Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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“mat, vecju, stupit e puar”, cioè – in lingua friulana – “matto, vecchio, stupido e povero”, ovvero del possibile disegno di distruzione della classe media

Anch’io come alcuni miei cari amici, come F., direttore di una azienda piccola ma molto coraggiosa e innovativa (nel periodo della crisi, per continuare a lavorare i dipendenti si erano addirittura ridotti lo stipendio, prendendo esempio dal loro direttore, per poi riprenderlo integralmente una volta che l’azienda tornò in pista positivamente sul mercato, esempio straordinario di amore per il lavoro e di etica aziendale, tipico delle nostre terre friulane), sono abbastanza convinto che alcuni potentati di livello planetario abbiano interesse a zittire chi pensa con la propria testa, chi ha cultura, chi dissente, chi discute, chi non si accontenta delle informazioni mediatiche.

Detto questo per presentare il mio caro amico e stimabile collega, siamo seduti per una pizza dopo aver lavorato insieme a migliorare le relazioni dentro l’azienda con dei colloqui, ci soffermiamo sulla situazione attuale. Allora dico a F. che vi è un detto nel vecchio Friuli, riferito a me ancora giovanissimo dai miei genitori e dai nonni che recita come nel titolo: “matto, vecchio, stupido e povero“. Se tu, caro lettore, se sei intelligente, onesto e coraggioso, e non ti adegui al pensiero unico, puoi venir ridotto ad essere considerato matto, a invecchiare nella discriminazione, a diventare stupido e – chiaramente – a essere o diventare povero. Così starai zitto, e la smetterai di disturbare il comitato di controllo delle menti e dei mercati.

Questo periodo di analisi socio-politica sembra paranoico, ma io penso che non lo sia. In giro c’è qualcosa che non va, non va per nulla, e la recente crisi Covid lo conferma, a mio parere.

Mino Cancelli (alias Bill Gates), Zuckerberg (pronuncia Zuckerberg), Bezos, Brin e Page (o chi per loro), Tim Cook, ma anche i loro servitori politici (molti democrat americani e repubblicani non dissimili) come alcuni italiani che vanno per la maggiore, o pensano di andare per la maggiore, sono la punta di diamante di quel gruppo di potere. Dobbiamo stare molto attenti, noi piccolo-medio borghesi che non abbiamo più la ghigliottina a disposizione per decapitare il privilegio, come ebbero i Francesi dal 1789 al 1794), perché rischiamo di fare la fine dei generosi ingenui. E non mi si dia del sanguinario.

Il generale De Gaulle sosteneva che “gli Americani commettono tutte le stupidità che riescono ad immaginare, più qualche altra oltre la loro immaginazione“. De Gaulle ebbe il merito, non solo di guidare la Resistenza francese al nazismo, ma anche di non cedere allo strapotere americano, facendo rispettare la sua Patria, che non aveva paura di nominare come tale, come invece accade al linguaggio di molti “presidenti” attuali, come anche il nostro, italiano. Bene, proprio nel loro ambiente, parlo degli USA, da qualche anno si sta pensando che siamo troppi nel mondo, e troppo liberi, per cui occorre trovare il modo di controllare questo processo di crescita delle popolazioni.

Se è vero, come si dice che il danno peggiore per gli stupidi, è essere se stessi, dobbiamo stare attenti agli stupidi irrimediabilmente tali. E noi, che scriviamo e leggiamo e studiamo, non lo siamo. Noi siamo la classe media che fa paura, la classe media che fece la Rivoluzione francese, ma non quella italiana, e ora, senza rivoluzione italiana, i potentati pensano che siamo condizionabili, controllabili, manipolabili. Ma no pasaràn, no, perdio!

Il rischio è grande, perché l’ignoranza è molto diffusa, e in quanto tale nutre la presunzione, che a sua volta alimenta l’irrazionalità, la quale è fomite essenziale della stupidità. Il fatto è che la stupidità è inconsapevole, anzi, se la si indica come difetto a qualcuno, sempre educatamente, c’è perfino il rischio che se ne vanti.

Un altro detto molto noto recita in questo modo: “Se uno stupido tace, vuol dire che non è poi così stupido.” Noi invece parliamo liberamente e quindi, non essendo stupidi, non abbiamo paura del comitato d’affari che vuole controllare il mondo, che ci vuole: matti, vecchi, stupidi e poveri, pronti per la bara e la cremazione.

Ma no pasaràn, no, perdio!

ingrati, egoisti, narcisi

Diverse volte ho scritto qui dell’egoismo e del narcisismo, ma mi pare quasi mai degli ingrati, che sono molto numerosi in ogni circuito di collegamento-relazione di ciascuno, specialmente se abbiamo una vita e delle attività orientate ad aiutare o ad interagire con gli altri, in qualche campo, per lavoro o per qualche ragione etica. A me non poche volte è capitato di incontrare ingrati.

Si narra che Confucio sostenesse la seguente tesi, ripresa da Enzo Ferrari: «Non fare del bene, se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine». A volte si osserva che qualcuno non è riconoscente, certamente spinto da sentimenti negativi e viziosi come l’invidia e qualche forma di rancore (peraltro assurdo e difficilmente spiegabile, se non l’accettazione della presenza di una “tara” del carattere), sovente nei confronti di chi meriterebbe ben altro sentimento, quello della gratitudine. Sulla questione del vizio e del suo consolidamento nel peccato, si possono leggere testi formidabili, da Aristotele in poi, soffermandoci su Agostino, Abelardo, Tommaso d’Aquino, Kant e molti altri, magari confrontandoci con le recenti scoperte delle neuroscienze in tema di struttura bio-psichica e di acquisizioni psichiche successive.

Sappiamo che donare fa bene e fa bene alla psiche (anzi, allo spirito tutt’intero), e fa bene ringraziare, cioè rendere grazie, in latino gratias tibi ago. Pare che, da ricerche accademiche, il sentimento dell’esser grati sia benefico anche per gli organi interni, a partire dal… cuore. Però, ecco che il cuore riemerge dalla metafora antichissima che lo ritiene culla e serbatoio dei sentimenti, e anche di una certa intelligenza, che viene definita emotiva. Ovviamente qui non impancandomi in teoresi di carattere bio-fisiologico, per cui non ho una preparazione adeguata, rimango sul terreno della storia del pensiero umanistico, direi, sia occidentale sia, se pure in modo diverso, orientale.

Pare anche che la gratitudine benefichi la struttura ormonale, il sistema immunitario e le facoltà cognitive. Essere grati previene la malattia, si potrebbe dire. Ovviamente ciò non significa che si ammalino solo gli ingrati: io sono di ciò testimonianza vivente, e moltissime altre persone lo sono altrettanto. Ebbene sì, io non sono ingrato. Altri, che conosco e che, per ragioni spesso di lavoro, frequento, sì, lo sono. In queste settimane mi è capitato ad esempio che, dopo aver favorito la conferma in incarichi importanti a una persona che con me collabora in varie aziende, ho saputo che la sua gratitudine nei miei confronti si è manifestata in senso contrario, esprimendo giudizi non lusinghieri sulle mie capacità, in modo tale da impedirmi di ottenere un incarico. Una carezza contro uno schiaffo (non un pugno, ché sarebbe troppo virile e leale, se motivato, tra maschi). Che dire? Che in questo caso ha vinto il sentimento dell’ingratitudine fomentato da invidia e probabilmente da un certo rancore, sordo, inespresso, eppure silenziosamente attivo.

Anche nella letteratura e nel cinema vi sono esempi di ingratitudine e lascio al lettor paziente di cercarli. Posso però suggerire una lettura: pubblicato da Raffaello Cortina, è interessante il volume dal titolo Ingratitudine di Duccio Demetrio, filosofo meno famoso, ma forse più profondo di altri colleghi frequentatori di talk show. In questo testo, non solo si trovano gli elementi psico-spirituali che promuovono l’ingratitudine, ma anche altri sentimenti prodotti dai nostri tempi eccessivamente veloci e competitivi, avidi, pieni di malumori verso gli altri e di malessere diffuso, anche di rabbia, di aggressività, soprattutto nelle persone mature e di successo. Grazie a Dio, molto, ma molto meno, nei giovani.

Anche la politica ci mette del suo, con i suoi linguaggi manichei, là dove anche quando è difficile, se non impossibile, parlar male dell’avversario, si procede sulla strada di una dialettica meramente di contrasto a-prescindere, aprioristica, manichea fuori tempo massimo. Un esempio: le “ragioni” di critica di Salvini al risultato ottenuto in Europa dal Governo italiano in materia finanziaria ed economica. E’ evidente ai culti e agli incliti che, se tale risultato l’avesse ottenuto lui, ove non si fosse dimesso un anno fa, sarebbe tutto un felicitarsi con se stesso. Non che gli altri brillino di luce particolare, ma l’esempio è calzante.

Come si evince dal precedente post, personalmente non sono un particolare estimatore del premier, ma non lo critico a prescindere a un giudizio equilibrato sui risultati che anche lui ha contribuito ad ottenere. Questo accade nel “grande”, e altrettanto accade spessissimo nel particulare delle vite di molti.

L’esempio mi dà anche la possibilità di collegare, correlare l’ingratitudine al narcisismo e all’egoismo, che sono tre sentimenti apparentati e diversamente distribuiti. Restando nell’esempio appena proposto si può dire che il capo della Lega, con suoi giudizi si è mostrato narciso, egoista e ingrato, perché ha cercato solo di denigrare l’accordo raggiunto a Bruxelles, invece di riconoscere che è stato ottenuto un risultato buono per l’Italia (a proposito di “Italia”: la ministra Bonetti è riuscita a parlare per ben tre minuti dell’assegno familiare senza citare una sola volta l’Italia, ma ben quattro volte “il Paese”).

Narciso (e quindi egoista), però, è stato anche Conte, che si è subito affrettato ad attribuirsi i principali meriti del risultato ottenuto, chiarendo subito che i denari in arrivo saranno gestiti esclusivamente da Palazzo Chigi. Sappiamo invece tutti che non funziona così: in Italia c’è anche il Parlamento, cioè la Camera dei deputati e il Senato della repubblica. Caro Conte, eppure lei è un docente universitario di discipline giuridiche.

In questi atteggiamenti e comportamenti manca un briciolo benché minimo di generosità e di gratitudine, anche se quest’ultima viene retoricamente dichiarata a ogni piè sospinto. Egoismo, narcisismo, ingratitudine vanno insieme in un percorso dannatamente pericoloso, dove la persona che li accomuna in sé marca di negatività la vita altrui, soffocandola, imbruttendola, scalfendone la pelle e anche lo sguardo, ferendone i pensieri, riducendo gli spazi della gioia, fino a chiuderla fuori casa a quattro mandate.

Suggerisco a chi mi legge di avere grande attenzione se si incontrano persone di questo tipo, specialmente quando si costruisca qualche genere di rapporti, anche i più labili, perché, o queste persone hanno i margini per guardarsi dentro e accettare di migliorare, oppure è meglio tagliarle fuori, lasciandole perdere e dimenticarle, senza rancore, e lasciando questo brutto sentimento a loro. Purtroppo per loro, ma restando sempre disponibili ad accogliere la resipiscenza di costoro.

