Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La fragilità forte ovvero la forza fragile vincono sempre sull’idiozia da trivio

Colloquio con un sordomuto in azienda, insieme con una “mia” iunior, psicologa del lavoro. Lui va a prendere sempre solo il caffè, in pausa, perché i colleghi non lo invitano. Ne soffre, e si vede, eppur se ne frega. Sant’Agostino avrebbe usato, così come amava fare, il doppio ossimoro sostantivo-aggettivo e viceversa, che bene esprime la complessità e quasi la rotondità del reale: una fragilità forte in una fragile forza.

Quando ti lamenti (mi lamento) della nostra (della mia) condizione, è  come se bestemmiassimo il Dio della vita.

Il limite dell’altro è lo specchio della nostra condizione, che non bara mai.

Mentre i furbacchioni della politica (parlo sempre dei due babbei, di cui il più giovane vanta la maggiore babbeità, che oramai è un dato antropologico) tentano di barare millantando la loro aggressività per difesa del volere popolare russoviano (più precisamente “volontà popolare”), chi lavora in azienda e fa il reddito italiano da difendere continua silenziosamente a lavorare, al contrario dei due su non-nominati, che non hanno mai lavorato in vita loro, e presentano un programma-contratto che sembra scritto da una prima media inserita in una loggia massonica. Incompetenza e arroganza sbalorditive.

E torniamo al tema. Chi non ha la parola né l’udito vive in una dimensione che neppure immaginiamo, anche se talora la pietas umana ci può ispirare partecipazione e solidarietà. Noi che abbiamo tutti i sensi funzionanti conosciamo il mondo, ascoltiamo i rumori, i suoni e la musica, parliamo modulando i lemmi e i toni, possiamo essere sintetici o facondi, di poche parole o grandi oratori alla Demostene o Cicerone, oppure appassionatamente prolissi alla Pannella. Chi non ha i mezzi bio-meccanici per udire e parlare no, deve imparare i linguaggi diversamente.

Con questo lavoratore, salvo qualche labiale misteriosamente da lui compreso, abbiamo dialogato per iscritto. Straordinario il report scritto, da studiare e conservare, da apprezzare e rispettare, come esperienza neuro-linguistica, scuola di dialogo e di etica del lavoro.

Ciò accade, mentre viviamo momenti strani assai, dove la stampa, il web le tv etc., possono sdoganare irridenti marpioni come Di Battista che dice sorridendo: “se si vota mi candido”. Mi vien da dire “sai che paura di Di Battista?” Oppure danno spazio al precocemente affetto da calvizie sul sommo del capo giovin Casaleggio, il quale, con seriosità incipiente e sarcasmo forse involontario, sostiene implicitamente che diecimila votanti sulla piattaforma Rousseau, valgono come venti milioni di voti. Non riesco a capire in che modo: forse che chi aderisce alla piattaforma è più intelligente di chi non vi aderisce? Che cosa è il “popolo”, chi è il “popolo” per lui e i suoi adepti grillozzi? Forse che il “popolo” è quello che grida, che urla, che sbeffeggia chi non è d’accordo, e duecento persone sembrano diecimila perché fanno confusione? Si leggano i testi di Gustave Le Bon (cf. Psicologia della folla, 1895), studioso della psicologia delle masse, che sono le stesse, come luogo dove funziona un certo meccanismo di psicologia sociale, sia che siano in una manifestazione politica, più o meno pacifica, sia che siano allo stadio, si in ambito religioso (si pensi all’omicidio di Ipazia perpetrato da monaci cristiani fanatici nella Alessandria d’Egitto del V secolo), sia che si trovino in qualsiasi altro assembramento umano.

Circa il testo di Le Bon ecco una breve parafrasi:

Le folle sono come una forza di distruzione, priva di una visione d’insieme, indisciplinata e portatrice di decadenza (…). La massa – permeata da sentimenti  autoritari e d’intolleranza – crea un inconscio collettivo attraverso il quale l’individuo si sente deresponsabilizzato e viene privato dell’autocontrollo, ma che rende anche le folle tendenti alla conservazione e orientabili da fattori esterni, e in particolar modo dal prestigio dei singoli individui all’interno della massa stessa.” (dal web) Basta analizzare gli “idealtipi” weberiani Di Maio/ Salvini per capirci.

Ah, poi c’è un “Salvini arrabbiato”, anche qui, sai che paura?

Mi chiedo quanto siano intelligenti i sopra citati, se l’evoluzione neuronale li abbia privilegiati o meno, e temo -per loro- che non vi sia dovizia di “corticalità pensante”, e questo è pericoloso, oltremodo. Divento sempre più tifoso dei neuro-scienziati biologisti, ma non del tutto, poiché altrimenti dovremmo prendere solo per un ammasso di cellule il cervello-mente dell’uomo di Francavilla a Mare, assassino di moglie e figlia e suicida, e il ragazzo venticinquenne che ha sparato alla ex fidanzata prima di uccidersi, in Toscana l’altro ieri. E, se non si fossero suicidati, avremmo dovuto solo metterli in condizioni di non nuocere, in qualche luogo che ha ereditato i vecchi manicomi.

Non può funzionare solo in questo modo, no.

Ieri ho preso la bici e son andato per strade secondarie, ma la bici “normale”, viaggiando verso la Bassa, in mezzo ai pioppeti e ai boschi di ripa. Animali timidi si sono affacciati tra l’erba e i cespugli oramai verdissimi a fine maggio. Pensare al tempo che mi accoglie nel suo grembo e allo spazio nel quale il mio corpo umano si muove, e ai sentimenti altrui, che non conosco, a meno che non riesca a leggere dentro, a intus-legere, a essere intelligente. I classici sostenevano che la volontà è la facoltà propria di chi-è-intelligente. Chi lo sa.

Campanili lontani annunziano messe eterne, mentre ripenso al ragazzo di oggi, che sorrideva senza parlare e senza udire il suono delle mie parole. Grato di come sono.

Florentia, oh Florentia di primavera

Caro lettor mio,

tornare a Firenze è quasi confidenza con la vita, con la vita mia e quella degli altri. Non occorrono più descrizioni della capitale dell’arte del mondo, basta il racconto, il sentimento dello stare-lì, girovagando nella sera che viene con il naso all’aria, quasi novello Marie-Henri Beyle (Stendhal, fo per dire). E ieri c’è stata l’assemblea e il consiglio dei filosofi, che rivedo dopo un tempo. Son tornato fra loro, contento. Abbiamo eletto la nuova presidente, è giovane, è Alexia Lombardi, umile e culta, come va bene che sia. Mi piace ora fare il king maker di trentenni e quarantenni, che mi chiamano magister.

Ciò accade mentre nasce il più strano governo della storia della Repubblica. Salvini trova ancora il tempo per dire l’ennesima c.ta: “…ora, fatto il programma, andiamo da Mattarella per un gesto di cortesia“. Ma sei impazzito segretario? Tu e l’altro socio andrete dal Presidente per obbligo costituzionale, non per cortesia! Studia, studia, studia!!!

Ma la battuta più tremendamente improbabile è di Di Maio: “Stiamo scrivendo la storia” (lui la intende con la “S” maiuscola, il tapino), la quale battuta, se non fosse delirante, sarebbe solo ridicola. Ognun sa che chi fa la storia di solito non sa di farla e soprattutto non lo dice. Invece Gegè Dimmaio lo dice, e lo dice serio. Non so se merita un’invettiva o solo una risata di seppellimento.

Un’ultimissima battuta, altrettanto retorica epperò meno roboante e più grottesca di altre, sempre del giovin campano: “Il nuovo premier sarà un amico del popolo“. Beh, non so se Giggino lo sapeva di suo o se glielo ha suggerito il flemmatico AD della Casaleggio&C, ma l’espressione “amico del popolo” pare sia stata di Jean-Paul Marat, quello che minacciava ghigliottina a tutti e la evitò, come invece non riuscì ai suoi sodali Danton e Robespierre, poiché venne pugnalato nella vasca da bagno di casa da Charlotte Corday.

