Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“Valore” e “valori” in Max Scheler e in altri pensatori


Max Scheler può essere considerato il pensatore contemporaneo che ha più e meglio approfondito il tema dei “valori” in ambito etico-filosofico, a volte dialogando e a volte polemizzando con il filosofo della politica Carl Schmitt.

Egli si mantiene in ambito rigorosamente filosofico, poiché rifiuta di sottomettere i valori ad ogni declinazione psicologistica o economicistica. Per lui i valori appartengono a una dimensione simpatetica della relazione tra umani, avendo “valore” in sé, non in funzione di qualcos’altro. Non contro Kant, ma quasi -si potrebbe dire- oltre Kant, Scheler ritiene che sia l’altezza morale del valore a qualificare l’intenzione morale dell’individuo che riflette, sceglie e agisce.

Per lui vige una gerarchia non convenzionale e crescente dei valori:1) i valori sensibili, 2) i valori vitali, 3) i valori spirituali e 4) i valori del sacro. Come si vede sono posti in scala, e c’è da pensare che lo stesso Abraham Maslow possa essersi ispirato a questa impostazione, quando elaborò la teoria dei “bisogni”.  Si tratta, per Scheler di una progressiva apertura dell’uomo al mondo (Weltoffenheit).

Il valore non coincide con bene e fine, poiché bene è un concetto che comprende sì il valore, un certo valore, ma non del tutto, in quanto il valore va oltre. Il fine è financo un termine che può anche non tendere o avere un valore, se è cattivo. in qualche modo il valore per Scheler è un dato trascendente, un po’ à la Platone, non tanto funzionale al benessere di stampo pratico tipico dell’etica aristotelico-tomista, ripresa in Italia, nel ‘900, dal Neotomismo di pensatori e docenti come Sofia Vanni-Rovighi e Gustavo Bontadini, ma senza escluderlo.

Per Scheler il valore è qualcosa che viene prima di ogni attributo delle cose, perché ne è l’origine, quasi. E’ generante le cose. E’ struttura di apertura al mondo, giammai costitutivo di ogni gerarchia dei valori o di un rapporto di forza fra i valori, per cui il valore superiore è quello capace d’imporsi “militarmente” sugli altri, poiché il bene è il volere il valore più alto in relazione alla solidarietà verso la comunità illimitata delle persone che amano. Essendo aperità, come scrive Heidegger, il valore si esprime sempre entitativamente, non solo puntualmente nel tempo dell’agire umano.

I valori personali si affermano non distruggendo i valori economici, ma solo dopo che i valori economici sono stati «appagati» e rilasciano, in un processo di sublimazione, la loro energia ai valori superiori. Nella storia, per Scheler, l’uomo si è sempre dedicato, tranne in rare e momentanee eccezioni, all’arte e alla cultura solo dopo aver appagato in qualche misura la fame e i bisogni primari, e qui torna l’assonanza e la coerenza con della “gerarchia dei valori” di Scheler con la “gerarchia dei bisogni” di Maslow.

La recezione e l’accettazione del valore richiede pertanto un complesso processo non solo ermeneutico ma pure formativo (problema della Bildung della personalità e dell’analfabetismo emozionale della persona): per Scheler infatti il punto di partenza dell’uomo non è l’ordo amoris ma piuttosto un disordine del cuore che va costantemente rettificato grazie all’esemplarità altrui (Vorbild).

Nel pensiero classico la nozione di valore, mentre in Platone si riferisce al bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò-che-vale-per-se-stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente accade anche nella scienza economica classica – moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx.

Il termine greco è axìa – α̉xίa, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate. Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, i quali sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili, concetti che Ricardo e Marx avrebbero successivamente sviluppato.[2] [3] [4]

San Tommaso recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la dignità della perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente (l’uomo). Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva ritenuto come valore primario la purezza della legge morale “a priori”, autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler, di cui abbiamo trattato sopra, e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo:[7] infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie culturale di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio (o meglio del Dio, n.d.r.) che è morto“. Che sarebbe morto, ma dopo tre giorni, secondo i Vangeli e Francesco Guccini risorge.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’essere-in-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essere-per-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o sostanza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura insieme con ciò che le circostanze e la volontà umana producono, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare per capacità comunicativa il sociologo F. Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio (almeno concettualmente), se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e/o metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14] Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore.

Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello in sé, dai beni diversi al bene in sé, dalle azioni giuste alla giustizia in sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario. Ma Kant, fedele alla gnoseologia della sua prima Critica,[16] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[17] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[18] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[19]

Quello che è certo è che non si possono confondere i valori con le procedure organizzative di qualsiasi genere e specie.

 

[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: (1817 – 1881), (1838 – 1917), (1859 – 1932).

[6] Hartmann N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cfr. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] Cioè, riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cfr. Heidegger M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cfr. sul concetto di natura il p. M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, Bologna 2004.

[11] Cfr. Alberoni F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cfr. dizione tommasiana circa l’uomo: “(…) persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura“, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, S. Th., q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cfr. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cfr. Mondin B., Il valore uomo, Roma, 1983.

[15] Cfr. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] La Critica della Ragione pura.

[17] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum, non scioglibile, non modificabile.

[18] Cfr. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi o.p., in Dialettica della Rivelazione, “(…) La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[19] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere (i temi che riguardano l’embrione), e al suo declinare (i temi che riguardano l’eutanasia).

A-crazia (dal greco a-kratìa), vale a dire governo senza oppressione, in tempi in cui le democrazie tendono a somigliare pericolosamente a demo-kratùre, dove il potere si esercita senza rispetto

Il mio amico Francesco Ferrari, filosofo pratico e socio di Phronesis, è ricercatore e docente all’Università di Jena. Ha scritto recentemente un agile volumetto: La comunità postsociale. Azione e pensiero politico di Martin Buber, edito da Castelvecchi. Il filosofo ebreo tedesco si è battuto tutta la vita per un socialismo religioso da una prospettiva ebraica non populista, e nemmeno sovranista. Di questi tempi leggere un testo come quello di Francesco allarga il cuore e le facoltà raziocinanti.

