Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: consulenza filosofica (page 1 of 29)

Vergogna e pentimento

La spudoratezza e la proterva arroganza di comportamenti assai diffusi sembrano avere relegato in un canto buio e desolato sentimenti come la vergogna e il pentimento. Si assiste quotidianamente allo sbandieramento della libertà di dire e fare qualunque cosa, anche se patentemente menzognera e falsa: vi é il politico locale che, quasi vindice di diritti popolari conculcati, assurge a redentore della politica dalle incursioni degli “imperiali” romani, forse pensando che nessuno ricordi suoi comportamenti analoghi, anzi identici, perpetrati dallo stesso verso i vassalli.

Un altro politico, più altolocato, bercia i suoi sentimenti libertari dopo avere operato quanto sopra detto nei confronti del primo. C’è chi sbandiera, senza vergognarsi, la propria intransigenza morale, ma, già venduto al miglior offerente e, negatore dell’evidenza, persiste a dire che nulla e nessuno lo piegherà al volere altrui. Altri ancora, personaggi pubblici, non esitano ad esibire come una bandiera di gloria le trasgressioni a tutto, fregandosene di tutti, in nome della affermazione di un sé debordante e vanaglorioso: in questo novero troviamo politici, giudici, attori e attrici, giornalisti, scrittori e “sé-putanti” poeti, sportivi, stilisti, “maestri di pensiero”, lacchè, sindacalisti, padroni, medici, portaborse, mercanti e perfino preti. E tanti altri. C’è chi senza valutare bene ribalta la vita propria e quella altrui, urlando il proprio buon diritto a farlo, senza curarsi molto degli sconvolgimenti provocati.

C’è una specie di “superomismo” mal digerito in questi comportamenti, che nulla ha a che vedere con Nietzsche, una sottovalutazione del mondo e degli altri, gravissima, e una sopravvalutazione di sé, penosa, devastante. C’è come un senso prometeico di volontà di potenza in sedicesimi, avulso da una valutazione ragionevole della realtà. In questi casi, specie dove non c’è il calcolo freddo e anche omicida dell’uomo di potere, vi é quantomeno un allontanamento grave dalla nozione di realtà.

Questo principio, che si situa fra i primi assiomi indimostrabili del vero, comincia a sfuocarsi, perdendosi nelle nebbie vaganti del presso a poco, e rendendo così vano l’esercizio riflessivo, perché mancante di fondazioni plausibili. In sostanza, chi urla il proprio potere di fare ogni cosa, non si vergogna, né si pente. Pervicacemente sta nel castello di menzogne che si é costruito, orgoglioso, sogghignante, come inaccessibile. Ma lì comincia il suo calvario. Sorge lentamente una specie di vaga nozione di spaesamento, di straniamento, che progressivamente diviene più nitida e si trasforma in una forte impressione di fallimento.

Inizia un combattimento psicologico e spirituale i cui esiti sono fortemente incerti. Si scontrano due sé, armati di tutto punto: il primo che tenta di darsi di nuovo le ragioni delle scelte fatte, di giustificarle e fornire loro una specie di dignità ontologica, quasi fossero l’interpretazione vera del vissuto e di un futuro ragionevole; il secondo che pone dei dubbi, sempre più stringenti, sempre più dolorosi, sempre più fermi e decisi. La battaglia é lunga, incerta, silenziosa e ignota agli altri, che tutt’al più intravedono nella persona un oscuramento dei tratti, delle ombre che scompaiono presto, una incostanza d’umore, forse, in qualche caso, dei fiotti di sofferenza.

La mente, infine, é stanca per la fatica di dimostrare ciò che non sta in piedi: la dissociazione cognitiva e valutativa precede addirittura la frustrazione prima e il successivo senso di colpa. La ragione non vive in salute e la volontà é fiacca. E’ quello il momento nel quale occorre fare il massimo sforzo,  e spesso c’è bisogno di aiuto [e anche di preghiera]. Vergognarsi e pentirsi, a quel punto, é come un lavacro salutare. E chiedere perdono, chiedere in dono il per-dono non é umiliazione, ma dichiarazione di un’umanità dolente e vera. Chi può negare il perdono a chi si vergogna e si pente?

Il “Valore” e la sua fondazione razionale

La nozione di valore nel pensiero classico, mentre in Platone si concentra sulla nozione di bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò che vale per se stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente nella scienza economica classico-moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx. Il termine  greco è [trasl.] àxia, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate.

Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, che sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili.[2] Lasciamo stare ulteriori approfondimenti concernenti gli sviluppi successivi apportati da Ricardo[3] e da Marx,[4] e fermiamoci qui.

Tommaso d’Aquino recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente, che è l’uomo. Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva considerato come valore primario la purezza della legge morale “a priori”,  autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo[7]: infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie tardo-positivista di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio [o meglio del Dio] che è morto”.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’esserein-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essereper-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura, e dunque anche nella natura umana, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare, non per la sua profondità di pensiero, ma per la capacità comunicativa il sociologo Francesco Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti  e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio, se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14]

Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore. Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una  manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello-in-sé, dai beni diversi al bene-in-sé, dalle azioni giuste alla giustizia-in-sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario.[16]

E’ però qui utile svolgere anche una breve digressione sui pensatori che non hanno condiviso questa linea teorico-pratica, a partire da Kant.  Il filosofo di Königsberg, fedele alla sua gnoseologia della prima Critica,[17] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[18] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[19] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber, con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[20]

L’esperienza del valore, infine, pur essendo anche di carattere emozionale ed affettivo, è soprattutto il risultato di un approfondimento razionale, tale da riconoscere l’evidenza, l’oggettività, la  forza cogente, come di una rappresentazione di un precetto indefettibile e imprescrivibile: non uccidere, non rubare, aiuta il tuo simile, etc..


[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: 1817 – 1881, 1838 – 1917, 1859 – 1932.

[6] HARTMANN N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cf. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cf. HEIDEGGER M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cf. sul concetto di natura M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, cit., Bologna 2004.

[11] Cf. ALBERONI F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cf. dizione tommasiana circa l’uomo: “[…] persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura”, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, Summa Theologiae, q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cf. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cf. MONDIN B., Il valore uomo, Roma 1983.

[15] Cf. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] Il termine “necessario” è da intendersi nell’accezione primaria, etimologicamente fondata, di “ciò-che-non-cessa” [nec-cessat], l’imperituro.

[17] La Critica della Ragione pura.

[18] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum,  non scioglibile, non modificabile.

[19] Cf. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi O.P., in Dialettica della Rivelazione, “[…] La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[20] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere [l’embrione], e al suo declinare

[eutanasia]

.

Le “tre forme di riconciliazione”

Non tanto papa Giovanni Paolo II, quanto il filosofo Karol Wojtyla, studioso di Edmund Husserl, Edith Stein e Tommaso d’Aquino, in una memorabile giornata strasburghese nel 1988, ospite del Parlamento d’Europa, ebbe a richiamare l’esigenza di tre tipi di riconciliazione umana, al fine di recuperare una visione improntata a un umanesimo nuovo che il “Secolo breve”, il XX, mostrava di avere perduto, con i suoi eccidi, le sue guerre, i suoi deliri di onnipotenza, il crescere di molti tipi di egoismo individuale e collettivo.

Quella giornata fu ricordata forse più per la contestazione che gli rivolse violentemente il deputato fascistoide inglese Jan Paisley, che gli urlò in faccia “anticristo!” Ma, se vogliamo ricordare le cose per il loro valore, propongo questa memoria, forse sfuocata nella mente dei più.

Il grande Polacco elencò tre tipi di riconciliazione, richiamando il nome di uno dei sette sacramenti cattolici, ma utilizzandolo in modo laicissimo.

Più avanti fornirò al mio lettore qualche nozione sul sacramento, ma ora mi interessa sviluppare i tre concetti, diversi, ma necessariamente da integrare, pena la zoppìa dell’insieme.

RICONCILIAZIONE CON GLI ALTRI

Se vi è la necessità di riconciliarsi con un altro significa che c’è stato un contrasto, un litigio, un conflitto, perfino una… guerra.

La storia è piena di riconciliazioni, di armistizi, di trattati di pace, spesso talmente mal concepiti e mal scritti, come quello di Versailles nel 1920, che creò le condizioni per la Guerra mondiale del ’39-’45, ancora più devastante di quella appena conclusa. Se si osserva bene, vi sono sempre occasioni che possono generare conflitti fra popoli e nazioni, soprattutto di interesse, come mostrano con indiscutibile chiarezza le guerre “petrolifere” degli ultimi decenni.

A livello interpersonale, nelle relazioni inter-umane, la conflittualità è un fenomeno quotidiano, si può dire, poiché le relazioni stesse sono uno dei fenomeni più complessi che troviamo in natura.

Lo sono in quanto ciò che la natura umana presenta nel vivere è poi inevitabilmente immerso nella cultura, l’altro fondamentale elemento che costituisce la vita degli umani. Per “cultura” come concetto qui propongo non solo e non essenzialmente ciò che si intende comunemente, che è costituito da conoscenze e saperi, ma da ciò che rende le persone quello che sono, in ragione della loro età, di dove sono cresciuti e vivono (ambiente), e di ciò che hanno imparato nel processo educativo.

Tutto ciò accade nella normale quotidianità, figuriamoci quando intervengono ragioni ed elementi di contrasto, conflitto o litigio. Siccome le nostre società sono organizzate in gruppi, squadre, équipes, team, e, se non vogliamo distruggere ciò che è stato costruito, siamo “obbligati” a trovare una strada di accordo, anche rinunziando a qualcosa di nostro, che all’inizio del contrasto magari potremmo avere considerato irrinunziabile.

La scienza della negoziazione ci insegna che, dopo un contrasto e il dialogo concordato per superarlo, bisogna accettare di alzarsi dal tavolo – sempre – un po’ scontenti, perché si è dovuto cedere qualcosa per il FINE, che solitamente è il BENE MAGGIORE, costituito dal conseguimento dell’ACCORDO.

RICONCILIAZIONE CON LA NATURA

Da quando l’uomo ha iniziato, qualche migliaio di anni fa ad utilizzare fino a sfruttare, talora brutalmente, i beni della natura, ha certamente migliorato il livello qualitativo della propria vita. Basti pensare all’uso del legno, della pietra, dei metalli, e poi del carbone e infine del petrolio e dei gas naturali.

Ora, però, l’utilizzo delle ultime tre fonti energetiche sta provocando effetti molto evidenti e gravi sull’equilibrio climatico della Terra, che non è più ragionevole ignorare. Da decenni questi effetti sono conosciuti e sono stati segnalati, fino a che oggi molti stanno portando il problema nelle piazze con modalità sempre più drammatizzanti, come in particolare stanno facendo i giovani, che – di fatto – “erediteranno” la terra (cf. Matteo 5, 1ss – Il Discorso della montagna, le Beatitudini).

Anche se nel post precedente ho criticato la svedesina che si pone come mentore di questa lotta tra i giovani, ciò non significa che tale lotta sia, non solo legittima, ma necessaria e tempestiva. In ritardo sono i decisori, della politica e dei sistemi di produzione, in tutto il mondo, ma specialmente nelle grandi nazioni di più recente sviluppo, come Cina, India, Brasile, Africa e Russia, ma anche gli Stati Uniti e altri paesi di tutte le latitudini.

