Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La clemenza, una virtù umanissima e previdente

Seneca, filosofo e politico dei tempi di Claudio e Nerone, ne scrive nel suo omonimo De Clementia. Il testo latino a fronte aiuta a ri-ammirare questa splendida lingua e razionale, una meraviglia continua per chi la pratica e uno stupore sconfinato per chi non la conosce, se questi ha la bontà di apprezzare le “cose belle”.

In questa riflessione proverò a dialogare con il grande Lucio Anneo, cercando di immergermi, come insegna Gadamer, nel suo tempo e nella sua temperie socio-culturale, e di attualizzare il suo insegnamento filosofico-morale e politico alla luce della nostra mentalità, occidentale, sub-occidentale, planetaria… Impegno ambizioso, che cercherò di svolgere con la massima umiltà che il tema stesso e il confronto con un autore di duemila anni fa richiedono.

Il De clementia è un trattato, cioè uno speculum principìs, uno specchio nel quale il principe si può specchiare analizzando se stesso, che per Seneca permette di proporre in modo critico la relazione fra filosofia e politica, soprattutto al fine di individuare le virtù migliori, non solo di tutti gli uomini, ma specialmente del sovrano, tra le quali egli colloca in primis la clemenza.

Seneca dedica lo scritto al giovane Lucio Domizio Enobarbo, cioè Nerone, di cui il filosofo era divenuto precettore, su incarico della madre del futuro imperatore, Agrippina Minore, moglie del defunto imperatore Claudio.

Il De clementia, dunque, è una sorta di libro di testo per educare all’esercizio del potere il giovane Domizio Enobarbo, che era promettente. Seneca era convinto che il miglior modo di condurre lo stato fosse una monarchia “illuminata”, che pensava avrebbe potuto essere una grande opportunità per il potenziale del giovane alunno.

In questo trattato di filosofia politica, scritto tra il 55 e il 56 d.C., Seneca definisce la condotta politica che il neo imperatore Nerone farebbe bene a seguire. Il trattato era originariamente diviso in tre libri, dei quali ci sono pervenuti solo i primi due (il secondo incompleto).

Il tipo di trattato chiamato, appunto, speculum, è di origine greca è impostato su un paradosso continuo, con il quale l’autore mostra all’allievo, descrivendo i vizi di un regno condotto in modo sbagliato e ingiusto, come invece dovrebbe comportarsi al contrario, perseguendo le virtù umane, tra le quali la clemenza è tra le primarie.

Ancora Seneca: nella sua visione del mondo la clemenza è la virtù più umana, perché – manifestandosi – mostra tra gli umani il sentimento che ciascuno desidera per sé, quando sbaglia e così operando, rischia la sanzione, la punizione. Immaginiamo che tipo di punizioni erano in vigore ai tempi del filosofo: la pena di morte era prevista per non pochi reati, per cui la clemenza, in questo caso, risultava decisiva per la sopravvivenza stessa dell’individuo.

Ma anche il sovrano, il principe, esercitando la virtù di clemenza verso i cittadini, è anche clemente verso se stesso, in quanto comportarsi in questo modo è un fatto benefico per tutti, per se stessi, i re s’intende (i leader, diremmo oggi), e per i cittadini, che si sentiranno in dovere di essere solidali con il re stesso.

Seneca paragona il principe a vari soggetti, in termini metaforici, ad esempio a un medico, all’ape regina, agli dei, al sole, a un tiranno, che è il confronto più importante. Una delle opzioni più importanti dell’esercizio della clemenza è la rinuncia alla vendetta, per mostrare il fatto che se chi occupa una posizione elevata deve controllare i propri comportamenti nei minimi dettagli. La clemenza, inoltre, è un’espressione della mitezza, che può… mitigare la severità.

Un aspetto fondamentale della clemenza è la capacità di misurare la severità nel punire e nell’essere clementi. La clemenza è dunque in contrapposizione alla crudeltà, cioè nelle modalità di infliggere le punizioni. Anche una esagerata clemenza non va bene, perché abitua a non assumersi responsabilità, a pensare che tanto, vada come vada, la compassione sarà sempre sufficiente per trovare un perdono generale per qualsiasi atto compiuto, anche il più malvagio, o quasi.

La clemenza è la virtù dell’uomo saggio, poiché egli è persona mite e dunque misurata nel punire, non lasciandosi condizionare né dalle sofferenze né dal godimento altrui.

La clemenza non è soggetta alla legge e – più strettamente – alla pura razionalità. Chi è clemente ha una certa sicurezza in sé di agire per il meglio, in quanto la clemenza ha un valore di giustizia e di equità, con apporti concreti, talora, della stessa epicheia, cioè della giustizia-giusta, kairologica, attuale. Quella giustizia che sembra ingiusta, ma in realtà interpreta i fatti in modo più completo. Oggi diciamo a 360°.

Che cosa si intende per clemenza nella nostra cultura attuale? Certamente non è un termine di uso consueto. Si potrebbe dire che da qualche decennio è una parola relegata al diritto, alle pratiche giurisprudenziali, soprattutto di carattere penale. Ad alcuni pare un termine più vicino alla cultura ottocentesca, che a quella del ventunesimo secolo.

La clemenza la si chiedeva un tempo ai sovrani, ai comandanti militari, magari sotto la forma della grazia. I sovrani, infatti, venivano chiamati “sua grazia”, definiti “graziosi”, con un linguaggio deferente e sottomesso. La clemenza è una virtù e un modo di porsi verso l’altro, specialmente se i due soggetti sono asimmetrici per posizione, ruolo e potere.

La clemenza si pone come virtù classica, in quanto rappresenta valori condivisibili, e reciprocamente utili alla convivenza umana. Basti solo pensare al fatto che ognuno di noi potrebbe qualche volta avere bisogno di clemenza,

A questo punto mi piace citare Aristotele, precedente nel tempo a Seneca, che diede un’importanza centrale, tra le virtù morali umani, alla virtù di giustizia, la quale non solo deve permettere all’uomo di individuare e definire l’unicuique suum (la giustizia di scambio, oggi la chiamiamo come riconoscimento dei meriti individuali) le norme generali (che erano in vigore al tempo dello Stagirita e lo sono anche oggi) e le norme concernenti la società nel suo insieme (oggi le definiamo welfare), ma anche a una dottrina e a modalità operative che superino in via eccezionale le norme sopra citate, mediante l’epichèia, che ho ampiamente trattato qualche tempo fa in questa sede.

Ripeto: l’epicheia altro non è che la “giustizia giusta”, una giustizia che può anche apparentemente risultare ingiusta, ma in realtà contribuisce a fare andare avanti il mondo.

