Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

Il viaggio

Molti, forse i più, pensano che si viaggi essenzialmente o solamente per raggiungere la meta prefissa. Per costoro il viaggio, la distanza, il tempo che ci si mette per effettuarlo, il mezzo usato, le eventuali tappe non contano nulla o quasi, poiché per loro è importante il punto di arrivo, dove o vi è qualcosa da afferrare o un risultato da ottenere, siano luoghi di ferie o luoghi di trasferte di lavoro.

Immaginiamo il viaggio degli antichi, dei Fenici per mare, dei Romani per terra, le peregrinazioni dei popoli nomadi dell’Asia, i pellegrinaggi medievali, le diligenze del diciannovesimo secolo, i primi treni. L’Impero Romano doveva essere esteso non più di una ventina di giorni a cavallo da Roma. Oggi non abbiamo problemi. In giornata vado a lavoro a mille chilometri da casa e torno in serata, anche se tarda: venti, ventidue ore in tutto.

Rispetto ai molti che citavo sopra, per me, forse la cosa che conta di più è il viaggio, il sentiero, la strada, il percorso, l’itinerario. E’ l’Itinerarium mentis in Deum, come per Bonaventura da Bagnoregio. La meta resta ovviamente per me importante perché altrimenti nella mia vita non avrei conseguito risultati che richiedono mete intermedie e finali, per ragioni di studio e di lavoro, e a volte anche per vivere il mondo e le persone, ma l’itinerario di più…

Basta solo pensare al grande viaggio che feci in auto nell’Unione Sovietica, comunismo ancora imperante, o al viaggio alla ricerca del gotico francese, da Bourges a Chartres, da Rouen a Amiens, Da Beauvais a Reims. Il mio itinerario non conosce prima tutte le tappe, ma le vive di giorno in giorno, e ciò anche nel viaggio dell’anima nel grande Est russo. Colà io e Roberto vincemmo anche la rigidità concordata con gli uffici turistici del PCUS.

Caro lettore, per me è stato sempre così, fin da ragazzo. Non mi prendeva mai l’ansia di arrivare. Se avevo un impegno partivo per tempo. Semplicemente. Sono un homo viator, come racconta Gabriel Marcel in Homo viator.

Homines viatores sumus, omnes nos homines.

Constato che invece molti ragazzi d’oggi non badano all’itinerario, ma preferiscono smanettare sullo smartphone, mentre viaggiano, trascurando il paesaggio che scorre oltre il finestrino del treno o dell’auto. Sembra non gli interessi, come neppure la geografia, la topologia del territorio, lo sfondo di montagne o della grande pianura. E non capisco, faccio fatica a comprendere.

Sono in viaggio per il terzo fine settimana consecutivo, dopo Bari e Firenze, sono a Todi, per andare a Terni in un luogo di restrizione, dove vivono persone che possono viaggiare solo con il pensiero. Meno male che il pensiero arriva dovunque, in un tempo che non appartiene al krònos, ma al kairòs, perché arriva con un atto di volizione ai confini dell’universo. A confronto del pensiero la velocità della luce è paragonabile a quella di un carretto trainato da un’asina sullo sterrato color ocra del Vicino Oriente, tra il lago Van e le sorgenti del fiume Oronte.

A Todi sono arrivato presto e son riuscito a visitare l’interno della bramantesca Santa Maria della Consolazione, ecco, una tappa nell’itinerario, prima di andare in albergo, prima di visitare chi è ristretto in un carcere. E domani, tornando, vivrò la strada come un evento, non solo una situazione che prelude necessariamente all’arrivo, alla meta.

Per l’anno entrante, io che son stato più volte anche in Sud e in Nord America con i grandi aerei transoceanici, penso a un viaggio lento, di quattro o cinque giorni, in treno, tra una località e l’altra della valle del Po, alla ricerca di narratori delle pianure, sulle orme di Gianni Celati. Immagino già la trattoria adriese, tovaglie a quadretti, una caraffetta di rosso e un piatto di carne arrosto e, lì vicino, quattro anziani che se la raccontano. E io che gli offro un bicchiere di vino. “Da dove viene e dove se ne sta andando, signore?” qualcuno mi chiederà… e io, “Vengo dal Friuli, ma non so dove andrò, deciderò domattina, non ho una meta precisa“. E, dopo cena, due passi prima di ritirarmi nel vecchio albergo vicino alla stazione dei treni dove il sonno mi accoglierà, benevolo.

Le nevi del Grappa

Il grande Sacrario si staglia a quasi 1.800 metri contro il cielo terso, azzurro dopo la neve caduta. E’ nevicato e l’inizio dell’inverno in altura si è già manifestato, ma novembre ha riportato il sole e l’azzurrità delle alte cime.

Mario scivola e lascia sulle nevi del Grappa una piccola scia di sangue. Lo soccorro come si soccorre un commilitone alpino di cent’anni fa. Con rispetto dei 24.000, di cui 20.000 ignoti morti lì, Italiani e Austro-Ungarici, sorridiamo del suo piccolo sacrificio. Sangue di viandante offerto alla Patria. Il paesaggio è sconfinato e si capisce la ragione per cui i fanti e gli alpini italiani resistettero invitti lassù. Gli obici e i cannoni da 149/13 campali erano una barriera di ferro e fuoco insuperabile. Il Monte Grappa è un acrocoro inaccessibile a chi lo attacca, e da lì è partita le riscossa dell’italico esercito, fatto giovani di tutte le regioni. Cadorna è, grazie a Dio, disarcionato da re Vittorio e dal Capo del Governo Vittorio Emanuele Orlando, e sostituito da Armando Diaz, leale hidalgo ispanico.

E viene la battaglia del Solstizio d’estate, Vittorio Veneto, il Piave, il proclama un po’ altisonante del generale Diaz, che caro lettore puoi leggere sotto, la vittoria. Le grandi Nazioni d’Europa si sono scannate per quattro anni, fiumi di sangue, immenso dolore, milioni di morti, quasi tutti giovanissimi. E ora qualcuno vuol disfare l’Europa che ha richiesto tanta sofferenza per trovare sponde comuni.

Ecco il proclama del generale Armando Diaz dopo la vittoria.

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

L’origine del monte risale a circa dieci milioni di anni fa, per lo scontro – tuttora in atto – fra la zolla del continente africano e quella europea. La montagna è fatta di rocce marine: Calcari Grigi, il Rosso Ammonitico, il Biancone, la Scaglia Rossa.

L’uomo si fa la guerra e la natura, ferma, guarda col suo occhio poco men che eterno, rispetto alle nostre povere e brevissime vite. E mi vien pietà per coloro che scrivono, quando un uomo muore sui monti “Montagna assassina””. Ecché, sarà idiota l’umano che la sfida, pensando di poterla dominare.

