Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tag: consulenza filosofica (page 1 of 31)

Il delitto di Civitanova Marche: coloro che hanno filmato l’omicidio di Alika, senza muovere un dito per fermare lo scempio, sono non solo perfetti imbecilli e vigliacchi (avevano paura di prenderle?), ma spero siano inquisiti per omissione di soccorso, se vi sarà un’estensione interpretativa e applicativa di tale fattispecie di reato, finora considerato prevalentemente per gli incidenti stradali e gli infortuni. Scrivo questi epiteti perché desidero che questi signori “emergano” dal web e leggano ciò che si può pensare di loro, e qui io, in particolare

art. 593 del Codice Penale

qui è stato ucciso Alika Ogorcukwu, senza che alcuno lo soccorresse. Vergogna, Civitanova!

Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a duemilacinquecento euro.

Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità.”

Mi pare che il caso occorso a Civitanova Marche ricada sotto le fattispecie descritte nel secondo capoverso dell’articolo del Codice penale, o no? Cari amici giuristi, aiutatemi!

Intanto, spero che anche questa mia piccola cosa scritta serva a smascherare la vigliaccheria guardona o il guardonismo vigliacco delle persone che, sentendosi quasi perfetti reporter, hanno filmato. Invece di intervenire. Per oltre quattro minuti, mentre si consumava l’assassinio, questi filmavano, oserei dire tre avverbi come fossero una bestemmia contro l’uomo, beatamente, idiotamente, colpevolmente.

Ho già detto dell’articolo 593 del Codice penale, ma ora mi pare necessario parlare del guardonismo smartphoniano, che è diventata una vera malattia.

Caro lettore, altro episodio tristissimo, cosa pensi che facessero Giulia e Alessia quando sono andate sotto il treno a Riccione domenica mattina? Forse erano anche un pochino rinco per la serata, ma sicuramente, almeno quella a cui non avevano rubato il cellulare, si stava dando da fare con quello che era rimasto, e poi sono scivolate tra i binari davanti al Freccia Rossa. Non ci saranno autopsie per i corpi troppo straziati, e il racconto del macchinista del treno che le ha travolte non dice altro che a 200 all’ora non poteva fermarsi vedendo una ragazza allucinata davanti a sé per frazioni di secondo.

E’ oramai irresistibile per i ragazzi, e non solo per loro, il richiamo del web, che li trasporta in un mondo neanche virtuale, ma del tutto fasullo e pericoloso.

Qualche psicologo dall’alto cachet televisivo torna con la manfrina risaputa dell’educazione genitoriale e scolastica che manca. Per saper dire questa ovvietà non occorre farsi pagare profumatamente dalle tv.

Occorrono piuttosto azioni politiche che sostengano scuola e famiglie in modo diverso da quello attuale, che sembra quasi solo un atto dovuto, non un Progetto primario dello Stato sociale e di diritto.

Occorre investire in cultura umanistica, dove discipline come la Filosofia pratica di Phronesis, la Psicologia umanistica à la Rogers e la Psichiatria fenomenologica (sulle tracce di studiosi come Karl Jaspers, Edmund Husserl, Ludwig Binswanger, ben conosciuto dall’amico Giorgio Giacometti, Giovanni Jervis, Franco Basaglia, Vittorino Andreoli, un professor Galdi suggeritomi dall’amica Lia Matrone, e altri, anche se non molti…) si devono aiutare integrandosi.

Personalmente mi muoverò affinché sia fondata una associazione come Philia, in grado di mettere vicino specialisti come quelli indicati, accanto a Phronesis, e ai suoi filosofi pratici, associazione che ancora per qualche mese presiederò, e poi si vedrà.

Torno al “folle” di Civitanova. Risulta che fosse stato sottoposto anche a un Trattamento Sanitario Obbligatorio e che sua madre fosse stata nominata Amministratore di sostegno, senza però nulla essere capace di fare.

La sindrome psicotica di cui è parlato è pericolosa, ma lo si è lasciato in giro così com’era. Un disturbo bipolare, o sindrome maniaco depressiva, che si esprime anche con la violenza di Civitanova, non può essere lasciato allo svolgersi di atti e fatti purchessiano. Nella vicenda vi sono dunque anche responsabilità oggettive degli enti di controllo e della famiglia.

Si tratterà poi di stabilire, e questo sarà compito dei giudici, di che tipo di libero arbitrio disponesse Filippo Ferlazza, visto che la posizione lavorativa Inps lo colloca a un 100% di invalidità. Un po’ strano, però, un invalido, se pure mentale, che massacra un uomo ancora giovane. Analisi cliniche e giuridiche da fare. Aspettiamo.

Ma torno ai testimoni del disumano orrore e mi rivolgo a loro. Mi auguro che sorga nel vostro cuore e nella vostra mente la consapevolezza dei vostri atti e vi pentiate e vi vergogniate di quello che avete fatto.

E infine vi sentiate – per il tempo giusto – obiettivamente dei miserabili.

La salute della donna e l’interruzione della gravidanza: etica della vita umana e aspetti socio-politici

Su un tema di questa rilevanza, ma soprattutto di questo genere scientifico, ho cercato informazioni adeguate che qui riporto, in quanto, per mia ignoranza specifica, non posso avventurarmici dentro senza essere presuntuoso. Umilmente e socraticamente, quindi, mi affido a chi ne sa più di me, limitandomi a commentare solo (e sommessamente) da un punto di vista etico e politico, qua e là.

La sentenza della Supreme Court Usa ha rimesso al centro il grave tema.

Gli effetti di questa decisione sono notevoli, ma per riflettere con la corretta attenzione alla complessità di tale argomento e a i suoi risvolti morali e sociali occorre farne una breve storia.

L’aborto (dal latino abortus, derivato di aboriri, «perire», composto di ab, «via da», e oriri, «nascere») è l’interruzione della gravidanza prima della ventesima o ventiduesima settimana (cioè nel periodo in cui il feto non è capace di vita extrauterina), con conseguente espulsione del feto o dell’embrione dall’utero; può avvenire spontaneamente, o essere procurato.[

Un aborto che avviene spontaneamente viene detto aborto spontaneo. Un aborto può essere anche causato intenzionalmente e viene quindi chiamato aborto indotto. La parola aborto è spesso usata, erroneamente, per indicare solo gli aborti indotti: una procedura simile, effettuata quando il feto potrebbe sopravvivere al di fuori dell’utero, è nota come “interruzione ritardata di gravidanza”.[

Sin dai tempi antichi, gli aborti sono stati realizzati utilizzando erbe medicinali, strumenti taglienti, con la forza o attraverso altri metodi tradizionali.[

Diversi governi hanno posto limiti differenti sulla fase della gravidanza in cui l’aborto sia permesso. Le leggi sull’aborto e le visioni culturali o religiose su tale pratica sono diverse in tutto il mondo. In alcune zone l’aborto è legale solo in casi speciali, come lo stupro, malformazioni del feto, povertà, rischio per la salute della madre o incesto. In molti luoghi c’è un dibattito sulle questioni morali, etiche e giuridiche dell’aborto. Coloro che sono contro l’aborto spesso sostengono che l’embrione o il feto sia un essere umano con il diritto alla vita e quindi possono paragonarlo ad un omicidio. Coloro che favoriscono la legalità dell’aborto ritengono che una donna abbia il diritto di prendere decisioni riguardo al proprio corpo.

Si pone a questo punto il tema dell’umanizzazione dell’embrione e del feto. Se vogliamo, da un punto di vista non solo metafisico, ma anche biologico, lo zigote contiene in sé tutte le informazioni che determineranno lo sviluppo fino alla formazione dell’essere umano nascituro e via di seguito, perché è una cellula totipotente, come si dice: totipotente significa che da quella cellula potranno formarsi le cellule di tutti gli organi e la struttura che compongono il corpo umano.

Ciò potrebbe significare che la soppressione di un embrione o di un feto è equiparabile all’uccisione di un essere umano del tutto formato. ma si tratta di un tema controverso. Anzi del tema più controverso, perché è di carattere filosofico-morale

I metodi moderni di aborto fanno ricorso ai farmaci o alla chirurgia. Sebbene l’utilizzo dei farmaci possa funzionare anche nel secondo trimestre, la chirurgia ha un minor rischio di effetti collaterali. Quando consentito dalla legge locale, l’aborto è stato a lungo una delle procedure più sicure nel campo della medicina. Aborti non complicati non causano problemi mentali o fisici a lungo termine. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda che sia disponibile, per tutte le donne, ricorrere ad aborti legali e sicuri. Ogni anno nel mondo si praticano circa 44 milioni di aborti indotti e poco meno della metà non sono eseguiti in modo sicuro. Ogni anno gli aborti svolti in contesti non sicuri causano 47 000 morti e 5 milioni di ricoveri ospedalieri.]

I tassi di aborto, che erano sensibilmente maggiori nei decenni precedenti al 2000, sono cambiati poco tra il 2003 e il 2008, grazie a una migliore educazione sulla pianificazione familiare e sulla contraccezione. Al 2008, il 40% delle donne di tutto il mondo aveva accesso all’aborto legale senza limitazioni legate al motivo. in questi ultimi anni questi dati sono peggiorati, per le donne, specialmente nelle nazioni e territori più poveri.

In epoche primitive l’aborto veniva utilizzato sia come strumento per limitare l’espansione delle famiglie sia per altri scopi e in genere non comportava alcuna sanzione per coloro che ricorrevano a tale pratica, mentre in epoca classica, il diritto greco non la includeva fra i reati solo se autorizzata dal capo famiglia. Nella Roma dei re vi era inoltre una lex regia, attribuibile a Numa Pompilio, secondo cui era fatto divieto di seppellire una donna incinta prima di aver estratto il nascituro dal grembo.

Nei tempi antichi gli aborti venivano tentati ricorrendo ad erbe medicinali, strumenti taglienti, pressione addominale o attraverso altri metodi tradizionali. L’aborto indotto ha una storia lunga e può essere fatto risalire a diverse civiltà, come la Cina sotto Shennong (c. 2700 a.C.), l’Antico Egitto con il papiro Ebers (c. 1550 a.C.) e l’impero Romano al tempo di Giovenale (c. 200 d.C.). Una delle prime note rappresentazioni artistiche dell’aborto è in un bassorilievo ad Angkor Wat (c. 1150) in Cambogia. Trovato in una serie di fregi che rappresentano il giudizio dopo la morte, raffigura la tecnica dell’aborto addominale.]

Alcuni studiosi e medici anti-aborto hanno suggerito che il giuramento di Ippocrate vietasse ai medici greci antichi di eseguire aborti; altri studiosi non sono d’accordo con questa interpretazione] ed evidenziano che nel Corpus Hippocraticum vi sono descrizioni di tecniche abortive. Il medico Scribonio Largo scrisse nel 43 d.C. che il giuramento di Ippocrate proibisce l’aborto, così come Sorano d’Efeso, anche se apparentemente non tutti i medici aderirono a questa visione. Secondo lo scritto Ginecologia di Sorano, datato tra il I e il II secolo d.C., una parte dei medici rifiutava le pratiche abortive come richiesto dal giuramento di Ippocrate; un’altra parte – che comprendeva lo stesso Sorano – era disposta a prescrivere gli aborti, ma solo per il bene della salute della madre.

Aristotele, nel suo trattato Politicaa (350 a.C.), condanna l’infanticidio come mezzo di controllo della popolazione, preferendo l’aborto per questo scopo, tuttavia con la restrizione “[che] deve essere praticato prima che si sviluppi la sensazione di vita, la linea tra l’aborto lecito e illecito sarà caratterizzata dal fatto di avere la sensazione di essere vivo“. Secondo la tradizione cristiana, anche alla luce della teoria dualistica dell’uomo di Platone espressa nel Fedone, l’aborto volontario era visto come un peccato molto grave in quanto voleva dire uccidere un essere munito non soltanto di un corpo anche di un’anima, manifestazione della creatività di Dio. Questa era la ragione per cui non venivano considerati per alcun motivo i diritti della donna o della famiglia di appartenenza, posti inevitabilmente in secondo piano rispetto al concetto secondo cui privare della vita un essere umano era una prerogativa di esclusivo appannaggio del divino.

Durante il Medioevo l’aborto volontario era considerato alla stessa stregua di un omicidio da una certa fase della gravidanza ovvero da quando il feto iniziava a muoversi nel grembo. Questo in quanto vi era la credenza che i movimenti fossero connessi all’infusione dell’anima nel corpo non ancora formato del nascituro. Nel cristianesimo, papa Sisto V (1585-1590) fu il primo papa a dichiarare che l’aborto è un omicidio indipendentemente dallo stadio della gravidanza; la Chiesa cattolica fu inizialmente divisa sulla questione e iniziò ad opporsi energicamente solo a partire dal XIX secolo. La tradizione islamica ha permesso l’aborto fino al momento in cui la dottrina ritiene che l’anima entri nel feto; diversi teologi musulmani hanno dato differenti interpretazioni per stabilire il giusto tempo, che vanno dal momento del concepimento a 40 giorni dopo il concepimento a 120 giorni dopo il concepimento o oltre. Tuttavia, l’aborto è in genere fortemente limitato o vietato nelle zone a maggioranza islamica come il Medio Oriente e il Nord Africa.

In Europa e Nord America, tecniche di aborto avanzate e sicure hanno iniziato ad essere disponibili dal XVII secolo. Tuttavia, la maggior parte dei medici sulle questioni sessuali ne impedì un’ampia espansione. Vi erano comunque alcuni medici che pubblicizzavano i loro servizi, fino a quando tale pratica non fu vietata, nel XIX secolo, sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito.Gruppi ecclesiali, così come i medici, sono stati molto influenti nei movimenti anti-aborto. Negli Stati Uniti, fino al 1930 circa l’aborto era considerato più pericoloso del parto, quando i miglioramenti nelle procedure resero tale pratica sicura. L’Unione Sovietica (1919), l’Islanda (1935) e la Svezia (1938) sono stati tra i primi paesi a legalizzare alcune, o tutte, le forme di aborto. Nel 1935, nella Germania nazista, fu approvata una legge che permetteva aborti per le donne ritenute “ereditariamente malate”, mentre a quelle considerate di razza tedesca era severamente proibito. Una evidente e grave forma di eugenetismo.

A partire dalla seconda metà del XX secolo, l’aborto è stato legalizzato nella maggior parte dei paesi. Un disegno di legge approvato dal legislatore statale di New York per legalizzare l’aborto è stato firmato dal governatore nelson Rockefeller nell’aprile 1970.

Statistiche

Vi sono due metodi comunemente utilizzati per misurare l’incidenzaa dell’aborto:

  • tasso di aborto – numero di aborti per 1 000 donne tra i 15 e i 44 anni di età;
  • percentuale di aborto – numero di aborti su 100 gravidanze note.

Nei paesi dove l’aborto è illegale o è accompagnato da una forte stigmatizzazione sociale, i dati non sono affidabili. Per questo motivo, le stime di incidenza dell’aborto devono essere effettuate con un’intrinseca incertezza.[

Il numero di aborti effettuati in tutto il mondo sembra essere rimasto stabile negli ultimi anni, con una stima di 41,6 milioni di aborti nel 2003 e 43,8 milioni nel 2008. Si ritiene che il tasso di aborto a livello mondiale sia del 28 per 1 000 donne, anche se vi è una differenza tra paesi sviluppati e in via di sviluppo i cui valori sono rispettivamente di 24 ‰ e 29 ‰. Lo stesso studio epidemiologico del 2012 ha indicato che nel 2008 la percentuale di aborto stimata di gravidanze conosciute era al 21% a livello mondiale, con il 26% nei paesi sviluppati e il 20% nei paesi più poveri.[

In media, l’incidenza dell’aborto risulta simile tra i paesi con leggi restrittive e quelli con maggiore libertà. Tuttavia, la presenza di leggi restrittive è correlata con un aumento della percentuale di aborti che vengono eseguiti in situazioni di scarsa sicurezza. Il tasso di aborti a rischio nei paesi in via di sviluppo è in parte attribuibile alla mancanza di accesso ai moderni contraccettivi; secondo il Guttmacher Institute, l’accesso globale ai contraccettivi si tradurrebbe in circa 14,5 milioni di aborti non sicuri in meno e 38.000 decessi in meno per la stessa causa ogni anno in tutto il mondo.

Il tasso di aborti indotti legali varia ampiamente in tutto il mondo. Secondo il rapporto del Guttmacher Institute, nel 2008, esso variava dal 7 per 1000 donne (in Germania e Svizzera) a 30 per 1000 donne (in Estonia) per i paesi in cui vi sono statistiche. La percentuale di gravidanze che si è conclusa con l’aborto indotto variava da circa il 10 % (in Israele, Paesi Bassi e Svizzera) al 30 % (in Estonia), anche se potrebbero esserci dei picchi al 36 % in Ungheria e Romania, le cui statistiche sono state tuttavia ritenute incomplete.[

Il tasso di aborto può anche essere espresso come il numero medio di aborti che una donna intraprende durante i suoi anni riproduttivi; in questo caso si parla di “tasso di aborto totale”.