Era il 4 Agosto del 1980 a Cracovia, e uscivo dalla cattedrale nella grande Piazza del Mercato, quando…

un giovane polacco che incrociai, Roberto era a un passo da me, stavamo viaggiando sulla sua Renault 4 1100 cc verso l’Unione Sovietica, mi apostrofò così: “paolorrossiii!” tuttoattaccato, facendomi capire che mi aveva inquadrato come Italiano. Non certo perché mi avesse scambiato per il campione, troppo diverso da me e io da lui: almeno dieci centimetri e dieci chili di differenza a mio favore, allora.

Il Pablito di Spagna ’82 campione del mondo doveva ancora venire, ma aveva già incantato l’Argentina nei mondiali del ’78, quando giocò benissimo, specialmente contro la squadra di casa che fu battuta dall’Italia con un bel goal di Bettega su assist di Rossi.

Quella espressione che mi aveva identificato metonimicamente con un famoso italiano tramite la figura di un calciatore mi colpì, e ne parlammo sulla strada verso Varsavia il giorno dopo, lungo gli immensi rettilinei che dopo il confine di Brest-Litovsk portavano a Minsk.

Già quaranta anni fa il sistema mediatico la faceva da padrone e il simbolo di una nazione poteva passare per la figura di un giocatore di football.

Roberto e io eravamo colleghi nel sindacato, tutto sommato abbastanza neofiti, lui in Cgil e io in Uil, tutti e due nel settore del mobilio e dell’edilizia. Avevamo deciso di fare un lungo viaggio in auto nell’immensa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche europea.

Il programma comprendeva di entrare per la Bielorussia e quindi di fare tappa a Minsk, a Smolensk, e poi di trattenerci almeno una settimana, prima a Mosca e poi altrettanto a Leningrado, transitando per Novgorod. Saremmo poi usciti dall’Impero comunista per la Finlandia e a seguire Svezia e a scendere verso sud Danimarca, Germania, casa.

Vigeva ancora il modello “Breznev”, che solitario governava l’impero dal Cremlino. In Italia la crisi generale, economica, occupazionale mordeva. C’era una malinconia diffusa che generò utopie disperate, come quella terrorismo rosso, e tentativi di restaurazione autoritaria mediante attentati e delitti di matrice fascista e militarista. De Michelis stava per proporre i contratti di formazione e lavoro a una gioventù disoccupata. Spadolini era Presidente del Consiglio, primo non-democristiano dopo decenni; Pertini Presidente della Repubblica e Nilde Jotti Presidente della Camera dei deputati.

Questa l’Italia di quegli anni. E Paolorossi? Oggi la Gazzetta rosea ne parla in una dozzina di pagine, interpellando compagni e amici suoi, come quelli dell’82, giornalisti e politici. Opinioni e sentimenti commossi e a volte un po’ scontati. D’altra parte è difficile dire cose sensate quando muore una persona che si conosce in qualche modo, direttamente o per fama. Ognuno di noi, finché è in vita incontra la morte… degli altri.

Quest’uomo è entrato nel mito, ma era normale anche nel fisico, un metro e settantacinque o sei per settanta chili scarsi: come Pietro Mennea, non ha avuto bisogno di esibire scultoreità da palestrato, oppure centimetri e chili da giocatore di basket o da portiere, o da centravanti del terzo millennio à la Ibrahimovic, Lukaku, etc. La sua “normalità” mostrava come essa può costituire un minimo comun denominatore sufficiente per fare grandi cose in un’attività anche fortemente competitiva. E altrettanto pare Rossi mostrasse sul piano relazionale e morale.

Conosciamo la morte-degli-altri, perché la nostra non si fa conoscere prima di arrivare a trovarci. E ci trova, eccome, senza eccezioni. Da millenni l’uomo parla della morte, ma sempre della morte osservata, pensata, prevista, immaginata…

E’ uno strano “ente”, la morte: è un “ente/non-ente”, secondo una certa filosofia, come quella di Parmenide che chiamava non-essere il nulla, mentre si potrebbe anche ritenere che il non-essere possa non essere il nulla, ma qualcosa, se non altro dal punto di vista logico. Hegel, ad esempio, non la pensava come Parmenide.

Parliamo della morte senza conoscerla direttamente: la nozione di essa è per esperienza di quella degli altri oppure per comunicazione di notizia. Forse è l’unico ente/ concetto che si presenta alla nostra attenzione in questo modo.

Metafisicamente si può anche dire, con Epicuro, che la morte non ci riguarda mai direttamente, ma solo indirettamente, poiché quando essa si presenta a noi, non facciamo a tempo a conoscerla veramente, in quanto la sua presenza significa il nostro contemporaneo venire meno, il nostro immediato assentarci.

Un altro modo di parlarne concerne l’immortalità, in tre modi: a) parlando della sostanza semplice che è l’anima spirituale (cf. Fedone di Platone), ovvero, b) parlando dei miti immortali, come quelli greco-latini classici o quelli che riguardano personaggi moderni già collocati per la loro fama esemplare in una prospettiva mitica, e infine, c) come quando una persona lascia a chi resta una grande opera d’arte o una grande scoperta scientifica, sapendo che ogni scopritore, ogni creatore deve tenere presente di essersi posto sulle spalle di valorosi predecessori. Ho già parlato qui pochi giorni fa di un mito, Diego d’Argentina e di Napoli, ora questo cenno a un altro mito prestipedatorio (neologismo rubato a Gianni Brera), Paolo Rossi, qualcuno dice, un mito-mite, garbato, civile, rapido anche nel suo passaggio per questo mondo.

Mortalità e immortalità, comunque si ha a che fare con questo concetto o stato dell’essere. Paolorossi è stato un ente-umano-mortale, ma già fa parte del mito esemplare. Appena mancato. Mentre la sua persona fisica e spirituale manca veramente a chi lo amava di più, i suoi, ed è questo il sapore vero della morte e della vita.

Come quando morì di una rara malattia la mia nipotina Elena, a cinque anni, il dolore più lancinante della mia vita.

Condividere, convivere e (è?) con-filosofare

Condividere, convivere è con-filosofare: nei tre verbi ciò che più conta è la particella “con”, il latino “cum”, la quale dà senso al lemma. Senza quel “con” il verbo resta generico, quasi scontato, perché “dividere, vivere, filosofare” può riguardare anche solamente il singolo individuo, che magari si trova in un deserto o in una grande foresta, sconosciuto ai più, se non a tutti, e la cui vita non influenza alcun’altra vita.

