Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Noa Pothoven non c’è più perché

si è tolta la vita ad Arnhem in Olanda, dove c’è una legge che permette il suicidio assistito dopo il compimento dei sedici anni, ma in questo caso lo stato non c’entra. Noa lo ha fatto a casa, pare, lasciandosi morire di fame. Voler morire, decidere di morire e poi morire interpella i più profondi precordi dell’anima.

C’è chi organizza i viaggi in Svizzera dall’Italia come la società Exit, il cui amministratore dice che il suo lavoro è come un altro e lui si limita a offrire (a pagamento) solo un supporto tecnico-logistico. Cercalo sul web, gentile lettore, ché vale la pena, per renderti conto fin dove può arrivare il freddo cinismo di qualche affarista, di qualche umano. E poi vi sono militanti radicali disponibile ad a accompagnare in Svizzera chi vuol chiudere la vicenda terrena per ragioni visibilmente comprensibili. Mi riferisco in particolare al caso di Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, di cui qui ho già scritto.

Non è banale decidere per il suicidio, fenomeno studiato da molti, fin dalle tesi degli antichi filosofi stoici, Seneca in primis, che si suicidò, certamente per ordine di Domizio Enobarbo, l’imperatore Nerone, senza attendere che qualche sicario lo uccidesse, nel caso in cui non avesse obbedito al “cesare”.

Condannato dalla dottrina morale cristiana che ritiene la vita umana bene indisponibile all’uomo, perché dono di Dio, il suicidio è stato studiato molto bene da Émile Durkheim nel 1897. Il sociologo francese era filosoficamente un positivista collettivista, per cui la società, per come è fatta, per i valori o disvalori che ha, per i problemi che pone, è ben più importante dell’individuo per la presa di decisione suicidiaria. Egli scrive:

«Se iniziamo dall’individuo, non saremo in grado di capire nulla di ciò che sta accadendo in un gruppo […] Di conseguenza, ogni volta che un fenomeno sociale viene spiegato direttamente indicando un fenomeno psicologico, possiamo essere sicuri che la spiegazione sia sbagliata”.»

Inoltre, pensava che un fenomeno sociale si potesse spiegare solo esaminando un altro fenomeno sociale, credendo in una sorta di meccanicismo causa/ effetto. Infatti afferma:

«Il suicidio coincide negativamente con il grado di integrazione nei gruppi sociali a cui l’individuo appartiene. […] Ci deve essere quindi una forza nell’ambiente comune che colpisce tutti nella stessa direzione, e il numero di suicidi individuali sarà alto o basso a seconda di quanto forte o debole sia questo potere”.»

Il suicidio. Studio di sociologia (titolo originale Le Suicide) è il testo a cui mi sto qui riferendo. Durkheim è convinto che la situazione sociale  condizioni le scelte individuali, in particolari situazioni di fragilità psicologica, fino quasi a coartare la scelta personale. Dal web: “Le statistiche mostrano che il suicidio è un fenomeno sociale normale: è un fenomeno regolare presente in molte società e, all’interno di ciascuna società, i tassi di suicidio si evolvono relativamente poco: Ciò che questi dati statistici esprimono è la tendenza al suicidio della quale ogni società è afflitta collettivamente“.

Lo studioso cercò in un primo momento di individuare le cause del suicidio e in seguito di proporre una sorta di classificazione dei tipi di suicidi, in base alle loro cause.

Venendo alla situazione attuale, da un punto di vista giuridico-legale in qualche stato è legale il suicidio assistito, nel quale il medico aiuta chi ha deciso di togliersi la vita, e differisce dall’eutanasia, poiché in questo caso il soggetto provvede a somministrarsi le sostanze mortali in modo “volontario” e autonomo.

Il tema interpella etica e religione, fortemente, e non è affrontato con superficialità in nessuno degli stati dove è ammesso. Belgio, Olanda, Colombia, Lussemburgo, Svizzera, e anche Oregon, Washington, Montana e California negli USA lo regolamentano.

Noa Pothoven, vittima di due stupri, anoressica e depressa, precedenti tentativi di suicidio, si legge, non è stata in grado di uscirne. Come è stata aiutata? Le notizie relative alla drammatica vicenda parlano di vari tentativi di rinforzarla, senza successo. Il ministero della salute olandese vuole accertare “il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore” nei trattamenti somministrati.

Lei aveva anche scritto un libro con la sua storia nell’intento di fare coraggio ad altri giovani fragili, ma una decina di giorni fa ha rivelato sui social di voler porre fine alla sua sofferenza psichica “insopportabile e senza speranza“. “E’ da tanto che non mi sento davvero viva – aggiungeva – respiro ma non vivo” ed esortava i suoi follower a non tentare di dissuaderla. Prevedeva perfino quando sarebbe arrivata la fine: “Entro una decina di giorni“. E così è stato. “Genitori e medici – riporta il Guardian citando proprie fonti anonime – hanno concordato di non procedere all’alimentazione forzata“, una pratica consentita dalle linee guida dei medici olandesi secondo le quali “se un paziente nega il consenso alle cure, chi ne ha responsabilità può smettere di prestarne“.

Il papa ha scritto: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza (…) la morte di Noa è una grande perdita per qualsiasi società civile e per l’umanità. Dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita“.

I Cinque Stelle hanno presentato una proposta di legge per l’eutanasia. Non so se e quanto abbiano approfondito il tema.

L’argomento di cui qui scrivo è di una delicatezza e profondità estrema, e le semplificazioni e le tecnicamente ignoranti considerazioni di non pochi, sui media e nella politica, non aiutano, anzi confondono. Perdere prematuramente la vita per un incidente o per malattia – purtroppo – appartiene all’esperienza comune, ma togliersela volontariamente (?) è cosa molto diversa. Torna in campo il tema della libertà. Fortissimamente. E qui rinvio al saggio di qualche settimana fa, scritto in questo sito, e a una sterminata letteratura filosofica, teologica, psicologica, sociologica e religiosa.

Per Spinoza e altri di varia provenienza teoretico-morale il suicidio, come ogni cosa-che-accade, appartiene al regno della “necessità” (ciò che non cessa), per cui non-può-non-accadere, in quanto coerente con tutti gli altri flussi causali che generano la realtà tutta.

Mio caro lettore, permettimi di dissentire da questo determinismo semi-assoluto. Non può essere che la decisione di togliersi la vita dipenda “solo” dal fatto che è previsto/ coerente-con-il-tutto la decisione suicidiaria, proprio per evitare che manchi un tassello alla… realtà. Anche accettando le teorie di Benjamin Libet dell’anticipazione (biologica) elettrochimica della decisione rispetto all’atto “libero”, non è plausibile che  non vi sia uno spazio di libertà in una decisione così drammatica, specialmente quando le “ragioni” sono di carattere psicologico-spirituale, e conseguentemente anche fisico, come nel caso di Noa o, più precisamente, nel caso del povero Lucio Magri.

Altro e diverso è il discorso di Dj Fabo. Il giovane uomo era in condizioni che definire terrificanti è un eufemismo, dopo un grave incidente stradale. La sua decisione è stata quella di cercare una fine che gli risparmiasse ulteriori tormenti. Il mio giudizio, da persona che è “uscita” (?) da una malattia gravissima, è improntato a un grande rispetto. Nel tempo e con l’esperienza ho anche cambiato idea rispetto a quella che nel 2008/ 9 mi ispirava a scrivere in un certo modo della povera furlanute Eluana, poiché ora su quella vicenda, vivendo e pensando e parlando con il dottore Amato, che la vide negli ultimi giorni, ho maturato una diversa posizione.

Libero arbitrio o meno, “proprietà” o “mandato” di ciascuno sulla sua propria vita, il tema del suicidio interpella i temi più profondi, delicati e difficili circa il valore della vita umana. E’ certo per tutti che la decisione di venire-al-mondo non è del soggetto, mentre è certo che, tecnicamente, il soggetto umano può decidere di togliersi la vita. La discussione, che deve essere sempre pacata, verte dunque su questo tema: se la vita sia un “valore” indisponibile alla volontà umana o meno. Non è una questione peregrina, poiché merita tutto il rispetto possibile e l’umiltà della ricerca e della competenza.

