Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Se un giorno andando…

Oggi, che per me , chi mi conosce sa, è giornata particolare, rifletto sul mondo. Rifletto sul tempo. Rifletto su me e su chi mi legge. Siamo tutti qui sul piccolo pianeta che si muove armonioso nel cosmo. Cerco ragioni, nelle mie stagioni. A volte trovo qualcosa, a volte nulla. Impercettibilmente cambia tutto e tutto resta com’è. Inesorabilmente i giorni si susseguono ai giorni e le notti alle notti, l’agenda si riempie, o quasi, di cose prevedibili e di altro di inaspettato.

Un pensiero a chi dieci anni fa se ne andava, Eluana E., picjule sour furlane sfurtunade. E a so pari Bepino e a so mari Sultane. Soi stât a Paluce a cjatale e lì tornarai chiste primevere, come ch’a ere la so vite, di primevere.

Il mio stile è quello di non lasciar niente indietro, cercando di evadere gli impegni man mano che giungono: non si sa mai, perché possono accumularsi o… altro.

Il silenzio mi avvolge nella grande casa dove vivo, riposo, scrivo, penso, sento e perdo il dolore con spirito di sopportazione, nel cambiamento. Da casa parto per lidi vari, di studio, insegnamento, lavoro, palestra, in bici, scegliendo bene, centellinando lo sforzo, e non manca il sorriso. Nel giardino che  dà sulla campagna mi fanno compagnia i merli, ogni tanto il serpente e potrebbe affacciarsi perfino il capriolo che nasconde i suoi piccoli nel parco delle sorgenti, dove sono tante acque e macchie, cespugli e alberi secolari. Fa tanto silenzio dove la sorte mi ha dato di stare in questa fase della mia vita. Posso romperlo con ogni tipo di musica, di cui son fornito bene, da quella del Medioevo alla Classica al Rock al Jazz, finché non prende la musical parola Bea, con l’arpa sua, uno strumento bretone, Camac di nome, di legno stagionato, bellissima, come i suoni che ne trae, e a volte accompagna cantando. Ecco, forse un mattino andando in un’aria di vetro…,

sicut canit Eugenio Montale

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Mi pare che in un altro momento la ho già citata e qui riportata, poiché mi pareva e mi pare essere un modo folgorante che la poesia permette, di dire come le cose stanno, come si muovono, come ti possono sorprendere “di gitto”, e infine come, nonostante tutti i rapporti che hai, conservi nel fondo dell’anima il “segreto” del tuo esistere a questo mondo. Mai a nessuno ognuno di noi dice tutto di se stesso, neanche al cosiddetto “miglior amico”. No. Vi è una parte che non si può comunicare, ma non perché sia immorale o faccia vergognare, ma perché proprio non trova parole umane per essere detta.

Penso alla vita di Manuel Bortuzzo, colpito alla schiena. Lo capisco, come chi mi conosce sa che posso capire. Guardo le facce ignobili dei suoi feritori. Che dire? Dove inizia la loro umanità umana? Inizia? O è sepolta nella ferinità dei secoli passati? E, in questo mondo visto da qui considero chi ci governa, capace di dire che la Francia è una democrazia millenaria (Di Maio), ignorando che il suo sanguinoso inizio rivoluzionario risale a 230 anni fa, che dire ancora? Chi seleziona i mediocri che vanno al potere, chi può ricacciare Di Maio a vendere bibite allo stadio? Il mio voto? Ma quanto vale il mio voto consapevole? Uno. E quanto vale il voto di un altro che sopporta l’ignoranza di Di Maio perché è la sua? Uno. Viva la democrazia, dunque.

Per rendere omaggio al gran maestro Eugenio che canta qui sopra la sua poesia, una mia, già pubblicata a suo tempo nel volume In Transitu meo (2004) e inserita nel 2017 nell’antologia che l’editore volle pubblicarmi, dal titolo un poco sibillino, che pochi sanno interpretare, forse una o due o tre persone Il canto concorde (del trovatore inesistente), quasi un calembour tra i termini latini di amore e morte, amor e mors, che hanno più di qualche notazione etimologico-semantica, o addirittura ontologica in comune:

Mors amorisAmor mortis.

Che sia un’alfa privativo/

La a di amore,/

Nel senso di/

Essere prima, /

E nonostante,/

E oltre/

La morte;/

Amore e morte/

O/

Amore o morte?/

O solo amore?

L’osteria in mezzo ai campi, le discipline inutili e i nuovi “professori del nulla”

Una pasta al ragù… e io invece una carbonara… io aglio olio e peperoncino… e per i secondi vedremo dopo“. La serva di Vanda (absit iniuria verbis) se ne va contenta della comanda, cui aggiunge, sponte sua, una caraffa di vin rosso e acqua.

La domenica d’inverno, fredda, uggiosa e silente passa. Mi ha invitato alla bici in solitudine, come un tempo. Un ritorno. Ho sempre preso in mano la bici in inverno, senza timore della temperatura cruda. Poche auto, Pause per bere un po’ di acqua con corroboranti, il caffè e la cioccolata calda nel bar conosciuto.

E poi la trattoria avita dove sento la comanda. I tre piatti son consoni agli ordinanti. Il primo di un ottantenne pieno di soddisfatta quiete, il secondo di un sessantenne immenso, il terzo di un uomo sui settanta. Settanta di media e tre uomini contenti di essere lì. L’osteria è piena e a malapena mi ricavano un angolo per il mio pranzo veloce. Anch’io prendo una pasta e un bicchiere di vino.