Se i verbi “condividere” e ” convivere” sono molto noti e altrettanto utilizzati, meno noto e usato è “con-filosofare”. Bene, questo verbo descrive, ad esempio, modelli antichi e straordinariamente efficaci, come quelli di Platone, che aveva una sua “scuola”, chiamata Accademia, o di Aristotele, che guidava il Liceo, e anche di Epicuro che coltivava il suo Giardino di intelletti, per tacere di altri esempi.

Ora, sia pure faticosamente, è riemersa questa tendenza a fare della filosofia, non solo un sapere liceale e accademico relegato nei licei e nella facoltà omonima, ma anche un sapere comunitario e pratico.

L’Associazione nazionale che da poco più di un mese presiedo, Phronesis, si pone su questa linea anche con me, che seguo la pista di valorosi predecessori, filosofi e filosofe, che qui ringrazio e a cui rivolgo un atto di stima anche da questo luogo telematico.

Deduttivamente e anche intuitivamente “sento” che questo momento di vita è un momento fortemente “filosofico”, non solo perché siamo tutti coinvolti dalla pandemia globale, ma perché si sta cominciando a pensare che… pensare è indispensabile, che la riflessione logica è vitale, che la capacità di argomentare fondando su dati seri e possibilmente veritieri le proprie convinzioni, è indispensabile.

Ecco: con-filosofare può essere un’attività utile, opportuna, se non indispensabile, e ciò dico senza alcuna enfasi. Con-filosofare significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, ma non in senso meramente empatico, pure condizione e clima indispensabile per essere veramente in dialogo: con-filosofare vuol dire accettare che il pensiero è lo strumento principale di comprensione della realtà.

Con-filosofare è anche “tenersi sul proprio”, evitando di pontificare su cose che non si sanno, come spesso capita di ascoltare in tv e sul web, anche da parte di autorevoli studiosi ovvero, forse per meglio dire, divulgatori scientifici. A me, questa categoria di personaggi piace e non piace: piace quando come Alberto Angela e suo padre Piero propongono argomenti su cui si sono documentati e interpellano esperti di vaglia, non piace quando un personaggio mediatico come il prof di matematica Odifreddi, si impanca su disquisizioni teologiche. Mi pare abbia scritto anche un testo dal titolo Il vangelo secondo la scienza, che già nel titolo è fortemente fuorviante, se non di dubbia onestà intellettuale. L’ultima trovata, detta con il solito simpatico sogghigno di superiorità, si riferisce a qualche giorno fa, quando ha definito “fumisterie” non so che argomento di carattere teologico.

Non io, che fisico e matematico non sono, lo faccio, ma nessuna persona di buon senso si permette di definire fumisterie le ipotesi di universi paralleli o a stringhe, oppure le matematiche caotiche, oppure… non essendo-del-mestiere, ma rispettando il lavoro faticosissimo e diuturno della ricerca scientifica.

Altrettanto si potrebbe pretendere, quantomeno per correttezza epistemologica, da chiunque, quando si parla di Teologia, che è, per chi non la frequenta, una scienza-di-scienze, cioè un complesso sistema di saperi che va dall’esegesi biblica comprensiva della filologia classica ed ebraica, alla dogmatica, alla storico-giuridica e sociologica, alla morale, alla ecclesiologica e dell’evangelizzazione, alla sistematica, alla filosofica, e potrei continuare ancora.

E dunque, con-filosofare è avere rispetto per le opinioni altrui, attivando un ascolto vero, senza pre-comprensioni e soprattutto senza pregiudizi, altrimenti non si con-filosofa, e dunque non si dialoga, nientemeno.

Con-filosofare è anzitutto dialogare, ascoltando e dicendo, acquisendo e donando parole e significati, soprattutto nel senso della com-partecipazione alla vita comune (con-vivere) e alla condivisione dei beni (con-dividere), che devono essere distribuiti con equità e giustizia tra tutti.

Compresi i Beni spirituali dell’Intelligenza, della Razionalità e del Linguaggio, cioè della Parola-che attraversa, in greco “dia-logos”.

E’ abbastanza chiaro, cari professori del tutto e del… nulla?

Circa il discorso sul “nulla” rinvio a un altro brano pubblicato qui qualche anno addietro.

Persona&Comunità nel Cristianesimo. Non concordo con il collega esimio professore

Mi è dispiaciuto leggere che un ottimo – e da me stimatissimo – studioso come il prof Galimberti (vedi intervista di Walter Veltroni pubblicata il 17 Novembre scorso su La Repubblica) ritiene che il cristianesimo non abbia mai tenuto al centro il tema della comunità umana, privilegiando l’individuo e il suo destino terreno e ultraterreno.

Sono rimasto sorpreso per varie ragioni: non mi sembra possibile che un intellettuale come il professore ignori, sia pure nella sinteticità tipica di un’intervista (almeno nelle risposte date durante l’intervista stessa), che questa tradizione religiosa si sia certamente fondata sulla “persona” di Gesù di Nazaret detto il Cristo, ma immediatamente dopo su una prima comunità di seguaci, gli apostoli e i discepoli prima a Gerusalemme, e dopo la morte del Maestro, su comunità che – sotto la spinta soprattutto di Paolo di Tarso – si sono diffuse in quasi tutto l’Impero romano, dal Vicino Oriente, all’Africa settentrionale, ai Balcani a Roma e oltre.

Non è assolutamente vero, caro Galimberti che il cristianesimo abbia denegato il valore comunitario e la sua centralità per esaltare – di contro – il valore della persona-individuo. Diciamo piuttosto che, in una fase storica nella quale non vigeva una nozione etica di uguaglianza tra tutti gli esseri umani, mostrabile, oltre ogni forma di distinguo razzistico con la tabella “struttura di persona”, ben nota a i miei lettori e ai miei studenti (compresenza in ogni uomo di fisicità, psichismo e spiritualità, che qui necessariamente riprendo), il cristianesimo ha portato nella storia umana una lezione assolutamente nuova sul valore dell’uomo. Si legga il versetto 27 del cap. primo di Genesi Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si leggano poi, nell’ambito della letteratura paolina, i versetti 28 del cap. 3 della Lettera ai Galati e l’11 del cap. 3 della Lettera ai Colossesi, dove si enunzia l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani “non c’è greco, non c’è ebreo, non c’è donna né uomo, ma tutti sono uguali in Cristo”, (parafrasando san Paolo)!