Se il papà o la mamma di Noa mi avessero contattato per aiutare la loro bambina, non so che cosa avrei potuto fare, chissà. Forse, utilizzando la filosofia pratica che, come si dice oggi, è una mia mia skill importante, forse – se coinvolto per tempo – si sarebbe stati capaci insieme – io e lei – di trovare un pertugio riflessivo per considerare che sarebbe valso la pena (?) continuare a vivere.

Irrazionalismo, nihilismo, nazionalismo, sovranismo, suprematismo, razzismo

Alternative für Deutschland, la Lega e Fratelli d’Italia,  il Rassemblement National della Le Pen, il partito di Orbàn, che si chiama Fidesz, i polacchi del PiS,  i nazionalisti fiamminghi di Vlaams Belangs, la destra austriaca del Fpo, gli euroscettici svedesi di Sweden Democrats  gruppi come CasapoundForza Nuova , il Pvv di Geert Wilders, le Croci Frecciate evocanti analoghi gruppi ungheresi degli anni ’40, i “suprematisti” bianchi americani inclini alla violenza e all’uso delle armi, il “trumpismo” con le sue contraddizioni volgari e altri, sono movimenti e partiti certamente non sovrapponibili, ma attestano diversamente “culture” politiche altre rispetto alle forze che si sono divise il potere nelle grandi nazioni dopo la Seconda guerra mondiale.

Anche i termini che ho posto nel titolo non sono sinonimi. Forse il più importante sotto il profilo culturale è il primo, irrazionalismo. Si tratta di un “nome” filosofico, presente nella storia del pensiero europeo fin dal XIX secolo con pensatori come Schopenhauer e Nietzsche, via -in un certo senso- Leopardi, che però rappresentava soprattutto ben altra temperie e una geniale arte poetica, che lo rende unico.

Questo pensiero genericamente definibile “di destra” si fonda su una visione ancestrale del popolo, rappresentata in maniera parzialmente intraducibile in italiano, dell’aggettivo “völkisch” (cf. G. Rusconi, Dove va la Germania), che non ha solo l’accezione semantico-etimologica di “popolare” in tedesco, ma molto di più. Ciò avviene mentre le varie sinistre, moderate o meno, non sanno rappresentare il “popolo” e i suoi interessi anche come solo un ventennio fa. Il rinforzo presente in “völkisch” ha a che fare con “Kultur”, lemma che non significa solo cultura come sapere, ma dimensione antropologica di un popolo, e di quello tedesco in particolare, storicamente depositario di un superiority complex impressionante. “Noi -pare pensino i Tedeschi- abbiamo qualcosa di più e di diverso dagli altri popoli“.

Il tema, ben studiato da Gian Enrico Rusconi, parla di una Germania che non riesce ancora a distinguere il proprio humus storico profondo dall’esperienza indicibile della storia nazista, dove l’abisso di male dell’uomo è stato svelato, e che non è possibile neppur comprendere, nemmeno se si amplifica lo sguardo all’infinito.

Vi è un irrazionalismo radicale o metafisico, il quale sostiene che la realtà, tutta, sia condizionata dal destino, dal fato, uno scetticismo deterministico pericoloso e quasi disperato. Ci sono anche posizioni più moderate, non completamente avulse dalla funzione intellettiva raziocinante, ma più orientate a valutare come strumenti conoscitivi i sentimenti,  le passioni, gli istinti, l’intuizione, la fede, l’esperienza estetica. Filosoficamente si tratta di un mix di scetticismo, di misticismo anche religioso e teologicamente “negativo” (la teologia negativa preferisce tacere sul divino, e quindi non è del tutto… negativa), di romanticismo, di sentimentalismo.

Nell’ambito della creatività artistica, soprattutto in letteratura, da metà ‘800 in poi fiorirono modelli estetici come il simbolismo, il decadentismo, e nel ‘900 il surrealismo, il dadaismo, il futurismo, la patafisica, e perfino il dannunzianesimo come estetismo. Questa visione del mondo rifiutava l’idealismo hegeliano e il positivismo di Comte, preferendo di gran lunga Schopenhauer e Nietzsche.

Il contesto culturale di quel tempo -in generale- rifiuta l’ordine logico e la struttura sintattico-grammaticale dei testi, preferendo le “parole in libertà”. Tutto ciò sa molto di nihilismo filosofico, per cui si pensa che la distruzione sistematica dei valori, non sia irrazionale, solo che si pensi che debba essere messa in atto.

Il nazionalismo si colloca in un pendolo, là dove, se un estremo può essere una forma di patriottismo esasperato, l’altro estremo confina con le peggiori teorie e prassi marchiate dalla storia come disumane, poiché incapaci di accogliere l’altro come pari in dignità: l’esempio più devastante è -penso- quello del nazionalsocialismo, che riteneva i popoli non tedeschi inferiori, con una precisa tassonomia, che elencava in testa gli anglosassoni (inglesi e scandinavi) come degni di una qualche collaborazione (non dimentichiamo che Churchill negli anni ’30 non era il peggior nemico per Hitler e viceversa; il sovranismo sostiene un’autonomia delle nazioni/ stato a scapito di ogni integrazione di livello superiore, come può essere in una comunità (piena di difetti, ma anche di pregi) come l’Unione Europea; il suprematismo è una posizione filosofico-politica presente nel mondo anglosassone, la quale, di matrice chiaramente razzistica, sostiene la superiorità dei bianchi sulle altre etnie ed agisce di conseguenza, proponendo norme consone a questa visione e non disdegnando il ricorso alla violenza: il razzismo è il nome classico del suprematismo, ed ha radici storiche antiche  e più recenti: a cavallo tra il XIX e il XX secolo si sviluppò non solo in Germania con i noti tragici esiti, ma anche nel Nordamerica, in Sudafrica, in Francia e altrove. In particolare -storicamente- ebbe il popolo ebraico come obiettivo da attaccare, dai pogrom medievali e moderni della Galizia russa, Ucraina e Polonia, fino alla soluzione finale dei nazisti (cf. Wannsee, 1942).

Tornando ai nostri tempi, non si pensi che i partiti e movimenti che ho elencato all’inizio siano specchi di virtù morali e civiche, perché ognuna di quelle sigle ha cose di cui si può e si deve vergognare, che preferisce sottacere o nascondere, come i 49 milioni “spariti” della Lega, di cui Salvini non vuole parlare, perché era secondo lui una faccenda di prima, di Bossi, il papà dei due figli manigoldi, e oltraggiatore del Tricolore.

Questi signori sono proprio… questi, non-eroi, non meglio degli altri, non-esempi. Tra costoro, molta brutta gente, gente che plaude magari alla sospensione della professoressa di Palermo, che ha lasciato le briglie sul collo ai suoi alunni, per poi spiegare e correggere.

Non credo sia impossibile rimediare a queste brutture. Bisogna avere (kantianamente) pazienza e resistere, studiando, comunicando bene, dialogando, e soprattutto sviluppando il pensiero critico.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola V., Ossola

Forse solo la formazione della grande Inter di Helenio Herrera è diventata altrettanto nota come cantilena ritmica per dire una squadra di calcio (Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola A., Peirò, Suarez, Corso), anche se forse non sono state le più forti squadre di ogni tempo che, a parere di molti, furono il Brasile ’70 di Pelè, Tostao, Gerson, Carlos Alberto, Rivelino, Jairzinho, etc, e il Milan di Van Basten, Gullit, Donadoni, Baresi, Rijkard, etc. Questi ultimi chiamati “invincibili” come il “grande Torino”. Comunque, ai sui tempi il Torino era la più forte squadra del mondo.