L’aborto spontaneo

L’aborto spontaneo è molto più frequente di quanto comunemente si ritenga: i più recenti studi indicano che circa un terzo delle gravidanze termina con un aborto spontaneo. In particolare, Lohstroh, Overstreet, e Stewart hanno rilevato che la somma degli aborti spontanei precoci, che avvengono prima della sesta settimana dall’ultima mestruazione, e degli aborti spontanei successivi alla sesta settimana, fornisce una percentuale totale di aborti spontanei del 35,5% su 100 fecondazioni rilevate. Altre ricerche confermano il fatto che il livello percentuale di abortività spontanea delle gravidanze, rilevate mediante i livelli ematici di hCG (gonadotropina corionica umana, ormone prodotto in gravidanza), oscilla tra il 31% e il 35,5%.] Il periodo a maggior rischio è il primo trimestre. Si parla di probabilità, di stima epidemiologica, visto che molte interruzioni spontanee di gravidanza passano inosservate, senza che assumano una dignità clinica.

L’aborto ripetuto (due casi di aborto) interessa il 3% delle coppie che cercano di avere figli. L’1% delle coppie ha avuto almeno tre casi di aborto consecutivi (aborto ricorrente). Nel 12% dei casi clinicamente riconosciuti la madre ha meno di 20 anni, nel 27% più di quaranta.

Ogni anno nel mondo si sviluppano circa 205/ 2010 milioni di gravidanze. Più di un terzo di esse sono indesiderate e circa un quinto finisce in un aborto indotto. La maggior parte degli aborti, infatti, risultano da gravidanze indesiderate. Nel Regno Unito, solo l’1%-2% degli aborti vengono eseguiti a causa di problemi genetici nel feto. Una gravidanza può essere intenzionalmente interrotta in diversi modi e la scelta dipende spesso dall’età gestazionale dell’embrione o del feto, che aumenta di dimensioni con il progredire della gravidanza. Alcune procedure specifiche possono essere scelte per via delle leggi in vigore, per la disponibilità locale o per la preferenza personale della donna.

Le ragioni per procurare aborti indotti sono tipicamente terapeutici o di scelta soggettiva. Un aborto è clinicamente indicato come un aborto terapeutico quando viene eseguito per salvare la vita della donna incinta; per prevenire danni alla sua salute fisica o psichica; per interrompere una gravidanza in cui vi è una forte probabilità che il bambino avrà un alto rischio di morbilità o mortalità; o per ridurre selettivamente il numero di feti in modo da ridurre i rischi per la salute associati con una gravidanza multipla. Un aborto è indicato come un aborto elettivo o volontario quando viene effettuata su richiesta della donna per ragioni non mediche. A volte vi è una certa confusione sul termine “elettivo”, poiché con “chirurgia elettiva” generalmente ci si riferisce a tutta la chirurgia programmata, sia clinicamente necessaria o meno.

Ragioni personali

Le ragioni per cui le donne hanno aborti sono diversi e variano in tutto il mondo.

Alcune delle ragioni più frequenti per cui si sceglie l’aborto, è quello di rinviare la gravidanza a un momento più adatto o per concentrare energie e risorse sui bambini già presenti. Spesso è la conseguenza del non potersi permettere un figlio, sia in termini di costi diretti o per la perdita di reddito, per la mancanza di sostegno da parte del padre, incapacità di permettersi altri figli, desiderio di fornire istruzione per i figli già esistenti, problemi di relazione con il partner, ritenersi troppo giovani per avere un figlio, la disoccupazione e di non essere disposte a crescere un bambino concepito a seguito di uno stupro o di un incesto.

Ragioni sociali

Alcuni aborti sono il risultato di pressioni sociali, come la preferenza per i bambini di un dato sesso, come nella Cina maoista, disapprovazione della maternità, stigmatizzazione delle persone con disabilità, insufficiente sostegno economico per le famiglie, mancanza di accesso o rifiuto di metodi contraccettivi o interventi verso il controllo demografico (come la politica del figlio unico (Cina). Questi fattori possono a volte portare ad un aborto obbligatorio o selettivo

Uno studio statunitense del 2002 ha concluso che circa la metà delle donne che hanno abortito, utilizzava una forma di contraccezione al momento in cui è rimasta incinta. È stato rilevato uno scorretto utilizzo da parte della metà di coloro che usano il preservativo e nei tre quarti quelli che utilizzano la pillola anticoncezionale. Il Guttmacher Institute stima che “la maggior parte degli aborti negli Stati Uniti sono ottenuti da donne appartenenti alle minoranze” perché esse “hanno tassi molto più elevati di gravidanze indesiderate“.

In risposta alle ragioni economiche che possono tradursi in pressioni sociali, i sistemi di previdenza sociale di alcuni Paesi prevedono un sussidio statale mensile a favore delle madri inoccupate o meno abbienti per ogni figlio minorenne naturale, adottivo o assegnato in affido dall’autorità. Ne sono un esempio l’assegno di natalità italiano, il Kindergeld tedesco e il Paje francese.

Salute materna e fetale

Un ulteriore motivo che può spingere ad eseguire un aborto è l’eventuale presenza di un rischio per la salute materna o fetale; ciò è citato come la ragione principale, in alcuni paesi, in oltre un terzo dei casi.

Il giudizio medico deve essere formulato tenendo conto di diversi fattori: fisici, emotivi, psicologici, familiari e anagrafici per il benessere della donna e del feto.[

Tra il 1962 e il 1965 vi fu un’epidemia di rosolia che causò la nascita di 15 000 bambini con gravi difetti. Nel 1967, l’American Medical Association ha sostenuto pubblicamente la liberalizzazione delle leggi sull’aborto. Un sondaggio del National Opinion Research Center effettuato nel 1965 ha mostrato che il 73% degli intervistati sosteneva l’aborto quando la vita delle madri era a rischio, il 57% quando erano presenti difetti nel nascituro e il 59% per le gravidanze derivanti da stupro o incesto.

Tumore

La probabilità di sviluppare un tumore durante la gravidanza è dello 0,02%-1% e, in molti casi, la presenza di una neoplasia nel corpo della madre porta alla considerazione dell’aborto al fine di proteggere la sua vita o per via del danno potenziale che può verificarsi al feto durante il trattamento antitumorale. Ciò è particolarmente vero nel caso di tumore al collo dell’utero che si verifica in 1 ogni 2 000-13 000 gravidanze e per la quale l’inizio del trattamento “non può coesistere con la conservazione della vita fetale (a meno che non si scelga la chemioterapia neoadiuvante).” Tumori cervicali in una fase molto precoce (stadio I e II bis) possono essere trattati con l’isterectomia radicale e la dissezione linfonodale pelvica, con la radioterapia o con entrambe, mentre le fasi successive sono trattati con la radioterapia. La chemioterapia può essere utilizzata contemporaneamente. Il trattamento del tumore alla mammella durante la gravidanza comporta anch’essa delle considerazioni sul feto, poiché la lumpectomia è sconsigliato in favore della mastectomia radicale, a meno che la gravidanza non sia al termine e che quindi permetta una terapia di follow up mediate radioterapia da somministrare dopo la nascita.

Anche il parto può mettere a rischio la vita della madre. Un parto vaginale può comportare la diffusione delle cellule neoplastiche nei vasi linfatici e quindi favorire lo sviluppo di metastasi, mentre il parto cesareo può causare un ritardo nell’inizio del trattamento non chirurgico.

Aborto spontaneo

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Per aborto spontaneo si intende l’interruzione della gravidanza prima della 24ª settimana di gestazione]. La gravidanza si considera interrotta quando:

  • il battito cardiaco, precedentemente visualizzato risulta assente all’esame ecografico
  • l’esame ematico eseguito durante la prima fase della gravidanza, la bHCG, ha dei valori decrescenti in due prelievi successivi
  • la camera gestazionale non compare nonostante il test di gravidanza sia positivo (aborto in fase biochimica)
  • l’embrione non compare all’interno della camera gestazionale (uovo bianco)

Dopo il manifestarsi dell’aborto, la successiva espulsione del prodotto del concepimento può non essere immediata; nelle prime fasi più facilmente si manifesta una mestruazione con l’espulsione completa (aborto spontaneo completo), a volte persistono delle perdite o dei dolori o non è presente nessun sintomo ma al controllo sono presenti dei residui della gravidanza (aborto spontaneo incompleto); infine a volte anche se la gravidanza si è interrotta non intercorre la mestruazione (aborto ritenuto), in questo caso bisogna ricorre a un’aspirazione da parte del ginecologo. Quando l’aborto si manifesta dopo la 24ª settimana, si parla di morte endouterina fetale.

Una gravidanza che termina, dopo 24 settimane ma prima della 37ª settimana di gestazione, con la nascita di un bambino vivo è conosciuto come un “parto prematuro” o “nascita pretermine”, si parla invece di “nato a termine” dalla 37ª alla 42ª settimana. Un feto che muore prima del parto è definito “nato morto”. Le nascite premature e i nati morti non sono generalmente considerati aborti anche se l’utilizzo di questi termini a volte può sovrapporsi.[

Solo dal 30% al 50% dei concepimenti progredisce oltre al primo trimestre di gravidanza. La stragrande maggioranza di quelli che non progrediscono vengono persi prima che la donna ne sia a conoscenza, e molte gravidanze vengono perse prima che i medici siano in grado di rilevare la presenza dell’embrione. Tra il 15% e il 30% delle gravidanze conosciute termina con un aborto spontaneo clinicamente evidente, a seconda della età e della salute della donna. L’80% di questi aborti spontanei accade nel primo trimestre.

La causa più comune di aborto spontaneo durante il primo trimestre sono le anomalie cromosomiche dell’embrione o del feto, che rappresentano almeno il 50% dei casi. Altre cause comprendono la presenza di una malattia vascolare (come il lupus eritematosuso), il diabete, problemi ormonali, infezioni e anomalie dell’utero. L’avanzare dell’età materna e la storia di precedenti aborti spontanei nelle donne sono i due fattori principali associati ad un maggior rischio di aborto spontaneo. Un aborto spontaneo può anche essere causato da traumi accidentali o intenzionali da stress; causare un aborto spontaneo è considerato un aborto indotto e un feticidio.

Aborto farmacologico

L’aborto farmacologico (chiamato anche aborto chimico) è quello indotto dai abortivi. L’aborto farmacologico è diventato un metodo alternativo grazie alla disponibilità, fin dal 1970, di analoghi delle prostaglandine e dell’anti-progestinico mifespristone (noto anche come RU-486) nel 1980.

Durante il primo trimestre per l’aborto farmacologico viene comunemente utilizzato il mifepristone in combinazione con un analogo della prostaglandina (misoprostolo o gemeprost) fino a 9 settimane di età gestazionale, mentre il metotrexato in combinazione con una prostaglandina analogica fino a 7 settimane di gestazione o un analogo della prostaglandina da solo. Combinazione di mifepristone e misoprostolo sono più efficaci in età gestazionali successive.[

Negli aborti precoci, fino alla 7ª settimana di gestazione, l’aborto farmacologico ottenuto mediante un regime di combinazione di mifepristone e misoprostol è considerato più efficace dell’aborto chirurgico (aspirazione a vuoto), soprattutto quando la pratica clinica non comprende un’ispezione dettagliata del tessuto aspirato. Il mifepristone, seguito 24-48 ore dopo dal misoprostolo orale o vaginale risulta il 98% efficace fino alla 9ª settimana di gestazione. Se l’aborto farmacologico non riesce, è necessario ricorrere all’aborto chirurgico per completare la procedura.

Gli aborti farmacologici rappresentano la maggior parte degli aborti effettuati prima della 9ª settimana di gestazione in Gran Bretagna, in Francia, in Svizzera e nei paesi nordici. Negli Stati Uniti, la percentuale degli aborti farmacologici precoci è di gran lunga inferiore.

L’aborto farmacologico con mifepristone in combinazione con un analogo della prostaglandina è il metodo più frequentemente utilizzato durante il secondo trimestre di gravidanza in Canada, nella maggior parte dell’Europa, in Cina e in India, al contrario degli Stati Uniti, dove il 96% sono eseguite chirurgicamente mediante dilatazione ed evacuazione.

Dalla 15ª settimana di gestazione la suzione-aspirazione e l’aspirazione a vuoto sono i metodi chirurgici più utilizzati nei casi di aborto indotto. L’aspirazione manuale a vuoto (MVA) consiste nell’estrarre il feto o l’embrione, la e le membrane, mediante aspirazione utilizzando una siringa manuale, mentre l’aspirazione a vuoto elettrica (EVA) utilizza una pompa alimentata da elettricitàà. Queste tecniche differiscono nel meccanismo utilizzato per applicare il vuoto e possono essere utilizzate in modo precoce anche se è necessaria la dilatazione cervicale.

La MVA, nota anche come “mini-aspirazione” e “estrazione mestruale”, può essere usata anche durante una gravidanza molto precoce e non richiede la dilatazione della cervice. La dilatazione e raschiamento, il secondo metodo più comune per l’aborto chirurgico, è una procedura ginecologica normalmente eseguita per una varietà di ragioni, tra cui l’esame del rivestimento uterino per eventuali malignità, ricerca di sanguinamento anormale e aborto. Per raschiamento ci si riferisce alla pulizia delle pareti dell’utero con una curettee. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda questa procedura solo quando l’MVA non è disponibile.[

Dalla 15ª settimana di gestazione fino a circa la 26° è necessario utilizzare altre tecniche. La dilatazione con evacuazione consiste nell’aprire la cervicee dell’utero e nel successivo svuotamento mediante strumenti chirurgici e di aspirazione. Dopo la 16ª settimana, gli aborti possono anche essere eseguiti mediante dilatazione intatta ed estrazione, che richiede la decompressione chirurgica della testa del feto prima dell’evacuazione. Tale procedura è talvolta chiamata “aborto con nascita parziale” ed è stata bandita dal governo federale degli Stati Uniti.

Nel terzo trimestre di gravidanza l’aborto indotto può essere eseguito chirurgicamente mediante dilatazione intatta e estrazione o isterectomia. L’isterotomia è una procedura abortiva simile a un taglio cesareo, sebbene richieda un’incisione più piccola, e viene eseguita in anestesia generale.

Le procedure del primo trimestre possono generalmente essere eseguite in anestesia locale, mentre quelle eseguibili nel secondo trimestre di gravidanza possono richiedere una sedazione profonda o l’anestesia generale.

Le procedure del primo trimestre possono generalmente essere eseguite in anestesia locale, mentre quelle eseguibili nel secondo trimestre di gravidanza possono richiedere una sedazione profonda o l’anestesia generale.

Aborto con induzione del travaglio

Nei paesi privi delle capacità mediche necessarie per eseguire la dilatazione e l’estrazione o dove vi è una preferenza da parte dei professionisti, l’aborto può essere indotto con l’induzione del travaglio e quindi inducendo la morte del feto, se necessario. Questo è talvolta chiamato “aborto spontaneo indotto”.

Pochi e limitati dati sono disponibili per confrontare questo metodo con la dilatazione ed estrazione. A differenza delle altre tecniche, l’induzione del travaglio dopo la 18ª settimana può essere complicata dal verificarsi di una breve sopravvivenza del feto, che può essere legalmente considerato come nato vivo. Per questo motivo, questa tecnica può comportare, in alcuni paesi, delle problematiche legali.

Altri metodi

Storicamente, una serie di erbe avevano la fama di possedere proprietà abortive e venivano utilizzate nella medicina popolare: il tanaceto, la mentuccia, l’actaea racemosa e l’ormai estinto silfio. L’uso delle erbe poteva causare gravi, anche letali, effetti collaterali, come l’insufficienza multiorgano e non è consigliato dai medici.

Talvolta l’aborto viene tentato procurando traumi all’addome. Ciò potrebbe portare a gravi lesioni interne, senza necessariamente riuscire a indurre l’aborto spontaneo. Nel sud est asiatico vi è un’antica tradizione di tentare l’aborto attraverso un forte massaggio addominale. Uno dei bassorilievi che decorano il tempio di Ankor Wat in Cambogia raffigura un demone che esegue un tale aborto su una donna che è stata inviata agli inferi.

Pericolosi metodi di aborto autoindotto registrati includono l’abuso di misoprostol e l’inserimento di strumenti non chirurgici, come aghi da maglia e appendiabiti, nell’utero. Questi metodi si vedono raramente nei paesi sviluppati, dove l’aborto chirurgico è legale e disponibile.

Sopravvivenza fetale

Anche se è molto raro, le donne che abortiscono dopo la 18ª settimana di gravidanza a volte danno vita a un feto che può sopravvivere per breve tempo (ciò si verifica in 1 caso su 250, dallo 0% al 13% o dallo 0% al 50%, a seconda del metodo e della settimana di gravidanza). Dopo 22 settimane la sopravvivenza a lungo termine è possibile.[

Se il personale medico osserva segni di vita, può essere necessario fornire assistenza: manovre di emergenza se il bambino presenta una buona possibilità di sopravvivere o altrimenti un trattamento palliativo. Al fine di evitare ciò, si consiglia, dopo la 20ª-21ª settimana di gestazione, di provvedere a una morte fetale indotta prima di procedere con l’interruzione di gravidanza.

