Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il decoro e la vergogna

Dulce et decorum est pro Patria mori“, cioè è cosa dolce e onorevole morire per la Patria (Orazio, Odi, III, 2, 13). Così credevano i nostri Padri latini. Mi sono chiesto spesso se io sarei morto o morirei per la Patria e, quasi senza esitare, mi sono sempre risposto “sì”, perché se la Patria è la terra dei “nostri padri e delle nostre madri”, e cioè la tua casa, il paesaggio naturale e interiore dove vivi e dove vivono le persone che ami, non puoi non ritenere degno del sacrificio più alto la sua difesa. Senza che ciò suoni stonatamente eroico o retorico. Dolce e onorevole, però, è di questi tempi recuperare anche un senso estetico, e forse il senso naturale,  quasi primordiale della bellezza, come segue.

Hai presente, gentil lettore, la Madonna Annunziata di Antonello da Messina? se no, vai a cercarla sul web e ammirala, ché forse non esiste immagine muliebre più sublime nell’iconografia sacra e profana di ogni tempo. In quel quadro il grande Antonello è riuscito a trasfondere la bellezza allo stato puro, senza mediazioni od orpelli estetistici. La purezza delle linee, la profondità dello sguardo di Maria di Nazaret incanta ogni persona, e lascia intravedere qualcosa di indicibile, oltre e nell’Oltre.

Di contro, quale decoro si intravede da tempo per le nostre strade? Mi racconta l’amico Mario che quando visitò la Moschea Blu a Istanbul con Rosanna e Maria Vittoria, consegnarono loro una veste leggera e un velo per entrare nel luogo sacro. E lui, vecchio -si fa per dire- reprobo ateo ed ex comunista le trovò bellissime, come le altre donne che si erano colà recate per la preghiera dell’ora quotidiana.

Non sto qui facendo un panegirico del velo islamico, o del velo cattolicissimo che le nostre mamme e nonne fino al 1965, post Concilio Ecumenico Vaticano secondo, erano obbligate a indossare entrando in chiesa, ma mi chiedo se non sia da recuperare un poco anche solo il buon senso e il buon gusto del decoro estetico, di una bellezza semplice e rispettosa dei luoghi.

In giro vediamo ragazze con rotolini di carne debordanti e ombelichi talora provvisti di metallo che protrudono in fuori, con risultati estetici a dir poco penosi, vediamo volti sfatti dalle merendine e dal chewing gum, masticato in faccia a ogni interlocutore, ci disturbano l’udito inascoltabili stupidaggini che escono da bocche ignoranti e da menti silenziate. Grazie a Dio che non è la norma.

E, ragionando con l’amico, scopriamo che questa  deriva dipende anche dalla crisi di un salutare sentimento, quello della vergogna. La tv e il web stanno oramai abituando gli utenti, di tutte le età, a non badare più a nulla e ad ammettere tutto, spudoratamente, in parole, gesti, fotografie, filmati e ogni altro mezzo o supporto mediatico che oggi è possibile utilizzare per comunicare in tempo reale le proprie ubbie, il proprio odio, i propri gusti e disgusti, in un pantano sempre più immondo di comunicazione ansiogena, stereotipata e volgarissima, anzi semplicemente stupida.

Bisogna riproporre nell’educazione familiare, nella scuola dell’obbligo e oltre, il sentimento della vergogna come salubre strumento di autoanalisi e di rieducazione individuale e collettiva. Occorre re-imparare a vergognarsi di quello che si dice, di quello che si fa e perfino di quello che si pensa, per incominciare a guarire da questa patologia psico-morale che ci ha investiti in questi ultimi decenni.

Un esempio di utile uso della vergogna: chi mi legge o mi frequenta sa che non sopporto Laura Boldrini, che ritengo inutile e dannosa nel ruolo che ha, per come lo interpreta, per le cose che dice e per quelle che tace, ma non sopporto neanche chi la insulta con epiteti e la minaccia con frasi inaccettabili. La Boldrini se ne vada al più presto, ma costoro stiano zitti per sempre, e si vergognino.

Dulce et decorum est cogitare et agere bona.

Visioni di una sfera

…dagli infiniti punti, prisma infinito, fatta di piramidi infinitesime, “tridimensionale con il minimo rapporto superficie/volume: ciò spiega perché a tale forma tendono molti oggetti fisici, dalle gocce di liquido ai corpi celesti. Ad esempio, le bolle sono sferiche perché la tensione superficiale tende a minimizzare l’area a parità di volume.” (dal web). Peraltro, il cilindro circoscritto ha un volume che è 3 / 2 rispetto a quello della sfera, ed una superficie laterale che è la stessa di quella della sfera. Questo fatto, e le formule scritte sopra, erano già noti ad Archimede. Una sfera è definibile anche come formata da un cerchio ruotante intorno al suo diametro.

La sua forma suggerisce perfezione, al punto che Parmenide di Elea la paragonava all’essere stesso, per dare un’immagine di assolutezza e di intangibilità, cioè di perfezione. L’essere-che-è-e-non-può-non-essere.

La sfera è cognitivamente illuminante perché metafora dell’infinita congerie dei percorsi riflessivi, del pensiero umano e della manifestazione creativa. Si pensi alla smisurata possibilità espressiva di una lingua come l’italiano (suggerisco di leggere qualche pagina del padre Daniello Bartoli, gesuita, gran viaggiatore del XVII sec., o di Gadda o di D’Annunzio), della musica di Bach o di Mozart, della poliedricità di Michelangelo Buonarroti, dell’eclettismo di Giovanni Pico della Mirandola o di Goethe, ma anche della mente di un contadino empirico di una vallecola resiana, che coltiva l’aglio inarrivabile di quella nascosta plaga montana, per restare qui da noi.

E anch’io traggo spunti dalla sfera per allargare il mio sguardo, di questi tempi, cominciando ad abbandonare la visione lineare, progressiva, quasi di conquista che ho sempre avuto, per fermarmi a guardare tutt’intorno, con una pazienza che non ho mai avuto, tutt’intorno e anche dentro di me, ché anche ognuno di noi è come una sfera, nell’infinita poliedricità del proprio essere.

