Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La “libertà” è un “andare oltre” camminando (possibilmente) sicuri nel quotidiano, con rispetto della… “giustizia”, ma, di contro, ancora una volta solo l’equità, o “epichèia”, permette di declinare umanamente il sintagma correlato “giusta-libertà” o “libera-giustizia”, perché una libertà senza un’equa giustizia è umanamente insensata

Chi mi conosce sa che la frase per me più rappresentativa del concettovaloresuggestione di “Libertà” è questa: “LIBERTA’-E’-VOLERE-CIO’-CHE-SI-FA“, non “Fare-ciò-che-si-vuole“.

Il verbo decisivo della mia tesi è “volere”, perché presuppone un esercizio, quello della volontà, che a sua volta deve essere messa in moto dall’intelligenza, cioè dalla capacità di leggere-dentro le cose, gli eventi, e di de-cidere (scegliere tra “a”, “b”, “c”, etc.) ciò che è meglio secondo la scalarità morale-pratica seguente: l’utile, l’opportuno, il necessario nelle relazioni inter-umane e inter-soggettive, e nei rapporti economici.

Il “fare” viene dopo, in quanto è subalterno al volere-intelligente.

Si può ben capire come questo flusso logico, anzi sillogistico, può creare problemi a chi ritiene che la libertà sia una specie di esercizio operativo privo di vincoli.

Libertà è anche il confine e il limite della giustizia, che a sua volta deve essere declinata nell’equità. Una giustizia senza equità è ingiusta, anche perché non-è-libera, per chi viene angariato dalla libertà altrui. Si pensi alla libertà assoluta d’impresa e di dominio sui lavoratori che vigeva nel XIX secolo e fino a oltre metà del XX, da parte dei “capitani d’industria”.

Però, anche la giustizia ottenuta con l’egualitarismo, si pensi al punto unico di contingenza concordato tra Sindacati (Luciano Lama in primis) e Confindustria (Gianni Agnelli, il Presidente) in Italia a metà degli anni ’70 del secolo scorso. Tale decisione legislative generò, in meno di un decennio, un’ingiustizia morale nelle retribuzioni, poiché il peso del salario legato al costo della vita, aumentato vertiginosamente tra il 1975 e il 1985, condizionò tre quarti degli interi stipendi e salari. Un esempio pratico: nei primi anni ’80 si potevano registrare salari di 650/ 700.000 lire per un apprendista, e di 800.000 lire per un lavoratore specializzato, le cui cifre si raggiungevano con due addendi di cui uno era identico, le circa 500.000 lire della contingenza, mentre l’altro addendo era professionale: risulta evidente il diverso e – soprattutto – moralmente ingiusto peso dei due addendi nella costituzione dell’intera retribuzione.

Anche chi non è “del mestiere” può intuire come il giustizialismo insito nelle conseguenze di quella operazione politico-sindacale, non poteva costituire “giustizia”, in quanto il risultato non era equo.

Infatti: EQUITA‘ è RICONOSCERE, NON SOLO IL DOVUTO A CIASCUNO SECONDO I BISOGNI, MA ANCHE SECONDO IL MERITO INDIVIDUALE.

Mi spiego: se la giustizia si esprime nel mero egualitarismo, non tiene conto del soggetto, perché viola una libertà, che potrebbe e dovrebbe essere sussunta in “una” equità. Il tema è filosofico-morale, più che giuridico o sindacale.

Che cosa è dunque l’unicuique suum… attesa una giusta attenzione per il suum?

E’ un elemento “composto” da almeno due componenti: a) una componente di giustizia distributiva, che tiene conto delle esigenze di base della persona, in quanto valore, b) una componente di giustizia commutativa, nel senso che il committente, l’azienda, l’imprenditore, tiene conto del valore professionale soggettivo del lavoratore, che è – per ragioni e definizione antropologiche, direi – assolutamente (chi mi conosce sa bene che uso con ponderata misura questo avverbio di modo) e irriducibilmente unico per caratteristiche individuali-personali, di potenziale, di competenze e di vissuto.

In questo senso l’epichèia aristotelica introduce una possibilità di risposta a ciò che possa intendersi per libertà-giusta ovvero per giustizia-libera.

Queste riflessioni possono risultare fondamentali per riflettere sui tempi attuali, covidizzati, che pongono problemi inusitati alla prova del dialogo inter-soggettivo.

Possiamo cercare di superare la diatriba “manichea” vax/ no vax utilizzando il modello sopra proposto? A mio parere sì, e mi spiego, o cerco di farlo.

Se il confronto tra le due posizioni generalmente conflittuali avviene mediante l’accettazione dei nuovi paradigmi qui proposti, può darsi che la dimensione psicologica del conflitto a-dialogico possa venire progressivamente meno…

In realtà, anche questo conflitto dicotomico, manicheo, incapace di dialogo, potrebbe rendersi possibile, se i toni, i modi, i fondamenti logici dei sostenitori delle due posizioni riuscissero a declinarsi con rispetto reciproco e la pazienza necessaria per ogni tempo dell’ascolto e del dire.

Una libertà nella sicurezza potrebbe costituire il nesso civico di un obiettivo condiviso, laddove, se la libertà è concepita nella modalità sopra proposta, cioè di un “volere-ciò-che-si-fa”, la sicurezza può darsi nel convenire sulla sua priorità tra le diverse posizioni, anche se significasse una parziale rinunzia al libero arbitrio individuale, pure se inteso nei limiti relazionali qui proposti.

In altre parole, dovremmo riuscire a concordare su una libertà-in-relazione, su una giustizia-secondo-equità e su una sicurezza reciproca e collettiva come fine condiviso.

“Gelosia” vs., oppure “invidia”? “Invidia” vs., ovvero “gelosia?”

Molti confondono e usano indifferentemente gelosia al posto di invidia e il contrario, ignorando o trascurando che non sono sinonimi. Vediamone l’etimologia e le accezioni.

L’ Invidia dal latino in-vidère, è un vizio gravissimo, secondo gli antichi Padri della Chiesa Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino, Gregorio Magno, tra diversi altri, forse il secondo più grave dei sette, poiché il più grave resta la superbia, cioè il sentimento di superiorità che consente moralmente, nella coscienza (o assenza della) del singolo, qualsiasi azione e nefandezza sugli altri.

L’invidia è un “guardare contro”, un “guardare male”, cioè un augurare il male agli altri. Precede immediatamente l’odio, secondo logica pratica. Lo precede, perché ne è generatrice. Se tu sei invidioso di qualcuno che magari ha successo, se continua ad averlo puoi cominciare ad odiarlo, proprio perché il suo successo non finisce mai, e il tuo (successo) tarda ad arrivare (se mai arriverà). O no, gentile lettore?

Possono darsi numerosi esempi nella vita di ciascuno: professionali, parentali, amicali, che poi, proprio per la presenza di questi due vizi passionali, tali non sono.

La gelosia , etimologicamente dal latino zelosus, aggettivo di zēlus derivando dal termine greco ζήλoς (zélos), che vuol dire zelo, emulazione, brama, desiderio di imitare, è un sentimento umanissimo. Se la gelosia non viene controllata, può nel tempo assomigliare sempre più all’invidia, ma non è mai la medesima cosa.

La gelosia può comparire perfino nei bimbi, anche piccolissimi, e si può immediatamente affermare che è essa presente, peraltro come lo è l’invidia, in tutte le culture umane, in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Basterebbe citassimo gli innumerevoli episodi, spesso terminati tragicamente, accaduti nelle corti e nei sistemi politici di ogni tempo e luogo (specialmente nelle autocrazie antiche e nelle dittature di ogni tempo), laddove chi comandava ha soppresso chi riteneva potesse insidiarne il potere, o, viceversa, chi insidiava il potere ha proceduto con crudeltà e celerità a complottare e poi a sopprimere chi lo aveva sovrastato fino a quel momento.

Padri e figli, madri e figli, con il contorno di nipoti e zii si sono mossi sui sentieri asperrimi e tremendi della gelosia fattasi invidia e su ciò che tale sentimento iniziava a dettare nei loro cuori. Gli Annales di Tacito e le Storie di Tito Livio, i racconti di Tucidide, quelli dei Basilei bizantini, le tragedie del gran Bardo inglese, fino a Stalin e ai nostri giorni, la cronaca storica sono colmi di delitti nati nel coacervo cupo della gelosia fattasi patologia e poi invidia.

Ad esempio, nei rapporti umani privati, l’ansia, la sospettosità, la possessività, il senso di umiliazione e di incertezza, sono fomiti primari di questo sentimento, anche quando si declina nel timore di perdere l’affetto della persona amata, oppure di non ottenerlo. E allora registriamo gli omicidi (o, nel caso dell’uccisione di una donna, i “femminicidi”, infausto e diffusissimo termine neo costituitosi nelle cronache giornalistiche).

Dicevamo prima del primo manifestarsi della gelosia, anche in età infantile, come quando nasce un fratellino o sorellina. Io, però, ricordo, che quando nacque, due anni dopo di me, mia sorella Marina, non ero geloso di lei che era venuta al mondo, e occupava spazi e dedizione da parte di mamma Luisa fino a quel momento dedita solo a me, come a un “Gesù Bambino” redivivo e unico (copyright di mia cugina Lucilla Morlacchi), ma degli estranei che volevano toccarla, e dicevo, in un friulano già espressivo: “no totà ì, no totà ì“, cioè non toccarla.

Vi è dunque, come sottolinea anche Sigmund Freud la gelosia verso terzi (come nel mio citato caso e come nei rapporti di coppia quando interviene una terza persona, amante, o altro che sia). Nel caso della gelosia adulta, a volte si declina perfino come retroattiva, rivolta, cioè, al passato dell’amato o amata, di cui non si tollera amori precedenti.

Gelosia e invidia sono definibili come emozioni complesse originate socialmente. Sussistono aree non piccole di sovrapposizione tra la gelosia e l’invidia, in quanto il soggetto è coinvolto dalla percezione di un confronto sfavorevole in un campo esistenziale o professionale molto importante rispetto a un’altra persona, fatto che contribuisce a determinare un certo scadimento dell’autostima del soggetto stesso. Lì inizia un danno individuale e anche sociale.

Si tratta comunque emozioni spiacevoli e a volte penose. Sotto il profilo cognitivo, in ambedue le emozioni si attivano processi cognitivi disfunzionali, soprattutto quando si accrescono nel rimuginio e nella ruminazione. Ben diverso è il tipo di ruminazione che si attiva nei processi ermeneutico-interpretativi di un testo antico o moderno, cui si pensa e si ripensa, al fine di trovarvi, o fallacie oppure nuovi sensi e significati.

Gelosia e invidia si differenziano anche per diversi aspetti generativi: ad esempio, la gelosia si manifesta se nel confronto sociale una nostra qualità viene minacciata, mentre l’invidia è maggiormente presente se e quando la persona viene messa obiettivamente a confronto con qualcuno che risulta pubblicamente possedere una qualità maggiore, oppure un bene o una condizione più significativi, nel confronto con l’altro.
La gelosia si manifesta nei rapporti affettivi, soprattutto per la paura di perdere la totalità o l’esclusività di un legame affettivo, mentre l’invidia riguarda di più il rapporto con i beni o con determinate condizioni (di successo, di potere, di status);
Abbiamo già osservato che la gelosia è spesso fomentata da condizioni mentali di sospettosità, sfiducia, autosvalutazione, paura, ansia e rabbia, ipersensibilità alle frustrazioni ma anche amore e desiderio verso la persona di cui si è gelosi; l’invidia sorge dalla percezione di una inferiorità (anche solo pensata) nei confronti dell’altro, ed è talora sostenuta da un forte senso di possesso, e da un desiderio di danneggiare l’altro, pur – paradossalmente -anche in presenza di forme di ammirazione e di emulazione verso l’altro invidiato.

A questo punto Gelosia e Invidia diventano patologiche.

(…segue dal web)

Sulla Gelosia

Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione.

Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione di gelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione nei comportamenti aggressivi e coercitivi.

Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà.

Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti “deliri di gelosia”.

Questa forma di gelosia si manifesta con le seguenti caratteristiche: paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; controllo di ogni comportamento dell’ altro; invidia ed aggressività verso i possibili rivali; aggressività persecutoria verso il partner; sensazione d’ inadeguatezza e scarsa autostima di se stessi.

Sostanzialmente, è una sintomatologia affine a quella della dipendenza affettiva. La gelosia, dunque, potrebbe essere la manifestazione di una condizione patologica di dipendenza affettiva. Si può affermare che la gelosia e la dipendenza affettiva sono due facce di una stessa medaglia: se è presente l’una è molto probabile sia presente anche l’altra . Infatti, il dipendente affettivo agisce sulla scia di un bisogno: non voglio rimanere solo. Di conseguenza, nel momento in cui si assume che l’oggetto d’amore, senza un dato di realtà, possa venir meno, si manifesta questa strana sensazione di estrema vulnerabilità in cui iniziano i comportamenti investigativi e di controllo, nonché gesti disperati nel tentativo di tenere legato a sé l’oggetto d’amore. La gelosia patologica può riscontrarsi ad esempio nei disturbi della personalità, oppure in tratti di personalità sotto-soglia, ad esempio nel disturbo dipendente, bordeline, paranoide, narcisistico, antisociale, etc.

A livello comportamentale, capita spesso che persone che soffrono di gelosia patologica possano controllare o spiare la persona amata e, in alcuni casi, possono persino esercitare forme di controllo molto aggressive sul partner per prevenire l’infedeltà (usare violenza verbale, fisica o addirittura imprigionare chi si teme di perdere). L’intensità della gelosia è direttamente proporzionale alle dimensioni immaginarie della catastrofe della perdita della relazione e dell’amato intollerabile.