E mi sovviene il passo lento degli alpini in fila verso il grande monte, camminando con calma, zaini da trenta chili in spalla e i muli con gli affusti degli obici e le mitragliatrici pesanti.

Di questo si parla con Mario scendendo verso il Brenta che circonda il monte e il Piave che lo sfiora a Est, e prima che la sera giunga rapida.

 

La frusciante ovvero “Nemo intrat in caelum nisi per philosophiam”, come scriveva Johannes Scotus Eriugena nel IX secolo

Più avanti vedremo che cos’è la frusciante, cosicché lascio per il momento al mio solito o nuovo paziente lettore di immaginare che cosa sia, la frusciante.

Invece ti intrattengo sul detto latino riportato nel titolo, risalente al pensatore irlandese frate Johannes Scotus Eriugena che nel IX secolo lo ebbe a scrivere (Oxford: Clarendon Press, 1988) qui nella traduzione italiana: “nessuno va in paradiso se non tramite la filosofia“, e dunque “se non sarete come bambini… con ciò che segue. I bambini sono naturaliter filosofi, in quanto il loro approccio alla vita e alle relazioni è caratterizzato da infiniti perché. E perché è la domanda filosofica per eccellenza, così come il come è la domanda che concerne le scienze fisiche e biologiche.

Chiedere perché è non solo legittimo, ma anche segno di curiosità intellettuale, di capacità di comprensione preventiva del nuovo, del diverso, mentre chiedere come manifesta un interesse per ciò che già esiste e per sapere come funziona. Chi ama chiedere perché non si accontenta, chi chiede come a volte si accontenta delle cose così come sono, e si adegua. Il perché e il come devono stare insieme, aiutarsi, completarsi, nel giusto ordine logico.

Un esempio: se la scienza scopre la possibilità di fare una certa operazione sull’uomo e sull’ambiente, che mette a repentaglio la natura del vivente, il decisore deve chiedersi prima “perché lo faccio?”, “che cosa accade se lo faccio?”, “intervengo in maniera da modificare in modo irreversibile la struttura vitale?” Se le risposte saranno soddisfacenti nel senso di salvaguardia, si può passare al come e procedere. Nel concreto si può pensare all’intelligenza artificiale e al suo utilizzo, o alla fecondazione eterologa insieme con l’utero in affitto o maternità surrogata… bene si può fare, ma è bene farlo?

Vedi caro lettore, come dovrebbe funzionare la logica illuminata da una visione etica chiara e rispettosa dell’uomo. Non sto sostenendo un passatismo fuori luogo, o una visione oscurantista, ma semplicemente l’esigenza di riflettere con calma e profondità sulle scelte che si fanno, e che coinvolgono principi e valori fondanti della vita umana.

Ecco che torna in campo il sapere filosofico come sapere fondamentale e fondante degli altri saperi: iniziare da un rischiaramento concettuale e da una logica del concreto è il primo passo per affrontare i vari temi e problemi della vita, del lavoro, del nostro passaggio per questo mondo.

Johannes Scotus Eriugena afferma che nessuno si salva se non tramite la filosofia, ma che cosa intende? Non certo l’accademia filosofica staccata dalla realtà effettuale, ma la filosofia vissuta, la saggezza, la prudente phronesis presente nella sapienza degli anziani che anche noi (io) abbiamo conosciuto. La filosofia naturale.

In questo senso allora si può pensare che il pensiero filosofico possa aiutare ad andare in cielo, anche se per cielo si intende anche solo la partecipazione a un livello superiore dell’attività spirituale.

La frusciante. Ecco, ho ripreso in mano quest’oggetto leggero in fibre di carbonio, silenziosa nel suo muoversi. La bicicletta, cioè il mezzo che mi ha dato nei decenni forza e salute, e ora me la sta facendo recuperare, in limiti che non conosco, ma certamente.

Questa fende il vento leggiera come fosse nata dove il vento stesso disegna i bordi, e traccia i confini dei percorsi. Anche quando è contrario benignamente accoglie chi si spinge dentro le sue spire vorticose. Ecco, due chilometri ancora controvento, ma poi la strada curva a destra e il burian ti percorre i lombi, quasi dandoti una spinta, quasi un premio per averlo sfidato.

E scorrono ai lati paesaggi e campane annunziano la messa eterna, e cani e voci d’umani e fronde color d’ocra e terre di Siena. Acquae discurrunt tra le rive e i boschi. Un daino traversa e si fa vento nel vigneto.

I quattro volti dell’amore umano, i suoi contrari e la carovana dei migranti

E’ la più potente, irresistibile delle passioni, l’amore. San Tommaso la contrapponeva all’odio, ma dicendo che l’amore è infinitamente più forte dell’odio. In italiano abbiamo un solo verbo per dirlo: amare. Ne parlavo qualche sera fa al Caffè filosofico Autentica/ Mente di Codroipo, ricordando ai presenti che gli antichi Greci, nella loro splendida e coloratissima lingua, avevano quattro verbi per dire “amare”, ciascuno con una sfumatura sua propria e differente dalle altre: erotào, agapào, stèrgo e philèo. Li scrivo traslitterati per poi riportarli in caratteri greci.

Che dire se non che il greco antico era idioma ricchissimo di suoni, segni, lemmi, termini, parole, sensi e significati, a seconda dei testi, dei contesti e dei generi letterari?

Ecco i quattro verbi in greco antico, alla prima persona dell’indicativo presente: α͗γαπάω, ε͗ροτάω, στέργω, φιλέω.  Il modo infinito prevede la radice di ogni verbo e il suffisso èin, traslitterato. Nell’ordine significano “amo di amore benevolente, cioè voglio il bene dell’altro“, “amo di amore erotico, fisico“, “amo il bello, la letteratura, l’arte, la musica, etc., “amo di amore d’amicizia“. Come si vede sfumature significanti di non poco conto, anzi non si tratta proprio di sfumature. Vi è da chiedersi come lo sente ognuno di noi, e se si abbia sempre il senso della differenza di questo sentimento, a seconda dell’oggetto amato. Forse no, o non sempre, che ne dici caro lettore?

Ho provato anche cercare un sintagma che sintetizzi i vari tipi del sentimento e mi son fermato a questo: intensificazione solidale, vale a dire un sentimento che cresce sempre rivolto all’oggetto, specialmente se si tratta di una persona, avendo come focus l’oggetto stesso. Infatti, l’amore non può essere auto-centrato, egoistico, auto-referenziale, poiché diventerebbe una forma emotiva controproducente. Molte volte, invece, come negli amori malati di coloro che non ne accettano la fine, e ciò accade spesso purtroppo nella coppia umana, specialmente da parte dei più fragili maschi, questo sentimento diventa pericoloso e violento, negativo, malo.

