Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La presenza del male nel mondo

Invitato a tenere una prolusione filosofica a un convegno sulla sicurezza del lavoro ai primi di febbraio dalla maggiore associazione datoriale, ho preparato un Power Point di sintesi (si veda più sotto), per proporre una riflessione -la più semplice possibile- su un tema i cui contorni confinano con il mistero delle cose che la ragione umana può solo in una certa misura sfiorare, senza riuscire a rivelare completamente.

Il tema del “male nel mondo” è presente nel pensiero filosofico da migliaia di anni, in Occidente e in Oriente, ed ha ispirato letture e tesi molto diverse o addirittura contrapposte. Un tema da affrontare sempre con umiltà e spirito di confronto, anche in ambienti che hanno come loro focus il business,  il vantaggio competitivo e il risultato economico, perché l’uomo è e deve restare il fine, non mai il mezzo della tutela di qualsivoglia interesse.

Il bene e il male sono l’endiadi di ogni sapere etico elementare. Per i barbari assassini delle due studentesse scandinave sui monti dell’Atlante in Marocco, il bene è scannare due ragazze infedeli, così come per il sedicenne rom che ha massacrato un clochard palermitano.

Il bene è uccidere chi capita per Cherif Checatt, oppure buttare bombe al napalm sui villaggi vietnamiti, vero generale Westmoreland? Ancora è bene fucilare alla nuca i nemici politici alla Lubianka oppure sfruttare a due dollari l’ora mano d’opera migrante nel Tavoliere della Puglia.

Per altri il male è l’elenco di brutture e orrori che ho riportato sopra.

Approfitto di una prossima conferenza per parlarne ancora, qui.

La discussione etica sul bene e sul male è vecchia come il linguaggio umano, e come le prime prove di scrittura mescolandosi fin da subito con il Diritto, ad esempio il Codice mesopotamico del re Hammurabi (XIX secolo a. C.), i Codici giuridico-morali egizi, il biblico Deuteronomio e poi le XII Tavole romane, il Corpus iuris civilis di Giustiniano, e così via. Fino ai nostri italici Codici civile (1942) e penale (1930).

Filosofi, teologi e giuristi hanno studiato la materia, cioè la filosofia, la teologia morale e il diritto per millenni. E ancora è tema attualissimo. Ad esempio, i governanti fanno bene o male raccontare menzogne ai cittadini elettori, come stanno facendo in questi mesi i due vice capi del Governo italiano, pur avendo -dal loro punto di vista- uno scopo positivo, cioè quello di vincere le prossime elezioni? Che domanda insulsa, vero, caro lettore? E’ chiaro anche a un bambino che raccontare menzogne è male, mentre dire la verità è bene, anche se la verità è sgradevole.

Risparmiare sui dispositivi di sicurezza del lavoro per ottenere un bilancio aziendale migliore è bene o male, caro Amministratore delegato della ThyssenKrupp? Altra domanda retorica, ché oggi mi vengono così bene le domande rettoriche. Sarà perché sono un poco incazzato.

Il bene e il male si discernono prima di tutto con la coscienza, e poi con la scelta di un’etica. Non esiste infatti un’etica generica, purchessia, ma va declinata, altrimenti può essere moralmente plausibile, quindi un bene, anche mutilare i genitali di una bambina. Oppure no, se si sceglie una morale dove il fine è la tutela dell’integrità psicofisica di ogni umano.

(qui sotto, caro lettore, trovi alcune diapositive che utilizzerò in una prossima conferenza)

del male

Non hanno parole e ragionamenti per confutarmi, cosicché con me usano gli hacker, mentre le “notizie” (per modo di dire) di questi giorni sono, da un lato l’attesa da parte di un vicepremier di un collega di partito che è stato in Sudamerica per otto o nove mesi, e dall’altro, che l’altro vicepremier ci informa di mangiare pane e nutella per colazione al mattino. Commenti?

Mi sono accorto che qualcuno dei tremila e passa lettori settimanali di questo blog, non condividendo certe mie tesi, non hanno risposte logico-argomentative tali da confutarmi, e allora ci provano con l’hackeraggio, ma così facendo confermano la loro povertà cognitiva, intellettuale e morale. E mi fanno sorridere, e anche dispiacere, perché non sono disponibili a rivedere le proprie idee, neanche se gli dici che gli converrebbe, per nutrire l’intelligenza che solitamente apprezza il cambiamento delle idee stesse.

Non so chi siano, o chi sia, ma ne conosco il livello, che si rivela con il tipo o lo stile di opposizione alle mie idee.

L’altra notizia è quella relativa all’attesa di un villeggiante in Sudamerica da parte di uno dei due vicepremier. Non capisco la logica giornalistica che caratterizza la gerarchia delle notizie, in questo come in altri casi analoghi. Nei tg a volte viene prima del terremoto di Catania o dell’ammazzamento di Pesaro del fratello di un collaboratore di giustizia. Funziona così? Proviamo: io oggi forse farò un giro in bici, modello in carbonio marca De Rosa: dovrebbe meritare la prima pagina di un tg, poiché non mi pare meno importante del rientro di quel signore. O no? Anche se so che non spiccherà nella gerarchia delle news di giornata. Bisognerebbe non curarsi de minimis.

Continueranno a spiccare notizie tipo quelle sopra dette, per la gioia della massa utente, provvista di soglia critica largamente insufficiente, perché priva di basi cognitive e culturali, e largamente dominata dalle emozioni di un “tifo politico” irrazionale come quello calcistico.

Forse, anche solo per rimediare un poco, in questa fase storica della cultura mondiale sarebbe bene recuperare un po’ il pensiero stoico classico, che riteneva le emozioni in larga misura dannose.

Diamo uno sguardo, ancora una volta, ché già l’abbiamo fatto in questo sito, allo stoicismo, come corrente filosofica classica. Lo stoicismo è una scuola filosofica con caratteristiche spirituali connotate da razionalità e -teologicamente- da una forma di panteismo. Zenone di Cizio è considerato, nell’Atene attorno al 300 a. C., il suo fondatore. Una fonte importante di questo orientamento è certamente quello dei cinici, che lo precedette esplicitando un certo pessimismo sulla natura umana, che oggi sappiamo dalle neuroscienze essere largamente determinata ad essere quello che è, senza che ciò giustifichi ogni azione per una supposta mancanza totale di libertà individuale.

Il nome della filosofia stoica deriva dalla Stoà, un portico dipinto che si trovava in Atena (in greco στοὰ ποικίλη, Stoà poikíle), lì dove Zenone teneva lezione. La linea teoretica principale degli stoici era di tipo etico, costituita da una forte sottolineatura delle funzioni della ragione e del controllo sulle passioni, che potevano essere dimensionate fino alla condizione mentale e spirituale dell’apatia e dell’atarassia, cioè di un dominio completo delle passioni. Nello stoicismo vi è anche un certo fatalismo, e una capacità di sopportazione di disagi e sofferenze, proprie e altrui, cui non si nega un aiuto.