Tra le conseguenze della gelosia sulla persona amata, possono a volte essere presenti veri e propri comportamenti distruttivi nei suoi confronti, come provare odio o abusarne fisicamente, fino a considerare la persona che si ama disturbante quanto il rivale: basti pensare ai numerosi casi di aggressioni fisiche, violenze efferate e omicidi a sfondo passionale. Anche verso il rivale ci si comporta proiettando su di esso quasi esclusivamente sentimenti di annullamento e odio.

Sull’invidia

Come già esposto nei precedenti paragrafi, l’invidia è un’emozione altamente stigmatizzata nella nostra cultura, è l’emozione di cui si parla meno e di cui si è meno consapevoli. La psicoanalisi ha dedicato grande spazio all’invidia, nelle sue teorizzazioni sullo sviluppo infantile. Già Freud parlava del ‘complesso di evirazione tale per cui la bambina nell’infanzia prova l’ ‘invidia del pene’ quando viene a conoscenza del sesso maschile. Secondo Melanie Klein l’invidia è un’emozione fondamentale per il successivo sviluppo emotivo-affettivo del bambino. Nell’infanzia, se l’invidia non è eccessiva ed é adeguatamente supportata ed elaborata può essere superata e ben integrata nell’Io attraverso sentimenti di gratitudine.

Nel momento in cui questa emozione è negata e non riconosciuta può indurre emozioni disfunzionali secondarie (ansia, colpa, frustrazione) che aumentano il livello di sofferenza e di disagio psicologico. In generale l’invidia può divenire patologica nel momento in cui i contenuti e i processi cognitivi disfunzionali sono rigidi e perseveranti: il confronto con l’altro innesca pensieri e credenze di autosvalutazione e senso di inferiorità, che spingono l’individuo verso comportamenti distruttivi e aggressivi, verso l’altro o verso se stesso; mentre in taluni casi prevale un quadro di evitamento e passività, in cui sono presenti stati di impotenza e autocommiserazione.

L’invidia patologica è caratterizzata da una elevata quota di rancore e astio, al punto che la persona oggetto dell’invidia è deumanizzata e odiata; spesso sono presenti esperienze infantili traumatiche, in termini di abuso, umiliazione, denigrazione, criticismo, biasimo e sabotaggio del valore personale. Nelle persone che presentano invidia patologica è compresente una acuta emozione di vergogna e senso di inadeguatezza del sé. A livello comportamentale e cognitivo possono attuarsi modalità di relazione evitanti, defilate e schive caratterizzate da diffidenza nei confronti dell’altro; in alternativa, la vittima di invidia patologica può identificarsi con l’aggressore (ad esempio un caregiver umiliante) e perpetrare il ciclo dell’abuso attraverso la denigrazione e la svalutazione dell’altro attraverso agiti intenzionalmente diretti a danneggiare l’altro. In entrambi i casi è presente una marcata sensazione di inferiorità e inadeguatezza del sé.

Spesso possono accompagnarsi all’invidia patologica, patologie legate alla sfera dei disturbi depressivi, in cui è centrale l’auto-svalutazione del sé e l’autocommiserazione, così come in alcuni casi di disturbi della personalità, come ad esempio nel caso del disturbo di personalità narcisistico.

La gelosia comporta un intero “episodio emotivo”, compresa una complessa “narrazione”: le circostanze che portano alla gelosia, la gelosia stessa come emozione, qualsiasi tentativo di autoregolamentazione, azioni ed eventi successivi e la risoluzione dell’episodio. La narrazione può provenire da fatti, pensieri, percezioni, ricordi, ma anche immaginazione, assunti e ipotesi. Più la società e la cultura contano nella formazione di questi fattori, più la gelosia può avere un’origine sociale e culturale. Al contrario, Goldie mostra come la gelosia possa essere uno “stato cognitivamente impenetrabile“, in cui l’educazione e la credenza razionale sono molto poco importanti.

Una possibile spiegazione dell’origine della gelosia proviene dalla psicologia evoluzionista: secondo questa prospettiva, l’emozione si è evoluta al fine di massimizzare il successo dei nostri genii: la gelosia sarebbe un’emozione basata biologicamente, selezionata per favorire la certezza sulla paternità della propria progenie. Un comportamento geloso, negli uomini, è diretto ad evitare il tradimento sessuale e un conseguente spreco di risorse e sforzi nel prendersi cura della prole di qualcun altro. Ci sono, in aggiunta, spiegazioni culturali o sociali sull’origine della gelosia. Secondo uno, la narrazione da cui deriva la gelosia può essere in gran parte prodotta dall’immaginazione. L’immaginazione è fortemente influenzata dall’ambiente culturale di una persona. Lo schema del ragionamento, il modo in cui si percepiscono le situazioni, dipende fortemente dal contesto culturale. È stato suggerito altrove che la gelosia sia in realtà un’emozione secondaria in reazione ai propri bisogni non soddisfatti, ovvero quei bisogni di attaccamento, attenzione, rassicurazione o qualsiasi altra forma di cura che altrimenti si supponeva sorgesse da quella relazione romantica primaria.

La gelosia nei bambini e negli adolescenti è stata osservata più spesso in coloro che presentano bassa autostima, e può evocare reazioni aggressive. Uno di questi studi ha suggerito che lo sviluppo di amici intimi può essere seguito da insicurezza emotiva e solitudine in alcuni bambini, quando questi amici intimi interagiscono con gli altri. La ricerca di Sybil Hart, Ph.D., presso la Texas Tech University, indica che i bambini sono in grado di provare e manifestare la loro gelosia a sei mesi]. I bambini hanno mostrato segni di sofferenza quando le loro madri hanno focalizzato la loro attenzione su una bambola realistica. Questa ricerca potrebbe spiegare perché i bambini e i bambini mostrano angoscia quando nasce un fratello, creando le basi per la rivalità tra fratelli.

Gli antropologi culturali hanno affermato che la gelosia varia da una cultura all’altra. L’apprendimento culturale può influenzare le situazioni che scatenano la gelosia e il modo in cui viene espressa la gelosia. L’atteggiamento verso la gelosia può anche cambiare all’interno di una cultura nel tempo. Ad esempio, l’atteggiamento nei confronti della gelosia è cambiato sostanzialmente negli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti. Le persone negli Stati Uniti hanno adottato opinioni molto più negative sulla gelosia. Man mano che uomini e donne diventavano più uguali diventava meno appropriato o accettabile esprimere la propria gelosia.”

E, per finire… possiamo dire che la gelosia ossessiva è una patologia mentale che porta a sospettare continuamente infedeltà fittizie del proprio partner, e viene chiamata anche Sindrome di Otello, come hanno proposto, prima William Shakespeare e in seguito Giuseppe Verdi.

bibliografia breve

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Un omicidio e la umana “pietas”

A Natale tutti abbiamo sentito di questo caso: ad Amelia un medico in pensione, ottantenne, ha ucciso la moglie ammalata di Alzheimer, fermato un attimo dopo dal figlio mentre cercava di seguirla nella morte suicidandosi.

Non scomodo il freudiano sintagma eros & thanatos, amore e morte, argomento troppo specifico, perché mi fermo prima e vado già oltre.

Non sto neanche a ricordare qui quanto già riportato dal medium televisivo, che ha parlato di malattia senza rimedio, veloce e invasiva della vita familiare, al punto da diventare insostenibile per la psiche dell’uomo, e a farlo decidere per far “finire lo strazio” uccidendo la moglie.

Qui siamo sul terreno etico del valore di una vita umana, e dell’obbligo assoluto di rispettarla sempre, comunque e ovunque.

Ne ho scritto qualche giorno fa quando ho ricordato la morte tragica dei tre operai di Torino, e torno sul tema.

In questo caso, non so se i sostenitori del neologismo “femminicidio”, (ma non la statistica Istat generale annuale degli omicidi) annovererà il fatto di Amelia nell’elenco dell’uccisione di donne in quel modo denominato, che non condivido: in realtà penso che lo farà, ma sotto traccia, perché in questo caso rileva di più il fatto in sé, per come è avvenuto nel contesto dato, piuttosto del fatto che la vittima sia una donna.

Un uomo anziano, colto e stimato, che non ce la fa più a reggere lo stress, la fatica, il dolore di vedere sua moglie in quello stato, assolutamente inaudito, inaspettato, non plausibile, e molto altro, agisce per la morte.

Non conosco il dottor (XY) che ha compiuto il reato ai sensi dell’art. 575 del Codice Penale (1930) – Libro Secondo – Titolo XII – Dei delitti contro la persona – Capo I – Dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale, che così recita:

Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.” Fatte salve le attenuanti che sono considerate, o meno, dal giudice caso per caso.

Non posso sapere che persona sia quest’uomo, so solo che è un medico, quindi una persona colta, molto colta rispetto allo standard, e colta soprattutto su ciò che concerne la vita umana (del corpo).

Attualmente il medico, sempre tenuto al giuramento ippocrateo di salvaguardare la condizione di salute del paziente al massimo possibile, in scienza e coscienza, è certamente dibattuto anche da un’altra tematica: quella dell’eutanasia e del suicidio assistito. Il medico di cui parliamo era senz’altro al corrente, non solo del dibattito politico-morale in corso, ma era anche nella condizioni di riflettere sul tema nella sua coscienza morale, ambito che più segreto in natura non v’è, perché nel cuore dell’uomo legge soltanto Dio, e lo dico anche per gli agnostici e gli atei (o sé putanti tali). Tuttalpiù, psichiatria e psicologia clinica possono determinare una diagnosi ipotetica del suo stato mentale, essendo comunque tale diagnosi rilevante per la statuizione della pena legale.

Altrettanto non so se l’atto compiuto sia, per la Teologia morale cristiana, un peccato mortale, anche se sembrerebbe configurarne (oppure no) gli estremi, in quanto nell’accadimento sono presenti le tre condizioni “necessarie” a costituirlo ontologicamente e moralmente: a) la materia grave (un omicidio lo è per tutti, salvo che per ciò che pensano i sicari e i serial killer, ambedue le tipologie presenti sia in pace sia in guerra), b) la piena avvertenza (chi sa com’era lo stato psichico dell’uomo quando ha compiuto l’atto?), e c) il deliberato consenso (la decisione per l’atto è stata frutto di un percorso di discernimento, dalla riflessione sull’insopportabilità della situazione, all’atto omicidiario, passando per la deliberazione di compierlo?). E dunque, rimangono molti dubbi sulla presenza reale delle tre condizioni. Personalmente ritengo che la seconda (b) e la terza (c) non lo siano state.

Reato e peccato, sì, entrambi. Ma come giudicarli? Come raffigurarne la “colpa morale”? Come misurarla? Come decidere per il futuro di quell’uomo, che intanto è in carcere?

Mi auguro che la Procura lo ordini intanto ai domiciliari, e che poi si muova una giustizia proporzionata al caso e alle condizioni di quell’uomo.

Anche questo caso richiede una riflessione profonda sullo stato precedente, sulla situazione relazionale della coppia, sui rapporti con i parenti più stretti, con i figli.

Il ruolo della filosofia pratica si manifesta anche in questo caso come il percorso, come il metodo più utile ad affrontare un disagio esistenziale in modo preventivo e capace di cogliere i segnali, anche i più deboli, del male stare di un uomo, in questo caso, della persona in generale.

Altri due casi in questi giorni, analoghi, mostrano come e quanto sia necessario, fondamentale, raccontare questi fatti con la massima discrezione e con rispetto assoluto. I media hanno responsabilità decisive nella narrazione del male e del dolore. In realtà, spesso si nota un’insistenza che rasenta il compiacimento nel raccontare i fatti negativi. Per vendere spazi commerciali? Squallido. Come dice qualcuno (il prof Sapelli in particolare), ad esempio, le notizie sulla pandemia dovrebbero evitare il martellamento quotidiano ed avere una scadenza non più che settimanale, applicando al racconto dei dati, non i numeri assoluti, ma le proporzioni tra la situazione statistica di un anno fa e quella attuale, cosicché si potrebbe mostrare che oggi tutto va ed è molto meglio grazie alle vaccinazioni.

Le proporzioni le ho imparata in seconda media, ma questi che decidono i palinsesti non le conoscono, oppure vogliono terrorizzare le persone… per quale fine (se vi è un fine o solo insipienza) non so dire.

Phrònesis (Prudenza) e Philìa (Amicizia), “utili” (why not?) per una vita “buona” (non è moralismo) e “vera” (non è presunzione)

Prudenza e Amicizia, in greco. Phrònesis, come Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, è già un progetto di filosofia pratica noto e attivo da vent’anni e passa in Italia, su tematiche e progetti di “Filosofia pratica e Consulenza filosofica”. Vanta già una tradizione cospicua di testi specifici e di filosofi operanti. Di Philìa parlerò brevemente in conclusione.

Phrònesis gode oggi di una fama positiva – ritengo – e meritata, in Italia, e raccoglie, con la fatica dell’impegno dei soci più attivi, “studenti” laureati provenienti da tutte le parti, e persone più in età che desiderano muovere dalla teoria che hanno studiato all’università e si sono laureati in filosofia o discipline equipollenti, alla pratica di una filosofia viva, vicina alle persone e ai loro vissuti, ma continuando a studiare, misurandosi con atti, fatti e pensieri… vite di altri esseri umani.

I nuovi iscritti provengono talvolta anche dai master di filosofia pratica di prestigiosi atenei, che forse non li hanno soddisfatti. Che significa ciò?

Significa che Phrònesis è credibile, che è ritenuta valida, come locus philosophicus e dialogico, pratico, non solo teorico. In vent’anni di vita questa Associazione ha conosciuto vicende diverse, distacchi e adesioni, cambiamenti. Nel 2013 ha avuto anche il riconoscimento di una legge dello Stato, la n. 4. che contiene gli indirizzi essenziali di una possibilità ulteriore nell’ambito delle professioni intellettuali.

Prima di dire e di proporre qualcos’altro, riporto di seguito l’articolo 1 comma 2 della Legge stessa: Oggetto e definizioni”: “(…) si intende una professione non organizzata in ordini o collegi, di seguito denominata “professione”, si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art. 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.