Orizzonti cangianti

Mi pare che Ludwig Wittgenstein sostenga la seguente tesi centrale: l’unico modo per conoscere il mondo e le cose dell’uomo è interessarsi alle “forme di vita”, lasciando perdere le fantasmagorie metafisiche o anti-metafisiche della filosofia classica e anche moderna: quindi, niente Aristotele e san Tommaso, niente Hegel e Schelling, forse solo un po’ di sant’Agostino che, nelle Confessiones, in qualche modo sembra anticipare alcuni temi delle riflessioni dell’Austriaco. Ma a volte mi viene qualche dubbio che il grande Austro abbia letto con attenzione l’Ipponate, e comunque molto di quanto scritto da questi non sia a sua conoscenza.

orizzonti

A me talvolta Wittgenstein sembra esagerare in certe asserzioni un po’ assolutistiche, soprattutto nel Tractatus Logico-philosophicus, il quale è costruito in modo più aforistico che secondo schemi da… trattato classico. Pur essendo molto interessante e profondo il suo lavoro filosofico, per certi aspetti di ripulitura concettuale di molta retorica filosofica presente anche nella contemporaneità (à là Agamben, p.e.), lo trovo talora troppo semplificatorio circa altri aspetti. Ad esempio, leggendo il bel libro di Fergus Kerr sulla visione teologica di Wittgenstein (La Teologia dopo Wittgenstein), mi resta questa impressione. E mi fermo qui, per il momento, poiché più corretto e costruttivo potrebbe essere un dialogo con qualcuno che conosca meglio di me il pensiero di Wittgenstein, come il prof Perissinotto da Venezia o il caro collega phronetico dottor Claudio Nosella da Portogruaro.

In tema di epistemologia generale, o di critica della conoscenza (per citare una definizione scolastica di cui è esperto insigne il padre professor Giovanni Bertuzzi, domenicano bolognese e mio docente di Licentia docendi Theologiaed’anni fa) sarebbe interessante citare anche l’americano Quine, che definisce la parte psico-spirituale dell’uomo “solo” come increspature superficiali della realtà, come effetti dell’interazione mondo/ uomo e base per la retroazione uomo/ mondo. Ma non mi ci metto, perché dovrei chiedere consulenza in tema al collega e amico Neri Pollastri, molto più esperto di me su questo pensatore. Anche con il povero professor Giorello sarebbe stato interessante un dialogo, ma chissà… un giorno, in un tempo e stato kairologico.

Vi sono, di contro, altri ambiti e ambienti nei quali si può studiare la vita umana e le cose del mondo, usando il linguaggio, non come un “assoluto”, ma come uno strumento espressivo del pensiero, e per denominare le cose. Essere e pensare per Heidegger, dai tempi della lectio cartesiana, possono essere la medesima cosa, così come per un Berkeley, ma ciò mi pare un po’ presuntuoso (diciamo solo un po’). Il tema è quello dello scontro più che bimillenario fra idealismo e realismo, fra un platonismo essenzialmente spiritualista e un aristotelismo decisamente realista.

Se sant’Agostino ha lavorato di più sul versante platonico, stante anche il suo ruolo di pastore cristiano attento alla dimensione spirituale dell’uomo e al suo destino di salvezza o di perdizione, Tommaso d’Aquino, un poco “meno pastore” del maestro africano, ma altrettanto cristiano, è riuscito in una sintesi che a me pare insuperata. Per l’Aquinate la realtà è e sussiste in quanto opera di Dio che la sostiene nell’essere, e sussiste indipendentemente dalla mia percezione legata al mio essere-nel-mondo. Descartes poi legò l’ammissione di una plausibilità del reale al fatto di poterlo pensare: il Soggetto , per Descartes e per i grandi idealisti del XIX secolo, crea in qualche modo l’Oggetto. L’idealismo testé citato, introdotto dal razionalismo kantiano, non fa poi che accentuare questa centralità creativa dell’io (penso, dunque sono, e creo ciò che percepisco).

Vi sono dunque svariati “orizzonti di senso”, ma anche molti modi per conoscere se stessi e il mondo, diverse epistemologie con differenti strutture teoriche. Ad esempio, nel campo delle scienze umane, dalla filosofia (che è scienza in senso aristotelico-tomista, non in senso galileiano) alle psicologie, si va da statuti essenzialmente clinico-positivisti a statuti prevalentemente umanisti. Il tempo odierno richiederebbe una conciliazione fra le due “visiones”, e un utilizzo ponderato della dimensione scientista, epperò sempre illuminato dalla prospettiva umanista. In altre parole, non possono bastare diagrammi psicometrici a conoscere la complessità psichica dell’uomo, poiché il suo impianto intellettivo e razional-cognitivo deborda quasi infinitamente da ogni classificazione che abbia pretese di essere esauriente.

Gli stessi Manuali Medico-diagnostici (siamo arrivati al V), Bibbia universale della psichiatria e delle psicoterapie sono works in progress, cioè lavori mai terminati e sempre oggetto di ripensamenti e di implementazioni. Anche perciò è necessario mantenere una posizione aperta e bidirezionale fra le psicologie che vengono facendosi nel tempo e le filosofie classiche, moderne e contemporanee. In altre parole, Aristotele, Agostino, Cartesio, Berkeley, Hume&Locke, Kant, Edith Stein e Husserl, per citarne solo alcuni, debbono dialogare con Freud, Jung, Watson, Skinner, Rogers, Watzlavick, Bateson, etc., così come Cacciari, il povero Bodei, il difficile Severino, devono tenersi in collegamento con Morelli, Andreoli etc.. Così come tento di fare io stesso e la mia associazione Phronesis, che non potrà mai essere accusata di settarismo o di snobismo culturale.

L’intelligenza imbecille

…è tipica di quelli che tirano giù le statue di Cristoforo Colombo a Baltimora o dove volete, che non sanno un acca della loro storia, quasi perfino ignorando dove stia di casa l’Europa. Gli americani USA hanno licei che crescono molti imbecilli e facoltà universitarie accessibili quasi solo ai benestanti. Uno dei risultati è la mancanza di quasi alcun senso e conoscenza della storia e l’abbattimento di statue e vestigia storiche. Se si ignora, non sapendo di ignorare si fanno gesti idioti, frutto di ignoranza incolpevole (fino a un certo punto). Ovvero, se non si ignora e si fanno gesti idioti, si è imbecilli. E colpevolmente ignoranti.

Cristoforo Colombo

Proprietà transitiva dell’imbecillità e dell’idiozia. Se A allora B, se B allora C: dunque A è uguale a C. Logica elementare, ma già simbolica.

L’assassinio di George Floyd ha scatenato due fenomeni e diversi epifenomeni. Il primo è la riflessione su quanto il razzismo sia ancora diffuso, non solo sottotraccia, perché negli esseri umani (abbastanza) intelligenti il razzismo può anche generare un sentimento di vergogna; epifenomeno del primo è ciò di cui ho scritto sopra; il secondo è il ribadimento di sentimenti razzisti e slogan whitepower da esaltati, figli e nipoti del Ku Klux Klan.

Gli imbecilli sono anche imbelli, cioè scelgono la lotta di gruppo contro qualcosa che qualcuno ha cominciato a denigrare. Uno denigra, il secondo denigra, il terzo denigra, il quarto disprezza, il quinto insulta, il sesto comincia a invitare il gruppo ad agire. E agiscono andando contro ciò che hanno cominciato a odiare. Sono diventati haters, odiatori, che non si pongono più domande, non dubitano di fare la cosa giusta, perché la cosa è giusta in quanto pensata da molti allo stesso modo. Il Le Bon ha studiato oltre cent’anni fa questo fenomeno di psicologia sociale e di sociologia generale esponendo le sue teorie ne La psicologia delle folle (1895). Ogni anima (psiche) debole sottosta all’urlo, allo slogan semplificatorio e definitivo dei molti.

La psicologia clinica odierna, ma anche gli autori classici, hanno studiato e studiano come e perché la psiche umana degradi, decada, smetta quasi di funzionare con spirito e senso critico, quando il gruppo sopraffà il singolo e lo rende succube, gregario, indebolendolo ogni momento che passa…

Che cosa deve fare una persona che si accorge di star entrando in un circolo vizioso di questo tipo? Uscirne, scappare, dileguarsi, smettere di stare lì ad ascoltare chi sta dicendo parole che fanno aumentare sempre di più l’avversione e l’odio distruttivo verso l’oggetto dell’odio stesso.

Altra cosa è invece l’abbattimento dei simboli di dittatori spietati contemporanei, i monumenti di Stalin, di Pol Pot, di Saddam…, che non sono minimamente paragonabili a Cristoforo Colombo e a Thomas Jefferson. Quest’ultimo è stato uno dei redattori della bella Costituzione americana, ma nel suo ranch aveva degli schiavi. Una contraddizione apparentemente incomprensibile. Ma il più grande e auto-contradditorio personaggio della cultura occidentale circa queste tematiche appare senza dubbio Saulo di Tarso, cioè san Paolo, che ebbe a scrivere il versetto 3, 11 della Lettera ai Colossesi e il versetto 3, 28 della Lettera ai Galati, nei quali proclama per primo e con forza inaudita, traccia successiva di ogni processo democratico, che gli uomini son tutti uguali, anche a livello di genere/ sesso, ma nella Lettera agli Efesini (5, 22) raccomanda alle donne di zittire nell’assemblea, ché quello è un luogo di discussioni maschili…, ma anche ai mariti di amare e rispettare le proprie mogli, ma come? E’ lo stesso Paolo, quello di Colossesi, quello di Galati e quello di Efesini?

Ebbene sì, è il medesimo “apostolo delle genti” che, quando riteneva di esporre dottrine definitive come in Galati e in Colossesi si esprimeva in modo “scandaloso” per quei tempi, mentre quando dava direttive liturgico-pratiche, sapeva di dover tenere conto dello spirito dei tempi, soprattutto tra i maschi capifamiglia, e quindi della sociologia del suo tempo. Vi è però un’altra ragione: Paolo era nato a Tarso in Cilicia, civitas romana, municipium, e pertanto era un Civis romanus, come quando invoca il giudizio dell’imperatore su di sé, rifiutando quello del governatore di Palestina. Paolo sapeva che Roma non era razzista, ma era rispettosa delle etnie e dei ruoli sociali, per cui aveva senso – in quel contesto socio-politico – suddividere il popolo tra essere cittadini, oppure meteci, oppure iloti, sulle tracce dell’antica democrazia oligarchica di Atene.

Un primo grande passo verso i valori in cui oggi crediamo noi, ma non gli imbecilli di cui al titolo.

Il parere di Anna (sul rapporto fra Psicologia e Filosofia)

La collega phronetica professoressa Anna Colaiacovo, da Pescara, docente e filosofa pratica, molto competente in tema, mi scrive un pezzo che mi pare utile pubblicare qui. Lei parte dalla lettura di un saggio del professor Giorgio Giacometti, anch’egli docente e collega di Phronesis, che ha tenuto una relazione, sempre sul tema del titolo, in un incontro di Sezione nordestina della Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica.