Lo consiglierei ai due vicecapidelgoverno, che sono -come ognun sa- notissimi intellettuali, particolarmente versati in discipline socio-politiche, storiche ed etico-giuridiche. Son convinto che ne trarrebbero un gran utile, ove riuscissero ad andare oltre pagina 15, che per me è il segno di una certa (nell’accezione di aggettivo partitivo, non attributivo) intellettualità.

Il pensatore cui Francesco ha dedicato un solerte suo impegno era socialista, ma di un socialismo intriso di utopismo e di umanitarismo. Non marxista. Il socialismo dei kibbutzim, specie di cooperative agricole e artigiane israeliane dove si condivide il lavoro e il reddito.

Il suo socialismo non poteva non connettersi con una forma particolare di democrazia, chiamata a-crazia, cioè un modello di governo non aggressivo e violento, mai, ben lontano dalle demokrature di questi anni, ma anche dalle democrazie zoppicanti che costituiscono il nerbo, si fa per dire, dell’Occidente attuale.

Contrario alla pena di morte, Martin Buber dialogò con David Ben Gurion ai tempi del processo Eichmann a Tel Aviv nel 1961. Adolf Eichmann fu impiccato e le sue ceneri sparse nel Mediterraneo, a monito futuro, Buber dissenziente.

Ispiratore dello Yad Vashem, Buber è il pensatore della relazione tra l’io e il tu (Ich und Du), dove il tu diventa io e l’io è tale come significato e valore soggettivo solo in relazione al tu. Sembra un’esagerazione estremistica questa di Buber, ma se ci pensiamo bene, in un tempo nel quale l’egoismo spiccio la fa da padrone non fa male.

Un altro tema cui il pensatore ebreo germanico si dedica è la riflessione sulla democrazia, lui che ha conosciuto da ebreo la fase infernale del nazismo, così come si è sviluppata in violenza inaudita dopo la conferenza di Wannsee, auspici condottieri Himmler e Heydrich, loro servitor fedele il già sopra citato Eichmann.

Democrazia, o governo del popolo monarchia, oligarchia, o governo dei pochi, acrazia, o governo non autoritario,  plutocrazia, o governo dei ricchi, meritocrazia, o metodo premiante i migliori, eucrazia, o buon esercizio del potere, cacocrazia, o cattivo esercizio del potere, etc. possiedono la radice kràtos, in greco potere, salvo monarchia che è composta da mònos, unico, e archè, principio, mentre dittatura no, perché deriva dall’iterativo dicto, dico ordinando, dico con autorità, in latino.

Addirittura vi è il Cristo pantokràtor, cioè il “signore del tutto”, molto presente nella tradizione teologica e iconografica o iconologica ortodossa. Vederlo nell’ovale dell’abside del sublime Duomo di Monreale, o a Ravenna.

Il discorso del potere è sempre presente. Da millenni. Inevitabile, il potere, come dimensione della con-vivenza.

Tratto da Daniel, propongo un breve brano scelto dal professor Ferrari per dar inizio al libro, e lì Buber scrive: “Tutto ciò che questo tempo ci ha dato dovrebbe essere riconquistato autenticamente nel corso di una nuova e inaudita lotta in nome della realtà. Ciò che adesso ha il suo esserci spettrale nella fretta sciagurata, nella dispersione e nella finalità, nell’apparenza dell’essere informati e nella falsa sicurezza – tutto questo deve diventare vita reale, vita vissuta. E questa è la vita dell’immediatezza e del legame fra gli uomini.”

L’anarchismo acratico di Buber è rispettoso e delicato, quasi, attento alla fragilità degli uomini, poiché a lui non interessa più di tanto la Gesellschaft, cioè la Società, ma la Gemeinschaft, la Comunità. La Societas è un qualcosa che lascia freddi, mentre per contro la Communitas communitarum è il dove della con-divisione, della con-vivenza, è il kibbutz nel deserto innaffiato da lontane acque faticosamente captate.

Buber pare sentirsi come un rabdomante spirituale, che cerca l’acqua dissetante dell’eguaglianza tra diversi, non un sionismo ferocemente identitario ed esclusivo, ma una fraternità umana inclusiva. Nella mia vita ho passato momenti in cui chi mi stava vicino parlava con compiacimento di esclusività, e io provavo un disagio. Buber, tra non molti altri, mi aiuta a pensare l’inclusione tra diversi, non la confusione -beninteso- ma una teo-politica intrisa di socialismo democratico, e a-cratico, giammai violento e impositivo.

L’utopia di questo socialismo in Buber e, mi permetto di dire, anche in Francesco Ferrari, non vive la distanza dal principio di realtà, ma la accompagna come ipotesi possibile, come un dispiegarsi fraterno del presente verso un futuro rischiarato.

Il friulo-scintoismo, una visione del mondo, o del dolore necessario

Quando ero capo del personale della più grande azienda friulana ho avuto modo di confrontare spesso il modo di lavorare della nostra gente, operai, periti e ingegneri friulani, con il modo di lavorare di tedeschi e svedesi, famosi nel mondo per correttezza, continuità e solerzia. Ebbene, i nostri nulla rendevano ai colleghi del Nord per capacità e saper lavorare senza requie, anzi. Impegno costante, dedizione e senso di appartenenza all’azienda erano al massimo.E mi ricordavano la determinazione di mio padre, Pietro, a partire par Lis Gjermanis, così si diceva in quel friulano un po’ dolente del piccolo paese delle acque, Rivignano, insieme con cinquanta, ottanta, cento colleghi furlani, che lavoro non avevano nella Piccola Patria. Due corriere della ditta Ferrari (nulla a che vedere con le auto da corsa) piene, che una mattina dei primi di marzo si muovevano dalla Tarabane di Rivignano, la lunga piazza centrale, per arrivare in mezzo ai boschi dell’Assia in cava di pietra. Ricordo ancora il nome della ditta parastatale che Adenauer aveva voluto costituire nel dopoguerra per rilanciare la Germania ferita: Westerwaldbrüche.