L’attività di Phronesis è complessa, articolata, come si dice, e vera. Vive in un contesto generale nel quale si registra molta “filosofia”, di quella vera e di quella fasulla. Quella vera-buona e quella falsa-cattiva non si dividono tra filosofia accademica e filosofia pratica, ma tra “buona” e “cattiva”, come la musica. Bach e i Beatles appartengono alla buona musica, nella differenza di stili e “oggetti” musicali prodotti.

Infatti, vi sono delle analogie tra filosofia e musica: ambedue le arti (eh sì, perché anche la filosofia è un’arte, se vogliamo nel senso aristotelico, come un qualcosa che si conosce e si agisce con competenza).

Da qualche tempo la filosofia accademica sta vivendo difficoltà inusitate. Sembrava che fosse una disciplina in crisi, sotto il profilo universitario, e lo era, effettivamente, ma da qualche anno, per merito del web e dei talk show è tornata in auge, anche se, mi pare, non nel modo più auspicabile. Molti accademici di fama vivono una loro gloria inaspettata partecipando ai vari modelli di comunicazione, nati negli ultimi due decenni e sempre più pervasivi. Pare evidente che ciò non gli giova molto: basti osservare le performance di alcuni illustri accademici che si misurano con i talk show su tematiche come quelle della pandemia. Costretti dai e nei tempi televisivi, questi prof diventano apodittici e declamatori, poco inclini al… dialogo, di cui dovrebbero essere maestri. Non sopportano contraddittorio, che dovrebbe essere per loro, esperti di dialettica, platonica o hegeliana che sia, un must, come si dice, ma, vedi gentil lettore, non sono filosofi pratici, ma solo docenti, e quindi abituati a “insegnare”, più che a dialogare. Non faccio nomi, perché chi mi conosce sa a chi mi sto riferendo.

Forse può essere utile al lettore richiamare di seguito ciò che costituisce la consulenza filosofica, così come si è sviluppata nell’arco di due decenni pieni (dal 2000 circa) in Phronesis e come intende ulteriormente proporsi.

La consulenza filosofica, come insegna il professor Gerd Achenbach, iniziatore contemporaneo di questa modalità vivente della filosofia, si interroga (e interroga) sulle forme di pensiero, delle ragioni (non delle “motivazioni”, termine psicologistico assai abusato e usato molto spesso in luogo di “ragioni” e, a volte, anche di “cause”), dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo… di una persona (cf. cap. 3 della Perimetrazione della Consulenza filosofica, 20 Luglio 2012, Seminario nazionale di Phronesis – Firenze).

La consulenza filosofica ha l’obiettivo di rischiarare, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo dell’ospite, o consultante (cf. Pollastri 2016). Se ciò è vero, essa si distingue in modo radicale dalle psicoterapie di qualsiasi genere e specie, compresa la psicoanalisi.

Ogni modifica della propria visione del mondo, non può essere il fine della consulenza filosofica, ma la conseguenza estrinseca, quasi per eterogenesi del fine specifico, nonostante l’opinione circa la visione del mondo del filosofo consulente possa non essere estranea alla relazione tra i due soggetti. Perché tutti e due sono “soggetti”, in quanto nella relazione non si deve registrare passività, ad esempio, nel consultante, ferma restando l’asimmetricità del rapporto. Esso, dunque, non si configura nemmeno lontanamente – per comparazione – come il rapporto esistente tra medico e paziente. Lo spiegano molto bene negli anni diversi filosofi di Phronesis: tra essi qui mi piace ricordare, come esempio, per dire come la filosofia debba essere-vicina alla vita delle persone si propone il concetto di “Filosofia di strada…” (A. Cavadi, 2010).

La trasformazione dell’approccio analitico del mondo deve nascere dall’interiorità (cf. ad e. Agostino, Soliloquia) della persona e non può essere condizionata dalla scala di valori morali del filosofo. Il Valore di questo tipo di attività spirituale è proprio questo: di riuscire a mettere il consultante, che ha manifestato un disagio ed è ricorso al filosofo pratico, nelle condizioni di effettuare una metànoia, innanzitutto logica, e in seguito spirituale, cioè di conversione a una vita buona, e vera. La logica precede sempre l’etica, e la deve fondare, allo stesso modo nel quale l’etica deve fondare il diritto.

Perché uso l’endiadi buona e vera per definire la vita? Si può forse dare una vita non-vera, cioè fasulla? In senso proprio certamente no, poiché l’uomo è vivente, ma in senso figurato-morale, sì, in quanto vi possono essere vite non dedicate a qualcosa che possa essere considerato e definito “bene”, vale a dire vite dedite al vizio e al delitto, non solo, ma anche vite dedite (si fa per dire) all’anodino svolgersi di giornate senza senso, là dove il soggetto non ha la consapevolezza di un tanto, ovvero vite connotate da una pigrizia fondamentale e da un non-agire sistematico.

Ecco dove può muovere i suoi passi la consulenza filosofica individuale, il dialogo inter-soggettivo che può riuscire a far emergere le contraddizione logiche atte a creare un auto-pensiero critico. Come si vede non parlo di pensiero auto-critico, ma, rovesciando i termini, colloco la riflessività del concetto sullo stesso pensiero, che diviene un locus dove il soggetto si rivolge e se stesso quasi costituendosi come pensiero. La critica e la vita, dunque, diventano tutt’uno con il pensiero.

Vi sono situazioni di persone che ho incontrato, per le quali la convinzione di essere-nel-giusto, di essere moralmente irreprensibili, è talmente radicata e ontologicamente esistentiva, che risulta impossibile incrinarla, cioè porre dei dubbi tali da avviare il percorso di una metànoia, che metta in questione abitudini inveterate e convincimenti ferrei… fino a quel punto.

Per la consulenza filosofica il nucleo tematico centrale da individuare è il modo, l’impostazione del pensiero del consultante, e quindi la ricerca di crepe, di illogicità, di salti logici, per verificarne gli effetti e anche i… danni, che può generare nella vita della persona stessa.

Euristica ed eziologia sono due processi che ci interessano nella consulenza filosofica e nel dialogo che la costituisce: a) l’euristica perché filosofando assieme ci si propone di cercare qualcosa e possibilmente di trovarlo (questo qualcosa), b) l’eziologia in quanto ricercando si può risalire, se non si trascura il metodo logico-argomentativo, alle “cause”, oppure, meglio dire, alle “ragioni” che in qualche modo danno senso alla scoperta.

Proviamo ad esemplificare. Ammettiamo che il nostro ospite accetti di mettere in discussione, sotto il profilo teorico, o per meglio dire, intellettuale, le proprie scelte finora assunte e praticate nella vita concreta. Nel contempo egli è convinto che le scelte fatte siano state necessitate, od opportune, o utili, od obbligatorie. Entriamo nell’esempio: la persona è benestante fin dalla nascita e non ha contribuito in alcun modo e non ha profuso alcun impegno nella costruzione del patrimonio che la rende pacificamente benestante. Altre persone hanno prodotto le risorse di questo bene-stare, che sono essenzialmente risorse economiche e finanziarie.

Ora, le regole civilistiche attuali in tema di eredità offrono a chi eredita il diritto di… ereditare. A dirla in questo modo, sembra una quisquilia tautologica. La persona “fortunata” dà per scontato che la sorte, il destino, la bravura del padre o del nonno, un colpo di c. tale da aver vinto una grossa somma a una lotteria, siano da accettare senza riflettere sul merito o meno di trovarsi in quella condizione, a differenza dei più, che spesso stentano a tirare avanti.

Questo tipo di persona ritiene talvolta di essere un tipo speciale, e pertanto non obbligato a guadagnarsi il pane con il “sudore della fronte” (cf. Genesi, 3, 19), poiché non serve, tanto le risorse ci sono già, in quantità tale da garantire non una, ma sette generazioni di vita agiata. Oppure, ritiene che impegnarsi in qualche attività di vertice sia già “lavorare”, perché molti altri agiscono in questo modo (e qui gli esempi riguardano capitani d’industria, innovatori tecnologici e finanzieri cui si pensa di assomigliare).

Questo tipo di persona ritiene poi di avere quasi un diritto “naturale” (non oso dire “divino”, per non esagerare) a ferie speciali, e di potersi distaccare senza problemi dalle fonti che originano il proprio benessere.

Forse, utilizzando una terminologia giudicante le cose adeguata, si potrebbe smuovere qualche masso spirituale che sta occupando e ingombrando impropriamente la “struttura valoriale” del soggetto: ad esempio, si può proporre una lettura della realtà propria e generale alla luce del concetto di “verità locali” (Zampieri, 2009 e oltre), per evitare ogni arroganza propositiva da parte del filosofo consulente.

Posto che il carattere individuale si forma, come hanno ben spiegato Piaget et alii negli ultimi cent’anni, entro i quattordici anni più o meno, e che da lì in poi i comportamenti individuali sono costruibili e modificabili, in positivo e in negativo, si tratta di vedere se il soggetto esemplare di cui qui si tratta se la sente di scavare dentro la propria anima anche a costo di andare profondamente in crisi.

Eccoci al punto: il dialogo filosofico è qui che interviene, mentre ogni tipo di psicoterapia sarebbe inerte, perché solitamente ed essenzialmente destinata ad “andare a caccia” di nevrosi. Queste persone di solito non sono nevrotiche, se non in minima parte, ma sono moralmente anodine, amorfe, oppure hanno una moralità generica e applicabile solo e solamente agli… altri.

L’etica sociale, l’etica della vita umana, semmai esista per questo tipo umano, vale per gli altri. Questo tipo umano può essere rimosso dal convincimento di essere-speciali e di avere diritti speciali solo da un trauma, giammai dal thauma (in greco: la meraviglia, lo stupore, origine di ogni filosofare) del vivere, cioè la meraviglia del vivere, che per questi rischia di essere sempre banalmente noiosa, se non riesce a riempire le proprie giornate di sempre nuovi “giocattoli” (auto, moto, barche, vacanze, donne, se si tratta di un maschio…), di cui molto presto si stanca.

Oppure può riuscirci la filosofia, cioè la metodica del mettere in dubbio le proprie convinzioni mediante la riflessione e il dialogo, a partire dalle più rassicuranti.

Facendo un lavoro con un tipo umano del genere occorre mettere a tema mezzi espressivi, parole, etimologie, sistemi valoriali, idee “forza” dominanti nella psiche e nella storia della persona, elementi di coerenza e di incoerenza, e infine, decisamente, la struttura integrata di personalità sua propria.

Lavorando su questa batteria di elementi si può verificare se si crei qualche crepa, se appaia qualche insenatura nel suo modo di dare il flusso al pensiero, di individuare i verbi da apporre ai soggetti e il senso dell’operatività dei verbi stessi sugli “oggetti” sui quali le azioni verbalizzate terminano.

Riprendendo la fondamentale Perimetrazione della Consulenza filosofica (2012) di Phronesis qui riporto i concetti concernenti “le questioni etiche, relazionali, esistenziali, le decisioni complesse, i dubbi, le revisioni progettuali della propria vita, le scelte puntuali, le separazioni e le riprese affettive, gli interessi, i lutti e le malattie, i cambiamenti di qualsiasi genere e specie, etc.”.

Ebbene, lavorando su questo elenco cercherei di penetrare, non nella psiche come fanno altri e – nel modo peggiore – i manipolatori, nel suo modo di porsi i temi e di svolgerli. In altre parole nel rapporto che esiste tra le parole utilizzate dal soggetto, l’accezione di ciascuna che lo stesso ha nel tempo scelto e l’uso che ne fa nella vita quotidiana e nei rapporti umani.

Gli chiederei poi di valutare la qualità esistenziale e relazionale delle scelte fatte e di quelle fattibili, riflettendo sulla fatticità di quelle fatte e di quelle da farsi. Bona facienda (sunt), mala vitanda: la sintesi morale aristotelico-tomista, dopo questo lavoro potrebbe configurarsi come una suggerimento sommesso per un agire migliore rispetto al passato. Una sintesi morale che nel “dover agire” kantiano si rinforza, facendo coincidere dover fare e dover essere, e con ciò diritti e doveri.

Per produrre tale lavorìo intellettuale potrebbe essere necessario individuare testi e format particolari, adatti alla tipologia personologica dell’ospite, in modo da far emergere i “valori” intellettuali e cognitivi dello stesso, le sue “forme” mentali, e anche i tic, le ripetitività ossessive, le contorsioni linguistiche, i toni più o meno elevati delle vocalizzazioni, e infine il timbro vocale che si è formato negli anni, così come generato da una base genetica.

Se la persona è orgogliosa di un proprio genitore o avo e crede di assomigliargli, è forse il caso di valorizzare l’irriducibile unicità di ciascuno e dunque del soggetto stesso, che non può, né imitare, né pretendere di ri-creare chi lo ha preceduto con meriti imitandi ma irripetibili.

Razionalità ed emozionalità del soggetto possono allora iniziare a farsi in qualche modo “de-codificare”, senza la pretesa di comprenderli, capirli e spiegarli fino in fondo, poiché la mens umana resta sempre un “oggetto” complesso, e pertanto mai completamente de-scrivibile. Non pretendere di spiegare ogni cosa o fatto, ma cercare di comprendere il soggetto interpretando tutti gli elementi fisici e spirituali che lo compongono, può essere la strada per interloquire con le profondità dell’anima della persona di cui qui si sta esemplificando.

Per avere una qualche possibilità di cambiamento bisogna dunque procedere alla massima chiarificazione possibile, al fine di consentire una sorta di rielaborazione della visione del mondo del soggetto e all’ammissione che questa rielaborazione è diventata essenziale per una rinascita interiore e un ri-orientamento nel mondo e per delle scelte più “vitali”.