Il 4 maggio 1949, tardo pomeriggio, nebbia fitta, nuvole basse e pioggia battente su Torino. Il trimotore Fiat G212 cerca un varco per l’aeroporto di Caselle, e scende a meno di 600 metri di quota impattando sul colle di Superga. L’aereo era partito da Lisbona in mattinata e aveva fatto uno scalo tecnico a Barcellona. Me ne parlava quand’ero bambino, Pietro, mio padre, e il suo racconto era epico, come quando mi narrava di Bartali e Coppi, dell’Izoard e dello Stelvio e che, se non ci fosse stata la guerra, i nostri due grandi si sarebbero spartiti altri quattro o cinque Giri d’Italia e Tour de France, e non ci sarebbero stati Merckx e Hinault a contender loro la palma dei più grandi ciclisti di sempre.

Un pezzo di cronaca degli ultimi minuti del volo…

“A circa 15-20 minuti stimati dalla pista di Torino l’equipaggio del trimotore richiedeva nuovamente il rilevamento geometrico ai radiofari di Novi e Savona. Scosso dal vento di libeccio e sferzato dalla pioggia battente, I-ELCE entrato in volo strumentale ricontattava Torino alle 16:55 per avere nuovamente il bollettino meteo. Rispondeva la torre: “Torino: calma, visibilità 1.200 metri. Tempo presente pioggia continua, tempo passato pioggia. Nubi basse 8/8 strati e fractostrati limite 480 metri. In tutte le direzioni sopra le montagne, invisibile stazionario. Superga: cielo invisibile. Vento nord 10 nodi, visibilità 40 metri: tempo presente pioggia continua, tempo passato pioggia: in tutte le direzioni invisibile verso il basso.”

Quel 4 maggio, dopo lo schianto che frantumerà l’aereo, dice il cappellano della Basilica: “Ho sentito un rombo, paurosamente vicino, poi un colpo, un terremoto. Poi il silenzio.” E una voce di fuori “È caduto un apparecchio“…

Un crepuscolo durato tutto il giorno, una malinconia da morire. Il cielo si sfaldava in nebbia, e la nebbia cancellava Superga“, riportava il cinegiornale Settimana Incom.

Circa le cause dell’impatto:

“…l’ipotesi forse più accreditata sembra oggi risiedere nei limiti della strumentazione di bordo e di terra disponibili all’aviazione civile di 70 anni fa. A causa dell’approssimazione della navigazione strumentale e della mancanza di standardizzazione nelle comunicazioni tra la torre e il velivolo, si sarebbe creato un lieve errore di rotta e altitudine (in termini di pochi secondi o poche decine di metri) che avrebbe portato il G.212 in rotta di collisione con la basilica. Bisogna tenere conto che all’epoca del volo fatale il trimotore non era dotato né di radioaltimetro e neppure del radar orizzontale, che avrebbe potuto avvisare in tempo utile l’equipaggio della presenza dell’ostacolo in rapido avvicinamento. Da considerare, secondo gli esperti, anche l’azione del forte vento di libeccio che soffiava sulle alture di Torino e che avrebbe potuto spostare di qualche grado l’angolo di approccio di I-ELCE alla pista, distante appena 9 chilometri in linea d’aria dal punto dell’impatto.

Un errore umano dunque, molto probabilmente causato inconsapevolmente per la ridotta sicurezza nel volo strumentale di quegli anni oppure per una errata interpretazione delle carte nel momento in cui la vista del terreno scomparì agli occhi dell’equipaggio. E da quelli dei giocatori del Grande Torino, inconsapevoli del loro tragico destino per tutta la durata di quel volo che riporterà l’Italia nel lutto che sembrava svanito con la fine della guerra.”

Mi piace questo brano che trovo sul web e lo riporto.

Il sole che scintilla su Torino a momenti lascerà il passo alla pioggia, perché quando s’avvicina il 4 maggio c’è sempre un momento in cui il cielo diventa implacabilmente livido e d’improvviso cala il buio, come buio era quel pomeriggio di settant’anni fa quando l’aereo del Grande Torino – all’epoca, la squadra più importante del mondo – si schiantò contro la basilica di Superga. Nessuno sopravvisse. Non un giocatore, non uno tra allenatori medici e massaggiatori, non un membro dell’equipaggio, nessuno dei tre giornalisti al seguito. Fu la tragedia più tragica che abbia mai colpito il mondo dello sport, l’unica che abbia raso al suolo una generazione intera di calciatori, dei migliori calciatori che l’Italia avesse nel dopo guerra, e che abbia cambiato per sempre la storia del club e della gente che lo ama, che da allora si porta dentro i due sentimenti che quell’amore alimentano: la rabbia per la più ingiusta delle ingiustizie possibili e il rispetto della memoria, romantico e doloroso al tempo stesso. Chi nel ’49 c’era, ha un ricordo che gli gela la colonna vertebrale, più di ogni altro: seppe della notizia perché qualcuno gli disse, con disperata incredulità, “è morto il Toro”. Nessuno immaginava che una squadra potesse morire.”

Qualche anno fa mi ci ha portato una persona sensibile di lì. Non c’era molta gente davanti alla Basilica. Andammo sul retro dove è stata collocata una grande lapide a ricordo della tragedia.

Il resto è memoria indelebile.

La notte del lavoro narrato

Ottanta persone, una più una meno, di varia provenienza e età, un martedì sera primaverile, l’ultimo di aprile, senza premura di andar via. Quasi due ore di racconti, di lavoro e di vite. Vedo amici, colleghi e allievi, ma molti non conosco. C’è il carissimo Alberto, mio medico di generosa fama. Bene, dico a me stesso, è l’occasione di vedere volti nuovi, entrando in contatto, ascoltando e guardando, incrociando sguardi e movimenti del volto. Mi dispiace non poter dar retta a tutti, e le risposte che qualcuno si attende da me, quasi fossi taumaturgo. E un po’ lo sono, in questo tempo.

 

Il Racconto

C’è chi viene da una famiglia di organari da quasi trecent’anni, e narra il complicatissimo lavoro di fisica acustica, meccanica, falegnameria, pneumatica, elettronica, che sta dietro e dentro la costruzione d’un organo da chiesa o da concerto. Francesco Zanin racconta la sua storia con eleganza sobria, e quella di suo padre, dei suoi avi, della sua famiglia laboriosa e geniale. Scorrono immagini d’organi costruiti per quivi e per paesi lontani, per Lignano e Hiroshima, e il pensier mio si rivolge a Bach Johann Sebastian di Sassonia, ma anche all’operaio ottantenne, che ancora stava dietro al tornio, alle mani straordinarie e alla fantasia del gran Tedesco d’Eisenach, e alle non meno artistiche mani dell’uomo del tornio.

Ulderica ama dir di sé e della connessione tra la vita e le immagini da lei fissate per l’eternità, con la macchina fotografica, ritraendo il momento metafisico (eccome si dà la metafisica, in quanto sapere fondativo, amico che addirittura ne neghi l’esistenza, non solo l’importanza), ed ecco perciò l’eterno di vecchi e bambini, di malgare e pescatori di laguna e di “mar grando” (B. Marin). Il fluire delle sue parole sembra infinito. Facunditas, la chiamo quando Piero, il maestro di cerimonie, mi invita a interrogarla, per definire la virtù narrativa della donna di Carnia.

Magra e nervosa, fresca e verace, due coppie di aggettivi che non ridondano, la Micaela, tutta di corsa, dai tempi delle galline starnazzanti invano impegnate a sfuggire alla bimba razzente. Di mestiere ha fatto la corsa, finché il limitare di gioventù glielo ha permesso, un poco vergognandosene, da Furlana estrema. Bonessi è nel novero dei campioni, e anche di modestia (non falsa, come in molti) e cultura, senza enfasi alcuna, racconta il suo incedere, “è l’itinerario che conta, afferma, più della ricercata vittoria“.