Pietro, mio padre era più kantiano di Kant. “Mi tocca partire, Gigia“, disse un giorno a mia madre, ché al paese non c’era lavoro, e io e mia sorella, bambini, dovevamo mangiare.

Gli emigranti vivevano in baraken molto simili a quelle che vidi decenni dopo, in un viaggio della memoria con lui, a Dackau. Facevano le corvèe a turno in baracca a pulire far da mangiare i giovanotti friulani della Bassa che vedevano in Pietro, oramai quarantenne, un capo credibile.

Si ammalò un po’ di crepacuore quando piantarono uno sciopero per avere un aumento, e furono cacciati, salvo lui, che però tornò a casa con tutti gli altri per ripartire la primavera successiva. L’aumento lui l’aveva già concordato con la Direzione per l’anno successivo, un aumento di paga oraria cospicuo, ma ciò non era bastato.

I miei, mio padre e mia madre, non vivevano il dolore della separazione come una mortificazione, come una punizione per chissà quali peccati mai commessi, ma come uno stato di necessità. Si doveva fare così, anche se c’era tristezza e dolore.

La determinazione, la continuità dell’impegno dei lavoratori friulani era, è incomparabile. “Sante scugne” è il detto furlano più basico, cioè santo dovere. Il dovere di andare, di fare, di partire. “Libers di scugnì là“, o liberi di dover andare, il libro di Leonardo Zanier, il poeta dell’emigrazione obbligata dei Furlani, dai fradis furlans.

Friulani un po’ buddisti e un po’ scintoisti, mi vien da dire ora che sono acculturato anche grazie a quel dolore e a quelle separazioni.

Se vogliamo vedere da vicino un poco quelle grandi tradizioni religiose dell’Oriente, constatiamo che lo scintoismo privilegia, al di sopra di quello individuale, l’interesse della comunità e il pubblico benessere. Mio padre portava via cinquanta, cento capi famiglia, che si impegnavano a stare insieme, a lavorare insieme. Per questo si ammalò quando decisero lo sciopero a oltranza e furono cacciati, in quella Germania dei primi anni ’60.

Il buddismo è la matrice dello scintoismo, il quale ne è una declinazione prevalentemente giapponese. Nel buddismo troviamo la dottrina della sofferenza o duhka (sans., dukkha, pāli), che è causata dal desiderare il possesso delle cose a livello individuale, il desiderio di ricchezza (libido pecuniae) e di potere (libido potestatis). Di contro in quell’ambiente spirituale si insegna la dottrina dell’impermanenza o anitya (sans., anicca, pāli), la quale mostra come tutto sia soggetto a nascita, sviluppo e scomparsa.

Aristotele, uno dei padri della nostra cultura parla di nascita, evoluzione e corruzione di tutti i viventi. Un modo di dire analogo per accettare il concetto di impermanenza.

Bene: che dire se non che i nostri, noi così eravamo. E ora, in questo cambiamento epocale nel quale arrivano altri migranti, qui da noi, e i nostri ragazzi hanno più problemi a trovare lavoro?

C’è ancora una lezione plausibile in quelle storie che paiono tanto lontane? Caro lettore, la metto giù sotto forma di domanda, perché è più importante farsi le domande giuste, piuttosto che pretendere di avere una risposta immediata e magari semplificata per tutto.

Sommessamente dico che sì, una certa lezione si può trarre da quelle esperienze, da quegli esempi, ma non basta, poiché -pur se la storia non si ripete mai- qualcosa insegna, se la si sa leggere o, meglio, ascoltare.

Da Marx a Nietzsche, da Freud a Edith Stein e Clemente Rebora, una esplorazione del pensiero contemporaneo

Cari lettori e gentili allievi,

la visione del mondo “laica”, nel senso etimologi co del termine (da làos, in greco popolo) negli ultimi due secoli è l’oggetto del corso semestrale proposto ai miei storici allievi di ogni età, che mi seguono da quasi tre lustri. Si iniziò con un corso di filosofia morale biennale che intitolai Il Bene e il Male nell’Uomo al fine di chiarire, per quanto possibile, la compresenza dei due “stati psico-morali” nell’anima umana, per cui non si dà mai né assoluta perfezione né, di converso, assoluta abiezione, nemmeno nei casi più estremi. Anche i santi avevano qualche difetto, e perfino Hitler qualche barlume di umanità. Ebbene sì, non foss’altro perché forse amava Eva Braun e la sua cagna pastore tedesco. Non scandalizzatevi. E Stalin aveva molte più qualità umane, per cui i due dittatori del ‘900 sono incomparabili, tra follia colpevole e paranoia.

In seguito facemmo un triennio di Storia della filosofia a partire dalla grande stagione della Grecia classica di Platone e Aristotele, Parmenide, Eraclito ed Epicuro, proseguendo con i pensatori cristiani da Agostino a Tommaso d’Aquino e Bonaventura, per completare con la rivoluzione filosofica e scientifica da Descartes e Galileo per giungere ai nostri giorni, attraverso Kant, Hegel e Nietzsche, cennando a Heidegger, Sartre, Wittgenstein e altri… fino al padre Fabro e a Severino tra i colleghi viventi, cui auguro lunga vita.

Compulsammo in seguito i Libri sapienziali nella Bibbia, per condividere la straordinaria lezione ancora e sempre attualissima di scritti esperti dell’uomo come l’eccelso Giobbe, la Sapienza, il Qoèlet e il Siracide.

