Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Si beve si fuma si fanno baby gang si indulge al vizio si spera sempre

Mio caro e gentil lettore,

se un ragazzo/ ragazza italiani su tre tra i 15 e i 19 anni (è il 33%!) assume sostanze stupefacenti tipo cannabis, e talora qualcos’altro; se oramai osservando i caffè/ bar/ pub fighi si vedono ragazze più o meno splendidamente a nero con il calice di rosso in mano; se vedi adolescenti che chattano uno accanto all’altro con smartphone da seicento euro, e non si parlano; se ciò che comunemente si è sempre chiamato vizio sembra allignare in ogni dove, e se la contemplazione del bello, in silenzio, latita, e se la meditazione non si pratica, vi sarà pur qualche ragione. O ragioni.

Quali? Il sociologo si esercita nelle sue ricerche, lo psicologo si profonde in consigli sui magazine alla moda, il sacerdote invita padri e madri all’ascolto dei giovani virgulti, il professore scuote sconsolato la testa, il filosofo è inascoltato, i sindacati ronfano, ai governi interessa poco o punto, ai partiti oramai inesistenti anche meno… tutti o quasi hanno qualche diagnosi e qualche rimedio, che propongono nei talk show con l’audience maggiore. E tutto continua come prima. Che sta accadendo caro sociologo, psicologo, sacerdote, insegnante, filosofo, papà, mamma?

Com’era quando io e chi mi legge sopra i cinquanta avevamo dai quindici a i diciannove / vent’anni? Io ricordo il mio liceo, il lavoro estivo a portar bibite e fusti di birra da venticinque kili, il basket, la musica, il telefono fisso, la tv in bianco e nero, i pochi soldi, le non-vacanze, l’auto di seconda mano a ventuno anni. Ricordo, ed ero pieno di gioia nella mia turbolenta e vivace giovinezza. Le ragazze, non mancavano cz cz, eravamo sani e forti e pieni di voglia di fare cose, di studiare, capire, fare politica, anche di litigare, fino ai diciotto anni non evitavo le risse, qualche cazzotto, qualche occhiale rotto, un labbro spaccato, mi offendevo facilmente ed ero di parola facile. Anche allora c’erano bulli e bullismi, io stesso sono stato aggredito un paio di volte da due o tre coetanei, ed ho reagito a freddo picchiandoli poi uno alla volta. Avevo sedici o diciassette anni. Non so se era bello, ma era un bullismo diverso da quello dei minorenni metropolitano di oggi.

Quando volevo parlare con qualcuno andavo da lui/ lei senza storie, anche senza telefonare. “C’è Roberto, c’è Maria Grazia, c’è Marina, c’è Andrea?” chiedevo a chi trovavo in casa. E mi rispondevano, e io restavo o andavo via dicendo che li avevo cercati. In serata mi cercavano loro, e si andava al cinema, in palestra, oppure a… fai tu caro lettor mio.

E adesso che succede? Come stanno dentro l’anima questi ragazzi? Vedo la mia figliolona, grande, alta, bella non poco, intelligente e colta, quasi dottorina, musicante esperta, anche lavoratrice nella trattoria vicina. Ma non mi spiega bene come stanno le cose, o sono io che non capisco. Mi rimprovera la lentezza di comprendonio. Come? A me? Ebbene sì “Papà, tu non capisci“. Ma è sempre destino delle generazioni precedenti non capire?

Sembra che il tempo stia accelerando sempre di più, oppure sono le cose che cambiano più velocemente? In ogni caso, antropologicamente parlando, siamo ancora, come in tutti i tempi passati, irriducibilmente esemplari unici, e provvisti di intelligenze diverse, com’erano anche la Lucy del professor Leakey o l’homo naledensis. Se Maria De Filippi e Di Maio trovano adepti tra cui non ci sono io e Beatrice ci sarà qualche ragione, o no? Ma trovano adepti, eccome se li trovano, perché ognuno ha il QI (quoziente intellettivo) suo proprio, come i bambozzi che fanno baby gang a Napoli e Torino e dove volete voi. Stupidi, ma meno dei loro genitori, che lo sono meno dei loro nonni, e forse meno dei loro vicini, e così via.

Come si fa a parlare con questi? Ci interessa? C’è un linguaggio adatto a instaurare un dialogo? Una volta si diceva l’esempio, ché l’esempio è più forte ed efficace di ogni discorso. Vero, ma il tema da svolgere riguarda l’accettazione della miseria umana, che è sempre rediviva, quasi perenne, speriamo quasi, poiché l’evoluzione ominizzante è lenta, lentissima. Siamo sempre e comunque scimmie pelate, homines erecti, idioti deambulanti a fasi alterne, e, nel migliore dei casi, capaci di piangere, di attenzione, perfino di intensificazione solidale, cioè di amore.

Siamo buoni e cattivi, intelligenti e stupidi, scorfani e sublimi, uomini e donne che camminano per questo mondo un po’ sbilenco e un po’ stupefacente, senza la pretesa di capire tutto e tutti.

Felicità e Perfezione vs. Gioia e Perfettibilità

Chi mi conosce bene sa che non amo e non credo nei primi due termini e concetti del titolo (felicità e perfezione), mentre, al contrario, utilizzo e credo molto nel terzo e nel quarto lemma (gioia e perfettibilità). Per me le parole sono più che pietre, sono la cosa-stessa-che-dicono, e perciò vanno curate con grande attenzione e rispetto degli etimi secondo le accezioni condivise nel tempo dato, cioè il nostro.