Il capo azienda, che ha fatto della scelta iniziale un cammino ancora durevole, una maratona del/ nel lavoro suo e di molti altri, migliaia. Quasi con sommesso discorrere fa vedere la necessità del non compiacimento, dell’allerta primigenia, che si deve avere,  ancor quando sembra che le cose vadano bene, anzi proprio quando vanno ancora bene. Non è vero del tutto che “squadra che vince non si cambia“. Annusare il futuro è virtù di pochi, che può essere umilmente coltivata da metodiche. Anche le nostre vite, sostiene Gianluca, sono come le aziende: è bene pre-vedere, anticipare, esser sinceri con se stessi e con gli altri, per evitare di ballar perigliosamente sulla corda.

E io ricordo il diritto di conoscere, oggi negletto, danneggiato da mille e mille falsità che la rete somministra a tutti, panie dove i pigri e gli incliti rischian di cadere, e di finire come mosche attese dal ragno. “Prede e ragni” (cf. De Toni e Comello, Utet, 2005), altro non v’è nella contesa del vivere umano. Cerco di distinguere nell’accadere delle cose tra caso (che per me non si dà) e cause, tra necessità e contingenza, tra destino come rassegnazione e destino come creatività e partecipazione. Tornando alla distinzione tra prede e ragni, se sei preda chiediti se vuoi proprio esserlo: se non, agisci come suggerisce Gian, senza aspettare che qualcuno ti venga a salvare.

Vana potrebbe esser l’attesa e perfino, almeno in parte, la tua vita.

Come san Paolo spiega a un vicecapo del Governo che cosa è la Carità e le sue espressioni più operative ed efficaci, come la “Caritas”. In coda il racconto breve di una sesquipedale idiozia

Caritas è un termine latino (in greco agàpe) che significa, più o meno da san Paolo in poi, amore per l’altro, non semplicemente elemosina, ed è la più grande delle virtù teologali, come lo stesso Apostolo delle genti spiega nella Prima lettera ai Corinzi al capitolo 13 in questo modo: 4 La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, 5 non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. 7 Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Riporto di seguito l’esegesi teologica del padre Paolo Berti, che scrive come meglio non si potrebbe, a parer mio.

La carità è magnanima”; la magnanimità è la grandezza d’animo, la disposizione generosa a rapporti interpersonali costruttivi, pazienti, lungimiranti nella fedeltà al quotidiano, senza badare al denaro, a fatiche, a rinunce; sempre pronta a rigettare la tentazione di avere onori e utili, e sempre pronta a sostenere le prove  con umile e ferma dignità; è l’avere un umore costante sì che gli uomini non rimangano disorientati da variazioni di disponibilità.

Benevola è la carità”; la benevolenza è la disposizione d’animo alla pace, alla comprensione, alla fiducia pur sempre nella vigilanza e prudenza. E’ disposizione pure all’arrendevolezza, non per cedimento della verità, ma per lasciare cadere nel vuoto le aggressività caratteriali che sovente si incontrano tra gli uomini.

Non è invidiosa”; l’invidia è anticarità perché è godere del male altrui e rattristarsi del bene altrui, questo per emergere sugli altri. L’invidia toglie la pace a chi la coltiva; e poiché l’uomo una pace bisogna che la raggiunga la cerca nell’abbassare gli altri, nel denigrarli, ma in tal modo la pace si allontana ancor più da lui..

Non si vanta”; la carità non può essere senza l’umiltà. Il millantatore, colui che vuole essere notato, che si celebra da se stesso (2 Cor 10,12), che esalta le sue iniziative e risultati, non ha la carità. “Non si vanta”,  perché chi ama riconosce di essere oggetto della misericordia di Dio, e perciò non si vanta se non nel Signore (1 Cor 1,31; 2 Cor 10,17), cioè professando come il Signore gli ha usato misericordia, come lo aiuta (15,10), e come le sue capacità vengono dal Signore (1 Cor 2,12; 2 Cor 3,5).

Non si gonfia d’orgoglio”; la carità non conosce l’alterigia, il parlare superbo, duro, indisponente. Tracotante.

Non manca di rispetto”; il rispetto è necessario per la vita sociale. Il rispetto va dato a tutti, ma il rispetto per gli uomini non vuol dire condividere idee distorte e nefaste. Nel campo delle opinioni legittime, si deve rispetto all’opinione altrui. Nel caso delle opinioni che urtano contro la verità rimane il rispetto per la persona, ma non la condivisione dell’opinione dissennata o nefasta. Il rispetto rimane anche quando l’autorità deve esercitare la correzione, poiché la correzione non può essere degradante. La correzione umilia, ma non degrada.

Non cerca il proprio interesse”; avere carità perché si cerca un utile terreno, vuol dire non avere la carità.

Non si adira”;  non fa la voce grossa, e di fronte all’errore di un fratello sa correggere spiegando l’errore. Chi si adira è perché viene turbato nel suo quieto vivere, vede compromesse le sue ambizioni. Calmo e tranquillo quando è appagato, l’uomo egoista ed egocentrico, si adira in maniera inaspettata e violenta.

Non tiene conto del male ricevuto”; perché sa sorvolare sulle cose spiacevoli, non si pone in stato di puntiglio, ma sa comprendere, perdonare e aspettare.

Non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità”; chi non ama non sopporta l’amore, vuole vedere attorno a sé l’ingiustizia, salvo gridare quando l’ingiustizia lo tocca. Chi ama si rallegra invece della verità, anche se si trova sul labbro di un uomo duro e chiuso. Poiché la carità saprà far leva su quella verità per donare la Verità.

Tutto scusa”; poiché la carità è riconciliazione, perdono e non litigiosità. Non c’è crimine che la carità non sappia perdonare a chi umile si pente, e anche se chi ha mancato non si pente, rimane sempre in lei il desiderio di perdonare e cerca di facilitare la richiesta di perdono a chi ha mancato.

Tutto crede”; non solo crede in Dio per la propria vita, ma crede che si possa portare a Dio anche il peccatore incallito. Crede anche per lui sperando di portarlo a Dio, poiché la carità “tutto spera”, pronta ad accettare e a valorizzare nella croce di Cristo tutte le sofferenze, così essa “tutto sopporta”.

e, di seguito, san Paolo continua nella sua Lettera a i Corinzi:

8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. 9 Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.

12 Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. 13 Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Bene, ora vediamo che cosa è la Caritas, cui un vicecapodelgoverno riserva parole come queste, analoghe a quelle pronunziate qualche mese fa nei confronti dei migranti: “E’ finita la pacchia“.

La Caritas Italiana è l’organismo pastorale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana, l’unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) per la promozione della carità. Nel suo Statuto, oltre ad affermare al primo articolo la valenza “pedagogica” della carità, come si vedrà, si impegna a promuovere  «la testimonianza della carità nella comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica» (art.1 dello Statuto).

E’ stata fondata nel 1971, per volere di papa Paolo VI, nella scia del rinnovamento avviato dal Concilio ecumenico Vaticano Secondo, per mettere al centro dell’impegno cristiano la funzione pedagogica, per far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità, il senso cristiano di solidarietà.

La Caritas propone ogni anno un programma articolato in corsi, convegni, seminari di studio e approfondimento, articolato nella ricerca e nell’attività delle Caritas diocesane, foraniali e parrocchiali, sviluppando centri di ascolto (del disagio individuale, familiare e sociale) e  centri di accoglienza, per soccorrere chi ha bisogno con interventi pratici (pasti, alloggio, etc.).

Questi i suoi compiti principali: Collaborare con i vescovi nel promuovere nelle Chiese particolari l’animazione della carità e il dovere di tradurla in interventi concreti; curare il coordinamento delle iniziative e dei servizi di ispirazione cristiana; indire, organizzare e coordinare interventi di emergenza in Italia e all’estero. In collaborazione con altri organismi di ispirazione cristiana: realizzare studi e ricerche sui bisogni per aiutare a scoprirne le cause; promuovere il volontariato e favorire la formazione degli operatori pastorali della carità e del personale di ispirazione cristiana impegnato nei servizi sociali; contribuire allo sviluppo umano e sociale dei paesi del Sud del mondo anche attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica; solidarietà a tutto il mondo; educazione alla pace e alla mondialità, dialogo, corresponsabilità sono anche le linee portanti degli impegni della Caritas nel mondo.

