Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’ente e il ni-ente, una piccola lezione di metafisica

Si può anche scherzare sulle due prime parole del titolo.

Scrissi vent’anni fa un pezzo un poco “metafisico” che divertì più d’uno, pezzo in parte ispiratomi dal padre Giuseppe B., domenicano di Bologna, professore di metafisica, ontologia e teologia filosofica. Eccolo.

Se l’ente è,/ non è il ni-ente,

perché se fosse il ni-/ ente non sarebbe/ l’ente,

piuttosto, se sembra che/ l’ente balli il tango col ni-/ ente,

si tratta di un suo scomparire/ prima del nuovo riapparire/ (dell’ente).

Un calembour, un giuoco di parole? Anche no. Una sintesi metafisica del rapporto tra essere e nulla, cioè di come si può conoscere negando et ponendo tollens, vale a dir come si può considerare anche ciò che le cose non sono, ad esempio, come io-non-sono-te, mio gentil lettore.

La parola nulla può intendersi sia come mancanza assoluta di realtà, dall’etimologia latina nūlla – neutro plurale dell’aggettivo nullus-a-um (“nessuno”) – che si può rendere come “nessuna cosa”, sia  come contrario di qualcosa, lemma etimologicamente reso in latino con nonnihil (il non niente) dove viene utilizzato il termine nihil.

Nel linguaggio comune viene accepito come equivalente a niente: o non-ente come lo intende Heidegger.

La stessa teologia apofatica riesce a utilizzare il nulla per di Dio, nel senso che Dio è, anselmianamente, ciò di cui non si può dire alcunché di più grande: si può dire pertanto, secondo questa teologia, che Dio è il “nulla” di qualsiasi altra “cosa”. Non dimentichiamo che i musulmani hanno il centesimo nome di Dio che è impronunziabile, e gli ebrei nominano Dio in tanti modi, ma raccomandando di non pensare che siano il vero nome di Dio.

Il “nulla”, quindi, existit, esiste in sede logica, piuttosto che in sede metafisica, dove, come insegna Parmenide il nulla è nulla, non solo il nulla di qualcosa, essendo il non-essere, appunto, nulla. Non si può, di contro, trascurare, che -dicendolo- se ne ammette l’esistenza, nella verità di una parola: “nulla”, appunto.

Infatti, se l’ente è non è il ni-ente. Tutto ciò che è possiede un’essenza mentre l’essere si dà nell’essenza dell’ente. Se l’ente è il soggetto, l’essenza è ciò per cui l’ente è ciò che è e l’essere è ciò per cui l’ente è.

Che ne dici mio gentile lettore? Giochi di parole inutili? Forse no, ché le parole, se messe in ordine, fanno la realtà. Le parole sono oggetti che disegnano il significato concordato, e vengono da lontano. Hanno radici e mettono radici. A volte sono disprezzate, perché non conosciute, o forse per pigrizia.

Bisogna avere grande rispetto per le parole, e usare quelle giuste al posto giusto, i sostantivi, gli attributi, i verbi, gli articoli, le preposizioni, le particelle avversative, i sinonimi, i contrari, le parole composte e i sintagmi, i tempi e i modi verbali. Le parole, non solo significano le cose e i pensieri, ma danno loro anche coloriture diverse, a seconda di come sono usate.

Anche le parole astratte, che rasentano la metafisica, come “umanità” o “gattità”, cioè le caratteristiche dei gatti, senza contraddire la classificazione zoologica della specie felina. L’umanità è l’essenza dell’umano, mentre l’uomo è l’ente e la sua vita umana è l’essere.

La scienza moderna, iniziata con Galileo, ha giustamente liquidato gli errori marchiani della cosmologia aristotelico-tolemaica, ma ha fatto anche inutilmente strame della metafisica dell’essere. Oggi ci si sta accorgendo che questo pensiero è tutt’altro che obsoleto, a fronte delle sempre più interessanti scoperte della fisica delle micro particelle e dell’ambito macro. La dottrina dell’essere torna utile, quando Heisenberg spiega il principio di indeterminazione, o Hawking ipotizza universi paralleli.

Che cosa contraddistingue la realtà delle cose, così difficilmente definibili, se non una dottrina dell’essere, che torna, non solo platonico-aristotelica, ma addirittura parmenidea? L’essere è e il non-essere non è. Proviamo ad applicare Parmenide alla politica italiana contemporanea, facendoci alcune domande, anche se retoriche,  e perciò usiamo il verbo “essere” come ausiliare o come copula. Prima domanda: Di Maio ha un briciolo di cultura, cioè, è un poco colto? No, lo si deduce anche solo dalla sua affermazione che la Francia vanta una democrazia millenaria, cioè dai tempi degli imperatori Ottoni di Sassonia, e pertanto quest’uomo appartiene alla categoria del non-essere-colto: in qualche modo Di Maio non-è, vale a dire la sua essenza è sprovvista di cultura, lui come soggetto non-è colto e pertanto è ignorante: la sua essenza è l’ignoranza. E il suo essere? Il suo essere si dà come incolto e dunque è un non-essere-colto.

Il sillogismo, ancorché zoppicante, mostra indefettibilmente come questo politico e nulla più, non sia (provvisto di cultura), e pertanto, rispetto all’essere-colto, Di Maio non è, e infine non-esiste. E’ il nulla.

L’utilità di Parmenide e della metafisica al giorno d’oggi. Eh eh.

La forza della mente al centro e nelle periferie dell’anima e del corpo

«Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in tempi costruiti dalle mani dell’ uomo, né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo. Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. Dopo essere passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».

Così san Paolo davanti all’Aeropago di Atene come ci racconta san Luca nel libro del Atti degli Apostoli al capitolo 17 (22-31). Non ebbe successo, perché gli ateniesi filosofanti, come direbbe il professor Guccini, erano molto scafati con i parlatori di piazza, i sofisti ambulanti e i sapienti di tutte le scuole. Un fondamento di cinismo scettico li aveva permeati dopo cinque o sei secoli di altissima filosofia. Dopo Socrate, Platone e Aristotele, che per un secolo avevano calcato i selciati della gran capitale d’Ellade ragionando profondi pensieri, anche un Zenone di Cizio era arrivato al Pireo, e molti altri. E Paolo di Tarso, il fariseo ellenizzante era solo uno dei tanti. Perché un testo paolino per parlare di corpo, mente etc.?

Perché san Paolo introduce anche un terzo elemento nella sua visione antropologica, lo “spirito”, che lui distingue rigorosamente dalla mens, dal nous greco, o anima in latino. Egli ha presente lo pneuma, lo spiritus che spira,  il soffio, la ruah in ebraico. Ovvero ciò che, da un punto di vista ontologico ci “apparenta”, in qualche modo, alla divinità. Non per caso, l’Oriente ortodosso parla di divinizzazione dell’uomo. Paolo desidera rappresentare la dimensione altissima dell’uomo, che è “simile” a Dio come recita Genesi (1,27).

