Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Ai confini della laguna

Invitato dall’amico Davide, filosofo venezian, mio valoroso collega in Phronesis (che per il mio affezionato lettore è l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica, mi trovo un giorno di gennaio di quest’anno, l’ultimo del secondo decennio, non il primo del terzo come molti imbecilli cercano di dire, a Cavallino Treporti. La sera scende e le persone attendono che si parli di libertà, di come la libertà si può declinare nelle varie forme consentite dalla vita umana e dalla natura, e da come l’umano intelletto le può descrivere.

Tanti modi, innumerabili: dalla libertà (apparentemente) assoluta, cioè sciolta da ogni legame (ab-soluta), a quella più limitata dalla necessità, cioè una libertà senza alcuna libertà, e in mezzo le infinite sfumature di ciò che chiamiamo caso, non sapendo come definire ciò che accade al di fuori del nostro controllo intellettuale e fattuale.

Libertas major et libertas minor sono poi due espressioni care a sant’Agostino, che distingueva, appunto, tra una “libertà maggiore”, cioè quella determinata dalla consapevolezza intellettuale e morale delle scelte per il bene, e una “libertà minore, vale a dire più inconsapevole, e pertanto non legata alla riflessione sull’eticità delle scelte.

Molte volte in questa sede mi son posto il tema, non trascurando i pensatori che della libertà più si sono interessati, dai grandi greci, al vescovo ipponate, fino ad Erasmo e Lutero, per giungere a Kant e ai nostri giorni. Me ne sono interessato al punto da pubblicare un pamphlet, che ha avuto un’ottima accoglienza di pubblico e di critica, da parte di colleghi, imprenditori, lavoratori e lettori. La politica, invece, è stata completamente assente dal piccolo dibattito da me suscitato, in questi anni afona e poco colta, e perfino poco curiosa. E non me ne meraviglio, ché la povertà della discussione in quelle sedi è malinconicamente conclamata. Quando li vedo (i politici, e parlo degli attuali che vanno per la maggiore) comparire i tv o sul web oramai mi rattristo preventivamente, mentre loro leggono discorsetti già preparati, forse da terzi (questo accade sempre con i più in vista) per dire banalità clamorose o indulgere in pressapochismi desolanti. In ciò supportati e accompagnati da gran parte dei giornalisti video e della carta stampata, e da conduttori capaci più che altro di esaltarsi per scoop inesistenti e autori di titoli e slogan urlati, spesso indecorosi, se non indecenti. Basti ricordare, in tema, come è stato presentato il falso conflitto in materia di celibato ecclesiastico tra Joseph Ratzinger e papa Francesco.

E allora, libertà da cosa, libertà di cosa? del nulla. Così pare essere ciò che emerge dall’assente dibattito in tema. Bisogna risalire indietro nel tempo di almeno tre/ quattro decenni per ricordare qualcosa di degno di attenzione nella politica, ai tempi di Craxi, di Moro e di Berlinguer, per quanto riguarda l’Italia.

Gentil lettore, eccoti il documento di cui…

la scelta libera

Valori e linguaggio per “curare” il disagio, premessa necessaria per far crescere le persone nel gruppo solidale

“Valori”, anche se deriva dal verbo latino valeo, cioè valere, è termine molto moderno, nato più o meno dalla cultura illuministica ed economicistica anglosassone e progressivamente molto utilizzato, sia in economia, sia in filosofia morale e politica. Marx ne declinò con passione il significato nei due sintagmi fondamentali della sua teoria politica ed economica: valore d’uso e valore di scambio. Per il dottor Karl il valore d’uso è da attribuire ai beni secondo il loro effettivo utilizzo, mentre il valore di scambio è da intendere secondo la convenzione dettata dai mercati nell’ambito dello scambio tra beni/ servizi e prezzo pattuito degli stessi, fra i contraenti del negozio commerciale.

Con il tempo, però, il termine “valori”, soprattutto grazie alle ricerche di Max Scheler, ha subito una sorta di slittamento semantico in senso etico-morale, venendo a collocarsi quasi in un’area sinonimica di princìpi, o addirittura di virtù.

Sappiamo bene che virtù è un lemma latino, virtus, che a sua volta deriva da vir, cioè uomo coraggioso, forte, corrispondente al greco aretè. Da Platone/ Aristotele in poi il termine si estese al lemma sostantivato fortezza, o fortitudo (in latino) e aretè, in greco. Con l’esplicitazione agostiniana e gregoriana del plesso delle virtù cristiane, la parola assunse valenze teologico-morali ancora in uso.

Si può dunque affermare che virtù, princìpi e valori stanno tutti dalla stessa parte, significando qualcosa di positivo, afferente al bene e ai buoni comportamenti dell’uomo, dove l’azione e i detti hanno la salvaguardia e il benessere dell’uomo come fine.

Un esempio pratico: è in uso il termine tolleranza per esprimere l’accoglimento del diverso, ma appare evidente come la semantica corrente significhi o contenga una sfumatura di degnazione verso l’altro, il diverso, un top-down, dove è chiaro chi-è-superiore (o tale si ritiene) e chi-è-inferiore (o tale è ritenuto); più opportuno sembra essere il termine rispetto, che significa etimologicamente (dal verbo latino respicio, ere) guardarsi-di-fronte, e quindi presupponendo il riconoscimento di una parità in dignità fra i due o più interlocutori. Ecco: in questo caso si può dire che il “valore” dei rispetto è superiore al “valore” della tolleranza.

Il linguaggio umano è lo strumento principe della comunicazione e dunque della relazione inter-umana. E’ lo strumento e la dotazione che differenzia l’homo sapiens sapiens da ogni altro animale e primate, pure strettamente apparentati sotto il profilo biologico e genetico. Esso è possibile in grazia dell’anatomia umana e dell’esercizio che nei millenni l’uomo ha saputo produrre per svilupparlo.

Si declina in idiomi e lingue (migliaia) ed ha una dimensione storico-sociologica e psicologica. Esprime concetti, volontà e sentimenti in ogni situazione, qualificando anche la sua assenza momentanea, il silenzio. E’ correlato strettamente ai movimenti corporei e alla prossemica, con i quali completa i processi comunicazionali e qualifica la relazione, fine ultimo della comunicazione, di cui la comunicazione è mezzo.

E’ dunque, il linguaggio, strumento essenziale e valore primario per la vita umana e la vita del pianeta. La sua continua evoluzione strutturale e semantica richiede sempre grande attenzione e rispetto, evitandone un utilizzo semplificato e banalizzante. La ricchezza lessicale, in particolare della lingua italiana, consente descrizioni di fatti, pensieri e sentimenti molto approfondite, ragion per cui non è accettabile l’uso che se ne sta facendo sui media e in particolare mediante il web, che sta contribuendo ad impoverire i messaggi, creando confusione e conflitti (evitabili).

La presenza del disagio nella vita umana, del dolore e della sofferenza, della mancanza e del conflitto, interpella in profondo ogni coscienza, per cui occorre rendersi consapevoli dell’esigenza di conoscere a fondo la psiche e i tratti di personalità degli individui, per analizzarne i comportamenti e le scelte, quando hanno a che fare con il prossimo. I saperi antropologici sono fondamentali per questo: dalla filosofia alla psicologia, dalla teologia alle antropologie, l’uomo deve mettersi in ascolto, studiando, il contributo che ognuna di queste discipline offre alla conoscenza dell’uomo stesso, evitando semplificazioni e analisi sbagliate.

Lo sviluppo umano della persona attiene dunque a tutte le attività di pensiero e azione dell’uomo, alle relazioni che riesce a stabilire e consolidare e alle circostanze attuali nelle quali “si trova” a vivere. Qualcuno sostiene che tutto inizia dal caso (caos, metatesi di vocali e consonanti), a partire dagli inizi cosmologici. Faccio fatica a condividere un’opinione così netta, poiché, senza sostenere la teorie del “disegno intelligente” concepito da una Mens divina, non riesco ad affidare tutto quello che è successo dagli inizi del mondo, che conosciamo solo in minima parte, e tutto quello che c’è negli universi (?) alla dottrina del caso, che ho più volte, anche in questo sito, razionalmente messo in discussione.

L’intensificazione solidale è un nome dell’amore, come principio di movimento universale (cf. Platone, innanzitutto, e anche, nel mio piccolo, Le parole e simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros, ed. Cantagalli, Siena 2017, con molti altri su cui mi sono inerpicato negli anni). L’amore è attività desiderante qualsiasi cosa, ordinata e dis-ordinata, buona in quanto bene in-sé, e meno buona – a volte – in quanto bene improprio o inadeguato. Ciò che lo muove è la passione, è il sentimento, è l’emozione che vince all’inizio ogni processo razionale che un soggetto umano voglia mettere in moto. Tutto è bene, omnia bona est, ma si tratta di approfondire questo bene  collocarlo nel modo giusto nel mondo. L’eros è il motore del mondo: si tratta di guidarlo e di intensificarlo con l’intelligenza che ci è data come sapiens sapiens.

Solipsismus, arrogantia et autophilia (vel narcisismus vanitasque)

La chiusura in se stessi è un modo di rapportarsi al mondo, incapace di relazionarsi. In qualche modo, sia il solipsismo, sia l’arroganza, sia il narcisismo sono modi diversi di chiusura in se stessi.

 

De solipsismo

Il solipsismo (dal latino solus, “solo”, ma anche dal greco òlos, cioè “tutto”, e ipse, “stesso”: “solo se stesso”) è un lemma concernente la teoria filosofica secondo cui l’individuo umano, o persona, è l’unica realtà assolutamente certa, e vera, mentre il resto del mondo è concepibile solo come oggetto che si forma nella coscienza dell’individuo stesso. Si può dire che il più chiaro ed evidente inizio di tale dottrina è quella risalente a Renè Descartes, il quale rovesciò la nozione filosofica classica risalente al platonismo-aristotelismo, sviluppato in seguito da Agostino e Tommaso d’Aquino, di una realtà sussistente, anche in assenza di una consapevolezza di essa da parte del singolo essere umano.

Anche sotto il profilo morale (etico), per il solipsista la nozione di bene/ male è soggettiva, semplicemente adeguata agli interessi dell’io, oltre ogni regola.

Il solipsismo è chiamato anche egoismo oppure egotismo, quantomeno dal XVII secolo, quando il gesuita  Giulio Clemente Scotti nel 1652 scrisse La Monarchie des Solipses, autocritica dell’Ordine voluto da Ignazio di Loyola.

