Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

Quando sento definire Venezia “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO, acronimo di “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization”, mi viene l’orticaria

Il gentiluomo Enrico Dandolo passeggia per le calli della cittade sulle acque,  apparentemente senza meta, conversando con il suo segretario scrivano, e anche un po’ guardia del corpo. L’uomo è infatti ancora giovane, sulla trentina, bruno e robusto, delle terre furlane, che tanto piacciono ai Veneziani.  L’argomento principale è un’altra Crociata contro gli “infedeli”, per ribadire che il diritto dei Cristiani di potere accedere al Santo Sepolcro e alla Città Santa senza pericoli, ma anche… aggiunge nel mezzo del seriosissimo discorso, per ampliare il numero di fondachi per il commercio che la Serenissima già intrattiene con il Vicino Oriente, anche con i Maomettani.

Il segretario, messer Zuan da Porpetto annuisce, facendo osservare al suo signore che la sera sta scendendo per le calli e che l’umidità ottobrina potrebbe non fare bene a Sua eccellenza Serenissima. Enrico Dandolo, ha appena compiuto ottant’anni e il Gran Consiglio lo ha eletto alla carica dogale da poche settimane. Dandolo annuisce all’invito del suo fedele servitore e così si incamminano di buon passo verso palazzo. La sera offre una miriade di ombre che variano continuamente tra i canali e le pareti dei casamenti. Venezia sta diventando sempre più bella, considera fra sé e sé il vecchio gagliardo. E pensa a come dovrà muoversi se si farà la Crociata, gli sembra sia la quarta, dopo quella indetta da papa Urbano II e la altre due, spedizioni di alterna fortuna.

Prima di ritirarsi il doge chiede a Zuane (così lo chiama il gran signore venezian) di fare un giro più largo, per dare un ultimo sguardo alla Basilica, per una prece silenziosa al protettore, al gran Santo che conobbe Gesù. Dandolo era un buon cristiano, ma sapeva separare la religione dalla politica, e non mancava di criticare, a volte, con gli amici più fedeli del Consiglio dei Dieci certe iniziative del romano pontefice. San Marco appare nei chiaroscuri di mille torce che brillano come fuochi celesti dalla base alle cupole; gli pare che la cupola dell’Ascensione sia più illuminata di quella della Pentecoste, e dice a messer Zuane: “Dobbiamo provvedere”.

 

L’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata con il fine di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione, per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti  umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata dai vincitori del Secondo conflitto mondiale nel 1945, è entrata in vigore il 4 novembre 1946 e ratificata da venti stati. Tra le sue attività si nota soprattutto l’attenzione per l’ambiente, l’arte e la storia delle nazioni, per cui, se pone attenzione su qualche “oggetto” da tutelare particolarmente, costituisce senza dubbio un viatico potente per la sua promozione, anche turistica ed economica. I paesi fanno a gara per farsi riconoscere “Patrimonio universale dell’Umanità” dall’Unesco. L’Italia è la nazione che ha più siti con questa denominazione, per ragioni obiettive anche per un francese invidioso o per un inglese supponente.

 

Venezia, nel 1571 sostenne a Lepanto metà dello sforzo militare della flotta cristiana contro gli Ottomani, e vinse. Venezia, anche se formalmente il comandante era don Juan de Austria, un Asburgo, figlio dell’imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II. L’ammiraglio inimico Muezzinzade Alì Pascià morì nello scontro. Il comandante veneziano era il capitano Agostino Barbarigo, omonimo di un doge, con l’ausilio del valoroso capitan Sebastiano Venier, settantacinquenne. I genovesi erano al comando di un Doria, Gianandrea. Queste le principali forze in campo e la vittoria arrise ai cristiani, come ognun sa.

In totale, la Lega cristiana schierò in battaglia una flotta di 6 galeazze e circa 204 galere. A bordo erano imbarcati non meno di 36.000 combattenti, tra soldati (fanteria al soldo del re di Spagna, tra cui 400 archibugieri del Tercio de Cerdeña, pontificia e veneziana), venturieri e marinai, verosimilmente tutti armati di archibugio. A questi si aggiungevano circa 30.000 galeotti sferrati, ovvero tutti i rematori, schiavi esclusi, cui venivano distribuite spade e corazze per prendere parte alla mischia sui ponti delle galere. Quanto all’artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù).

Gli Ottomani avevano una forza più o meno equivalente e persero.

Dai tempi del doge Dandolo alla Battaglia di Lepanto, Venezia aveva acquisito territori italiani nel suo entroterra da Verona a Trieste, ma si era soprattutto sviluppata lungo la costa orientale dell’Adriatico dall’Istria alle isole greche. Città come Parenzo, Rovigno, Pola, Sebenico, Zara, la dioclezianea Spalato, Traù e Ragusa erano veneziane. Lo erano anche le grandi isole del Quarnero, Veglia, Cherso, Lussino, e più giù Arbe, Pago, e le Coronate, Brazza, Lesina, Curzola e Meleda, e più giù Corfù, Zante, Cefalonia e Itaca. Il Pireo era di casa, il Peloponneso (Morea) e Candia (Creta), Eubea e Cipro, e perfino Costantinopoli, nel corso della Quarta crociata nel 1204 fu brutalmente veneziana.

Così Goffredo di Villehardouin descrisse Dandolo che guidava l’assalto veneziano a Costantinopoli:

«Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono.»

Durante i primi burrascosi mesi dalla conquista della città, il doge Dandolo, pur ormai vecchissimo e debilitato dal lungo viaggio via mare, riuscì ad ottenere ampi vantaggi per Venezia, stando sempre attento a non farla coinvolgere troppo nella situazione politica interna dell’ormai decadente impero bizantino.

Combatté in Oriente per una quindicina d’anni e morì dopo la battaglia di Adrianopoli all’età di novantotto anni. Era il 1205. Fu sepolto in Santa Sofia.

 

Venezia, novembre 2019. L’acqua granda è tornata. E con lei i politici, che sfilano, senza cravatta, con gli stivali (più o meno usa e getta, tanto non li usano mai nella loro vita): Conte-capodelgoverno, la ministra delle infrastrutture, che parla come una maestrina elementare alle prime armi, il governator-doge Luca Zaia, successore del delinquente Galan. Il sindaco Brugnaro, che fa fatica a parlare. Arriva, tutta commossa, la presidenta del Senato della Repubblica italiana. E poi alcuni veneziani, come Brunetta e… non ricordo.