Son partito tardi, fino in fondo incerto alla partenza, per la mancanza di sole, ma me l’ero promesso, di uscire con la frusciante, stamane.

La mente è connessa con il corpo, il cervello con il resto. Respiro profondo e senza timore di scarichi d’auto. Fa freddo, veramente. Faccio fatica a scaldarmi perché c’è anche umidità quasi di pioggia gelata. Ma vado. Un po’ dolorando. Ma vado. Vado fin giù nella Bassa a vedere il Fiume tra gli alberi e il ponticello di legno.

Non vi sono compagni di viaggio per strada. Nessuno. Solo i pensieri accompagnano il pedalare ritmato dal respiro. Pensieri che fuggono, pensieri che vengono, senz’ordine apparente. Grazie a Dio non turbati dalla banalità della cronaca e della politica. Fuori mano sono, con la testa e il corpo. Irraggiungibile per i malanni e i malnati della comunicazione mediatica.

Seduto al mio piccolo tavolo guardo arrivare avventori. Nessuno è in bici, tutti in auto. Ausculto ed apprendo che alcuni di loro vengono dal trevigiano, altri dalla zona isontina. La gita nel Friuli profondo, silenzioso come nei decenni passati, ancora integro. Nessuno è in bici. Allora lo strano son io, quello strano, che va in bici nel freddo di fine gennaio, invece di accucciarsi in fondo al sedile di un’automobile, cappotto sempre indosso.

Entrano intirizziti e io li guardo curioso, che intirizzito non sono. Epperò che forte, ancora, sono. Posso pensarlo? Senza essere temerario.

A un tavolo c’erano, me ne sono accorto subito, dei giovani accademici, mi pare veneti, che subito iniziarono a discutere o disquisire con entusiasmo, quasi con foga. Qualcuno che mi legge con amicizia sa che qualche anno fa scrissi un breve saggio su “I professori del nulla”, dove mi dilettavo ad elencare non poche figure di maitres à pensèr, che allora andavano per la maggiore. Si era verso il 2010 e la crisi era nel suo pieno vorticoso agire. La crisi economica e la crisi cognitiva, che allora, dopo avere mosso i primi passi ed esalato i primi vagiti alla fine del millennio, avendo però profonde radici, ora si manifestava in tutta la sua virulenza.

Ricordo che nell’elenco inserii conduttori di talk show come Santoro, che ospitava un Grillo già minacciosamente banale, o banalmente minaccioso, e Fazio il firisìn (lemma desueto della Bassa friulana), cioè il furbetto, tuttora diversamente attivi sul versante della distruzione culturale; accademici come Odifreddi, ma solo per le sue incursioni incompetenti in teologia e Crepet, per la sua abitudine ad erogare ripetitive ovvietà psico-dinamiche; politici come Casini, che non aveva ancora smesso i panni del mite fustigatore di costumi… degli altri; giornalisti come il già lanciatissimo Saviano, che viveva -come ora- di una paura ben descritta da Leonardo Sciascia, e Lerner, amaro come l’assenzio; preti come don Ciotti, benemerito e mediaticamente coraggioso, e altri che ora non ricordo. Continuano a non piacermi. Bene.

Nel frattempo è esplosa la galassia politico-culturale dei “grilliparlanti” sine cultura. E il borbottar cupo e sbruffoncello di Salvini, cotidie (aah che ridere, mi ricordo un’intellettuale del tempo che, presentando un mio volume, lesse l’avverbio di tempo latino “cotidie“, significante “ogni giorno”, alla francese, cotidì, sussiegosamente insistendo di aver ragione quando le dissi che era latino), impegnato alla ricerca di nemici da epurare.

Torniamo agli accademici dell’osteria tra i campi: due maschi e due femmine sui trentacinque-quaranta. Mi pare fossero impegnati in studi universitari di carattere socio politico e della comunicazione…. ah,  proprio della Facoltà di Scienze della Comunicazione. Senza darlo a vedere, poiché ero seduto perpendicolare al loro tavolo, aguzzai l’udito e mi colpì un profluvio di “midia”, “plas”, “minas” (mi veniva da chiedere, “parlate della città brasiliana di Minas Gerais?” ma stetti zitto).

E poi ancora flash meeting (incontro breve), workshop (laboratorio, seminario), Team building, (costruzione di un gruppo), start-up, (inizio, partenza), relationship, (relazionalità), comakership, (co-progettazione), in progress, (cioè in itinere, latino, molto elegante) o in corso), leadership, ebbene sì, quest’ultimo termine va bene, poiché occorre una lunga circonlocuzione in italiano per tradurlo “capacità di condurre persone mantenendo la responsabilità del lavoro-progetto“. E potrei continuare.

Fatto sta che anch’io uso tranquillamente tutti questi sintagmi, nel quotidiano, per facilitare la comprensione in riunioni dove più o meno tutti sono anglofoni e inconsapevolmente anglomani. Non c’è nessun problema a mescolare i lemmi e le parole , purché lo si faccia con consapevolezza. Ad esempio, i tre termini sopra riportati “midia”, “plas” e “minus” sono la pronunzia inglese di tre parole latine che vanno mantenute come sono, cioè dette come sono scritte “media” e “medium” (al singolare, non “midium”), “plus”, e “minus”. Cosa costa? Perché fare i “fighi” perdendo le tracce dell’etimologia, della storia e della cultura.