Sulla felicità ho scritto sette o otto anni fa  -a “quattro mani” con la dottoressa Anita Zanin, psicologa e pedagogista mia amica- un libro intitolato Educare all’infelicità, edito da Segno, per cercare di comprendere ed elencare i peggiori errori educativi che si fanno con i bambini e gli adolescenti, sia in famiglia, sia a scuola, e fors’anche nelle altre agenzie più o meno educative come la parrocchia, i circoli culturali, le squadre sportive, i centri di aggregazione di ogni genere e specie.

La felicità, dal latino felicitas e, meglio dalla radice sanscrita fe, cioè fecondità, è uno stato dell’anima positivo, anzi eccellente, di tipo continuativo: “…e vissero felici e contenti“. Ma, come sappiamo dalla nostra esperienza, ciò è falso, falsissimo. Ogni stato dell’anima umana è, per definizione, temporaneo, e pertanto lo stato di felicità, così come è generalmente inteso, è non plausibile, non solo improbabile, o forse, meglio dire, impossibile.

Sulla perfezione ho scritto già molte volte, anche in questo sito, e la riassumo così. Parlando della perfezione ho sempre avuto presente il lemma radicale latino, dal verbo perficere, della terza coniugazione (paradigma: perficio, is, perfeci, perfectum, perficere), che significa “condurre a termine”, cioè “terminare”. Il modo supino “perfectum” da cui si trae origine il participio passato perfectus, a, um, se in italiano suona come un qualcosa di fatto-estremamente-bene, che più di così non si può, in latino, come s’è visto, ha tutt’altra accezione principale.

Nella teologia classica il concetto di perfezione corrisponde quasi alla lettera a ciò che si intende per completa virtuosità, quasi ad imitazione di Cristo, per cui la sua ricerca era il modo per santificarsi, cioè rendersi perfetti, e dunque -in quanto santi- separati da chi ancora indulge nella peccaminosità del vizio, a partire dai sette canonici: superbia, invidia, cupidigia, accidia, iragola e lussuria, a mio parere in ordine decrescente di gravità morale. Anche una parte dei confessori di impostazione forse gesuitica avevano (e hanno) la medesima mia opinione. Del resto che la superbia e l’invidia siano i vizi/ peccati peggiori è di immediata evidenza anche al buon senso comune. Pertanto, la ricerca della perfezione, in quest’ambito, non può che essere una ricerca della perfettibilità, non di più, pena un atto di superbia fondamentale.

La gioia, invece, è tutt’altro rispetto alla felicità, poiché non implica -intrinsecamente- una durata di una qualche importanza, ma può essere anche istantanea, o di breve durata. Come a volte il sole spunta tra le nuvole piene di pioggia (cf. la canzone di Alice Il sole nella pioggia), così la gioia può apparire in una situazione di dolorosa esperienza, di trauma o di malattia. Momenti psico-spirituali che ho sperimentato e sperimento tutt’oggi, come è nella vita ordinaria di ciascun essere umano. La gioia è un’interruzione del dolore, a volte, quasi a ricreare un equilibrio vitale. E dobbiamo farcela… bastare, oso dire, senza ricercare improbabili eden, che sono illusori e irrealistici.

La gioia -come stato dell’anima- è perfino preferibile a un’ipotetica felicità, poiché prevede anche la valutazione della sua assenza, e la sua totale valorizzazione quanto compare a interrompere, per dire, la tristezza o il dolore, fisico o psichico, o spirituale che sia.

La dimensione del fare, cioè quella che i pensatori medievali di matrice aristotelica credevano, o ratio operandi, richiama la nostra attenzione, invece, sul perfettibile, vale a dire su ciò che può essere migliorato, anche indefinitamente. La perfettibilità è come un numero periodico, o come un limite di cui si presuppone l’esistenza, perché fa parte dell’umana dimensione, ma le cui misure non si conoscono; oppure come una curva asintotica, che si può avvicinare al vertice di un climax, ma senza tangerlo mai, lasciando così spazi in-definiti alla crescita, se pur misurata per centesimi, o millesimi o milionesimi della stessa unità di misura.

Non dunque perfezione dell’agire, per cui se non la si raggiunge, càpita di sentirsi frustrati, delusi o addirittura depressi, ma perfettibilità, cioè atteggiamento di ricerca continua del miglioramento, posta nel contesto senza ansia da prestazione e senza arroganza o prepotenza verso gli altri.

La perfettibilità, nelle varie situazioni esistenziali e nel mondo, si declina spesso come crescita, come miglioramento continuo, concetto molto noto in ambito economico e aziendale, dove ci si deve continuamente adoperare per acquisire sempre maggiori competenze, attraverso un uso intelligente delle proprie conoscenze, mettendoci in ascolto di chi ne sa di più, e così traendo giovamento individuale per la crescita delle nostre competenze e professionalità, unica garanzia di un prosieguo positivo del nostro lavoro nella difficile competizione attuale.

Gioia e perfettibilità, dunque, vs. felicità e perfezione, vincono, proprio per la nostra strutturale im-perfezione di esseri umani, connotati da qualità e limiti, virtù e vizi,  forza di volontà e pigrizia, nel continuo incedere delle nostre vite, di cui siamo in buona parte responsabili.

…e come il vento odo stormir tra queste piante…

Tratto da L’infinito, il verso, interno a un enjambement, del conte Giacomo da Recanati, evoca in me memorie e sentimenti arcani.

Trovo che la grande poesia o la grande musica siano il modo migliore per elevare lo spirito quando nuove consuetudini rovinano la spiritualità, come quella del Natale.

Il vento, il suo stormire, l’ordine delle parole voluto dal poeta creatore ci fa recuperare la bellezza degli eventi che rischiano di perderla, annegati nei lustrini dei nuovi costumi mercantili.