Le dottrine neuro-scientifiche contemporanee non si interessano a tutto ciò, ma si occupano d’altro, studiando l’evoluzione senza negare la trascendenza. Ci sono invece personaggi che intervengono su questi temi, senza arte né parte, come un sedicente “studioso” dal misterioso curriculum studiorum: parlo di Mauro Biglino. Questo signore, formatosi al liceo classico, di una umiltà presuntuosa stupefacente, afferma che “la Bibbia non parla di Dio” (cf. volume omonimo), recuperando un letteralismo sparito dal Cristianesimo dai tempi, non di Origene (III secolo), ma di Filone di Alessandria (I secolo) e presente oggigiorno solamente presso l’islam più radicale come il wahabismo tribale. Ripeto: la sua umiltà è solo apparente, come quella di tanti falsi modesti sulla piazza, molti dei quali conosco.

Anima, corpo e spirito. Connessi, o come se fossero tali. Oppure mente e corpo, come usiamo dire da duemila e quattrocento anni, dualisti come Platone.

Se qualcuno afferma che la mente può da sola cambiare le cose, magari guarendo una malattia grave, penso dica una fola. Non ci sono poche persone che lo sostengono, e sono le stesse per le quali il tumore si può curare con degli infusi, o i vaccini fanno male; persone che frequentano guaritori e sciamani che si fanno pagare, gente senza scrupoli, che illude e delude, facendo danni psichici e materiali immensi. Questi non credono allo sbarco dell’uomo sulla luna, ma pensano che le Torri gemelle siano state abbattute per ordine di Bush, e addirittura che la terra sia piatta. Frequentano adoratori di alberi e camere essudatorie, e a volte anche sedute spiritiche.

Costoro fanno del male soprattutto a loro stessi e lo fanno alle persone psicolabili che incontrano. Rabbia e pena mi fanno, ma sono disponibile ad aiutarle, se vogliono farsi aiutare.

Se qualcun altro, invece, sostiene, che la mente non c’entra nulla o quasi con le vicende del corpo e di tutta la persona, afferma una stupidaggine, come, sia gli antichi avevano intuito, e le scienze psicologiche e biologiche moderne e contemporanee hanno mostrato, lo psico-somatismo è una realtà, potremmo dire, quasi auto-evidente. La mente c’entra, eccome, con il corpo, perché convive con e nel corpo, anzi è corpo. Noi siamo, non “abbiamo”, mente e corpo.

Pertanto i processi di guarigione sono connessi come gli elementi di san Paolo, per cui si può dire che insieme contribuiscono alla guarigione di anime e corpi. Magari anche un poco pregando.

Il vaccino “radicale” contro le post-verità in un tempo di distopie cognitive, di disponibilità euristiche esagerate e di distorsioni delle conferme

Il titolo non è facile e lo spiego, quasi con una “legenda”. Qualcuno può anche rimproverarmi e dirmi “scrivi come mangi”, ma anche il cibo, nelle sue varie declinazioni e scuole e culture, non è semplicissimo, né semplificabile. sarebbe un insulto alla meravigliosa arte di tanti e tante chef operativi in tutto il mondo. In ogni sapere, se si vuol semplificare, lo si può fare, distorcendo e falsificando i “i pezzi di verità” che si riesce a cogliere con la pazienza, la perseveranza e l’umiltà della ricerca, come ben sapevano gli antichi pensatori e come hanno confermano anche i migliori epistemologi moderni e contemporanei, da Bayes a Popper.

Vediamo. Intanto, “radicale”: ebbene, qui non intendo il significato quasi sinonimico di “estremistico”, per cui si possono usare i sintagmi politologici di “destra radicale” o di “sinistra radicale”, ma intendo il termine riferito al movimento politico liberal-radicale del Secondo dopoguerra, che prese il nome dal radicalismo ottocentesco, ma si declinò in modi molto differenti, basandosi su basi dottrinali ed etico-politiche di chiarissima radice liberal-democratica. Di questo movimento-partito furono fondatori ed eponimi giornalisti come Ernesto Rossi e Mario Pannunzio, e politici come Marco Pannella. Forse un altro filone originante il movimento radicale contemporaneo si può rinvenire negli afflati liberal-democratici e socialisteggianti di Giustizia e Libertà dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e di Emilio Lussu. I meriti indubbi di questa piccola pattuglia di colti idealisti ebbe grandi meriti nella modernizzazione del pensiero laico italiano ed europeo su tanti temi. Qui ne ricordo uno che mi sta particolarmente a cuore: il Diritto alla Conoscenza, diritto molto sottovalutato e a volte negletto in questi tempi di tempesta mediatica e di attacco alla scienza come dimensione essenziale del sapere umano. A me basti ricordare che ciò che mi è capitato nel 2017 forse sarebbe stato rapidamente mortale trent’anni prima. E Invece…

Prima di tutto è bene ricordare il gravissimo errore, molto diffuso, che si sente fare quando si avalla la distinzione radicale tra le due culture, quella “scientifica”, cioè la matematica, la fisica, la biologia, la geologia, la medicina e via andando, e quella “umanistica”, cioè le lettere, la filosofia, la storia, le varie antropologie, etc.. In realtà, se vogliamo finalmente superare questa angusta distinzione, basta ammettere che tutti i “saperi” sono, sia scientifici, sia umanistici, a seconda dello statuto epistemologico che si adotta. Per spiegarmi meglio porto qui due esempi che già altre volte utilizzai in questa sede e altrove: 1) se il prof. Stephen  Hawking o il prof. Roger Penrose, dalle cattedre di Cambridge o di Oxford si pongono (se la sono posta) la questione dell’origine dell’universo o dei buchi neri, trattano pienamente un tema fisico e astrofisico, e quindi scientifico; se gli stessi, in una conferenza, si pongono la questione del “perché” esistono (anche per loro stessi) quei temi o quegli oggetti che gli interessa studiare, trattano un tema filosofico, fors’anche religioso e senza dubbio umanistico. E dunque, come si vede, le due culture, i due saperi non sono staccati e contrapposti, ma possono, non solo coesistere, ma anche darsi una mano. Un altro esempio: 2) se il prof. Giovanni Frau, insigne filologo e friulanista, si affatica su tassonomie di antichi sememi delle lingue ladine, tra le quali il friulano, e le compara tra di loro e con altre di diversi ceppi, fa un lavoro senz’altro scientifico, ma se si viene a salutarmi dopo una mia conferenza, complimentandosi con me per la stessa, dicendo con affettuosa ammirazione “Lei è…. bla bla, la sua conferenza è statala ho molto apprezzata“, il suo giudizio agisce su un piano culturale, relazionale e magari storico-filosofico, e dunque pienamente umanistico.

Continuiamo a lavorare sul “titolo”.

Oggi molti parlano e scrivono di post-verità, cioè dell’ammissibilità della menzogna come oggetto cognitivo e moralmente accettabile, perché inevitabile. In altre parole: se in politica giova dire il falso come “insegna” ogni giorno quel gran bugiardo di Trump, o i piccoli bugiardi della politica attuale, specialmente il due “Diqualcosa“, machiavellicamente ciò va accettato come inevitabile, per cui, siccome è impossibile avviare un’analisi veritativa logico-scientifica per ogni affermazione o tesi, in quanto non c’è tempo, tanto vale lasciarla lì in balia del rapidissimo mutare delle opinioni e della valanga di tesi successive che immediatamente la seppelliranno. Purtroppo non in una valanga di risate, poiché a volte hanno tempo di fare danni indicibili. Queste approssimazioni, queste falsificazioni, figlie di superficialità e arroganza permeano molti ambienti. A me capita, non raramente, di assistere alla pervicace conferma di un errore concettuale, nonostante la segnalazione dello stesso, o da parte mia, se l’argomento è di mia pertinenza, o citando un testo o tesi affidabili, verificabili e solide.