Questo processo non può essere “lineare” (Pollastri, 2016), ma necessariamente talora contorto, a-sistematico, scombinato – necessariamente – per poter prevedere le condizioni di possibilità di una nuova combinazione positiva, buona, vera.

In verità si sta sempre ricercando il buono e il vero, anche se non tutti e non sempre se ne è consapevoli. Bisognerà avere anche sempre il coraggio di improvvisare, in questo lavoro di ricerca spirituale e morale, senza temere di deragliare, perché ci pare manchino linee guida. Se si è onesti intellettualmente e ben preparati, come si usa in Phronesis, non vi è nulla da temere.

Questo tipo di consulenza si può dire anche, senza tema di essere tacciati da eresiarchi, è non solo filosofica, ma anche spirituale, poiché attiene al plesso totale/ diversificato di spirito-anima-mente, in tutte le sue accezioni filosofico-etimologiche della storia del pensiero occidentale greco-latino e delle lingue volgari moderne e contemporanee. Si tratta di una metodica-che-non-è-tale, in quanto è una continua ricerca che vive di contenuti facentesi via via metodo (cf. Giacometti, 2016).

Non un circolo vizioso ma virtuoso, perché capace di rinnovare il pensiero mentre il pensiero fluisce. Così come si può rinnovare una vita mentre la vita stessa fluisce nella sua naturalità esistenziale e morale.

Phronesis si muove su questo terreno, da oltre vent’anni. E io dentro essa. Da un anno ho la ventura di presiederla, e lo voglio fare con forza e dedizione.

Accanto a Phrònesis , proprio perché questo bisogno di pensiero rinnovatore esiste, mi piacerebbe nascesse – a latere – un’altra associazione, magari da chiamare Philìa, cioè amicizia.

Un’associazione a latere di “umanisti” di tutti i generi e specie, per riunire intelligenze e persone, ponendosi nell’agorà, anzi nelle agorài (caro PD, metti anche il sostantivo al plurale dove scrivi “democratiche”), e così intercettare i bisogni delle persone in molti modi: se Phronesis può agire in modo più profondo e professionale, Philìa potrebbe offrire uno spazio dialogico libero, come quello descritto in questo saggio, utile per qualcuno.

La prova dell’efficacia di questo doppio modello può consistere nella constatazione che alle varie pratiche filosofiche partecipano persone di tutti i generi e sensibilità, perché il sapere filosofico, nelle sue varie declinazioni apre la mente e il cuore, aiutando chiunque a scoprire di se stesso ciò che magari è rimasto finora inerte e latente.

Il VADEMECUM IDIOTA (grazieadio già cassato): oscuri funzionari/e brussellesi vogliono insegnarci a parlare, su precise indicazioni della signora maltese Helena Dalli, Commissaria UE all’eguaglianza (cara madame PhD, le propongo un corso intensivo gratuito, quattro o sei ore al max, a cura mia, di “antropologia filosofica” e di “morale sociale”) modificando il lessico comune: non più “buon Natale”, ma “buone Feste” (ma questo modo già lo usiamo dal 26 dicembre! idioti! e il “buon Natale” non dà fastidio a nessuno provvisto di un po’ di intelligenza); non più dire e scrivere “disabile”, ma “persona con qualche disabilità” (così nel frattempo chi ci ascolta o ci legge si addormenta); non più “Cari signori, care signore…”, ma “Cari colleghi” (è maschile, idioti di Bruxelles!); e, naturalmente “genitore 1 e genitore 2”, invece di “padre e madre”; non più “anziani”, ma “persone più adulte”. E poi aggiungono che non sarà un obbligo (ci mancherebbe!), ma solo un’indicazione…

Mi piacerebbe guardare in faccia i geni (che paghiamo noi) che trovano i tempo di proporre le idiozie di cui sopra, per vedere se hanno il lume dell’intelligenza negli occhi.

Costoro sono gli stessi che anni fa suggerirono ai politici di non accettare nella Costituzione europea che si citassero le origini generative dell’Europa stessa nelle culture ebraico-greco-latina-cristiana e, aggiungerei, illuminista, perché l’illuminismo settecentesco, quello inglese (J. Locke), francese (Diderot, Montesquieu, Voltaire, D’Alembert), tedesco (Kant) sono filiazione, anche se indiretta, dei valori evangelici.

Da dove vengono fraternité, egalité, liberté, se non dall’insegnamento gesuano delle Beatitudini? Eterogenesi dei fini? Sì, ma solo storicamente, perché Vangeli e Filosofie illuministiche sono state azioni diacroniche del pensiero umano. E potrei continuare ad libitum.

Proviamo a ragionare. Primo: hanno da fare così poco quei funzionari, da affaticarsi su tematiche inesistenti? Secondo: vorrei fare un’inchiesta breve, a campione, tra i cento musulmani che conosco sulla dizione “buon Natale”: ebbene, per la conoscenza che ho, sono certo che tale augurio non disturba nessuno. Infatti, io sono solito augurare anche a loro “buon Natale”, sapendo che loro conoscono Issha (cioè Gesù di Nazaret), che è per la tradizione islamica il più grande dei profeti ante Mohamed.

Agli stessi io auguro, quando è il suo tempo, “buon Ramadan”, e loro mi rispondono “grazie”, con un sorriso, perché vedono che sono sincero.

Altrettanto chiederei sui presepi, anzi lo ho già fatto qualche anno fa: lo chiesi almeno a una decina di genitori musulmani, che mi risposero, più o meno: “Ma per noi Maria e Gesù di Nazaret sono da venerare”.

Ricordo agli ignorantoni di Bruxelles che Maria di Nazaret è la donna più citata nel Corano, più di Kadijia e Fatìma (moglie e figlia, rispettivamente, di Mohamed). Con ciò non voglio minimizzare le differenze tra islam e cristianesimo. Chi mi conosce sa che sono un teologo che queste cose sa bene.

Altra cosa: forse che i londinesi sono stupidi, essendosi dati un sindaco anglo-pakistano, Sadik Khan, sindaco che si comporta come un baronetto della regina?

E allora, a che cosa serve un’iniziativa come quella del vademecum del “parlare politicamente corretto”? A cambiare, a migliorare qualcosa?

Infine, mi duole che anche su un tema del genere la politica si divida tra “conservatori” e “progressisti”: Lega contraria e PD possibilista. Ma che è? Forse che conservare qualcosa di bello, come le espressioni classiche della nostra lingua e cultura è di destra? Allora “conservare” il Foro romano, le antiche basiliche, le moschee di Gerusalemme, i buddha millenari, Michelangelo e compagnia è di destra?

Andiamo! La divisione tra le persone umane, da un punto di vista individuale è tra intelligenti e meno, tra colti e meno, tra laboriosi e meno, tra onesti e non onesti intellettualmente, in base alla “struttura di personalità” di ciascuno, mentre tutti, proprio tutti, hanno pari dignità, maschi, femmine, trans, alti, bassi, grassi, normolinei e magri, mangioni e anoressici, bambini, giovani, vecchi, ricchi e poveri, neri, gialli e bianchi. E tu, caro lettore, aggiungi chi vuoi che io abbia inavvertitamente dimenticato in questo elenco.

Per quanto mi riguarda, se fossi cieco, sordo e/o muto, vorrei essere definito “cieco, sordo, muto”, perché ciò che conta è come ci si rapporta con chi ha queste disabilità, senza paura dei termini propri delle stesse.

Bene: i funzionari di Bruxelles sono incolti, stupidi e vili. Oppure solo gente che teme anche la propria ombra. Minimi.

La “miseria della filosofia” (attuale), o di come la pandemia sta tenendo in scacco la filosofia

…o la filosofia della miseria? Karl Marx scrisse un testo intitolato La miseria della filosofia per dire che quel sapere non bastava a cambiare il mondo secondo giustizia, e anche per rispondere al socialista francese Pierre-Joseph Proudhon, che aveva pubblicato un libello dal titolo La filosofia della miseria.

Il grande di Treviri era interessato alla miseria, alla povertà di milioni di operai, al suo tempo. Studiava il funzionamento dell’economia politica e delle sue conseguenze sulle vite degli esseri umani. La sua era una filosofia che si occupava della miseria.

Nell’800 la miseria era diffusa in tutta Europa, oltre che nel resto del mondo, e Marx la studiava a fondo. La filosofia era un sapere diffuso, quasi prioritario nelle università e Marx stesso era un filosofo. Si era laureato con una tesi su Democrito, ma aveva anche grande attenzione per i testi teologici giudaici e cristiani. Marx era ebreo. La sua era una ricerca del bene, della giustizia, della sicurezza anche per le classi popolari. La libertà gli interessava meno, perché riteneva che la giustizia sociale fosse più importante della libertà.

Il rapporto fra giustizia e libertà è sempre stato obiettivamente arduo, difficile, e lo è ancora oggi. Qualcuno ritiene che libertà e giustizia siano inversamente proporzionali: molto semplificando, i liberali per la libertà, i socialisti per la giustizia. E aggiungiamo anche il tema e termine della sicurezza, che dovrebbe equilibrare i due di cui sopra. Giustizia, sicurezza. libertà. Tre termini, tre valori che la filosofia può coniugare e accordare.

Di questi tempi, però, viene da pensare a un’altra miseria, rispetto a quella materiale studiata da Marx, e addirittura di rovesciare i termini proudhoniani, proponendo la miseria della filosofia. Una miseria della filosofia che parte dalla filosofia come sapere (pre-supposto) prioritario, nell’ordine dei saperi, e cardine degli altri saperi. Epistemologia di tutti i saperi.

Di questi tempi pieni di incertezza, molta filosofia, invece di aiutare a cercare risposte a domande complesse, pare talora aiutare l’aggravarsi del sentire comune per la comprensione del mondo e del senso della propria vita. Alcune volte, invece di aiutare la logica e l’argomentazione razionale, sembra operare in modo opposto, e dunque dannoso.

La filosofia dovrebbe contribuire a rischiarare le menti e il pensiero, a contrastare le prese di posizione ideologiche, che per loro natura sono spesso illogiche e non veritiere, e invece sembra che oggi – almeno parzialmente – contribuisca ad ottenebrarlo. Non ho mai sentito come in questo periodo valorosi pensatori e pensatrici letteralmente deragliare dall’a-b-c-della logica sillogistica, che resta quella più efficace per la vita quotidiana.

Ricordo ancora una volta, dopo averlo usato millanta nei miei scritti, il sillogismo aristotelico di primo tipo, dove ci sono due premesse correlate e una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero.

Ho ascoltato da valorosi colleghi e colleghe supposti sillogismi nei quali la conclusione è messa al posto di una premessa e una premessa in conclusione. Un esempio: a) il governo ci vuole rinchiudere in casa (dovrebbe essere la conclusione), b) il Covid non è sempre pericoloso (è una premessa, la prima), c) il pericolo va evitato (dovrebbe essere una premessa, la seconda, ma è la conclusione, sconclusionata). Incomprensibile, se non si colloca questo disturbo del ragionamento in una sorta di dislessia logico-argomentativa, la quale, se non fosse pericolosa, potrebbe addirittura essere comica, adatta a una gag.

Vi è da parte di alcuni, anche egregi filosofi come Agamben e Cacciari, un utilizzo strano delle statistiche, dico strano perché la filosofia dovrebbe utilizzare le scienze “dure” per ragionare, per riflettere in modo logico, ma così non è. Le statistiche, che non mentono, dicono che i vaccini, insieme con le altre misure di cautela intelligente, ci stanno salvando.

Costoro, a mio parere, dovrebbero ricordare il principio classico e aureo, di derivazione aristotelico-tomista del rapporto tra bene maggiore e minore e tra male maggiore e minore: tale principio va applicato quando si criticano le misure di contenimento del virus, anche a fronte di varianti quelle che siano (delta, omicron, …), ma proprio perché i vaccini comunque riducono i rischi e impediscono più contagi. Lo avrebbe capito anche mia nonna Caterina, che era una donna saggia, con la terza elementare, che è meglio meno che più contagi. Vivaddio!

Altro: anche la nozione di libertà, termine così “filosofico” viene bistrattata come se si fosse al Bar Sport di un paesino del Basso Friuli o dell’Alto Lazio.

Dopo duemilacinquecento anni di pensiero profondo sulla libertà come responsabilità, come essere-in-relazione, come esercizio razionale della volontà, sento inaccettabili semplificazioni che paiono pervenire dall’emozionalismo melodrammatico di una conduttrice di talk show come la famosa Barbara D’Urso (pseudonimo).

Che dire ancora? Che siamo in una democrazia parlamentare voluta da novanta sapienti 74 anni fa, in pieno vigore e vigenza, nella quale l’equilibrio e il contemperamento dei poteri è garanzia contro qualsiasi deriva autoritaria!

Chi si può immaginare, se non una persona delirante, Mario Draghi dittatore?

Si potrebbe pensare che troppa filosofia, se questo sapere è utilizzato in alcuni dei modi attuali, può essere dannosa, perché l’albagia sottesa a questo sapere, se adoperato nei modi di cui sopra, rischia di fare danni seri, soprattutto a chi non è abituato a maneggiare concetti, relazioni di causa/ effetto e flussi logici.

Non voglio insistere sul concetto di una certa pericolosità della filosofia, perché sarei auto-contraddittorio di una vita, la mia, che si è basata soprattutto su questo sapere, pur se in mezzo a mille difficoltà.

Continuo a credere nell’indispensabilità della filosofia per la vita, soprattutto della filosofia pratica. Ed è questo che cerco di fare, anche oggi stesso, sabato 27 novembre 2021, introducendo in quel di Mestre, il corso post lauream di Phronesis, che ha raccolto una decina di filosofe e filosofi di tutte le età, dai 24 a i 58 anni (con il docente professor Zampieri da Venezia, storico pensatore phronetico), bene intenzionati a utilizzare il bene prezioso del sapere filosofico con apertura generosa agli altri, per la ricerca inesauribile della verità sulla vita umana e sul destino dell’uomo, che va costruito senza rassegnazione accidiosa.