Il Natale è memoria trasfigurata di una venuta, è storia sobriamente raccontata dagli antichi scrittori, e creduta. Il Natale è metafora della nascita e anche di ogni ri-nascita, perché ogni anno si presenta nel tempo stabilito a ricordarci l’evento dell’Incarnazione del Verbo di Dio. E invece è diventato smemoratezza dell’evento e occasione di generiche festività godute qua e là, come ferie. Non molto di più.

Nelle città e nei luoghi di villeggiatura è un brillio reiterato di lampade e lustrini, persa di vista o quasi la sua ragion d’essere. Ma accadono anche altre cose in questi giorni a cavallo dei due anni che si succedono.

Leggo sul web che una maestra di Zoppola (provincia di Pordenone per i miei lettori extraregionali), per non “turbare” la sensibilità dei suoi alunni non-cristiani, ha sostituito il nome di Gesù, anzi il suo suono-segno-significato, in una canzoncina natalizia, con “Perù“, assonante e nulla più. Il nome di una nazione sudamericana al posto del nome di Gesù di Nazaret, punto di riferimento religioso per due miliardi di umani, e genetliaco storico della nostra vicenda, compresi i non cristiani, ché non risulta usino altri riferimenti, se non quello del genetliaco gesuano, siano essi buddisti, islamici, induisti, confuciani, scintoisti, animisti e atei, cioè la maggioranza di noi occidentali.

Peraltro, alcune festività religiose come il Natale e la Pasqua hanno conservato date diverse nello stesso ambito cristiano, ad esempio presso gli ortodossi, che hanno mantenuto il calendario giuliano, cosicché posticipano il Natale di una dozzina di giorni rispetto al 25 dicembre.

A che cosa attribuire la cialtronata zoppolesca o zoppoliana? A ignoranza crassa o a un istinto del politicamente corretto, oramai talmente diffuso da venire introiettato al punto da suggerire azioni preventive per evitare chissà che cosa. Mi proporrò per tenere una lezione gratuita alla pedagogista della destra Tagliamento, sulle citazioni gesuane e mariane presenti nel Corano, su Isshà (Gesù) e Mariam, sua madre, che è forse più nominata di Fatima (figlia di Mohamed) e di Kadijia (moglie del Profeta).

Il rispetto, cara maestra (e di che?) è un guardare-negli-occhi-l’altro, come insegna la sana etimologia latina del verbo respicere, riconoscendogli pari dignità ma, appunto, senza abbassare lo sguardo, ché altrimenti non si può guardare negli occhi, ma si guardano i calzari… dell’altro. E’ così che lei vuole muoversi nella nuova pedagogia multi-polare, poli-centrica, prona al punto da modificare la nostra storia e la nostra cultura sedimentatasi in millenni?

La vicenda fa il paio con quella dei presepi e di altre storie di autocensura sulle festività cristiane per come vengono vissute da qualche anno in molti istituti della scuola dell’obbligo, in Italia.

Epperò non condivido le reazioni grevi delle forze politiche oggi denominate sovraniste, come la Lega, che reagiscono chiedendo di non riconoscere pari diritti civili a persone che vengono da altri mondi, se pure con i dovuti percorsi di inserimento, e nei tempi corretti, come propone il testo della legge non approvata sulla cittadinanza legata alla presenza in un territorio e all’accettazione serena della cultura, nonché alla conoscenza della storia e delle norme legislative di quel territorio.

Ognuno sia quello che vuol essere, qui da noi e ovunque, rispettando la medesima condizione e diritto verso qualsiasi altro, senza la pretesa di possedere verità intangibili e da far imparare a tutti, con le buone o con le cattive. La soluzione non è quella di imitare, quasi per spirito di vendetta, i totalitarismi politici e gli stati etici o le teocrazie, di qualsiasi genere e specie essi siano, ma quella di dialogare accettando tutte le diversità rispettose delle… diversità altrui.

E ora me ne torno alla poesia e alla musica, che sono due consolazioni sempiterne, caro lettore di fine anno. E che quest’anno se ne vada in gloria.

Estetica ed estetismi, alla ricerca della bellezza come verità… e viceversa

A volte si confonde, discorrendo, la dimensione estetica con i vari estetismi, compiendo un errore concettuale, ma anche eticamente rilevante, e madornale.

Infatti l’estetica è uno sguardo sull’essere delle cose, nientemeno, e viene -logicamente- prima dell’etica, che è uno sguardo profondo sul bene e sul male presenti nell’uomo e nel mondo.

Aristotele insegnava che la conoscenza intellettuale parte innanzitutto dalla manifestazione delle cose alle facoltà percettive umane, dall’àisthesis, e non può che essere così: è l’evidenza delle cose che mi dice la loro verità, a eccezione di cose che sono talmente distanti da non poterle direttamente percepire con i sensi, ma so che esistono, poiché chi me ne parla è degno di fede. Inoltre, per Aristotele, diversamente che per il suo maestro Platone, il quale diffidava dell’arte come copia di copia (della natura), anche l’arte -intendendosi qui le arti figurative, soprattutto- poteva manifestare una realtà vera, perché fondata sull’imitazione della natura stessa.

L’estetica è dunque la manifestazione dell’essere delle cose, assumendo però nel contempo anche un’accezione riguardante la loro armonia.

L’estetica è un sapere fondativo, come parte della scienza dell’essere, ma oggi viene generalmente considerata come un’attenzione mera alla bellezza esteriore -digitare sul web il termine per credere- estrinsecata nelle immagini proposte dalla rete, dove vi è un profluvio di belle giovani donne, di procedure di trucco del viso, di fitness, cioè di attività legate all’estetismo.

E ciò è fuorviante, poiché nel momento in cui questa accezione viene travolta dagli eventi normali della vita, come l’invecchiamento, la malattia, incidenti e infortuni, o altro di doloroso e spiacevole, che causano una modificazione del canone di bellezza acquisito e introiettato, ecco che va in crisi la stessa visione identitaria della persona, che non si riconosce più, o solo in parte, nella nuova immagine esteriore, che l’evento negativo ha causato.