I quattro, però, continuavano imperterriti a pontificare, facendo fatica ad ascoltarsi reciprocamente, e meno male che erano della Facoltà di Scienze della Comunicazione! cominciando a parlar male delle scuole superiori, specie del liceo classico, dove si studiano -a loro dir- discipline inutili come il latino e il greco. Come il mio comprensivo lettore sa, ho fatto fatica a non sbottare (mi veniva quasi da ribaltare il loro tavolo, ma se lo avessi fatto, mia figlia Bea sarebbe stata delusa di  papà, e non l’ho fatto). Ho cercato di incrociare qualche loro sguardo per mostrare il mio, che era senz’altro intriso di una pena evidente.

Han continuato su questo andazzo per tutto il quarto d’ora nel quale sono rimasto, laudando sperticatamente le loro discipline psico-socio-antro-comunicazionali. A un certo punto uno ha chiesto “ma che testi usate?”, e la prof più “faiga”, ha risposto “aah, caro, le mie dia e poi dei link che suggerisco ai ragazzi, oggi non servono libri che annoiano e non motivano…” Silenzio.

Bene, ho pensato, i libri annoiano e non motivano mentre le dia-slides della giovine prof entusiasmano. E poi magari ci fanno anche sopra un master! Poveri ragazzi. Al contrario, siccome qualche aggancio accademico ce l’ho anch’io, faccio proprio l’incontrario, cercando di vaccinare chi posso e come posso da questa superficialità e dai guru che gironzolano ovunque, sfiorando anche l’università italiana.

Riprendendo la bici nel freddo, ma ristorato e pieno di vita, mi son detto, ma perché non si rinforzano le facoltà o i dipartimenti che studiano e fanno studiare effettivamente tutto ciò che è “scienze umane”, bada bene caro lettore, ho scritto “scienze umane”, cioè tutti i saperi che incrociano filosofia e psicologia, antropologia e neuroscienze, sociologia e pedagogia, cioè tutto l’immenso sapere che l’uomo ha accumulato, sia in Occidente sia in Oriente in quattromila anni e specialmente negli ultimi duemila cinquecento, dai tempi del Buddha, di Confucio, di Isaia, di Democrito ed Eraclito, di Parmenide e Platone e Aristotele, e poi di Seneca, san Paolo e Marco Aurelio, di Agostino e Tommaso, di Galileo e Kant, e fino ai nostri giorni.

Il freddo di metà giornata era più sopportabile di quello mattutino e io pedalavo, pedalavo senza sosta, con qualche dolorino e tanta forza. Il cielo era di un grigio marezzato di ali bianche, come fossero immensi gabbiani d’aria, e di chiazze grigiastre, annuncio di pioggia. Qualche goccia, infatti, mi scendeva sul viso mentre pensavo ancora alla battaglia da combattere con fede, fino alla fine della corsa.

Forza e Coraggio, cari amici lettori, perché mi vergogno come Italiano di questo governo Italiano

Quello del titolo era il nome di  una squadra di atletica nella Milano degli anni ’50, di cui faceva parte mia cugina Lucilla, prima di mettersi a fare teatro. Mi pare lei fosse forte nei 400 e negli 800 metri come la Donata Govoni e la Renata Vit. Era figlia dell’Aldo Morlacchi e di Anna Pilutti, sorella maggiore di mio padre. Diventò un’attrice teatrale di gran valore e di nessuna ricchezza materiale.

Che bei ricordi. Che bel nome di squadra: vis et animus (virtus). Coraggio da cor-aticus (cor, cordis, cuore). La forza è una qualità indispensabile per vivere, mentre il coraggio è un altro suo nome, specifico dell’elenco classico delle virtù. Bisogna coltivarle in ogni momento, specialmente nei momenti in cui sembra tutto vacilli attorno a te.

Forza e coraggio, con questo tipo di governo, cari amici italiani. Questi due non hanno né forza né coraggio, ma sbruffonaggine e arroganza, male parole e confusione mentale.

Pensavo di lasciar perdere l’argomento salvimaio almeno per un po’, ma dicono e fanno talmente tante cazzate che sono costretto a tornare con la frusta.

Un altro caso è di queste settimane a inizio d’anno, quello delle navi Sea Eye e Sea Watch. La fine della vicenda veleggia (a proposito di mare) verso la sua conclusione, come i lettori sanno.

Come si fa a lasciare alla deriva cinquanta esseri umani nascondendosi dietro parole di mera e vergognosa propaganda?

Oppure il sostegno di Di Maio ai jilet jaune di Francia, in cerca di alleati per le elezioni europee, e il popolo grillino -disilluso- si ribella.

Basta sentirli parlare, come si dice, trucemente il lumbard e confusamente il napuletano, ambedue appassionati di facebook, dove annunciano con solennità le loro balle.

Sia il “reddito di cittadinanza”, sia “quota 100” sono due fanfaluche ancorché pericolose, ridicole. Il reddito di cittadinanza, statistiche economico-sociologiche alla mano, favoriranno i furbetti del lavoro nero e non stimoleranno al lavoro, mentre quota 100 farà solo confusione e sarà sgamato entro sei mesi, come una balla inattuabile.

Non parliamo poi della srl milanese che si occupa di politica, quella della famiglia Casaleggio, guru di dubbia formazione politologica, filosofica ed etica: la flemma e l’incipiente calvizie del suo capo mi fa sperare che duri poco nella posizione di potere reale nella quale si trova. Una vergogna: altro che conflitto di interessi!

La povertà intellettuale, culturale e politica dei massimi esponenti della politica della maggioranza attuale è al di sopra di ogni aspettativa, anche la più pessimistica. E le qualità di chi è all’opposizione non brillano.