Riconciliarsi con la natura è allora necessario, indifferibile, drammaticamente obbligatorio.

RICONCILIAZIONE CON SE STESSI

La depressione è il grande male di questi anni. Fino a qualche decennio fa lo si chiamava esaurimento nervoso, e talvolta veniva curato con metodi violenti come l’elettroshock, terribile strumento irrispettoso della persona malata. Pionieri come Franco Basaglia ci hanno spiegato che la strada da percorrere per curare questi disagi, che occupano un’amplissima area psichica, dalla nevrosi alle più gravi psicosi, è un’altra. Ora vi sono molti farmaci, di cui spesso si abusa, anche con l’aiuto di medici psichiatri a volte poco inclini alla parola scambiata con il paziente. La depressione è il grande male della modernità, che fa implodere la persona, ponendola in conflitto con se stessa.

Essa è generata da mille fattori, dagli stili di vita, dai problemi individuali, familiari e sociali, che questi stili contribuiscono a generare. La depressione è effetto di un conflitto interiore ma, a sua volta, è sintomo di un disagio più generale, che deve essere affrontato tenendo conto di questo.

Il modello sociale prevalente negli ultimi decenni ha posto come obiettivo generale e individuale quello di avere successo, a tutti i costi, in ogni frangente, nonostante tutto, anche calpestando gli altri. L’obiettivo del successo diventa meta e fine esistenziale per cui, chi non riesce a perseguirlo entra in crisi, sentendosi inadeguato, o come si dice oggi, abbassando la propria autostima, e così imboccando la strada della depressione. Ho già scritto sopra che spesso il primo interlocutore cui ricorre la persona con questo disagio o la sua famiglia, è lo psichiatra, che è un medico. Negli ultimi decenni, nei curricula studiorum delle facoltà mediche non si è più di tanto curato il tema della cura (terapìa dell’UNO costituito da corpo e psiche-anima) globale dell’essere umano disagiato, ma, sull’onda di un positivismo meccanicistico che ha travalicato i decenni della sua nascita ottocentesca, esso è arrivato fino ai nostri anni.

Certamente la psicologia clinica, intervenuta da un secolo, più o meno, ha spostato l’attenzione della cura alla psiche e ha reso più “dolce” la cura del disagio interiore. Tale scienza, però, è progressivamente diventata un crogiuolo di scienze non sempre armonicamente coese, con derive talora pericolose come nel caso della Programmazione Neuro-linguistica, vero programma di condizionamento della psiche, prevalentemente a fini di marketing commerciale, e con il progressivo prevalere dei saperi psicometrici su quelli più propriamente psico-antropologici. Essere vincenti è diventato lo slogan di riferimento, psicologicamente e moralmente dannosissimo, anche se ciò non significa che ognuno non debba realizzare i propri talenti, anzi!

Anche la via psicoanalitica non sempre ha generato percorsi positivi, se talvolta non riesce a “liberare” l’ospite-paziente dalla necessità di frequentare il “dottore”, pena il ricadere nel vecchio “vizio” della depressione, che un tempo dalla dottrina cristiana era considerata, in certe sue declinazioni, come un grave vizio o peccato, l’accidia. A mio parere, si potrebbe recuperare la nozione di questo vizio, per non cadere nella rassegnazione della malattia.

Questi cenni critici non vogliono in alcun modo criticare in modo denigratorio medicina psichiatrica e psicologia clinica, ma segnalano un’esigenza, quella di recuperare, proprio per “fare meglio” le professioni del medico e dello psicologo, un’antropologia globale, filosofica, dell’uomo. Il fatto che nelle facoltà mediche, e anche a psicologia, si siano quasi del tutto abbandonati gli studi filosofici, salvo qualche corso di etica della vita umana, è grave. Molto grave, perché tale carenza impedisce una visione d’insieme dell’uomo e della sua infinita complessità, che solo un’impostazione filosofica globale può tentare di dare.

Anche il Nobel al professor Parisi, pur se riconosciuto per studi di fisica teorica, ci dice che, studiando l’uomo, dobbiamo vederne la complessità, analoga a quello delle particelle elementari, del volo degli storni, e degli oggetti cosmici.

In altre parole, siccome l’uomo non è solo una bio-macchina, bisogna studiarlo in tutti i suoi aspetti, che sono fisici, psichici e spirituali. Ebbene sì. a mio parere dobbiamo forse riconoscere che aveva ragione san Paolo con la sua tripartizione antropologica in tre componenti: corpo, anima e spirito, cioè sòma, psyché e pnèuma. Opinione mia personale, che qualche pensatore non credente potrebbe non accettare. La filosofia, però, è una criteriologia e una metodologia che nulla trascura dell’uomo, che è fatto di una genetica, di un ambiente vissuto e di una educazione ricevuta o ricercata.

L’uomo non è meramente complicato come lo è una macchina, là dove le interconnessioni tra componenti sono tutte descrivibili, conoscibili e trasmissibili, ma è complesso (cum-plexum), cioè composto da innumerevoli componenti connesse tra loro in modo non mai del tutto descrivibile e prevedibile (cf. I. Prygogine in A.F. De Toni, Prede o Ragni). L’esempio più illuminante della complessità del vivente umano è il cervello, o encefalo (dal greco en-kefalè, cioè dentro-la-testa), la cui struttura è composta da miliardi di neuroni e di un numero imprecisabile e continuamente evolutivo ed evolventesi di collegamenti sinaptici.

Se le neuroscienze hanno compreso abbastanza bene come funziona questo organo, capendo le funzioni principali delle sue varie parti, sfugge ancora, indefinitamente, la comprensione di ciò-che-costituisce-la-coscienza, tema condiviso con la filosofia, la teologia e tutti i saperi che hanno a che fare con ciò che si chiama “spirituale”. L’impostazione “materialista” indica nelle attività bio-elettriche e chimiche la ragione della coscienza, collocando anche il libero arbitrio (cf. Libet) entro queste dinamiche, per cui, come estrema conseguenza, se questo fosse del tutto vero, l’uomo non sarebbe mai responsabile delle proprie azioni, anche le più efferate (cf. trama e conseguenze etiche proposte nei film Minority report e Interception). Se così fosse, il Diritto civile e penale di 4000 anni andrebbe a farsi benedire.

Tale impostazione conoscitiva pone problemi insormontabili, che non possono che essere affrontati allargando lo sguardo a dimensioni non del tutto misurabili con gli strumenti elettronico-informatici che si stanno approntando anche con le ricerche sull’intelligenza artificiale. Film e libri innumerevoli di registi e scrittori si occupano di questi temi. Che restano essenzialmente filosofici!

Ciò, dunque, impone un metodica conoscitiva che non può basarsi solo sulla spiegazione, criterio plausibile in ambito scientifico-deduttivo, ma deve ricorrere anche all’interpretazione, vale a dire una modalità conoscitiva confrontabile con i dati statistici delle scienze che storicamente se ne occupano, dalla biologia, alla medicina, alla psicologia, alla storia umana, all’antropologia culturale, alle religioni e alla sociologia dei popoli.

La filosofia è allora il “luogo”, cioè l’habitat conoscitivo primario e inevitabile che può aiutarci, prima con le sue teoresi generali sulla conoscenza dell’uomo e della natura, e sul sapere etico come sapere plausibile sulle scelte “libere” (nei limiti della libertà responsabile) per il bene o per il male, e poi anche nella sua declinazione pratica, cui mi sto dedicando da quasi tre lustri, in mezzo ad autorevoli colleghi che la praticano invece da tre decenni, recuperando lezioni antiche e immortali, quelle dei sapienti greco-latini e del cristianesimo antico, senza trascurare le varie e profonde dottrine sapienziali e antropologiche dell’Oriente. Cito in proposito Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica, che attualmente presiedo, perché è un “luogo” nel quale queste ricerche avvengono, procedono, si misurano nel confronto e nel dialogo interno ed esterno, con fiducia e umiltà.

LA RICONCILIAZIONE COME “SACRAMENTO” CRISTIANO CATTOLICO

Dopo le riflessioni finora svolte, qui mi pare opportuno proporre anche qualche cenno sulla “Riconciliazione” nella storia del cristianesimo, che si declinò nel tempo, proponendosi con nomi vari, e fu “somministrata” in diverse modalità, sia pubbliche, sia private. Si chiamò, nel tempo, confessione dei peccati pubblica e privata, penitenza, e infine riconciliazione.

Per precisione e umiltà riporto il testo del Catechismo della Chiesa cattolica.