Ciò provoca, ovviamente, distopie cognitive, vale la dire il convincimento di essere-nel-giusto, anche se non lo si è. Perché accade tutto ciò? Certamente perché quasi tutti hanno poco tempo per documentarsi seriamente, oppure non lo ritengono indispensabile, fidandosi del profluvio informativo del web. Faccio un esempio: se devo trattare in una relazione o in un corso il tema etico dei valori, so bene che la documentazione richiesta è immensa, partendo dal significato etimologico, dalla storia dell’accezione del lemma, per continuare con le tesi filosofiche, teologiche e generalmente antropologiche su di esso. Devo poi fare un lavoro di contestualizzazione del suo uso, senso e significato nelle varie culture e tempi. Un lavoro serio, mai banale, impegnativo, lungo.

Una delle ragioni per cui si è giunti a questo punto, ovvero delle cause, non solo correlative (oh quanta gente fa confusione fra causazione e correlazione, e poi tra causa e caso!), sono le disponibilità euristiche esagerate che abbiamo a disposizione. Che significa? Che abbiamo una tale abbondanza di materiali info e disinformativi da perdersi e annegarsi dentro. Gli psicologi chiamano queste falsificazioni bias, per cui già si stanno disponendo contromisure di… disbiasing. Chissà se funzioneranno, bisogna perseverare.

Si osservano spesso anche forme di distorsione delle conferme, cioè una sorta di manipolazione verbale, espressiva e cognitiva delle tesi che vengono presentate come vincenti. Anche qui un esempio. Proviamo a pensare al tema del Tunnel per l’Alta Velocità sulla tratta ferroviaria Torino-Lione, di cui si tratta e si polemizza da anni, in acronimo T.A.V., dove la “T” è la lettera iniziale di “Tunnel”, un sostantivo maschile. Chiedo a te, mio gentil lettore, come mai (quasi) tutti dicono e scrivono “la” T.A.V., “della” T.A.V., come se “Tunnel” fosse un sostantivo femminile. In un altro post ho provato a proporre un cambiamento di sostantivo per mantenere il femminile, cioè “Galleria” al posto di “Tunnel”, ma quasi nessuno mi dà retta. E’ importante? Devo incazzarmi? Si tratta di stupidità imitativa, di pigrizia, di mancanza di curiosità? Di condizionamento acustico-verbale, cioè dell’attrazione della “a” di T.A.V.? Di  Bias, di troppa disponibilità euristica, di testarda superficialità?

Restiamo in tema “T.A.V.”, ma nel merito socio-politico-economico della questione. Avete sentito un dibattito di merito che mettesse in campo tutti i saperi scientifici atti a poter formulare un giudizio sereno e documentato? Io no, mai, solo urla, un parlarsi sopra indecente, nell’impossibilità di una discussione non inquinata dall’ideologia o dalle convenienze politiche contingenti dei vari schieramenti, anche perché si è in vista di una importante consultazione elettorale.

Ti capita, gentile lettore, di avere una possibilità seria di dibattito sul tema del gender, della fecondazione eterologa o della maternità surrogata o del fine vita? A me no. Piuttosto, mio caro lettore, mi capita di incrociare persone che si fidano di sedicenti “scienziati” alternativi, che non si sa se e dove e con chi hanno studiato, ma sono affascinanti per un certo tipo di persone. L’Italia è piena di guru e ciarlatani che lucrano sull’ingenuità e la superba ignoranza di molti, i quali poi parlano non sapendo di ciò che parlano, e solitamente lo fanno senza disponibilità all’ascolto e con arroganza talora insopportabile. Sempre qui, in questa mia agorà abbastanza ben frequentata, ho raccontato come sgamài un sedicente esperto di autostima, leadership, qualità relazionale e comunicazione, che stava per intortare una quarantina di signore in un bel paesone friul-veneto. Non c’è solo la Vanna Marchi in giro, ma molte e molti suoi emuli che trovano ascolto e soldini per l’iscrizione a fantomatici corsi di formazione, eventi, riti para-spirituali, momenti di iniziazione et similia.

Vedete come, allora, sia importante battersi come e finché si può per il diritto alla conoscenza, che è fatta di pazienza, fatica, capacità di discernimento, umiltà, poiché rifugge dalle semplificazioni, dalle sintesi frettolose, dall’assenza di analisi, dai preconcetti, dalle pre-comprensioni e dagli ideologismi.

Il diritto alla conoscenza è come il diritto all’aria pulita e all’acqua potabile, è un luogo dove si sviluppa l’onestà intellettuale e la vera amicizia tra umani.

Che cosa significa generazione/ corruzione, cambiamento, evoluzione, crescita, implementazione…, ma anche decrescita, declino, perdita, alla luce del capitolo 3 di Qoèlet, libro sapienziale della Bibbia degli ebrei e dei cristiani

Aristotele parlava di generazione/ corruzione per dire gli estremi del ciclo della vita, non solo umana. Si viene generati, ci si sviluppa vivendo e infine si muore. La sofferenza il dolore, la malattia e la salute -in alternanze inopinabili- ci sorprendono e ci accompagnano, sempre. Certo è che una vita virtuosa aiuta a vivere meglio e chi mi dice che a venticinque anni Jim Morrison e io ci somigliavamo, rispondo che io, pur essendo stato messo a dura prova, sono ancora qua a parlarne, e lui no.

Eraclito di Samo sosteneva che tutto diviene, tutto cambia, pànta rèi, tutto scorre, mai la stessa acqua passa sotto il medesimo ponte. A volte la vulgata filosofica lo “oppone” a Parmenide di Elea, che sosteneva la fissità, l’immobilità, l’immodificabilità dell’essere, ma si tratta di una vulgata, appunto: ben sapeva Parmenide che le cose si muovono, tant’è che il suo allievo Zenone, inventò i paradossi del piè veloce Achille e della tartaruga, oppure della freccia e della preda, dove i primi due non raggiungerebbero mai le seconde, in una logica della divisione degli spazi all’infinito. Nell’uno (1), per Parmenide e Zenone, e non solo per loro, vi è l’infinito essere.

La realtà ci racconta che tutto cambia, che il cambiamento è la regola, pur permanendo la base materiale, genetica, biologica delle cose. Basti pensare a come si muovono i virus, i batteri, le malattie e i processi di ammalamento e guarigione.

Charles Darwin ci spiegò più completamente di altri che vi è e come avviene l’evoluzione delle specie (1861)

Quando parliamo delle nostre vite e delle cose che facciamo, produciamo, organizziamo, come nei fatti economici ci viene a volte da ascoltar proporre il concetto di decrescita. Alcuni idealisti d’oggi, forse un poco ingenui, parlano volentieri di “decrescita felice” (S. Latouche).

Se sviluppiamo un progetto amiamo citare il termine di implementazione, ci piace, è “moderno”, dà il senso dello sviluppo, della crescita, del nuovo che migliora il vecchio.