Passo per un gazebo grillino e mi si fa incontro una stagionata attivista, che gentilmente tenta di porgermi una sintesi del “contratto” tra la Lega e il M5S; altrettanto gentilmente rifiuto di prendere il foglio e mi permetto di darle un consiglio di questo tenore: “Invece di scrivere contratti, iscrivete Di Maio a qualche scuola, che forse è un po’  tecnicamente ignorantello“. La reazione, immediata, è furibonda, cui si unisce il capo-gazebo. Offesissimi mi apostrofano con la seguente esilarante battuta, penso suggerita come piano di comunicazione da Casaleggio Jr. “E lei cosa dice della ministra Fedeli che ha solo la terza media?” Rispondo garbatamente ridendo che la ministra ha un triennio di professionali, ma su lei la penso come loro avendone già scritto con dovizia di particolari sul mio blog, gli preciso “molto letto“. Me ne vado con i due che cercano di inseguirmi per convincermi sulle qualità di Di Maio, ma ora sono già distratto dalle absidi di Santa Maria Novella.

Due parole dolenti anche sul mio partito, il PD, che ancora non trova di meglio che litigare in pubblico celebrando l’Assemblea nazionale, con un Renzi che non si cuce mai la bocca, mettendo in difficoltà il segretario (reggente)  Maurizio Martina, un brav’uomo, preparato e onesto (forse non carismatico, secondo il pensiero nascosto del suo predecessore? ma ciò è tutto da vedere). Pare abbia detto che il Presidente del Consiglio designato (ex art. 95 della Costituzione della Repubblica Italiana) è amico della… onorevole Maria Elena Boschi, tanto per gradire ed essere costruttivo.

In ogni caso le recenti traversie tra i “vincitori” delle elezioni politiche del 4 marzo scorso Di Maio e Salvini e Quirinale, hanno consentito al Presidente Mattarella di erogare una da loro non richiesta (poveretti) lezione di Diritto costituzionale, di cui il Capo dello Stato è professore ordinario, sull’art. 95 della Costituzione, il quale delinea e definisce con precisione le prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri, tutt’altro che notarili, poiché “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.” Altro che notaio impegnato a registrare ed eseguire gli “ordini” dei due capi partito, magari ispirati da una privata Srl come quella di Casaleggio ir. Peraltro, in base alla normativa costituzionale italiana, non solo è andata così nei casi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, ma anche in tutte le circa sessanta designazioni fatte dai presidenti della Repubblica succedutisi dal 1946 in poi, passando -tra molti altri- per De Gasperi, Pella, Segni, Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita, Berlusconi, etc.. e quindi anche per il professor Giuseppe Conte, prossimo designato nel ruolo. Piuttosto, se si farò finalmente una riforma elettorale ragionevole e intelligente oltre l’indecente “rosatellum” (come mi piacerebbe dire all’interessato di persona che cosa penso di lui), si potrà prevedere l’elezione diretta del premier da parte del corpo elettorale, e allora finirà la tiritera ignorante di cui non andiamo fieri. Et de quo hic satis.

In via Faenza, a due passi da San Lorenzo e dalle Tombe Medicee c’è il mio alberghetto ottocentesco. Di qui si può passeggiare un po’ a caso incontrando alcuni dei monumenti più belli del mondo, la sera, quando l’aria rinfresca. Nei pressi c’è anche la Biblioteca Laurenziana agognata dalla mia Bea per suoi studi. Vedremo.

La cattedrale è come un pastore che guida le sue pecore, in mezzo alla città insuperabile, palazzo Medici-Riccardi lo si lascia a sinistra, per procedere verso il Bargello e poi Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio. Ricordi della congiura de’ Pazzi, di Giuliano, Lorenzo e Piero. La passeggiata verso l’Arno sotto gli Uffizi mostra i grandi di Firenze, che sono grandi del mondo. La Loggia del Bigallo mi ha già incantato con il Perseo bronzeo del delinquente Benvenuto Cellini, e il Ratto delle Sabine del Giambologna.

Ponte Vecchio accoglie il tramonto e un brusio continuo lungo il fiume lentissimo. Sulla collina i mill’anni di San Miniato al Monte.

Domenica di pensiero e progetti filosofici. Ci possono essere progetti filosofici? Se ne parla animatamente, accogliendo proposte e concordando sul fatto che la consulenza filosofica ha bisogno di decenni per ri-proporsi alla storia come un metodo adatto a questi tempi difficili, accanto ad altre arti, senza sovrapporsi alle psicoterapie, alle direzioni spirituali e alla psicanalisi. La filosofia è mamma, nonna e zia di tutte queste arti moderne, poiché viene da lontano nel tempo, e ne costituisce l’ossatura. Basti pensare alle antropologie platonico-aristoteliche, alle intuizioni di sant’Agostino sull’importanza della volontà e del sentimento, quasi a prefigurare il modernissimo concetto di intelligenza emotiva; si leggano i Soliloquia di questo grande antico: chi ne sa cogliere il non-detto-oltre-al-detto potrebbe scorgere l’antesignana intuizione freudiana dell’inconscio.

Vi è di più: lo studio delle passioni di questi grandi antichi mi pare quasi annunziare le scoperte clinico-biologiche più recenti di un Antonio Damasio, insigne neuro-scienziato. Egli sostiene infatti che ogni essere vivente, a partire dai batteri, cerca un’omeostasi, cioè un equilibrio di forze tale da garantirne la sopravvivenza e uno sviluppo evolutivo, dai monocellulari, i batteri appunto che sono presenti da oltre sessanta milioni di anni al Sapiens che ci annunzia come esseri umani da non più di cento e cinquantamila anni. L’omeostasi potrebbe essere dunque quasi sinonimo intelligente di quel discutibile lemma che è “felicità”.

Nelle more della trasferta, tra bellezze e incongruenze sento che Travaglio scrive sul suo quotidiano del generale Mori questo titolo “Il condannato si auto-assolve“, solo perché il vecchio e coraggioso militare avrebbe “osato” affermare di essere innocente e di non “aver tradito” (Mori usa un desueto ma efficace linguaggio patriottico), e che confida nei successivi gradi di giudizio per ristabilire la verità. A me poco caro Travaglio: ti ricordi di Tortora e di Gianni Melluso, e avresti fatto allora lo stesso titolo dedicato a Mori, salvo poi riportare  l’assoluzione giudiziaria per l’assoluta estraneità di Tortora in dodicesima pagina del tuo pericoloso foglio in una pallida manchette? Sai Travaglio che il 30% dei detenuti in attesa di giudizio viene poi assolto in giudizio? Sai che lo Stato italiano ha pagato a chi è stato detenuto ingiustamente circa trenta milioni di euro negli ultimi dieci anni? Sai che un avviso di garanzia non è una condanna, anche se tu sul tuo giornale lo fai diventar tale ad usum dell’ignoranza popolar-populista che sostieni da furbetto? Lo sai o fai finta di non sapere? In tutti due i casi hai un comportamento spregevole, sia sotto il profilo cognitivo, sia sotto il profilo morale.

Questa e altre cose nella trasferta filosofica alla ricerca di Phronesis, della prudente-sapienza che ci deve ispirare ogni ora del giorno, ogni giorno, settimana, mese, anno, ogni momento della vita. Il nome dell’associazione dei filosofi mi dà una forza tranquilla, quella che sant’Agostino chiamava tranquillitas animi, per dire pacificazione, serenità, mentre torno a casa veloce, nella sera che viene.

Da vicino nessuno “è normale”, o no?

Stamattina, caro lettor mio, mentre attendo mia figlia, ascolto Joseph Haydn, gran musicante, servitore dei principi ungheresi Esterhàzy, prima le sinfonie nr. 94 Mit dem Paukenschlag e nr. 104 Londoner, Slovak Philarmonik Orchestra diretta da Alfred Scholz, e poi quelle denominate dello Sturm und Drang, già un po’ romantiche o quasi, dicendo un poco impropriamente, beethoveniane, la nr. 26 Lamentatione, la nr. 49 La Passione e la nr. 58 senza titolo, suona l’orchestra The English Concert diretta da Trevor Pinnock,  e mi do tempo. Mi do tempo, non ho fretta, quasi quasi non ci credo, io che son sempre di fretta, veloce, tornato criceto impazzito, tornato impaziente con gli altri. Ho da darmi una regolata, me lo dico da solo.