Secondo Berlingieri, le tecniche disponibili nei primi anni ’90 consentivano la sopravvivenza del concepito a partire dalla ventesima settimana di gravidanza, in una piccola percentuale di casi. Nella maggior parte dei casi i bimbi nati prima della 28ª settimana presentano comunque almeno nel 50% dei casi disabilità neurosensoriali; è ragionevole pensare che fra quelli nati prima della 24ª settimana le percentuali siano ancora più elevate, per questo alcuni considerano accanimento terapeuticoo l’applicazione di tecniche di rianimazione in questi casi.

Una rewiew clinica pubblicata da Pediatrics, relativa alle linee-guida operative proposte dalle società scientifiche di pediatria e neonatologia di diversi paesi, evidenzia come il consenso clinico individui l’opportunità di un approccio terapeutico diversificato nelle scelte cliniche relative ai nati significativamente pretermine, tenendo in debito conto gli elevati rischi di disabilità permanente. Il consenso è orientato a una definizione della ragionevole utilità clinica dell’intervento terapeutico intensivistico per i nati pretermine post-25ª settimana; a una decisione caso per caso per i nati alla 23ª o 24ª settimana; per semplici cure palliative per i nati sotto la 22ª. Secondo i dati usati per la definizione del Consensus sull’assistenza ai nati pretermine estremi del 2002, l’American Academy of Pediatrics individua un tasso di mortalità tra il 70 e l’89% già per i nati alla 23ª settimana, e non riferisce come significativi i dati statistici di sopravvivenza per i nati dalla 22ª settimana o precedenti.

Sicurezza

I rischi per la salute in seguito ad un aborto dipendono dal fatto che la procedura venga eseguita in modo sicuro o meno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce aborti non sicuri quelli effettuati da persone non qualificate, con attrezzature pericolose o in strutture prive di norme igieniche. Gli aborti legali effettuati nel mondo sviluppato sono tra le procedure più sicure nel campo della medicina. Negli Stati Uniti il rischio di mortalità materna in seguito ad aborto è dello 0,7 per 100 000 procedure, rendendo l’aborto di circa 13 volte più sicuro per le donne rispetto al parto (8,8 morti materne ogni 100 000 nati vivi). Questo è equivalente al rischio di morte nel guidare un autoveicolo per circa 1200 km. Il rischio di mortalità aumenta all’aumentare dell’età gestazionale, ma rimane inferiore a quello del parto con una gestazione di almeno 21 settimane.]

L’aspirazione a vuoto, eseguita nel primo trimestre, è il metodo più sicuro di aborto chirurgico e può essere eseguito in un ambulatorio di assistenza primaria, in una clinica per aborti o in ospedale. Le complicanze sono rare e possono includere la perforazione uterina, infezioni pelviche e il mantenimento di prodotti del concepimento e ciò richiede una seconda procedura di aspirazione. Un trattamento antibiotico preventivo (con doxicilina o metronidazolo) viene generalmente somministrato prima dell’aborto elettivo, ritenendo che possa ridurre sostanzialmente il rischio di un’infezione uterina postoperatoria.] Le possibili complicazioni dopo l’aborto al secondo trimestre sono simili a quelli che possono accadere al primo trimestre e dipendono anche del metodo scelto.

C’è poca differenza in termini di sicurezza ed efficacia tra l’aborto farmacologico effettuato con un regime combinato di mifepristone e misoprostol e l’aborto chirurgico (aspirazione a vuoto) nelle procedure effettuate tra il primo trimestre e la 9ª settimana di gestazione. L’aborto farmacologico con il misoprostol prostaglandina analogico da solo è meno efficace e più doloroso.[

Alcuni presunti rischi sono promossi principalmente da gruppi anti-aborto, ma mancano di un supporto scientifico. Ad esempio, la correlazione tra l’aborto indotto e il tumore alla mammella è stata studiata ampiamente e i principali organi di medici e scientifici (tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’US National Cancer Institute, l’American Cancer Society, il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists e l’American Congress of Obstetricians and Gynecologists) hanno concluso che essa non esiste, anche se tale legame continua ad essere studiato e promosso dai gruppi anti-aborto.

Salute mentale

Non vi è alcuna relazione tra gli aborti indotti e problemi di salute mentale diversi da quelli che si verificano in seguito a qualsiasi gravidanza indesiderata. L’American Psychological Association ha concluso che l’aborto non è una minaccia per la salute mentale quando effettuato nel primo trimestre e le donne che ricorrono ad esso non hanno maggiori probabilità di avere problemi rispetto a quelle che portano a termine una gravidanza indesiderata. Alcuni studi hanno dimostrato effetti negativi sulla salute mentale nelle donne che scelgono di abortire dopo il primo trimestre a causa di anomalie fetali,  tuttavia sarebbero necessarie ricerche più rigorose per arrivare a una conclusione più certa. Alcuni effetti psicologici negativi sono stati denunciati da sostenitori anti-aborto come una condizione separata chiamata “sindrome post-aborto”, tuttavia essa non è riconosciuta da alcuna organizzazione medica o psicologica.[

Talvolta le donne che intendono interrompere la gravidanza ricorrono a metodi non sicuri, in particolare quando la disponibilità dell’aborto legale è limitata. Esse possono tentare metodi di auto-interruzione o affidarsi a persone prive della sufficiente formazione medica o a strutture non adeguate. Ciò può portare a gravi complicazioni, come l’aborto incompleto, la sepsi, emorragie e danni agli organi interni.

Gli aborti non sicuri sono una delle principali cause di lesioni e di morte tra le donne di tutto il mondo. Anche se i dati sono imprecisi, si stima che circa 20 milioni di aborti non sicuri vengano eseguiti ogni anno e il 97% di essi si verifica nei paesi in via di sviluppo. Si ritiene che tali pratiche portino a milioni di casi di complicazioni. Le stime della mortalità variano secondo la metodologia e variano da 37 000 a 70 000 negli ultimi dieci anni, le morti dovute ad aborti non sicuri rappresentano circa il 13% di tutte le morti materne. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che la mortalità sia tuttavia in calo dagli anni 1990. Per ridurre il numero di aborti non sicuri, le organizzazioni di sanità pubblica sostengono generalmente la legalizzazione dell’aborto, la formazione di personale medico e l’accesso ai servizi sanitari. Tuttavia la Dichiarazione di Dublino sulla Salute Materna, firmata nel 2012, nota che “il divieto dell’aborto non influisce in alcun modo con la disponibilità di cure ottimali per le donne in gravidanza“.[

La legalità o meno dell’aborto è un fattore importante per la sua sicurezza. I paesi che possiedono leggi restrittive hanno tassi significativamente più alti di aborti a rischio (e tassi complessivi di aborto maggiori) rispetto a quelli in cui l’aborto è legale e disponibile. Ad esempio, la legalizzazione avvenuta 1996 in Sudafrica ha avuto un impatto immediatamente positivo sulla frequenza delle complicanze legate all’aborto, con i decessi legati a questa pratica diminuiti di oltre il 90%. È stato stimato che l’incidenza degli aborti a rischio potrebbe essere ridotta fino al 75% (da 20 a 5 milioni all’anno) se fossero disponibili globalmente moderni servizi di pianificazione familiare e di salute materna.[

Solo il 40% delle donne di tutto il mondo può usufruire di aborti terapeutici e elettivi entro i limiti della gestazione, mentre un ulteriore 35% ha accesso all’aborto legale se soddisfano determinati criteri fisici, mentali o socioeconomici. Mentre raramente gli aborti sicuri comportano una mortalità, quelli non eseguiti in sicurezza provocano fino a 70 000 decessi e 5 milioni di disabilità all’anno. Le complicanze degli aborti a rischio rappresentano circa un ottavo delle morti materne in tutto il mondo, anche se questo dato varia da paese a paese. La sterilità conseguente ad un aborto non sicuro coinvolge circa 24 milioni di donne. Il tasso di aborti non sicuri è aumentato dal 44% al 49% tra il 1995 e il 2008.

L’aborto indotto è da lungo tempo fonte di notevoli dibattiti, polemiche e attivismo. L’idea di ciascun individuo per quanto riguarda le complesse questioni etiche, morali, filosofiche, biologiche e giuridiche che circondano tale pratica, è spesso legata al suo sistema di valori. Le opinioni sull’aborto possono essere descritte come una combinazione di credenze sui diritti del feto, sulla moralità, sul potere delle autorità governative nelle politiche pubbliche e credenze sui diritti e le responsabilità della donna che intraprende questa scelta. Anche l’etica religiosaa ha un forte influsso, sia sul parere personale che sul dibattito circa l’aborto.

Sia nel dibattito pubblico che in quello privato, gli argomenti presentati a favore o contro si concentrano sulla legalità dell’aborto e sulle eventuali leggi che lo possano limitare, nonché sulla liceità morale. La Dichiarazione dell’Associazione medica mondiale sull’aborto terapeutico nota che “le circostanze che portano gli interessi di una madre in conflitto con gli interessi del suo bambino non ancora nato, creano un dilemma e sollevano la questione se la gravidanza possa essere deliberatamente terminata o meno”. I dibattiti sull’aborto, in particolare relativi alle leggi, sono spesso guidati da gruppi che sostengono una di queste due posizioni. I gruppi anti-aborto che chiedono maggiori restrizioni legali, tra cui il divieto totale, il più delle volte si definiscono pro-life (“pro-vita”), mentre i gruppi per il diritto all’aborto e che quindi sono contro tali restrizioni, si definiscono pro-choice (“pro-scelta”). In generale, la posizione dei primi sostiene che un feto umano è una persona umana e con il diritto di vivere, considerando l’aborto moralmente come un omicidio. La posizione dei secondi sostiene che una donna possieda certi diritti riproduttivi, in particolare la scelta o meno di portare a termine una gravidanza.

Aborto selettivo del sesso

L’ecografia e l’amniocentesii permettono ai genitori di conoscere il sesso del nascituro prima del parto. Lo sviluppo di queste tecnologie ha portato agli aborti selettivi in base al sesso. È più frequente il ricorso all’aborto selettivo quando il feto è femmina.

In alcuni paesi, l’aborto selettivo del sesso è parzialmente responsabile delle disparità evidenti tra i tassi di nascita dei figli maschi e femmine. La preferenza per i figli maschi è diffusa in molte zone dell’Asia e l’aborto utilizzato per limitare le nascite femminili è praticato a Taiwan, in Corea del Sud, in India e in Cina. Questa deviazione dai tassi di natalità standard di maschi e femmine si verifica nonostante il fatto che il paese in questione abbia ufficialmente bandito l’aborto selettivo del sesso. In Cina, la preferenza tradizionale per il figlio maschio è stata aggravata dalla politica del figlio unico emanata nel 1979.]

Molti paesi hanno adottato misure legislative per ridurre l’incidenza dell’aborto selettivo per il sesso. In occasione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo, nel 1994 oltre 180 stati membri hanno convenuto di eliminare “ogni forma di discriminazione nei confronti delle bambine e le cause della preferenza per il figlio maschio“. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNICEF, insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, hanno scoperto che le misure per ridurre l’accesso all’aborto sono molto meno efficaci nel ridurre gli aborti selettivi rispetto a misure volte a ridurre la disuguaglianza di genere.

Ritorsioni contro chi pratica l’aborto

Negli Stati Uniti, quattro medici che eseguivano aborti sono stati assassinati: David Gunn (1993), John Britton (1994), Barnett Slepian (1998) e George Tiller (2009). Inoltre, negli Stati Uniti e in Australia, sono stati assassinati altro personale presso le cliniche abortiste, tra cui addetti alla reception e le guardie di sicurezza. Ferimenti e tentati omicidi hanno avuto luogo negli Stati Uniti e in Canada. Si sono verificati centinaia di attentati, incendi, attacchi con l’acido, invasioni e episodi di vandalismo contro chi aveva a che fare con gli aborti. Tra gli autori più famosi di violenze anti-aborto Eric Rudolph e Paul Jennings Hill, la prima persona a essere giustiziata negli Stati Uniti per l’omicidio di un medico abortista.[

Alcuni paesi hanno promosso una protezione giuridica per l’accesso all’aborto. Queste leggi in genere cercano di proteggere le cliniche abortiste da ostruzionismo, atti di vandalismo, picchettaggi e altre azioni analoghe o per proteggere le donne e i dipendenti di tali centri da minacce e molestie.

Molto più frequente rispetto alla fisica vi è la pressione psicologica. Nel 2003, Chris Danze fondò organizzazioni pro-vita in tutto il Texas per impedire la costruzione di un centro di Planned Parenthood ad Austin. Le organizzazioni rilasciarono on-line informazioni personali su coloro che erano coinvolti con la costruzione, facendogli fino a 1200 telefonate al giorno e contattando le loro chiese. Alcuni manifestanti hanno fotografato le donne che si recavano nella clinica.

Usa, la Corte Suprema annulla la sentenza sul diritto all’aborto. I vescovi: giornata storica

I giudici aboliscono la sentenza Roe v. Wade con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’interruzione di gravidanza in tutto il Paese. I singoli Stati ora liberi di applicare le loro leggi in materia. La Usccb plaude alla decisione: “Per quasi 50 anni, l’America ha applicato una legge ingiusta”. La Pontificia Accademia per la Vita: “Sviluppare scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche” (Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano).

In mezzo ad un’opinione pubblica frammentata, tra pareri politici divergenti e mentre i vescovi parlano di una “giornata storica”, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha abolito la sentenza Roe v. Wade con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’aborto negli Usa. Ora quindi i singoli Stati saranno liberi di applicare le loro leggi in materia. “La Costituzione non conferisce il diritto all’aborto”, si legge nella sentenza di 213 pagine, formulata da una Corte divisa con 6 voti favorevoli e 3 contrari. “L’aborto presenta una profonda questione morale. La Costituzione non proibisce ai cittadini di ciascuno stato di regolare o proibire l’aborto”. La decisione è stata presa nel caso “Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization”, in cui i giudici hanno confermato la legge del Mississippi che proibisce l’interruzione di gravidanza dopo 15 settimane. A fare ricorso era stata l’unica clinica rimasta nello Stato ad offrire l’aborto.

Leggi più restrittive

Su cinquanta Stati, 26 (tra cui Texas e Oklahoma) hanno leggi più restrittive in materia. Nove hanno dei limiti sull’aborto che precedono la sentenza “Roe v. Wade”, e che non sono ancora stati applicati ma che ora potrebbero diventare effettivi, mentre 13 hanno dei cosiddetti “divieti dormienti” che dovrebbero entrare in vigore immediatamente. Si tratta di Stati repubblicani che hanno approvato leggi stringenti sull’aborto legandole all’attesa decisione della Corte Suprema di oggi. In 30 giorni potranno vietare l’aborto, eccetto nei casi in cui la vita della madre è in pericolo.

Le dichiarazioni dei rappresentanti politici

La sentenza ha suscitato reazioni contrastanti, tra la speaker della Camera negli Usa, la democratica Nancy Pelosi, da una parte, che parla di decisione “crudele e scandalosa” che mette in gioco i diritti delle donne, e Mike Pence, vicepresidente sotto la presidenza di Donald Trump, dall’altra, che ha affermato: “La vita ha vinto”. Il presidente Joe Biden, intervenuto in serata in conferenza stampa, ha commentato: “La Corte ha portato via un diritto costituzionale“. Il capo di Stato ha definito “un tragico errore” ribaltare la sentenza del ’73, che è frutto di una “ideologia estrema” dominante nella Corte suprema. La Casa Bianca, ha assicurato, si muove per garantire ampio accesso alla pillola e altri farmaci abortivi.

La nota dei vescovi cattolici

Da parte sua, la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) – che lo scorso anno si era divisa sul dibattito dell’accesso ai sacramenti per i politici cattolici che promuovessero politiche pro-choice – ha parlato di “un giorno storico nella vita del nostro Paese”. In una lunga e articolata dichiarazione firmata dal presidente, l’arcivescovo José H. Gomez di Los Angeles, e l’arcivescovo William E. Lori di Baltimora, presidente della Commissione per le attività a favore della vita dell’Usccb, si legge: “Per quasi cinquant’anni, l’America ha applicato una legge ingiusta che ha permesso ad alcuni di decidere se altri possono vivere o morire; questa politica ha portato alla morte di decine di milioni di nascituri, generazioni a cui è stato negato il diritto di nascere”.

L’America è stata fondata sulla verità che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali, con il diritto, dato da Dio, alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”, sottolinea la nota dei vescovi. “Preghiamo che i nostri funzionari eletti promulghino leggi e politiche che promuovano e proteggano i più vulnerabili tra noi”.

Un’America post Roe

Il “primo pensiero”, scrivono ancora Gomez e Lori, è per “i piccoli a cui è stata tolta la vita dal 1973”, ma anche per “tutte le donne e gli uomini che hanno sofferto a causa dell’aborto”: “Come Chiesa, dobbiamo servire coloro che affrontano gravidanze difficili e circondarli di amore”. I vescovi ringraziano gli “innumerevoli americani comuni di ogni estrazione sociale” che in questi anni “hanno collaborato pacificamente per educare e persuadere i loro vicini sull’ingiustizia dell’aborto, per offrire assistenza e consulenza alle donne e per lavorare per alternative all’aborto, tra cui l’adozione, l’affido e politiche pubbliche che sostengono veramente le famiglie”. 