Carl Rogers

Come scrive Giorgio, i consulenti filosofi, alla ricerca di una propria identità, hanno a lungo cercato di differenziarsi dagli psicologi, in particolar modo dagli psicoterapeuti. E non mi dilungo sui tentativi più o meno riusciti di operare questa differenziazione.

La proposta di Giorgio, che consiste nel rivendicare una psicologia filosofica che guardi alla totalità della persona, non solo mi trova d’accordo, ma trova una apparentemente strana corrispondenza con il lavoro di Mario Bertini (psicologo, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma), soprattutto nell’ultimo libro “Psicologia della salute” (Cortina editore).

In sintesi: la psicologia all’inizio era alla ricerca di una identità. Questa ricerca l’ha condotta a staccarsi dalla madre (la filosofia), e ad avvicinarsi alla medicina. Ma quali caratteristiche ha avuto e ha ancora la medicina in Occidente? Occorre sottolineare questo aspetto. Nella mitologia greca il dio Esculapio aveva due figlie, Igea e Panacea. La prima insegnava ai greci come essere sani praticando la virtù della moderazione. La seconda rappresentava l’impegno nella cura delle malattie. Nella medicina occidentale Igea è scomparsa o perlomeno è stata a lungo assente nel panorama medico e tutte le ricerche sono andate, attraverso l’adozione del metodo delle scienze naturali, in una peraltro meritoria battaglia contro le malattie. Sappiamo bene che l’uso delle metodologie quantitative trova una applicazione più semplice nel modello malattia, mentre la salute, che non è semplice assenza di malattie, sfugge a tutto ciò.

La psicologia avvicinandosi alla medicina si è appiattita sul modello medico-clinico. Basta esaminare il linguaggio per comprendere che è di derivazione medica: psico-diagnosi, psicoterapia, psicologia clinica etc. Il nodo epistemologico risiede nel compito che si propone di “studio oggettivo della soggettività”. Compito arduo se si pensa che già nel settore della biologia si profila l’esigenza di un cambiamento di metodo rispetto alla fisica. Nell’ambito della psicologia, è la psicologia umanistica che si pone il problema del passaggio dalla quantità alla qualità.

La salute positiva non è in ultima analisi una questione medica, ma piuttosto una questione filosofica che richiede un’articolazione del significato di good life.” (Riff e Singer). La salute inoltre non è uno stato, ma un processo multidimensionale.

Nel passaggio al modello salute assumono rilievo gli assunti valoriali. Le malattie, come sostiene Gadamer più volte citato da Bertini, si manifestano come un oggetto, si possono osservare, la salute invece si sottrae a tutto ciò. Per spiegare il positivo dobbiamo fare i conti con i valori e gli ideali fondamentali dell’esperienza umana che fanno riferimento alle varie culture e almeno in parte alle caratteristiche basilari della natura umana. Bertini conclude sostenendo che, in virtù dell’emergenza della dimensione salute, collegata alla qualità della vita, è opportuno che la psicologia apra un dialogo con la “madre” filosofia. In questa direzione è essenziale che nella facoltà di psicologia trovino spazio discipline di area umanistica, oggi totalmente assenti.”

Si potrebbe commentare a lungo questo testo di Anna, ma mi astengo, perché già illuminante. Personalmente ho molti contatti di collaborazione e lavoro con psicologi di varie età, dagli junior ventiquattrenni a miei coetanei sessantenni e più. Mi trovo molto bene con loro, perché tutti e tutte costoro sono molto aperti/ e al dialogo e al confronto sui temi dell’uomo e sui vari approcci. Coloro che conosco e frequento io condividono l’esigenza di un approccio globale e non meramente clinico all’essere umano, sapendo che l’uomo è una “struttura” complessa che richiede analisi plurime e attente a ogni dimensione psico-fisica e spirituale. Diversi di questi “colleghi” hanno fatto il liceo classico e ciò gli facilità questo approccio, diremmo, “olistico”, all’animale umano.

Spesso hanno nostalgia degli studi filosofici interrotti con l’inizio degli studi psicologici. Ecco, forse sarebbe utile prevedere che gli studi filosofici continuassero (nell’Accademia) nei Dipartimenti di Psicologia e di Scienze della formazione, e fossero previsti come obbligatori anche nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Forse, a nostra memoria, mai come in questo periodo post-Covid si è sentita l’esigenza di un approccio globale, filo-sofico all’uomo e all’analisi del senso della propria vita.

Approfitto di questo pezzo per manifestare il mio fastidio verso un articolo di Alfonso Berardinelli sul quotidiano Il Foglio, pubblicato qualche giorno fa, nel quale, facendo una confusione vergognosa spara sulla filosofia, citando un signore che si chiama Panarari, il quale si esercita in indecenti critiche verso vari colleghi filosofi, che durante la vicenda Covid hanno espresso opinioni diverse senza alcuna arroganza di proporre la verità, ma semplicemente la ricerca di essa attraverso il dialogo che, evidentemente, questi divulgatori non frequentano.

Fucilazione alla schiena

Neanche i più abietti… vien da dire, vengono ammazzati così.

Galeazzo Ciano, De Bono et alii, dopo il processo di Verona furono fucilati alla schiena l’11 gennaio 1944, e non erano più abietti di chi li fucilava. Anzi, forse il termine “abietti” è esagerato per i su citati signori.

I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera nel Vallone di Rovito furono fucilati al petto dai Borbonici il 25 luglio 1944, come Gioacchino Murat il 13 ottobre 1815 a Pizzo Calabro, e come l’ultimo fucilato nello stato dello Utah, per condanna a morte il 18 giugno 2010, Ronnie Lee Gardner, già ricoverato in clinica per problemi mentali, infanzia tremenda e scalcagnata, come molti dei condannati a morte negli Stati Uniti d’America, e non solo. Cinque Winchester hanno tuonato dalla feritoia di una stanza dove il condannato era legato a una sedia e aveva sul cuore un cerchio come bersaglio, fucili di cui uno era caricato a salve, cosicché ognuno dei cinque soldati/ poliziotti/ boia ha potuto pensare di non essere stato lui a sfondare il cuore del criminale malato, condannato alla pena capitale.

La fucilazione così organizzata permette a un “boia” di sentirsi moralmente alleggerito, mentre tutte le altre modalità di esecuzione non lo consentono.

Fu Ronnie Lee a scegliere di essere fucilato invece che ucciso con il cloruro di potassio e il cianuro in vena.

Rayshard Brooks è stato invece fucilato alla schiena, innocente, senza processo, con tre colpi di calibro 9 millimetri, non so se di una Beretta, Smith&Wesson, Colt o Glock, comunque di ordinanza, come si dice. Il fucilatore è stato licenziato e forse sarà processato e condannato per omicidio di qualche grado (per me sarebbe di primo grado), forse vent’anni, dei quali sconterà 4 o 5.

Quando l’uomo, trovato in auto mentre dormiva, un po’ ubriaco e fatto, è stato afferrato dai due poliziotti, ed essendo riuscito a divincolarsi e a fuggire, è stato fermato con la fucilazione alla schiena. Ma, dico, trovi uno ubriaco che dorme in auto, lo fermi, lui scappa e tu lo ammazzi? Ma che? Ma che ragione c’era di sparargli? Anche se a piedi li avesse seminati, non avrebbero potuto chiamare rinforzi fino a catturarlo, se avevano ragioni per catturarlo? Non si è neppure capito perché avessero tanto bisogno di fermarlo. Sembra una follia.

O razzismo puro e semplice, violenza sadica, immotivata. Dopo l’omicidio, il capo del Dipartimento di polizia di Atlanta, la signora  Erika Shields,  si è dimessa.

Anche un imbarazzato Trump ha dovuto ammettere che si tratta di una fatto inammissibile.

Un paragone. Ricordi, mio gentil lettore, il caso del carabiniere accoltellato dal ragazzino americano, turista a Roma qualche tempo fa? Quei fatti in poche parole che trovo sul web: “…nella notte del 26 luglio scorso a Roma, il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega venne ucciso con 11 coltellate nel quartiere Prati a pochi metri dall’albergo dove i due americani Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth, ora in carcere, alloggiavano. Il vicebrigadiere, quella notte, insieme al collega Andrea Varriale andò in via Pietro Cossa per recuperare la borsa che i due ragazzi avevano rubato a Sergio Brugiatelli. Elder e Hjorth, dopo il furto dello zaino avevano organizzato, infatti, un ‘cavallo di ritorno’ e dissero a Brugiatelli di riportare soldi e droga. Ma all’appuntamento si presentarono i 2 militari, da lì l’aggressione da parte  del 20enne americano Finnegan Lee Elder. Oltre all’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ai due indagati vengono contestati la tentata estorsione, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e concorso in omicidio.”

E ricordi il padre del ragazzo americano, con che sussiego superbioso era poi venuto a Roma per il figlio? Sembrava quasi che il vizioso ragazzo fosse la vittima, non il reo.

Cerciello Rega e Varriale non avrebbero mai sparato ai ragazzi americani, se questi gli fossero sgusciati dalle mani, anzi, Cerciello non aveva manco l’arma con sé…

Gli Stati Uniti d’America, per certi aspetti assomigliano alla Somalia, dove se cammini per strada non sei sicuro di nulla. Negli USA pare che, se sei nero, puoi non tornare a casa un giorno qualsiasi.

Odio (faccio per dire) quelli che dicono “non meritava di morire” oppure “era innocente“, anche se sopra lo ho scritto anch’io. Mi spiego: chi può dire che uno “merita di morire o meno?” Chi? Chi “merita di morire?”

Come si può intendere una domanda del genere, magari con l’aggiunta che la vittima è innocente? La domanda è assurda ed eticamente insensata. Io posso uccidere chi volesse attentare alla vita di mia figlia, ma non c’entra il merito, e, in questo caso, perfino la colpevolezza. Non c’entra.

Altro è agire d’impeto, soprattutto per legittima difesa, azione legittima e non perseguibile, altro è esprimere concetti come quelli sopra, che sono imbecilli. Eppure nelle cronache di vita vera e nei telefilm si sentono queste frasi indegne e anche stupide.

Devo dire che preferisco, mi perdoni la famiglia del povero nostro soldato di pubblica sicurezza, una situazione come quella di Roma piuttosto che come quelle di Minneapolis e di Atlanta, anche se per me, che non sono direttamente coinvolto, è facile dirlo. Ma ci capiamo, caro lettore.


Il 2 Giugno e l’appartenenza: ognuno di noi appartiene a… “qualcosa”: a se stesso (con dei limiti), alla famiglia, al proprio territorio, alla Patria (si può dire o lasciamo che lo dica solo la destra politica?), all’azienda dove lavora, a una religione, a una associazione, a una squadra di calcio… ad libitum

La morte crudele di George Floyd sta scuotendo l’America, e paradossalmente può perfino giovare a Trump. Io penso che Trump abbia battuto Hillary Rodham Clinton, non solo perché il sistema elettorale americano è quantomeno strampalato, ma perché nell’America profonda albergano ancora sentimenti razzisti, e diffusi non poco.