Cresce -però- l’ignoranza tecnica anche tramite il web, dove si sviluppa senza controllo, eccome! Decresce la qualità politica. Due esempi di questi ultimi giorni di gennaio 2019: il video irridente di Salvini verso i giudici che gli hanno mandato atti giudiziari per ipotesi di reato commesso in agosto ai tempi della vicenda “nave Diciotti”: è quello che gli serve per la propaganda elettorale in corso, ché ora può anche vantarsi ironicamente di aver rispettato l’articolo 52 della Costituzione della Repubblica Italiana, là dove è scritto del “sacro dovere della difesa della Patria”, dallo sbarco di migranti che arrivano intirizziti sui barconi, non a bordo di formidabili corazzate o portaerei; oppure la designazione di Banfi quale rappresentante italiano nell’Unesco, da parte di Di Maio. E’ quasi indicibile il livello di idiozia qui sotteso. Banfi afferma, più o meno: “I plurilaureati portano noia, io porto il sorriso“. Beato lui, un laudator ignorantiae accanto a un altro, che ignorante è, di suo, per triste evidenza e crassa deficienza (nel senso etimologico del termine, dal latino deficiens, cioè un qualcosa-di-mancante). I due vicecapidelgoverno son talmente intrisi l’un dell’altro che oramai mi scappa di dire indifferentemente salvimaio e salvadimi. Una crasi, un disastro, una distopia, una bruttura.

Movimento, cambiamento, involuzione, nell’ultimo caso citato. Non evoluzione, non miglioramento. Il cambiamento è anche in peggio.

 

Il cap. 3 del biblico Qoèlet va letto e meditato, perché non vi è testo più sapiente che parli del cambiamento, come necessità vitale. Alcuni versetti, dall’1 al 9:

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo./ 2 C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,/ un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante./ 3 Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,/ un tempo per demolire e un tempo per costruire./ 4 Un tempo per piangere e un tempo per ridere,/ un tempo per gemere e un tempo per ballare./ 5 Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,/ un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci./ 6 Un tempo per cercare e un tempo per perdere,/ un tempo per serbare e un tempo per buttar via./ 7 Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,/ un tempo per tacere e un tempo per parlare./ 8 Un tempo per amare e un tempo per odiare,/ un tempo per la guerra e un tempo per la pace./ 9 Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica? (…)”

Pare che l’autore potesse essere un filosofo itinerante ellenistico, di scuola cinico-scettica. Ci sta?

Il sapiente antico ci spiega che il cambiamento è buono e va accettato, poiché non si possono fare sempre le stesse cose, innanzitutto per se stessi, e quindi per combattere l’assuefazione e la brutta bestia della noia, ma anche per le strutture dove si opera, ad esempio nelle aziende dei nostri tempi, ma anche negli uffici degli impieghi pubblici. Son testimone e sperimento quanto qui vado scrivendo: che affezione morbosa alle posizioni acquisite, al potere che ne deriva, caspita, direbbe un mio amico dall’eloquio elegante, mentre io dico cz.!.

Non li schiodi eh: quando uno si asside in un cantuccio confortevole lì sta o cerca di stare finché proprio non si accorge di essere diventato tutt’uno con l’ambiente, la scrivania, i metri quadri/ cubi dove respira, si muove, da dove parte per andare a fare la pipì. Sono contento che la mia esperienza è stata ed è tutt’ora di altro genere: sono sempre venuto-via da posti dove operavo, o nel pieno del mio incarico, o anche subito dopo che mi era stato rinnovato, mantenendo i rapporti che avevano conservato la loro freschezza. E così è andata, mentre noto che altri non ci sono riusciti, certo anche per ragioni oggettive e soggettive. Uno fa bene a cercare di mantenere il “posto di lavoro”, che appunto si chiama in questo modo conservativo, cioè “posto”, ma non a ogni costo, ché farebbe il suo male, e della struttura dove si trova. Queste persone sono a volte talmente condizionate dalla pigrizia che non si accorgono nemmeno del sopravvenire della noia, e poi del vecchio e pericoloso vizio dell’accidia.

So che non tutti possono “permettersi” questo tipo di cambiamenti, ma mi chiedo la ragione per cui non ci provano, pur avendo il potenziale per farlo, mi chiedo perché si “accontentano”. Mah. Ho spiegato più volte e a più persone che il conseguimento di un titolo di studio superiore  a quello che hanno, anche in costanza di lavoro, può fargli intravedere possibilità di miglioramento, sia della qualità del lavoro, sia dei compensi e quindi delle disponibilità economiche, anche in vista della quiescenza, per via di maggiori contributi versati dal datore di lavoro. Niente. Molti preferiscono la comfort zone.

Ho avuto modo di far riflettere qualche lavoratore che aveva “perso il posto” su come ciò lo stesse interpellando e stimolando al cambiamento, a rimettersi in cammino verso un dove che non è scritto astrattamente nel destino, ma è in buona parte nelle sue mani, dipende dalle sue decisioni.

E qualcuno è ripartito con un sorriso che si coglieva all’angolo del viso. Buon viaggio nella vita, caro amico.

Il vento di Danzica

Non mi piace che della memoria di Adamowicz si impadroniscano, magari con pensieri di segno opposto, fascisti, sovranisti, razzisti e altri di queste genie, come fecero cinquant’anni fa con Jan Palach e fanno ancora in questi giorni per il cinquantennale.

Anche per questo qui li ricordo.

Pawel Adamowicz

Fino a tarda notte, e nonostante una temperatura polare, migliaia di persone hanno vegliato in silenzio il loro sindaco assassinato domenica sera durante un evento di beneficenza. E stamattina, sotto il vecchio municipio, un’imponente torre medievale di mattoni rossi, già ardeva un centinaio di ceri. La città governata a lungo da Pawel Adamowicz è sotto shock. Per le strade tutti parlano a bassa voce, ovunque le bandiere sono a mezz’asta mentre a ogni ora la campane delle chiese suonano a stormo.

Intanto, manifestazioni spontanee sono state organizzate anche nel centro a Varsavia, a Cracovia, a Katowice. Nella capitale, la manifestazione s’è tenuta sotto il Palazzo della cultura, nel cuore della città, è stata iniziata con un minuto di silenzio e l’inno nazionale cantato sottovoce. Il sindaco Rafal Trzaskowski ha annunciato il lutto nazionale di tre giorni per rendere omaggio al collega morto. E anche a Katowice, in silenzio, sono state accese le candele per commemorare Pawlowicz. “Difenderemo Danzica, la Polonia e l’Europa da quest’ondata di odio e di disprezzo, te lo prometto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo ed ex premier polacco, Donald Tusk, rivolgendosi all’amico di vecchia data.

Molto amato dalla città che amministrava da vent’anni, per sei mandati consecutivi, e noto per le sue idee liberali e per l’opposizione al partito sovranista e conservatore di governo PiS, Diritto e giustizia, è stato ucciso da un 27enne, Stefan Wilmont, che era da poco uscito dal carcere dopo una condanna per rapina. L’aggressore ha agito da solo e in passato aveva sofferto di disturbi mentali. Wilmont ha detto di essersi voluto vendicare per le torture subìte durante un suo precedente arresto, avvenuto quando il partito cui faceva parte Adamowicz governava il paese.” (dal web)

Danzica, in polacco Gdańsk, in casciubo Gduńsk, in tedesco Danzig, è una città polacca situata sulla costa meridionale del Mar Baltico. E’ la sesta maggiore città della Polonia e capitale della Pomerania. La sua lunga storia, più che millenaria, la fa ricordare per diverse vicende importanti, per la storia europea a mondiale.