Il loro lavoro per la causa della vita riflette tutto ciò che di buono c’è nella nostra democrazia, e il movimento pro-vita merita di essere annoverato tra i grandi movimenti per il cambiamento sociale e i diritti civili della storia della nostra nazione”, scrivono nella nota. E aggiungono: “Ora è il momento di iniziare il lavoro di costruzione di un’America post-Roe. È il momento di sanare le ferite e di riparare le divisioni sociali; è il momento di una riflessione ragionata e di un dialogo civile, e di unirsi per costruire una società e un’economia che sostengano i matrimoni e le famiglie, e in cui ogni donna abbia il sostegno e le risorse di cui ha bisogno per mettere al mondo il proprio figlio con amore”.

L’Accademia per la Vita: la questione sfida il mondo intero

Queste stesse parole, sono riportate nel comunicato diffuso in serata dalla Pontificia Accademia per la Vita, in cui si legge: “Il fatto che un grande Paese con una lunga tradizione democratica abbia cambiato la sua posizione su questo tema sfida anche il mondo intero. Non è giusto che il problema venga accantonato senza un’adeguata considerazione complessiva. La protezione e la difesa della vita umana non è una questione che può rimanere confinata all’esercizio dei diritti individuali, ma è invece una questione di ampio significato sociale“.

Mons. Paglia: riflettere insieme sul tema della generatività

Dopo cinquant’anni, secondo l’Accademia vaticana “è importante riaprire un dibattito non ideologico sul posto che la tutela della vita ha in una società civile per chiedersi che tipo di convivenza e di società vogliamo costruire“. Nel concreto si tratta di sviluppare “scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche aprioristiche“, quindi “assicurare un’adeguata educazione sessuale, garantire un’assistenza sanitaria accessibile a tutti e predisporre misure legislative a tutela della famiglia e della maternità, superando le disuguaglianze esistenti“. Al contempo occorre “una solida assistenza alle madri, alle coppie e al nascituro che coinvolga tutta la comunità, favorendo la possibilità per le madri in difficoltà di portare avanti la gravidanza e di affidare il bambino a chi può garantirne la crescita“.

Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, “di fronte a una società occidentale che sta perdendo la passione per la vita, questo atto è un forte invito a riflettere insieme sul tema serio e urgente della generatività umana e delle condizioni che la rendono possibile; scegliendo la vita, si gioca la nostra responsabilità per il futuro dell’umanità“.

Gli statement di O’Malley e Cupich

In serata sono giunte anche le dichiarazioni dei cardinali Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, e Blase Cupich, arcivescovo di Chicago. O’Malley ha parlato di una decisione “profondamente significativa e incoraggiante“. “Il nostro continuo impegno nel sostenere la nostra posizione sulla protezione dei bambini non nati è coerente con la nostra difesa di questioni che riguardano la dignità di tutte le persone in tutte le fasi e in tutte le circostanze della vita“, ha chiarito il cardinale. “La Chiesa impiega questo principio di coerenza nell’affrontare le questioni razziali, la povertà e i diritti umani in generale. È una posizione che presenta un argomento morale come fondamento per la legge e la politica di protezione della vita umana“.

Cupich, da parte sua, accogliendo “con favore” la sentenza della Corte Suprema, ha ribadito in uno statement la convinzione della Chiesa cattolica “che ogni vita umana sia sacra, che ogni persona sia fatta a immagine e somiglianza di Dio e che quindi meriti riverenza e protezione“. “Questa convinzione è il motivo per cui la Chiesa cattolica è il più grande fornitore di servizi sociali del Paese, molti dei quali mirano a eliminare la povertà sistemica e l’insicurezza sanitaria che intrappolano le famiglie in un ciclo di disperazione e limitano le scelte autentiche“. “Questa sentenza – ha aggiunto il porporato – non è la fine di un percorso, ma piuttosto un nuovo inizio. Sottolinea la necessità di comprendere coloro che non sono d’accordo con noi e di inculcare un’etica del dialogo e della cooperazione. Cominciamo con l’esaminare la nostra coscienza nazionale, facendo il punto su quei luoghi oscuri nella nostra società e nei nostri cuori che si rivolgono alla violenza e negano l’umanità dei nostri fratelli e sorelle, e mettiamoci al lavoro per costruire il bene comune scegliendo la vita“.

Dopo questa discretamente ampia disamina storica e scientifica, e dopo avere citato alcune prese di posizione, poche parole mie personali sui profili morali dell’interruzione di gravidanza. Mi pare di poter affermare che, in ordine all’oggetto trattato, madre, embrione, feto, nascituro, si tratta di un complesso moralmente molto rilevante. Se dovessi invocare la dottrina teologico-metafisica classica, cui faccio riferimento sempre per trattare le questioni gravi dell’essere e del divenire, dovrei dire che, a partire dallo zigote, la prima cellula totipotente, già questa è intangibile da parte dell’uomo, poiché contiene l’uomo possibile, con tutte le sue caratteristiche e prerogative… ma se devo calarmi nella realtà effettuale dagli alti cieli della dottrina, non posso non ammettere che diventano prioritari anche altri aspetti.

In altre parole, considerato tutto l’excursus sopra richiamato, ritengo di poter dire con serenità d’animo che in Italia debba essere mantenuto tutto l’impianto della Legge 194, che è stata anche confermata da un referendum popolare or sono quarant’anni fa e oltre, e che la donna-madre debba sempre essere considerata al centro di ogni legislazione di questo merito e che possa e debba esprimere l’ultima istanza in tema, sia della tutela della maternità, sia della sua propria salute personale.

E spero che anche negli Usa vi sia una resipiscenza legislativa e giuridica per ridare questo “diritto di governo di sé” alla donna. Così anche in ogni parte del mondo.

Un delitto a Codroipo, l’omicidio di una donna e madre

Come i miei cari lettori sanno, mi occupo, tra altre attività accademiche e di consulenza etica aziendale, di relazioni intersoggettive nell’ambito della Consulenza filosofica individuale, anche come presidente dell’Associazione italiana per la consulenza filosofica Phronesis (in base alla Legge 4 del 2013 sulle professioni non ordinistiche), così chiarendo ciò che differenzia questa pratica dalle psicoterapie, pratica le cui prerogative sono le seguenti:

“La consulenza filosofica si realizza nel rapporto tra un filosofo consulente e un consultante o un gruppo di consultanti, affrontando le questioni importanti e  impegnative della vita, mediante l’indagine delle esperienze individuali. (omissis)

        La consulenza filosofica prende le mosse prevalentemente da questioni in vario modo problematiche portate dal consultante [questioni etiche, relazionali, esistenziali, relazionali, decisioni complesse, dubbi, revisioni progettuali, scelte, separazioni, lutti, cambiamenti, etc.]. Questo passaggio al consulere è esplicito e configura una variazione sostanziale rispetto ad un esercizio di pratica.

La consulenza filosofica:

  • opera sulle questioni proposte a partire dalla “messa in questione” interrogativa delle forme di pensiero, delle ragioni, dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo, e di quant’altro offerto allo sviluppo del dialogo;
  • riconduce il discorso del consultante ai suoi presupposti-concetti, principi e valori, in modo da far emergere la visione del mondo che essi costituiscono e le eventuali incoerenze e incongruenze con la vita;
  • a partire dal piano configurato dall’analisi dialogica e relativo alla visione del mondo del consultante, la consulenza filosofica rende possibili trasformazioni ed eventuali ampliamenti della visione del mondo del consultante
  • anche proponendo percorsi creativi, metaforici, immaginativi, aprendo scenari e prospettando alternative.

La consulenza filosofica ha il fine fondamentale di chiarire, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo del consultante, sulla base del presupposto che discutere/discernere l’esperienza in modo chiaro, ricco, complesso e profondo sia condizione ottimale per orientarsi nel mondo.

        La consulenza filosofica riguarda l’esperienza di vita del consultante, cioè l’agire concreto in quanto connesso alle forme del pensiero.

        La consulenza filosofica pone i diversi interlocutori su un piano di parità e pari dignità, pur riconoscendo una diversità di ruolo;

        La consulenza filosofica richiede l’adesione esplicita e consapevole da parte del consultante.

        La consulenza filosofica non utilizza la filosofia in forma strumentale in vista di scopi propri di altri saperi, pratiche o discipline.

        La consulenza filosofica è contraddistinta da un generale atteggiamento di franchezza reciproca.

Nella consulenza filosofica nessun punto di vista viene accettato per via di autorità e tutte le argomentazioni, ivi comprese quelle prodotte dal filosofo, sono sottoposte al vaglio critico interno al dialogo.”

Come si può constatare si tratta di una metodica chiaramente distinguibile da altri interventi che concernano il rapporto tra pensiero e azione nell’uomo e quindi anche gli atti che questi può compiere.

L’omicidio di una donna e madre di Codroipo, come altri atti analoghi attesta come, più che la ricerca di particolari nevrosi, psico o sociopatie inerenti l’attore del crimine, che è il tipico percorso correntemente praticato, come si evince anche dai commenti dei testimoni, “ Chi lo avrebbe mai detto…. Erano così due brave persone… Come mai non ci si è accorti prima…” e via banalizzando, forse occorrerebbe prevedere l’apertura di sportelli di educazione etica e di chiarificazione sui valori esistenziali veri, progetti che potrebbero interessare le comunità locali e soprattutto le strutture amministrative del Comune, o religioso-comunitarie come la Parrocchia.

E dunque si tratta di un profondissimo tema e problema di cultura, nel quale la visione del mondo del maschio è ancora molto arretrata, prigioniera di una concezione patriarcale e arcaica dei rapporti d’affetto nella coppia. Nonostante la modernità abbia portato il comune sentire nella “cultura dei diritti” civili, sociali, del lavoro, etc., resta nel fondo dell’anima un sostrato che “permette” di pretendere, di possedere l’altro/ a, di non accettare l’autonomo esercizio della libertà individuale, che le leggi ora garantiscono, ma la psiche maschile, nel profondo, a volte non accetta.

Non dimentichiamo che le leggi civili e penali che distinguevano in gravità gli atti di infedeltà e l’omicidio se commessi da un uomo o da una donna, sgravando il maschio in modo radicale sono state in vigore fino a poco più di quaranta anni fa.

La psiche umana-maschile invece resta – per molti – nel passato.

Perciò, oltre al lavoro che possono fare e fanno i colleghi e le colleghe filosofi/ e pratici/ he, mi sono permesso di proporre qui luoghi e modalità di riflessione sui fondamenti delle vite umane, tutte, e dei valori che appartengono ad esse.

Certamente in una feconda alleanza collaborativa con psicologi, pedagogisti e psichiatri, occorrerebbe lavorare in team, sviluppando una indispensabile filiera di conoscenze sull’uomo, che nessuna specializzazione, di per sé, possiede in toto.

Il mito di Narciso

A corredo e documentazione scientifica del precedente post sullo stesso tema (o quasi), ho la grazia da parte dell’autrice, professoressa Anna Colaiacovo, carissima collega di Phronesis e valorosa docente di filosofia, di pubblicare questo saggio.

Nel mito, Narciso è un giovane bellissimo, che suscita passione negli altri, ma non è in grado di ricambiarli in alcun modo. Innamorato della propria immagine, muore perché non può congiungersi con essa.

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).

Innamorata di Narciso è la ninfa Eco che, punita da Era perché con le sue chiacchiere la distraeva dai tradimenti del marito, poteva ripetere soltanto le ultime parole pronunciate dall’altro. Eco si consuma d’amore per Narciso al punto che   di lei rimane solo… l’eco. Eco e Narciso si corrispondono: totalmente chiuso agli altri, Narciso ama la propria immagine riflessa nell’acqua. Non può farlo se non immergendosi in essa, e quindi morendo.  Completamente assorbita dall’altro, Eco non è più nessuno. 

I Greci proibivano all’uomo l’uso dello specchio, le donne ne avevano l’uso esclusivo. Perché?  Lo specchio rischiava di bloccare gli uomini in se stessi, mentre sappiamo bene che  nella Grecia antica spettava agli uomini occuparsi della sfera politico-sociale, aprirsi agli altri , mentre alle donne invece era riservata la casa e, in particolare, il gineceo. Le donne potevano uscire solo in particolari occasioni, durante le cerimonie religiose. Le donne avevano necessità dello specchio per prepararsi allo sguardo maschile, dovevano guardarsi prima di essere oggetto dello sguardo dell’uomo. La donna esiste come riflesso dell’altro ed Eco la rappresenta.

Narciso muore giovane. Alla sua nascita il vate Tiresia aveva previsto per lui una lunga vita, a una condizione però: Se non conoscerà se stesso. Il Conosci te stesso, quasi un paradigma della grecità, viene rovesciato. É paradossale che Narciso muoia per conoscersi, ma il punto è: per conoscere che cosa? Il riflesso di sé, l’essere nulla.

Lacan: Lo stadio dello specchio

Nel processo di costruzione dell’identità, lo stadio dello specchio (studiato da Lacan) è un passaggio fondamentale. L’essere umano, quando nasce, non è dotato, come gli animali, di istinti che  garantiscono l’adattamento al mondo esterno. La relazione con il mondo, tra l’ organismo e l’ambiente, è mediata dall’immaginario. Il bambino, tra i sei e i diciotto mesi,  di fronte a uno specchio, all’inizio cerca  di afferrare l’immagine che gli appare, come se si trattasse di un oggetto reale. Poi si rende conto che è un’immagine. Infine che è la sua immagine, diversa dalla madre che è con lui.  In una fase in cui  non ha ancora la padronanza del proprio corpo e si vive come frammentato, il piccolo acquista una prima consapevolezza di sè come un tutto unitario (la propria immagine unificata) attraverso lo sguardo dell’altro, perché è questo sguardo che conferma che è lui.

Ed ecco  allora  la pietra angolare dell’identità: Ho bisogno dell’altro per diventare me stesso. Ed è un processo cognitivo e affettivo insieme.

Ma chi sono io? Per dire IO abbiamo bisogno di raddoppiare noi stessi, abbiamo bisogno di un soggetto e di un oggetto: “Laddove mi vedo, non ci sono, dove ci sono, non mi vedo”. (Lacan)

Da un lato c’è un corpo-pulsionale, la grande ragione  del corpo (Nietzsche), dall’altro l’io immagine.

Ognuno di noi deve confrontarsi con questo doppio e con un’immagine di sè che è intima e nello stesso tempo estranea.

L’illusione narcisistica consiste nel tentativo (disperato) di far coincidere noi stessi con la nostra  immagine e nel non riconoscere all’altro da noi una realtà autonoma. Nel mito, infatti, Narciso, del tutto insensibile all’amore di Eco, muore perché sprofonda nell’acqua cercando di congiungersi  con la propria immagine.

Nel processo di costruzione dell’identità, la fase narcisistica è fondamentale, ma va superata attraverso lo sviluppo della capacità di entrare in relazione con l’altro. Occorre riconoscere che l’altro ha una vita separata dalla nostra, che non è semplicemente un oggetto preda del nostro narcisismo e non è neppure qualcuno in cui ci annulliamo completamente come avviene in un  film geniale come Zelig (1983) di W. Allen.

Una rappresentazione letteraria di Narciso

Il mito ci indica una strada che viene percorsa nella letteratura da altre figure che incarnano il narcisismo. Prima fra tutte: Don Giovanni (o Casanova). Sono  figure che attraggono molto, come accade spesso con i narcisi.

Chi è Don Giovanni?

Don Giovanni è invece fondamentalmente un seduttore. Il suo amore non è psichico ma sensuale, e l’amore sensuale secondo il suo concetto non è fedele, ma assolutamente privo di fede, non ama una ma tutte, vale a dire seduce tutte. Esso infatti è soltanto nel momento, ma il momento è concettualmente pensato come la somma dei momenti, e così abbiamo il seduttore”.[1]

Secondo Søren Kierkegaard, Don Giovanni è un esteta. L’etimologia della parola rinvia al termine greco “aistesis” che significa sensazione. L’esteta è colui che vive nell’immediatezza del desiderio,  Non sceglie mai, perché la scelta è quell’atto che porta al superamento dello stadio estetico e genera l’individualità e la personalità morale.

 Don Giovanni, nelle sue numerose varianti letterarie, conquista tante donne. Pensiamo alla lista che il servo Leporello esibisce nella famosa “aria del catalogo”, nel primo atto dell’opera di Mozart, su libretto di Da Ponte. É il desiderio ad avere un effetto seducente sulle donne anche se, poi, Don Giovanni utilizza la finzione e usa l’inganno per far sì che la realtà si pieghi ai suoi voleri. In realtà Don Giovanni, che è un camaleonte e diventa i personaggi che recita, coltiva l’illusione dell’onnipotenza e non conosce limiti; non può abbandonarsi al sentimento perché rischia di perdersi.