E ora, tanto per fare un esempio, che potrebbe farci sperimentare linguisticamente le differenze semantiche di cui sopra, una domanda che faccio a me e a te mio lettor gentile: quale amore o odio caratterizza i sentimenti verso la carovana dei migranti che si sta avvicinando al confine tra Messico e USA, partita dall’Honduras oltre un mese fa. Bambini che sorridono consapevoli e Marines o  Rangers a cavallo come in un western

Dal presidente Trump si nota l’espressione di un sentimento di avversione, che non è di odio in senso stretto, ma di odio mediatizzato, opportunistico. Gli odiatori di professione sono altri. Non lo è neppure (un odiatore di professione) Anders Breivik, il pluri-omicida di Oslo, perché è un crudele pazzoide, la cui definizione psichiatrica può esser trovata nel DSM IV- il Manuale Medico Diagnostico IV, con tutte le cautele del caso.

Gli odiatori di professione sono a d esempio molti politici italiani della nouvelle vague. Questa volta non farò nomi, ma li riconoscerai, mio gentile lettore, dalle descrizioni: vi è l’odiatore dal ghigno facile e dalla voce sprezzante; vi è l’odiatore delle semplificazioni e dell’imprecisione; vi è l’odiatore della presunzione manifesta e così via… I nomi sbocciano facilmente da questi brevissimi profili quasi fotografici. Sono tutti e tre al governo. Poi ve ne sono anche all’opposizione che però non si riesce a rappresentare in questo modo, poiché sono talmente sbiaditi da sembrare in due dimensioni: manca la terza per costituire la figura solida.

Ascoltavo il dibattito all’assemblea nazionale del PD e un iscritto, che si è definito “storico contemporaneista” e mediocre oratore e anche omosessuale, di cui non ricordo il nome, il quale, tra le diverse amenità indegne di uno che viene definito “accademico”, si è lamentato con il gruppo dirigente, non solo perché tra i candidati alla segreteria non vi è manco (sua espressione) una donna, ma anche perché non vi è manco un omosessuale… quasi non credevo alle mie orecchie. Ecché, ora, oltre alle quote rosa, facciamo anche le quote arcobaleno? E poi ha citato a sproposito sentimenti e atteggiamenti come l’odio e l’aggressività, (a sproposito di amore di un qualche genere), dicendo che vi è molta gente che odia il PD e che bisogna essere aggressivi nelle attività politiche e nella propaganda, come insegna il successo di Salvini. Beh, se abbiamo militanti di questo tipo, speranze? Poche.

La “Caritas”, per modo di dire, del luogo dove stanno giungendo le persone che stanno scappando da miseria e falcidie varie, ove ne esista un simulacro, ma ne dubito, per dire della spiaggia di Tijuana dove hanno cominciato a raccogliersi i primi viandanti honduregni sicuramente si esprime in modo diverso, “amoroso” direi, ma di quale amore? Pare di poter dire che si tratta di amore “agapico“, amore di benevolenza, il primo della lista di cui sopra. In Phronesis, l’associazione nazionale dei filosofi di cui faccio parte, presuppone che il rispetto tra i colleghi sia nutrito, si può dire, di “philia“, cioè di amore amicale, fraterno-sororale.

Il tipo di amore più semplice è certamente quello erotico, perché è legato al coinvolgimento totale dell’umano, fisico e spirituale. Il tipo più semplice, naturale, perfino “animale” e qui absit iniuria verbis, caro lettore!

Ora mi chiedo di che amore sia capace un uomo come il ministro…, e l’onorevole…, e il giornalista…

Ebbene sì, gli odiatori sono diffusi anche nel mondo dei media, perché non si capirebbe -se non alla luce orrida della presenza odiante- la ragione di certe espressioni, di certi testi, di certi titoli, di certe condanne preventive, come nel caso di Travaglio, principe di questa categoria, imitato da non pochi suoi colleghi.

Mi chiedo quanta tristezza aleggi attorno a persone di quel tipo, come il sopra citato giornalista e se potessi condividere un aperitivo con codesto sioreto (in veneto per signorino, più o meno) sprezzante, e mi rispondo: anche no, ché ho altro di meglio da fare, e così peggio per lui.

“Uno che è vissuto/ con la forza di un giovane uomo/ nel cuore del mondo/ e dava/ a quei pochi uomini che conosceva/ tutto”

Nel titolo ho messo la traduzione italiana della brevissima lirica scritta nella parlata friulana della destra Tagliamento del nostro più grande poeta, Pier Paolo Pasolini: “Un al à vivùt/ cu la fuarsa di un zòvin omp/ tal còur dal mont,/ e al ghi dèva, a chej pucs òmis ch’al cognosseva/ dut“.

Ecco, dare tutto quello che si ha, molto spesso incompresi, ché se si dà si dà se stessi, nientemeno. Non ci son calcoli da fare, né timori, né dolori insopportabili se si vuol vivere una vita vera. Occorre solo un po’ di prudenza che non è mai rallentamento vigliacco, ma valutazione delle opportunità e delle forze in campo. E’ la classica phrònesis, una saggezza prudente, o una saggia prudenza, che è anche manifestazione di umiltà e di consapevolezza del proprio limite.

Ricordo al mio gentil lettore che i sintagmi appena proposti, messi in modo oppositivo reciproco tra sostantivo e aggettivo erano molto cari alle catechesi che sant’Agostino proponeva nelle sue Omelie, per cui chi fosse interessato può trovare tutte le opere del santo vescovo, filosofo e teologo, in italiano e latino, tra le quali centinaia di omelie, nel sito www.augustinus.it .

Un altro brevissimo componimento nel friulano delle Prealpi pordenonesi: “Signour, l’omp l’è ca, o ai fat ce c’o ai podut par chest mont e par chel atri, si sin intindùz, amen“, cioè “Signore, ecco l’uomo, ho fatto ciò che ho potuto per questo mondo e per l’altro, ci siamo capiti, amen“. Si tratta di una preghiera da me raccolta dalla voce di un vecchio di Tramonti di Sopra, mi pare, o di Campone, sempre di quelle Valli aspre e meravigliose.

La poesia di Pier Paolo e la breve preghiera si assomigliano, perché il friulano, nella sua durezza di accenti riesce ad essere facilmente poesia e preghiera. I due brani dicono il limite di energie, di intelletto, di volontà e anche di santità dell’uomo, e anche l’atto eroico di esplorarlo.

Il valore della vita è pari per ciascun essere umano, così come la dignità che dà la struttura di persona, costituita da fisicità, psichismo e spiritualità, mentre la diversità irriducibile è data dalla struttura di personalità, che accoglie la genetica, l’educazione e l’ambiente in cui uno è nato ed è cresciuto. Dunque: se la dignità è data dalla struttura di persona, la struttura di personalità dice l’irriducibile differenza di ciascheduno da ogni altro, fosse pure il fratello gemello monozigote.