Ecco: mi pare che oggi si debba lottare contro l’antico e classico vizio morale dell’accidia, che è un non-credere alla possibilità che l’uomo ha di salvare se stesso con l’intelligenza e una volontà illuminata.

La scelta del signor “Mario”, un’etica della vita umana e la legge

Un signore, pseudonomizzato con il nome di “Mario”, rimasto tetraplegico da dieci anni dopo un incidente stradale, ha scelto di andare via da questo mondo chiedendo il suicidio assistito, non l’eutanasia. Lo ha ottenuto dalla giurisdizione prima di un parere espresso richiesto al Comitato etico dell’Asl competente. Comitato etico formato da medici e psicologi, e non capisco per quale ragione neanche da uno studioso di etica generale e della vita umana, cioè un filosofo. Non capisco.

Perché l’ordinamento non prevede la figura di un filosofo in quell’équipe, la qual cosa sarebbe normalmente plausibile e opportuna (io direi necessaria). Ma riformiamola, allora questa normativa! Quanto si sta a riformarla? E lascio perdere questo tema, per soffermarmi su ciò che è più importante.

Ai tempi della dolorosa vicenda di Eluana mi spesi molto a scrivere e discutere di quel caso. Avevo un’idea, allora, forse molto rigida, molto “scolastica”, nel senso di teologico-filosofica cristiana di stampo tommasiano, e questa idea mi portò a criticare quello che mi pareva il libertarismo del padre, e del Partito socialista che lo sostenne, il partito che era il mio, e lo è ancora. Allora, il papà di Eluana ottenne l’eutanasia per la figlia, e lei se ne andò, in una clinica di Udine. Ora è sepolta nel paese d’origine degli Englaro a Paluzza. Sono andato diverse volte a trovarla là, in mezzo alle montagne della Carnia, anche se non l’avevo conosciuta.

Torniamo a “Mario”. Lui ha chiesto di andarsene. Ecco: ora si tratta di capire in che modo, perché c’è una bella differenza fra il suicidio assistito e l’eutanasia, e non occorre che spieghi qui la differenza. Ora, la Chiesa dice che bisogna puntare sulla cure palliative. Certo, ma le cure palliative sono da mettere in campo sempre, e non solo in vista di queste due prospettive.

Circa il suicidio assistito, che pare essere la scelta di “Mario”, ho dubbi non da poco sulla sua autorizzazione, in generale, poiché intravvedo dei rischi di abuso. Ricordo la vicenda di Lucio Magri, che andò in Svizzera per morire “bene” di sua volontà, perché era depresso. Un suicidio assistito per una ragione che non si può accettare con superficialità, a parer mio. Mi sono infatti chiesto se Magri fosse rimasto così solo da non avere più alcuno con cui discutere sul senso o meno della sua vita, a quel punto della vita.

In questi frangenti la filosofia pratica può essere la “medicina” adatta. Intendo la metafora medica per la mente e il cuore

Si tratta di immaginare, se possibile, il sentimento reale di “Mario”, che nella sua profonda interiorità resta incomunicabile.

Il tema della vita pone diversi quesiti. Noi veniamo al mondo inconsapevoli di venire al mondo. Infatti, nessuno ci interpella, perché non esistiamo, prima di essere concepiti. Poi, una volta concepiti, passa un lungo periodo, costituito dai nove mesi della gravidanza e poi da vent’anni per diventare (almeno fisicamente) adulti. Un tempo lungo, lunghissimo, nel quale sperimentiamo la vita, con le sue gioie e i suoi dolori.

Sotto il profilo del concetto di proprietà, noi in origine non siamo proprietari di noi stessi, perché nasciamo inconsapevoli, abbiamo detto. Due gameti diversi sessualmente che si incontrano e formano in ambiente adeguato uno zigote, che poi si sviluppa. La coscienza di sé che arriva in seguito, peraltro non immediatamente, alla nascita, non mette in questione il fatto di essere a questo mondo.

Vivendo acquisiamo un sistema di valori e di ragioni per le quali vale la pena vivere: la conoscenza, la bellezza, il piacere, l’atto volontario, la capacità di negare e di opporsi, l’amore dato e ricevuto, e molto altro.

Finché godiamo di buona salute tutto procede bene, Ma quando arriva la malattia arriva il limite, arriva un modo differente di vivere, con il rimpianto per il prima.

Se il rimpianto non cessa, inizia la tristezza, che poi si può trasformare in accidia e infine in depressione, che una volta veniva chiamato esaurimento nervoso. Volumi a pacchi sono stati scritti sulla depressione, pochissime righe invece sull’accidia, nei tempi moderni, se non nei trattati di teologia morale, che sono libri per una élite di studiosi. L’accidia è un vizio, secondo lo schema dei filosofi antichi, fin da Platone, dei Padri della Chiesa, uno dei vizi capitali. E’ un vizio perché nasce dalla volontà umana, cioè da un’emozione, da un moto interiore, ovvero da un moto interiore che manca, dalla sua omissione. Si tratta di una specie di abdicazione alla propria umanità.

Nulla di moralistico in queste mie affermazioni. Ho vissuto la scoperta del male grande e del limite, ma non mi sono lasciato prendere dall’accidia, Ho reagito e la depressione non mi ha fatto visita, come sgraditissima ospite.

Con ciò non voglio giudicare nessuno che faccia diversamente, che cioè non riesca a re-agire, ad agire contro il limite, contro il male. Ognuno ha le forze mentali e fisiche che la natura mi ha dato. E’ noto a chi mi conosce, che a me la natura ha dato una fisicità molto robusta e una mente fortissima, e un’autostima cresciuta fino al punto nel quale sarebbe stata esorbitante e dannosa. MI auto-diagnostico senza paura. Potrei essere considerato un esempio, e lo dico astraendomi da me stesso.

Ora, è chiaro che “Mario” è in una situazione incomparabilmente diversa dalla mia: io faccio tutto quello che facevo prima della venuta del male, sebbene in misura minore. Lui ha scelto una strada tale da far finire un dolore insopportabile. Rispetto profondamente la scelta.

Ora si tratta di aiutarlo con pietà e senso di fraternità. La legge ha da creare il quadro per poter agire.

Il Comitato etico deve allargare la propria visuale, ma ne può essere capace senza un sapere filosofico compreso e integrato nei saperi del gruppo di esperti?

Vergogna e pentimento

La spudoratezza e la proterva arroganza di comportamenti assai diffusi sembrano avere relegato in un canto buio e desolato sentimenti come la vergogna e il pentimento. Si assiste quotidianamente allo sbandieramento della libertà di dire e fare qualunque cosa, anche se patentemente menzognera e falsa: vi è il politico locale che, quasi vindice di diritti popolari conculcati, assurge a redentore della politica dalle incursioni degli “imperiali” romani, forse pensando che nessuno ricordi suoi comportamenti analoghi, anzi identici, perpetrati dallo stesso verso i vassalli.

Un altro politico, più altolocato, bercia i suoi sentimenti libertari dopo avere operato quanto sopra detto nei confronti del primo. C’è chi sbandiera, senza vergognarsi, la propria intransigenza morale, ma, già venduto al miglior offerente e, negatore dell’evidenza, persiste a dire che nulla e nessuno lo piegherà al volere altrui. Altri ancora, personaggi pubblici, non esitano ad esibire come una bandiera di gloria le trasgressioni a tutto, fregandosene di tutti, in nome della affermazione di un sé debordante e vanaglorioso: in questo novero troviamo politici, giudici, attori e attrici, giornalisti, scrittori e “sé-putanti” poeti, sportivi, stilisti, “maestri di pensiero”, lacchè, sindacalisti, padroni, medici, portaborse, mercanti e perfino preti. E tanti altri. C’è chi senza valutare bene ribalta la vita propria e quella altrui, urlando il proprio buon diritto a farlo, senza curarsi molto degli sconvolgimenti provocati.

C’è una specie di “superomismo” mal digerito in questi comportamenti, che nulla ha a che vedere con Nietzsche, una sottovalutazione del mondo e degli altri, gravissima, e una sopravvalutazione di sé, penosa, devastante. C’è come un senso prometeico di volontà di potenza in sedicesimi, avulso da una valutazione ragionevole della realtà. In questi casi, specie dove non c’è il calcolo freddo e anche omicida dell’uomo di potere, vi è quantomeno un allontanamento grave dalla nozione di realtà.

Questo principio, che si situa fra i primi assiomi indimostrabili del vero, comincia a sfuocarsi, perdendosi nelle nebbie vaganti del presso a poco, e rendendo così vano l’esercizio riflessivo, perché mancante di fondazioni plausibili. In sostanza, chi urla il proprio potere di fare ogni cosa, non si vergogna, né si pente. Pervicacemente sta nel castello di menzogne che si é costruito, orgoglioso, sogghignante, come inaccessibile. Ma lì comincia il suo calvario. Sorge lentamente una specie di vaga nozione di spaesamento, di straniamento, che progressivamente diviene più nitida e si trasforma in una forte impressione di fallimento.

Inizia un combattimento psicologico e spirituale i cui esiti sono fortemente incerti. Si scontrano due sé, armati di tutto punto: il primo che tenta di darsi di nuovo le ragioni delle scelte fatte, di giustificarle e fornire loro una specie di dignità ontologica, quasi fossero l’interpretazione vera del vissuto e di un futuro ragionevole; il secondo che pone dei dubbi, sempre più stringenti, sempre più dolorosi, sempre più fermi e decisi. La battaglia é lunga, incerta, silenziosa e ignota agli altri, che tutt’al più intravedono nella persona un oscuramento dei tratti, delle ombre che scompaiono presto, una incostanza d’umore, forse, in qualche caso, dei fiotti di sofferenza.

La mente, infine, é stanca per la fatica di dimostrare ciò che non sta in piedi: la dissociazione cognitiva e valutativa precede addirittura la frustrazione prima e il successivo senso di colpa. La ragione non vive in salute e la volontà é fiacca. E’ quello il momento nel quale occorre fare il massimo sforzo,  e spesso c’è bisogno di aiuto [e anche di preghiera]. Vergognarsi e pentirsi, a quel punto, é come un lavacro salutare. E chiedere perdono, chiedere in dono il per-dono non é umiliazione, ma dichiarazione di un’umanità dolente e vera. Chi può negare il perdono a chi si vergogna e si pente?

Il “Valore” e la sua fondazione razionale

La nozione di valore nel pensiero classico, mentre in Platone si concentra sulla nozione di bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò che vale per se stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente nella scienza economica classico-moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx. Il termine  greco è [trasl.] àxia, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate.

Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, che sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili.[2] Lasciamo stare ulteriori approfondimenti concernenti gli sviluppi successivi apportati da Ricardo[3] e da Marx,[4] e fermiamoci qui.

Tommaso d’Aquino recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente, che è l’uomo. Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva considerato come valore primario la purezza della legge morale “a priori”,  autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo[7]: infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie tardo-positivista di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio [o meglio del Dio] che è morto”.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’esserein-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essereper-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura, e dunque anche nella natura umana, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare, non per la sua profondità di pensiero, ma per la capacità comunicativa il sociologo Francesco Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti  e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio, se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14]

Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore. Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una  manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello-in-sé, dai beni diversi al bene-in-sé, dalle azioni giuste alla giustizia-in-sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario.[16]

E’ però qui utile svolgere anche una breve digressione sui pensatori che non hanno condiviso questa linea teorico-pratica, a partire da Kant.  Il filosofo di Königsberg, fedele alla sua gnoseologia della prima Critica,[17] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[18] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[19] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber, con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[20]

L’esperienza del valore, infine, pur essendo anche di carattere emozionale ed affettivo, è soprattutto il risultato di un approfondimento razionale, tale da riconoscere l’evidenza, l’oggettività, la  forza cogente, come di una rappresentazione di un precetto indefettibile e imprescrivibile: non uccidere, non rubare, aiuta il tuo simile, etc..


[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: 1817 – 1881, 1838 – 1917, 1859 – 1932.

[6] HARTMANN N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cf. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cf. HEIDEGGER M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cf. sul concetto di natura M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, cit., Bologna 2004.

[11] Cf. ALBERONI F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cf. dizione tommasiana circa l’uomo: “[…] persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura”, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, Summa Theologiae, q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cf. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cf. MONDIN B., Il valore uomo, Roma 1983.

[15] Cf. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] Il termine “necessario” è da intendersi nell’accezione primaria, etimologicamente fondata, di “ciò-che-non-cessa” [nec-cessat], l’imperituro.

[17] La Critica della Ragione pura.

[18] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum,  non scioglibile, non modificabile.

[19] Cf. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi O.P., in Dialettica della Rivelazione, “[…] La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[20] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere [l’embrione], e al suo declinare

[eutanasia]

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Le “tre forme di riconciliazione”

Non tanto papa Giovanni Paolo II, quanto il filosofo Karol Wojtyla, studioso di Edmund Husserl, Edith Stein e Tommaso d’Aquino, in una memorabile giornata strasburghese nel 1988, ospite del Parlamento d’Europa, ebbe a richiamare l’esigenza di tre tipi di riconciliazione umana, al fine di recuperare una visione improntata a un umanesimo nuovo che il “Secolo breve”, il XX, mostrava di avere perduto, con i suoi eccidi, le sue guerre, i suoi deliri di onnipotenza, il crescere di molti tipi di egoismo individuale e collettivo.

Quella giornata fu ricordata forse più per la contestazione che gli rivolse violentemente il deputato fascistoide inglese Jan Paisley, che gli urlò in faccia “anticristo!” Ma, se vogliamo ricordare le cose per il loro valore, propongo questa memoria, forse sfuocata nella mente dei più.

Il grande Polacco elencò tre tipi di riconciliazione, richiamando il nome di uno dei sette sacramenti cattolici, ma utilizzandolo in modo laicissimo.