Narciso non consegna la propria immagine al confronto con l’altro. Caravaggio lo rappresenta mentre contempla la propria immagine nell’acqua, ed è un’immagine immersa nel buio; Don Giovanni non svela la propria identità: Donna folle! Indarno gridi: chi son io tu non saprai!, canta all’inizio del dramma giocoso di Mozart. Rivelarsi, infatti, andare autenticamente verso l’altro espone alla rottura del guscio narcisistico. E che cosa si nasconde dietro quel guscio? Il volto nascosto di narciso è, secondo Julia Kristeva[2], la depressione.

Chiariamo meglio questo punto. Nel momento in cui ognuno di noi si lascia andare all’amore si trova in una condizione di estrema vulnerabilità: ci si scopre indifesi, in balia dell’altro, esposti al rischio di fallimento e di sofferenza. Mantenerci aperti alle esperienze emotive, abbandonarsi alla fluidità del sentimento significa abbandonare tutte le corazze difensive e esporsi alla possibilità del tradimento e al dolore a esso connesso.

I narcisisti non sono disposti a correre questo rischio. Perché?

A un livello superficiale il narcisista si presenta come una persona dominante, sicura di sé, di successo.  In realtà è fondamentalmente un insicuro che non è in grado di affrontare la paura di doversi riconoscere e accettare come una persona inadeguata e vulnerabile e che, proprio per difendersi da questi sentimenti per lui inaccettabili, esprime una continua esaltazione di sé.

Attualità

La modernità liquida

Riprendiamo il discorso su Narciso volgendolo verso l’attualità. Possiamo dire che il tempo in cui viviamo educa al narcisismo, che è uno dei maggiori problemi dell’epoca contemporanea. Vediamo perché. L’età moderna inizia con il tramonto dell’ordine medievale, il rifiuto di ogni autorità trascendente e l’esaltazione dell’individualità. Individualità che significa libertà e responsabilità. Pensiamo a Cartesio, il padre della filosofia moderna. Parte dal dubbio, un dubbio che diventa radicale per arrivare poi alla prima certezza: cogito, ergo sum. La ragione si autolegittima, non ho bisogno di nessuno, neppure di Dio per affermarlo. L’io diventa consapevole della propria esistenza e della potenza della propria volontà. Siamo di fronte a un Io prometeico, con una profonda stima di sé, che in vari modi caratterizzerà i tempi moderni, in particolar modo l’illuminismo e lo sviluppo dell’economia politica. Prometeo come simbolo dell’orgoglio umano che con lo sviluppo della scienza e della tecnica infrange i limiti della natura per produrre progresso e ricchezza. 

La prima fase della modernità, quella solida, era fondata su istituzioni durevoli e stabili, su un controllo razionale dello spazio e del territorio, sulla negoziazione dei diritti. Dal punto di vista dell’individuo, era basata sulla fiducia: nelle proprie capacità (posso imparare a fare qualcosa), negli altri (ciò che ho appreso mi viene riconosciuto) e nelle istituzioni, nella loro stabilità (garantiranno che ciò che ho costruito nella mia vita varrà anche domani). Il pilastro di questo modello (secondo Bauman, endemicamente esposto al rischio di totalitarismo) era la razionalità, ovvero la fiducia nella capacità umana di conoscere e controllare, attraverso la scienza e la tecnica, il corso degli eventi e di indirizzarlo verso il progresso (considerato l’unico motore della storia).

L’esistenza di uno spazio pubblico, il luogo deputato alla discussione politica, testimoniava la presenza di una società civile in cui i cittadini potevano far sentire la propria voce e partecipare così allo sviluppo collettivo.

La società della modernità liquida, la nostra, è caratterizzata, invece, da una erosione della politica a scapito dell’economia: da leggi di mercato spietate e da istituzioni che non sono in grado di regolarne gli effetti (il mercato non persegue alcuna certezza, anzi prospera sull’incertezza). Oggi dominano la precarietà e la sfiducia (tutti lo sappiamo, basta guardarsi intorno) che Bauman ben rappresenta attraverso una metafora: “L’insicurezza odierna assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota”.[3]

La sfiducia nella politica e nella possibilità di cambiare il mondo (poiché sappiamo che il vero potere, nell’età della globalizzazione, è extraterritoriale e fluttuante), ci porta ad affrontare i problemi individualmente e a ricercare la nostra autenticità in un altrove che può essere il cibo, lo shopping, il ballo…

Il consumatore ha preso il posto del cittadino e gli spazi pubblici sono diventati i luoghi in cui scegliamo che cosa acquistare o quelli in cui ci divertiamo.

La cultura del narcisismo

In questa situazione quali spazi di autonomia può avere l’individuo? E quali relazioni può stabilire con i suoi simili?

Se la precarietà è dappertutto e rende incerto il futuro, il problema non è più quello di avere forze sufficienti per raggiungere un obiettivo domani, ma nell’essere continuamente vigili sulle strade percorribili (opportunità?), oggi. Privo di riferimenti certi, l’individuo deve agire in tempi rapidi, sempre pronto al cambiamento, in un continuo calcolo di costi e benefici. Ed ecco allora che l’identità personale prende la forma di una continua sperimentazione.  Secondo Christopher Lasch “le identità di cui si va alla ricerca ai nostri giorni sono quelle che possono essere indossate e poi scartate come un abito”.[4]  Da un lato, rispetto al passato, abbiamo certamente margini di libertà e flessibilità più ampi, ma, dall’altro, siamo esposti al rischio continuo di cadere nell’ansia da prestazione, perché, sul piano concreto, le libertà sono limitate e il singolo viene lasciato completamente solo, a tal punto  che tende a percepire gli altri come ostacoli per la sua affermazione. Se l’autoaffermazione, però, non si realizza, l’individuo tende a colpevolizzarsi: non sono stato capace. Da qui il rischio della depressione.

In un mondo di esperienze frammentate, gli individui hanno in comune la tendenza ai rapporti discontinui, ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata, ma l’unico gestore dei legami – immaginate la rete di internet con i relativi nodi – rimane il creatore stesso che ne ha il controllo e che può cancellare l’altro in un istante. Naturalmente, però, tutti gli individui hanno le stesse possibilità e da qui nasce una grande insicurezza.

Le relazioni, quando si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono viste come un impedimento verso altre opportunità, una limitazione delle libertà.

Nella modernità liquida il soggetto, estraneo alla vita pubblica, incapace di relazioni durevoli e di reale confronto con l’altro, tende a investire le proprie energie emotive nel culto di sé, del proprio corpo e della propria immagine. La libido è tutta concentrata su di sé e sottratta all’altro da sé.

Il selfie: narcisismo o bisogno di relazione?

Forse Steve Jobs non pensava, inserendo  sui suoi smartphone la fotocamera frontale, di dare avvio a comportamenti così compulsivi e diffusi come quelli che vediamo quotidianamente. Fotografarsi e condividere le foto sui social network è diventata, oggi,  una vera e propria mania.

Che cosa spinge persone di tutte le età a farsi un selfie  nelle condizioni e nei luoghi più impensati? Che senso ha  fotografarsi   durante un funerale (è accaduto anche questo!) o in una situazione talmente precaria da mettere a rischio la propria vita?  Certo, in questi comportamenti la componente narcisistica è molto forte, ma, accanto al bisogno di   rappresentazione di sé, c’è un’esigenza altrettanto forte di condivisione sociale. Convivono il  bisogno di specchiarsi e di testimoniare la propria presenza agli altri.

C’è, in definitiva, un problema di identità.

Nel tempo del  capitalismo avanzato, il potere, come ci ha insegnato Foucault,  non si presenta più in forma dispotica, ma entra nella vita e si insinua nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani. Si sviluppa  all’interno di un fitto reticolo mobile e concreto di rapporti, si  trasforma in un potere seduttivo apparentemente innocuo rispetto al passato e  prende la forma di regole comportamentali interiorizzate dai singoli. Il potere agisce sugli individui attraverso le “pratiche”, perché ognuno di noi diventa quello che è attraverso  quello che fa ogni giorno, attraverso i luoghi che abita, i  gesti che compie, le relazioni che intreccia, i dispositivi che utilizza.

I dispositivi (cioè qualsiasi cosa abbia la capacità di determinare e orientare pensieri, gesti, comportamenti) con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci inducono ad agire in un determinato modo, influiscono sul funzionamento del nostro cervello e ci trasformano. I dispositivi informatici, ad esempio, stanno cambiando radicalmente  il nostro modo di vivere e il nostro modo di vivere il tempo, dal momento che non esiste   più  una netta  distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero. Il mercato ci richiede di essere sempre connessi e visibili ed è una richiesta che è ormai diventata una nostra esigenza.

Siamo soggettività che si pensano libere e che  in realtà rispondono “liberamente” all’applicazione dei poteri.

La pratica del selfie, in particolare, rivela molto del nostro tempo, di una fase storica in cui l’accessibilità e la condivisione sembrano diventate un “obbligo” e  il confine tra pubblico e privato sfuma sempre più. 

Ma rivela soprattutto molto di noi, del nostro  bisogno ossessivo di esserci – IO CI SONO! GUARDAMI- che alimenta il dubbio di non esserci, nell’attesa spasmodica di un like.

Prof.ssa Anna Colaiacovo


[1] S. Kierkegaard, Enten-Eller, a c. di A. Cortese, vol. I, Adelphi, Milano 1981, p.163

[2] J. Kristeva, Sole nero, Feltrinelli, Milano, 1988

[3] Z. Bauman, la solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 28

[4] C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 1985, pag.24

Se diciamo (idiotissimamente) “FEMMINI-CIDIO”, significando “uccisione di una donna (femmina)” allora, coerentemente, diciamo anche “MASCHI-CIDIO”, per “uccisione di un uomo (maschio)”! Oppure, ed è meglio, diciamo più correttamente in italiano, “OMI-CIDIO”, che non significa “uccisione di un uomo-maschio”, ma di un “essere umano” (maschio o femmina o trans che sia). Perdio! E: basta parlare genericamente di “morti sul lavoro” senza dire di più… caro lettore, leggi sotto, se vuoi…

Femminicidio e maschicidio sono due termini inutili: il primo è oramai in uso e abuso, il secondo è una mia proposta uguale e contraria per… contrastare la stupidità comunicativa di molti giornalisti e politici che ignorano quanto ho specificato nel titolo qui sopra, perché, nel caso accada il tristissimo fatto dell’uccisione di un “essere umano”, maschio o femmina o trans che sia, si tratta sempre di un “omicidio”. Mi rendo conto che ormai il mood (consentimi l’anglicismo, caro lettore!) invalso è quello e quasi quasi mi rassegno, ma non mi rassegno a contestarlo, nel mio piccolo, con qualsiasi mezzo lecito, così come combatto contro gli anglicismi inutili che sono entrati di forza nel parlato quotidiano in Italia. Punto.

Un’altra questione molto presente sui media è quella dei morti sul lavoro, sulla quale rimbomba una retorica insopportabile. Innanzitutto, richiamo ancora una volta i dati comparati tra la situazione attuale e quella di una trentina di anni fa, quando non vigevano ancora le buone leggi che sono state emanate almeno dal 1994 (intendo il Decreto Legislativo 626).

Nei primi anni ’90 in Italia purtroppo si registravano quasi duemila morti sul lavoro all’anno, con tre milioni di addetti in meno. Negli anni successivi, per merito della citata legislazione, ma anche della crescita di consapevolezza di aziende e lavoratori, quella drammatica cifra si è dimezzata, salvo poi ricrescere negli ultimi tre o quattro anni.

Per comprendere bene il triste fenomeno, però, è necessario “spacchettare” (uso un termine popolano) i luoghi, ambiti, categorie merceologiche, tipologie operative dove accadono questi fatti. Ebbene: quasi metà dei 1200 morti sul lavoro di ciascuno degli ultimi due anni è avvenuta per strada, dell’altra metà almeno il 60% avviene nei cantieri edili e delle grandi opere, in agricoltura e nelle attività boschive. Bisognerebbe dire dunque che l’attenzione dovrebbe essere soprattutto dedicata a quei settori, chiarendo bene che nell’enorme settore manifatturiero, che occupa la maggior parte dei lavoratori italiani, accade un numero molto basso di infortuni mortali, grazie a una cultura della sicurezza che negli ultimi decenni è cresciuta in tutti, lavoratori, sindacati e imprese.

Un’attenzione particolare, in questo momento storico, dovrebbe essere dedicata ai cantieri legati al superbonus 110% et similia.

Giulio Regeni. Anche questo tema, con tutta la sua drammaticità reale, è trattato con un surplus di retorica assai fastidiosa. Accanto a tutte le iniziative per ottenere di conoscere la verità dei fatti e la punizione dei responsabili, che sono degli assassini, e dei loro mandanti e coperture, non sarebbe male chiedersi anche se la scelta di andare a fare ricerca in un paese come l’Egitto attuale non dovrebbe essere meglio organizzata e tutelata, considerando anche le evidenti e gravi mancanze di assistenza a Giulio da parte dell’Università di Cambridge, in questo senso. D’altro canto, non si può non considerare l’irragionevolezza della pretesa di bloccare i rapporti politici e commerciali tra Italia ed Egitto. Un pur tristissimo e tragico fatto individuale non può bloccare tutto, anche perché interromperebbe anche le ulteriori possibilità di conoscere la verità e ottenere la punizione dei responsabili.

Sul D.d.L. Zan. Ma, Letta, occorre riproporre proprio in questo momento una legge che prevede il reato di opinione? per acquisire qualche migliaio di voti? Per salvaguardare la dignità di ogni forma-scelta di vita umana, non occorre mettere sotto la lente di ingrandimento ogni detto, parola, critica di chi non la pensa come il mainstream (altro anglicismo qui forse necessario), che peraltro è certamente di minoranza, democraticamente parlando. L’importante è che non la violi.

Ti faccio un esempio, caro lettore: Anna Falchi, che non credo sia stata o sia schiavizzata da nessun maschio, ha detto, a proposito dei supposti stalking-alpini di Rimini che a lei piace ricevere complimenti per le gambe di cui madre natura la ha dotata. Lo stalking è costituito da comportamenti molto diversi da un complimento maschilista, perché è persecuzione continua con ogni mezzo, senza parlare della violenza che, oltre ad essere una vergogna morale, è reato penale di notevole gravità. E, per chi è credente, peccato mortale. E’ evidente che est modus in rebus, ma non esageriamo, suvvia!

Altrimenti, soffochiamo pure tutte le emozioni espresse non sempre con un’eleganza… dannunziana o petrarchesca.

Oh Letta, NON E’ IL MOMENTO, non è il momento. Anche qui est modus et operandi tempus in rebus!

Informazione, fonti, analisi, opinioni, certezze, evidenze, verità

I sei termini sono anche sei concetti che hanno a che fare con la verità. Vediamo distinguendo bene. Aggiungo: nel rapporto dialettico fra certezza e verità, si deve aggiungere anche l’evidenza.

Che cosa intendo? Noi umani conosciamo razionalmente le cose in due modi, o per evidenza ovvero per comunicazione di notizia: a) l’evidenza è ciò-che-sta-davanti-a-me in modo ineluttabile; b) la comunicazione di notizia è un qualcosa di fededegno (se del caso), che mi viene detto, quando chi mi dice una cosa è credibile e la cosa stessa è credenda (gerundivo di necessità, vale a dire da credersi). L’esempio classico è quello che concerne il credere che esistano l’Australia, o il Borneo, o l’Antartide, anche se non ci si è mai stati: gli Occidentali seppero del continente australiano solo dopo i viaggi e le relative cronache del capitano James Cook, mentre invece noi del XXI secolo, anche se non siamo mai stati in Australia, sappiamo che esiste dai racconti degli emigranti e dai mezzi di comunicazione.

La linea filosofica aristotelico-agostiniano-tommasiana propone la coincidenza di verità tra la cosa e il pensiero (che la descrive) con l’espressione adaequatio intellectus et rei, che supera logicamente (a parer mio, ovviamente) due altre posizioni, quella materialista che recita adaequatio intellectus ad rem, e quella idealista, che recita adaequatio rei ad intellectum. I due grandi pensatori realisti ritengono che la realtà vera sia un adeguamento della cosa predicata al modo lessicale con il quale la si predica.

Cambiamo ambiente e tempi filosofici: proviamo a interpellare, ad esempio, un Emanuele Severino, che in tema di verità richiama Hegel così sintetizzando:

Ludwig Wittgenstein
  • dapprima il pensiero filosofico è affermazione immediata dell’identità di verità e certezza;
  • poi è affermazione dell’opposizione di verità e certezza;
  • e infine è il superamento di questa opposizione, ossia è l’affermazione mediata dell’identità di verità e certezza.

Secondo Hegel per certezza si intende ciò che è saputo, ciò che è pensato, vale a dire la nostra percezione delle cose: in quanto pensiero, la certezza è una determinazione soggettiva, uno stato del pensare. Per verità, invece, si intende ciò che è, le cose in sé: in quanto determinazione oggettiva, la verità è uno stato delle cose, è l’essere.

