Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il “terzo paradigma” per una nuova vita

Continuo il pezzo precedente approfondendo, come oggi può essere possibile, per me.

Epidemie nel Medioevo

La grande storia racconta, tra battaglie, vittorie e sconfitte, tra conquiste e perdite, tra guerra e politica, economia e carestie, anche di epidemie, malattie, dolore e morte. Racconta di speranza e disperazione, di religiosità e fanatismo, di indifferenza e passione.

Peste, fame e guerra, a peste, fame et bello… libera nos, Domine, come recita l’antico tropo liturgico recitato nelle Rogazioni per i campi e i crocicchi delle grandi pianure o per i viottoli di montagna, per scongiurare le disgrazie, è un’invocazione tornata prepotentemente tra noi, non sappiamo ancora se del tutto fondatamente o se… null’altro dico, per ora.

Fino a una quarantina di anni fa, soprattutto nei borghi e nei villaggi, anch’io vi partecipavo da chierichetto, poiché era costume liturgico pre-pasquale, accompagnare il parroco (a Rivignano, antico prediale romano augusteo “Rivinius”, dal nome di un centurione veterano del princeps Ottaviano Augusto), o “prevosto” (dal titolo di origine militare di “preposito”) che cantava le Litanie dei Santi intervallate da quella invocazione, anche come vero e proprio scongiuro.

A me piaceva molto, perché dopo il lungo itinerario che partiva dal Duomo e si portava per le varie “braide” del paese per un’ora e mezza, nel frescolino di marzo o aprile (ciò dipendeva se la Pasqua fosse stata “alta” o “bassa”, e il mio gentil lettore sa che Pasqua, secondo la tradizione post-quattuordecimana, vale a dire da millesettecento anni, in ambito cristiano, cade la prima domenica dopo l’equinozio di primavera), ci si fermava in canonica dove don Aurelio ci faceva far colazione, due uova preparate da sua sorella, la “perpetua”, e pane fresco di forno.

Ora non ci sono più le Rogazioni, dette in latino, quando si camminava per le stradine interpoderali costeggiate da verdissimi boschetti di ripa, tra rogge iridescenti e fino al fiume Stella, a volte, con passo lento, ma deciso. Non ci sono più molte cose di un tempo. Ve ne sono altre, di negative e anche molte non negative.

Non è vero che oggi è peggio di un tempo, ma è vero il contrario. Ma soprattutto sotto il profilo materiale: sotto quello civile e morale, invece, il discorso è diverso. Diversi fatti accaduti negli ultimi tre o quattro decenni, soprattutto una globalizzazione disordinata e violenta, una finanziarizzazione dell’economia devastante, una velocizzazione delle azioni umane sempre più frenetica, una comunicazione in tempo reale, ma spessissimo inaffidabile, perché privata (a volte colpevolmente priva) delle fonti necessarie per attestarla nella sua veridicità o meno, una politica di disinvestimento nei servizi pubblici, sanità in testa, a favore del privato.

Ecco: è questo il “terreno” su cui il “terzo paradigma” figlio di Sars-Cov 2 o Covid-19 può agire, certamente come “eterogenesi del fine”, posto che a un virus possa attribuirsi un… fine. E’ chiaro che qui ragiono per paradosso, ma i paradossi, come insegna la logica classica, sono utili, a volte indispensabili.

Che cosa si sta imparando da questa drammatica vicenda? Innanzitutto si tratterà di capire, quando la drammaticità sarà diventata un “ambiente” spirituale e psichico controllabile, quanto sia stato razionale il modo con il quale il problema pandemia sia stato affrontato nel mondo e in Italia, in particolare, e quale eventualmente sia stato il ruolo di chi da una situazione come questa può aver pensato di trarre, ove non abbia effettivamente tratto, vantaggi economici e finanziari, politici e di mero potere: in altre parole, se e quanto questa vicenda sia dipesa, se non da precise volontà “untorali”, magari da cinici calcoli di convenienza. Per ora non me la sento di dire altro.

Ebbene: come ne usciremo, nel corpo e nello spirito? Avremo capito che, oltre all’innovazione di tutto, caratterizzata da una irrefrenabile frenesia, altro di importante c’è, di più importante, nella vita che ci è data? Che vale la pena di mettere al centro la vita umana nei fatti, non solo nelle auliche e retoriche dichiarazioni di principio, noiosamente ribadite da tutti, dico tutti, i politici?

Mi sento di sperare che questo accada, non senza contraddizioni, certo, ma con una progressione buona. Ora, caro lettore, ricordo un fatto, una condizione, che ho già citato in un pezzo precedente: per me la situazione attuale, in realtà, non ha cambiato molto la mia solita vita, storicamente sobria, esistenzialmente selettiva, non nel senso esclusivo, ma in quello qualitativo. Ho sempre cercato di non buttare via il tempo, bensì di qualificarlo, di rispettarlo, inchinandomi – quasi – davanti al dono immenso di esser-ci (proprio nel senso heideggeriano del termine): l’obbligo di starcene a casa, questo è il punto, non mi ha cambiato molto la vita. Per certi aspetti, lo confesso, ha facilitato alcune mie tendenze alla “solitarietà” che, lo riscrivo, non è misantropia, aristocraticismo, o ricerca della solitudine per superbia, ma ricerca del mio sé in quel silenzio che a volte la compagnia mi nega.

Quando sento qualcuno che loda lo stare-in-compagnia, purchessia e qualsiasi sia, mi inquieto e zittisco. Il mio stile di vita ovviamente non pretendo sia condiviso, ma è il mio. Forse farebbe bene pensare a questo modello, a molti.

Pensare, ascoltare, riflettere, a volte da soli e a volte con gli altri in un nuovo equilibrio: forse questo sarà il terzo paradigma.

Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

Le due libertà: a) di fare, b) di dire

I Greci avevano a disposizione e utilizzavano con precisione due lemmi per dire la libertà, eleutherìa, che significa libertà-di-fare, e parresìa, cioè libertà di dire.

In questo pezzo, lasciando stare la eleutheria, di cui qui ho trattato più volte, voglio soffermarmi sulla parresìa, cioè sulla capacità/ volontà di dire le cose il più possibile nel modo più vero e attendibile.

La parresìa (dal grecoπαρρησία, composto di pan (tutto) e rhema, ciò che viene detto) nel significato letterale significa non solo la “libertà di dire tutto”, ma anche la franchezza nell’esprimersi. I filosofi cinici, in particolare, utilizzavano questa libertà, quasi a “imitazione dei cani” (da cui “cinici”, appunto”, i quali a volte abbaiano o latrano senza requie.

Riporto un aneddoto famoso concernente Diogene di Sinope:

«[Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. “Io sono Alessandro, il gran re”, disse. E a sua volta Diogene: “Ed io sono Diogene, il cane“. Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: “Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi.”»

La parresìa quindi significa non solo isegoria, vale a dire la possibilità di parlare a tutti in pubblico (da isos = uguale e ὰγορεύω parlare in pubblico), ma anche l’espressione della libertà di parola riconosciuta a tutti i cittadini nelle assemblee che si tenevano nelle pòleis, governate secondo i princìpi dell’antica democrazia greca.

Ciò detto, per la storia del termine e la sua comprensione, rimprovero da anni, nel mio piccolo, soprattutto la categoria dei giornalisti (lasciamo stare i politici, qui, che sono spesso “insigni” campioni della dissimulazione e della menzogna). Non raramente i professionisti della carta stampata, delle tv e del web, non curano il proprio linguaggio, al fine di renderlo al meglio chiaro e rispondente ai fatti raccontati.

Un esempio: qualche giorno fa ascolto il cronista di una importante emittente (mi pare fra le più affidabili), Canale 48, che racconta le percentuali delle persone che-si-muovono da casa in Lombardia. Letteralmente dice: “pare che almeno il 40% della popolazione esca di casa, nonostante tutte le raccomandazioni (…)”. Dove sta la falsificazione o quantomeno l’elemento semantico fuorviante della comunicazione? A mio parere, sta nella sottolineatura negativa di una percentuale assolutamente plausibile, tenendo conto della struttura demografica e produttiva della Lombardia, che è la più ampia d’Italia. In Lombardia vi sono più di quattro milioni di lavoratori dipendenti, su otto milioni di abitanti. Che si registri il movimento del 40% di otto milioni non è scandaloso, è semplicemente ovvio. Poniamo che il 25% stia ormai lavorando nella modalità smart (percentuale probabilmente eccessiva), siamo comunque a tre milioni di cittadini che si muovono per lavoro, cui si devono aggiungere le persone che stanno facendo la spesa o che vanno in farmacia (o in edicola, e in pochi altri luoghi). Il 40% è dunque plausibile, caro cronista e caro lettore! Se tu metti giù la notizia sottolineandone la scandalosità e il dato di imprudenza, fai un pessimo servizio alla verità delle cose, crei confusione e stress! Non te ne accorgi? O segui una linea guida impartitati dai superiori? Se sì, è un’idiozia e meritate un’invettiva tu e i tuoi superiori.

Un altro aspetto generale di questa comunicazione è relativo alla scelta delle parole e ai toni usati dai giornalisti, specialmente in questa fase. Osservandoli da decenni, leggendoli e ascoltandoli, mi son fatto l’idea che, sia i termini e le espressioni, sia i toni utilizzati, sono largamente inadeguati e mediocri. Infatti, noto uno scarso ricorso ai sinonimi, che pure in italiano sono abbondantissimi, e l’utilizzo di modi espressivi spesso esagerati e inutilmente, anzi pericolosamente, drammatizzanti, inutilmente patetici, non costruttivi. Sappiamo anche che quando queste modalità debordano, chi ascolta, piano piano smette di concentrarsi sul senso e sul significato di ciò che sente dire, perché in qualche modo la mente “si difende” da un eccesso di negatività. Inoltre, a differenza di qualche decennio fa, i giornalisti sono quasi tutti laureati e quindi dovrebbero possedere una certa cultura generale, una migliore capacità di selezione della gerarchia delle notizie, e una metodica sistematica nella ricerca e nella verifica delle fonti da cui traggono le informazioni. In realtà, la qualità dell’informazione non si suddivide tra quella che proviene da informatori laureati e quella fornita da non-laureati, ma dipende, come molte (forse tutte) attività umane dalla qualità delle singole persone. Ne ho la prova con la mia esperienza e le mie conoscenze personali.

Forse mi illudo, ma non smetto di pretendere che questi professionisti si impegnino di più a lavorare meglio, nell’interesse generale.