Più avanti fornirò al mio lettore qualche nozione sul sacramento, ma ora mi interessa sviluppare i tre concetti, diversi, ma necessariamente da integrare, pena la zoppìa dell’insieme.

RICONCILIAZIONE CON GLI ALTRI

Se vi è la necessità di riconciliarsi con un altro significa che c’è stato un contrasto, un litigio, un conflitto, perfino una… guerra.

La storia è piena di riconciliazioni, di armistizi, di trattati di pace, spesso talmente mal concepiti e mal scritti, come quello di Versailles nel 1920, che creò le condizioni per la Guerra mondiale del ’39-’45, ancora più devastante di quella appena conclusa. Se si osserva bene, vi sono sempre occasioni che possono generare conflitti fra popoli e nazioni, soprattutto di interesse, come mostrano con indiscutibile chiarezza le guerre “petrolifere” degli ultimi decenni.

A livello interpersonale, nelle relazioni inter-umane, la conflittualità è un fenomeno quotidiano, si può dire, poiché le relazioni stesse sono uno dei fenomeni più complessi che troviamo in natura.

Lo sono in quanto ciò che la natura umana presenta nel vivere è poi inevitabilmente immerso nella cultura, l’altro fondamentale elemento che costituisce la vita degli umani. Per “cultura” come concetto qui propongo non solo e non essenzialmente ciò che si intende comunemente, che è costituito da conoscenze e saperi, ma da ciò che rende le persone quello che sono, in ragione della loro età, di dove sono cresciuti e vivono (ambiente), e di ciò che hanno imparato nel processo educativo.

Tutto ciò accade nella normale quotidianità, figuriamoci quando intervengono ragioni ed elementi di contrasto, conflitto o litigio. Siccome le nostre società sono organizzate in gruppi, squadre, équipes, team, e, se non vogliamo distruggere ciò che è stato costruito, siamo “obbligati” a trovare una strada di accordo, anche rinunziando a qualcosa di nostro, che all’inizio del contrasto magari potremmo avere considerato irrinunziabile.

La scienza della negoziazione ci insegna che, dopo un contrasto e il dialogo concordato per superarlo, bisogna accettare di alzarsi dal tavolo – sempre – un po’ scontenti, perché si è dovuto cedere qualcosa per il FINE, che solitamente è il BENE MAGGIORE, costituito dal conseguimento dell’ACCORDO.

RICONCILIAZIONE CON LA NATURA

Da quando l’uomo ha iniziato, qualche migliaio di anni fa ad utilizzare fino a sfruttare, talora brutalmente, i beni della natura, ha certamente migliorato il livello qualitativo della propria vita. Basti pensare all’uso del legno, della pietra, dei metalli, e poi del carbone e infine del petrolio e dei gas naturali.

Ora, però, l’utilizzo delle ultime tre fonti energetiche sta provocando effetti molto evidenti e gravi sull’equilibrio climatico della Terra, che non è più ragionevole ignorare. Da decenni questi effetti sono conosciuti e sono stati segnalati, fino a che oggi molti stanno portando il problema nelle piazze con modalità sempre più drammatizzanti, come in particolare stanno facendo i giovani, che – di fatto – “erediteranno” la terra (cf. Matteo 5, 1ss – Il Discorso della montagna, le Beatitudini).

Anche se nel post precedente ho criticato la svedesina che si pone come mentore di questa lotta tra i giovani, ciò non significa che tale lotta sia, non solo legittima, ma necessaria e tempestiva. In ritardo sono i decisori, della politica e dei sistemi di produzione, in tutto il mondo, ma specialmente nelle grandi nazioni di più recente sviluppo, come Cina, India, Brasile, Africa e Russia, ma anche gli Stati Uniti e altri paesi di tutte le latitudini.

Riconciliarsi con la natura è allora necessario, indifferibile, drammaticamente obbligatorio.

RICONCILIAZIONE CON SE STESSI

La depressione è il grande male di questi anni. Fino a qualche decennio fa lo si chiamava esaurimento nervoso, e talvolta veniva curato con metodi violenti come l’elettroshock, terribile strumento irrispettoso della persona malata. Pionieri come Franco Basaglia ci hanno spiegato che la strada da percorrere per curare questi disagi, che occupano un’amplissima area psichica, dalla nevrosi alle più gravi psicosi, è un’altra. Ora vi sono molti farmaci, di cui spesso si abusa, anche con l’aiuto di medici psichiatri a volte poco inclini alla parola scambiata con il paziente. La depressione è il grande male della modernità, che fa implodere la persona, ponendola in conflitto con se stessa.

Essa è generata da mille fattori, dagli stili di vita, dai problemi individuali, familiari e sociali, che questi stili contribuiscono a generare. La depressione è effetto di un conflitto interiore ma, a sua volta, è sintomo di un disagio più generale, che deve essere affrontato tenendo conto di questo.

Il modello sociale prevalente negli ultimi decenni ha posto come obiettivo generale e individuale quello di avere successo, a tutti i costi, in ogni frangente, nonostante tutto, anche calpestando gli altri. L’obiettivo del successo diventa meta e fine esistenziale per cui, chi non riesce a perseguirlo entra in crisi, sentendosi inadeguato, o come si dice oggi, abbassando la propria autostima, e così imboccando la strada della depressione. Ho già scritto sopra che spesso il primo interlocutore cui ricorre la persona con questo disagio o la sua famiglia, è lo psichiatra, che è un medico. Negli ultimi decenni, nei curricula studiorum delle facoltà mediche non si è più di tanto curato il tema della cura (terapìa dell’UNO costituito da corpo e psiche-anima) globale dell’essere umano disagiato, ma, sull’onda di un positivismo meccanicistico che ha travalicato i decenni della sua nascita ottocentesca, esso è arrivato fino ai nostri anni.

Certamente la psicologia clinica, intervenuta da un secolo, più o meno, ha spostato l’attenzione della cura alla psiche e ha reso più “dolce” la cura del disagio interiore. Tale scienza, però, è progressivamente diventata un crogiuolo di scienze non sempre armonicamente coese, con derive talora pericolose come nel caso della Programmazione Neuro-linguistica, vero programma di condizionamento della psiche, prevalentemente a fini di marketing commerciale, e con il progressivo prevalere dei saperi psicometrici su quelli più propriamente psico-antropologici. Essere vincenti è diventato lo slogan di riferimento, psicologicamente e moralmente dannosissimo, anche se ciò non significa che ognuno non debba realizzare i propri talenti, anzi!

Anche la via psicoanalitica non sempre ha generato percorsi positivi, se talvolta non riesce a “liberare” l’ospite-paziente dalla necessità di frequentare il “dottore”, pena il ricadere nel vecchio “vizio” della depressione, che un tempo dalla dottrina cristiana era considerata, in certe sue declinazioni, come un grave vizio o peccato, l’accidia. A mio parere, si potrebbe recuperare la nozione di questo vizio, per non cadere nella rassegnazione della malattia.

Questi cenni critici non vogliono in alcun modo criticare in modo denigratorio medicina psichiatrica e psicologia clinica, ma segnalano un’esigenza, quella di recuperare, proprio per “fare meglio” le professioni del medico e dello psicologo, un’antropologia globale, filosofica, dell’uomo. Il fatto che nelle facoltà mediche, e anche a psicologia, si siano quasi del tutto abbandonati gli studi filosofici, salvo qualche corso di etica della vita umana, è grave. Molto grave, perché tale carenza impedisce una visione d’insieme dell’uomo e della sua infinita complessità, che solo un’impostazione filosofica globale può tentare di dare.

Anche il Nobel al professor Parisi, pur se riconosciuto per studi di fisica teorica, ci dice che, studiando l’uomo, dobbiamo vederne la complessità, analoga a quello delle particelle elementari, del volo degli storni, e degli oggetti cosmici.

In altre parole, siccome l’uomo non è solo una bio-macchina, bisogna studiarlo in tutti i suoi aspetti, che sono fisici, psichici e spirituali. Ebbene sì. a mio parere dobbiamo forse riconoscere che aveva ragione san Paolo con la sua tripartizione antropologica in tre componenti: corpo, anima e spirito, cioè sòma, psyché e pnèuma. Opinione mia personale, che qualche pensatore non credente potrebbe non accettare. La filosofia, però, è una criteriologia e una metodologia che nulla trascura dell’uomo, che è fatto di una genetica, di un ambiente vissuto e di una educazione ricevuta o ricercata.

L’uomo non è meramente complicato come lo è una macchina, là dove le interconnessioni tra componenti sono tutte descrivibili, conoscibili e trasmissibili, ma è complesso (cum-plexum), cioè composto da innumerevoli componenti connesse tra loro in modo non mai del tutto descrivibile e prevedibile (cf. I. Prygogine in A.F. De Toni, Prede o Ragni). L’esempio più illuminante della complessità del vivente umano è il cervello, o encefalo (dal greco en-kefalè, cioè dentro-la-testa), la cui struttura è composta da miliardi di neuroni e di un numero imprecisabile e continuamente evolutivo ed evolventesi di collegamenti sinaptici.

Se le neuroscienze hanno compreso abbastanza bene come funziona questo organo, capendo le funzioni principali delle sue varie parti, sfugge ancora, indefinitamente, la comprensione di ciò-che-costituisce-la-coscienza, tema condiviso con la filosofia, la teologia e tutti i saperi che hanno a che fare con ciò che si chiama “spirituale”. L’impostazione “materialista” indica nelle attività bio-elettriche e chimiche la ragione della coscienza, collocando anche il libero arbitrio (cf. Libet) entro queste dinamiche, per cui, come estrema conseguenza, se questo fosse del tutto vero, l’uomo non sarebbe mai responsabile delle proprie azioni, anche le più efferate (cf. trama e conseguenze etiche proposte nei film Minority report e Interception). Se così fosse, il Diritto civile e penale di 4000 anni andrebbe a farsi benedire.

Tale impostazione conoscitiva pone problemi insormontabili, che non possono che essere affrontati allargando lo sguardo a dimensioni non del tutto misurabili con gli strumenti elettronico-informatici che si stanno approntando anche con le ricerche sull’intelligenza artificiale. Film e libri innumerevoli di registi e scrittori si occupano di questi temi. Che restano essenzialmente filosofici!

Ciò, dunque, impone un metodica conoscitiva che non può basarsi solo sulla spiegazione, criterio plausibile in ambito scientifico-deduttivo, ma deve ricorrere anche all’interpretazione, vale a dire una modalità conoscitiva confrontabile con i dati statistici delle scienze che storicamente se ne occupano, dalla biologia, alla medicina, alla psicologia, alla storia umana, all’antropologia culturale, alle religioni e alla sociologia dei popoli.

La filosofia è allora il “luogo”, cioè l’habitat conoscitivo primario e inevitabile che può aiutarci, prima con le sue teoresi generali sulla conoscenza dell’uomo e della natura, e sul sapere etico come sapere plausibile sulle scelte “libere” (nei limiti della libertà responsabile) per il bene o per il male, e poi anche nella sua declinazione pratica, cui mi sto dedicando da quasi tre lustri, in mezzo ad autorevoli colleghi che la praticano invece da tre decenni, recuperando lezioni antiche e immortali, quelle dei sapienti greco-latini e del cristianesimo antico, senza trascurare le varie e profonde dottrine sapienziali e antropologiche dell’Oriente. Cito in proposito Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica, che attualmente presiedo, perché è un “luogo” nel quale queste ricerche avvengono, procedono, si misurano nel confronto e nel dialogo interno ed esterno, con fiducia e umiltà.

LA RICONCILIAZIONE COME “SACRAMENTO” CRISTIANO CATTOLICO

Dopo le riflessioni finora svolte, qui mi pare opportuno proporre anche qualche cenno sulla “Riconciliazione” nella storia del cristianesimo, che si declinò nel tempo, proponendosi con nomi vari, e fu “somministrata” in diverse modalità, sia pubbliche, sia private. Si chiamò, nel tempo, confessione dei peccati pubblica e privata, penitenza, e infine riconciliazione.

Per precisione e umiltà riporto il testo del Catechismo della Chiesa cattolica.

