Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La filosofia come rischiaramento esistenziale, dalle “tonalità emotive” alla riflessione razionale

L’educazione è qualcosa che accade e che vive in una cultura e in una società, non solo tra maestro e allievo, perché il soggetto non è una tavoletta di cera, ma una struttura vivente e mobile. per procedere nello sviluppo della “cultura” è bene tradire la tradizione, anche se ciò sembra paradossale. Ad esempio: il concetto di Empatia, oggi sdoganato alla grande dalle psicologie, è da prendere con le pinze: infatti, non può mescolare le anime “ripetendo l’identico” (come spiega V. Costa, 2020), perché la relazione non è diadica, ma triadica: io-tu-mondo (fenomenologia in Husserl e Heidegger).

(il filosofo americano Stanley Cavell)

Nel nostro tempo debbono essere “riattivati i significati”, tornando all’origine di essi e ripercorrendo i processi di astrazione. Dobbiamo fare attenzione anche alla Tecnica, poiché quello è un mondo che riduce la “tonalità emotiva”, cioè le emozioni, e cambia la memoria individuale e collettiva, cioè il rapporto con il passato (vedi la perdita di nozione della Shoah).

Dobbiamo fare attenzione alla perdita di senso del prima e del poi, e de-costruire il senso e il significato dei concetti: la formazione necessariamente segue la de-formazione, soprattutto nei rapporti con le nuove generazioni.

Oggi muta la nozione di “mondo”, che può essere un orizzonte di possibilità di azione, mentre invece rischia di essere solo un flusso di messaggi, con un mutamento epocale, non solo sociologico, ma antropologico.

La salvezza dunque non è di carattere tecnico, mentre la pedagogia non può essere sostituita dalla didattica, perché viene perduto il rapporto, la qualità relazionale, la tradizione de-costruita e ri-costruita con la trasmissione del sapere.

Non basta “imparare qualcosa”, ma occorre essere disponibili alla “trasformazione di sé”. Che cosa significa ”trasformazione di sé”? Occorre innanzitutto tenere conto della sinossi fra struttura di persona e struttura di personalità. Ognuno di noi è quello-che-è e deve, come insegnava Heidegger “far vedere” ciò con sincerità, non “dimostrare”, se non nel senso di indicare.

In teologia, come in filosofia i concetti si sono formati dall’esperienza, e non si deve dimenticarlo. Occorre sempre tornare alle radici. La speculazione stessa si può contestualizzare, se mi metto d’accordo con i miei interlocutori sull’orizzonte culturale, che è da condividere. Un esempio: siamo d’accordo sulla sinossi fra struttura di persona, che mi dice ciò-che-è-comune tra gli uomini, e la struttura di personalità, che mi dice ciò che rende irriducibilmente unici gli esseri umani? Occorre una sorta di “aperità”, che è diversa dall’apertura, più profonda, così come la “solitarietà” è differente dalla solitudine, nel mondo e sul mondo. Wittgenstein sosteneva che il mondo “felice” non coincide con il mondo “infelice”, perché le due parole creano, il mondo. Bisogna sforzarsi un poco per “stargli dietro” quando usa questi concetti estremi: mi pare lui voglia dire che il dire “felice” o “infelice” modifica il mondo. Se psicologicamente ciò è difficile sostenere, filosoficamente può anche darsi, poiché il giudizio sul male e sul dolore, che causano infelicità non può essere solo psicologico, ma attiene alla profondità dell’anima. Ad esempio, la rivelazione cristiana pone una “tonalità emotiva”, nella quale tempo, memoria e tonalità emotiva coincidono.

Son d’accordo con Costa che si costruisce il significato del passato da ciò che mi aspetto dal futuro, e ciò dipende da dove sono “situato”, oggi.

E la mia vita intera che significa? Cosa significa “intero”, “tutto”? E’ l’intero? Comprende anche il “totalmente”? E’ già dato nell’origine e il tempo è solo il suo dispiegamento (di un pezzo teatrale già scritto), il percorso è ne-cessario? La nozione di intero può essere anche questa: bisogna pensare l’essere come tempo (Heidegger), dove ci sono infinite possibilità di direzione.

L’atto educativo deve far accadere l’origine, come quello che accaduto tra Gesù e gli apostoli, ma che deve ri-accadere per noi: medesimamente (cf. in Ricoeur la memetè) e nello stesso tempo nell’alterità.

Ciò che accade di “nuovo” significa imprevedibilità, novità ab-soluta. Il figlio, mia figlia Bea, è l’ultima possibilità di modificazione del padre. San Paolo, quando dice, che vi sarà la parusìa, di Gesù il Cristo, vuol dire il “riaccadere dell’origine”, cioè “Cristo ritorna”, sempre.

L’essere a partire dal tempo pone un rischio: il relativismo teoretico. Husserl mantiene la teleologicità , cioè il FINEdella vita, della storia, del mondo. Ogni struttura ha in sé l’idea di verità (cf. Derrida). La verità inquieta il presente.

Se il desiderio dovesse spegnersi in Dio, preferirei l’inferno” (P. Claudel). No, caro Costa, perché Dio comprende anche il movimento del desiderio, l’eros, inteso come attività desiderante. Se si entra in una tonalità emotiva, viene ristrutturata tutta la sua struttura pulsionale, comprese le strutture neuronali. Non esistono “emozioni basiche”.

L’intensificazione solidale e la dissonanza cognitiva. sono due figure essenziale della libertà, che a sua volta è una figura essenziale della ricerca.

Possiamo dire che l’insegnamento, ma soprattutto la pratica della filosofia ha un che di “sciamanico”, e i filosofi sono gli “accompagnatori” verso l’origine, poiché l’essere non è-costruito, ma si dà?

Philosophia ancilla theologiae (est)”, sed autem Philologia

È bene non avere più paura delle “parole”.

Benigni, un buffone da trecentomila euro per mezz’ora di spettacolo

D’accordo che, come mi spiega il mio amico Gianluca, che è economista, tra l’altro, è il mercato che fa i prezzi e i compensi. Lo so: penso a Cristiano Ronaldo, a Leo Messi, a Tiger Woods, a Le Bron James, a Rafa Nadal, a Lewis Hamilton e poi agli attori hollywoodiani che oggi vanno per la maggiore, un Tom Hanks, un Di Caprio o una Meryl Streep ad esempio, che hanno cachet o ingaggi milionari per ogni attività che fanno. Benigni si inserisce nel mercato radiotelevisivo e mediatico attuale, ed è reputato valere un tanto, la cifra di cui sopra. Se poi confronto il suo compenso, richiamando questa volta, non tanto le leggi del mercato, quanto principi di etica generale, al compenso dei musicisti dell’orchestra di Sanremo, lo iato – sempre eticamente, non secondo il market – appare macroscopico. Costoro pare prendano cinquanta o cento euro al giorno, una paga da tirocinante o poco più.

Il tema però non è questo, ma la performance del comico al Festival di Sanremo. Questa volta, dopo avere letto la Divina commedia dantesca in tv e in piazza Santa Croce a Firenze, dopo aver letto la Costituzione della Repubblica Italiana davanti all’attuale Presidente della Repubblica (che peraltro è professore di Diritto costituzionale), legge e commenta il biblico Cantico dei Cantici.

Non voglio commentare la lettura, ché chiederei un parere a mia cugina Lucilla, valorosa attrice di prosa, non guitta improvvisata, se fosse ancora a questo mondo, ma esprimo un parere sul commento che il Benigni ha proposto sul meraviglioso epitalamio. Di analisi scientifica del testo e di commenti teologici, invece, mi intendo, perché ho dedicato al Cantico anni di ricerca biblica e filologico-teologica, producendo un volume in tema di 600 pagine, un volume apprezzato da colleghi, professori e studenti, e anche da chi ha avuto il coraggio di affrontarlo, perché non è un libro da comodino o da viaggio.

Premetto che, come ormai accade sempre più spesso, le persone tendono a fare il mestiere di altri, quelli che Tommaso d’Aquino ammoniva così: “Sutor, ne ultra crepidas“, cioè, ciabattino non andare oltre le tue scarpe. Oggi, in tv vediamo spesso fisici e matematici che discettano di filosofia teoretica e morale, di teologia biblica e sistematica, come il prode prof Odifreddi et similia. Cosa da evitare rigorosamente. Se io ascolto un medico, un economista o un ingegnere parlare delle loro conoscenze scientifiche, li ascolto con rispetto, traendone vantaggio per legare alle loro le mie conoscenze, che nei loro campi sono molto scarse.

Invece Benigni, come altri, strapazza un testo antico, difficile e splendido per scopi che comprendo fino a un certo punto. Qualcuno sostiene che è in corso un great complotto da parte di una parte cospicua dei potentati finanziari internazionali, al fine di condizionare le opinioni pubbliche manipolandole e portandole verso una forma mentis essenzialmente efficientista e priva di dubbi verso ogni cosa della vita, la spiritualità, il mistero.

Oggi appare una sorta di grande Partito del bene, come scrive qualcuno, e lo mutuo, che propala una specie di nuova religione del politicamente corretto, dell’igienico, magari del vegano, dell’animalista, per cui l’uomo è un essere che deve adeguarsi a queste nuove mode (cioè etica) , che tendono ad abolire la fatica, il sacrificio (che è un “rendere-sacro), nel nome di diete, convenienze e modi di dire e di fare stereotipati in un apparente “sinistrismo” ideologico che fa il paio con il “destrismo” sovranista, razzista, antisemita, individualista. Oggi i diritti sociali sono diventati individuali, per cui va bene tutto ciò che la tecnoscienza oggi permette, dall’utero in affitto, o maternità surrogata (nonne che diventano madri biologiche, e i sentimenti e le emozioni che fine fanno in questo caso, della nonna-mamma e della mamma sterile?), alla manipolazione genetica, alle adozioni permesse a coppie omosessuali (“come mai ti vengono a prendere sempre due signore?” chiede l’amichetto all’amichetto delle elementari), a ogni forma di “amore” e, in definitiva di neo-gnosi superba e arrogante. E qui non sto adombrando, ad esempio, e mi sembra ovvio, l’omosessualità come malattia, ma sto denunziando la valorizzazione del narcisismo declinato in ogni modo. E questo modo di essere-vivere ha una sua estetica, come manifestazione dell’essere, che però non è veramente tale, perché indulge in vieti estetismi, figli della banalizzazione e della divulgazione generica, come quella che qui sto criticando.

E il cristianesimo pare essere l’obiettivo primario di questo subdolo attacco, proprio perché ancora portatore di un pensiero “forte”: quando la stampa carica i toni sulla supposta diatriba fra papa Francesco e il card. Ratzinger promuove questa operazione, come è evidente nella polemica sul celibato dei sacerdoti. Mi spiego: Francesco non ha mai sostenuto tesi diverse da quelle tradizionali che risalgono al Concilio di Trento e a papa Paolo VI, ma vuole mettersi in ascolto del mondo per decidere in base a questo dialogo per il futuro (cf. Gaudium et Spes, costituzione fondamentale del Concilio Vaticano II, papa Paolo VI regnante). Così come sulla pedofilia Francesco ha addirittura caricato i toni della vigilanza e delle sanzioni rispetto al suo predecessore. Tornando al celibato, forse pochi sanno che fu papa Benedetto XVI ad accogliere nella Chiesa cattolica oltre cinquecento presbiteri anglicani sposati. Un professore e un pastore, stili diversi, ma papi entrambi, mentre vi è chi ha interesse a dividere (il diàbolos, dal greco “separatore”), o forse il giovanneo “anticristo” o “bestia che viene dal mare” (cf. Apocalisse 13).

Il Cantico dei cantici, ho scritto sopra, è un epitalamio, un cantico di nozze, eroticamente sano, letterariamente elevato, forse tradotto con qualche titubanza in ragione della delicatezza e chiarezza narrativa del rapporto fisico d’amore.

Il Cantico è nel medesimo tempo epitalamio umanissimo e poetico e metafora distesa, allegoria anagogica della relazione tra l’anima spirituale e il Lògos, e tra la Chiesa e Dio stesso.

La sua simbologia unisce il cielo e la terra con la potenza di un mito primigenio, che richiama la necessità di unione tra le “cose inferiori” e le “cose superiori”. La tensione verso l’unione perduta dell’inizio informa il procedere dei temi e dei discorsi che i vari personaggi si scambiano in un’aura ansiosa di ritrovare ciò che si configura come la vera realtà [realiora super realia] dell’amore [eros e agape], anche per l’anima umana. Le delicate strutture dell’epitalamio si piegano ad una esegesi accurata e profonda sviluppata da Origene l’alessandrino tra i temi bucolici e amorosi del racconto.

Nel nostro itinerario alla ricerca di una continuità della presenza dell’eros nell’ermeneutica del senso, incontriamo qui uno dei testi più liricamente immaginifici e densi di significato della Sacra scrittura, il Cantico dei cantici, poema d’amore mirabile, un’espressione letteraria nel contempo di una franchezza sconcertante e di una delicatezza soave, dove i protagonisti sono un “uomo” e una “donna” in dialogo, e agisce anche un coro di testimoni. In ben 117 versetti del testo non è mai nominato il Nome di Dio, mentre si racconta – sia pure in stichi irregolari e frammentati – l’amore tra due innamorati, con tenerezza e con toni e temi molto arditi, ricchi di sfumature sensuali o decisamente erotiche, in un contesto e con un linguaggio umanissimi, in un ambiente quasi rutilante di colori e situazioni, pieno di vitalità naturale.

La tradizione afferma che, in quanto autore di altri cantici, il più “indiziato” potrebbe essere il re Salomone, poiché da “sapiente” gli furono attribuiti i Proverbi, l’Ecclesiaste (o Qoèlet) e la Sapienza. Salomone è il padre riconosciuto della sapienza biblica, la cui saggezza è rimasta nella memoria popolare, re capace di comprendere, capire e cantare tutto ciò che è umano come l’amore, o diverso come la regina di Saba, citata da Origene stesso con dovizia di particolari nel suo grande Commentario sul Cantico, che ho avuto modo di studiare a fondo in latino (come proposto da Rufino di Aquileia, e in greco nella raccolta epitomica di Procopio di Gaza). Altre ricerche propongono la data della redazione del Cantico in epoca postesilica [IV-III secolo a. C.].

