Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: contemplazione (page 1 of 38)

La ginestra, fiore del deserto, canto del filosofo-poeta, o del ponte Morandi a Genova che non le sopravvive

La ginestra o Il fiore del deserto è la penultima lirica di Giacomo Leopardi, scritta nella primavera del 1836 a Torre del Greco nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell’edizione dei Canti nel 1845.

Qui su l’arida schiena/ Del formidabil monte/ Sterminator Vesevo,/ La qual null’altro allegra arbor nè fiore,/ Tuoi cespi solitari intorno spargi,/ Odorata ginestra,/ Contenta dei deserti. Anco ti vidi/ De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade/ Che cingon la cittade/ La qual fu donna de’ mortali un tempo,/ E del perduto impero/ Par che col grave e taciturno aspetto/ Faccian fede e ricordo al passeggero./ Or ti riveggo in questo suol, di tristi/ Lochi e dal mondo abbandonati amante,/ E d’afflitte fortune ognor compagna./ Questi campi cosparsi/ Di ceneri infeconde, e ricoperti/ Dell’impietrata lava,/ Che sotto i passi al peregrin risona;/ Dove s’annida e si contorce al sole/ La serpe, e dove al noto/ Cavernoso covil torna il coniglio;/ Fur liete ville e colti,/ E biondeggiàr di spiche, e risonaro/ Di muggito d’armenti;/ Fur giardini e palagi,/ Agli ozi de’ potenti/ Gradito ospizio; e fur città famose/ Che coi torrenti suoi l’altero monte/ Dall’ignea bocca fulminando oppresse/ Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno/ Una ruina involve,/ Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi/ I danni altrui commiserando, al cielo/ Di dolcissimo odor mandi un profumo,/ Che il deserto consola. A queste piagge/ Venga colui che d’esaltar con lode/ Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto/ E’ il gener nostro in cura/ All’amante natura. E la possanza/ Qui con giusta misura/ Anco estimar potrà dell’uman seme,/ Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,/ Con lieve moto in un momento annulla/ In parte, e può con moti/ Poco men lievi ancor subitamente/ Annichilare in tutto./ Dipinte in queste rive/ Son dell’umana gente/ Le magnifiche sorti e progressive.

Fiore del deserto che il Vesuvio accoglie, la ginestra nasce e vive dove ogni traccia di uomo e di animale può attestare un passaggio. Serpi, armenti, e altri animali, così come esseri umani e piante, in questo colorato mondo cresce la ginestra, qui dove la natura potente, con un respiro può tutto annichilare. Il poeta pensa e il filosofo canta, nell’intro del grande idillio, consapevole della bellezza possente e della severità imponderabile di ciò che muove la Terra al proprio interno, capace di rendere nulla ogni traccia. Il deserto è il luogo della prova. Cita senza nominarla la gran città di Pompei e altre, dove l’uomo si è gloriato di vivere e in un istante la vita benedetta è stata risucchiata dal gran fuoco, respiro irresistibile della Terra. L’uomo, sembra sottendere il poeta-filosofo, non deve gloriarsi di nulla, poiché in un attimo può perdere tutto, non avendo alcun merito di ciò che ha o possiede.

Tutta la superbia umana e financo la speranza, spes contra spem, possono essere sciolte e le magnifiche sorti e progressive del mondo umano, dirute.

Qui mira e qui ti specchia,/ Secol superbo e sciocco,/ Che il calle insino allora/ Dal risorto pensier segnato innanti/ Abbandonasti, e volti addietro i passi,/ Del ritornar ti vanti,/ E proceder il chiami./ Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,/ Di cui lor sorte rea padre ti fece,/ Vanno adulando, ancora/ Ch’a ludibrio talora/ T’abbian fra se./ Non io/ Con tal vergogna scenderò sotterra;/ Ma il disprezzo piuttosto che si serra/ Di te nel petto mio,/ Mostrato avrò quanto si possa aperto:/ Ben ch’io sappia che obblio/ Preme chi troppo all’età propria increbbe./ Di questo mal, che teco/ Mi fia comune, assai finor mi rido./ Libertà vai sognando, e servo a un tempo/ Vuoi di novo il pensiero,/ Sol per cui risorgemmo/ Della barbarie in parte, e per cui solo/ Si cresce in civiltà, che sola in meglio/ Guida i pubblici fati./ Così ti spiacque il vero/ Dell’aspra sorte e del depresso loco/ Che natura ci diè. Per questo il tergo/ Vigliaccamente rivolgesti al lume/ Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli/ Vil chi lui segue, e solo/ Magnanimo colui/ Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,/  Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Il poeta volge il suo sguardo al tempo, al suo tempo che vive, pieno della superbia di una scienza che pensa e si pensa assoluta, inconfutabile, capace di discernere ogni cosa, di capire e quindi di dominare la natura stessa. “Secol superbo e sciocco“. Leopardi ha una visione limpidissima della situazione sua, nella quale vive, del mondo “moderno” così come si è evoluto e come promette di evolvere.  E l’uomo, in questo contesto si sente pronto a sfidare non solo la sorte, ma anche la natura e la sua manifestazione più possente, com’è quella degli astri, ma senza speranza, ché la iattanza indebolisce, prima ancora che il pensiero, il sentimento.

La contemporanea sua progenie appare come un’accolita d’ingenui bimbi (il “pargoleggiar”, neo-verbo assai adatto a presentare il secol superbo e sciocco), e anche la libertà alla fine appare quale è, solo presunta, perché l’uomo, preferendo l’illusione, disdegna il vero, in quanto talora paurosamente… vero.

Uom di povero stato e membra inferme/ Che sia dell’alma generoso ed alto,/ Non chiama se nè stima/ Ricco d’or nè gagliardo,/ E di splendida vita o di valente/ Persona infra la gente/ Non fa risibil mostra;/ Ma se di forza e di tesor mendico/ Lascia parer senza vergogna, e noma/ Parlando, apertamente, e di sue cose/ Fa stima al vero uguale./ Magnanimo animale/ Non credo io già, ma stolto,/ Quel che nato a perir, nutrito in pene,/ Dice, a goder son fatto,/ E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove/ Felicità, quali il ciel tutto ignora,/ Non pur quest’orbe, promettendo in terra/ A popoli che un’onda/ Di mar commosso, un fiato/  D’aura maligna, un sotterraneo crollo/ Distrugge sì, che avanza/ A gran pena di lor la rimembranza./ Nobil natura è quella/ Che a sollevar s’ardisce/ Gli occhi mortali incontra/ Al comun fato, e che con franca lingua,/ Nulla al ver detraendo,/ Confessa il mal che ci fu dato in sorte,/ E il basso stato e frale;/ Quella che grande e forte/ Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire/ Fraterne, ancor più gravi/ D’ogni altro danno, accresce/ Alle miserie sue, l’uomo incolpando/ Del suo dolor, ma dà la colpa a quella/ Che veramente è rea, che de’ mortali/ Madre è di parto e di voler matrigna./ Costei chiama inimica; e incontro a questa/ Congiunta esser pensando,/
Siccome è il vero, ed ordinata in pria/ L’umana compagnia,/ Tutti fra se confederati estima/ Gli uomini, e tutti abbraccia/ Con vero amor, porgendo/ Valida e pronta ed aspettando aita/ Negli alterni perigli e nelle angosce/ Della guerra comune. Ed alle offese/ Dell’uomo armar la destra, e laccio porre/ Al vicino ed inciampo,/  Stolto crede così, qual fora in campo/ Cinto d’oste contraria, in sul più vivo/ Incalzar degli assalti,/ Gl’inimici obbliando, acerbe gare/ Imprender con gli amici,/ E sparger fuga e fulminar col brando/ Infra i propri guerrieri./ Così fatti pensieri/ Quando fien, come fur, palesi al volgo,/ E quell’orror che primo/ Contra l’empia natura/ Strinse i mortali in social catena,/ Fia ricondotto in parte/ Da verace saper, l’onesto e il retto/ Conversar cittadino,/ E giustizia e pietade, altra radice/ Avranno allor che non superbe fole,/ Ove fondata probità del volgo/ Così star suole in piede/ Quale star può quel ch’ha in error la sede.

