, dicendo nulla mentre parlano, come amava specificare lo storico leader socialista Pietro Nenni “la polìtique politicienne“.

Vorrei qui fare dei nomi, e qualcuno ne farò, perché il vuoto – in questo senso – è un fenomeno generalizzato.

Ascoltando il dire attuale dei politici viene in mente continuamente, almeno a me (ma non penso a me solo) il concetto di vuoto pneumatico, per dire che non dicono nulla o quasi, mentre si sforzano di esprimere concetti.

Wittgenstein non sopporterebbe il loro “vuoto”, che solleciterebbe la sua spietatezza analitica circa ciò che ha dignità di linguaggio e di ciò che non ce l’ha. Per il grande pensatore austriaco l’uomo dovrebbe parlare quando ha qualcosa da dire, non quando ha solo bisogno di emettere suoni senza senso e significato (da me parafrasato, cf. Tractatus Logico-Philosophicus).

Ascolto quotidianamente tg e flashweb notizianti e noto un continuum stilistico, salvo rare eccezioni, nel senso e nel modo che qui, come altrove, sto criticando.

Fazio, questo lo cito, eccome!, ogni sera ospita Burioni, se non Saviano. E’ una congrega che cerca di orientare il pubblico verso un autoritarismo de sinistra assai sinistro.

Conte parla di “misure poderose” evocando forse di più la motocicletta di Ernesto Guevara, la “Poderosa”, con la quale il Che con un amico attraversò il Sudamerica.

Renzi, more solito, cerca di fare l’originale citando i patrii padri, letti recentemente forse su un bignami di storia contemporanea.

Franceschini definisce “inimmaginabile” la disciplina degli Italiani mostrata in questo periodo, mostrando così di conoscere assai poco, sia la psicologia filosofica, sia (ed è assai peggio), gli Italiani.

Zinga dice “dobbiamo fare un salto in avanti”, e non si capisce se la metafora evochi un canguro, oppure un saltatore in lungo, oppure una locusta, primatista del mondo di salto in lungo, tenendo conto delle dimensioni: se Bob Beamon dovesse voler paragonarsi a una di esse dovrebbe saltare in lungo non solo 8,93 metri (record del mondo da almeno un quarantennio), ma forse 300 metri!

Dibattista, non da me volentieri atteso, torna auspicando il depotenziamento di Renzi, non si sa come, se… sopprimendolo oppure togliendogli il diritto di parola.

Salvini, insolitamente moderato nei toni, propone misure che somigliano a quelle di Gualtieri, più o meno.

Gelmini fa sforzi spaventosi per non far sembrare tutto ciò che dice a ciò che si può leggere sul gobbo in uso negli studi televisivi. Scontata.

Di Meloni non saprei che dire, se non che burberamente ulula le sue preoccupazioni.

Dimaio è rimasto ultimamente famoso per il suo clamoroso e trumpiano “coronavairus“, uscito docilmente dalla boccuccia giovinetta.

Che altro dir, se non che occorre lavorare contro il vuoto pneumatico, nutrendo il pensiero critico e la logica argomentante. Così possiamo dare un colpo a chi vuole normalizzare tutto digitalizzando il mondo, alla faccia di un’etica del Fine, dove il Fine è l’uomo stesso e la Natura nella quale è immerso, e di cui fa parte da quaranta milioni di anni.

La “Frusciante” di nuovo per le strade del mondo

…anche se solo nel Comune dove abito, anzi… sono scivolato – senza accorgermene – fino a Camino al Tagliamento (non ditelo a Conte, cari lettori, eh, mi raccomando). I confini dei comuni non sono segnati, corbezzoli! Chi mi conosce sa che la “Frusciante” è il nome amichevole della mia bici da strada, nome meritatissimo per la sua rumorosità della meccanica proprio al minimo, rispettosa dei rumori del mondo, una De Rosa biancorossa in fibre di carbonio, che ho acquistato d’occasione poco più di un anno fa.

Remco Evenepoel


Sono passato per strade che conosco da sempre, quasi nessuno in giro, qualche auto, due soli ciclisti che si sono sbracciati a salutarmi. Solitamente i ciclisti quando si incontrano di fronte si salutano, ma non con il calore di oggi. Invece se ti superano, e a me accade spesso, non ti salutano, perché ti sfilano via quasi per umiliarti. Vediamo se anche questi secondi, i passistoni da 45 all’ora, ora inizieranno a salutare chi non può tenere quella media. Oggi, ché vent’anni fa, se in compagnia, ce la facevo anch’io.