In ragione del titolo, il Cantico fu messo tra i libri sapienziali, nella Bibbia greca dopo l’Ecclesiaste, e nella Vulgata tra l’Ecclesiaste e la Sapienza, due libri “salomonici”. Nella Bibbia ebraica il Cantico è posto tra gli “scritti” [Ketuvim], cioè nella terza parte, la più recente, del canone. Dopo l’VIII secolo d. C., quando il Cantico fu usato nella liturgia pasquale ebraica, divenne uno dei cinque rotoli o megillot, che venivano letti nelle grandi feste.[1]

Il Cantico dei cantici, pur avendo provocato fin dall’inizio notevoli difficoltà interpretative per il suo linguaggio poetico profano e la narrazione erotica, è stato recepito nei canoni ebraico e cristiano, riconosciuto come testo evocante in modo inequivocabile il mysterium antropologico e teologico dell’amore, e dell’amore di Dio per la sua creatura e per il suo popolo: su tutto questo gli esegeti hanno dovuto sempre affaticarsi tra i due estremi interpretativi, quello letterale e quello allegorico.[2]

L’amore, chiamato nella Bibbia solitamente con il termine greco agàpe, è lo stesso amore che in questo testo è proposto e commentato come eros, termine del tutto compatibile con il precedente, come vedremo (così scrivo nel citato volume da cui traggo queste argomentazioni) in alcuni testi origeniani, attenti alla preoccupazione di non confondersi con le degenerazioni di culti idolatrici pagani.[3] L’amore è uno e solo uno, si evince dal Cantico, anche se si manifesta in modi diversi e tra soggetti diversi. L’amore è nell’espressione del Cantico la gioia della vita, e anche quando è pura emozione, o ebbra partecipazione al desiderio dell’altro, tale da non sottostare alla ragione, ek-stasis di beatitudine, conserva la sua essenza di tensione positiva verso l’altro, sia come specchiamento di felicità raggiunta con le carezze e con la condivisione l’uno dell’altro, sia come autentica realizzazione di sé nell’incontro con l’altro, che è anche, teologicamente, l’assolutamente Altro.[4] La dimensione e l’estetica agapica si configurano come coessenziali a quelle erotiche, quasi a sintetizzare ciò che parrebbe semanticamente così distante: la brama e il desiderio da una parte, e dall’altra il dono di sé e la scoperta dell’altro, ma anche dell’Alterità, che è Dio stesso. Il senso dell’erotico si configura totalmente nella condivisione agapica della relazione a due.

Il verbo ebraico ‘ahev [amare] è il termine fondamentale del Cantico [Shir Ha-Shirim], ricorrendovi quasi una ventina di volte, talvolta anche sostantivato in ‘ahavah, termine unico per esprimere ciò che in greco trova plurima traduzione in eros, philìa e agàpe, cioè nell’amore erotico, di affezione-inclinazione, di benevolenza o donativo, e che Origene sintetizzerà in un’unità di significato derivante dall’amore divino.


Il Libro dello Splendore, o Zohar, ritiene che il Cantico contenga l’intera rivelazione di Dio e perciò sia da considerare un compendio della stessa Torah, degli Scritti e dei Profeti, (cfr. Libro dello splendore. Terum 144a, Jewish Encyclopedia, 2001). Recenti ipotesi propongono una possibile origine del Cantico da inni e poemi dedicati al culto di Ishtar [Astarte] e Tammuz nei riti mesopotamici di ierogamia, noti anche alle popolazioni Cananee presenti prima della sedentarizzazione degli Israeliti, ma tale ipotesi sembra piuttosto improbabile, mentre invece si potrebbe desumere una certa comunanza di espressioni con il Cantico nel linguaggio d’amore presenti anche in canti nuziali degli arabi di Siria e Palestina, così come in brevi frammenti epitalamici dell’antico Egitto. Potrebbe dunque trattarsi di un’antologia di canti nuziali? Probabilmente sì, poiché, infatti, è molto meno plausibile che si tratti di una mutuazione meramente cultuale esterna al mondo israelitico giunta fino al culto di JHWH, proveniente dal politeismo vicino-orientale. Peraltro, il Cantico non segue una struttura prestabilita, ma si sviluppa in una narratologia che potremmo dire rapsodica, nella quale i cinque poemetti che lo compongono possono pacificamente essere considerati come repertori, tra i quali si poteva scegliere a seconda della circostanza o dell’uditorio, e quindi adatti ad un uso popolare-rituale.

Potrebbe dunque anche trattarsi di un testo collegabile alla tradizione profetica, come ipotizza qualche studioso, in particolare con un riferimento ad Osea [2, 19-21] e ad alcuni oracoli del Deutero-Isaia [Is 43.46.51]. In ogni caso, anche un’interpretazione meramente letteralista, senz’altro incapace di cogliere tutte le ricchezze semantiche presenti nelle numerose polisemie, che sono molto più evidenti nella prospettiva allegorista, non negherebbe la possibilità di intravedere nel testo del Cantico una sapienzialità profonda e umanissima. Il Cantico, anche laddove non cantasse [nella comprensione di chi lo utilizza] Dio ed Israele, o Dio e la Chiesa universale [Ef 5, 22-33], canterebbe comunque l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio Creatore.

Il titolo dell’opera è un superlativo e va inteso come Il più sublime tra i cantici.[1] Cantico dei cantici significa anche “Cantico per eccellenza”. Si può dire che per certi aspetti non vi è libro biblico che abbia prodotto sull’animo umano e cristiano un effetto analogo.[2] Milleduecentocinquanta parole compongono il Cantico, ma immenso è lo scenario che ha disegnato per secoli e per un numero incommensurabile di lettori. Degne di particolare osservazione sono le lettere e le parole iniziali, seguendo una certa modalità interpretativa tipica della tradizione medio-giudaica e successiva. Il titolo “Cantico dei cantici” in ebraico suona Shir ha-Shirim. La prima lettera del Cantico è Shin scritta più grande delle altre. Contrariamente alla linguistica latina, neo-latina, germanica e slava, in ebraico in tal modo non si vuole indicare una maiuscola, perché la maiuscola non è prevista, bensì l’importanza significante della lettera stessa. Nei ventiquattro libri canonici dell’Antico Testamento solo in quattro luoghi la prima lettera è scritta con caratteri più grandi delle altre: e la prima volta è nella prima Parola genesiaca, quel Bereshit che dà da pensare da millenni, dove la Beit è scritta maiuscola.[3]

            La prima lettera della Torah è una Beit,

[e non una Alef]

cioè la seconda dell’alfabeto, mentre la prima lettera del Cantico è una Shin, cioè la penultima dell’alfabeto. Ci si può chiedere se vi possa essere una connessione plausibile in questa simmetricità, una sorta di legame, una specie di analogia fra l’Inizio del mondo e l’Amore nella coppia umana, in quanto ambedue gli atti sono grandiosamente conformi a un unico progetto?[4] La domanda è affascinante per un lettore occidentale dei nostri tempi, che non riesce a trovare facilmente un risposta plausibile, ma deve affidarsi alle infinite sponde dell’esegesi antica e alla sua tipica ricerca del senso.

La prima Parola, Shir [Canto], potremmo dire con le parole della psicologia contemporanea, è una specie di sinestesia,[5] poiché afferma e sottolinea la superiorità tra le espressioni umane di ciò che è insieme letteratura, poesia e musica, vale a dire la Parola cantata, il canto che coinvolge ineffabilmente tutta l’interiorità e sensibilità dell’uomo. La stessa radice Shir [composta dalle consonanti Shin e Resh] rappresenta anche il femminile,

[cfr. la parola italiana sir-ena]

e che femminile! La sirena, l’ammaliatrice da cui lo stesso Ulisse dovette fuggire aiutandosi, però, in modo artificiale. Il Cantico, invece, invita l’uomo a non temere la donna, ma a considerarla su un piano di pari valore antropo-ontologico.[6] La donna del Cantico, oggetto di questo amore, non è una sirena ammaliatrice, ma una creatura consapevole di possedere l’energia costruttiva e di gestazione dell’intera creazione, in modo particolare e privilegiato, moderando e orientando lo stesso principio maschile, che altrimenti si perderebbe -da solo- nel conflitto ancestrale della caccia e della guerra, per la difesa di una proprietà intesa come diritto assoluto.[7]

Ebbene, che cosa di tutto questo traspare nella rozza esegesi (diciamo così) di Benigni? Nulla. Solo l’ansia di esaltare l’eroticità quasi a livello di una generica pornografia, dove ogni tipo di amore è sdoganato come uguale, anzi, come “cantato” dalla poetessa (dice il comico) e da lui ri-cantato.

E questo, per il momento basti, mio gentile lettore! Ho voluto offrirti qualcosa di diverso e di più rispetto alla volgare esibizione televisiva citata. E un invito a leggere il Cantico nel silenzio del tuo mondo e del tuo spirito.


[1] Ha affermato Robert Musil: “Non c’è nulla di più bello del Cantico dei cantici”, e Karl Barth: “Magna Charta dell’umanità, manuale della Rivelazione sull’amore, sull’affetto e sulla sessualità”. Cfr. Canti d’amore del Cairo, Pap. Di Torino 1966; Pap. Chester Beatty 1 e altri, databili tra il 1300 e il 1150 a. C.; M.V. FOX, The Song of Songs and the Ancient Egyptian Love Songs, Madison, Wisconsin – London 1985.

[1] Cfr. Cant 8, 6f.

[2] L’espressione che troviamo al cap. 8, 3 “La sua sinistra è sotto il mio capo/ e la sua destra mi abbraccia” sono state spesso considerate come la sintesi poetica, simbolica e spirituale dell’intera silloge di poemetti, dedicati all’amore, alla coppia umana che appare sulla scena del mondo dall’inizio. E, cfr. anche Cant 8, 6f: si può dire che il Cantico contiene una religiosità quasi “laicale”, nel senso di appartenente profondamente al “popolo” [al λάος], ma rappresentando anche l’incarnazione della Parola di Dio in ciò che è umano, con il Suo nome che echeggia solamente nell’espressione “fiamma divina” [fiamma di Dio o fiamma di vita] che troviamo in Cant 8, 6-7.

[3] Oltre che nel Cantico dei cantici e in Genesi, gli altri due libri che hanno una lettera grande all’inizio sono il libro dei Proverbi di Salomone, che inizia con una Mem, e il primo libro delle Cronache, che inizia con una Alef. È interessante notare che tre delle quattro lettere scritte grandi sono le stesse tre che il Sefer Yetzirà chiama “lettere madri”: la Alef, la Mem e la Shin. Concentriamoci ancora sulla lettera Shin, esaminandola anche da un punto di vista grafico: laש dove si osserva che il segno è essenzialmente costituito da tre linee unite in basso da un punto centrale. I rabbini delle tradizioni talmudiche ritengono che sia una rappresentazione dell’Albero della Vita, e che rappresenti i tre patriarchi ancestrali, Abramo, Isacco e Giacobbe, confluenti in un punto di unione, quale simbolo del popolo d’Israele.

[4] A questo proposito si devono ricordare le due opere che formano la Kabalà, chiamate dai maestri talmudici Màassè Bereshit

[l’Opera della Creazione]

e Màassè Merkavà [l’Opera del carro].

[5] La sinestesia è una situazione di evidenza sensoriale multipla, nella quale i sensi esterni operano creando eccezionalmente una vera e propria integrazione sensoriale nella persona. Nella Torah si integrano i quattro gradini della struttura morfologica scritturistica: le consonanti, le coroncine soprastanti, le vocali e infine le note sulle quali il canto si eleva. Dei dieci Canti che compongono la creazione, secondo la tradizione ebraica, Shir ha-Shirim è il nono, come introduzione del decimo e ultimo, che verrà cantato quando apparirà il Messia. La stessa Parola latina “cantum” può suggerire alcuni approfondimenti. Le consonanti “c-n” potrebbero risalire alla radice ebraica medesima, tra l’altro indicante il termine “canna”, cioè “gola” o “trachea”, ovvero il “canale” che serve per cantare. Vi è da dire che la Parola “chen” [Chet-nun] in ebraico significa “grazia”, o armonia, simmetria. Il Cantico non trascura gli aspetti a-simmetrici o negativi, se si tiene presente che la radice di “cantum”, cioè c-n, può anche riferirsi a “chinà” [kaf-iod-nun-he], cioè “lamento”, ma il Cantico è tale in quanto cantico, e non il suo significante contrario, ad esempio Chinà Chinaoth o Il Lamento dei Lamenti.

[6] Come si può evincere anche dalla profezia: Os 2, 18 – 19.21: “[…] poiché una cosa Dio ha creato in terra: la donna circonderà l’uomo (neqevà tesovev gaver) […] Ti farò mia sposa per sempre,/ ti farò mia sposa/ nella giustizia e nel diritto,/ nella benevolenza e nell’amore,/ ti fidanzerò con me nella Fedeltà/ e tu conoscerai il Signore/”.

[7] Il Cantico fu inserito nel Canone cristiano fin da tempi molto remoti, addirittura entro i primi due secoli. Il primo commentario dell’epitalamio di cui si riscontra traccia nella chiesa antica è quello di Ippolito, che ottenne larga fortuna presso le chiese d’Oriente e presso alcuni teologi e padri africani, come Tertulliano e Cipriano. Ma è soprattutto dal lavoro origeniano che trarranno ispirazione per secoli gli esegeti e i Padri, fino al monachesimo medievale e agli autori spirituali del ‘500. Gli aspetti esegetici ed ermeneutici di quei tempi antichi sono contenuti nell’amplissimo ambito concernente, sia le scuole letteraliste [delle quali fu Teodoro di Mopsuestia il maggiore maestro], sia le scuole allegoriste, delle quali il maggior campione è il grande Alessandrino.

[2] Sulle principali interpretazioni del Cantico, cfr. Dreifuss G., Maschio e femmina li creò – l’amore e i suoi simboli nelle scritture ebraiche, Giuntina, Firenze 1996, 81-111. 

[3] Come la prostituzione sacra.

[4] Ecco che anche la dimensione agapica si configura come coessenziale a quella erotica, quasi a sintetizzare ciò che parrebbe così distante: la brama e il desiderio da una parte, e dall’altra il dono di sé e la scoperta dell’alterità.

Infortuni ragionevolmente imprevedibili: esistono ancora?… Libertà individuale, regole e “involontario in causa”

Paolo, dirigente di Unindustria di Pordenone, è un ingegnere e un uomo creativo, umanista nel senso più ampio del termine. Un amico che stimo sotto tutti i profili, per la sua simpatia e competenza professionale. Quest’anno mi ha invitato a tenere una relazione a un convegno dal titolo molto sibillino, oltre che classicamente retorico “Infortuni ragionevolmente prevedibili: esistono ancora?”.

Gli interventi degli altri relatori sono stati vari ed equilibrati, certamente integrati e integrabili: quello del sociologo professore all’Università di Trento,  Massimiano Bucchi, autore di diversi volumi tra cui il recente edito da Rizzoli Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili, del giudice Antonio Lazzàro, uomo di grande esperienza giuridica, della Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione di Luxottica ingegner Ambra Ambroset, e dello psicologo vicentino Antonio Zuliani, esperto di “psicologia sociale delle catastrofi”.

Duecentocinquanta tecnici e studiosi in una grande sala della Fiera di Pordenone. Conferenza valida anche per crediti di aggiornamento per gli ingegneri, i periti industriali, i geometri e i responsabili del servizio di prevenzione e protezione aziendali. Mancavano del tutto o quasi i capi azienda intesi come primi azionisti e titolari. Certamente non erano i primi invitati, ma anche se lo fossero stati, a mia esperienza, ne sarebbero venuti pochi, molto pochi. Quale la ragione? Ebbene, costoro, per ruolo e self consciousness sono troppo convinti che non gli serva stare insieme a molti altri, precipuamente di ruoli tecnici ed operativi, in quanto loro “comandano” ed essenzialmente sanno già tutto, o quasi tutto, proprio perché… comandano.