Questa dottrina fu la cifra intellettuale e morale di molti insigni personaggi della cultura e della politica, come l’imperatore Marco Aurelio, Seneca, il liberto Epitteto, Catone Uticense, Cicerone e Quinto Giunio Rustico, magister di Marco Aurelio, da questi ascoltato e addirittura venerato al punto da inserirlo tra i suoi Lares, o dei protettori della casa.

Nei tempi nostri sembra che le emozioni la facciano da padrone, nel marketing, nella comunicazione, negli spot,  in ogni attività che cerchi di vendere prodotti e servizi. Non si interpella più di tanto, o per nulla, il flusso logico della ragione argomentativa, ma la si scavalca, interpellando immediatamente i sentimenti passionali ed istintuali. Per una cioccolata, per un’auto, per un vestito, per qualsiasi cosa sia vendibile…

Ma l’intelligenza non è vendibile. Né acquistabile, grazie a Dio. La ricchezza non la fa aumentare, anzi a volte la riduce, perché la fa ritenere inutile. Un altro nemico dell’intelligenza è la pigrizia, la mancanza di curiosità, e, di converso, la presupponenza e le sue correlate arroganza, protervia, prepotenza e superbia. Molte persone di potere temono l’intelligenza e la rifuggono, perché per loro è incontrollabile e quindi pericolosa: questi preferiscono gnorsì buoni per tutti i menù, subalterni fedeli esecutori di ordini.

Se le emozioni, i sentimenti e le passioni sono orientate a dominare le attività spirituali, sono veramente pericolose, dannose, istupidenti, mentre ben vengano se servono a ispirare e ad irrobustire la ragione argomentante e lo spirito.

La menzogna come vizio e le menzogne come abitudine

Le bugie clamorose propalate dal governo italiano in un questa fase, primi bugiardi i due vicecapi che in questo pezzo non citerò per nome, nauseato dalle troppe citazioni da me necessariamente subìte nell’ultimo semestre, quando non ho potuto non citarli. In altre parole, mi hanno imposto di scrivere questo articolo, anzi questo saggio breve sulla menzogna. Ricompreso tra i bugiardi è anche il premier.

Del tema si sono occupati i due grandi filosofi della Grecia antica, Platone e Aristotele, e in seguito i due grandi filosofi-teologi cristiani, sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino. E in seguito Machiavelli, Kant e altri.

Nel nostro tempo non si possono dimenticare i Pentagon papers del 1971 citati da Hannah Arendt, come testo emblematico sul tema della menzogna in politica.

Pare che la menzogna sia un comportamento naturale, perfino universale, come anche la Bibbia conferma nel Salmo 115, 11 “omnis homo mendax”, cioè ogni uomo è mendace, bugiardo, menzognero. Platone ne parla nel libro II de La Repubblica, in qualche modo considerando la menzogna una specie di obbligo comportamentale per governare la polis. Nota è l’affermazione di Niccolò Machiavelli (Il Principe), là dove scrive della necessità di simulare e dissimulare per l’uomo di governo. Costui deve essere volpe e leone, senza fare una brutta figura da spergiuro o mentitore.

Nei nostri tempi Hannah Arendt, in Verità e politica ha scritto: “La menzogna ci è familiare fin dagli albori della storia scritta. L´abitudine a dire la verità non è mai stata annoverata tra le virtù politiche e le menzogne sono state sempre considerate giustificabili negli affari politici”. La Arendt, per questi motivi, giustificava la dissimulazione, l’inganno e la menzogna, considerandoli strumenti legittimi per l’ottenimento di fini politici, specialmente se se la menzogna era rivolta contro un nemico (cf. Pentagons Papers) .

Fra gli uomini di scienza la si pensa allo stesso modo, più o meno. Ad esempio, l’etologo e biologo britannico Richard Dawkins scrive nel suo best sellerIl gene egoista” (1976): “continueremo a imbatterci nella menzogna, nell’inganno e nello sfruttamento egoistico della comunicazione ogni qualvolta gli interessi dei geni di individui diversi non coincidono. Questo vale anche tra individui che appartengono alla stessa specie”. “Varrebbe a dire che quando gli interessi sono contrastanti, per raggiungere i propri scopi l’organismo sembra avere la sola strada della menzogna. La menzogna sarebbe dunque una capacità adattiva, una abilità personale che si contrappone alla cooperazione e alla perfetta lealtà fra individui, la quale è auspicabile, ma non sempre possibile e non sempre svolta per ragioni del tutto trasparenti. Intenzionalità della menzogna.” (dal web)

La menzogna è un atto volontario, in quanto si propone di raccontare la realtà in modo modificato e falsificato, consapevolmente e ingannevolmente. Anche l’omissione può costituire una menzogna, tant’è che in dottrina morale si prevede il peccato di omissione. Vi è addirittura qualche raffinato teologo morale che ritiene il peccato di omissione alla propria umanità il peccato per eccellenza. Un tipo di omissione è quello che commettono gli attuali governanti italiani, i quali non la raccontano giusta, rischiando di ingannare molti cittadini, specie quelli meno capaci di analizzare le notizie e di possedere e utilizzare conoscenze e spirito critico. La menzogna può avere anche chiari obiettivi, anche non negativi, come quella che si dice per proteggere i sentimenti di un’altra persona (evitarle la delusione o altri sentimenti negativi verso un’altra persona. In questo caso si parla di bugie bianche), ovvero negativi come quella che si dice per evitare una punizione (proteggere se stessi da una possibile sanzione), o quella puramente difensiva e auto-assolvente dell’inventare una realtà migliore o più rassicurante per se stessi.

Vi sono anche relazioni tra la menzogna e forme di psicopatologia, come nel caso del racconto di bugie per sfogare la fantasia, ovvero per migliorare la propria visione del mondo e la propria collocazione nel mondo come in certe forme di paranoia.

Ovviamente la menzogna ha a che fare con la verità in tutte le sue manifestazioni razionali, sia come evidenza sia come comunicazione di notizia. Dire che l’Australia non esiste significa smentire una notizia affidabile oppure un’esperienza personale. Dire che l’anima immortale non esiste come affermava la Hack, perché non dimostrabile, è invadere un terreno epistemologico con strumenti sbagliati, cioè quelli della fisica per trattare un tema metafisico. La verità è comunque un bene da maneggiare con prudenza, giustizia e carità, poiché non è sempre il caso di dire la verità nuda e cruda in qualsiasi momento e situazione. Infatti, vi possono essere momenti e situazioni che richiedono di tergiversare, di attendere che le cose si mettano in modo tale da non danneggiare altri.