L’appartenenza

Non solo i suprematisti bianchi, nazistoidi e fascisti, ma anche altre fasce di popolazione civile negli USA conservano – nel profondo – sentimenti ancora razzisti, che sono come incistati in una memoria antica, vorrei dire quasi da annettere a una sorta di genetica storica.

Ora, la scelta peggiore del Presidente americano potrebbe essere quella di mandare le “Troops“, cioè la polizia militare, che è abituata a scenari di guerra esterni, e dunque non al controllo di vie e piazze metropolitane.

In realtà, il malcontento americano ha ragioni profonde, che vengono da molto lontano: Rosa Parks che si rifiutò negli anni ’50 di cedere il suo posto in bus a un viaggiatore bianco, l’Act emanato dal Presidente Johnson che parificò i diritti tra le etnie bianca, afroamericana e ispanica, la lezione di Martin Luther King, ucciso per le sue lotte, e anche di Malcolm X, morto allo stesso modo, ma anche la presenza nello sport delle glorie americane di innumerevoli neri, basti pensare al basket e all’atletica leggera, dove quei “tipi” umani dominano, e tali ragioni non bastano.

In America, nell’America della grande campagna, della provincia di mille e mille piccole comunità locali, vive ancora un sentimento nutrito di razzismo, di appartenenza a una visione insopprimibile di superiorità bianca, e di malcontento per ogni violazione di questo convincimento quasi scritto nel sangue. E poi vi è un’altra componente: lo spirito della frontiera in America non si è spento: non è molto diverso da quello che aveva abituato la gente ad impiccare un colpevole di abigeato, fino a fine ‘800: se rubavi un cavallo a Wichita o a Tombstone nel 1881, potevi essere condannato a morte per impiccagione sulla pubblica piazza, poiché il cavallo, in quelle terre “selvagge” (per i bianchi), era condizione di vita o di morte per il suo possessore.

Se ci si vuole documentare ulteriormente sulla cultura razzista americana, e sulle cause socio-culturali dei delitti razziali, come quello di Rodney King del 1992, si trovano tracce in qualcosa che si muoveva nell’immediato dopoguerra negli Stati del Sud come le Slave Patrols (pattuglie schiaviste), presenti nella composita Nazione fin dalle misure antirazziste del Presidente Lincoln nel 1865. Se nel 1868 i cosiddetti Codici Neri avevano posto nella Costituzione federale le norme volute dal grande Presidente, nel 1888 le Leggi Jim Crow riportavano la situazione a prima di Lincoln. E così si andò avanti per quasi un altro secolo durante il quale, fono alle misure emanate dal Presidente Johnson, il linciaggio di un nero non veniva in alcun modo punito.

Per gli Americani la Patria è questa congerie potente di sentimenti e di spirito di appartenenza, vale a dire che la Patria americana, quella dei Padri pellegrini e della conquista dei territori contro Inglesi, Francesi e Spagnoli, è qualcosa di sacro, di mitologico, di eterno. Per questo il loro patriottismo si esprime nelle guerre, anche in quelle di liberazione, che hanno liberato anche noi, e in quelle che si sono convinti fossero di liberazione, ma erano altro, di pericoloso e dannoso, come la Seconda Guerra del Golfo, per la quale George W. Bush,
supportato dal “deficiente” Blair, imbrogliò il suo popolo, che si fece imbrogliare, però.

Il 2 Giugno è la Festa della repubblica. Il Presidente Mattarella si è detto “(…) fiero del suo Paese“. Mi sono chiesto perché non abbia detto “fiero dell’Italia” oppure “fiero della sua Patria“, cioè perché il termine “Patria” non si riesca a dire nelle più alte sfere, lasciandolo in uso alla destra. Oggi lo griderà Meloni in Piazza del Popolo.

Ti ricordo, mio gentil lettore, su suggerimento della collega professoressa Anna Colaiacovo da Pescara, che l’ultimo Presidente della repubblica che usava correntemente la dizione “Patria” fu Carlo Azeglio Ciampi, certamente non uomo di sinistra, ma senz’altro non di destra, garbato, colto e sincero democratico.

Io sono di sinistra (moderata) e non temo di nominare l’Italia come mia Patria. Provo senso di appartenenza per la Patria, senza sentirmi per nulla di destra. Sono passati 75 dalla fine del fascismo, anzi 77, e qualcuno ha ancora paura di parlare di “Patria”. Si pensi che due o tre anni fa scrissi su questo tema una lettera al Presidente, il quale mi rispose con un biglietto di suo pugno, con molto garbo e riconoscenza. Ma tant’è.

Commitment è il termine anglofono di dire l’appartenenza in azienda, quando si scelgono gli item per le analisi del clima. Ebbene, i lavoratori sono quasi sempre orgogliosi di appartenere all’azienda dove lavorano, la sentono “loro”, quasi come “propria”, parlano dell’azienda dove lavorano dicendo spesso “la mia azienda”, sapendo bene che l’aggettivo possessivo non significa che la possiedono in senso proprio, ben conoscendo i principi della proprietà privata, che apprezzano e stimano. Nella mia non breve esperienza di frequentazione di aziende, di cui alcune molto importanti e di cospicue dimensioni, sia nei momenti “normali”, sia nei momenti difficili o addirittura drammatici, i lavoratori hanno sentito la “loro azienda” ancora più “loro”, come Bene comune da salvaguardare prima e al di là di ogni cosa. E qui ricordo, senza citarla ancora, una delle aziende che mi sono più care, con la quale collaboro da più di un decennio, quando due anni e mezzo fa fu colpita da un gravissimo incendio: bene, tutti i dipendenti si strinsero attorno all’imprenditore e, insieme, la fecero rinascere più grande e forte di prima.

Questa è l’Appartenenza con la A maiuscola!

Un altro modo di “appartenere” è quello del tifo sportivo, specialmente quello calcistico, in questa tipologia caratteristica soprattutto dei maschi. Fanno male i politici che amministrano il settore a sottovalutare questo tipo di appartenenza. Nella vicenda calcistica di questi mesi e settimane ho sentito il Ministro dello sport affermare di essere ministro dello sport, non del calcio. Che significa questa sottolineatura scontata? Che c’è una sorta di vezzosa o snobistica avversione per questo sport, che in Italia è, non solo il più popolare, ma anche lo sport che con i suoi incassi garantisce anche agli altri sport opportuni finanziamenti attraverso lo Stato e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Posso parlare anche dell’appartenenza a qualche scuola filosofica. Anche in questo ambito vi sono persone e colleghi che ritengono la loro propria impostazione ideologico-teoretica la unica degna di studio e di attenzione, mentre le altre sono solo sottospecie incomplete, imperfette o addirittura dannose. E’ vero il contrario: ogni modello di pensiero umano, dispiegatosi nella storia, dai naturalisti pre-socratici, ai grandi Greci da Socrate, ai Padri della chiesa cristiana antica, ai Medievali, fino ai Moderni (da Galileo e Descartes), fino ai contemporanei, il pensiero umano, qui in Occidente come in Oriente ha rappresentato il modello per ogni riflessione critica e logico-argomentativa, indispensabile per il progresso scientifico e per il miglioramento del lavoro e della vita umana. Chi tra i pensatori odierni (questa strana e dannosa scuola annovera – in particolare – grazie a Dio fra pochi altri, un filosofo francese, mio collega nella filosofia pratica, con il quale non ho quasi nulla da spartire) ritiene che tutto si risolva tra un e un no, uno 0 e un 1, una x o una y, ponendo l’alternativa secca, binaria, tra due poli / estremi, fa un grave danno al pensiero, poiché la realtà è molto più complessa e di faticosa e paziente comprensione. Il manicheismo, cioè una visione del mondo e della vita morale umana impostati dal sacerdote persiano Mani, è stato nell’antichità cristiana, (III, IV e V sec.) un grave momento di scontro con il cristianesimo, che era più dialogico e dialettico, basato sui Vangeli e sulla grande tradizione filosofica greca platonico-aristotelica e stoico/ scettica (quest’ultima rinvenibile, anche, tra le righe, nei loghia (detti) di Gesù di Nazaret, mia personale opinione teologica, così come sono riportati dagli evangelisti). Ci sono ancora dei “manichei” odierni, che pensano di avere sempre ragione e che gli altri abbiano sempre torto. Costoro, questi moderni manichei, sono dei settari che fanno del male prima di tutto a se stessi, e poi agli altri e alle strutture dove operano.

Se infine parliamo delle religioni, troviamo ulteriori esempi di come l’appartenenza non deve mai essere connotata da assolutismo e fanatismo. La grande storia racconta in tema molte drammatiche vicende, ad esempio, in Oriente tra Indù e Musulmani che si scannarono per secoli, e soprattutto nel bacino mediterraneo, tra Cristiani e Islamici, su cui ci sarebbe molto da dire, ma anche tra Cristiani e… Cristiani: basti ricordare la Guerra dei Trent’anni (1618/ 1648) fra Cattolici e Riformati, cioè fra Nord e Sud Europa, che provocò centinaia di migliaia di morti. Ci volle la Pace di Westfalia per trovare un modus vivendi decente. E ad oggi questa storia è tutt’altro che terminata. L’islam negli ultimi decenni ha conosciuto un’involuzione terroristica che ha trovato precisi e drammatici agganci e concause in politiche economiche e militari dell’Occidente, soprattutto a guida USA, ma anche a guida degli ex paesi coloniali come la Francia (guerra civile di Libia dal 2011) e la Gran Bretagna (Seconda Guerra del Golfo, con la nefanda politica di Tony Blair).

Potrei continuare, ma mi pare basti. Il tema dell’appartenenza, dunque, è importante, fondamentale, maledettamente serio, sia per l’umana convivenza sia per la crescita civile, morale e culturale delle persone, di tutte le nazioni e di tutti i continenti della Terra.

Ciò che non si ri-genera… de-genera (Edgar Morin)

Mi pare che il filosofo e sociologo francese Edgar Morin colga nel segno con un aforisma una grande “verità”. Se in una crisi non vi è la capacità di riconsiderare i pensieri e i comportamenti precedenti, il rischio è di un declino certo della struttura colpita dalla crisi stessa.

rigenerazione cellulare

I soggetti coinvolti solitamente desiderano innanzitutto “tornare come prima“, ma è uno sbaglio. Si pensi a come si esce da una malattia individuale, da una guerra, sia pure locale, da un terremoto, da un’alluvione, da un incendio… Sono tante e tali le conseguenze psicologiche e pratiche che “tornare come si era prima” è impossibile, anzi il solo pensarlo è stupido.

Ora si pone il tema del dopo-Covid 19: tema complicato e… paradossalmente bellissimo. Sì, bellissimo.

Vediamo che cosa significa “rigenerare”, termine mutuato dalla fisiologia vegetale, animale (e umana): tornare ad una struttura che sia di nuovo integra in tutte le sue parti, organi e funzioni.