Oddio, anche i supposti o sedicenti “bravì” à la Macron stanno facendo figure barbine, Macron è quello che parlato di un’Italia affetta da lebbra. Si vergogni.

Da ultimo, la breve commedia su un acronimo, in corso. Giornalisti, conduttori tv, titolisti e politici hanno deciso, non se per distrazione o per ignoranza, che la parola “tunnel” è femminile, per cui l’acronimo T.a.v., cioè Tunnel alta velocità è introdotta dall’articolo femminile “la”, e dalla preposizione articolata “della”, e dunque dicono e scrivono “la Tav”, “della Tav”, e così via. Fatto sta che “tunnel” richiede l’articolo maschile “il”. Salvo Toninelli,  forse il più… intelligente (ah ah) dei politici attuali, mi pare. Ho provato a riflettere sulla ragione di questa idiozia linguistico-espressiva e mi è venuta l’idea che la consonante “a” presente nell’acronimo Tav attragga verso la “a” per assonanza anche l’articolo che diventa “la” e la preposizione articolata “della”.

Per rimediare, suggerisco ai determinatissimi e rincoglioniti fautori della femminilità di “t.a.v.” di cambiare in “g.a.v.”, cioè galleria alta velocità, certamente femminile. E abbiamo risolto il grave problema.

Troppe righe per una stupidaggine? Forse. Ma queste stupidaggini invadono il pensiero diffuso e viene da dire quanta ragione ebbe il conte Leopardi a ironizzare ne La ginestra, su le magnifiche sorti e progressive (del mondo). Meno omicidi, meno eccidi, meno morti violente, più igiene, vita media più lunga, etc., ma più stupidità, meno logica, minor uso del ben dell’intelletto, oggi, rispetto al recente e men recente passato.

Non demordiamo, caro lettor mio.

“Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi”

Cent’anni fa a Castellania nasceva un bambino magro, un esserino sottile. Diciotto anni dopo il cieco Cavanna gli massaggiava le lunghe gambe. Silenzioso, quel ragazzo pedalava, allenandosi con ferocia. Vinceva, il Giro d’Italia a vent’anni. Se non ci fosse stata la guerra chissà quanto avrebbe vinto quel ragazzo, insieme con l’uomo che pedalava vicino a lui. Non vi sarebbero stati dubbi sui più grandi di ogni tempo. Loro due, e la borraccia scambiata sul Col de Galibier.

Neppure il possente belga, né l’elegante normanno, e nemmeno il determinatissimo bretone avrebbero potuto competere. Men che meno il bianco anglo-keniota. A parer mio di più si avvicina a quell’uomo magro un hidalgo ispanico che ha appena finito di correre, con un cognome da… ragioniere, “contador”.

E un ragazzo elegante e altrettanto magro di Cesenatico può ricordare in qualche modo l’allievo del massaggiatore cieco, mancato a noi ancora più giovane, neppur trentacinquenne. Non si dimentica il suo scatto immediato dopo essersi liberato della bandana o il furibondo passo sotto la pioggia a distruggere il teutonico potente che lo precedeva e dopo non più.

Il grande campione moriva a quarant’anni, sessanta anni fa a causa della presunzione arrogante dei medici che l’avevano in cura. Geminiani, con lui a caccia in Alto Volta aveva ricevuto due pastiglie di chinino e si era salvato. Il nostro giovane uomo invece era stato curato per una polmonite, non per una malaria perniciosa.

E Giulia, l’elegante donna del suo medico, quale dolore, quale amore era stato? La nipote di Giovanni Papini e sorella di Ilaria. In carcere per bigamia, a lui ritirato il passaporto da quell’Italia bigotta e ipocrita.

Cinque giri d’Italia, due Tour de France, la Roubaix, diverse Sanremo e Lombardia, e più di cento altre corse, meno di altri, ma perché la sua immagine è più forte, più presente di altre, perché è immortale?

L’Aspin, il Tourmalet, l’Aubisque da una parte, l’Izoard, il Galibier, l’Iseran dall’altra, e poi lo Stelvio, il Bondone, il Gavia, di qua delle Alpi. Le pedivelle girano spinte da caviglie sottili, e il loro fruscio è musica. Respiro regolare, silenzio, gli altri corridori distanti, oltre i tornanti che si vedono, più in giù.

Le stagioni si susseguono alle stagioni, viene il campionato del mondo, il record dell’ora. Nulla gli era precluso. Quarant’anni di vita, nulla più. Quanto tempo, quanto poco tempo per l’immortale.

Anche la morte del fratello, che aveva vinto una Roubaix. In bicicletta si può morire, se si cade: a quei due centimetri di tubolare è affidata la vita, quando si scende per rettilinei e grandi curve che invitano nel vento, quando si pedala. Come è accaduto al giovane Fabio, nel 1995, sul Portet d’Aspet. La bici è leggera, la mia pesa sette chili cui affido i miei settantacinque, in fiducia.

Il suo nome mi era presente fin dall’infanzia, quando papà me ne parlava, ammirato, quando vedendo i primi Giri d’Italia in bianco e nero, lo sentivo nei racconti dei cronisti di ciclismo. E ancora pedala nella mia mente, nel ricordo di quegli anni favolosi come l’infanzia al paese, come l’osteria di Lino dove si andava a prendere pezzi di ghiaccio caduti al mercante, per succhiarli con devozione, dove si aspettava il tempo dell’anguria, che era lo stesso del Giro e del Tour.