L’uomo veramente forte, anche se fisicamente indebolito, non disdegna di mostrarsi com’è, agli altri e al mondo, senza tema di esser svilito e umiliato. Egli sa che colpa del suo stato è la natura, più che madre, matrigna, la quale agisce senza occuparsi di sentimenti o ragione umani, erogando dolore a suo piacimento senza timor di far male, ché e priva di ragione e sentimento, la natura crudele. La natura è addirittura empia, secondo il poeta, cioè non-pia, blasfema, ma anche questo giudizio va considerato moderando la tentazione dell’antropomorfismo, che alla fine non spiega nulla. Altro l’uomo non può, nello stato in cui si trova. Vita è combattimento senza rassegnazione, ma forse con ri-segnazione , vale a dir la forza di ripartire ogni volta che il fato o la natura si scatenano.

Sovente in queste rive,/ Che, desolate, a bruno/ Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,/ Seggo la notte; e sulla mesta landa/ In purissimo azzurro/ Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,/ Cui di lontan fa specchio/ Il mare, e tutto di scintille in giro/ Per lo vòto/  Seren brillar il mondo./ E poi che gli occhi a quelle luci appunto,/ Ch’a lor sembrano un punto,/ E sono immense, in guisa/ Che un punto a petto a lor son terra e mare/ Veracemente; a cui/ L’uomo non pur, ma questo/  Globo ove l’uomo è nulla,/ Sconosciuto è del tutto; e quando miro/ Quegli ancor più senz’alcun fin remoti/ Nodi quasi di stelle,/ Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo/ E non la terra sol, ma tutte in uno,/ Del numero infinite e della mole,/ Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle/ O sono ignote, o così paion come/ Essi alla terra, un punto/ Di luce nebulosa; al pensier mio/ Che sembri allora, o prole/ Dell’uomo? E rimembrando/ Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno/ Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,/ Che te signora e fine/ Credi tu data al Tutto, e quante volte/ Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro/ Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,/
Per tua cagion, dell’universe cose/ Scender gli autori, e conversar sovente/ Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi/ Sogni rinnovellando, ai saggi insulta/ Fin la presente età, che in conoscenza/ Ed in civil costume/ Sembra tutte avanzar; qual moto allora,/ Mortal prole infelice, o qual pensiero/ Verso te finalmente il cor m’assale?/ Non so se il riso o la pietà prevale.

Mentre la coscienza e la consapevolezza umana si rendono costantemente conto della potenza irresistibile della natura, questa continua a manifestare con il suo silenzio la sua bellezza infinita. E allora si può contemplare il mare, di nuovo, e il cielo, la terra e il mare e le stelle di numero infinito. Si deve dunque vivere quasi percossi dalla potenza degli eventi, mentre ci prende la meraviglia per la bellezza della natura, per altri versi pericolosa fino alla morte, come l’esperienza storica e la memoria dei popoli insegnano. E, ciononostante, il poeta e filosofo è consapevole che la possanza della natura risiede su quel granello di sabbia che è il pianeta Terra, rispetto agli astri che popolano l’universo. E l’uomo che cosa è, dunque, se le proporzioni son queste? Come fa e perché matura superbia e smisurati orgogli? A che fine? Con qual coraggio e sentimento? Pietà o un riso ilare possono o debbono segnare questi aspri pensieri?

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,/ Cui là nel tardo autunno/ Maturità senz’altra forza atterra,/ D’un popol di formiche i dolci alberghi,/ Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre/ E le ricchezze che adunate a prova/ Con lungo affaticar l’assidua gente/ avea provvidamente al tempo estivo,/ Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,/ Dall’utero tonante/ Scagliata al ciel, profondo/ Di ceneri e di pomici e di sassi/ Notte e ruina, infusa/ Di bollenti ruscelli,/ O pel montano fianco/ Furiosa tra l’erba/ Di liquefatti massi/ E di metalli e d’infocata arena/ Scendendo immensa piena,/ Le cittadi che il mar là su l’estremo/ Lido aspergea, confuse/ E infranse e ricoperse/ In pochi istanti: onde su quelle or pasce/ La capra, e città nove/ Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello/ Son le sepolte, e le prostrate mura/ L’arduo monte al suo piè quasi calpesta./ Non ha natura al seme/ Dell’uom più stima o cura/ Che alla formica: e se più rara in quello/ Che nell’altra è la strage,/ Non avvien ciò d’altronde/ Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Il racconto dell’eruzione esplode come lava incandescente, là dove gli uomini si erano affaticati -come formiche- a procurarsi e riparare il cibo preparandosi a tempi più grami. E vien qui da pensare alle catastrofi tutte accadute nel tempo e nella storia. Se il Vesèvo sterminator ha forze superiori e incontrollabili, altre vicende, come quella del ponte Morandi a Genova dipendono dall’agire umano, non solo dal degrado naturale dei materiali. I morti, i feriti e gli sfollati a centinaia, non hanno più casa per il ponte crollato e il rischio di nuovi crolli. Case costruite sotto il ponte o il ponte costruito sopra le case? Ma come si fa? Come ci si può abituare? Se non si può spostare il Vesuvio, anzi ci si avvicina ad esso abitando alle sue falde, ci si può abituare a vivere tra i piloni giganteschi di un ponte in cemento armato?

Il ponte non è il vulcano, e il vulcano non è il ponte. Quasi da preferire il vulcano. Se Leopardi avesse visto il ponte chissà che idillio…

Ben mille ed ottocento/ Anni varcàr poi che spariro, oppressi/ Dall’ignea forza, i popolati seggi,/ E il villanello intento/ Ai vigneti, che a stento in questi campi/  Nutre la morta zolla e incenerita,/ Ancor leva lo sguardo/ Sospettoso alla vetta/ Fatal, che nulla mai fatta più mite/ Ancor siede tremenda, ancor minaccia/ A lui strage ed ai figli ed agli averi/ Lor poverelli. E spesso/ Il meschino in sul tetto/ Dell’ostel villereccio, alla vagante/ Aura giacendo tutta notte insonne,/ E balzando più volte, esplora il corso/ Del temuto bollor, che si riversa/ Dall’inesausto grembo/ Sull’arenoso dorso, a cui riluce/ Di Capri la marina/ E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo/ Del domestico pozzo ode mai l’acqua/ Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,/ Desta la moglie in fretta, e via, con quanto/ Di lor cose rapir posson, fuggendo,/ Vede lontano l’usato/ Suo nido, e il picciol campo,/ Che gli fu dalla fame unico schermo,/ Preda al flutto rovente/ Che crepitando giunge, e inesorato/ Durabilmente sovra quei si spiega./ Torna al celeste raggio/ Dopo l’antica obblivion l’estinta/ Pompei, come sepolto/ Scheletro, cui di terra/
Avarizia o pietà rende all’aperto;/ E dal deserto foro/ Diritto infra le file/ Dei mozzi colonnati il peregrino/ Lunge contempla il bipartito giogo/ E la cresta fumante,/
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia./ E nell’orror della secreta notte/ Per li vacui teatri, per li templi/ Deformi e per le rotte/ Case, ove i parti il pipistrello asconde,/
Come sinistra face/ Che per voti palagi atra s’aggiri,/ Corre il baglior della funerea lava,/ Che di lontan per l’ombre/ Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge./ Così, dell’uomo ignara e dell’etadi/ Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno/ Dopo gli avi i nepoti,/ Sta natura ognor verde, anzi procede/ Per sì lungo cammino,/ Che sembra star. Caggiono i regni intanto,/ Passan genti e linguaggi: ella nol vede:/ E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

Mentre la terra trema ancora, in quest’Italia fragile e bellissime, ché la bellezza è sempre fragile, ho nostalgia di consoli e imperatori. Se al posto di Di Maio sedesse Marco Aurelio, sentiremmo lo Stato vivo e non questo barcollo preoccupante. Perfino il “villanel”, dopo la tregenda continuerebbe il suo lavoro nel campo, sapendo che vi è chi veglia sul destin suo e della sua famiglia. Qui invece imberbi al comando inveiscono contro il capro dell’espiazione, non sapendo, cioè non avendo sapor sapido in bocca, niente sale, solo odio, manca la “s” di sodio. E poi il cloruro per il composto chimico del sale.