ARTICOLO 4 
IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
1422 « Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera ».3 I. Come viene chiamato questo sacramento? 1423 È chiamato sacramento della Conversione poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione,4 il cammino di ritorno al Padre5 da cui ci si è allontanati con il peccato. È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore. 1424 È chiamato sacramento della Confessione poiché l’accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso profondo esso è anche una « confessione », riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l’uomo peccatore. È chiamato sacramento del Perdono poiché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente « il perdono e la pace ».6 È chiamato sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore l’amore di Dio che riconcilia: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20). Colui che vive dell’amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all’invito del Signore: « Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello » (Mt 5,24). II. Perché un sacramento della Riconciliazione dopo il Battesimo? 1425 « Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio! » (1 Cor 6,11). Bisogna rendersi conto della grandezza del dono di Dio, che ci è fatto nei sacramenti dell’iniziazione cristiana, per capire fino a che punto il peccato è cosa non ammessa per colui che si è rivestito di Cristo.7 L’apostolo san Giovanni però afferma anche: « Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi » (1 Gv 1,8). E il Signore stesso ci ha insegnato a pregare: « Perdonaci i nostri peccati » (Lc 11,4), legando il mutuo perdono delle nostre offese al perdono che Dio accorderà alle nostre colpe. 1426 La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo, il dono dello Spirito Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo ricevuti in nutrimento, ci hanno resi « santi e immacolati al suo cospetto » (Ef 1,4), come la Chiesa stessa, Sposa di Cristo, è « santa e immacolata » (Ef 5,27) davanti a lui. Tuttavia, la vita nuova ricevuta nell’iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo.8 Si tratta del combattimento della conversione in vista della santità e della vita eterna alla quale il Signore non cessa di chiamarci.9 III. La conversione dei battezzati 1427 Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo10 che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova. 1428 Ora, l’appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che « comprende nel suo seno i peccatori » e che, « santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ».11 Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. È il dinamismo del « cuore contrito »12 attirato e mosso dalla grazia13 a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.14 1429 Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice rinnegamento del suo Maestro. Lo sguardo d’infinita misericordia di Gesù provoca le lacrime del pentimento15 e, dopo la risurrezione del Signore, la triplice confessione del suo amore per lui.16 La seconda conversione ha pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell’appello del Signore ad un’intera Chiesa: « Ravvediti! » (Ap 2,5.16). A proposito delle due conversioni sant’Ambrogio dice: « La Chiesa ha l’acqua e le lacrime: l’acqua del Battesimo, le lacrime della Penitenza ».17 IV. La penitenza interiore 1430 Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, « il sacco e la cenere », i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.18 1431 La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione del cuore] ».19 1432 Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all’uomo un cuore nuovo.20 La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: « Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati.21 « Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione ».22 1433 Dopo la pasqua, è lo Spirito Santo che convince il mondo quanto al peccato,23 cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è Consolatore24 che dona al cuore dell’uomo la grazia del pentimento e della conversione.25 V. Le molteplici forme della penitenza nella vita cristiana 1434 La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiunola preghiera, l’elemosina,26 che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo,27 l’intercessione dei santi e la pratica della carità che « copre una moltitudine di peccati » (1 Pt 4,8). 1435 La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto,28 attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, l’accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia. Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza.29 1436 Eucaristia e Penitenza. La conversione e la penitenza quotidiane trovano la loro sorgente e il loro alimento nell’Eucaristia, poiché in essa è reso presente il sacrificio di Cristo che ci ha riconciliati con Dio; per suo mezzo vengono nutriti e fortificati coloro che vivono della vita di Cristo; essa « è come l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe di ogni giorno e preservati dai peccati mortali ».30 1437 La lettura della Sacra Scrittura, la preghiera della liturgia delle Ore e del « Padre nostro », ogni atto sincero di culto o di pietà ravviva in noi lo spirito di conversione e di penitenza e contribuisce al perdono dei nostri peccati. 1438 I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell’anno liturgico (il tempo della Quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa.31 Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie). 1439 Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola detta « del figlio prodigo » il cui centro è « il padre misericordioso »:32 il fascino di una libertà illusoria, l’abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l’umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l’accoglienza generosa da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di conversione. L’abito bello, l’anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell’uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza. VI. Il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione 1440 Il peccato è anzitutto offesa a Dio, rottura della comunione con lui. Nello stesso tempo esso attenta alla comunione con la Chiesa. Per questo motivo la conversione arreca ad un tempo il perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa, ciò che il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione esprime e realizza liturgicamente.33 Dio solo perdona il peccato 1441 Dio solo perdona i peccati.34 Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli dice di se stesso: « Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati » (Mc 2,10) ed esercita questo potere divino: « Ti sono rimessi i tuoi peccati! » (Mc 2,5).35 Ancor di più: in virtù della sua autorità divina dona tale potere agli uomini36 affinché lo esercitino nel suo nome. 1442 Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue. Ha tuttavia affidato l’esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico. A questo è affidato il « ministero della riconciliazione » (2 Cor 5,18). L’Apostolo è inviato « nel nome di Cristo », ed è Dio stesso che, per mezzo di lui, esorta e supplica: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20). Riconciliazione con la Chiesa 1443 Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto perdonato i peccati; ha pure manifestato l’effetto di questo perdono: egli ha reintegrato i peccatori perdonati nella comunità del popolo di Dio, dalla quale il peccato li aveva allontanati o persino esclusi. Un segno chiaro di ciò è il fatto che Gesù ammette i peccatori alla sua tavola; più ancora, egli stesso siede alla loro mensa, gesto che esprime in modo sconvolgente il perdono di Dio37 e, nello stesso tempo, il ritorno in seno al popolo di Dio.38 1444 Rendendo gli Apostoli partecipi del suo proprio potere di perdonare i peccati, il Signore dà loro anche l’autorità di riconciliare i peccatori con la Chiesa. Tale dimensione ecclesiale del loro ministero trova la sua più chiara espressione nella solenne parola di Cristo a Simon Pietro: « A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli » (Mt 16,19). Questo « incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo (cf Mt 18,18; 28,16-20) ».39 1445 Le parole legare sciogliere significano: colui che voi escluderete dalla vostra comunione sarà escluso dalla comunione con Dio; colui che voi accoglierete di nuovo nella vostra comunione, Dio lo accoglierà anche nella sua. La riconciliazione con la Chiesa è inseparabile dalla riconciliazione con Dio. Il sacramento del perdono 1446 Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale. A costoro il sacramento della Penitenza offre una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione. I Padri della Chiesa presentano questo sacramento come « la seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia perduta ».40 1447 Nel corso dei secoli la forma concreta, secondo la quale la Chiesa ha esercitato questo potere ricevuto dal Signore, ha subito molte variazioni. Durante i primi secoli, la riconciliazione dei cristiani che avevano commesso peccati particolarmente gravi dopo il loro Battesimo (per esempio l’idolatria, l’omicidio o l’adulterio), era legata ad una disciplina molto rigorosa, secondo la quale i penitenti dovevano fare pubblica penitenza per i loro peccati, spesso per lunghi anni, prima di ricevere la riconciliazione. A questo « ordine dei penitenti » (che riguardava soltanto certi peccati gravi) non si era ammessi che raramente e, in talune regioni, una sola volta durante la vita. Nel settimo secolo, ispirati dalla tradizione monastica d’Oriente, i missionari irlandesi portarono nell’Europa continentale la pratica « privata » della penitenza, che non esige il compimento pubblico e prolungato di opere di penitenza prima di ricevere la riconciliazione con la Chiesa. Il sacramento si attua ormai in una maniera più segreta tra il penitente e il sacerdote. Questa nuova pratica prevedeva la possibilità della reiterazione e apriva così la via ad una frequenza regolare di questo sacramento. Essa permetteva di integrare in una sola celebrazione sacramentale il perdono dei peccati gravi e dei peccati veniali. È questa, a grandi linee, la forma di Penitenza che la Chiesa pratica fino ai nostri giorni. 1448 Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione di questo sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli, si discerne la medesima struttura fondamentale. Essa comporta due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell’uomo che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall’altra parte, l’azione di Dio attraverso l’intervento della Chiesa. La Chiesa che, mediante il Vescovo e i suoi presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono dei peccati e stabilisce la modalità della soddisfazione, prega anche per il peccatore e fa penitenza con lui. Così il peccatore viene guarito e ristabilito nella comunione ecclesiale. 1449 La formula di assoluzione in uso nella Chiesa latina esprime gli elementi essenziali di questo sacramento: il Padre delle misericordie è la sorgente di ogni perdono. Egli realizza la riconciliazione dei peccatori mediante la pasqua del suo Figlio e il dono del suo Spirito, attraverso la preghiera e il ministero della Chiesa: « Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».41 VII. Gli atti del penitente 1450 « La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione ».42 La contrizione 1451 Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è « il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire ».43 1452 Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta « perfetta » (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale.44 1453 La contrizione detta « imperfetta » (o « attrizione ») è, anch’essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore). Quando la coscienza viene così scossa, può aver inizio un’evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza.45 1454 È bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame di coscienza fatto alla luce della Parola di Dio. I testi più adatti a questo scopo sono da cercarsi nel Decalogo e nella catechesi morale dei Vangeli e delle lettere degli Apostoli: il discorso della montagna, gli insegnamenti apostolici.46 La confessione dei peccati 1455 La confessione dei peccati (l’accusa), anche da un punto di vista semplicemente umano, ci libera e facilita la nostra riconciliazione con gli altri. Con l’accusa, l’uomo guarda in faccia i peccati di cui si è reso colpevole; se ne assume la responsabilità e, in tal modo, si apre nuovamente a Dio e alla comunione della Chiesa al fine di rendere possibile un nuovo avvenire. 1456 La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della Penitenza: « È necessario che i penitenti enumerino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo,47 perché spesso feriscono più gravemente l’anima e si rivelano più pericolosi di quelli chiaramente commessi »:48 « I cristiani [che] si sforzano di confessare tutti i peccati che vengono loro in mente, senza dubbio li mettono tutti davanti alla divina misericordia perché li perdoni. Quelli, invece, che fanno diversamente e tacciono consapevolmente qualche peccato, è come se non sottoponessero nulla alla divina bontà perché sia perdonato per mezzo del sacerdote. “Se infatti l’ammalato si vergognasse di mostrare al medico la ferita, il medico non può curare quello che non conosce” ».49 1457 Secondo il precetto della Chiesa, « ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno ».50 Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale,51 a meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi e non gli sia possibile accedere a un confessore.52 I fanciulli devono accostarsi al sacramento della Penitenza prima di ricevere per la prima volta la santa Comunione.53 1458 Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa.54 In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito. Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come lui:55 « Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L’uomo e il peccatore sono due cose distinte: l’uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. […] Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla Luce ».56 La soddisfazione 1459 Molti peccati recano offesa al prossimo. Bisogna fare il possibile per riparare (ad esempio restituire cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, risanare le ferite). La semplice giustizia lo esige. Ma, in più, il peccato ferisce e indebolisce il peccatore stesso, come anche le sue relazioni con Dio e con il prossimo. L’assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato.57 Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa di più per riparare le proprie colpe: deve « soddisfare » in maniera adeguata o « espiare » i suoi peccati. Questa soddisfazione si chiama anche « penitenza ». 1460 La penitenza che il confessore impone deve tener conto della situazione personale del penitente e cercare il suo bene spirituale. Essa deve corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati commessi. Può consistere nella preghiera, in un’offerta, nelle opere di misericordia, nel servizio del prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare. Tali penitenze ci aiutano a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati58 una volta per tutte. Esse ci permettono di diventare coeredi di Cristo risorto, dal momento che « partecipiamo alle sue sofferenze » (Rm 8,17):59 « Ma questa soddisfazione, che compiamo per i nostri peccati, non è talmente nostra da non esistere per mezzo di Gesù Cristo: noi, infatti, che non possiamo nulla da noi stessi, col suo aiuto “possiamo tutto in lui che ci dà la forza”.60 Quindi l’uomo non ha di che gloriarsi; ma ogni nostro vanto è riposto in Cristo, […] in cui offriamo soddisfazione, “facendo opere degne della conversione”,61 che da lui traggono il loro valore, da lui sono offerte al Padre e grazie a lui sono accettate dal Padre ».62 VIII. Il ministro di questo sacramento 1461 Poiché Cristo ha affidato ai suoi Apostoli il ministero della riconciliazione,63 i Vescovi, loro successori, e i presbiteri, collaboratori dei Vescovi, continuano ad esercitare questo ministero. Infatti sono i Vescovi e i presbiteri che hanno, in virtù del sacramento dell’Ordine, il potere di perdonare tutti i peccati « nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ». 