Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La baionetta e la pietra

La guerra era iniziata da un anno per l’Italia e le cose non andavano bene, se “andare bene” in una guerra vuol dire uccidere nemici, distruggere città e creare terrori inimmaginabili. Molti fronti erano aperti, a Est come a Ovest. L’Italia era entrata in guerra, come nella Prima grande guerra, qualche mese dopo che la Germania l’aveva scatenata, invadendo la Polonia. Il tema storiografico e morale delle responsabilità dell’inizio di questo terribile evento non è di facile spiegazione, per la sua complessità e per le contraddizioni insite nei rapporti tra le grandi Potenze del tempo. In assoluto non si possono assolvere neppure la Gran Bretagna e la Francia da queste responsabilità, pur attribuendone la primaria al Reich germanico.

L’Italia era entrata in guerra impreparata, mentre Mussolini con la solita vis rethorica si scagliava contro le “demo-plutocrazie” occidentali e dava ordine di attaccare la Francia dalle Alpi Marittime. Una sanguinosa e stupida scaramuccia. Nel frattempo la Wehrmacht aveva invaso il Belgio e stava travolgendo l’esercito francese fino a raggiungere rapidamente Parigi. In realtà il Duce era stato sorpreso dall’attacco hitleriano alla Polonia e si era convinto di dover fare qualcosa per non restare troppo indietro nel concerto delle Nazioni, anche per una spartizione, a guerra vinta. Povero illuso. E allora, sottomessa facilmente l’Albania, di cui Vittorio Emanuele III si affrettò a farsi proclamare re, occorreva attaccare la Grecia, magari attraverso la Yugoslavia. L’illusione di una facile conquista durò poco. Alpini, fanteria, bersaglieri furono ben presto impantanati tra le acque e le montagne che dalla Bosnia scendevano verso la Macedonia. Ascolta se vuoi, mio gentile lettore, la dolente nenia alpina dedicata al Ponte di Perati.

Pietro aveva ventisei anni ed era di guardia quella notte sul lago di Konijc, nella valle della Neretva, Bosnia. L’Ottavo reggimento bersaglieri aveva sostenuto combattimenti aspri con i soldati yugoslavi, e con reparti di cetnici serbi. Faceva freddo e nella battaglia di giornata molti commilitoni erano morti. Anche il colonnello comandante era stato tranciato da una granata. Pietro non era un pauroso, ma in quella situazione non si poteva non temere assalti improvvisi e letali. Più avanti nel tempo, quando avevo già vent’anni, mio padre avrebbe commentato quello che accadde in questa storia premettendo queste parole: “Ero io a casa loro, a  rompere i…, ero io. E che cosa dovevano fare se non difendersi con le armi dal nostro attacco?” Aveva aspettato che fossi diventato grande per raccontarmi come si era salvato la vita quella notte e così poteva raccontarmelo.

Saran state le due o le tre di notte. I comandi italiani sapevano che quei valorosi soldati e partigiani erano usi anche a sortite notturne. L’uomo lo aggredì all’improvviso. Pietro riuscì a malapena ad evitare il colpo che l’aggressore gli stava per portargli con qualcosa di simile a una baionetta impugnata. Si girò e lo colpi a sua volta con la baionetta che aveva inastato sul moschetto. Il soldato si accasciò con un flebile grido. Era stato colpito in pieno petto dalla parte del cuore. La pozza di sangue si vedeva nel buio allargarsi, nera.

Il trambusto aveva fatto sopraggiungere alcuni commilitoni che si assicurarono che Pietro fosse incolume. Lo era. Neppure di striscio lo aveva ferito l’arma dell’aggressore. Pietro fu congedato qualche settimana dopo perché la piorrea gli aveva smangiato metà dentatura. Torno al fronte dopo mesi, imbarcandosi ad Ancona per “destinazione ignota”. In realtà, nottetempo il reparto era stato sbarcato a Patrasso per continuare la guerra. Pietro si salvò, ma l’Italia perse la guerra e la faccia.

 

Pietro aveva quarantatré anni e da tre lavorava in quella cava di pietra nell’Assia centrale, in mezzo ai boschi di conifere. Dormiva, con i suoi compagni d’emigrazione, in baracken di legno, simili a quelle che ancora si vedono a Dackau. Le ho viste anch’io, perché decenni dopo lo portai io in quei luoghi. Era partito dal Friuli, perché qua non c’era lavoro. La fabbrica di mattoni dove da dieci anni lavorava aveva chiuso e bisognava emigrare, come suo nonno, che era andato in Baviera ai primi del ‘900, a far mattoni. La ditta era un kombinat parastatale voluto da Adenauer subito dopo la Seconda guerra. Tiravano giù la montagna con la dinamite, e con le mani caricavano carrelli pieni di pietre adatte alla costruzione delle dighe sul mare olandese, che servivano a conquistare chilometri di terra coltivabile, i pölder. Lavoro pesante, paga a cottimo: tanti carrelli al giorno, tanti marchi. Pietro aveva una grande forza naturale, ché batteva a “braccio di ferro” anche omoni più alti e grossi di lui. Spesso aiutava i compagni che non ce la facevano a riempire i carrelli. Lavorava da dodici a quattordici ore al giorno. Guadagnava due volte e mezzo più che in Italia. La casa di Rivignano era da mettere a posto e noi due, io e Marina costavamo. Io poi volevo andare a scuola e parroco e insegnanti dicevano a mia mamma che dovevo fare il “liceo classico”, perché “Renato arrivava” (per dire che capivo le cose e le materie).

Un pomeriggio d’estate la carica di dinamite esplose, annunciata come al solito dal capo-cantiere, herr Sprüger, con un fischio prolungato. Tutti allora dovevano allontanarsi e Pietro seguì la procedura. Giovanni no, non si seppe perché, anche dopo la disgrazia, lui era rimasto troppo vicino al punto dell’esplosione. Un macigno di almeno cento e venti chili (dopo fu pesato) gli piombò sulla gamba destra spezzandola e provocando una brutta emorragia. Urlò disperatamente. Pietro lo sentì ed accorse. Non seppe come riuscì a spostare la pietra da solo, e nel frattempo chiamando aiuto.