In lontananza il mare, isole di favola, Capri Ischia e l’onde della risacca potente sulle spiagge. Gli eredi di quel villanel son qui a guardare le opere crollate nutriti ancora di speranza lieve.

E tu, lenta ginestra,/ Che di selve odorate/ Queste campagne dispogliate adorni,/ Anche tu presto alla crudel possanza/ Soccomberai del sotterraneo foco,/ Che ritornando al loco/ Già noto, stenderà l’avaro lembo/ Su tue molli foreste. E piegherai/ Sotto il fascio mortal non renitente/ Il tuo capo innocente:/ Ma non piegato insino allora indarno/ Codardamente supplicando innanzi/ Al futuro oppressor; ma non eretto/ Con forsennato orgoglio inver le stelle,/ Nè sul deserto, dove/ E la sede e i natali/ Non per voler ma per fortuna avesti;/ Ma più saggia, ma tanto/ Meno inferma dell’uom, quanto le frali/ Tue stirpi non credesti/ O dal fato o da te fatte immortali.

Anche la ginestra, che pur vive su ogni costa, ogni crinale, può soccombere al fuoco e al terremoto, come gli umani di Genova e di ogni dove terracqueo. Il tempo si dispiega, anzi gli eventi piegano il tempo. Le vite son piegate nel tempo ma riemergono sempre, come se Dio ci fosse, può pensare il poeta agnostico e filosofo interrogante. Per la verità.

Questa volta Salvini l’ha fatta giusta

I miei cari e pazientissimi lettori sanno che non ne perdòno una a Salvini, ma neppure a qualsiasi altro politico che manifesti ignorante superficialità intellettuale e faccia proposte insensate, a parer mio e, pur essendo da sempre e per sempre uomo di sinistra, socialista, non lascio passar nulla nemmeno se l’insipienza tocca la “mia” gente, più o meno. Specifico a chi pensa che esista una sola sinistra che non è vero, poiché io non c’entro nulla con le sinistre viola, arancione, giorotondin-morettiane, arcobaleno, radical chic etc, à la SavianBoldrinFratoianCivatiane, e neppure con l’arroganza renziana e dei suoi emuli pietosi come Lotti, Boschi e con chi ha le fisime sui “diritti civili” magari da applicarsi in Svizzera. Con costoro non c’entro nulla, e nemmeno con la ex presidenta della mia region di confine, ma con chi si occupa di diritti sociali, di welfare, di equità fiscale, di epichèia socio-politica, ebbene sì, c’entro, eccome, ovviamente da prima e infinitamente di più di quanto non c’entrino i parvenu grillini “di” e “di”, nati ieri e spariti tra oggi e domani.

Salvini è stato nel tempo oggetto di mie critiche serrate per il linguaggio greve, l’atteggiamento spesso irridente verso chi non la pensa come isso, per le scorciatoie dialettiche, per l’ambiguità… ma ora una giusta la ha fatta.

Saputo che nei moduli ministeriali per la concessione della carta di identità telematica, nei campi dove si deve apporre i nomi dei genitori, risultava scritto genitore 1 e genitore 2, per dare risposte pidine alle CirinnàBoldrinaltrodistupefacentestupidino, o al penoso Speranza, il Ministro degli affari interni ha fatto riscrivere “padre” e “madre”, suscitando immediatamente l’ira funesta delle famiglie arcobaleno. Ma, ziopaperino, che cosa hanno da protestare? Per accontentarli/ rispettarli basta predisporre anche il campo che preveda quanto di politicamente corretto c’era prima e loro compileranno dove preferiranno. Ecché, per accontentare trentamila neo-famiglie si disconosce la condizione di trentacinque/ quaranta e passa milioni di famiglie fatte di un maschio e una femmina adulti e spesso di uno o alcuni pargoli?

In questo pezzo evito di aprire una pur sempre necessaria riflessione antropologico-filosofica ed etica, poiché appesantirebbe troppo uno scritto impostato su una chiave stilistica leggiera, epperò ricordo al mio lettore che tale riflessione non può essere bypassata o evitata. Infatti bisogna approfondire seriamente, sempre, il tema di ciò che sia la coppia umana così come l’evoluzione naturale e culturale la ha configurata, e le conseguenze necessarie di questa condizione oggettiva. In questo quadro si inserisce come argumento centrale il tema dei figli, della relazione psico-affettiva, presente sia nelle relazioni inter-parentali biologiche, sia adozionali, nella quale mi sento di escludere ogni surroga della maternità e anche la possibilità di adottare da parte di coppie omosessuali. “Avere” un figlio, ed ecco che già il verbo “avere” è improprio  sbagliato, NON E’ UN DIRITTO, MA UN DONO, cari vendola di tutti i generi e specie!

In ogni caso sono per includere, non per escludere. Sempre. E’ molto semplice: l’importante è essere convinti di non avere ragione per partito preso, sempre, comunque e dovunque, e che quindi si può, anzi si devono considerare le ragioni altrui, ma chiedendo altrettanto agli altri. Se io lascio lo spazio per scrivere “genitore 1 e genitore 2”, esigo di potere trovare i campi informatici dove trovo la dizione “padre/ madre”. Perché comunque, innanzitutto, per ora, biologicamente e naturalmente si danno un padre e una madre, anche se giuridicamente questi possono trovarsi in un altrove.

Salvini ha dunque fatto bene in questo caso, anche per poterne discuterne, magari con i modi suggeriti in questo mio post, dove si privilegia la riflessione razionale e l’argomentazione logica.

Sarebbe così bello e produttivo se non si fosse così militanti fino alla tontaggine, sempre che coloro che lo sono ne siano coscienti, perché a volte la loro militanza è inconsapevole, perché sono talmente in basso in quanto al livello cognitivo e intellettuale e culturale che la militanza è l’unica dimensione psico-intellettuale a loro accessibile.

Speriamo che ogni tanto qualcuno di costoro, parlo degli homines novi della politica, abbia qualche bella pensata, che non è né di destra né di sinistra in quanto bella e intelligente, oppure può essere sia di sinistra sia di destra, come quella di Salvini che dà il la a questo pezzo.

Il silenzio delle pietre

Lo stimabilissimo dottore Andreoli, medico psichiatra, è anche un eccellente scrittore, anzi narratore. E pensator-filosofo, come dovrebbero essere sempre i medici. Conosco da anni il suo lavoro di divulgatore scientifico e apprezzo la sua visione ampiamente umanistica della psiche umana. Andreoli non è un positivista, né è uno spiritualista, poiché la sua visione del mondo si colloca in una dimensione equilibrata tra i due estremi idealistici, evitando le esagerazioni tipiche di coloro che la pensano in un modo solo ed evitano l’utile dialettica tra diversi e la sua connessione metafisica necessaria.

Il titolo del mio pezzo coincide con il titolo del suo romanzo-saggio edito da Rizzoli, ed è metafora splendida, solo apparentemente scontata.