Abbiamo proseguito con un corso su L’antropologia delle grandi Religioni, trattando la struttura della presenza del Sacro e del Religioso in ogni tempo e in ogni cultura, con particolare attenzione ai seguenti plessi religiosi: Induismo, Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo, Islam, Confucianesimo e Taoismo.

Se quest’anno tratteremo Il pensiero antropologico laico della modernità attraverso gli autori sottoelencati,  in futuro, se Dio vorrà, ci dedicheremo al  Pensiero italiano del ‘800 e del ‘900, scoprendo insieme, oltre ai “classici” Gioberti, Rosmini, Croce e Gentile, anche il pensiero di un sommo italiano, più noto come meraviglioso poeta, ma immenso anche come pensatore, il conte Giacomo Leopardi.

Qui sotto, se volete, dopo l’elenco degli autori cui ci dedicheremo quest’anno, potete sfogliare le diapositive del corso oggi iniziato.

—L’Uomo economicoKarl MARX; —    L’Uomo istintivoSigmund FREUD;     —L’Uomo angosciatoSøren KIERKEGAARD;     —L’Uomo utopico:   Ernst BLOCH;   —L’Uomo ex-sistenteMartin HEIDEGGER;     —L’Uomo fallibile:   Paul RICŒUR;      —L’Uomo ermeneutico:   Hans G. GADAMER;     —L’Uomo culturale:   Arnold GEHLEN;     L’Uomo problematico:   Gabriel MARCEL;—    L’Uomo religioso:   Mircea ELIADE;      —L’Uomo meccanico  Gunther ANDERS;      —L’Uomo sofferente:   Clemente REBORA cui aggiungerò, su suggerimento degli studenti Edith STEIN, cioè la co-patrona d’Europa Santa Teresa Benedetta della Croce.  

L’Uomo nel pensiero moderno e contemporaneo

Io, quasi come Baruch Spinoza, son condannato (ma me la rido) senza un processo serio, ove ciò sia plausibile, perché ritenuto un pericoloso pensatore e traviatore dei giovani, nel mio piccolo paese, nella mia remota regione, dal mondo prelatizio e dal popolo bue, ma el imbatido, don Alejandro Valverde, campione del mondo di ciclismo sulla durissima rampa di Innsbruck, mi sollecita a tornare in bici, e a fregarmene dei giudizi, come il Poeta insegna tramite Virgilio “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”!

Quando ho visto don Alejandro Valverde Belmonte valicare il tremendo colle al 28% sopra la Città sull’Inn, sono stato felice, sapendo il mio gentil lettore quanto esiti ad usar il termine “felicità”, cui non credo come perennità, o anche solo di significante durata, di stato spirituale. Ero certo che avrebbe battuto in volata i pur valorosi Bardet, Woods e Dumoulin, e i nostri, bravi e perdenti, ancora una volta. Non importa, perché ha vinto chi aveva più garra, più forza e coraggio, antica endiadi olimpica.

Ho detto a me stesso, che bello, ha vinto  el imbatido a trentott’anni, che mi ha sempre entusiasmato per il suo scatto veloce in salita, per la sua volata nervosa tra pochi resistenti delle corse più dure, per il suo sorriso murciano. Per la sua resistenza, assai simile alla mia. Al dolore e alla fatica. Tornerò in bici, anche grazie a lui.

Caro don Alejandro, ti auguro di continuare ancora, fino a che ti sentirai di correre senza sentire  nausea della fatica, con il tuo entusiasmo pieno di forza. E ora fammi parlare di un’altra analogia, se pure di diverso argomento, oltre a quella ciclistica. Pensa che una parte dell’ambiente dove vivo teme il mio pensiero, cioè le cose che dico, che scrivo e che pubblico.

Alla fine dello scorso anno una degna associazione del luogo si è fatta viva per programmare la presentazione di un mio volume di pondus e sostanza notevoli, pare, non indifferente, in una prestigiosa sede. Ci accordiamo sul tipo di presentazione e di serata, come più sotto ti renderò noto, mio caro lettore e, passati alcuni mesi di quest’anno, chiedo ai maggiorenti del club se si è decisa una data. A quel punto l’imbarazzo la fa da padrona, ché il mio libro è troppo difficile e contiene argumenta ardui per il pubblico locale, che parrebbe non in grado di reggere tanta difficoltà. Vengo poi a sapere per vie discoste e nascoste che la veritas vera è un’altra: qualcuno pare li abbia convinti che il mio libro è scandaloso perché parla della dimensione erotico-agapica, cioè dell’amore umano, nella Bibbia, e specialmente nel Cantico dei cantici e, come se non bastasse, che l’autore è un comunista, pericoloso pensatore e traviatore di giovani.

Per cui nulla si fa. Analogamente a Udine, il corrispettivo ente chiede la presenza dell’ordinario diocesano alla presentazione dello stesso libro. Il mio gentile lettore vada a vedere da qualche parte che cosa si intenda per “ordinario”, e certamente non significa “banale”. E’ un ruolo di comando in una certa struttura molto importante. Anche per lui sarei inutile e pericoloso.

Di seguito la sintesi preparata per la presentazione in Villa (Manin),  a partire dal titolo.

L’Erotismo è il motore del mondo

Un titolo del genere forse non scandalizza più nessuno, grazie a Dio. In realtà il Caffè Letterario (…) intende presentare un libro di teologia filosofica scritto dallo studioso nostro compaesano Renato Pilutti, dottore di ricerca in Teologia e Filosofia e filosofo pratico. Il titolo del volume è quasi preoccupante, per modo di dire, quanto a complessità: “La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros”. Che significa? Che nella Bibbia il tema dell’amore umano, dell’erotismo è trattato, eccome. E’ trattato in maniera poeticamente sublime, forse insuperabile nella letteratura occidentale, nell’epitalamio (inno nuziale) Cantico dei cantici, e poi in molti altri “luoghi” del testo biblico, il libro dei libri, scritto in oltre mille anni da decine di scrittori dal nome in larga parte sconosciuto.