Anche Severino, assieme a Hegel, ammette, come i grandi realisti sopra citati, che il senso comune obbedisce al realismo: la filosofia realistica non è altro che la riflessione sulla corrispondenza diretta tra certezza e verità, corrispondenza che l’uomo comune, prescindendo da una visione filosofica, dà per scontata. Il realismo filosofico è dunque affermazione dell’identità immediata di verità e certezza, e il senso comune, poiché reputa ovvia e sottintesa tale identità, esprime un realismo ingenuo, ma ciò non significa che tale realismo sia solo… ingenuo

Scrive Emanuele Severino: “Il realismo – ingenuo o filosofico che sia – presuppone che il mondo in cui viviamo sia esterno alla nostra mente ed esista in sé: noi siamo convinti, allora, che le cose esistono a prescindere dalla percezione e dalla coscienza che ne abbiamo, cioè indipendentemente dal fatto che le pensiamo (“Non è il pensiero che crea la verità, esso solo la scopre: la verità esiste quindi in sé anche prima che sia scoperta”, dice Agostino). Non abbiamo dubbi, inoltre, sul fatto che, pur non conoscendo tutto del mondo, ciò che conosciamo appartiene effettivamente al mondo che osserviamo e sul quale riflettiamo: il «mondo è sì indipendente ed esterno alla nostra mente, ma si mostra alla nostra mente, ossia è conoscibile in certi suoi tratti» perciò è per noi ovvio «che la realtà, indipendente dalla mente e ad essa esterna, sia peraltro accessibile alla nostra conoscenza».

In prevalenza, la filosofia greca e quella medioevale erano filosofie realistiche, basate sugli stessi presupposti, sulle stesse convinzioni espresse, anche oggi, dal senso comune, dal modo di pensare ordinario, non filosofico. Sulla base dell’identificazione immediata tra certezza e verità, le filosofie antiche affermavano che il pensiero (certezza) può conoscere la realtà (verità): la ragione umana può, superata l’opinione ingannevole (doxa), essere illuminata dall’episteme e riconoscere il vero (aletheia). La realtà coincide con il contenuto del nostro pensiero, con l’idea che della realtà abbiamo; la certezza combacia quindi con la verità. Il mondo vero, cioè esistente in sé, è ciò che il pensiero pensa; la cosa percepita e pensata dall’uomo corrisponde alla cosa in sé.

Poi arriva Cartesio.

Cartesio si domanda: se è vero che la realtà in sé delle cose, l’essere del mondo, è indipendente dal nostro pensiero, allora come possiamo essere sicuri dell’identità di certezza e verità? Per primo, separa la certezza dalla verità, le pone in opposizione problematica e, in atteggiamento critico verso la tradizione realistica, ingenua e filosofica, si chiede: come essere sicuri che le cose pensate siano le cose stesse? Pur negando la corrispondenza immediata tra certezza e verità, però, non ne esclude la possibile affermazione mediata e, contro la negazione scettica di qualsiasi verità, riconosce una verità originaria da cui partire: cogito, ergo sum. Dubito di tutto, quindi penso perché, proprio nel rendermi conto che certezza e verità potrebbero non coincidere, verifico che il mio pensiero esiste e, assodato che penso, io esisto e quindi sono.

Conviene qui soffermarsi sul concetto di idea, e sulle differenti sfumature che lo caratterizzano nella prospettiva realistica e nella visione moderna.

Per il realismo, l’idea (il pensiero) è ciò con cui si conosce (id quo conoscitur), è una certa determinazione della realtà che alla realtà nulla aggiunge – per il senso comune, infatti, un’idea esiste solo nella nostra mente, non è realtà –, e tuttavia corrisponde direttamente, immediatamente alla realtà, alle cose che, fuori e indipendenti dal nostro pensiero, esistono in sé.

A partire da Cartesio, invece, e in generale per la filosofia moderna fino a Kant, l’idea è il contenuto immediato del pensiero, è ciò che è conosciuto (id quod conoscitur). Cioè a dire: la filosofia moderna afferma che l’uomo può conoscere solo la rappresentazione, il pensato, l’immagine soggettiva della realtà (per Cartesio, l’“essere oggettivo”), ciò che corrisponde – solo mediatamente – alla realtà in sé (l’“essere formale”). Le cose che stanno davanti e intorno a noi, le cose che costituiscono il nostro mondo, per la filosofia da Cartesio a Kant, sono pertanto tutte idee – e perciò le cose in sé costituiscono un problema –; e sono sempre idee, ma di tipo diverso, la realtà e l’idea (cosa non reale) in senso realistico.

Per la filosofia moderna il “mondo esterno” è la verità opposta alla certezza; per il senso comune il “mondo esterno” è il contenuto immediato della certezza. Ormai è chiaro che il “mondo esterno”, così inteso (inteso cioè come questo mondo che ci sta davanti), è interno alla coscienza, sì che il vero mondo esterno è ciò che sta al di là delle nostre rappresentazioni, e la cui struttura si pone dunque come un problema.

Quindi la scoperta di Kant era che, invece di esperire il mondo come esso realmente è là fuori, noi esperiamo la nostra versione personalmente elaborata di quello che si trova là fuori. Proprietà quali lo spazio, il tempo, la quantità, la causalità sono dentro di noi, non là fuori: noi le imponiamo alla realtà. Ma, allora, qual è la realtà pura, non elaborata? Che cos’è realmente là fuori, quell’entità grezza prima che sia elaborata da noi? Quella rimarrà sempre inconoscibile per noi, affermava Kant.

Per la filosofia antica, anche, ma non lo dà per scontato: i filosofi antichi riflettono sulla questione e la approfondiscono, ma arrivano alla stessa conclusione. Certezza e verità coincidono immediatamente.

Per la filosofia moderna, invece, certezza e verità sono in opposizione. Cartesio si accorge che non c’è modo di verificare la corrispondenza tra la nostra percezione della realtà e la realtà in sé, e il loro rapporto si rivela pertanto problematico. In breve, l’opposizione problematica tra certezza e verità non arriva ad annullare l’identità tra la nostra percezione delle cose (rappresentazione) e le cose in se stesse, ma ne smentisce l’immediatezza. Certezza e verità coincidono mediatamente.

Come per Aristotele e Cartesio, per Kant è indiscutibile che, indipendentemente dalla conoscenza dell’uomo, esista il regno delle cose in sé: «Anche il fenomenismo kantiano è dunque un realismo – ossia è affermazione che la res, la cosa, è indipendente ed esterna rispetto al conoscere». L’idealismo, però, si configura come superamento (“oltrepassamento”, dice Severino) del realismo, perché rileva che la “cosa in sé”, in quanto concetto, è concepita, cioè pensata e conosciuta, e dunque, proprio perché pensata e conosciuta, non può essere in sé. Il concetto di “cosa in sé” è perciò contraddittorio, e la cosa in sé congetturata da Kant è un assurdo: le cose in sé non esistono.

Quanto importanti sono queste riflessioni di questi tempi quando ci sentiamo raccontare ogni cosa e il suo contrario.

Quelli che concionano in tv e sul web sul Covid e sulla guerra portata dalla Russia in Ucraina dovrebbero almeno provare a pensare.

Un esempio: come potrebbero fare a dire il falso in pubblico i giornalisti filoputiniani se accettassero di ammettere che il rapporto tra realtà e verità è quello spiegato sopra, sia nella versione realista classica, laddove non vi è mediazione fra realtà fattuale e realtà pensata, ovvero laddove, come nella filosofia moderna da Descartes in poi, la mediazione del pensiero è l’elemento veritativo della realtà.

Hanno idea di questo processo persone presuntuosamente autoreferenziali come Orsini, Santoro e compagnia cantante?

Adaequatio intellectus et rei, adeguamento dell’intelletto e della cosa: se lo si ammette non si può transigere sul senso delle cose per come si sono svolte: la Russia ha aggredito l’Ucraina.

Nello stesso modo si può procedere se si analizzano le complesse vicende dei rapporti di potenza tra Usa, Russia, Europa, Cina e resto del mondo, per scoprire anche i tragici altarini dell’Occidente e del Dragone.

La “libertà” è un “andare oltre” camminando (possibilmente) sicuri nel quotidiano, con rispetto della… “giustizia”, ma, di contro, ancora una volta solo l’equità, o “epichèia”, permette di declinare umanamente il sintagma correlato “giusta-libertà” o “libera-giustizia”, perché una libertà senza un’equa giustizia è umanamente insensata

Chi mi conosce sa che la frase per me più rappresentativa del concettovaloresuggestione di “Libertà” è questa: “LIBERTA’-E’-VOLERE-CIO’-CHE-SI-FA“, non “Fare-ciò-che-si-vuole“.

Il verbo decisivo della mia tesi è “volere”, perché presuppone un esercizio, quello della volontà, che a sua volta deve essere messa in moto dall’intelligenza, cioè dalla capacità di leggere-dentro le cose, gli eventi, e di de-cidere (scegliere tra “a”, “b”, “c”, etc.) ciò che è meglio secondo la scalarità morale-pratica seguente: l’utile, l’opportuno, il necessario nelle relazioni inter-umane e inter-soggettice, e nei rapporti economici.

Il “fare” viene dopo, in quanto è subalterno al volere-intelligente.

Si può ben capire come questo flusso logico, anzi sillogistico, può creare problemi a chi ritiene che la libertà sia una specie di esercizio operativo privo di vincoli.

Libertà è anche il confine e il limite della giustizia, che a sua volta deve essere declinata nell’equità. Una giustizia senza equità è ingiusta, anche perché non-è-libera, per chi viene angariato dalla libertà altrui. Si pensi alla libertà assoluta d’impresa e di dominio sui lavoratori che vigeva nel XIX secolo e fino a oltre metà del XX, da parte dei “capitani d’industria”.

Però, anche la giustizia ottenuta con l’egualitarismo, si pensi al punto unico di contingenza concordato tra Sindacati (Luciano Lama in primis) e Confindustria (Gianni Agnelli, il Presidente) in Italia a metà degli anni ’70 del secolo scorso. Tale decisione legislative generò, in meno di un decennio, un’ingiustizia morale nelle retribuzioni, poiché il peso del salario legato al costo della vita, aumentato vertiginosamente tra il 1975 e il 1985, condizionò tre quarti degli interi stipendi e salari. Un esempio pratico: nei primi anni ’80 si potevano registrare salari di 650/ 700.000 lire per un apprendista, e di 800.000 lire per un lavoratore specializzato, le cui cifre si raggiungevano con due addendi di cui uno era identico, le circa 500.000 lire della contingenza, mentre l’altro addendo era professionale: risulta evidente il diverso e – soprattutto – moralmente ingiusto peso dei due addendi nella costituzione dell’intera retribuzione.

Anche chi non è “del mestiere” può intuire come il giustizialismo insito nelle conseguenze di quella operazione politico-sindacale, non poteva costituire “giustizia”, in quanto il risultato non era equo.

Infatti: EQUITA‘ è RICONOSCERE, NON SOLO IL DOVUTO A CIASCUNO SECONDO I BISOGNI, MA ANCHE SECONDO IL MERITO INDIVIDUALE.

Mi spiego: se la giustizia si esprime nel mero egualitarismo, non tiene conto del soggetto, perché viola una libertà, che potrebbe e dovrebbe essere sussunta in “una” equità. Il tema è filosofico-morale, più che giuridico o sindacale.

Che cosa è dunque l’unicuique suum… attesa una giusta attenzione per il suum?

E’ un elemento “composto” da almeno due componenti: a) una componente di giustizia distributiva, che tiene conto delle esigenze di base della persona, in quanto valore, b) una componente di giustizia commutativa, nel senso che il committente, l’azienda, l’imprenditore, tiene conto del valore professionale soggettivo del lavoratore, che è – per ragioni e definizione antropologiche, direi – assolutamente (chi mi conosce sa bene che uso con ponderata misura questo avverbio di modo) e irriducibilmente unico per caratteristiche individuali-personali, di potenziale, di competenze e di vissuto.

In questo senso l’epichèia aristotelica introduce una possibilità di risposta a ciò che possa intendersi per libertà-giusta ovvero per giustizia-libera.

Queste riflessioni possono risultare fondamentali per riflettere sui tempi attuali, covidizzati, che pongono problemi inusitati alla prova del dialogo inter-soggettivo.

Possiamo cercare di superare la diatriba “manichea” vax/ no vax utilizzando il modello sopra proposto? A mio parere sì, e mi spiego, o cerco di farlo.

Se il confronto tra le due posizioni generalmente conflittuali avviene mediante l’accettazione dei nuovi paradigmi qui proposti, può darsi che la dimensione psicologica del conflitto a-dialogico possa venire progressivamente meno…

In realtà, anche questo conflitto dicotomico, manicheo, incapace di dialogo, potrebbe rendersi possibile, se i toni, i modi, i fondamenti logici dei sostenitori delle due posizioni riuscissero a declinarsi con rispetto reciproco e la pazienza necessaria per ogni tempo dell’ascolto e del dire.

Una libertà nella sicurezza potrebbe costituire il nesso civico di un obiettivo condiviso, laddove, se la libertà è concepita nella modalità sopra proposta, cioè di un “volere-ciò-che-si-fa”, la sicurezza può darsi nel convenire sulla sua priorità tra le diverse posizioni, anche se significasse una parziale rinunzia al libero arbitrio individuale, pure se inteso nei limiti relazionali qui proposti.

In altre parole, dovremmo riuscire a concordare su una libertà-in-relazione, su una giustizia-secondo-equità e su una sicurezza reciproca e collettiva come fine condiviso.

“Gelosia” vs., oppure “invidia”? “Invidia” vs., ovvero “gelosia?”

Molti confondono e usano indifferentemente gelosia al posto di invidia e il contrario, ignorando o trascurando che non sono sinonimi. Vediamone l’etimologia e le accezioni.

L’ Invidia dal latino in-vidère, è un vizio gravissimo, secondo gli antichi Padri della Chiesa Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino, Gregorio Magno, tra diversi altri, forse il secondo più grave dei sette, poiché il più grave resta la superbia, cioè il sentimento di superiorità che consente moralmente, nella coscienza (o assenza della) del singolo, qualsiasi azione e nefandezza sugli altri.

L’invidia è un “guardare contro”, un “guardare male”, cioè un augurare il male agli altri. Precede immediatamente l’odio, secondo logica pratica. Lo precede, perché ne è generatrice. Se tu sei invidioso di qualcuno che magari ha successo, se continua ad averlo puoi cominciare ad odiarlo, proprio perché il suo successo non finisce mai, e il tuo (successo) tarda ad arrivare (se mai arriverà). O no, gentile lettore?

Possono darsi numerosi esempi nella vita di ciascuno: professionali, parentali, amicali, che poi, proprio per la presenza di questi due vizi passionali, tali non sono.

La gelosia , etimologicamente dal latino zelosus, aggettivo di zēlus derivando dal termine greco ζήλoς (zélos), che vuol dire zelo, emulazione, brama, desiderio di imitare, è un sentimento umanissimo. Se la gelosia non viene controllata, può nel tempo assomigliare sempre più all’invidia, ma non è mai la medesima cosa.

La gelosia può comparire perfino nei bimbi, anche piccolissimi, e si può immediatamente affermare che è essa presente, peraltro come lo è l’invidia, in tutte le culture umane, in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Basterebbe citassimo gli innumerevoli episodi, spesso terminati tragicamente, accaduti nelle corti e nei sistemi politici di ogni tempo e luogo (specialmente nelle autocrazie antiche e nelle dittature di ogni tempo), laddove chi comandava ha soppresso chi riteneva potesse insidiarne il potere, o, viceversa, chi insidiava il potere ha proceduto con crudeltà e celerità a complottare e poi a sopprimere chi lo aveva sovrastato fino a quel momento.

Padri e figli, madri e figli, con il contorno di nipoti e zii si sono mossi sui sentieri asperrimi e tremendi della gelosia fattasi invidia e su ciò che tale sentimento iniziava a dettare nei loro cuori. Gli Annales di Tacito e le Storie di Tito Livio, i racconti di Tucidide, quelli dei Basilei bizantini, le tragedie del gran Bardo inglese, fino a Stalin e ai nostri giorni, la cronaca storica sono colmi di delitti nati nel coacervo cupo della gelosia fattasi patologia e poi invidia.

Ad esempio, nei rapporti umani privati, l’ansia, la sospettosità, la possessività, il senso di umiliazione e di incertezza, sono fomiti primari di questo sentimento, anche quando si declina nel timore di perdere l’affetto della persona amata, oppure di non ottenerlo. E allora registriamo gli omicidi (o, nel caso dell’uccisione di una donna, i “femminicidi”, infausto e diffusissimo termine neo costituitosi nelle cronache giornalistiche).

Dicevamo prima del primo manifestarsi della gelosia, anche in età infantile, come quando nasce un fratellino o sorellina. Io, però, ricordo, che quando nacque, due anni dopo di me, mia sorella Marina, non ero geloso di lei che era venuta al mondo, e occupava spazi e dedizione da parte di mamma Luisa fino a quel momento dedita solo a me, come a un “Gesù Bambino” redivivo e unico (copyright di mia cugina Lucilla Morlacchi), ma degli estranei che volevano toccarla, e dicevo, in un friulano già espressivo: “no totà ì, no totà ì“, cioè non toccarla.

Vi è dunque, come sottolinea anche Sigmund Freud la gelosia verso terzi (come nel mio citato caso e come nei rapporti di coppia quando interviene una terza persona, amante, o altro che sia). Nel caso della gelosia adulta, a volte si declina perfino come retroattiva, rivolta, cioè, al passato dell’amato o amata, di cui non si tollera amori precedenti.