Mi è capitato di vivere momenti come una fuga continua verso qualcosa e da qualcosa, quasi ad evitare la contemplazione di ciò che è lì, come fosse una perdita di tempo. Non sempre, certo, poiché mi hanno attirato e “fermato” i contorni del sacro, del sublime, come la grande montagna ascesa, le possenti nuvole all’orizzonte, il mare, il grande monumento umano, come la cattedrale di Chartres. Ma… poi la fuga è ricominciata, nel quotidiano.

Sto comprendendo che mi sfuggiva qualcosa, nella coazione a ripetere del fare, dell’agire, del divenire “eracliteo” inarrestabile di atti, fatti, mete raggiunte, scopi conseguiti, fini e orizzonti acquisiti. “Acquisiti”, appunto, e poi? In realtà la sfera dell’essere è infinita, e perciò stesso, indefinitamente sfugge ad essere posseduta, spostando sempre più in là i suoi confini. E ora capisco meglio che è più sano così, affinché questa perduranza dell’incerto e dell’impreciso possa mantenere viva una linea e un ambiente spirituale mai domo, ma sempre disponibile all’imperfezione, all’approssimazione, al “quasi”.

Anche la radura fa parte del bosco. Ecco, forse devo fermarmi un poco in questa radura ampia e ariosa, per riprendere il cammino nel bosco, per uno degli innumeri sentieri che si dipartono tra gli alberi frondosi, senza trascurare altre radure, ascoltando i rumori dei rami che si frangono, delle foglie che volteggiano e cadono, degli animali che furtivamente si spostano, evitandomi accuratamente, perché sanno che io sono l’animale più pericoloso.

Tengo le briglie del mio cavallo in mano, e cammino, finalmente, smettendo il galoppo continuo, disposto a riprenderlo, ma senza trascurare di accorgermi di ciò che mi sta attorno, anche quando mi sembra flebile e forse insignificante, perché accorgersi (ad corrigendum) è già un correggersi. Non si manifestò forse Dio al profeta Elia in una brezza leggera, e non nel fuoco, nel tuono o nel terremoto? (Cf. 1 Re 19, 11-13).

Se così è, ogni cosa ha una sua ragione la cui totalità (intesa come tutto e totalmente) ci sfugge e ci sfuggirà sempre, ma è e sarà sempre spinta e motivazione alla ricerca dell’infinita, o non-finita, platea delle origini, o fonti, o cause del suo proprio essere.

E allora ci possiamo connettere alla pagina fondamentale, che è un frammento, del poemetto “Sulla natura” del grande e “terribile” eleate, come lo definì Platone…

« Εἰ δ’ ἄγ’ ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μθον ἀκούσας, αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι· ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, Πειθοῦς ἐστι κέλευθος – Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ – ,
ἡ δ’ ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν – οὐ γὰρ ἀνυστόν – οὔτε φράσαις.
… τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι. »
(IT)« … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità);
l’altra che “non è” e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo….Infatti lo stesso è pensare ed essere. »

Il sole nella pioggia

A volte accade, anche stamane, dopo la bufera. Il verde agostano delle foglie fa intravedere scaglie d’azzurro intervallate da nubi leggere. Dopo la bufera. Come nella mia anima. La prima notte di quiete si affaccia sul mondo come un mirum. Se desidero musica nella casa solitaria vuol dire che qualcosa mi illumina l’anima.

Ho la mia grande casa a disposizione. I rumori li produco solo io e la mia musica. Poi uscirò e starò bene incontrando qualcuno. Anche la piscina mi aspetta e il riposo. Una lezione nel pomeriggio al volenteroso ragazzo, che andrà avanti nel suo liceo. Metodo e razionalità.

Ascolto le antiche Orme, Gaber, Los Marcello Ferial e van De Sfroos, allietando le prime ore del sabato. Il nostro tempo è sempre il sabato, cioè il tempo dell’attesa senza ansia, sapendo che l’incontro con il dolore è esperienza e ascesi, cioè esercizio fisico e mentale, come ben sapevano gli antichi sapienti. Imparo ogni giorno il cambiamento come il disvelarsi di un incantesimo, o incantamento.

Il tempo si dipana veramente come kairòs, come tempo del cuore, mentre la cronologia sfuma nei giorni passati, svanendo. Sant’Agostino, i volti nel mio tempo, Johnny Cash, Woody Guthrie, Robert Johnson e Jimi Hendrix mi fan visita sorridendo stamane, con i soliloqui, il blues padano e quello americano.

E oggi è come nel titolo della canzone di Alice, la carissima Carla Bissi, con cui condivisi una pizza a Udine tant’anni fa, Il sole nella pioggia.

Ogni parola che proferisco, ogni parola che scrivo è insufficiente a dire la gioia di un risveglio buono, fresco come all’inizio, come all’alba del mondo. E penso alle persone che mi vogliono bene, a quelle che si fanno vive oppure condividono i miei silenzi. E gioisco.

L’andirivieni delle cose e dei pensieri rotolano nel fiume infinito dell’essere, e divengono-come-altro mantenendosi dentro l’alveo della vita nostra.

Il fiume dell’essere mi ricorda l’immenso Dniepr a Dnieprpetrovsk, che scavalcai qualche anno fa, meravigliandomi della sua potenza, o l’ancor più imponente Rio Paranà a Rosario d’Argentina, una ventina d’anni fa. Tanto ampio da non vedere l’altra sponda. La nostra vita è navigazione in mare aperto, oltre Gebel el Tarik, nell’Oceano, nel Mare-Oceano sfidato da Verrazzano e da Colombo, da Vasco de Gama e da Fernando de Magalaes, ogni giorno, non solo per un anno o per pochi anni.

E così si attende, si spera, ci si illumina e rattrista, per poi riprendere colore, come fa il sole che spunta tra le nuvole piene di pioggia, inopinatamente, quando si ferma il turbine del vento, e tutto si placa, quando si apre il cuore.

La gioia

Caro lettor domenicale,

la gioia non è la felicità, come ho qui già scritto. Lo proviamo ogni dì che passa. E’ il semplice gaudium latino, non la felicitas, falsamente duratura, se non fecondata (felicitas-fe) dall’impegno e dalla fatica quotidiana.