Pilutti si è affaticato per oltre dieci anni, in mezzo ai molteplici impegni di lavoro e alla redazione di altri testi, nella scrittura di questo libro, che si propone di introdurre il lettore al tema meraviglioso e difficile dell’interpretazione del testo sacro per Ebrei e Cristiani, la Bibbia, per quanto riguarda l’amore (eros), sotto il profilo della simbolica della parola e della parola come simbolo.

Il tentativo è quello di comparare tramite un accostamento che scavalca oltre un millennio e mezzo, il pensiero su questo tema di un grande scrittore cristiano del III secolo, Origene di Alessandria, con il pensiero del filosofo francese contemporaneo Paul Ricoeur, e di altri pensatori contemporanei.

Uno studio accurato del testo biblico, secondo l’autore, permette di comprendere come forse la trasmissione quasi bimillenaria di una certa sessuofobia cristiana sia quantomeno mal posta, se non infondata.

Infatti, a partire dal testo genesiaco (1, 27) là dove lo scrittore biblico afferma che “Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si può comprendere come nulla dell’umano sia cattivo o malo in sé, e pertanto anche la dimensione erotica (e quindi legata all’esercizio del sesso) sia cosa buona, come accoglimento dell’altro/ altra nell’infinita possibilità dell’amore umano.

Il Cantico del cantici, così come è studiato da Pilutti con l’aiuto di pensatori antichi e moderni, è il testo-guida di una lettura rinnovata di un erotismo che può essere definito, non solo umanissimo, ma perfettamente cristiano, come bene in sé, unitività sublime voluta da Dio stesso, e perfino intensificazione solidale del sentimento. L’amore erotico è dunque, non solo del tutto umano, ma anche motore dell’attività stessa dell’uomo che desidera, attività desiderante (Platone) e concreta, poetica, creativa, costruttrice di qualità relazionale e di futuro.

Eccolo l’uomo scandaloso, pericoloso, da evitare. Cioè io.

Filosofia perenne e Filosofia pratica, per una vita filosofica, cioè una vita vera

Oltre ad essere il titolo di un lavoro molto importante dello psichiatra e filosofo tedesco Karl Jaspers, è anche un mio intendimento esistenziale, la philosophia perennis. Ché non se ne può fare a meno, se si è umani ragionevoli e pensanti. Lo sanno anche i bambini che chiedono “perché, perché, perché…”. La filosofia è il sapere che insegna a fare domande e a cercare umilmente pezzi di risposta alla ricerca delle verità della vita.

Nella sua opera filosofica, Jaspers dialoga con l’esistenzialismo di autori ottocenteschi come Kierkegaard, e con pensatori molto diversi tra loro: Nietzsche, Max Weber, Dilthey e Husserl. La summa del suo pensiero ha il titolo semplice e tautologico di Filosofia, dove sviluppa il cuore del suo pensiero antropologico e psicologico sull’uomo. Gli interessano soprattutto le “situazioni limite”, come stati dell’anima particolarmente adatti a una “chiarificazione dell’esistenza”.

Mi interessa Jaspers perché all’inizio del ‘900 ebbe la stessa sensazione che ottant’anni dopo maturò un altro tedesco, il professor Gerd Achenbach, quasi nauseato da una situazione accademica relativa agli studi filosofici che gli pareva, oltre che stantia, perfin paludosa, al punto che, fin da quando era studente ebbe questo convincimento: “Era mio impulso salvarmi spiritualmente“. Persino Husserl lo stanca, per cui cerca nuovi stimoli più indietro nel tempo, in Kierkegaard e Nietzsche, a suo pare più capaci di cogliere i significati e il senso della vita “vera e propria”, “concreta”.

Con questi autori Jaspers recupera una lezione già diffusamente praticata dagli antichi Maestri Greci e Cristiani (da Platone, Aristotele, Epicuro, Plotino a Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino), e forse, dopo Descartes, un poco negletta, rispetto allo spazio che aveva fin dall’antichità e dal Medioevo quando riguardava soprattutto il soggetto del pensiero, vale a dire l’uomo e la sua esistenza come “ciò che non diventa mai oggetto, l’origine partendo dalla quale penso e agisco, ciò che si rapporta a se stessa e, in ciò, alla sua trascendenza“.

Il suo schema è il seguente: – Esserci (Da-sein): l’esser qui proprio di tutte le cose che sono al mondo; – Esistenza (Existenz): definisce solo la condizione dell’uomo che non può essere definita completamente, ma solo chiarita, delucidata, analizzata; – Trascendenza (Transzendenz): ciò che è al di là della situazione attuale dell’esistenza, definisce la stessa pratica del filosofare come scoperta.

Jaspers va oltre le due grandi tendenze dottrinali della filosofia ottocentesca, il positivismo e l’idealismo, ritenendole entrambe dogmatiche e incapaci di cogliere il punto di vista del soggetto, senza pretendere che sia comunque il punto di vista in assoluto più valido, poiché la prima troppo materialistico-meccanicistica, e la seconda pericolosamente “campata per aria” e foriera di illusioni: non si dà solo il soggetto, né solo l’oggetto, ma una dinamica che rinvia il primo al secondo e viceversa; e ancora, il soggetto non si annulla nell’oggetto non diventando tutt’uno con esso, né accade viceversa.

Il lavoro filosofico da fare è la chiarificazione del senso dell’esistenza, che “non è né qualità, né quantità, né relazione, né fondamento (…)”, mentre le situazioni-limite sono come un muro contro il quale urtiamo: esse sono il dolore, il caso (da trattare -per me- con molta attenzione), la lotta, la guerra, la morte.