Danzica fu una delle più importanti città della Lega anseatica essendo una autonoma città-stato. E’ il luogo dove vi furono i primi scontri della Seconda guerra mondiale. Lì nacque Solidarnošc ai cantieri Lenin nell’estate del 1980. Mentre accadevano quei fatti, ai primi di agosto transitavo per la Polonia, da Cracovia a Varsavia a Brest-Litovsk, su una Renault 4 blu, 1100 di cilindrata, diretto a Minsk, e poi a Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado e ritorno via Finlandia, con l’amico Roberto.

 

Jan Palach

Jan Palach moriva cinquant’anni fa in piazza San Venceslao, come una torcia umana. Voleva protestare nel modo più forte contro chi, la struttura politica-militare sovietica e i suoi alleati del Patto di varsavia, aveva schiacciato con la violenza la Primavera di un Socialismo dal possibile volto umano. Il presidente Alexander Dubcek era stato esautorato e esiliato in Slovacchia. Comandava di nuovo l’apparato stalinian-brezneviano classico.

Jan Palach aveva ventuno anni e studiava filosofia al Karolinum, l’antica università praghese fondata dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo.

Aveva scelto quel gesto, perché si era accorto che non vi potevano esserci parole o manifestazioni più forti, come avevano mostrato i monaci buddisti in Vietnam. Ai piedi della scalinata del Museo Nazionale si fermò, si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Tre giorni di tormenti terribili, ancora lucido, prima della morte.

Ai funerali partecipò una folla immensa proveniente da tutta la Nazione cecoslovacca. Lo imitarono nelle settimane successive altri studenti, sei o sette, ma quegli atti furono derubricati dal potere e dalla stampa ad azioni isolate di squilibrati, border line incapaci di reggere lo stress della vita.

Lasciò nei pressi del suo rogo i suoi appunti scritti su vari quaderni, tra i quali si poté leggere quanto segue:

 

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà»

Non si è mai saputo se Palach parlasse di una organizzazione effettivamente esistente, ma il suo gesto ebbe una enorme eco ovunque nel mondo, e anche in quello egemonizzato da Mosca, e costituì un momento importante del lungo cammino verso la libertà che sfociò nel 1989 a Berlino. La sinistra giovanile sessantottina, rivoltosa, italiana, francese, europea in generale non lo capì, perché era ancora un problema dubitare delle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica. Io ero piccolo, facevo la prima, cioè il terzo anno, del liceo classico, ma la morte di Palach mi colpì molto, e soffrii.

Il teologo cattolico Zverina difese il gesto di Palach, affermando che “un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e che “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita“.

Palach oggi riposa presso l’Olsanske hrbitovy di Praga. Ci sono stato.

 

Ogni tanto la Storia sembra abbia bisogno di olocausti, come quelli biblici, e non sempre la mano dell’Angelo interviene, come nel caso del sacrifico di Isacco, quando Abramo, ubbidendo ciecamente alla richiesta di Iahwe stava per mettere a morte il figlio e il Signore-Dio lo impedì, dopo aver misurato la sua fede.

Nel caso di Palach e di Adamowicz, l’Angelo si è fermato. E questo è il mistero indicibile del male che può accadere nell’ambito della sconfinata libertà affidata all’uomo, pure nei limiti che Spinoza individuò e le neuroscienze attuali stanno confermando.

Spero che l’Angelo comunque vigili su me, su te, mio gentile lettore, per andare avanti nel destino che in qualche modo contribuiamo a costruire.

Forza e Coraggio, cari amici lettori, perché mi vergogno come Italiano di questo governo Italiano

Quello del titolo era il nome di  una squadra di atletica nella Milano degli anni ’50, di cui faceva parte mia cugina Lucilla, prima di mettersi a fare teatro. Mi pare lei fosse forte nei 400 e negli 800 metri come la Donata Govoni e la Renata Vit. Era figlia dell’Aldo Morlacchi e di Anna Pilutti, sorella maggiore di mio padre. Diventò un’attrice teatrale di gran valore e di nessuna ricchezza materiale.

Che bei ricordi. Che bel nome di squadra: vis et animus (virtus). Coraggio da cor-aticus (cor, cordis, cuore). La forza è una qualità indispensabile per vivere, mentre il coraggio è un altro suo nome, specifico dell’elenco classico delle virtù. Bisogna coltivarle in ogni momento, specialmente nei momenti in cui sembra tutto vacilli attorno a te.

Forza e coraggio, con questo tipo di governo, cari amici italiani. Questi due non hanno né forza né coraggio, ma sbruffonaggine e arroganza, male parole e confusione mentale.

Pensavo di lasciar perdere l’argomento salvimaio almeno per un po’, ma dicono e fanno talmente tante cazzate che sono costretto a tornare con la frusta.

Un altro caso è di queste settimane a inizio d’anno, quello delle navi Sea Eye e Sea Watch. La fine della vicenda veleggia (a proposito di mare) verso la sua conclusione, come i lettori sanno.

Come si fa a lasciare alla deriva cinquanta esseri umani nascondendosi dietro parole di mera e vergognosa propaganda?

Oppure il sostegno di Di Maio ai jilet jaune di Francia, in cerca di alleati per le elezioni europee, e il popolo grillino -disilluso- si ribella.

Basta sentirli parlare, come si dice, trucemente il lumbard e confusamente il napuletano, ambedue appassionati di facebook, dove annunciano con solennità le loro balle.

Sia il “reddito di cittadinanza”, sia “quota 100” sono due fanfaluche ancorché pericolose, ridicole. Il reddito di cittadinanza, statistiche economico-sociologiche alla mano, favoriranno i furbetti del lavoro nero e non stimoleranno al lavoro, mentre quota 100 farà solo confusione e sarà sgamato entro sei mesi, come una balla inattuabile.

Non parliamo poi della srl milanese che si occupa di politica, quella della famiglia Casaleggio, guru di dubbia formazione politologica, filosofica ed etica: la flemma e l’incipiente calvizie del suo capo mi fa sperare che duri poco nella posizione di potere reale nella quale si trova. Una vergogna: altro che conflitto di interessi!

La povertà intellettuale, culturale e politica dei massimi esponenti della politica della maggioranza attuale è al di sopra di ogni aspettativa, anche la più pessimistica. E le qualità di chi è all’opposizione non brillano.

Oddio, anche i supposti o sedicenti “bravì” à la Macron stanno facendo figure barbine, Macron è quello che parlato di un’Italia affetta da lebbra. Si vergogni.

Da ultimo, la breve commedia su un acronimo, in corso. Giornalisti, conduttori tv, titolisti e politici hanno deciso, non se per distrazione o per ignoranza, che la parola “tunnel” è femminile, per cui l’acronimo T.a.v., cioè Tunnel alta velocità è introdotta dall’articolo femminile “la”, e dalla preposizione articolata “della”, e dunque dicono e scrivono “la Tav”, “della Tav”, e così via. Fatto sta che “tunnel” richiede l’articolo maschile “il”. Salvo Toninelli,  forse il più… intelligente (ah ah) dei politici attuali, mi pare. Ho provato a riflettere sulla ragione di questa idiozia linguistico-espressiva e mi è venuta l’idea che la consonante “a” presente nell’acronimo Tav attragga verso la “a” per assonanza anche l’articolo che diventa “la” e la preposizione articolata “della”.

Per rimediare, suggerisco ai determinatissimi e rincoglioniti fautori della femminilità di “t.a.v.” di cambiare in “g.a.v.”, cioè galleria alta velocità, certamente femminile. E abbiamo risolto il grave problema.