La filosofia come rischiaramento esistenziale, dalle “tonalità emotive” alla riflessione razionale

L’educazione è qualcosa che accade e che vive in una cultura e in una società, non solo tra maestro e allievo, perché il soggetto non è una tavoletta di cera, ma una struttura vivente e mobile. per procedere nello sviluppo della “cultura” è bene tradire la tradizione, anche se ciò sembra paradossale. Ad esempio: il concetto di Empatia, oggi sdoganato alla grande dalle psicologie, è da prendere con le pinze: infatti, non può mescolare le anime “ripetendo l’identico” (come spiega V. Costa, 2020), perché la relazione non è diadica, ma triadica: io-tu-mondo (fenomenologia in Husserl e Heidegger).

(il filosofo americano Stanley Cavell)

Nel nostro tempo debbono essere “riattivati i significati”, tornando all’origine di essi e ripercorrendo i processi di astrazione. Dobbiamo fare attenzione anche alla Tecnica, poiché quello è un mondo che riduce la “tonalità emotiva”, cioè le emozioni, e cambia la memoria individuale e collettiva, cioè il rapporto con il passato (vedi la perdita di nozione della Shoah).

Dobbiamo fare attenzione alla perdita di senso del prima e del poi, e de-costruire il senso e il significato dei concetti: la formazione necessariamente segue la de-formazione, soprattutto nei rapporti con le nuove generazioni.

Oggi muta la nozione di “mondo”, che può essere un orizzonte di possibilità di azione, mentre invece rischia di essere solo un flusso di messaggi, con un mutamento epocale, non solo sociologico, ma antropologico.

La salvezza dunque non è di carattere tecnico, mentre la pedagogia non può essere sostituita dalla didattica, perché viene perduto il rapporto, la qualità relazionale, la tradizione de-costruita e ri-costruita con la trasmissione del sapere.

Non basta “imparare qualcosa”, ma occorre essere disponibili alla “trasformazione di sé”. Che cosa significa ”trasformazione di sé”? Occorre innanzitutto tenere conto della sinossi fra struttura di persona e struttura di personalità. Ognuno di noi è quello-che-è e deve, come insegnava Heidegger “far vedere” ciò con sincerità, non “dimostrare”, se non nel senso di indicare.

In teologia, come in filosofia i concetti si sono formati dall’esperienza, e non si deve dimenticarlo. Occorre sempre tornare alle radici. La speculazione stessa si può contestualizzare, se mi metto d’accordo con i miei interlocutori sull’orizzonte culturale, che è da condividere. Un esempio: siamo d’accordo sulla sinossi fra struttura di persona, che mi dice ciò-che-è-comune tra gli uomini, e la struttura di personalità, che mi dice ciò che rende irriducibilmente unici gli esseri umani? Occorre una sorta di “aperità”, che è diversa dall’apertura, più profonda, così come la “solitarietà” è differente dalla solitudine, nel mondo e sul mondo. Wittgenstein sosteneva che il mondo “felice” non coincide con il mondo “infelice”, perché le due parole creano, il mondo. Bisogna sforzarsi un poco per “stargli dietro” quando usa questi concetti estremi: mi pare lui voglia dire che il dire “felice” o “infelice” modifica il mondo. Se psicologicamente ciò è difficile sostenere, filosoficamente può anche darsi, poiché il giudizio sul male e sul dolore, che causano infelicità non può essere solo psicologico, ma attiene alla profondità dell’anima. Ad esempio, la rivelazione cristiana pone una “tonalità emotiva”, nella quale tempo, memoria e tonalità emotiva coincidono.

Son d’accordo con Costa che si costruisce il significato del passato da ciò che mi aspetto dal futuro, e ciò dipende da dove sono “situato”, oggi.

E la mia vita intera che significa? Cosa significa “intero”, “tutto”? E’ l’intero? Comprende anche il “totalmente”? E’ già dato nell’origine e il tempo è solo il suo dispiegamento (di un pezzo teatrale già scritto), il percorso è ne-cessario? La nozione di intero può essere anche questa: bisogna pensare l’essere come tempo (Heidegger), dove ci sono infinite possibilità di direzione.

L’atto educativo deve far accadere l’origine, come quello che accaduto tra Gesù e gli apostoli, ma che deve ri-accadere per noi: medesimamente (cf. in Ricoeur la memetè) e nello stesso tempo nell’alterità.

Ciò che accade di “nuovo” significa imprevedibilità, novità ab-soluta. Il figlio, mia figlia Bea, è l’ultima possibilità di modificazione del padre. San Paolo, quando dice, che vi sarà la parusìa, di Gesù il Cristo, vuol dire il “riaccadere dell’origine”, cioè “Cristo ritorna”, sempre.

L’essere a partire dal tempo pone un rischio: il relativismo teoretico. Husserl mantiene la teleologicità , cioè il FINEdella vita, della storia, del mondo. Ogni struttura ha in sé l’idea di verità (cf. Derrida). La verità inquieta il presente.

Se il desiderio dovesse spegnersi in Dio, preferirei l’inferno” (P. Claudel). No, caro Costa, perché Dio comprende anche il movimento del desiderio, l’eros, inteso come attività desiderante. Se si entra in una tonalità emotiva, viene ristrutturata tutta la sua struttura pulsionale, comprese le strutture neuronali. Non esistono “emozioni basiche”.

L’intensificazione solidale e la dissonanza cognitiva. sono due figure essenziale della libertà, che a sua volta è una figura essenziale della ricerca.

Possiamo dire che l’insegnamento, ma soprattutto la pratica della filosofia ha un che di “sciamanico”, e i filosofi sono gli “accompagnatori” verso l’origine, poiché l’essere non è-costruito, ma si dà?

Philosophia ancilla theologiae (est)”, sed autem Philologia

È bene non avere più paura delle “parole”.

Giuseppe il “sociologo”, ovvero la neuro-biologia della malvagità: se così è, può darsi anche una neuro-etica?

Continuo la mia riflessione sul libero arbitrio e sulle capacità/ possibilità di scelta per il bene o per il male dell’individuo umano.

Questa volta parto da un racconto fattomi da una persona di origine meridionale, un signore calabrese da molti anni in Friuli, ma capace di narrare con grande efficacia il clima sociale e la cultura di quelle plaghe, che ha favorito l’insorgere, prima di un “familismo amorale” e poi delle forme strutturate di mafia, con ciò che comporta in termini di criminalità organizzata , di attività omicidiarie collegate al ricatto e alla minaccia sistematica.

In paese Don Pasquale era molto potente; aveva proprietà di famiglia in campagna e in centro, e anche nella cittadina vicina, che dava sul bellissimo mare Jonio. Il paese è inerpicato sui primi contrafforti dell’Aspromonte ed è circondato da boschi verdissimi e pascoli rigogliosi. Un giorno, mentre sorseggiava un calice di buon Gravina di Puglia, ghiacciato, erano quasi le cinque del pomeriggio e lui a quell’ora riceveva qualche amico o conoscente (a lui utile, il come, lo vedremo), ma qualche volta sorseggiava il buon vino in solitudine, nel silenzio della mezza montagna e dell’ora. La stagione era di settembre, quando l’estate non se n’è ancora andata e l’autunno esita a farsi vivo. A quattrocento metri sul mare c’era sempre un venticello che conciliava il buon riposo o i conversari. A un certo punto chiamò un suo aiutante, visto che ne aveva sempre un paio a portata di voce e gli disse: “Antò, conosci il massaro Michele, che ogni tanto viene a servizio nelle nostre campagne?” “Sissignore, rispose Antonio, e Don Pasquale proseguì: “Vai da lui e digli che Don Pasquale vuole parlargli; digli che venga qua domani alle cinque“. Antonio sparì, annuendo.

L’indomani, puntualissimo, anzi un con un po’ di anticipo, massaro Michele si era presentato, cappello in mano, era davanti a Don Pasquale. Questi, cordialissimo, gli diede la mano e la tolse quando Michele voleva accennare a un bacio sul dorso della mano, e gli disse: “Massaro Michele, come state, e la vostra signora? Aaah, perdonate, vi dovete ancora maritare… ho sentito, vi maritate, dunque?” Michele, profondendosi in un inchino dalla sedia di vimini dove si era accomodato, rispose: “La sapete giusta Voi, Don Pasquale, mi devo ancora maritare sì, ma prima devo avere la possibilità di trovare casa, che non è facile con il mio lavoro, un giorno qua un giorno là, anche da Vossignoria…” Don Pasquale lo interruppe con tono amabile: “Massaro Michele, non continuate suvvia, ché, se è solo per questo, consideratevi a cavallo. Ho giusto una casetta verso le nostre campagne, che ora non ospita nessuno, linda, pulita, giusto adatta a voi e alla vostra signora… futura“. “Ma, rispose Michele tutto confuso, ora come ora non potrei darvi nessuna pigione, ché avremo spese per il mobilio e…” Don Pasquale lo interruppe di nuovo, con gentile decisione: “Vi dico, Michele, che non dovete darvi pensiero per nulla: la casetta è bel che arredata, anzi potete anche servirvi per il vestito della sposa nel mio negozio di Vibo, giù al mare. Andate con lei, scegliete ciò che più le aggrada e venitemi a salutare. Sarà il mio regalo di nozze“.

Michele era tutto in confusione e non sapeva che cosa fare. Si alzò e cominciò a ringraziare tutto imbarazzato, e non se ne andava. Allora Don Pasquale lo congedò in modo gentile e… un po’ brusco, dicendo: “Ora pensate solo al vostro matrimonio, maritatevi, riposatevi e venite da me tra qualche giorno, ma vi manderò a chiamare. Avrò forse bisogno da voi di un servizio, ma piccolo, piccolo“. Michele, andandosene, annuiva annuiva, mentre gli scappò di dire: “Don Pasquale, servitore vostro, farò quello che mi chiedete, grazia, grazie, grazie…”

Il matrimonio ebbe luogo il sabato successivo, gran festa di paese, con amici e vicini, e i parenti venuti dalla Puglia con un camioncino pieno di frutta e di vin bianco. Michele e la sua Vincenza, che conosceva fin da ragazzi, erano raggianti. Nella casetta nuova si sentivano in paradiso. Michele aveva anche deciso di prendersi una settimana di riposo, che lui chiamava così, perché non conosceva il termine “ferie”.