Aristotele affermava che «il falso ed il vero non si trovano nelle cose stesse — come se il buono, ad esempio, fosse vero ed il male falso — ma soltanto nella mente» (Metafisica, I. VI, c. 5 – BK 1027b); idea ribadita anche da Tommaso d’Aquino, quando afferma che «così come il vero si trova principalmente nell’intelletto che nelle cose, a sua volta si trova maggiormente presente nell’atto del giudizio intellettuale che nella semplice apprensione» (De Veritate, q. 1, a. 3) in R. Spaemann, Concetti morali fondamentali, Piemme, Casale Monf. 1993, p. 110; Gregorio Magno, Regula Pastoralis.

Si può inoltre affermare la veracità come virtù esprimente la verità  delle cose, deve essere utilizzata cum grano salis, come abbiamo detto sopra, con prudenza, in quanto, se sparata in faccia comunque a chiunque e in qualsiasi momento, potrebbe creare non pochi danni. Una definizione convincente della veracità può essere la seguente: “La veracità è la rettitudine etica propria di chi, nel manifestare ciò che effettivamente ammette, non vuole recare nessun innecessario pregiudizio ad altri o a se stesso”, ovvero “come l’abitudine consolidata a comunicare, secondo prudenza, giustizia e carità, ciò che ammettiamo come vero in noi.”

Si può anche considerare la menzogna come un non-detto, o un detto-con-toni-diversi… faccio un esempio: se il cronista racconta della morte del bimbo guatemalteco, facente parte della “carovana dei migranti”, mancato in un ospedale di El Paso, dicendo: “Bimbo guatemalteco morto mentre era sotto custodia delle autorità sanitarie statunitensi“, il pensiero dell’utente va senz’altro sul versante di un giudizio negativo delle stesse “autorità” che, se il bimbo è morto, l’avrebbero trumpianamente trascurato. Penso male? No, penso che ci sia un modo distorcente e fuorviante di presentare le cose, bastano certi toni nel raccontare, se si vuol mettere a male tizio o caio, che ai più forse sfugge, ma a me, cz, no.

Oppure: i morti nel mare Mediterraneo, che sarebbero colpa per Open Arms e padre Zanotelli e Saviano e la Bordini o Boldrini come volete, e Erri De Luca, questi eroi dell’accoglienza, dell’Occidente cattivo, posto che le ragioni delle conseguenze del colonialismo le conosciamo bene, se questo Occidente fosse così orrendo, i barconi si dirigerebbero verso le coste Est del Mediterraneo per andare a combattere per lo jihad, e invece hanno le prue rivolte verso Nord, verso l’orrendo Occidente. Menzogne -in parte- sono anche questi racconti.

Il mio essere-di-sinistra non significa allinearmi al pensiero unico politicamente corretto, poiché sui singoli casi il mio pensiero, che è assolutamente autonomo, può anche sembrare di destra, ma me ne frega nulla.

Tutto questo discorso, fatto per approfondire teoreticamente il tema della verità e della menzogna, se non viene ben inteso, rischia di fuorviare la comprensione dei lettori. Che cosa può significare dire le cose con veracità o dirle infarcite di menzogne, mio caro lettore? Come si può guardare dritto negli occhi un interlocutore se gli stai raccontando balle? Se il rapporto è vìs à vìs è un bel problema, ma se è mediato dal web o dalla tv viene più facile, tanto non sai chi ti guarda. Epperò tempo alcuni mesi, e le menzogne politico-sociali proclamate spudoratamente dai soli due/ tre in questi mesi saranno scoperte, e allora?

Mi chiedo che cosa potrebbero pensare i non-citati-per-nome bugiardi se leggessero il mio breve saggio. Chissà.

La crisi della leadership si chiama followship o di come la tirannide della plebe del web mina la democrazia

Basta guardare in questi bei giorni di primo inverno la faccia di Salvini, che ha perso ogni arroganza, quasi grato a Bruxelles per aver aiutato l’Italia a “migliorare la manovra“. E’ la stessa “faccia tosta”, solo un po’ meno ridanciana e sprezzante, che solo due mesi fa proclamava con il suo sodale affacciato a qualche balcone “Non arretreremo di un millimetro dal 2,4“. Che cosa significasse quella cifra non lo sapevano bene neppure loro. Ora sta venendo accettato il quasi assonante 2,04, dicunt invenzione del genio di Rocco Casalino, che ridacchia per lo scherzetto, e ci capiscono ancora meno.

Eccoli lì, i due, che quasi compunti cercano di spiegare le ragioni della conversione a “u” che hanno fatto. Ovviamente non riescono ad ammetterlo con chiarezza, ché perfino i più ignorantemente bolsi tra i loro sostenitori se ne accorgerebbero e gli correrebbero dietro con la scopa. Ah Ah.

Fin da subito i due si sono atteggiati a “tribuni della plebe”, chiamata “popolo”, contro le varie caste ed èlites, di cui comunque loro stessi fanno parte da anni. Ebbene sì, non solo Salvini ne fa parte da decenni, ché è stato ed è il suo unico “lavoro”, ma anche Di Maio il giovine, che è in Parlamento almeno da sei anni. Vediamo l’aspetto storico del ruolo, memori delle lezioni di storia della scuola dell’obbligo, quando ci spiegavano che Caio e TIberio Gracco erano i Tribuni della plebe della Roma repubblicana.

Il Tribunato è stato creato nel 494 a. C., dopo che il plebei avevano effettuato una secessione dalla città nel 509. E’ di quei tempi l’apologo di Menenio Agrippa che li convinse a rientrare con quel famoso discorso sul “corpo sociale e le sue membra”, conosciuto da tutti, ma non so se dai due attuali tribuni. Anche i patrizi furono allora d’accordo di creare una magistratura che si occupasse delle classi più basse, caratterizzata, come tutte le magistrature dalla sacrosanctitas, cioè da una sacralità inviolabile. Tale caratteristica dava ai tribuni la garanzia da parte dello Stato di essere difesi da qualsiasi attacco, sia politico sia fisico, soprattutto quando questi si accingevano a difendere un plebeo da un’accusa formulata da un magistrato patrizio. Si trattava dell’esercizio dello ius auxiliandi, cioè il diritto di aiuto. I primi tribuni della plebe furono Lucio Albinio e Gaio Licinio Stolone.

Chiunque toccasse un tribuno poteva essere condannato alla pena capitale, essendo quei rappresentanti riconosciuti dall’insieme dei plebei (concilia plebis et ius agendi cum plebe), con poteri che concernevano anche la possibilità di convocare il senato (ius senatus habendi). Non cose da poco.