Troppe righe per una stupidaggine? Forse. Ma queste stupidaggini invadono il pensiero diffuso e viene da dire quanta ragione ebbe il conte Leopardi a ironizzare ne La ginestra, su le magnifiche sorti e progressive (del mondo). Meno omicidi, meno eccidi, meno morti violente, più igiene, vita media più lunga, etc., ma più stupidità, meno logica, minor uso del ben dell’intelletto, oggi, rispetto al recente e men recente passato.

Non demordiamo, caro lettor mio.

Dove va il mondo e l’uomo, o di come si possono usare in modo truffaldino le statistiche, che falsificano la realtà nascondendo la verità

Nel mio piccolo combatto le falsificazioni e le fake news.

Si è scoperto che il prestigioso New York Times, riportando le statistiche degli omicidi in città, mostrava un grafico su ortogonali cartesiane dove la linea descrittiva coordinata con l’ascissa, destinata alla numerosità dei delitti, e l’ordinata relativa agli anni considerati, andava da sinistra a destra sempre più in alto, significando un aumento dei fatti di sangue mortali… solo che la statistica riguardava gli ultimi dieci anni. E basta.

Chi poi, un neuroscienziato e sociologo statistico ha lavorato sui dati, ampliando l’angolo visuale temporale ad almeno cinquanta anni, si è accorto che la linea lavorava in modo molto diverso: partiva a sinistra da molto in alto (molti omicidi) e poi calava in modo significativo, con una relativamente piccola impennata negli ultimi dieci anni. Risultava allora una linea seghettata ma discendente. Ampliando l’angolo visuale temporale a un secolo, e quindi andando fino ai primi del ‘900, e di lì partendo, anche considerando l’incremento della popolazione, la linea si comportava come negli ultimi cinquanta, anzi con un’accentuazione del verso della linea  in discesa.

Che cosa significa tutto ciò? Che il giornalista di nera che ha pubblicato i dati dell’ultimo decennio sul prestigioso quotidiano, aveva bisogno di sottolineare l’aspetto negativo degli omicidi, e non era per nulla interessato a fornire al pubblico dei lettori un dato più oggettivo dato da uno “sguardo più alto”, che avrebbe fornito una situazione molto migliore.

Quale la verità sugli omicidi a New York dunque? Non certo quella dell’ultimo decennio, o meglio, quella era ed è una verità parziale, relativa agli anni trattati, ma non un dato che significhi granché sul trend reale del fenomeno studiato. Il prof Steven Pinker, autore nel 2011 de Il declino della violenza, o della ragione per cui viviamo il periodo più felice della storia, e ora, con il suo Illuminismo, adesso (Mondadori) riprende un discorso sui grandi fenomeni che caratterizzano i mega-trend e giunge alla conclusione che, nonostante tutto, le cose vanno molto meglio che in passato.

Se a questo aggiungiamo che il cervello umano tende a selezionare dimenticando le brutture del passato ecco che il gioco è fatto: “Si stava meglio quando si stava peggio, anzi si stava meglio e basta, nel passato“.

Falso, caro lettore.

Proviamo a vedere i diagrammi della medicina in generale, delle morti perinatali e infantili, delle guerre. Ebbene, i diagrammi sono tutti in calo da sinistra a destra.

Quando parlo con chi si basa su “lo ho detto la televisione“, al netto del nervoso che mi fa, non riesco a far capire che bisogna tenere conto, se si parla di delitti, dei dati forniti dai Carabinieri o dall’Istat, non dai giornali, che mostrano, ad esempio nell’ultimo trentennio, un calo significativo degli omicidi e di ogni tipo di morte violenta in Italia. La riduzione delle morti violente negli ultimi trent’anni è dell’ordine del 70%, eppure la percezione di tale violenza è contraria. I giornalisti invece, oltre ad evidenziare le notizie di nera, coniano anche neologismi idioti come femminicidio, in questo aiutati dai “politicamente corretti” che allignano nello snobismo di sinistra, e in altre aree “culturali” affini.

La cultura di destra, semplificatoria e violenta, più ancora che sovranista o fascistoide, a questo punto ha ampi spazi di manovra e sviluppo, come mostra la popolarità della Lega e di un furbo provocatore come Salvini. Se si dice che le aggressioni, le violenze, gli stupri e le rapine crescono, in questo caso supportati dalla prevalenza di notizie cattive sui media, allora anche misure di legge demenziali come il “decreto sicurezza” trovano approvazione.

Tornando a Pinker, egli sostiene che i dati statistici attuali provano che il benessere umano è aumentato notevolmente negli ultimi tempi, soprattutto grazie a valori e a impostazioni cognitive di tipo illuministico, scientifico, razionale, umanistico. La minaccia, invece, è costituita dai fondamentalismi, dai nazionalismi sciovinistici, dall’identitarismo, dagli emotivismi e dal politicamente corretto.

Gli ignoranti tutto sentimento, ignorano di essere ignoranti e la scienza, la fatica della ricerca e dello studio, pensando di avere nozioni sufficienti anche se mutuate dalla stampa, dalla tv e dal web, che vivono di molte falsificazioni, come abbiamo visto.

Ancora una volta aveva avuto ragione Marco Pannella, come nei vari tempi passati avevano ragione i pensatori attenti all’evoluzione dell’uomo nella storia, come i sommi greci, i filosofi medievali cristiani e musulmani, i sostenitori del ruolo del soggetto umano nella conoscenza e gli illuministi dal ‘700 in poi: oggi è un tempo in cui ci si deve batter per il diritto alla conoscenza, che non è più minato dalla povertà e dai limiti del tempo passato, ma rischia di essere messo a repentaglio dal profluvio di notizie false che vengono letteralmente sparate sul e dal web in ogni minuto secondo.

La successione di Leonardo di Bonaccio, il Fibonacci da Pisa e il secondo principio della termodinamica o dell’entropia

Nella successione di Fibonacci, si legge in un articolo specifico sul web, matematico pisano del XIII secolo, ogni numero è il risultato della somma dei due precedenti: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… fino all’infinito. Fino al XIX secolo a questa successione non fu attribuita alcuna importanza, finché si scoprì che può essere applicata, per esempio, nel calcolo delle probabilità, nella sezione aurea e nel triangolo aureo.”

Troviamo la sequenza del matematico pisano in diversi ambiti naturali e “culturali”, cioè in opere umane, come ad esempio nei fregi presenti su facciate di diverse chiese, tra cui San Nicola a Pisa. La troviamo in musica, sia in quella classica, da J. S. Bach alla contemporanea di Karheinz Stockausen, sia nel rock, come nel favoloso brano dei Deep Purple Child in time, e di più ancora nel progressive dei Genesis.

Fermandoci un momento ai fregi di San Nicola il professor Armienti la pensa in questo modo:

“(…) le eleganti simmetrie dell’opera sono un richiamo diretto alle scoperte del matematico pisano, poiché se si assume come unitario il diametro dei cerchi più piccoli dell’intarsio, i più grandi hanno diametro doppio, i successivi triplo, mentre quelli di diametro 5 sono divisi in spicchi nei quadratini ai vertici del quadrato in cui è inscritto il cerchio principale, quello centrale ha diametro 13 mentre il cerchio che circoscrive i quadratini negli angoli ha diametro 8. Gli altri elementi dell’intarsio disposti secondo tracce circolari individuano circonferenze di raggio 21 e 34, infine il cerchio che circoscrive l’intarsio ha diametro 55 volte più grande del circolo minore. 1,2,3,5,8,13,21,34,55 sono i primi nove elementi della successione di Fibonacci“.