Mi viene in mente di compararli al doge Enrico Dandolo, e sorrido amaro.

Venezia è con Parigi, Londra, New Jork, Firenze, Istanbul, Berlino, Mosca, e Roma Caput mundi,  la più famosa città del mondo, con merito, e con o senza Unesco. E aggiungerei San Pietroburgo, Pechino, Vienna e Praga.

Ma mi faccia il piacere (L’Unesco)!

L’intensificazione del sentimento come verità interiore, la ragione, la certezza, la meccanica quantistica, la menzogna e la verità… non sono un tourbillon incomprensibile

La certezza, secondo i principi della gnoseologia filosofica (o critica della conoscenza) non corrisponde, di per sé, alla verità, perché quest’ultima è gerarchicamente superiore. La verità, quando è inconfutabile, è oggettiva, mentre la certezza è sempre soggettiva, e può coincidere con la verità solo se sottoposta a verifiche i cui esiti siano incontrovertibili. La certezza abbisogna, dunque, di profonde verifiche, per “trasformarsi” in verità, mentre la verità è il dato definitivo di una risposta a una domanda, come abbiamo detto, incontrovertibile.

Perciò, quando si dice o si manifesta un sentimento, esprimendolo con parole ed espressioni condivise, come il famoso “ti amo” o altro, se non si bara miseramente per scopi nefandi, si è ancora nell’ambito della certezza soggettiva e puntuale. Per avere la prova che l’espressione detta non sia vana e conseguentemente non-vera, occorre la verifica del tempo. E’ dunque il tempo che dà garanzie sulla verità dei detti, mentre è più facile conoscere i fatti: si confronti questa asserzione con le documentazioni storiche e letterarie, almeno da quando si sono potuti costituire archivi, siano essi costituiti con supporti di coccio, di papiro, e poi di cartapecora, pergamena e infine con carta libresca e infine (per ora) con memorie informatiche.

Quanto sopra vale nella vita reale, quando si riflette sulle cose  visibili, toccabili, gestibili, etc., ma dal 1927, cioè da quando Werner Heisenberg scoprì il “principio di indeterminazione” nella meccanica quantistica che aveva cominciato ad esplorare con Max Planck e altri, i criteri classici di certezza e verità, in “quel mondo”, o in quella dimensione vennero meno. Infatti, nella dimensione “quantistica” gli “oggetti” osservabili, cioè i quanta, o fotoni/ particelle, si comportano in modo imprevedibile e incoerente con osservazioni analoghe. In quel mondo si sospende la relazione causa/ effetto della meccanica classica, soprattutto se l’uomo/ osservatore compara esperimenti di eguale procedura e oggetto, nel tempo. Vedremo.

Il sentimento, che nasce da un’emozione o da un concerto di emozioni, come nel caso dell’innamoramento (cf. F. Alberoni, nel testo quasi omonimo “Innamoramento e amore”), è un momento della vita interiore, concernente al mondo degli affetti. Inoltre, l’affettività nel sentimento è un qualcosa che si distingue e si contrappone in qualche modo all’intelletto o alla ragione, contribuendo a delineare il tipo caratterologico della persona. Provo a parlarne chiedendo ausilio alla letteratura, che spesso riesce dar conto di come siamo fatti noi umani anche meglio delle scienze psicologiche e dell’accademia stessa. Basti pensare ad autori come Dostoevskij e PIrandello, ma in questo caso chiedo aiuto a Jane Austen.

Ragione e sentimento è il titolo di un suo bel romanzo,  tra altri sempre vividi, scritto a cavallo degli anni 1800, che dipinge uno spaccato della società inglese del tempo. I due personaggi femminili principali, Elinor e Marianne rappresentano quasi archetipicamente le due dimensioni spirituali di cui qui scrivo.

Nel romanzo si leggono con chiarezza le ragioni del contrasto (non affettivo ma piuttosto esperienziale ed esistenziale) fra la struttura mentale di tipo prevalentemente razionale di Elinor e quella chiaramente più emotiva di Marianne, mentre le due figure, conoscendo un poco la biografia dell’autrice, adombrano e quasi rappresentano sine dubio la relazione fra Austen e la sua sorella maggiore Cassandra. Jane in qualche modo difende se stessa e il suo modo di “stare al mondo”, ma non sempre e non in tutto il racconto, come notano alcuni critici.

Il finale del libro, che narra delle decisioni affettive delle due con la scelta di chi sposare, attesta come al tempo della scrittrice britannica la sensibilità sociale e lo stesso dato sociologico stesse iniziando a mutare, a favore di una sempre maggiore possibilità di autodeterminazione delle donne, specialmente all’interno degli strati della nascente borghesia.

Nel mio quotidiano lavoro affronto tante tematiche, incontrando e trattando con persone diversissime, per carattere e per ruolo professionale e sociale. In questo periodo noto una difficoltà crescente nel dirimere le questioni di ciascuna vita. Tutti sono interiormente combattuti fra ragione e sentimento, e fanno fatica ad equilibrare queste due dimensioni sintetiche, fondamentali per la vita. Se incontro qualcuno che mi dice “mi sono perso, e non so perché“, io stesso non so che dire, se non consigliargli di emendare fino ad evitarla del tutto, quasi “piennellisticamente” (cf. la dottrina psicologico-comunicazionale della Programmazione Neuro Linguistica in autori come John Dilts e John Grindner), la frase, che indubbiamente provoca danni con la sua iterazione nel pensarla e nel pronunciarla.

La violenza del web, e non solo nei pre-adolescenti (cf. Pellai 2019), ma anche nelle persone più mature, sta smantellando la capacità di dirimere ciò che è emozione passeggera da ciò che può diventare sentimento solido, dove anche la ragione interviene, quando non si è dominati da qualcuno o da qualcos’altro, per evitare danni o quantomeno conseguenze spiacevoli sul piano stesso dell’esistenza, dei rapporti inter-soggettivi e con il mondo.

L’ignoranza auto-generantesi da quanto sopra e dalla crescente genericità e approssimazione della comunicazione sociale, soprattutto giornalistica, fa il resto dei danni. La titolistica della grande stampa è incapace di uscire dai cliches della “notizia bomba”, dell’annuncio fatale, del sintagma clamoroso e perciò efficace nonostante possa essere volutamente e perciò colpevolmente impreciso, della collazione di notizie negative e preoccupanti. In questi giorni novembrini, ecco che a Venezia accade l’apocalisse, non il disastro, la catastrofe, il cataclisma acqueo, si legge: l’apocalisse, cioè la rivelazione… di cosa poi, che il M.O.S.E. non funziona ancora?