Sotto i consoli Orazio Pulvillo e Quinto Minucio Esquilino Augurino nel IV secolo il numero dei tribuni fu elevato a dieci, due per ciascuna classe.

«Questa notizia suscitò uno spavento tale che i tribuni permisero l’arruolamento, non senza aver prima ottenuto – siccome per cinque anni erano stati presi in giro riuscendo così di ben poco aiuto alla plebe – la garanzia che in futuro sarebbero stati eletti dieci tribuni. I patrizi furono costretti ad accettare, assicurandosi però con una clausola di non rivedere più, da quel giorno in poi, gli stessi tribuni. Si passò poi subito alla nomina dei tribuni, per evitare che quella promessa, come tutte le altre in passato, non venisse mantenuta una volta finita la guerra. A 36 anni di distanza dai primi, furono allora nominati dieci tribuni, due per ciascuna classe, e si stabilì che in futuro l’elezione avrebbe seguito la stessa procedura»
(Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, Libro III, 30.)

Fino al 421 a. C. il tribunato fu l’unica magistratura accessibile ai plebei, ed era riservata ad essi soli, ma verso la fine della Repubblica anche i patrizi cercarono di accedervi, e un certo Clodio ci riuscì, facendosi adottare da un ramo plebeo della sua famiglia. Dal 449 i tribuni acquisirono un potere ancora maggiore con lo Ius intercessionis, cioè il diritto di veto su qualsiasi provvedimento preso da una qualsivoglia magistrato che si riteneva potesse danneggiare gli interessi della plebe, potendo perfino impedire al Senato di riunirsi, se ciò avesse pregiudicato i diritti dei plebei. Abbiamo già visto che i tribuni possedevano anche lo ius capitis, cioè il potere di comminare la pena di morte, mediante sfracellamento dalla rupe Tarpea. Vien da dire: meno male che i due attuali tribuni non hanno questo potere.

I patrizi, all’inizio dell’epoca imperiale con Augusto, trovarono il modo di accedere al potere tribunizio mediante un’investitura non della carica, ma dei poteri previsti dalla stessa. Anche Augusto ne usufruì, per cui egli ebbe anche quei poteri (tribunicia potestas) accanto a quelli riconducibili all’imperium proconsulare maius, che prevedeva la possibilità di porre il veto su qualsiasi determinazione del senato, godendo dell’immunità personale. Ecco da dove viene l’immunità dei magistrati ancora in essere. Successivamente furono tribuni “titolari” gli imperatori Tiberio, Tito, Traiano e Marco Aurelio, mentre Marco Agrippa e Druso ebbero i poteri della carica senza mai assumere il seggio imperiale.

Tornando ai nostri due contemporanei “tribuni” (purtroppo), viene da dire che usufruiscono in copia dello scivolamento del modello di leadership capace di guidare gli altri assumendo le responsabilità della guida (traduzione approssimativa del termine inglese derivante dal verbo to lead),  a una sorta di followship, cioè una situazione nella quale non funziona più come centrale democratica il Parlamento, ma il web e i suoi correlati processi psicologici di influencing telematici. Questi due non sono più neanche dei politici, ma degli influencer, che usano -a volte con perizia (specialmente Salvini) e sempre con cinismo oggi ineguagliabile- i mezzi di comunicazione più veloci ed efficaci, cioè i social.

Il Parlamento non sta discutendo più, ma vota fiducie scontate, non vi sono dibattiti se non nei talk show, luoghi del disordine logico e dell’italiano sgangherato, dove diventa accettabile, o il cupo modello proposto dall’accigliato Cacciari, che sa sempre tutto prima degli altri, da lui osservati con sufficienza e a volte con una punta di disprezzo, o quello ridancian-pornografico di Vittorio Sgarbi, che non è più neanche tanto divertente. Accanto a costoro possiamo godere delle ovvietà sesquipedali di Mauro Corona o delle traversie del suo omonimo, che è anche un poco delinquente.

Poi ci sono i sempiterni “politicamente corretti” à la Fazio (non è lo stopper argentino della Roma),  à la Lerner o Saviano, e i sermoncini di don Ciotti o di qualcuno di LeU (e stavolta non la cito… citandola, Boldrini), dal suono che suona come uno sberleffo.

Tristitia regnat, sed spes viva in corde et mente mea.

Teratologia dei cacasotto e dei due asini bugiardi

…ne conosco un pacco – di cacasotto– e mi fanno pena, soprattutto per loro stessi. La loro è una forma di vigliaccheria, blanda finché si vuole, ma di questo si tratta. Il cacasotto è un fifone, un pauroso. Certamente è un egoista. Piccolo, poiché è piccolo in tutto, ma egoista.

Ora vediamo l’etimologia del grecismo presente nel titolo: teratologìa s. f. [dal gr. τερατολογία, propr. «esposizione, raccolta di cose mostruose», comp. di τερατο «terato-» e λογία «-logia»].

Ebbene, mi par evidente che i cacasotto siano di per sé mostruosi nel loro egoismo autoreferenziale. Paiono, o vogliono apparire, pieni di energie, quasi tronfi, ma in realtà, appunto, rischiano di apparire più fifoni di quello che sono. Se la fanno sotto, piuttosto che affrontare un confronto, figuriamoci uno scontro. A volte lo scontro è inevitabile, perché l’interlocutore, o è stupido o è malvagio. E allora è necessario combattere. ma costoro preferiscono far flanella nella loro comfort zone.

A volte i cacasotto si nascondono dietro paroloni come “senso di responsabilità” e “senso di appartenenza”, che chiamano trionfalmente in inglese commitment. Cercano di turlupinare il prossimo fingendo coraggio laddove non ne hanno, e non sono neppure onesti come don Abbondio, che si dichiarava così: “se uno non ha il coraggio non se lo può dare“.

Temono non tanto per la propria incolumità, ma per le proprie sicurezza economiche e di status, che non va mai diminuito, perché costituisce la loro essenza: casa, auto, sono i symbol che attestano il loro livello sociale, disponibili a difenderli con unghie e denti. Che squallor!

Farò qualche esempio: uno che ti conosce bene, ti apprezza pure, ma non muove un dito per darti una mano se hai bisogno, timoroso di crearsi problemi, ovvero per mera pigrizia; un altro che teme di perdere il proprio standing se si espone a tuo favore pur in una situazione assolutamente innocua; un terzo che…

E poi abbiamo anche gli asini-bugiardi qui spesso citati per altro che per lodi: ad esempio Di Maio, il quale afferma che l’Italia conferisce 20 miliardi all’anno all’Europa, mentre invece sono 13 di cui 11 vengono resi sotto forma di contributi, e quindi al netto sono 2: una falsificazione del 1000%; oppure, sempre lo stesso asino bugiardo: “Vi è stato il 40%  di trasformazioni di contratti di lavoro da tempo determinato a indeterminato nel terzo trimestre del 2018, e quindi un successo del Decreto Dignita“, dimenticandosi di dire, però,  che nel primo e nel secondo trimestre dell’anno in corso le trasformazioni sono state rispettivamente del 57 e del 47% con la normativa del Jobs act. Balle sesquipedali, dunque, ché il cosiddetto “Dignità” ha peggiorato la situazione..