La successione di Fibonacci è un teorema matematico, collegato a molti altri, che conferma come la natura sia leggibile con strumenti matematici, come già sapevano Egizi e Mesopotamici, Euclide e Pitagora, Arabi ed Europei,  Eulero, Riemann  e Goedel, fino ai nostri giorni.

Fiori e infiorescenze, coralli e molluschi attestano la presenza di questa forma affascinante, confermando in qualche modo come la Natura ubbidisca a una superiore razionalità, che dà da pensare anche oltre l’oggetto dei suoi argomenti.

La geometria di intere piante, fiori o frutti, mostra con evidenza strutture e forme ricorrenti. Un esempio efficace si può trarre dal numero di petali dei fiori; la maggior parte ne ha 3 (come gigli e iris), 5 (ranuncoli, rose canine, plumeria), oppure 8, 13 (alcune margherite), 21 (cicoria), 34, 55 o 89 (asteracee). Anche questi numeri fanno parte della successione di cui stiamo parlando, in cui ciascun numero equivale alla somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233…

Una significativa caratteristica della sequenza mette in evidenza che il rapporto tra qualunque numero e quello precedente nella serie tenda verso un valore ben definito: 1,618… . Si tratta del numero aureo o sezione aurea, ϕ (Phi), presente, come abbiamo visto, sia in natura sia in opere architettoniche costruite dall’uomo, come i fregi di San Nicola in Pisa o le stesse piramidi egizie. Nelle piante con foglie disposte a spirale, per ogni giro attorno al fusto ci sono in media Phi foglie, fiori o petali. Ciò significa che, girando attorno ad uno stelo e muovendosi dal basso verso l’alto, incontreremo una foglia o un fiore ogni 222,5°, valore che si ottiene dividendo l’angolo giro di 360° per Phi.

E mi fermo qui perché non sono un matematico. Occupandomi però di filosofia, non posso non notare come la trattazione della successione di Fibonacci possa fare venire in mente una legge fisica tra le più famose, la seconda della termodinamica, che si esprime anche con il concetto di entropia.

Il termine deriva dal greco antico ἐν en, “dentro”, e τροπή tropé, “trasformazione”, e significa una grandezza interpretabile come misura del disordine presente in un sistema fisico qualsiasi, incluso, compreso l’universo. Viene generalmente rappresentata dalla lettera S e nel Sistema Internazionale si misura in joule fratto kelvin (J/K).

In termodinamica classica, il primo ambito in cui l’entropia fu introdotta, come S, è stata una funzione di stato di un sistema in equilibrio termodinamico. Pertanto, si può dire che quando un sistema passa da uno stato di equilibrio ordinato a uno disordinato la sua entropia aumenta.

Il termine e il concetto di entropia è stato successivamente esteso ad ambiti non strettamente fisici, come le scienze sociali e la teoria dell’informazione. Semplificando molto, e io sono in grado di fare solo questo, perché non sono neanche un fisico, ma poi si capirà la ragione per cui mi sono imbarcato in questo argomento, si può anche affermare che l’entropia interpreta il “grado di disordine” di un sistema.

Se aumenta il disordine aumenta l’entropia, dunque, e ciò funziona anche all’incontrario. Ad esempio, si potrebbe proporre una visualizzazione dell’aumento di entropia in un sistema, raffigurando l’aumento di incompetenza e cioè di ignoranza-ignorante. In strutture organizzate (più o meno) come le aziende di produzione o di servizi ciò può risultare evidente dai dati di un’analisi del clima ben condotta, là dove gli item scelti siano sufficienti a rappresentare l’agio o il disagio crescenti o in calo del sentiment dei partecipanti-protagonisti, di solito i lavoratori.’

La presenza di una situazione entropica si può dunque registrare e segnalare, per predisporre opportuni rimedi che possono essere formazione mirata e counseling. A questo punto possiamo senz’altro intuire come sia lecito collegare in qualche modo la razionale e armoniosa successione di Fibonacci che mostra una crescita progressiva, esteticamente elegante, e il sopraggiungere di una situazione entropica, che deve essere riconosciuta per tempo, onde evitare guai maggiori all’organizzazione e alla produttività, nonché allo stato di agio psicologico e morale dei partecipanti.

Se da una lato la sequenza di Fibonacci ci può ispirare fiducia nel progressivo miglioramento dello stato mentale e fisico dei partecipanti, il secondo principio della termodinamica ci evidenzia, come in una dolorosa metafora, ciò che da u-topia iniziale del creativo start-upper, può diventare dis-topia, vale a dire modo e senso di marcia errato, o addirittura retro-topia (cf. Zygmund Bauman), cioè un agire rivolto allo sterile rimpianto del passato.

E’ bellissimo che la matematica e la fisica, se opportunamente studiate, possano aiutare efficacemente i saperi antropologici preposti alla gestione delle risorse umane e alla loro crescita, sia sotto il profilo personale, sia professionale. Mai stancarsi di studiare, cara lettrice e caro lettore.

Spes contra spem, in questi primi di gennaio 2019

Voglio qui parlare della speranza, proponendo un commento che ho pubblicato sul sito del caro amico e collega Neri Pollastri, il più valoroso consulente filosofico italiano. Neri oggi giustamente scrive che c’è poco da festeggiare in un mondo e in un tempo dove e quando la violenza e le ingiustizie sono così dilaganti. I botti ricordano le bombe di quelle le guerre, parafraso il suo scritto, e quindi non gli piacciono. Non piacciono neanche a me, per nulla, mi disturbano e mi annoiano. Non parliamo poi della inqualificabile abitudine di gettare in strada oggetti dalle finestre, rischiando di ferire qualcuno e sporcando il suolo pubblico. L’uomo a volte celebra riti che svelano con chiarezza quanto di belluino ancora permanga nella sua struttura di antropoide, mostrandosi -se così si può dire, e so di rischiare l’approssimazione sotto il profilo di una antropologia equilibrata- peggiore degli altri animali e soprattutto dei cugini antropoidi.

Intanto, Neri, buon anno a te e ai tuoi cari con speranza, perché stavolta su una cosa non concordo con te, proprio sulla definizione che dai di “speranza”. Non penso che la speranza sia una vecchia truffa ma sia due altre cose: prima di tutto è una passione che contrasta la disperazione, come insegna Tommaso d’Aquino nella sua elencazione delle undici passioni. In quanto passione è movimento, spinta interiore, ossigeno spirituale; secondo, è -teologicamente- virtù, appunto, teologale, insieme con la fede e la carità, per chi dà senso alla lezione di Paolo di Tarso (cf. 1 Corinzi 13, 13). Ma, direi, anche per la cultura laica, e non perché sia l’ultima dea, ma perché con la sua capacità di contrastare la disperazione di molti, li aiuta ad agire. Spes contra spem: infatti come si potrebbero affrontare le prove ardue che la vita ci pone, le battaglie per la giustizia che correttamente elenchi anche se a contrario, se non ci fosse la speranza ad aiutarci. Come avrei potuto aiutarmi quindici mesi fa quando mi si è rivelato il grave tumore che pare ora non ci sia più anche se mi ha lasciato sofferenza e dolori, senza speranza? Sul resto delle tue osservazioni etiche e politiche concordo senza riserve. Un abbraccio, caro amico mio.
Renato

Anch’io sono furibondo come Neri nei confronti degli egoismi terrificanti che condizionano l’agire degli attuali potenti del mondo, finanzieri e politici spregiudicati, dittatori e aspiranti tali, dilettanti allo sbaraglio le cui capacità politiche sono commisurate alle loro azioni fallimentari e alle dichiarazioni correlate che diffondono sul potente web.