Che le pietre non parlino con voce umana è noto, ma a Inverkinkaig, meravigliosa baia delle Highlands nella Scozia settentrionale le pietre sembra ti guardino. L’uomo è andato colà in cerca di silenzio e di pace, cosicché ha evitato il concerto della presenza umana, preferendo quello delle pecore racchiuse nei Croft, sorta di “maso chiuso” delle terre alte, cercando anche di comprendere la cultura clanica delle poche migliaia di persone lì abitanti dai tempi dell’imperatore Claudio, che li ammetteva perfino al Senato di Roma imperiale. Pitti e Britanni si chiamavano allora, che Adriano preferì in qualche modo separare dagli altri territori dell’Impero, facendo costruire il famoso Vallo.

Nella baia di Inverkinkaig sostano innumerevoli specie di uccelli marini, dalle berte ai gabbiani ai puffin agli aironi alle anatre selvatiche con i loro piccini nuotanti e zampettanti nell’acqua ribollente della baia. Rare case segnano il profilo delle colline, a scandire i confini dell’appezzamento familiare. McLeod e McDalglish si alternano come cognomi, ché sono i cognomi dei due clan presenti e dominanti.

L’uomo si basta vivendo di quello che compra nel villaggio più vicino, poiché non riesce a fruire dei beni del luogo: egli non sa tosare le pecore, non le sa mungere, né uccidere, non coltiva l’orto; ama soprattutto sognare al tramonto disteso nell’erica.

Verona è la città di Andreoli: al ponte San Francesco presenta la vita di una media città ricca di storie e d’arte. Lì all’incrocio semaforico lavorano giovanissimi lavavetri, che sopravvivono delle monete concesse per il servizio, da parte di chi è gentile e ancora provvisto d’umana pazienza.

Il pensiero dell’uomo che ha cercato il rifugio dal frastuono del mondo trova la frescura delle terre del Nord silente e quasi disabitato. E prova a paragonare quattro personaggi della baia di Inverkinkaig, il macellaio, il droghiere, il giornalaio e il… non so più, a quattro personaggi del mondo per ora lasciato, il mondo rumoroso e sconcertante del 21° secolo: l’intellettuale, il medico, il commerciante e il… non ricordo.

Constata che l’animale umano, sia che sia nella bella città culta occidentale sia che sia nella baia selvaggia del Mare del Nord, in compagnia degli uccelli marini, sempre quello stesso animale, è.

E dunque lui, o chi per lui, in cerca della solitudine e in continuo dialogo sulle “cose ultime” (si dice in teologia fondamentale), soprattutto sulla prima delle stesse, la morte, non trova soluzioni razionalmente soddisfacenti, poiché ovunque viva l’uomo l’interrogativo sul destino ineluttabile non prevede risposte, ma solo un cul de sac, oppure un tuffo nell”atto di fede, a scoprire gli altri tre novissimi (così chiamava le “cose ultime” papa Sarto, San Pio X), che sono: giudizio, inferno e paradiso.

Andreoli non indulge in ulteriori ricerche, ma fa fare al suo alter ego, al suo personaggio, una scelta. Nella baia di Inverkinkaig.

 

La verità della realtà e la realtà della verità, coincidentia oppositorum vel harmonia mundi?

Caro lettore,

quale è, secondo te, la strada per riprendere il buon cammino interrotto dalla dilagante indecenza attuale? Sto parlando dei tempi in cui viviamo, del linguaggio in uso, della politica, delle prospettive sociali e del lavoro, del futuro nostro sia di gente in età sia dei giovani. Ho definito il nostro cammino come un sentiero interrotto dall’indecenza, dalla disumanità, dalla bruttezza, dalla paura. Chi sa un poco di montagna conosce i sentieri interrotti, viottoli che improvvisamente si piegano a novanta gradi o spariscono nel bosco. Buona norma è tenere gli occhi bene aperti, ché i burroni son nascosti dietro le macchie più lussureggianti.

Ricordo una ascesa notturna di circa vent’anni fa al monte Quarnan, alla luce della luna. Salimmo da Montenars e fummo in vetta dopo un’ora e tre quarti di cammino, alla luce del cielo stellato e della luna. Al ritorno stemmo in guardia proprio per evitare di rotolare nel bosco, ma uno di noi non si accorse della curva stretta e precipitò per svariati metri, graffiandosi tutto. ma tutto si risolse con un poco di spavento. Il silenzio della montagna e la notte sono compagni di strada severi.

Indecenza è un mancare di decenza come eleganza naturale e come spirito buono di comunicazione. Disumanità è quasi un controsenso, un ossimoro concettuale, poiché nulla di ciò che è umano può essere definito… disumano. Nell’umano vi è il bene e anche il male. Il tema manicheo della separatezza di principio tra i due modi dell’essere umano non stanno in piedi, poiché in ogni singolo essere umano sono compresenti aspetti positivi e aspetti negativi, quasi che bene e male siano commisti e connaturali all’umano stesso. E infatti… Casomai si può essere più precisi, come suggerisce Tommaso d’Aquino: chiamare gli atti mali come atti dell’uomo, non come atti “umani”, chiedendo quindi al genitivo di specificazione la determinazione dell’autore del male fatto, così mantenendo all’aggettivo “umano” l’accezione buona che gli compete.

La bruttezza è un tratto estetico nel senso più profondo del termine, là dove si intende per estetica un manifestarsi dell’essere delle cose e delle persone, secondo l’etimologia greco antica (aisthesis). Non intendiamo dunque il dualismo oppositivo tra bellezza e bruttezza, così come è nell’accezione vulgata contemporanea. La bruttezza di cui qui parliamo è spirituale, interiore, morale. Quando si dice “è una brutta persona” non si intende che abbia tratti somatici sgradevoli, ma che è malvagia, o che comunque manifesta comportamenti moralmente disdicevoli.

Aileen Wuornos nel film Monster, se –mio caro lettore– hai visto il film, e Charlize Theron sono la stessa persona, la bruttezza e la paura, di sé e della vita.

Si discute alla Camera dei deputati al Senato della Repubblica italiana del decreto “dignità. Decine di parlamentari si iscrivono a parlare, soprattutto delle opposizioni, moderate, di destra e di centro e sinistra. Il ministro “competente” Di Maio è in aula, ma sta zitto, imbarazzato. Il poveretto. Con modi gentili e civili chi interviene lo fa, non tanto per dissentire dai contenuti del decreto, di cui anche qui ho dato ampio conto critico, ma per sottolineare l’esigenza di emanare una norma di raccordo tra vecchio ordinamento e quello nuovo, al fine di evitare licenziamenti inutili e irrazionali, dannosi per le aziende e nefasti per i lavoratori coinvolti. Nulla di nulla: la presidente della commissione Ruocco (M5S) addirittura fa l’offesa perché gli avversari osano contraddire la linea del governo.

Bene e male insieme, nell’uomo e fuori dall’uomo. Per immediata intuizione si può dire che il primo sintagma del titolo di questo pezzo “la verità della realtà” esprimerebbe una dimensione prevalentemente estensiva, mentre il secondo sintagma “la realtà della verità” una dimensione prevalentemente intensiva.

In altre parole parrebbe che la realtà non possa non contenere tutta la verità, mentre la verità -al contrario- no, poiché la realtà è fatta anche di menzogne, dissimulazioni, falsità etc.

E’ indubbio che così sia, ma anche no. Perché vi è una verità anche nella menzogna, nella falsità, nella dissimulazione. Infatti, si può dire: è vero che quella è una menzogna, è vero che quella è una falsità, è vero che quel tale dissimula, e non dice ciò che pensa.

Paradossalmente, dunque, troviamo la verità anche nel suo contrario, come ben sapeva Hegel con la sua teoria dinamica della tesi, antitesi e sintesi. La mente umana pare riuscire a comprendere tutto, pur nei suoi limiti, tant’è che si può dire: la ragione non sta mai tutta dalla stessa parte e così il torto.

La realtà è fatta di tutte le cose, che sono res, e dunque comprende il tutto, mentre la verità rappresenta ciò-che-è-vero, e quindi è reale. In latino gli “scolastici” del ‘300 usavano dire “verum et bonum et puchrum convertuntur“, cioè il vero, il buono e il bello in qualche modo si convertono l’uno nell’altro fino a coincidere.