Dico altro: sento la giornalista che apostrofa il ministro (non “la ministra”, secondo me) Teresa Bellanova, chiamandola non “signor Ministro”, ma “Bellanova”, come se fosse la bidella di una scuola media, cui va tutto il mio rispetto e considerazione. Non sono formalismi, questi, ma capacità di riconoscere un ruolo e di rispettarlo anche con le formule verbali corrette. Ma chi si crede di essere quella o quel giornalista? Un giudice? posto che anche i linguaggi leguleio-giurisdizionali delle arringhe d’accusa e dei dispositivi delle sentenze è sempre irrispettoso nei modi degli imputati, che vengono chiamati, non il sig., la sig.a (almeno, non dico il dott., il prof., l’ing.), bensì “il” cui segue il cognome, tipo “il Pilutti”, cioè io stesso, Dio non voglia mai. Ma chi gli vieta un po’ di garbo, visto che l’imputato è presupposto innocente (sotto il profilo della verità processuale) fino a sentenza passata in giudicato? Cos’è che diventa la persona inquisita, una cosa? E non faccio il garantista d’accatto, perché magari, come altri di certe aree politiche, potrei avere amici inquisiti. Neppure uno.

Sono dunque questi, tempi in cui è sempre più necessario porsi la questione del rapporto fra certezza e verità, usando tutti gli strumenti che abbiamo a  disposizione, sensi interni ed esterni, cultura, conoscenza della storia, di un minimo di diritto, e soprattutto la cura dell’uso del pensiero critico. Questo approccio alle cose, se non trova sufficienti attestazioni e prove di verità, preferisce lasciare il pensante nell’in-certezza, se queste prove non ci sono, della sospensione di giudizio (cf. Husserl, e si pronunzia come si scrive, non Hasserl, come sento dire da un giovin presuntuoso, un biondino, su YouTube, che pubblica conferenze senza saper pronunciare il nome di chi ci sta illustrando! Se lo ritrovo, pubblicherò qui il suo nome e cognome. Dai, prima di pontificare, studia studia, benedetto ragazzo!), della paziente ulteriore ricerca.

Oggi il web permette di tutto, di mescolare menzogna e verità, ragione e sentimento, certezza e in-certezza, in un tourbillon pericoloso e preoccupante. rendiamocene conto.

Colori d’autunno

In questi primi di novembre, ora che l’autunno non si nasconde più, son esplosi i colori.

Davanti alla finestra trascoloran le foglie dal verde intenso dell’estate a tutti i cromatismi del giallo, dell’ocra e del marrone tenue. Altri alberi si presentano con il rosso tra foglie ancor di verde iridescenti o quasi. Parto. La strada si snoda verso Sud, poco è il traffico.

Dugent’anni fa il piccolo conte di Recanati scriveva di interminati spazi e sovrumani silenzi. Gli stessi che ved’io quest’oggi, giornata immensa di colori, un giorno di novembre tra altre innumerabili. Anche io ho siepi alte che interrompono il guardo, ma oltre so che si distende l’infinito. Perché i miei occhi coglier non posson che il finito.

Ebbene, anche se così è, le cose cambiano, come canta Robert Zimmermann da Duluth, The Times They Are A-Changing,  Giornata rara nel mezzo del ventoso autunno.

E mentre pedalo, questa volta mi sovvien Pitagora, con i suoi teoremi eleganti, ed Euclide, e poi Eulero e Leonardo di Bonaccio, detto il Fibonacci, e la sua sequenza 1,1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34…, e la sua rappresentazione naturale nei fiori, nelle conchiglie, nelle galassie a spirale, come Andromeda. La bellezza.

Ma anche Goedel, che scriveva “Tutto è matematizzabile, salvo… questa frase“. Il professore Kurt sapeva che, se il numero è – pitagoricamente – la misura di tutte le cose, ve ne sono altre che non ricadono sotto questa misura. Come il concetto di Dio, come l’amore, come la speranza, come il dolore…

Nel silenzio di Dio della campagna, lo sento sussurrare dentro di me, e mi attutisce i dolori, Lui agisce senza farsi accorgere, e parla come racconta il Primo libro dei Re, al capitolo 19, al crudele profeta Elia, come brezza leggera. Se sia il Signore di Tutto, non lo so. Eppure nessuna bellezza è per caso.

Resta l’eco dei passi arcani della madre giovane, io piccolo, infebbrato, per le scale. Resta. E poi la lontananza del padre. Perduto per boschi del Nord. Dove dormiva. No, non è uno strazio, è dolore leggero come quello delle vertebre, di mattina. Resta un poco e poi se’n va, lontano, a nascondersi dietro ontani e olmi a picco su acque. Boschi di ripa già pieni di colori.

Andare per strade stamane con il pensiero che – vagulo e blandulo – si perde in cerca della sua sorgente, e torna e torna, andandosene.

Passa il dì dei morti, e la festa antica del Paese, mescolato ai gialli frutti di Halloween, falsa festa mericana, vera festa del barbaro locale, il Celta che mi ha lasciato sangue assieme al Turco, venuto in arme mezzo millennio fa per mie contrade.

Ogni cosa si dipana nel tempo vero, che è solo sentimento, non mai, ore, minuti, giorni, mesi, anni, che non esistono. So che ha ragione Agostino: il tempo vero è il presente, l’unico, ragione anche più del matematico di Ulma, nato sulle sponde del Danubio. Ebreo, fratello del Numida, convertito a Cristo. Io sono il Celta e il Turco che mi dettero il sangue, io sono mio padre e mio nonno, e quel Mattia di fine ‘400, che aveva il mio cognome.

E vengo da lontano. E vado, e andrò.

Tornerò finché potrò lungo le strade silenti, che stanno a lato del Gran Fiume di sassi e acque misteriose, interrate.

Neppur tanto stanco son per via di casa.

I’m (also) knockin’ on heaven’s door.

Non so io, e nemmen mi chiedo che sarà domani.