Se uno dà ciò che ha dà ed è il massimo che può dare, come la vedova di cui parla Gesù nel capitolo 12 del Vangelo secondo Marco, lei aveva versato al tempio due leptòn, cioè due centesimi dell’epoca, ma con cuore puro, aveva dato di più del fariseo che si compiaceva di avere versato una somma cospicua per il tesoro del Tempio.

Il valore delle cose dipende dagli intendimenti, dal cuore di chi opera, non dalla quantità venale del valore della cosa stessa. Può valere di più regalare una “Panda” usata che non una Ferrari, se per comprare la Panda uno fa un contratto di acquisto rateale, perché altro non può permettersi.

Il regalo come dono è lo stesso gesto di donare, così come la sostanza delle cose è la loro forma, e così come il meta-messaggio è più importante del messaggio. Faccio un esempio: se si decide di fare un certo tipo di azione relazionale in un gruppo organizzato, come una serie di colloqui, si deve rispondere innanzitutto alla domanda “perché lo faccio?” e non “come lo faccio?”, non preoccupandosi più di tanto della canonicità od ortodossia, secondo le letterature scientifiche in uso, del metodo utilizzato, che è assolutamente secondario, rispetto al fine che ci si è dati, e che è diverso, caso per caso, tempo per tempo, situazione per situazione. Il “perché” è la domanda filosofica per eccellenza, mentre il “come” appartiene alle discipline positive induttivo-deduttive, ma viene dopo. Circa il dono aggiungo una suggestione, che si può trovare nel trattato dal tema omonimo dell’antropologo Marcel Mauss: bisogna verificare come e quanto il dono sia espressione di altruismo e non anche altro, ad esempio, rispetto di un rito o di una tradizione, oppure, ed è la cosa più sottile, una sottesa manifestazione di egoismo implicito.

Infine,  ancora per quanto concerne il dono o regalo, non ha importanza il suo valore commerciale, ma il sentimento con il quale lo si offre.

Della sostanza che è forma e della forma che è sostanza ho più volte qui esemplificato con l’esempio michelangiolesco del toglimento di materia prima dal marmo finché non compare l’idea, cioè la forma, vale e dire la struttura sostanziale della statua.

Che dire dunque della verità o meno di ogni umana relazione? Che essa è sempre sottoposta alla verifica della purezza di cuore dei soggetti in relazione. Chi la verifica questa purezza di cuore’ Ognuno dei soggetti che si relazionano, con la pazienza, con l’esperienza, con il rispetto reciproco, che è un “guardarsi-in-faccia”, come dice l’etimologia del termine “rispetto” (dal verbo latino respicere, cioè guardare dritto davanti a sé, cioè in faccia all’altro). Non basta la tolleranza, perché la tolleranza è un guardare all’altro dall’alto di una superiorità sempre solo supposta, un top-down fastidioso e repulsivo, ma ci vuole il rispetto, così come è meglio suggerire che consigliare (il consiglio è sempre un qualcosa di top-down, e poi puzza, se non di mafia, di ambiente para-mafioso, mentre il suggerimento è qualcosa di amichevole, quasi di fraterno o sororale), così come è previsto dalla buona filosofia pratica che pratico ormai, insieme a valorosi colleghi, da molti anni: la Philosophische Praxis, che può essere una salutare medicina per le anime perse di questi tempi.

Stamane un bambino mi sorrideva…

di un sorriso puro, come può essere quello di un bambino. Mi ha consolato. Ne avevo bisogno. La giornata di ieri si dipanava in sintonia con il tempo meteorologico, e a fatica.

Il valore delle cose e la “qualità della vita” non si basano su tabelle precostituite, su modelli sociologici o sulla loro economicità e lucratività, ma sul contributo di umanizzazione che apportano. L’uomo è un primate evolventesi, anche se lentamente e con contraddizioni. In particolare non condivido il concetto corrente di qualità della vita, poiché sottende valenze e parametri troppo quantitativi, come si evince anche dagli item utilizzati nelle ricerche socio-metriche. Come si fa a dire che la qualità della vita in Trentino è superiore a quella di Lecce, basandoci solo su dati quantitativi Istat? La vita umana è molto più complessa ed è costituita da elementi in buona parte non misurabili, sfuggenti, oserei dire… spirituali.

Nella vita le strade si incrociano, divergono, pochi sono i rettilinei, di più i sentieri aspri di montagna, i camminamenti, le cenge altissime sotto le crode, le tracce antiche di pastori e cacciatori, quasi impercettibili tra la macchia e le radure.

Gli incontri sono pieni di incognite, come una espressione algebrica, anzi di più. Il sentimento accompagna lo stato di veglia e condiziona i sonni e l’attività onirica. A volte ti sembra di aver capito la persona e invece no, non hai capito nulla: è diversa da come pensavi, in meglio o in peggio. Occupandomi anche di selezione del personale ho i sensi allenati, ma non bastano. Solitamente uso quattro item: a) atteggiamento, cioè come la persona si presenta al colloquio, b) competenze, cioè la professionalità espressa in conoscenze ed esperienza, c) potenziale, vale a dire quello che il candidato può diventare o aspirare ad essere in una struttura organizzata, d) inseribilità, che significa il grado di possibilità di successo della new entry nel gruppo già costituito. Forse l’aspetto più difficile.  A ogni item attribuisco un valore da uno a cinque: si tratta di una scala di valutazione psico-sociale risalente agli studi psico-metrici di Rensis  Likert, che operava negli Stati Uniti d’America negli anni ’30.

La scelta si può basare anche sulla comparazione dei risultati ottenuti dai vari candidati, ma non può essere fondata solo su questi risultati. Occorre anche il dialogo, il giudizio sull’espressività, sulla qualità del linguaggio e dell’ascolto, per decidere al meglio, poiché l’uomo è incommensurabile. Ogni individuo è unico, indivisibile, imparagonabile: è irriducibilmente soggetto originale.

Osservo le persone quando aspetto, quando viaggio, quando cammino, e soprattutto quando colloquio o dialogo e cerco di capire i loro destini, i loro mestieri, le loro inclinazioni. Mi interessano tutte, anche quelle che mi hanno offeso, perché mi chiedo se si sia trattato di ignoranza, di stupidità o di cattiveria. In ogni caso di miseria si è trattato. E poi, passatami la rabbia, ché io non sono rancoroso, se richiesto, gli do una mano come prima.

Il sorriso del bambino goriziano mi ha allargato il cuore.

Basta poco, che è tanto, tantissimo; un sorriso, un muoversi dei muscoli facciali fino ad allargare la bocca con gli angoli rivolti verso l’alto, e gli occhi luminosi. Il sorriso illumina gli occhi e questi il sorriso.