Nei Discorsi di Benares, il Buddha declina in questi due modi il concetto:

«Chi compie viaggi esteriori cerca la completezza nelle cose, chi si dà alla contemplazione interiore trova la sufficienza in se stesso»
«Senza uscir dalla porta/ conosci il mondo/ senza guardar dalla finestra scorgi la Via del Cielo/ Più lungi te ne vai meno conosci; Chi ostruisce il suo varco/ e chiude la sua porta/ per tutta la vita non ha travaglio/ chi spalanca il suo varco/ ed accresce le sue imprese per tutta la vita non ha scampo»

Descartes, iniziatore e campione del soggettivismo nella cultura filosofica occidentale (1596–1650), riteneva che l’unica cosa indubitabile per la ragione umana fosse l’esistenza del soggetto pensante, scrivendo nelle sue Meditazioni:

«Tutto ben ponderato bisogna concludere e tener fermo che questa proposizione io sono, io esisto, è necessariamente vera, ogni qual volta che io la pronuncio, o la concepisco mentalmente.»

Indubbiamente Descartes collocava la possibilità della conoscenza dentro un metodo (il Metodo) che pre-supponeva la consapevolezza dell’esistere soggettivo, per poter porsi la questione della conoscenza del… resto delle cose del mondo, persone, animali, vegetali e minerali. Di lì poi traeva la necessità dell’esistenza di Dio, stante che le cose conosciute indubitabilmente erano buone, complete e perfette. Da due punti di vista diversi e opposti lo criticarono Pascal e Hobbes. Sulla stessa pista teoretica troviamo anche Nicolas Malebranche e il vescovo George Berkeley, che portò alle estreme conseguenze il soggettivismo cartesiano con il suo “esse est percipi“, cioè “essere è essere percepito“, nient’altro.

Kant e Fichte non trascurarono il punto di partenza cartesiano, mentre Schopenhauer lo criticò attribuendo al solipsismo le caratteristiche di una malattia mentale, e ciò non è per nulla escluso dalla psichiatria contemporanea. Un certo tipo di solipsismo, che nulla ha a che vedere con il sentimento di solitarietà, prescelto da Heidegger e dal… sottoscritto, può essere invece l’ambiente della riflessione radicale, ospitando le attività più elevate dell’intelletto, ovvero del pensiero pensante (critico in quanto logico-argomentativo, che oggi manca alla grande), e dello spirito, con le sue attività intuitive. La solitarietà è una specie di solitudine ricercata, atta ad evitare la chiacchiera e il clamore inutile di molte parti e pezzi di mondo umano.

Edmund Husserl credette in un solipsismo creativo, atto a creare le condizioni della scoperta dell’Altro, mentre pensatori come Martin Buber e Emmanuel Lévinas riconoscevano nella scoperta dell’Altro una più profonda capacità di cogliere l’irriducibile differenza, non tanto dell’iopenso cartesiano, quanto dell’io, di un io però non vanaglorioso e superbo, bensì capace di cogliere la medesimezza di ogni altro io con il proprio.

Solipsista all’ennesima potenza ritengo si possa considerare Wittgenstein che sosteneva nel suo principale Tractatus logico-philosophicus la seguente sentenza: «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo»,  E se il linguaggio è povero, come spesso capita, caro Ludwig? Non è che io mi fermo nell’analisi del mondo alle conoscenza di Di Maio, nel senso che le ritengo valide, vero? Oppure sì? Ebbene, allora, ciò che si può conoscere è semplicemente ciò che può conoscere chiunque. Avvilente. Piuttosto, preferisco Rudolf Carnap, che ammetteva la validità del flusso esperienziale degli altri, quantomeno per analogia. Ecco che con l’analogia, vecchia di duemila trecento anni, torna in auge Aristotele (senza dirlo più di tanto), come riconoscono anche i neo-positivisti logici come Peirce, Whitehead, Russell, James e Santayana.

Veramente ogni tanto mi vien da penare che la filosofia contemporanea sia solo una serie di chiose del classici greci, di Agostino e del grandi scolastici. Più interessante è il pensiero gentiliano e severiniano di quello dei cosiddetti “analitici continentali” sopra citati. La metafisica è dunque tutt’altro che sepolta: l’ultimo tentativo solenne di considerarla morta fu quella di Kant, ma non vi riuscì.

 

De arrogantia

L’arroganza è l’arma preferita dai mediocri. Si tratta di un termine latino (arrogantia), derivante dal composto verbale ad-rogare, cioè chiedere in ambito politico (chiedere al popolo, ad esempio in un referendum) o notarile (vedi rogito), un qualcosa su cui non vi sono diritti… dell’arrogante, cioè del chiedente con impeto superbo e prepotente. Sono interessanti in tema gli approfondimenti del Bobbio.

L’arrogante è un insolente che non si perita di apparire sfacciato e presupponente di sé. La superbia ne è il vizio fomite come insegna la buona teologia morale, da Agostino, Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino (caput vitiorum, inizio dei vizi morali), perché suppone che il soggetto ritenga di possedere diritti e privilegi impropri e ingiusti, anche a scapito degli altri.

 

Nel diritto romano si riconosceva nel termine un’eccezione, quella di chiedere al popolo il di diritto di adottare una persona sprovvista di patria potestà. Darwin ebbe a scrivere:

«L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina. Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente dagli animali.»

 

De autophilia et de vanitate

In italiano, il termine latino autophilia, direttamente traslitterato dal greco (autòs, se stesso, philìa, amore) si può tradurre con narcisismo. Una sua versione conturbante e disturbante è la vanità.

Il narcisismo è un termine polisemantico che oscilla, nei suoi significati, tra un tratto di personalità, un tema culturale, ovvero un disturbo mentale. Se “confina” con l’orgoglio di essere persone valide e rispettate, non mai con l’orgoglio spirituale che coincide con la superbia, e perciò, nel primo caso, definibile anche come amor proprio attento al diritto di essere rispettati, si può dire legittimo.

Correntemente il narcisismo è ritenuto quasi sinonimo di vanità, e può appartenere anche a gruppi, e allora si può definire elitarismo. Da un punto di vista psicologico può essere, nel caso in cui sia moderato, un amore per la propria dignità personale, ma nel caso in cui sia eccessivo, coincidente con le forme peggiori di egocentrismo, fomite naturale dell’arroganza e della prepotenza.

Il termine “narcisismo” deriva dal mito classico di Narciso, molto conosciuto. La storia: avendo rifiutato l’amore della ninfa Eco, fu condannato a innamorarsi sempre e solamente della sua propria immagine riflessa nell’acqua, fino ad essere tramutato nel fiore omonimo.

Nella Grecia antica il narcisismo era ritenuto l’origine del sentimento di hybris, cioè una sorta di onnipotenza e di unicità radicale rispetto agli altri, per cui a chi ne è affetto sarebbe consentita qualsiasi decisione, qualsiasi cosa.

Nei nostri anni si sono occupati di narcisismo psicologi e sessuologi di vaglia, come Havelock Ellis, sostenitore del “narcissus-like”, cioè della sindrome narcisistica dovuta a una eccessiva attività masturbatoria, là dove ogni incontro con l’altro è insufficiente, per cui… Ma forse si tratta anche di altro, come proposto da Paul Näcke, studioso delle varie carenze della sessualità (perversioni?), o da Otto Rank, che preferiva analizzare il narcisismo sotto il profilo psicoanalitico, e così collegarlo alla vanità e all’auto-ammirazione.

Si interessò al tema anche Martin Buber: in Ich und Du (Io e Te) scopre che il narciso tratta gli altri come oggetti, non come “altri io”. Confesso che quotidianamente rifletto sulla lezione buberiana, esercitandomi a pensare agli altri come a degli “io”, pari a me. Tracce di narcisismo in me? Sì.

Un altro psicologo, David Thomas elenca alcuni tratti caratteristici del narcisismo: a) concentrazione su se stessi, b) empatia debole o quasi inesistente, c) difficoltà a provare vergogna e senso di colpa (nel senso buberiano di “senso della colpa”), d) difficoltà a distinguere se stessi dagli altri, e) altezzosità corporea e prossemica, f) antipatia per coloro che non li ammirano, g) uso delle persone a propri fini, h) millanteria, i) vanteria, l) incapacità di vedere le cose da altri punti di vista, m) incapacità di provare rimorso e gratitudine, come se tutto gli fosse dovuto per manifesta… superiorità, etc.

Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), che consulto spesso, trovo anche la distinzione fra narcisismo maligno e narcisismo benigno, oppure, secondo Freud, narcisismo primario e narcisismo protratto. Persone di questo genere sono in grande difficoltà nello sperimentale l’amore umano come intensificazione solidale (amor benevolentiae).

Quello primario è un narcisismo infantile, auto-erotico, che disporrebbe, sempre secondo il viennese, alla schizofrenia, mentre quello protratto nell’età adulta è un vero e proprio, pericolosissimo, ripiegamento dell’io su se stesso. Melanie Klein conviene con Freud su queste suddivisioni.

L’idealizzazione del sé, secondo Heinz Kohut (cf. Psiche, Einaudi, Torino 2007)  può portare anche anche alla distruttività di ogni relazione con l’altro, e alla costruzione di personalità borderline.

Una conseguenza attuale è il narcisismo digitale, che porta all’esibizionismo e a una sorta di “culto della personalità”, analogo, anche se meno pericoloso per gli altri, a quei culti ben conosciuti e studiati della storia recente (Stalin, Mao, Tito, in particolare, senza escludere i dittatori di destra, diversamente cultori della propria personalità, ma sempre con tratti innervati di eroismo e unicità).

Jean Baudrillard propone l’ideal-tipo di consumazione dell’immagine propria come negazione dell’alterità, in una sorta di annegamento nell’autoreferenzialità.

Il tipo “narciso” è anche un campione nel dimenticare (o nel far finta di farlo) i nomi delle persone, quasi non avessero diritto a un nome proprio (prosopo-agnosia), o anche delle cose e dei concetti, specialmente se si abusa della Programmazione Neuro-Linguistica, che aborre certe terminologie lessicali, le quali, a dire di quegli esperti, queste non corrispondono al realismo quotidiano (e banale, aggiungo io) delle cose della vita.

Forse, e questo è un mio contributo all’analisi del narcisismo vanitoso, anche quando si percepisce in qualche soggetto la falsa modestia, si è in presenza di una forma narcisistica. Una frase emblematica: “No, dai, non me lo merito – oppure – degli amici mi hanno chiesto di scrivere una autobiografia“.

Caro lettor mio, quanti narcisi conosci? Io non pochi e sto ben attento a non cader dentro a questo baratro senza fondo.