Scienza e umanesimo, due visioni prospettiche complementari del sapere

Il ministro-filosofo Giovanni Gentile, inopinatamente assassinato da alcuni fanatici resistenti nel ’44, per ben fare, favorì un formidabile equivoco epistemologico, quando separò teoricamente e praticamente il plesso dei saperi matematici, fisici, biologici, geologici, medici, etc., chiamandoli “scientifici”, e il plesso dei saperi, filosofici, letterari, linguistici, artistici, etc., chiamandoli “umanistici”. Forse, Gentile si mosse in qualche modo sulle tracce di Wilhelm Dilthey, che operò la suddivisione fra Naturwissenschaften, o scienze della natura, e Geisteswissenschaften, o scienze dello spirito con l’intento di una classificazione più filosofica che didattico-pedagogica. E si comprende la differenza di prospettiva, essenzialmente teoretica quella di Dilthey, più pratica quella di Gentile, che era ministro, e non solo filosofo e docente, come il collega tedesco.

Fermiamoci su Gentile per spiegare l’arcano e cercare, non di risolverlo, ma di dis-solverlo, proprio filosoficamente. E son quasi certo che lo stesso grande pensatore, potrebbe approvare questo mio approfondimento. Dicevamo: discipline scientifiche e discipline umanistiche.

Facciamo un esperimento in due fasi.

La prima: visitiamo il dipartimento di filologia-glottologia e linguistica generale di una Facoltà di Lettere. Lì troviamo, tra esperti di letteratura varia, dantisti, petrarchisti, leopardisti, etc., anche glottologi severi e puntigliosi. Tra questi ve ne è uno che studia un antico idioma uralo-altaico pressoché scomparso, e lavora compulsando documenti e mettendo in colonna, con precisa tecnica tassonomica, morfemi, sememi e fonemi supposti o attestati. Bene. Che lavoro fa questo ricercatore afferente alla Facoltà di lettere? Ovviamente, nessuno può negare che si tratti di un lavoro scientifico, eseguito nell’ambito fisico e disciplinare di una facoltà prettamente umanistica, anzi la più “umanistica” che c’è, poiché solitamente vi è annesso anche il dipartimento di filosofia.

La seconda: visitiamo il dipartimento di astrofisica in una Facoltà di Scienze naturali, matematiche e fisiche, dove un astrofisico, impegnato in severi studi sull’origine dell’universo, si intrattiene con un collega dicendo: “Ma noi qui siamo a studiare il cosmo, vedi, e a volte mi chiedo perché, se magari anche “altri”, altrove nell’uni o nel multi-verso stiano facendo la stessa cosa, chiedendosi se anche altri pensanti (cioè noi) stanno facendo altrettanto ad anni luce. Siamo solo noi qui interessati a questi argomenti, e poi, perché ci facciamo queste domande? L’universo esiterebbe anche se noi non lo studiassimo”. Che genere di quesiti sono questi? Di fisica? Non pare: sono quesiti filosofici. Pertanto, si può dire che, come il filologo di cui sopra lavora scientificamente, il nostro amico astrofisico si può fare domande di tenore filosofico.

La differenza, quindi, non la fanno gli argomenti e le discipline trattate, bensì l’approccio, la prospettiva, lo statuto epistemologico che si applica.

Scienza e umanesimo sono connessi, strettamente, e l’una si appoggia al secondo per offrire all’uomo tentativi di risposta alle grandi domande che si fa l’uomo con il pensiero critico che lo caratterizza differenziandolo dagli altri esseri senzienti.

Pensiero critico oggi in grave crisi, di cui prendere atto per lavorare nel senso di un suo recupero, ognuno sul suo, con umiltà e perseveranza.

Per concludere, un brano illuminante di Dilthey:

Negli “Studi per la fondazione delle scienze dello spirito” e nella “Costruzione del mondo storico” il pensatore tedesco afferma:

«Il comprendere è il ritrovamento dell’io nel tu; lo spirito si trova in gradi sempre superiori di connessione; questa identità dello spirito nell’io, nel tu, in ogni soggetto di una comunità, in ogni sistema di cultura e infine nella totalità dello spirito e nella storia universale, rende possibile la collaborazione delle diverse operazioni nelle scienze dello spirito. Il soggetto del sapere è qui identico al suo oggetto e questo è il medesimo in tutti i gradi della sua oggettivazione»
(Costruzione del mondo storico p.191)

Il rinnovamento dell’Umanesimo

Il padre Livio di Radio Maria, man mano che passa il tempo mi sembra esageri sempre più con le sue profezie di sventura, la sua “Madonna” spaventevole di Mediugorje, e le sue solite critiche e perfin denigrazioni verso tutti quelli che non la pensano come lui. Meno male che si può “fare teologia” in modo diverso dal suo, ad maiorem Dei gloriam.

L’Umanesimo è stato un movimento complesso d’arte e pensiero che ha rinnovato culturalmente e spiritualmente l’Italia – in primis – e l’intera Europa del XV secolo. I prodromi petrarcheschi di questa sensibilità, e in seguito figure come Giovan Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Agnolo Poliziano e altri, talora sotto l’egida di personaggi come il Magnifico Lorenzo de’ Medici, hanno rimesso al centro dell’interesse della ricerca culturale e filosofica l’uomo, ma senza rinnegare il tema del divino, filtrato non più tanto dalla linea aristotelico-tomista, ma piuttosto dalla linea platonico-agostiniana.

Dio e l’uomo, ma l’uomo non più solo orante e rassegnato al proprio destino, magari pre-destinato (cf. “secondo” Agostino e Lutero),  bensì attivo e consapevole delle proprie prerogative e possibilità.

L’Umanesimo classico, dunque, che nelle arti figurative ha visto l’opera di Masaccio e Piero della Francesca tra altri grandi, è stato il prodromo del Rinascimento artistico di Raffaello, di Michelangelo, di Leonardo e, in seguito, di Caravaggio e di altri immensi artisti, come il Bernini e il Borromini, sfociante movimento nel Barocco imaginifico. E nella musica di Giovanni da Palestrina e di Claudio Monteverdi.

Grandezza italiana riconosciuta dal mondo.

Nel tempo l’Umanesimo si è sviluppato nella scienza, da Copernico, Galileo, Newton, e in filosofia con Descartes, Leibniz, il barone de Montaigne, Pascal, fino a Kant e all’idealismo nelle sue varie declinazioni. E siamo a noi, gente del XX e del XXI secolo. Ora qualcuno ri-parla di umanesimo, come Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, parafrasato dal presidente del consiglio italiano Conte. Dubito, infatti che, anche se l’uomo si dà delle arie da giurista, abbia conoscenza diretta dei testi, sia degli umanisti classici, sia di quelli contemporanei. Da cui l’aggancio critico di Radio Maria.