Nel pomeriggio con la bici da strada, mi son regalato una De Rosa in carbonio, finalmente! ho incrociato molti. Mi guardavano un poco meravigliati che avessi le maniche corte della muta estiva il 3 novembre, ma io non sono freddoloso, abituato alle camere fredde della mia infanzia, temprato. La giornata era buona e ho rivisto il “Flùn“, cioè lo Stella, il fiume di risorgiva che i locali chiamano semplicemente “il Fiume”, perché lo è per antonomasia. Più del magno, immenso Tagliamento, il quale in questi giorni aveva un chilometro d’acqua. Ma il Tiliaventum è a regime torrentizio e talvolta si nasconde sotto le immense grave, quando la siccità prevale.

Lo Stella, invece, ha sempre acque smeraldine quae fluunt dall’alta pianura sino alla Laguna di Marano e Grado, scorrendo in meandri torti tra boschi fittissimi e canneti impenetrabili.

Silenzii fondi accompagnavano il brusio degli ingranaggi raffinati della bici, marca Campagnolo, e con poca fatica ero a trentacinque orari, in assenza di vento. Sentivo i muscoli delle gambe vibrare e i polmoni respirare a pieno. Solo il remoto dolore vertebrale mi ricordava che ho un accompagnamento da trattare con cura. Palestra e fisio, per migliorare e poter tornare anche sui sentieri aspri dei monti, che mi aspettano.

Il sorriso del bimbo mi ha tolto stamane dai loghismòi, dai cattivi pensieri che mi turbavano. Stamane avevo bisogno della voce profonda di un egùmeno, un abate ortodosso, con la sua tonante o sussurrata voce di baritono naturale. Ma un essere umano comunque mi ha soccorso, una donna dall’animo puro.

Riemerso dal sonno sul presto ho ascoltato le voci dal mondo, notando ancora i tic, i modi-di-dire, gli errori espressivi dei narratori. Ancora una volta ho sentito chiamare apocalisse un disastrocataclismadisgrazia. Quella della feroce alluvione diffusa nei giorni scorsi in Italia. Caro dottore Borrelli, responsabile nazionale della protezione civile, “apocalisse” significa “rivelazione”, non altro.

E i politici la solita storia nota fatta di ignoranza ignorante, arroganza e protervia. Solo il comandante De Falco, quello che disse a vigliacco-Schettino “Torni a bordo, cazzo!”, ha avuto un’espressione felice: “No, non temo di finire il mio lavoro di deputato, ché siamo tutti a scadenza“. ben detto, cz, aggiungo io, in attesa che la luce del giorno e la temperatura mi permetta di inforcare ancora il mezzo leggero e frusciante verso altre strade, in questo 4 di novembre, anniversario della Vittoria, e giorno come tutti gli altri, dono dell’Incondizionato.

Il porto delle nebbie, il cavaliere bendato e gli orizzonti lontani

Sentirsi in balia di vettori causali che non controlli, ma della cui esistenza sei consapevole, a volte è impegnativo, difficile. Ma si fa, si va avanti, si vive, si combatte la buona battaglia mantenendo la fede, come insegna san Paolo, Saulo di Tarso in Cilicia (II Lettera a Timoteo 4, 7).

Gli esami del sangue mio, linfa vitale son buoni, anzi quasi ottimi, come se si desse un giudizio sul risanamento di un fiume prima un poco inquinato. Il cavaliere oscuro, che son io, pur non essendosi mai fermato, attende di poter partire in piena di nuovo, attende il mattino, ché la cavalcatura è pronta e gli ostelli del riposo, noti. La prima meta è il gran monte del confine, dal nome slavo, la cima del Matajur.

Il cammino inizia dal Rifugio e si divide tra il sentiero diretto verso la cima e la traversata fino alla vetta passando dal versante sloveno. Aspetto una domenica limpida in quest’autunno diverso. Nel frattempo è arrivata la bici, leggera e frusciante, pronta per cavalcate silenziose verso tutti i punti cardinali.

Nella politica, invece, vi è chi mena fendenti a caso, come un cavaliere o, meglio, un pedone, un fante bendato che deve spaccare una pentolaccia nella sagra di paese, e lì appare la faccia bambina di Di Maio sovrapposta a quella del cavaliere. Bestialità verbali formulate da questo giovane uomo del sud pieno d’ebbrezza di potere, di libido potestatis come Caligola o Caracalla. Un elenco di beceraggini sragionanti. Eccotene due o tre, mio gentile lettore.

«Lobby dei malati di cancro». 21 luglio 2016. Il vicepresidente della Camera sulla propria pagina Facebook, presentando uno studio dell’attività del M5S, parla di lobby e cita quella «dei malati di cancro». Si alza un polverone. Il mondo politico si scatena contro Di Maio. Che rimedia in un nuovo post, affermando che l’accostamento tra lobby degli inceneritori e lobby dei malati di cancro «può essere apparso infelice» ma «in Parlamento ci sono portatori di interessi negativi, come quelli degli inceneritori, e portatori di interessi positivi, come quelli appunto delle associazioni dei malati di cancro». (dal web)

«Pinochet in Venenzuela». 13 settembre 2016. Di Maio, in piena campagna referendaria, attacca il presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi. In un post su Facebook parla delle continue proteste alle iniziative pubbliche del premier, confondendo in un passaggio il Venezuela con il Cile. «Ha occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela», scrive sulla sua bacheca. L’errore geografico fa il giro del web. E il deputato M5S corregge il messaggio. (dal web)

Sono di questi giorni le parole in libertà su Draghi, sintomo ed effetto -nel contempo- di ignoranza ignorante, dissennatezza (neanche fosse vittima dei mostri dissennatori di Harry Potter) e improvvisazione verbale. I suoi sodali lo imitano come le salmerie seguono i reparti, alla cieca, animali da soma, in primis Toninelli, quello che confonde i tunnel con i viadotti. Logistica e produzione, commerciale e amministrazione, risorse umane etica d’impresa, tutto con-fuso e sgangherato: questa è la similitudine metaforica del 5Stelle e dei loro capi. Un’azienda chiuderebbe in un battibaleno se si comportasse come loro.

Salvini continua a battere la grancassa del cipiglio severo sostenendo cose implausibili, con voce minacciante, ma si comincia a vedere qualche incertezza ai lati della bocca sul suo volto ghignante. La trasparente ebbrezza di qualche settimana fa in toni trionfanti, pare incrinarsi.

Dalle altre parti pena infinita: Zingaretti brucia in un lampo tutta la simpatia di suo fratello, algebricamente. Non lo voterò mai. Chi altri? Minniti certamente, oppure io stesso, gentile lettore, lo farei bene, ma preferisco star tra le mie cose, tra lavoro e filosofia, affetti e rinascita.