Potremmo fare un bell’esercizio rappresentando la negatività come limite, come reciproco della positività, come coincidentia oppositorum (Card. Nicola di Kues), e infine come Harmonia mundi, pure in tanto dolore e imperfezione.

In itinere, omnes homines viatores sumus.

Il pranzo avanzato

La cosiddetta moltiplicazione dei pani e dei pesci è un episodio evangelico descritto in due modi nel testo sacro. Nel primo modo il racconto è presente in tutti e tre  i Vangeli sinottici e in Giovanni: Gesù sfama con cinque pani e due pesci cinquemila uomini (cf. Matteo 14,13-21, Marco 6,30-44, Luca 9, 12-17, Giovanni 6, 1-14). E’ l’unico “miracolo”, oltre alla Resurrezione e all’Ultima Cena (istituzione dell’Eucarestia) narrato in tutti e quattro di vangeli canonici. Avverto il mio gentile lettore che qui siamo in un ambiente prettamente teologico della nostra riflessione.

Il secondo modo o secondo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è presente in due racconti evangelici, quelli di Matteo 15.32-30 e Marco 8.1-10: nel racconto si dice che Gesù sfamò quattromila uomini con sette pani e pochi pesciolini.

Non dobbiamo preoccuparci della diversità dei due racconti, poiché le fonti evangeliche sono differenti, le redazioni pure e le copie delle varie redazioni altrettanto. E’ impossibile stabilire con certezza la maggiore o minore veridicità dei due racconti, anche se, pur rimanendo in ambito teologico-simbolico, è evidente che se un racconto è presente in quattro “tradizioni” evangeliche e l’altro solo in due, qualcosa dovrà pur significare. Ciò che stupisce è il rapporto tra il pochissimo cibo a disposizione e la capacità di Gesù di soddisfare le esigenze di nutrizione di migliaia di persone, come vedremo nel testo giovanneo sottostante, che ho scelto per esemplificare. Il cibo per il corpo è importante, fondamentale, ma lo è altrettanto quello per l’anima, cioè l’eucaristia, che è prefigurata nei “miracoli” potremmo dire alimentari del Maestro. Gesù non sottovaluta mai l’aspetto fisico della vita umana, anzi, da  buon ebreo osservante egli ritiene che il corpo e l’anima, fatti a immagine di Dio, debbano essere parimenti rispettati e curati, sempre, in ogni tempo e luogo.

Anche san Paolo negli Atti degli Apostoli evoca l’episodio dell’Ultima Cena, quasi come garanzia gesuana di una vita che viene salvata dalle procelle naturali e spirituali. Egli sta viaggiando in nave verso l’Italia e la nave si imbatte in una tempesta e, rassicurato in sogno dall’angelo sulle vite dei suoi compagni di viaggio, l’Apostolo rende grazie a Dio e spezza il pane riuscendo a sfamare duecento e settantasei viandanti per il mare periglioso, lì presenti (…) dopo quattordici giorni passati a digiuno, senza prendere nulla (Atti 27.33-35).

Il miracolo è il segno della diversità di Gesù da tutti gli altri rabbi e taumaturghi itineranti. Il testo che abbiamo scelto, quello di Giovanni, non parla precisamente di miracoli, ma di segni, di testimonianze, di riferimenti a una divinità che sussiste nell’Uomo di Nazaret. θαύμα [τό]  (thàuma ) si dice in greco, come accadimento di qualcosa di straordinario creduto dovuto all’intervento divino, ovvero di fatto che ha dell’incredibile e che suscita stupore e meraviglia, ma Giovanni non usa questo termine, preferendo un altro lemma σημεῖον [τό] (semèion), cioè segno che suscita stupore e meraviglia.

E dunque leggiamo direttamente il primo brano riferito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 

Il testo di Giovanni 6,1-14

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».

Il versetto 12 ci parla del “pranzo avanzato”, cioè dei beni sovrabbondanti che l’uomo ha a disposizione per vivere. “Nulla vada perduto” (12b), scrive l’autore del vangelo secondo Giovanni.

Quanto, invece, va perduto dei beni a disposizione, ogni giorno che Dio manda sulla terra? Quanto spreco, quanta noncuranza, quanto egoismo, quanto disinteresse! Non sto parlando solo del “banco alimentare” che funziona un po’ ovunque, né delle mense della Caritas o dei padri cappuccini, capillarmente operanti, in centri piccoli e grandi, ma dell’anima delle persone, spesso ottusa e chiusa a ogni pensiero rivolto all’altro senza secondi fini.

Sta divulgandosi un pensiero stolto, uno sguardo insincero, un agire miope e privo di tenerezza. Molti non sentono anche se ascoltano e non vedono anche se guardano. Come possiamo avanti in questo modo?

Ministro dell’Interno Salvini, non ti rendi conto di usare un linguaggio che titilla, non la verità delle cose, ma la sua interpretazione maligna, pericolosamente fuorviante, inadatta soprattutto a rendere consapevoli dei problemi gravi di questo mondo, i giovani? Che prezzo intendi ancora far pagare all’ambito del tuo potere, a fini di propaganda? Non comprendi che il tuo cinismo linguistico e concettuale può essere disastroso, perché molti nella loro semplicità psico-antropologica ti prendono sul serio e si armano e picchiano e forse uccidono?

Para leer el Zibaldon verdadero y escribir con humildad un Zibaldon nuevo

I miei cari lettori sanno che a volte uso citazioni dirette di autori che stimo e ammiro, per introdurre temi da commentare nella situazione attuale. Questa volta invito a leggere quasi integralmente i capp. 103 e 104 dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi, che sto ristudiando come testo filosofico di grandissima attualità, fonte di ispirazione per Nietzsche e per gli esistenzialisti nostri contemporanei, da Sartre a Heidegger. Chi fosse interessato a questo brillantissimo e profondo anche se a-sistematico testo filosofico, lo può trovare a prezzo calmierato negli Oscar Mondadori. Più avanti nell’estate proporrò anche una rilettura della penultima grande lirica del nostro “giovane favoloso”, La Ginestra, scritta da ospite nella casa del suo amico Antonio Ranieri, a Napoli.

Ci sono tre maniere di veder le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo; e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c’é cosa che non parli all’immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga; in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell’animo loro.

L’altra, e la piú comune, di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito; e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell’immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, per esempio alla scienza, alla politica ec. ec.), che senza essere sublimati da nessuna cosa trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell’esistenza, riempie però la vita di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro.

La terza, e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno né spirito né corpo, ma son tutte vane e senza sostanza; e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo piú di sentimento, che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita, per modo che senza esse non è vita.

E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione.

Perché chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacché volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la piú ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai, come si dice volgarmente, con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.”

L’intelligenza del grande pensatore  e poeta nostro elabora un testo non facile, tra cui è invece facile perdersi. Non si pensi che, siccome lo dice esplicitamente, egli sposi senza riserva la terza visione del mondo, quella pessimistico radical-nihilista. Non è così. Il conte Leopardi accompagna il lettore a una riflessione più complessa. La sua onestà intellettuale lo porta a sostenere che la natura (Dilthey direbbe Naturwissenschaften, o scienze della natura) la vince sempre sulla ragion intellettuale (sempre Dilthey direbbe Geistwissenschaften, o scienze dello spirito), ma questo non deve scoraggiare l’uomo, per cui, se l’uomo vuole co-determinarsi insieme con la circostanze che costituiscono, insieme con le iniziative della volontà individuale, il suo proprio destino, deve avere il coraggio (prima opzione) di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Ed è qui che il pessimismo leopardiano vien fuori, proprio per la sua onestà intellettuale, ed è in questo modo che il suo ragionamento si manifesta come attualissimo, in una fase storica, la nostra, che vede il deliquio del pensiero argomentante e della logica raziocinante. Leopardi è un romantico disilluso, non un disperato disperante, e la differenza tra i due profili ideal-tipici è radicale.