La “micosi” del male nelle sue varie declinazioni etiche e storiche, sotto i profili: fisico, morale e metafisico. Da sant’Agostino a Hannah Arendt

Il concetto riportato nel titolo  si trova nel carteggio che intercorse negli anni ’60 del secolo scorso fra Hannah Arendt, famosa per il volume La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, pubblicato nel 1963, e Karl Jaspers, suo maestro dopo Heidegger.

Una micosi è una diffusione fungiforme, per cui il male viene descritto come un’epidemia, quasi, come potesse intaccare qualsiasi vivente, per suggerne la linfa e berne anche il sangue. Quasi vampiro, il male, per Jaspers e Arendt, come spiega Luca Cerardi in un suo lavoro che citerò in calce, si diffonde subdolo, e, se non te ne accorgi, ti fagocita lentamente, cambiandoti senso della vita e vita spirituale, mente e pensieri, mettendo in moto precordi ancestrali di lotta e di morte.

La micosi non ha profondità, anche se può fare molto male: essa colpisce la superficie restando in superficie, ma molti hanno una spiritualità superficiale, e pertanto basta una micosi spirituale per renderli astenici sotto il profilo intellettuale e morale. Persone citate nei precedenti articoli hanno caratteristiche di questo tipo.

Per arrivare al tema così come posto dai due pensatori contemporanei, partirò dal principale concetto proposto da Sant’Agostino per definire il male: la privatio o defectio boni,  vale a dire il male come assenza di bene, il male sprovvisto – di per sé – di essere e di essenza, in quanto puro nulla metafisico, pur dandosi una metafisica del male, come vedremo più avanti.

Eppure il male, anche se si può definire puro-nulla-metafisico, esiste, eccome se esiste, e si fa sentire, con il dolore, la sofferenza, la disperazione, la morte. E poi può declinarsi come reato, come peccato, come offesa, come delitto… Il titolo già esprime un primo concetto filosofico: il male esiste nel mondo, sotto varie forme.

Si potrebbe dire forse che questo è uno strano modo di vedere le cose, ma i modi espressivi della metafisica hanno senso, anche se non piacciono ai Rovelli e agli Odifreddi.

A volte capita di sentir formulare proprio l’espressione del titolo, specie quando la dimensione del male, oggettivo e percepito, è talmente grande, da superare ogni immaginazione sulla malvagità umana: di fronte alla Shoah, di fronte agli eccidi, di fronte a certe efferatezze, perché Dio è silenzioso? Dove è? E se c’è, posto che ci sia, perché non interviene?

Pertanto… il male è percepito come pura negatività da combattere e da vincere nel nostro mondo occidentale. Ma il tema è più complesso. Su questo tema invito, fin da subito, a dare uno sguardo anche ad alcuni studi neuro-scientifici e sociologici contemporanei, come nei libri di Steven Pinker: Il declino della violenza e Illuminismo adesso, ambedue editi da Mondadori. In ambedue i volumi lo psicologo di Harvard sostiene, dati alla mano, che il male è in declino, nonostante l’Isis, i narcos, gli eccidi… Come mai allora la percezione dei più è di segno contrario?

In Oriente, il male è come l’altro punto di oscillazione di un «pendolo», che necessariamente si pone di fronte al bene, quasi costituendone il necessario contraltare, in un’armonia per noi occidentali difficilmente comprensibile.

Ad esempio, nel Taoismo ciò particolarmente evidente nella dottrina dello Yin e dello Yang, che rappresentano anche i due principi complementari del femminile e del maschile, entrambi indispensabili alla costruzione dell’ordine cosmico. I due poli del pendolo non rappresentano gli opposti di bene e male, ma due elementi indispensabili della vita.

In Occidente siamo culturalmente figli della filosofia greca e dell’ambiente biblico-evangelico, per cui l’eros, cioè l’attività desiderante, proposta soprattutto da Platone, è il motore del mondo.

Il Cristianesimo accolse la visione «greca» della vita e delle cose, mettendo in moto un meccanismo di progressiva crescita delle aspirazioni umane verso il bene, che è stato anche conquista, crescita, tramite ciò che si dice, teologicamente, evangelizzazione: a scanso di equivoci, non voglio confondere la diffusione di questa grande religione e dei suoi formidabili valori morali, fondativi anche dell’illuminismo e della modernità, con un marketing essenzialmente commerciale, ma certamente anche lo sviluppo economico ha a che fare con la visione «cristiana» della vita e del mondo.

In Oriente vale la legge del Dharma e del Karma, sia nell’Induismo, sia nel Buddhismo: vi è una legge naturale da rispettare che ricomprende bene e male, ma bisogna evitare il desiderio delle cose, ché provoca sofferenza, quando il desiderio stesso viene frustrato.

Come si può ben capire si tratta di una visione della vita completamente differente dalla nostra occidentale, caratterizzata da una continua spinta alla crescita, all’ampliamento dell’influenza, e ciò spiega anche la storia della colonizzazione e le varie fasi dell’imperialismo.

L’uomo ha paura di molte cose che gli capitano o gli potrebbero capitare, e per affrontare la paura cerca di avere coraggio: paura e coraggio sono una delle coppie di passioni contrapposte, così come le elencava nella sua antropologia san Tommaso d’Aquino. La paura è utile, così come lo è il dolore come segnale di pericolo.

Il problema è quello di non scivolare nella temerarietà, che è una deformazione del coraggio, di cui abbiamo mille esempi. L’espressione «cigno nero» è stata recentemente ripresa dalla stampa e dalla politica, per significare fatti ed eventi imprevedibili e perciò stesso da accettare nella loro ineluttabilità. Bisogna però stare attenti, come insegna la psicologia più sana, a non evocare fatti negativi, che gli inglesi chiamano con efficacia «wishful thinking» o profezia che si autoavvera.

In realtà il discorso è profondamente filosofico e riguarda l’eterno dibattito tra caso e necessità. Se vogliamo, possiamo anche mostrare l’inesistenza del caso…

Circa il male si sono spesi fiumi di inchiostro e si sono affaticati grandi intelletti nei millenni, e a volte vanamente. Propongo dunque alcune considerazioni su ciò che (il male, appunto) viene considerato da evitarsi da ogni morale umana. Se la privazione del fine è privazione del bene, si tratta di quello che intendiamo con la parola male.

Scrive il padre Sergio Parenti O.P.:

“L‘agire è compiutezza, perfezione dell’agente. Infatti il raggiungimento del fine è perfezione dell’azione. L’azione poi è perfezione della capacità operativa: bene della vista è vedere. Ma le capacità di agire sono la conseguenza di un modo d’esistere che in esse trova la connaturale perfezione e compiutezza, altrimenti si avrebbe qualcosa che non viene attuato e per questo manca.”

Per rapporto alla natura dell’agente, dunque, parleremo propriamente di privazione: cioè essa è negazione in un determinato soggetto, non una qualsiasi negazione. E tale privazione, in quanto privazione di un bene connaturale diventa un male. Un sasso che non vede, non ha la vista, ma non lo diciamo “privo”. Un gatto, invece, se non è capace di vedere, è cieco. Se vi si riflette un poco, ci si accorge che queste denominazioni non sono affatto arbitrarie, ma corrispondono all’uso del linguaggio quotidiano.” (in Parenti S. o.p., Logica e decisione etica. Tra principi e concretezza, pro manuscripto, Convento san Domenico, Modena 2002, p. 21)

Possiamo vedere anche come si pongono alcuni modi del male, come privazioni di bene. Le privazioni sono un “ente di ragione”, ma il male in quanto tale può essere definito in qualche modo, magari aiutati da sant’Agostino e san Tommaso:

a) il male in sé e per sé non esiste, né è qualcosa nel senso comune di queste parole,

b) il fine di ogni cosa o essere è il bene,

c) non vi è alcun “sommo male”, o dio del male,

d) nessuna azione, di per sé, tende al male. Anche in chi agisce deliberatamente, il male, di per sé, è “preterintenzionale” (cioè non è l’oggetto vero del tendere della volontà),

e) il male è spiegato e causato da un bene,

f) il male, di per sé, non causa nulla,

g) un male suppone un bene nell’oggetto desiderato…

(in Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, III libro, capp. I – XVI; S. Agostino, Confessiones, lib. VII, cap. XII)

 

E ancora:

a) “Malum in rebus incidit praeter intentionem agentium“, cioè, il male capita, nelle cose, indipendentemente dall’intenzione dell’agente. Questo è il senso della preteritenzionalità sopra richiamata, che non toglie, beninteso, la responsabilità del soggetto agente.

b) “Malum non causatur nisi a bono“, cioè, il male non è causato se non dal bene. Diciamo anche “è colpa della cattiveria”, che , allora, causa deficiens, causa che deficita, insufficiente, causa-non-efficiente.

c) “Malum, etsi non sit causa per se, est tamen causa per accidens, cioè, il male, anche se di per sé non è una causa, è però una causa “per accidens”. Si intende che non è una causa propria, ma derivata, come da una goccia fredda deriva benessere al corpo umano nella calura.

d) “Omne malum est in aliquo bono fundatum, cioè, ogni male si fonda in qualche bene. E’ di immediata intuizione, poiché ogni male, per esistere, deve interferire in un qualche bene. (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II)

Ci aiuta in questo difficile e inusitato cammino anche sant’Agostino:

“Così mi fu chiaro come le cose che vanno soggette a corruzione, sono buone: poiché, se fossero buone in grado sommo e assoluto, andrebbero esenti da corruzione, e se non fossero buone, non andrebbero soggette a corruzione (…) Giacché la corruzione nuoce, e non potrebbe nuocere se non diminuisse il bene (…) Che se verranno private totalmente del bene, cesseranno affatto di esistere, dacché, se continueranno ad esistere, saranno meglio di prima, perché rimarranno incorruttibili. Ora c’è asserzione più mostruosa del dire che le cose che sono state private totalmente del bene, sono migliori? Dunque se saranno private totalmente del bene, cesseranno di esistere; dunque, fintantoché esistono, sono buone; dunque, qualsiasi cosa che esiste, è buona. E il male, di cui cercavo l’origine, non è una sostanza, perché, se fosse una sostanza, sarebbe un bene … Perciò vidi chiaramente come Tu facesti buone tutte le cose e come, d’altra parte, non esistono sostanze che Tu non abbia fatte“. (Confessiones, lib. VII, cap. XII)

Possiamo dunque dedurre con certezza che il male non potrà mai distruggere totalmente il bene, ma che il bene, oltre gli ottimismi di maniera, ma anche evitando ogni pur sotterranea forma di nichilismo o di manicheismo, va perseguito con intelligenza acuta e costante, per orientare la volontà, affinché sia realizzato il fine vero e buono di chi agisce.

Ancora una volta incontriamo i “trascendentali” che si convertono l’uno nell’altro: il bello nel vero e questi  nel bene.