E ancora il racconto di lui mi sorprende in sogno, quando mi pare che Pietro, mio padre, ancora si soffermi con me nel racconto, sotto il portone, quando era venuto inverno e lui era tornato a casa dalle grandi foreste del Nord… e mi parlava mi parlava di quell’uomo dal naso affilato, che correva con quello dal “naso triste come una salita“, lo avrebbe cantato così qualcuno decenni più avanti nel tempo.

Salite e discese, dolori e sogni e infiniti percorsi sulla sua come sulla mia strada, nel tempo che ci è assegnato.

Tra spazio e tempo, tra il milione di chilometri percorsi da quell’uomo e la strada percorsa da me, anni dopo, vi è solo il tempo dell’eternità.

Spes contra spem, in questi primi di gennaio 2019

Voglio qui parlare della speranza, proponendo un commento che ho pubblicato sul sito del caro amico e collega Neri Pollastri, il più valoroso consulente filosofico italiano. Neri oggi giustamente scrive che c’è poco da festeggiare in un mondo e in un tempo dove e quando la violenza e le ingiustizie sono così dilaganti. I botti ricordano le bombe di quelle le guerre, parafraso il suo scritto, e quindi non gli piacciono. Non piacciono neanche a me, per nulla, mi disturbano e mi annoiano. Non parliamo poi della inqualificabile abitudine di gettare in strada oggetti dalle finestre, rischiando di ferire qualcuno e sporcando il suolo pubblico. L’uomo a volte celebra riti che svelano con chiarezza quanto di belluino ancora permanga nella sua struttura di antropoide, mostrandosi -se così si può dire, e so di rischiare l’approssimazione sotto il profilo di una antropologia equilibrata- peggiore degli altri animali e soprattutto dei cugini antropoidi.

Intanto, Neri, buon anno a te e ai tuoi cari con speranza, perché stavolta su una cosa non concordo con te, proprio sulla definizione che dai di “speranza”. Non penso che la speranza sia una vecchia truffa ma sia due altre cose: prima di tutto è una passione che contrasta la disperazione, come insegna Tommaso d’Aquino nella sua elencazione delle undici passioni. In quanto passione è movimento, spinta interiore, ossigeno spirituale; secondo, è -teologicamente- virtù, appunto, teologale, insieme con la fede e la carità, per chi dà senso alla lezione di Paolo di Tarso (cf. 1 Corinzi 13, 13). Ma, direi, anche per la cultura laica, e non perché sia l’ultima dea, ma perché con la sua capacità di contrastare la disperazione di molti, li aiuta ad agire. Spes contra spem: infatti come si potrebbero affrontare le prove ardue che la vita ci pone, le battaglie per la giustizia che correttamente elenchi anche se a contrario, se non ci fosse la speranza ad aiutarci. Come avrei potuto aiutarmi quindici mesi fa quando mi si è rivelato il grave tumore che pare ora non ci sia più anche se mi ha lasciato sofferenza e dolori, senza speranza? Sul resto delle tue osservazioni etiche e politiche concordo senza riserve. Un abbraccio, caro amico mio.
Renato

Anch’io sono furibondo come Neri nei confronti degli egoismi terrificanti che condizionano l’agire degli attuali potenti del mondo, finanzieri e politici spregiudicati, dittatori e aspiranti tali, dilettanti allo sbaraglio le cui capacità politiche sono commisurate alle loro azioni fallimentari e alle dichiarazioni correlate che diffondono sul potente web.

Sulla speranza, però, voglio spendere qualche altra riga, poiché mi pare che sia necessario, di questi tempi un poco derelitti dalla sapienza.

La consolazione della speranza nasce dalla capacità di discernimento di ciascuno di noi, e io cerco di coltivarla sempre, anche con l’aiuto dei grandi sapienti di ogni tempo, come Paolo di Tarso. Leggiamo un passo della Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 13, dal versetto 1 al versetto 13:

“1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”

Infine, il testo del titolo di questo pezzo è tratto da un passaggio dalla Lettera ai Romani (4, 18), in cui san Paolo si riferisce ad Abramo:

«… qui contra spem in spe credidit, ut fieret pater multarum gentium, secundum quod dictum est: “ Sic erit semen tuum ”.»

cioè

«Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza
Si tratta di un esempio di fede incrollabile in un futuro migliore, anche se tutto sembra andare per il verso sbagliato. E qui c’entra di nuovo la speranza come virtù teologale e, aggiungo, anche come passione che combatte ogni pessimismo disperante.

La speranza non può demordere, poiché rappresenta la condizione dello spirito più adatta ad affrontare il futuro, essendo originata, sia dalle strutture cerebrali preposte all’istinto di sopravvivenza, come ci spiegano i neuroscienziati, sia dall’elaborazione teoretica della filosofia di ogni tempo, anche se diversamente declinata tra cinici-scettici e realisti-idealisti.

E poi questo sentimento è indispensabile per le persone, che ne hanno bisogno come dell’ossigeno per respirare, al di là di ottimismi o pessimismi di maniera o caratteriali. La speranza dunque, oltre a essere virtù e passione diventa anche sentimento, cioè un modo di sentire le cose, sia quelle che ci appartengono direttamente, sia quelle costituenti l’esternalità delle nostre vite, il mondo, poiché, se la solitudine anche nella sua versione solitaria è una condizione, o dimensione o diritto del singolo uomo e della singola donna, la condivisione empatica di una comunità-di-destino di tutti gli umani non può non fare conto sulla speranza stessa.

Solitudine, solitarietà, solidità, solidarietà

L’etimologia è la stessa, quella della radice greca òlos, cioè tutto: incredibilmente la solitudine ha a che fare con la solidità del tutto, come manifestazione, o epifania del cosmo (dal greco kòsmos), che è l’ordine delle cose. Infatti non si può stare soli, se non si è solidi.