Oppure l’altro socio, quello che fraternizza con i delinquenti degli stadi, afferma che la “Fornero” sta venendo smontata pezzo per pezzo, e ciò non è per niente vero, perché la cosiddetta “quota 100” interesserà forse un paio di centomila lavoratori, forse, riforma  dunque con mille limiti ed eccezioni. La “Fornero” resta perché gli conviene, a Salvini, e a qualsiasi che governi, e ciò per ragioni finanziarie-attuariali. E che ne è della flat tax, che sarebbe interessata pure a me con il 43% di fiscalità complessiva che mi ritrovo? Con la manovra le tasse sono aumentate. Come si vede, ciò che dice in tema di programmi di governo quest’uomo son propaganda e balle.

Tornando al “campioncino” (incredibilmente sempre ben rasato) campano sul cosiddetto “reddito di cittadinanza”: nonostante l’enfasi tutt’ora posta sul tema, si dimentica di dire che dai 9 o 17 miliardi che millantava di poter spendere solo un mese fa e sei mesi fa, rispettivamente, ha dovuto fare marcia indietro fino a 6: poco più di un terzo, e dunque la capienza per persona avente diritto, chissà in base a quali calcoli ISEE, per mese, passa dai vantati 780 euro a 400 forse. E altre falsità che qui potrei elencare.

Questi due imbroglioni vanno smascherati colpo su colpo. Peccato che le opposizioni sono quasi afone o poco credibili, con una Forza Italia ridotta ai minimi termini e un PD capace solo di litigare al proprio interno. Dei sinistri di LeU neppure dico, così come evito di citare i pochi seguaci meloniani, ché sono, gli uni e gli altri, insignificanti.

Ho scritto questo pezzo per mettere vicino le povertà mentali e politiche di questa fase italiana, ma orgoglioso che 27 milioni di Italiani ogni giorno vanno silenziosamente a lavorare, quasi 8 milioni di studenti a studiare e forse 40 milioni di donne a renderci la vita più degna di essere vissuta, nonostante i cacasotto, di cui manca un pur breve elenco, che non riporto perché si tratta di persone da me conosciute e che spero migliorino, i bugiardi e gli asini di cui sopra.

La “via cinese” al cambiamento, cioè di come la pazienza ottiene risultati là dove l’impeto precipitoso e temerario fallisce

Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico” (antico proverbio cinese), ovvero “Tra tutte le cose certe la più certa è il dubbio” (Bertold Brecht), “Cogito (vel dubito, ndr), ergo sum (Renè Descartes, ispirato da Sant’Agostino).

Che cosa hanno in comune questi aforismi? Parrebbe ben poco, essendo frutto di culture e di tempi assai diversi. Se però si riflette bene sono collegati da legami logico-filosofici molto stretti.

Vediamo: innanzitutto partirei dalla frase cartesiana, che fonda il moderno soggettivismo filosofico. La frase “Penso, dunque sono“, afferma che l’esserestesso-di-me-stesso-e-delle-cose si fonda sul fatto che lo penso. Si potrebbe obiettare, come fa il realismo sempiterno, da Aristotele e Tommaso d’Aquino in poi, anche nelle sue versioni più materialistiche, da Democrito, Leucippo e Lucrezio, fino al positivismo e al marxismo, o materialismo scientifico, che le-cose-stanno-lì-anche-se-non-le-penso, e anche se -perfino- non esisto.

Insomma, il mondo prescinde da me, e io non sono indispensabile al mondo.

L’obiezione può essere così formulata: ebbene, poniamo pure che il mondo esista anche a prescindere da me… ma se io non ci sono è come se neppure il mondo ci fosse. O no? Che ne posso sapere io del mondo se non sono a questo mondo? Banalità? Per nulla. Si tratta del fondamento di una visione del mondo, quella soggettivistica, portata poi all’estremo dall’idealismo tedesco di Hegel, Fichte e Schelling. Per questi grandi pensatori germanici l’Io fonda l’esistenza del mondo.

L’aforisma del dubbio di Brecht è puro realismo. Come umani non siamo sicuri di nulla, poiché la vita è fragile e gli imprevisti molti. Abbiamo bisogno della nozione di “caso” per darci ragione delle cose che accadono, tra le quali ben poche accadono per decisioni o azioni nostre, per cui la stessa libertà è relativa, vale a dire in-relazione ai limiti e ai condizionamenti che subiamo, mentre i vettori causali delle cose che accadono sono spesso in mano di altri, sia che li conosciamo, sia che ci sfuggano. Il libero arbitrio di Agostino ed Erasmo è anche servo, come credeva e sosteneva fosse Lutero. Abbiamo bisogno delle nozioni di caso e di destino, perché la maggior parte delle cause ci sfugge.

Proviamo ora a vedere come le tre frasi aforismatiche possono essere collegate tra loro. Aspettare sulla riva del fiume non dà la certezza che passi il cadavere del tuo nemico, ma per stare lì bisogna averci pensato, e aver deciso di sedersi su un masso davanti al fiume. O su un tronco d’albero portato giù dalla corrente vorticosa. Ecco che i tre aforismi stanno insieme, si tengono, si supportano, si armonizzano.

Ognuno di noi può vivere momenti nei quali preferirebbe non essere, oppure sonnecchiare sulla riva del fiume, completamente in balia del tempo e del vento nel frattempo sopraggiunto. Dubitante, o dubbioso sul da farsi.

Quando ci si trova in una situazione complessa dove i rapporti di forza sono incerti, è meglio tergiversare, aspettando che la situazione si dipani.

La pazienza è la virtù su cui basare il comportamento, poiché le cose richiedono di essere gestite con criteri intelligenti e i tempi giusti. L’affanno e l’ansia cui portano atteggiamenti temerari sono la peggiore modalità di agire. Come sappiamo il termine pazienza deriva dal latino patientia, il quale a sua volta è un lemma che contiene l’etimo greco antico pàthos, cioè sofferenza. La pazienza è dunque una capacità di sopportazione/ supportazione, che risulta fattore indispensabile nella gestione di qualsiasi difficoltà, soprattutto se si tratta di attività svolte da più persone, da un work group, come si dice oggi.