E’ come riflettere sul passare-del-tempo, sul cambiamento, sulla proporzione tra anni passati e forze disponibili.

Qui sopra ho messo la foto di Remco Evenepoel, sperando che non sia di quella genìa, perché lui è un campione, che succederà a Nibali, a Froome e a Contador, mentre invece i passistoni di cui sopra, molto spesso sono qualcosa il cui termine fa rima con il termine da me usato per chiamarli in quel modo.

Per strada, ancora poche auto, un furgone che mi ha clacsonato in modo insistente: certamente non era un saluto cordiale, ma lo squillo di una persona affetta da “vigilantismo”, la sindrome che si sviluppa in situazioni di perdita della libertà, quasi una nevrosi ulteriore della sindrome di Stoccolma. Quello che mi ha suonato, se si fosse trovato in un lager nazista avrebbe potuto certamente essere un candidato al ruolo di kapò.

A Majdanek e ad Auschwitz c’erano molti ebrei che, collaborando con il mostro hitleriano, facevano da guardiani agli… ebrei, e capitava fossero feroci come i cani da guardia SS, per tutelare se stessi mostrando una religiosa devozione agli aguzzini.

Esagero? Forse, ma io sono convinto che – in situazione – molti possano mostrare una parte di sé, che solitamente è “in sonno”, piuttosto inquietante.

Ho in mente certe figure aziendali collocate a livello di quadro, che sono così subalterne al dirigente-capo che, se invece di essere in un’azienda italiana del ventunesimo secolo, tenuta a rispettare Statuto dei diritti dei lavoratori, Decreto 81 sulla Sicurezza del lavoro e magari Decreto 231 sull’Etica d’impresa, operassero negli ambiti sopra citati, farebbero facilmente i kapò fino alle estreme conseguenze.

La devozione alla causa (del loro capo), faccio per dire, di queste figure, è tale da renderli perfino pericolosi per i colleghi di lavoro. Fossero stati a Majdanek non avrebbero esitato a fucilare un prigioniero se gli fosse stato ordinato, anche per il divertimento dell’ufficiale. Persone normali, che manifestano ciò-che-nel-profondo-sono. Anche il vigilante da me incontrato ieri, mentre viaggiavo in bici per le strade del mio comune, come da ieri consentito.

Nelle situazione estreme esce la verità delle persone, solitamente nascosta dalle convenzioni sociali, dalle convenienze e dall’educazione formalistica, per cui si dice e si fa ciò che conviene, non sempre ciò che si crede opportuno, giusto, necessario.

Ora, la situazione presenta l’occasione per verificare lo stato delle democrazie liberali, dei parlamenti eletti a suffragio universale. Il rischio che si corre è che i saperi tecnicali condizionino le legittime istanze della democrazia, sostituendosi surrettiziamente ad esse.

Mi viene in mente la parabola chomskiana della rana bollita, suggeritami dal prof Giachin, mio compagno di liceo. La rana messa in pentola a venti gradi, all’inizio gradisce la temperatura che assomiglia a quella dello stagno. Anche a trenta gradi si può stare benino, ma a cinquanta il bollore la può intorpidire e impedirle di saltar fuori per salvarsi. Bene, se fosse gettata in una pentola con l’acqua già a cinquanta gradi, con un balzo uscirebbe e si salverebbe.

Noi, se non stiamo in guardia, rischiamo di fare la fine della rana bollita. Piuttosto, osserviamo ciò che succede con spirito critico, dubitando sistematicamente delle cose che ci dicono, specie quando sono mellifluamente presentate come sicure, come rispettose della democrazia, non lesive dei diritti costituzionali. Un esempio? L’enfasi che si percepisce sulla app che dovrebbe segnalare gli infetti solo intercettandoli da smartphone a smartphone. Io non la scaricherò, perché non mi fido dei suoi conclamati effetti positivi in ordine alla prevenzione del contagio, e soprattutto non mi mi fido delle conseguenze immediate relative alle libertà personali, e successivamente all’uso che qualcuno potrebbe farne ad insaputa del civilissimo cittadino.

Ancora una volta: dubitare, riflettere, dialogare, scegliere. E ancora: documentarsi, confrontare, informarsi prima di credere a qualcosa o a qualcuno.

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