Per questo è bene, è sano distinguere rigorosamente tra estetica ed estetismo, pena la confusione terminologica e logica tra concetti molto diversi e di differente pregnanza etica. Infatti, a mente fredda si sa che il corpo cambia in ragione di vari fattori ineludibili e, direbbe il solito maestro Spinoza, “necessari”, nel senso che non-cessano-di-essere, in quanto connaturali alle cose della vita umana e del mondo.

Anche se possiamo far risalire -come occidentali- alla civiltà egizia il culto estetico ed estetistico del corpo, con l’uso del trucco e la cura dei capelli, e alla cultura greco-latina l’uso della maschera teatrale, che modifica il pròsopon individuale, o l’identità, creando la persona, ovvero possiamo dire che solo nella contemporaneità, o forse in parte a far data dal suo inizio nel XVIII secolo, l’estetismo si è posto come una dimensione importantissima della vita della relazione umana.

E dunque oggi si pone con grande forza la questione del rapporto tra estetica e verità, tra modificazione artificiale e realtà sottesa, tra la pelle e il trucco, tra il colore dei capelli e la tinta, tra la struttura corporea atletica e giovanile e il cambiamento dovuto al tempo e alle vicende dell’esperienza del vissuto.

Dimenticare che l’estetica è la manifestazione dell’essere a qualsiasi età e in qualsiasi condizione si sia, ovvero scambiare la bellezza patinata delle riviste di moda e di fitness per manifestazione della verità estetica  è un errore gnoseologico e logico, e un non senso morale.

Ricordarlo è, invece, un segno di rispetto per ciò che si manifesta come vero, come reale-vero, e quindi degno di rispetto, cioè di essere guardato di fronte come buono e come bello: non è vero, infatti, che la bellezza si trova solo nella gioventù, poiché la bellezza è manifestazione di verità, la quale ci cerca, se la sappiamo trovare, ovvero si trova, se la sappiamo cercare, in ogni momento e condizione della nostra vita.

Lo sguardo profondo anche se talora malinconico di una persona anziana è esteticamente bello e importante come il corpo vigoroso di un atleta, del discobolo di Mirone, fai conto gentil lettore. E altrettanto vero, e dunque buono.

“La vita, amico, è l’arte dell’incontro…”

Così cantava, verso la fine degli anni ’60, ma come stesse parlando piano, con toni delicatissimi da bossa nova, Vinicius de Moraes, poeta brasiliano amico di Sergio Endrigo, con cui e con Giuseppe Ungaretti fece un disco dal titolo omonimo.

Un disco e un testo molto bello che introduce poeticamente il tema della relazione tra umani, e dunque l’incontro, la relazione, la costruzione della società…

Facciamo insieme una carrellata su un etimo fondamentale per la vita umana, quello di socio, società, sociale, socialismo, etc..

La societas (cioè la “società”) è una nozione-concetto che significa -fin dalle norme del Diritto Romano- contratto consensuale, un’obbligazione consensu contractae. La sua messa in funzione iniziò probabilmente con l’incremento dei traffici commerciali nel mar Mediterraneo da parte di Roma. Poteva essere bilaterale o plurilaterale in cui i contraenti, in base al principio della buona fede, si obbligavano a compiere una data attività o a conferire dei beni in comune per raggiungere un fine comune, dividendo in seguito guadagni e perdite.

Occorreva comunque un consenso durevole tra i soci, il conferimento di beni o il compimento di attività, uno scopo finale patrimoniale di interesse comune.

Se tutti i soci erano obbligati nel conferire beni o attività nella societas, contemporaneamente vi era anche l’obbligo degli stessi di ripartire guadagni e perdite derivanti dalla gestione della stessa. Fu pertanto fondamentale stabilire le quote di ogni singolo socio e se questo non fosse stato fatto si intendevano tutte uguali“. (dal web)

Vi era dunque la societas formata dai socii, dai soci. E la struttura diventava sociale, esprimendo quindi una socialità e un senso di coesione e di condivisione, quasi di con-vivenza. Infatti, anche oggi si dice che si sta in azienda più che in famiglia e l’azienda ha qualche analogia, oltre molte differenze, con la famiglia.

Il tema della socialità ha poi dettato immediatamente un altro tema o valore, quello della solidarietà, che è diventata virtù morale, fin dai tempi antichi, corroborata dall’antropologia cristiana, inizio e fomite di tutte le antropologie e di tutte le etiche umane successive, in Occidente, anche di quelle laiche, derivanti dalla temperie dell’Illuminismo, così come variamente declinato.

Da questo primo gruppo di termini, la storia e la politica hanno poi fatto derivare la nozione di socialismo, che è un amplissimo “luogo terminologico” significante scelte etiche, orientamenti politici, movimenti sociali, anche di carattere rivoluzionario, tesi a una trasformazione più o meno profonda della società nel senso innanzitutto di una tensione all’uguaglianza di tutte le persone o cittadini, sotto il profilo economico, giuridico e, appunto, sociale.

La visione socialista, soprattutto nella sua versione marx-engelsiana presuppone, però, anche una antropologia completamente rivisitata rispetto a quella precedente, che potremmo definire con un sintagma un poco azzardato illuministico-cristiana, consapevole degli irriducibili limiti psico-morali dell’uomo, peraltro confermati sostanzialmente dalle neuroscienze contemporanee.