1462 Il perdono dei peccati riconcilia con Dio ma anche con la Chiesa. Il Vescovo, capo visibile della Chiesa particolare, è dunque considerato a buon diritto, sin dai tempi antichi, come colui che principalmente ha il potere e il ministero della riconciliazione: è il moderatore della disciplina penitenziale.64 I presbiteri, suoi collaboratori, esercitano tale potere nella misura in cui ne hanno ricevuto l’ufficio sia dal proprio Vescovo (o da un superiore religioso), sia dal Papa, in base al diritto della Chiesa.65 1463 Alcuni peccati particolarmente gravi sono colpiti dalla scomunica, la pena ecclesiastica più severa, che impedisce di ricevere i sacramenti e di compiere determinati atti ecclesiastici,66 e la cui assoluzione, di conseguenza, non può essere accordata, secondo il diritto della Chiesa, che dal Papa, dal Vescovo del luogo o da presbiteri da loro autorizzati.67 In caso di pericolo di morte, ogni sacerdote, anche se privo della facoltà di ascoltare le confessioni, può assolvere da qualsiasi peccato e da qualsiasi scomunica.68 1464 I sacerdoti devono incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza e devono mostrarsi disponibili a celebrare questo sacramento ogni volta che i cristiani ne facciano ragionevole richiesta.69 1465 Celebrando il sacramento della Penitenza, il sacerdote compie il ministero del buon pastore che cerca la pecora perduta, quello del buon Samaritano che medica le ferite, del padre che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno, del giusto giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è ad un tempo giusto e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore. 1466 Il confessore non è il padrone, ma il servitore del perdono di Dio. Il ministro di questo sacramento deve unirsi all’intenzione e alla carità di Cristo.70 Deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l’esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al Magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore. 1467 Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle persone, la Chiesa dichiara che ogni sacerdote che ascolta le confessioni è obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto riguardo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato.71 Non gli è lecito parlare neppure di quanto viene a conoscere, attraverso la confessione, della vita dei penitenti. Questo segreto, che non ammette eccezioni, si chiama il « sigillo sacramentale », poiché ciò che il penitente ha manifestato al sacerdote rimane « sigillato » dal sacramento. IX. Gli effetti di questo sacramento 1468 « Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia ».72 Il fine e l’effetto di questo sacramento sono dunque la riconciliazione con Dio. Coloro che ricevono il sacramento della Penitenza con cuore contrito e in una disposizione religiosa conseguono « la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito ».73 Infatti, il sacramento della Riconciliazione con Dio opera una autentica « risurrezione spirituale », restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l’amicizia di Dio.74 1469 Questo sacramento ci riconcilia con la Chiesa. Il peccato incrina o infrange la comunione fraterna. Il sacramento della Penitenza la ripara o la restaura. In questo senso, non guarisce soltanto colui che viene ristabilito nella comunione ecclesiale, ma ha pure un effetto vivificante sulla vita della Chiesa che ha sofferto a causa del peccato di uno dei suoi membri.75 Ristabilito o rinsaldato nella comunione dei santi, il peccatore viene fortificato dallo scambio dei beni spirituali tra tutte le membra vive del corpo di Cristo, siano esse ancora nella condizione di pellegrini o siano già nella patria celeste.76 « Bisogna aggiungere che tale riconciliazione con Dio ha come conseguenza, per così dire, altre riconciliazioni, che rimediano ad altrettante rotture, causate dal peccato: il penitente perdonato si riconcilia con se stesso nel fondo più intimo del proprio essere, in cui ricupera la propria verità interiore; si riconcilia con i fratelli, da lui in qualche modo offesi e lesi; si riconcilia con la Chiesa; si riconcilia con tutto il creato ».77 1470 In questo sacramento, il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine di questa esistenza terrena. È infatti ora, in questa vita, che ci è offerta la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, ed è soltanto attraverso il cammino della conversione che possiamo entrare nel regno di Dio, dal quale il peccato grave esclude.78 Convertendosi a Cristo mediante la penitenza e la fede, il peccatore passa dalla morte alla vita « e non va incontro al giudizio » (Gv 5,24). X. Le indulgenze 1471 La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. Che cos’è l’indulgenza? « L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi ».79 « L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati ».80 « Ogni fedele può acquisire le indulgenze […] per se stesso o applicarle ai defunti ».81 Le pene del peccato 1472 Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la « pena eterna » del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta « pena temporale » del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena.82 1473 Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’« uomo vecchio » e a rivestire « l’uomo nuovo ».83 Nella comunione dei santi 1474 Il cristiano che si sforza di purificarsi del suo peccato e di santificarsi con l’aiuto della grazia di Dio, non si trova solo. « La vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona ».84 1475 Nella comunione dei santi « tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni ».85 In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato. 1476 Questi beni spirituali della comunione dei santi sono anche chiamati il tesoro della Chiesa, che non « si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre, offerti perché tutta l’umanità sia liberata dal peccato e pervenga alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo Redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione ».86 1477 « Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere della beata Vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo Signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del corpo mistico ».87 Ottenere l’indulgenza di Dio mediante la Chiesa 1478 L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità.88 1479 Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. XI. La celebrazione del sacramento della Penitenza 1480 Come tutti i sacramenti, la Penitenza è un’azione liturgica. Questi sono ordinariamente gli elementi della celebrazione: il saluto e la benedizione del sacerdote; la lettura della Parola di Dio per illuminare la coscienza e suscitare la contrizione, e l’esortazione al pentimento; la confessione che riconosce i peccati e li manifesta al sacerdote; l’imposizione e l’accettazione della penitenza; l’assoluzione da parte del sacerdote; la lode con rendimento di grazie e il congedo con la benedizione da parte del sacerdote. 1481 La liturgia bizantina usa più formule di assoluzione, a carattere deprecativo, le quali mirabilmente esprimono il mistero del perdono: « Il Dio che, attraverso il profeta Natan, ha perdonato a Davide quando confessò i propri peccati, e a Pietro quando pianse amaramente, e alla peccatrice quando versò lacrime sui suoi piedi, e al pubblicano e al prodigo, questo stesso Dio ti perdoni, attraverso me, peccatore, in questa vita e nell’altra, e non ti condanni quando apparirai al suo tremendo tribunale, egli che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen ».89 1482 Il sacramento della Penitenza può anche aver luogo nel quadro di una celebrazione comunitaria, nella quale ci si prepara insieme alla confessione e insieme si rende grazie per il perdono ricevuto. In questo caso, la confessione personale dei peccati e l’assoluzione individuale sono inserite in una liturgia della Parola di Dio, con letture e omelia, esame di coscienza condotto in comune, richiesta comunitaria del perdono, preghiera del « Padre nostro » e ringraziamento comune. Tale celebrazione comunitaria esprime più chiaramente il carattere ecclesiale della penitenza. Tuttavia, in qualunque modo venga celebrato, il sacramento della Penitenza è sempre, per sua stessa natura, un’azione liturgica, quindi ecclesiale e pubblica.90 1483 In casi di grave necessità si può ricorrere alla celebrazione comunitaria della Riconciliazione con confessione generale e assoluzione generale. Tale grave necessità può presentarsi qualora vi sia un imminente pericolo di morte senza che il sacerdote o i sacerdoti abbiano il tempo sufficiente per ascoltare la confessione di ciascun penitente. La necessità grave può verificarsi anche quando, in considerazione del numero dei penitenti, non vi siano confessori in numero sufficiente per ascoltare debitamente le confessioni dei singoli entro un tempo ragionevole, così che i penitenti, senza loro colpa, rimarrebbero a lungo privati della grazia sacramentale o della santa Comunione. In questo caso i fedeli, perché sia valida l’assoluzione, devono fare il proposito di confessare individualmente i propri peccati gravi a tempo debito.91 Spetta al Vescovo diocesano giudicare se ricorrano le condizioni richieste per l’assoluzione generale.92 Una considerevole affluenza di fedeli in occasione di grandi feste o di pellegrinaggi non costituisce un caso di tale grave necessità.93 1484 « La confessione individuale e completa, con la relativa assoluzione, resta l’unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa, a meno che un’impossibilità fisica o morale non li dispensi da una tale confessione ».94 Ciò non è senza motivazioni profonde. Cristo agisce in ogni sacramento. Si rivolge personalmente a ciascun peccatore: « Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati » (Mc 2,5); è il medico che si china sui singoli malati che hanno bisogno di lui95 per guarirli; li rialza e li reintegra nella comunione fraterna. La confessione personale è quindi la forma più significativa della riconciliazione con Dio e con la Chiesa. In sintesi 1485 La sera di pasqua, il Signore Gesù si mostrò ai suoi Apostoli e disse loro: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23). 1486 Il perdono dei peccati commessi dopo il Battesimo è accordato mediante un sacramento apposito chiamato sacramento della Conversione, della Confessione, della Penitenza o della Riconciliazione. 1487 Colui che pecca ferisce l’onore di Dio e il suo amore, la propria dignità di uomo chiamato ad essere figlio di Dio e la salute spirituale della Chiesa di cui ogni cristiano deve essere una pietra viva. 1488 Agli occhi della fede, nessun male è più grave del peccato, e niente ha conseguenze peggiori per gli stessi peccatori, per la Chiesa e per il mondo intero. 1489 Ritornare alla comunione con Dio dopo averla perduta a causa del peccato, è un movimento nato dalla grazia di Dio ricco di misericordia e sollecito della salvezza degli uomini. Bisogna chiedere questo dono prezioso per sé e per gli altri. 1490 Il cammino di ritorno a Dio, chiamato conversione e pentimento, implica un dolore e una repulsione per i peccati commessi, e il fermo proposito di non peccare più in avvenire. La conversione riguarda dunque il passato e il futuro; essa si nutre della speranza nella misericordia divina. 1491 Il sacramento della Penitenza è costituito dall’insieme dei tre atti compiuti dal penitente e dall’assoluzione da parte del sacerdote. Gli atti del penitente sono: il pentimento, la confessione o manifestazione dei peccati al sacerdote e il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione. 1492 Il pentimento (chiamato anche contrizione) deve essere ispirato da motivi dettati dalla fede. Se il pentimento nasce dall’amore di carità verso Dio, lo si dice « perfetto »; se è fondato su altri motivi, lo si chiama « imperfetto ». 1493 Colui che vuole ottenere la riconciliazione con Dio e con la Chiesa deve confessare al sacerdote tutti i peccati gravi che ancora non ha confessato e di cui si ricorda dopo aver accuratamente esaminato la propria coscienza. Sebbene non sia in sé necessaria, la confessione delle colpe veniali è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. 1494 Il confessore propone al penitente il compimento di certi atti di « soddisfazione » o di « penitenza », al fine di riparare il danno causato dal peccato e ristabilire gli atteggiamenti consoni al discepolo di Cristo. 1495 Soltanto i sacerdoti che hanno ricevuto dall’autorità della Chiesa la facoltà di assolvere possono perdonare i peccati nel nome di Cristo. 1496 Gli effetti spirituali del sacramento della Penitenza sono: — la riconciliazione con Dio mediante la quale il penitente ricupera la grazia;
— la riconciliazione con la Chiesa;
— la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali;
— la remissione, almeno in parte, delle pene temporali, conseguenze del peccato;
— la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione spirituale;
— l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano.
1497 La confessione individuale e completa dei peccati gravi seguita dall’assoluzione rimane l’unico mezzo ordinario per la riconciliazione con Dio e con la Chiesa. 1498 Mediante le indulgenze i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati. (3) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11: AAS 57 (1965) 15. (4) Cf Mc 1,15. (5) Cf Lc 15,18. (6) Rito della Penitenza, 46. 55 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 51. 81. (7) Cf Gal 3,27. (8) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 5: DS 1515. (9) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 16: DS 1545; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 40: AAS 57 (1965) 44-45. (10) Cf At 2,38. (11) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS 57 (1965) 12. (12) Cf Sal 51,19. (13) Cf Gv 6,44; 12,32. (14) Cf 1 Gv 4,10. (15) Cf Lc 22,61-62. (16) Cf Gv 21,15-17. (17) Sant’Ambrogio, Epistula extra collectionem, 1 [41], 12: CSEL 823, 152 (PL 16, 1116). (18) Cf Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt 6,1-6.16-18. (19) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676-1678; Id., Sess. 14a, Canones de Paenitentia, canone 5: DS 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 289. (20) Cf Ez 36,26-27. (21) Cf Gv 19,37; Zc 12,10. (22) San Clemente Romano, Epistula ad Corinthios, 7, 4: SC 167, 110 (Funk 1, 108). (23) Cf Gv 16,8-9. (24) Cf Gv 15,26. (25) Cf At 2,36-38; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et vivificantem, 27-48: AAS 78 (1986) 837-868. (26) Cf Tb 12,8; Mt 6,1-18. (27) Cf Gc 5,20. (28) Cf Am 5,24; Is 1,17. (29) Cf Lc 9,23. (30) Cf Concilio di Trento, Sess. 13a, Decretum de ss. Eucharistia, c. 2: DS 1638. (31) Cf Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 109-110: AAS 56 (1964) 127; CIC canoni 1249-1253; CCEO canoni 880-883. (32) Cf Lc 15,11-24. (33) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11: AAS 57 (1965) 15. (34) Cf Mc 2,7. (35) Cf Lc 7,48. (36) Cf Gv 20,21-23. (37) Cf Lc 15. (38) Cf Lc 19,9. (39) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22: AAS 57 (1965) 26. (40) Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 14: DS 1542; cf Tertulliano, De paenitentia, 4, 2: CCL 1, 326 (PL 1, 1343). (41) Rito della Penitenza, 46. 55 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 51. 81. (42) Catechismo Romano, 2, 5, 21: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 299; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: DS 1673. (43) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676. (44) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1677. (45) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1678; Id., Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canone 5: DS 1705. (46) Cf Rm 12-15; 1 Cor 12-13; Gal 5; Ef 4-6. (47) Cf Es 20,17; Mt 5,28. (48) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1680. (49) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1680; cf San Girolamo, Commentarius in Ecclesiasten, 10, 11: CCL 72, 338 (PL 23, 1096). (50) CIC canone 989; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1683; Id., Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canone 8: DS 1708. (51) Cf Concilio di Trento, Sess. 13a, Decretum de ss. Eucharistia, c. 7: DS 1647; Ibid., canone 11: DS 1661. (52) Cf CIC canone 916; CCEO canone 711. (53) Cf CIC canone 914. (54) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1680; CIC canone 988, § 2. (55) Cf Lc 6,36. (56) Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 12, 13: CCL 36, 128 (PL 35, 1491). (57) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canone 12: DS 1712. (58) Cf Rm 3,25; 1 Gv 2,1-2. (59) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 8: DS 1690. (60) Cf Fil 4,13. (61) Cf Lc 3,8. (62) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 8: DS 1691. (63) Cf Gv 20,23; 2 Cor 5,18. (64) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 26: AAS 57 (1965) 32. (65) Cf CIC canoni 844. 967-969. 972; CCEO canone 722, §§ 3-4. (66) Cf CIC canone 1331; CCEO canoni 1431. 1434. (67) Cf CIC canoni 1354-1357; CCEO canone 1420. (68) Cf CIC canone 976; per l’assoluzione dei peccati, CCEO canone 725. (69) Cf CIC canone 986; CCEO canone 735; Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum ordinis, 13: AAS 58 (1966) 1012. (70) Cf Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum ordinis, 13: AAS 58 (1966) 1012. (71) Cf CIC canoni 983-984. 1388, § 1; CCEO canone 1456. (72) Catechismo Romano, 2, 5, 18: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 297. (73) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: DS 1674. (74) Cf Lc 15,32. (75) Cf 1 Cor 12,26. (76) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48-50: AAS 57 (1965) 53-57. (77) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 31, § V: AAS 77 (1985) 265. (78) Cf 1 Cor 5,11; Gal 5,19-21; Ap 22,15. (79) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae, 1: AAS 59 (1967) 21. (80) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae, 2: AAS 59 (1967) 21. (81) CIC canone 994. (82) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canoni 12-13: DS 1712-1713; Id., Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS 1820. (83) Cf Ef 4,24. (84) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 11. (85) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 12. (86) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 11. (87) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 11-12. (88) Cf Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8: AAS 59 (1967) 16-17; Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de indulgentiis: DS 1835. (89) Eulógion to méga (Atenas 1992) p. 222. (90) Cf Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 26-27: AAS 56 (1964) 107. (91) Cf CIC canone 962, § 1. (92) Cf CIC canone 961, § 2. (93) Cf CIC canone 961, § 1, 2. (94) Rito della Penitenza, Premesse, 31 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 30. (95) Cf Mc 2,17.  