Non penso che dietro  la dizione, tutta da verificare sui testi, di “nuovo umanesimo”, citata da Conte e rinvenuta in Morin dal padre scolopio di Erba, significhi automaticamente resa alla nuova massoneria dei grandi poteri economico-finanziari alla Soros et similia. Penso al contrario che possa essere interpretata in modo positivo, proprio come rimessa al centro della nozione di “umanesimo”, cioè di interesse per l’uomo nella sua totalità e complessità.

Oggi questa parola può e deve assumere connotati anche differenti da quelli del ‘400, perché sono cambiate moltissime cose da quegli anni di sviluppo culturale e scientifico straordinari. Intanto la continua rivoluzione tecno-scientifica che ha portato al centro della vita umana e del lavoro, le “macchine”: macchine che da duecento anni circa stanno alleviando la fatica fisica dei lavoratori, dai telai a vapore della Manchester degli anni dieci dell’800 fino alla robotica, oggi sono in grado di sostituirsi all’uomo nelle attività ripetitive, faticose e noiose, mentre si realizza un progressivo cambiamento del ruolo umano nella trasformazione delle materie prime in prodotti finiti, ruolo che oggi si configura essenzialmente nella progettazione, nella programmazione, nel  controllo e nel collaudo dei beni prodotti… dalle macchine.

Questi cambiamenti pongono dunque questioni e temi di carattere, non solo organizzativo, economico e sociale, ma anche di valenza psicologica, etica e addirittura antropologica. Infatti, se l’uomo oggi riesce, grazie alle tecno-scienze a fare cose impensabili anche fino a un paio di decenni fa, e chissà che cosa riuscirà a fare nei prossimi, ciò non significa che si possa fare, almeno sotto il profilo etico, tutto ciò che la ricerca scientifica oggi rende possibile. Faccio un esempio: se la biologia e la medicina oggi permettono la surroga della gravidanza in modo da far sì che un essere umano si sviluppi e nasca da una donna diversa da quella da cui si è estratto l’ovulo poi fecondato in vitro con un gamete maschile, per cui il nascituro avrà il problema di decidere come amare due mamme, una delle quali magari è la nonna (non so se ridere o piangere, forse piangere), non è detto che ciò sia eticamente lecito. Almeno secondo un’etica del fine dove il fine è la tutela globale dell’integrità psicofisica dell’uomo stesso.

Certo, in alcune nazioni lo si fa già, perché è consentito, come è è consentita l’adozione di figli alle coppie gay.

In sostanza, non tutto quello che è possibile fare può essere considerato moralmente lecito, secondo un’etica della vita umana che tenga conto di tutti i fattori psico-relazionali e pedagogici ben noti da millenni.

Bene, se il “nuovo umanesimo” è fare tutto quello che è possibile fare non condivido (in questo caso avrebbe ragione il padre Livio), ma se è utilizzare la scienza per l’uomo e la natura, e il miglioramento della vita delle persone nella natura, allora ben venga: sarà “nuovo” perché aggiornato, più ricco di bene per il mondo e per la vita di ciascuno, in un’armonia dove la conoscenza si connette razionalmente con la ricerca di un più ricco, e più umano benessere.

L’analfabetismo funzionale e i suoi rimedi

Da tempo utilizzo spesso, come caro lettore avrai senz’altro constatato, la campana di Gauss per sintetizzare la statistica percepita, e perciò non oggettiva, dell’alfabetizzazione primaria/ funzionale degli italiani, basandomi sulla crisi del pensiero critico, sulle scelte di voto e su altri parametri che citerò più avanti. Mi sono accorto che lo schema “10/ 80/ 10% è accettato anche da altri ricercatori di varie discipline scientifiche. L’ultimo dei quali è il prof Gilberto Corbellini, che leggo volentieri sul Sole24Ore della Domenica, inserto culturale, ma che ho anche criticato nel post precedente per via della sua proposta di utilizzo dell’ossitocina volatile per ridurre la xenofobia tribale ancora largamente diffusa tra le persone.

E dunque, 10 da collocare alla sx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva peggiore, 10 da collocare alla dx della curva centrale, rappresentante la condizione conoscitiva migliore, e 80% da attribuire alla curva centrale, rappresentante la stragrande maggioranza degli individui. Questo è il punto: oggi non basta una conoscenza media e tanto meno mediocre delle cose, poiché si colloca immediatamente nell’insufficienza conoscitiva, troppo varie, numerose e diverse sono le nozioni che ciascuno deve padroneggiare, per leggere e interpretare (comprendere/ capire) un normale testo sul web, che non sia costituito da affermazioni stupidamente apodittiche e perciò infondate, o di insulti sgangherati e beceri.

E non è neppure una questione di soli e meri titoli di studio, ché conosco diversi laureati non dotati di una cultura sufficiente, diplomati idem, etc.. Bisogna vedere caso per caso. Ho già scritto altrove – non poche volte – di aver conosciuto “terze medie” con una cultura di tutto rispetto (ad es. Pierre Carniti, prestigioso segretario generale della Cisl degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso) e, per contro, sé dicenti intellettuali da strapazzo.

L’esempio della politica è inquietante. Abbiamo trascorso un anno e mezzo di deliri, parolacce facenti parte di un lessico quasi specializzato nell’insulto, semplificazioni a-critiche, definizioni assurde o addirittura insensate, assenza quasi totale di logica argomentativa, da Salvini a Toninelli a Bonafede a Marcucci a Crimi a Boschi a Toti a Meloni, agli indecenti Delle Vedove di Fratelli d’Italia, “topone” Toti, Zoffili e Francassini (e chi sono?) della Lega ascoltati recentemente, e altri che non rammento ora. Non si offenda il mio gentil lettore se cito otto o nove di destra e solo due di sinistra, ché neppure la sinistra culta è esente da macroscopiche défaillance cognitive ed espressive.

Ho ascoltato il non brillantissimo discorso di Conte per il voto di fiducia alla Camera. I presenti si sono invece “sentiti” per scalpitante, irrefrenabile incapacità di ascolto e conseguente mero tifo contrario, peggio che in uno stadio di quart’ordine. Una vergogna. Partigiani non ragionanti, esplicitamente ignoranti.

Vi è una definizione Unesco del 1984 di analfabetismo funzionale che riporto: “(…) La condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità“.