Infatti, salvo qualche virtuosa eccezione spesso a me nota, il loro retro-pensiero è questo “se io ho inventato questa azienda e altri no, anzi lavorano per me, vuol dire che io sono diverso e non ho bisogno di studiare come loro“, non capendo che studiare fa sempre bene, perché apre la mente e fa capire come, studiando, ci si accorge di avere sempre bisogno (socraticamente) di studiare ancora e ancora e ancora, perché la scienza e la sapienza non hanno confini, non hanno limiti.

Ho provato a proporre un contributo a modo di meta-intervento filosofico, e ho ritenuto di svolgerlo in questo modo…

infortuni ragionevolmente prevedibili

L’anima e l’eternità degli “enti” per il maestro Emanuele Severino e per… me

A 91 anni Emanuele Severino se ne è andato tra gli eterni, come crede e dice e scrive lui, da sempre, dal sempre eterno della sua vita. Parmenideo anti-eracliteo, cristiano nel senso metafisico e non teo-logico del termine. Il filosofo, il professore, è stato rimosso dalla docenza alla Cattolica mezzo secolo fa, perché il suo insegnamento è stato ritenuto da Santa Madre Chiesa incompatibile con il tomismo (non tanto con l’agostinismo) dei fondamenti cattolici.

Poi a Cà Foscari, nella luce della laguna, ha formato centinaia di docenti e forse qualche filosofo, e infine a Milano con Massimo Cacciari all’Università San Raffaele – Vita e Salute: docente di filosofia e filosofo non sono sinonimi. Chissà che cosa sono io, caro lettore?

Ora la sua anima non è ad animare un altro corpo, ma è dov’era da sempre, nell’eternità, in ciò che latinamente si può dire interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio. La visione del mondo e della vita di Severino presuppone la possibilità che vi sia un luogo/ stato dell’essere dove si può osservare tutto e totalmente delle cose, che si può dire ex parte Dei o sub specie aeternitatis, anche se il filosofo non la chiama “Dio”, concetto che appartiene alla teologia. Si potrebbe chiamare “assoluto”, “incondizionato”, fermi restando i nomi presenti nella tradizione monoteista come “eterno”, “onnipotente”, “signore”, “misericordioso” e  altre decine (soprattutto in ambito teologico islamico).

Per Severino, e anche per un altro maestro mio, il padre domenicano Barzaghi l’eternità degli “enti” sussiste. Proviamo con un esempio: facciamo conto di stare dietro a una scrivania e di mostrare una mano, poi di nasconderla dietro la scrivania stessa. La mano appare e poi scompare, ma senza smettere di “essere” o, come si intende comunemente, di “esistere”. L’apparizione della mano non è una mera “apparizione”, ma la ricomparsa di un “ente” (qualcosa-che-è) che non smette di essere (esistere) anche quando scompare alla vista, ma non alla vita. Ogni gesto che facciamo, anche uno sfregamento del mento, dura in eterno, poiché nessuno, neppure l’onnipotenza di Dio può far-non-essere-stato quel gesto, una volta che esso è stato compiuto. Anche la relatività generale einsteiniana lo conferma, poiché ciò che accade è, e se è, è per sempre, pur se sottoposto alla legge fisica citata. Betelgeuse, se diventerà una gigante rossa dopo la sua esplosione nucleare, si “farà vedere da noi” solo fra… cento anni, ma intanto sarà visibile immediatamente a chi fosse distante solo trecentomila chilometri da essa, in un minuto secondo, un soffio.

Ora, ad esempio, parliamo dell’anima: ruah, pnèuma, anima, per dirla in ebraico, greco e latino-italiano. Che cosa sia in molti se lo sono chiesto, studiosi e chiunque.

Trattati e lettere e omelie sono stati scritti dai maggiori. In Occidente e in Oriente, dove l’anima è ritenuta una scheggia di “divino” o d’infinito, come nella dizione hindu atman, che deriverebbe dal brahman, cioè dallo “spirito divino del mondo”. Anime che si possono reincarnare in creature più nobili o meno, a seconda del karma, cioè del retaggio morale di una vita, dottrina retributiva presente anche nel giudaismo biblico e nel paleo-cristianesimo (popolarmente anche dopo). Anime che si possono elevare fino quasi all’illuminazione del bodhissatva (buddhismo) ovvero dell’avatar (hinduismo), così come nel plesso mediterraneo vi sono i “santi”.

Essa è, secondo la teologia cristiana classica aristotelico-tommasiana: forma sostanziale del corpo. E’ sostanza, essenza, natura, principio di moto e sede di tutte le facoltà spirituali (volontà, intelligenza, memoria, sensibilità). Sempre in ambiente teologico l’anima è creata da Dio, mentre il corpo viene formato dai gameti genitoriali; essa è immortale e tramite della spiritualità umana.

Nell’Antico Testamento si concepisce l’anima come una struttura mista con il corpo ed è collocata nel “cuore” dell’uomo, non inteso come muscolo pompante il sangue, ma come centro dell’essere, del pensare e delle emozioni, il nefesh.

In Genesi Dio insuffla in Adam l’anima insieme con la vita: in sostanza lo anima. Nei più antichi testi biblici (l’ebraica Torah) non si parla mai di anima, immortalità e sopravvivenza dell’anima individuale dopo la morte. L’idea di immortalità dell’anima deriva piuttosto dal pensiero filosofico greco classico, o come elemento del mondo (presocratici, stoici ed epicurei), ovvero principio dell’essere (Aristotele) o, ancora, principio del movimento (Platone e neoplatonici).

Secondo Genesi l’essere umano è composto da: a) la terra, elemento materiale; b) l’alito vitale, elemento spirituale comunicato alla materia; c) l’anima vivente, che è il risultato dell’operazione svolta da Dio insufflando lo spirito nella materia. L’animazione impressa al corpo di Adamo non è un’anima-sostanza. Anima e spirito possono essere pensati indipendentemente.

I padri della Chiesa (tra i principali Ireneo di Lione, Cipriano di Cartagine, Agostino, Gregorio Magno, etc.) si sono basati soprattutto sulla dottrina platonica (cf. Fedone) e plotiniana, senza ignorare lo gnosticismo e lo stoicismo. Per alcuni di essi l’anima umana è costituita da materiale finissimo, non potendo essere concepita come del tutto immateriale. Fu sant’Agostino, attorno al 400, che propose un’idea o immagine dell’anima come di un nocchiero che guida il corpo, cioè la persona. Circa mezzo millennio dopo, con la riscoperta del pensiero aristotelico si iniziò a pensare unitariamente all’essere umano come composto unificato di anima e corpo (il sinolo aristotelico, da syn òlon, cioè con-il-tutto). Per Tommaso d’Aquino l’uomo è un “composto” di corpo e anima, ovvero materia e forma; è dunque al tempo stesso sostanza spirituale (cioè essere ragionevole dotato di intelletto) ed essere animale (dotato di un corpo informato dall’anima sensitiva e vegetativa). Le sostanze spirituali sono per lui forme separate, che esistono indipendentemente da qualunque connessione con la materia, e costituiscono un unico individuo per ogni specie animale; nel caso specifico dell’uomo, invece, ogni singolo individuo è perfettamente distinto dagli altri (l’anima è forma per se subsistens), in quanto solo così si può convalidare la credenza nell’immortalità dell’anima individuale. Per l’Aquinate l’uomo è composto di corpo e anima, vale a dire di materia e forma (essenza. sostanza, natura). Inoltre, siccome l’anima è una sostanza semplice di natura spirituale, non è corruttibile, e perciò può essere… immortale. Infatti, solo le sostanze composite (complicate, complesse) sono corruttibili in quanto generabili.

La filosofia e la teologia cristiane dei tempi moderni si sono orientate sul concetto di persona, anche per parlare dell’anima. Consultiamo un autore contemporaneo come Norman M. Ford (1988),  che scrive l’anima non è un oggetto concreto, ma un principio di vita non empirico, e di conseguenza non è direttamente riscontrabile con i metodi dell’osservazione scientifica […] è un principio di vita non-materiale o spirituale, necessario a spiegare gli aspetti non quantitativi degli atti autocoscienti razionali di conoscenza e libera scelta. Non è possibile ricorrere a metodi di investigazione puramente empirici per osservare direttamente la presenza dell’anima come tale o l’inizio della sua presenza.

Tornando all’Antico Testamento, lo spirito è il principio della vita, universale, impersonale, immortale, ovvero la parte superiore dell’uomo, dove risiedono l’intelligenza, la ragione e la coscienza morale, e dunque materia e spirito sono due elementi non individuali, di cui solo il secondo persiste alla morte, mentre l’anima vivente e vivificante è un elemento individuale che sussiste solo finché il corpo è in vita. Per l’antico ambiente giudaico l’anima è mortale.

La Chiesa Cattolica si richiama dottrinalmente all’Antico Testamento, dove il termini anima e spirito non sono usati con coerente costanza terminologica, ma in modo scambievole. San Paolo, poi, influenzato dall’ellenismo ne parla in termini differenziati distinguendo con cura senso, significato e utilizzo dei due termini. Per l’Apostolo l’uomo è proprio composto da tre dimensioni: corpo, anima e spirito. E’ dal Concilio di Vienne (1312/ 1313)  che questa dottrina è diventata parte della Tradizione cattolica e del Magistero. L’anima, dunque, è sede della mente, della volontà e delle emozioni, ed è preposta al controllo di tutti pensieri umani e di tutte le azioni che conseguono. Nella modernità le dottrine psicologiche, sia pure con terminologie differenti, hanno attribuito alla mente questo ruolo. Mente è comunque un termine che trae le sue origini dall’etimologia latina di mens/ memoria/ memorare, molto cara ad Agostino che addirittura la usò come metafora per indicare il Padre nella Trinità: Mens, Notitia et Amor, ovvero Padre, Figlio e Spirito Santo, secondo il grande teologo africano.

Se anima è un concetto condiviso fra teologia e psicologia moderna, spirito ha invece un’accezione eminentemente teologica, in quanto è il tramite per il quale l’uomo ha una qualche conoscenza di Dio e con lui in qualche modo… comunica. Lo spirito è collocato ontologicamente al di sopra dell’anima e la può orientare secondo l’ispirazione divina, al bene. Infatti, come insegna Tommaso, l’anima ha un’origine diversa dal corpo, poiché è sostanza semplice ed è spirituale, mentre il corpo è complesso ed è materiale.

Molte e diverse sono le dottrine teologiche sull’anima: vi sono opinioni che la ritengono creata da Dio all’atto del concepimento (Alberto Magno), altre all’atto della nascita, altre ancora quando la struttura encefalica si può considerare completata, e quindi dopo la nascita. Tommaso d’Aquino parlava di quaranta giorni per i maschi e di ottanta per le femmine. Su queste opinioni si possono proporre diversi giudizi, tenendo conto delle conoscenze naturali del tempo, che rendevano un po’ confusa la nozione, che si collocava fra biologia e metafisica. Il “tipo” di anima conferita all’uomo, inoltre, è completamente diversa dall’ente-anima che fa vivere gli anima-li, i quali la possiedono solo nelle dimensioni vegetativa e sensitiva. Vi sono però anche posizioni curiose, come quella di san Girolamo, che consolava i credenti affermando che avrebbero incontrato gli animali cui in vita sono stati più affezionati, perfino in paradiso. I possessori di animali odierni, però, per loro sfortuna, si dichiarano spesso agnostici o addirittura atei. Non sanno quello che si perdono.

Tommaso d’Aquino riteneva che l’anima intellettiva, dando forma e struttura alla materia e rendendola vivente, non sia collocata in alcun in alcun luogo particolare del corpo, che compenetra totalmente. L’anima si «esprime nel corpo» e lo contiene. L’anima è il principio vitale da cui scaturisce ogni azione corporea, da quelle dell’apparato locomotore a quelle della psiche. Il Concilio di Vienne (1312-1313) afferma: «riproviamo come erronea e contraria alla verità della fede cattolica, ogni dottrina o tesi che asserisce temerariamente o suggerisce sotto forma di dubbio che la sostanza dell’anima razionale o intellettiva non è veramente per sé la forma del corpo umano». Ma già Agostino d’Ippona aveva autorevolmente affermato: «in ciascun corpo l’anima è tutta in tutto il corpo, così com’è tutta in qualsivoglia parte di esso».

Per la Chiesa Cattolica l’animazione razionale del neonato è stato un tema non molto trattato. Si può dire che in passato la vita fetale non era considerata pienamente umana (non dimentichiamo che Margherita Hack parlava a volte dello zigote, della blastula e della morula come di un mucchietto di cellule, paradossalmente d’accordo con gli antichi teologi). Se vogliamo però applicare lo schema aristotelico-tomista non possiamo dimenticare che i due gameti che producono – pariteticamente – lo zigote (23 cromosomi y + 23 cromosomi x) hanno in potenza, cioè provvedono il potenziale per lo sviluppo dell’essere umano che sarà, tutto e totalmente. Se quindi si concepisce l’anima in termini non strettamente fisici, ma anche metafisici, non possiamo non ammettere che l’umanità sia infusa totalmente fin dai istanti di vita dello zigote, pur essendo questo “ente” unicellulare. A chi non ammette la dimensione metafisica questo ragionamento non interessa, ovviamente.

Per Tommaso d’Aquino, il sangue stesso è già un essere umano “potenziale” che diviene essere umano “in atto” sotto l’azione del pneuma (lo spirito) presente nel seme. E’ comunque Dio stesso a intervenire con un atto creativo, dando alla creatura vegetativo-sensitiva una dimensione razionale e spirituale, infondendo l’anima.

La teologia contemporanea conviene sulla posizione di sant’Alberto Magno (l’anima sussiste dall’atto del concepimento), ma solo successivamente (quando?) inizierebbe ad operare? Sul tema sarei dell’idea di esprimerci con enorme cautela, anche e soprattutto per le implicazioni etiche che esso ha con il tema dell’aborto.

Ci si può chiedere se vi siano “prove razionali” dell’esistenza dell’anima. Si può ragionevolmente affermare che le maggiori sono di carattere psicologico: la consapevolezza dell’individualità; la consapevolezza dell’esistenza della propria anima; la cognizione della distinzione fra anima e corpo; la consapevolezza dell’opposizione fra anima e corpo; la persistenza dell’Io rispetto ai mutamenti del corpo; la presenza di attività spirituale; il senso di responsabilità; la ripugnanza verso l’idea di una morte definitiva. Queste caratteristiche sono anche utili a mostrare, forse, la plausibilità dell’esistenza di un “ente” come l’anima. Essa, oltre a manifestare i tratti psicologici sopra elencati, può essere illustrata anche come segue: principio di vita; immagine di Dio; vera essenza dell’uomo; costante dell’essere; principio che umanizza il corpo; principio della razionalità umana e dello psichismo; principio dell’individualità; fonte della personalità; principio della soggettività; principio della coscienza e della consapevolezza; parte migliore dell’uomo; fonte dell’interiorità e della vita personale; principio del libero arbitrio e della volontà; essenza dell’essere e dell’Io; coscienza morale.