Nell’agire morale sembra molto strano e quasi paradossale che si affermi che il male è preterintenzionale, dato che il male deve derivare da consapevolezza intellettuale e consenso volitivo. La preterintenzionalità, anche nel diritto penale corrente, rappresenta il riconoscimento del male non voluto, ma qui siamo su un terreno diverso dal diritto. Siamo in filosofia morale, o in etica.

Pensiamo agli incidenti stradali: viaggio ad una velocità adeguata rispetto al codice della strada, al mezzo che guido e alle condizioni del traffico e della strada, mi attraversa la strada all’improvviso un pedone, lo investo ed egli muore. Altro sarebbe il senso dell’esempio se, nella stessa situazione, io non avessi rispettato il limite di velocità: sarei stato imputabile almeno di omicidio colposo.

L’agire volontario libero è proprio dell’uomo. Ma perché sia così definibile e per determinarne la responsabilità, occorre fare un passo avanti. Dobbiamo cercare un difetto a monte dell’agire.

Se un atto moralmente rilevante dipende da:

a) il bene conosciuto,

b) la capacità di riconoscerlo,

c) la capacità di tendere ad esso, o volontà,

d) la capacità di conseguirlo effettivamente,

Dobbiamo dunque convenire che è necessario “purificare” il percorso conoscitivo fino a giungere alla volontà. Ma anch’essa, come facoltà desiderante deve essere esaminata attentamente al fine di escludere che vi siano condizionamenti tali da conculcarne il libero operare. Il punctum dolens è allora il suo rapporto con l’intelligenza. Chi la esercita veramente (l’intelligenza) deve saper discernere tra i beni, cioè se essi siano ordinati al fine, o meno, del soggetto agente (dell’uomo, in definitiva). Questo è il punto dirimente, e difficilissimo della morale.

Il peccato. Usiamo questo termine teologico anche in etica per capirci meglio. Potremmo anche parlare di violazione o di reato, ma ci collocheremmo nell’ambito, non distante ma sostanzialmente di altra natura, del diritto. Mentre i termini colpa e pena sono comuni, alla morale e al diritto. Naturalmente ne parleremo più diffusamente nella sintesi di teologia morale.

Nell’ottica di una vita orientata al fine, il peccato si configura come una aversio a fine, utilizzando il linguaggio agostiniano e tommasiano.

Lat.: una digressione, una fuga, un rifiuto del fine (per cui si è a questo mondo).

Leggiamo: in Tommaso d’Aquino Summa Theologiae, I-II, q. 72, a. 5, c: “(…) quando anima deordinatur per peccatum usque ad aversionem ab ultimo fine, scilicet Deo, cui unimur per caritatem, tunc est peccatum mortale: quando vero fit deordinatio citra aversionem a Deo, tunc est peccatum veniale“, cioè, quando l’anima si disordina per mezzo del peccato fino a porsi in avversione al fine ultimo, cioè a Dio, vi è peccato mortale: quando invero non si tratta di una vera avversione a Dio, allora vi è peccato veniale; (Cfr. anche ibidem, q. 74, a. 9, c.; q. 7, a. 8, c.; q. 87, a. 5, ad 1um).

Secondo la comune accezione il male è il contrario del bene, cioè si oppone al bene come un qualche cosa che lo impedisce o lo contrasta, per un’immediata intuizione dell’atto umano come non buono. Si può dire che si tratta di un significato accettabile, anche se incompleto, perché del male, come dei correlati concetti filosofici, etici, religiosi e giuridici citati nel titolo, si possono e si debbono chiarire anche altre dimensioni. Più precisamente, vi è opposizione di contraddizione tra virtù e vizio, cioè gli habitus (disposizione stabile dell’animo umano orientata al bene o al male), che fondano le azioni umane rispettivamente buone o di malizia.

Possiamo dire che l’idea del male è presente nella legge naturale che ogni uomo ha inscritto nel “cuore”, così come è nozione ammessa in tutte le culture, filosofie e religioni. Nel manicheismo, filosofia religiosa proveniente dall’altopiano iranico e molto diffusa ai tempi del primo cristianesimo, insieme con lo zoroastrismo e il mazdeismo, vi è  una concezione talmente dualistica della realtà, che prevede perfino l’esistenza, accanto a un Principio o Dio del Bene, di un Principio del male, che così condizionerebbe la volontà umana piegandola al male stesso. Cuore è qui inteso secondo il significato semitico di “centro della persona”. (da Mani, sapiente e sacerdote iranico, III-IV sec. d. C.)

Dopo Aristotele, che sarà recuperato prima da Boezio e successivamente da San Tommaso, l’analisi più approfondita sulla questione del male viene filosoficamente sviluppata da Sant’Agostino. Il Dottore d’Ippona, partendo dalle giovanili posizioni manichee, che forse nel substrato del suo pensiero conserverà a lungo, tratteggia un’analisi sul principio del male il quale costituirà in seguito la base, sia per il pensiero morale di Tommaso, sia per la riflessione moderna e contemporanea. Sant’Agostino concepisce il male secondo tre gradi o dimensioni: il male metafisico, il male morale e il male fisico, reciprocamente in qualche modo collegati e interdipendenti. sia nella linea neo-tomista di un Maritain o di un padre Fabro, sia nella linea induzionista-riflessiva  di Cartesio, Kant, Husserl, Heidegger, Edith Stein, ma anche dello stesso Sartre.

 

Il male metafisico

Attenzione, però, al linguaggio, che è strettamente filosofico: il male metafisico è l'”imperfezione”, nel senso che ogni res umana, ogni atto umano, ogni modo dell'”essere” (nella duplice accezione di infinito sostantivo e di principio di analogia) umano, è limitato, defettibile, perfettibile, incompleto, o errato, colpevole, e via dicendo. E dunque, in questo senso il male é da intendersi come “non essere”, come deficienza di bene. Il male metafisico è quindi un “non essere” oggettivo, ineliminabile, appartenendo esso alla stessa natura delle cose umane.

Agostino per spiegare l’assoluta bontà di Dio propone un sillogismo:

  • tutto è stato creato da Dio;
  • Dio è sommamente buono;
  • dunque ogni realtà da Lui creata è buona, e non ne esistono di malvagie.

…per cui hanno torto i manichei (dottrina da lui stesso abbracciata in gioventù) che ritengono anche il male provvisto di essere. Il male ha dunque solo una pregnanza logica.

 

Il male morale

Vi è poi il male morale, che è quello che più interessa le azioni umane. Il male morale è il non conformare l’agire pratico alla legge naturale, che è conforme alla legge divina. Fin qui il filosofo africano. Più ancora San Tommaso, soprattutto nella Somma teologica, sviluppa la morale delle virtù, riprendendo Agostino nello schema delle Etiche aristoteliche (soprattutto la Nicomachea), e sostenendo che, se la volontà umana si conforma all’intelletto delle cose, non può non agire virtuosamente, guidata dalla prudenza, la quale sovrintende alle altre virtù (oggi diremmo valori o qualità), come recta ratio agibilium, retta ragione delle cose da farsi.

E’ una visione un po’ strana, forse, per la contemporaneità, dove contendono una morale dell’obbligo, della colpa e del peccato, e una morale, spesso amorale, del relativo e del contingente. Il male morale, dunque, per Agostino suppone la colpa e il peccato, che è un “mancare” verso Dio e verso il prossimo. Suppone una responsabilità che è insita nell’umano libero arbitrio. In altre parole, Dio non impedisce il male, pur conoscendolo nella sua prescienza, perché all’uomo è data costitutivamente la libertà di scelta, che si esercita nell’ambito dei limiti umani, e non oltre.

L’uomo ha così la possibilità di optare sostanzialmente tra due alternative, liberamente: quando si fa guidare dal vero amore, l’uomo sceglie sempre il sommo Bene, perché, illuminato dalla luce di Dio, egli impara a valorizzare i beni minori secondo la loro effettiva gerarchia. Quando invece è guidato da un amore alterato, egli è portato a desiderare un tipo di bene inferiore, come la ricchezza o la cupidigia, che da lui vengono trattati e considerati come beni superiori. In ciò risiede la possibilità del male morale.

 

Il male fisico

Vi è infine il male fisico, la malattia, la sofferenza in tutti i suoi gradi, che appartengono al modo d’essere del vivente (le piante), sensibile (gli animali), sensibile e razionale (l’uomo), che sono imperfetti e mortali. Cfr. l’ impostazione neo-radicale, che è un po’ oggi, purtroppo, trasversale, nelle sinistre politiche e anche nella destra tecnocratica. (Cfr. anche B. Ochino, Laberinti del libero arbitrio, a cura di M. Bracali, ed. Leo S. Olschki, Firenze 2004)

Nell’uomo, il male fisico può essere anche inteso come conseguenza del male morale, ma senza che fra i due mali vi sia un rapporto di causa-effetto. Ciò è particolarmente evidente nei mali dello spirito, nelle sofferenze interiori, nelle somatizzazioni dei sensi di colpa (qui non intesi come nevrotizzazioni), che non sono semplicemente da rimuovere, ma bisogna verificarli alla luce della coscienza morale.

Agostino non negava la sofferenza e neppure il peccato, nel senso cristiano. Il male fisico, da un lato, è conseguenza del male morale, poiché scaturisce dalla stessa origine metafisica, ontologica, ossia da un non-essere. Dall’altro, tuttavia, esso ha per Agostino anche un significato positivo, tramutandosi alle volte in uno strumento capace di condurre alla fede per vie imperscrutabili. In tal modo Agostino supera una convinzione diffusa nel periodo precedente, che concepiva la malattia e il dolore esclusivamente come una sorta di punizione divina delle azioni umane.

Il male fisico è lo stesso che persino Cristo dovette subire, per nostra espiazione, durante la Passione e il martirio sulla croce, pur essendo onnipotente: Egli non vi si oppose per lasciare libertà d’azione alla volontà umana.

 

Le nozioni del male: le domande etico-ontologiche

Per ciò che concerne il peccato, il quale presuppone la colpa derivante dal libero esercizio della volontà, si può dire che si tratta di un principio di valutazione morale, che lede la natura, la coscienza, e la “legge”, e che è presente in ambedue le Tradizioni cui fa riferimento la nostra cultura e la nostra scienza etica, sia quella greco-latina, sia quella giudaica. Nella Bibbia, i cui principali significati si trovano nelle aree semantiche di infedeltà (mà’al), di “oltrepassamento” (àbar), e ingiustizia-violenza (àwel), ma vi è anche il concetto generale del peccato come di un senso di fallimento (àwòn, letteralmente: mancare il bersaglio). Cfr. ad esempio Esodo 23, 21 e Isaia 1, 2) il riferimento al peccato è verbalmente amplissimo, constando di oltre trenta etimi (ebraico – aramaici).