Una mattina, di prima mattina, mentre Michele faceva colazione con uva, marmellata e pane di quello che dura a lungo, una pagnotta grande cotta da sua moglie, arrivò in motocicletta Antonio, che abbiamo già incontrato qualche tempo fa, e senza indugio disse a Michele: “Miché, Don Pasquale ti vuole parlare. Puoi venire subito?” Michele esitò solo un istante, poi disse alla moglie di avvertire massaro Lodovico che non sarebbe andato al lavoro la mattina e si sarebbero visto in campagna al pomeriggio. Lodovico era il soprastante di Don Evangelista, proprietario di molta campagna sull’altro versante della montagna.

Michele arrivò alla villa di Don Pasquale sul suo motorino, seguendo Antonio. Fu introdotto subito nel patio dove il padrone stava fumando un sigaro. Senza voltarsi Don Pasquale disse a Michele: “Eccoti, caro Michele, oggi ho proprio bisogno che tu mi dia una mano“… “Per servirvi, Don Pasquale, ditemi“. “Ebbene, cominciò a parlare il padrone, mi pare che sei in buona salute, e dicendo queste parole, si voltò invitando Michele a sedersi, e continuò “tu conosci certamente don Vito da… Ebbene, devi sapere che questo, faccio per dire, “don” Vito mi ha sempre mancato di rispetto, lo sapevi?” E Michele: “No, Don Pasquale, a me è sembrato sempre un galantuomo, gentile con tutti e…” ma Don Pasquale lo interruppe un po’ bruscamente, e la cosa cominciò a impensierire Michele, ma solo un pochino, per il momento. Don Pasquale riprese a parlare dicendo: “Don Vito è un maleducato e un cattivo soggetto. Pensa che ora campa diritti su un terreno che è mio da generazioni, sostenendo che il nonno mio lo aveva commutato con un altro terreno e che, se la cosa non sta bene, ci avrebbe pensato lui a mettermi a posto. E lo va dicendo per le osterie e per i paesi. Mi è arrivata voce da un caro amico di Cosenza che perfino in città don Vito si vanta di potermi mettere a posto come sa fare lui”.

A quel punto Michele cominciò a preoccuparsi, perché qualcosa gli diceva di cose brutte. Infatti, Don Pasquale lo incalzò con una domanda: “Tu, Michele, hai un fucile, sai sparare?” “No, non ho un fucile, ma sparare so, perché mio padre me lo insegnò che ero giovane… rispose Michele titubante e Don Pasquale “Nessun problema, disse e chiamò Antonio, che comparve in un lampo. “Antonio, vai a prendere quel fucile bello lustro, quasi nuovo, che funziona sempre, sai che lo abbiamo usato, sia per la selvaggina piccola, sia per quella… grande, quello a canne sovrapposte“. Antonio ricomparve in meno di un minuto, ché Don Pasquale teneva le sue armi, ben lucidate, in bella mostra, nel soggiorno grande in una vetrina. Lì, ben messi in piedi aveva almeno una decina di fucili di diverse fogge, da quelle da caccia a doppia canna a quelli che ricordavano piuttosto armi da guerra, e un paio di pistole, una a tamburo, un revolver, e una tipo “beretta” dei carabinieri.

Si rivolse a Michele e gli disse “E’ tuo, tuo per sempre, ma devi farmi un servizio, un piccolo favore…, e tergiversava, mentre Michele era sempre più pallido, devi sparare a quel fottutissimo di don Vito, anche senza ammazzarlo, sparagli alle gambe, così capisce, e comunque anche se crepa, non c’è problema. Se lo sarà meritato…” A quel punto Michele fu sul punto di non farcela e si tenne agli spigoli della sedia dov’era seduto. Borbottò, mentre si sentiva svenire, un timorosoSissignore, e dove devo far farlo, Don Pasquale?” Il padrone chiamo Antonio e gli spiegò come lui avrebbe dovuto portare Michele sul posto, che era adatto a un agguato, conoscendo le abitudini di don Vito, che soleva frequentare quella tal strada, che era una scorciatoia per andare in monte verso le sue proprietà.

“Non devi temere nulla, Michele, ci sono qua io, tu non avrai nessuna responsabilità”. E la cosa si fece. Una mattina presto, i due si appostarono dietro una roccia che sporgeva sulla strada, e il colpo di fucile, sparato da Michele, raggiunse don Vito nella parte alta delle gambe e causando un’emorragia mortale. Nessuno venne a cercare Michele, che per un po’, senza evitare di frequentare le osterie e i bar della zona, cercò di parlare poco e di ascoltare molto. Dopo mesi i carabinieri andarono alla casa di Don Pasquale, che fu raggiunto da un avviso di garanzia, ma non vi fu alcun seguito, perché lui personalmente aveva un alibi di ferro, nessuno aveva parlato e l’arma non era mai stata trovata, perché Michele l’aveva nascosta in campagna in uno stallo che gli aveva indicato Antonio.

Il tempo passava e Don Pasquale, che nel frattempo non aveva fatto mancare nulla a Michele, lo chiamò di nuovo e di nuovo e di nuovo. Sempre per la stessa ragione. Michele era diventato ora un assassino esperto. Era uno di loro. Mafioso.

 

Il tremendo racconto mi ha spiegato la mafia, o forse un certo tipo di mafia, più e meglio di qualsiasi trattato di sociologia o di antropologia culturale. E ho continuato a chiedermi quanto si possa essere liberi nelle decisioni per il bene o il male… Certo è che la cultura espressa nel racconto di cui sopra deve essere collegata come una concausa alle politiche sociali ed economiche che nel tempo i governi italiani e quelli locali hanno attuato nel Meridione, fin da prima dell’unità d’Italia, prima di Garibaldi e di Nino BIxio.

 

E torniamo alla biologia. Studi molto recenti hanno mostrato l’importanza di distinguere le varianti genetiche che hanno a che vedere con il metabolismo dei neurotrasmettitori, al fine di comprendere la possibilità che si sviluppino comportamenti antisociali e si commettano atti criminali. Ciò comunque non può essere considerato né sufficiente né necessario, perché l’individuo così caratterizzato commetta reati o abbia comportamenti antisociali. Su questo argomento è interessante consultare il professore Pietro Pietrini dell’Università degli Studi di Pisa e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psicologia Clinica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, intervenuto alla quarta edizione di Trieste Next, BIO-logos, the future of life. Lo studioso invita a non farsi condizionare da facili scorciatoie come l’accettazione di concetti del tipo “Neurobiologia della cattiveria”, certamente mediatico e a modo suo accattivante, perché le cose sono molto più complesse. Non si può ridurre tutto al biologico, e lo dice un neuroscienziato, non un filosofo. Molto interessante. E’ una posizione analoga, in parte, a quella che da un paio di decenni sostiene il professor Steven Pinker, psicologo sociale americano, che io cito spesso in questi miei pezzi.

Pietrini consente che si stia discutendo da molto tempo se la genetica di un individuo sopravanzi con i suoi effetti, quelli generati dall’ambiente e dall’educazione (e qui mi rivolgo ai miei lettori e studenti che hanno ben presente la sinossi che sempre propongo tra struttura di persona e struttura di personalità). Questa annosa questione, che si può sintetizzare con il sintagma nature vs culture non ha senso, poiché ambedue concorrono alla costruzione della persona.

Il ricercatore continua ricordando che, dopo la codifica del genoma umano (Dulbecco e altri, 2003) si sono cominciate a studiare le varianti alleliche di numerosi geni. Posto che come esseri umani abbiamo tutti lo stesso patrimonio genetico, composto da circa 22mila geni, vi è poi una grande variabilità individuale, che può ammontare fino a 30 milioni di possibilità alleliche, anche come semplice sostituzione di una singola lettera nella sequenza del gene. Pietrini ricorda il nome di questo allele: single nucleotide polymorphism (Snip), cioè di polimorfismo a singolo nucleotide. Ricorda a noi profani che “basta la sostituzione di una sola lettera del codice del Dna (di un singolo nucleotide, appunto) perché la proteina che viene trascritta abbia caratteristiche anche molto diverse da quella originale, cioè quella trascritta dal gene nella forma più diffusa, la cosiddetta forma wild. Ebbene, per quanto riguarda lo studio dei geni che giocano un ruolo nello sviluppo del comportamento e della personalità dell’individuo, si è visto che esistono varianti alleliche di geni che codificano per neurotrasmettitori e recettori cerebrali che sono significativamente associate con la modulazione del comportamento.”

Subito dopo, però, specifica che “non vi è alcun effetto deterministico: vale a dire, nessuna variante allelica determina alcun comportamento. Quello che invece si è scoperto è che certe varianti alleliche modulano il rischio che l’individuo da adulto sviluppi un comportamento antisociale ed aggressivo, se da piccolo è stato allevato in un ambiente malsano, è stato maltrattato e/o abusato. Al contrario, se l’individuo è cresciuto in un ambiente sano, ricco di attenzioni e di stimoli, queste stesse varianti sembrano favorire lo sviluppo di un comportamento pro-sociale. Dunque, si può parlare di “geni di plasticità”, nel senso che queste varianti alleliche sembrano modulare la suscettibilità dell’individuo all’ambiente che lo circonda. Si comprende quindi come geni e ambiente siano due fattori inscindibili nello sviluppo del comportamento umano. E come la lunga diatriba tra i sostenitori che tutto è nella biologia e coloro che per contro ascrivono il comportamento al solo effetto dell’ambiente e della cultura-educazione, sia priva di fondamento”.

A Pietrini piace comunque fare sempre riferimento al sapere etico-filosofico quando si trattano questi temi, e cita in proposito Platone: ‘Perché malvagio nessuno è di sua volontà, ma il malvagio diviene malvagio per qualche sua prava disposizione del corpo e per un allevamento senza educazione, e queste cose sono odiose a ciascuno e gli capitano contro sua voglia’ (Timeo, 86 e)”.

Un ultimo aspetto che chi mi conosce sa che non trascuro mai quando tratto temi come questo è il riferimento al contesto giuridico-penale dell’agire umano antisociale o criminale. Torna in questione il tema della libertà, e quanto questa facoltà sia presente nell’agire umano. Il sistema penale, da quasi quattromila anni presuppone che l’essere umano sia responsabile delle proprie azioni, e pertanto ne debba rispondere quando queste sono riprovevoli. Si tratta della premessa necessaria per ammettere la stessa imputabilità del soggetto agente, ovvero l’esclusione di essa con i conseguenti esiti di carattere penale.