Se questo è “una pacchia che deve finire” non capisco, proprio non capisco l’espressione. La pacchia per chi? Cui prodest questa pacchia? Ah, dimenticavo, lo stesso vicecapodelgoverno, all’inizio del suo mandato sproloquiava di 600.000 migranti irregolari che sarebbero stati “mandati a casa” (da lui), ma ora dice che “qualcuno aveva sproloquiato” (caro Salvini, non abbiamo la memoria corta!), mentre invece sarebbero circa 90.000, ora dice.

Il mio gentile lettore può fare le sue proprie considerazioni.

Approfitto per mettere in coda un altro argomento, basato su fatti recenti, anche per ribadire di nuovo la mia equidistanza dall’idiozia e la costanza nel pronunziare invettive verso la stupidità, sia che provenga da destra, sia da sinistra, sia dal centro, perché la stupidità non ha confini.

La donna politica veneta del PD Alessandra Moretti, già candidata alla presidenza della sua regione (e sconfitta da Zaia), sta proponendo di coprire con velature amovibili croci e simboli religiosi nei cimiteri, in occasione di funerali di persone agnostiche o atee, ove le famiglie ne facciano richiesta.

Sarei tentato di finirla qui, fiducioso in un giudizio equanime dei miei lettori, ma una riga o due le scrivo. Mi pare che la signora Moretti, nota anche come ladylike, in ragione del suo amore per l’approvazione altrui sui social, sia avvocato, e mi chiedo: possibile che una con un titolo accademico che prevede anche un po’ di cultura umanistica (avrà fatto pure uno straccio di liceo) non sappia da dove e da quando vengono le croci e i simboli religiosi sulle tombe? Eviterò ogni complicato discorso teologico sul culto dei morti, sull’anima immortale (o meno) e sulla storicità delle esequie in ogni cultura e tradizione religiosa, limitandomi a un elenco incompleto di alcune di queste antropologie, perché di un discorso antropologico si tratta, ancora prima che di un tema teologico. Le è chiaro, avvocato?

La nostra cultura e la nostra civiltà, dall’uomo di Neanderthal, dal Sapiens sapiens successivo, dall’Egitto antico, dalla Cina classica, dalla Grecia filosofica, dall’Israele biblico, dalla Roma del diritto, dal cristianesimo, così come la grande arte, senza la dimensione del sacro e del religioso, non sarebbero mai nate. Ebbene, mi par proprio che non lo sappia, o almeno così appare, stante l’inqualificabile ebetudine della sua proposta. Studiare, studiare, studiare, benedetta donna, se non si vuol svendere quel po’ di cultura che si ha per un pugno di voti, che forse non arriveranno mai, perché le persone sono più sapienti di lei.

Un consiglio (anche se non richiesto): legga Das Heilige, Il Sacro, di Rudolf Otto, disponbile nella traduzione di Ernesto Bonaiuti, 1927. E magari anche qualche saggio di Mircea Eliade, libri da portare in viaggio, o da tenere sul comodino, insieme con le statistiche dei like.

“Quanta strada nei tuoi sandali, Renato”, mi scrive Marta, e Andrea aggiunge “mi ricordi Marco Antonio”, il console che contese il potere ad Ottaviano Augusto…

…così scrive la cara amica Marta, già a capo di un’importante “associazione di pensatori e pensatrici”, e non si ironizzi su tale dizione (mi par già di vedere alcune faccine ironicamente ghignanti, che stanno lì a giudicare gli altri, criticando tutto e tutti e a volte alzando il ditino per indicare non si sa ben che cosa), valorosa filosofa italiana, fiorentina di parola schietta e mai scontata, mentre guarda alcune foto della mia “vita precedente”, quella socio-politica, e poi socio-economica e poi anche culturale. Tutto nel mio piccolo, che è anche grande, perché unico, come quello di ciascun uomo e di ciascuna donna.

Certo che i calzari miei son pieni di polvere, cara amica mia. E comunque, come t’ho scritto, anche negli Evangeli del Maestro nazareno, si parla di calzari, quando Giovan Battista, il suo cugino esseno (forse), gli si rivolge dicendo: “Non sum dignus…” (cf. Matteo 3,11; Marco 1,7; Luca 3,16; Giovanni 1, 27; Atti degli apostoli 13, 25).

Grazie dell’indiretto paragone, che passa per Bartali e il genovese cantautor, Paolo Conte.

Conosco due “Marta” filosofe, quella di cui qui dico, e un’altra più junior, mia piccola allieva aziendale, ormai volata via per altri liti. Non capìta.

Meglio per lei e peggio per chi non l’ha capìta. ma càpita. Giusto il bisticcio d’accenti, divertente, come il far-qualcosa-d’altro, di diverso, appunto. Il divertimento, più che frizzi e lazzi, è far-cose-diverse. Quello che Marta, la piccola, ha prescelto.

Grazie, Marta, quella grande, che mi conosci (anche la piccola, però, mi conosce, anche se in altro modo) come pochissimi. E pensare che molti, invece, mi hanno visto e mi vedono da anni, quasi ogni giorno, e mi conoscon punto, mentr’io li guardo, ascolto e in qualche modo, anche se sempre poco, li conosco. Invece.

Tu, invece, mi conosci da una decina d’anni e mi hai visto ben poche volte all’anno (per seminari e formazione filosofica), e bene. Sarà per la tua formazione, sarà per la tua cultura, ma forse è soprattutto per la tua attenzione, che così in profondo hai compreso me e la mia vita. E a volte anche capìto, cosa più ardua, del pensiero, forse ancor più vicina al cuore.

L’attenzione è virtù o tratto/modo psichico, cari amici psicologi, che non mancate nei miei dintorni amicali e di lavoro? Non sarebbe male fosse anche virtù, non solo modo del conoscere l’altro e di costruir relazioni. Cari L., A., D., S., P. vi interpello. Sol dalla lettera inizial vi riconoscerete. Siete in ordine sparso e non di età. Tutti importanti. Non metto il nome intero perché son tempi strani, questi. Metto, così, per divertirci insieme, solo il genere nello stess’ordine delle iniziali, quasi fosse un acronimo composto: femmina, femmina, maschio, femmina, maschio.

Con voi, pensando e lavorando confino, senza mediazione alcuna, fosse pur di Rogers o di Husserl, e perfin di Wittgenstein.

Anch’io talora pecco di dis-attenzione, e ringrazio chi me lo fa notare, anche se con un po’ di disappunto, mio e suo. L’attenzione è un modo in cui s’esprime la “verità” della persona, e così, al contrario, la disattenzione. Tutti e due i modi dicono la verità, al di là di ogni dichiarazion d’intenti o di scuse non richieste.

Nel pezzo dedicato a frate Bruno da Quadrivium, che mi ha permesso di citarlo, narro la disattenzione di un politico, e mi soffermo ancora, perché è conferma di uno stato assai diffuso, di malessere. Il ritmo attuale della vita è disumano. Storto, caduco.

…e Andrea, giovin filosofo d’ottime speranze, aggiunge “mi ricordi Marco Antonio“, il console che contese il potere ad Ottaviano Augusto. Sarà per i capelli miei tornati folti, e molto misti, con il colore che l’iconografia annette a chi guidava le legioni alla vittoria.

Grazie caro giovin signore, già paziente e attento, più di quanto la tua età lasci pensare. Hai guidato -e già più volte- il gruppo a pensare, e gestito, come si dice oggi, anche l’alzata d’ingegno, il vittimismo di qualcuno, la reazion dell’altro, ai confini del filosofeggiar domenicale. Bravo.

Già sei formatore e piccolo docente che professa innanzi a scolari più in età di te. E non solo ascolti, ma già sei in grado di propor modi diversi di rifletter sulla vita e sul disagio, ragionando con l’altro, fermando dove il dir beccheggia e rolla, pericolosamente. Aiutandolo a riprender la rotta nell’oceano vasto della vita.