Oltre a tutto ciò può essere plausibile per Jaspers anche una dimensione trascendente, che corrisponde al Deus absconditus, cioè il Dio nascosto e sconosciuto, della teologia negativa di origine mistico-medievale, quindi non il Dio esplicito della Chiesa trionfante, e nemmeno il Deus-sive-Natura di Baruch Spinoza.

Ecco che possiamo a questo punto tornare ad Achenbach e alla sua proposta di Philosophische Praxis, di Filosofia pratica, vissuta, connessa e commessa con la vita dalla quale quasi non si distingue, se non per il pensiero-che-la-pensa, la vita. La consulenza filosofica e la filosofia pratica che rinasce da tempi lontanissimi, quelli di Socrate, Platone e Aristotele, Epicuro e Zenone di Cizio, et multi alii, con questo studioso tedesco, ma anche con altri autori, talora anche più affascinanti come l’israeliano Ran Lahav, si pone all’attenzione delle persone come una possibilità di approfondimento delle cose della vita e del mondo sorprendenti.

In un tempo, parlo del secondo dopoguerra, nel quale la Direzione spirituale della Chiesa sta declinando  a causa della secolarizzazione e anche per la crisi delle vocazioni sacerdotali, e le psicoterapie di varie scuole stanno dilagando e, ciò che può preoccupare, vi è una proliferazione di guru e truffatori cialtroni d’ogni genere e specie, la filosofia torna ad essere un approccio interessante, una possibilità di lettura delle cose risanante, a partire dal riconoscimento dell’Altro, di ogni Altro essere umano come interlocutore paritetico per valore e dignità etico-ontologica.

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I)

Il finale de La tempesta , ultima opera del “bardo” contiene i versi che danno il titolo a questo pezzo. E’ una storia di sovrani e usurpatori di isole mediterranee e magia, ma io preferisco parlare anche solo dei due versi citati, che Shakespeare scrisse o dettò, da quel gran poeta lirico che era. E soprattutto…

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e chissà che cosa vuol dire. Proviamo a fantasticare anche noi: che siamo a questo mondo volatili come i sogni è fuori di dubbio, e parlo delle nostre singole vite, e che noi sognamo “cose vere”, cioè delle res, è altrettanto vero: è vero che i sogni sono veri. Anche se Rorty direbbe semplicemente che “i sogni sono veri“. Volatili e veri come noi stessi.

I sogni poi, il Dr. Freud pensa, sono messaggi dell’inconscio: ebbene questo inconscio, se c’è, è parte profonda della nostra psiche. …

Ma provo a declinare il tema in un modo forse insolito o inaspettato per un testo del genere, che è letterario, parte di una commedia.

Papa Francesco non è compreso da molti, e anche da non pochi teologi, miei colleghi di scienza. Riporto un suo scritto, cercando poi di spiegare il collegamento con lo splendido verso shakespeariano.

Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37).

Che c’entra questo brano tratto dal capo 49 dell’esortazione papale Evangelii Gaudium con la poesia di Shakespeare? C’entra perché questo brano teologico-pastorale  è il brano di un sognatore. Francesco sogna una chiesa molto diversa da quella che fa notizia, da quella dei mantelli rossi e delle belle vite. Il papa sogna. E sogna come ognuno di noi, sapendo che i sogni sono reali. Ma Francesco papa è un sognatore concreto, che quest’ossimoro definisce in modo eccellente: un sognatore concreto capace di guardare negli occhi chi incontra e la persona a cui si rivolge, con attenzione particolare a chi è più disagiato e, quando serve, anche ai suoi confratelli, presbiteri o vescovi che siano, specialmente quando sbagliano.

Circa questo tema mi verrebbe voglia di scrivergli per raccontargli  quello che mi sta succedendo in questo periodo con vescovi e presbiteri locali, gelosi di me per recondite e incomprensibili ragioni. Ma mi convien seguire il Poeta maximo quando canta con Virgilio “Non ti curar di lor, ma guarda e passa” (Inf. III, 51), come fraternamente mi consiglia di fare un carissimo amico prete.

Sappiamo che se non si sogna non si può stare bene, poiché una parte del ciclo circadiano non funziona. Nel pieno del sonno R.E.M. (Rapid Eye Movements), la parte centrale di un ciclo, si sogna. E poi di solito si dimentica. Solo gli ultimi sogni, in vista del risveglio, nel centro dell’ultimo sonno R.E.M. possono essere ricordati al risveglio, ma, se non ci si affretta a raccontarseli, o a scriverne una traccia, scompaiono in una nebbia smemorante. Eppure non possiamo negare che i sogni sono esistiti, cioè sono-stati-qualcosa, non nulla. Pertanto i sogni sono veri.

Se la nostra vita ha la sostanza dei sogni è vera, eccome è vera, per cui il paradosso del grande inglese è solo apparente, caro lettor mio. In realtà Shakespeare intende dire che vita e sogni sono correlati in una verità sostanziale.

Come non ricordare infine Calderon de la Barca con il suo La vida es sueňo?

E dunque … noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

Le sponde dello Enisej

Ho fatto un sogno. Camminavo all’alba lungo le sponde dello Enisej. Non so se con me c’era mio padre, che me ne aveva parlato da piccolo, quando mi raccontava di tutti i fiumi del mondo. Ma sì, c’era anche lui.

Il sentiero si snodava nella sterpaglia stepposa di quella sponda; l’altra, che intravedeva appena a forse sette o otto chilometri di distanza, pareva più ardua, alta e scoscesa. Lo Enisej è uno dei fiumi più  lunghi (5.870 chilometri dalle più remote sorgenti) e possenti del pianeta: è il più grande dei grandi fiumi siberiani, insieme con il Lena e l’Ob. Alcuni suoi affluenti sono più lunghi e con più portata d’acqua dei maggiori fiumi europei, a parte il Volga e il Danubio, come le due Tunguska, la Pietrosa e l’Inferiore, e l’Angara.