Vi è di più, come sempre, vi è un’ulteriorità negli scritti leopardiani, siano essi in forma di poesia, siano essi in forma di prosa filosofica. A me par di intravedere in Leopardi la penna e le intenzioni di un pedagogo eccelso, dello stesso livello di un Aristotele o di un sant’Agostino. Infatti, sia il filosofo di Stagira, sia il vescovo di Ippona pensano che l’uomo abbia le risorse interiori, psichiche e spirituali per emergere anche dalle peggiori situazioni, sia pure con modi e mezzi diversi: Aristotele confida nella potenza del pensiero logico, della necessità intrinseca, stringente della riflessione sillogistica, per cui l’uomo riesce a comprendere il flusso e la ragione degli eventi e a intervenire su di essi, con la sapienza maturata nell’esperienza esistenziale individuale; Agostino in qualche modo crede altrettanto e aggiunge, di suo, che se l’uomo chiede aiuto con umiltà a Dio, l’Incondizionato non può non ascoltarlo, dandogli l’acutezza intellettuale e le risorse energetiche necessarie alla propria vita.

E per concludere questo strano e commisto mio scriver domenicale, aggiungo un’antica poesia in quartine e versi ottonari, mia cugina Giuditta la custodì nel tempo interiore, che scrissi in onore di Catine, mia nonna materna, ottantenne da pochi giorni. Io ne avevo ventiquattro e studiavo allora Scienze Politiche e lavoravo in fabbrica con tuta da metalmeccanico, come da foto qui sopra a destra. lavoro, operaio, studio e scrittura, come proprio un ricercar mio proprio, in forma di Zibaldone, forse un poco arcimboldesco.

L’occasione è un compleanno,/ ma l’intento è ricordare/ come fosse d’un sol anno/ della nonna il camminare.// Dopo che fu la campagna/ tra i vigneti e il patriarcato/ a forgiarla e a dar sostanza/ a ciò che noi siam risultato.// Ancor giovine e inesperta/ lei ben presto si sposò/ per portare al miglior fine/ ciò che in lei valor trovò.// Venner presto sette figli,/ due purtroppo se n’andorno/ ma dei cinque rimanenti/ lei fu fiera e loro attorno.// Era il tempo dei saluti,/ false glorie e miti affini,/ la miseria e gli starnuti/ solo vanto dei bambini.// E passarono i “vent’anni”,/ dura guerra poi passò,/ cominciarono a sposarsi/ i figli e lei pace trovò.// La rinascita: altro mondo,/ i primi soldi un po’ men scarsi,/ ma purtroppo ancora in fondo/ d’uopo è d’accontentarsi.// Che è che alfine noi vogliamo/ pianamente festeggiare,/ se non lei che solamente/ a noi del tempo può parlare?”

E che il sole di luglio non esageri, e il tempo giusto l’accompagni.

La musica perfetta e/ è infinita

Caro lettor del sabato,

Sigiswald Kuijken dirige per me nel solitario mattino La Petite Bande. eseguendo i dodici Concerti Grossi di Arcangelo Corelli.  I dodici concerti sono suddivisi in sonate da chiesa, i primi otto, e in sonate da camera gli ultimi quattro, e sono databili agli anni a cavallo del 1700.  Corelli ha diviso ogni concerto in quattro, cinque o sei tempi, scegliendo diversi stilemi in voga nel suo tempo, praticati anche da Bach e Händel, come la gavotta, la sarabanda, il preludio, il minuetto, l’allemanda e la giga.

Nato in Romagna nel 1653 Corelli muore a Roma nel 1713,  questo nostro grande, forse troppo poco citato, è stato un compositore fondamentale della musica strumentale barocca, poi proseguita con alcuni suoi valenti allievi come Pietro Locatelli e Francesco Geminiani, ma anche a livello europeo. Non si possono non riscontrare influenze corelliane anche nella musica di Georg Friedrich Händel, come vedremo.

A Roma, dove visse a lungo. fu al servizio, prima del cardinale Benedetto Pamphili e poi del cardinale Pietro Ottoboni. La stessa Cristina regina di Svezia lo tenne come musicista prediletto. Suonò insieme con altri insigni musicisti, con un grandissimo Alessandro Scarlatti, con Bernardo Pasquini e con Giovanni Bononcini nel “Coro d’Arcadia” con il nome di Arcomelo Arimanteo. Interessante il ritrovamento presso il Conservatorio di Firenze di una Fuga a quattro voci con un soggetto solo, celata sotto lo pseudonimo-anagramma di Gallario Riccoleno. Il tema della Fuga contiene un tema del tutto simile a quello del celebre Allelujah del Messiah di Händel, per cui di potrebbe dedurre che il grande sassone fu allievo di Corelli durante un suo soggiorno in Italia.

E poi non posso non tornare all’ascolto della Missa Papae Marcelli di Giovanni Pierluigi da Palestrina eseguito dal Regensburger Domspatzen diretto da Theobald Schrems,  e a Giovanni Gabrieli, veneziano, il quale mi allieta da decenni con le sue infinita coloriture degli ottoni e delle voci, con gli Alleluja, i Deus Deus meus, i salmi e le antifone che ascolto dai vinili preziosi registrati in San Marco dai The Gregg Smith Singers diretti da E. Power Biggs,  e dai The Texas Boys Choir diretti da Vittorio Negri. Gli echi della basilica-moschea del Mediterraneo restano sospesi nell’aria come volute di cori angelici. Ascoltando queste musiche non si può rimanere nell’inerzia agnostica. Il divino prorompe dall’umano con forza ed armonia inaudita.

Non è necessario un atto di fede esplicito per aderire a queste musiche, ma basta lasciare che esse muovano dentro di noi quello che si lascia muovere della nostra anima. San Paolo, Sant’Agostino e frate Martino Lutero pensavano a questo: a un lasciarsi coinvolgere senza rifiutare nulla dell’apparire di Dio nel nostro spirito attraverso la musica, che per Agostino era doppia preghiera. Il grande misticismo renano di Johannes Meister Eckhart o quello di Ildegarda di Bingen sosteneva che se si fa silenzio nel fondo dell’anima Dio non può non apparire sommessamente, senza obbligare nessuno a dialogare in silenzio con l’anima stessa, visto che son della stessa natura. E così altrettanto pensano i sufi musulmani.

Anche se in modo differente si propone il misticismo orientale hindu-buddista, forse meno comprensibile per noi, poiché rivolto al Tutto. Noi occidentali, figli della Bibbia e della Filosofia greca, siamo affezionati alla singolarità della Persona, alla sua unicità irriducibile, che è vera, ma è anche soffio o scheggia del divino del Tutto (cf. ortodossia greca e Schleiermacher).

La musica, come arte ineffabile, non ha bisogno di traduzioni: essa penetra insinuandosi nei misteriosi pertugi del nostro mondo interiore, lentamente, leggermente, continuamente, ineluttabilmente. E questi avverbi modali, nel mentre contengono come suffisso “mente”, evocano la mente, cioè quel qualcosa di imprendibile, inafferrabile, inaudito, sfuggente, come il pensiero che da essa è prodotto.

La musica emerge dallo strumento e dalle corde vocali umane, ma non può non dirsi musica anche il fruscio delle foglie scosse dal vento, o il soffio stesso del vento. E perfino quella del tuono che accompagna il fulmine e lo scroscio della cascata montana, e il mormorio della sorgente.