Infatti, a differenza dei suoi predecessori del primo ‘800, denominati in genere socialisti utopisti, tra i quali possiamo ricordare Auguste Blanqui, Pierre-Joseph Proudhon, il conte di Saint-Simon e altri,  che non ritenevano possibile un egualitarismo perfetto tra tutti se non in una prospettiva che si può forse definire, nella temperie di quei decenni, quasi romantica, Karl Marx riteneva che la realizzazione di una società socialista e poi comunista avrebbe modificato l’uomo alle sue radici più profonde, antropologiche,  quasi ri-creandolo, facendolo meno egoista e più giusto, in una società di uguali. Si può dire che tale prospettiva aveva ed ha un che di messianico quasi si trattasse, e in qualche modo si può dire lo sia, di un’eresia cristiana.

Tutte queste dottrine e movimenti di matrice socialista tendevano comunque verso un certo superamento delle classi sociali e della proprietà privata, fino all’abolizione dello Stato stesso, come nella linea anarchico-rivoluzionaria (cf. M. Bakunin e P. Kropotkin) certamente con accenti e toni diversissimi tra la linea utopista e quella del socialismo “scientifico” di matrice marxiana.  La data discrimine tra le due linee teoriche e politiche si può ritenere il 1848, con la pubblicazione, da parte di Marx e Engels, del Manifesto del Partito Comunista.

In ogni caso i termini socialismo e comunismo non possono essere trattati, utilizzati e ritenuti come sinonimi, poiché il socialismo, nel tempo e soprattutto nelle sue più recenti declinazioni pratiche si è connotato sempre di più come socialdemocrazia, cioè un modello che accetta l’economia di mercato e la proprietà privata all’interno di istituzioni democratico-liberali. Il socialismo democratico, nelle sue varie versioni, latine, e anche italiane, e nordeuropee si colloca tra la prospettiva marxista e quella borghese-capitalista, cercando una via mediana nella prassi socio-politica.

In Italia questa linea si può far risalire soprattutto alla lezione di leader come Turati, Pietro Nenni e fino a Bettino Craxi.

Nelle fasi più dure della storia del Novecento, il conflitto tra prospettiva comunista, diventata oramai stalinista, e visione socialista, giunse al punto che i comunisti chiamarono i socialisti social-traditori e social-fascisti, per poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, dover ammettere che la prospettiva socialista era quella più razionale e plausibile, salvo ulteriori incomprensibili resipiscenze, come quelle italiane di questi anni e mesi.

La socialdemocrazia, corroborata peraltro dal pensiero cristianosociale, dalla metà del XX secolo ha costituito il nerbo del riformismo sociale, allargando la base del benessere delle persone con le politiche di welfare e di una migliore divisione delle risorse. Restano comunque problemi ciclopici, che non possono essere risolti con scorciatoie rivoluzionarie anche armate, come la storia degli ultimi quarant’anni ha mostrato.

Accanto a queste affascinanti storie di politica, e per tornare al nostro titolo, possiamo rinforzare queste riflessioni citando il pensiero di filosofi nostri contemporanei come Martin Buber ed Emanuel Lévinas, i quali declinarono le loro teorie guardando all’imprescindibile esigenza di considerare la vita delle persone singole, nelle varie società, come un continuo dialogo per la costruzione di una relazione, nel riconoscimento del pari valore di ogni soggetto umano. L’Iocome-Tu di Buber e il Volto dell’Altro di Lévinas, sono la simbolica immagine di quello che Vinicius de Moraes e Sergio Endrigo chiamarono la vita come “arte dell’incontro”.

Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

La bellezza del cielo

Il mio amico medico dottor Massimiliano mi racconta di aver visitato un centro per bambini ciechi e di aver condiviso con loro per un’ora e mezza il vedere… nulla, stando completamente al buio. Le luci erano spente e le imposte chiuse del tutto, per creare una condizione analoga a quella di chi non ci vede.

Nel buio la vita cambia, mi dice, anche sorseggiare una birra sembra diverso, le voci… sono diverse, gli spazi diventano incomprensibili per il vedente, mentre sono noti al cieco, che li padroneggia senza problemi. E dicendo queste parole mi fa ricordare un mio amico musicante straordinario, Armando, che ti parla sorridendo dal suo buio luminosissimo e ti riconosce dal passo: “Ah, sei tu, Renato… è qualche tempo che non ci vediamo” Appunto “che non ci vediamo“. Per Armando vedersi è sentirsi, annusarsi, toccarsi. Altri sensi funzionano, e molto meglio che in noi vedenti. Lui sente e odora ciò che noi vediamo, intuisce ciò che noi argomentiamo vedendo, sperimenta con gusto ciò che noi trascuriamo.

Un’ora e mezza al buio ma in mezzo a tanto fervore vitale. E all’uscita l’esclamazione gli prorompe dal fondo dell’anima: “Ma quanto è bello il cielo, che bello è camminare, che bello è parlare, che bello è annusare, che bello è fare silenzio guardando, che bello è contemplare.”  Un’esclamazione improvvisa e irresistibile, dal cuore, da un sentimento finora silenziato, da una sensibilità finalmente potenziata.

In verità di questi tempi strani e difficili è venuta meno la facoltà della contemplazione, non ci accorgiamo di tutta questa bellezza, passiamo oltre dandola per scontata

E invece nulla è scontato, perché tutto è dono, tutto è gratia gratis data, come l’anima nostra immortale, divina.

Incontrare il dolore, oppure la mancanza di qualcosa, il male-defectio boni, insegna la vita.

Stamattina, mentre arrivavo alla fabbrica eroica della Pedemontana, ecco la neve sul Ciaurlec, bianchissima, intonsa dagli ottocento metri in su, e sul Raut, sul Resettum asperrimo e sul Cornaget, remoto nella valle più ascosa. Il cielo di un’azzurrità infinita, come capita quando l’aria si fa fredda e l’inverno incombe.