Il grande fiume nasce dai monti Sajany presso la città di Kyzyl nella repubblica di Tuva, formato dai due rami del Grande e del Piccolo Enisej.

Mi hanno sempre emozionato le acque scorrenti, come nella metafora eraclitea. Mio padre camminava in silenzio, mentre io pensavo alla magnificenza del corso d’acqua e al pensatore di Samos. Pànta rèi, tutte le cose passano, così si può tradurre dal greco antico, ed eccome è vero, ma ognuna in modo diverso: anche i nostri passi sono diversi. Io non metto le tracce de i miei scarponcini sulle orme di mio padre, mentre lo Enisej scorre verso il Grande Nord artico.

Dopo aver rotto la catena dei Sajany con l’escavazione di gole profondissime da milioni di anni, lo Enisej rotola con grande turbolenza verso aree più tranquille. Rapide perigliose interrompono il corso del fiume. Quando giunge ad Abakan il suo alveo arriva alla larghezza di quindici chilometri. Dal vivo, e non in sogno, in vita mia ho visto uno spettacolo quasi simile solo a Rosario, in Argentina, dove il Rio Paranà raggiunge quasi dieci chilometri di larghezza. Colà pensavo che l’altra sponda corrispondesse a una fila d’alberi che mi pareva a un chilometro e mezzo al massimo. Ma Marcelo mi disse: “Renato, sai che oltre quell’isola lunga e stretta ci sono ancora otto chilometri di acque.” Eh sì, fino ad allora avevo visto come fiumi più grandi il Danubio, il Reno, la Vistola, la Loira. Più recentemente avrei visto l’immenso Dniepr, nella città ucraina quasi omonima. Ma il Paranà e lo Enisej erano un’altra cosa.

E chissà che impressione può fare il Rio della Amazzoni, anche solo a Manaus, o più in giù verso l’Oceano Atlantico, incontrando via via affluenti giganteschi come il Rio Madeira, il Rio Negro, il Rio Tocantins, cantato con entusiasmo emozionato dal caro amico ingegnere Giorgio L., mancato in volo.

Krasnojarsk si trova sulle sue rive e poi incontriamo l’Altopiano Syverma e il Putorana. Più a Nord lo Enisej si allarga di nuovo fino a oltre venti chilometri, come solo l’Amazzoni. Il suo bacino è immenso, iniziando dalla tajgà che circonda il profondissimo lago Bajkal, dove il ramo sorgentizio si chiama Selenga.

Camminiamo ancora in silenzio, io e Pietro. Lui ogni tanto si ferma, si mette le mani sui fianchi e scuote la testa. Par voglia dire: “Quanto lontani da casa siamo, Renato“. Non sappiamo neanche la ragione per la quale siamo là. Non siamo in emigrazione, non siamo in ferie, non siamo in una missione militare.

Cosa succede, allora? In che tempo viviamo? Mio padre mi sembra giovane, quasi come quando era militare in Grecia e Albania, e gli toccò di difendersi all’arma bianca. E io, come faccio a esserci già, son nato non pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

E stiamo camminando lungo lo Enisej. Siccome si è difeso all’arma bianca in un caposaldo italiano, del IV Reggimento Bersaglieri sul lago di Konijc, ci sono anch’io, anche se in un tempo improbabile, nel 1942. Forse nella sua mente, e così lontano, ben oltre i Balcani dove si trovava in quell’anno, dopo essere partito su una nave da Ancona per “destinazione ignota”.

Avrebbe potuto viaggiare anche sul Galilea, naufragare e morire in fondo all’Adriatico, ma non è andata così. E così sono nato io. Ma come mai eravamo in Siberia lungo il grande fiume? Più sopra ho scritto che è tutto un sogno, ma forse è altro, trovandosi su una stringa altra della realtà, come ipotizzano alcuni studiosi di fisica, e magari è tutto vero, in un tempo pensato, creato e vissuto ad hoc, voluto dalla passione e dalla curiosità per il mondo.

Ecco che il sogno è reale, è una res, una cosa che esiste nel tempo e nello spazio, come mio padre e me stesso, mentre camminiamo sulle sponde dello Enisej, in un chiaro mattino dell’anno…

La solitudine cosmologica e il paradosso esistenziale

Val la pena vivere? Una domanda che certamente si fanno in tanti a questo mondo, esseri pensanti, e parlo di noi, homo sapiens. E se la sono fatta senza dubbio moltissimi anche in passato. Se la sono fatta certamente, mi permetto di pensare, anche suicidi come Socrate e Seneca, i quali di sicuro avrebbero preferito vivere ancora, evitando di suicidarsi per ordine dello stato, la democrazia ateniese e la tirannide imperiale neroniana, rispettivamente. Caro lettore, ti ripeto la domanda: val la pena vivere?

Che domanda!, potresti dirmi. Eppure penso che molti umani si facciano questa domanda, specialmente quando incontrano avversità importanti, malattie gravi, impoverimento disperante, mancanza di qualcosa di molto importante per la vita. E allora vi sono anche decisioni radicali. Oramai vanno in Svizzera a concludere la vita non pochi italiani con malattie gravi o terminali e anche persone che non desiderano semplicemente più vedere le albe e i tramonti. Senza far nomi, ricordo la scelta di un raffinato politico di sinistra che qualche anno fa prese la decisione. Mi rattristai non poco, perché avevo nel tempo letto ciò che scriveva e lo avevo anche conosciuto durante un convegno.

Non riesco quindi a dire in assoluto se valga la pena vivere o no. Dovessi applicarmi a una risposta di carattere teologico cristiano, risponderei che sì, eccome vale la pena vivere, non solo perché la vita mia è unica, ma anche poiché non la possiedo, essendo proprietà divina.