Orizzonti lontani mostrano il mare, dalla cima della cuspide di confine. E ricordi legati alla Valli di un tempo, già favolose. Memoria di storie nelle balze rocciose di cascate remote. Agostino e sorella e, fino a dieci giorni fa, Gianni, mio compagno di scuola d’un tempo. Biforcazioni di vite, come lungo la via che il curato manzoniano soleva percorrere recitando l’Ufficio delle ore, ubbidendo alle prescrizioni di una Madre santa e meretrice, così detta dal gran santo omonimo del mio amico, il vescovo d’Ippona, che scriveva diciassette secoli or sono.

Nel frattempo leggo -e mi confermo- che mente e cervello non possono essere la stessa cosa, e che l’intelligenza umana, e il corpo e le umidità non possono essere ricreate in macchine di acciaio e altri materiali: muco, urina, sangue, sperma, linfe, sudore sono tipiche di chi ha un corpo e una mente-non-solo-cervello, un corpo che si scalda e si raffredda, una mente/ cuore (metafora) che può provare noia, paura, sentimenti e passioni, un qualcosa che viene generato e si corrompe. Va letta, e con gusto, Siri Hustvedt nel suo Le illusioni della certezza, edito da Einaudi.

Il tempo trascorre da nebbie d’un porto lontano a orizzonti infiniti.

“Quant c’al ven un sgorli di ploia”, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero la vita è biografia costante di un progetto

E la pioggia che va…” cantavano i Rokes di Shel Shapiro nel 1966, “Quant c’al ven un sgorli di ploia“, mi dice Livio guidando verso Sauris in una bellissima domenica d’ottobre, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero “Sum et nihil humani mihi alienum est“, (da Heautòntimoroumenos, cioè Il punitore di se stesso, 77) come sentenziava il poeta e commediografo Publio Terenzio Afro a metà circa del II secolo a. C.

Viviamo albe irreversibili come tramonti, e ascoltiamo versetti essenziali come dardi, dentro le nostre vite che si dipanano come biografie costanti di un progetto. DJ Fabo, Fabiano Antoniani, accompagnato da Valeria e Carmen se n’è andato via.

Ho già scritto sul tema eutanasico basando il mio giudizio sull’etica classica che condanna ogni intervento suicidiario. Il Codice penale del giurista Alfredo Rocco risale al 1930 ed è ancora in vigore, nel quale l’art. 580 prevede che “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio”. Nella trattazione di questa fattispecie delittuosa, una premessa è d’obbligo: nel nostro ordinamento il suicidio non è oggetto di punibilità, neppure nella forma del tentativo, perché nonostante costituisca un disvalore sociale, la vita non può essere imposta coattivamente.

Ebbene, nel 2017 vi è stato l’episodio di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, mentre nel 2012 quello di Piergiorgio Welby. Nel 2009 quello di Eluana Englaro sul quale sono intervenuto non poco, scrivendo anche a suo padre, senza mai avere risposta. Devo (e voglio) riprendere il tema approfondendolo, ché mi pare vi siano le condizioni teoriche e pratiche per farlo. Quasi doverosamente. Anche per modificare in parte la mia posizione in tema di bioetica. Qualche anno fa tendevo a una certa rigidità morale sul tema della vita, convinto com’ero (e come sono tutt’ora) che noi non “possediamo” le nostre vite. Le nostre vite ci sono date da decisioni altrui, dei nostri genitori, dal ciclo della nostra mamma e dalle voglie del nostro papà. La dico così un poco grevemente. E poi, forse, anche dalla volontà di qualche altro Ente, se ci crediamo. Chi crede sa che la propria venuta al mondo, sconosciuta perfino ai genitori, ex parte Dei vel sub specie aeternitatis era prevista fin dalla fondazione del mondo. Chi non crede pensa invece solo all’incontro più o meno casuale di due gameti XX e XY e di ventitre più ventitre cromosomi. Anche in questo “caso” rinvio alla mia dottrina (mi scusi il gentil lettore la prosopopea un poco individualista di questa citazione) sul caso, che cerca di mostrare la sua in-esistenza contro la necessaria esistenza della causa, mediante la mera metatesi della “u”.

Di solito si dispone di ciò che si possiede, secondo una regola originaria non scritta, e in seguito scritta, fin dal Codice del re caldeo Hammurabi, che risale al XIX secolo a. C.

In questo ultimo periodo, riflettendo sul tema del mandato, invece che sul diritto di proprietà, ho sviluppato alcune idee nuove. Sulle nostre vite in realtà abbiamo un mandato, e quindi qualcosa possiamo fare. E’ come se fossimo gli “amministratori delegati” di noi stessi, a nome e per conto di un proprietario che si può chiamare “Dio” ovvero “Natura”, come scriveva Baruch de Espinosa. A volte, nella vita aziendale l’AD fa le veci del padrone, anzi ordinariamente sempre, e particolarmente quando il padrone si assenta. Il tema è dunque, e il dibattimento è tra un diritto “alla” vita e un diritto “sulla” vita.

Nella vita umana, non sempre il “padrone” è accessibile: troppi, troppo complessi e spesso sconosciuti, sono i vettori causali delle nostre vite, nella salute e nella malattia.

Come si può evitare di non assumersi la responsabilità di gestire la propria vita almeno come deve fare una amministratore delegato nell’azienda di cui si deve occupare in quanto “delegato” dalla proprietà? Quando le cose vanno male lui deve guidare la ristrutturazione per portarla fuori dalla crisi e, se questa è irreversibile, deve avere il coraggio di chiuderla, con tutte le conseguenze del caso, di carattere societario e sociale.

Anche le vite umane si chiudono sotto il profilo fisico, ché sotto quello spirituale, se ci credi, mio gentil lettore, anche no, ché sono d’altra natura, quella dell’immortalità.

A volte accade qualcosa, come la pioggia che va, oppure come quando viene uno scroscio (in friulano occidentale sgorli dal verbo sgorlar) sempre di pioggia. Basta poco per cambiare tutto: un et, un incidente stradale, un ammalamento, una co-incidenza, una circostanza avversa, una metatesi della “u” che ribalta ciò che è casuale in ciò che è causale, come detto detto sopra e -spesso- altrove in questo mio sito.

Sono tutore legale e amministratore di sostegno di un carcerato. Ecco: un uomo privato dei diritti civili si è affidato a me per gestire le sue cose e la sua persona. Quest’uomo mi ha detto che, se dovesse poter votare per l’eutanasia legale voterebbe a favore ma, se si trattasse della sua vita, mi ha raccomandato di tenerlo “di qua” il più possibile, perché forse conserva qualche dubbio sull’aldilà, o forse perché… non lo so.