E dunque, la lezione del proverbio cinese si connette bene con il significato essenziale della parola pazienza, quasi a intensificare la presenza di un atteggiamento sapiente nelle cose della vita, che richiedono energia ben disposta e sapienza nell’attesa dei momenti propizi.

L’impazienza si declina in molti modi, ad esempio quello di chi, novello in azienda, pensa di poter rivoluzionare il sistema organizzativo precedente con le proprie idee e prassi. Costui dimentica che ogni uomo/ donna attivi in qualche ambito, non può non tenere conto di stare nel flusso della sua piccola (o men piccola) storia. Si dice che ognuno che vive e opera lo fa assiso sulle spalle dei predecessori i quali talora sono dei veri giganti in rapporto ai loro successori.

Anche uno come Galileo era ben consapevole dei meriti di Nikolaus Copernicus per le scoperte astronomiche e fisiche da egli stesso conseguite. Ma non tutti sono “Galileo”, per modo di dire, anzi, capita di vedere molto spesso che dei nani pretendono di iniziare nuove storie a prescindere dalle precedenti.

Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

L’elefante vecchio

Parlando di organizzazione del lavoro e di qualità relazionale un caro amico, che non è un “elefante vecchio” perché ha solo cinquant’anni, ed è invece un eccellente ricercatore e un gentiluomo (merce rara in certi ambienti), mi suggerisce l’espressione come metafora utilizzabile anche in ambito aziendale.

Come ci spiegano gli zoologi studiosi dei grandi mammiferi gli elefanti vivono in robusti branchi che percorrono le savane africane, inattaccabili per qualunque predatore, forti della loro mole possente e del numero. Il branco è composto da femmine guidate da una matriarca, mentre i maschi stanno all’esterno in attesa di contendersi le femmine stesse nel periodo opportuno. Solo l’uomo li può offendere con potenti fucili da caccia, o qualche coccodrillo se adocchia un elefantino attardato nell’attraversamento di un corso d’acqua, e non occorre sia lo Zambesi o l’Okawango nella stagione delle piogge.

E’ nota la spiccata intelligenza naturale della specie e la memoria, per cui è facile in qualche modo paragonarli agli esseri umani, con i quali pare abbiano in comune alcune caratteristiche.

Si sa anche che il loro rapporto con la morte è istintualmente strutturato, poiché gli esemplari che sentono venire meno le forze al punto da non riuscire più nemmeno ad abbeverarsi, si portano in una specifica zona, chiamata il cimitero degli elefanti, e lì si lasciano morire, quasi mostrando di cogliere l’ineluttabilità dell’evento.

La metafora consiste nel paragone tra un esemplare di questo tipo e un lavoratore che, raggiunta una certa età o anzianità aziendale, non necessariamente pensionabile, si può sentire obsoleto, cioè superato dagli eventi e dal comportamento di nuovi arrivati in azienda. Non che qualcuno glielo faccia esplicitamente notare, né che gli vengano tolti ruolo e mansioni, ma percepisce qualcosa nell’aria e che, appunto, l’aria è cambiata, le cose stanno andando per un altro verso. La saggezza popolare insegna anche che “scopa nuova scopa ben”, per cui il neofita è sempre visto con curiosità e gli si dà credito, almeno per il primo periodo, in attesa delle sue prestazioni, che ci si aspetta siano superiori a quelle dei predecessori. Ma a volte non è così.

Talvolta i nuovi, nella fretta di far vedere il loro valore, strafanno, condizionati da ansia di prestazione e anche da quella maledetta bestia chiamata in greco ybris, cioè il complesso di superiorità connotato da atteggiamenti tracotanti e a volte addirittura sprezzanti: è noto agli antichi studiosi ma anche ai nostri vecchi sapienti che si tratta di manifestazioni patenti del peggiore dei vizi, la superbia.

Nel caso in cui siano inserite più o meno contemporaneamente più persone con queste caratteristiche si crea una situazione interlocutoria tendente al peggioramento, se la struttura non si rende consapevole e appronta contromisure. Beninteso qui non si vuol dire nulla a favore di un conservatorismo da confort zone, ma semplicemente mettere in guardia contro le rivoluzioni epocali, le apocalissi palingenetiche che, e la storia lo attesta con mille esempi in tutti i settori della vita umana, non portano a nulla di buono.

Il rischio di stancare anche le persone migliori della “vecchia guardia” non è banale. Vale la pena tuffarsi nel “nuovo” senza ragionare a fondo sulle conseguenze che questo “nuovo” può generare, se non opportunamente pilotato?

L’esperienza mi insegna che occorre grande ponderatezza nei cambiamenti, preparando il terreno prima, concordando con le persone più fedeli e responsabili i cambiamenti stessi, per fare sì che non si butti via il bambino… e ciò che segue. Come accade in tutte le cose del mondo, se non si fa la fatica dell’analisi, non può essere proposta alcuna sintesi razionale.

L’analisi della situazione deve sempre precedere la sintesi, non l’incontrario, ovvero: induzione e intuizione devono essere sempre supportate dalla deduzione logica, che si basa su argomentazioni documentate e razionali. L’inferenza è la difesa contro i colpi di testa che si ritiene spesso siano colpi di genio, e quasi sempre sono altro, cioè colpi di testa e basta.

La struttura della grande musica classica può essere un esempio. E’ preferibile che un’azienda funzioni come una sin-fonia, che è un suonare-insieme coordinatamente, all’interno di un lògos matematico e condiviso. Si può anche fare l’azienda rapsodica, fantasiosa come una suite o un poema sinfonico romantico, ma si rischia grosso. Caro lettor mio, possono essere affascinanti Ferenc Liszt e Bedric Smetana, ma non bastano, poiché occorrono anche le grandi costruzioni di Haydn, di Mozart e di Beethoven, e poi di Brahms e di Mahler. Ecco, io immagino che l’azienda possa anche lavorare come gli archi, i legni e gli ottoni in un poema sinfonico, ma poi debbano essere governati nei movimenti, di solito tre o quattro, della sinfonia, cioè di un accordo robusto e coeso.

Non so se questa similitudine musicale può servire a far riflettere chi invece pensa che si possa cambiare idea ogni due giorni, spiazzando tutti con modifiche inopinate e non bene ponderate. Me lo auguro, anche se tra i miei lettori difficilmente si annoverano questi tipi umani. Vedrò di trovare il modo di agganciarli, per il bene comune.

Un padre alla gogna mediatica e un “maestro” fasullo

Tornando da un luogo di restrizione, dove ho incontrato qualcuno il cui pensiero si muove, mi son trovato di fronte due temi, ovviamente scelti tra altri, che il mio gentil lettore potrebbe anche considerare futili, e forse in parte lo sono, ma mi consentono una riflessione che desidero condividere, sempre con i miei pazienti lettori.