Ho scritto altrove che la gioia può anche contenere o essere contenuta dal dolore. Il miglioramento di una situazione di salute precaria genera gioia, fa sorridere: sta capitando proprio anche a me che mi son preso un’infreddatura con mal di schiena inusitato, che mi fa innervosire, soprattutto perché temo rallenti i miei ritmi, le cose che ho da fare. Ma forse è una lezione meritata, devo rall-en-ta-re. E accettare anche che i comportamenti degli altri non siano sempre rock, ma anche len-ti. Mi fa innervosire, ma così è la varietà antropologica degli umani. So di saperlo per molta teoria, ma a volte faccio fatica ad accettarlo.

Leggo sul Sole 24Ore della domenica che il sorriso nelle foto-ritratto ha iniziato a diffondersi solo quando nel 1943 il presidente USA Roosevelt volle dare un messaggio ottimistico alla nazione americana nel mezzo della Seconda guerra mondiale, il cui esito era ancora in bilico. La leggenda narra che qualcuno gli suggerì di pronunciare il mitico “cheese“, per aprire la bocca a modo di smile e mostrare i denti, trasmettendo cordialità e fiducia. E dunque gioia. Sarà. Sicuramente Hitler, Mussolini, Stalin, Franco, Salazar, dittatori di differente crudeltà, difficilmente si facevano fotografare sorridenti nei loro uffici pubblici, poiché, al contrario, una grinta da sicumera, vera o falsa che fosse, certamente gli giovava. Vi sono anche foto di Hitler e di Stalin sorridenti, ma il primo è con la sua cagna pastore tedesco che amava e Eva Braun nei pressi, e il secondo a tavola, dove imperava la vodka e i suoi racconti che tutti erano tenuti ad ascoltare devotamente (cf. Conversazioni con Stalin, Milovan Gilas, Feltrinelli, Milano 1962).

Dopo Roosevelt è partita la “campagna sorriso” a tutti denti da Hollywood, cioè da quello che sarebbe diventato il sistema mass-mediatico che oggi impera, dove tutti devono essere belli, forti e sorridenti. Io nelle mie foto non sorrido quasi mai. E che c’è da sorridere in generale? A volte me lo rimproverano, ma non mi interessa molto.

Se sfogliamo, invece, alcuni vecchi album o raccolte di foto dei decenni passati, anzi dalla seconda metà dell’800, notiamo che le espressioni delle persone ritratte sono prevalentemente composte e seriose: padri di famiglia con il vestito buono e con i baffi, donne giovani che sembrano già di mezz’età, bimbi compunti con il vestito da marinaretto, o della prima comunione, gli anziani seduti e in mezzo alla compagnia dei parenti. Tutti serissimi, specie i nostri friulani o delle genti valligiane (cf. su questo sito il mio pezzo Tin Piernu, che sarà pubblicato anche sull’Agenda Friulana 2018). A volte non aprivano la bocca perché avevano denti cariati o mancanti.

E allora, dove albergava la gioia, se tutti erano così seri? Forse che la diffusa povertà del tempo li rendeva tristi? No, basta leggere le cronache dei paesi, in friulano, sloveno, slavo delle valli, veneto del Friuli occidentale, maranese, per capire che nel poco che avevano i nostri avi trovavano molte cose di cui gioire, cose semplici, la festa di paese, il giorno domenicale, i licòfs, cioè la conclusione della costruzione di una casa, comunioni, battesimi e matrimoni, quando, chissà perché, molti erano in grado di suonare qualcosa, con l’armonica a bocca, la fisarmonica o la chitarra. Gioia con poco e anche a volte per poco, perché magari qualcuno doveva fare la valigia per la Germania il lunedì dopo (ricordi di mio padre in partenza), oppure doveva fare “san Martino”, c’erano ancora mezzadri che lasciavano la casa colonica, almeno nei racconti della mia infanzia.

La gioia è un sentimento semplice, un sentimento vero, trasparente come l’acque delle sorgenti montane. La gioia non ha bisogno di orpelli e di far figurare bene le situazioni, perché è gratuita, spontanea, è la manifestazione di una verità interiore. Posso provare gioia nel dolore, perché ho capito qualcosa della mia vita, che mi sfuggiva, un sentimento, e ciò mi basta per gioire, anche in questi giorni in cui combatto con un mal di schiena mai provato.

Ecco, la gioia è una medicina spirituale, che sorge quando entri in sintonia con la tua verità di essere umano e con la verità di chi ti vuol bene. La gioia è nel fare del bene, perché questo fare fa bene, la gioia è nel perdono, soprattutto a se stessi, ché dobbiamo spesso perdonarci per le cazzate che pensiamo o facciamo, e infine è nel rispetto degli altri, delle loro scelte fatte in libertà e responsabilità: un sentimento pienamente disinteressato, e perciò pienamente umano, oltre ogni istintualità, oltre ogni paura, oltre ogni paranoia. Questa è la gioia.

L’io e il mondo, il tempo e la memoria

Come siamo fatti bene, come funziona bene il nostro cervello! Stavo pensando che se dovessimo ricordare più o meno in contemporanea tutti i dolori, le sofferenze, le mancanze della nostra vita, non reggeremmo, forse.

Invece, lui seleziona, colleziona, “dimentica”, ricorda, memorizza, anestetizza, amnesizza e riporta in mente, e fa tutto questo nel tempo che percepiamo scorrere, più o meno velocemente (cf. Agostino, Bergson, Einstein). Questo “lui” è un “io”, il nostro-io, bio-macchina che presuppone, contiene, pone la sua stessa coscienza di essere come autocoscienza-consapevolezza, o di esser-ci (cf. Heidegger), ed è anche un “tu-io”, non tanto quando -empaticamente- ci mettiamo nei panni di un altro, ma proprio quando, quasi innaturalmente, pensiamo all’altro come un “io”, capace di pensare-se-stesso-e-il-mondo (cf. Fichte) esattamente come noi, anche se a modo suo.