Da un punto di vista spirituale si ritiene che la “ri-generazione” possa essere costituita da una condizione di grazia, come si può dire nell’ambito della dottrina teologica cristiano cattolica (mediante il battesimo e la riconciliazione); altrettanto, però, si può dire di un recupero di dignità morale a livello sociale, come nel caso di persone che hanno conosciuto il carcere.

“Degenerazione”, invece, può significare processo di decadimento, decadenza, rovina, regresso, degradazione, deformazione, anormalità, alterazione… Ecco, forse il termine più adeguato sotto il profilo filosofico è “deformazione”, cioè perdita-della-forma, poiché gli altri termini elencati non sono sinonimi, ma coprono aree semantiche solo in parte condivise tra loro e con il termine principale.

Edgar Morin ritiene che la “forma” non possa essere mantenuta per sempre, ragione per la quale occorre pensare al cambiamento come condizione necessaria del percorso vitale, una sorta di Itinerarium mentis in hominem, parafrasando san Bonaventura da Bagnoregio (nel titolo del suo testo maggiore, Bonaventura, ispiratore della mia espressione, pone il nome di Dio, Deum, in luogo di quello dell’uomo), una via della mente che abbia come fine la piena realizzazione dell’uomo, secondo le sue possibilità, in base ai suoi talenti, là dove la parabola evangelica matteana può incontrare addirittura, da un lato il concetto di potenza/ possibilità versus atto di matrice aristotelica, e dall’altro la stessa volontà di potenza di Federico Nietzsche.

E poi la forma, come essenza e sostanza metafisica di ogni ente. E’ evidente allora come ogni ri-generazione si ponga come una ri-partenza da una forma in crisi verso una sua ri-organizzazione/ ri-strutturazione/ ri-conversione. Ecco: lo dico a chi non ha esperienza di economia aziendale. I tre termini testé elencati sono le modalità classiche del cambiamento organizzativo di un “ente economico”, come l’impresa (intra-presa) umana destinata a produrre reddito mediante la produzione di beni e la prestazione di servizi.

I tre termini di economia aziendale significano, nell’ordine: a) riorganizzazione come modifica organizzativa che utilizza le medesime risorse umane, logistiche e finanziarie già a disposizione; b) ristrutturazione come processo che non solo fa conto, in tutto o in parte delle risorse sopra elencate, ma abbisogna di nuove, soprattutto in termini di macchine e impianti, richiedendo così, molto spesso, investimenti finanziari significativi; c) riconversione, infine, descrive il più radicale processo di modifica dello status quo ante, poiché prevede una autentica rivoluzione perfino del prodotto/ servizio finora offerti. Un esempio è il caso di un’azienda che ha prodotto fino a un certo punto componenti in plastica, e in seguito si mette a produrre generi alimentari. L’esempio, molto radicale, calza perfettamente.

Nel processo di ri-generazione che sembra a questo punto necessario per evitare la degenerazione, si può prevedere ognuno dei tre processi sopra descritti nelle forme progressivamente di sempre più radicale modifica.

Non si fa fatica a tenere questo esempio così hard, così economicistico, per buono anche se messo a confronto con la dimensione antropologico-umanistica, psicologica e morale della persona. L’uomo stesso, in certe situazioni e momenti, ha bisogno di ri-generarsi, riorganizzando il pensiero, ristrutturando le proprie convinzioni e addirittura (ri)-convertendosi, al fine di compiere azioni maggiormente virtuose, epperò sapendole prima pensare. Siamo così alla metànoia, alla conversione, alla rigenerazione del cuore e della mente, in un momento come quello che stiamo vivendo, caro lettor mio!

Il cambiamento nella libertà della scelta, la libertà della scelta nel discernimento, sono i due processi della ragion logica indispensabili per ri-generare ciò che per le più varie ragioni può essersi nel tempo degenerato. Non si deve temere il cambiamento, pena un inevitabile processo di fossilizzazione e di decadimento.

Chi teme la ri-generazione è lo spirito pauroso, conservatore dell’inutile, di scarsa vista e pre-videnza, poiché il naturale flusso delle cose e della vita umana porta al cambiamento, sotto ogni profilo, da quello fisico a quello mentale. Chi non accetta questo percorso naturale è destinato a degenerare, senza possibilità di rimedio, subendo la volontà e le convenienze altrui. Il coraggio di cambiare è un coraggio naturale, tipico di chi vuole diventare-se-stesso, senza timore di mettersi in gioco, accettando il confronto con gli altri, che possono avere talenti e intelligenza superiore o inferiore, comunque di tipo diverso, e alla fine riconoscendo la possibilità degli altri così come la propria, di vivere e di crescere.

Il rischio della paura del cambiamento è presente in tutte le strutture organizzate, a partire dalle imprese economiche: colà spesso alberga il timore di cui sopra, che i vertici, se sono accorti, devono smascherare e togliere di mezzo, nell’interesse per il Bene comune, se questo è il condiviso Valore.

Veri e falsi maschi “alfa”, veri leader o solamente manager, tipi e tipe carismatici/ he e narcisi/ e

Parlando di leadership (tenendo come linea guida soprattutto lo studio in tema di Max Weber), e di persone carismatiche, è inevitabile incappare nel discorso dei maschi “alfa” e del loro ruolo nei contesti organizzati, partendo pure dalla famiglia. Dico subito che vi sono anche le femmine alfa. Per esempio mia figlia Beatrice lo è, come lo era mia nonna materna Catine (Caterina), e mia cugina Lucilla, nota attrice di prosa, mancata quattro anni fa. Alfa era mia zia Enrica, sorella maggiore di papà Pietro, che a suo modo lo era anche lui, anche se con molta modestia vera. Lo è anche mia suocera Maria Assunta.

Non lo era mia mamma Luigia e neppure le principali donne della mia vita, poiché con le due che lo erano, ai tempi della mia giovinezza, sono durato al massimo sei/ otto mesi. Con le altre, di dopo, una vita.

Chiarisco subito un punto: essere alfa non significa essere più intelligenti dei non-alfa. Un altro punto: molti manager non sono leader: i due concetti sono radicalmente diversi, poiché, mentre il manager ha un ruolo, per ragioni le più varie, un leader può essere quasi chiunque (si pensi al Craxi men che trentenne, segretario di Nenni, ad esempio), anche chi è molto indietro nella gerarchia (politica aziendale, ecclesiastica, etc.), ma può crescere fino alla leadership per carisma e per il fatto che è un vero alfa.

Io non potrei avere un rapporto continuativo con una femmina alfa, perché la simmetricità danneggia (anzi rovina) la coppia umana, e mi limito a considerare quella costituita da maschio e femmina. Nel mio caso sarebbe insopportabile, proprio perché chi mi conosce sa che io stesso sono un maschio alfa, senza che tale affermazione sia una vanteria, in quanto tale caratteristica mi è riconosciuta da quando, a otto/ dieci anni, ero “capo” dei chierichetti in chiesa a Rivignano, con ottanta miei compagnucci in mini-talare (si era ai tempi del rivoluzionario Concilio Ecumenico Vaticano II), e punto di riferimento per Monsignor Prevosto Don Aurelio, che mi trattava da “grande”, quasi.

Poi capoclasse alle medie, capitano nella squadra di basket, animale leader di profitto (soprattutto in greco e latino) al liceo, caporeparto del reparto di verniciatura quando facevo lo studente-operaio, segretario generale di un sindacato, per solo un mese coordinatore-portavoce, su proposta di diversi parlamentari laici e cattolici, ex comunisti e socialisti, di una nuova forza politica a livello regionale (era la metà degli anni ’90 e nasceva la poco fortunata Alleanza Democratica), direttore del personale in una grande azienda, provvisto di sei pergamene accademiche (fra cui due PhD), presidente di organismi di vigilanza aziendali di aziende notevoli e coordinatore di colleghi filosofi sul territorio.

E senza aver mai sofferto della sindrome da libido potestatis: Questo è importante: a me del-potere-per-il-potere non frega alcunché, cioè… nulla! La libido potestatis e sua sorella la libido pecuniae non mi hanno mai preso e tanto meno condizionato. Avrei dovuto essere diverso da come sono, ma non sarei stato io. Forse, invece, alla libido in senso primario e più proprio (freudiano, ma forse è meglio dire da Cantico dei cantici), sono sempre stato… sensibile. Sono stato e sono un maschietto e poi un maschio “alfa” senza alcun interesse per comandare, eppure la mia opinione e posizione è stata sempre tenuta in buona o addirittura grande considerazione dagli altri. Il potere diretto mi fa quasi ridere, e provo un po’ di compassione per chi vive per esso. Preferisco di gran lunga esercitare della moral suasion, che è più discreta e alla lunga più efficace.

Il generale Massimo

Di maschi alfa, ve ne sono di veri e di falsi. Che vuol dire? Che alcuni di costoro riescono con naturalezza a mostrarsi leader per un carisma evidente e giammai forzato, altri invece hanno bisogno di “veri” leader che li sovrastano e che (i primi) accettano di buon grado, per mostrare in qualche modo la loro tendenza a comportarsi da maschi alfa, o comunque ad allearsi con costoro, ma la maggior parte delle volte non ci riescono, perché tale caratteristica personologica non si può mutuare da un terzo. O c’è o non c’è, come l’essere e il non-essere parmenideo.

Gli etologi alla Konrad Lorenz, per dire, studiano le gerarchie animali, definendo i capi branco, gruppo, stormo, etc. proprio “maschi-alfa”. Tra costoro, si tratta di specie che vivono in gruppo, possiamo ricordare i lupi, i licaoni, i leoni, i cervi, gli elefanti, dove tra questi ultimi il “capo” è una femmina anziana. In questi gruppi la gerarchia si stabilisce attraverso lotte rituali tra aspiranti al “titolo” di capo, lotte che a volte possono anche avere conseguenze mortali, ma in una minoranza di casi. Gli animali, a differenza degli esseri umani, accettano il verdetto del confronto, senza poi congiurare contro il nuovo capo, come spesso fanno gli uomini.

In certe specie animali può comunque succedere che il “capo” vincente desideri eliminare i concorrenti anche pro futuro, sopprimendo i piccoli avuti dal predecessore, ma le femmine-madri fanno buona guardia: si pensi alle leonesse e anche alle scrofe di cinghiale, alle orse…

La storia insegna che anche tra gli umani ha avuto larga applicazione di un’arma di guerra tra le più atroci: lo stupro delle femmine degli sconfitti, applicata d esempio anche nelle Guerre balcaniche degli anni ’90 del XX secolo. Noi c’eravamo e questi racconti giunsero fino a noi, di vicende che accadevano a meno di mille chilometri dal Friuli, dove vivo io.

Il gruppo animal-sociale sta con l’individuo alfa anche nella caccia e in qualche modo nella riproduzione, quando il capo decide – più o meno – tutto.

Prendendo spunto dal comportamento animale, anche nella specie umana vengono indicati – abbastanza impropriamente – individui “alfa”, che avrebbero caratteristiche “dominanti” nella società e nei rapporti interpersonali.