In tema Pietrini avverte che, se un individuo non possiede da sempre o non possiede più tutte le funzioni dei lobi frontali a causa di un trauma, di una malattia, o di un processo neuro-degenerativo, costui non possa essere ritenuto responsabile di comportamenti anche criminali. In ogni caso, chi opera contro le norme morali e le leggi della convivenza civile in modo consapevole, e ciò sia dimostrabile, non può non essere ritenuto colpevole e meritevole di condanna e di espiazione di una pena. Colpa e pena appartengono alla consapevolezza, sia nel diritto penale, sia nelle dottrine filosofico-teologiche classiche, da Platone in poi.

Se non si può cedere al determinismo filosofico-biologico, è altrettanto importante conoscere bene le condizioni cerebrali e mentali di ogni attore e autore di gesti ascrivibili all’essere umano. Tommaso d’Aquino distingueva fra “atti umani”, cui attribuiva un’accezione di scelta morale per il bene, dagli “atti dell’uomo”, che rappresentavano semplicemente l’agire dello stesso, indipendentemente dal giudizio morale sugli atti stessi.

Nell’intervento citato, lo studioso cita casi accaduti presso i Tribunali di Trieste e di Como, dove sono stai presi in considerazione elementi di alterata funzionalità cerebrale e di vulnerabilità genetica riportati nelle perizie psichiatriche degli imputati, così come abbiamo visto nell’articolo precedente, nel quale ho riportato la sentenza di un Tribunale del Tennessee, chiamato a giudicare un delitto effettuato da un uomo non in grado di intendere e volere nella pienezza delle sue facoltà, e quindi della sua libertà.

Il tema è immenso e difficile.  Anche il racconto da cui ho iniziato questo articolo suggerisce una riflessione: oltre ai deficit fisico-psichici, non possiamo trascurare gli elementi “culturali” e antropologici, per comprendere gli abissi nei quali talora l’uomo si viene a trovare.

Il gene della “malvagità” MAO-A, la libertà e la colpa: innocenza morale o peccato/ reato?

Se dovessimo ammettere che, se un essere umano fosse dotato del “gene della malvagità”, ovvero se mancasse di alcune parti fondamentali della corteccia prefrontale, quella preposta alla riflessione razionale, che in tale situazione verrebbe impedita, ovvero queste parti fossero condizionate dal suddetto gene, per cui mancasse pure  di un funzionamento corretto dei neurotrasmettitori responsabili dell’umore, come la dopamina, la noradrenalina e la serotonina, tra decine di altri, come conseguenza immediata e incontrovertibile, dovremmo ammettere l’inutilità e l’inapplicabilità di qualsivoglia codice morale e penale, religioso e civile.

Da Hammurabi in poi, per quanto riguarda la cultura del plesso Mediterraneo, e quindi egizia, semitica e greco-latina, compresi i successori.

Come in ogni caso, sono i fatti concreti che ci possono ispirare ulteriori riflessioni, oltre alle dottrine giuridiche ed etiche, che sempre consideriamo Riporto un caso trovato sul web, che pone questo tema.

 

E’ il 16 ottobre del 2006 e Davis Bradley Waldroup, nella sua roulotte sulle montagne del Tennessee, si sta ubriacando. Sta aspettando sua moglie Penny dalla quale si sta separando. I rapporti tra i due sono molto tesi e i loro quattro figli ovviamente ne risentono. Quando la moglie ed i 4 ragazzi arrivano alla roulotte sono accompagnati da un’amica di Penny, Leslie Bradshaw. Davis affronta la moglie imbracciando un fucile calibro 22. Il litigio degenera e Waldroup esplode otto colpi di fucile contro l’amica della moglie, uccidendola.

Penny si da alla fuga in direzione delle montagne ma l’uomo le spara un colpo di fucile alle spalle, poi la raggiunge e la ferisce ulteriormente con un coltello. Quindi la colpisce con un badile, poi con un machete le procura dozzine di ferite, mozzandole anche un dito. Trascina la donna ormai in stato di semi incoscienza nella roulotte e qui le sfila le mutandine con l’intenzione di avere un rapporto sessuale con la moglie. Infuriato perché la donna non reagisce, urla ai figli di venire a dire addio alla madre.

Penny però, nonostante abbia numerose ferite, e sia interamente ricoperta di sangue approfitta di un attimo di distrazione del marito e fugge. La polizia arriverà  qualche minuto dopo, trovandosi sulla scena di una carneficina: sangue sulle pareti, sul furgone, sui tappeti, persino sulla Bibbia che Waldroup stava leggendo mentre beveva quella sera. Oltre alle cruente prove materiali, presenti in enorme quantità, c’è anche l’aperta confessione di Davis di aver avuto fin dall’inizio intenzione di uccidere. Il suo destino sembra segnato: per un omicidio volontario di primo grado così efferato e per un secondo tentato omicidio lo stato del Tennessee prevede la pena di morte.

Il 25 marzo del 2009, dopo 11 ore di camera di consiglio, il gran giurì di Polk County emise il verdetto: sequestro aggravato e omicidio volontario ai danni di Leslie Bradshaw e sequestro aggravato e tentato omicidio di secondo grado della moglie, Penny. Trentadue anni di carcere. Waldroup aveva scampato la pena capitale grazie alla strategia difensiva dei suoi legali che si basava sulla genetica.

La strategia della difesa si fondava sulla monoamino-ossidasi A, o MAO-A. Il gene MAO-A codifica un enzima la cui funzione è distruggere i neurotrasmettitori. Questi ultimi sono le molecole messaggero che si muovono nelle sinapsi quando pensiamo o compiamo un’azione e la regolazione della loro attività è una componente essenziale di una vita normale. Ci sono circa un centinaio di neurotrasmettitori ma tra i più importanti e conosciuti ci sono la dopamina, la serotonina e la noradrenalina. Queste molecole sono responsabili del nostro umore e delle dipendenze da alcol, gioco o sesso. La MAO-A non fa che tagliare via una parte delle molecole una volta che queste hanno trasmesso il loro messaggio da una cellula all’altra e in questo modo le rende inutilizzabili.

Il gene MAO-A è indispensabile per una vita normale e nell’ambito comportamentale è stato associato a patologie come l’autismo, l’Alzheimer, il disturbo bipolare, ed il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività e la depressione grave. Negli ultimi anni dello scorso secolo alcuni studi avvalorarono l’ipotesi che particolari varianti del MAO-A ricorrevano più spesso in persone con comportamenti aggressivi, impulsivi o criminali.

Verso il 2004 il MAO-A fu ribattezzato «il gene del guerriero». Nel 2009 un algerino che viveva in Italia, Abdelmalek Bayout, ebbe uno sconto di pena di un anno per l’omicidio di un colombiano dopo una perizia della difesa che lo indicava come portatore del gene MAO-A difettoso. Questo incrocio tra diritto e genetica è però pericoloso in quanto etichettare uno specifico gene come il “gene della malvagità” di fronte a studi non ancora definitivi e incompleti rischia di alimentare un “giustificazionismo genetico” di fronte a crimini orribili ed efferati.

 

Non possiamo accettare quanto riportato per come è riportato – come rischio – nell’ultima riga del brano, mi pare, anzi ne sono convinto.

Torna da capo l’ennesimo diuturno, faticoso, difficilissimo tema del libero arbitrio, cioè della polarità fra necessità e libertà, fra Lutero, Spinoza e Benjamin Libet da un lato, Aristotele, Agostino, Tommaso, Erasmo e Kant dall’altro, per tacere di altri meno noti.

Non possiamo non ritenere che noi agiamo decidendo in qualche modo e misura liberamente di fare il bene o il male, o azioni ambigue, intermedie. Il latino possiede due verbi per dire ed esprimere l’azione del “fare”: agere e facere, con due accezioni diverse, poiché il primo esprime genericamente un’attività purchessia, il secondo, invece, un’attività virtuosa, vale a dire “volta al bene” proprio e altrui. In latino, pertanto, se si vuole citare un agire virtuoso, non si dice bona facienda, bensì bona agenda (sunt), vale a dire “le cose buone sono da fare“, come raccomandazione e auspicio (e, implicitamente, evitando quelle male), proprio per questa ragione semantica.

Il mio carattere personale è segnato da una notevole capacità di controllo, tant’è che i più (i quali mi conoscono di meno) ritengono che io sia una persona quasi imperturbabile, avendo nella mia vita professionale dimostrato molte volte e in situazioni non poco ardue, una pazienza e una capacità di ascolto tali da far concludere positivamente dialoghi e trattative estremamente difficili. Non è del tutto così, poiché io sono anche collerico, iracondo, e non poco. Sbotto a volte, ma non mai in pubblico, con una violenza verbale inusitata e talora sono stato tentato (sono tentato), a fronte di situazioni di contrasto duro, di passare a vie di fatto. Forse che ho il gene di cui sopra? Forse che sarei capace di arrivare ad estreme conseguenze? Sinceramente non lo so. Una cosa so, senza dubbio: che sarei capace di usare ogni mezzo per difendere, ad esempio, mia figlia. Anche un’arma mortale.

La legittima difesa è ammessa dai codici civili/ penali di ogni nazione provvista di leggi da “stato di diritto”, ed è ammessa pure dalla grande tradizione morale, filosofica e teologica. Tommaso d’Aquino ha parole chiarissime sulla eventualità che uno, nel difendersi o per difendere un suo caro, tolga la vita all’aggressore, sottolineando che il male dato è un male minore rispetto al male evitato.

Ma ciò che sembra generare il gene MAO-A è altro. Lo spazio che sussiste fra la violenza immotivata e la violenza da legittima difesa è da studiare con cura, interfacciando le discipline neuroscientifiche con quelle etiche e antropologiche, al fine di trovare un’area nella quale si possa decidere se il male fatto dipende da un condizionamento biologico irresistibile, e perciò non punibile, o da malvagità individuale che ha rilevanza morale e penale.

Rifletto su queste cose, mentre alto (non qualitativamente) è il dibattito italiano sulla cosiddetta “prescrizione” dei processi penali, nel quale vi sono addetti ai lavori come l’ex procuratore Pier Camillo Davigo che ritengono le persone “assolte” da accuse, in qualche modo, solo dei “colpevoli che l’hanno fatta franca”, in ciò sostenuto dal giornalista Travaglio. Per questi due, che per fortuna appartengono a una minoranza (credo e spero) in questa nostra Italia, evidentemente, o il gene della malvagità è presente in tutti i DNA, ma allora nessuno sarebbe colpevole, oppure tutti sono liberamente malvagi e pertanto tutti (tra i quali pure io e te, gentil lettore) vanno messi in galera, intanto. Grazie a Dio e a un’umanità che non demorde dal suo destino, così non è.