E allora Corelli, Palestrina, Gabrieli sono lo specchio raccoglitore di questa meraviglia in-tonata, rotonda e perfetta e infinita come l’essere parmenideo, mentre scorre, senza contraddizioni, nel suo infinito.

epinicio quotidiano

Chi  non è a digiuno di studi classici sa che cosa è un epinicio, un canto di vittoria, traslitterazione della parola greca composta dalla preposizione epì, cioè intorno a, e nìke, cioè vittoria. Caro lettor mio, approfitto per dirti che la pronunzia del nome dell’importante ditta di calzature “nike”, è da mantenere come è scritto, in quanto parola greca, non all’inglese “naik” o addirittura “naiki”.

Il testo di questo canto poteva essere anche di un autore famoso, di un poeta, di un Bacchilide o di un Pindaro, che ne scrisse oltre quaranta, per cantare i vincitori delle Olimpiadi.

Nell’epinicio si descriveva l’atleta, si proponeva una biografia brevissima con cenni ai suoi ascendenti e allusioni mitologiche. Infine l’autore non dimenticava la parte etico-pedagogica che le gesta dell’atleta sottintendevano, in una strutture composta da strofe, antistrofi ed epodi.

L’epinicio è un cantare l’evento, la meraviglia della forza, il coraggio del vincitore e sembrerebbe difficilmente riferibile alla vita quotidiana. Ma forse è bene approfondire la riflessione. Lo farò anche con l’aiuto di un caro amico, pensatore umile e profondo, il professor Stefano Zampieri.

Chi è l’atleta di cui qui desidero parlare? Chi mi vuol bene sa che sono in ascesi anacoretica da qualche giorno, chi mi vuol bene, beninteso, lo sa. Ebbene ne sono uscito, e ora quasi quasi mi dedico un epinicio, senza l’illusione che sia un canto di vittoria olimpico, ma un canto razionale di rinascita, etimologia che mi si confà.

Senza iattanza e vanagloria, ma con il sommesso orgoglio di aver continuato ad essere me stesso. Come si sa ogni canto celebrativo rischia la retorica corriva e annoiante, per cui mi premurerò di non cadere nell’inganno dell’autocelebrazione. Si è quel che si è per un intreccio di numerosissime concause regolate, si fa per dire, dal principio di complessità, su cui si sta affaticando da tempo Alberto Felice De Toni con lavori pregevoli.

Lo stato delle cose è sempre provvisorio, continuamente alla ricerca di un’omeostasi, cioè di un equilibrio il meno precario possibile. Parlo della salute di ciascuno di noi, di una struttura organizzata come un’azienda, di una classe scolastica, di un reparto sanitario o militare in missione. Le variabili e le sorprese possibili sono incommensurabili e sorprendenti. Le causali, le origini, le sorgenti di ogni stato di cose sono numerosissime e interconnesse, a volte difficili anche da leggere e da dipanare. Giocano la partita i comportamenti del singolo, di chi gli sta attorno, delle circostanze e degli eventi che variano il menù della quotidianità.

Molto bello su questo tema il volumetto del mio amico Stefano Zampieri, filosofo veneziano, Per una filosofia della vita quotidiana, edito da Diogene. Zampieri connette in maniera lucidissima la dimensione del quotidiano e quella degli eventi che a volte scombinano il quotidiano stesso, sul quale si ha da avere uno sguardo filosofico, cioè analitico, ma anche logico-analogico. Ragione e sentimento, per parafrasare Jane Austen, non possono non stare-insieme, perché appartengono al quotidiano di ciascuno di noi. Tutto è autentico nella vita quotidiana, dove la routine è letteralmente rotta dall’inaspettato e sorprendente evento (ereignis), cosicché non dobbiamo temerla perché svilente o annoiante. In Zampieri si osserva una qualche nota critica nei confronti dell’Heidegger di Essere e Tempo, là dove il pensatore tedesco critica la vita inautentica. Si può convenire con Stefano che può darsi una vita inautentica in ogni tempo storico umano, ad esempio nel consumismo contemporaneo, ma non nel quotidiano vissuto con sincerità e apertura al mondo.

Può anche darsi che la noia della vita quotidiana ne sveli in qualche modo l’assurdità, ma la soluzione non è la ricerca romantica o dannunziana della vita eroica, unica, meravigliosa, bensì l’accoglimento della normalità del buon senso, che rinforza creando le condizioni spirituali per accettare l’evento, l’eccezionalità, sia come sia: crescita professionale inaspettata, una malattia, un amore… ecco sembra incredibile accostare la malattia e l’amore, ma ci sta, come evento, come cesura, come discontinuità impegnativa e veritativa. Pertanto, occorre essere pronti (è l’estote parati evangelico, Matteo 24, 44), scegliendo una filosofia del quotidiano, capace di tenere insieme la routine e l’evento, con sapienza e paziente umiltà (aggiungo io) creaturale.

Una lettura eccellente per me, cui dedico un epinicio senza alcuna sicumera, in uscita da un’esperienza durissima e con la speranza di una quotidianità ritrovata e serena.

Il cherubino di Amiens

Le strade del Tour si snodano accompagnando la grande corsa con il paesaggio e la storia. Gli eventi di questi giorni me lo regalano con dovizia di tempo e ne son lieto. La grande campagna francese stupisce con la sua calma bellezza.

Dopo Chartres, neanche gli organizzatori avessero deciso di omaggiarmi, Amiens, sicuramente sfiorando Beauvais. Non è qui il luogo per cantar la meraviglia delle tre cattedrali. A Chartres son stato quattro volte, tre in auto e una in treno da Paris, dalla Gare de Montparnasse. Non dimentico l’apparire del tetto di ardesia verde da decine di chilometri, mentre si viaggia nell’immensità vallonata della campagna. Ad Amiens due volte son stato.

Sempre sol chi mi conosce e mi vuol bene sa la ragione per cui quest’anno riesco a bearmi delle tappe del Tour in tv. Erano anni che non riuscivo a veder neppure le frazioni delle grandi montagne. La dizione “grandi montagne” mi ricorda mio padre, i cui racconti erano del mito dell’Aubisque e del Tourmalet, dell’Izoard e del Galibier. Su questo colle poi andai con una Bea decenne nel 2005, e lo raggiunsi a piedi, con lei che ballonzolava coraggiosa, dal Col de Lauteret, salendo da 1880 metri di quota ai 2640 del colle più alto che dà su Briançon.

La tappa per Amiens si snoda per il dipartimento della Somme, dove si svolse la più sanguinosa battaglia di ogni tempo, con oltre un milione di morti, nella Prima Guerra mondiale. E allora sento dire un commentatore che nella cattedrale Notre Dame di Amiens vi è un cherubino piangente di marmo grigio. Chi sono i cherubini?

Un’etimologia: cherubino è un sostantivo maschile [dal lat. eccles. cherubin, traslitterazione dell’ebraico. kĕrūbīm, pl. di kĕrūb, affine al verbo accado karābu «pregare»]. Nell’Antico Testamento, è il nome di esseri ritenuti intercessori presso Dio, di forma umana, alati, che coprono l’arca santa o stanno davanti al Santissimo o proteggono l’ingresso del paradiso. Nella scala gerarchica discendente degli ordini angelici, secondo la distinzione dello Pseudo-Dionigi, ciascuna delle nature angeliche che costituiscono il secondo coro della prima gerarchia angelica, quella dei serafini, gli angeli di fuoco. Oppure il cherubino è un angelo grazioso, di immagine infantile, appunto, come il cherubino di Amiens, che piange sul dolore e la morte di quegli eventi terribili.

E poi Roubaix dentro il Tour e la Arras di Maximilien Robespierre. Le pietre hanno atteso anche la grande boucle, dove si sono esercitati i più bravi a spingere faticosi equilibri, accettando anche il contatto doloroso della caduta, polvere e sudore e coraggio nei volti scavati di Philippe Gilbert, di John Degenkolb, di Peter Sagan, di Greg van Avermaet. E c’è anche Nibali che quasi vola leggero fino al traguardo, tra i primi. Il ciclismo nelle tratte di pavè torna alla sua verità metaforica, come insegnava Paul Ricoeur.