Gelosia e invidia sono definibili come emozioni complesse originate socialmente. Sussistono aree non piccole di sovrapposizione tra la gelosia e l’invidia, in quanto il soggetto è coinvolto dalla percezione di un confronto sfavorevole in un campo esistenziale o professionale molto importante rispetto a un’altra persona, fatto che contribuisce a determinare un certo scadimento dell’autostima del soggetto stesso. Lì inizia un danno individuale e anche sociale.

Si tratta comunque emozioni spiacevoli e a volte penose. Sotto il profilo cognitivo, in ambedue le emozioni si attivano processi cognitivi disfunzionali, soprattutto quando si accrescono nel rimuginio e nella ruminazione. Ben diverso è il tipo di ruminazione che si attiva nei processi ermeneutico-interpretativi di un testo antico o moderno, cui si pensa e si ripensa, al fine di trovarvi, o fallacie oppure nuovi sensi e significati.

Gelosia e invidia si differenziano anche per diversi aspetti generativi: ad esempio, la gelosia si manifesta se nel confronto sociale una nostra qualità viene minacciata, mentre l’invidia è maggiormente presente se e quando la persona viene messa obiettivamente a confronto con qualcuno che risulta pubblicamente possedere una qualità maggiore, oppure un bene o una condizione più significativi, nel confronto con l’altro.
La gelosia si manifesta nei rapporti affettivi, soprattutto per la paura di perdere la totalità o l’esclusività di un legame affettivo, mentre l’invidia riguarda di più il rapporto con i beni o con determinate condizioni (di successo, di potere, di status);
Abbiamo già osservato che la gelosia è spesso fomentata da condizioni mentali di sospettosità, sfiducia, autosvalutazione, paura, ansia e rabbia, ipersensibilità alle frustrazioni ma anche amore e desiderio verso la persona di cui si è gelosi; l’invidia sorge dalla percezione di una inferiorità (anche solo pensata) nei confronti dell’altro, ed è talora sostenuta da un forte senso di possesso, e da un desiderio di danneggiare l’altro, pur – paradossalmente -anche in presenza di forme di ammirazione e di emulazione verso l’altro invidiato.

A questo punto Gelosia e Invidia diventano patologiche.

(…segue dal web)

Sulla Gelosia

Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione.

Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione di gelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione nei comportamenti aggressivi e coercitivi.

Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà.

Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti “deliri di gelosia”.

Questa forma di gelosia si manifesta con le seguenti caratteristiche: paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; controllo di ogni comportamento dell’ altro; invidia ed aggressività verso i possibili rivali; aggressività persecutoria verso il partner; sensazione d’ inadeguatezza e scarsa autostima di se stessi.

Sostanzialmente, è una sintomatologia affine a quella della dipendenza affettiva. La gelosia, dunque, potrebbe essere la manifestazione di una condizione patologica di dipendenza affettiva. Si può affermare che la gelosia e la dipendenza affettiva sono due facce di una stessa medaglia: se è presente l’una è molto probabile sia presente anche l’altra . Infatti, il dipendente affettivo agisce sulla scia di un bisogno: non voglio rimanere solo. Di conseguenza, nel momento in cui si assume che l’oggetto d’amore, senza un dato di realtà, possa venir meno, si manifesta questa strana sensazione di estrema vulnerabilità in cui iniziano i comportamenti investigativi e di controllo, nonché gesti disperati nel tentativo di tenere legato a sé l’oggetto d’amore. La gelosia patologica può riscontrarsi ad esempio nei disturbi della personalità, oppure in tratti di personalità sotto-soglia, ad esempio nel disturbo dipendente, bordeline, paranoide, narcisistico, antisociale, etc.

A livello comportamentale, capita spesso che persone che soffrono di gelosia patologica possano controllare o spiare la persona amata e, in alcuni casi, possono persino esercitare forme di controllo molto aggressive sul partner per prevenire l’infedeltà (usare violenza verbale, fisica o addirittura imprigionare chi si teme di perdere). L’intensità della gelosia è direttamente proporzionale alle dimensioni immaginarie della catastrofe della perdita della relazione e dell’amato intollerabile.

Tra le conseguenze della gelosia sulla persona amata, possono a volte essere presenti veri e propri comportamenti distruttivi nei suoi confronti, come provare odio o abusarne fisicamente, fino a considerare la persona che si ama disturbante quanto il rivale: basti pensare ai numerosi casi di aggressioni fisiche, violenze efferate e omicidi a sfondo passionale. Anche verso il rivale ci si comporta proiettando su di esso quasi esclusivamente sentimenti di annullamento e odio.

Sull’invidia

Come già esposto nei precedenti paragrafi, l’invidia è un’emozione altamente stigmatizzata nella nostra cultura, è l’emozione di cui si parla meno e di cui si è meno consapevoli. La psicoanalisi ha dedicato grande spazio all’invidia, nelle sue teorizzazioni sullo sviluppo infantile. Già Freud parlava del ‘complesso di evirazione tale per cui la bambina nell’infanzia prova l’ ‘invidia del pene’ quando viene a conoscenza del sesso maschile. Secondo Melanie Klein l’invidia è un’emozione fondamentale per il successivo sviluppo emotivo-affettivo del bambino. Nell’infanzia, se l’invidia non è eccessiva ed é adeguatamente supportata ed elaborata può essere superata e ben integrata nell’Io attraverso sentimenti di gratitudine.

Nel momento in cui questa emozione è negata e non riconosciuta può indurre emozioni disfunzionali secondarie (ansia, colpa, frustrazione) che aumentano il livello di sofferenza e di disagio psicologico. In generale l’invidia può divenire patologica nel momento in cui i contenuti e i processi cognitivi disfunzionali sono rigidi e perseveranti: il confronto con l’altro innesca pensieri e credenze di autosvalutazione e senso di inferiorità, che spingono l’individuo verso comportamenti distruttivi e aggressivi, verso l’altro o verso se stesso; mentre in taluni casi prevale un quadro di evitamento e passività, in cui sono presenti stati di impotenza e autocommiserazione.

L’invidia patologica è caratterizzata da una elevata quota di rancore e astio, al punto che la persona oggetto dell’invidia è deumanizzata e odiata; spesso sono presenti esperienze infantili traumatiche, in termini di abuso, umiliazione, denigrazione, criticismo, biasimo e sabotaggio del valore personale. Nelle persone che presentano invidia patologica è compresente una acuta emozione di vergogna e senso di inadeguatezza del sé. A livello comportamentale e cognitivo possono attuarsi modalità di relazione evitanti, defilate e schive caratterizzate da diffidenza nei confronti dell’altro; in alternativa, la vittima di invidia patologica può identificarsi con l’aggressore (ad esempio un caregiver umiliante) e perpetrare il ciclo dell’abuso attraverso la denigrazione e la svalutazione dell’altro attraverso agiti intenzionalmente diretti a danneggiare l’altro. In entrambi i casi è presente una marcata sensazione di inferiorità e inadeguatezza del sè.

Spesso possono accompagnarsi all’invidia patologica, patologie legate alla sfera dei disturbi depressivi, in cui è centrale l’auto-svalutazione del sé e l’autocommiserazione, così come in alcuni casi di disturbi della personalità, come ad esempio nel caso del disturbo di personalità narcisistico.

La gelosia comporta un intero “episodio emotivo”, compresa una complessa “narrazione”: le circostanze che portano alla gelosia, la gelosia stessa come emozione, qualsiasi tentativo di autoregolamentazione, azioni ed eventi successivi e la risoluzione dell’episodio. La narrazione può provenire da fatti, pensieri, percezioni, ricordi, ma anche immaginazione, assunti e ipotesi. Più la società e la cultura contano nella formazione di questi fattori, più la gelosia può avere un’origine sociale e culturale. Al contrario, Goldie mostra come la gelosia possa essere uno “stato cognitivamente impenetrabile“, in cui l’educazione e la credenza razionale sono molto poco importanti.

Una possibile spiegazione dell’origine della gelosia proviene dalla psicologia evoluzionista: secondo questa prospettiva, l’emozione si è evoluta al fine di massimizzare il successo dei nostri genii: la gelosia sarebbe un’emozione basata biologicamente, selezionata per favorire la certezza sulla paternità della propria progenie. Un comportamento geloso, negli uomini, è diretto ad evitare il tradimento sessuale e un conseguente spreco di risorse e sforzi nel prendersi cura della prole di qualcun altro. Ci sono, in aggiunta, spiegazioni culturali o sociali sull’origine della gelosia. Secondo uno, la narrazione da cui deriva la gelosia può essere in gran parte prodotta dall’immaginazione. L’immaginazione è fortemente influenzata dall’ambiente culturale di una persona. Lo schema del ragionamento, il modo in cui si percepiscono le situazioni, dipende fortemente dal contesto culturale. È stato suggerito altrove che la gelosia sia in realtà un’emozione secondaria in reazione ai propri bisogni non soddisfatti, ovvero quei bisogni di attaccamento, attenzione, rassicurazione o qualsiasi altra forma di cura che altrimenti si supponeva sorgesse da quella relazione romantica primaria.

La gelosia nei bambini e negli adolescenti è stata osservata più spesso in coloro che presentano bassa autostima, e può evocare reazioni aggressive. Uno di questi studi ha suggerito che lo sviluppo di amici intimi può essere seguito da insicurezza emotiva e solitudine in alcuni bambini, quando questi amici intimi interagiscono con gli altri. La ricerca di Sybil Hart, Ph.D., presso la Texas Tech University, indica che i bambini sono in grado di provare e manifestare la loro gelosia a sei mesi]. I bambini hanno mostrato segni di sofferenza quando le loro madri hanno focalizzato la loro attenzione su una bambola realistica. Questa ricerca potrebbe spiegare perché i bambini e i bambini mostrano angoscia quando nasce un fratello, creando le basi per la rivalità tra fratelli.

Gli antropologi culturali hanno affermato che la gelosia varia da una cultura all’altra. L’apprendimento culturale può influenzare le situazioni che scatenano la gelosia e il modo in cui viene espressa la gelosia. L’atteggiamento verso la gelosia può anche cambiare all’interno di una cultura nel tempo. Ad esempio, l’atteggiamento nei confronti della gelosia è cambiato sostanzialmente negli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti. Le persone negli Stati Uniti hanno adottato opinioni molto più negative sulla gelosia. Man mano che uomini e donne diventavano più uguali diventava meno appropriato o accettabile esprimere la propria gelosia.”

E, per finire… possiamo dire che la gelosia ossessiva è una patologia mentale che porta a sospettare continuamente infedeltà fittizie del proprio partner, e viene chiamata anche Sindrome di Otello, come hanno porposto, prima William Shakespeare e in seguito Giuseppe Verdi.

bibliografia breve

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Un omicidio e la umana “pietas”

A Natale tutti abbiamo sentito di questo caso: ad Amelia un medico in pensione, ottantenne, ha ucciso la moglie ammalata di Alzheimer, fermato un attimo dopo dal figlio mentre cercava di seguirla nella morte suicidandosi.

Non scomodo il freudiano sintagma eros & thanatos, amore e morte, argomento troppo specifico, perché mi fermo prima e vado già oltre.

Non sto neanche a ricordare qui quanto già riportato dal medium televisivo, che ha parlato di malattia senza rimedio, veloce e invasiva della vita familiare, al punto da diventare insostenibile per la psiche dell’uomo, e a farlo decidere per far “finire lo strazio” uccidendo la moglie.

Qui siamo sul terreno etico del valore di una vita umana, e dell’obbligo assoluto di rispettarla sempre, comunque e ovunque.

Ne ho scritto qualche giorno fa quando ho ricordato la morte tragica dei tre operai di Torino, e torno sul tema.

In questo caso, non so se i sostenitori del neologismo “femminicidio”, (ma non la statistica Istat generale annuale degli omicidi) annovererà il fatto di Amelia nell’elenco dell’uccisione di donne in quel modo denominato, che non condivido: in realtà penso che lo farà, ma sotto traccia, perché in questo caso rileva di più il fatto in sé, per come è avvenuto nel contesto dato, piuttosto del fatto che la vittima sia una donna.

Un uomo anziano, colto e stimato, che non ce la fa più a reggere lo stress, la fatica, il dolore di vedere sua moglie in quello stato, assolutamente inaudito, inaspettato, non plausibile, e molto altro, agisce per la morte.

Non conosco il dottor (XY) che ha compiuto il reato ai sensi dell’art. 575 del Codice Penale (1930) – Libro Secondo – Titolo XII – Dei delitti contro la persona – Capo I – Dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale, che così recita:

Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.” Fatte salve le attenuanti che sono considerate, o meno, dal giudice caso per caso.

Non posso sapere che persona sia quest’uomo, so solo che è un medico, quindi una persona colta, molto colta rispetto allo standard, e colta soprattutto su ciò che concerne la vita umana (del corpo).

Attualmente il medico, sempre tenuto al giuramento ippocrateo di salvaguardare la condizione di salute del paziente al massimo possibile, in scienza e coscienza, è certamente dibattuto anche da un’altra tematica: quella dell’eutanasia e del suicidio assistito. Il medico di cui parliamo era senz’altro al corrente, non solo del dibattito politico-morale in corso, ma era anche nella condizioni di riflettere sul tema nella sua coscienza morale, ambito che più segreto in natura non v’è, perché nel cuore dell’uomo legge soltanto Dio, e lo dico anche per gli agnostici e gli atei (o sé putanti tali). Tuttalpiù, psichiatria e psicologia clinica possono determinare una diagnosi ipotetica del suo stato mentale, essendo comunque tale diagnosi rilevante per la statuizione della pena legale.

Altrettanto non so se l’atto compiuto sia, per la Teologia morale cristiana, un peccato mortale, anche se sembrerebbe configurarne (oppure no) gli estremi, in quanto nell’accadimento sono presenti le tre condizioni “necessarie” a costituirlo ontologicamente e moralmente: a) la materia grave (un omicidio lo è per tutti, salvo che per ciò che pensano i sicari e i serial killer, ambedue le tipologie presenti sia in pace sia in guerra), b) la piena avvertenza (chi sa com’era lo stato psichico dell’uomo quando ha compiuto l’atto?), e c) il deliberato consenso (la decisione per l’atto è stata frutto di un percorso di discernimento, dalla riflessione sull’insopportabilità della situazione, all’atto omicidiario, passando per la deliberazione di compierlo?). E dunque, rimangono molti dubbi sulla presenza reale delle tre condizioni. Personalmente ritengo che la seconda (b) e la terza (c) non lo siano state.

Reato e peccato, sì, entrambi. Ma come giudicarli? Come raffigurarne la “colpa morale”? Come misurarla? Come decidere per il futuro di quell’uomo, che intanto è in carcere?

Mi auguro che la Procura lo ordini intanto ai domiciliari, e che poi si muova una giustizia proporzionata al caso e alle condizioni di quell’uomo.

Anche questo caso richiede una riflessione profonda sullo stato precedente, sulla situazione relazionale della coppia, sui rapporti con i parenti più stretti, con i figli.

Il ruolo della filosofia pratica si manifesta anche in questo caso come il percorso, come il metodo più utile ad affrontare un disagio esistenziale in modo preventivo e capace di cogliere i segnali, anche i più deboli, del male stare di un uomo, in questo caso, della persona in generale.

Altri due casi in questi giorni, analoghi, mostrano come e quanto sia necessario, fondamentale, raccontare questi fatti con la massima discrezione e con rispetto assoluto. I media hanno responsabilità decisive nella narrazione del male e del dolore. In realtà, spesso si nota un’insistenza che rasenta il compiacimento nel raccontare i fatti negativi. Per vendere spazi commerciali? Squallido. Come dice qualcuno (il prof Sapelli in particolare), ad esempio, le notizie sulla pandemia dovrebbero evitare il martellamento quotidiano ed avere una scadenza non più che settimanale, applicando al racconto dei dati, non i numeri assoluti, ma le proporzioni tra la situazione statistica di un anno fa e quella attuale, cosicché si potrebbe mostrare che oggi tutto va ed è molto meglio grazie alle vaccinazioni.

Le proporzioni le ho imparata in seconda media, ma questi che decidono i palinsesti non le conoscono, oppure vogliono terrorizzare le persone… per quale fine (se vi è un fine o solo insipienza) non so dire.

Phrònesis (Prudenza) e Philìa (Amicizia), “utili” (why not?) per una vita “buona” (non è moralismo) e “vera” (non è presunzione)

Prudenza e Amicizia, in greco. Phrònesis, come Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, è già un progetto di filosofia pratica noto e attivo da vent’anni e passa in Italia, su tematiche e progetti di “Filosofia pratica e Consulenza filosofica”. Vanta già una tradizione cospicua di testi specifici e di filosofi operanti. Di Philìa parlerò brevemente in conclusione.

Phrònesis gode oggi di una fama positiva – ritengo – e meritata, in Italia, e raccoglie, con la fatica dell’impegno dei soci più attivi, “studenti” laureati provenienti da tutte le parti, e persone più in età che desiderano muovere dalla teoria che hanno studiato all’università e si sono laureati in filosofia o discipline equipollenti, alla pratica di una filosofia viva, vicina alle persone e ai loro vissuti, ma continuando a studiare, misurandosi con atti, fatti e pensieri… vite di altri esseri umani.