L’anima e l’eternità degli “enti” per il maestro Emanuele Severino e per… me

A 91 anni Emanuele Severino se ne è andato tra gli eterni, come crede e dice e scrive lui, da sempre, dal sempre eterno della sua vita. Parmenideo anti-eracliteo, cristiano nel senso metafisico e non teo-logico del termine. Il filosofo, il professore, è stato rimosso dalla docenza alla Cattolica mezzo secolo fa, perché il suo insegnamento è stato ritenuto da Santa Madre Chiesa incompatibile con il tomismo (non tanto con l’agostinismo) dei fondamenti cattolici.

Poi a Cà Foscari, nella luce della laguna, ha formato centinaia di docenti e forse qualche filosofo, e infine a Milano con Massimo Cacciari all’Università San Raffaele – Vita e Salute: docente di filosofia e filosofo non sono sinonimi. Chissà che cosa sono io, caro lettore?

Ora la sua anima non è ad animare un altro corpo, ma è dov’era da sempre, nell’eternità, in ciò che latinamente si può dire interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio. La visione del mondo e della vita di Severino presuppone la possibilità che vi sia un luogo/ stato dell’essere dove si può osservare tutto e totalmente delle cose, che si può dire ex parte Dei o sub specie aeternitatis, anche se il filosofo non la chiama “Dio”, concetto che appartiene alla teologia. Si potrebbe chiamare “assoluto”, “incondizionato”, fermi restando i nomi presenti nella tradizione monoteista come “eterno”, “onnipotente”, “signore”, “misericordioso” e  altre decine (soprattutto in ambito teologico islamico).

Per Severino, e anche per un altro maestro mio, il padre domenicano Barzaghi l’eternità degli “enti” sussiste. Proviamo con un esempio: facciamo conto di stare dietro a una scrivania e di mostrare una mano, poi di nasconderla dietro la scrivania stessa. La mano appare e poi scompare, ma senza smettere di “essere” o, come si intende comunemente, di “esistere”. L’apparizione della mano non è una mera “apparizione”, ma la ricomparsa di un “ente” (qualcosa-che-è) che non smette di essere (esistere) anche quando scompare alla vista, ma non alla vita. Ogni gesto che facciamo, anche uno sfregamento del mento, dura in eterno, poiché nessuno, neppure l’onnipotenza di Dio può far-non-essere-stato quel gesto, una volta che esso è stato compiuto. Anche la relatività generale einsteiniana lo conferma, poiché ciò che accade è, e se è, è per sempre, pur se sottoposto alla legge fisica citata. Betelgeuse, se diventerà una gigante rossa dopo la sua esplosione nucleare, si “farà vedere da noi” solo fra… cento anni, ma intanto sarà visibile immediatamente a chi fosse distante solo trecentomila chilometri da essa, in un minuto secondo, un soffio.

Ora, ad esempio, parliamo dell’anima: ruah, pnèuma, anima, per dirla in ebraico, greco e latino-italiano. Che cosa sia in molti se lo sono chiesto, studiosi e chiunque.

Trattati e lettere e omelie sono stati scritti dai maggiori. In Occidente e in Oriente, dove l’anima è ritenuta una scheggia di “divino” o d’infinito, come nella dizione hindu atman, che deriverebbe dal brahman, cioè dallo “spirito divino del mondo”. Anime che si possono reincarnare in creature più nobili o meno, a seconda del karma, cioè del retaggio morale di una vita, dottrina retributiva presente anche nel giudaismo biblico e nel paleo-cristianesimo (popolarmente anche dopo). Anime che si possono elevare fino quasi all’illuminazione del bodhissatva (buddhismo) ovvero dell’avatar (hinduismo), così come nel plesso mediterraneo vi sono i “santi”.

Essa è, secondo la teologia cristiana classica aristotelico-tommasiana: forma sostanziale del corpo. E’ sostanza, essenza, natura, principio di moto e sede di tutte le facoltà spirituali (volontà, intelligenza, memoria, sensibilità). Sempre in ambiente teologico l’anima è creata da Dio, mentre il corpo viene formato dai gameti genitoriali; essa è immortale e tramite della spiritualità umana.

Nell’Antico Testamento si concepisce l’anima come una struttura mista con il corpo ed è collocata nel “cuore” dell’uomo, non inteso come muscolo pompante il sangue, ma come centro dell’essere, del pensare e delle emozioni, il nefesh.

In Genesi Dio insuffla in Adam l’anima insieme con la vita: in sostanza lo anima. Nei più antichi testi biblici (l’ebraica Torah) non si parla mai di anima, immortalità e sopravvivenza dell’anima individuale dopo la morte. L’idea di immortalità dell’anima deriva piuttosto dal pensiero filosofico greco classico, o come elemento del mondo (presocratici, stoici ed epicurei), ovvero principio dell’essere (Aristotele) o, ancora, principio del movimento (Platone e neoplatonici).

Secondo Genesi l’essere umano è composto da: a) la terra, elemento materiale; b) l’alito vitale, elemento spirituale comunicato alla materia; c) l’anima vivente, che è il risultato dell’operazione svolta da Dio insufflando lo spirito nella materia. L’animazione impressa al corpo di Adamo non è un’anima-sostanza. Anima e spirito possono essere pensati indipendentemente.

I padri della Chiesa (tra i principali Ireneo di Lione, Cipriano di Cartagine, Agostino, Gregorio Magno, etc.) si sono basati soprattutto sulla dottrina platonica (cf. Fedone) e plotiniana, senza ignorare lo gnosticismo e lo stoicismo. Per alcuni di essi l’anima umana è costituita da materiale finissimo, non potendo essere concepita come del tutto immateriale. Fu sant’Agostino, attorno al 400, che propose un’idea o immagine dell’anima come di un nocchiero che guida il corpo, cioè la persona. Circa mezzo millennio dopo, con la riscoperta del pensiero aristotelico si iniziò a pensare unitariamente all’essere umano come composto unificato di anima e corpo (il sinolo aristotelico, da syn òlon, cioè con-il-tutto). Per Tommaso d’Aquino l’uomo è un “composto” di corpo e anima, ovvero materia e forma; è dunque al tempo stesso sostanza spirituale (cioè essere ragionevole dotato di intelletto) ed essere animale (dotato di un corpo informato dall’anima sensitiva e vegetativa). Le sostanze spirituali sono per lui forme separate, che esistono indipendentemente da qualunque connessione con la materia, e costituiscono un unico individuo per ogni specie animale; nel caso specifico dell’uomo, invece, ogni singolo individuo è perfettamente distinto dagli altri (l’anima è forma per se subsistens), in quanto solo così si può convalidare la credenza nell’immortalità dell’anima individuale. Per l’Aquinate l’uomo è composto di corpo e anima, vale a dire di materia e forma (essenza. sostanza, natura). Inoltre, siccome l’anima è una sostanza semplice di natura spirituale, non è corruttibile, e perciò può essere… immortale. Infatti, solo le sostanze composite (complicate, complesse) sono corruttibili in quanto generabili.

La filosofia e la teologia cristiane dei tempi moderni si sono orientate sul concetto di persona, anche per parlare dell’anima. Consultiamo un autore contemporaneo come Norman M. Ford (1988),  che scrive l’anima non è un oggetto concreto, ma un principio di vita non empirico, e di conseguenza non è direttamente riscontrabile con i metodi dell’osservazione scientifica […] è un principio di vita non-materiale o spirituale, necessario a spiegare gli aspetti non quantitativi degli atti autocoscienti razionali di conoscenza e libera scelta. Non è possibile ricorrere a metodi di investigazione puramente empirici per osservare direttamente la presenza dell’anima come tale o l’inizio della sua presenza.

Tornando all’Antico Testamento, lo spirito è il principio della vita, universale, impersonale, immortale, ovvero la parte superiore dell’uomo, dove risiedono l’intelligenza, la ragione e la coscienza morale, e dunque materia e spirito sono due elementi non individuali, di cui solo il secondo persiste alla morte, mentre l’anima vivente e vivificante è un elemento individuale che sussiste solo finché il corpo è in vita. Per l’antico ambiente giudaico l’anima è mortale.

La Chiesa Cattolica si richiama dottrinalmente all’Antico Testamento, dove il termini anima e spirito non sono usati con coerente costanza terminologica, ma in modo scambievole. San Paolo, poi, influenzato dall’ellenismo ne parla in termini differenziati distinguendo con cura senso, significato e utilizzo dei due termini. Per l’Apostolo l’uomo è proprio composto da tre dimensioni: corpo, anima e spirito. E’ dal Concilio di Vienne (1312/ 1313)  che questa dottrina è diventata parte della Tradizione cattolica e del Magistero. L’anima, dunque, è sede della mente, della volontà e delle emozioni, ed è preposta al controllo di tutti pensieri umani e di tutte le azioni che conseguono. Nella modernità le dottrine psicologiche, sia pure con terminologie differenti, hanno attribuito alla mente questo ruolo. Mente è comunque un termine che trae le sue origini dall’etimologia latina di mens/ memoria/ memorare, molto cara ad Agostino che addirittura la usò come metafora per indicare il Padre nella Trinità: Mens, Notitia et Amor, ovvero Padre, Figlio e Spirito Santo, secondo il grande teologo africano.

Se anima è un concetto condiviso fra teologia e psicologia moderna, spirito ha invece un’accezione eminentemente teologica, in quanto è il tramite per il quale l’uomo ha una qualche conoscenza di Dio e con lui in qualche modo… comunica. Lo spirito è collocato ontologicamente al di sopra dell’anima e la può orientare secondo l’ispirazione divina, al bene. Infatti, come insegna Tommaso, l’anima ha un’origine diversa dal corpo, poiché è sostanza semplice ed è spirituale, mentre il corpo è complesso ed è materiale.