Nei Vangeli sinottici e di Giovanni, e in Paolo (specialmente nella Lettera ai Romani), i lessemi greci rinviano a concetti e significati analoghi, poiché, per ingiustizia troviamo adichìaa͗dikίa (dalla radice di dikaiusìnedikaiusύnh, giustizia), e amartìaa͗martίa per peccato di infedeltà. Nell’etica greca e latina (Platone, Aristotele, Seneca, Marco Varrone, Cicerone, Marco Aurelio) così ben studiata da Agostino e Tommaso, troviamo, sia pure senza la dimensione soprannaturale della rivelazione cristiana, un’impostazione che possiede ampie corrispondenze soprattutto nell’ambito morale connotato dall’azione delle virtù e degli opposti vizi.

In ambito cristiano si mantiene dunque un’impostazione legata al valore della fedeltà a Dio, la cui negazione (aversio a Deo, conversio ad creaturas: allontanamento da Dio per scegliere i beni finiti, cioè le creature) porta al peccato, cioè all'”atto umano cattivo”, a tutti i peccati, sia contro se stessi che contro gli altri.

Ricapitolando possiamo dire: il male di per sé non è come principio, ma esiste ed è conseguenza della responsabile e libera azione dell’uomo, che di sé decide, anche quando agisce verso gli altri, perché in fondo ogni “peccato” è di omissione alla propria umanità. Cioè di rifiuto della possibilità di essere intelligenti.

Alcune delle questioni fondamentali a cui Agostino cercava una risposta erano in particolare le seguenti:

  • Se c’è Dio, che è buono e vuole il bene per le sue creature, perché allora permette che ci sia il male e il dolore?
  • E perché l’uomo, che pure è fatto a Sua immagine e somiglianza, compie deliberatamente il male?

Si trattava dei quesiti che erano sorti in lui sin da giovane, e per rispondere ai quali aveva deciso, prima della propria conversione al Cristianesimo, di aderire alla dottrina manichea: questa presumeva di spiegare il male facendone uno dei due princìpi che, insieme al bene, hanno creato il mondo.
Dopo aver preso in considerazione la vita di Gesù (Cristo), però, egli ritenne insoddisfacente una tale spiegazione. Cristo infatti aveva sconfitto il male, pur attraverso una lunga tribolazione nella quale si era sottoposto volontariamente ad esso.

Ciò comportava una serie di altre domande:

  • Ma allora Dio, che può tutto ed è perfetto, perché ha dovuto subire il male per riuscire a vincerlo?
  • E se questo accade, Egli è ancora un Dio onnipotente?

I vari tentativi di risposta condussero Agostino a ipotizzare che esistono almeno tre tipi di male, come abbiamo visto più sopra: il male metafisico; il male morale; il male fisico.

 

Immanuel Kant, sulle tracce di Agostino concepì la presenza del male come l’esercizio della libertà, proponendo di affrontare questo limite umano mediante un’etica del fine e la credenza in un bene superiore, da perseguire in quanto tale, esercizio di umanità e di benevolenza. Egli scrive: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale” e “Non tenere l’uomo mai come mezzo, ma sempre come fine”.

La malvagità e la tristezza del peccato si esprime in molti luoghi letterari. Solo qualche esempio: ne Il signore delle mosche di William Golding, in Heart of Darkness di Joseph Conrad, dove l’oscurità morale del colonnello Kurtz che viene ripreso anche da Coppola in Apocalypse now.

Del male ho scritto molto nei due articoli precedenti che vengono in qualche modo conclusi dal presente, lasciando ancora enormi spazi alla riflessione di colleghi e lettori.

 

Tra costoro…

Apprezzo lo sforzo che ha fatto per la redazione della sua tesi di laurea magistrale in filosofia morale dedicata in particolare a Hannah Arendt e alla sua distinzione fra male radicale e banalità del male, Luca Cerardi, un amico di Phronesis, cui auguro ogni bene, e la forza di stare in questo bene a lui donato dell’intelligenza e della passione per la conoscenza.

Da decenni scrivo quello che le “sardine” ora chiedono, qui e altrove ma… un suggerimento: il giovane Santori, con il suo presenzialismo mediatico risulta già antipatico

Linguaggi, espressioni, modi… ne parlo e ne scrivo qui da decenni, criticando la violenza, l’approssimazione, le contraddizioni della politica, specialmente, anzi quasi solamente, della destra politica.

I media destrorsi sono preoccupati e accusano le sardine di non avere contenuti politici. Forse ignorano che filosoficamente anche solo proporre metodi e modi nuovi è proporre “contenuti”, perché la forma è sostanza, la forma definisce e determina ciò che è sostanziale, come le forme del David (qui citato più volte) sono, SONO la statua del David: senza quella forma il marmo che costituisce la struttura statuaria è mera materia prima, cioè marmo di Carrara.

Dunque: le sardine propongono forme di comunicazione per far risalire la politica a un livello accettabile: a) non più, se non per eccezione, comunicazione chat, ma dalle segreterie ufficiali di ministeri ed enti, b) non turpiloquio, ma uso corretto e rispettoso dell’italiano, c) riconoscimento dell’avversario politico evitandone la demonizzazione, d) accettazione della complessità dei temi e dei problemi e impegno a una documentazione costante.

Non abbiamo bisogno di programmi da loro, ché già li sappiamo i programmi sani per l’Italia. Servono altri modi, un’altra educazione, un’altra eleganza. Non Rosari e Vangeli sbandierati, non parolacce e minacce, non annunzi di palingenesi impossibili, ma promesse di impegno quotidiano, di competenza, di continuità nel lavoro politico, umile e forte.

Gli attuali politici che vanno per la maggiore fanno fatica a studiare i dossier pure se aiutati da staff numerosi, ma non si sa quanto competenti. Basta ascoltare le interviste, quasi tutte prevedibili con discorsi preconfezionati, quasi gli intervistati leggessero il “gobbo” in uso quando si va in tv.

La stampa e i pensatori destrorsi della carta e della tv attaccano le sardine, perché non sanno che… pesci pigliare, e allora si abbandonano alla metafora del tonno che in un sol boccone fa strame del branco di piccoli pesci azzurri. Chi è il tonno?

Epperò un consiglio lo do ai capi di questo movimento, specialmente a Santori. Si guardino dallo scambiare il loro neo-apparire con l’essere qualcosa. Sono abili, ma rischiano di stancare, anche perché non aiutati dalla prossemica, che trovo fin troppo studiata. A Santori consiglio anche di tagliarsi i capelli e di fare il trentaduenne vero, ché il suo look è fermo ai diciott’anni. Stia attento. A persone come me che pensano su modi e metodi più o meno come loro hanno avuto la forza e l’abilità/ tempestività di cogliere l’attimo giusto per comparire alla ribalta da prima che loro nascessero, non fanno né caldo né freddo.

Siano cauti, umili, non imitino negli errori i 5S, che son partiti un po’ come loro e poi si sono sfilacciati, perché convinti che si possa improvvisare in politica.

Ruotino i portavoce (Santori, ad esempio, già dopo queste poche settimane, mi ha stancato), studino e lavorino dentro i partiti. Evitino le facili ribalte mediatiche, non facendosi attrarre dal successo. Pensino che questa parola è innanzitutto il participio passato del verbo succedere.

A chi è intelligente, ciò basti.

Filosofia pratica, Direzione spirituale e Psicoterapie

Tre modi per dire che ci si occupa dell’uomo.

Un corso seminariale per fornire agli studenti, con il metodo del confronto, le conoscenze di base, teoriche e pratiche al fine di utilizzare al meglio le discipline filosofiche e teologiche, sia sul versante teoretico, sia sul versante morale, per discernere strumenti e metodologie atte a una pastorale della vita, della persona e delle comunità, capace di interloquire con il pensiero contemporaneo, soprattutto nelle “crepe” della sua crisi individuale e sociale, e a indicare approcci di riflessione logica per un esercizio libero e cosciente dell’agire umano.

Sapienza e scienza, sophìa ed epistème, sono interdipendenti, per collaborare vicendevolmente nelle cornici della filosofia e della teologia, dove la prima, come insegnava Tommaso d’Aquino, è ancilla della seconda non nel senso gerarchico, ma in quanto è in grado di offrirle gli strumenti e i linguaggi teoretici e criteriologici, al fine di renderla più efficace: filosofia pratica, direzione spirituale e psicoterapie costituiscono gli ambiti della nostra ricerca seminariale accademica per quest’anno.

Ecco il testo-guida in Power Point

ISSR_Udine_AA2019_2020_Seminario teologico_filosofic

Lo spazio/ tempo dell’anima, nell’anima

Si può dare ragionevolmente una riflessione come quella suggerita dal titolo? Spazio/ tempo oramai da un secolo circa è diventata una nozione conosciuta e diffusa. Più o meno dalle ricerche di Einstein. Il concetto si riferisce, come è noto, al cosmo naturale, all’universo mondo, alla sua spazialità, ma non solo: la novità einsteiniana è infatti dovuta alla correlazione dello spazio con il tempo. Per millenni le due dimensioni o categorie (Agostino, Kant, Bergson, tra altri) sono state tenute separate, disconnesse, autonome: il tempo come nozione lineare del trascorrere della vita umana, delle stagioni, delle unità di misura e dei suoi multipli/ sottomultipli di questo “trascorrere”; lo spazio come nozione visibile, fisica, della distanza tra gli oggetti, sommata alle loro dimensioni.

Bene: se spostiamo la nostra attenzione alla dimensione “pneumatica”, spirituale o trascendentale dell’anima, è possibile usare le stesse categorie concettuali? Può darsi una spazio/ temporalità dell’anima e nell’anima? In altre parole, vi può essere movimento nell’anima, pur attribuendole la semplicità (cf. Fedone – Platone) che la rende immortale? Addirittura vi è qualche pensatore che pensa le anime come create ab aeterno da Dio stesso (Induismo classico, il primo Origene, etc.), superando la stessa immortalità.

Di solito il movimento è legato alla generazione e alla corruzione dei corpi, cioè alla nascita e alla morte. Ma l’anima non è un… corpo, pur essendo la forma-sostanziale-del-corpo (Aristotele-Tommaso d’Aquino), ragion per cui di essa non si può dare generazione e corruzione, ma solo creazione ex nihilo e vita. Vita.

L’anima, dunque, anima l’essere umano e anche, se vogliamo, per estensione, ogni essere animato e animale. San Girolamo era convinto che nella visio beatifica ogni uomo avrebbe ritrovato l’affetto degli animali che in vita gli avevano fatto compagnia. San Girolamo animalista.