Il termine fu introdotto “per sovvenuta esigenza di un concetto di alfabetizzazione superiore rispetto a quello di alfabetizzazione minima, introdotto dall’agenzia nel 1958 – nell’indagine veniva sollevata la questione delle campagne di alfabetizzazione di massa, suggerendo che esse avrebbero dovuto mirare a standard di alfabetizzazione più elevati del semplice saper leggere e scrivere, e concentrarsi sullo sviluppo della capacità di saper utilizzare tali competenze nelle relazioni fra sé e la propria comunità e le situazioni socioeconomiche della vita.”

La “rimozione” della memoria di chi ha appena governato e di nuovo governa con altri è una drammatica dimensione dell’incultura tout court del personale politico attuale.

Trovo scritto e riporto dal web un pezzo in tema abbastanza condivisibile: “L’acquisizione di abilità cognitive è divisibile in “competenze, applicazioni, apprendimento e capacità d’analisi”, in una complessità sfuggente per cui una definizione esaustiva non è raggiunta; si introduce inoltre il concetto di alfabetizzazione funzionale (o anche letteratismo, dall’inglese literacy) per rappresentare quel livello più elevato di alfabetizzazione più orientato alla pratica (nel lavoro etc.) e all’uso continuativo dell’abilità di lettura e scrittura. L’obiettivo principale di tali competenze non è il raggiungimento di un dato strumentale (il saper leggere e scrivere), ma l’utilizzo di tale capacità per partecipare attivamente ed efficacemente a tutte quelle attività che richiedono un certo livello di conoscenza della comunicazione verbale. I dettagli applicativi, le specifiche attività, essendo dinamici ed emergenti nello sviluppo di una società, non possono essere fissati precisamente. I criteri per valutare il fenomeno variano da nazione a nazione e da ricerca a ricerca.”

Bene, mi confermo nell’idea che l’analfabetismo funzionale sia molto diffuso, pericolosamente pervasivo, e che meriti la massima attenzione se non vogliamo scivolare su una china dalle drammatiche prospettive. I rimedi sono quelli che diverse persone pensose e pensanti propongono e che io, nel mio piccolo, cerco qui di promuovere: favorire lo studio, dare risorse alla scuola e all’università, aiutare le famiglie non agiate a far studiare i figli meritevoli e capaci, instillare nel bimbi e nei ragazzi la passione per l’impegno conoscitivo, la curiosità per il sapere, abituarli alla fatica e agli insuccessi. Questa è la “medicina” obbligatoria per uscire da questa impasse che è non solo della cultura, ma della stessa convivenza civile.

“Vieni avanti, cretino!” Da Totò a Sordi, da Ridolini a Tafazzi e Cetto Laqualunque e fino a Salvini, Di Maio, Toninelli o Di Battista, et multi alii, che possono dirsi onorati di stare in simil compagnia

Caro il mio lettor paziente,

puoi pensare che l’elenco dei nominati nel titolo sia quantomeno curioso e non si capisca bene quale criterio suggerisca di accostarli, in qualche modo. Provo a spiegarlo a me stesso. Tutti e otto hanno a che fare, se pure in modo diverso, con l’umorismo e la comicità. Addirittura si potrebbero aggiungere altri nominativi, come quello eccelso di Chaplin e di Buster Keaton, quello molto buono di Harold Loyd, di Erminio Macario, del Pappagone di Peppino De Filippo, del Fracchia villaggesco e di altri, perfino di Corrado Guzzanti, passando per il Walter Chiari de i Fratelli De Rege, e così via.

Vieni avanti, cretino“, ecco, questo invito potrebbe essere il motto chiave. Ognuno di quelli può aver fatto (ha fatto) il “cretino”, in modo più o meno efficace, per far ridere, o anche, nei casi migliori, per far pensare (Chaplin, Keaton, e anche il Villaggio di Fantozzi). Mi pare certo che, sempre qualcuno degli elencati, non solo ha fatto il “cretino” con i suoi comportamenti, ma ha mostrato una consistenza ontologica di “cretinità” personale. Poi cercherò di fondare su qualche riflessione questa mia asserzione.

Ti ricordo, caro lettore, il significato etimologico-filosofico di ontologia: si tratta, appunto, della “scienza dell’essere”, previa a ogni altra scienza e conoscenza, poiché senza una conoscenza, anzi una domanda sull’esseredelle-cose non è possibile alcuna conoscenza successiva, più tecno-scientifica, più di dettaglio, tipica di ogni statuto epistemologico disciplinare.

Torniamo a noi. Se nell’elenco nominativo di cui sopra si può osservare una consistenza ontologica della “cretinità”, ovvero della “stupidità”, termine quasi sinonimico, nell’uso comune, anche se il primo termine ha anche una valenza di carattere medico-biologico, come rinvio al difetto neuro-psichico del cretinismo, malattia studiata e considerata almeno da un paio di secoli. Questa accezione, però, qui non ci interessa, perché l’accezione contemporanea, più culturalmente a-specifica, dice di più di ciò che intendo trattare qui.

Se andassimo, infatti, ad analizzare i termini, i concetti, i ragionamenti, la logica argomentativa, la coerenza, la fondazione etica dei soggetti politici sopra citati, cui fanno buona compagnia molti loro colleghi di tutti i partiti, ci accorgeremmo che è difficile trovare, nella pur ricchissima lingua italiana, altri termini che dicano qualcosa delle caratteristiche di quelle persone.

Fermandoci, appunto, per il momento solo sui concetti linguistici e grammaticali, semantici e narratologici sopra detti, ci potremmo chiedere quale sia la qualità dei termini usati nell’eloquio corrente dei quattro “campioni” politici sopra citati, rispondendoci subito: inadeguati, ripetitivi, stereotipati, poveri, inopportuni… basta così? Circa i concetti: confusi, contradditori, imprecisi, stantii… basta così? Circa i ragionamenti: zoppicanti, privi di ogni consecutio logica, smemorati di altri ragionamenti precedenti sul tema stesso, magari appena pronunziati, completamente contradditori, incompleti, vacui… basta così? Circa la logica argomentativa: incongrua, incoerente, priva di basi di appoggio, apodittica (quasi sempre)… basta così?  Circa la coerenza: qui siamo alla commedia, anzi al trash, poiché quasi mai si può registrare coerenza nelle prese di posizione sui medesimo argomento in tempi diversi; dall’oggi al domani costoro ribaltano completamente l’idea precedente… basta così? Circa la fondazione etica: confusione perfino sulla nozione filosofico-giuridica di etica, incapacità di discernimento sui valori, confusione semantica e morale… basta così?