Circa la “vita” dell’anima  la teologia cattolica tradizionale sostiene che dopo la morte (del corpo) l’anima continui a sussistere separatamente, essendo immateriale e quindi non potendo dissolversi in qualcosa d’altro, come accade al corpo. La separazione dell’anima dal corpo permette inoltre che Dio possa avere una relazione spirituale con una sostanza che gli “somiglia” (cf . Genesi 1, 27), per cui la fa sussistere con la sua propria essenza, mentre il corpo sarà ripreso dopo la resurrezione finale, in altra forma sostanziale.

La morte è, dunque, la separazione dell’anima dal corpo, ma resta comunque parziale. Mentre il corpo non procede con le sue funzioni vitali, l’anima continua a “vivere” separatamente. Dopo la morte l’Io umano non si spegne, ma si “sposta” in uno stato dell’essere diverso, non più percepibile dagli altri, ma presente in uno stadio/ stato spirituale. L’anima, pertanto, continua a vivere, ma non più mediante il corpo, bensì autonomamente.

Per la teologia cristiana, l’unica eccezione nel morire è costituita dalla morte di Maria, che fu vera morte, ma non tale da far sì che il corpo si decomponesse. Il dogma (non obbligante) dell’Assunzione di Maria, anche se presente nella Tradizione fin dal V secolo, è di proclamazione molto recente (1950, sotto papa Pio XII) sostiene l’assunzione della Madre del Signore in anima e corpo.

Le visiones medievali sono la rappresentazione più forte dello stato e dell’attività dell’anima dopo la morte, tra le quali il poema dantesco è la più nota.

L’attività dell’anima dopo la morte, in particolare in quello stato sospeso rappresentato dal purgatorio, veniva descritta in passato quasi come un viaggio fantastico, durante il quale è possibile il contatto tra ciò che appartiene all’Io e il mondo ultraterreno. Per questo durante il Medioevo vi fu una fioritura di racconti di viaggi estatici nei mondi ultraterreni; l’esempio più noto è quello della Divina Commedia.

Circa il destino dell’anima, la dottrina cattolica prevede che essa si possa trovare nelle condizioni spirituali “meritate” in vita, con una qualche analogia con il karma hindu-buddistico, e un “arricchimento” medievale, sconosciuto ai Padri del cristianesimo primitivo, quello della purificazione (da pyr, fuoco in greco) purgatoriale, se i peccati commessi non siano stati tali da impedire la visio beatifica della Santissima Trinità (cf. Canto XXXIII del Paradiso dantesco) e facciano meritare il “silenzio eterno di Dio” (cf. J. Ratzinger)

A differenza della cultura religiosa cristiana e musulmana, che prevede la resurrezione finale delle anime e dei corpi, quella giudaica la ignorava. E’ nella Lettera agli ebrei che si parla per la prima volta in maniera chiara di resurrezione finale. Si tratta di un dogma fondamentale correlato a quello dell’immortalità dell’anima. e per queste ragioni: a) se l’essenza dell’uomo fosse lo spirito, non si comprenderebbe perché Dio l’avrebbe fatto compagno della carne; b) essendo l’anima “forma del corpo” è del tutto innaturale che essa si trovi separata dal corpo, e dunque tende a ricongiungersi ad esso; c) poiché l’anima e il corpo commettono insieme il bene e il male, entrambi debbono ricevere il premio o la punizione.

Infine, il cristianesimo non ammette la reincarnazione, tipica dottrina delle tradizioni religiose orientali. Vi sono comunque teorie in questo senso anche in ambito cristiano, come nel caso di Origene, per il quale le anime non solo sono immortali, ma anche… eterne.

Per la maggior parte della sua storia il Cristianesimo ha sostanzialmente condiviso l’idea platonica di una netta separazione dell’anima dal corpo; e per questo motivo il Simbolo degli apostoli parla di «resurrezione della carne», espressione che non compare nel Nuovo Testamento né nel Credo di Costantinopoli (e in quelli precedenti), dove si parla sempre di «resurrezione dei morti» (solo nel 1513, con il Concilio Laterano V, l’immortalità dell’anima è divenuta dogma). Ma nei Vangeli non si parla di immortalità per tutti gli uomini o per tutte le anime; la resurrezione degli empi serve solo ad applicare loro la pena definitiva della distruzione col fuoco, giacché il definitivo concetto di inferno, inteso come luogo di dannazione eterna, nasce solo con Tertulliano e Origene.

Per l’apologetica, l’uomo prova un desiderio naturale di integrità della propria persona, dovuto al fatto che l’anima è la forma del corpo e come tale tende a essergli unito. Questa certezza soggettiva, rafforzata definitivamente dalla fede, sarebbe la prima prova della necessaria immortalità, e appagherebbe un desiderio ben presente anche nei filosofi pagani. L’immortalità dell’anima sarebbe inoltre dimostrabile con la semplice ragione: l’anima è immortale in quanto immateriale e non scomponibile; se infatti l’intelletto opera prescindendo dalla materia (ovvero, se l’agire segue direttamente all’essere), l’anima non può che essere immateriale e dunque immortale, perché solo la realtà materiale è soggetta alla corruzione.

L’ente anima può essere considerato forse il modello di eternità degli enti, anche se il concetto di eternità non coincide affatto con quello di immortalità, in quanto l’eterno è in-creato, mentre l’immortale no.

Gentil lettore, considera questo mio sforzo come un omaggio a Emanuele Severino, che ora conosce de visu, gli eterni, e a cui auguro, anche se lui ne ha fortemente dubitato, la visione beatifica degli angeli e dei santi.

Ai confini della laguna

Invitato dall’amico Davide, filosofo venezian, mio valoroso collega in Phronesis (che per il mio affezionato lettore è l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica), mi trovo un giorno di gennaio di quest’anno, l’ultimo del secondo decennio, non il primo del terzo come molti imbecilli cercano di dire, a Cavallino Treporti. La sera scende e le persone attendono che si parli di libertà, di come la libertà si può declinare nelle varie forme consentite dalla vita umana e dalla natura, e da come l’umano intelletto le può descrivere.

Tanti modi, innumerabili: dalla libertà (apparentemente) assoluta, cioè sciolta da ogni legame (ab-soluta), a quella più limitata dalla necessità, cioè una libertà senza alcuna libertà, e in mezzo le infinite sfumature di ciò che chiamiamo caso, non sapendo come definire ciò che accade al di fuori del nostro controllo intellettuale e fattuale.

Libertas major et libertas minor sono poi due espressioni care a sant’Agostino, che distingueva, appunto, tra una “libertà maggiore”, cioè quella determinata dalla consapevolezza intellettuale e morale delle scelte per il bene, e una “libertà minore”, vale a dire più inconsapevole, e pertanto non legata alla riflessione sull’eticità delle scelte.

Molte volte in questa sede mi son posto il tema, non trascurando i pensatori che della libertà più si sono interessati, dai grandi greci, al vescovo ipponate, fino ad Erasmo e Lutero, per giungere a Kant e ai nostri giorni. Me ne sono interessato al punto da pubblicare un pamphlet, che ha avuto un’ottima accoglienza di pubblico e di critica, da parte di colleghi, imprenditori, lavoratori e lettori. La politica, invece, è stata completamente assente dal piccolo dibattito da me suscitato, in questi anni afona e poco colta, e perfino poco curiosa. E non me ne meraviglio, ché la povertà della discussione in quelle sedi è malinconicamente conclamata. Quando li vedo (i politici, e parlo degli attuali che vanno per la maggiore) comparire i tv o sul web oramai mi rattristo preventivamente, mentre loro leggono discorsetti già preparati, forse da terzi (questo accade sempre con i più in vista) per dire banalità clamorose o indulgere in pressapochismi desolanti. In ciò supportati e accompagnati da gran parte dei giornalisti video e della carta stampata, e da conduttori capaci più che altro di esaltarsi per scoop inesistenti e autori di titoli e slogan urlati, spesso indecorosi, se non indecenti. Basti ricordare, in tema, come è stato presentato il falso conflitto in materia di celibato ecclesiastico tra Joseph Ratzinger e papa Francesco.

E allora, libertà da cosa, libertà di cosa? del nulla. Così pare essere ciò che emerge dall’assente dibattito in tema. Bisogna risalire indietro nel tempo di almeno tre/ quattro decenni per ricordare qualcosa di degno di attenzione nella politica, ai tempi di Nenni e Craxi, di Moro e Fanfani, di Berlinguer e Amendola e Ingrao, pur nei loro limiti e contraddizioni (basti pensare agli errori e limiti manifestati da alcuni di loro ai tempi dell’affaire Moro e della vergogna di via Caetani, tema ancora ricco di oscure presenze e assenze), per quanto riguarda l’Italia.

Gentil lettore, eccoti il documento di cui…

la scelta libera

Solipsismus, arrogantia et autophilia (vel narcisismus vanitasque)

La chiusura in se stessi è un modo di rapportarsi al mondo, incapace di relazionarsi. In qualche modo, sia il solipsismo, sia l’arroganza, sia il narcisismo sono modi diversi di chiusura in se stessi.

 

De solipsismo

Il solipsismo (dal latino solus, “solo”, ma anche dal greco òlos, cioè “tutto”, e ipse, “stesso”: “solo se stesso”) è un lemma concernente la teoria filosofica secondo cui l’individuo umano, o persona, è l’unica realtà assolutamente certa, e vera, mentre il resto del mondo è concepibile solo come oggetto che si forma nella coscienza dell’individuo stesso. Si può dire che il più chiaro ed evidente inizio di tale dottrina è quella risalente a Renè Descartes, il quale rovesciò la nozione filosofica classica risalente al platonismo-aristotelismo, sviluppato in seguito da Agostino e Tommaso d’Aquino, di una realtà sussistente, anche in assenza di una consapevolezza di essa da parte del singolo essere umano.

Anche sotto il profilo morale (etico), per il solipsista la nozione di bene/ male è soggettiva, semplicemente adeguata agli interessi dell’io, oltre ogni regola.

Il solipsismo è chiamato anche egoismo oppure egotismo, quantomeno dal XVII secolo, quando il gesuita  Giulio Clemente Scotti nel 1652 scrisse La Monarchie des Solipses, autocritica dell’Ordine voluto da Ignazio di Loyola.

Nei Discorsi di Benares, il Buddha declina in questi due modi il concetto:

«Chi compie viaggi esteriori cerca la completezza nelle cose, chi si dà alla contemplazione interiore trova la sufficienza in se stesso»
«Senza uscir dalla porta/ conosci il mondo/ senza guardar dalla finestra scorgi la Via del Cielo/ Più lungi te ne vai meno conosci; Chi ostruisce il suo varco/ e chiude la sua porta/ per tutta la vita non ha travaglio/ chi spalanca il suo varco/ ed accresce le sue imprese per tutta la vita non ha scampo»

Descartes, iniziatore e campione del soggettivismo nella cultura filosofica occidentale (1596–1650), riteneva che l’unica cosa indubitabile per la ragione umana fosse l’esistenza del soggetto pensante, scrivendo nelle sue Meditazioni:

«Tutto ben ponderato bisogna concludere e tener fermo che questa proposizione io sono, io esisto, è necessariamente vera, ogni qual volta che io la pronuncio, o la concepisco mentalmente.»

Indubbiamente Descartes collocava la possibilità della conoscenza dentro un metodo (il Metodo) che pre-supponeva la consapevolezza dell’esistere soggettivo, per poter porsi la questione della conoscenza del… resto delle cose del mondo, persone, animali, vegetali e minerali. Di lì poi traeva la necessità dell’esistenza di Dio, stante che le cose conosciute indubitabilmente erano buone, complete e perfette. Da due punti di vista diversi e opposti lo criticarono Pascal e Hobbes. Sulla stessa pista teoretica troviamo anche Nicolas Malebranche e il vescovo George Berkeley, che portò alle estreme conseguenze il soggettivismo cartesiano con il suo “esse est percipi“, cioè “essere è essere percepito“, nient’altro.

Kant e Fichte non trascurarono il punto di partenza cartesiano, mentre Schopenhauer lo criticò attribuendo al solipsismo le caratteristiche di una malattia mentale, e ciò non è per nulla escluso dalla psichiatria contemporanea. Un certo tipo di solipsismo, che nulla ha a che vedere con il sentimento di solitarietà, prescelto da Heidegger e dal… sottoscritto, può essere invece l’ambiente della riflessione radicale, ospitando le attività più elevate dell’intelletto, ovvero del pensiero pensante (critico in quanto logico-argomentativo, che oggi manca alla grande), e dello spirito, con le sue attività intuitive. La solitarietà è una specie di solitudine ricercata, atta ad evitare la chiacchiera e il clamore inutile di molte parti e pezzi di mondo umano.

Edmund Husserl credette in un solipsismo creativo, atto a creare le condizioni della scoperta dell’Altro, mentre pensatori come Martin Buber e Emmanuel Lévinas riconoscevano nella scoperta dell’Altro una più profonda capacità di cogliere l’irriducibile differenza, non tanto dell’iopenso cartesiano, quanto dell’io, di un io però non vanaglorioso e superbo, bensì capace di cogliere la medesimezza di ogni altro io con il proprio.

Solipsista all’ennesima potenza ritengo si possa considerare Wittgenstein che sosteneva nel suo principale Tractatus logico-philosophicus la seguente sentenza: «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo»,  E se il linguaggio è povero, come spesso capita, caro Ludwig? Non è che io mi fermo nell’analisi del mondo alle conoscenza di Di Maio, nel senso che le ritengo valide, vero? Oppure sì? Ebbene, allora, ciò che si può conoscere è semplicemente ciò che può conoscere chiunque. Avvilente. Piuttosto, preferisco Rudolf Carnap, che ammetteva la validità del flusso esperienziale degli altri, quantomeno per analogia. Ecco che con l’analogia, vecchia di duemila trecento anni, torna in auge Aristotele (senza dirlo più di tanto), come riconoscono anche i neo-positivisti logici come Peirce, Whitehead, Russell, James e Santayana.

Veramente ogni tanto mi vien da penare che la filosofia contemporanea sia solo una serie di chiose del classici greci, di Agostino e del grandi scolastici. Più interessante è il pensiero gentiliano e severiniano di quello dei cosiddetti “analitici continentali” sopra citati. La metafisica è dunque tutt’altro che sepolta: l’ultimo tentativo solenne di considerarla morta fu quella di Kant, ma non vi riuscì.

 

De arrogantia

L’arroganza è l’arma preferita dai mediocri. Si tratta di un termine latino (arrogantia), derivante dal composto verbale ad-rogare, cioè chiedere in ambito politico (chiedere al popolo, ad esempio in un referendum) o notarile (vedi rogito), un qualcosa su cui non vi sono diritti… dell’arrogante, cioè del chiedente con impeto superbo e prepotente. Sono interessanti in tema gli approfondimenti del Bobbio.

L’arrogante è un insolente che non si perita di apparire sfacciato e presupponente di sé. La superbia ne è il vizio fomite come insegna la buona teologia morale, da Agostino, Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino (caput vitiorum, inizio dei vizi morali), perché suppone che il soggetto ritenga di possedere diritti e privilegi impropri e ingiusti, anche a scapito degli altri.