Ebbene, è stato il cristianesimo a portare all’evidenza il valore irriducibilmente incommensurabile e unico della persona umana, contro ogni discriminazione censuaria e classista, anche se Paolo stesso dovette adeguarsi in qualche modo allo schiavismo del tempo (si legga in tema la Lettera a Filemone, nella quale Paolo invita questo signore, un catecumeno cristiano, a non maltrattare e tanto meno uccidere uno schiavo fuggitivo).

Circa poi gli aspetti comunitari, si leggano Atti, dove si riporta che Pietro in qualche modo punisce nel modo più grave Anania e Safira, una coppia che non aveva secondo regola versato nelle casse della comunità il ricavato di una vendita (possiamo parlare di “paleo-comunismo apostolico”?).

Nella Bibbia poi, Dio cerca l’alleanza, non con il singolo uomo, ma con il Popolo, guidato di volta in volta da un Patriarca (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè…) o da un altro leader, come i re Davide, Salomone, Giosia…, dai grandi profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, Nathan…, e con il leader “tratta”, ma per il popolo tutto, che punisce o loda difendendolo, a seconda del comportamento morale e della fede in Lui stesso.

Come si fa a dire che il cristianesimo e la sua matrice giudaica sono individualisti? E’ assurdo e assolutamente non rispondente al vero, se si vuole conoscere, studiare e valutare correttamente la storia e il supporto teroretico di queste tradizioni religiose?

Si pensi poi al Vaticano Secondo e alla Costituzione conciliare Lumen Gentium dove all’art. 1 si legge “La Chiesa è il Popolo di Dio…”. Che dire di più sotto il profilo scritturistico e dogmatico? Teniamo poi conto che “chiesa” significa “adunanza, riunione” (dal verbo greco ekkalèo, cioè chiamare, da cui il latino ecclesìa).

Non corrisponde al vero che il Cristianesimo abbia esaltato l’individuo-persona a scapito della comunità. Certamente in Oriente, il buddhismo e soprattutto l’induismo nelle sue varie declinazioni storiche e teologiche, hanno posto al centro l’uomo-tra-gli-altri-esseri-viventi, ma soprattutto come parte di un divino diffusivo e prevalente sulla individualità: il brahman sull’atman. “Schegge di divino”, che si trovano echeggiare anche nel cristianesimo ortodosso post scisma del 1054, e perfino in qualche teologo-filosofo “occidentale” come Friedrich Schleiermacher.

Anche paragonare cristianesimo e classicità come fa Galimberti non è corretto: il paragone tra un Aristotele che parla dell’uomo come animale politico e un Agostino che scrive e predica della salvezza dell’anima per grazia e per fede non è coerente, se posto in contrapposizione. Sono due teorie filosofico-religiose che non confliggono, poiché parlano di cose diverse.

Citare poi Rousseau, come fa il caro prof, forse (a parer mio) il più sopravvalutato e mediocre filosofo del XVIII secolo, il quale non riteneva il cristiano un buon citoyen non mi pare una buona idea, perché ignora quello che è stato il mondo cristiano antico e medievale e rinascimentale, e tutto ciò che ha fondato, dalle chiese ai monasteri, alle università, alla musica, alle arti figurative… per il popolo, anche se commissionate da papi e signori.

Se andate a Montefalco, cari lettori e visitate la cappella francescana dove Benozzo Gozzoli ha affrescato le storie del Santo assisiate, o agli Scrovegni a Padova, o nella basilica grande di Assisi dove Giotto di Bondone ha raccontato la vita di Giovanni di Pietro di Bernardone, se andate nella cappella piccoliminiana del Duomo di Siena, trovate il Pinturicchio. O visitate a Roma la Sistina e le Stanze di Raffaello ai Musei vaticani, e Caravaggio in Santa Maria del Popolo e in San Luigi dei Francesi. E Piero della Francesca ad Arezzo, a Sansepolcro e a Monterchi. Ravenna. E altrove, in ogni dove dell’Europa, da Lisbona a Mosca, da Canterbury a Istanbul (nonostante Erdogan). Sono tutte storie bibliche, di santi e della chiesa fatte per il popolo, per le comunità analfabete di quei tempi. Si pensi poi a Bach, a Haendel, a Vivaldi e Monteverdi, a Mozart, a Haydn, a Verdi e Rossini e ad altri innumerevoli, che hanno scritto Messe e Laudi religiose.

Se, caro lettore, leggi le quasi duecento omelie di sant’Agostino (le trovi nel sito Augustinus.it) trovi un dire, un parlato adatto al popolo, alla comunità di analfabeti della Ippona del V secolo (l’attuale città algerina di Hannaba), e rivolto a tutta la cristianità del tempo del grande Padre africano. E attuale anche per noi del XXI secolo.

E questo è il cristianesimo che si occupa solo delle anime dei singoli? Suvvia, professore!

Don Roberto e “la carne di Cristo”

Lui definiva in questo modo gli ultimi, i poveri poveri, carne di Cristo. Teologicamente non è una bestialità. Per nulla. il “Corpo mistico” di Cristo è la Chiesa universale e il Popolo di Dio è la Chiesa, e viceversa. Il sillogismo semplice finisce con una necessaria conclusione: anche l’assassino del sacerdote è “carne di Cristo”.

Paradossale? Sì, come è paradossale il Cristianesimo, che è – in senso stretto di filosofia religiosa – una non-religione, ma è la sequela di una Persona, quella di Gesù Cristo.

Molti infatti, quando elencano le religioni presenti nel mondo, mettono il cristianesimo al primo posto per quantità di fedeli, seguito dall’islam e via via, ma la classificazione, così concepita, è impropria, ovvero può andare bene per una semplificazione. In realtà, il cristianesimo evangelico è qualcosa di profondamente diverso da tutte le altre “religioni”, poiché non si fonda sulla base essenziale di testi sacri, che pure nel cristianesimo stesso non mancano, basti pensare ai due “Testamenti” e alle Lettere apostoliche, ma piuttosto sulla Persona e sull’esperienza terrena di Gesù di Nazaret, detto il Cristo.

Anche nelle altre grandi esperienze religiose vi sono persone che si sono poste a mediazione tra l’uomo e il divino, come Mohamed, come Mosè, come il Buddha, pur se quest’ultimo in modo estremamente diverso, in ragione di una concezione del divino molto distante dal cristianesimo, dallo stesso islam e dal giudaismo.

Cristo, invece, prevede la sua sequela, cioè il “seguirlo”, essenzialmente, semplicemente, duramente, umanamente. Anche fino al sacrificio estremo.

Se i Gesuiti nel loro motto scrivono (sequela) perinde ad cadaver, cioè fino alla morte, e la testimonianza di milioni di persone conferma quanto detto sopra, si può dire che don Roberto Malgesini ha seguito alla lettera Gesù di Nazaret.