Il ciclismo è in sé orgoglioso tormento autoinflitto, e racconta nel dipanarsi della corsa, breve e interminabile come una tortura, rappresentando l’itinerario di una vita. La bicicletta è lì silenziosa finché non viene cavalcata dal coraggioso e portata nel mondo, per pianure infinite, colline vallonate e crudeli altissimi monti.

Ora le grandi montagne, come le chiamava Pietro dandomi il senso del favoloso. E allora, come ora attendo i noti volti dei pretendenti a Les Champs Elysées, aspettavo di vedere il volto smunto di Jacques Anquetil, quello robusto di contadino di Raymond Poulidor e il giovane Gimondi e l’elettrico Gianni Motta, il muscolato Rudy Altig, l’imperatore di Herentals Rik van Looy, il tostissimo olandese Janssen. Di pomeriggio si andava all’osteria “Da Lino” a vedere il Tour in bianco e nero, e io così piccolo sapevo i nomi dei ciclisti più grandi.

Le grandi montagne sono la strada che si inerpica excelsior, sempre più in alto, come insegnava il maestro Costantino a me decenne. La strada si eleva e il silenzio avvolge i boschi che si diradano verso i duemila metri.

Non so quel che succederà, chi sarà a precedere gli altri sui colli più alti dei Pirenei, del Massiccio Centrale e delle Alpi. Attendo quei volti piegati a guardare davanti alla ruota anteriore, sperando nel tornante prossimo, ché i tornanti concedono una pausa, tra ombre e zone assolate.

Nel frattempo la Francia meticcia ha già alzato braccia per presti-pedatori vincitori, bravissimi Griezmann e Mbappè. superando i croati orgogliosi. Unico neo la soddisfazione di Macron-falso sorriso.

Il cherubino di Amiens asciugherà le lacrime degli eroi, vedendo la gioia dei vincitori in bicicletta, le loro braccia alzate, vittorie sul proprio limite, sulla paura e la fatica, vittorie sulla perenne tentazione dell’accontentarsi pavido.

 

Il medico dell’Imperatore

Chiamate Giolla, il mio fedele medico, ordinò Adriano ai servitori, chiamatelo ché venga subito!”

L’ordine di Adriano era perentorio e Giolla comparve davanti al sovrano dopo pochi minuti. “Come posso servirti mio divino?, esclamò, e Adriano lo chiamo vicino, si trovavano vicino al laghetto chiamato Cepile nella grande Villa che il padrone del mondo aveva voluto far costruire sui colli, ma in vista dell’Urbe. Mandò via i servi e il pretoriano che camminava nei pressi e fece sedere il medico.

Caro Giolla, mio medico fedele per tanti anni, ho da chiederti un favore supremo… tu sai che non sto bene, dopo le perdite delle persone care, dopo le guerre feroci che ho dovuto combattere con tanti morti, anche donne e bambini. Mi hanno raccontato che a Masada, sul Mar Morto, ai tempi del mio predecessore Vespasiano, quasi mille persone per non cadere nelle nostre mani, erano ribelli all’Impero certamente, si sono tolte la vita. Un massacro. Ma io non voglio più vivere. Devi prepararmi una pozione, come quella che si dice abbia assunto Socrate, perché voglio raggiungere la pace dell’Ade insieme con i miei maggiori e con i grandi della Patria“.

Il medico rimase in silenzio, non osando contraddire il grand’uomo, ma volendogli bene provò a dissuaderlo con garbo. Adriano lo ascoltò senza interromperlo, e poi disse: “Conosco il tuo affetto sincero e il tuo dispiacere per me, ma ti prego di fare quello che ti ho detto, entro stasera e domattina, alle prime luci dell’alba mi porterai la pozione.” Giolla assentì e si congedò. Adriano trascorse la giornata in amabili conversari che attenuavano la sua tristezza: alla villa aveva voluto convenissero sapienti da tutto l’impero, sacerdoti caldei ed egiziani, filosofi greci sia di scuola stoica sia peripatetica, studiosi e altri sapienti di ogni genere della filosofia naturale e dell’astrologia.

L’indomani mattina Giolla non si presentava e l’imperatore era molto nervoso, lo mandò a chiamare quasi con ira ma, dopo qualche minuto vennero da lui disperati alcuni servitori che gli dissero “Oh divino, il tuo medico Giolla è morto, non sappiamo come“. Adriano piombò in grave costernazione e non volle vedere nessuno per tutto il giorno, né toccò cibo, cacciando sgarbatamente chiunque volesse servirlo in qualche modo. Verso sera chiamò il suo segretario e gli chiese di portarlo dove era stata composta la salma di Giolla. La stavano vegliando i servitori e un altro medico, che l’imperatore interpellò. “Ha preso del veleno, oh divino“, questi rispose.

Adriano comprese tutto. Giolla aveva assunto la pozione destinata a lui e, per non disubbidirgli e per affetto e pena, si era tolto la vita. L’imperatore, che pure sembrava ottenebrato, oramai, da un tristezza infinita, non cercò più il suicidio, e si spense nel 138 a sessantadue anni, dopo una vita intensissima, dedicata prima alla sua formazione militare e civile e poi all’esercizio del potere supremo. Non sappiamo se questa vicenda sia accaduta così come la sto raccontando, ma è plausibile, verisimile, e perciò, perché no?, vera.

L’imperatore Elio Adriano, di famiglia in parte ispanica ma romano di nascita, era stato accolto nell’entourage di Marco Ulpio Traiano molto giovane, stimatissimo da Plotina, moglie del grande imperatore. Aveva seguìto il suo mentore nella campagna contro i Daci di Decebalo e in Medio Oriente, ma non aveva ampliato il territorio imperiale oltre i confini traianei, consapevole che, soprattutto in oriente, non sarebbe stato possibile mantenerli, vista la presenza dei bellicosissimi Parti e la distanza che superava le quattordici giornate di cavallo dall’Urbe. Questa era la distanza ritenuta ragionevole per poter tenere sotto controllo un territorio, pur grande, ma non grandissimo. Infatti gli imperi di Genghis Khan e Timur-Lenk, più vasti di quello romano, durarono pochi decenni.

Aveva viaggiato molto durante il mandato imperiale, in Britannia dove aveva fatto costruire il Vallo, in Mauretania, in Grecia, in Egitto. Aveva fatto reprimere con estrema durezza la ribellione giudaica di Simon Bar Cochba (Simone Figlio delle Stelle), facendo spargere il sale su Gerusalemme neonominata Aelia Capitolina. Promosse notevoli riforme civili, sociali e giuridiche, con il fine di migliorare la vita e il diritto delle popolazioni.

Pure amando la bellezza come un fine ellenista, aveva sempre condiviso la rude vita dei soldati durante le campagne militari, come avrebbe fatto il suo degno successore Marco Aurelio. Si era preoccupato della successione per impedire che lo sostituisse una figura indegna e associò alla sua famiglia Antonino Pio e Lucio Vero, ma non si accontentò, perché volle che anche Antonino si muovesse in questo senso scegliendo, Adriano vivente, Marco Aurelio come successore. Mentre invece fece mettere a morte Salinatore, un suo parente che giudicava pericoloso e indegno.

Anche parlando di Adriano, trascuro confronti ingenerosi con la politica del nostro tempo e i suoi mediocri attori

Marguerite Yourcenar ne ha fatto un mito con il suo libro, non apprezzato da accademici invidiosi, o perlomeno gelosi, come Luciano Canfora, Le memorie di Adriano, da cui traggo una breve lirica dell’imperatore, quando sentiva avvicinarsi il momento estremo.

 

« Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula rigida nudula
Nec ut soles dabis iocos […] »
(IT)« Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti. […] »
Older posts

© 2018 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