Giovanni fu curato bene ma perse la gamba. Fu salvo. Prese una pensione di inabilità dal Governo Federale e tornò in Italia. Pietro lo andò a trovare quando, finita la stagione ai primi di dicembre, era tornato anche lui a casa, per ripartire, come al solito, ai primi di marzo. Gjovanin lo accolse, ma non parlava, era commosso. Bestemmiò: era la sua giaculatoria al Signore. Arpalice, la moglie, offrì un taj di vino a  Pietro. Rimasero lì tutto il pomeriggio, parlando pochissimo e lasciando fare  tutto al pensiero e agli sguardi. “Tu mi as salvât la piel, Pieri” (mi hai salvato la pelle, Pietro, trad. dal friulano). Mio padre gli rispose che altrettanto avrebbe fatto lui, ma Giovanni si schermì dicendo che non ne avrebbe avuto la forza.

Mio padre aveva provato ancora a sollevare quella pietra, ma non ce l’aveva fatta. La sua forza era servita solo per salvare Giovanni, come insegna la buona dottrina cristiana, ché lo Spirito Santo sa quando e come intervenire.

Allora mio papà mi disse: “Ho tolto una vita e ne ho recuperata un’altra“. Ho pareggiato i miei conti con Dio.

Questo era Pietro, mio padre.

Filosofia pratica, Direzione spirituale e Psicoterapie

Tre modi per dire che ci si occupa dell’uomo.

Un corso seminariale per fornire agli studenti, con il metodo del confronto, le conoscenze di base, teoriche e pratiche al fine di utilizzare al meglio le discipline filosofiche e teologiche, sia sul versante teoretico, sia sul versante morale, per discernere strumenti e metodologie atte a una pastorale della vita, della persona e delle comunità, capace di interloquire con il pensiero contemporaneo, soprattutto nelle “crepe” della sua crisi individuale e sociale, e a indicare approcci di riflessione logica per un esercizio libero e cosciente dell’agire umano.

Sapienza e scienza, sophìa ed epistème, sono interdipendenti, per collaborare vicendevolmente nelle cornici della filosofia e della teologia, dove la prima, come insegnava Tommaso d’Aquino, è ancilla della seconda non nel senso gerarchico, ma in quanto è in grado di offrirle gli strumenti e i linguaggi teoretici e criteriologici, al fine di renderla più efficace: filosofia pratica, direzione spirituale e psicoterapie costituiscono gli ambiti della nostra ricerca seminariale accademica per quest’anno.

Ecco il testo-guida in Power Point

ISSR_Udine_AA2019_2020_Seminario teologico_filosofic

Blizzard

Un vento diverso da quello che sentì Elia (come si racconta nel biblico Primo Libro dei Re 19, 11-16). Il vento di Elia era quasi una brezza leggera, come la voce di Dio.

Il blizzard. Non può soffiare alle latitudini del profeta, ma molto più a Nord, là dove uomini intabarrati vincono la vita sopravvivendo in giornate brevi. Colà il freddo è crudele e le notti lunghissime. Anche una capanna di tronchi e un fuoco può bastare per la vita, e carne d’alce.

Raccontava lo zio Toni, emigrato in British Columbia, ai confini dell’Alaska. Il blizzard può alzarsi di notte, furtivo come un grizzly affamato, oppure di giorno, annunciandosi con brevi folate sempre più fredde e l’iscurirsi progressivo del basso orizzonte. I tronchi della foresta impediscono che lo sguardo umano penetri oltre le prime file dei fusti altissimi dell’abetaia già piena di neve. A volte il vento viene dal Minnesota e sale inesorabile verso il grande Nord.

Anche Dersu Uzala conosce quel vento e lo chiama per nome, nel suo antico idioma siberiano. Lo conosce da quando avi lontanissimi nel tempo attraversarono su piroghe coraggiose lo Stretto tra i continenti, fra Eurasia e Americhe, lassù nel Mare artico, esplorato da Vitus Bering di Danimarca, alla fine del Seicento. Qualcuno si era fermato alle Aleutine, per un periodo, isole sperse da Est a Ovest nell’Oceano mare. Per poi ripartire, alcuni verso Ovest, altri verso Est. Tant’è che i volti sono rimasti uguali, gli occhi fessure atte a sopportare l’infinito biancore della neve distesa fino all’orizzonte.

Oltre la latitudine dei ghiacci e delle nevi eterne vive il grande orso polare, più a Sud la tigre bianca, il cui spirito dialoga con Dersu. Come il vento. Anche il lupo vagola inquieto per i grandi boschi del Nord, forte del branco, in cerca di qualche ungulato. Uccelli neri nel cielo, corvi, forse. Per il resto un grande silenzio, ché i passi sulla neve si perdono in uno scalpiccio sommesso.

A volte mi pare che l’anima mia attenda il blizzard. E questo vento arriva, magari sulle note di Georg Philip Telemann o di Orlando di Lasso, una mattina qualsiasi, in un giorno del Signore. La quiete non basta.  Il blizzard interiore è come un dolore, è il dolore, quello che ti fa sentire vivo, nelle tue carni, e nel tuo spirito.

Quando il vento freddo del Nord si annuncia sempre più forte oltre gli scuri della capanna nella radura, è come quando il dolore arriva improvviso nel tuo corpo e ti mette in guardia. Così, come il boscaiolo o il cercatore d’oro che ha traversato lo Yukon o lo Jenisej per trovare qualcosa, si ferma a riflettere nella capanna per non farsi travolgere dal blizzard, chi è raggiunto dal dolore cerca una risposta al dolore, per combatterlo, per non farsi vincere, per andare oltre.