Se nell’800 i medici patologi di stampo positivista scherzavano sul fatto che dalla dissezione dei cadaveri non uscivano spiritelli fantasmatici, avendo essi credenza solo nella corporeità materiale, oggi la fisica sta scoprendo dimensioni che non si possono più studiare solamente con i mezzi induttivo-deduttivi della scienza galileiana. Il principio di indeterminazione di Heisenberg e Planck ora è rinforzato da sempre nuove teorie sull’universo e sulle forze che lo tengono-insieme, molte delle quali sfiorano concetti metafisici. Alla faccia dei detrattori della metafisica di tutti i tempi e luoghi. Su questo, ad esempio, anche il pur acutissimo e spiazzante Wittgenstein sembra quasi infantile, nelle sue asserzioni più radicali del Tractatus Logico-Philosophicus, ad esempio quando scrive che si deve tacere sulle cose che non si conoscono. Certo, sono d’accordo, specie in tempi nei quali troppi pontificano a vanvera sul media e sul web, ma anche dal vivo in piazza e altrove, ma… il buon Ludwig concederà che vi possano essere barbagli di verità e di mezze ragioni nell’incipit di ogni ragionamento, specie se illuminato da un’intuizione, o no? Un esempio può essere quello della sequenza di Fibonacci, che il buon Leonardo di Bonaccio chiarì qualche secolo fa, individuandone le tracce nella natura stessa del vivente. Infatti, ogni dottrina che poi sia attestata e confermata per prove ed errori, come insegnano Galileo e anche Popper, inizia faticosamente a dipanarsi, quasi balbettando, e poi si chiarisce e si presenta con la credendità di una tesi supportata non solo da assiomi, ma anche da prove.

L’anima, dunque, pare muoversi in un suo “spazio-temporale” e in questa dimensione vive sviluppando la vita fisica, psichica e spirituale di ogni essere umano.

Non avrei paura dell’anima spirituale che gli anatomopatologi non riuscivano a trovare, ma la riterrei l’aggancio fondamentale per muoversi, individualmente e collettivamente, verso una sempre maggiore conoscenza (o “canoscenza“, se vogliamo citare il padre Dante) della realtà e delle possibilità operative dell’umana intelligenza, che è un “guardare-dentro” (lat. intus-legere) le cose, per uscire poi (exitus et reditus) a spiegarle, o almeno a comprenderle.

Il deliquio della politica attuale, per cultura generale, cultura dell’informazione e cultura politica

Diruta, deleta, masochisticamente indebolita, qui in Italia, la politica. E non consola il mal comune mezzo gaudio, se facciamo dei confronti con gli altri stati. Un esempio di queste ore: Zingaretti fa una convention (oggi si dice così) del PD, proponendo un rinnovamento radicale, con Landini, non so se anche con “greta”, o forse anche con la “racketa” (spero di no, altrimenti vuol dire il PD è alla frutta),  ma giustamente, a mio parere, riparlando di ius soli et culturae, e di cambiare i decreti sicurezza salviniani. Politicamente condivido queste due misure.

Dimaio risponde che nel momento in cui c’è il gravissimo tema di ex-Ilva e di Venezia, è improvvido parlare d’altro. Primo pensiero: come i gatti (o i cani, che è la stessa cosa) i politici attuali riescono a pensare a una sola cosa per volta. Se invece che una vi sono due emergenze contemporanee, vanno in tilt.

In matematica, storia, lettere, molti politici, anche laureati e di primo piano, secondo il valore loro proprio, che è assai scarso, sono insufficienti (ignoranti): Polverini, Di Girolamo, Fassina, Puglia, Buccarella, Zoggia, Mussi, Formigoni, Carella, Tabacci, Epifani, Alaimo, Lavagno, Richetti, Centinaio, Currò, Dato, Dimaio, Boccuzzi, Roccella, Casini, Cappelletti, Cicchitto, tra molti altri e altre (capre e capri) interrogati/ e dalle Jene, non ce la fanno. Salvini dice che “migranti” è un gerundio. Solo Buttiglione ce la fa. Che pena. Un’ignoranza crassa, vergognosa. Su circa un centinaio di interpellati, solo due o tre riescono a rispondere correttamente a domande tipo “data di inizio della Rivoluzione francese, 1789 o 1803; idem per la Rivoluzione russa 1917 o 1921; data della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo?; data dell’Unità d’Italia 1861 o 1871; data di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana 1944 o 1947/8”; e altre date d’importanza e notorietà per una cultura da scuole medie ben fatte.

Vi è addirittura un tale (deputato o senatore, non ricordo) che raggiunge e supera il ridicolo, rispondendo a una domanda trabocchetto sulla “Lamenia”, uno stato che tutti (o quasi, evidentemente) sanno che non esiste. Forse costui ha appena visto il film fanta-storico-politico Il prigioniero di Zenda con Stewart Granger, che ne dite? Molti rispondono alla domanda “Norvegia e Svizzera” faranno un referendum per restare o uscire dall’UE come il Regno Unito, non mostrando di sapere che le due nazioni non fanno parte dell’UE. Ah, anche la Lamenia indirà un referendum confermativo con il plauso del citato parlamentare! E, gentile lettore, ti ricordi di quando Dimaio affermò che Pinochet fu dittatore in Venezuela e che la Russia è uno stato mediterraneo, oltre ad altri clamorosi svarioni? Oggi è ministro degli esteri e per ricoprire tale carica dovrebbe possedere nozioni non-banali di storia, geografia, cultura generale e geopolitica, che non ha.  Dobbiamo proprio incaricare questi personaggi incompetenti a rappresentarci, oppure, se vengono messi lì dei non-politici di professione, questi vengono pressoché denigrati come “tecnici”? Ebbene, forse che io sono solo un “tecnico”, visto che ho nozioni non-banali delle discipline su citate? E conosco altri con caratteristiche analoghe alle mie, ma nessuno che conti della “politica” li c… onsidera (volevo usare un altro verbo, più spiccio, ma un po’ volgaruccio). Bada bene, lettor mio, non mi sto candidando, sto solo ragionando, ché ho altro e di più interessante da fare in questa fase della mia vita. Continuo?

Qualcuno potrebbe dire: ma allora solo umanisti, linguisti, giuristi, letterati e filosofi possono fare politica? No, rispondo, basta curarsi di una propria base culturale e approfondire la conoscenza della lingua italiana  e del suo uso ordinario.

La cultura è un bene non libresco, erudito e pedante, ma respiro dell’anima, dello spirito, della psiche, è mezzo per comprendere l’infinita complessità dell’umano e della sua storia, dei modi espressivi e del funzionamento delle cose, dall’uni o multi-verso al cervello. E’ questo, non privilegio per pochi, ma diritto per tutti.

Certo è che, per acquisirne in misura dignitosa occorre fatica, sacrificio, proprio nel senso etimologico del termine che è “rendere-sacro-qualcosa” (dal latino sacrum facere). Facili sono le semplificazioni, le banalizzazioni, i giudizi sommari e manichei, gli estremismi polari e intolleranti, le definizioni apodittiche senza fondamento. Facile è denigrare la persona non entrando nel merito di quello che sostiene, contestandone eventualmente i fondamenti, le basi conoscitive, la documentazione sottesa. Facile è farsi belli con un pensiero semplificato accattivante, capace di stuzzicare sentimenti allo stato di pure emozioni, ma siamo in un tempo nel quale le emozioni sembrano santificate dal marketing mediatico e ogni ricerca della verità per tappe e umile ricerca sembra una perdita di tempo.

Caro lettore, prova ad ascoltare su Radio 24 La zanzara, condotta da un laureato, il giornalista Cruciani, che immediatamente, se appena qualcuno che telefona prova a porre questioni di complessità su un tema, lo sbeffeggia insultandolo con epiteti quasi sempre vergognosi, in questo spalleggiato da altri due giornalisti intellettualmente disonesti, l’uno, David Parenzo, che fa il sinistro alla moda, e l’altro, tale Gottardo, sfortunato perfino nel timbro vocale. Tre sporcaccioni. A volte sono stato tentato di telefonare, ma mi sono trattenuto: non sopporterei infatti di farmi insultare, senza possibilità di replica (perché ti buttano giù la chiamata dicendoti “imbecille”) da figuri del genere. Il conduttore spiega, se richiesto, questo suo comportamento con esigenze di “ritmo” radiofonico, pensando che gli ascoltatori, tutti, più o meno, cambierebbero canale se qualcuno si “impancasse”, secondo lui, in teoresi faticose. Non so se Cruciani si adegua a quello che lui ritiene sia il livello culturale del target degli ascoltatori, o se lavora, per qualche assai oscura ragione, per abbassare questo livello. Questo comportamento è, di per sé, un insulto all’intelligenza e alla cultura di molti. Non comprendo come Confindustria, proprietaria di Radio 24, possa permettere uno scempio culturale e morale del genere.

Di contro, gli ignorantelli dei 5S hanno fatto di tutto per far chiudere Radio Radicale, dove veramente tutti hanno la parola e possono portare un pensiero autonomo, anche complicato, per ora non riuscendovi. Speriamo non ci riescano.

Così è, se ti pare, caro lettor mio.

L’intensificazione del sentimento come verità interiore, la ragione, la certezza, la meccanica quantistica, la menzogna e la verità… non sono un tourbillon incomprensibile

La certezza, secondo i principi della gnoseologia filosofica (o critica della conoscenza) non corrisponde, di per sé, alla verità, perché quest’ultima è gerarchicamente superiore. La verità, quando è inconfutabile, è oggettiva, mentre la certezza è sempre soggettiva, e può coincidere con la verità solo se sottoposta a verifiche i cui esiti siano incontrovertibili. La certezza abbisogna, dunque, di profonde verifiche, per “trasformarsi” in verità, mentre la verità è il dato definitivo di una risposta a una domanda, come abbiamo detto, incontrovertibile.

Perciò, quando si dice o si manifesta un sentimento, esprimendolo con parole ed espressioni condivise, come il famoso “ti amo” o altro, se non si bara miseramente per scopi nefandi, si è ancora nell’ambito della certezza soggettiva e puntuale. Per avere la prova che l’espressione detta non sia vana e conseguentemente non-vera, occorre la verifica del tempo. E’ dunque il tempo che dà garanzie sulla verità dei detti, mentre è più facile conoscere i fatti: si confronti questa asserzione con le documentazioni storiche e letterarie, almeno da quando si sono potuti costituire archivi, siano essi costituiti con supporti di coccio, di papiro, e poi di cartapecora, pergamena e infine con carta libresca e infine (per ora) con memorie informatiche.