Se scelgo la visione filosofica, dipende da quale scelgo: se la mia filosofia è un personalismo esistenziale risponderei ancora di sì, ché vale comunque la pena vivere; se invece la mia filosofia è di stampo scettico-stoico-nihilista, anche no, ma non è detto.

Sapendo che la vita umana ha un suo percorso e decorso e che, se non si muor giovani, si invecchia con tutte le notazioni del caso, e si può anche avere paura dell’invecchiamento, del dolore, dell’indebolimento. Oppure si può accettare questi cambiamenti se si riesce ad avere una visione alta della vita e della sua complessità. La vita in generale ha un che di inesprimibile e quella umana in modo particolare, con la sua complessità e misteriosità.

La vita viene, la vita vince, non ti chiede il permesso se ti fa diventar zigote. Quando ci sei ci sei, e basta. E poi come essere umano entri nella storia del mondo, entri nell’ambito del diritto, dei diritti, ne sei soggetto. Quando hai l’uso di ragione divieni consapevole anche di avere dei doveri.

Poi il tempo fisico-cronologico passa, intervallato da momenti di kairòs, momenti del tempo interiore, opportuno. Cambi, ti fermi, riparti, ti ammali, guarisci. Provi paura e la superi, con il coraggio; a volte ti viene da fare il temerario, altre volte la tentazione è la vigliaccheria.

Incontri persone che ti sono inferiori, ma hanno più potere di te e ti viene da mandare tutto alla malora, ma poi resisti. Questa è la vita: mediazione tra l’essere e il poter essere, tra l’essere e il dover essere. Resisti perché non vale la pena rompersi la testa contro un muro, duro anche se sbrecciato, oppure di gomma, dove rimbalzi, o dove ti impantani. E’ meglio stare liberi, all’aria, respirando profondamente.

A quanto sappiamo fino ad ora, siamo soli nel cosmo, cioè nell’ordine delle cose, e il silenzio delle galassie ci circonda. Chissà se vi sono altre “intelligenze” là in giro, e perché dovremmo esser-ci solo noi, direbbe Heidegger? Infatti non c’è ragion sufficiente per pensarlo: più plausibile è che qualcuno vi sia là in giro. Non sono mancati indizi finora, di queste presenze, ma nessuno è stato finora confermato al di là di ogni ragionevole dubbio, per cui questo dubbio rimane.

Non so se mi piacerebbe ci fossero altre intelligenze al mondo, capaci di onomaturgia, cioè di inventare parole, concetti, idee. Parole d’autore, neologismi che nutrono una lessicologia rinnovantesi, estro e inventiva, che spesso mi intrigano: ho inventato anch’io qualche parola, e chissà se qualche abitante altro del kòsmos è in grado di fare altrettanto, magari con altri strumenti, come ipotizzano Nick Bostrom o Lovecraft nella sua mitologia dei Grandi Antichi.

… che fare dell’ansia e di questo “benedetto” stress?

Insegnaci ad aver cura e a non curare/ insegnaci a starcene quieti”  (Thomas Stearns Eliot), si potrebbe iniziare così questa breve riflessione del grande poeta inglese su un termine oggi tanto usato e anche ab-usato.

L’ansia è come il rasoio di frate Guglielmo d’Occam, ma dannosa, solitamente non utile all’intelligenza come il metodo filosofico del francescano di Oxford. L’ansia taglia i dendriti che conducono ai neuroni depositari della memoria e danneggia lo studio e il lavoro. Lo studente ansioso fa fatica a studiare e perde le nozioni; al relatore ansioso succede la medesima cosa, così come al docente.

I manuali descrivono l’ansia come uno stato psichico dell’individuo cosciente, caratterizzato da forte apprensione, preoccupazione e anche paura. In questi casi la persona fa fatica a trovare un adattamento alla situazione e all’ambiente dove vive un’esperienza.

Chi si trova in questo stato prova a volte anche sensazioni fisiche negative come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea, tremore interno, fino alle manifestazioni del panico. Può esistere come disturbo cerebrale primario, oppure può essere associata ad altri problemi medici, inclusi altri disturbi psichiatrici o conflitti interiori. Amigdala e ippocampo, che sono parti del sistema limbico pare siano molto coinvolti dalla sensazione dell’ansia, forse anche una reazione a situazioni che potrebbero risultare dannose e quindi da evitare.

Le dottrine e metodologie orientali dello yoga e del tai chi sono utili a rimediare all’ansia e allo stress, e funzionano anche come antinfiammatori. Lo stress può essere anche motivazionale, ed è lo stress buono, l’eustress (termine greco-anglo-latino), mentre il distress (etimologicamente analogo) è dannoso. E’ fuori discussione l’utilità di un certo stress (da stringo, strictus).

Si combatte l’ansia e lo stress anche con un corretto muoversi dell’inspirazione/ espirazione, confermato da decine di studi sullo stress sui sistemi immunitari, con positive conseguenze perfino a livello di DNA.

Oggi si lavora sulla cosiddetta mindfulness o consapevolezza, attenzione. Se vi è costanza in questo approccio vengono contrastati gli effetti della tensione, riduce le citochine infiammatorie e promuove i fattori positivi come il BDNF o brain derived neurotrophic factor.

Sembra anche che cantare riduca il cortisolo, ormone dello stress, e che perfino il tumore possa in qualche misura essere prevenuto e il criceto impazzito (cioè io stesso), guarito.

Un modo antico per combattere l’ansia è la riflessione, la capacità di usare la logica e la filosofia naturale e pratica, talché è possibile lavorare sugli stati ansiosi aiutando le persone ad aiutarsi, utilizzando le facoltà intellettive e il metodo dell’argomentazione. Ogni persona può trovare la strada della consapevolezza e distaccarsi da questo condizionamento psichico e morale molto pericoloso.

Parlo di questo argomento perché molto spesso vengo interrogato sul tema e non se ne parla mai troppo.

Jacques Prevert scriveva così: “Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio“.

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