Come il cacciatore di pellicce si ferma nella capanna del cercatore d’oro, così l’uomo del mondo trovato dal dolore si ferma per poi ripartire sempre. E questo “sempre” è avverbio temporale che conosce le cose: il blizzard si fermerà dietro l’ultima fila di abeti neri che circondano la radura e il dolore scomparirà nel sonno o nel cammino, fino alla fine.

Le trombe di una musica antica annunciano il passo leggero della lince, che esce dalla tana in cerca di una preda, e anche la forza ritrovata dei muscoli vivi, oltre il dolore. Anche se il vento ha piegato gli alberi antichi della foresta, questi non si sono spezzati. Non si è spezzato l’uomo.

La pista è lunga tra gli alberi e oltre i fiumi, così come l’alternarsi del dolore e della quiete. Non sa il cercatore d’oro dove la pista lo porterà, se ad Anchorage o ai ghiacci del Mar Bianco, non sa l’uomo del mondo dove lo porterà il dolore. Ma il cercatore d’oro ha incontrato un cacciatore di pellicce, e l’uomo del mondo ha trovato parole di altri uomini e donne del mondo che gli hanno detto: “La pista è giusta, vai avanti, tieni duro, ché la notte sta finendo e l’alba si annuncia oltre le cime, oltre la cerchia di quelle montagne innevate“. A volte l’ira sopraggiunge come una fiera nel cuore dell’uomo dei boschi che nulla ha trovato, e nel cuore dell’uomo del mondo che fatica a procedere. Ma poi si perde nello sguardo e nel silenzio sopraggiunto.

Lo Spirito Santo, il Paraclito, veglia, sia sul cercatore d’oro, sia sul viandante per il mondo, che conosce il dolore e anche il primo accendersi dell’aurora.

Viaggio in Galizia

Parafrasando i racconti, ovvero sulle tracce di Joseph Roth e dei fratelli Singer, si Deus vult, con un valoroso coequipier, che in gioventù viaggiò quasi senza soste su una Opel Kadett fino a Istanbul, a maggio, quando già i segni dell’estate vicina si fanno sentire, ma con moderazione, si andrà in Galizia, la nazione-non stato, presente in tre o quattro paesi, un po’ come il Popolo kurdo, che vive tra Turchia, Siria, Irak e Iran, male accetto ovunque.

Io stesso viaggiai in gioventù, su una Renault 4 (1100 cc) fino a Leningrado (così allora si chiamava), passando da Vienna, Bratislava, Cracovia, Varsavia, Brest-Litovsk, Minsk, Smolensk, Mosca, Novgorod, e al ritorno, da Vyborg, Helsinki, Turku, Stoccolma, Helsingborg, Copenaghen e Hannover… fino a Rivignano, da cui io e Roberto eravamo partiti un mese prima. Viaggi nella memoria e nella storia, la nostra e quella generale. Fulvio era con Ferruccio, a Istanbul.

Ora, andremo in Galizia, che ora non ha capitale, ma un sentimento diffuso, germanico, polacco, slovacco, ungherese ed ebraico. C’è anche un’altra Galizia che si trova in Spagna, e una Galazia, una terra amata e percorsa da Paolo di Tarso, ai cui abitanti dedicò una memorabile lettera, dove scrive, al capitolo terzo, versetto ventotto, che tutti gli uomini sono uguali,  con parole come: “non c’è ebreo non c’è greco, non c’è uomo non c’è donna, ma in Cristo tutti sono figli di Dio” (parafrasi mia). Sovrapposizioni e assonanze di nomi di terre e di popoli.

Una terra chiamata in molti modi, quasi polisemantica, a rappresentare altrettante lingue e idiomi del ceppo slavo, germanico, yiddish, ugro-finnico. Ucraini, ruteni. polacchi, cechi e slovacchi, ungheresi, romeni, russi, la Galizia è una regione suddivisa nei tempi storici in tanti stati/ paesi, regni e imperi. Si è chiamata anche Galizia e Lodomiria (in tedesco Königreich Galizien und Lodomerien), nome datole dal re Andrea II d’Ungheria fin dal XIII secolo; quando apparteneva all’Austria-Ungheria dal 1772 al 1918, per esempio, aveva Leopoli (Lvov-Lviv). come capitale. Galizia-Lodomiria potrebbe derivare dalla latinizzazione delle due città di Haliç e Volodymir, ancora in territorio ungherese.

Inoltre, il nome Galizia, probabilmente, siccome è presente nella Spagna settentrionale e nella Turchia a cavallo del Bosforo, come Galazia, potrebbe derivare da un etimo comune di origine celtica, ma potrebbe avere anche tratto origine dallo slavo antico halyca/galica che significa “collina spoglia”, o da halka/galka che significa taccola, uccello che venne rappresentato nello stemma cittadino e in seguito anche su quello della Galizia. Il nome, comunque, nasce prima dello stemma.

Un altro passaggio storico fu quello dei regnanti ungheresi i quali mantennero il titolo di re della Galizia e della Ludomiria fino al XVI secolo quando tale titolo, di cui si fregiò anche Maria Teresa, passò alla casata asburgica, che ormai stava costruendo il suo grande Impero.

Vi andremo dunque a maggio inoltrato, Fulvio e io, e penso Anita e forse un’altra persona per fare un quartetto atto ai dialoghi e alla compagnia.

L’ipotesi è di partire in aereo per Cracovia e di lì poi in auto portarci verso le città polacche e galiziane di Przemsyl e Rzeszów, fino a Leopoli. Con il treno arriveremo a Kiev, dove sosteremo presso la Grande Porta cantata da Modesto Mussorgski, nel suo poema sinfonico Quadri d’una esposizione. Chissà se, verso sera, vicino a quella porta, troveremo la strega Baba Yaga, vivente già a i tempi del principe Vladimir mille anni fa, come si racconta nelle sere invernali, quando la neve copre le izbe e i villaggi, i fienili e le strade persi nell’infinita pianura ucraina.