E ora, senza ombra alcuna di captatio, come usasi nel latineggiar, benevolentiae, cito il gran austro pensator, gradito a molti e ad altrettanti ignoto: “Quello che volevo identificare erano i contorni di un’isola, cioè l’uomo, come creatura finita, ciò che ho scoperto alla fine erano le frontiere dell’oceano” (L. Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus).

Fra’ Bruno da Quadruvium, l’ultimo liutaio (ma no!)

Il titolo monacale gli s’attaglia, poiché Bruno è anche magister palestrarum, senza alcuna allure da fitness patinata e fasulla. Lo conosco da trent’anni, ma solo da dopo la prova esistenzial più dura che mi toccò, lo ho visto spesso, in palestra. Poi ho scoperto altre sue doti, è chitarrista e uomo curiosissimo. E’ lui, con sua moglie Isabella, l’editore de La Flame e La Flamute, magazine furlan che merita.

Ed è poi liutaio, mastro costruttore di chitarre, ispiratosi ad abbas Giobatta Morassi da Malborghetto, che usava pino della Val Saisera, per i suoi violini, e non andava in Val di Fiemme come i Guarneri del Gesù e gli Stradivari da Cremona.

E Bruno è sulle sue tracce. Lo trovo in laboratorio, sotto il filo del terreno, bislungo, pieno di odore di resine e legno. Rifiuta il caffè di Isabella perché “è concentrato” su uno stampo per chitarra, che sarà più grandina delle solite. Manda me a bere il caffè, mentre sulla scala zampetta Anna Paola, figliolina svelta. Spalma con pazienza infinita lo stucco di colla e segatura preparato da lui stesso per “pareggiare” i bordi interni dello stampo.

Guardo muto il suo muoversi lento e preciso, come se stesse lì (penso) da trecent’anni, e un altro maestro se ne fosse appena andato via dopo avergli dato qualche consiglio.

In questo tempo nel quale fretta e banalità superficiale sembrano farla da padrone, consola vedere i gesti di Bruno, il progetto di “una chitarra al mese“, se ho capito bene. Mentre fuori tutto (o quasi) corre in frenesia pressapochista e insapore, si sente il sale della vita in quel laboratorio.

Potrebbero trar nutrimento i ragazzi giovani che vanno a scuola, passando un’ora a guardare e a chiedere, che cosa significa quel lavoro lento, perché lo ha aggiunto alla sua vita, ché Bruno è un poco simile a me: ha lavorato per aggiunte, senza quasi mai togliere nulla dalla sua esperienza.

Oggi la proposta social è bruciare le emozioni, in un lampo, in un like, in una lacrima di plastica. Non conosco la sociologia di Instagram, ma leggo che è gradita dai politici che si inseguono lì come animali la preda, o su Twitter, cinguettando come gli vien meglio, o peggio, meglio dir.

Iersera mi trovavo a una cena sociale in mezzo alla campagna, in un vecchio molino adattato a ristorare il viandante, seduto accanto a un ex politico che per poco ha ascoltato le mie e poi mi ha subito invaso con le sue, per mezze ore. Ha dimenticato sul tavolo la rivista che gli avevo donato. Pare che l’attenzione, come stato dell’anima-psiche sia stata defraudata dal solipsismo autogenerativo e disperato. “Se non mi vedi, se non mi ascolti, non esisto“, “Tu, tu sei solo la cassa di risonanza del mio ego“.

Bruno, invece, esiste, eccome!, lì sotto nel suo laboratorio da cui raramente si sente il romor di un trapano elettrico o di una picciola sega, “proprio per essere più precisi“, mi dice, in certi tagli, e per fare dei fori.

Poi me ne vado, proprio per la cena di cui sopra, un po’ a fatica.

Ma mi aspetta nel nobil paesone di San Vito, un vecchio amico, con cui tant’anni fa andai in Russia, che allora aveva altro nome, in auto.

Per strada pioviggina, ma il sole occhieggia dietro le nuvole d’aprile, e promette di illuminare il giorno di domani, che è quando scrivo qui. Poche auto, “è strano, penso, di venerdì pomeriggio“, ma vedo il chiosco di campagna, quello vicino al grande fiume dei Furlani, pieno d’auto “son già a cena“. Ripenso a mastro Bruno, editor di cose belle, mi par di poter dire, senza falsa ritrosia o modestia, di cui son pieni i fossi del disastrato web e della televisione.

Chiederò tra un poco a lui a che punto è la chitarra, a che punto la sua mano ha trasformato il legno in istromento musical, che possa accompagnare il tempo e il sentimento di qualcuno, nella sua unica vita, nel suo presente eterno.

La coscienza: “actum habitusque, quid humana conscientia est?”

Avere una coscienza“, “avere coscienza di…”, “essere di coscienza“, sono tre frasi dal significato diverso: la prima ha un significato morale, legato alla scelta, al discernimento di principi etici dati (intendo una delle “etiche” possibili, da quella utilitarista, a quella culturalista, a quella del fine, dove il fine è l’uomo stesso, tra altre); la seconda ha un significato analogo a “essere consapevoli, consci di…”, cioè sapere quello che succede; la terza la potresti sentire, caro lettor del sabato, come un’apostrofe a te rivolta, sulle tracce di sant’Agostino, da pensatori come Descartes, Bergson, Husserl, Piaget e qualche altro, e significa una specie di identificazione del tuo “essere” con la tua coscienza.

Un paio d’anni fa fui addirittura invitato a parlare di questo argumentum così importante a Berceto, sull’Appennino parmense, al Primo festival nazionale della Coscienza. Fu bello. C’erano anche -in diverse conferenze- relatori come Boncinelli e Galimberti, e io. Umilmente. Di questo e di altre cose molti non si ricordano e mi trattano come fossi uno così, forse qualsiasi, su questi temi, ma è perché non sanno nulla. E tra loro annovero anche, purtroppo, imprenditori, dirigenti e gente che fa politica a tempo pieno. Si arrangino, ché io mi arrangio con il mio e con la gente che sa apprezzare i miei sforzi e quello che so e che posso fare, per me certamente, ma anche per gli altri.

Dire che la coscienza quasi corrisponde alla persona è una visione antropologica ben precisa, che valorizza questa misteriosa dimensione interiore, sulla quale già scrissi non poche volte, anche in questo sito. Qui desidero richiamare alcuni concetti, vista la confusione che si fa un po’ ovunque su questo tema. Amplierò dunque i concetti proposti nell’incipit.

Ricordo innanzitutto -semplicemente- le due accezioni principali delle neuroscienze e della psicologia contemporanee che, per gli statuti epistemologici delle quali scienze, si danno solitamente in due modi:

a) un’accezione di coscienza come sinonimo di consapevolezza-del-sé, cioè sapere di esser-ci (Heidegger), di essere a questo mondo e,

b) un’accezione di coscienza come “luogo” spirituale dove si discernono i principi morali di bene e di male.

Ciò detto, se sopra ho ricordato in un breve elenco i filosofi che fanno quasi coincidere la persona con la coscienza, richiamo anche altri “classici”, antropologi-filosofi ed eticisti della grande Tradizione mediterranea, cioè greco-latina e cristiana, da Aristotele a Kant, passando per Plotino, Tommaso d’Aquino, Locke, Hume, Berkeley, etc..

Nel titolo scrivo il quesito an conscientia (sit) actum vel habitus. Cercherò di chiarire che cosa l’etica insieme con l’antropologia filosofica classiche e moderne intendano per actum e per habitus, ovvero per consapevolezza di sé, principi comportamentali mantenuti nel tempo, virtù, valori, etc..