Stamattina, nel silenzio di casa ai confini della campagna, con tanto verde intorno, mi sono dato tempo. Leggo della legge 180 del 1978, quella di Franco Basaglia, che permise di chiudere progressivamente i manicomi, dove venivano ricoverati gli alienati, pericolosi a sé e agli altri.

Letti e camere di contenzione dove stavano recluse persone per ore, giorni, settimane, mesi, anni, con il volto rivolto alla porta, il bugliolo portatile, mai occhi verso la finestra a volte a “bocca di lupo”. Su un muro di Santa Maria della Pietà, manicomio di Roma, c’è scritta la frase del titolo. Caro lettore, sei d’accordo che da vicino nessuno è normale? E poi che cosa significa “normale”? Più o meno agitato? Più o meno ragionevole? Più o meno preoccupante? Più o meno pericoloso? Cosa?

Nel periodo fascista i ricoverati passarono da circa sessantamila a oltre novantamila. I regimi totalitari hanno sempre usato i manicomi, per attestare la follia degli oppositori, che non vanno mai considerati come umani, ma semplicemente sedati. In qualche modo con i farmaci, e/o con la contenzione e/o con l’elettroshock. Non cito neppure i regimi cui mi riferisco, che il mio buon lettore conosce, e il giovane, se apre queste pagine, è bene che studi.

Leggo sulla Treccani “In psichiatria la terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello.”

Si tratta di una tecnica terapeutica sviluppata negli anni ’30 dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini. La letteratura specifica indica nella TEC una modalità terapeutica particolarmente indicata in tutte le psicosi da shock (melanconie, manie, deliri, legate a shock morali intensi, cioè quello che oggi chiamiamo “disturbo post-traumatico da stress“, nelle quali “avrebbe un successo del 100% con una media di 6-8 sedute; 80% di successi nella depressione, psicosi maniaco-depressiva e negli stati confuso-onirici di origine tossica (alcol), tumorale, infettiva; di contro, riporta come nelle patologie croniche, soprattutto se legate a danni fisici in ambiti localizzati del cervello, come le schizofrenie, demenza, ritardo mentale, autismo, epilessia, gli insuccessi e le remissioni superano i successi, giungendo al risultato che l’automatismo mentale indotto dalla crisi convulsiva sembra meglio influenzato se il disturbo è di origine ambientale, tantopiù se recente. Per questi motivi la TEC era considerata la terapia d’elezione per la depressione e le patologie ad essa correlate, piuttosto che per altri tipi di patologie, specie neurologiche. Per questo la TEC è stata usata non solo nelle patologie neuro-psichiatriche propriamente dette, ma anche in quelle psicosomatiche (derivate ossia da eventi ambientali vissuti): asma, eczemi, psoriasi, prurito di Hebra, dermatite seborroica, con risultati spesso favorevoli.” (dal web)

Un giorno o l’altro, caro lettore, parlerò qui di codesta terapia, che in una fase della mia vita, ho osservato molto da vicino, dolorosamente.

Un video sul web mi illumina su come si può curare il disturbo mentale. X è stata curata in Italia e in Germania, ma in Italia la sedavano e la tenevano reclusa, mentre in Germania poteva socializzare dipingere, fare teatro, sentirsi utile e anche… bella. L’autostima, crollata a terra dopo l’aggravarsi di un disturbo bipolare in schizo-affettivo, è di nuovo tornata, per una vita “normale”. Ecco, una “vita normale”. Che cosa è una vita normale? Chi è “normale”, cioè secondo norma? Sappiamo che norma, dal greco antico nòmos, significa legge, ma è possibile parlare di legge in questo caso? E’ ragionevole legiferare sulla mente e sul suo funzionamento? Siamo sempre ancora all’eterna questione tra visione biologistica e psico-spiritualistica. A seconda degli autori, siano essi antropologi, filosofi e psicologi, psichiatri o neuro-scienziati, si oscilla tra un polo e l’altro, come spesso in questo sito ho proposto in dialettica.

Chi sostiene che è tutto un problema di lobi orbito-frontali e di neuro-trasmettitori, dopamina, ossitocina, serotonina, etc., più o meno regolarmente funzionanti, non accetta molto volentieri le sottolineature di chi propone interventi più “umanistici”. Io mi colloco, ovviamente, tra questi ultimi, senza per nulla sottovalutare gli aspetti biologici. Noi umani siamo certamente delle bio-macchine, ma anche anime incarnate. La signora X, di cui ho detto sopra, parrebbe confermare che serve anche la dimensione psico-spirituale, proprio come è sotteso dalla “riforma Basaglia”.

Che dire, infine? Che la nostra umanità animale possiede forse (io ci credo) anche la luce dello spirito, pensiero della nostra anima e di Dio. E qui permettimi, caro lettore, una sottigliezza teologico-semantica: questa espressione “di Dio” è un genitivo oggettivo, ma anche soggettivo, cioè significa sia “pensiero di Dio”, cioè attribuibile a Dio, sia pensiero di Dio come un “pensare a Dio”. Bello, no?

E qui finisco nel silenzio della dies dominica.

U-topie, eu-topie, dis-topie

L’utopia, come ci raccontano -ognuno a modo suo- Platone, Thomas More, ma anche Tommaso Campanella, Etienne-Gabriel Morelly, Rousseau, Fourier, Saint-Simon, Proudhon, Francesco Guccini e qualche altro, faccio per dire sorridendo, come quelli del Movimento 5s di questi anni, è l’isola che non c’è, in greco il non-luogo.

In questi giorni i seguaci di Grillo non riescono neanche a contribuire a fare un Governo della Repubblica, farfugliando proposte ignoranti in mezzo a parlari (chiedere a Di Maio se sa che cosa significa “parlari”) incompetenti e dannosi, e pretendono di avere u-topie socio-politiche. Ora che poi è tornato in campo anche il ciondolante e irridente Dibba, stiamo freschi, lui, meno male che almeno è laureato al DAMS, e non come Fico, laureato nella più improbabile ed elementare disciplina accademica degli ultimi trent’anni, Scienze della comunicazione, in ogni caso due leggerezze. Se uno vuol fare politica o giornalismo e comunicazione, si iscriva a lettere, o a filosofia o a psicologia, o anche a scienze politiche, ché almeno lì il curriculum studiorum è decente, ancora, ora che la ignorantissima ministro (non “ministra”, aoh Boldrina!) Fedeli è scomparsa alla vista nostra.

Il grande filosofo ateniese, che meriterebbe in tema qui un trattatello, ma non mi ci metto, scrisse di utopie quando parlò della terra di Atlantide nel Timeo e nel Crizia, come luogo in cui l’uomo aveva trovato il modo di vivere in pace ed equilibrio. In ogni caso Platone merita sempre la massima attenzione, perché, con il suo allievo Aristotele, ci ha insegnato nientemeno che a pensare, qui in Occidente. Di tempi in cui i pensatori pare siano ragazzotti presuntuosi che tentano di fare politica, è una consolazione tornare al pensiero dei sommi greci, da cui io non mi sono mai staccato.

A proposito, sono disponibile con caritas intellectualis (espressione di Joseph Ratzinger, che Salvini cita lodandolo, perché lo ritiene di destra, ma di cui non ha certo letto neppure un rigo) per Salvini e Di Maio, a spiegargli qualcosa, se vogliono e se si accorgono della loro miseria mentale e culturale. Potrei fare da tramite tra Atene e Milano e Napoli.