Un tanto serva come documentazione, sia per chi sta nella fede cristiana, sia anche per chi sta semplicemente nell’umano, come essere umano, e davanti a Dio è figlio come chi crede in Lui.


STRESS, STRESS, STRESS! E’ ora di finirla con lo STRESS. NON ESISTE lo STRESS, ESISTE SOLO la FATICA se si LAVORA e si STUDIA tanto, COME è necessario!

Mio padre Pietro lavorava in cava di pietra dodici/ quattordici ore al giorno per pagare i debiti e per farmi studiare al liceo classico, la “scuola dei ricchi” che anche un ragazzo povero ma intelligente lui aveva capito che doveva frequentare.

falso stress da ricrescita

E parlo anche di me: dopo il liceo classico, quando durante le cinque estati delle superiori lavorai a portare bibite, poi, diplomato, andai a lavorare per sette anni in fabbrica come operaio, mentre studiavo scienze politiche. E poi nel sindacato e in azienda lavorai a tempo pieno continuando a studiare fino a raggiungere i risultati odierni, di 43 anni di lavoro e sei titoli accademici di cui due Dottorati di ricerca. Ora presiedo organismi di vigilanza di grandi aziende, presiedo l’Associazione italiana per la consulenza filosofica e sono docente in diversi corsi universitari. Ho scritto decine di libri e vinto premi letterari. Io, figlio dell’operaio cavatore Pietro Pilutti e della donna di servizio Luigia Bertoli.

Chi sono io? Lo Spirito Santo? Superman? No, un uomo friulano di volontà e forza incrollabili, ma non per dono gratuito, certamente per genetica, ma ancora di più per applicazione costante e abitudine alla fatica.

E ora veniamo al termine stress. Già in altri loci di questo blog ho parlato di stress, specie parlando di legislazione applicata del lavoro, ma sempre a partire dall’etimologia della parola.

Stress viene dal participio passato latino strictus, infinito del verbo stringere, cioè “co-stringere, obbligare”. Lo stress è dunque un qualcosa che ti lega, ti tiene stretto… va bene, ma che cosa significa? Significa l’impegno che ognuno di noi umani ha nella vita, se non vuole vivere di rendita e percepire il “reddito da divano di cittadinanza”, che significa prendere soldi senza lavorare.

Sono ben consapevole che, fin dall’esempio di mio padre, si può essere stressati, ma oggi si esagera con l’uso di questo termine. Mio padre non lo conosceva e neanch’io da ragazzo, per cui, né lui né io eravamo stressati, casomai eravamo stanchi, persino anche estenuati, da cadere nel sonno più profondo, ma non stressati.

Conosco bene la legislazione che si interessa dello stress lavoro correlato (art. 28 del Decreto legislativo 81 del 2008), sul cui tema ho anche diretto tesi di psicologia del lavoro, e quello stress, che può essere reale, va misurato con i sistemi psicometrici e statistici oggi a disposizione, ma cum grano salis, perdio!

Me ne occupo anche come Presidente di Organismi di vigilanza previsti dal Decreto 231 del 2001, mediante un’applicazione di una corretta Etica del lavoro e d’impresa. Figurarsi se non conosco la letteratura filosofico-giuridica e le prassi applicative delle dinamiche dello stress! Ma non esageriamo.

Oggi mi pare che questo tema si sia impadronito del linguaggio corrente, specialmente di giovani che non hanno ancora imparato la fatica obbligata dell’impegno dello studio e lavorativo, per cui occorre discutere, approfondire, per non favorire quello che mi sembra una specie di vittimismo dello stress.

Stiamo attenti: se non diamo i nomi corretti alle cose e ai fatti, rischiamo di essere vittime delle parole stesse, come se esse avessero un potere performativo negativo su noi. E’ un rischio.

E voi, ragazzi, smettetela di dire ai genitori e a chi vi vuole bene “Non stressarmi“, ma dite piuttosto “sono stanco, sono stanca, mi riposo un po’ e poi riprendo”… altrimenti lo stress può diventare un pericolosissimo alibi per non fare, e quindi per non crescere e non raggiungere alcuna autonomia, a partire da quella economica. Accettate, intanto, anche lavori precari e non rispondenti alle vostre aspettative, per allenarvi all’impegno e alla responsabilità. E alla fatica. Lo studio poi vi porterà a trovare le piste professionali che più sentite vostre, per le quali sentite una vocazione.

E voi genitori, educatori, non fatevi commuovere dalla richiesta impietosente contenuta nella espressione “Non stressarmi“, ma trovate il momento per riprendere a dialogare con i vostri giovani, figli o studenti che siano, per far comprendere loro che senza fatica non si raggiunge alcun risultato e, ciò che è più grave, non si realizza quel tanto di sé costituito dai talenti naturali che possono emergere e affermarsi solo accettando lo sforzo dell’allenamento e dello studio.

Nessun campione è mai diventato tale senza sforzo e autodisciplina, ma neanche alcun essere umano che abbia avuto la soddisfazione di realizzare i propri sogni, perché anche i sogni si realizzano solo e solamente con lo sforzo, la costanza, la perseveranza, accettando di stancarsi e di provare pena e perfino dolore.

La fatica e il dolore educano, lo stress conclamato ci rovina. Meditate ragazzi, meditate…

Diritti e sovranità: la “lezione” dell’Afganistan

Il prof Strazzari della Scuola S.Anna di Pisa mi suggerisce una comparazione non consueta, quando si parla di diritti, quella fra diritti e sovranità. Di sicuro, una prospettiva riflessiva del genere non mi sarebbe mai arrivata da un’onorevole Cirinnà, o da Letta, Boschi, Dimaio, Fico, Guerini, Gelmini, Salvini, Renzi, Meloni, Letta, Di Maio, e tanto meno da Conte Giuseppe, etc. Questi signori e signore, professionisti/e della politica, non sono in grado di declinare concetti e riflessioni al di là della solita banale lezioncina che preparano per le interviste, campioni universali dell’annoiamento del prossimo. Immaginatevi una on.le Cirinnà che fa un discorso sui diritti non disgiunto dal tema della sovranità. Ipotesi per absurdum. Purtroppo, dico, ché non mi rende lieto la constatazione della povertà umana e culturale strutturali di questi soggetti dell’attuale politica italiana. Se dovessi elencare politici veramente degni di rispetto, in questo momento mi fermerei solo a Draghi e a Giorgetti, tra le figure più in vista.

Per tutti costoro, al “sicuro vitale” (vitalizio sicuro) costituito da stipendi faraonici e immeritati in quanto sproporzionati rispetto al loro valore professionale reale, al sicuro di uno Stato come l’Italia, dove funziona uno dei migliori welfare del mondo, e una legislazione costituzionale garantista e saggia, parlare di diritti&diritti è comodo e per nulla faticoso. Parlo del sintagma diritti&diritti, perché queste persone fanno fatica a declinarlo cambiandolo in questo modo, nobilmente mazziniano: diritti&doveri.

I doveri, come concetto politico-morale, sono stati pressoché silenziati – da almeno quattro decenni – nella dialettica politica e pubblicistica italiana, salvo che da qualche rara vox clamans in deserto come (umilmente) la mia.