ARTICOLO 4 
IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
1422 « Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera ».3 I. Come viene chiamato questo sacramento? 1423 È chiamato sacramento della Conversione poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione,4 il cammino di ritorno al Padre5 da cui ci si è allontanati con il peccato. È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore. 1424 È chiamato sacramento della Confessione poiché l’accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso profondo esso è anche una « confessione », riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l’uomo peccatore. È chiamato sacramento del Perdono poiché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente « il perdono e la pace ».6 È chiamato sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore l’amore di Dio che riconcilia: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20). Colui che vive dell’amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all’invito del Signore: « Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello » (Mt 5,24). II. Perché un sacramento della Riconciliazione dopo il Battesimo? 1425 « Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio! » (1 Cor 6,11). Bisogna rendersi conto della grandezza del dono di Dio, che ci è fatto nei sacramenti dell’iniziazione cristiana, per capire fino a che punto il peccato è cosa non ammessa per colui che si è rivestito di Cristo.7 L’apostolo san Giovanni però afferma anche: « Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi » (1 Gv 1,8). E il Signore stesso ci ha insegnato a pregare: « Perdonaci i nostri peccati » (Lc 11,4), legando il mutuo perdono delle nostre offese al perdono che Dio accorderà alle nostre colpe. 1426 La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo, il dono dello Spirito Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo ricevuti in nutrimento, ci hanno resi « santi e immacolati al suo cospetto » (Ef 1,4), come la Chiesa stessa, Sposa di Cristo, è « santa e immacolata » (Ef 5,27) davanti a lui. Tuttavia, la vita nuova ricevuta nell’iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo.8 Si tratta del combattimento della conversione in vista della santità e della vita eterna alla quale il Signore non cessa di chiamarci.9 III. La conversione dei battezzati 1427 Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo10 che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova. 1428 Ora, l’appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che « comprende nel suo seno i peccatori » e che, « santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ».11 Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. È il dinamismo del « cuore contrito »12 attirato e mosso dalla grazia13 a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.14 1429 Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice rinnegamento del suo Maestro. Lo sguardo d’infinita misericordia di Gesù provoca le lacrime del pentimento15 e, dopo la risurrezione del Signore, la triplice confessione del suo amore per lui.16 La seconda conversione ha pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell’appello del Signore ad un’intera Chiesa: « Ravvediti! » (Ap 2,5.16). A proposito delle due conversioni sant’Ambrogio dice: « La Chiesa ha l’acqua e le lacrime: l’acqua del Battesimo, le lacrime della Penitenza ».17 IV. La penitenza interiore 1430 Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, « il sacco e la cenere », i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.18 1431 La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione del cuore] ».19 1432 Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all’uomo un cuore nuovo.20 La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: « Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati.21 « Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione ».22 1433 Dopo la pasqua, è lo Spirito Santo che convince il mondo quanto al peccato,23 cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è Consolatore24 che dona al cuore dell’uomo la grazia del pentimento e della conversione.25 V. Le molteplici forme della penitenza nella vita cristiana 1434 La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiunola preghiera, l’elemosina,26 che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo,27 l’intercessione dei santi e la pratica della carità che « copre una moltitudine di peccati » (1 Pt 4,8). 1435 La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto,28 attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, l’accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia. Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza.29 1436 Eucaristia e Penitenza. La conversione e la penitenza quotidiane trovano la loro sorgente e il loro alimento nell’Eucaristia, poiché in essa è reso presente il sacrificio di Cristo che ci ha riconciliati con Dio; per suo mezzo vengono nutriti e fortificati coloro che vivono della vita di Cristo; essa « è come l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe di ogni giorno e preservati dai peccati mortali ».30 1437 La lettura della Sacra Scrittura, la preghiera della liturgia delle Ore e del « Padre nostro », ogni atto sincero di culto o di pietà ravviva in noi lo spirito di conversione e di penitenza e contribuisce al perdono dei nostri peccati. 1438 I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell’anno liturgico (il tempo della Quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa.31 Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie). 1439 Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola detta « del figlio prodigo » il cui centro è « il padre misericordioso »:32 il fascino di una libertà illusoria, l’abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l’umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l’accoglienza generosa da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di conversione. L’abito bello, l’anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell’uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza. VI. Il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione 1440 Il peccato è anzitutto offesa a Dio, rottura della comunione con lui. Nello stesso tempo esso attenta alla comunione con la Chiesa. Per questo motivo la conversione arreca ad un tempo il perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa, ciò che il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione esprime e realizza liturgicamente.33 Dio solo perdona il peccato 1441 Dio solo perdona i peccati.34 Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli dice di se stesso: « Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati » (Mc 2,10) ed esercita questo potere divino: « Ti sono rimessi i tuoi peccati! » (Mc 2,5).35 Ancor di più: in virtù della sua autorità divina dona tale potere agli uomini36 affinché lo esercitino nel suo nome. 1442 Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue. Ha tuttavia affidato l’esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico. A questo è affidato il « ministero della riconciliazione » (2 Cor 5,18). L’Apostolo è inviato « nel nome di Cristo », ed è Dio stesso che, per mezzo di lui, esorta e supplica: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20). Riconciliazione con la Chiesa 1443 Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto perdonato i peccati; ha pure manifestato l’effetto di questo perdono: egli ha reintegrato i peccatori perdonati nella comunità del popolo di Dio, dalla quale il peccato li aveva allontanati o persino esclusi. Un segno chiaro di ciò è il fatto che Gesù ammette i peccatori alla sua tavola; più ancora, egli stesso siede alla loro mensa, gesto che esprime in modo sconvolgente il perdono di Dio37 e, nello stesso tempo, il ritorno in seno al popolo di Dio.38 1444 Rendendo gli Apostoli partecipi del suo proprio potere di perdonare i peccati, il Signore dà loro anche l’autorità di riconciliare i peccatori con la Chiesa. Tale dimensione ecclesiale del loro ministero trova la sua più chiara espressione nella solenne parola di Cristo a Simon Pietro: « A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli » (Mt 16,19). Questo « incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo (cf Mt 18,18; 28,16-20) ».39 1445 Le parole legare sciogliere significano: colui che voi escluderete dalla vostra comunione sarà escluso dalla comunione con Dio; colui che voi accoglierete di nuovo nella vostra comunione, Dio lo accoglierà anche nella sua. La riconciliazione con la Chiesa è inseparabile dalla riconciliazione con Dio. Il sacramento del perdono 1446 Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale. A costoro il sacramento della Penitenza offre una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione. I Padri della Chiesa presentano questo sacramento come « la seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia perduta ».40 1447 Nel corso dei secoli la forma concreta, secondo la quale la Chiesa ha esercitato questo potere ricevuto dal Signore, ha subito molte variazioni. Durante i primi secoli, la riconciliazione dei cristiani che avevano commesso peccati particolarmente gravi dopo il loro Battesimo (per esempio l’idolatria, l’omicidio o l’adulterio), era legata ad una disciplina molto rigorosa, secondo la quale i penitenti dovevano fare pubblica penitenza per i loro peccati, spesso per lunghi anni, prima di ricevere la riconciliazione. A questo « ordine dei penitenti » (che riguardava soltanto certi peccati gravi) non si era ammessi che raramente e, in talune regioni, una sola volta durante la vita. Nel settimo secolo, ispirati dalla tradizione monastica d’Oriente, i missionari irlandesi portarono nell’Europa continentale la pratica « privata » della penitenza, che non esige il compimento pubblico e prolungato di opere di penitenza prima di ricevere la riconciliazione con la Chiesa. Il sacramento si attua ormai in una maniera più segreta tra il penitente e il sacerdote. Questa nuova pratica prevedeva la possibilità della reiterazione e apriva così la via ad una frequenza regolare di questo sacramento. Essa permetteva di integrare in una sola celebrazione sacramentale il perdono dei peccati gravi e dei peccati veniali. È questa, a grandi linee, la forma di Penitenza che la Chiesa pratica fino ai nostri giorni. 1448 Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione di questo sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli, si discerne la medesima struttura fondamentale. Essa comporta due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell’uomo che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall’altra parte, l’azione di Dio attraverso l’intervento della Chiesa. La Chiesa che, mediante il Vescovo e i suoi presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono dei peccati e stabilisce la modalità della soddisfazione, prega anche per il peccatore e fa penitenza con lui. Così il peccatore viene guarito e ristabilito nella comunione ecclesiale. 1449 La formula di assoluzione in uso nella Chiesa latina esprime gli elementi essenziali di questo sacramento: il Padre delle misericordie è la sorgente di ogni perdono. Egli realizza la riconciliazione dei peccatori mediante la pasqua del suo Figlio e il dono del suo Spirito, attraverso la preghiera e il ministero della Chiesa: « Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».41 VII. Gli atti del penitente 1450 « La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione ».42 La contrizione 1451 Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è « il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire ».43 1452 Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta « perfetta » (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale.44 1453 La contrizione detta « imperfetta » (o « attrizione ») è, anch’essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore). Quando la coscienza viene così scossa, può aver inizio un’evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza.45 1454 È bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame di coscienza fatto alla luce della Parola di Dio. I testi più adatti a questo scopo sono da cercarsi nel Decalogo e nella catechesi morale dei Vangeli e delle lettere degli Apostoli: il discorso della montagna, gli insegnamenti apostolici.46 La confessione dei peccati 1455 La confessione dei peccati (l’accusa), anche da un punto di vista semplicemente umano, ci libera e facilita la nostra riconciliazione con gli altri. Con l’accusa, l’uomo guarda in faccia i peccati di cui si è reso colpevole; se ne assume la responsabilità e, in tal modo, si apre nuovamente a Dio e alla comunione della Chiesa al fine di rendere possibile un nuovo avvenire. 1456 La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della Penitenza: « È necessario che i penitenti enumerino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo,47 perché spesso feriscono più gravemente l’anima e si rivelano più pericolosi di quelli chiaramente commessi »:48 « I cristiani [che] si sforzano di confessare tutti i peccati che vengono loro in mente, senza dubbio li mettono tutti davanti alla divina misericordia perché li perdoni. Quelli, invece, che fanno diversamente e tacciono consapevolmente qualche peccato, è come se non sottoponessero nulla alla divina bontà perché sia perdonato per mezzo del sacerdote. “Se infatti l’ammalato si vergognasse di mostrare al medico la ferita, il medico non può curare quello che non conosce” ».49 1457 Secondo il precetto della Chiesa, « ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno ».50 Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale,51 a meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi e non gli sia possibile accedere a un confessore.52 I fanciulli devono accostarsi al sacramento della Penitenza prima di ricevere per la prima volta la santa Comunione.53 1458 Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa.54 In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito. Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come lui:55 « Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L’uomo e il peccatore sono due cose distinte: l’uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. […] Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla Luce ».56 La soddisfazione 1459 Molti peccati recano offesa al prossimo. Bisogna fare il possibile per riparare (ad esempio restituire cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, risanare le ferite). La semplice giustizia lo esige. Ma, in più, il peccato ferisce e indebolisce il peccatore stesso, come anche le sue relazioni con Dio e con il prossimo. L’assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato.57 Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa di più per riparare le proprie colpe: deve « soddisfare » in maniera adeguata o « espiare » i suoi peccati. Questa soddisfazione si chiama anche « penitenza ». 1460 La penitenza che il confessore impone deve tener conto della situazione personale del penitente e cercare il suo bene spirituale. Essa deve corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati commessi. Può consistere nella preghiera, in un’offerta, nelle opere di misericordia, nel servizio del prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare. Tali penitenze ci aiutano a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati58 una volta per tutte. Esse ci permettono di diventare coeredi di Cristo risorto, dal momento che « partecipiamo alle sue sofferenze » (Rm 8,17):59 « Ma questa soddisfazione, che compiamo per i nostri peccati, non è talmente nostra da non esistere per mezzo di Gesù Cristo: noi, infatti, che non possiamo nulla da noi stessi, col suo aiuto “possiamo tutto in lui che ci dà la forza”.60 Quindi l’uomo non ha di che gloriarsi; ma ogni nostro vanto è riposto in Cristo, […] in cui offriamo soddisfazione, “facendo opere degne della conversione”,61 che da lui traggono il loro valore, da lui sono offerte al Padre e grazie a lui sono accettate dal Padre ».62 VIII. Il ministro di questo sacramento 1461 Poiché Cristo ha affidato ai suoi Apostoli il ministero della riconciliazione,63 i Vescovi, loro successori, e i presbiteri, collaboratori dei Vescovi, continuano ad esercitare questo ministero. Infatti sono i Vescovi e i presbiteri che hanno, in virtù del sacramento dell’Ordine, il potere di perdonare tutti i peccati « nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ». 