Il politico inglese More, amico di Erasmo da Rotterdam, non aveva accettato in qualità di Lord Cancelliere l’Atto di Supremazia con il quale re Enrico VIII aveva voluto staccarsi dalla giurisdizione papale in fatti di religione, per cui infine il re era riuscito a farlo condannare e decapitare, anche perché, non condivideva la scelta del re stesso di cambiare moglie divorziando da Caterina d’Aragona per scegliere Anna Boleyn, con cui aveva fatto un figlio. Il More ci presenta un’utopia politica e sociale straordinaria. che, caro lettore, ti prego di cercare sul web. Utopia, come scrive lui nel trattato omonimo, sarebbe stato un luogo nel quale tutti gli uomini avrebbero potuto vivere insieme nella giustizia e in pace e, siccome non c’è pace senza giustizia…

Tommaso Campanella, al secolo Giovan Domenico Campanella, noto anche con lo pseudonimo di Settimontano Squilla (Stilo, 5 settembre 1568 – Parigi, 21 maggio 1639), è stato un filosofo e teologo. Frate Tommaso Campanella, fu un uomo geniale che dedicava i suoi scritti a qualche autorevole cardinale, come fece con il suo capolavoro La Città del Sole, ipotesi di stato ideale per pratica della giustizia nella pace, invece di opporsi frontalmente come fece il suo confratello Giordano (Filippo) Bruno da Nola, che fini sul rogo nel febbraio del 1600 a Roma, in Campo de’ Fiori. Torturato più volte nel corso di ben cinque processi civili ed ecclesiatici, fra’ Tommaso è riuscito a morire nel suo letto a Parigi, protetto dal cardinale Richelieu.

Prima di Marx e Engels e del loro pensiero denominato materialismo dialettico e socialismo scientifico, in realtà portato filosofico del maggiore idealismo tedesco, dobbiamo ricordare i numerosi socialisti utopisti che dalla Rivoluzione Francese in poi caratterizzarono il pensiero politico e l’azione anche rivoluzionaria francese, e tra altri ricordo Gracchus Babeuf, Filippo Buonarroti, il conte di Saint-Simon, Fourier, Pierre-Joseph Proudhon.

Ad esempio, François Marie Charles Fourier (Besançon, 7 aprile 1772 – Parigi, 10 ottobre 1837) ispirò la fondazione della comunità socialista utopista chiamata La Reunion sorta presso l’attuale Dallas in Texas, oltre a diverse altre comunità negli Stati Uniti d’America (tra le quali ricordiamo Brook Farm, fondata nel 1841 vicino Boston e sciolta a seguito d’un incendio, nel 1849).

Oppure, Claude-Henri de Rouvroy conte di Saint-Simon (Parigi, 17 ottobre 1760, 19 maggio 1825), filosofo. Considerato il fondatore del socialismo francese, partecipò alla Guerra d’indipendenza americana, combattendo agli ordini di La Fayette.

E infine, Pierre-Joseph Proudhon (Besançon, 15 gennaio 1809 – Passy, 19 gennaio 1865) è stato un filosofo, economista, sociologo, saggista ed anarchico francese.  Proudhon è stato il primo ad attribuire un significato positivo ai termini “anarchia” ed “anarchico”, sino ad allora considerati soltanto in negativo, di caos e disordine. Secondo il rivoluzionario francese lo stesso simbolo della A cerchiata significava “l’Anarchia è Ordine”, mentre proponeva la massima, ripresa e resa poi celebre da Karl Marx, “La proprietà privata è un furto”. Attivo durante il breve periodo della Seconda Repubblica francese, sorta a seguito dei moti del 1848, Proudhon teorizzò il sistema economico libertario-socialista noto come mutualismo.

U-topie generose, anche se molto intellettualistiche e a volte un poco cervellotiche, ma interessanti per generosità di intenti e gravità etica. In qualche modo da ammirare.

Di Francesco Guccini non occorrono presentazioni, perché è forse più famoso dei precedenti tra noi contemporanei. Le sue utopie sono canzoni come La Locomotiva o L’isola non trovata, per dire che anche la canzone può evocare l’utopia, anche meglio della propaganda politica.

La democrazia diretta dei grillini, invece, è un’utopia pericolosa e, se attuata anche in minima parte, perniciosa, cioè velenosa, in quanto stupida e irrealistica. Come si fa a pensare di sostituire la democrazia parlamentare con poche migliaia di clic su una piattaforma informatica gestita da una Società a responsabilità limitata privata, denominata “Rousseau”, fondata da quel gran intellettuale noto per imprecisati studi socio-politici che era Gianroberto Casaleggio e dal suo figliuolo, e prescelta dal garante e padrone del movimento e dei capi politici di volta in volta da lui stesso indicati, il comico genovese dal nome entomologico?

La terza repubblica sarebbe questo? L’utopia? Oppure si tratta di una dis-topia, cioè di un disastro? E dunque, lasciamo perdere questi non-luoghi, anche quelli di buone intenzioni come i sogni di More, di Campanella e dei socialisti ottocenteschi, e stiamo pazientemente nella verità faticosa di ogni giorno che viene, caro amico lettore.

Il vento dell’Epiro

Otto mesi è più son passati dall’ultima venuta mia nel Meridione che più amo, la Puglia, frontespizio di Balcania, da cui la separa un mare stretto fino a sessanta miglia, a Otranto. Lungo il mare si cammina dopo la cena sobria consumata All’Ancora, con Salvatore e Davide, e il vento soffia dall’Epiro, dal paese delle aquile, come si chiama l’Albania, l’altra sponda.

C’è un vento che viene da est-sud-est e lo chiamiamo dell’Epiro, perché viene da quei monti, traversando il braccio di mare, che dalla costa barese sembra immenso, poiché non si vede l’altra sponda. Si deve pensare a ciò che potevano cogliere gli antichi abitanti, di qua e di là del bracci d’acqua, loro pensavano certamente a un Mare-Oceano, infinito, arduo e pericoloso per i loro piccoli legni galleggianti, che pure osavano mettere in acqua con remi e con vele grezze di canapa o lino. San Paolo era di mestiere un tessitore di vele e affrontò il mare naufragò presso Malta in uno dei suoi viaggi, rischiando la vita per Cristo.

La primavera è arrivata con il vento con piovaschi rari, annunziando una stagione piena di sole, quando sulle rocce del mare miriadi di umani si accalcheranno con i loro tavolini, i loro pasti, il gridìo di mille voci di animali umani e animali animali.

Il cammino è dolce, e si vorrebbe continuare fino a Bari, ma si farebbe notte fonda, e dopo sei chilometri si torna a dormire al Riva del Sole, che è sul mare e ben promette per l’estate.

Tornare all’azienda che seguo da ventitré anni ha una valenza simbolica importante, per me: è dire che la vita continua, il lavoro continua, il futuro è da costruire insieme con chi mi sta vicino e crede in me. Il vento veniente mi pare come un annunzio, un presagio, un incontro energetico che parla parole misteriose e profonde, indicibili col linguaggio umano, quasi la ruah biblica, cioè il soffio dello spirito, lo stesso che percepisce il profeta Elia tra le fronde degli alberi (1 Re 19, 9-13 ), un soffiar leggiero che scuote le fronde senza romperle. Elia non percepisce Dio nel tuono, nel lampo o nel terremoto, ma nel vento leggero che soffia, quasi un sussurro, perché Dio è discreto e non si ingerisce nella volontà umana, ma la rispetta solo suggerendo qualcosa, per chi sa e vuole ascoltare, con la coscienza, dove può remotamente sempre risuonare (cf. J. M. Echkart).

Ecco che il vento si fa a volte più forte e a volte si frena, quasi a voler lasciarmi pensare, mentre alterniamo discorsi a silenzi, come sempre si dovrebbe far nel cammino e nella vita. Anche il silenzio scandisce la musica, l’intervallo, l’attesa di ciò che vien dopo, che non si sa prima, ed è giusto così, perché tutto va in-ventato, cioè trovato, come insegna l’etimologia latina del verbo in-venire (trovare). En castellano se dice encontrar, sia trovare, sia incontrare. Che bello!

Come per dire che la vita ha le sue discontinuità, le sue gioie e i suoi dolori in alternanza, che non esiste una linea dritta, o la cosiddetta felicità, che è un falso pericoloso concetto. Accettare le cose senza chiedere nulla, ecco quello che sto imparando, non desiderare ciò che non c’è, ma può tornare, se rispetto i tempi che il destino e la sorte mi hanno riservato, un po’ come insegna il Maestro Siddharta Gautama, il Buddha.