I nuovi iscritti provengono talvolta anche dai master di filosofia pratica di prestigiosi atenei, che forse non li hanno soddisfatti. Che significa ciò?

Significa che Phrònesis è credibile, che è ritenuta valida, come locus philosophicus e dialogico, pratico, non solo teorico. In vent’anni di vita questa Associazione ha conosciuto vicende diverse, distacchi e adesioni, cambiamenti. Nel 2013 ha avuto anche il riconoscimento di una legge dello Stato, la n. 4. che contiene gli indirizzi essenziali di una possibilità ulteriore nell’ambito delle professioni intellettuali.

Prima di dire e di proporre qualcos’altro, riporto di seguito l’articolo 1 comma 2 della Legge stessa: Oggetto e definizioni”: “(…) si intende una professione non organizzata in ordini o collegi, di seguito denominata “professione”, si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art. 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.

L’attività di Phronesis è complessa, articolata, come si dice, e vera. Vive in un contesto generale nel quale si registra molta “filosofia”, di quella vera e di quella fasulla. Quella vera-buona e quella falsa-cattiva non si dividono tra filosofia accademica e filosofia pratica, ma tra “buona” e “cattiva”, come la musica. Bach e i Beatles appartengono alla buona musica, nella differenza di stili e “oggetti” musicali prodotti.

Infatti, vi sono delle analogie tra filosofia e musica: ambedue le arti (eh sì, perché anche la filosofia è un’arte, se vogliamo nel senso aristotelico, come un qualcosa che si conosce e si agisce con competenza).

Da qualche tempo la filosofia accademica sta vivendo difficoltà inusitate. Sembrava che fosse una disciplina in crisi, sotto il profilo universitario, e lo era, effettivamente, ma da qualche anno, per merito del web e dei talk show è tornata in auge, anche se, mi pare, non nel modo più auspicabile. Molti accademici di fama vivono una loro gloria inaspettata partecipando ai vari modelli di comunicazione, nati negli ultimi due decenni e sempre più pervasivi. Pare evidente che ciò non gli giova molto: basti osservare le performance di alcuni illustri accademici che si misurano con i talk show su tematiche come quelle della pandemia. Costretti dai e nei tempi televisivi, questi prof diventano apodittici e declamatori, poco inclini al… dialogo, di cui dovrebbero essere maestri. Non sopportano contraddittorio, che dovrebbe essere per loro, esperti di dialettica, platonica o hegeliana che sia, un must, come si dice, ma, vedi gentil lettore, non sono filosofi pratici, ma solo docenti, e quindi abituati a “insegnare”, più che a dialogare. Non faccio nomi, perché chi mi conosce sa a chi mi sto riferendo.

Forse può essere utile al lettore richiamare di seguito ciò che costituisce la consulenza filosofica, così come si è sviluppata nell’arco di due decenni pieni (dal 2000 circa) in Phronesis e come intende ulteriormente proporsi.

La consulenza filosofica, come insegna il professor Gerd Achenbach, iniziatore contemporaneo di questa modalità vivente della filosofia, si interroga (e interroga) sulle forme di pensiero, delle ragioni (non delle “motivazioni”, termine psicologistico assai abusato e usato molto spesso in luogo di “ragioni” e, a volte, anche di “cause”), dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo… di una persona (cf. cap. 3 della Perimetrazione della Consulenza filosofica, 20 Luglio 2012, Seminario nazionale di Phronesis – Firenze).

La consulenza filosofica ha l’obiettivo di rischiarare, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo dell’ospite, o consultante (cf. Pollastri 2016). Se ciò è vero, essa si distingue in modo radicale dalle psicoterapie di qualsiasi genere e specie, compresa la psicoanalisi.

Ogni modifica della propria visione del mondo, non può essere il fine della consulenza filosofica, ma la conseguenza estrinseca, quasi per eterogenesi del fine specifico, nonostante l’opinione circa la visione del mondo del filosofo consulente possa non essere estranea alla relazione tra i due soggetti. Perché tutti e due sono “soggetti”, in quanto nella relazione non si deve registrare passività, ad esempio, nel consultante, ferma restando l’asimmetricità del rapporto. Esso, dunque, non si configura nemmeno lontanamente – per comparazione – come il rapporto esistente tra medico e paziente. Lo spiegano molto bene negli anni diversi filosofi di Phronesis: tra essi qui mi piace ricordare, come esempio, per dire come la filosofia debba essere-vicina alla vita delle persone si propone il concetto di “Filosofia di strada…” (A. Cavadi, 2010).

La trasformazione dell’approccio analitico del mondo deve nascere dall’interiorità (cf. ad e. Agostino, Soliloquia) della persona e non può essere condizionata dalla scala di valori morali del filosofo. Il Valore di questo tipo di attività spirituale è proprio questo: di riuscire a mettere il consultante, che ha manifestato un disagio ed è ricorso al filosofo pratico, nelle condizioni di effettuare una metànoia, innanzitutto logica, e in seguito spirituale, cioè di conversione a una vita buona, e vera. La logica precede sempre l’etica, e la deve fondare, allo stesso modo nel quale l’etica deve fondare il diritto.

Perché uso l’endiadi buona e vera per definire la vita? Si può forse dare una vita non-vera, cioè fasulla? In senso proprio certamente no, poiché l’uomo è vivente, ma in senso figurato-morale, sì, in quanto vi possono essere vite non dedicate a qualcosa che possa essere considerato e definito “bene”, vale a dire vite dedite al vizio e al delitto, non solo, ma anche vite dedite (si fa per dire) all’anodino svolgersi di giornate senza senso, là dove il soggetto non ha la consapevolezza di un tanto, ovvero vite connotate da una pigrizia fondamentale e da un non-agire sistematico.

Ecco dove può muovere i suoi passi la consulenza filosofica individuale, il dialogo inter-soggettivo che può riuscire a far emergere le contraddizione logiche atte a creare un auto-pensiero critico. Come si vede non parlo di pensiero auto-critico, ma, rovesciando i termini, colloco la riflessività del concetto sullo stesso pensiero, che diviene un locus dove il soggetto si rivolge e se stesso quasi costituendosi come pensiero. La critica e la vita, dunque, diventano tutt’uno con il pensiero.

Vi sono situazioni di persone che ho incontrato, per le quali la convinzione di essere-nel-giusto, di essere moralmente irreprensibili, è talmente radicata e ontologicamente esistentiva, che risulta impossibile incrinarla, cioè porre dei dubbi tali da avviare il percorso di una metànoia, che metta in questione abitudini inveterate e convincimenti ferrei… fino a quel punto.

Per la consulenza filosofica il nucleo tematico centrale da individuare è il modo, l’impostazione del pensiero del consultante, e quindi la ricerca di crepe, di illogicità, di salti logici, per verificarne gli effetti e anche i… danni, che può generare nella vita della persona stessa.

Euristica ed eziologia sono due processi che ci interessano nella consulenza filosofica e nel dialogo che la costituisce: a) l’euristica perché filosofando assieme ci si propone di cercare qualcosa e possibilmente di trovarlo (questo qualcosa), b) l’eziologia in quanto ricercando si può risalire, se non si trascura il metodo logico-argomentativo, alle “cause”, oppure, meglio dire, alle “ragioni” che in qualche modo danno senso alla scoperta.

Proviamo ad esemplificare. Ammettiamo che il nostro ospite accetti di mettere in discussione, sotto il profilo teorico, o per meglio dire, intellettuale, le proprie scelte finora assunte e praticate nella vita concreta. Nel contempo egli è convinto che le scelte fatte siano state necessitate, od opportune, o utili, od obbligatorie. Entriamo nell’esempio: la persona è benestante fin dalla nascita e non ha contribuito in alcun modo e non ha profuso alcun impegno nella costruzione del patrimonio che la rende pacificamente benestante. Altre persone hanno prodotto le risorse di questo bene-stare, che sono essenzialmente risorse economiche e finanziarie.

Ora, le regole civilistiche attuali in tema di eredità offrono a chi eredita il diritto di… ereditare. A dirla in questo modo, sembra una quisquilia tautologica. La persona “fortunata” dà per scontato che la sorte, il destino, la bravura del padre o del nonno, un colpo di c. tale da aver vinto una grossa somma a una lotteria, siano da accettare senza riflettere sul merito o meno di trovarsi in quella condizione, a differenza dei più, che spesso stentano a tirare avanti.

Questo tipo di persona ritiene talvolta di essere un tipo speciale, e pertanto non obbligato a guadagnarsi il pane con il “sudore della fronte” (cf. Genesi, 3, 19), poiché non serve, tanto le risorse ci sono già, in quantità tale da garantire non una, ma sette generazioni di vita agiata. Oppure, ritiene che impegnarsi in qualche attività di vertice sia già “lavorare”, perché molti altri agiscono in questo modo (e qui gli esempi riguardano capitani d’industria, innovatori tecnologici e finanzieri cui si pensa di assomigliare).

Questo tipo di persona ritiene poi di avere quasi un diritto “naturale” (non oso dire “divino”, per non esagerare) a ferie speciali, e di potersi distaccare senza problemi dalle fonti che originano il proprio benessere.

Forse, utilizzando una terminologia giudicante le cose adeguata, si potrebbe smuovere qualche masso spirituale che sta occupando e ingombrando impropriamente la “struttura valoriale” del soggetto: ad esempio, si può proporre una lettura della realtà propria e generale alla luce del concetto di “verità locali” (Zampieri, 2009 e oltre), per evitare ogni arroganza propositiva da parte del filosofo consulente.

Posto che il carattere individuale si forma, come hanno ben spiegato Piaget et alii negli ultimi cent’anni, entro i quattordici anni più o meno, e che da lì in poi i comportamenti individuali sono costruibili e modificabili, in positivo e in negativo, si tratta di vedere se il soggetto esemplare di cui qui si tratta se la sente di scavare dentro la propria anima anche a costo di andare profondamente in crisi.

Eccoci al punto: il dialogo filosofico è qui che interviene, mentre ogni tipo di psicoterapia sarebbe inerte, perché solitamente ed essenzialmente destinata ad “andare a caccia” di nevrosi. Queste persone di solito non sono nevrotiche, se non in minima parte, ma sono moralmente anodine, amorfe, oppure hanno una moralità generica e applicabile solo e solamente agli… altri.

L’etica sociale, l’etica della vita umana, semmai esista per questo tipo umano, vale per gli altri. Questo tipo umano può essere rimosso dal convincimento di essere-speciali e di avere diritti speciali solo da un trauma, giammai dal thauma (in greco: la meraviglia, lo stupore, origine di ogni filosofare) del vivere, cioè la meraviglia del vivere, che per questi rischia di essere sempre banalmente noiosa, se non riesce a riempire le proprie giornate di sempre nuovi “giocattoli” (auto, moto, barche, vacanze, donne, se si tratta di un maschio…), di cui molto presto si stanca.

Oppure può riuscirci la filosofia, cioè la metodica del mettere in dubbio le proprie convinzioni mediante la riflessione e il dialogo, a partire dalle più rassicuranti.

Facendo un lavoro con un tipo umano del genere occorre mettere a tema mezzi espressivi, parole, etimologie, sistemi valoriali, idee “forza” dominanti nella psiche e nella storia della persona, elementi di coerenza e di incoerenza, e infine, decisamente, la struttura integrata di personalità sua propria.

Lavorando su questa batteria di elementi si può verificare se si crei qualche crepa, se appaia qualche insenatura nel suo modo di dare il flusso al pensiero, di individuare i verbi da apporre ai soggetti e il senso dell’operatività dei verbi stessi sugli “oggetti” sui quali le azioni verbalizzate terminano.

Riprendendo la fondamentale Perimetrazione (2012) di Phronesis qui riporto i concetti concernenti “le questioni etiche, relazionali, esistenziali, le decisioni complesse, i dubbi, le revisioni progettuali della propria vita, le scelte puntuali, le separazioni e le riprese affettive, gli interessi, i lutti e le malattie, i cambiamenti di qualsiasi genere e specie, etc.”.

Ebbene, lavorando su questo elenco cercherei di penetrare, non nella psiche come fanno altri e – nel modo peggiore – i manipolatori, nel suo modo di porsi i temi e di svolgerli. In altre parole nel rapporto che esiste tra le parole utilizzate dal soggetto, l’accezione di ciascuna che lo stesso ha nel tempo scelto e l’uso che ne fa nella vita quotidiana e nei rapporti umani.

Gli chiederei poi di valutare la qualità esistenziale e relazionale delle scelte fatte e di quelle fattibili, riflettendo sulla fatticità di quelle fatte e di quelle da farsi. Bona facienda (sunt), mala vitanda: la sintesi morale aristotelico-tomista, dopo questo lavoro potrebbe configurarsi come una suggerimento sommesso per un agire migliore rispetto al passato. Una sintesi morale che nel “dover agire” kantiano si rinforza, facendo coincidere dover fare e dover essere, e con ciò diritti e doveri.

Per produrre tale lavorìo intellettuale potrebbe essere necessario individuare testi e format particolari, adatti alla tipologia personologica dell’ospite, in modo da far emergere i “valori” intellettuali e cognitivi dello stesso, le sue “forme” mentali, e anche i tic, le ripetitività ossessive, le contorsioni linguistiche, i toni più o meno elevati delle vocalizzazioni, e infine il timbro vocale che si è formato negli anni, così come generato da una base genetica.

Se la persona è orgogliosa di un proprio genitore o avo e crede di assomigliargli, è forse il caso di valorizzare l’irriducibile unicità di ciascuno e dunque del soggetto stesso, che non può, né imitare, né pretendere di ri-creare chi lo ha preceduto con meriti imitandi ma irripetibili.

Razionalità ed emozionalità del soggetto possono allora iniziare a farsi in qualche modo “de-codificare”, senza la pretesa di comprenderli, capirli e spiegarli fino in fondo, poiché la mens umana resta sempre un “oggetto” complesso, e pertanto mai completamente de-scrivibile. Non pretendere di spiegare ogni cosa o fatto, ma cercare di comprendere il soggetto interpretando tutti gli elementi fisici e spirituali che lo compongono, può essere la strada per interloquire con le profondità dell’anima della persona di cui qui si sta esemplificando.

Per avere una qualche possibilità di cambiamento bisogna dunque procedere alla massima chiarificazione possibile, al fine di consentire una sorta di rielaborazione della visione del mondo del soggetto e all’ammissione che questa rielaborazione è diventata essenziale per una rinascita interiore e un ri-orientamento nel mondo e per delle scelte più “vitali”.

Questo processo non può essere “lineare” (Pollastri, 2016), ma necessariamente talora contorto, a-sistematico, scombinato – necessariamente – per poter prevedere le condizioni di possibilità di una nuova combinazione positiva, buona, vera.

In verità si sta sempre ricercando il buono e il vero, anche se non tutti e non sempre se ne è consapevoli. Bisognerà avere anche sempre il coraggio di improvvisare, in questo lavoro di ricerca spirituale e morale, senza temere di deragliare, perché ci pare manchino linee guida. Se si è onesti intellettualmente e ben preparati, come si usa in Phronesis, non vi è nulla da temere.

Questo tipo di consulenza si può dire anche, senza tema di essere tacciati da eresiarchi, è non solo filosofica, ma anche spirituale, poiché attiene al plesso totale/ diversificato di spirito-anima-mente, in tutte le sue accezioni filosofico-etimologiche della storia del pensiero occidentale greco-latino e delle lingue volgari moderne e contemporanee. Si tratta di una metodica-che-non-è-tale, in quanto è una continua ricerca che vive di contenuti facentesi via via metodo (cf. Giacometti, 2016).

Non un circolo vizioso ma virtuoso, perché capace di rinnovare il pensiero mentre il pensiero fluisce. Così come si può rinnovare una vita mentre la vita stessa fluisce nella sua naturalità esistenziale e morale.

Phronesis si muove su questo terreno, da oltre vent’anni. E io dentro essa. Da un anno ho la ventura di presiederla, e lo voglio fare con forza e dedizione.

Accanto a Phrònesis , proprio perché questo bisogno di pensiero rinnovatore esiste, mi piacerebbe nascesse – a latere – un’altra associazione, magari da chiamare Philìa, cioè amicizia.

Un’associazione a latere di “umanisti” di tutti i generi e specie, per riunire intelligenze e persone, ponendosi nell’agorà, anzi nelle agorài (caro PD, metti anche il sostantivo al plurale dove scrivi “democratiche”), e così intercettare i bisogni delle persone in molti modi: se Phronesis può agire in modo più profondo e professionale, Philìa potrebbe offrire uno spazio dialogico libero, come quello descritto in questo saggio, utile per qualcuno.

La prova dell’efficacia di questo doppio modello può consistere nella constatazione che alle varie pratiche filosofiche partecipano persone di tutti i generi e sensibilità, perché il sapere filosofico, nelle sue varie declinazioni apre la mente e il cuore, aiutando chiunque a scoprire di se stesso ciò che magari è rimasto finora inerte e latente.

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