Il primo: non si vergogna il vice capo del Governo Di Maio ad aver messo alla gogna suo padre? Vergogna e gogna fanno rima, peraltro. Gli sembra di aver fatto la cosa giusta mettere un signore quasi settantenne davanti a una webcam, seduto a una scrivania abbastanza improbabile, due calcolatrici da tavolo, un po’ di post it, un fax, per fargli confessare coram populo un comportamento disdicevole come datore di lavoro, e a chiedere scusa a lui stesso “che non sapeva nulla” dell’evasione fiscale e del lavoro nero nell’azienda di famiglia, ai lavoratori senza contratto e al popolo italiano? Il tutto trasmesso sul social che più social non si può, facebook. Che vergogna, ma non per il signor Antonio, bensì per chi gli ha fatto fare la pantomima, collocabile stilisticamente -come genere comunicativo- tra il penoso e il grottesco.

I fatti. Il signor Antonio si è comportato come una miriade di altri piccoli imprenditori italiani, che a volte non possono, e forse più spesso non vogliono rispettare le leggi del lavoro. Peccato veniale? Peccato mortale? Inadempienza amministrativa? Reato? Il signor Antonio lo chiama errore. Diciamo che la scelta del vocabolo è allineata alla cultura di base della loro famiglia, che non spicca.

Caro Antonio, non è solo un errore , forse lei non lo sa, ma è probabile che neppure suo figlio lo sappia. Può darsi che il ministro del lavoro non sappia che non si può non offrire un contratto a chi lavora, sia esso a termine o a tempo indeterminato, a tempo pieno o parziale, di dipendenza o di collaborazione, a chiamata, in collaborazione coordinata e continuativa o in Partita Iva.

Forse il “ministro del lavoro” avrebbe fatto meglio a non coinvolgere mediaticamente fino a questo punto suo padre, scegliendo di parlare lui stesso con trasparenza e lealtà al 32% di chi lo ha votato tra gli aventi diritto, e al popolo tutto di questa un po’ disgraziata Nazione italiana.

Gli aspetti etici poi, sicuramente sconosciuti al ministro, sono di altro spessore. Vediamo: l’etica è una scienza, imprecisa come tutte le scienze, a eccezione della matematica, la quale è una pura convenzione segnica, per cui può essere precisa. Parlo ovviamente della matematica e della geometria classica, quella euclidea. Ogni altra scienza, come sapere strutturato da uno statuto epistemologico è per definizione imprecisa e sempre in fieri.

L’etica appartiene al sapere filosofico e si occupa del giudizio sull’agire libero dell’uomo, poiché  si muove tra ardui sentieri riflessivi sul bene sul male, e va declinata con cura nelle sue molteplici differenziazioni. Non esiste infatti una sola etica. Le varie scuole di pensiero e i periodi storici, nonché le antropologie presenti sul pianeta ne hanno prodotte diverse. Si va dal culturalismo che ammette la mutilazione dei genitali femminili (si tratta di un’etica etno-antropologica) al finalismo che mette l’uomo e tutti viventi al vertice della scala valoriale da tutelare sopra ogni cosa. L’etica, dunque, si occupa dei principi, dei valori e delle virtù e, di contro, anche dei vizi, dei peccati, teologicamente parlando, e dei reati, civil-penalmente discorrendo. Questa cosa qui, detta in cinque righe, caro vicecapodelgoverno è l’etica. Lo sapevi? Question solamente retorica. Claro que no.

 

Il secondo: nel mio paesone si è affacciato un turlupinatore di menti semplici, un imbroglione seriale. Già da me visto all’opera in un altro paesone ai confini tra Veneto e Friuli, dove l’ho facilmente sgamato, quando gli ho chiesto, davanti a una quarantina di “siorète” eleganti, qualche nome dei suoi maestri, qualche bibliografia relativa alla sua “scienza” e qualche titolo di film di cui ha citato l’esistenza, ma non il titolo, appunto. Non mi ha saputo rispondere, perché evidentemente questo signore fa parte, con indubbia abilità comunicativa, di quel novero nutrito di sedicenti esperti che girovagano per città (piccole) e campagne del belpaese, millantando conoscenze antropologiche, filosofiche e psicologiche, che non hanno. Ricordo che il tema proposto in quel di Portogruaro era l’autostima. Non credo gli sia andata tanto bene la presentazione di quel corso, in termini di iscrizioni a pagamento.

Costoro vendono appunto corsi e seminari a pagamento. Nel caso di cui qui riferisco la proposta concerne la mente umana di cui si vuol spiegare -si presuppone  o si considera sottinteso per deontologia scientifica- tutto o quasi, a leggere i titoli dei vari moduli: anatomia, fisiologia, funzionamento neuro-chimico-elettrico concernente l’encefalo, o no? E altrimenti come far capire il funzionamento della mente, che è il software, se non spiega l’hardware?  Mi insegnano gli informatici che un buon softwarista conosce almeno la struttura dell’hardware, anche senza esserne un hardwarista. Anglo-neologismi da Cruscanti, vero lettor paziente?

Posto che salti tutti ‘sti argomenti perché di pertinenza bio-neuro-scientifica e psichiatrica, probabilmente passerà al “prodotto”, cioè al pensiero e al suo funzionamento. Bene: può costui vantare un qualche titolo in campo filosofico, psicologico, pedagogico o altro di affine? Ebbene sì, qui parlo di titoli accademici, e di esperienze di docenza o pratica correlate, ad esempio le psicoterapie, la consulenza filosofica e il counseling,  ché la sola “esperienza di vita” non basta, come pensa più di qualcuno, illudendosi di pareggiare i saperi di chi quei titoli ha, solo perché “ha esperienza”. Ma andiamo!

E poi, tralasciando altre amenità, come la citazione dell’etica, circa la quale forse ignora, sia il significato etimologico, sia l’accezione corrente, sia  che esiste una specifica scienza, la filosofia morale, vengo alla diade concettuale centrale: come passare dalla “mente limitante” alla “mente creativa”, come è scritto nel pieghevole di presentazione di un convegno. E che vuol dire?

Sa forse costui che la mente è qualcosa di estremamente complesso in generale e di unico e soggettivo in particolare, per cui non si può mai parlare di “mente limitante” e di “mente creativa”, ma di soggetti umani irriducibilmente unici, che vanno analizzati con l’ausilio di tutte le scienze sopra citate?

Oppure, come si può proporre obiettivi tanto generici come sta scritto, sempre lì, sul pieghevole, in ordine sparso e incomprensibile alla normale logica della nonna Catine: Fare, Essere, Avere? E dde che? Mi echeggia piuttosto la filastrocca infantile legati a giochi con i pegni per i perdenti, del tipo: dire, fare, baciare, lettera, testamento. Vero?