Molte e diverse sono le dottrine teologiche sull’anima: vi sono opinioni che la ritengono creata da Dio all’atto del concepimento (Alberto Magno), altre all’atto della nascita, altre ancora quando la struttura encefalica si può considerare completata, e quindi dopo la nascita. Tommaso d’Aquino parlava di quaranta giorni per i maschi e di ottanta per le femmine. Su queste opinioni si possono proporre diversi giudizi, tenendo conto delle conoscenze naturali del tempo, che rendevano un po’ confusa la nozione, che si collocava fra biologia e metafisica. Il “tipo” di anima conferita all’uomo, inoltre, è completamente diversa dall’ente-anima che fa vivere gli anima-li, i quali la possiedono solo nelle dimensioni vegetativa e sensitiva. Vi sono però anche posizioni curiose, come quella di san Girolamo, che consolava i credenti affermando che avrebbero incontrato gli animali cui in vita sono stati più affezionati, perfino in paradiso. I possessori di animali odierni, però, per loro sfortuna, si dichiarano spesso agnostici o addirittura atei. Non sanno quello che si perdono.

Tommaso d’Aquino riteneva che l’anima intellettiva, dando forma e struttura alla materia e rendendola vivente, non sia collocata in alcun in alcun luogo particolare del corpo, che compenetra totalmente. L’anima si «esprime nel corpo» e lo contiene. L’anima è il principio vitale da cui scaturisce ogni azione corporea, da quelle dell’apparato locomotore a quelle della psiche. Il Concilio di Vienne (1312-1313) afferma: «riproviamo come erronea e contraria alla verità della fede cattolica, ogni dottrina o tesi che asserisce temerariamente o suggerisce sotto forma di dubbio che la sostanza dell’anima razionale o intellettiva non è veramente per sé la forma del corpo umano». Ma già Agostino d’Ippona aveva autorevolmente affermato: «in ciascun corpo l’anima è tutta in tutto il corpo, così com’è tutta in qualsivoglia parte di esso».

Per la Chiesa Cattolica l’animazione razionale del neonato è stato un tema non molto trattato. Si può dire che in passato la vita fetale non era considerata pienamente umana (non dimentichiamo che Margherita Hack parlava a volte dello zigote, della blastula e della morula come di un mucchietto di cellule, paradossalmente d’accordo con gli antichi teologi). Se vogliamo però applicare lo schema aristotelico-tomista non possiamo dimenticare che i due gameti che producono – pariteticamente – lo zigote (23 cromosomi y + 23 cromosomi x) hanno in potenza, cioè provvedono il potenziale per lo sviluppo dell’essere umano che sarà, tutto e totalmente. Se quindi si concepisce l’anima in termini non strettamente fisici, ma anche metafisici, non possiamo non ammettere che l’umanità sia infusa totalmente fin dai istanti di vita dello zigote, pur essendo questo “ente” unicellulare. A chi non ammette la dimensione metafisica questo ragionamento non interessa, ovviamente.

Per Tommaso d’Aquino, il sangue stesso è già un essere umano “potenziale” che diviene essere umano “in atto” sotto l’azione del pneuma (lo spirito) presente nel seme. E’ comunque Dio stesso a intervenire con un atto creativo, dando alla creatura vegetativo-sensitiva una dimensione razionale e spirituale, infondendo l’anima.

La teologia contemporanea conviene sulla posizione di sant’Alberto Magno (l’anima sussiste dall’atto del concepimento), ma solo successivamente (quando?) inizierebbe ad operare? Sul tema sarei dell’idea di esprimerci con enorme cautela, anche e soprattutto per le implicazioni etiche che esso ha con il tema dell’aborto.

Ci si può chiedere se vi siano “prove razionali” dell’esistenza dell’anima. Si può ragionevolmente affermare che le maggiori sono di carattere psicologico: la consapevolezza dell’individualità; la consapevolezza dell’esistenza della propria anima; la cognizione della distinzione fra anima e corpo; la consapevolezza dell’opposizione fra anima e corpo; la persistenza dell’Io rispetto ai mutamenti del corpo; la presenza di attività spirituale; il senso di responsabilità; la ripugnanza verso l’idea di una morte definitiva. Queste caratteristiche sono anche utili a mostrare, forse, la plausibilità dell’esistenza di un “ente” come l’anima. Essa, oltre a manifestare i tratti psicologici sopra elencati, può essere illustrata anche come segue: principio di vita; immagine di Dio; vera essenza dell’uomo; costante dell’essere; principio che umanizza il corpo; principio della razionalità umana e dello psichismo; principio dell’individualità; fonte della personalità; principio della soggettività; principio della coscienza e della consapevolezza; parte migliore dell’uomo; fonte dell’interiorità e della vita personale; principio del libero arbitrio e della volontà; essenza dell’essere e dell’Io; coscienza morale.

Circa la “vita” dell’anima  la teologia cattolica tradizionale sostiene che dopo la morte (del corpo) l’anima continui a sussistere separatamente, essendo immateriale e quindi non potendo dissolversi in qualcosa d’altro, come accade al corpo. La separazione dell’anima dal corpo permette inoltre che Dio possa avere una relazione spirituale con una sostanza che gli “somiglia” (cf . Genesi 1, 27), per cui la fa sussistere con la sua propria essenza, mentre il corpo sarà ripreso dopo la resurrezione finale, in altra forma sostanziale.

La morte è, dunque, la separazione dell’anima dal corpo, ma resta comunque parziale. Mentre il corpo non procede con le sue funzioni vitali, l’anima continua a “vivere” separatamente. Dopo la morte l’Io umano non si spegne, ma si “sposta” in uno stato dell’essere diverso, non più percepibile dagli altri, ma presente in uno stadio/ stato spirituale. L’anima, pertanto, continua a vivere, ma non più mediante il corpo, bensì autonomamente.

Per la teologia cristiana, l’unica eccezione nel morire è costituita dalla morte di Maria, che fu vera morte, ma non tale da far sì che il corpo si decomponesse. Il dogma (non obbligante) dell’Assunzione di Maria, anche se presente nella Tradizione fin dal V secolo, è di proclamazione molto recente (1950, sotto papa Pio XII) sostiene l’assunzione della Madre del Signore in anima e corpo.

Le visiones medievali sono la rappresentazione più forte dello stato e dell’attività dell’anima dopo la morte, tra le quali il poema dantesco è la più nota.

L’attività dell’anima dopo la morte, in particolare in quello stato sospeso rappresentato dal purgatorio, veniva descritta in passato quasi come un viaggio fantastico, durante il quale è possibile il contatto tra ciò che appartiene all’Io e il mondo ultraterreno. Per questo durante il Medioevo vi fu una fioritura di racconti di viaggi estatici nei mondi ultraterreni; l’esempio più noto è quello della Divina Commedia.

Circa il destino dell’anima, la dottrina cattolica prevede che essa si possa trovare nelle condizioni spirituali “meritate” in vita, con una qualche analogia con il karma hindu-buddistico, e un “arricchimento” medievale, sconosciuto ai Padri del cristianesimo primitivo, quello della purificazione (da pyr, fuoco in greco) purgatoriale, se i peccati commessi non siano stati tali da impedire la visio beatifica della Santissima Trinità (cf. Canto XXXIII del Paradiso dantesco) e facciano meritare il “silenzio eterno di Dio” (cf. J. Ratzinger)

A differenza della cultura religiosa cristiana e musulmana, che prevede la resurrezione finale delle anime e dei corpi, quella giudaica la ignorava. E’ nella Lettera agli ebrei che si parla per la prima volta in maniera chiara di resurrezione finale. Si tratta di un dogma fondamentale correlato a quello dell’immortalità dell’anima. e per queste ragioni: a) se l’essenza dell’uomo fosse lo spirito, non si comprenderebbe perché Dio l’avrebbe fatto compagno della carne; b) essendo l’anima “forma del corpo” è del tutto innaturale che essa si trovi separata dal corpo, e dunque tende a ricongiungersi ad esso; c) poiché l’anima e il corpo commettono insieme il bene e il male, entrambi debbono ricevere il premio o la punizione.

Infine, il cristianesimo non ammette la reincarnazione, tipica dottrina delle tradizioni religiose orientali. Vi sono comunque teorie in questo senso anche in ambito cristiano, come nel caso di Origene, per il quale le anime non solo sono immortali, ma anche… eterne.

Per la maggior parte della sua storia il Cristianesimo ha sostanzialmente condiviso l’idea platonica di una netta separazione dell’anima dal corpo; e per questo motivo il Simbolo degli apostoli parla di «resurrezione della carne», espressione che non compare nel Nuovo Testamento né nel Credo di Costantinopoli (e in quelli precedenti), dove si parla sempre di «resurrezione dei morti» (solo nel 1513, con il Concilio Laterano V, l’immortalità dell’anima è divenuta dogma). Ma nei Vangeli non si parla di immortalità per tutti gli uomini o per tutte le anime; la resurrezione degli empi serve solo ad applicare loro la pena definitiva della distruzione col fuoco, giacché il definitivo concetto di inferno, inteso come luogo di dannazione eterna, nasce solo con Tertulliano e Origene.

Per l’apologetica, l’uomo prova un desiderio naturale di integrità della propria persona, dovuto al fatto che l’anima è la forma del corpo e come tale tende a essergli unito. Questa certezza soggettiva, rafforzata definitivamente dalla fede, sarebbe la prima prova della necessaria immortalità, e appagherebbe un desiderio ben presente anche nei filosofi pagani. L’immortalità dell’anima sarebbe inoltre dimostrabile con la semplice ragione: l’anima è immortale in quanto immateriale e non scomponibile; se infatti l’intelletto opera prescindendo dalla materia (ovvero, se l’agire segue direttamente all’essere), l’anima non può che essere immateriale e dunque immortale, perché solo la realtà materiale è soggetta alla corruzione.

L’ente anima può essere considerato forse il modello di eternità degli enti, anche se il concetto di eternità non coincide affatto con quello di immortalità, in quanto l’eterno è in-creato, mentre l’immortale no.

Gentil lettore, considera questo mio sforzo come un omaggio a Emanuele Severino, che ora conosce de visu, gli eterni, e a cui auguro, anche se lui ne ha fortemente dubitato, la visione beatifica degli angeli e dei santi.

Ai confini della laguna

Invitato dall’amico Davide, filosofo venezian, mio valoroso collega in Phronesis (che per il mio affezionato lettore è l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica), mi trovo un giorno di gennaio di quest’anno, l’ultimo del secondo decennio, non il primo del terzo come molti imbecilli cercano di dire, a Cavallino Treporti. La sera scende e le persone attendono che si parli di libertà, di come la libertà si può declinare nelle varie forme consentite dalla vita umana e dalla natura, e da come l’umano intelletto le può descrivere.