Se nel ’70, in Italia, l’emanazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) ha riequilibrato la qualità dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, e nel decennio successivo si è sviluppata la legislazione che ha dato alle donne legittimi diritti finora negati, nei decenni che seguirono si è teso ad esagerare nella sottolineatura dei soli diritti, a volte confondendoli con bisogni soggettivi, anche fortemente voluttuari, i desideri e le aspettative. Mi spiego: io condivido che ogni persona possa manifestare e vivere la propria sessualità come la sua natura e cultura esprimono, e che nessuno possa permettersi di discriminarla, ma non condivido che si sviluppi, ad esempio, la maternità surrogata, perché qualcuno che non può o non vuole avere figli naturali, li possa comperare, perché non si dà, razionalmente ed eticamente (se vogliamo declinare un’etica scientifica e razionale semplicemente occidentale) un diritto di avere un figlio, ma un desiderio, un dono, una aspirazione.

Queste persone, se hanno forte il sentimento genitoriale, adottino bambini e bambine che abbisognano di una famiglia. E anche l’adozione, a parer mio, non può essere indiscriminatamente concessa a chiunque e qualunque tipo di coppia.

Sarò chiaro: ritengo inadeguata sotto il profilo pratico, e immorale sotto quello etico, l’adozione da parte di una coppia omosessuale, per ragioni evidenti di pedagogia sessuale della coppia e di qualità relazionale dei bimbi nei confronti dell’esterno. Ovviamente molti (spero non troppi) non la pensano come me, e mi piacerebbe poter dialogare con costoro evitando accuratamente gli ideologismi, ma penso ciò sia molto difficile. Mi fermo qui, perché ho parlato più volte di questi argomenti in precedenza. e vengo al tema proposto da Strazzari: il rapporto tra diritti e sovranità.

Anche su questo tema ci vengono in aiuto tre discipline filosofiche: l’antropologia filosofica e quella culturale, nonché l’etica o filosofia morale, il cui interpello non può essere evitato, pena il decadimento nell’ideologia militante à là Cirinnà (non si pensi che io ce l’abbia con questa signora, ma i suoi comportamenti e detti ufficiali di questi anni, mi portano a questa conclusione: la politica pidina non mostra attenzione o particolari conoscenze dei fondamenti delle tre scienze filosofiche citate, e con e come lei, moltissimi professionisti/e della politica).

E dunque parto dalla Filosofia morale. Analizzando le varie scuole di Etica sviluppatesi nei secoli, da pensatori greci in Occidente, e dalle filosofie religiose orientali del Buddhismo, del Confucianesimo e del Taoismo, si possono dare varie e diverse sensibilità nel giudizio sulla ricerca del bene: dall’utilitarismo all’edonismo, dall’emotivismo al prescrittivismo e deontologismo, dal culturalismo al finalismo, in ciascuna delle quali si sottolinea un particolare aspetto della qualità dell’agire umano nei confronti di se stessi e degli altri: dall’agire solo per la propria convenienza, all’agire solo per il rispetto della legge, all’agire nel rispetto di usi costumi e tradizioni (ogni lettore può attribuire la “scuola” sopra citata a ogni comportamento), all’agire per il rispetto integrale dell’essere umano (finalismo).

La cultura politica occidentale, partendo dal pensiero greco-latino, e poi evangelico-cristiano, che ha dato valore incommensurabile alla persona, è giunta, tramite l’illuminismo di Montesquieu, Beccaria e Kant in primis, alla nozione etico-politica di una giustizia che tenga conto dei diritti umani essenziali di tutti e di ciascuno.

Di contro, in Oriente, la persona singola non ha mai acquisito un valore comparabile a quello della cultura occidentale, perché il singolo essere umanoscompare sempre nel tutto, l’atman nel brahman, ad esempio nell’induismo.

Vengo dunque al tema afgano, ma che si può mutuare se si parla di altre zone critiche del pianeta, come la Somalia, il Sahel, il Niger…

Come è possibile che 75/ 80.000 miliziani taliban giungano a Kàbul (si pronunzia Kàbul, non Kabùl, così come si pronunzia Sinài, non Sìnai) in poche settimane, in una nazione di 35 milioni di abitanti e un esercito ufficiale nazionale di 300.000 uomini, se non ci fosse una sostanziale adesione della maggior parte degli abitanti? Si è trattato solo di rassegnazione, di stanchezza per decenni di conflitti? Non lo credo realistico, come condivide anche il citato collega pisano.

Si tratta dunque di fare un’operazione culturale e dialettica che metta in campo, non solo il tema dei diritti, ma anche quello della sovranità! Chi comanda in Afganistan, i portatori del verbo occidentale, o la popolazione locale, che non conosce la democrazia parlamentare? Come si conciliano questi due aspetti? Anzi, si possono conciliare tramite semplificazioni ed accelerazioni politico-militari? Domanda retorica. No.

Ovvero, si potranno conciliare solo con e dopo un paziente lavoro dialogico e collaborativo, dove filosofia, religioni, psicologia sociale, sociologia ed economia collaborino per trovare piste e metodi di riflessione comune, senza la frettolosità tipica dell’economia e soprattutto della politica attuali.

Sotto il profilo macro-politico occorre riformare profondamente e l’Onu e la Nato, attribuendo a questi due organismi prerogative che non siano, nel primo caso, di pressoché solo emissione di ottime perorazioni di principio, e la seconda al fine di costituire una forza militare veramente sovra-nazionale oltrepassando l’egemonia statunitense. Altro vi sarebbe da dire, ma qui non proseguirò, riservandomi di farlo in futuro.

Con e tra le varie culture e nazioni, occorre sviluppare un dialogo rispettoso ma fermo, prima che sui diritti, sui valori, poiché non sono concepibili diritti umani e civili se non sulla base di una adesione previa a valori condivisi. Vedi, mio gentile lettore, se non si conviene che l’etica deve riguardare il rispetto di tutti e tutte, in ogni senso, territorio e settore della convivenza umana, ogni discorso sui diritti resta privo dei fondamenti. Mi pare ciò sia di non poca importanza, per dirla con calma.

Ripeto: senza una condivisione sostanziale dei valori, i diritti scadono a una mera elencazione di desiderata, che cambiano nei momenti e nei vari territori. Anche qui un esempio fattuale di questi giorni: se non si concorda con i Taliban, ma anche con i pashtun di Massud jr., e con i Pakistani, i Cinesi, i Russi, gli Americani, i Libici, gli Irakeni, i Turchi, gli Egiziani, gli Inglesi, gli Israeliani, i Persiani, etc., anzi con le classi direzionali della politica di queste nazioni, che il valore primario è l’uomo e la sua tutela totale e integrale, ogni discorso sui diritti diventa fasullo e addirittura inutile e fuorviante.

…e poi, occorre coniugare diritti e doveri, sintagma indissolubile della condivisione umana della vita su questa Terra. I doveri sono lo specchio specchiante dei diritti; senza i doveri i diritti diventano meramente declamatori e scorciatoie retoriche di una moralità soggettivistica ed egoista. Altre strade non vi sono.

Parole dal carcere

Si discute, in una giornata di questo caldissimo luglio 2021, di quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri, e di molto altro. Il sistema pare sia un po’ questo, così come si è visto in tv e sul web. Me lo fa capire chi si trova da decenni fra ristretti orizzonti e, se pure in modi differenti, due poliziotti.

Parto da costoro. Il primo mi dice esplicitamente che, se si registrano azioni pericolose da chi fa rivolte, prima o poi ci si vendica, perché questo è l’ordine naturale delle cose. A bestia, bestia più uno, gli scappa di dire.

Il secondo, che è un graduato, mi mostra una sensibilità politica e morale che – con rispetto per lui – non mi aspettavo del tutto, dicendo che non è ammissibile eticamente che uno “strumento dello Stato” si vendichi, peraltro di persone che magari c’entrano poco o nulla con precedenti manifestazioni.

Il mio amico invece, parla di un “sistema”, cioè di una metodica che è stata introiettata nei comportamenti di chi è di guardia, ed è in qualche modo quasi “asseverata” dall’alto, checché ne dicano coloro che stanno in alto.

Come orientarsi tra queste tre opinioni così differenti? Il carcere è una istituzione totale e totalizzante, come spiegava Michel Foucault già mezzo secolo fa, e perciò in qualche misura – di fatto – al di fuori del rispetto delle norme dello “Stato di Diritto”, come quello francese o quello italiano. Epperò, come può ragionevolmente darsi un “poter-essere” al di fuori delle norme dello Stato di Diritto? Pare una contraddizione in termini.

Se uno Stato si dice di diritto, riconoscendo che le proprie prerogative giuridiche non possono eccedere quelle di ogni cittadino, in modo da metterlo in una situazione minoritaria, non dovrebbe consentire eccezioni, ovvero situazioni nelle quali ciò che significa il sintagma etico-giuridico “Stato-di-Diritto” non “funzioni”. Ebbene, non è così… e per le ragioni in base alle quali tutto, nel mondo degli uomini e nella storia, è accaduto nel corso del tempo, e ancora accade sovente e in molti luoghi e situazioni.

Il tema dei diritti è centrale da quasi due secoli e mezzo, dai tempi dell’Illuminismo francese, tedesco, italiano e anglosassone, dai tempi di Voltaire, Beccaria, Jefferson e Kant. E’ all’ordine del giorno da questo lungo periodo, perché, nonostante la chiarissima lezione evangelica, una cultura politica generale non ha saputo introiettarne il valore. In questi due secoli e mezzo i diritti sono diventati un elemento centrale delle legislazioni e della politica nella maggior parte dei paesi del mondo, dopo le crisi sistemiche dei totalitarismi del ‘900.

Ancora, però, in molte nazioni i diritti umani non sono riconosciuti, come in Corea del Nord e in Cina, ovvero dove sono negletti, ad esempio in certi regimi autoritari del Sud America, dell’Africa e dell’Europa, come in Bielorussia.

Nei paesi giuridicamente più evoluti i diritti stanno riguardando anche aspetti della vita personale fino a sfumare in un confuso giuridismo dei bisogni e dei desideri, come sta accadendo in queste settimane in Italia con gli scontri politici sul Disegno di Legge Zan, che concerne la tutela delle varie declinazioni sessuali dell’umano.

Forse il momento critico dei diritti va di nuovo valutato per rapporto ai doveri, di cui da tempo si parla pochissimo. Dovrebbe essere posto al centro in combinato disposto fra diritti e doveri, per riprendere un discorso che equilibri questi aspetti regolatori della convivenza umana.

E torno al tema carcerario della prima parte.

Comunque stiano le cose, e specialmente se si trattasse di un sistema, come mi spiega l’amico ospite di quell’istituzione da troppo tempo, i diritti umani non vanno mai negati, e dunque atti e fatti come quelli accaduti e sopra richiamati non dovrebbero avere più la possibilità di accadere.

Ma, perché vi siano speranze per una prospettiva del genere, è necessario riprendere i fondamenti etico-filosofici della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 parla di diritto al recupero della socialità per tutti e per ciascuno che abbia sbagliato e abbia pagato la pena per i crimini compiuti.

Anche l’ergastolo ostativo, pur misura comprensibile in un certo momento storico, oggi mostra tutta la sua evidente incostituzionalità e immoralità. Diritti dei cittadini e doveri nei comportamenti devono coniugarsi in un mix là dove la libertà di ciascuno sia contemperata al diritto alla sicurezza personale di ciascun altro, reciprocamente.