Il genericismo vieto di tutto ciò è sorprendente per chi ritiene che lo studio dell’uomo e intorno all’uomo sia una cosa seria, e non sto parlando di scienziati dell’anima o della psiche.

Da filosofo consulente penso che questo signore sia un millantatore anche se non pericoloso, e spero che qualcuno, come ho fatto io nella nobile Portogruaro, lo smascheri. Girerò voce ai miei amici filosofi e psicologi, gente seria e studiata, che non vende fumo, ma cuoce e condivide arrosto con chi è disponibile a scambiare qualche idea facendo ragionamenti seri e logicamente argomentati. Gli consiglierei soprattutto di porre a Battistutta questa domanda, peraltro semplicemente tratta da una citazione presente sul depliant di presentazione dell’evento: che cosa significa “(…) riportare alla luce l’antica via della conoscenza ormai dimenticata“.

Vorrei capire dunque: se intende una sorta di tradizione orale della conoscenza (o forse intende dire “sapienza”, ma dubito che conosca bene  la differenza tra i due termini), ce l’aveva in abbondanza anche mia nonna materna Caterina, che qui cito spesso; se invece si tratta delle grandi tradizioni greco-latine (da Platone e Aristotele a Cicerone, Seneca e Marco Aurelio) e biblico-cristiane (Vangeli, san Paolo, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, etc.), fino a Descartes, Leibniz, Hume, Locke, Kant, Hegel, Schelling, Nietzsche, Heidegger, etc., oppure hindu-buddiste (dal Buddha a Shankara) e taoiste-confuciane (Confucio e Lao-Tzu), beh, o quest’uomo mostra accreditamenti accademici di filosofo e teologo, sapendo citare dottrine, testi ed autori, avendoli letti e studiati, e potendo così commentarli, oppure si tratta di una abile circonvenzione del prossimo, se qualche umano ci sta. Beninteso, essendo questi libero di starci o meno.

Certo, i suoi “saperi” potrebbero fondarsi su quel pot pourrì senza capo né coda che è la cultura (fo’ per dir) New Age, ma a questo punto, tutto si spiega nella sua banalità.

Se qualcuno dei miei amici filosofi o psicologi avrà tempo e voglia di investire un’ora per la salute pubblica, gli sarò assai grato per un sentimento di umana fratellanza, e per l’impegno a difesa della fatica della cultura e della ricerca della verità fuggitiva.

Il viaggio

Molti, forse i più, pensano che si viaggi essenzialmente o solamente per raggiungere la meta prefissa. Per costoro il viaggio, la distanza, il tempo che ci si mette per effettuarlo, il mezzo usato, le eventuali tappe non contano nulla o quasi, poiché per loro è importante il punto di arrivo, dove o vi è qualcosa da afferrare o un risultato da ottenere, siano luoghi di ferie o luoghi di trasferte di lavoro.

Immaginiamo il viaggio degli antichi, dei Fenici per mare, dei Romani per terra, le peregrinazioni dei popoli nomadi dell’Asia, i pellegrinaggi medievali, le diligenze del diciannovesimo secolo, i primi treni. L’Impero Romano doveva essere esteso non più di una ventina di giorni a cavallo da Roma. Oggi non abbiamo problemi. In giornata vado a lavoro a mille chilometri da casa e torno in serata, anche se tarda: venti, ventidue ore in tutto.

Rispetto ai molti che citavo sopra, per me, forse la cosa che conta di più è il viaggio, il sentiero, la strada, il percorso, l’itinerario. E’ l’Itinerarium mentis in Deum, come per Bonaventura da Bagnoregio. La meta resta ovviamente per me importante perché altrimenti nella mia vita non avrei conseguito risultati che richiedono mete intermedie e finali, per ragioni di studio e di lavoro, e a volte anche per vivere il mondo e le persone, ma l’itinerario di più…

Basta solo pensare al grande viaggio che feci in auto nell’Unione Sovietica, comunismo ancora imperante, o al viaggio alla ricerca del gotico francese, da Bourges a Chartres, da Rouen a Amiens, Da Beauvais a Reims. Il mio itinerario non conosce prima tutte le tappe, ma le vive di giorno in giorno, e ciò anche nel viaggio dell’anima nel grande Est russo. Colà io e Roberto vincemmo anche la rigidità concordata con gli uffici turistici del PCUS.

Caro lettore, per me è stato sempre così, fin da ragazzo. Non mi prendeva mai l’ansia di arrivare. Se avevo un impegno partivo per tempo. Semplicemente. Sono un homo viator, come racconta Gabriel Marcel in Homo viator.

Homines viatores sumus, omnes nos homines.

Constato che invece molti ragazzi d’oggi non badano all’itinerario, ma preferiscono smanettare sullo smartphone, mentre viaggiano, trascurando il paesaggio che scorre oltre il finestrino del treno o dell’auto. Sembra non gli interessi, come neppure la geografia, la topologia del territorio, lo sfondo di montagne o della grande pianura. E non capisco, faccio fatica a comprendere.

Sono in viaggio per il terzo fine settimana consecutivo, dopo Bari e Firenze, sono a Todi, per andare a Terni in un luogo di restrizione, dove vivono persone che possono viaggiare solo con il pensiero. Meno male che il pensiero arriva dovunque, in un tempo che non appartiene al krònos, ma al kairòs, perché arriva con un atto di volizione ai confini dell’universo. A confronto del pensiero la velocità della luce è paragonabile a quella di un carretto trainato da un’asina sullo sterrato color ocra del Vicino Oriente, tra il lago Van e le sorgenti del fiume Oronte.

A Todi sono arrivato presto e son riuscito a visitare l’interno della bramantesca Santa Maria della Consolazione, ecco, una tappa nell’itinerario, prima di andare in albergo, prima di visitare chi è ristretto in un carcere. E domani, tornando, vivrò la strada come un evento, non solo una situazione che prelude necessariamente all’arrivo, alla meta.

Per l’anno entrante, io che son stato più volte anche in Sud e in Nord America con i grandi aerei transoceanici, penso a un viaggio lento, di quattro o cinque giorni, in treno, tra una località e l’altra della valle del Po, alla ricerca di narratori delle pianure, sulle orme di Gianni Celati. Immagino già la trattoria adriese, tovaglie a quadretti, una caraffetta di rosso e un piatto di carne arrosto e, lì vicino, quattro anziani che se la raccontano. E io che gli offro un bicchiere di vino. “Da dove viene e dove se ne sta andando, signore?” qualcuno mi chiederà… e io, “Vengo dal Friuli, ma non so dove andrò, deciderò domattina, non ho una meta precisa“. E, dopo cena, due passi prima di ritirarmi nel vecchio albergo vicino alla stazione dei treni dove il sonno mi accoglierà, benevolo.

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