 

Nel diritto romano si riconosceva nel termine un’eccezione, quella di chiedere al popolo il di diritto di adottare una persona sprovvista di patria potestà. Darwin ebbe a scrivere:

«L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina. Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente dagli animali.»

 

De autophilia et de vanitate

In italiano, il termine latino autophilia, direttamente traslitterato dal greco (autòs, se stesso, philìa, amore) si può tradurre con narcisismo. Una sua versione conturbante e disturbante è la vanità.

Il narcisismo è un termine polisemantico che oscilla, nei suoi significati, tra un tratto di personalità, un tema culturale, ovvero un disturbo mentale. Se “confina” con l’orgoglio di essere persone valide e rispettate, non mai con l’orgoglio spirituale che coincide con la superbia, e perciò, nel primo caso, definibile anche come amor proprio attento al diritto di essere rispettati, si può dire legittimo.

Correntemente il narcisismo è ritenuto quasi sinonimo di vanità, e può appartenere anche a gruppi, e allora si può definire elitarismo. Da un punto di vista psicologico può essere, nel caso in cui sia moderato, un amore per la propria dignità personale, ma nel caso in cui sia eccessivo, coincidente con le forme peggiori di egocentrismo, fomite naturale dell’arroganza e della prepotenza.

Il termine “narcisismo” deriva dal mito classico di Narciso, molto conosciuto. La storia: avendo rifiutato l’amore della ninfa Eco, fu condannato a innamorarsi sempre e solamente della sua propria immagine riflessa nell’acqua, fino ad essere tramutato nel fiore omonimo.

Nella Grecia antica il narcisismo era ritenuto l’origine del sentimento di hybris, cioè una sorta di onnipotenza e di unicità radicale rispetto agli altri, per cui a chi ne è affetto sarebbe consentita qualsiasi decisione, qualsiasi cosa.

Nei nostri anni si sono occupati di narcisismo psicologi e sessuologi di vaglia, come Havelock Ellis, sostenitore del “narcissus-like”, cioè della sindrome narcisistica dovuta a una eccessiva attività masturbatoria, là dove ogni incontro con l’altro è insufficiente, per cui… Ma forse si tratta anche di altro, come proposto da Paul Näcke, studioso delle varie carenze della sessualità (perversioni?), o da Otto Rank, che preferiva analizzare il narcisismo sotto il profilo psicoanalitico, e così collegarlo alla vanità e all’auto-ammirazione.

Si interessò al tema anche Martin Buber: in Ich und Du (Io e Te) scopre che il narciso tratta gli altri come oggetti, non come “altri io”. Confesso che quotidianamente rifletto sulla lezione buberiana, esercitandomi a pensare agli altri come a degli “io”, pari a me. Tracce di narcisismo in me? Sì.

Un altro psicologo, David Thomas elenca alcuni tratti caratteristici del narcisismo: a) concentrazione su se stessi, b) empatia debole o quasi inesistente, c) difficoltà a provare vergogna e senso di colpa (nel senso buberiano di “senso della colpa”), d) difficoltà a distinguere se stessi dagli altri, e) altezzosità corporea e prossemica, f) antipatia per coloro che non li ammirano, g) uso delle persone a propri fini, h) millanteria, i) vanteria, l) incapacità di vedere le cose da altri punti di vista, m) incapacità di provare rimorso e gratitudine, come se tutto gli fosse dovuto per manifesta… superiorità, etc.

Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), che consulto spesso, trovo anche la distinzione fra narcisismo maligno e narcisismo benigno, oppure, secondo Freud, narcisismo primario e narcisismo protratto. Persone di questo genere sono in grande difficoltà nello sperimentale l’amore umano come intensificazione solidale (amor benevolentiae).

Quello primario è un narcisismo infantile, auto-erotico, che disporrebbe, sempre secondo il viennese, alla schizofrenia, mentre quello protratto nell’età adulta è un vero e proprio, pericolosissimo, ripiegamento dell’io su se stesso. Melanie Klein conviene con Freud su queste suddivisioni.

L’idealizzazione del sé, secondo Heinz Kohut (cf. Psiche, Einaudi, Torino 2007)  può portare anche anche alla distruttività di ogni relazione con l’altro, e alla costruzione di personalità borderline.

Una conseguenza attuale è il narcisismo digitale, che porta all’esibizionismo e a una sorta di “culto della personalità”, analogo, anche se meno pericoloso per gli altri, a quei culti ben conosciuti e studiati della storia recente (Stalin, Mao, Tito, in particolare, senza escludere i dittatori di destra, diversamente cultori della propria personalità, ma sempre con tratti innervati di eroismo e unicità).

Jean Baudrillard propone l’ideal-tipo di consumazione dell’immagine propria come negazione dell’alterità, in una sorta di annegamento nell’autoreferenzialità.

Il tipo “narciso” è anche un campione nel dimenticare (o nel far finta di farlo) i nomi delle persone, quasi non avessero diritto a un nome proprio (prosopo-agnosia), o anche delle cose e dei concetti, specialmente se si abusa della Programmazione Neuro-Linguistica, che aborre certe terminologie lessicali, le quali, a dire di quegli esperti, queste non corrispondono al realismo quotidiano (e banale, aggiungo io) delle cose della vita.

Forse, e questo è un mio contributo all’analisi del narcisismo vanitoso, anche quando si percepisce in qualche soggetto la falsa modestia, si è in presenza di una forma narcisistica. Una frase emblematica: “No, dai, non me lo merito – oppure – degli amici mi hanno chiesto di scrivere una autobiografia“.

Caro lettor mio, quanti narcisi conosci? Io non pochi e sto ben attento a non cader dentro a questo baratro senza fondo.

La “micosi” del male nelle sue varie declinazioni etiche e storiche, sotto i profili: fisico, morale e metafisico. Da sant’Agostino a Hannah Arendt

Il concetto riportato nel titolo  si trova nel carteggio che intercorse negli anni ’60 del secolo scorso fra Hannah Arendt, famosa per il volume La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, pubblicato nel 1963, e Karl Jaspers, suo maestro dopo Heidegger.

Una micosi è una diffusione fungiforme, per cui il male viene descritto come un’epidemia, quasi, come potesse intaccare qualsiasi vivente, per suggerne la linfa e berne anche il sangue. Quasi vampiro, il male, per Jaspers e Arendt, come spiega Luca Cerardi in un suo lavoro che citerò in calce, si diffonde subdolo, e, se non te ne accorgi, ti fagocita lentamente, cambiandoti senso della vita e vita spirituale, mente e pensieri, mettendo in moto precordi ancestrali di lotta e di morte.

La micosi non ha profondità, anche se può fare molto male: essa colpisce la superficie restando in superficie, ma molti hanno una spiritualità superficiale, e pertanto basta una micosi spirituale per renderli astenici sotto il profilo intellettuale e morale. Persone citate nei precedenti articoli hanno caratteristiche di questo tipo.

Per arrivare al tema così come posto dai due pensatori contemporanei, partirò dal principale concetto proposto da Sant’Agostino per definire il male: la privatio o defectio boni,  vale a dire il male come assenza di bene, il male sprovvisto – di per sé – di essere e di essenza, in quanto puro nulla metafisico, pur dandosi una metafisica del male, come vedremo più avanti.

Eppure il male, anche se si può definire puro-nulla-metafisico, esiste, eccome se esiste, e si fa sentire, con il dolore, la sofferenza, la disperazione, la morte. E poi può declinarsi come reato, come peccato, come offesa, come delitto… Il titolo già esprime un primo concetto filosofico: il male esiste nel mondo, sotto varie forme.

Si potrebbe dire forse che questo è uno strano modo di vedere le cose, ma i modi espressivi della metafisica hanno senso, anche se non piacciono ai Rovelli e agli Odifreddi.

A volte capita di sentir formulare proprio l’espressione del titolo, specie quando la dimensione del male, oggettivo e percepito, è talmente grande, da superare ogni immaginazione sulla malvagità umana: di fronte alla Shoah, di fronte agli eccidi, di fronte a certe efferatezze, perché Dio è silenzioso? Dove è? E se c’è, posto che ci sia, perché non interviene?

Pertanto… il male è percepito come pura negatività da combattere e da vincere nel nostro mondo occidentale. Ma il tema è più complesso. Su questo tema invito, fin da subito, a dare uno sguardo anche ad alcuni studi neuro-scientifici e sociologici contemporanei, come nei libri di Steven Pinker: Il declino della violenza e Illuminismo adesso, ambedue editi da Mondadori. In ambedue i volumi lo psicologo di Harvard sostiene, dati alla mano, che il male è in declino, nonostante l’Isis, i narcos, gli eccidi… Come mai allora la percezione dei più è di segno contrario?

In Oriente, il male è come l’altro punto di oscillazione di un «pendolo», che necessariamente si pone di fronte al bene, quasi costituendone il necessario contraltare, in un’armonia per noi occidentali difficilmente comprensibile.

Ad esempio, nel Taoismo ciò particolarmente evidente nella dottrina dello Yin e dello Yang, che rappresentano anche i due principi complementari del femminile e del maschile, entrambi indispensabili alla costruzione dell’ordine cosmico. I due poli del pendolo non rappresentano gli opposti di bene e male, ma due elementi indispensabili della vita.

In Occidente siamo culturalmente figli della filosofia greca e dell’ambiente biblico-evangelico, per cui l’eros, cioè l’attività desiderante, proposta soprattutto da Platone, è il motore del mondo.

Il Cristianesimo accolse la visione «greca» della vita e delle cose, mettendo in moto un meccanismo di progressiva crescita delle aspirazioni umane verso il bene, che è stato anche conquista, crescita, tramite ciò che si dice, teologicamente, evangelizzazione: a scanso di equivoci, non voglio confondere la diffusione di questa grande religione e dei suoi formidabili valori morali, fondativi anche dell’illuminismo e della modernità, con un marketing essenzialmente commerciale, ma certamente anche lo sviluppo economico ha a che fare con la visione «cristiana» della vita e del mondo.

In Oriente vale la legge del Dharma e del Karma, sia nell’Induismo, sia nel Buddhismo: vi è una legge naturale da rispettare che ricomprende bene e male, ma bisogna evitare il desiderio delle cose, ché provoca sofferenza, quando il desiderio stesso viene frustrato.

Come si può ben capire si tratta di una visione della vita completamente differente dalla nostra occidentale, caratterizzata da una continua spinta alla crescita, all’ampliamento dell’influenza, e ciò spiega anche la storia della colonizzazione e le varie fasi dell’imperialismo.

L’uomo ha paura di molte cose che gli capitano o gli potrebbero capitare, e per affrontare la paura cerca di avere coraggio: paura e coraggio sono una delle coppie di passioni contrapposte, così come le elencava nella sua antropologia san Tommaso d’Aquino. La paura è utile, così come lo è il dolore come segnale di pericolo.

Il problema è quello di non scivolare nella temerarietà, che è una deformazione del coraggio, di cui abbiamo mille esempi. L’espressione «cigno nero» è stata recentemente ripresa dalla stampa e dalla politica, per significare fatti ed eventi imprevedibili e perciò stesso da accettare nella loro ineluttabilità. Bisogna però stare attenti, come insegna la psicologia più sana, a non evocare fatti negativi, che gli inglesi chiamano con efficacia «wishful thinking» o profezia che si autoavvera.

In realtà il discorso è profondamente filosofico e riguarda l’eterno dibattito tra caso e necessità. Se vogliamo, possiamo anche mostrare l’inesistenza del caso…

Circa il male si sono spesi fiumi di inchiostro e si sono affaticati grandi intelletti nei millenni, e a volte vanamente. Propongo dunque alcune considerazioni su ciò che (il male, appunto) viene considerato da evitarsi da ogni morale umana. Se la privazione del fine è privazione del bene, si tratta di quello che intendiamo con la parola male.

Scrive il padre Sergio Parenti O.P.:

“L‘agire è compiutezza, perfezione dell’agente. Infatti il raggiungimento del fine è perfezione dell’azione. L’azione poi è perfezione della capacità operativa: bene della vista è vedere. Ma le capacità di agire sono la conseguenza di un modo d’esistere che in esse trova la connaturale perfezione e compiutezza, altrimenti si avrebbe qualcosa che non viene attuato e per questo manca.”

Per rapporto alla natura dell’agente, dunque, parleremo propriamente di privazione: cioè essa è negazione in un determinato soggetto, non una qualsiasi negazione. E tale privazione, in quanto privazione di un bene connaturale diventa un male. Un sasso che non vede, non ha la vista, ma non lo diciamo “privo”. Un gatto, invece, se non è capace di vedere, è cieco. Se vi si riflette un poco, ci si accorge che queste denominazioni non sono affatto arbitrarie, ma corrispondono all’uso del linguaggio quotidiano.” (in Parenti S. o.p., Logica e decisione etica. Tra principi e concretezza, pro manuscripto, Convento san Domenico, Modena 2002, p. 21)

Possiamo vedere anche come si pongono alcuni modi del male, come privazioni di bene. Le privazioni sono un “ente di ragione”, ma il male in quanto tale può essere definito in qualche modo, magari aiutati da sant’Agostino e san Tommaso:

a) il male in sé e per sé non esiste, né è qualcosa nel senso comune di queste parole,

b) il fine di ogni cosa o essere è il bene,

c) non vi è alcun “sommo male”, o dio del male,

d) nessuna azione, di per sé, tende al male. Anche in chi agisce deliberatamente, il male, di per sé, è “preterintenzionale” (cioè non è l’oggetto vero del tendere della volontà),

e) il male è spiegato e causato da un bene,

f) il male, di per sé, non causa nulla,

g) un male suppone un bene nell’oggetto desiderato…

(in Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, III libro, capp. I – XVI; S. Agostino, Confessiones, lib. VII, cap. XII)

 

E ancora:

a) “Malum in rebus incidit praeter intentionem agentium“, cioè, il male capita, nelle cose, indipendentemente dall’intenzione dell’agente. Questo è il senso della preteritenzionalità sopra richiamata, che non toglie, beninteso, la responsabilità del soggetto agente.

b) “Malum non causatur nisi a bono“, cioè, il male non è causato se non dal bene. Diciamo anche “è colpa della cattiveria”, che , allora, causa deficiens, causa che deficita, insufficiente, causa-non-efficiente.

c) “Malum, etsi non sit causa per se, est tamen causa per accidens, cioè, il male, anche se di per sé non è una causa, è però una causa “per accidens”. Si intende che non è una causa propria, ma derivata, come da una goccia fredda deriva benessere al corpo umano nella calura.

d) “Omne malum est in aliquo bono fundatum, cioè, ogni male si fonda in qualche bene. E’ di immediata intuizione, poiché ogni male, per esistere, deve interferire in un qualche bene. (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II)

Ci aiuta in questo difficile e inusitato cammino anche sant’Agostino:

“Così mi fu chiaro come le cose che vanno soggette a corruzione, sono buone: poiché, se fossero buone in grado sommo e assoluto, andrebbero esenti da corruzione, e se non fossero buone, non andrebbero soggette a corruzione (…) Giacché la corruzione nuoce, e non potrebbe nuocere se non diminuisse il bene (…) Che se verranno private totalmente del bene, cesseranno affatto di esistere, dacché, se continueranno ad esistere, saranno meglio di prima, perché rimarranno incorruttibili. Ora c’è asserzione più mostruosa del dire che le cose che sono state private totalmente del bene, sono migliori? Dunque se saranno private totalmente del bene, cesseranno di esistere; dunque, fintantoché esistono, sono buone; dunque, qualsiasi cosa che esiste, è buona. E il male, di cui cercavo l’origine, non è una sostanza, perché, se fosse una sostanza, sarebbe un bene … Perciò vidi chiaramente come Tu facesti buone tutte le cose e come, d’altra parte, non esistono sostanze che Tu non abbia fatte“. (Confessiones, lib. VII, cap. XII)

Possiamo dunque dedurre con certezza che il male non potrà mai distruggere totalmente il bene, ma che il bene, oltre gli ottimismi di maniera, ma anche evitando ogni pur sotterranea forma di nichilismo o di manicheismo, va perseguito con intelligenza acuta e costante, per orientare la volontà, affinché sia realizzato il fine vero e buono di chi agisce.