Non so se serve che continui la mia analisi. E’ forse troppo spietata? Pretendo troppo dai politici? Non lo so, mi pare di no, per una semplice ragione: che se gli umoristi e i comici possono permettersi illogicità, confusione, smemoratezza, contraddizioni logiche, umoralità, etc.., anzi, queste caratteristiche sono l’humus, la sostanza e la forma stessa (che è la stessa cosa) dell’efficacia del loro lavoro e della loro professionalità, i politici no, non possono permetterselo, anzi, al contrario, essi devono mostrare le virtù opposte (a questi vizi), direbbe Tommaso d’Aquino.

Proviamo ad applicare il precedente schema analitico ai politici di alcuni decenni fa, proviamo a rispondere mettendo nelle medesima griglia concettuale Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Pietro Nenni fino a Bettino Craxi (e ne mancano molti altri, anche seconde linee che oggi sopravanzerebbero di gran lunga, per qualità, i protagonisti attuali).

Che dire, dunque? Meno male… ora un Di Battista oggi pare sia stato zittito dai suoi stessi compagni di movimento. Forse non tutto è perduto. Avevo fiducia che fosse così, ora sono più sereno. C’è molto lavoro da fare: io, nel mio piccolo, son qui a disposizione. Lo dico al Partito al quale sono iscritto, pieno dei difetti sopra elencati, ma almeno disposto – per storia e idee – rivolto al meglio.

Per concludere riporto qui sotto un brano di Marx e di Engels che tratta del “cretinismo parlamentare”, certamente con un’accezione diversa da quella che ho cercato di analizzare io, ma che comunque mette in guardia contro ogni “santificazione” dei sistemi politici, perfino del migliore, la democrazia parlamentare, attualmente in vigore in Italia, come previsto e regolamentato dalla Costituzione repubblicana… figurarsi una metodologia falsamente democratica come quella del modello 5S (il sistema cosiddetto “Rousseau” appartenente a una famiglia di imprenditori privati), dove votano, quando va bene, poche decine di migliaia di iscritti, versus 50 milioni di aventi diritto al voto democratico a suffragio universale in Italia (cf. post precedente). Non scherziamo!

Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consèsso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, – guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di intieri nuovi continenti, scoperta dell’oro di California, canali dell’America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un’influenza sui destini dell’umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea.”

Marx-Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania., 27 luglio 1852 ? o sett 1851 ? – Opere scelte, (Edizioni Mosca), vol. 2, p. 112

 

p.s.

l’amico Ezio mi suggerisce di aggiungere due nominativi all’elenco di politici del titolo. Accetto il suggerimento volentieri. Eccoli: Prodi, il sopravvalutato,  e Renzi, il furbastro semper in qualche modo arrogante, e anche Marcucci (il chi è?) e Calenda (il presumido, che si è dimesso dal PD, evviva evviva). Mi sembrava ingenerosi verso di loro… trascurarli. Eh eh

 

evviva

Felice Gimondi, il Tour più bello

Caro Felice,

ero ragazzino nel ’65 quando quel Tour, pronto per Vittorio Adorni o, finalmente, per Raymond Poulidor, veniva vinto da te, un ragazzo che non avrebbe neppure dovuto esserci. Adorni aveva appena vinto benissimo il Giro d’Italia, ed era il primo favorito, e Pou Pou voleva rompere l’incantesimo che fino ad allora l’aveva visto quasi sempre secondo, spesso dietro a Jacques Anquetil, purosangue normanno. E invece a Parigi in giallo arrivasti tu, il ragazzo di Sedrina, il figlio della postina del paese. Erano anni di grandi campioni, in attesa di Merckx. In Italia stava crescendo con grazia Gianni Motta, Aimar in Francia, Ocana in Spagna, Jan Janssen in Olanda, Rudy Altig in Germania, ma tu avresti fatto di più di costoro.

Devo dire che allora tu non mi scaldavi troppo, perché troppo dimesso nel linguaggio, nei modi. Io ero un ragazzo-criceto, allora come ora: il tuo parlare strascicato mi faceva pensare: “dai, dì, muoviti“, e tu ti muovevi, sì, ma in bici, benissimo.

Eri resistente, fortissimo su ogni terreno. A cronometro andavi liscio ed elegante, come Jacquot, l’Anquetil che era quasi imbattibile nella specialità; in salita andavi del tuo passo tremendo, senza scatti, come oggi riesce a fare forse solo Bernal: diversissimo da Pantani e Contador. Anche in volata te la cavavi, specialmente quando la corsa era stata dura e bisognava supplire con la capacità di sofferenza al calo delle forze. Ricordo il mondiale del ’73 a Barcellona, quando io ti davo per terzo o quarto, dietro Maertens, Merckx e anche Ocana. E invece vincesti con l’ultimo colpo di reni. Ti ricordo alla Roubaix del ’66, coperto di fango: te ne eri andato sul pavé dove tutto il corpo trema e le giunture scricchiolano mentre le ruote ballano tra le pietre. Lì bisogna spingere proprio quando penso venga la voglia di scendere di sella e sedersi su un paracarro. A me è capitato una volta sulla salita della vecchia strada per Barcis, prima dell’ultima galleria, di fermarmi per riposare, perché avevo il cuore in gola e dolori ovunque.

Ricordo il tuo modo di rispondere ai cronisti, che ti infilavano il microfono fino in bocca, come fosse un gelato e tu, con un piccolo moto di ritrosia, ti portavi alla giusta distanza dalla loro invadenza. Dezan più di tutti, curiosi, insistenti, insinuanti. “Eh, Felice – tutti del tu ti davano, perché eri un semplice ragazzo di provincia – forse dovevi attaccare su quel tornante o prima, per non essere raggiunto“. Bello fare i saputi con il culo (sempre dolorante al soprasella, io ne so qualcosa) e le gambe degli altri.

Poi ti ricordo quando hai accompagnato alla vittoria al Tour nel ’98 il tuo figlioccio Marco Pantani, ancora e per sempre presente nel mio, nei nostri cuori. Tutt’altra persona rispetto a te: inquieto, nervoso, sensibile in modo evidente. Quanto tu riuscivi anche nascondere le emozioni, tanto lui ce le mostrava, con il suo sorriso triste e un’ironia sommessa, ultimamente scivolata nel sarcasmo e in una infinita tristezza.