Quando si viaggia verso Est si prova una sensazione strana. Basta uscire dalla porta orientale del Friuli che cambiano gli odori: le foreste sono più scure e i comignoli fumano. Vi è, diffuso, un odore di legno e di carbone bruciato. I villaggi sparsi non hanno subìto il tormento della modernizzazione selvaggia del XX secolo. La povertà è dignitosa, le ragazze sono belle. Cracovia è stata capitale del regno di Polonia, e sede del principe vescovo, ultimo dei quali non si dimentica Stefan Wyszyński. Da lì l’Oriente si dipana oltre i Tatra tra boschi e colline, e grandi fiumi.

La Wehrmacht non è riuscita  distruggere tutti gli shetl del popolo ebraico della diaspora orientale, gli askenaziti. Il mondo ortodosso si avvicina con le sue architetture fiorite. Si chiamano cristiano-ortodossi perché dal 1054 ritengono di possedere la vera fede nel Cristo Pantocrator, il creatore del mondo, e forse sono – nello stesso tempo – più severi e più indulgenti dei cattolici. Le città di Polonia ti accolgono con la fierezza di una storia e di una memoria tremenda.

Majdanek prende con il suo alto silenzio, nel quale pare che sussurri infiniti ti colgano di sorpresa, come un vento silente. Le anime dei morti assassinati ancora guardano al campo, e lo faranno per l’eternità.

La pianura ucraina è immensa, la terra nera, quella che a piedi percorsero duecentomila fanti e alpini italiani quasi ottanta anni fa, mandati allo sbaraglio da un Capo del governo pazzo e crudele. Qua e là si intravedono ancora le izbe che accolsero la fredda disperazione di ventenni feriti, delusi, sconfitti.

Leopoli parla di due mondi, di tre di quattro lingue e culture: il mondo polacco e il mondo russo; le lingue dei popoli che lì nei secoli sono passati e si sono insediati.

Il treno attraverserà la pianura vallonata che porta alla capitale, quella Kiev che accolse mille anni fa il messaggio di Cristo portato da Cirillo e Metodio e dai loro seguaci, viandanti coraggiosi, fin nelle steppe e ai confini della taigà odorante di resina, e rifugio inaccessibile dei lupi e degli orsi. Andremo.

Lo spazio/ tempo dell’anima, nell’anima

Si può dare ragionevolmente una riflessione come quella suggerita dal titolo? Spazio/ tempo oramai da un secolo circa è diventata una nozione conosciuta e diffusa. Più o meno dalle ricerche di Einstein. Il concetto si riferisce, come è noto, al cosmo naturale, all’universo mondo, alla sua spazialità, ma non solo: la novità einsteiniana è infatti dovuta alla correlazione dello spazio con il tempo. Per millenni le due dimensioni o categorie (Agostino, Kant, Bergson, tra altri) sono state tenute separate, disconnesse, autonome: il tempo come nozione lineare del trascorrere della vita umana, delle stagioni, delle unità di misura e dei suoi multipli/ sottomultipli di questo “trascorrere”; lo spazio come nozione visibile, fisica, della distanza tra gli oggetti, sommata alle loro dimensioni.

Bene: se spostiamo la nostra attenzione alla dimensione “pneumatica”, spirituale o trascendentale dell’anima, è possibile usare le stesse categorie concettuali? Può darsi una spazio/ temporalità dell’anima e nell’anima? In altre parole, vi può essere movimento nell’anima, pur attribuendole la semplicità (cf. Fedone – Platone) che la rende immortale? Addirittura vi è qualche pensatore che pensa le anime come create ab aeterno da Dio stesso (Induismo classico, il primo Origene, etc.), superando la stessa immortalità.

Di solito il movimento è legato alla generazione e alla corruzione dei corpi, cioè alla nascita e alla morte. Ma l’anima non è un… corpo, pur essendo la forma-sostanziale-del-corpo (Aristotele-Tommaso d’Aquino), ragion per cui di essa non si può dare generazione e corruzione, ma solo creazione ex nihilo e vita. Vita.

L’anima, dunque, anima l’essere umano e anche, se vogliamo, per estensione, ogni essere animato e animale. San Girolamo era convinto che nella visio beatifica ogni uomo avrebbe ritrovato l’affetto degli animali che in vita gli avevano fatto compagnia. San Girolamo animalista.

Se nell’800 i medici patologi di stampo positivista scherzavano sul fatto che dalla dissezione dei cadaveri non uscivano spiritelli fantasmatici, avendo essi credenza solo nella corporeità materiale, oggi la fisica sta scoprendo dimensioni che non si possono più studiare solamente con i mezzi induttivo-deduttivi della scienza galileiana. Il principio di indeterminazione di Heisenberg e Planck ora è rinforzato da sempre nuove teorie sull’universo e sulle forze che lo tengono-insieme, molte delle quali sfiorano concetti metafisici. Alla faccia dei detrattori della metafisica di tutti i tempi e luoghi. Su questo, ad esempio, anche il pur acutissimo e spiazzante Wittgenstein sembra quasi infantile, nelle sue asserzioni più radicali del Tractatus Logico-Philosophicus, ad esempio quando scrive che si deve tacere sulle cose che non si conoscono. Certo, sono d’accordo, specie in tempi nei quali troppi pontificano a vanvera sul media e sul web, ma anche dal vivo in piazza e altrove, ma… il buon Ludwig concederà che vi possano essere barbagli di verità e di mezze ragioni nell’incipit di ogni ragionamento, specie se illuminato da un’intuizione, o no? Un esempio può essere quello della sequenza di Fibonacci, che il buon Leonardo di Bonaccio chiarì qualche secolo fa, individuandone le tracce nella natura stessa del vivente. Infatti, ogni dottrina che poi sia attestata e confermata per prove ed errori, come insegnano Galileo e anche Popper, inizia faticosamente a dipanarsi, quasi balbettando, e poi si chiarisce e si presenta con la credendità di una tesi supportata non solo da assiomi, ma anche da prove.