Gli ultimi e i penultimi e i terzultimi… sono stati e sono tutti allo stesso livello per la carità cristiana. Don Roberto si occupava prevalentemente degli “ultimi” e per questo è stato anche criticato non poco. Bisogna chiarire che cosa si intende per “ultimi”. Forse che questa categoria sociale, e ancor di più morale, è costituita solo da chi vive in ristrettezze economiche estreme, al punto da non poter mettere in tavola due pasti al giorno? Si intendono i barboni, i senzacasa, i rovinati economicamente al punto da non avere più un tetto sopra la testa, che magari fino a poco tempo prima vivevano in certa agiatezza?

Certamente sì, ma ve ne sono anche altri, magari poveri, o poverissimi sotto altri profili, più spirituali. Anche questi sono, erano per don Roberto, “carne di Cristo”.

Qualcuno ha accusato questo presbitero di “buonismo”, nella recente tradizione di criticare chi ha attenzione disinteressata per gli altri, a volte confondendo il “buonismo” con il “politicamente corretto”, errore madornale!

Non conoscevo questo prete, ma mi pare che lui e il suo impegno nulla c’entrassero con il politically correct, ma piuttosto con l’incorrect

Don Roberto non era “buonista”, ma buono, un uomo buono che riteneva la sua missione essere quella di guardare all’altro come un altro se stesso, come un “cristo” ambulante, un’occasione per le opere di misericordia spirituali e corporali, che sono la pratica del cristianesimo vero.

Dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi... è la semplice liturgia, cioè azione del popolo, che riconosce in ogni “tu” un “io”, anche se povero e lacero.

Chi lo ha ucciso non ha pensato a queste cose e ha agito per rabbia e per paura, perché occuparsi degli ultimi è anche incontrare la rabbia e la paura. I sentimenti di rabbia e paura sono parte delle condizioni dello spirito umano, sono sentimenti umani.

Ecco, don Roberto non ha avuto paura della paura, osando starne in mezzo anche a rischio della sua vita, che ha perduto per acquisirne una più alta, se si crede.

Caro papà…

e questa volta non si tratta del mio, ma di quello del mio amico Cesidio, dal nome di uno sconosciuto santo appenninico. Suo padre è mancato e lui ha voluto scrivere qualcosa, come una lettera, un qualcosa per la memoria e per chi lo ha conosciuto.

“Sembrerà banale, ma risulterebbe alquanto difficile adesso ed in poco tempo descrivere il sognatore che era Nino Antidormi, così come l’utilizzo di frasi di circostanza mal si presterebbero a rendere onore e merito alla sua memoria soprattutto se descrivessero solo i suoi innumerevoli pregi di uomo, rendendo minima o assente ogni sorta di difetto. Di quello che è stato un eterno ragazzo piace invece partire proprio dai difetti e dal fatto che non ne ha mai fatto mistero.

Sua era la capacità innata di renderli “leggeri” citandoli spesso con un’auto ironia che strappava sempre fragorose risate. Questo spirito gli ha sempre fatto affrontare la vita e le situazioni peggiori, tra cui anche la malattia, con una forza d’animo che solo in pochi riescono ad avere. La parola d’ordine della sua vita è stata Amore: in primo luogo per la vita stessa, che ha cercato di rendere piena con qualsiasi cosa potesse condividere con gli altri e poi lottando fino alla fine per mantenerla. Non è un caso che la prova tangibile di quanto vissuto sia rappresentata dalla sua famiglia e dall’elevato numero di persone che nutrono, ancor oggi, nei suoi confronti stima ed amicizia. Per tutti sempre una parola, un consiglio, un aiuto senza mai risparmiarsi.

Come uomo lascia un vuoto incolmabile, un piacere ascoltarlo e non solo per la retorica utilizzata ma anche per l’arguzia e la facilità con le quali trovava sempre la parola giusta per tutti quelli che ne avevano bisogno. Come marito, spesso citava con ironia, di aver trovato in Pina tutto ciò che era il contrario dell’anima gemella, ma con lei aveva dato vita ad una famiglia numerosa e molto unita. Come figlio e fratello non ha mai perso il legame con la sua terra d’origine, la stessa che gli ha dato forse quel senso di protezione tipica dei pastori per il proprio gregge oltre che l’eleganza e la fierezza delle genti d’Abruzzo. Come amico, dai legami giovanili con lo sport, la scuola, l’intrattenimento, a quelli legati al mondo della scuola che come docente ha vissuto, sono innumerevoli le attestazioni di stima ed affetto che ancor oggi gli vengono attribuite. Come padre, nonno e zio rimane e rimarrà nella memoria quale esempio da seguire per la modalità con la quale ha affrontato la vita cercando sempre l’aspetto positivo delle cose, aiutando sempre la crescita nel rispetto dell’unicità di ciascuno e nel capire che la vera ricchezza sta nell’amore incondizionato verso la propria famiglia.

Che il Dio Consolatore possa dar sollievo a quanti ne sentiranno la temporanea mancanza, ciascuno per il lasso di tempo che gli è dato avere e che ancora li divide dal ritrovarlo nella dimensione eterna. Corre l’obbligo di chiudere con una citazione dell’immenso Sant’Agostino: “Coloro che ci hanno lasciato non sono degli assenti, non sono degli invisibili: tengono i loro occhi pieni di GLORIA puntati nei nostri pieni di LACRIME”.

Nulla vi è da aggiungere, se non un abbraccio, caro Caesidius.

Creta, Ano Viannos, la piazza delle esecuzioni

Questo luogo telematico non è solo vetrina per i miei scritti, aperta al mondo, ma anche un luogo di ospitalità. L’amico Fulvio Comin, in questa fase delle nostre vite è anche mio compagno di strada nella scrittura di un romanzo storico, che l’editore Albatros è stato disponibile a pubblicare: si tratta della storia di una famiglia ebrea che fugge da uno dei tanti pogrom antisemiti che accadevano in molte parti dell’Europa nel XVII secolo (e in molti altri tempi come manifestazione di una “malattia grande” dell’umano, il razzismo) e, nel caso, in Ucraina sulle rive del grande fiume Dniepr. La famiglia di Rizko Abrams va a Occidente… ma ne leggeremo le peripezie quando il romanzo sarà pubblicato.

Fulvio Comin

Intanto qui accolgo un racconto drammatico che Fulvio ha voluto scrivere da Creta. Un salto all’indietro in piena Seconda Guerra mondiale, nella tragedia dell’occupazione nazista.