E’ allora plausibile che si possa decidere di sé, come mandatari, come amministratori, quando le albe e i tramonti diventano tutt’uno, essendo la vita la biografia costante di un progetto. La vita è biografia che a volte diventa in-costante e a volte non ha un pro-getto, che significa un essere-in-disordine. L’incostanza e la non-progettualità sembra siano un male, ma è poi vero del tutto e sempre?

Dobbiamo proprio inquadrare le nostre vite in modo rigorosamente inappuntabile secondo schemi culturali e morali pre-fissati quasi ab aeterno? Una visione eticamente fondata della vita è rigida e dura come il marmo di Carrara da cui Michelangelo traeva le sue statue per toglimento di materia prima? La vita è una statua? Domande retoriche, cui è doveroso, per intelligenza et humana pietas, rispondere no, e no, e no.

E’ per questo che forse è preferibile, dentro il nostro limite fisico e cognitivo, ritenere di avere un mandato, non una proprietà sulla vita. Mi piacerebbe discuterne con chi pensa che siamo in diritto di considerarci proprietari e non mandatari. Sottigliezze semantiche o utilizzo sano della filologia in filosofia? Penso sia la seconda risposta, quella giusta.

Il paesaggio dell’anima, Dio, o il limite dell’umano

Che l’anima possa avere un paesaggio è bella metafora, traslato spirituale. Immaginare che nell’anima si dispieghino prati e colli è immaginifico. Eppure non è in-plausibile, poiché l’anima, come il corpo, è un paesaggio. Si dice correttamente, infatti “Io sono la mia anima e non: ho la mia anima“, e si dice anche “Io sono il mio corpo e non: ho il mio corpo“. E dunque, se noi siamo il nostro corpo e la nostra anima, siamo anche un paesaggio, come di certo pensava Umberto Galimberti intitolando quasi allo stesso modo un suo libro. Un paesaggio… psico-somatico.

E poi, con Platone, se l’anima siamo ciascuno di noi, l’anima stessa è il limite dell’umano: nulla di nostro è al di fuori dell’anima.

L’anima è sostanza semplice e pertanto non è corruttibile, sempre secondo il grande ateniese. Altri uomini di pensiero, come qualche astro-fisico con il quale ho già qui un po’ polemizzato, pensano che l’anima spirituale, siccome non è di-mostrabile empiricamente, e quindi scientificamente, secondo lo statuto di scienza che hanno in mente, semplicemente non esista. Questi studiosi hanno in mente e applicano sempre lo statuto galileiano induttivo-deduttivo per prove ed errori, non ammettendo possa esistere, separatamente, accanto alla conoscenza deduttiva, una scienza e una conoscenza di tipo diverso, intuitivo, vale a dire sia il modo classico, aristotelico del sillogismo, sia dell’entimema, o sillogismo “contratto”, che è sempre aristotelico, atto a dire una com-prensione sapienziale. Un esempio: a) Pietro è un uomo; b) gli uomini sono mortali; c) Pietro è mortale: questo è un sillogismo di primo tipo, deduttivo, di significato logico incontrovertibile; vediamone la versione “contratta” cioè l’entimema: “Pietro è un uomo, e dunque è mortale“. Non è la stessa cosa del sillogismo esteso, deduttivo, inferenziale, dove vi sono in sequenza logica una premessa minore, la prima, una premessa maggiore, la seconda, e una conclusione necessaria e ineludibile. L’entimema, invece, si basa sulla scontatezza del sapere-mortali gli esseri umani, ma si faccia conto che tale affermazione sia formulata da un essere umano a un extraterrestre che non conosce il genere umano: ebbene, l’entimema non basterebbe, poiché l’extraterrestre non è tenuto a conoscere la mortalità degli umani. In ogni caso, l’entimema è valido per gli umani che invece conoscono il proprio stato di mortali e dunque “si fanno bastare” la logica del sillogismo contratto.

Perché tutto questo ragionamento? Per cercare di spiegare come si possano dare oggetti di conoscenza che non richiedono l’inferenza logica. Proviamo a pensare all’idea di Dio. Ebbene, là dove Tommaso d’Aquino cerca di mostrarne l’esistenza con le famose cinque prove cosmologico-metafisiche, così come le propone il professore Enrico Berti, sant’Anselmo d’Aosta è più sintetico, come vedremo, suscitando le critiche successive proprio di san Tommaso. Intanto ecco le cinque “prove” tommasiane:

1) Movimento: è evidente che certe cose si muovono e tutto ciò che si muove è mosso da altro. Colui che è in movimento e colui che viene mosso sono due entità distinte. Il primo non è ancora in atto, il secondo è già in atto. Ci deve essere dunque all’origine qualcosa che non può essere mosso da altro, questo lo chiamiamo Dio.

2) Causa efficiente: è impossibile che una cosa sia causa efficiente di sé stessa, perché per esserlo dovrebbe produrre se stessa e dovrebbe esserci prima di essere prodotta. Noi non ci facciamo da noi stessi e quindi bisogna ammettere una prima causa efficiente, questa la chiamiamo Dio.

3) Contingenza: esistono cose che prima non c’erano e poi non ci sono più, sono contingenti. Se tutto fosse contingente vorrebbe dire che tutto ciò che esiste può non essere. Questo significa dunque che ci può essere un momento in cui non c’è nulla, ma non si spiegherebbe perché adesso c’è qualche cosa. Non c’è quindi mai stato un momento in cui non c’era niente: se c’è qualche cosa allora vuol dire che non tutto è contingente, c’è almeno un ente che è necessario, cioè che non può non essere, questo lo chiamiamo Dio.

4) Gradualità: esistono cose più o meno belle, nobili, perfette etc., ma il grado minore o maggiore di una cosa deve essere sempre in paragone a qualcosa d’altro, cioè se ci sono cose di grado parziale, ci deve essere necessariamente qualcosa di grado supremo. Se ci sono diversi gradi di essere, è necessario un essere nel grado massimo, questo lo chiamiamo Dio.

5) Ordine: esistono cose ordinate ad un fine, pur non essendo loro intelligenti. Queste cose non sono in grado di direzionarsi verso un fine, quindi occorre necessariamente qualcuno che le abbia dirette verso un fine (come la freccia e l’arciere), questo lo chiamiamo Dio.

Anselmo d’Aosta invece andò più per le spicce nel suo Proslogion (3, 2), scrivendo: «O Signore, tu non solo sei ciò di cui non si può pensare nulla di più grande (non solum es quo maius cogitari nequit), ma sei più grande di tutto ciò che si possa pensare (quiddam maius quam cogitari possit) […]. Se tu non fossi tale, si potrebbe pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile»

Come si può dunque non ammettere che si dia anche un altro modo di conoscenza oltre a quello post-galileiano? Galileo comunque, lo sappiamo, scriveva alla granduchessa Cristina di Lorena in questo modo: “La Scrittura non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in cielo“, chiarendo molto bene gli ambiti autonomi della scienza e della fede. Poi, ancora per secoli, la Chiesa ha fatto confusione tra i due piani, forse -più o meno- fino a san Paolo VI.