L’anima, dunque, pare muoversi in un suo “spazio-temporale” e in questa dimensione vive sviluppando la vita fisica, psichica e spirituale di ogni essere umano.

Non avrei paura dell’anima spirituale che gli anatomopatologi non riuscivano a trovare, ma la riterrei l’aggancio fondamentale per muoversi, individualmente e collettivamente, verso una sempre maggiore conoscenza (o “canoscenza“, se vogliamo citare il padre Dante) della realtà e delle possibilità operative dell’umana intelligenza, che è un “guardare-dentro” (lat. intus-legere) le cose, per uscire poi (exitus et reditus) a spiegarle, o almeno a comprenderle.

“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

Quando sento definire Venezia “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO, acronimo di “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, mi viene l’orticaria

Il gentiluomo Enrico Dandolo passeggia per le calli della cittade sulle acque,  apparentemente senza meta, conversando con il suo segretario scrivano, e anche un po’ guardia del corpo. L’uomo è infatti ancora giovane, sulla trentina, bruno e robusto, delle terre furlane, che tanto piacciono ai Veneziani.  L’argomento principale è un’altra Crociata contro gli “infedeli”, per ribadire che il diritto dei Cristiani di potere accedere al Santo Sepolcro e alla Città Santa senza pericoli, ma anche… aggiunge nel mezzo del seriosissimo discorso, per ampliare il numero di fondachi per il commercio che la Serenissima già intrattiene con il Vicino Oriente, anche con i Maomettani.

Il segretario, messer Zuan da Porpetto annuisce, facendo osservare al suo signore che la sera sta scendendo per le calli e che l’umidità ottobrina potrebbe non fare bene a Sua eccellenza Serenissima. Enrico Dandolo, ha appena compiuto ottant’anni e il Gran Consiglio lo ha eletto alla carica dogale da poche settimane. Dandolo annuisce all’invito del suo fedele servitore e così si incamminano di buon passo verso palazzo. La sera offre una miriade di ombre che variano continuamente tra i canali e le pareti dei casamenti. Venezia sta diventando sempre più bella, considera fra sé e sé il vecchio gagliardo. E pensa a come dovrà muoversi se si farà la Crociata, gli sembra sia la quarta, dopo quella indetta da papa Urbano II e la altre due, spedizioni di alterna fortuna.

Prima di ritirarsi il doge chiede a Zuane (così lo chiama il gran signore venezian) di fare un giro più largo, per dare un ultimo sguardo alla Basilica, per una prece silenziosa al protettore, al gran Santo che conobbe Gesù. Dandolo era un buon cristiano, ma sapeva separare la religione dalla politica, e non mancava di criticare, a volte, con gli amici più fedeli del Consiglio dei Dieci certe iniziative del romano pontefice. San Marco appare nei chiaroscuri di mille torce che brillano come fuochi celesti dalla base alle cupole; gli pare che la cupola dell’Ascensione sia più illuminata di quella della Pentecoste, e dice a messer Zuane: “Dobbiamo provvedere”.

 

L’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata con il fine di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti  umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata dai vincitori del Secondo conflitto mondiale nel 1945, è entrata in vigore il 4 novembre 1946 e ratificata da venti stati. Tra le sue attività si nota soprattutto l’attenzione per l’ambiente, l’arte e la storia delle nazioni, per cui, se pone attenzione su qualche “oggetto” da tutelare particolarmente, costituisce senza dubbio un viatico potente per la sua promozione, anche turistica ed economica. I paesi fanno a gara per farsi riconoscere “Patrimonio universale dell’Umanità” dall’Unesco. L’Italia è la nazione che ha più siti con questa denominazione, per ragioni obiettive anche per un francese invidioso o per un inglese supponente.

 

Venezia, nel 1571 sostenne a Lepanto metà dello sforzo militare della flotta cristiana contro gli Ottomani, e vinse. Venezia, anche se formalmente il comandante era don Juan de Austria, un Asburgo, figlio dell’imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II. L’ammiraglio inimico Muezzinzade Alì Pascià morì nello scontro. Il comandante veneziano era il capitano Agostino Barbarigo, omonimo di un doge, con l’ausilio del valoroso capitan Sebastiano Venier, settantacinquenne. I genovesi erano al comando di un Doria, Gianandrea. Queste le principali forze in campo e la vittoria arrise ai cristiani, come ognun sa.

In totale, la Lega cristiana schierò in battaglia una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all’artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù).

Gli Ottomani avevano una forza più o meno equivalente e persero.

Dai tempi del doge Dandolo alla Battaglia di Lepanto, Venezia aveva acquisito territori italiani nel suo entroterra da Verona a Trieste, ma si era soprattutto sviluppata lungo la costa orientale dell’Adriatico dall’Istria alle isole greche. Città come Parenzo, Rovigno, Pola, Sebenico, Zara, la dioclezianea Spalato, Traù e Ragusa erano veneziane. Lo erano anche le grandi isole del Quarnero, Veglia, Cherso, Lussino, e più giù Arbe, Pago, e le Coronate, Brazza, Lesina, Curzola e Meleda, e più giù Corfù, Zante, Cefalonia e Itaca. Il Pireo era di casa, il Peloponneso (Morea) e Candia (Creta), Eubea e Cipro, e perfino Costantinopoli, nel corso della Quarta crociata nel 1204 fu brutalmente veneziana.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l’assalto veneziano a Costantinopoli:

«Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono.»

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il doge Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell’ormai decadente impero bizantino.

Combatté in Oriente per una quindicina d’anni e morì dopo la battaglia di Adrianopoli all’età di novantotto anni. Era il 1205. Fu sepolto in Santa Sofia.