Non si dà, infatti, una libertà plausibile, se non connessa con la giustizia e la sicurezza, sempre nei limiti dell’agire umano.

…si scrivono e soprattutto si pubblicano troppi libri mentre si legge poco, pochissimo. Se dovessi dire il titolo di un volumetto un pochino furbicchio, tra i troppi pubblicati in questo periodo, non avrei dubbi a scegliere “Il senso della vita” del teologo Mancuso

Non capisco a che cosa serva la teologia, che è un discorso su Dio e sull’uomo per rapporto a Dio, se alla fine basta più o meno essere gentili, o giù di lì, per dare un senso alla vita. Ad esempio io spesso non sono gentile, e allora mi è negato di dare un senso alla mia vita? Andiamo!

Questo traggo dalla lettura di questo volumetto, che non ho comprato, ma mi è stato prestato. Anche Mancuso, come Saviano, è molto bravo nel fare la vittima, lui delle istituzioni ecclesiastiche, l’altro delle minacce della camorra. Parole dure le mie?

Non credo, perché non bisognerebbe dare spazio a chi approfitta della propria situazione, per costruirsi, in qualche modo condizionando la pubblica amministrazione, una sorta di sinecura a vita. Inviterei queste persone a considerare quanti esseri umani sono veramente in pericolo radicale, quello della vita, e sono lì, nel mondo, senza pretendere nulla da chicchessia. Di queste persone dovrebbero interessarsi i sopra citati, come cerco di fare io nel mio piccolo.

Il fatto è che la cultura sessantottina, oltre ad avere portato nel mondo necessarie modifiche nei rapporti interpersonali, politici e sociali, mettendo in mora le tre famose “p”, quella di figure arroganti consolidatesi nei secoli, il padre, il prete, il professore e il padrone, che hanno storicamente comandato a bacchetta, con arroganza e incrollabile protervia, agli altri, senza essere contrastati in alcun modo, ha indirettamente promosso lo sviluppo della “cultura della pretesa”. Una cultura fasulla e perniciosa, demotivante e ambigua.

Oggi, dopo decenni di dialettica fra diritti e doveri, si parla quasi solamente di diritti. Questo non-va-bene.

Ciò che rimprovero al teologo Mancuso, riferendomi soprattutto a un suo libro precedente, quello con il quale cercò di metter in mora il “dio della Bibbia”, che lui chiama “Deus”, per contrapporlo al “Dio dei vangeli”, quello di Gesù Cristo, è l’assenza di ogni accenno alla necessità di interpretare le Sacre scritture, al fine di dare un senso a testi scritti da tremila a duemila anni fa, che parlavano a popoli quasi del tutto analfabeti, con un linguaggio immaginifico e spesso violento e atroce.

In teologia fondamentale e in esegesi biblica si studiano i quattro sensi che aiutano a comprendere il testo: a) quello letterale che racconta i fatti, o le memorie dei racconti sui fatti, e che narrano i miti primordiali; b) quello allegorico che dà l’indirizzo di fede, per mezzo di passaggi linguistici di carattere retorico, là dove ciò che è scritto significa altro; quello morale, atto a dare un indirizzo virtuoso nei comportamenti; e infine quello anagogico, finalizzato a focalizzare la meta per l’anima spirituale.

Se le cose così stanno, come si fa a considerare “Deus”, il Dio-Signore-Iahwe, “dio-degli-eserciti”, così come citato nella Bibbia in modo letteralista, come se fossimo gli anawim, i poveri del Signore di quei deserti, di quelle pietraie assolate.

Lasciamo fare queste operazioncine a Odifreddi, che ama fare il teologo con una preparazione da professore di matematica. Ancora una volta dico, e ridico, mi dichiaro incolpevolmente ignorante tecnico di molte discipline, la medicina, la fisica, la geologia, ma non mi impanco a parlarne con il sussiego dell’esperto, cosicché invito a fare altrettanto chi non sa alcunché di teologia e filosofia o ne è solo un “orecchiante”. E torno al volumetto mancusiano. Da questo autore “pretenderei” di più, ma non trovo ciò che cerco.

Mi spiego: se devo trovare un senso alla vita, e mi pongo da un punto di vista teologico, cioè comprendente anche la dimensione del divino, non può bastarmi dire che il senso si trova anche solamente nella gentilezza dei tratti relazionali, nel respirare lentamente, nell’imparare a mangiare, nel provare sensazioni, nella lettura, nello studio, nella riflessione, nello scrivere appunti, nell’ascoltare gli altri, nell’essere sinceri, nel distinguere le bugie opportune dalla menzogna, nel diventare consapevole dei sentimenti, nel camminare nella natura, nell’apparecchiare con cura la tavola, nel curare il proprio corpo (di questo specifico elenco ringrazio gli amici Neri e Roberto, che mi hanno fatto avere l’articolo di Paolo D’Angelo pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano “Domani”, articolo che mi ha spinto a cercare il libro). Una buona estrapolazione dal volume citato.

…ma che senso ha un tipo di vita del genere? Abbisogna di Dio? Della teologia? della filosofia’ Non mi pare. Anche se conosco persone che proprio di quell’elenco costituiscono il senso della vita.

Posso dire che tutto ciò è solo banalmente piacevole?

Posso dire che nulla mi dice di ciò che la vita realmente è, con il suo carico di contraddizioni e di dolore, di gioia e di paura, di salute e di malattia…?

Con tutta la sua drammatica insensata sensatezza?

“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (dalla Lettera di san Paolo ai Galati 3,28). Caro onorevole Zan, almeno legga il testo indicato, suvvia!

Non so se l’onorevole Zan, del PD, sia a conoscenza di questo versetto che Paolo scrisse nella Lettera ai popoli della Galazia (regione dell’allora Asia Minore, oggi Turchia). Concetti ribaditi dall’uomo di Tarso anche in altre sue lettere.

Ecco. Il fondamento dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani nella cultura occidentale, dopo il versetto genesiaco 1, 27 “E Dio fece l’uomo a sua immagine…” si trova proprio in san Paolo, onorevole Zan, non certo nella sua proposta di legge.

Per quei secoli e quegli anni, quando la schiavitù era ancora ammessa e praticata (ammessa anche da Paolo, ma in un modo già diverso rispetto alle norme dello Jus romanum), una frase come quella della Lettera ai Galati sopra citata era più che rivoluzionaria. Ciò attesta come sia stato il cristianesimo a modificare culturalmente ed eticamente la visione dell’uomo nel mondo invalsa nella civiltà classica greco-latina, costituendo anche l’ispirazione principale per le conquiste morali successive, comprese quelle dell’Illuminismo e del Liberalismo sette/ ottocenteschi.

Il tema posto dal disegno di legge rischia di non essere la difesa dell’uguaglianza in dignità tra tutti gli esseri umani, che è mostrabile scientificamente sotto il profilo antropologico e psico-fisico. L’essere umano è fatto allo stesso modo nello spazio e anche nel tempo, salvo modifiche sulle lunghe derive dei millenni, come insegna la paleoantropologia, dall’homo naledensis (1,7 milioni di anni fa) a noi che viviamo qui e ora nel tempo e nello spazio.

Il tema sotteso è il tentativo di far passare una teoria confusiva sull’essere umano, corroborandola con misure vincolanti e repressive.

E non capisco neanche molto bene la posizione attuale della Chiesa cattolica (se è correttamente riferita dai media, mi documenterò ulteriormente) che pone la questione citando meramente l’articolo 2 del Concordato con lo Stato Italiano, stipulato nel 1929 tra il card. Gasparri e Benito Mussolini, e rivisto nel 1984 tra il card. Agostino Casaroli e Bettino Craxi. Fossi nel Segretariato di Stato il tema lo porrei, come ho fatto sopra, prima sotto il profilo teologico e teoretico, ma forse questa modalità è ritenuta troppo difficile e di non semplice comprensione generale.

In ogni caso, se si vuole ribadire il divieto di ogni discriminazione va bene, ma bisogna stare attenti a non scivolare su una deriva illiberale, se non liberticida. Non mi piacerebbe essere denunziato perché qui e in generale nei miei scritti prendo spesso a male parole, anzi – meglio dire – con riflessioni critiche, la dizione burocratica, presente da qualche anno sui moduli della burocrazia pubblica “genitore 1 e genitore 2”, al fine di non offendere le coppie omosessuali con figli.

Un’altra idiozia è quella di imporre una linea pedagogica alle scuola cristiane, che dovrebbero celebrare la giornata contro l’omotransfobia allineandosi a qualche diktat burocratico di oscuri funzionari ministeriali.

Su questo tema nulla c’entra la questione delle gravissime violazioni dell’integrità psicofisica di ragazzi e ragazze perpetrate da uomini di chiesa, che vanno individuati e perseguiti anche civilmente e penalmente, oltre alle misure (ad esempio, la sospensione a divinis che spettano alla Chiesa).

Più che violare il Concordato interstatale fra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, stati sovrani, il tema deve essere posto a partire dai suoi fondamenti.

Perdio, e questa è una giaculatoria, cerchiamo di non scherzare su queste cose!

Allargo il mio ragionamento anche al suo segretario, caro Zan, l’onorevole Letta, che da quando è sbarcato in Italia dopo l’ottimo esilio (per modo di dire) parigino, non smette di stupire, per quanto mi riguarda, negativamente.

Oltre alla ripresa del tema dello “Jus soli” proclamato sulla scaletta dell’aereo in arrivo dall’aeroporto Charles De Gaulle, tema che condivido ma posto in modo intempestivo, senza un cenno all’esigenza demografica di cui non l’Italia ma la Germania si sta accorgendo (nei prossimi dieci anni quella grande Nazione, mi suggerisce il mio amico Roberto, avrà bisogno di due/ tre milioni di lavoratori extra comunitari), negli ultimi giorni si è messo a bacchettare i calciatori della Nazionale italiana, perché solo in cinque hanno fatto il gesto dell’inginocchiamento contro ogni razzismo (è la proskìnesis cristiana!). Ma il dottor Enrico pensa forse che i giovani atleti abbiano bisogno di un severo precettore che gli insegni a vivere.

Mi auguro che nessuno di loro e nemmeno Roberto Mancini gli rispondano, in modo da far cadere la reprimenda di Letta in un fragoroso silenzio.

“Il sangue del ’68”

Sono stati arrestati finalmente! Quei presuntuosi, narcisi, insopportabilmente convinti di essere dalla parte del giusto.

Il Presidente MItterrand

La cosiddetta “dottrina MItterrand” è stata sepolta, non so se per convenienza, resipiscenza o per altre ragioni (forse di tutto un po’) da Macron. Era ora.

Ricordo ancora il ghigno feroce e insopportabile di Cesare Battisti (ooh tanto nome profanato da un delinquente che la sorte ha destinato all’omonimia di un glorioso Patriota!), colà supportato, tra eleganti intellettuali della Rive Gauche, anche da madame la (ex) prémiere dame Carla Brunì in Sarkozy, la di-sinistra borghesissima flebile pseudo-cantatrice di nenie insopportabili come le facce da impuniti degli arrestati. E dalla sorella connessa, ora francesissima, la Valerie Bruni Tedeschi. E, tra altri, Jean-Luc Godard, che pare aver dimenticato la nouvelle vague de cinemà.