Per Platone la coscienza umana è essenzialmente conoscitiva legata integralmente alla dottrina delle Idee, cardine della sua filosofia. Leggiamo questo brano:

Le Idee, infatti, oltre ad essere realtà ontologiche a sé stanti, immutabili ed eterne, che fungono da modello al Demiurgo per plasmare il mondo, ovvero forme con le quali è strutturata la realtà empirica, sono altresì presenti nella coscienza umana, come forme intellettuali, mediante le quali l’uomo comprende la dimensione sensibile dell’esistenza. La coscienza, quindi, nella dottrina platonica, corrisponde, sotto l’aspetto del mito, all’anima, la quale, avendo vissuto nell’Iperuranio, conserva in sé il ricordo delle Idee. Da ciò, scaturisce la concezione platonica della conoscenza innata, proprio perché già presente nell’anima e, quindi, nella coscienza di ogni essere umano (Fedone, Critone, Repubblica). Anche Aristotele identifica la coscienza con l’anima ma, a differenza di Platone, non strettamente nell’ambito della conoscenza, quanto piuttosto riguardo al concetto di tempo. Il filosofo di Stagira indaga sul rapporto tra il tempo e il movimento per far assumere ai due concetti una connotazione concreta. Il movimento è nel tempo e il tempo non può esistere senza movimento. Per Aristotele, infatti, il tempo è “il numero del movimento secondo il prima e il poi”, intendendo per numero la funzione del contare, che non è possibile senza avere coscienza della successione numerica. Dato che l’esistenza del tempo è empiricamente ovvia e chiaramente riscontrabile, la sua percezione è un fatto di coscienza. Per coscienza, dunque, Aristotele intende l’anima, unico ente in grado di determinare un prima e un poi in relazione alla vita del singolo individuo (Fisica, De Anima).”

Plotino, di contro, ritiene che nella coscienza si manifestino le verità più alte e la loro stessa fonte, cioè Dio. Come Agostino che scrive nel trattato De vera Religione: “Noli foras ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas“, vale a dire torna in te stesso, poiché nella tua coscienza abita la verità”, Plotino parla di “ritorno a se stesso”, “ritorno alla interiorità”, “riflessione su di sé”. In questo modo Plotino mette al centro la riflessione introspettiva, contro un privilegiare la mera conoscenza delle cose esterne (Enneadi).

Il Cristianesimo, da San Paolo e dai Padri della Chiesa, il concetto di coscienza viene ricondotto a quello di morale. Si pensi all’uso comune del sintagma “voce della coscienza”, che parla quasi a suggerire le cose buone da fare e le cattive da evitare, come in latino si dice: “bonum faciendum, malum vitandum“. In sant’Agostino, correlata alla frase sopra riportata troviamo un altro concetto ad essa coerente: la coscienza dunque è Mens superior inhaerens Deo, cioè mente superiore insita in Dio, poiché Dio è per l’uomo Essere e Verità, Trascendenza e Rivelazione, Padre e Logos. Ciò che Dio rivela, in quanto rivelato-da-Lui, non può essere falso, ma necessariamente è vero, e sulla verità delle cose illumina la mente-anima umana. Quanto di psicologico moderno in questa visione! (cf. Confessiones, De vera religione).

Anche fra’ Tommaso d’Aquino intende la coscienza sempre ed esclusivamente come coscienza morale. La sua stessa definizione (“scienza con l’altro”), spiega come l’agire umano buono, cioè la recta ratio agibilium, l’agire buono secondo ragione, fosse diverso dall’agire recta ratio factibilium, cioè un agire purchessia. Per Tommaso le azioni dell’uomo erano cosa diversa dalle azioni umane, poiché le seconde hanno una struttura morale di rispetto del fine dell’agire, che è il benessere fisico e spirituale (oggi diremmo psichico, ma basta intendersi, se è vero com’è vero che psychè in greco antico significa anima) dell’uomo stesso, mentre le prime appartengono all’uomo (sono dell’uomo) come semplice complemento di specificazione. La coscienza è dunque atto della persona che liberamente si muove nel mondo e nella sua vita propria, stando tra gli altri. La legge cui si riferisce, agendo, è la sinderesi, cioè un habitus che contiene la legge morale naturale. (cf. Summa Theologiae I e II secundae, e De Veritate). San Tommaso quindi afferma che la coscienza è atto nella singolarità dell’azione, ed è “abito“, cioè abitudine, virtù, principio, valore, nella adesione alla legge morale che la natura e Dio stesso ha instillato nel cuore dell’uomo.

La rivoluzione filosofica moderna, iniziata con Renè Descartes, porta la riflessione sulla coscienza dall’ambito strettamente teologico-morale, a quello delle dottrine cognitive e gnoseologiche. L’uomo, per Cartesio, innanzitutto possiede la capacità di ragionare, e la consapevolezza di possedere nella mente i propri contenuti mentali. La coscienza, dunque, è la consapevolezza soggettiva di sentire e ragionare, perché il pensare implica il sapere di stare pensando. Nella mente cosciente esistono le idee di cui si ha coscienza, idee che possono anche non corrispondere alla verità delle cose. Una sola è certamente, indefettibilmente e indubitabilmente vera, il sapere di stare pensando e quindi da ciò dedurre di essere un essere pensante: cogito ergo sum. San Tommaso avrebbe risposto rovesciando la frase così: sum ergo cogito, sono e perciò penso.

Partire dal cogito significa un pensare ciò che può essere… pensato. Il pensiero è sempre pensiero di qualcosa. Quando si risponde alla domanda “A che cosa pensi?” e si risponde “a nulla“, si dà una risposta errata, poiché il “nulla” è qualcosa, in logica, cioè un qualcosa che non si può definire se non in quel modo. Perfino Dio, nella teologia apofatica, può essere definito come “nulla”, in quanto la nozione del divino è inesprimibile. Si pensi alle tradizioni mistiche ebraiche, cristiane e musulmane.

Per Descartes la res cogitans, è nettamente distinta dal corpo, la res extensa, mentre per Gottfried Leibniz vi è una unità di coscienza e conoscenza nell’uomo, chiamata appercezione, che è  è il fondamento ultimo della coscienza e dell’io (cf. Monadologia).

In tema l’empirismo inglese, con John Locke propose una nozione della  coscienza come la percezione di ciò che passa nella mente di un uomo, o meglio, le sue idee. La coscienza, quindi, è l’io che possiede e sviluppa tutte le attività mentali (Saggio sull’intelletto umano). Il vescovo George Berkeley  fu ancora più radicale di Locke, poiché era convinto che l’esistenza stessa delle cose si commisura solo in quanto queste sono percepite come esistenti (esse est percipi), ovvero se e quando si ha coscienza della loro esistenza: per questo pensatore purissimo idealista, le cose, le res extensae cartesiane sono solo proiezioni mentali senza importanza, mentre le sensazioni di esse sono la… verità.

Circa il tema della coscienza, un giorno alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, mentre passeggiavo nel chiostro del Convento di san Domenico, che è sepolto nella Basilica, ebbi un’incertezza quando il filosofo domenicano padre Giovanni Bertuzzi, ex abrupto, mi chiese se, secondo me, la coscienza fosse un “atto” o un “abito” (habitus). Rimasi incerto per un attimo e risposi “atto”, ma poi ci pensai ancora. Un tentativo di risposta, caro lettore, la trovi in questo brano.

Raccomando a chi mi legge, di ascoltare la voce della coscienza più di quella della convenienza personale, specialmente quando si è chiamati a decidere sulla vita degli altri, perché spesso, osservo, vince nel processo decisionale, che è complesso -di suo- una pericolosa frettolosità, che è figlia della superficialità e madre dell’ingiustizia.

Notre-Dame de Paris è dell’intelligenza e del cuore del mondo

…non certo di quella piccola persona che è Macron, né di un vito crimi che vuol chiudere Radio Radicale, perché i grillini temono la cultura e la verità, e lodano l’ignoranza, e neppure di quel maleducato di Parenzo, che imperversa su Radio 24. Faccio solo dei nomi ai quali Notre-Dame, come simbolo dello spirito dell’Europa non può appartenere. I nomi di alcune persone indegne di considerare Notre-Dame come loro simbolo unificante. Esemplifico.

Notre-Dame è dell’intelligenza e del cuore del mondo. E’ più dell’Italia che non di una certa Francia sussiegosa e revanchista, più dell’Europa che non della Francia, spocchiosa e altera. Colonialista e cinica.