Anzi, secondo il pensiero idealista moderno (Fichte, Schelling, Hegel), è pressoché tutt’uno con il mondo, poiché altro e altrimenti non si può conoscere se non nell’io-penso (qualcosa), al di là della conoscenza empirica che ovviamente è ammessa, ci mancherebbe.

Se Descartes, con il suo “cogito, ergo sum”, aveva separato l’io pensante dal mondo, auto-fondando la verità della conoscenza del reale nel io-penso stesso, Kant aveva voluto ancora distinguere la possibilità della conoscenza tra ciò-che-appare come fenomeno (l’aisthesis aristotelica, o apparizione dell’essere), e ciò-che-è-in-sé-e-per-sé, che lui chiama noùmeno. Un ultimo tentativo di ammettere la sussistenza di un mondo reale al di fuori della percezione soggettiva. L’idealismo ha poi portato questo percorso alle estreme conseguenze, prodromi di derive novecentesche che bene conosciamo: gli idealismi che si son fatti totalitarismi.

Per questo non è male recuperare un sano pensiero realista, più umile e consono al limite umano, riprendendo le formidabili lezioni di Aristotele e Tommaso d’Aquino, capaci di coniugare la possibilità di conoscenza di una realtà che pre-esiste ed esiste nonostante l’uomo e la sua stessa possibilità di conoscenza, ed esiste perché possiede un’essenza sua propria, che Spinoza, un po’ ateisticamente, avrebbe identificato con Dio stesso (Deus sive Natura). La Realtà esiste prescindendo dalla nostra conoscenza, così come la storia della mia famiglia si è dipanata per cinquecento anni, di cui ho precise tracce genealogiche, nonostante il mio fratellino Antonio sia morto a soli due mesi e non abbia mai conosciuto nessuno di questa genealogia.

E’ bene riconoscere un’oggettività al mondo, una sua verità indipendente da noi, che conosciamo per evidenza, quando appercepiamo le cose, e per comunicazione di notizia, quando ci fidiamo della parola o degli scritti di un altro circa una cosa che non conosciamo direttamente, ad esempio, per quanto mi riguarda, dell’esistenza dell’Australia (non ci sono mai stato, e potrei supporre, se fossi un idealista puro, che non esistesse finché non ne avessi avuto esperienza diretta).

Altrimenti, si può anche dire che l’essere delle cose tende ad apparire nella sua verità o a scomparire (cf. Bontadini e Barzaghi), ovvero a non manifestarsi, perché non possiamo conoscere tutto, anzi, più avanziamo nella conoscenza altrettanto avanziamo nella consapevolezza e constatazione della nostra ignoranza, nel senso tecnico-etimologico del termine. Ovvero, infine, come ritiene Severino, ogni cosa-che-è, è eterna come eterno essente e non può non-essere, per sempre.

Conosciamo e ricordiamo, dunque, ma con dei limiti, in parte determinati dalla nostra genetica, dall’ambiente in cui siamo vissuti e cresciuti e dall’educazione-formazione acquisite e in divenire, in parte da un lavorio silenzioso che il nostro mente-cervello elabora anche quando dormiamo, quando riposiamo, quando soffriamo, quando siamo contenti, quando comprendiamo qualcosa e quando ci sfugge perché troppo complicata o mal spiegata, quando interpretiamo male le dinamiche della vita nostra e di quella degli altri, e infine quando qualcosa ci illumina e comprendiamo ciò che fino a un attimo prima ci pareva oscuro.

Abituati all’alternarsi del giorno e della notte e all’andirivieni ritmico delle stagioni, siamo però dentro un corso lineare che è la nostra vita, la quale inesorabilmente scorre verso… Sta a noi attendere al senso di questo verso, alla sua direzione, cercando di trovarne tracce ovunque, anche nel dolore e nella mancanza, nella confusione e nell’assenza, nell’abbandono e nel dissenso, perché la vita stessa è una via e una verità, come scrive Giovanni al capitolo 14 versetto 6.

Shema Israel, ascolta Israele (Deuteronomio 4, 1a, 6, 3a; 9, 1a; etc.)

Il Deuteronomio è il quinto libro della Torah, o Pentateuco, la parte più classica e antica della Bibbia ebraica e cristiana. Alcuni studiosi distinguono alcune sue parti (gli ultimi capitoli in particolare) ritenendole un “libro diverso”, quasi a formare, con il libro di Giosuè e Giudici, un “Esateuco”. Dalla Genesi e fino agli ultimi tre capitoli di Deuteronomio (capp. 31-34) le tre tradizioni redazionali, la jahwista, la elohista e la sacerdotale, sono intrecciate e a volte indistinguibili.

Libri storici nell’accezione antica, raccontano le vicende della creazione del mondo (i primi undici capitoli della Genesi) e successivamente, da Abramo in poi, del popolo di Israele e della sua controversa alleanza con il Dio unico, Signore e creatore. Vi si trova la Legge, specialmente in Esodo, Levitico e Deuteronomio, cioè le prescrizioni morali, civili e religiose da osservare per stare nell’alleanza con Dio, ma in Deuteronomio vi è qualcosa di diverso: gli ordini e i divieti assumono un carattere particolare, potremmo dire meno giuridista, che può interessare di più noi, persone di questi tempi disincantati, ateizzanti e a volte solamente stolti. Ad esempio, nel capitolo 9 si parla di “circoncisione del cuore”, che è ben altro rispetto a quella tradizionale del prepuzio maschile, caratterizzata dal legalismo. La metafora canta la conversione, l’accettazione del proprio limite, il ricordo della propria condizione di viandante, di pellegrino, che ha bisogno di affidarsi, superando ogni iattanza, ogni presupponenza, ogni atto di superbia.

Qualcuno, come Vito Mancuso (cf. Il destino di Dio), interpreta alla lettera il Codice deuteronomico, che è più sanguinario di ogni altro testo religioso, Corano compreso ma, così facendo, vanifica millesettecento anni di interpretazione metaforico-allegorica della Scrittura, e sto parlando dei tempi di Clemente Alessandrino e di Origene.

Certamente le esortazioni del Signore a passare a fil di spada gli abitanti e il bestiame delle città conquistate da parte di Israele, con il suo determinante aiuto, fanno impressione, stupiscono e forse spaventano, se non si applicano corretti criteri interpretativi, se non si discernono i generi letterari, e se non si contestualizzano il tempi storici degli autori e dei destinatari di quegli scritti, fondendo i loro con i nostri “orizzonti” (Gadamer).