Due giorni intensi di lavoro con le Risorse umane, colloqui, laboratori-seminari di formazione, incontro sindacale per aggiornare sulla situazione aziendale, che è migliorata, grazie al lavoro che è tornato, alla fiducia della Proprietà che ha confermato il proprio impegno, all’innovazione e alle nuove tecnologie e alla motivazione dei lavoratori, elemento fondamentale per andare avanti e salvaguardare il business.

Il mare ha onde lente che il vento quasi accarezza, mentre la sera viene lentamente e alle venti passate c’è ancora luce resistente, nuvole insistono all’orizzonte mentre indugiamo prima della cena, senza fretta, calmi in un ordine naturale. Anche Gaetano, il tecnico delle rettifiche, si è aggregato a noi, con discorsi tra il familiare e il lavorativo, buoni. Nel frattempo sappiamo che la politica indulge in altre lentezze e povertà miserande, mentori e campioni i 5Stelle, poveretti. Fuori di testa, oramai senza bussola, con il loro sedicente capo che si permette di dire al PD “la pagherete“, con linguaggio mafioso. Alla buon’ora che se ne vadano questi ignoranti-ingenui, se il popolo lo consente.

Tornando alle nostre belle cose, che è meglio, stasera osservo come tutto può cambiare in breve, finalmente anche in positivo. Ad esempio, l’incontro sindacale si è svolto in un clima di grande attenzione e rispetto reciproco, dove ognuna delle parti, rimanendo sul suo, obiettivi aziendali condivisi, ha svolto un ruolo per un miglioramento continuo e insieme elemento di conferma dell’investimento da parte dell’Azionista, il quale può sopportare delle perdite, ma non sine die, poiché a un certo punto bisogna invertire la rotta e re-iniziare a realizzare risultati positivi. Anche i temi della tutela della salute e sicurezza del lavoro, legati, sia ai comportamenti dei singoli lavoratori, sia al miglioramento tecnologico ed ergonomico, stanno muovendosi verso il positivo, riducendo lentamente anche lo stress correlato al lavoro. Tutto bene, dunque? Certamente no, ma abbastanza per far crescere la fiducia in tutti coloro che sono onesti intellettualmente, operai, impiegati e dirigenza.

Un’ultima considerazione relativa a questo viaggio nel “vento dell’Epiro”. Con tutti i lavoratori si sono fatti eventi seminariali di formazione sui temi etici, valoriali e comportamentali, con un’attenzione e partecipazione eccellente.

E ora alla prossima, ché la “fontana delle idee” proveniente dalla Murgia e i “doni del mare” prospiciente ci aiutino. Il 4 giugno, se Dio vuole, saremo di nuovo giù, per continuare questo bellissimo lavoro. Grazie a Dio e alla buona volontà di ciascuno di noi.

La maieutica, o capacità di e-ducere, cioè di “educare” o trarre il meglio da ogni persona, contro il nichilismo, o inclinazione al male, di ogni genere e specie

Caro lettore,

abbiamo sempre e comunque, ognuno di noi esseri umani, dentro di noi risorse da e-ducere, da tirar-fuori. Questo lo sapeva mia nonna materna così come i grandi filosofi greci, da Socrate in poi. Platone chiamava maieutica la capacità e l’arte di trovare le forze le conoscenze per combattere e vincere il pessimismo, la negatività e il nichilismo, partendo dall’interiorità di ogni persona, che può esprimersi in ogni caso nel modo migliore, ovvero può migliorare senza fine, quasi come “inseguendo” un asintoto matematico. Educare è sinonimo di togliere-fuori, dal verbo latino e-ducere, ex-ducere, è cercare e trovare le risorse migliori di una persona, è individuare una pista di crescita spirituale, cioè cognitiva e morale insieme.

Inoltre, vi è anche un rapporto diretto, secondo Platone, tra i concetti di maieutica e di anamnesi (cf. l’episodio narrato nel Menone XV 81c-XIX 85b) del giovane schiavo che, sollecitato da Socrate, riesce a dimostrare un teorema di geometria che non ha mai studiato. “Socrate glielo fa ricordare con la sua arte maieutica, in base al presupposto platonico dell’eternità delle idee matematiche: la teoria dell’anamnesi (reminiscenza) spiega la presenza di opinioni vere nell’anima di colui che ignora.

In proposito si può consultare anche il passo del Teeteto, in cui Socrate paragona la sua all’arte delle levatrici, anche nel senso della sterilità a cui il dio lo condanna rispetto alla produzione di un sapere determinato.” (dal web)

Un altro tema è quello del contrasto tra amicizia e inimicizia: esse non possono co-esistere nella stessa anima, poiché la prima esclude la seconda, come è ovvio, anche se non sempre e per tutti. Con ciò non voglio significare che dobbiamo per forza essere amici di tutti, ma che possiamo escludere dai nostri sentimenti quello dell’inimicizia, perché dannosa in sé, non produce nulla essendo negativa, produce pessimismo e nichilismo.

Un altro aspetto di questo contrasto tra positività e negatività obiettivamente nichilista, ad esempio, è il razzismo sotteso al concetto di Untermensch, cioè sotto-uomo, né essere trattato come tale, e ciò è avvenuto nel cosiddetto “secolo breve”, soprattutto sotto il nazismo.

Remo Bodei, in un suo bel saggio pubblicato sul Sole 24Ore della Domenica del 22 aprile 2018, spiega che la dizione classica-scolastica omnis determinatio est negatio, cioè ogni determinazione è negazione, vuol significare che -metafisicamente- negare che una cosa sia qualcosa non è “parlarne male”, ma semplicemente determinare ciò-che-è e, di converso, ciò-che-non-è. L’ente, dunque, e il ni-ente, che non è la negazione del bene, ma dell’ente, senza che ciò presupponga un giudizio morale, poiché si tratta di un giudizio metafisico. In metafisica il nulla si può dare, come sappiamo, mentre in logica no, perché anche il nulla in quanto termine-dicente-nulla ha una consistenza semantica. Dobbiamo sempre vigilare sui linguaggi e distinguere gli ambiti nei quali giudichiamo le cose del mondo e la nostra stessa vita.

Ora, caro lettore, ti propongo due casi di difficile lettura in tema di rapporto tra negatività e positività, e quindi tra nichilismo e crescita:

  • quello di Alfie, il bimbo inglese affetto da una rara malattia, il cui destino è stato deliberato da un tribunale, mentre la nobile Repubblica italiana gli ha concesso la cittadinanza per consentire il ricovero all’ospedale Bambin Gesù di Roma. Che dire? Si tratta con questa decisione italiana di salvare una vita con i mezzi e le tecno-scienze disponibili, oppure di accanimento terapeutico? E’ posizione nichilista “staccare la spina” come hanno deliberato i giudici del Regno Unito (decisione per il momento sospesa, poiché -sorprendentemente- il bimbo respira… da solo), ovvero è illusorio e crudele fare di tutto per prolungare una vita così debole, una persona di ventitre mesi affetta da un male sconosciuto? Non lo sappiamo noi qui, disinformati e distanti. Quello che è certo è senz’altro difficile da comprendere per assumere una deliberazione razionale e moralmente plausibile, se si ritiene che la vita umana abbia un valore.
  • Quello della bimba torinese, cui il Tribunale locale ha riconosciuto di avere “diritto” (si fa per dire) a due “mamme”, la mamma naturale e la compagna della mamma naturale! Ora, si deve sapere che il Codice Civile italiano, all’art. 269, datato 1942, ma ancora totalmente in vigore, parla di padre e madre come maschio e femmina, in questo modo: “La paternità e la maternità (naturale) (1) (2) possono essere giudizialmente dichiarate nei casi in cui il riconoscimento è ammesso.  La prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo.  La maternità è dimostrata provando la identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre (3).  La sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità (naturale) (4).” Allora, la prima domanda che ci si può fare è la seguente: da un punto di vista della gerarchia giuridica, conta di più il Codice civile di una Nazione oppure la sentenza di un giudice? La domanda mi par retorica: penso che il Codice civile prevalga, e allora che succede? Certamente che il diritto viene fatto anche dalla giurisprudenza, che modificandosi nel tempo per ragioni socio-culturali ed etico-politiche, contribuisce a modificare la legislazione, ma in questo caso specifico, come funziona? La seconda: chi tutela i diritti di questa bambina? Chi le impedisce di avere un padre, che sia riconoscibile dagli attributi sessuali primari e secondari, cioè dall’aspetto maschile e dal suo comportamento da papà? Anche se sappiamo che vi sono padri degenerati e assassini, ma questo non riduce l’oggettività naturale, culturale, psicologica e affettiva del ruolo paterno. Che cosa risponderà quando tra un paio d’anni alla scuola dell’infanzia le chiederanno i compagni, vedendo magari alternativamente ciascuna delle due “mamme”, “dov’è tuo papà, non viene mai a prenderti lui?”; forse che lei risponderà che ha due mamme? E magari che una delle due è come se fosse il papà? Siccome in questo post parliamo di nichilismo e di maieutica, come la mettiamo? Non è che questa deriva “dirittistica” (horribile dictu) ci porta direttamente e indefettibilmente a una forma di nichilismo cognitivo e morale? Cosa vuol dire “diritto” in questo caso? Stiamo parlando di diritto in che senso? Come facciamo a pensare che sia un diritto essere mamma insieme con un’altra mamma, negando al bambino il diritto di avere un papà.
  • Forse, appunto, la maieutica che insegnava Platone, cioè un tirar-fuori ragionevolezza logica e senso etico, potrebbe essere il metodo in grado di rimettere al centro le cose che veramente contano, cioè i valori, in un ordine gerarchico plausibile e ragionevole. Che ne dici mio caro lettor paziente?

Cambiando “ambiente”, mi vien da sorridere se facessimo questi discorsi con un Di Maio o un Salvini, che sono delle nullità, ma non sono un nulla, né logico, né metafisico: sono un qualcosa, anche se… molto poco.

Un’altra scienza da interpellare facendo questi discorsi è la matematica e più precisamente l’algebra, dove la negazione della negazione non è un rafforzativo della negazione, ma una affermazione!

Un’ultima ancora riguarda il dottor Franco Basaglia e l’istituzione totale del manicomio, che lui con il suo lavoro ha contribuito a smantellare, citando l’art. 32 della Costituzione Moro, con La Pira, Togliatti e Calamandrei  che recita al secondo capoverso “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana“.

L’istituzione totale del manicomio, il nazismo, ogni forma di razzismo e totalitarismo, la violenza omicida insensata di fanatici di ogni genere e specie, l’imbroglio, la truffa ai deboli, il disprezzo dei poveri, e così via, sono tutti modi che l’uomo ha di declinare il nichilismo, l’amore del male (paradossale!), l’amore del nulla ché il nulla è, alla fine, solo una parola, che esiste ma non è. Come il male.

Strange Days e Giobbe, il muto profeta

Strani giorni  è un film di Kathryn Bigelow del 1995, con Ralph Fiennes e Angela Bassett, un film capace di specchiare le vite nelle vite degli altri, e in playback, musica a manetta su false vite a Santa Maria de los Angeles, dove diveggiano cantanti rock malati, come la politica italiana attuale nella vergogna. Visto una delle sere scorse. Fantasy con la violenza intrinseca della vita contemporanea, notturno, apparentemente senza capo né coda, ma non è così.

Squallida fantasy e vergogna , invece, a quel nesci di Di Maio, senza nervi e senza rughe, vergogna a quel gran salame di Salvini, una coppia intrinsecamente bolsa e comprensibile solo alla luce di questi strani giorni. Strange days.

Per consolare i miei lettori ora riporterò due testi bellissimi, il primo di sublime e beata speranza, tratto dall’evangelo secondo Matteo al capitolo quinto, notissimo, scuola e indirizzo per ogni buona vita, il testo de le Beatitudini, e il secondo di politica fine e garbatamente elevata, quella del Partito Radicale italiano, del cui Statuto il preambolo è meraviglia etica e politica.

 

Le Beatitudini – Mt. 5,1-12

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli./ Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati./ Beati i miti, perché avranno in eredità la terra./ Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati./ Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia./ Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio./ Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio./ Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli./ Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,/ diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia./ Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.”

Per un’etica della vita umana, ma anche  per l’intelligenza, bastano le Beatitudini, che Matteo mette in bocca al Maestro come ammaestramento definitivo, sufficiente e sovrabbondante per ognuna delle nostre vite, caro lettore. Beatitudine come distacco dagli affanni e immersione nella giustizia, nel senso biblico del termine. La giustizia biblica nulla ha di giuridico, occidental-illuministico o dirigistico, poiché si innesta nell’armonia di vissuti naturali, come interpretasse la verità delle vite, senza sforzo alcuno… ed è così: la tà Biblìa è, non a caso, il libro dei libri, scritto in non meno di mill’anni da decine di autori sconosciuti, dai grandi re Davide e Salomone, dal grande profeta e poeta Isaia e dai suoi sodali e successori Geremia, Ezechiele, Osea, Zaccaria, Malachia, e così via. Rima inutile ma bellissima.

Beati i puri di cuore, e che significa se non che la trasparenza illumina di luce ogni cuore? Beati i poveri in spirito, e che significa se non che nulla di posseduto è importante? Beati coloro che piangono e che significa se non che verrà pure la gioia? Beati i miti e che significa se non che non occorre l’arroganza, mai? Beati gli assetati e affamati di giustizia, e che significa se non che la giustizia, intesa come armonia, verrà? Beati i misericordiosi, e che significa se non che vi sarà un giusto contrappasso di misericordia? Beati gli operatori di pace, e che significa se non che il loro nome sarà quello di “figli di Dio”? Beati i perseguitati per la giustizia, e che significa se non che il loro sacrificio e anche il loro dolore sarà riconosciuto come merito? Beati coloro che riceveranno insulti e persecuzioni e male parole come maldicenze e calunnie, e che significa se non che saranno premiati con la Visione beatifica di Dio stesso?

Beatitudini come linea guida, sottile linea rossa dell’esistenza, come responsabilità individuale e capacità di scelta.

E ora, dalle Beatitudini a un testo che -apparentemente- può essere considerato campione di una laicità quasi contraltare dello scritto matteano, ma non è così, perché può essere, invece, giustapposto, quasi come traduzione contemporanea della sapienza sociale trasparente dal Nuovo testamento, così come proposto dall’evangelista. Il linguaggio del preambolo è chiarissimamente attuale, ma si fonda sulla sapienza antica e immortale del Libro dei Libri, il

 

Preambolo allo Statuto del Partito Radicale Trans-nazionale trans-partito

Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni, proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge. Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all’attiva difesa di due leggi fondamentali quali: La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi. Dichiara di conferire all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

Ecco, quanti richiami evangelici se si legge di “(…) supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge (…) Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, (…) ai Diritti della Persona (…) Dichiara di conferire all’imperativo del non uccidere valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa“.

Il verso dell’umano è questo, laico e cristianissimo, evangelico e contemporaneo. Che differenza c’è parlare di beatitudine o di speranza? La speranza è virtù e passione, e questo è vero e valido, sia per la dottrina evangelica sia per quella politica laica e socialista. Io mi ci riconosco in entrambe. E’ virtù legata alla beatitudine (la beata speranza) ed è passione come aiuto indispensabile alla buona vita, contro ogni di-sperazione.

Infine, il romanzo di Mendel Singer, il Giobbe rothiano che riceve dal Signore ogni prova della vita, prima di avere il suo premio. Caro lettore, ti raccomando sommessamente di leggerlo, ché ti giova, affinché tu possa constatare per conto tuo come l’Incondizionato pre-vede mentre tu pro-cedi, e ascolta chi inter-cede per te con l’amore, la speranza e la preghiera, potentissimo ausilio e silenzioso ristoro dell’anima.