 

Venezia, novembre 2019. L’acqua granda è tornata. E con lei i politici, che sfilano, senza cravatta, con gli stivali (più o meno usa e getta, tanto non li usano mai nella loro vita): Conte-capodelgoverno, la ministra delle infrastrutture, che parla come una maestrina elementare alle prime armi, il governator-doge Luca Zaia, successore del delinquente Galan. Il sindaco Brugnaro, che fa fatica a parlare. Arriva, tutta commossa, la presidenta del Senato della Repubblica italiana. E poi alcuni veneziani, come Brunetta e… non ricordo.

Mi viene in mente di compararli al doge Enrico Dandolo, e sorrido amaro.

Venezia è con Parigi, Londra, New Jork, Firenze, Istanbul, Berlino, Mosca, e Roma Caput mundi,  la più famosa città del mondo, con merito, e con o senza Unesco. E aggiungerei San Pietroburgo, Pechino, Vienna e Praga.

Ma mi faccia il piacere (L’Unesco)!

L’intensificazione del sentimento come verità interiore, la ragione, la certezza, la meccanica quantistica, la menzogna e la verità… non sono un tourbillon incomprensibile

La certezza, secondo i principi della gnoseologia filosofica (o critica della conoscenza) non corrisponde, di per sé, alla verità, perché quest’ultima è gerarchicamente superiore. La verità, quando è inconfutabile, è oggettiva, mentre la certezza è sempre soggettiva, e può coincidere con la verità solo se sottoposta a verifiche i cui esiti siano incontrovertibili. La certezza abbisogna, dunque, di profonde verifiche, per “trasformarsi” in verità, mentre la verità è il dato definitivo di una risposta a una domanda, come abbiamo detto, incontrovertibile.

Perciò, quando si dice o si manifesta un sentimento, esprimendolo con parole ed espressioni condivise, come il famoso “ti amo” o altro, se non si bara miseramente per scopi nefandi, si è ancora nell’ambito della certezza soggettiva e puntuale. Per avere la prova che l’espressione detta non sia vana e conseguentemente non-vera, occorre la verifica del tempo. E’ dunque il tempo che dà garanzie sulla verità dei detti, mentre è più facile conoscere i fatti: si confronti questa asserzione con le documentazioni storiche e letterarie, almeno da quando si sono potuti costituire archivi, siano essi costituiti con supporti di coccio, di papiro, e poi di cartapecora, pergamena e infine con carta libresca e infine (per ora) con memorie informatiche.

Quanto sopra vale nella vita reale, quando si riflette sulle cose  visibili, toccabili, gestibili, etc., ma dal 1927, cioè da quando Werner Heisenberg scoprì il “principio di indeterminazione” nella meccanica quantistica che aveva cominciato ad esplorare con Max Planck e altri, i criteri classici di certezza e verità, in “quel mondo”, o in quella dimensione vennero meno. Infatti, nella dimensione “quantistica” gli “oggetti” osservabili, cioè i quanta, o fotoni/ particelle, si comportano in modo imprevedibile e incoerente con osservazioni analoghe. In quel mondo si sospende la relazione causa/ effetto della meccanica classica, soprattutto se l’uomo/ osservatore compara esperimenti di eguale procedura e oggetto, nel tempo. Vedremo.

Il sentimento, che nasce da un’emozione o da un concerto di emozioni, come nel caso dell’innamoramento (cf. F. Alberoni, nel testo quasi omonimo “Innamoramento e amore”), è un momento della vita interiore, concernente al mondo degli affetti. Inoltre, l’affettività nel sentimento è un qualcosa che si distingue e si contrappone in qualche modo all’intelletto o alla ragione, contribuendo a delineare il tipo caratterologico della persona. Provo a parlarne chiedendo ausilio alla letteratura, che spesso riesce dar conto di come siamo fatti noi umani anche meglio delle scienze psicologiche e dell’accademia stessa. Basti pensare ad autori come Dostoevskij e PIrandello, ma in questo caso chiedo aiuto a Jane Austen.

Ragione e sentimento è il titolo di un suo bel romanzo,  tra altri sempre vividi, scritto a cavallo degli anni 1800, che dipinge uno spaccato della società inglese del tempo. I due personaggi femminili principali, Elinor e Marianne rappresentano quasi archetipicamente le due dimensioni spirituali di cui qui scrivo.

Nel romanzo si leggono con chiarezza le ragioni del contrasto (non affettivo ma piuttosto esperienziale ed esistenziale) fra la struttura mentale di tipo prevalentemente razionale di Elinor e quella chiaramente più emotiva di Marianne, mentre le due figure, conoscendo un poco la biografia dell’autrice, adombrano e quasi rappresentano sine dubio la relazione fra Austen e la sua sorella maggiore Cassandra. Jane in qualche modo difende se stessa e il suo modo di “stare al mondo”, ma non sempre e non in tutto il racconto, come notano alcuni critici.

Il finale del libro, che narra delle decisioni affettive delle due con la scelta di chi sposare, attesta come al tempo della scrittrice britannica la sensibilità sociale e lo stesso dato sociologico stesse iniziando a mutare, a favore di una sempre maggiore possibilità di autodeterminazione delle donne, specialmente all’interno degli strati della nascente borghesia.

Nel mio quotidiano lavoro affronto tante tematiche, incontrando e trattando con persone diversissime, per carattere e per ruolo professionale e sociale. In questo periodo noto una difficoltà crescente nel dirimere le questioni di ciascuna vita. Tutti sono interiormente combattuti fra ragione e sentimento, e fanno fatica ad equilibrare queste due dimensioni sintetiche, fondamentali per la vita. Se incontro qualcuno che mi dice “mi sono perso, e non so perché“, io stesso non so che dire, se non consigliargli di emendare fino ad evitarla del tutto, quasi “piennellisticamente” (cf. la dottrina psicologico-comunicazionale della Programmazione Neuro Linguistica in autori come John Dilts e John Grindner), la frase, che indubbiamente provoca danni con la sua iterazione nel pensarla e nel pronunciarla.