Questo pomeriggio, andando io per l’ultimo impegno quotidiano, una lezione, il cielo osservavo plumbeo, quasi di neve, ma a occidente uno squarcio, quasi un trapezio irregolare, d’azzurro, ancora, permeato di venature color viola. E mi sono incantato, memore del detto della meraviglia. Eppure i colori sono l’inganno ottico della luce, che te li presenta in tutta l’indicibile varietà delle sfumature.

L’incanto, lo stupore, la meraviglia ti prendono se ti fai prendere, finalmente libero dagli affanni del fare, dell’essere-presente-sempre dove ci si aspetta tu lo sia, a dire, a rispondere, a operare per produrre beni o servizi, e denari e reddito, per te e per gli altri.

Non possiamo permetterci di evitare la nostra funzione operativa nel mondo, il nostro contributo economico alla civile convivenza, non possiamo.

Però possiamo ogni tanto fermarci, e sostare sul ciglio della strada a guardare l’infinito spazio che ci separa dalle stelle.

Non occorre essere un whistleblower per dire la verità…

anche se a  volte fa male, e può anche provocare disguidi o danni a chi la dice. Perfino la perdita del posto di lavoro, come è capitato a un gentiluomo nelle settimane scorse che denunziò le Ferrovie Nord per qualche malversazione interna a quell’azienda. Ora il legislatore ha promulgato una legge che sembra possa tutelare la persona onesta, che magari ha sgamato un imbroglione proprio sul posto di lavoro. Si tratta di morale naturale, direi, praticata con semplicità da chiunque, se provvisto/ a di principi etici, specie se introiettati da giovane, anzi da giovanissimo/ a.

La legge di cui si parla dovrebbe garantire anonimato e tutele per chi rivela atti e fatti scorretti o in violazione di norme e leggi. Esistono molte leggi, in America e anche qui da noi per proteggere i testimoni. In Italia, com’è ovvio, esiste il Codice Civile e quello Penale, e un corpus iuris di tutto rispetto, abbiamo la “legge Severino” dal 2012 per contrastare la corruzione, dal 2001 è in vigore il Decreto legislativo 231, quello dei Codici etici, di cui mi interesso da quasi un decennio, studiandolo e praticandolo in concreto come presidente di alcuni Organismi di vigilanza aziendali. Anch’io dunque sono stato e sono destinatario di segnalazioni e denunce, che tengo ben riservate nell’ambito del mio ufficio di presidenza. E agisco indagando o facendo miratamente indagare fino ad avere una ragionevole certezza di verità e poter così fornire indicazioni alle direzioni aziendali di riferimento.

Ma, vien da dire, l’uomo contemporaneo, a quasi quattromila anni dal Codice caldeo di re Hammurabi, a duemila e trecento dal primo corpus latino delle XII Tavole, e a millecinquecento dall’emanazione del Corpus iuris civilis  dell’imperatore Giustiniano, ha ancora bisogno di norme, di tutele, di regole scritte per potersi permettere di dire la verità di fatto, al fine di ottenere anche una verità di diritto, o processuale, se serve. Ecco: la verità di fatto è sempre e ancora, o può esserlo, diversa dalla verità di diritto, perché resta plausibile la condanna di un innocente, anche a morte dove vige questa orrenda pena, oppure l’assoluzione di un colpevole. L’imperfezione umana.

Che sia però necessario tutelare chi svela ipotesi serie di verità è quantomeno singolare. Testimoni della verità variamente declinati: trovo sul web Julian Assange accanto a Giacomo Matteotti, Serpico e Edward Snowden, e tanti altri che più o meno coraggiosamente hanno svelato atti e misfatti. C’è una certa differenza tra Assange e Matteotti, caro il mio lettore? Penso di sì.

E dunque  che dire? Che l’uomo creatura imperfetta, parente autoconsapevole dentro il regno animale, può fare e disfare la verità, come gli pare, essendo la verità una declinazione particolare della realtà, con la quale non coincide sempre, ovvero sì, ma non nella consapevolezza condivisa. La verità è realtà che si fa certezza per evidenza o per comunicazione di notizia attendibile. Questo è il punto: l’evidenza è al di sopra di ogni sospetto, è la prova provata, è l’habeas corpus sempre richiesto nei processi, ma la comunicazione di notizia non lo è, sempre e comunque, perché vi può essere la falsa testimonianza, e uno dei Dieci Comandamenti sinaitici (Esodo 20, 16), l’ottavo, la proibisce severamente, così come il Codice penale italiano tuttora in vigore dal 1930.

Si può pensare all’essere umano come a un essere completamente sincero? O, comunque, dire sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, formula da tutti conosciuta delle testimonianza processuali, è opportuno, giusto, saggio? Sapete che sarei per dire, no. A volte non è il caso in un determinata situazione, a volte non è opportuno per il momento dato, a volte detta lì per lì potrebbe fare danni peggiori che a tacerla… insomma la verità può fare anche molto male, ma resta insopprimibile, soprattutto da un punto di vista morale. Infatti non vi può essere un’etica della menzogna, se non come paradosso  teorico.

Oggi abbiamo bisogno di una legge sul whistleblowing, e va bene, ma forse è il caso di insistere sull’educazione a una moralità di comportamenti sempre più solidale, attenta all’altro, educativa, umana, senza illuderci di raggiungere la perfezione, che non è di questo mondo, ma lavorando per avvicinarci ad essa secondo i limiti umani. Sarebbe abbastanza per cominciare a sorridere, anche perché pare che nello slang popolare whistleblower abbia un significato quantomeno spiritoso.

Mezzi e fini, cause ed effetti, è plausibile un diagramma di Gantt nei due sensi?