In Siria si gasano popolazioni inermi (forse), si scagliano missili, e dunque: come si sta in Italia senza Governo, mentre il mondo va avanti con semi-guerre e diplomazie ambigue?

Trump, Macron e Theresa May lanciano nella notte un attacco ai centri di ricerca e stoccaggio di armi chimiche in Siria (pare sia così, sperando non si tratti della fotocopia della gran bufala di Tony Blair vs. Saddam Hussein del 2003), mentre i Russi protestano e non si sa che cosa potrà accadere. In realtà la posta in gioco è l’egemonia politico-militare sul Vicino Oriente. Francia e Inghilterra non “possono” stare fuori dai tempi di Sykes-Picot, gli Americani per ragioni legate alla geo-politica globale (Trump o non-Trump), La Russia non molla gli spazi conquistati sulla costa orientale del Mediterraneo e desidera mantenere le basi militari di Tartus (l’antica Tortosa dei crociati) e Latakia (l’antica Laodicea di san Paolo e di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia). In questo scenario Arabia Saudita, Israele, Iran e Turchia non stanno a guardare: l’intreccio è complicatissimo e contradditorio. E l’Italia, con Gentiloni in prorogatio e la politica nel grottesco, o quasi? In questa situazione, nessuno parla più di Brexit, del colonnello russo avvelenato, dei guai di Trump, etc. L’Occidente si ricompatta? No, è una fase tattica.

La domanda che si può fare il culto e l’inclito, il neutro o il filo-russo, il filo-americano e l’europeista: si sta meglio a interpretare il ruolo da protagonisti-aggressivi à la Macron, se pur oramai nel piccolo di quasi ex potenza, o il ruolo da deuteragonisti come l’Italia, che è guidata da un Governo attivo “per gli affari correnti”, ma non riesce, imitando altre grandi e meno grandi nazioni europee, a mettere insieme un Governo derivante dal risultato elettorale del 4 marzo scorso?

IN SIRIA (pezzo che ho inviato a Filosopolis, blog del mio amico filosofo Neri Pollastri stamattina)

La Siria fa parte, dopo essere stata culla dei linguaggi sillabici (Ebla, Ugarit, etc.) e parte di quella “Mezzaluna fertile” dove iniziò un pezzo di civiltà, in ogni senso si intenda questo termine, scrittura, appunto, sedentarizzazione di popolazioni significative, fondazione di città, origine di un’agricoltura intelligente con un uno “sfruttamento” altrettale delle non molte risorse idriche, e altrettanto si può dire per un artigianato e per arti figurative di livello eccellente (si contempli Palmira, per citare solo un luogo), etc., è stata con l’area palestinese che va dalle alture di Golan, dove pare sia stata collocata la cittadina di Cana (cf. Giovanni 2, 1-10), che non si troverebbe dove ora ti portano le guide se vai in visita ai luoghi di Gesù di Nazaret, al deserto del Negev, la culla del primissimo cristianesimo.
Anche san Paolo, che era di Tarso, un po’ a Nord, sotto i monti del Tauro e oltre il fiume Oronte che scorre ad Aleppo (!), città “romana” (oggi diremmo “turca” o jazida?) passò per la Siria più e più volte. Anzi, non era forse diretto a Damasco per perseguitare i seguaci del nazareno quando incontrò in qualche modo il Maestro? (vedi tela di pari tema, del Caravaggio, in Santa Maria del Popolo a Roma)
E potrei continuare, perché siro-palestinesi erano diversi personaggi di cui si parla in Giovanni e nei vangeli sinottici, etc. E, in seguito, altri “pezzi” della primitiva “grande Chiesa” erano di lì. Cito qui due o tre personaggi di tutto rilievo: Nemesio di Emesa (oggi Homs), vescovo e autore di un bel trattato di antropologia filosofica (Περὶ φύσεως ἀνθρώπου, cioè Della natura dell’uomo), Efrem il Siro, pensatore  e poeta di vaglia, Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, che scrisse una lettera alle sette chiese della zona, tra le quali Laodicea (l’attuale Latakia, così cara ai Russi odierni per la base militare che vogliono mantenere sul Mediterraneo!), e così via.
La Siria è culla importantissima di parte della nostra cultura cristiana indefettibile, caro Neri, oltre ad essere la terra bellissima e struggente che tu ben descrivi.

Mane diu, o mane Deo, come preferisci, mio caro Neri e caro lettore della domenica.

L’Agenzia delle Entrate e la mia progressiva e certa (eh eh) umanizzazione

Racconto odierno, via Mentana 6, Udine, Agenzia delle Entrate. Ieri ricevo una citazione per mancato pagamento delle imposte di registro per una sede di agenzia del lavoro di cui avevo curato l’apertura nel 1999. Avevo la delega della società interinale a trattare a nome e per  conto suo locazioni, selezione di personale amministrativo e commerciale, assunzioni, pagamenti etc. Tra il ’99 e il 2004 ho aperto o implementato sei sedi aziendali, tre in Friuli (Udine, Pordenone e Maniago) e tre in Veneto (Mestre, Treviso e Verona). Si trattava di una delle sedi friulane. Nel 2004 non ho continuato la collaborazione con questa Spa (anche perché seguivo altre aziende industriali e tenevo i miei corsi universitari), che l’anno dopo sarebbe stata venduta a una società austro-tedesca, in seguito fallita, e questo fatto, come leggerai più sotto, mio gentile lettore, influirà sulla vicenda che sto qui raccontando. Ho fatto per loro un ultimo lavoro, andando a Bucarest dove ho selezionato venti infermiere professionali romene, che -contentissime- lavorano tuttora in Friuli, assunte dal 2007 a tempo indeterminato. Anzi, me le sono trovate nelle terapie, quasi a far a gara ad assistermi. Grate, bellissimo. Ricordo che una di esse, quando a ottobre 2003 percepì il primo stipendio italiano, al netto 1.450 euro, mi chiamò piangendo per dirmi che quei soldi in Romania li prendeva in un anno di lavoro. Bene. Il guaio che ha provocato la mia chiamata di correo dall’Agenzia delle Entrate per non aver pagato le tasse di registro è stato causato dalla mancata comunicazione della mia  cessazione di responsabilità da parte della società che mi aveva delegato a rappresentarla nel Nordest, per cui il mio nome risultava come soggetto tuttora operante.

Spiego ai due impiegati allo sportello, esibendo gli incarichi societari iniziali e successivi, loro analizzano lo strano caso e mi dicono: possiamo fare due cose, la prima è che lei vada a … (la località friulana dove avevo aperto la sede locale), parli con i colleghi che avvertiamo subito e, siccome lei è già qui potrebbe compilare la domanda di pagamento della sanzione (515 euro!), con riduzione di una parte (65 euro) per “ravvedimento operoso” (pensa, gentile lettore, io che mi ravvedo di una violazione amministrativa che non ho mai commesso, di fatto e, te lo dico subito, un anno fa, alla ricezione della busta verde sarei andato su tutte le furie… ecco che sono cambiato), e pagamento in tre rate di 150 euro a ottobre, dicembre e febbraio 2019. Accetto, compiliamo la domanda, firmo, mi danno una copia, li ringrazio e li saluto cordialmente, e me ne vado quasi fischiettando. Chi mi conosce dei miei lettori, dico personalmente, potrebbe pensare che sono diventato matto, Renato è irascibile e anche un po’ violento di natura, nonostante la… cultura. Io sono un uomo del popolo, figlio di Pietro operaio, plurilaureato e dottore di ricerca, ma un po’ selvaggio di carattere.