Molto interessanti sono i capitoli 27 e 28, che contengono le maledizioni per chi trasgredisce la legge divina e le benedizioni per chi la osserva. Anche qui il linguaggio è per noi implausibile, ma se facciamo un sforzo di immaginazione e di quasi reviviscenza nostra, una specie di viaggio nel tempo, in quegli ambienti e in quei secoli, forse qualcosa potremmo comprendere di quel linguaggio durissimo e inesorabile, caro Vito Mancuso, che usi impiegare giudizi di morale attuale su scritti di morale di tre millenni fa, con un metodo inaccettabilmente anacronistico. Proviamo a pensare alla durezza della vita nomadica, al deserto, alla mancanza d’acqua, a un’igiene inesistente, al destino vedovile di quasi tutte le donne, e così capiremmo meglio la durezza delle punizioni per il furto, per l’omicidio, per la mancata cura al bestiame altrui, per l’obbligo del cognato di sposare la vedova di suo fratello, e così via. E’ il Signore che ordina, ma è l’uomo che scrive “le parole del Signore”, e il popolo comprende che si tratta di una Legge buona, anche a volte dura, per la sopravvivenza.

Alcuni esempi di maledizioni e benedizioni. Nelle prime si rileveranno quasi delle assonanze con il Dieci Comandamenti e con il codice di Hammurabi, ad esempio: “Maledetto chi maltratta il padre e la madre! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 16), oppure “Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 19), o anche “Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 17).

Qualche benedizione. “Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore (…). Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e i nati delle tue pecore: Benedette saranno la tua casa e la tua madia. Sarai benedetto quando entri e benedetto quando esci. Il Signore lascerà sconfiggere davanti a te i tuoi nemici (…). Per una sola via verranno contro di te e per sette vie fuggiranno davanti a te. (…)” (Deut 28, 3-7).

E prosegue al versetto 15 “Ma se non obbedirai alla voce del Signore Dio tuo…” e giù la terribilità delle punizioni.

Chiediamoci una cosa: se l’uomo “deuteronomico” non avesse avuto una normativa del genere che cosa sarebbe potuto succedere in quei contesti arcaici e primordiali?

La cosa importante è sempre mettersi in sintonia con questi testi, senza pretendere di giudicarli con i nostri metri di giudizio illuministico-democratici, e oramai, a volte anche -in alcuni- genericamente “buonisti”, o, direi, delittuosamente ignoranti di storia, di sociologia comparata e di antropologia culturale.

La fine di Deuteronomio si scioglie in poesia, con il meraviglioso Cantico di congedo di Mosè che, compiuti i suoi giorni e il suo destino, se ne va incontro all’Onnipotente cantando così: “Ascoltate o cieli: io voglio parlare:/ oda la terra le parole della mia bocca! Stilli come pioggia la mia dottrina,/ scenda come rugiada il mio dire;/ come scroscio sull’erba del prato, come spruzzo sugli steli di grano./ (Deut 32, 1-2) (…), e così continua glorificando e benedicendo le opere del Signore.

Ma Mosè non vide la Terra promessa perché il Signore, prima di chiamarlo a sé lo portò sul monte Nebo e di lì gli fece vedere Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e Manasse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo, e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, fino a Zòar. (Deut 34, 1b-3).

…perché ognuno di noi deve ubbidire alla legge del proprio destino e arrivare fino lì, dove è segnato il confine dell’itineranza e… l’inizio.

Ersilio

…non l’ho mai conosciuto, ma ho un suo quadro in casa. E’ mancato a questa vita terrena qualche settimana fa, ma solo a questa vita terrena, ché il suo spirito è ben vivo nella visione dei beati, anima immortale. Si tratta di un monocromato geometrico che si armonizza benissimo con le Nympheas di Monet, stampa dal Musée Marmottan, Paris. Quadrato su compensato, sfondo bleu, à la francese, quadrato grigio-celeste e cerchio con sfumature delicate. Secco, essenziale, logico, ma pieno di un pathos misterioso e calmo, quasi presago di luminose lontananze, espresse nelle gradazioni tendenti al grigio del cerchio centrale, che appare in rilievo, una sorta di luna dentro la finestra che dà sullo spazio infinito.

Me l’ha regalato un severo dirigente dell’azienda pedemontana, quella che fa le pizze per tutto il mondo, per gratitudine e amicizia. Faranno una mostra dei quadri di Ersilio a Polcenigo, nell’incanto viridescente della Liquentia. Ci sarò.

Non so perché ma il quadro mi rammemora una ballata capolavoro di Lucio Battisti, “Anche per te”, anche se il testo non c’entra con il ricordo di un padre mancato troppo giovane, e vivo nel cuore e nelle opere, ma vivo nell’essenza divina che tutto comprende, e a tutto dà vita. Un testo che commuove e io non posso ascoltarlo tanto spesso. Questo ho veduto negli occhi di Alessio quando mi ha donato il dipinto di Ersilio, un “anche per te” vorrei…

Il testo meraviglioso di Mogol mi aiuta a comprendere meglio il senso del dono e dell’affetto, unico, irripetibile, che puoi provare per una persona.

“Per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffè/ Che ti vesti senza più guardar lo specchio dietro te/ Che poi entri in chiesa e preghi piano/ E intanto pensi al mondo ormai per te così lontano/ Per te che di mattina torni a casa tua perché/ Per strada più nessuno ha freddo e cerca più di te/ Per te che metti i soldi accanto a lui che dorme/ E aggiungi ancora un po’ d’amore a chi non sa che farne/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì

Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi/ Lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai/ Per te che un errore ti è costato tanto/ Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì”

Così, anche se differentemente, Alessio continua ad avere suo padre Ersilio con sé, nella pura luce del ricordo, che è un riportare attraverso il cuore la memoria di tante ore passate insieme, tante parole scambiate, tra un bimbo e un uomo all’inizio, e ultimamente tra due uomini, neanche tanto distanti di età.