La violenza del web, e non solo nei pre-adolescenti (cf. Pellai 2019), ma anche nelle persone più mature, sta smantellando la capacità di dirimere ciò che è emozione passeggera da ciò che può diventare sentimento solido, dove anche la ragione interviene, quando non si è dominati da qualcuno o da qualcos’altro, per evitare danni o quantomeno conseguenze spiacevoli sul piano stesso dell’esistenza, dei rapporti inter-soggettivi e con il mondo.

L’ignoranza auto-generantesi da quanto sopra e dalla crescente genericità e approssimazione della comunicazione sociale, soprattutto giornalistica, fa il resto dei danni. La titolistica della grande stampa è incapace di uscire dai cliches della “notizia bomba”, dell’annuncio fatale, del sintagma clamoroso e perciò efficace nonostante possa essere volutamente e perciò colpevolmente impreciso, della collazione di notizie negative e preoccupanti. In questi giorni novembrini, ecco che a Venezia accade l’apocalisse, non il disastro, la catastrofe, il cataclisma acqueo, si legge: l’apocalisse, cioè la rivelazione… di cosa poi, che il M.O.S.E. non funziona ancora?

Dico altro: sento la giornalista che apostrofa il ministro (non “la ministra”, secondo me) Teresa Bellanova, chiamandola non “signor Ministro”, ma “Bellanova”, come se fosse la bidella di una scuola media, cui va tutto il mio rispetto e considerazione. Non sono formalismi, questi, ma capacità di riconoscere un ruolo e di rispettarlo anche con le formule verbali corrette. Ma chi si crede di essere quella o quel giornalista? Un giudice? posto che anche i linguaggi leguleio-giurisdizionali delle arringhe d’accusa e dei dispositivi delle sentenze è sempre irrispettoso nei modi degli imputati, che vengono chiamati, non il sig., la sig.a (almeno, non dico il dott., il prof., l’ing.), bensì “il” cui segue il cognome, tipo “il Pilutti”, cioè io stesso, Dio non voglia mai. Ma chi gli vieta un po’ di garbo, visto che l’imputato è presupposto innocente (sotto il profilo della verità processuale) fino a sentenza passata in giudicato? Cos’è che diventa la persona inquisita, una cosa? E non faccio il garantista d’accatto, perché magari, come altri di certe aree politiche, potrei avere amici inquisiti. Neppure uno.

Sono dunque questi, tempi in cui è sempre più necessario porsi la questione del rapporto fra certezza e verità, usando tutti gli strumenti che abbiamo a  disposizione, sensi interni ed esterni, cultura, conoscenza della storia, di un minimo di diritto, e soprattutto la cura dell’uso del pensiero critico. Questo approccio alle cose, se non trova sufficienti attestazioni e prove di verità, preferisce lasciare il pensante nell’in-certezza, se queste prove non ci sono, della sospensione di giudizio (cf. Husserl, e si pronunzia come si scrive, non Hasserl, come sento dire da un giovin presuntuoso, un biondino, su YouTube, che pubblica conferenze senza saper pronunciare il nome di chi ci sta illustrando! Se lo ritrovo, pubblicherò qui il suo nome e cognome. Dai, prima di pontificare, studia studia, benedetto ragazzo!), della paziente ulteriore ricerca.

Oggi il web permette di tutto, di mescolare menzogna e verità, ragione e sentimento, certezza e in-certezza, in un tourbillon pericoloso e preoccupante. rendiamocene conto.

Colori d’autunno

In questi primi di novembre, ora che l’autunno non si nasconde più, son esplosi i colori.

Davanti alla finestra trascoloran le foglie dal verde intenso dell’estate a tutti i cromatismi del giallo, dell’ocra e del marrone tenue. Altri alberi si presentano con il rosso tra foglie ancor di verde iridescenti o quasi. Parto. La strada si snoda verso Sud, poco è il traffico.

Dugent’anni fa il piccolo conte di Recanati scriveva di interminati spazi e sovrumani silenzi. Gli stessi che ved’io quest’oggi, giornata immensa di colori, un giorno di novembre tra altre innumerabili. Anche io ho siepi alte che interrompono il guardo, ma oltre so che si distende l’infinito. Perché i miei occhi coglier non posson che il finito.

Ebbene, anche se così è, le cose cambiano, come canta Robert Zimmermann da Duluth, The Times They Are A-Changing,  Giornata rara nel mezzo del ventoso autunno.

E mentre pedalo, questa volta mi sovvien Pitagora, con i suoi teoremi eleganti, ed Euclide, e poi Eulero e Leonardo di Bonaccio, detto il Fibonacci, e la sua sequenza 1,1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34…, e la sua rappresentazione naturale nei fiori, nelle conchiglie, nelle galassie a spirale, come Andromeda. La bellezza.

Ma anche Goedel, che scriveva “Tutto è matematizzabile, salvo… questa frase“. Il professore Kurt sapeva che, se il numero è – pitagoricamente – la misura di tutte le cose, ve ne sono altre che non ricadono sotto questa misura. Come il concetto di Dio, come l’amore, come la speranza, come il dolore…

Nel silenzio di Dio della campagna, lo sento sussurrare dentro di me, e mi attutisce i dolori, Lui agisce senza farsi accorgere, e parla come racconta il Primo libro dei Re, al capitolo 19, al crudele profeta Elia, come brezza leggera. Se sia il Signore di Tutto, non lo so. Eppure nessuna bellezza è per caso.