Mi piace molto la solitudine, anche nella sua versione accentuata e voluta della solitarietà, cioè l’essere tendenzialmente solitari. Come nella perdita di una vita c’è la perdita, per chi se ne è andato, di tutto il mondo, nella solitudine c’è tutto. E ciò non significa che si deve stare sempre da soli, ma qualche volte è bene, fa bene essere soli. Come quando si ha di nuovo la forza di prendere in mano la bici leggera e di involarsi verso un dove, che non dico.

Così come è bello che solidità abbia a che fare con la solidarietà, e ciò può essere collegato alla solitudine e alla solitarietà. Infatti, se vero che la mano destra non deve sapere ciò che fa la sinistra, ecco che il bene deve essere fatto senza propaganda, né enfasi, né marketing mediatico. Leggiamo l’evangelista, che prima di seguire Gesù, faceva il daziere.

Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini, In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Il fare, insegna il Maestro, sia un agire semplice e responsabile, senza secondi fini di premi e gloria attesi. Quanto diverso questo insegnamento dall’atteggiamento suggerito in ogni contesto di questi tempi nei quali vale il mostrare, l’apparire e il berciare sgangherato e ignorante sui social!

La vita è bella, anche nel dolore, il mondo terracqueo è ancora bello anche se l’uomo lo ha svilito, perché questo svilimento si può fermare. Non si deve considerare avversi l’evoluzionismo della natura, che non nasce con Darwin, ma quasi due millenni e mezzo prima, con Eraclito di Samo. Il cambiamento non esclude la presenza di un’Entità divina, poiché, proprio dal punto di vista scientifico (galileiano-contemporaneo) non si può mostrare deduttivamente né l’esistenza di Dio né il suo contrario. Chi può affermare che Dio stesso non sia evoluzionista, se così si può dire? Non una volta sola in questo sito abbiamo parlato delle generose prove teologiche dell’esistenza di Dio, da Platone a Tommaso d’Aquino, e non mi ripeto.

Una mentalità scientifica evita di fare confusione tra le discipline, ad esempio non distinguendo la fisica dalla metafisica, che è disciplina scientifica, se per scienza si intende un sapere caratterizzato da un suo proprio statuto epistemologico. La metafisica, come ogni altro sapere, ha un suo ben preciso statuto epistemologico, eccome! Questo lo dico, fraternamente, soprattutto agli atei militanti, e anche ai bigotti dell’altra sponda.

Siamo a questo mondo soli nella nascita e soli nella morte, questa è la verità. Veniamo al mondo in-interpellati, e qui viviamo nei modi infinitamente declinati, in compagnia di molti nostri simili e omologhi, primati tra i primati, non in tutto primi della classifica. Ad esempio, il mio gentile lettore sa che gli scimpanzé ci sono superiori nella memoria fotografica? L’esperimento giapponese del maschio Ayumu spiega come lui memorizzasse nove numeri e oltre in sequenza, dopo averli visti contemporaneamente per un quinto di secondo, un batter di ciglia,  mentre noi umani arriviamo a fatica a cinque. E’ chiaro e dimostrato che noi umani siamo superiori in tutto il resto, e anche nella capacità di decidere di fare il male, senz’altro meno solidali dei nostri cugini ominoidi, scimpanzé, bonobo, oranghi e gorilla (cf. Siamo così intelligenti per capire l’intelligenza degli animali? di Frans de Waal, Raffaello Cortina editore), con i quali condividiamo oltre il 98% del DNA.

Il valore dell’essere umano e della sua vita non sta -dunque- solo nella relazione io-tu, come sostengono i filosofi Martin Buber e Emmaniel Lévinas, che apprezzo, ma dai quali mi distanzia questa loro visione assoluta del valore della relazione. Certamente il “volto” dell’altro è uno specchio per il nostro “io”, certamente anche il “tu” è un “io”, ma non possiamo in ogni momento pensarci e tenere l’altro come fosse l’io singolare di ciascuno di noi. Abbiamo anche bisogno di concentrarci sul nostro proprio, irriducibilmente unico “io”, in ragione del fatto che ci-siamo e che questo nostro esser-ci è necessario fin dal nostro concepimento, e deve essere difeso, vissuto, compreso, sopportato, fino in fondo.

Il valore dell’essere umano è presente anche nell’unicità di ciascuno di noi, nella solitudine e perfino nella sua declinazione più solitaria e silente.

Racconti di un tempo perenne

Il soprammobile di onice

È una visita che non dismetterò mai nella mia agenda annuale. Dopo la stagione in cui si è smesso di camminare in montagna, dopo percorsi silenziosi nei boschi erti, dopo aver visto ampie radure e nubi scavallanti, udendo lontani rintocchi che segnano le ore, ronzio d’api e i silenzi del paradiso sospeso, a metà autunno.

Vado a trovare i genitori del mio amico che non c’è più. Abitano in un paesino che è fatto di raccolte scansioni di case, con l’orto. Si parla di oggi per ricordare ieri e sperare in domani. Ma stavolta mi hanno raccontato del regalo. Un soprammobile di onice. Caduto di mano alla sorella. Rotto in cento pezzi. Regalato da lui alla mamma. Una mattina l’hanno trovato ricomposto. Con tutte le linee di rottura riavvicinate come per un restauro accurato.

E non abbiamo più parlato.