Esistono anche le donne “alfa”, e ognuno di noi ne conosce qualcuna. Non meno del maschio, quel tipo di donna è resistente a ogni avversità, è coraggiosa, combattiva, un avversario duro per chiunque. La leadership di questi tipi umani si manifesta abbastanza presto, anche se può stare per lunghi periodo in una sorta di latenza, che può terminare quando l’occasione la smuove. L’essere leader e alfa, allora, esplode.

Gli/ le alfa sono persone che riescono a pensare alle cose migliori per sé, per dare soddisfazione alle proprie ambizioni, e sono capaci di grandi sacrifici e di grande impegno. Sono competitivi e determinati, sempre fiduciosi in se stessi. La loro forza è la capacità di essere credibili, mostrando sempre uno stile assertivo nella comunicazione, e sono senza scrupoli – talora – quando si accorgono di poter manipolare gli altri.

A volte gli alfa non sono tali, ma solamente dei gran narcisisti, non realmente bravi e intelligenti, persone guida e responsabili, ma molto bravi a fingere. Non è possibile che un vero alfa basi il suo (presunto) carisma di leader sulla falsità, poiché prima o poi il gioco viene scoperto. Il narcisista, a differenza del vero alfa, ha bisogno di sottolineare continuamente le sue capacità e i suoi successi e, se ha potere, gode nel sentirselo ricordare dagli altri. Anzi, i suoi subalterni devono sapere che una delle principali attività loro richieste, se vogliono mantenere la posizione raggiunta, è l’adulazione del capo (fino all’adorazione, come ai tempi delle sovranità assolute e divinizzate, si pensi alle monarchie orientali, ma anche ai capimafia et similia), un continuo riconoscimento di superiorità nei confronti di tutti gli altri.

Molto spesso il “falso alfa”-narciso è anche geloso e permaloso. A volte è perfino invidioso, arrivando a soffrire per i successi altrui, quando l’invidia si trasforma in odio. Attenzione: l’invidia è la deformazione “patologica” della gelosia, ed è il secondo per gravità (dopo la superbia) dei sette vizi capitali, secondo la morale classica. Tipi di questo genere di solito temono i talenti più giovani, perché sono fondamentalmente insicuri e hanno paura che chi vale di più gli porti via il posto e soprattutto il potere. Queste caratteristiche sono tipiche di chi in realtà non è un vero leader, ma è un capo (ove lo sia) fasullo. Ne conosco alcuni, e tu, caro lettore? Fai attenzione: spesso queste figure ci tengono anche ad apparire virtuose, giuste, perfette (o quasi). E non scordiamo che spesso il narcisismo è così grave da configurarsi come una vera sociopatia, a volte assai pericolosa per gli altri, come ci spiegano gli psico-criminologi, e gli psico-thriller americani, così ben fatti da sembrare cronache.

Ora facciamo un gioco, mio caro lettore… quanti maschi o femmine alfa, o falsi-alfa, o narcisi conosci? Che lavoro fanno? A che classe sociale appartengono? Hanno “inventato” più o meno da soli la loro crescita o sono “figli/ figlie di papà”? …

Io ne conosco non pochi, dell’uno e dell’altro genere, ma qui non farò nomi, perché mi limiterò a descriverne alcuni per caratteristiche tali da dipingerli con una certa cura ed eventualmente farli riconoscere – con indubbio gusto – da qualche mio lettore. E infine a proporre un elenco molto incompleto di alfa, molto, molto diversi tra loro.

Idealtipi “weberiani”: abbiamo il cinico-opportunista-curioso, oppure il falso-umile, oppure ancora l’attore-giocoliere, o… ad libitum, tanti da riempire il capitolo di un testo di caratterologia psicologica.

Vediamo qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto senza essere maschio “alfa”: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Questo signore di buone maniere, ma non poco superbo, è uno dei trecentomila e più avvocati presenti sulla piazza italiana, nulla di più, con rispetto parlando della sua professione, ovviamente.

Un altro che non merita alcun riconoscimento leaderistico da maschio alfa, carisma a zero è Dimaio: proprio stamattina ha affermato in un’intervista che “ciò che si è fatto durante la pandemia, caratterizzato dalla trasparenza permette di evitare gli errori del futuro“, del o nel futuro? Bah.

Invece qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto, essendo veramente un maschio “alfa”: Antonio Conte, l’allenatore dell’Inter. Stesso cognome del capodelgoverno, diversissima caratura di personalità; oppure un tipo come Boris Johnson, o come Putin, o Kurz? chi dei tre lo è? Kurz certamente no, inquietante giovinetto democristiano che starebbe bene con la divisa della Hitlerjugend,…forse lo è, invece, l’omonimo colonnello Kurz di Apocalypse Now, che ne dici, caro lettore?

Sicuramente Pericle era un maschio alfa, Milziade e Temistocle pure. Gesù di Nazaret (e in che modo!) Giovanni di Patmos, e Paolo di Tarso…

Salah el-Din lo era, il conte Raimondo di Tolosa (Prima crociata) pure, Timur-Lenk, Genghis-Khan, Siddharta Gautama (il Buddha), Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, diversi imperatori romani, sì, certamente, fin da Cesare Augusto, Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Antonino Pio, Diocleziano, Costantino, tutti maschi “alfa”.

Maschi alfa erano diversi papi, come Gregorio Magno, Gregorio VII, Bonifacio VIII, Innocenzo III, Giulio II, Pio II (Enea Silvio Piccolomini), quello che faceva lavorare Bernardino di Betto, chiamato il Pinturicchio, Karol Wojtyla e qualche altro. Maschio alfa anche don Rodrigo de Borja, cioè Alessandro VI, padre di Lucrezia e Cesare Borgia, con dei difettucci, ma alfa.

Politici e militari italiani come Lorenzo il Magnifico, Bartolomeo Colleoni, Giovanni de’ Medici (delle Bande Nere) il Conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Francesco Crispi, Giovanni Giolitti, Benito Mussolini, Filippo Turati, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Aldo Moro (nonostante il suo stile garbato, che non significa “mancanza di p.”), Benedetto Craxi, Enrico Berlinguer, Silvio Berlusconi. Ai nostri tempi, nessuno, neanche Renzi e Salvini, che si credono tali: alla grossa questi due lo sono (alfa), ma i difetti che mostrano, soprattutto l’arroganza e la politica urlata, finiscono con il nullificarne il carisma. Si vedrà.

Maschi e femmine alfa erano santi e sante come Francesco d’Assisi (Giovanni di Pietro di Bernardone), Antonio da Padova (Fernando de Soana), Caterina de’ Benincasa (da Siena), Teresa d’Avila, san Juan de la Cruz, Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce), Giovanni Bosco, padre Pio da Pietrelcina, tra non pochi altri.

Artisti e poeti/ scrittori/ attori e registi come Fidia, Omero, Publio Virgilio Marone, Quinto Orazio Flacco, Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca, Ludovico Ariosto, William Shakespeare, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Fedor Dostoevskij, Honorè de Balzac, Gustave Flaubert, Charles Dickens, Jane Austen, Lev Tolstoij, Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci, Michelangelo Merisi-Caravaggio, Gianlorenzo Bernini, Johann Sebastian Bach, Georg Friedrich Haendel, Ludwig van Beethoven, Richard Wagner, Giuseppe Verdi, Lev Tolstoj, Gabriele D’Annunzio, Pablo Picasso, John Lennon, Miles Davis, Charlie Chaplin, Stan Laurel, Spencer Tracy, Katherine Hepburn, Stanley Kubrick, Robert De Niro, Jean Reno, Clint Eastwood, Federico Fellini…

Di altre nazioni e tempi, capi come Abramo, Mosè, Ramses II, re Davide, Giulio Cesare, Publio Cornelio Scipione, Gneo Pompeo, Alessandro il Grande, Federico II (Stupor mundi) di Svevia, Carlo V d’Asburgo, Pietro I il Grande, Caterina II di Russia, Napoleone, Cromwell, Lincoln, De Gaulle, Wladimir I’lic Ulianov (Lenin), Josip Dgiugasvilj (Stalin), Lev Bronstein (Trotskij), Josip Broz (Tito) Michail Gorbacev, Franklin D. Roosevelt, Mao-Tze-Dong, Ciu en Lai, Deng Hsiao Ping, John e Bob Kennedy, Margaret Thatcher, Bill Clinton, Angela Merkel, tra altri, non pochi. Certamente maschi “alfa” anche se non privi di difetti e di narcisismo (Mussolini, Stalin, Hitler, Raynard Heydrich, questi ultimi tre “alfa” di malvagità terrificante).

Filosofi come Platone, Aristotele, Eraclito, Parmenide, Epicuro, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, il beato Giovanni Duns Scoto, sant’Anselmo d’Aosta, san Bonaventura da Bagnoregio, Renè Descartes, Johann G. Leibniz, John Locke, David Hume, Immanuel Kant, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Friedrich Schelling. Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein…

Nello sport secondo me sono stati e sono alfa: Costante Girardengo, Alfredo Binda, Gino Bartali, Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Bernard Hinault, Francesco Moser, Eddy Merckx, Franco Baresi, Armando Picchi, Gianni Rivera, Valentino Mazzola, Diego Maradona, Nereo Rocco, Helenio Herrera, Alfredo Di Stefano, Nino Benvenuti, Gianpiero Boniperti, Mohammed Alì, Valentina Vezzali, Sugar Ray Leonard, Alberto Juantorena, Gigi Riva, Ferenc Puskas, Luis Suarez (quello dell’Inter, non il dentone antipatico del Barcellona), Bobby Charlton, Gigi Meroni, Gaetano Scirea, Mario Kempes, Franz Beckenbauer, Daniel Passarella, Francesco Totti, Giorgio Chinaglia, Socrates, George Best, Roberto Mancini…

E questo discorso potrebbe continuare a lungo, ma ce n’è già abbastanza per riflettere.

La dialettica serve per analizzare, discutere, approfondire, concordare

Cari lettori,

non possiamo esimerci dal trattare – di questi tempi nei quali il pensiero critico, che è largamente in crisi, deve essere ripreso – il tema della dialettica, come arte della discussione fra diversi.

I tempi che viviamo sono di crisi profonda dell’umano che, da un lato ha un po’ perduto l’abitudine al ragionamento logico, dall’altro si sta dotando di strumenti sempre più sofisticati, per lavorare e per innovare: ad esempio, l’Intelligenza artificiale (A.I.), rischiando di perdere di vista la sua primazia decisionale, se si illude che la “macchina” possa sostituirlo anche oltre l’ubbidienza meccanica ai programmi informatici e agli algoritmi necessariamente predisposti da egli stesso (l’uomo). In questa situazione forse si pone anche l’esigenza di considerare una dimensione aggiornata della Scienza etica, aggiungendo una “famiglia” alle varie già esistenti, come l’utilitarismo, l’edonismo, il deontologismo, il culturalismo, l’emotivismo, il finalismo, etc., intendo l’algoetica: ovvero l’etica degli algoritmi, che non possono mettere a repentaglio quella Finalistica, dove l’uomo è il Fine e non mai il mezzo dell’agire libero (ancora e sempre Kant!).