E’ un rendere immortale una storia, cogliendone l’unicità, e semplicemente constatando che nulla finisce mai, perché tutto è eterno dal punto di vista di Dio, dove vivono gli eterni essenti, come Ersilio, caro amico Alessio. Buona notte.

Grazia, gratuità e gratitudine

In questo saggio tratterò sia della grazia secondo le dottrine teologiche, sia secondo le dottrine poltiche e  giuridiche, sia della gratuità, sia della gratitudine.

Premessa

In teologia esiste il trattato classico “De Gratia“, sulla “grazia”, che varrebbe la pena leggere, se non studiare a fondo.

Storicamente nella cultura del diritto occidentale, il potere di grazia appartiene al sovrano (cf. stele di Hammurabi, XIX sec. a. C., specie per quanto riguarda la remissione dei debiti). Anche nel Codice biblico c’è qualcosa di simile, come vedremo.

La gratuità e la gratitudine fanno parte dei comportamenti solidali e dei sentimenti di condivisione empatica.

 

La grazia in teologia

La gratia gratis data è una grazia concessa alle persone grate a Dio, gratuitamente, come dono. La grazia è una sorta di benevolenza divina verso l’essere umano, così come un re concede doni a un suddito, non per obbligo, ma per libera scelta. A volte si esprime, specie nella Bibbia come “benignità”, o costanza della bontà di Dio. Nell’Antico Testamento sono in uso due termini ebraici per esprimerla, hesed, o misericordia (cf. Lamentazioni 3, 22) e chen (Genesi 33, 8.10.15; Geremia 31, 2). Vi sono personaggi biblici che hanno trovato grazia davanti a Dio, come Noè (Genesi 6, 8), Mosè (Esodo 33, 12-17), Davide (2 Samuele 15, 25).

La maggiore grazia, secondo il testo biblico, è stata la scelta divina dell’alleanza con Israele (cf. Esodo 34, 6; Isaia 63, 7-9; Salmi 103.8), nonostante le molte “trasgressioni” comportamentali e morali di questa nazione (cf. Salmi 51, 1, il famoso Miserere, canto di pentimento del re Davide). Allo stesso modo ogni uomo, che è peccatore, si pente del male fatto, e può ottenere la grazia divina. Dio non vuole distruggere, ma salvare sempre chi si pente.

Nel Nuovo Testamento troviamo due parole greche fondamentali, soprattutto in san Paolo, èleos (Romani 9, 15-18), e charis (1 Corinzi 1, 4). Grazia significa anche favore, gentilezza, bontà, ma soprattutto misericordia divina verso l’uomo fragile e peccatore. Troviamo il concetto di grazia come favore divino nei testi di san Luca (2, 52; Atti 2, 47), di san Paolo (Romani 1, 7; 1 Corinzi 1, 3; 2 Corinzi 1, 12; Galati 1, 3; Efesini 1, 2; Colossesi 1, 2; 1 Tessalonicesi 1, 1; 2 Tessalonicesi 1, 2; Filemone 3), e qui la grazia è anche misericordia e pace data da Dio stesso. Come si può notare è soprattutto Paolo il cantore della grazia, con la specificazione dell’accettazione di Gesù come salvatore del mondo. Alcuni testi di seguito:

« (…) per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. »   (1 Corinzi 15, 10).

Oppure in Pietro:

« Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il carisma che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. »   (1 Pietro 4, 10)

Ancora san Paolo:

« Noi crediamo che siamo salvati mediante la grazia del Signore Gesù. »   (Atti 15, 11)

Anche nel vangelo di Giovanni, all’inizio troviamo parole sulla grazia:

« E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. (…) Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. »   (Giovanni 1, 14-17)

San Paolo sottolinea la fine del giuridismo-legalismo veterotestamentario, proponendo la fede in Gesù Cristo come “legge”:

« (… )ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù »   (Romani 3, 24)
« Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia. »   (Romani 4, 16)

 

« (…) mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio. »   (Romani 5, 2)

 

« La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata (…) Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? »   (Romani 5, 20. 6, 1)

Tutto, per san Paolo dipende dalla grazia divina:

« Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. »   (Galati 5, 4)

Lo scopo della grazia è quello di formare la creatura umana affinché si comporti secondo giustizia:

« (…) affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. »   (Romani 5, 21)

Si può, dunque, crescere nella grazia ed essere de-stinati alla visione beatifica di Dio nella vita eterna.

 

Nella dottrina cattolica la grazia  è elargita da Dio tramite lo Spirito Santo, prima di tutto attraverso il Battesimo (Grazia santificante), e successivamente con gli altri atti sacramentali, che sono segno e strumento della grazia divina, quando l’uomo accetta un rapporto filiale con Dio stesso, e quindi può vivere in stato di grazia (o grazia di Dio, o grazia abituale).  Chi erra ha a disposizione il sacramento della Penitenza o Riconciliazione, nel quale tutti i peccati commessi vengono perdonati da Dio. In questo caso si parla di grazie attuali, cioè interventi di Dio, che può anche concedere grazie materiali, come la guarigione da una malattia, o spirituali, come la cosiddetta conversione del cuore.

Teologicamente si può intendere la Grazia come Persona, cioè lo Spirito Santo stesso, che è Ruah, soffio, amore… La grazia si può chiedere attraverso la preghiera, l’intercessione dei Santi e soprattutto di Maria, la madre di Dio.

Nel mondo protestante il tema della grazia si rifà a sant’Agostino, contro ogni esaltazione delle opere umane di fronte alla gratuità della grazia divina (si ricordino le controversie del vescovo di Ippona contro Pelagio, sostenitore del valore primario delle buone opere umane rispetto alla grazia divina). Ancora san Paolo:

« (…) poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio »   (Romani 3, 23)

Ma Gesù, morendo in croce ha espiato per tutti i peccati del mondo con il suo sacrificio infinito, per cui chi ha fede in lui, come ancora Paolo scrive, avrà la vita eterna:

 

 

« Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori. »   (Efesini 2, 8-9)

 

La grazia secondo le dottrine giuridiche

Nel diritto penale la grazia è un atto di clemenza individuale, di cui beneficia soltanto un determinato condannato detenuto o internato, al quale la pena principale è condonata in tutto o in parte, con o senza condizioni, oppure è sostituita con una pena meno grave. (dal web)

La grazia si applica, dunque, individualmente, a differenza dell’amnistia e dell’indulto, che possono essere provvedimenti riguardanti categorie di condannati.