Un poco ti ricorda Vincenzo Nibali, anche lui sobrio, resistente, capace di sopportare il dolore e il fatto di non potere vincere sempre. Lui non ha avuto un Merckx contro, ma diversi, eppure è lì che resiste, ancora competitivo, un po’ come te, che vincesti a 34 anni il Giro d’Italia del ’76.

Semplice, del popolo bergamasco, filosofo naturale per come affrontavi le cose, le vicende della tua professione, le vittorie senza mai esaltarti e le sconfitte senza disperarti.

Mi è piaciuta la tua idea che Merckx nel ’76 abbia concluso il giro per onorare la tua vittoria. Ci sta, te lo sei meritato, tu, più sincero di altri anche qui citati, silenziosamente forte, fortemente silenzioso. Mandi Felìs, a riviodisi

L’oscura, silente, benefica presenza

Anni fa, caro lettore, pubblicai il pezzo che qui riporto, tale e quale. Mi sembra sia il tempo e le circostanze giusti per proporlo a una rilettura, si vis.

Nei giorni di ciascuno, quando il silenzio ci aiuta nella riflessione interiore, quando si riesce ad abbandonare lo strepito quotidiano, sorge dalle profondità dell’anima un fiotto irrefrenabile, come una colata di lava incandescente, come un torrente reso turbinoso dalla piena. Pensieri, rimorsi, ipotesi, pentimenti, moti d’ira raffrenati, intuizioni .. e poi é come se, su tutto questo materiale confuso, si ergesse un giudice pacato e severo: la nostra coscienza. Per giorni, settimane, mesi, a volte anni, essa tace, avvolta nell’oscurità dell’anima, nel torpore di una volontà ferita, ma a un certo punto essa riemerge, senza prepotenza, senza iattanza, in punta di piedi, quasi per non disturbare. E allora lentamente illumina l’ombra profonda che c’è dentro di noi, prima con barlumi infinitesimi, che ci permettono di intravedere qualcosa, e poi con sempre maggiore vigore ci mostra la nostra condizione. Fino a che non riusciamo a vedere con chiarezza ciò che prima era avvolto dalle caligini, avviluppato dalle panie della nostra cecità. Ci mostra il male che è dentro di noi, la nostra superbia e la nostra cupidigia, madri maligne delle cattive azioni che abbiamo compiuto. Siamo stati superbi e dunque abbiamo smesso di ascoltare, di imparare, di avere attenzione per noi stessi e per gli altri, travolti da quella che pensavamo fosse una vera, sana attenzione per noi stessi. Siamo stati cupidi e dunque abbiamo desiderato per noi beni sbagliati, finiti, disordinati, pensandoli adatti alla nostra vita. Abbiamo messo la sordina alla retta ragione scambiando il male con il bene.

Come impostare allora la vita, allorquando, alla fine di un lungo tunnel male o punto illuminato, si trova la via d’uscita? Non certo pensando di avere sconfitto tutta l’umana fragilità che è in noi, che ci costituisce, almeno parzialmente. Essa è parte non  eliminabile della nostra struttura personale, e ci rende cagionevoli, bisognosi di aiuto. Essa è uno specchio nel quale ritrovare la via dell’umiltà, che si oppone alla superbia come il bene al male. Il problema che ci sta di fronte è come riuscire ad armonizzare ricomponendo le nostre straordinarie facoltà di esseri intelligenti, cioè come ricostruire la nostra identità creaturale.

Lo sforzo è grande e non privo di incertezze, cadute, ripensamenti, stanchezza. La perseveranza è la virtù da invocare e praticare. Proprio quando sembra che non ce la facciamo, che l’impegno sia troppo grande, smisurato, allora capita che ci accorgiamo di avere fatto un passo avanti, magari impercettibile. Ciò che fino a qualche tempo prima ci pareva nebuloso e incerto, comincia a stagliarsi alla nostra coscienza con un certo nitore.

Ecco: la cosa giusta da fare è questa. Lì mi stavo sbagliando.. La coscienza non ha voce stentorea, più spesso fa fatica a varcare la soglia della nostra percezione interiore, perché siamo affannati a fare mille cose, frastornati da innumerevoli interessi e incombenze. E non ci mettiamo in ascolto.

Ma la voce (la coscienza) è resistente. E capace di emergere nei momenti di silenzio, quando finalmente fermiamo il nostro attivismo e ci predisponiamo al riposo. Occorrerebbe andarle incontro ogni giorno. Donarsi momenti di contemplazione e di cura del nostro spirito, fermandoci a osservare le cose, gli altri, il mondo, ma da fermi. In silenzio. E valutare le nostre azioni, soppesarle, confrontarle, chiedendoci se sono state congrue con il nostro esistere, se sono state buone, per noi e per gli altri.

I credenti di tutte le religioni e i seguaci di tutte le etiche dei valori lo chiamano esame di coscienza, o giù di lì, ciò che è il solo modo che permette a quella presenza avvolta nella nostra oscurità interiore, di uscire dalla latenza cui spesso la costringiamo, per illuminare finalmente la nostra via di una luce pura.

E’ dunque nella mia coscienza che si fa presente, in qualche modo, la normatività morale. La intendiamo qui dunque come

quell’atto della ragione pratica che, alla luce dei primi principi del bene, della scienza etica e dell’esperienza personale illumina il soggetto su ciò che deve fare o evitare hic et nunc nella sua personalissima e irripetibile situazione.”[1]

Il giudizio etico della coscienza è allora la norma prossima della moralità e dell’obbligazione di una determinata azione dell’agente razionale (l’uomo).

E’ a questo punto che dovrebbe scattare, quell’atto che Aristotele chiama proàiresis, cioè la decisione per il bene proprio dell'”ente”, il quale dovrebbe essere riconosciuto quasi per connaturalità, per simpatia, per esercizio di retta ragione.[2]

Un’altra questione concerne il rispetto dovuto alla coscienza erronea. Per coscienza erronea si intende quell’atto di coscienza che non persegue il fine dell’ente secondo la sua propria natura, ma non per cattiva volontà, piuttosto per una qualche forma di ignoranza momentaneamente invincibile. Nonostante tale atto sia erroneo, esso va rispettato, fino a che un approfondimento illuminato dalla retta ragione non porti il soggetto a cambiare la propria decisione. 

Un suggerimento ai politici attuali: leggete questo pezzo, leggete, leggete…

 

[1] Cfr. POPPI A., Per una fondazione razionale dell’etica, Studium, Padova 1994.

[2] Cfr. TOMMASO d’Aquino, De veritate, q. 17, a. 1.

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