La dialettica si colloca fra i più praticati strumenti logico-argomentativi della filosofia, insieme con l’analisi, l’analogia e la sintesi. In dialettica si pongono in relazione due tesi differenti basate su assiomi anche contrapposti. Platone, nei suoi Dialogi, la simboleggiava mettendo di fronte a discutere due personaggi, e quasi sempre uno dei due era Socrate, e dunque Socrate versus Eutifrone, Socrate versus Gorgia, Socrate versus Protagora o Alcibiade, etc., ambedue gli interlocutori impegnati nella ricerca della… verità. Nientemeno.

Platone e Aristotele discutono animatamente (bassorilievo di Luca della Robbia)

Come sempre parto dall’etimologia. In greco antico dialettica deriva dal verbo dià-legein (cioè «parlare attraverso», ma anche «raccogliere») + tèchne, vale a dire l’ “arte” del dialogare, e del raccogliere, riunire insieme.

Prima del grande Ateniese, però, già i pensatori Eleati, come Zenone, allievo di Parmenide, avevano sperimentato questa modalità di discussione. Egli utilizzava la dialettica per confermare le sue dimostrazioni per assurdo, al fine di provocare un contrasto forte con l’interlocutore, e giungere alla “verità” usando il principio di non contraddizione, come in questo caso: l’essere è e non può non-essere e, conseguentemente, il non-essere non è e non può essere. L’arma dialettica usata dagli Eleati erano i paradossi, cioè racconti apparentemente assurdi, ma in realtà perfettamente logici.

Tornando ai Dialogi platonici, osserviamo come Socrate si muove dialetticamente cercando e trovando contraddizioni nel pensiero altrui, cogliendone le debolezze argomentative e le tautologie. In questo modo, ad esempio, nel dialogo Eutifrone, confonde il suo interlocutore, il quale dà il nome al dialogo, quando questi definisce la pietas come virtù solamente divina, mentre Socrate gli ricorda che gli Dèi olimpici sono più impegnati a litigare fra loro invece di curare i bisogni degli esseri umani che li invocano. Di fronte alle argomentazioni socratiche, Eutifrone non può ammettere solamente le più robuste ragioni di Socrate, specialmente quando il Maestro gli mostra che, se si dovesse ammettere la pietas degli dei bisognerebbe anche – altrettanto – ammettere la loro em-pietas (empietà), la quale cosa sarebbe contraddittoria e perciò assurda.

Il modo di procedere socratico-platonico ha un nome preciso, la maieutica, cioè la capacità e il metodo di scavare in profondità nelle affermazioni espresse, individuandone i punti di debolezza e le contraddizioni logiche, che perciò stesso sono inaccettabili. In tal modo, secondo Socrate, si può percorrere la strada della verità, scopo primo e ultimo della filosofia.

Su una posizione completamente diversa si ponevano i sofisti, tra i quali i nomi maggiori sono quelli di Protagora e di Gorgia: per costoro, non era importante cercare e trovare la verità delle cose, obiettivo che implica la scelta di un’etica dedicata al Bene, ma semplicemente essere capaci di convincere gli altri, in ogni caso, come conviene nell’interesse privato. In altre parole, per costoro, l’arte della persuasione, o eristica, era più importante del conseguimento della verità. Per Platone costoro non erano neppure filosofi, ma filo-dossi, cioè ricercatori che si fermavano all’opinione (da dòxa, cioè opinione, in greco antico) che poteva fare al caso loro. Non altro.

Primo studioso della dialettica, si può considerare Platone, il quale attraverso essa riteneva possibile individuare il molteplice al fine di procedere per successivi approfondimenti analitici fino all’idea (della cosa), cioè alla sua realtà più profonda, e vera, che si struttura in una sua unità imprescindibile.

Per Platone la dialettica era l’espressione più pura della filosofia stessa, e manifestazione di quella attività desiderante che egli chiama, senza tema, direttamente eros. Per lui l’eros è il motore del mondo e delle vite di tutti gli uomini e donne. Eros come desiderio di sapere per bene agire, (sarà la recta ratio agibilium di Cicerone, Seneca, Agostino e Tommaso d’Aquino) per vivere una vita veramente virtuosa orientata al Sommo bene.

Ecco: il vertice di ogni tendenza esistenziale è la ricerca del Bene, come Fine ultimo e come obiettivo di tutta la Conoscenza (si pensi qui ai famosi versi danteschi “Nati non fummo… , ma per seguir virtude e canoscenza). Il Bene è dunque il massimo di “essere” di ogni cosa e di ogni vita. Ma questo procedimento è utile anche per la conoscenza del mondo sensibile. Un esempio: per avere un’idea del colore, bisogna prima avere un’idea del bianco e del nero, del rosso e dell’azzurro, del verde… e così via. Vi è una gerarchia ascendente nel processo conoscitivo dell’intelletto umano, e questa gerarchia viene conosciuta solo mediante una progressione concettuale, che semplifica e definisce sempre meglio i concetti.

La dialettica è la metodica indispensabile per costruire un percorso atto a conoscere tutte le relazioni del molteplice, per giungere a una ricostruzione logica di questi collegamenti che stanno a fondamento della realtà. Epperò, per Platone, la più alta forma di conoscenza è la via dell’intuizione, che precede addirittura l’esperienza, attraverso la ricerca delle contraddizioni e la confutazione (che si definisce, in logica, attività elenctica) delle illogicità e degli errori.

Aristotele, dopo Platone, pur tenendo conto della lezione del suo maestro, introduce altri elementi. Ad esempio, pur accettando la modalità della dialettica, egli introduce la logica, che lui chiama analitica, per studiare il metodo deduttivo, che prevede l’uso del sillogismo, che diverse volte ho proposto in questo mio sito. Aristotele propone dunque la dialettica come sapere che concerne le opinioni, mentre la logica la ricerca della verità.

Gli stoici cercano di mettere vicino la logica e la dialettica, sostenendo che questa è la «scienza del vero e del falso, e di ciò che non è né vero né falso», in senso sia deduttivo sia ipotetico. Con questa scuola filosofica la dialettica non si basa più solo su assiomi ritenuti “veri”, ma accetta qualsiasi premessa, per poi dirimere nella discussione la veridicità degli asserti che man mano vengono scambiati e alla fine anche condivisi tra gli interlocutori. Le frasi ipotetiche introdotte da un se, oppure da un poiché, o da un ovvero, potevano così entrare a pieno titolo nel modo della ricerca della verità tramite la dialettica.

La fiducia nel lògos, in qualche modo, era fiducia nell’umana intelligenza, che sarebbe stata sempre capace di dirimere il vero dal falso, il buono dal malvagio, il giusto dall’ingiusto, il corretto dallo sbagliato.

La filosofia medievale si colloca all’interno delle sette arti liberali, Veniva presentata agli allievi degli studia come una materia letteraria che curava la logica: dialettica, allora, era quasi sinonimo di filosofia, sulle tracce dei grandi latini Cicerone e Seneca, di Agostino e di Severino Boezio, Tommaso d’Aquino è stato il grande maestro di quei tempi. Dialettica era al tempo pressoché sinonimo anche di razionalità, per cui chi la praticava era chiamato proprio “dialettico”, cioè filosofo, cioè logico. Essa serviva anche ad indagare le verità di fede nella Teologia scolastica. A quei tempi, però, non mancavano gli anti-dialettici, i quali ritenevano che i dogmi della fede, e quindi la Teologia, dovessero esser tenuti rigorosamente distaccati da ogni procedimento logico. Iniziava allora il lungo e faticoso dibattito tra scienza fede, che è durato, possiamo dire, fino a papa Paolo VI.

Verso la fine del XVIII secolo Immanuel Kant si dedicò alla dialettica intendendola come una logica dell’apparenza, per cui la ragione non può pretendere di avere una conoscenza generale se prescinde dai fenomeni. La dialettica serve dunque a smascherare gli inganni di una conoscenza solo “trascendentale” e non fenomenica.

Fichte e Schelling considerarono la dialettica come esercizio critico capace di far sì che l’Io del soggetto (umano) riesca a conoscere il rischio, assolutamente da evitare, che ciò che non ricade sotto il suo dominio, possa essere scambiato per realtà o addirittura per verità indubitabile, certa ed evidente, incontrovertibile. Epperò la dialettica, per questi idealisti, che riprendono in parte il pensiero platonico, è e rimane un mezzo della conoscenza, non potendo – di per se stessa – cogliere l’Assoluto, poiché l’Assoluto è in qualche modo creatore-di se-stesso, mentre Chi crea il mondo è l’Io, e non altri attori.

Siamo nel centro dell’Idealismo tedesco dell’800, che tanto avrebbe dato alla filosofia, ma anche ispirato interpreti di male intenzioni, nel secolo successivo.

Fichte fu il primo, poi seguito da Hegel, a introdurre la triade in sequenza «tesi, antitesi, sintesi», poi ripresa da Schelling nel trattato del 1795 L’io come principio della Filosofia o sul fondamento della conoscenza umana. Questo Io, per i due pensatori, si può intuire contrapponendo Spirito e Natura, dove il polo soggettivo dello Spirito, appunto, intuisce in modo trascendentale la verità delle cose, ma senza riuscire a centrare completamente l’obiettivo, nella prassi quotidiana: solo l’intuizione estetica, quasi come un’anticipazione gestaltica (se il lettore non considera tale accostamento un puro azzardo teoretico)

Sicuramente è stato Hegel a completare una sorta di ri-fondazione della dialettica. Egli la portò ad essere, da strumento e mezzo della filosofia, ad essere la filosofia stessa, per la conoscenza della verità. E con ciò si distaccò nettamente dall’uso e dalla concezione che di essa aveva la tradizione platonica, dai tempi del Maestro ateniese.

Dio stesso, per Hegel, si può manifestare essenzialmente attraverso la dialettica, mostrandosi per quello che è, Sintesi suprema dello Spirito nella Storia. La tavola successiva può spiegare le differenze radicali fra l’antico idealismo classico e quello ottocentesco.

Cito una breve definizione, che mi pare chiara: “Mentre la logica classica partiva da un punto A del tutto a priori rispetto all’esito del ragionamento (B), nella dialettica hegeliana il flusso logico che va da A a B torna a convalidare la tesi iniziale in una sintesi onnicomprensiva (C).

Per Hegel l’atto della conoscenza, che è gnoseologico, cioè di “critica della conoscenza”, diventa perciò stesso ontologico. Conoscere e pensare l’essere diventano la stessa cosa. Una rivoluzione che mette in crisi tutta la filosofia precedente, traendo il suo fondamento da Descartes, che pose il pensiero di sé come auto-fondativo della conoscenza (penso dunque sono). Il fondamentale principio classico di non-contraddizione viene messo così in mora. La logica formale, per il tedesco, perde di consistenza per una logica che si può definire sostanziale.