Fuori c’erano odori di stoppie e vendemmia finita. Una leggera foschia incoronava le cime dei pini del colle di Santa Eufemia, come qualcuno volesse parlarci della terra impigrita nei primi freddi, dei rami appena mossi, con l’odore della stagione trascorsa. Eppure c’era nell’aria, inespresso, un canto di gioia, come un gloria sospeso, come un magnificat… Della natura insonnolita, dell’amico scomparso, una mano porta da distanze non misurabili, ma da presso, nel contempo.

Mi pareva che fosse lì, ragazzo come me, tanti anni fa, il tempo fermato misteriosamente. E io con lui.

E allora abbiamo ripreso a parlare, non dell’oggetto di onice ricomposto, ma di noi, gli uni e gli altri, ancora qui ad ascoltare il respiro della terra, ad osservare il susseguirsi delle stagioni sorseggiando il vino nuovo, scoprendo ogni volta una novità come se non vi fosse ripetizione di nulla, neanche del sorgere del sole. Ma è vero!

Il sole non sorge. È la prospettiva del nostro pianeta in rotazione che ce lo presenta ogni ventiquattro ore nella stessa posizione, a oriente. Noi abbiamo inventato “orior, óreris, óritur”, “sorgo, sorgi, sorge”, da cui oriente, perché di lì sorge il sole.

Quante parole. E poi la tua morte. Ma anch’essa non è, come non c’è il sorgere del sole. Come questo, essa è apparente. È così perché la nostra prospettiva è limitata. Perciò la scatola d’onice è di nuovo intera, perché tu…

 

Il sogno del sole mancante

Anche il corpo sogna. Sogna dei miliardi di anni in cui ha percorso – pura molecola di carbonio – tempo e spazio, e non – tempo e non – spazio.

Carlotta l’aveva sempre saputo senza averlo mai letto sui libri, che il corpo sogna. Carlotta è una di quelle ragazze toste e gentili che non mancano nella terra del confine, miscellanea di sangue temperata in mille scorrerie, emigrazioni, guerre ed improvvisi silenzi.

Mi ha raccontato un sogno, non sapendo se del corpo o della mente, ma dell’uno e dell’altra certamente. Non lo sentiva un problema quello di definire le cose: preferiva da sempre “sentirle” aprendo tutte le porte, origliando senza farsi scoprire dai maghi e dagli angeli che vivono nell’aria. Sapeva che tutti sognano, ma anche che pochi stanno attenti ai sogni, sforzandosi di ricordarli, appena svegli, almeno quelli dell’ultimo sonno. Di solito, diceva, non c’è tempo per i sogni. Oppure i sogni sono la carta patinata del rotocalco o la celluloide del primo film per una debuttante che ha vinto un concorso di bellezza. Parodia di sogni.

Il suo sogno: “mi ero trovata all’improvviso in una grande prateria, verde come solo può essere l’erba appena bagnata dalla pioggia; sullo sfondo altissime montagne, più lontane di ogni immaginazione, irraggiungibili, sotto un cielo terso. La cosa curiosa è che non mi ricordo di aver notato il sole, nonostante quello sfolgorio di colori. Ma sul momento non mi sono posta il problemaRicordo anche il suono lontano di voci umane, come richiami attutiti, e poi campane a distesa, ma dolci, quasi le onde sonore si fermassero sulla soglia del timpano per non disturbare più di tanto. Camminai a lungo, lentamente, svoltando con la strada che seguiva un percorso tortuoso nella immensa piana, finché il paesaggio cominciò ad essere ondulato: piccole colline apparvero sulla mia strada, ed iniziai a salirle. Ero uscita dal sentiero, perché mi aveva attirato un suono indefinibile: non capivo se fosse il bisbiglio del vento o un essere vivente. Ma ero tranquilla e i miei passi seguivano una traccia misteriosa che portava all’origine di quelle vibrazioni sonore. Continuai finché il suono si fece più distinto: era il singhiozzo di un bimbo. Di una bimba. La trovai dietro una svolta, sotto un cespuglio. Mi guardava per nulla stupita e come impaziente. Era ammutolita.

Sentii: “perché non mi porti via con te?”

Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

Il viaggio

Molti, forse i più, pensano che si viaggi essenzialmente o solamente per raggiungere la meta prefissa. Per costoro il viaggio, la distanza, il tempo che ci si mette per effettuarlo, il mezzo usato, le eventuali tappe non contano nulla o quasi, poiché per loro è importante il punto di arrivo, dove o vi è qualcosa da afferrare o un risultato da ottenere, siano luoghi di ferie o luoghi di trasferte di lavoro.

Immaginiamo il viaggio degli antichi, dei Fenici per mare, dei Romani per terra, le peregrinazioni dei popoli nomadi dell’Asia, i pellegrinaggi medievali, le diligenze del diciannovesimo secolo, i primi treni. L’Impero Romano doveva essere esteso non più di una ventina di giorni a cavallo da Roma. Oggi non abbiamo problemi. In giornata vado a lavoro a mille chilometri da casa e torno in serata, anche se tarda: venti, ventidue ore in tutto.

Rispetto ai molti che citavo sopra, per me, forse la cosa che conta di più è il viaggio, il sentiero, la strada, il percorso, l’itinerario. E’ l’Itinerarium mentis in Deum, come per Bonaventura da Bagnoregio. La meta resta ovviamente per me importante perché altrimenti nella mia vita non avrei conseguito risultati che richiedono mete intermedie e finali, per ragioni di studio e di lavoro, e a volte anche per vivere il mondo e le persone, ma l’itinerario di più…

Basta solo pensare al grande viaggio che feci in auto nell’Unione Sovietica, comunismo ancora imperante, o al viaggio alla ricerca del gotico francese, da Bourges a Chartres, da Rouen a Amiens, Da Beauvais a Reims. Il mio itinerario non conosce prima tutte le tappe, ma le vive di giorno in giorno, e ciò anche nel viaggio dell’anima nel grande Est russo. Colà io e Roberto vincemmo anche la rigidità concordata con gli uffici turistici del PCUS.