Quanto sopra vale nella vita reale, quando si riflette sulle cose  visibili, toccabili, gestibili, etc., ma dal 1927, cioè da quando Werner Heisenberg scoprì il “principio di indeterminazione” nella meccanica quantistica che aveva cominciato ad esplorare con Max Planck e altri, i criteri classici di certezza e verità, in “quel mondo”, o in quella dimensione vennero meno. Infatti, nella dimensione “quantistica” gli “oggetti” osservabili, cioè i quanta, o fotoni/ particelle, si comportano in modo imprevedibile e incoerente con osservazioni analoghe. In quel mondo si sospende la relazione causa/ effetto della meccanica classica, soprattutto se l’uomo/ osservatore compara esperimenti di eguale procedura e oggetto, nel tempo. Vedremo.

Il sentimento, che nasce da un’emozione o da un concerto di emozioni, come nel caso dell’innamoramento (cf. F. Alberoni, nel testo quasi omonimo “Innamoramento e amore”), è un momento della vita interiore, concernente al mondo degli affetti. Inoltre, l’affettività nel sentimento è un qualcosa che si distingue e si contrappone in qualche modo all’intelletto o alla ragione, contribuendo a delineare il tipo caratterologico della persona. Provo a parlarne chiedendo ausilio alla letteratura, che spesso riesce dar conto di come siamo fatti noi umani anche meglio delle scienze psicologiche e dell’accademia stessa. Basti pensare ad autori come Dostoevskij e PIrandello, ma in questo caso chiedo aiuto a Jane Austen.

Ragione e sentimento è il titolo di un suo bel romanzo,  tra altri sempre vividi, scritto a cavallo degli anni 1800, che dipinge uno spaccato della società inglese del tempo. I due personaggi femminili principali, Elinor e Marianne rappresentano quasi archetipicamente le due dimensioni spirituali di cui qui scrivo.

Nel romanzo si leggono con chiarezza le ragioni del contrasto (non affettivo ma piuttosto esperienziale ed esistenziale) fra la struttura mentale di tipo prevalentemente razionale di Elinor e quella chiaramente più emotiva di Marianne, mentre le due figure, conoscendo un poco la biografia dell’autrice, adombrano e quasi rappresentano sine dubio la relazione fra Austen e la sua sorella maggiore Cassandra. Jane in qualche modo difende se stessa e il suo modo di “stare al mondo”, ma non sempre e non in tutto il racconto, come notano alcuni critici.

Il finale del libro, che narra delle decisioni affettive delle due con la scelta di chi sposare, attesta come al tempo della scrittrice britannica la sensibilità sociale e lo stesso dato sociologico stesse iniziando a mutare, a favore di una sempre maggiore possibilità di autodeterminazione delle donne, specialmente all’interno degli strati della nascente borghesia.

Nel mio quotidiano lavoro affronto tante tematiche, incontrando e trattando con persone diversissime, per carattere e per ruolo professionale e sociale. In questo periodo noto una difficoltà crescente nel dirimere le questioni di ciascuna vita. Tutti sono interiormente combattuti fra ragione e sentimento, e fanno fatica ad equilibrare queste due dimensioni sintetiche, fondamentali per la vita. Se incontro qualcuno che mi dice “mi sono perso, e non so perché“, io stesso non so che dire, se non consigliargli di emendare fino ad evitarla del tutto, quasi “piennellisticamente” (cf. la dottrina psicologico-comunicazionale della Programmazione Neuro Linguistica in autori come John Dilts e John Grindner), la frase, che indubbiamente provoca danni con la sua iterazione nel pensarla e nel pronunciarla.

La violenza del web, e non solo nei pre-adolescenti (cf. Pellai 2019), ma anche nelle persone più mature, sta smantellando la capacità di dirimere ciò che è emozione passeggera da ciò che può diventare sentimento solido, dove anche la ragione interviene, quando non si è dominati da qualcuno o da qualcos’altro, per evitare danni o quantomeno conseguenze spiacevoli sul piano stesso dell’esistenza, dei rapporti inter-soggettivi e con il mondo.

L’ignoranza auto-generantesi da quanto sopra e dalla crescente genericità e approssimazione della comunicazione sociale, soprattutto giornalistica, fa il resto dei danni. La titolistica della grande stampa è incapace di uscire dai cliches della “notizia bomba”, dell’annuncio fatale, del sintagma clamoroso e perciò efficace nonostante possa essere volutamente e perciò colpevolmente impreciso, della collazione di notizie negative e preoccupanti. In questi giorni novembrini, ecco che a Venezia accade l’apocalisse, non il disastro, la catastrofe, il cataclisma acqueo, si legge: l’apocalisse, cioè la rivelazione… di cosa poi, che il M.O.S.E. non funziona ancora?

Dico altro: sento la giornalista che apostrofa il ministro (non “la ministra”, secondo me) Teresa Bellanova, chiamandola non “signor Ministro”, ma “Bellanova”, come se fosse la bidella di una scuola media, cui va tutto il mio rispetto e considerazione. Non sono formalismi, questi, ma capacità di riconoscere un ruolo e di rispettarlo anche con le formule verbali corrette. Ma chi si crede di essere quella o quel giornalista? Un giudice? posto che anche i linguaggi leguleio-giurisdizionali delle arringhe d’accusa e dei dispositivi delle sentenze è sempre irrispettoso nei modi degli imputati, che vengono chiamati, non il sig., la sig.a (almeno, non dico il dott., il prof., l’ing.), bensì “il” cui segue il cognome, tipo “il Pilutti”, cioè io stesso, Dio non voglia mai. Ma chi gli vieta un po’ di garbo, visto che l’imputato è presupposto innocente (sotto il profilo della verità processuale) fino a sentenza passata in giudicato? Cos’è che diventa la persona inquisita, una cosa? E non faccio il garantista d’accatto, perché magari, come altri di certe aree politiche, potrei avere amici inquisiti. Neppure uno.

Sono dunque questi, tempi in cui è sempre più necessario porsi la questione del rapporto fra certezza e verità, usando tutti gli strumenti che abbiamo a  disposizione, sensi interni ed esterni, cultura, conoscenza della storia, di un minimo di diritto, e soprattutto la cura dell’uso del pensiero critico. Questo approccio alle cose, se non trova sufficienti attestazioni e prove di verità, preferisce lasciare il pensante nell’in-certezza, se queste prove non ci sono, della sospensione di giudizio (cf. Husserl, e si pronunzia come si scrive, non Hasserl, come sento dire da un giovin presuntuoso, un biondino, su YouTube, che pubblica conferenze senza saper pronunciare il nome di chi ci sta illustrando! Se lo ritrovo, pubblicherò qui il suo nome e cognome. Dai, prima di pontificare, studia studia, benedetto ragazzo!), della paziente ulteriore ricerca.

Oggi il web permette di tutto, di mescolare menzogna e verità, ragione e sentimento, certezza e in-certezza, in un tourbillon pericoloso e preoccupante. rendiamocene conto.

La sagra (o saga?) eterna dei cretini

Pare che da qualche tempo questa categoria antropologica stia proliferando senza posa. Come vi fosse un moltiplicatore sociale ad attivarla e implementarla. Ovunque. Non vi è luogo di lavoro e di svago, schieramento politico o sociale, laico o meno,  che soffra la sua mancanza. Mancano persone pensanti, ragionanti, correttamente criticanti, ascoltanti, ovvero ve ne sono poche, meno del necessario, ma non mancano mai i cretini.

Viaggiando sento il racconto del mio compagno di ventura che mi narra di un fatto tipico, del cretino: offrendo lui, il mio compagno di viaggio, un servizio di ottimo artigianato, ma, si sa che quel tipo di lavori genera sorprese, con conseguenti aggravi del lavoro e dei costi, facendolo lui presente al committente, si sente rispondere con arrogante furia che egli stesso deve farsi carico delle sorprese, imprevisti del mestiere, li chiama, non accettando – come committente – alcun aggravio della spesa. Conoscendo il “nobiluomo” faccio mente locale su come lo stesso si comporta sul lavoro, e sugli incarichi a lui assegnati, mansioni che lui descrive e vanta come centralissime nella grande impresa da cui dipende. Mi par di sentire, sottorecchi: “Lei non sa chi sono io! Io che gestisco milioni, come si permette di propormi un costo maggiore di quello preventivato?”

Ti chiederai, mio gentil lettore, che tipo di atteggiamento costui, un dottore economico, abbia nell’azienda do ve opera. Presto detto: occhi bassi e orecchie piegate come quelle di un gatto perplesso. Allora: forte con i deboli, o supposti tali e debole con i forti. Un cretino. E uno.

Un altro esempio narrato.

C’è un tale che ti chiede sempre “Come va, tutto bene?” e si risponde positivamente da solo (eh, si vede che va tutto bene), mentre io tento di fargli capire che la domanda è pressoché insensata, in italiano, a meno che non la si intenda all’inglese, come nell’espressione idiomatica, che è un mero intercalare di cortesia “How are you?”, prevedendo una risposta consistente nella stessa medesima espressione. Niente. Questo signore insiste a chiedermi “Tutto bene?”, a rispondersi da solo” e a sorridermi beotamente. Cretino?

C’è poi un altro, che sussiegosamente si crede un intellettuale, e invece è solo un cretino. Discutendo con me (faccio per dire “discutendo”, in realtà cerca di parlare solo lui mentre si ascolta con gioia mefistofelica), mi contrasta su tematiche che non è in grado di padroneggiare, perché esperto (forse) di altri saperi. La sua insistenza mi fa pensare che appartenga all’amplissima famiglia dei cretini di orientamento presuntuoso.

Infine, ma solo per non tediare il mio gentile lettore, pur volendolo fare (non di tediarlo, beninteso), sono dell’idea di evitare di proporre di seguito un lungo elenco di politici e di persone dei media, che meritano l’epiteto di cretino; evito di riportare un lungo e vario elenco per due ragioni: la prima poiché già qua e là in questo mio blog si trovano tracce di miei giudizi circa questa antropologia politica e mediatica e, secondo, perché tanto non servirebbe a ridurne il numero. Dobbiamo sopportarli finché sono in auge. Magari, almeno, non votiamoli e non guardiamoli. Solo qualche traccia per chi legge: sono presenti in posizioni governative molto importanti; alcuni di loro hanno abbandonato queste posizioni l’estate scorsa, manifestando direttamente le caratteristiche qui studiate; altri siedono in Parlamento e nei Consigli regionali; ve ne sono, e numerosi, nelle trasmissioni tv e sul web; l’accolita in assoluto più doviziosa di presenze – numericamente – è quella degli eroi della tastiera, comprendenti influencer vari e fashion blogger, che frequentano i social, capaci di una quarantina di vocaboli in tutto, dieci dei quali rappresentano insulti: insulti da cretini. Tecnicamente ed eticamente ignoranti, solitamente altrettanto presuntuosi (non scordiamo mai che l’ignoranza e la presunzione sono direttamente proporzionali), arroganti, protervi e superbi, infine.