“In questo sole sfolgorante, dentro a questo caldo che arriva come un abbraccio mortale direttamente dalla miscela di grani di sabbia del deserto africano, nati sotto l’Atlante e spinti, verso l’Europa, non una Europa, ma tante Europa, frantumate sotto i venti degli egoismi e degli interessi, piccole schegge di roccia che si incontrano con altri frammenti di roccia del deserto e non si accorgono di essere eguali ai precedenti e, nello stesso tempo, diversi quasi il confronto, quando non lo si vuol fare, fosse impossibile.

In questo sole sfolgorante dove mi ha portato Roberto, pilota comandante di grandi aerei, che guarda il mondo dall’alto, eppure sa riconoscere, i tragici segni sul terreno, quasi fossero pennellate di ferocia umana che né il vento né l’acqua riescono a cancellare e rimangono per decenni e, forse, secoli, sempre che non nasca qualcuno che vuole riscrivere la storia per camuffarla e raccontarla alla mamma, discretamente, perché non le provochi dolore, perché non ne turbi gli ultimi sogni prima di andarsene a fare i conti con l’Eternità. Se c’è!

Lei ci crede e allora cosa dobbiamo cancellare nella storia del mondo per farla contenta? Nulla, in verità, perché il Padreterno, nel momento del trapasso le confonde la memoria, le spegne la luce che illumina la verità e confonde nel grigio il bianco ed il nero e la lascia valicare il confine in uno stato di semi incoscienza. Trapasserà felice e noi ci chiederemo se questo sia giusto oppure no.

Ma noi chi siamo per porci questa domanda?

Ecco allora che, altro, ci toglie l’incomodo e neppure ce lo dice. Ci sarà pure un motivo che ci sfugge, in questa mancata comunicazione. Di sicuro, ma non ci va di cercarlo.

E allora, in questo sole sfolgorante ed immersi in questo caldo inconsueto, ecco che Roberto mi indica una tabella lungo la strada sulla quale c’è scritto, prima in greco e poi in inglese: “Lygia. Place of Nazi Executions”.

La tabella indica una strada sterrata che scende verso un falsopiano coperto da ulivi che non sappiamo se percorrere oppure no. L’assicurazione dell’auto presa in affitto ti copre eventuali danni, soltanto se percorri strade asfaltate, altrimenti il rischio è tuo.

Che ci sarà da vedere nello spiazzo dove i nazisti hanno fucilato centinaia di persone? Probabilmente nulla, se non fili d’erba tra le piante di ulivo, dimenticati dalle capre o magari una transennatura realizzata decenni dopo a delimitare ciò che ormai era evaporato come una negligenza, tra i fumi della storia.

Anche i crimini evaporano, spariscono nell’aria, come un gas mortale che nessuno vede, ma che ti entra dentro e ti devasta. E quando chiedi alla Storia, se i responsabili abbiano pagato, la risposta è sempre scoraggiante: non hanno mai pagato e neppure si sono mai pentiti o hanno lasciato uno scritto da leggere dopo la loro morte per affermare ciò che volevano, anche che avevano fatto bene a comportarsi  come si erano comportati.

Ma perché costoro non lasciano mai una traccia delle loro malefatte o “benefatte”, dopo la loro morte? Perché non scrivono in poche parole la verità? Cosa gli costa venire a patti con la propria coscienza?  E se è vero che ti confessi pensando che nell’aldilà qualcuno sia pronto a giudicarti, perché non scrivi: “sì sono stato io ad ordinare il massacro e ne sono orgoglioso… oppure… mi pento… non volevo farlo, ma gli ordini…”. Qualcosa sembra sempre salvarti.

Mi spieghi quale ideologia giustifica la strage di bambini che vanno ignari in mezzo a un prato, seguendo le madri, oppure in braccio a loro, pensando che c’è la mamma e, se c’è, sono sicuri e, invece, questi assassini, li strappano dall’abbraccio, li afferrano per i piedini, li fanno ruotare e ne fracassano le teste contro gli stipiti di una porta magari quella della casa dei bimbi, dove gli stessi si erano più volte affacciati entrando od uscendo da quell’uscio che rappresentava il confine tra la famiglia ed il mondo.

Poveri bambini che noi dimentichiamo facilmente, riducendoli a statistica: quanti erano il cinque per cento, l’otto? Non importa. Ciò che è davvero importante è che esistevano, c’erano e non hanno compreso il momento che stavano vivendo e che, un secondo dopo l’averlo forse pensato, non vivevano più.

Oltre cinquecento, tra bambini, donne, anziani, sono stati portati nel “ piazzale delle esecuzioni” e, a gruppo di sette, mitragliati.

Perché non si sono ribellati? Morte per morte, cosa cambiava?

Pensate: questa domanda la dovremmo porre a coloro che si sono lasciati fucilare senza far nulla, camminando fin sull’orlo della fossa dove poi si erano inginocchiati, aspettando il colpo alla nuca.

Perché non si sono ribellati? Domanda delle domande.

Roberto, che guarda le cose terrene dall’alto, mi accompagna al sacrario che ricorda questi morti: ci sono i nomi. Certo, ci sono i nomi e pure, stilizzate nella pietra, le figure di coloro che sono stati ammazzati, ma è come tentare di rappresentare il vento con un solido, fare di un soffio d’aria una bolla di pietra e sostenere che non pesa.

Tutto evapora.

Già, il tempo è un soffio e chi lo acchiappa finisce soltanto per contorcersi nel rimorso o in un’esaltazione che non sembra passare mai. Meglio allargare le mani e lasciarlo andare: via, un soffio di vento, polvere sparsa nell’aria. Non pesa nulla, soprattutto non ti pesa sullo stomaco.”

(Fulvio Comin)

I due Alex, simbolo di vitalità, e la giornalista portasfiga

Anni fa conobbi il primo dei due Alex di cui qui parlo. Era Alexander Langer, politico, giurista e filosofo sud Tirolese. Spesso si trovava nei pressi dell’ala ecologista del sindacato nel quale ho avuto un qualche ruolo per tredici anni. Di matrice cattolica e lottacontinuista era diventato il trait d’union tra la cultura ecologista germanica dei gruenen, i verdi e i primi vagiti dell’ecologismo italiano. Meraviglioso il suo slogan che contrapponeva tre concetti “duri” … ad altrettanti concetti “dolci”, cioè citius, altius, fortius, ossia “più veloce, più alto, più forte” versus lentius, profundius, suavius, vale a dire più lento, più profondo, più soave”.