In Italia viene concessa dal Presidente della Repubblica (art. 87, comma 11 della Costituzione), con atto  controfirmato dal Ministro della Giustizia (art. 89 della Costituzione). Il procedimento relativo alla concessione della grazia è disciplinato dall’art. 681 del codice di procedura penale, a patto che la sentenza sia passata in giudicato, cioè non più riformabile. La grazia può essere concessa su domanda presentata dal condannato stesso, da un suo congiunto o convivente o dal curatore o tutore legale o da un avvocato su proposta del Presidente del consiglio di disciplina (art. 681 codice di procedura penale, terzo comma) o anche, infine, in assenza di domanda o proposta (art 681 codice di procedura penale, comma quarto), d’ufficio, cioè d’iniziativa del Presidente della Repubblica o dello stesso ministro della giustizia. In questo caso la domanda di grazia prescinde dal consenso dell’interessato.

I provvedimenti di grazia possono riguardare: la pena principale (es. la reclusione), una pena accessoria (es. l’interdizione dai pubblici uffici), la pena principale e quella accessoria, una riduzione della pena principale (soprattutto in riferimento alle pene pecuniarie), la commutazione della pena.

Dal 1° gennaio 1948 al 31 gennaio 2016 i provvedimenti di clemenza individuale sono stati 42.320, di cui 3.651 per reati militari.

Vi sono stati conflitti di attribuzione dei poteri in alcune richieste di grazia (come tra il presidente Ciampi e il guardasigilli Castelli sul caso Bompressi), ma la Corte Costituzionale ha risolto il conflitto (sentenza n. 200 del 3 maggio 2006), riconfermando al Capo dello Stato il potere esclusivo ed incondizionato di grazia, ed assegnando al ministro guardasigilli il diritto di “rendere note al Capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento” ma non la possibilità di “rifiutarsi di dare corso all’istruttoria e di concluderla“.

 

La gratuità e la gratitudine

La gratitudine è invece un sentimento buono verso una persona che ti ha aiutato, beneficato, salvato. Nella mia esperienza e grazie alla mia rete di conoscenze ho aiutato molte persone, e non sempre ho sentito gratitudine per il bene loro fatto, quasi sempre in modo gratuito. Conosco, e per ragioni lavoro frequento anche persone potenti e con grandi mezzi finanziari, così come persone con meno disponibilità e, nella mia esperienza, la gratitudine non è mai stata legata o proporzionata allo status del beneficato: vi sono stati casi di ingrati nei miei confronti da parte di ricchi e potenti, così come da parte di persone con meno o pochi mezzi, e casi di persone grate in tutte e due o più categorie sociali, e in tutte le classi di età, giovani e meno giovani. Sembra che aiutare qualcuno, a volte, paia a questo “qualcuno” una sorta di atto dovuto; altri invece si rendono conto della straordinarietà e del disinteresse dell’aiuto dato come dono puro, senza alcun secondo fine.

Ho aiutato persone a trovare un lavoro che avevano perso, persone in difficoltà familiari, famiglie colpite da tragedie come il suicidio di un proprio caro, giovani in difficoltà scolastiche o rischi di abbandono, sono stato orientatore e co-relatore di parecchie tesi di laurea, e via avanti. E lo farò ancora, perché lo ritengo un mio dovere morale, in questa fase della mia vita, nella quale ho i mezzi culturali e relazionali per poterlo fare.

La gratitudine è un sentimento del cuore, non dello stomaco o del portafoglio. E’ un respiro dell’anima verso l’altro e un ringraziamento all’altro per poterlo aiutare, facendosi aiutare. Nella gratitudine la reciprocità è il fondamento, come amore di benevolenza verso la fragilità nostra, di umani.

La sostenibile precarietà del vivere?

Venuti al mondo, e “nati a fatica“, come scrive Giacomo Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, siamo qua, inermi e abbandonati alla vita, “gettati“, secondo Heidegger, “condannati a essere liberi“, a parere di J.-P. Sartre. Incapaci di stare in piedi fino a un anno di età, precari per vent’anni e, oramai, oltre, perché bisognosi di essere sostenuti per poterci -a nostra volta- sostenere autonomamente. Eccoci: ecce homines, scriverebbe l’euangelista. Riina e Borsellino, Bill Gates e un piccolo bimbo del Darfur, Maria di Nazaret e Catherine Zeta Jones, Cristiano Ronaldo e un percettore di voucher a chiamata… Homines sumus.

Tutti precari, anche se in modi del tutto diversi, ma uguali nella mortalità necessaria, possibili vittime di malattie e infermità, certamente con diverse possibilità di cura, ma in fondo tutti fragili. Solo che a volte, ai ricchi e potenti viene meno la consapevolezza di questa comune fragilità e precarietà, questo stare in bilico sul crinale dell’esserci e del poter non esser-ci più. Quando manca questa consapevolezza nasce l’arroganza, quasi un senso di invincibilità, di perennità, stupido come un chiudere gli occhi davanti all’evidenza dei fatti e alla certezza della storia delle vite umane. Certamente non conosciamo il destino, né “il giorno e l’ora” (cf. Matteo 25, 13b), ma sappiamo che ogni cosa pre-vista della nostra natura verrà, avverrà.

Ossimoro anche in questo caso, il titolo del pezzo dice che ogni cosa, anche se precaria è sostenibile, perché solitamente abbiamo il potenziale e l’allenamento necessario per affrontare l’insicurezza, l’indecisione e la precarietà, sempre che queste non siano la conseguenza di una pigrizia insuperabile: in quel caso la situazione esistenziale diventa fastidiosa, e rende insofferenti, specialmente quando nelle relazioni interpersonali si indulge al rinvio, alla poca chiarezza, all’ambiguità, per timori del peggio, veri o presunti tali.