Tanti modi, innumerabili: dalla libertà (apparentemente) assoluta, cioè sciolta da ogni legame (ab-soluta), a quella più limitata dalla necessità, cioè una libertà senza alcuna libertà, e in mezzo le infinite sfumature di ciò che chiamiamo caso, non sapendo come definire ciò che accade al di fuori del nostro controllo intellettuale e fattuale.

Libertas major et libertas minor sono poi due espressioni care a sant’Agostino, che distingueva, appunto, tra una “libertà maggiore”, cioè quella determinata dalla consapevolezza intellettuale e morale delle scelte per il bene, e una “libertà minore”, vale a dire più inconsapevole, e pertanto non legata alla riflessione sull’eticità delle scelte.

Molte volte in questa sede mi son posto il tema, non trascurando i pensatori che della libertà più si sono interessati, dai grandi greci, al vescovo ipponate, fino ad Erasmo e Lutero, per giungere a Kant e ai nostri giorni. Me ne sono interessato al punto da pubblicare un pamphlet, che ha avuto un’ottima accoglienza di pubblico e di critica, da parte di colleghi, imprenditori, lavoratori e lettori. La politica, invece, è stata completamente assente dal piccolo dibattito da me suscitato, in questi anni afona e poco colta, e perfino poco curiosa. E non me ne meraviglio, ché la povertà della discussione in quelle sedi è malinconicamente conclamata. Quando li vedo (i politici, e parlo degli attuali che vanno per la maggiore) comparire i tv o sul web oramai mi rattristo preventivamente, mentre loro leggono discorsetti già preparati, forse da terzi (questo accade sempre con i più in vista) per dire banalità clamorose o indulgere in pressapochismi desolanti. In ciò supportati e accompagnati da gran parte dei giornalisti video e della carta stampata, e da conduttori capaci più che altro di esaltarsi per scoop inesistenti e autori di titoli e slogan urlati, spesso indecorosi, se non indecenti. Basti ricordare, in tema, come è stato presentato il falso conflitto in materia di celibato ecclesiastico tra Joseph Ratzinger e papa Francesco.

E allora, libertà da cosa, libertà di cosa? del nulla. Così pare essere ciò che emerge dall’assente dibattito in tema. Bisogna risalire indietro nel tempo di almeno tre/ quattro decenni per ricordare qualcosa di degno di attenzione nella politica, ai tempi di Nenni e Craxi, di Moro e Fanfani, di Berlinguer e Amendola e Ingrao, pur nei loro limiti e contraddizioni (basti pensare agli errori e limiti manifestati da alcuni di loro ai tempi dell’affaire Moro e della vergogna di via Caetani, tema ancora ricco di oscure presenze e assenze), per quanto riguarda l’Italia.

Gentil lettore, eccoti il documento di cui…

la scelta libera

Valori e linguaggio per “curare” il disagio, premessa necessaria per far crescere le persone nel gruppo solidale

“Valori”, anche se deriva dal verbo latino valeo, cioè valere, è termine molto moderno, nato più o meno dalla cultura illuministica ed economicistica anglosassone e progressivamente molto utilizzato, sia in economia, sia in filosofia morale e politica. Marx ne declinò con passione il significato nei due sintagmi fondamentali della sua teoria politica ed economica: valore d’uso e valore di scambio. Per il dottor Karl il valore d’uso è da attribuire ai beni secondo il loro effettivo utilizzo, mentre il valore di scambio è da intendere secondo la convenzione dettata dai mercati nell’ambito dello scambio tra beni/ servizi e prezzo pattuito degli stessi, fra i contraenti del negozio commerciale.

Con il tempo, però, il termine “valori”, soprattutto grazie alle ricerche di Max Scheler, ha subito una sorta di slittamento semantico in senso etico-morale, venendo a collocarsi quasi in un’area sinonimica di princìpi, o addirittura di virtù.

Sappiamo bene che virtù è un lemma latino, virtus, che a sua volta deriva da vir, cioè uomo coraggioso, forte, corrispondente al greco aretè. Da Platone/ Aristotele in poi il termine si estese al lemma sostantivato fortezza, o fortitudo (in latino) e aretè, in greco. Con l’esplicitazione agostiniana e gregoriana del plesso delle virtù cristiane, la parola assunse valenze teologico-morali ancora in uso.

Si può dunque affermare che virtù, princìpi e valori stanno tutti dalla stessa parte, significando qualcosa di positivo, afferente al bene e ai buoni comportamenti dell’uomo, dove l’azione e i detti hanno la salvaguardia e il benessere dell’uomo come fine.

Un esempio pratico: è in uso il termine tolleranza per esprimere l’accoglimento del diverso, ma appare evidente come la semantica corrente significhi o contenga una sfumatura di degnazione verso l’altro, il diverso, un top-down, dove è chiaro chi-è-superiore (o tale si ritiene) e chi-è-inferiore (o tale è ritenuto); più opportuno sembra essere il termine rispetto, che significa etimologicamente (dal verbo latino respicio, ere) guardarsi-di-fronte, e quindi presupponendo il riconoscimento di una parità in dignità fra i due o più interlocutori. Ecco: in questo caso si può dire che il “valore” dei rispetto è superiore al “valore” della tolleranza.

Il linguaggio umano è lo strumento principe della comunicazione e dunque della relazione inter-umana. E’ lo strumento e la dotazione che differenzia l’homo sapiens sapiens da ogni altro animale e primate, pure strettamente apparentati sotto il profilo biologico e genetico. Esso è possibile in grazia dell’anatomia umana e dell’esercizio che nei millenni l’uomo ha saputo produrre per svilupparlo.

Si declina in idiomi e lingue (migliaia) ed ha una dimensione storico-sociologica e psicologica. Esprime concetti, volontà e sentimenti in ogni situazione, qualificando anche la sua assenza momentanea, il silenzio. E’ correlato strettamente ai movimenti corporei e alla prossemica, con i quali completa i processi comunicazionali e qualifica la relazione, fine ultimo della comunicazione, di cui la comunicazione è mezzo.

E’ dunque, il linguaggio, strumento essenziale e valore primario per la vita umana e la vita del pianeta. La sua continua evoluzione strutturale e semantica richiede sempre grande attenzione e rispetto, evitandone un utilizzo semplificato e banalizzante. La ricchezza lessicale, in particolare della lingua italiana, consente descrizioni di fatti, pensieri e sentimenti molto approfondite, ragion per cui non è accettabile l’uso che se ne sta facendo sui media e in particolare mediante il web, che sta contribuendo ad impoverire i messaggi, creando confusione e conflitti (evitabili).

La presenza del disagio nella vita umana, del dolore e della sofferenza, della mancanza e del conflitto, interpella in profondo ogni coscienza, per cui occorre rendersi consapevoli dell’esigenza di conoscere a fondo la psiche e i tratti di personalità degli individui, per analizzarne i comportamenti e le scelte, quando hanno a che fare con il prossimo. I saperi antropologici sono fondamentali per questo: dalla filosofia alla psicologia, dalla teologia alle antropologie, l’uomo deve mettersi in ascolto, studiando, il contributo che ognuna di queste discipline offre alla conoscenza dell’uomo stesso, evitando semplificazioni e analisi sbagliate.

Lo sviluppo umano della persona attiene dunque a tutte le attività di pensiero e azione dell’uomo, alle relazioni che riesce a stabilire e consolidare e alle circostanze attuali nelle quali “si trova” a vivere. Qualcuno sostiene che tutto inizia dal caso (caos, metatesi di vocali e consonanti), a partire dagli inizi cosmologici. Faccio fatica a condividere un’opinione così netta, poiché, senza sostenere la teorie del “disegno intelligente” concepito da una Mens divina, non riesco ad affidare tutto quello che è successo dagli inizi del mondo, che conosciamo solo in minima parte, e tutto quello che c’è negli universi (?) alla dottrina del caso, che ho più volte, anche in questo sito, razionalmente messo in discussione.

L’intensificazione solidale è un nome dell’amore, come principio di movimento universale (cf. Platone, innanzitutto, e anche, nel mio piccolo, Le parole e simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros, ed. Cantagalli, Siena 2017, con molti altri su cui mi sono inerpicato negli anni). L’amore è attività desiderante qualsiasi cosa, ordinata e dis-ordinata, buona in quanto bene in-sé, e meno buona – a volte – in quanto bene improprio o inadeguato. Ciò che lo muove è la passione, è il sentimento, è l’emozione che vince all’inizio ogni processo razionale che un soggetto umano voglia mettere in moto. Tutto è bene, omnia bona est, ma si tratta di approfondire questo bene  collocarlo nel modo giusto nel mondo. L’eros è il motore del mondo: si tratta di guidarlo e di intensificarlo con l’intelligenza che ci è data come sapiens sapiens.

Solipsismus, arrogantia et autophilia (vel narcisismus vanitasque)

La chiusura in se stessi è un modo di rapportarsi al mondo, incapace di relazionarsi. In qualche modo, sia il solipsismo, sia l’arroganza, sia il narcisismo sono modi diversi di chiusura in se stessi.

 

De solipsismo

Il solipsismo (dal latino solus, “solo”, ma anche dal greco òlos, cioè “tutto”, e ipse, “stesso”: “solo se stesso”) è un lemma concernente la teoria filosofica secondo cui l’individuo umano, o persona, è l’unica realtà assolutamente certa, e vera, mentre il resto del mondo è concepibile solo come oggetto che si forma nella coscienza dell’individuo stesso. Si può dire che il più chiaro ed evidente inizio di tale dottrina è quella risalente a Renè Descartes, il quale rovesciò la nozione filosofica classica risalente al platonismo-aristotelismo, sviluppato in seguito da Agostino e Tommaso d’Aquino, di una realtà sussistente, anche in assenza di una consapevolezza di essa da parte del singolo essere umano.

Anche sotto il profilo morale (etico), per il solipsista la nozione di bene/ male è soggettiva, semplicemente adeguata agli interessi dell’io, oltre ogni regola.

Il solipsismo è chiamato anche egoismo oppure egotismo, quantomeno dal XVII secolo, quando il gesuita  Giulio Clemente Scotti nel 1652 scrisse La Monarchie des Solipses, autocritica dell’Ordine voluto da Ignazio di Loyola.