Ancora una volta incontriamo i “trascendentali” che si convertono l’uno nell’altro: il bello nel vero e questi  nel bene.

Nell’agire morale sembra molto strano e quasi paradossale che si affermi che il male è preterintenzionale, dato che il male deve derivare da consapevolezza intellettuale e consenso volitivo. La preterintenzionalità, anche nel diritto penale corrente, rappresenta il riconoscimento del male non voluto, ma qui siamo su un terreno diverso dal diritto. Siamo in filosofia morale, o in etica.

Pensiamo agli incidenti stradali: viaggio ad una velocità adeguata rispetto al codice della strada, al mezzo che guido e alle condizioni del traffico e della strada, mi attraversa la strada all’improvviso un pedone, lo investo ed egli muore. Altro sarebbe il senso dell’esempio se, nella stessa situazione, io non avessi rispettato il limite di velocità: sarei stato imputabile almeno di omicidio colposo.

L’agire volontario libero è proprio dell’uomo. Ma perché sia così definibile e per determinarne la responsabilità, occorre fare un passo avanti. Dobbiamo cercare un difetto a monte dell’agire.

Se un atto moralmente rilevante dipende da:

a) il bene conosciuto,

b) la capacità di riconoscerlo,

c) la capacità di tendere ad esso, o volontà,

d) la capacità di conseguirlo effettivamente,

Dobbiamo dunque convenire che è necessario “purificare” il percorso conoscitivo fino a giungere alla volontà. Ma anch’essa, come facoltà desiderante deve essere esaminata attentamente al fine di escludere che vi siano condizionamenti tali da conculcarne il libero operare. Il punctum dolens è allora il suo rapporto con l’intelligenza. Chi la esercita veramente (l’intelligenza) deve saper discernere tra i beni, cioè se essi siano ordinati al fine, o meno, del soggetto agente (dell’uomo, in definitiva). Questo è il punto dirimente, e difficilissimo della morale.

Il peccato. Usiamo questo termine teologico anche in etica per capirci meglio. Potremmo anche parlare di violazione o di reato, ma ci collocheremmo nell’ambito, non distante ma sostanzialmente di altra natura, del diritto. Mentre i termini colpa e pena sono comuni, alla morale e al diritto. Naturalmente ne parleremo più diffusamente nella sintesi di teologia morale.

Nell’ottica di una vita orientata al fine, il peccato si configura come una aversio a fine, utilizzando il linguaggio agostiniano e tommasiano.

Lat.: una digressione, una fuga, un rifiuto del fine (per cui si è a questo mondo).

Leggiamo: in Tommaso d’Aquino Summa Theologiae, I-II, q. 72, a. 5, c: “(…) quando anima deordinatur per peccatum usque ad aversionem ab ultimo fine, scilicet Deo, cui unimur per caritatem, tunc est peccatum mortale: quando vero fit deordinatio citra aversionem a Deo, tunc est peccatum veniale“, cioè, quando l’anima si disordina per mezzo del peccato fino a porsi in avversione al fine ultimo, cioè a Dio, vi è peccato mortale: quando invero non si tratta di una vera avversione a Dio, allora vi è peccato veniale; (Cfr. anche ibidem, q. 74, a. 9, c.; q. 7, a. 8, c.; q. 87, a. 5, ad 1um).

Secondo la comune accezione il male è il contrario del bene, cioè si oppone al bene come un qualche cosa che lo impedisce o lo contrasta, per un’immediata intuizione dell’atto umano come non buono. Si può dire che si tratta di un significato accettabile, anche se incompleto, perché del male, come dei correlati concetti filosofici, etici, religiosi e giuridici citati nel titolo, si possono e si debbono chiarire anche altre dimensioni. Più precisamente, vi è opposizione di contraddizione tra virtù e vizio, cioè gli habitus (disposizione stabile dell’animo umano orientata al bene o al male), che fondano le azioni umane rispettivamente buone o di malizia.

Possiamo dire che l’idea del male è presente nella legge naturale che ogni uomo ha inscritto nel “cuore”, così come è nozione ammessa in tutte le culture, filosofie e religioni. Nel manicheismo, filosofia religiosa proveniente dall’altopiano iranico e molto diffusa ai tempi del primo cristianesimo, insieme con lo zoroastrismo e il mazdeismo, vi è  una concezione talmente dualistica della realtà, che prevede perfino l’esistenza, accanto a un Principio o Dio del Bene, di un Principio del male, che così condizionerebbe la volontà umana piegandola al male stesso. Cuore è qui inteso secondo il significato semitico di “centro della persona”. (da Mani, sapiente e sacerdote iranico, III-IV sec. d. C.)

Dopo Aristotele, che sarà recuperato prima da Boezio e successivamente da San Tommaso, l’analisi più approfondita sulla questione del male viene filosoficamente sviluppata da Sant’Agostino. Il Dottore d’Ippona, partendo dalle giovanili posizioni manichee, che forse nel substrato del suo pensiero conserverà a lungo, tratteggia un’analisi sul principio del male il quale costituirà in seguito la base, sia per il pensiero morale di Tommaso, sia per la riflessione moderna e contemporanea. Sant’Agostino concepisce il male secondo tre gradi o dimensioni: il male metafisico, il male morale e il male fisico, reciprocamente in qualche modo collegati e interdipendenti. sia nella linea neo-tomista di un Maritain o di un padre Fabro, sia nella linea induzionista-riflessiva  di Cartesio, Kant, Husserl, Heidegger, Edith Stein, ma anche dello stesso Sartre.

 

Il male metafisico

Attenzione, però, al linguaggio, che è strettamente filosofico: il male metafisico è l'”imperfezione”, nel senso che ogni res umana, ogni atto umano, ogni modo dell'”essere” (nella duplice accezione di infinito sostantivo e di principio di analogia) umano, è limitato, defettibile, perfettibile, incompleto, o errato, colpevole, e via dicendo. E dunque, in questo senso il male é da intendersi come “non essere”, come deficienza di bene. Il male metafisico è quindi un “non essere” oggettivo, ineliminabile, appartenendo esso alla stessa natura delle cose umane.

Agostino per spiegare l’assoluta bontà di Dio propone un sillogismo:

  • tutto è stato creato da Dio;
  • Dio è sommamente buono;
  • dunque ogni realtà da Lui creata è buona, e non ne esistono di malvagie.

…per cui hanno torto i manichei (dottrina da lui stesso abbracciata in gioventù) che ritengono anche il male provvisto di essere. Il male ha dunque solo una pregnanza logica.

 

Il male morale

Vi è poi il male morale, che è quello che più interessa le azioni umane. Il male morale è il non conformare l’agire pratico alla legge naturale, che è conforme alla legge divina. Fin qui il filosofo africano. Più ancora San Tommaso, soprattutto nella Somma teologica, sviluppa la morale delle virtù, riprendendo Agostino nello schema delle Etiche aristoteliche (soprattutto la Nicomachea), e sostenendo che, se la volontà umana si conforma all’intelletto delle cose, non può non agire virtuosamente, guidata dalla prudenza, la quale sovrintende alle altre virtù (oggi diremmo valori o qualità), come recta ratio agibilium, retta ragione delle cose da farsi.

E’ una visione un po’ strana, forse, per la contemporaneità, dove contendono una morale dell’obbligo, della colpa e del peccato, e una morale, spesso amorale, del relativo e del contingente. Il male morale, dunque, per Agostino suppone la colpa e il peccato, che è un “mancare” verso Dio e verso il prossimo. Suppone una responsabilità che è insita nell’umano libero arbitrio. In altre parole, Dio non impedisce il male, pur conoscendolo nella sua prescienza, perché all’uomo è data costitutivamente la libertà di scelta, che si esercita nell’ambito dei limiti umani, e non oltre.

L’uomo ha così la possibilità di optare sostanzialmente tra due alternative, liberamente: quando si fa guidare dal vero amore, l’uomo sceglie sempre il sommo Bene, perché, illuminato dalla luce di Dio, egli impara a valorizzare i beni minori secondo la loro effettiva gerarchia. Quando invece è guidato da un amore alterato, egli è portato a desiderare un tipo di bene inferiore, come la ricchezza o la cupidigia, che da lui vengono trattati e considerati come beni superiori. In ciò risiede la possibilità del male morale.

 

Il male fisico

Vi è infine il male fisico, la malattia, la sofferenza in tutti i suoi gradi, che appartengono al modo d’essere del vivente (le piante), sensibile (gli animali), sensibile e razionale (l’uomo), che sono imperfetti e mortali. Cfr. l’ impostazione neo-radicale, che è un po’ oggi, purtroppo, trasversale, nelle sinistre politiche e anche nella destra tecnocratica. (Cfr. anche B. Ochino, Laberinti del libero arbitrio, a cura di M. Bracali, ed. Leo S. Olschki, Firenze 2004)

Nell’uomo, il male fisico può essere anche inteso come conseguenza del male morale, ma senza che fra i due mali vi sia un rapporto di causa-effetto. Ciò è particolarmente evidente nei mali dello spirito, nelle sofferenze interiori, nelle somatizzazioni dei sensi di colpa (qui non intesi come nevrotizzazioni), che non sono semplicemente da rimuovere, ma bisogna verificarli alla luce della coscienza morale.

Agostino non negava la sofferenza e neppure il peccato, nel senso cristiano. Il male fisico, da un lato, è conseguenza del male morale, poiché scaturisce dalla stessa origine metafisica, ontologica, ossia da un non-essere. Dall’altro, tuttavia, esso ha per Agostino anche un significato positivo, tramutandosi alle volte in uno strumento capace di condurre alla fede per vie imperscrutabili. In tal modo Agostino supera una convinzione diffusa nel periodo precedente, che concepiva la malattia e il dolore esclusivamente come una sorta di punizione divina delle azioni umane.

Il male fisico è lo stesso che persino Cristo dovette subire, per nostra espiazione, durante la Passione e il martirio sulla croce, pur essendo onnipotente: Egli non vi si oppose per lasciare libertà d’azione alla volontà umana.

 

Le nozioni del male: le domande etico-ontologiche

Per ciò che concerne il peccato, il quale presuppone la colpa derivante dal libero esercizio della volontà, si può dire che si tratta di un principio di valutazione morale, che lede la natura, la coscienza, e la “legge”, e che è presente in ambedue le Tradizioni cui fa riferimento la nostra cultura e la nostra scienza etica, sia quella greco-latina, sia quella giudaica. Nella Bibbia, i cui principali significati si trovano nelle aree semantiche di infedeltà (mà’al), di “oltrepassamento” (àbar), e ingiustizia-violenza (àwel), ma vi è anche il concetto generale del peccato come di un senso di fallimento (àwòn, letteralmente: mancare il bersaglio). Cfr. ad esempio Esodo 23, 21 e Isaia 1, 2) il riferimento al peccato è verbalmente amplissimo, constando di oltre trenta etimi (ebraico – aramaici).

Nei Vangeli sinottici e di Giovanni, e in Paolo (specialmente nella Lettera ai Romani), i lessemi greci rinviano a concetti e significati analoghi, poiché, per ingiustizia troviamo adichìaa͗dikίa (dalla radice di dikaiusìnedikaiusύnh, giustizia), e amartìaa͗martίa per peccato di infedeltà. Nell’etica greca e latina (Platone, Aristotele, Seneca, Marco Varrone, Cicerone, Marco Aurelio) così ben studiata da Agostino e Tommaso, troviamo, sia pure senza la dimensione soprannaturale della rivelazione cristiana, un’impostazione che possiede ampie corrispondenze soprattutto nell’ambito morale connotato dall’azione delle virtù e degli opposti vizi.

In ambito cristiano si mantiene dunque un’impostazione legata al valore della fedeltà a Dio, la cui negazione (aversio a Deo, conversio ad creaturas: allontanamento da Dio per scegliere i beni finiti, cioè le creature) porta al peccato, cioè all'”atto umano cattivo”, a tutti i peccati, sia contro se stessi che contro gli altri.

Ricapitolando possiamo dire: il male di per sé non è come principio, ma esiste ed è conseguenza della responsabile e libera azione dell’uomo, che di sé decide, anche quando agisce verso gli altri, perché in fondo ogni “peccato” è di omissione alla propria umanità. Cioè di rifiuto della possibilità di essere intelligenti.

Alcune delle questioni fondamentali a cui Agostino cercava una risposta erano in particolare le seguenti:

  • Se c’è Dio, che è buono e vuole il bene per le sue creature, perché allora permette che ci sia il male e il dolore?
  • E perché l’uomo, che pure è fatto a Sua immagine e somiglianza, compie deliberatamente il male?

Si trattava dei quesiti che erano sorti in lui sin da giovane, e per rispondere ai quali aveva deciso, prima della propria conversione al Cristianesimo, di aderire alla dottrina manichea: questa presumeva di spiegare il male facendone uno dei due princìpi che, insieme al bene, hanno creato il mondo.
Dopo aver preso in considerazione la vita di Gesù (Cristo), però, egli ritenne insoddisfacente una tale spiegazione. Cristo infatti aveva sconfitto il male, pur attraverso una lunga tribolazione nella quale si era sottoposto volontariamente ad esso.

Ciò comportava una serie di altre domande:

  • Ma allora Dio, che può tutto ed è perfetto, perché ha dovuto subire il male per riuscire a vincerlo?
  • E se questo accade, Egli è ancora un Dio onnipotente?

I vari tentativi di risposta condussero Agostino a ipotizzare che esistono almeno tre tipi di male, come abbiamo visto più sopra: il male metafisico; il male morale; il male fisico.

 

Immanuel Kant, sulle tracce di Agostino concepì la presenza del male come l’esercizio della libertà, proponendo di affrontare questo limite umano mediante un’etica del fine e la credenza in un bene superiore, da perseguire in quanto tale, esercizio di umanità e di benevolenza. Egli scrive: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale” e “Non tenere l’uomo mai come mezzo, ma sempre come fine”.

La malvagità e la tristezza del peccato si esprime in molti luoghi letterari. Solo qualche esempio: ne Il signore delle mosche di William Golding, in Heart of Darkness di Joseph Conrad, dove l’oscurità morale del colonnello Kurtz che viene ripreso anche da Coppola in Apocalypse now.