Notre-Dame, Nostra Signora di Parigi, insieme con le cattedrali di Chartres, Amiens, Reims, Bourges e Rouen è il top del gotico francese e del gotico del mondo.

Poi c’è il meraviglioso gotico inglese di Canterbury, Salisbury, Lincoln, Ely, Norwich, Westminster; quello italiano del Duomo di Milano, di Santa Maria del Fiore a Firenze, del Duomo di Orvieto, di quello di Siena; quello spagnolo di Burgos e Leon; quello tedesco di Colonia e Ratisbona; quello belga di Anversa… Gotico straordinario a Notre-Dame, limpidissimo, anche se con qualche retaggio romanico, come si attesta nei modelli di Saint-Denis, la chiesa madre di Francia, e nelle cattedrali di Laon e Sens, che visitai nel 1983 con Mario.

Fu iniziata verso il 1190 per volere di re Luigi IX il Santo, e diversi re Luigi poi se ne occuparono, come Luigi XIII e Luigi XIV, assai più di Sarkozy, Hollande e Macron, i tre ultimi mediocrissimi presidenti di Francia, reucci inadeguati e presuntuosi.

Ottocento anni di storia, non è stata distrutta come scrive imprecisamente La Repubblica, e alcuni altri superficiali quotidiani, né ci vorranno trent’anni e più per ricostruirla come dice qualche improvvisato esperto. Mi fido più di Philippe Daverio, vero esperto, che parla di cinque/ otto anni.

Come il Colosseo, anche questa chiesa è stata cava di pietra per i cittadini dopo la grande Rivoluzione. Saint-Just e Robespierre ne vollero fare il tempio della dea Ragione, ma fallirono. Fu rifugio per gli Ugonotti (i protestanti calvinisti) nella notte di san Bartolomeo.

Come il Duomo barocco di Noto, colpito dal terremoto e come la Basilica di San Francesco ad Assisi, a Notre-Dame è crollato il tetto, in questo caso per il fuoco, non per terremoti o altre cause statiche. Notre-Dame è invece bruciata (in parte, quella di legno molto stagionato) come il teatro La Fenice di Venezia, che è stato ricostruito com’era.

In questo caso, perché non pensare (Sgarbi penso sarebbe d’accordo) a una ricostruzione del tetto come era, ma a recuperare uno stilema diverso per la flèche di Viollet le Duc, magari ricordando la piramide di vetro del Louvre? Un’idea dell’amico e collega Luca (magari scriviamo al contrito Monsieur le Prèsident Emmanuel).

La chiesa di Nostra Signora fu cantata da Victor Hugo e da scrittori e poeti in ogni tempo. Si erge da otto secoli nel mezzo dell’Ile de la Citè, quasi a testimoniare la continuità nel tempo della presenza di Maria a protezione della città bellissima. La Senna scorre tutt’intorno, e sui lungofiume le bancarelle di libri e stampe usate.

Notre-Dame ha resistito forse anche perché chi la protegge è tra noi da due millenni e sta anche a guardare la sua chiesa, Maria, l’unica donna cui vale la pena dare fiducia. Non reggono le Merkel, le Bachelet, le Rodham-Clinton, le May e tantomeno la piccola e bruttina quindicenne Greta Thunberg. Radici cristiane d’Europa e apertura al mondo.

Notre-Dame è bella da vedere di giorno e di notte e con qualsiasi tempo. E’ bella avvolta dalla nebbia e anche sotto una rara nevicata, in pieno sole agostano e anche quando le ombre autunnali si allungano sulla piazza e si vedono le torri gigantesche coprire il selciato.

Silente sta a guardia del tempo, come la Signora cui è dedicata. Auguro a ogni mio gentile lettore di poterla ammirare ancora e di volersi sedere in una delle navate in silenzio.

Marcus Maximusque, temporum nostrum “consules” ferrarumque fabri

L’uggiosa giornata mi porta nella zona degli artigiani, Bassa furlana. Cerco l’officina dei lontani cugini Pilutti, fabbri artisti lavoratori onesti. Marco e Massimo son magri e guardano negli occhi. Il mio buon lettore sa che avrei dovuto chiamarmi Marco anch’io, ma scopro che c’è comunque un Marco nella mia famiglia verticale e orizzontale. Gli farò vedere la genealogia che l’arguto, quasi frate certosino, Tarcisio Valentinis mi ha predisposto, per rispetto e affetto. Risale al ‘500, siamo quasi una famiglia antica, cara Bea, ultima della schiatta.

C’è ancora la fucina di Efesto, anzi due, una di matrice dei nativi americani, l’altra cecoslovacca. Diplomi e foto, a partire da quella di nonu Checu, il fondatore dell’officina. Massimo va a studiare anche nel castello Boemo, l’arte del ferro e della forgia. Il loro parlare ha la sapienza di antiche abitudini, non una parola fuori posto, è un dire quello-che-è, diretto.

Siamo nella campagna intersecata dalle grandi strade che portano ovunque e anche al mare, ma sembra di essere nel tempo dei padri. C’è silenzio nell’officina fabbrile, mi aspettavano, e c’è anche Giacomo, il più giovane, silente.

Babbo Pilutti costruì la prima campata, e ce l’aveva fatta con i guadagni, la seconda anche con un prestito bancario. Dopo gli ’80 i tempi sono cambiati: è come se il mondo avesse smesso di capire il lavoro manuale di valore, mi spiegano. Ma non rinuncerebbero a quello che fanno, non solo perché è l’altro dna delle loro vite, ma perché ha qualcosa di alchemico, come i lavori dei misteriosi cercatori di verità del Medioevo, mezzi teologi e mezzi naturalisti.

Nel loro dire Dio ha un posto, Dio esiste ed è, naturalmente. Ma non il Deus-sive-Natura di spinoziana convinzione, ma il Dio-Persona di Agostino e Lutero.

Massimo e Marco, in ordine inverso per età, magri e tranquillamente loquaci, là dove l’homo loquens si accosta all’homo faber. Massimo ha scritto un distico latino sul’arte fabbrile e la memoria mi rinvia a anni passati, quando altri parenti ronchisani eran lontano, in Canada. La zia Rosina, zio Toni e Claudio e Paolo.

Bimbo andavo da zia Enrica che in ginocchio faceva cruciverba con il soriano appoggiato al suo petto accogliente. “Prendi le pere cadute dall’albero, Renato, ché son più buone“, mi raccomandava. Ogni tanto sparavo col flobert pallini dall’altalena. E mio padre mi parlava dei parenti più a sud lungo l’asta del Tagliamento. Commercianti a Latisana e a Ronchis, parlava del padre di Marco e di Massimo.

Li ho guardati bene per scoprire eventuali somiglianze derivanti da lontane condivisioni genomiche, se non fenotipiche, ma non ho trovato granché, se non un remoto cenno di color olivastro che caratterizza me, mia figlia e, ascendendo, mia mamma Luigia e suo padre Dante. Loro son più chiari, caucasici, mentre io pare abbia preso dalla trasmissione matrilineare che in mio nonno esemplificava quasi un tipo arabeggiante, o siro-palestinese, ripreso da Bea.

Gli incroci sono profondi e misteriosi nelle generazioni e nel tempo.

Nel frattempo, mentre penso alle cose varie della mia vita e scrivo, mi giunge col telefono la cara voce di pre’ Agnul, diuturno e sempiterno amico sacerdote, che mi chiede orientamento per un giovin studioso. Mi dico entusiasta, che mi chiami pure!,  gli rispondo, poiché ora son pronto, come precettore e anche, se non padre, forse zio spirituale di non pochi, che desiderano studiare e pensare per comprendere, edificando il loro proprio de-stino, co-costruendolo -come insegna il professore Severino- insieme alla Provvidenza divina e a causali sconosciute.

Anche codesto argumentum tangiamo coi consules della lontana parentela, memori di venire da lontano e fiduciosi di andare lontano, con chi ci seguirà, anche dopo che avremo tolto il nostro peso dalla sempre Madre Terra.

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