Nei Discorsi di Benares, il Buddha declina in questi due modi il concetto:

«Chi compie viaggi esteriori cerca la completezza nelle cose, chi si dà alla contemplazione interiore trova la sufficienza in se stesso»
«Senza uscir dalla porta/ conosci il mondo/ senza guardar dalla finestra scorgi la Via del Cielo/ Più lungi te ne vai meno conosci; Chi ostruisce il suo varco/ e chiude la sua porta/ per tutta la vita non ha travaglio/ chi spalanca il suo varco/ ed accresce le sue imprese per tutta la vita non ha scampo»

Descartes, iniziatore e campione del soggettivismo nella cultura filosofica occidentale (1596–1650), riteneva che l’unica cosa indubitabile per la ragione umana fosse l’esistenza del soggetto pensante, scrivendo nelle sue Meditazioni:

«Tutto ben ponderato bisogna concludere e tener fermo che questa proposizione io sono, io esisto, è necessariamente vera, ogni qual volta che io la pronuncio, o la concepisco mentalmente.»

Indubbiamente Descartes collocava la possibilità della conoscenza dentro un metodo (il Metodo) che pre-supponeva la consapevolezza dell’esistere soggettivo, per poter porsi la questione della conoscenza del… resto delle cose del mondo, persone, animali, vegetali e minerali. Di lì poi traeva la necessità dell’esistenza di Dio, stante che le cose conosciute indubitabilmente erano buone, complete e perfette. Da due punti di vista diversi e opposti lo criticarono Pascal e Hobbes. Sulla stessa pista teoretica troviamo anche Nicolas Malebranche e il vescovo George Berkeley, che portò alle estreme conseguenze il soggettivismo cartesiano con il suo “esse est percipi“, cioè “essere è essere percepito“, nient’altro.

Kant e Fichte non trascurarono il punto di partenza cartesiano, mentre Schopenhauer lo criticò attribuendo al solipsismo le caratteristiche di una malattia mentale, e ciò non è per nulla escluso dalla psichiatria contemporanea. Un certo tipo di solipsismo, che nulla ha a che vedere con il sentimento di solitarietà, prescelto da Heidegger e dal… sottoscritto, può essere invece l’ambiente della riflessione radicale, ospitando le attività più elevate dell’intelletto, ovvero del pensiero pensante (critico in quanto logico-argomentativo, che oggi manca alla grande), e dello spirito, con le sue attività intuitive. La solitarietà è una specie di solitudine ricercata, atta ad evitare la chiacchiera e il clamore inutile di molte parti e pezzi di mondo umano.

Edmund Husserl credette in un solipsismo creativo, atto a creare le condizioni della scoperta dell’Altro, mentre pensatori come Martin Buber e Emmanuel Lévinas riconoscevano nella scoperta dell’Altro una più profonda capacità di cogliere l’irriducibile differenza, non tanto dell’iopenso cartesiano, quanto dell’io, di un io però non vanaglorioso e superbo, bensì capace di cogliere la medesimezza di ogni altro io con il proprio.

Solipsista all’ennesima potenza ritengo si possa considerare Wittgenstein che sosteneva nel suo principale Tractatus logico-philosophicus la seguente sentenza: «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo»,  E se il linguaggio è povero, come spesso capita, caro Ludwig? Non è che io mi fermo nell’analisi del mondo alle conoscenza di Di Maio, nel senso che le ritengo valide, vero? Oppure sì? Ebbene, allora, ciò che si può conoscere è semplicemente ciò che può conoscere chiunque. Avvilente. Piuttosto, preferisco Rudolf Carnap, che ammetteva la validità del flusso esperienziale degli altri, quantomeno per analogia. Ecco che con l’analogia, vecchia di duemila trecento anni, torna in auge Aristotele (senza dirlo più di tanto), come riconoscono anche i neo-positivisti logici come Peirce, Whitehead, Russell, James e Santayana.

Veramente ogni tanto mi vien da penare che la filosofia contemporanea sia solo una serie di chiose del classici greci, di Agostino e del grandi scolastici. Più interessante è il pensiero gentiliano e severiniano di quello dei cosiddetti “analitici continentali” sopra citati. La metafisica è dunque tutt’altro che sepolta: l’ultimo tentativo solenne di considerarla morta fu quella di Kant, ma non vi riuscì.

 

De arrogantia

L’arroganza è l’arma preferita dai mediocri. Si tratta di un termine latino (arrogantia), derivante dal composto verbale ad-rogare, cioè chiedere in ambito politico (chiedere al popolo, ad esempio in un referendum) o notarile (vedi rogito), un qualcosa su cui non vi sono diritti… dell’arrogante, cioè del chiedente con impeto superbo e prepotente. Sono interessanti in tema gli approfondimenti del Bobbio.

L’arrogante è un insolente che non si perita di apparire sfacciato e presupponente di sé. La superbia ne è il vizio fomite come insegna la buona teologia morale, da Agostino, Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino (caput vitiorum, inizio dei vizi morali), perché suppone che il soggetto ritenga di possedere diritti e privilegi impropri e ingiusti, anche a scapito degli altri.

 

Nel diritto romano si riconosceva nel termine un’eccezione, quella di chiedere al popolo il di diritto di adottare una persona sprovvista di patria potestà. Darwin ebbe a scrivere:

«L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina. Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente dagli animali.»

 

De autophilia et de vanitate

In italiano, il termine latino autophilia, direttamente traslitterato dal greco (autòs, se stesso, philìa, amore) si può tradurre con narcisismo. Una sua versione conturbante e disturbante è la vanità.

Il narcisismo è un termine polisemantico che oscilla, nei suoi significati, tra un tratto di personalità, un tema culturale, ovvero un disturbo mentale. Se “confina” con l’orgoglio di essere persone valide e rispettate, non mai con l’orgoglio spirituale che coincide con la superbia, e perciò, nel primo caso, definibile anche come amor proprio attento al diritto di essere rispettati, si può dire legittimo.

Correntemente il narcisismo è ritenuto quasi sinonimo di vanità, e può appartenere anche a gruppi, e allora si può definire elitarismo. Da un punto di vista psicologico può essere, nel caso in cui sia moderato, un amore per la propria dignità personale, ma nel caso in cui sia eccessivo, coincidente con le forme peggiori di egocentrismo, fomite naturale dell’arroganza e della prepotenza.

Il termine “narcisismo” deriva dal mito classico di Narciso, molto conosciuto. La storia: avendo rifiutato l’amore della ninfa Eco, fu condannato a innamorarsi sempre e solamente della sua propria immagine riflessa nell’acqua, fino ad essere tramutato nel fiore omonimo.

Nella Grecia antica il narcisismo era ritenuto l’origine del sentimento di hybris, cioè una sorta di onnipotenza e di unicità radicale rispetto agli altri, per cui a chi ne è affetto sarebbe consentita qualsiasi decisione, qualsiasi cosa.

Nei nostri anni si sono occupati di narcisismo psicologi e sessuologi di vaglia, come Havelock Ellis, sostenitore del “narcissus-like”, cioè della sindrome narcisistica dovuta a una eccessiva attività masturbatoria, là dove ogni incontro con l’altro è insufficiente, per cui… Ma forse si tratta anche di altro, come proposto da Paul Näcke, studioso delle varie carenze della sessualità (perversioni?), o da Otto Rank, che preferiva analizzare il narcisismo sotto il profilo psicoanalitico, e così collegarlo alla vanità e all’auto-ammirazione.

Si interessò al tema anche Martin Buber: in Ich und Du (Io e Te) scopre che il narciso tratta gli altri come oggetti, non come “altri io”. Confesso che quotidianamente rifletto sulla lezione buberiana, esercitandomi a pensare agli altri come a degli “io”, pari a me. Tracce di narcisismo in me? Sì.

Un altro psicologo, David Thomas elenca alcuni tratti caratteristici del narcisismo: a) concentrazione su se stessi, b) empatia debole o quasi inesistente, c) difficoltà a provare vergogna e senso di colpa (nel senso buberiano di “senso della colpa”), d) difficoltà a distinguere se stessi dagli altri, e) altezzosità corporea e prossemica, f) antipatia per coloro che non li ammirano, g) uso delle persone a propri fini, h) millanteria, i) vanteria, l) incapacità di vedere le cose da altri punti di vista, m) incapacità di provare rimorso e gratitudine, come se tutto gli fosse dovuto per manifesta… superiorità, etc.

Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), che consulto spesso, trovo anche la distinzione fra narcisismo maligno e narcisismo benigno, oppure, secondo Freud, narcisismo primario e narcisismo protratto. Persone di questo genere sono in grande difficoltà nello sperimentale l’amore umano come intensificazione solidale (amor benevolentiae).

Quello primario è un narcisismo infantile, auto-erotico, che disporrebbe, sempre secondo il viennese, alla schizofrenia, mentre quello protratto nell’età adulta è un vero e proprio, pericolosissimo, ripiegamento dell’io su se stesso. Melanie Klein conviene con Freud su queste suddivisioni.

L’idealizzazione del sé, secondo Heinz Kohut (cf. Psiche, Einaudi, Torino 2007)  può portare anche anche alla distruttività di ogni relazione con l’altro, e alla costruzione di personalità borderline.

Una conseguenza attuale è il narcisismo digitale, che porta all’esibizionismo e a una sorta di “culto della personalità”, analogo, anche se meno pericoloso per gli altri, a quei culti ben conosciuti e studiati della storia recente (Stalin, Mao, Tito, in particolare, senza escludere i dittatori di destra, diversamente cultori della propria personalità, ma sempre con tratti innervati di eroismo e unicità).

Jean Baudrillard propone l’ideal-tipo di consumazione dell’immagine propria come negazione dell’alterità, in una sorta di annegamento nell’autoreferenzialità.

Il tipo “narciso” è anche un campione nel dimenticare (o nel far finta di farlo) i nomi delle persone, quasi non avessero diritto a un nome proprio (prosopo-agnosia), o anche delle cose e dei concetti, specialmente se si abusa della Programmazione Neuro-Linguistica, che aborre certe terminologie lessicali, le quali, a dire di quegli esperti, queste non corrispondono al realismo quotidiano (e banale, aggiungo io) delle cose della vita.

Forse, e questo è un mio contributo all’analisi del narcisismo vanitoso, anche quando si percepisce in qualche soggetto la falsa modestia, si è in presenza di una forma narcisistica. Una frase emblematica: “No, dai, non me lo merito – oppure – degli amici mi hanno chiesto di scrivere una autobiografia“.

Caro lettor mio, quanti narcisi conosci? Io non pochi e sto ben attento a non cader dentro a questo baratro senza fondo.

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