Del male ho scritto molto nei due articoli precedenti che vengono in qualche modo conclusi dal presente, lasciando ancora enormi spazi alla riflessione di colleghi e lettori.

 

Tra costoro…

Apprezzo lo sforzo che ha fatto per la redazione della sua tesi di laurea magistrale in filosofia morale dedicata in particolare a Hannah Arendt e alla sua distinzione fra male radicale e banalità del male, Luca Cerardi, un amico di Phronesis, cui auguro ogni bene, e la forza di stare in questo bene a lui donato dell’intelligenza e della passione per la conoscenza.

Senatore Salvini, da teologo a politico “tecnicamente” ignorante, le dico: non ce la farà a riportare l’Italia nel Medioevo peggiore, quello del fanatismo manicheo (ma lei sa che cosa è stato e può essere ancora il manicheismo?)

Non parlo del Medioevo luminoso di Simone Martini, Duccio di Buonisegna, Cimabue, Giotto, Guido Cavalcanti, Dante, Petrarca, Federico II, Pier delle Vigne, e poi Masaccio, Piero della Francesca e mille altri, né degli altrettanto luminosi periodi successivi del Rinascimento, della rivoluzione scientifica e filosofica, del Barocco, fino a Leopardi e Manzoni. Parlo del Medioevo incapace di comprendere la differenza, la donna, gli ebrei, il mondo altro, che era altrettanto degno di essere chiamato umano. Gentil lettore, e visibilissimo senatore, leggete se volete Genocidio. Una passione europea, di Georges Bensoussan, già da me citato nell’articolo precedente.

Il suo grido al congresso della Lega, senatore: “Vogliamo un’Italia cristiana, cristiana, cristiana, cristiana” (quattro volte cristiana, basta una, no?), non solo non è bello, ma è anche stupido, antistorico e dannoso perfino dal punto di vista di una teologia dell’evangelizzazione. Se si vuole portare in giro il messaggio cristiano, questo non è più il tempo dello spadone del conte Raimondo di Tolosa a Gerusalemme (lei sa chi era?), o delle galeazze di Sebastiano Venier a Lepanto (lei sa chi era?), ovvero delle mitraglie del generale Franco (lei, più o meno, sa chi era, penso: per me era un cristianissimo delinquente). Il cristianesimo si “porta in giro” piuttosto con la lezione evangelica, testimoniata da mille e mille missionari e missionarie e strutture di volontari come le Caritas che, sia in Italia, sia nelle zone più povere del pianeta attestano – con il loro operare – l’uguaglianza in dignità, l’uguaglianza ontologica (cioè della struttura di essere) di tutti gli esseri umani, vera lezione cristiana e biblica (cf. Genesi 1, 27 “(…) e Dio creò l’uomo a sua immagine“, non l’uomo bianco, nero, giallo, rosso, cristiano, islamico, buddista, animista, ebreo, scintoista, agnostico, ateo… L’uomo. Non è cristiano pensare che il cristiano sia il migliore, anzi l’unico.

Intanto, per essere rispettosi della storia e della teologia, si dovrebbe dire “cristiano-cattolica” e, forse (anzi, oso dir, certamente) lei non sa che “cattolico” in greco antico (katà òlon) significa secondo-il-tutto, come ben spiega la Dottrina sociale della Chiesa, e quindi non secondo-una-parte: dalla Rerum novarum di papa Leone XIII alla Laudato sii di Francesco, passando per la Pacem in terris di Giovanni XXIII, la Populorum progressio di Paolo VI, la Centesimus annus di papa Wojtyla, e la Caritas in veritate di papa Ratzinger, tacendo di diverse altre molto importanti per una visione cristiana del mondo e dell’uomo, che nulla hanno a che fare con la “dottrina” sottesa di chi, dopo aver brandito in piazza rosari e vangeli, ora brandisce un presepe. Senatore Salvini.

Non credo che alle persone di buon senso interessi tornare a un cristianesimo che poteva piacere a Pietro il Venerabile o a Innocenzo III, un abate cluniacense (cioè dell’abbazia di Cluny) e un papa che vivevano nella Res publica christiana, quando altro non c’era in Europa, che era l’unico pezzo di mondo interessante, al tempo. Ma lei sa chi erano Pietro il Venerabile e Innocenzo III, così per dire?

Poche parole per descrivere, per lei e per chi ne ha bisogno, circa lo sviluppo del cristianesimo come tradizione religiosa. Dal cosiddetto Editto di Milano di Costantino e Licinio (313), e da quello di Teodosio il Grande (381) il cristianesimo diventò religio imperii. Nei secoli successivi la teologia cristiana accompagnò la politica fino al suo massimo rappresentato dal periodo carolingio, che si definì anche Res publica Christiana. Erano tempi nei quali Carlo Magno convertiva i Sassoni a fil di spada. Un altro momento di relazione-conflitto fra potere temporale e spirituale fu due secoli dopo rappresentato dal contrasto (lotta per le investiture di vescovi e abati) fra papa Gregorio VII (Ildebrando da Soana) e Enrico IV. Un punto di grande alleanza fra troni e religione fu la vicenda complessa delle crociate, che furono indette non solo per liberare il Santo sepolcro, al grido di “Deus vult“, urlato da Pietro l’Eremita, ma anche per sviluppare i commerci e acquisire potere nel Mediterraneo orientale.

Il grande imperatore Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, litigò con il papa del tempo fino ad essere scomunicato. E nel frattempo, però, sviluppava, con merito, in area cristiana, cultura e scienza, con ebrei, musulmani e cristiani. Dante, cristianissimo e cattolico, seppe bene distinguere tra potere temporale e spirituale, auspicando una politica capace di rispondere alle esigenze del popolo, non solo in una visione cristiana, ma semplicemente umana.

Nel frattempo, due soggetti emergevano, quasi a rappresentare il male assoluto, da quei secoli, e fu questo che in parte li rese bui, la donna e l’ebreo, simboli del potere diabolico sull’uomo. Il diavolo era rappresentato dalla femmina sessuata, irresistibilmente attrattiva per il maschio e perciò pericolosa, e l’ebreo, deicida (lei sa che fino ai tempi di  papa Roncalli, in ambito cattolico si recitava una prece che che conteneva la richiesta al Signore di “convertire i perfidi giudei“).

Aah dimenticavo: forse pochi sanno che nei primi sette/ otto secoli in ambito cristiano vi furono lotte teologiche sui dogmi cristiani, in particolare sui due massimi: quello trinitario e quello sulla natura di Gesù (Cristo). Sappia che non per tutti – in quei tempi – Gesù di Nazaret era il Cristo, cioè il masiàh (in ebraico), il salvatore atteso dalla storia biblica, e quindi Gesù non era il Messia-Christòs (l’unto, il messia, in greco) solo per gli ebrei, ma anche per molti cristiani, come il patriarca di Costantinopoli Nestorio. Anzi, aggiungo subito un’altra cosa: è molto probabile che monaci nestoriani, in giro per la penisola arabica ad evangelizzare, abbiano incontrato – a cavallo fra il VI e il VII secolo – il giovane Mohamed, che faceva il cammelliere per Kadijia, una ricca vedova poi sua moglie, affascinandolo con la dottrina monoteista dell’unico Dio-Signore biblico e di Gesù, suo Figlio. L’islam è diretta filiazione del cristianesimo orientale, così come il cristianesimo è debitore dell’ebraismo-giudaismo della sua stessa esistenza.

Le lotte fra monofisiti (tipo Cirillo di Alessandria, che credeva Gesù di Nazaret pura immagine umana del Cristo, il quale possedeva pertanto la sola natura divina) e nestoriani, convinti della piena e sola umanità di Gesù, assunse spesso i connotati di una lotta politica e sociale intrisa di violenza fisica. In quel contesto, Ipazia, filosofa e matematica neo-platonica fu straziata da monaci monofisiti crudeli come i peggiori jihadisti dell’Is. Un altro aspetto storico-politico-religioso da non trascurare è il conflitto fra Oriente e Occidente cristiano (non dimentichiamo che i primi sette Concili ecumenici furono convocati in località orientali, vicine a Bisanzio, a partire dal costantiniano Concilio di Nicea, 325), che portò progressivamente allo scisma (separazione) fra chiesa romana e chiesa bizantina (la quale da allora si definì ortodossa, cioè vera erede delle dottrine cristiane, dal greco orthòs, retto, e dòxa, dogma) del 1054 (fra Leone IX, il card. Umberto da Silvacandida suo legato e il patriarca Michele Cerulario). Già il grande e coltissimo patriarca Fozio, verso l’850 aveva compiuto dei passi teologicamente divisivi da Roma. In quegli anni, nel IX secolo, a Costantinopoli vi fu la lotta contro le immagini sacre (iconoclastia) la quale costò la vita a migliaia di monaci iconografi, che l’imperatore faceva morire per annegamento nel Mar di Marmara. Leone III l’Isaurico era il vero capo della chiesa orientale. Vogliamo mettere il cappello sulla chiesa di oggi come Leone Isaurico, senatore? A nulla servì il concilio di Firenze (1431 e anni seguenti) per una riconciliazione. Si dovette aspettare il 1964 per un abbraccio simbolico fra Occidente (papa Paolo VI) e Oriente (il patriarca Athenagoras) per un riavvicinamento. Intanto il patriarcato di Mosca (per questo detta “terza Roma”) sostituiva Costantinopoli per l’ortodossia orientale, in termini d’importanza.

Un’altra data da memorizzare, anche da parte sua, senatore, è il 1517, quando frate Martin Luther pubblicò le 95 tesi anti-romane e diede inizio alla Riforma protestante, di cui furono coequipier Jean Cauvin (Calvino) da Ginevra, futuro mentore del protestantesimo anglosassone e americano (dei Bush e dei Trump, per modo di dire, se Trump, e anche Bush junior possono dirsi cristiani), e Ulrich Zwingli da Zurigo. Poi scoppiò la Guerra dei Trent’anni (1618-1648) che sconvolse l’Europa centrale, opponendo principi cattolici e principi protestanti, il tempo nel quale i cittadini dovevano essere per forza dello stesso credo del loro sovrano “cuius regio eius religio“. E’ questo il cristianesimo che vogliamo, senatore? Dalle sue parole urlate “cristiana, cristiana, cristiana, cristiana (l’Italia)”, pare proprio di sì.

Ciò, alla faccia di Galileo che scriveva alla duchessa Cristina di Lorena “La Bibbia insegna come si vadia in cielo, non come vadia il cielo“, distinguendo rigorosamente tra scienza e fede, così come non si stancava di ripetere papa Giovanni Paolo II, da lei spesso impropriamente citato, non conoscendo, in tutta evidenza, il suo pensiero. Papa Wojtyla chiese anche scusa per il processo a Galileo, e forse in cuor suo pensava anche a Giordano Bruno, a Tommaso Campanella e a una miriade di “streghe” abbruciate o annegate nella (e dalla) cristianità imperante, agli ebrei cacciati dai cristianissimi sovrani di Spagna Isabella e Ferdinando, e agli indios sterminati in nome di Cristo da Cortès e Pizarro nel siglo de oro della Spagna imperante.

Questo “cristianesimo”, assai poco evangelico (ma i vangeli lei li ha letti, magari – umilmente – con un buon commento esegetico e teologico? ché se letti così come un libercolo qualsiasi forse le potrebbero dir poco), è stato, non solo la base positiva della crescita umana dell’Europa e di molta parte del mondo, e quindi sua fonte primaria (alla faccia dei burocrati brussellesi e dei tecnocrati relativisti, vede che uso anch’io qualche volta qualche concetto a lei gradito?), ma anche il fomite storico di assai poco commendevoli politiche, anzi, di spaventose bestialità. E’ stato, insieme – paradossalmente – con lo scientismo darwiniano male inteso dell’800, fomite dell’eugenismo, cioè della dottrina fisico-antropologica che non sopporta il diverso, il malato, l’eccentrico, lo zingaro, l’ebreo, l’omosessuale, lo slavo, la donna, cioè chi non corrisponde al criterio del maschio alto e forte, possibilmente biondo e nordico. Poligenismo vs monogenismo: tanti “adamo”, o un solo “adamo”, come le scienze paleoantropologiche contemporanee hanno confermato? E inoltre, Thor al posto di Zeus e di Jahwe e di Allah e del Signore Dio di Gesù Cristo. Lo sa, lei, tutto questo?

Si realizzò, negli ultimi cento e cinquanta anni, una strana e tremenda alleanza fra questo “cristianesimo” cattolico e chi credeva a un Gesù ariano (i tedeschi, prima ancora del nazismo inventarono l’arianesimo, cioè una strana e assurda antropologia che non si peritava di annettere fraudolentemente le più strane dottrine paleoantropologiche all’etica della vita umana). Per costoro Gesù era un paleo-ariano, chissà come proveniente dai monti Zagros della Persia o addirittura dall’Indo, in un buffo (se non fosse stato poi tragico) miscuglio di mazdeismo e zoroastrismo (sa che cosa sono queste due tradizioni religiose, senatore?) Pensi che questi geni sostenevano che Adamo parlasse… in tedesco. Fu diffuso tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 il falso denominato Protocollo dei Savi di Sion, per giustificare l’anti-ebraismo pratico, e quindi anche azioni di soppressione fisica di chi, sosteneva il delinquenziale pamphlet, aveva intenzione di dominare il mondo. Il nazismo si impiantò su radici già ben solide, poiché le leggi razziali del Reich (1933-35) e quelle italiane (l’infamia del 1938) trovarono ampie “giustificazioni” teoriche, o ritenute tali da quei governanti.

L’orrore indicibile di Auschwitz, Majdanek, Bergen Belsen, Dackau e decine di altri inferni voluti dall’uomo-ariano-tedesco-razzista-eugenista-nazionalista-sovranista sono filiazione diretta di quanto sopra.

Tornando all’arianesimo, dura fatica vedere in omuncoli brutti e piccoli (qui sono un po’ lombrosiano, ma costoro se lo meritano) come Himmler, Hitler stesso e Eichmann (compresi i distinguo della Arendt tra male radicale e male banale, per la trattazione dei quali rinvio al prossimo articolo), esemplari tipici di quella teoria antropologica; forse solo Reynhard Heydrich era coerente con l’arianesimo, alto e biondo, e glaciale e spietato, com’era. Patetico.

Si leggano, per utile documentazione, se possibile in sinossi, il libro di Ernest Renan Vita di Gesù, quello di Agnes Heller Gesù, l’ebreo, e quello di Romano Guardini Il Signore, per cercare di capirci qualcosa. Gesù era un ebreo-galileo di duemila anni fa. Punto.

E mi avvio a terminare questa intemerata, però documentata, caro senatore. Tutta nella mia testa, perché occorre studiare, studiare, studiare, studiare (4 volte) per sapere qualcosa, e soprattutto sapere – socraticamente – di-non-sapere.

Quello che preoccupa non è un ritorno del nazismo-fascismo-eugenismo (che è il peggiore tra questi concetti), ma l’espandersi, favorito dalla pervasività e dalla potenza a-critica dei media, di forme di nazionalismo razzista, di sovranismo, di anti-ebraismo, di islamofobia, tutte posizioni generiche e politicamente esiziali, perché derivanti da semplificazioni, da banalizzazioni concettuali e storiografiche, da incompetenza e ignoranza madornali.