Cerchiamo ora di chiarire qualche ipotesi linguistico-etimologica sull’origine della parola cretino.

Il termine “cretino” è di duplice derivazione, ovvero: una fonte etimologica si sostiene essere l’antico franco-provenzale e specialmente della Gironda, chretien, e poi crétin o crestin cioè “cristiano”, da cui povero cristiano, poveretto, persona semplice e innocente, persona di scarsa intelligenza, e quindi cretino, e, in secundis, vi è una fonte medica che spiega come coloro che sono affetti da ipo-tiroidismo congenito tendono ad essere fisicamente (piccoli, deformi, con il gozzo, talora) e mentalmente scarsi.

Si constata un’evoluzione storica del termine estremamente interessante, se consultiamo i vari dizionari medici e generali a partire da almeno tre secoli fa.

Qualche anno fa Piergiorgio Odifreddi, noto militante ateista e matematico che si diletta di teologia spesso – su questa disciplina –  sproloquiando in tv (si attenesse alla matematica e alla fisica, discipline che insegna), pubblicò un saggio dal titolo Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Milano, Longanesi, 2007). Cito un passo tratto dall’introduzione intitolata Cristiani e Cretini: “(…) “Col passare del tempo l’espressione (cristiano) è poi passata a indicare dapprima una persona qualunque, come nell’inglese christened, “nominato” o “chiamato”, e poi un poveraccio, come nel nostro povero cristo. Addirittura, lo stesso termine cretino deriva da “cristiano” (attraverso il francese crétin, da chrétien), con un uso già attestato nell’Enciclopedia nel 1754: secondo il Pianigiani (cf. Vocabolario etimologico della lingua italiana, 1907), “perché cotali individui erano considerati come persone semplici e innocenti, ovvero perché, stupidi e insensati quali sono, sembrano quasi assorti nella contemplazione delle cose celesti”. Cotali individui sono i cristiani o i cretini?

Nella medicina classica, almeno fino a qualche decennio fa, l’espressione cretino fa riferimento alle persone affette dalla patologia del cretinismo e in questo caso non denota semplicemente un individuo di scarsa intelligenza, come invece siamo portati a pensare oggi. Si può dunque “giocare”, dunque, come fa Odifreddi, con gli slittamenti semantici del termine cretino, perché esso è polisemico, sebbene oggi non lo percepiamo immediatamente come tale.

Comunque, i vocabolari contemporanei riportano due accezioni della stessa entrata lessicale (differenziandosi nel dare priorità all’una o all’altra): a) cretino nel senso di ‘persona di scarsa intelligenza’ e b) cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’. Non siamo qui di fronte a due termini omonimi, cui nei dizionari si dedicano due entrate differenti e per i quali si ipotizzano per esempio differenti origini e sviluppi: la radice etimologica di cretino, inteso in entrambe le accezioni, è effettivamente cristiano, come suggeriva già il Pianigiani. (cf. Sabatini e Ciletti, Zingarelli, Devoto-Oli 2012)

Crétin, d’altro canto, è una variante diatopica di chrétien, che ha subito una modifica in in. Ciò è generato anche dalla diffusione endemica, specie in certe zone della Francia e della Svizzera romanda di forme di ipotiroidismo congenito, per cui tale termine è entrato nell’uso comune, peraltro attestato fin dal 1754 perfino nell’Encyclopedie illuminista.

Lo scivolamento semantico dal significato di “cristiano” a “cretino” si può attribuire al fatto che in quei tempi, quando la ragione umana stava assumendo la centralità che conosciamo, il comportamento cognitivo e fattuale di molti “fedeli cristiani” del popolo, improntato da ignoranza e corrività nei confronti del clero pervasivo, dava immediatamente la sensazione che il “povero cristiano”, così abbindolabile, facilmente potesse essere definito “cretino”, proprio in senso commiserativo e quasi eufemistico. Il Devoto-Oli riporta proprio questa ipotesi quasi per identificare i malati come immagine del Cristo sofferente. L’Oxford English Dictionary in tema riporta: “the sense being here that these beings are really human, though so deformed physically and mentally” (nel senso che queste persone sono veramente esseri umani, sebbene così deformi fisicamente e mentalmente).

In ogni caso, compulsando questi dati di ricerca, si ricava come la relazione del termine cretino con cristiano non debba essere intesa in senso offensivo, poiché l’accezione di cretino che deriva direttamente da cristiano è quella medica, non quella ingiuriosa, la quale invece si sviluppa più tardi, e inoltre testimonia un barlume di sensibilità nel trattamento quotidiano della malattia (L’Encyclopédie riporta anche la consuetudine delle popolazioni Vallesi di considerare i malati come “angeli tutelari” delle famiglie).

Un’altra ipotesi etimologica, epperò meno radicata della precedente è quella per cui cretino sarebbe un calco dall’aggettivo tedesco kreidling, da kredie (‘creta’), e dunque deriverebbe dal latino creta, per via, si pensava, del particolare colore della pelle dei malati (“la peau flétrie, ridée, jaunâtre ou pâle” – avvizzita, rugosa, giallastra o pallida – É. Littré, Ch. Robin, Dictionnaire de Médicine, de Chirurgie, de Pharmacie, 1878). Il citato Vocabolario di Pianigiani non manca di riportare questa congettura, accreditandola proprio a Littré.

Nel 1878 gli Accademici della Crusca sposano questa interpretazione: “Un cretino è “ognuna di quelle misere creature, di piccola statura, mal conformate, con gran gozzo, e affatto stupide, le quali si trovano specialmente nelle valli delle Alpi occidentali; dal francese crétin, e questo, secondo alcuni, dal latino creta, a cagione del colore biancastro simile a quello della creta”; a sostegno di questa lettura, comunque, non vengono citate fonti.”

Tuttavia, il concordare dei dizionari contemporanei sulla derivazione da cristiano attraverso il passaggio dal francese fa pensare che questa congettura possa essere classificata come una paraetimologia o falsa ricostruzione.

“Nel corso dell’Ottocento il termine subisce il secondo slittamento semantico, per cui cretino inizia a denotare semplicemente un individuo di scarsa intelligenza. Le motivazioni di questo passaggio appaiono evidenti se consideriamo il modo in cui la malattia è stata all’inizio percepita, e il corrispondente tessuto semantico dei primi studi medici in cui veniva trattata.

Degli affetti dalla patologia si registravano le caratteristiche fenotipiche, i segni e la sintomatologia clinica, in accordo con gli strumenti tecnico-scientifici del tempo: a partire dalla prima descrizione seicentesca (F. Platter, Praxeos seu cognoscendis, praedicentis, praecauendis, 1602) i cretini vengono descritti come colpiti da varie deformità e soprattutto come semplicemente stupidi dalla nascita, senza quasi far riferimento alle cause fisiche della patologia. La caratteristica principale degli affetti da cretinismo appariva essere il deficit cognitivo, una conseguenza del disturbo, che diventa però tratto essenziale e necessario alla definizione di esso: per esempio nel Traité du goitre et du crétinisme (1797) F. E. Fodéré sostiene che “le crétinisme complet doit être défini: privation totale et originelle de la faculté de penser” (il cretinismo completo deve essere definito: privazione totale e originale della facoltà di pensare).

Simili descrizioni abbondano poi nei vocabolari dell’Ottocento, contribuendo a sancire le caratteristiche della malattia e a inquadrarle nella cornice epistemologica della medicina di allora. Riportiamo quella del Dizionario etimologico-filologico di Marchi (1828), che fu probabilmente fonte del sopra citato Pianigiani: “questo nome (crétin), alterato dal francese chrétien, ital. cristiano, davasi nel Vallese, ed altrove, a certi individui stupidi e insensati, riputati piissimi perché dal volgo creduti continuamente assorti nella contemplazione delle cose celesti, e perché insensibili per le terrene”. Marchi conia su base latina il corrispondente cretinismus, ovviamente mai esistito ma utile alla tassonomia medico-scientifica.

Quindi il termine, nato in ambito non specialistico, ha assunto sfumature semantiche legate a ciò che, nell’opinione comune, veniva percepito come tratto caratterizzante i colpiti dalla patologia: con la parola cretino si è iniziato a intendere in senso sempre più generale un individuo di scarsa intelligenza. Un processo, questo, purtroppo abbastanza ricorrente in vocaboli che si riferiscono a malati e malattie, basti pensare ai casi parzialmente analoghi di mongoloide, o di isterica.” 

In Francia il passaggio del significato di cretino da ‘affetto da cretinismo’ a ‘scarsamente intelligente’ è datato 1835 da Le Robert, anche se il Französishes Etymoligisches Wörterbuch (il II vol. porta la data 1940) riporta alcune varietà dialettali dell’uso del termine in senso ingiurioso risalenti al Seicento.

In Italia le attestazioni letterarie testimoniano la diffusione di cretino nel senso di ‘affetto da cretinismo’ per tutta la prima metà dell’Ottocento; da quel momento in poi, tuttavia, la parola assume contemporaneamente il senso di offesa generica: lo testimonia il Dizionario Tramater (1829-1840), che di cretino riporta già entrambe le accezioni, caratterizzando quella che ha valore di ingiuria come estensione semantica della prima, propria del vocabolario medico.” (dal web)

Due sono gli scrittori italiani citabili per l’uso del termine: uno è il Carducci dei Sermoni al deserto (1887), e l’altro è il Palazzeschi che, in Sorelle Materassi (1934) scrive: “(…) “Le Materassi invece a quel racconto, a quella fede cieca andavano su tutte le furie: dicevano che quella donna era un’insensata, che era cretina, ebete, demente, un pezzo di mota incapace di sentir qualche cosa per chicchessia”.

L’idea che l’accezione ovvia di cretino sia “affetto da ipotiroidismo” permane nel Novecento quasi soltanto nei dizionari medici (ad esempio nel Dizionario Medico Lauricella, 1960), ma sembra già aver perso trasparenza venti anni dopo: nel Dizionario Medico Larousse (1984) la voce cretino scompare, pur essendo ancora presente cretinismo. Oggi in ambito scientifico si tende appunto a definire la malattia in questione come una forma di ipotiroidismo congenito.

In ogni caso, i cretini, nell’accezione comune di giudizio insultante esistono, eccome, e la loro madre, finora, risulta sempre incinta.

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