Sulla speranza, però, voglio spendere qualche altra riga, poiché mi pare che sia necessario, di questi tempi un poco derelitti dalla sapienza.

La consolazione della speranza nasce dalla capacità di discernimento di ciascuno di noi, e io cerco di coltivarla sempre, anche con l’aiuto dei grandi sapienti di ogni tempo, come Paolo di Tarso. Leggiamo un passo della Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 13, dal versetto 1 al versetto 13:

“1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”

Infine, il testo del titolo di questo pezzo è tratto da un passaggio dalla Lettera ai Romani (4, 18), in cui san Paolo si riferisce ad Abramo:

«… qui contra spem in spe credidit, ut fieret pater multarum gentium, secundum quod dictum est: “ Sic erit semen tuum ”.»

cioè

«Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza
Si tratta di un esempio di fede incrollabile in un futuro migliore, anche se tutto sembra andare per il verso sbagliato. E qui c’entra di nuovo la speranza come virtù teologale e, aggiungo, anche come passione che combatte ogni pessimismo disperante.

La speranza non può demordere, poiché rappresenta la condizione dello spirito più adatta ad affrontare il futuro, essendo originata, sia dalle strutture cerebrali preposte all’istinto di sopravvivenza, come ci spiegano i neuroscienziati, sia dall’elaborazione teoretica della filosofia di ogni tempo, anche se diversamente declinata tra cinici-scettici e realisti-idealisti.

E poi questo sentimento è indispensabile per le persone, che ne hanno bisogno come dell’ossigeno per respirare, al di là di ottimismi o pessimismi di maniera o caratteriali. La speranza dunque, oltre a essere virtù e passione diventa anche sentimento, cioè un modo di sentire le cose, sia quelle che ci appartengono direttamente, sia quelle costituenti l’esternalità delle nostre vite, il mondo, poiché, se la solitudine anche nella sua versione solitaria è una condizione, o dimensione o diritto del singolo uomo e della singola donna, la condivisione empatica di una comunità-di-destino di tutti gli umani non può non fare conto sulla speranza stessa.

Solitudine, solitarietà, solidità, solidarietà

L’etimologia è la stessa, quella della radice greca òlos, cioè tutto: incredibilmente la solitudine ha a che fare con la solidità del tutto, come manifestazione, o epifania del cosmo (dal greco kòsmos), che è l’ordine delle cose. Infatti non si può stare soli, se non si è solidi.

Mi piace molto la solitudine, anche nella sua versione accentuata e voluta della solitarietà, cioè l’essere tendenzialmente solitari. Come nella perdita di una vita c’è la perdita, per chi se ne è andato, di tutto il mondo, nella solitudine c’è tutto. E ciò non significa che si deve stare sempre da soli, ma qualche volte è bene, fa bene essere soli. Come quando si ha di nuovo la forza di prendere in mano la bici leggera e di involarsi verso un dove, che non dico.

Così come è bello che solidità abbia a che fare con la solidarietà, e ciò può essere collegato alla solitudine e alla solitarietà. Infatti, se vero che la mano destra non deve sapere ciò che fa la sinistra, ecco che il bene deve essere fatto senza propaganda, né enfasi, né marketing mediatico. Leggiamo l’evangelista, che prima di seguire Gesù, faceva il daziere.

Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini, In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Il fare, insegna il Maestro, sia un agire semplice e responsabile, senza secondi fini di premi e gloria attesi. Quanto diverso questo insegnamento dall’atteggiamento suggerito in ogni contesto di questi tempi nei quali vale il mostrare, l’apparire e il berciare sgangherato e ignorante sui social!

La vita è bella, anche nel dolore, il mondo terracqueo è ancora bello anche se l’uomo lo ha svilito, perché questo svilimento si può fermare. Non si deve considerare avversi l’evoluzionismo della natura, che non nasce con Darwin, ma quasi due millenni e mezzo prima, con Eraclito di Samo. Il cambiamento non esclude la presenza di un’Entità divina, poiché, proprio dal punto di vista scientifico (galileiano-contemporaneo) non si può mostrare deduttivamente né l’esistenza di Dio né il suo contrario. Chi può affermare che Dio stesso non sia evoluzionista, se così si può dire? Non una volta sola in questo sito abbiamo parlato delle generose prove teologiche dell’esistenza di Dio, da Platone a Tommaso d’Aquino, e non mi ripeto.

Una mentalità scientifica evita di fare confusione tra le discipline, ad esempio non distinguendo la fisica dalla metafisica, che è disciplina scientifica, se per scienza si intende un sapere caratterizzato da un suo proprio statuto epistemologico. La metafisica, come ogni altro sapere, ha un suo ben preciso statuto epistemologico, eccome! Questo lo dico, fraternamente, soprattutto agli atei militanti, e anche ai bigotti dell’altra sponda.

Siamo a questo mondo soli nella nascita e soli nella morte, questa è la verità. Veniamo al mondo in-interpellati, e qui viviamo nei modi infinitamente declinati, in compagnia di molti nostri simili e omologhi, primati tra i primati, non in tutto primi della classifica. Ad esempio, il mio gentile lettore sa che gli scimpanzé ci sono superiori nella memoria fotografica? L’esperimento giapponese del maschio Ayumu spiega come lui memorizzasse nove numeri e oltre in sequenza, dopo averli visti contemporaneamente per un quinto di secondo, un batter di ciglia,  mentre noi umani arriviamo a fatica a cinque. E’ chiaro e dimostrato che noi umani siamo superiori in tutto il resto, e anche nella capacità di decidere di fare il male, senz’altro meno solidali dei nostri cugini ominoidi, scimpanzé, bonobo, oranghi e gorilla (cf. Siamo così intelligenti per capire l’intelligenza degli animali? di Frans de Waal, Raffaello Cortina editore), con i quali condividiamo oltre il 98% del DNA.

Il valore dell’essere umano e della sua vita non sta -dunque- solo nella relazione io-tu, come sostengono i filosofi Martin Buber e Emmaniel Lévinas, che apprezzo, ma dai quali mi distanzia questa loro visione assoluta del valore della relazione. Certamente il “volto” dell’altro è uno specchio per il nostro “io”, certamente anche il “tu” è un “io”, ma non possiamo in ogni momento pensarci e tenere l’altro come fosse l’io singolare di ciascuno di noi. Abbiamo anche bisogno di concentrarci sul nostro proprio, irriducibilmente unico “io”, in ragione del fatto che ci-siamo e che questo nostro esser-ci è necessario fin dal nostro concepimento, e deve essere difeso, vissuto, compreso, sopportato, fino in fondo.

Il valore dell’essere umano è presente anche nell’unicità di ciascuno di noi, nella solitudine e perfino nella sua declinazione più solitaria e silente.

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