1462 Il perdono dei peccati riconcilia con Dio ma anche con la Chiesa. Il Vescovo, capo visibile della Chiesa particolare, è dunque considerato a buon diritto, sin dai tempi antichi, come colui che principalmente ha il potere e il ministero della riconciliazione: è il moderatore della disciplina penitenziale.64 I presbiteri, suoi collaboratori, esercitano tale potere nella misura in cui ne hanno ricevuto l’ufficio sia dal proprio Vescovo (o da un superiore religioso), sia dal Papa, in base al diritto della Chiesa.65 1463 Alcuni peccati particolarmente gravi sono colpiti dalla scomunica, la pena ecclesiastica più severa, che impedisce di ricevere i sacramenti e di compiere determinati atti ecclesiastici,66 e la cui assoluzione, di conseguenza, non può essere accordata, secondo il diritto della Chiesa, che dal Papa, dal Vescovo del luogo o da presbiteri da loro autorizzati.67 In caso di pericolo di morte, ogni sacerdote, anche se privo della facoltà di ascoltare le confessioni, può assolvere da qualsiasi peccato e da qualsiasi scomunica.68 1464 I sacerdoti devono incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza e devono mostrarsi disponibili a celebrare questo sacramento ogni volta che i cristiani ne facciano ragionevole richiesta.69 1465 Celebrando il sacramento della Penitenza, il sacerdote compie il ministero del buon pastore che cerca la pecora perduta, quello del buon Samaritano che medica le ferite, del padre che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno, del giusto giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è ad un tempo giusto e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore. 1466 Il confessore non è il padrone, ma il servitore del perdono di Dio. Il ministro di questo sacramento deve unirsi all’intenzione e alla carità di Cristo.70 Deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l’esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al Magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore. 1467 Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle persone, la Chiesa dichiara che ogni sacerdote che ascolta le confessioni è obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto riguardo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato.71 Non gli è lecito parlare neppure di quanto viene a conoscere, attraverso la confessione, della vita dei penitenti. Questo segreto, che non ammette eccezioni, si chiama il « sigillo sacramentale », poiché ciò che il penitente ha manifestato al sacerdote rimane « sigillato » dal sacramento. IX. Gli effetti di questo sacramento 1468 « Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia ».72 Il fine e l’effetto di questo sacramento sono dunque la riconciliazione con Dio. Coloro che ricevono il sacramento della Penitenza con cuore contrito e in una disposizione religiosa conseguono « la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito ».73 Infatti, il sacramento della Riconciliazione con Dio opera una autentica « risurrezione spirituale », restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l’amicizia di Dio.74 1469 Questo sacramento ci riconcilia con la Chiesa. Il peccato incrina o infrange la comunione fraterna. Il sacramento della Penitenza la ripara o la restaura. In questo senso, non guarisce soltanto colui che viene ristabilito nella comunione ecclesiale, ma ha pure un effetto vivificante sulla vita della Chiesa che ha sofferto a causa del peccato di uno dei suoi membri.75 Ristabilito o rinsaldato nella comunione dei santi, il peccatore viene fortificato dallo scambio dei beni spirituali tra tutte le membra vive del corpo di Cristo, siano esse ancora nella condizione di pellegrini o siano già nella patria celeste.76 « Bisogna aggiungere che tale riconciliazione con Dio ha come conseguenza, per così dire, altre riconciliazioni, che rimediano ad altrettante rotture, causate dal peccato: il penitente perdonato si riconcilia con se stesso nel fondo più intimo del proprio essere, in cui ricupera la propria verità interiore; si riconcilia con i fratelli, da lui in qualche modo offesi e lesi; si riconcilia con la Chiesa; si riconcilia con tutto il creato ».77 1470 In questo sacramento, il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine di questa esistenza terrena. È infatti ora, in questa vita, che ci è offerta la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, ed è soltanto attraverso il cammino della conversione che possiamo entrare nel regno di Dio, dal quale il peccato grave esclude.78 Convertendosi a Cristo mediante la penitenza e la fede, il peccatore passa dalla morte alla vita « e non va incontro al giudizio » (Gv 5,24). X. Le indulgenze 1471 La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. Che cos’è l’indulgenza? « L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi ».79 « L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati ».80 « Ogni fedele può acquisire le indulgenze […] per se stesso o applicarle ai defunti ».81 Le pene del peccato 1472 Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la « pena eterna » del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta « pena temporale » del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena.82 1473 Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’« uomo vecchio » e a rivestire « l’uomo nuovo ».83 Nella comunione dei santi 1474 Il cristiano che si sforza di purificarsi del suo peccato e di santificarsi con l’aiuto della grazia di Dio, non si trova solo. « La vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona ».84 1475 Nella comunione dei santi « tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni ».85 In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato. 1476 Questi beni spirituali della comunione dei santi sono anche chiamati il tesoro della Chiesa, che non « si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre, offerti perché tutta l’umanità sia liberata dal peccato e pervenga alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo Redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione ».86 1477 « Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere della beata Vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo Signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del corpo mistico ».87 Ottenere l’indulgenza di Dio mediante la Chiesa 1478 L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità.88 1479 Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. XI. La celebrazione del sacramento della Penitenza 1480 Come tutti i sacramenti, la Penitenza è un’azione liturgica. Questi sono ordinariamente gli elementi della celebrazione: il saluto e la benedizione del sacerdote; la lettura della Parola di Dio per illuminare la coscienza e suscitare la contrizione, e l’esortazione al pentimento; la confessione che riconosce i peccati e li manifesta al sacerdote; l’imposizione e l’accettazione della penitenza; l’assoluzione da parte del sacerdote; la lode con rendimento di grazie e il congedo con la benedizione da parte del sacerdote. 1481 La liturgia bizantina usa più formule di assoluzione, a carattere deprecativo, le quali mirabilmente esprimono il mistero del perdono: « Il Dio che, attraverso il profeta Natan, ha perdonato a Davide quando confessò i propri peccati, e a Pietro quando pianse amaramente, e alla peccatrice quando versò lacrime sui suoi piedi, e al pubblicano e al prodigo, questo stesso Dio ti perdoni, attraverso me, peccatore, in questa vita e nell’altra, e non ti condanni quando apparirai al suo tremendo tribunale, egli che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen ».89 1482 Il sacramento della Penitenza può anche aver luogo nel quadro di una celebrazione comunitaria, nella quale ci si prepara insieme alla confessione e insieme si rende grazie per il perdono ricevuto. In questo caso, la confessione personale dei peccati e l’assoluzione individuale sono inserite in una liturgia della Parola di Dio, con letture e omelia, esame di coscienza condotto in comune, richiesta comunitaria del perdono, preghiera del « Padre nostro » e ringraziamento comune. Tale celebrazione comunitaria esprime più chiaramente il carattere ecclesiale della penitenza. Tuttavia, in qualunque modo venga celebrato, il sacramento della Penitenza è sempre, per sua stessa natura, un’azione liturgica, quindi ecclesiale e pubblica.90 1483 In casi di grave necessità si può ricorrere alla celebrazione comunitaria della Riconciliazione con confessione generale e assoluzione generale. Tale grave necessità può presentarsi qualora vi sia un imminente pericolo di morte senza che il sacerdote o i sacerdoti abbiano il tempo sufficiente per ascoltare la confessione di ciascun penitente. La necessità grave può verificarsi anche quando, in considerazione del numero dei penitenti, non vi siano confessori in numero sufficiente per ascoltare debitamente le confessioni dei singoli entro un tempo ragionevole, così che i penitenti, senza loro colpa, rimarrebbero a lungo privati della grazia sacramentale o della santa Comunione. In questo caso i fedeli, perché sia valida l’assoluzione, devono fare il proposito di confessare individualmente i propri peccati gravi a tempo debito.91 Spetta al Vescovo diocesano giudicare se ricorrano le condizioni richieste per l’assoluzione generale.92 Una considerevole affluenza di fedeli in occasione di grandi feste o di pellegrinaggi non costituisce un caso di tale grave necessità.93 1484 « La confessione individuale e completa, con la relativa assoluzione, resta l’unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa, a meno che un’impossibilità fisica o morale non li dispensi da una tale confessione ».94 Ciò non è senza motivazioni profonde. Cristo agisce in ogni sacramento. Si rivolge personalmente a ciascun peccatore: « Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati » (Mc 2,5); è il medico che si china sui singoli malati che hanno bisogno di lui95 per guarirli; li rialza e li reintegra nella comunione fraterna. La confessione personale è quindi la forma più significativa della riconciliazione con Dio e con la Chiesa. In sintesi 1485 La sera di pasqua, il Signore Gesù si mostrò ai suoi Apostoli e disse loro: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23). 1486 Il perdono dei peccati commessi dopo il Battesimo è accordato mediante un sacramento apposito chiamato sacramento della Conversione, della Confessione, della Penitenza o della Riconciliazione. 1487 Colui che pecca ferisce l’onore di Dio e il suo amore, la propria dignità di uomo chiamato ad essere figlio di Dio e la salute spirituale della Chiesa di cui ogni cristiano deve essere una pietra viva. 1488 Agli occhi della fede, nessun male è più grave del peccato, e niente ha conseguenze peggiori per gli stessi peccatori, per la Chiesa e per il mondo intero. 1489 Ritornare alla comunione con Dio dopo averla perduta a causa del peccato, è un movimento nato dalla grazia di Dio ricco di misericordia e sollecito della salvezza degli uomini. Bisogna chiedere questo dono prezioso per sé e per gli altri. 1490 Il cammino di ritorno a Dio, chiamato conversione e pentimento, implica un dolore e una repulsione per i peccati commessi, e il fermo proposito di non peccare più in avvenire. La conversione riguarda dunque il passato e il futuro; essa si nutre della speranza nella misericordia divina. 1491 Il sacramento della Penitenza è costituito dall’insieme dei tre atti compiuti dal penitente e dall’assoluzione da parte del sacerdote. Gli atti del penitente sono: il pentimento, la confessione o manifestazione dei peccati al sacerdote e il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione. 1492 Il pentimento (chiamato anche contrizione) deve essere ispirato da motivi dettati dalla fede. Se il pentimento nasce dall’amore di carità verso Dio, lo si dice « perfetto »; se è fondato su altri motivi, lo si chiama « imperfetto ». 1493 Colui che vuole ottenere la riconciliazione con Dio e con la Chiesa deve confessare al sacerdote tutti i peccati gravi che ancora non ha confessato e di cui si ricorda dopo aver accuratamente esaminato la propria coscienza. Sebbene non sia in sé necessaria, la confessione delle colpe veniali è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. 1494 Il confessore propone al penitente il compimento di certi atti di « soddisfazione » o di « penitenza », al fine di riparare il danno causato dal peccato e ristabilire gli atteggiamenti consoni al discepolo di Cristo. 1495 Soltanto i sacerdoti che hanno ricevuto dall’autorità della Chiesa la facoltà di assolvere possono perdonare i peccati nel nome di Cristo. 1496 Gli effetti spirituali del sacramento della Penitenza sono: — la riconciliazione con Dio mediante la quale il penitente ricupera la grazia;
— la riconciliazione con la Chiesa;
— la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali;
— la remissione, almeno in parte, delle pene temporali, conseguenze del peccato;
— la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione spirituale;
— l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano.
1497 La confessione individuale e completa dei peccati gravi seguita dall’assoluzione rimane l’unico mezzo ordinario per la riconciliazione con Dio e con la Chiesa. 1498 Mediante le indulgenze i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati. (3) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11: AAS 57 (1965) 15. (4) Cf Mc 1,15. (5) Cf Lc 15,18. (6) Rito della Penitenza, 46. 55 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 51. 81. (7) Cf Gal 3,27. (8) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 5: DS 1515. (9) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 16: DS 1545; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 40: AAS 57 (1965) 44-45. (10) Cf At 2,38. (11) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS 57 (1965) 12. (12) Cf Sal 51,19. (13) Cf Gv 6,44; 12,32. (14) Cf 1 Gv 4,10. (15) Cf Lc 22,61-62. (16) Cf Gv 21,15-17. (17) Sant’Ambrogio, Epistula extra collectionem, 1 [41], 12: CSEL 823, 152 (PL 16, 1116). (18) Cf Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt 6,1-6.16-18. (19) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676-1678; Id., Sess. 14a, Canones de Paenitentia, canone 5: DS 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 289. (20) Cf Ez 36,26-27. (21) Cf Gv 19,37; Zc 12,10. (22) San Clemente Romano, Epistula ad Corinthios, 7, 4: SC 167, 110 (Funk 1, 108). (23) Cf Gv 16,8-9. (24) Cf Gv 15,26. (25) Cf At 2,36-38; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et vivificantem, 27-48: AAS 78 (1986) 837-868. (26) Cf Tb 12,8; Mt 6,1-18. (27) Cf Gc 5,20. (28) Cf Am 5,24; Is 1,17. (29) Cf Lc 9,23. (30) Cf Concilio di Trento, Sess. 13a, Decretum de ss. Eucharistia, c. 2: DS 1638. (31) Cf Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 109-110: AAS 56 (1964) 127; CIC canoni 1249-1253; CCEO canoni 880-883. (32) Cf Lc 15,11-24. (33) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11: AAS 57 (1965) 15. (34) Cf Mc 2,7. (35) Cf Lc 7,48. (36) Cf Gv 20,21-23. (37) Cf Lc 15. (38) Cf Lc 19,9. (39) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22: AAS 57 (1965) 26. (40) Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 14: DS 1542; cf Tertulliano, De paenitentia, 4, 2: CCL 1, 326 (PL 1, 1343). (41) Rito della Penitenza, 46. 55 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 51. 81. (42) Catechismo Romano, 2, 5, 21: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 299; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: DS 1673. (43) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676. (44) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1677. (45) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1678; Id., Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canone 5: DS 1705. (46) Cf Rm 12-15; 1 Cor 12-13; Gal 5; Ef 4-6. (47) Cf Es 20,17; Mt 5,28. (48) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1680. (49) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1680; cf San Girolamo, Commentarius in Ecclesiasten, 10, 11: CCL 72, 338 (PL 23, 1096). (50) CIC canone 989; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1683; Id., Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canone 8: DS 1708. (51) Cf Concilio di Trento, Sess. 13a, Decretum de ss. Eucharistia, c. 7: DS 1647; Ibid., canone 11: DS 1661. (52) Cf CIC canone 916; CCEO canone 711. (53) Cf CIC canone 914. (54) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1680; CIC canone 988, § 2. (55) Cf Lc 6,36. (56) Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 12, 13: CCL 36, 128 (PL 35, 1491). (57) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canone 12: DS 1712. (58) Cf Rm 3,25; 1 Gv 2,1-2. (59) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 8: DS 1690. (60) Cf Fil 4,13. (61) Cf Lc 3,8. (62) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 8: DS 1691. (63) Cf Gv 20,23; 2 Cor 5,18. (64) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 26: AAS 57 (1965) 32. (65) Cf CIC canoni 844. 967-969. 972; CCEO canone 722, §§ 3-4. (66) Cf CIC canone 1331; CCEO canoni 1431. 1434. (67) Cf CIC canoni 1354-1357; CCEO canone 1420. (68) Cf CIC canone 976; per l’assoluzione dei peccati, CCEO canone 725. (69) Cf CIC canone 986; CCEO canone 735; Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum ordinis, 13: AAS 58 (1966) 1012. (70) Cf Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum ordinis, 13: AAS 58 (1966) 1012. (71) Cf CIC canoni 983-984. 1388, § 1; CCEO canone 1456. (72) Catechismo Romano, 2, 5, 18: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 297. (73) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: DS 1674. (74) Cf Lc 15,32. (75) Cf 1 Cor 12,26. (76) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48-50: AAS 57 (1965) 53-57. (77) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 31, § V: AAS 77 (1985) 265. (78) Cf 1 Cor 5,11; Gal 5,19-21; Ap 22,15. (79) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae, 1: AAS 59 (1967) 21. (80) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae, 2: AAS 59 (1967) 21. (81) CIC canone 994. (82) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canoni 12-13: DS 1712-1713; Id., Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS 1820. (83) Cf Ef 4,24. (84) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 11. (85) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 12. (86) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 11. (87) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 11-12. (88) Cf Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8: AAS 59 (1967) 16-17; Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de indulgentiis: DS 1835. (89) Eulógion to méga (Atenas 1992) p. 222. (90) Cf Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 26-27: AAS 56 (1964) 107. (91) Cf CIC canone 962, § 1. (92) Cf CIC canone 961, § 2. (93) Cf CIC canone 961, § 1, 2. (94) Rito della Penitenza, Premesse, 31 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 30. (95) Cf Mc 2,17.  

Un tanto serva come documentazione, sia per chi sta nella fede cristiana, sia anche per chi sta semplicemente nell’umano, come essere umano, e davanti a Dio è figlio come chi crede in Lui.


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