Mi permetto di dissentire almeno in parte, nel mio piccolo, in quanto la “formalità” è ciò che dà sostanza alla conoscenza e alla sua definizione, appunto, formale. A mio parere si può accettare che il flusso (di chiara origine eraclitea) proposto dagli idealisti tedeschi fra tesi/ antitesi/ sintesi (continuamente iterato) possa essere plausibile, poiché pone in serie un ordine conoscitivo progressivamente sempre più capace di avvicinarsi alla verità, ma, di contro, ogni risultato parziale mantiene la formalità del flusso logico, che è ordinato e ripetitivo. In altre parole la statua terminata di Canova o di Rodin (per non citare sempre nei miei scritti il David michelangiolesco), è una sintesi formale, così come è stata raggiunta in situazione, nei limiti dell’umano, pur nell’intuizione eidetica dell’arte scultorea.

Certamente, la dialettica a spirale di Hegel può rispondere meglio di quella classica, più rigida, al processo conoscitivo che è dinamico, come peraltro ha mostrato la rivoluzione scientifica da Galileo in poi, poiché esprime una dinamicità che rappresenta meglio il divenire della storia umane e anche le vicende dei singoli esseri umani, ma ciò non toglie che ogni tesi raggiunta necessiti di una pausa formale, come accade nel respiro polmonare, per cui dopo la coppia inspirazione/ espirazione si dà (si può dare) un momento di pausa, quasi riflessiva del corpo che, pur vivendo di movimenti involontari è pur sempre governato dal pensiero: l’uomo può anche trattenere il respiro: si pensi ad esempio al nuoto in apnea… Ecco, mi pare si possa dire che anche nel processo logico-dialettico occorrano momenti di apnea, per riprendere poi il flusso vitale (conoscitivo).

Vale la pena, però, di ricordare come Schelling, notoriamente avversario teoretico di Hegel, diversissimo da lui, più “romantico” e meno accademico, manifestò il suo disaccordo dal più affermato professore (che peraltro era un teologo di formazione), denunziandone un limite fondamentale: per Schelling, come ben spiega il caro collega Giorgio Giacometti nel testo del suo Dottorato di Ricerca, Giorgio Guglielmo Federico Hegel finiva con lo scambiare ciò-che-è-soggettivo per oggettivo, e in particolare la nostra percezione degli oggetti, che “dice” e conferma la loro irriducibile differenza e diversità: non sono gli oggetti stessi, ma la nostra percezione, a renderli unici, anche se costruiti in serie, essendo l’Io l’Assoluto creatore di ogni cosa percepita.

Come si può dare torto a Schelling se ognuno di noi “vive” le cose in modo differente da ogni altro. Chi come me prova i brividi dovuti alla presenza del “sacro” davanti alla parete del Monte Peralba? Certamente molti appassionati di montagna, ma di sicuro in modo diverso da me: i brividi del sacro sono i miei, solo i miei. Il divenire, per Schelling diventa storia, perché questo divenire è Dio-stesso-che-si-fa-storia. Siamo certamente di fronte, sotto il profilo teologico, a un panteismo che echeggia non pochi legàmi con la tradizione orientale, specialmente hinduista, ma senza procedere lungo la strada facilissima del sincretismo.

Soeren Kierkegaard non credeva alla triade hegeliana, perché a suo parere incapace di cogliere, ad esempio, le contraddizioni di un’etica che sia chiaramente declinata in base alle virtù umane e cristiane. Fare il bene, per il filosofo danese, non può essere il mero risultato di un movimento dialettico, ma esito di una scelta consapevole della ragione e del cuore. Non tanto, dunque, un et-et, ma un inevitabile aut-aut.

Nelle sue Considerazioni inattuali, Friedrich Nietzsche contesta a Hegel la pretesa di ordinare tutta la conoscenza e tutta l’infinita congerie delle “cose della vita” in un sistema/ struttura/ costrutto assolutamente ordinato, perfetto, nel senso di concluso, finito, e perciò… “morto”, ché in latino il participio passato perfectum significa appunto de-finito-finito-morto.  Per il pensatore di Roecken la cultura tedesca è caratterizzata anche da idoli pericolosi, che giustificano in qualche modo – sempre – ogni accadimento della Storia, come se fosse, non solo ineluttabile, ma necessario, nel senso etimologico del termine: necessario, dal latino nec-cessat è un qualcosa di inevitabile e di “giusto”. Nietzsche non può accettare che l’uomo, con la sua possibilità di cambiare per diventare se stesso, con la sua volontà-di-poter-essere-(diventando)-quello-che-è (la volontà di potenza bene intesa), sia come imbalsamato in un flusso di eventi sui quali non ha alcun potere.

Karl Marx fu hegeliano secondo la sua visione del mondo e della storia cui i filosofi avrebbero dovuto applicarsi, ma non soltanto per conoscerle, bensì per cambiarle, e in modo rivoluzionario. Il filosofo di Treviri non si pose il problema di Dio se non per criticarlo come una nozione inutile e anche dannosa (che strano, un ebreo ateo, ma millenaristico, a sua… insaputa. Il Vangelo di Gesù è più potente di qualsiasi grande pensatore, si vede).

Il suo materialismo storico fu chiamato dal suo collega e amico Engels materialismo dialettico, tanto per tornare nel flusso della storia del pensiero filosofico che qui sto richiamando. Le classi sociali, la borghesia e e il proletariato, sono i due soggetti che nella triade (sempre hegeliana, idealista, pertanto, caro dottor Marx, non sei riuscito a scappare dall’idealismo!) si confrontano e si scontrano, necessariamente (qui emerge di nuovo, oltre all’involontario maestro, Hegel, anche il vecchio grande Baruch Spinoza); due soggetti che si contrappongono nell’ambito della dialettica fra strutture economiche e sovra-strutture culturali. Ed è la rivoluzione sociale e politica il momento in cui la dialettica si avvera, in un cambiamento radicale della società e della storia. Poi sappiamo come è andata a finire.

Arthur Schopenhauer, agli inizi del XIX secolo, anch’egli, come Schelling, anti-accademico (però molto geloso di Hegel), volle distinguere in modo netto la logica, sola disciplina preposta alla ricerca della verità, dalla dialettica, che deve essere intesa come l’arte del discorso e della persuasione: si può dire che nella sua visione torna in campo l’eristica dei sofisti antichi, vale a dire la capacità di mostrare la validità delle tesi sostenute, non tanto perché fondate su verità incontrovertibili, ma sull’abilità di ottenere ragione. Secondo questo filosofo un po’ strano,e molto amato nei salotti dove si preferisce la lettura di aforismi piuttosto che di tesi strutturate (è più facile e meno faticoso) sarebbe più importante prevalere in una battaglia verbale, specie davanti ad un pubblico (in questo modo sembra echeggiare i nostri talk show, piuttosto che la lectio magistralis documentata e rispettosa delle fonti). A tale scopo lo Schopenhauer propone ben trentotto metodi dialettico-retorici evinti dai filosofi classici.

La sciando qui perdere Croce, a mio parere filosofo sopravvalutato, due parole su Giovanni Gentile voglio proporre. Il filosofo siciliano, abbattuto dalla stupidità settaria, torna a quella parte del pensiero idealista ottocentesco (più di Fichte che di Hegel) che apprezza il ruolo della coscienza come principio del reale, ma come atto (di coscienza), solo modo e ambiente nel quale è possibile conoscere. Il pensiero, per Gentile, deve essere sempre attivo e pensante, in tutte le sue dimensioni anche psicologiche, non solo logiche, mentre il pensiero pensato ha il limite della sua finitezza temporale. L’attualismo gentiliano, si può dire, è una delle “forme” filosofiche più interessanti e foriere di sviluppo della contemporaneità, anche per la filosofia pratica, che frequento assieme ai miei colleghi di Phronesis. Ovviamente, questo è il mio parere, che confronto volentieri con i colleghi in un ambito associativo dove sono di casa tutte le scuole filosofiche, se proposte con rispetto e capacità di ascolto. Mi piace essere considerato un aristotelico-tomista con sensibilità kierkegardiane, nietzscheane, gentiliane e perfino severiniane. Non a caso sono un rispettoso lettore del mio conterraneo padre Cornelio Fabro, tomista-kierkegardiano, sacerdote cattolico e pensatore libero (non libero-pensatore).

In teologia ho interesse per Anselmo, ma anche per l’agostinismo-tommasianesimo, senza trascurare Karl Barth e Joseph Ratzinger. La teologia scientifica, per me, non si oppone frontalmente a quella “negativa” o apofatica, tipica della mistica medievale. Dio, pertanto, è e resta l’interlocutore dell’uomoche-pensa-se-stesso e pensando se stesso si accorge (cioè, etimologicamente, si corregge) della sua finitezza di “ente”, e del fatto che il suo “essere-un-ente-finito” rinvia a un “essere” non finito, o infinito: qui la dialettica platonica, la maieutica, ma anche quella idealistica ottocentesca, possono convivere con la filosofia realista della tradizione aristotelico-tommasiana senza anacronismi antiscientifici e sincretismi buonisti. Anche Heidegger, con il suo concetto di verità come alètheia, o non-nascondimento, può aiutarci a comprendere l’assoluta Grandezza.

Percorrendo l’ultimo tratto della storia della dialettica, anche se con mille e mille limiti, mi imbatto in Jean-Paul Sartre, che scrisse una Critica della ragione Dialettica, atta a spiegare la sua adesione al marxismo comunista, ma evitando il profilo assolutista e settario della dottrina marxiana. Non riuscì a non farlo. In ogni caso, per Sartre “l’uomo è condannato a essere libero”, e pertanto trovò nello stalinismo una buona ragione per staccarsi progressivamente da quelle dottrine. Questa libertà si esprime, appunto, nella inevitabile dialettica che esiste tra le diverse posizioni espresse nel pensiero soggettivo. Per lui non può darsi alcuna costrizione al pensiero, per cui l’idealismo hegelian-marxiano diventa una gabbia insopportabile. La libertà è assoluta e incondizionata (noi sappiamo che non è vero, e questo è uno dei limiti del pensiero sartriano). Il filosofo francese resta comunista ma non filosoficamente, essendo fortemente contrario al determinismo che comportava soprattutto la versione engelsiana del marxismo.

L’uomo, secondo Sartre, non è una realtà-in-sé, ma una realtà-per-sé, vale a dire un ente che resta libero (nei limiti dei flussi circostanziali e di vettori non controllati dal soggetto, nota mia) di essere un per sè, proiettato al di là di se stesso, alla ricerca di un valore fondante che tuttavia ricerca sempre senza trovarlo mai.

Sartre è a-teo, e pertanto non si pone l’entità di Dio come Fine. 

Evito, infine, di citare la Scuola di Francoforte e Karl Popper, per fermarmi all’autore che mi pare abbia portato un ultimo contributo originale alla storia della scienza dialettica, cioè Sartre.

Il mio impegno, limitato e imperfetto, nella redazione di questo breve saggio, serve per contribuire a riportare al centro dell’interesse intellettuale di chi vuole e di chi può tra coloro che mi leggono con pazienza, il tema della dialettica come sapere strutturato e complesso, profondo e onesto, a fondamento della qualità relazionale e dei suoi strumenti comunicativi.

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