David Hume riteneva che non si potessero necessariamente evincere gli effetti di un’azione dalle loro cause, ancorché evidenti, ma che si dovesse osservare il susseguirsi delle cause stesse, fino all’esito finale, semplicemente come atti susseguenti l’uno all’altro: e pertanto hoc post hoc, cioè questo-dopo-questo e non hoc propter hoc, cioè questo-a-causa-di-questo. E’ però difficile che il senso comune accetti questa impostazione intellettual-cognitiva, perché siamo abituati al flusso cause-effetti e mezzi-fini, là dove cause e mezzi sono gli strumenti logici, cronologici e operativi per avere effetti e raggiungere fini.

Il prima e il poi nel/ del corso del tempo sono percepiti come necessari e non interscambiabili, come insegnava Aristotele, per definire lo scorrere del flusso temporale.

Vi sono poi le dottrine classiche di causa ed effetto così come proposte dalla stessa linea filosofica aristotelica e, in definitiva, non smentita neppure dalla filosofia moderna, post-cartesiana/ galileiana. Abbiamo la vulgata riferibile alla scienza politica del Machiavelli, il quale non sostenne mai cinicamente che il fine giustificasse i mezzi, ma che i mezzi della politica a volte dovessero non tenere del tutto conto di una morale generale, ma piuttosto degli interessi concreti di una struttura politico-amministrativa, come quelle delle signorie e dei principati rinascimentali.

Infine, non possiamo trascurare l’importanza filosofico-morale del tema dei “fini”, o “scopi”, come si dice in organizzazione aziendale, che costituiscono in generale l’obiettivo di ogni agire razionale umano, come raggiungimento di uno sviluppo ulteriore e il conseguimento di benefici maggiori per i singoli e per le comunità organizzate, sapendo comunque che vi possono essere anche fini mali, o distruttivi nelle menti e nelle intenzioni di persone altrettanto male e distruttive.

Vediamo che cosa si dice nella contemporaneità in tema, quando la complessità organizzativa e le interconnessioni tra innumerevoli enti, agenti e strutture operative sta raggiungendo un acme mai visto nella storia umana, e soprattutto negli ambiti dell’economia e della società civile, in presenza di una globalizzazione irresistibile e molto disordinata.

Le scienze organizzative hanno predisposto, specialmente a partire dal secolo scorso, degli strumenti operativi razionali che fondano questi principi generali. Tra questi, il diagramma di Gantt è uno strumento di supporto alla gestione dei progetti, così chiamato in ricordo dell’ingegnere statunitense Henry Laurence Gantt (1861-1919), che si occupava di scienze sociali e che lo ideò nel 1917.

Il diagramma di Gantt usato principalmente nelle attività di project management, è costruito partendo da un asse orizzontale – a rappresentazione dell’arco temporale totale del progetto, suddiviso in fasi incrementali (ad esempio, giorni, settimane, mesi) – e da un asse verticale – a rappresentazione delle mansioni o attività che costituiscono il progetto.

Delle barre orizzontali di lunghezza variabile rappresentano le sequenze, la durata e l’arco temporale di ogni singola attività del progetto (l’insieme di tutte le attività del progetto ne costituisce la work breakdown structure). Queste barre possono sovrapporsi durante il medesimo arco temporale ad indicare la possibilità dello svolgimento in parallelo di alcune delle attività. Man mano che il progetto progredisce, delle barre secondarie, delle frecce o delle barre colorate possono essere aggiunte al diagramma, per indicare le attività sottostanti completate o una porzione completata di queste. Una linea verticale è utilizzata per indicare la data di riferimento.

Un diagramma di Gantt permette dunque la rappresentazione grafica di un calendario di attività, utile al fine di pianificare, coordinare e tracciare specifiche attività in un progetto dando una chiara illustrazione dello stato d’avanzamento del progetto rappresentato; di contro, uno degli aspetti non tenuti in considerazione in questo tipo di diagrammazione è l’interdipendenza delle attività, caratteristica invece della programmazione reticolare, cioè del diagramma PERT (Program Evaluation and Review Technique), o stima a tre valori, realistico, ottimistico e pessimistico sui tempi di realizzazione del progetto. Ad ogni attività possono essere in generale associati una serie di attributi: durata (o data di inizio e fine), predecessori, risorsa, costo.” (dal web)

Bene, ma forse si può anche impostare le cose, almeno a livello mentale, anche diversamente, e mi spiego. Il flusso previsto dal Gantt è logico, crono-logico, razionale, e anche economico, perché  cerca di evitare tempi morti, fraintendimenti e costi aggiuntivi, ma vive e si sviluppa in un progresso lineare, che può anche incappare in difficoltà non banali, in rallentamenti e anche nel rischio dell’insuccesso.

C’è una possibilità di superare questi rischi? In assoluto no, ma forse, provando a passare dallo schema logico classico, che supporta il diagramma stesso e che è costituito da un cronoprogramma lineare, a uno schema intuitivo, eidetico, e anche induttivo, capace di cogliere il concreto degli effetti da cui poi dedurre cause e mezzi, come mi suggerisce il mio amico medico dottor Mansutti, e che io ho spesso tradotto nello schema dei “due sguardi”, qualcosa di diverso si può fare. Mansutti dice che se noi buttiamo il nostro sguardo al risultato già conseguito, all’effetto atteso, molto probabilmente siamo già lì, perché i vari passaggi logici, cronologici e operativi sono stati già percorsi; io, peraltro, con lo schema dei due sguardi invito a tenere d’occhio l’oggi e tuttalpiù l’immediato domani e un periodo breve-medio, in modo di evitare la dispersione di energie per progetti di troppo lungo periodo, che potrebbero annacquare e confondere l’impegno profuso. Agostinianamente occorre innanzitutto stare nel presente, come unico tempo vero, per poi volgere lo sguardo al futuro come progetto.