Il fatto è che un eccesso di sicumera non produce nulla di buono, come ben sapevano i sapienti antichi. Prendiamo san Paolo. Scientia inflat, cioè la scienza gonfia (di vanagloria, aggiungo io, come il ruolo, il denaro e il potere) sosteneva san Paolo (1 Cor 8, 1). Ne sono convinto quando chi la pratica è convinto di star percorrendo l’unico sentiero epistemologico plausibile dall’intelletto umano.

Possiamo quindi affermare che sull’anima vi sono molti e vari pensamenti.

Uno di questi appartiene al nostro gran poeta e filosofo conte Leopardi, tendenzialmente materialista e sensista. Vediamo che cosa scrive dal capoverso 602 al 606 dello Zibaldone di pensieri: “(…) La mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppur concepire alcuna cosa oltre i limiti della materia. Al di là, non possiamo con qualunque possibile sforzo, immaginarci una [602] maniera di essere, una cosa diversa dal nulla. Diciamo che l’anima nostra è spirito. La lingua pronunzia il nome di questa sostanza, ma la mente non ne concepisce altra idea, se non questa, ch’ella ignora che cosa e quale e come sia. Immagineremo un vento, un etere, un soffio (e questa fu la prima idea che gli antichi si formarono dello spirito, quando lo chiamarono in greco pnèuma, e in latino spiritus da spiro: ed anche anima presso i latini si prende per vento, come presso i greci cux¯ derivante da cæxv, flo spiro, ovvero refrigero); immagineremo una fiamma; assottiglieremo l’idea della materia quanto potremo, per formarci un’immagine e una similitudine di una sostanza immateriale; ma una similitudine sola: alla sostanza medesima non arriva né l’immaginazione, né la concezione dei viventi, di quella medesima sostanza, che noi diciamo immateriale, giacché finalmente è l’anima appunto e lo spirito che non può concepir se stesso. In così perfetta oscurità pertanto ed ignoranza su tutto quello che è, o si suppone fuor della materia, con che [603] fronte, o con qual menomo fondamento ci assicuriamo noi di dire che l’anima nostra è perfettamente semplice, e indivisibile, e perciò non può perire? Chi ce l’ha detto? Noi vogliamo l’anima immateriale, perché la materia non ci par capace di quegli effetti che notiamo e vediamo operati dall’anima. Sia. Ma qui finisce ogni nostro raziocinio; qui si spengono tutti i lumi.

Che vogliamo noi andar oltre, e analizzar la sostanza immateriale, che non possiamo concepir quale né come sia, e quasi che l’avessimo sottoposta ad esperimenti chimici, pronunziare ch’ella è del tutto semplice e indivisibile e senza parti? Le parti non possono essere immateriali? Le sostanze immateriali non possono essere di diversissimi generi? E quindi esservi gli elementi immateriali de’ quali sieno composte le dette sostanze, come la materia è composta di elementi materiali. Fuor della materia non possiamo concepir nulla, la negazione e l’affermazione sono egualmente assurde: ma domando io: come dunque sappiamo che l’immateriale è indivisibile? Forse l’immateriale, e l’indivisibile nella nostra mente sono tutt’uno? sono gli attributi di una stessa idea? [604] Primieramente ho già dimostrato come l’idea delle parti non ripugni in nessun modo all’idea dell’immateriale. Secondariamente, se l’immateriale è indivisibile e uno per essenza, non è egli diviso, non ha egli parti, quando le sostanze immateriali, ancorché tutte uguali, sono pur molte e distinte? Dunque non vi sarà pluralità di spiriti, e tutte le anime saranno una sola.

Dopo tutto ciò, come possiamo noi dire che l’anima, posto che sia immateriale, non può perire per essenza sua propria? Se lo spirito non può perire per ciò che non si può sciogliere, così anche perché non si può comporre, non potrà cominciare. Meglio quei filosofi antichi i quali negando che le anime fossero composte, e potessero mai perire, negavano parimente che avessero potuto nascere, e volevano che sempre fossero state. Il fatto sta che l’anima incomincia, e nasce evidentemente, e nasce appoco appoco, come tutte le cose composte di parti.

Oltracciò non osserviamo noi nell’anima [605] diversissime facoltà? la memoria, l’intelletto, la volontà, l’immaginazione? Delle quali l’una può scemare, o perire anche del tutto, restando le altre, restando la vita, e quindi l’anima. Delle quali altri son più, altri meno forniti: come dunque la sostanza dell’anima è per natura, uguale tutta quanta?

Ma queste sono facoltà, non parti dell’anima. Primo, l’anima stessa non ci è nota, se non come una facoltà. Secondo, se l’anima è perfettamente semplice, e, per maniera di dire, in ciascheduna parte uguale alle altre parti, e a tutta se stessa, come può perdere una facoltà, una proprietà, conservando un’altra, e continuando ad essere? Come può accader questo, se noi pretendiamo cum simplex animi natura esset, neque haberet in se quidquam admistum dispar sui, atque dissimile, non posse eum dividi: quod si non possit, non posse interire? (Cic. Cato mai. seu de Senect. c.21. fine, ex Platone.) V. p. 629, capoverso 2.

In somma fuori della espressa volontà e [606] forza di un Padrone dell’esistenza, non c’è ragione veruna perché l’anima, o qualunque altra cosa, supposta anche e non ostante l’immaterialità debba essere immortale; non potendo noi discorrere in nessun modo della natura di quegli esseri che non possiamo concepire; e non avendo nessun possibile fondamento per attribuire ad un essere posto fuori della materia, una proprietà piuttosto che un’altra, una maniera di esistere, la semplicità o la composizione, l’incorruttibilità o la corruttibilità.”

Si vede come Leopardi sviluppa un pensiero autonomo, non condizionato dall’ambiente nel quale è cresciuto, e chissà come si sarà scandalizzata l’onorevole sua madre, la marchesa Adelaide Antici, cattolica praticante, leggendo del figlio tali affermazioni.

Il conte Giacomo era ateo, o comunque agnostico, ma non si permetteva, come diversi scienziati odierni con superbia neppur dissimulata fanno, di affermare che lui aveva comunque indefettibilmente ragione. Invece, la simpatica e valorosa professoressa Hack sosteneva che non si può mostrare l’esistenza di Dio, e quindi neppure l’immortalità dell’anima. Se la potessi incontrare, o se la incontrerò in qualche stato dell’essere, che sarà già una risposta, le chiederei: “E come si fa dimostrare l’inesistenza di Dio?”

Ma a quel punto, in quello stato dell’essere, non servirebbero risposte, ma solo il silenzio della contemplazione.

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