Alexander Langer

Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e leader europeo di tale impostazione politica. Pace, diritti umani e ambiente erano i suoi principali centri interesse politico e morale. Pur essendo Altoatesino-Sudtirolese e germanofono, non si confuse mai con le lotte etno-nazionaliste, che rifuggiva e combatteva.

Negli anni tra l’87 e il ’90 partecipai un paio di volte a Città di Castello alla “sua” iniziativa mondialista, la “Fiera delle utopie concrete”, dove l’ossimoro implicito cercava ispirazione dai quattro elementi naturali di Empedocle: fuoco, aria, terra e acqua.

A lui interessavano le nozioni e i rapporti tra Nord e Sud e con l’Est del mondo, tant’è che la sua personale crisi ebbe origine ai tempi della Guerra e delle stragi in Bosnia nel primi anni ’90. Tuzla e Srbrenica furono il luoghi del suo tormento insopportabile. Pur essendo inesorabilmente pacifista, non lo era a senso unico e in modo imbecille, come molti, perché era in grado di sostenere – senza sentirsi in contrasto con i propri fondamenti morali – l’esigenza, alla bisogna, di un “intervento internazionale armato”, definendo i caschi blu “ostaggi dileggiati”, e chiedendo di inviare soldati per “fermare l´aggressione”“proteggere le vittime”“punire i colpevoli”, e impedire che “la conquista etnica con la forza delle armi torni a essere legge in Europa”.

Molti di sinistra e Verdi lo abbandonarono, perché, loro sì, facenti parte di quelle comitive imbelli e non-pensanti comunque contrari a ogni tipo di uso delle armi, in qualsivoglia situazione. Prima di togliersi la vita nei pressi di Firenze nell’estate del 1995 lasciò lo scritto che segue.

“I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.”

Alexander Langer riposa nel piccolo cimitero di Telves accanto ai suoi genitori.

Il secondo Alex è Zanardi, che tutti conoscono, e a cui tutti gli Italiani tengono, perché simbolo di forza e di capacità/ volontà di ripresa, dopo il drammatico incidente automobilistico che quasi vent’anni fa gli troncò le gambe. Dedicandosi alla handbyke è diventato un atleta meraviglioso e fortissimo, vincitore di campionati mondiali e di paralimpiadi. Esempio per tutti quelli che hanno avuto una disgrazia menomante. Non mi cito, perché io non ho perso arti, ma ho combattuto e combatto contro il dolore fisico.

Stiamo aspettando notizie buone dall’Ospedale di Siena dove è ricoverato, e preghiamo, se crediamo.

Dopo aver ricordato l’amico Langer e Zanardi, come esempi di positività, di contro cito un esempio fastidioso di negatività.

C’è una inviata speciale di alcune delle principali testate televisive che da Pechino sembra, per toni e testi, quasi godere delle disgrazie che racconta. Insopportabile: la sua enfasi narrativa pare preludere all’annuncio di una catastrofe nucleare o almeno di una serie di devastanti tifoni oceanici. Pare goda usando quei toni. Chissà se se ne accorge o se qualcuno glielo ha fatto notare. Ripeto: per me è insopportabile. Si chiama Botteri. E la si ricorda per altre precedenti dis-grazie narrate.

I due Alex sono un inno alla vita, quest’ultima, no.

Ciò che non si ri-genera… de-genera (Edgar Morin)

Mi pare che il filosofo e sociologo francese Edgar Morin colga nel segno con un aforisma una grande “verità”. Se in una crisi non vi è la capacità di riconsiderare i pensieri e i comportamenti precedenti, il rischio è di un declino certo della struttura colpita dalla crisi stessa.

rigenerazione cellulare

I soggetti coinvolti solitamente desiderano innanzitutto “tornare come prima“, ma è uno sbaglio. Si pensi a come si esce da una malattia individuale, da una guerra, sia pure locale, da un terremoto, da un’alluvione, da un incendio… Sono tante e tali le conseguenze psicologiche e pratiche che “tornare come si era prima” è impossibile, anzi il solo pensarlo è stupido.

Ora si pone il tema del dopo-Covid 19: tema complicato e… paradossalmente bellissimo. Sì, bellissimo.

Vediamo che cosa significa “rigenerare”, termine mutuato dalla fisiologia vegetale, animale (e umana): tornare ad una struttura che sia di nuovo integra in tutte le sue parti, organi e funzioni.

Da un punto di vista spirituale si ritiene che la “ri-generazione” possa essere costituita da una condizione di grazia, come si può dire nell’ambito della dottrina teologica cristiano cattolica (mediante il battesimo e la riconciliazione); altrettanto, però, si può dire di un recupero di dignità morale a livello sociale, come nel caso di persone che hanno conosciuto il carcere.

“Degenerazione”, invece, può significare processo di decadimento, decadenza, rovina, regresso, degradazione, deformazione, anormalità, alterazione… Ecco, forse il termine più adeguato sotto il profilo filosofico è “deformazione”, cioè perdita-della-forma, poiché gli altri termini elencati non sono sinonimi, ma coprono aree semantiche solo in parte condivise tra loro e con il termine principale.

Edgar Morin ritiene che la “forma” non possa essere mantenuta per sempre, ragione per la quale occorre pensare al cambiamento come condizione necessaria del percorso vitale, una sorta di Itinerarium mentis in hominem, parafrasando san Bonaventura da Bagnoregio (nel titolo del suo testo maggiore, Bonaventura, ispiratore della mia espressione, pone il nome di Dio, Deum, in luogo di quello dell’uomo), una via della mente che abbia come fine la piena realizzazione dell’uomo, secondo le sue possibilità, in base ai suoi talenti, là dove la parabola evangelica matteana può incontrare addirittura, da un lato il concetto di potenza/ possibilità versus atto di matrice aristotelica, e dall’altro la stessa volontà di potenza di Federico Nietzsche.

E poi la forma, come essenza e sostanza metafisica di ogni ente. E’ evidente allora come ogni ri-generazione si ponga come una ri-partenza da una forma in crisi verso una sua ri-organizzazione/ ri-strutturazione/ ri-conversione. Ecco: lo dico a chi non ha esperienza di economia aziendale. I tre termini testé elencati sono le modalità classiche del cambiamento organizzativo di un “ente economico”, come l’impresa (intra-presa) umana destinata a produrre reddito mediante la produzione di beni e la prestazione di servizi.