Ci sta, caro lettore? A me pare che una visione del diagramma di Gantt nei due sensi possa avere una certa plausibilità, se non perfettamente razionale, certamente ragionevole (tra razionale e ragionevole c’è una certa differenza), perché non tutto dell’agire umano, anzi forse molto poco, è “matematizzabile”: basti pensare alla correlazione mente-corpo, psiche-salute, laddove si realizza quotidianamente un circolo virtuoso o vizioso, a seconda se si riesce o meno ad armonizzare le due dimensioni nella unica vera vera che è la nostra struttura antropologica, composta ma unitaria.

Corpo e anima uniti e unificati nella persona, come insegna la sana dottrina aristotelico-tommasiana e che nessun clinico contemporaneo ha smentito.

La ricerca della Libertà

A Mestre facciamo i seminari bimestrali di Phronesis del Nordest. Stamane, penultima domenica novembrina ho trattato, per i colleghi filosofi e per i giovani in formazione il tema de La liberta di scelta, ovvero Libertà è fare ciò che si vuole o Volere ciò che si fa? Ovvero, ancora, Topologia e Dimensioni della liberta. Tema arduo e controverso da qualche migliaio di anni.

In treno ho pensato al tema da svolgere e proporre e il seminario non è stato male, tra diverse opinioni. Non una lectio magistralis, ma una lectio rationalis, uno scambio teorico-pratico su una dimensione/ valore fondamentale della vita umana.

E’ bello vedere cortili e case tagliate dalla corsa del treno, campagne del tardo autunno piene di colori, campanili all’orizzonte e l’autostrada in lontananza che conduce via a est e a ovest, stoppie gialle e vigne promettenti, la terra in attesa dell’inverno, piccole stazioni, immensi cieli e i ragazzi, colleghi e più giovani che mi aspettano con amicizia.

Bella la loro accoglienza. Il presidente Phronesis nordestino prof Ubizzo che mi dice “ma cosa fai qui“, e io gli rispondo “sto abbastanza bene e poi avevo preso un impegno con… noi“. E sorride. E il caro amico Francesco, che insegna a Jena. A Jena, da Hegel! Rispettosamente attenti alla mia lezione seminariale sulla libertà (che trovate, oh miei cari lettori, in PP più indietro nel blog, se volete). Due ore di dialogo intenso, niente prosopopee autorali o citazionistiche, ma letteratura comunemente condivisa tra addetti ai lavori, ed esperienze individuali da proporre, sull’esercizio della libertà.

Ragionare insieme per cercare di capire, o almeno di comprendere come la libertà si coniughi al bene, alla responsabilità, alla convivenza tra uguali, ma possa anche coniugarsi con il male, con la malvagità, con l’odio e con la violenza. E discutere su che fare per darle valore.

Cito un libro di poesie friulane dell’emigrante scrittore Leonardo Zannier “Libers di scugni là“, cioè “Liberi di dover andare“, kantianamente, ossimoro tremendo ma non disperato, mai, come quando mio padre partiva per le Germanie (si diceva così, al plurale, negli anni ’60) alla fine febbraio o agli inizi di marzo per le cave di pietra dell’Assia, pietra che serviva alle dighe olandesi dei pölder, per fermare il mare e recuperare terre coltivabili.

La libertà è nozione policroma, polisemica, analoga, ché si può dire in molti modi, aristotelicamente è un pollakòs legòmenon (traslitterando). Ed è anche per questo che è concepita diversamente dalle persone, dai popoli, dalle varie culture. A volte la vulgata della libertà recita un “fare ciò che si vuole“, ma una dizione più saggia potrebbe recitare, come insegna Tommaso d’Aquino, così “volere ciò che si fa“, dove la volontà agisce illuminata dalla ragione raziocinante, non l’incontrario.

Vi è poi la lezione gramsciana che parla di un ottimismo della volontà per irrobustire le scelte libere della ragione. Oppure possiamo ricordare Pascal che parla di ragioni del cuore a sostenere una volontà capace di agire non solo per ragioni intellettualistiche, ma anche per ragioni emotive. Intelligenza emotiva, che dà libertà, intuizione eidetica (Platone) che richiama e reclama libertà.

Spinoza, come gli Stoici antichi, non ci crede molto e neppure Lutero, ma Erasmo sì, e anche io, abbastanza, altrimenti, che cosa si farebbe di quattromila anni di diritto penale, dal Codice di Hammurabi in poi, se tutti fossimo determinati a essere quello che siamo, magari dei criminali come Riina o uno dei tanti serial killer delle cronache nere, anche italiane. In proposito, Donato Bilancia, sedici omicidi, ha ottenuto il primo permesso di uscita dopo circa vent’anni di carcere. Per contro, un ergastolano che io conosco, è dentro da trentaquattro anni e non ha ucciso nessuno.

Il libero arbitrio secondo sant’Agostino è temprato alla luce della grazia paolina e della scrittura e della fede, come nel gran monaco agostiniano di Erfurt, che di questi tempi cinquecent’anni fa si scagliava a Wittenberg contro le simoniache compravendite di indulgenze della curia romana.

E la libertà di guidare l’auto delle donne saudite, o di uscire senza essere accompagnate da un maschio di famiglia, dove la mettiamo? Per noi è una libertà scontatissima, per loro ancora no. Quindi la libertà si coniuga anche diacronicamente nei luoghi diversi del mondo e nei vari momenti della storia. In Italia ebbero diritto di voto solo nel 1946 le donne, l’altrieri!

Insomma un tema immenso, su cui riflettere senza tema di perdere il tempo che la ricerca della libertà richiede.

E allora siamo, per la libertà,… cavalli in corsa all’orizzonte, come i nostri sogni irraggiungibili (S. Endrigo)?

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