Teologicamente, nella cultura cristiana, si sostiene che Dio offre la forza necessaria per ogni prova, se la si chiede con umiltà. Nella realtà delle cose le situazioni possibili sono in-finite, con enne gradi di possibilità di sostenimento e superamento delle prove. Ogni persona ha una diversa soglia del dolore, una diversa sensibilità, una differente e irriducibile soggettività di giudizio sulle cose e sui fatti che gli accadono. Se questo è incontestabilmente vero, vero è altrettanto che tutti gli umani sono provvisti di ragione e di una logica argomentativa basica, che va conosciuta e coltivata. Nessuno si può rifugiare perennemente dietro il paravento delle emozioni e delle sensazioni dicendo “Ho la sensazione che…”. Bene, la sensazione può essere condizionata da un atteggiamento fondamentalmente viziato, quello di chi pensa e vede le cose quasi “con gli occhi degli altri”, invece che con i propri.

Si usa parlare spesso impropriamente di intuitività e sesto senso, attribuendo a queste “forme conoscitive” quasi una valenza assoluta, ed è sbagliato. Tutti dobbiamo fare i conti con la nostra psiche, la sua conformazione storicamente, geneticamente, ambientalmente strutturata, e perciò stesso, limitata.

Il passo successivo, oltre le emozioni sensitive è quello dell’uso razionale della logica argomentante, la facoltà superiore che ci permette di collocare le cose e i fatti nella prospettiva più giusta, nel contesto più completo e convincente. Non dobbiamo mai temere di non poter modificare le cose, se vogliamo modificarle e renderle più ragionevolmente plausibili per il nostro e altrui equilibrio esistenziale.

Pertanto, la precarietà del vivere, ancorché inevitabile, può diventare un’opportunità di crescita umana e morale per ciascuno di noi e per chi ci sta attorno, in ogni ambito, dal lavoro agli affetti, dalla progettualità al consolidamento, da un oggi incerto e ondivago a un immediato domani consapevole e coraggioso.

Questo siamo chiamati a fare nelle conseguenze della nostra gettatezza inconsapevole, di ex zigoti in questo mondo.

L’insostenibile leggerezza dell’essere?

Sopra riporto il titolo del famoso romanzo di Milan Kundera al modo interrogativo… perché?

Forse perché la forma interrogativa si pone necessariamente se si passa dalla dimensione esistenziale dell’essere a quella metafisica.

Infatti, l’essere come struttura portante dell’esistere è altro rispetto all’essere sostanziale di ciò-che-è, cioè dell’ente in quanto ente, l’essere in-comune.

Faccio un esempio tratto da poesia suprema: in chiusura del Paradiso (vr. 115, 33o canto) Dante canta così “Ne la profonda e chiara sussistenza (…), riferendosi all’apparire della Santissima Trinità al Poeta e a Beatrice.

Ma ciò che si pensa di capire è poco, pochissimo, se ci si riferisce a una mera parafrasi del testo. Che cosa è la “sussistenza” profonda e chiara? che cosa l’essenza? Perché ha da essere leggera l’essenza?

La sussistenza è metafisicamente ciò che sussiste, come anche noi umani viventi sussistiamo esistendo, epperò non autonomamente, perché siamo dipesi da chi ci ha messi al mondo e dipendiamo dalla Natura o da Dio se si crede, ma nel caso della Trinità è ciò che sussiste in sé e per sé, senza bisogno di alcun’altro ente.

Che cosa intende Kundera e che cosa Dante usando una terminologia metafisica, cioè espressioni che vanno al di là della fisica?

Mi pare che il titolo dell’autore boemo ci offra un indizio, l’ossimoro costituito dall’aggettivo “insostenibile”: la leggerezza dell’essere è insostenibile, ed è insostenibile perché non è leggera, non è leggero l’essere. L’essere ha il pondus del tutto, sopporta il tutto, lo supporta, lo costituisce, ne è la natura e la forma.

E’ la physis, cioè la struttura portante delle cose dell’uomo stesso. Il grande problema, posto dagli antichi filosofi greci e modernamente soprattutto da Kant e poi da Heidegger, è “che cosa si possa sapere della vera natura-forma-essenza delle cose, che cosa di ciò che appare-all’essere corrisponde realmente alla struttura essenziale sussistente dell’ente stesso che appare“.

Io, in quanto ente-uomo, come sono realmente nella mia verità sussistente rispetto a ciò che sembro essere? Quanto di me risulta evidente e certo, e di cui si può dire “è-così”, e quanto invece resta dentro una nebulosità indefinibile e inconoscibile? E così di ogni altro essere umano?

Siamo veramente sorpresa a noi stessi, a volte in situazioni ordinarie, quando reagiamo in modo inopinato o nuovo, ma specialmente in quelle situazioni che Jaspers definisce come estreme, come quando siamo in pericolo, o quando è in pericolo un nostro caro. Siamo sempre noi, ma allora viviamo esplorando dimensioni che non si sono note, aspetti del nostro essere che potrebbero rimanere sempre latenti, se non su-scitate all’esistenza da un qualcosa di straordinario che accade.

A me è capitato. Ho scoperto recentemente aspetti della mia struttura esistenziale, della mia sussistenza, che non conoscevo, e il movente è stata una grenz Situazion, come spiega Jaspers, una situazione di estremo stress che mi ha rotto argini e difese che avevo costruito per anni, rivelando a me stesso aspetti nuovi e inaspettati. Chi mi conosce bene, in pochissimi, due o tre persone, sa di che cosa parlo. Altri forse possono intuirlo, se sensibili e intelligenti, anche se mi conoscono poco o poco mi frequentano, perché sono selettivo e solitario.

E dunque è vero che l’essere ha una leggerezza insostenibile, perché è nientemeno che la nostra stessa essenza umana o, meglio, ciò che la fa essere-ciò-che-è.

Non è un giro di parole, lettor mio caro, è un tentativo di esplorare la verità e la complessità del nostro stare-al-mondo, per quanto possibile.

E allora, caro lettore, scusiamoci per le nostre miserie ed errori, scopriamo la nostra coscienza ed esaminiamola, verificando le volte che abbiamo offeso noi stessi offendendo gli altri, e ringraziamo l’Incondizionato che ci fa esistere nel Suo Essere .

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