I tre termini di economia aziendale significano, nell’ordine: a) riorganizzazione come modifica organizzativa che utilizza le medesime risorse umane, logistiche e finanziarie già a disposizione; b) ristrutturazione come processo che non solo fa conto, in tutto o in parte delle risorse sopra elencate, ma abbisogna di nuove, soprattutto in termini di macchine e impianti, richiedendo così, molto spesso, investimenti finanziari significativi; c) riconversione, infine, descrive il più radicale processo di modifica dello status quo ante, poiché prevede una autentica rivoluzione perfino del prodotto/ servizio finora offerti. Un esempio è il caso di un’azienda che ha prodotto fino a un certo punto componenti in plastica, e in seguito si mette a produrre generi alimentari. L’esempio, molto radicale, calza perfettamente.

Nel processo di ri-generazione che sembra a questo punto necessario per evitare la degenerazione, si può prevedere ognuno dei tre processi sopra descritti nelle forme progressivamente di sempre più radicale modifica.

Non si fa fatica a tenere questo esempio così hard, così economicistico, per buono anche se messo a confronto con la dimensione antropologico-umanistica, psicologica e morale della persona. L’uomo stesso, in certe situazioni e momenti, ha bisogno di ri-generarsi, riorganizzando il pensiero, ristrutturando le proprie convinzioni e addirittura (ri)-convertendosi, al fine di compiere azioni maggiormente virtuose, epperò sapendole prima pensare. Siamo così alla metànoia, alla conversione, alla rigenerazione del cuore e della mente, in un momento come quello che stiamo vivendo, caro lettor mio!

Il cambiamento nella libertà della scelta, la libertà della scelta nel discernimento, sono i due processi della ragion logica indispensabili per ri-generare ciò che per le più varie ragioni può essersi nel tempo degenerato. Non si deve temere il cambiamento, pena un inevitabile processo di fossilizzazione e di decadimento.

Chi teme la ri-generazione è lo spirito pauroso, conservatore dell’inutile, di scarsa vista e pre-videnza, poiché il naturale flusso delle cose e della vita umana porta al cambiamento, sotto ogni profilo, da quello fisico a quello mentale. Chi non accetta questo percorso naturale è destinato a degenerare, senza possibilità di rimedio, subendo la volontà e le convenienze altrui. Il coraggio di cambiare è un coraggio naturale, tipico di chi vuole diventare-se-stesso, senza timore di mettersi in gioco, accettando il confronto con gli altri, che possono avere talenti e intelligenza superiore o inferiore, comunque di tipo diverso, e alla fine riconoscendo la possibilità degli altri così come la propria, di vivere e di crescere.

Il rischio della paura del cambiamento è presente in tutte le strutture organizzate, a partire dalle imprese economiche: colà spesso alberga il timore di cui sopra, che i vertici, se sono accorti, devono smascherare e togliere di mezzo, nell’interesse per il Bene comune, se questo è il condiviso Valore.

Il cielo e il mare di Marco

Marco è un homo faber. Maestro della fisica e della forgia. Alla lontana mio parente, con lo stesso cognome. Di famiglia di homines fabri, ama la vita e il lavoro. Ospito lui come altri amici, perché il suo spirito è consentaneo a quello che da anni informa questo mio sito.

Prima di dare la parola al caro amico Marco, è d’uopo un chiarimento di carattere etico, deontologico e culturale: in calce allo scritto di Marco ho scelto, proprio per rispetto del mio amico, di ospitare anche il video di Scardovelli. Ciò non significa che io sposi la linea di pensiero di questi, anche se ammetto tranquillamente che diverse tesi da egli sostenute nel video stesso, sono per me condivisibili.

Questa scelta ha due aspetti e si fonda su due ragioni ben chiare: a) il rispetto e l’ospitalità per le idee altrui, anche se non condivise o non del tutto condivise; b) la promozione della dialettica civile, di cui ho trattato nel post precedente, anche al fine di ampliare il mainstream delle idee che vengono diffuse tramite i media.

Un buongiorno con i colori di questa alba a quanti mi leggono.

Sì, lo so, siamo tutti sommersi da immagini ed informazioni di ogni tipo, ma anche a costo di essere importuno, voglio promuovere il piano che troverete nel link allegato.

Vi spiego cosa mi spinge a farlo: fin da giovane, per mia natura, ho sentito la gravosità di una Umanità prigioniera e sofferente, poi da grande ho capito che siamo schiavi di ideologie, dogmi, paure indotte ecc. Ho cercato allora percorsi di libertà interiore, di sviluppo dell’anima, di espansione della coscienza ed ho conosciuto Maestri che mi hanno alleggerito ed accompagnato, aiutandomi a dare un senso al mio viaggio su questa Terra.

Ho trovato molto, ed ho pianto quando ho visto da vicino le miserie mie e dell’Umanità, ma ho anche intuito ed intravisto la potenza dell’Amore che genera l’armonia della bellezza e della Vita.

Ora, ritengo che i percorsi personali, seppur indispensabili, non siano sufficienti a generare un futuro dignitoso e umano per noi tutti; chi non lo avesse ancora percepito deve rendersi conto che siamo in una fase molto delicata dalla quale nessuno può sapere come ne usciremo. Gli eventi stanno precipitando e serve un’accelerazione della consapevolezza ed un aumento della fiducia in noi stessi e in un futuro virtuoso possibile, serve capire chi siamo veramente e smetterla di alimentare il nostro Ego a discapito della nostra Essenza.

Servono Maestri e Guide, figure rare in questa epoca, quindi c’è la necessità di attivare il Maestro che è dentro ciascuno di noi e rimanere in ascolto ognuno a modo suo. Dobbiamo aprire gli occhi e uscire dai fraintendimenti e dalla realtà virtuale in cui siamo finiti, bisogna smetterla di farci impigrire dal divano e sedare dalla televisione.

Se per molti individui lo scopo della vita è rimanere rinchiusi in una situazione controllata dagli altri, così non è per me e cedo loro il mio posto!

È anche nostro dovere pretendere di avere una formazione ed una informazione seria, corretta, fatta da persone che agiscono ascoltando la propria anima, che hanno a cuore il benessere dell’Umanità e non brama del suo dominio.

Considero Mauro Scardovelli una di esse e mi auguro che il suo piano abbia successo, che sia ascoltato, così come Paolo Maddalena, Giuliana Mieli, Rossana Becarelli e molte altre persone eticamente valide.

Forse la divina provvidenza ci ha proposto il dramma che stiamo vivendo e, come ogni ostacolo nella vita c’è qualcosa da imparare se lo si valuta con onestà, forse l’insegnamento è proprio quello di aprire gli occhi, di sforzarci di capire che siamo tutti correlati ed interdipendenti con tutti ed il tutto, altrimenti la Natura ci scarterà come ha già fatto con molte altre specie, ritenendoci dannosi per questo meraviglioso ed unico pianeta Terra.”

Mandi, Marco

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