Siccome ho un numero di lettori attenti, ho già ricevuto la sollecitazione a parlare di questo tema. Lo faccio volentieri, stentando anche a nominare quei figuri, a partire dal lottatore continuo che, in combutta con altri (tra cui uno che pontifica da anni sui giornali), assassinò il commissario Luigi Calabresi. Come sai, mio gentile lettore, io sono socialista come il presidente Pertini, che era un vero patriota, e se fosse dipeso da lui avrebbe punito assai più duramente di come sono stati puniti quelli che pensavano di rifarsi alla Resistenza per giustificare crimini efferati ed assurdi sotto il profilo politico e sociale. A mio parere, di quei protagonisti, per quanto ne so (e l’argomento è da me conosciuto in profondità), forse solo uno merita rispetto, Alberto Franceschini.

Sai anche, mio caro lettore, che mi sono assunto da molti anni il ruolo di tutore nei confronti di una persona, coinvolta nei crimini di quegli anni, ma che ha pagato a sufficienza per ciò che ha fatto o ha contribuito a fare. Persona non responsabile diretta di reati di sangue, persona.

Anche i sette arrestati/ e sono persone, ma sono persone che non hanno riconosciuto la dignità di persona a chi hanno ucciso o ferito, sia che fosse un generale dei Carabinieri sia che fosse un appuntato della Polizia di Stato. Persone, tutte con la medesima dignità.

E ora, caro lettore, non incentrandosi questo pezzo sulla riflessione politica, ti dico che cosa a mia volta direi a questi/e sette, se li avessi in un’aula per svolgere insieme un seminario (vorrei chiamarlo) “redentivo”, ex art. 27 della Costituzione della repubblica Italiana.

Ecco: userei il paginone di una lavagna a fogli mobili e lo dividerei in due verticalmente con un pennarello rosso o nero o verde, non importa.

Quasi alla sommità del foglio traccerei una linea a incrociare quella verticale creando due rettangoli, sia al di sopra sia al di sotto, e in fondo al paginone traccerei una linea analoga.

Nel primo rettangolo in alto a sinistra scriverei STRUTTURA DI PERSONA, nel secondo rettangolo in alto a destra scriverei STRUTTURA DI PERSONALITA’. Bene.

Poi chiederei ai / alle sette persone presenti in aula che cosa scriverebbero in colonna sia sulla parte sinistra del rettangolo maggiore, sia sulla parte destra: Sono convinto, perché ho sperimentato questo esercizio, sia con quadri e dirigenti aziendali, sia in corsi accademici di antropologia filosofica, sia in corsi di aggiornamento di docenti delle scuole superiori, che, insieme, riusciremmo a scrivere, dopo aver impostato una riflessione comune partendo da precise domande, i seguenti termini…

a) alla domanda “che cosa ci costituisce come persone?”… certamente arriveremmo a una risposta triplice: 1) la corporeità, 2) lo psichismo, 3) la spiritualità, poiché: la corporeità è la caratteristica più visibile e unificante di tutti gli esseri umani: ciò è mostrato dalla biologia generativa, per la quale noi mammiferi ci riproduciamo tutti allo stesso modo, anche se appartenenti a etnie le più differenti (una donna inuit può partorire unendosi con un aborigeno dell’Oceania); lo psichismo è presente in ogni essere umano, anche se si manifesta in modi diversissimi in base alle culture e alle tradizioni locali (un londinese senz’altro gioisce in modo differente rispetto a un napoletano!); la spiritualità, intesa in un senso a-ultra-religioso, appartiene senz’altro a ogni essere umano, in quanto tutti, anche i / le sette persone di cui qui trattasi, provano stupore, meraviglia per la bellezza, la grandezza, la forza della natura, la grazia del volto di un bimbo, etc.

Ebbene, se tutto ciò è vero e lo condividiamo, chiederei ai presenti: “che cosa ci dice razionalmente il diagramma logico che abbiamo condiviso?”

Ecco, qui a mio parere potrebbe esserci un intoppo, poiché saremmo immediatamente nel centro della contraddizione filosofico-esistenziale delle loro biografie. Sarei curioso di vedere chi mi risponderebbe… “Il diagramma logico ci dice che tutti gli esseri umani hanno pari dignità, hanno diritto alla vita, alla salute, all’abitazione, alla cultura, al lavoro, etc. etc.” E scriverei la dizione “pari dignità” nel rettangolo in basso a sinistra.

Sono convinto che nella saletta formazione il silenzio scenderebbe, palpabile, in quanto loro sette – ciò è attestato obiettivamente dalle rispettive autobiografie – non hanno mai vissuto con la consapevolezza della verità inconfutabile di quel diagramma antropologico-morale.

Continuerei, invitandoli a suggerirmi che cosa scrivere nel rettangolone a destra, proprio sotto il titolo Struttura di personalità; forse lì sarebbe più facile condividere la scelta, perché ognuno di loro, peraltro di cultura medio-alta, non avrebbe grandi problemi a individuare nei seguenti tre elementi ciò che costituisce la Struttura di personalità, come segue: a) genetica, poiché ogni essere umano è caratterizzato dal suo proprio DNA (e su questo porterei l’esempio dei gemelli monozigoti, che comunque, dopo il periodo della prima crescita, hanno esperienze esistenziali differenti); b) educazione, che differenzia le persone in base alla scolarità e alle esperienze fatte; c) ambiente, idem: ogni ambiente produce esiti differenti nelle vite individuali.

Questo secondo paradigma molto facilmente porterebbe il gruppo seminariale a condividere che i tre elementi statuiscono l’irriducibile unicità e differenza di ciascun essere umano rispetto a qualsiasi altro/ a.

Fatto questo, li inviterei a raccogliere le idee, mettendo vicino le due tesi derivanti dall’analisi antropologica condivisa. Se il raziocinio prevalesse nel gruppo, dovrebbe emergere una conclusione condivisa: avendo a suo tempo non considerato la pari dignità degli esseri umani, tutti loro hanno commesso dei crimini contro l’uomo, peccando innanzitutto di ignoranza colpevole (perché erano consapevoli delle conseguenze del loro agire), prima ancora che di atti che costituiscono reati (o peccati, teologicamente).

Sono convinto, però, che qualcuno più colto e anche più cinico, potrebbe “tirar fuori” il tema della necessità storica di lottare per l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, anche non rispettando il diritto alla vita delle persone, intese come singoli. E questo è proprio l’ultimo tema filosofico-morale: si può sacrificare sull’altare di una giustizia generale la vita umana di una o più persone, in base a scelte di individui e piccoli gruppi che si attribuiscono questo compito, come se l’universalità dei popoli (qui mettiamo magari solo il Popolo italiano) li avesse delegati a ciò?

Farei loro queste domanda e mi piacerebbe sentire le risposte… se queste venissero dalle loro bocche.

Temo che il seminario si concluderebbe nel silenzio e nell’imbarazzo, se ho considerato con sufficiente lucidità le loro intelligenze e le loro cultura individuali. Chi lo sa…

E’ chiaro che costoro meritano il carcere che, viste le loro anagrafi, farei loro assaggiare per qualche anno, per poi, dopo qualche tempo, li rimanderei a casa in libertà vigilata. Così come chiederei di fare immediatamente all’Amministrazione penitenziaria nei confronti del mio tutelato, che oramai pare esser diventato un mero dimenticato fascicolo penale, essendo comunque una persona.

E alla politica chiederei di rivedere le norme penali in funzione dei Diritti costituzionali, in particolare agli artt. 3 e 27, caro lettor mio

Il senso delle cose

Una ventina di anni fa pubblicai una raccolta di saggi presso l’editore La Bassa dal titolo Il senso delle cose. Parole e dialoghi per riflettere. Se si apre il web si può anche notare che vi sono in commercio forse alcune decine di libri con la prima parte dello stesso titolo. Che cosa significa ciò? Che in molti si fanno la medesima domanda, anche tra chi scrive libri. E’ ovvio che la domanda è piuttosto banale, perché è costituita da due concetti strausati: “senso” e “cose”. Epperò. si tratta di termini che sottendono, ciascuno, una vastissima polisemia. Questo è il punto.

Innanzitutto “senso”, dal latino sensus, che significa molte cose.

Eccoti, gentile lettore, un elenco dei termini latini contenuti nell’area semantica di “senso” con la traduzione italiana… elenco che comunque è solo parziale:

sensus, cioè senso, affectus, affetto, animus, animo, humanum, umano, pectus, petto, mens, mente, caput, capo, conscientia, coscienza, voluntas, volontà,
cogitatio,
pensiero, cogitamentum, pensiero, sententia, sentenza, cogitatus, pensato, intellectus, intelletto, intelligentia, intelligenza, cerebrum, cervello, sal, sale, sagacitas, sagacia, stupor, stupore, fabula, favola, opinio, opinione, sententia, sentenza, iudicium, giudizio, censura, censura, habitus, abitudine, relatio, relazione, status, stato, conspectus, cospetto, aspectus, aspetto.

Si osserva immediatamente come la traduzione sia largamente metaforica.

Il termine senso è solitamente connesso a, implicato con il lemma significato, poiché il sintagma senso&significato comprende più o meno tutto ciò che si può declinare quando si cerca di comprendere gli accadimenti e i detti umani, dei quali, appunto, si cerca sempre il senso e il significato. Se uno colpisce un altro con un pugno, ci si chiede che senso abbia avuto il gesto, e quale significato… se si riceve un insulto sul web ci si chiede altrettanto. C’è bisogno di sapere il sostrato delle azioni umane, per esprimere un giudizio e basare le nostre re-azioni, in quanto non si dà azione senza una risposta.

Il significato è ciò-che-significa-un-segno convenzionale, linguistico, morfologico, verbale. Convenzionale nel senso che ogni cultura linguistica prevede che vi sia un accordo vincolante tra chi forma detta cultura, quel popolo, quella gente. Ad esempio, se si decide nella storia di un popolo e di una lingua che la costruzione in legno cui ci si può appoggiare e che si utilizza per il pranzo si chiama tavolo e non sedia, è necessario che si continui concordemente tutti insieme a chiamarlo tavolo, e così via. Senso e significato stanno insieme indissolubilmente, per costruire e costituire il dia-logo, cioè la-parola-che-attraversa lo spazio fisico e mentale tra più interlocutori.

Res è le-cose, tutte le cose, ogni cosa, ciascuna cosa, materiale e morale. E dunque, ci si chiede, proprio in quanto siamo esseri riflessivi, logici, razionali, la ragione (sensus intellectualis) la causa (sensus actionis), il motivo, (sensus emotionis), come fonti differenti di ogni agire umano, nei suoi limiti e nelle sue deficienze. E anche nella sua grandezza.

Ecco: l’importanza del chiedersi quale sia il senso delle cose è fondata sulla ricerca continua intorno all’agire umano, e sulla sua moralità, vale a dire la capacità di esprimere un giudizio sul bene e sul male insito nelle azioni umane libere.

Tutto ciò pone sempre il grande tema di un sapere etico che sia scientificamente fondato sulla base di uno statuto che gli dia uno spessore, una solidità, una costanza di valore nel tempo, e per le persone.

« Older posts

© 2021 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