Resta l’eco dei passi arcani della madre giovane, io piccolo, infebbrato, per le scale. Resta. E poi la lontananza del padre. Perduto per boschi del Nord. Dove dormiva. No, non è uno strazio, è dolore leggero come quello delle vertebre, di mattina. Resta un poco e poi se’n va, lontano, a nascondersi dietro ontani e olmi a picco su acque. Boschi di ripa già pieni di colori.

Andare per strade stamane con il pensiero che – vagulo e blandulo – si perde in cerca della sua sorgente, e torna e torna, andandosene.

Passa il dì dei morti, e la festa antica del Paese, mescolato ai gialli frutti di Halloween, falsa festa mericana, vera festa del barbaro locale, il Celta che mi ha lasciato sangue assieme al Turco, venuto in arme mezzo millennio fa per mie contrade.

Ogni cosa si dipana nel tempo vero, che è solo sentimento, non mai, ore, minuti, giorni, mesi, anni, che non esistono. So che ha ragione Agostino: il tempo vero è il presente, l’unico, ragione anche più del matematico di Ulma, nato sulle sponde del Danubio. Ebreo, fratello del Numida, convertito a Cristo. Io sono il Celta e il Turco che mi dettero il sangue, io sono mio padre e mio nonno, e quel Mattia di fine ‘400, che aveva il mio cognome.

E vengo da lontano. E vado, e andrò.

Tornerò finché potrò lungo le strade silenti, che stanno a lato del Gran Fiume di sassi e acque misteriose, interrate.

Neppur tanto stanco son per via di casa.

I’m (also) knockin’ on heaven’s door.

Non so io, e nemmen mi chiedo che sarà domani.

Scienza e umanesimo, due visioni prospettiche complementari del sapere

Il ministro-filosofo Giovanni Gentile, inopinatamente assassinato da alcuni fanatici resistenti nel ’44, per ben fare, favorì un formidabile equivoco epistemologico, quando separò teoricamente e praticamente il plesso dei saperi matematici, fisici, biologici, geologici, medici, etc., chiamandoli “scientifici”, e il plesso dei saperi, filosofici, letterari, linguistici, artistici, etc., chiamandoli “umanistici”. Forse, Gentile si mosse in qualche modo sulle tracce di Wilhelm Dilthey, che operò la suddivisione fra Naturwissenschaften, o scienze della natura, e Geisteswissenschaften, o scienze dello spirito con l’intento di una classificazione più filosofica che didattico-pedagogica. E si comprende la differenza di prospettiva, essenzialmente teoretica quella di Dilthey, più pratica quella di Gentile, che era ministro, e non solo filosofo e docente, come il collega tedesco.

Fermiamoci su Gentile per spiegare l’arcano e cercare, non di risolverlo, ma di dis-solverlo, proprio filosoficamente. E son quasi certo che lo stesso grande pensatore, potrebbe approvare questo mio approfondimento. Dicevamo: discipline scientifiche e discipline umanistiche.

Facciamo un esperimento in due fasi.

La prima: visitiamo il dipartimento di filologia-glottologia e linguistica generale di una Facoltà di Lettere. Lì troviamo, tra esperti di letteratura varia, dantisti, petrarchisti, leopardisti, etc., anche glottologi severi e puntigliosi. Tra questi ve ne è uno che studia un antico idioma uralo-altaico pressoché scomparso, e lavora compulsando documenti e mettendo in colonna, con precisa tecnica tassonomica, morfemi, sememi e fonemi supposti o attestati. Bene. Che lavoro fa questo ricercatore afferente alla Facoltà di lettere? Ovviamente, nessuno può negare che si tratti di un lavoro scientifico, eseguito nell’ambito fisico e disciplinare di una facoltà prettamente umanistica, anzi la più “umanistica” che c’è, poiché solitamente vi è annesso anche il dipartimento di filosofia.

La seconda: visitiamo il dipartimento di astrofisica in una Facoltà di Scienze naturali, matematiche e fisiche, dove un astrofisico, impegnato in severi studi sull’origine dell’universo, si intrattiene con un collega dicendo: “Ma noi qui siamo a studiare il cosmo, vedi, e a volte mi chiedo perché, se magari anche “altri”, altrove nell’uni o nel multi-verso stiano facendo la stessa cosa, chiedendosi se anche altri pensanti (cioè noi) stanno facendo altrettanto ad anni luce. Siamo solo noi qui interessati a questi argomenti, e poi, perché ci facciamo queste domande? L’universo esiterebbe anche se noi non lo studiassimo”. Che genere di quesiti sono questi? Di fisica? Non pare: sono quesiti filosofici. Pertanto, si può dire che, come il filologo di cui sopra lavora scientificamente, il nostro amico astrofisico si può fare domande di tenore filosofico.

La differenza, quindi, non la fanno gli argomenti e le discipline trattate, bensì l’approccio, la prospettiva, lo statuto epistemologico che si applica.

Scienza e umanesimo sono connessi, strettamente, e l’una si appoggia al secondo per offrire all’uomo tentativi di risposta alle grandi domande che si fa l’uomo con il pensiero critico che lo caratterizza differenziandolo dagli altri esseri senzienti.

Pensiero critico oggi in grave crisi, di cui prendere atto per lavorare nel senso di un suo recupero, ognuno sul suo, con umiltà e perseveranza.

Per concludere, un brano illuminante di Dilthey:

Negli “Studi per la fondazione delle scienze dello spirito” e nella “Costruzione del mondo storico” il pensatore tedesco afferma:

«Il comprendere è il ritrovamento dell’io nel tu; lo spirito si trova in gradi sempre superiori di connessione; questa identità dello spirito nell’io, nel tu, in ogni soggetto di una comunità, in ogni sistema di cultura e infine nella totalità dello spirito e nella storia universale, rende possibile la collaborazione delle diverse operazioni nelle scienze dello spirito. Il soggetto del sapere è qui identico al suo oggetto e questo è il medesimo in tutti i gradi della sua oggettivazione»
(Costruzione del mondo storico p.191)
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