Per te che leggi, e anche per memoria mia, prima delle considerazioni finali, le più importanti, dico due parole sull’Agenzia delle entrate:  è una struttura pubblica dedicata a svolgere funzioni relative ad accertamenti e controlli fiscali nella gestione dei tributi. Ha l’obbligo istituzionale di  garantire gli adempimenti fiscali previsti dalla legge da parte dei cittadini; si occupa inoltre del catasto e dei servizi geotopocartografici e di quelli relativi alle conservatorie dei registri immobiliari, con il compito di costituire l’anagrafe dei beni immobiliari esistenti sul territorio nazionale sviluppando, anche ai fini della semplificazione dei rapporti con gli utenti, l’integrazione fra i sistemi informativi attinenti alla funzione fiscale ed alle trascrizioni ed iscrizioni in materia di diritti sugli immobili. Il contenzioso tributario è trattato di fronte alle commissioni tributarie, mentre la riscossione non volontaria viene effettuata dall’agente della riscossione. In sintesi, parafrasando ciò che si trova sul web, ma + affidabile, dice chi è del mestiere.

Nella mia vita personale e professionale non ho mai risparmiato critiche anche feroci al pubblico impiego, sempre auspicando e battendomi sindacalmente e nella formazione per una modifica radicale degli ordinamenti contrattuali della Pubblica amministrazione. In sintesi ho sempre detto e scritto che i pubblici dipendenti debbono avere una normativa di legge e di contratto come i dipendenti delle aziende private, operai, tecnici, impiegati e quadri, ed essere posti sotto l’egida della Legge 300/ 70 “Statuto dei diritti dei lavoratori“. Ma questi lavoratori dell’Agenzia mi sono sembrati diligenti, attenti ed efficaci come impiegati del settore privato, come amministrativi di un’industria metalmeccanica, ambienti che ben conosco e seguo dalla Danieli in poi. E prima nei vari ruoli sindacali avuti.

Durante la feroce crisi generale iniziata nel 2008 e durata fino a… oggi, per certi aspetti, sia come uomo d’azienda sia come consulente filosofo ho affrontato tanti casi di persone in gravissime crisi esistenziali: padri di famiglia che avevano perduto il lavoro, lavoratori sessantenni rimasti senza lavoro a cinque anni dal pensionamento ex legge Fornero, giovani che non trovavano lavoro, imprenditori travolti dalla crisi e famiglie di imprenditori che si sono suicidati. Una di queste famiglie la ho seguita per un anno intero, visitando casa loro una volta alla settimana, sostenendo la vedova e i tre figli: alla vedova e a un figlio ho trovato lavoro, al figlio minore ho fatto lezioni di latino portandolo dal quattro al sette in terza liceo scientifico, ho accompagnato la figlia maggiore più volte in tribunale per dirimere cause di affido dei due figli avuti da padri diversi. Tante cose, nella crisi, ho affrontato con determinazione, pazienza, e anche rabbia, sempre controllata.

Poi, alla fine dell’estate scorsa mi sono ammalato, ho combattuto, sempre lavorando, studiando, pregando, scrivendo, insegnando, con la solidarietà di molti, che mi ha sostenuto e contribuito a debellare il tumore insieme con i farmaci. Io sono cambiato sotto il profilo umorale-relazionale, sono migliorato, sono più paziente, più dialogico, più efficiente anche se soffro ancora non poco. Riesco a comprendere meglio e di più gli altri: la sofferenza mi ha dato nel concreto quello che gli studi filosofici non mi avevano dato. Mi dicono perfino che le mie lezioni e le mie conferenze sono più belle ed efficaci di prima. Sta per arrivarmi il link di una conferenza fatta al CRO di Aviano sul Valore morale del dolore che ti renderò noto, caro lettore. Un uomo migliore, spero, anche per chi mi conosce e mi legge qui. Grazie, grazie, grazie a tutti, e all’Onnipotente Dio che mi guarda come si guarda un figlio.

La foresta di Arenberg

La Parigi-Roubaix è il mito del ciclismo da centosedici anni, caro lettore. E’ stata vinta da alcuni tra i più grandi ciclisti di ogni tempo, soprattutto quelli polivalenti, cioè capaci di vincere sia corse a tappe sia corse di un giorno: citare qui nomi come quelli di Henry Pelissier, Fausto Coppi, Rik Van Steenbergen, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Walter Godefroot, Roger De Vlaemick, Felice Gimondi, Bernard Hinault, Sean Kelly, Francesco Moser, Johan Museeuw, Tom Boonen, Fabian Cancellara, fa venire i brividi, almeno a me. Su quasi duecentosessanta chilometri di gara da Compiegne, a nord di Parigi, fino al velodrome di Roubaix, almeno sessanta sono di pavé classificati in base al numero di stelle, da una a cinque. La foresta di Arenberg è uno dei settori più impegnativi, un “cinque stelle” come i tratti denominati Mons en Pévèle e Carrefour de l’Arbre.

Da cinquanta anni il tratto che taglia la foresta di Arenberg è stato introdotto nel percorso della Parigi-Roubaix. Il selciato è tremendo, in parte a schiena d’asino e in parte con delle salitelle taglia gambe, fangoso e viscido. Se non lo si affronta in testa o comunque mettendo una certa distanza dagli altri, si rischiano rovinose cadute, come quella che costò un ginocchio a Museeuw, vincitore della grande corsa per tre volte, come Francesco Moser. Insieme ad altre quattro grandi classiche, la Sanremo, al Liegi-Bastogne-Liegi, il Giro delle Fiandre e il Giro di Lombardia, la Parigi-Roubaix è favola nell’immaginario collettivo, e per me è leggenda.

Verso Roubaix mi troverò il prossimo anno sul ciglio verde di un tratto in pavé, mi troverò. Sono anni che penso di andarci, l’avevo promesso anche a mio padre, ma non fui in grado di mantenere l’impegno epico, troppo arduo per me, troppo giovane ero quando glielo promisi. Troppi soldi per una gita del genere, soldi che ora ho a disposizione, grazie a Dio e al mio lavoro.

Son già stato in Francia a vedere il grande ciclismo, nel 2005, quando portai Bea alla tappa del Galibier (2648 m.) che terminava a Briançon, erano i tempi dell’imbroglione Armstrong, di Rasmussen e di Ivan Basso. Anche sui Pirenei andrò, scegliendo penso la tappa del Portet d’Aspet per ricordare Fabio Casartelli. E alla Roubaix, senza dubbio, se Dio vuole, next year, mio caro lettore.

La foresta di Arenberg echeggia racconti lontani, brividi medievali, cavalieri bardati che intraprendono coraggiose avventure. Il percorso si snoda tra betulle e arbusti intricati, e pietre squadrate, come incistate in quadrangoli irregolari, capaci di scheggiare o sbrecciare una ruota e sgranare un tubolare con uno sfioramento. Si vedono le biciclette saltellare qua e là guidate da acrobati in tensione, di cui Sagan è principe e mentore, finché Van Avermaet e Terpstra riescono a domarlo, ma poi lui se ne va, in un tratto in asfalto, quasi non credendoci. Infatti si gira, non pedala a tutta, con sé ha uno svizzero valoroso, che cederà solo allo spunto dello slovacco al velodrome de Roubaix.

Quando il pavé finisce è tempo di pensare alla volata, se ci sarà volata, oppure no, di respirare quell’aria del Nord non ancora di primavera. E certamente al ragazzo Michael Goolaerts, mancato a ventitré anni, di cuore infartuato. La Roubaix è crudele come sa essere una gara al limite della fatica e del dolore.

Il Nord della Francia è un po’ triste, profili di torri di miniere e anche il clima si ingrigia man mano che ti allontani da Compiegne e Fontainebleau e vai verso Lille. Una tristezza di vento piovoso e di lavoro operaio antico. Meno male che il secolo breve è passato e molte miniere son diventate musei. Un anno arrivai fino a Dieppe, che ha le bianche scogliere antistanti quelle di Dover, ma quella era Normandia, quando con Mario facemmo il tour delle cattedrali, la più a nord quella di Amiens.

Odiosamata Francia, amabile a Parigi e nei dintorni del gotico, a Bourges, a Chartres, a Tours, a Rouen, a Reims, a Beauvais, ad Amiens, a Troyes e via percorrendo le grandi strade vallonate piene di profumo di lavanda. Borgogna cialtrona e Piccardia più gentile, a Roubaix ci andrò, ripeto, ma per vedere il fango e la fatica, per riposare un poco tra le betulle della foresta di Arenberg.

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