Caro lettore, per me è stato sempre così, fin da ragazzo. Non mi prendeva mai l’ansia di arrivare. Se avevo un impegno partivo per tempo. Semplicemente. Sono un homo viator, come racconta Gabriel Marcel in Homo viator.

Homines viatores sumus, omnes nos homines.

Constato che invece molti ragazzi d’oggi non badano all’itinerario, ma preferiscono smanettare sullo smartphone, mentre viaggiano, trascurando il paesaggio che scorre oltre il finestrino del treno o dell’auto. Sembra non gli interessi, come neppure la geografia, la topologia del territorio, lo sfondo di montagne o della grande pianura. E non capisco, faccio fatica a comprendere.

Sono in viaggio per il terzo fine settimana consecutivo, dopo Bari e Firenze, sono a Todi, per andare a Terni in un luogo di restrizione, dove vivono persone che possono viaggiare solo con il pensiero. Meno male che il pensiero arriva dovunque, in un tempo che non appartiene al krònos, ma al kairòs, perché arriva con un atto di volizione ai confini dell’universo. A confronto del pensiero la velocità della luce è paragonabile a quella di un carretto trainato da un’asina sullo sterrato color ocra del Vicino Oriente, tra il lago Van e le sorgenti del fiume Oronte.

A Todi sono arrivato presto e son riuscito a visitare l’interno della bramantesca Santa Maria della Consolazione, ecco, una tappa nell’itinerario, prima di andare in albergo, prima di visitare chi è ristretto in un carcere. E domani, tornando, vivrò la strada come un evento, non solo una situazione che prelude necessariamente all’arrivo, alla meta.

Per l’anno entrante, io che son stato più volte anche in Sud e in Nord America con i grandi aerei transoceanici, penso a un viaggio lento, di quattro o cinque giorni, in treno, tra una località e l’altra della valle del Po, alla ricerca di narratori delle pianure, sulle orme di Gianni Celati. Immagino già la trattoria adriese, tovaglie a quadretti, una caraffetta di rosso e un piatto di carne arrosto e, lì vicino, quattro anziani che se la raccontano. E io che gli offro un bicchiere di vino. “Da dove viene e dove se ne sta andando, signore?” qualcuno mi chiederà… e io, “Vengo dal Friuli, ma non so dove andrò, deciderò domattina, non ho una meta precisa“. E, dopo cena, due passi prima di ritirarmi nel vecchio albergo vicino alla stazione dei treni dove il sonno mi accoglierà, benevolo.

Le nevi del Grappa

Il grande Sacrario si staglia a quasi 1.800 metri contro il cielo terso, azzurro dopo la neve caduta. E’ nevicato e l’inizio dell’inverno in altura si è già manifestato, ma novembre ha riportato il sole e l’azzurrità delle alte cime.

Mario scivola e lascia sulle nevi del Grappa una piccola scia di sangue. Lo soccorro come si soccorre un commilitone alpino di cent’anni fa. Con rispetto dei 24.000, di cui 20.000 ignoti morti lì, Italiani e Austro-Ungarici, sorridiamo del suo piccolo sacrificio. Sangue di viandante offerto alla Patria. Il paesaggio è sconfinato e si capisce la ragione per cui i fanti e gli alpini italiani resistettero invitti lassù. Gli obici e i cannoni da 149/13 campali erano una barriera di ferro e fuoco insuperabile. Il Monte Grappa è un acrocoro inaccessibile a chi lo attacca, e da lì è partita le riscossa dell’italico esercito, fatto giovani di tutte le regioni. Cadorna è, grazie a Dio, disarcionato da re Vittorio e dal Capo del Governo Vittorio Emanuele Orlando, e sostituito da Armando Diaz, leale hidalgo ispanico.

E viene la battaglia del Solstizio d’estate, Vittorio Veneto, il Piave, il proclama un po’ altisonante del generale Diaz, che caro lettore puoi leggere sotto, la vittoria. Le grandi Nazioni d’Europa si sono scannate per quattro anni, fiumi di sangue, immenso dolore, milioni di morti, quasi tutti giovanissimi. E ora qualcuno vuol disfare l’Europa che ha richiesto tanta sofferenza per trovare sponde comuni.

Ecco il proclama del generale Armando Diaz dopo la vittoria.

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

L’origine del monte risale a circa dieci milioni di anni fa, per lo scontro – tuttora in atto – fra la zolla del continente africano e quella europea. La montagna è fatta di rocce marine: Calcari Grigi, il Rosso Ammonitico, il Biancone, la Scaglia Rossa.

L’uomo si fa la guerra e la natura, ferma, guarda col suo occhio poco men che eterno, rispetto alle nostre povere e brevissime vite. E mi vien pietà per coloro che scrivono, quando un uomo muore sui monti “Montagna assassina””. Ecché, sarà idiota l’umano che la sfida, pensando di poterla dominare.

E mi sovviene il passo lento degli alpini in fila verso il grande monte, camminando con calma, zaini da trenta chili in spalla e i muli con gli affusti degli obici e le mitragliatrici pesanti.

Di questo si parla con Mario scendendo verso il Brenta che circonda il monte e il Piave che lo sfiora a Est, e prima che la sera giunga rapida.

 

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