Ancora una volta dico e ripeto: solo il pensiero critico può aiutare la conoscenza e anche la militanza politica, che non è una brutta cosa, ma deve essere supportata dall’onestà intellettuale di un dire e scrivere documentato e fondato, giammai su parole d’ordine semplificate, emotivamente coinvolgenti e intrinsecamente falsificatorie.

Senatore, lasci perdere rosari, vangeli e presepi e si convinca che l’Italia può accogliere credenti e non credenti, cristiani e musulmani, buddisti e senzadio agnostici o atei. L’importante è che tutti costoro sappiano che, proprio perché possiedono la medesima dignità di esseri umani, debbono rispettare le leggi di questo Stato in cui vivono, accettandone il modello democratico-parlamentare, che è il migliore dei sistemi finora inventati dall’uomo.

E, in questo ambito, è forse proprio il cristianesimo-cattolico, ma non declinato come propone lei in maniera esclusiva, la dottrina religiosa e morale più adatta per sviluppare, non tanto la tolleranza, ma il rispetto radicale tra uguali.

Mysterium tremendum et fascinans et mirum et horribile, dalla bellezza al genocidio e viceversa: l’uomo libero (e non) in azione

Mistero tremendo e affascinante, meraviglioso, e anche orribile, è ciò che nasconde o paventa il senso e il sentimento del “sacro”. Il sacro è ciò che sta separato dal resto, e non è – semanticamente – il contrario di “pro-fano”, bensì di esecrando. Il profano sta di fronte al “fanum”, cioè al tempio. L’esecrando è qualcosa di spregevole, come – penso io – i Rosari e i Vangeli branditi in piazza come armi improprie. L’esecrando profano, cioè quanto di più orrido ci può essere al mondo, quantomeno nella comunicazione sociale. Nella pratica è il disprezzo dell’uomo, disprezzo comunque declinato.

Leggo il tremendo volume di Georges Bensoussan Genocidio. Una passione europea, edito da Marsilio. Bensoussan è uno storico e sociologo francese che parla del de-stino, quasi della vocazione europea al genocidio, richiamante antiche e meno antiche memorie e dottrine. Se non vogliamo citare le stragi del grande Caio Giulio Cesare, di tribù di Usipeti e Tencteri, prima illuse e poi tradite, passiamo oltre, magari parlando della dottrina castiglian-aragonese de la limpieza de sangre, prodromo ideologico della conversione forzata al cristianesimo cattolico, o della cacciata dalla Spagna degli ebrei da parte di Isabella e Ferdinando, magnifici re cristiani e razzisti integrali.

Se vogliamo, poi, facciamo un salto, oltre la razionalità illuministica, in pieno romanticismo ottocentesco. Di quella temperie si nutrirono a iosa i razzisti moderni. Leggere le dottrine mediche del tempo è sconvolgente. Francesi che ritenevano inferiori i tedeschi, e questi, anche senza ascoltare l’Anello del Nibelungo wagneriano, esaltante il germanesimo eterno, reputavano inferiori tutti gli altri, i popoli slavi in primis. Già nella Germania guglielmina, ebrei e popoli dell’Est erano ritenuti buoni solo per servire la superiorità razziale germanica. D’altra parte, i polacchi e gli ucraini furono campioni di pogrom, dal ‘600 e fino al XX secolo.

I turchi (giovani e men giovani per citare le denominazioni di coloro che abbatterono il sultanato ottomano, o subirono questo radicale cambiamento) assassinarono tra il ‘915 e il ‘917 almeno un milione e mezzo di armeni.

La Prima guerra mondiale, con le sue immani stragi, dalla Somme a Verdun al Fronte orientale russo-ucraino-polacco al Carso, fu la prova dello spregio totale della vita umana, che non era più soppressa – una alla volta – da una palla di fucile o da un colpo di baionetta al cuore o alla carotide, ma diventava immediatamente fango insanguinato misto a feci e cadaveri, e nelle trincee e nelle buche provocate dai 305 campali, che annunziavano la morte immediata con un terribile sibilo.

I civili in quella guerra furono trattati spesso come i militari, i feriti al di fuori di ogni convenzione umanitaria. Venne meno il riconoscimento dell’umanità della persona, come forse mai nella storia. E, lasciando perdere altre stragi coloniali, arriviamo al male assoluto e anche banale, secondo Hannah Arendt, del nazismo.

Ancora un po’ di dottrina morale: la strada delle azioni male dell’uomo (Tommaso d’Aquino distingue le azioni umane da quelle dell’uomo, dove l’aggettivo ha valenza di giudizio etico, mentre il genitivo è solo un complemento di specificazione, tecnicalmente neutro) era pronta: si trattava di percorrerla con metodo professionale, con gli esperti di logistica e gli ingegneri civili, con gli strateghi della morte collettiva ed anonima. Ma, anche in campo teologico cristiano, la visione tommasiana non aveva un’adesione generale, poiché in molti ambienti restava in auge una dottrina anti-ebraica e premessa del futuro antisemitismo, come si può registrare in certi scritti di Pietro il Venerabile, e di non pochi altri teologi cristiani di quel tempo e dei secoli successivi, sia di area cattolica, sia di area riformata.

L’anti-ebraismo, l’antisemitismo, l’eugenismo e infine il razzismo hanno radici lontane, composite e comuni.

In pieno periodo guglielmino, alcuni in Germania sostenevano che la Guerra dei trent’anni conclusasi con la pace di Westfalia nel 1648 poteva essere un prodromo di un’altra “Guerra dei trent’anni”, iniziata nel 1914, che si sarebbe dovuta concludere con lo sterminio degli ebrei e la sottomissione dei popoli slavi, e con la conquista da parte della Germania di uno spazio vitale essenziale a Est.

Chi visitò le trincee dopo Verdun non ebbe parole umane da dire, sostiene Georges Bensoussan. Sarebbe stata necessaria forse la penna di Dante o di Shakespeare, non di meno.

Non dimentichiamo che anche Voltaire e Jefferson erano razzisti, sostenendo la differenza biologica tra le “razze”. De Maistre, acutissimo filosofo cristiano sosteneva che l’Illuminismo, con l’esaltazione della ragione, aveva fuorviato il giudizio sull’uomo che, per lui, restava peccatore radicale (dal peccato originale biblico) e bisognoso di un dominio totale da parte della struttura statuale, sulle tracce di Hobbes, ma con più radicalità.

La biologia di Linneo e Buffon fu estremizzata sostenendo che la natura “parlava chiaro”: come le piante si fanno largo nella foresta per cercare il sole, così l’uomo, con la sua capacità intellettuale, si fa largo e vince chi è più forte/ intelligente, ed è bene che avvenga la selezione naturale anche in ambito umano. Un darwinismo sociale estremo ante litteram.

Il pensiero di De Maistre, attivo ai primi dell’800, fu estremizzato da razzisti teorici conclamati come de Gobineau, Rosenberg e Chamberlain, qualche decennio dopo. L’anti-illuminismo di molti romantici, e poi di decadenti e di futuristi creò l’humus intellettuale per i fascismi del ‘900. Lo stesso pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche fu da costoro utilizzato in ambiti extra-filosofici, ampiamente pratici e politici.

Fra gli intellettuali tedeschi dell’800 si rileva una maggioranza di neo-darwiniani antisemiti, capaci di strutturare il loro pensiero filosofico sulla differenza razziale, cosicché si può dire che il terreno per le ideologie naziste era già ben “arato” da quasi un secolo prima. Tra costoro, tra i pochi a distinguersi per tesi umanistiche contrarie, fu il grande storico e filologo Theodor Mommsen, mentre il campione delle tesi opposte può essere considerato il biologo iper-darwiniano Ernst Haeckel.

Poligenismo (contro il monogenismo degli studi di paleoantropologia contemporanea più affidabili, prof. Leakey docet, e scoperta recentissima dell’homo sinalensis, coerenti peraltro con il testo biblico di Genesi 1.3), darwinismo sociale e biologismo positivista sono stati le fonti primarie dei razzismi dei decenni successivi, tocca dire, fino a noi.

Il Mein Kampf hitleriano è un pamphlet di orrida propaganda razzista e antisemita, con tesi mutuate ruvidamente da quel milieu.

Ancora, andando su e giù per la storia moderna: il medico inglese White, ai primi dell’800, sosteneva che i pigmei potevano essere il famoso anello mancante tra scimmie e umani, mentre un’interpretazione ideologica de L’origine delle specie di Darwin ispirò molto “scienziati” germanici a trovare differenze radicali fra “negri” e bianchi, fra ariani ed ebrei.

Anche la tratta dei neri africani, resi schiavi, a Ovest dalle potenze europee, e da Est dai potentati arabi, è figlia di questo pensiero razzista: il numero di persone catturate sulle coste occidentali e orientali dell’Africa  e schiavizzate tra il XVII e il XVIII secolo pare ammonti a non meno di trenta milioni di persone, un quarto delle quali perì durante le traversate oceaniche dell’Atlantico e dell’Indiano.

Addirittura, Goebbels sposò l’idea che gli ebrei si potessero paragonare a fastidiosi parassiti o addirittura a virus pericolosi, non solo per il mantenimento della superiorità del germanesimo antropologico, di cui facevano primariamente parte i tedeschi e, in subordine, gli inglesi e gli altri anglosassoni, ma anche per la stessa sopravvivenza di questi popoli “superiori”. Nella Germania nazista circolavano testi che sostenevano l’analogia fra le geniali scoperte dei batteriologi e microbiologi Robert Koch e Edward Jenner, i quali avevano individuato gli antidoti a malattie/ epidemie terribili  come la tubercolosi e il vaiolo, e il programma di sterminio degli ebrei da parte nazista.

Alla fine dell’800 circolò anche l’abietto falso detto Protocollo del savi di Sion, che sosteneva il progetto di dominio sul mondo da parte degli ebrei.

E così la Shoah si inserisce in un alveo di violenza teorico-pratica accettata, anzi costituita come necessaria, di cui qui non scrivo nulla, perché richiederebbe tutta la mia giornata, questa settimana e oltre, per raccontare solo una parte dell’orrore, il quale deve essere spiegato bene ai bambini e ai giovani… e i men giovani che scherzano ignorantemente con il razzismo, il suprematismo, il sovranismo e l’antisemitismo.

Contro la triade valoriale della Rivoluzione francese, Libertà, Uguaglianza e Fraternità, è stata da costoro opposta un’altra triade: Ineguaglianza, Determinismo e Biologismo razzista.

 

Ha dunque a che fare con tutto questo il concetto di “sacro”? Ebbene sì, ma nella sua versione demoniaca, malvagia.

Pertanto, il sacro ha soprattutto a che fare con la bellezza, come studiò e spiegò bene nel 1927 il filosofo tedesco Rudolf Otto, nel suo Das Heilige, tradotto in italiano con il titolo Il Sacro dal professor Ernesto Bonaiuti, sacerdote spretato da papa Ratti perché “modernista” (il modernismo era una linea teologica che, ante litteram rispetto al Concilio ecumenico vaticano secondo, proponeva un dialogo continuo e libero con il mondo, come ben descritto dalla Costituzione conciliare Gaudium et Spes del 1965 e dalla grande enciclica di Paolo VI emanata nel 1967 Populorum Progressio). Otto analizza la dimensione del sacro da un punto di vista filosofico-antropologico in modo molto profondo e utile anche per noi del XXI secolo.

Per lui il “sacro” è mysterium tremendum et fascinans, et mirum, et horridum. Esso appartiene a una sorta di dimensione assoluta dell’essere (cf. A. Olmi o.p, filosofo domenicano, 2003), ineffabile da un punto di vista descrittivo, ovvero più vicino all’opus poeticum che non a quello philosophicum. Un esempio: forse La ginestra leopardiana descrive il rapporto fra uomo e natura meglio di tanti trattati di geologia e di biologia, e anche meglio dello Spinoza del Tractatus politicus-theologicus. L’essere di cui parla il padre Olmi è il sostrato metafisico di ogni cosa, che possiede un’essenza e una vita sua propria negli enti singolari. L’essere è concetto universale che nel sacrum (ieròs, in greco antico) si manifesta alla sua massima potenza, coinvolgendo la psiche e le emozioni umane fino allo straniamento.

Se quanto detto sopra in estrema sintesi sull’esperienza del male morale viene trasposto nell’area concettuale del bene  e del bello, il bonum pulchrumque, comunque ciò impegna la percezione fisica, intellettuale ed emotiva dell’uomo ai massimi livelli. Gli esempi non mancano: la possanza di una grande montagna che ti fa sentire, come uomo, piccolo e fragile, un mare in burrasca, l’eruzione di un vulcano, lo scenario multicolore di un’aurora boreale, l’ampiezza di un fiume siberiano come lo Jenisej, o africano, come il Congo, o sudamericano, come il Rio delle Amazzoni, o europeo, come il Dniepr, e quant’altro impressioni i sensi e sentimenti di un essere umano in stato di veglia.

Il sacro è manifestazione assoluta dell’essere (delle cose), ma anche stimolo ad approfondire la capacità di comprensione e di apprezzamento delle cose stesse.

Vedi, dunque, mio gentil lettore, come sia corretta la distinzione dei contrari del lemma “sacro”: non dunque profano, ma esecrando, cioè orribile, dis-umanomalvagio o malo, in una visione morale del mondo umano e naturale che scelga un’etica del fine, dove il fine è la salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’uomo stesso, in tutte le sue manifestazioni etniche, storiche e sociali, e della natura come ambiente nel quale nascono, si sviluppano e vivono i viventi, tutti.

E alla fine, per fare sì che questo mio pezzo, oltre a costituire una riflessione generale sul tema proposto, sia più utile, richiamo ai miei gentili lettori la radicale distinzione fra struttura di persona (che dà eguale dignità a ogni essere umano, in qualsivoglia stato, situazione e tempo esso viva) e struttura di personalità (che conferisce l’irriducibile differenza di ciascuno da ciascun altro), perché la dignità e la differenza sono l’essenza del sacro, e origine del bene e di ogni bellezza.

Filosofia pratica, Direzione spirituale e Psicoterapie

Tre modi per dire che ci si occupa dell’uomo.

Un corso seminariale per fornire agli studenti, con il metodo del confronto, le conoscenze di base, teoriche e pratiche al fine di utilizzare al meglio le discipline filosofiche e teologiche, sia sul versante teoretico, sia sul versante morale, per discernere strumenti e metodologie atte a una pastorale della vita, della persona e delle comunità, capace di interloquire con il pensiero contemporaneo, soprattutto nelle “crepe” della sua crisi individuale e sociale, e a indicare approcci di riflessione logica per un esercizio libero e cosciente dell’agire umano.

Sapienza e scienza, sophìa ed epistème, sono interdipendenti, per collaborare vicendevolmente nelle cornici della filosofia e della teologia, dove la prima, come insegnava Tommaso d’Aquino, è ancilla della seconda non nel senso gerarchico, ma in quanto è in grado di offrirle gli strumenti e i linguaggi teoretici e criteriologici, al fine di renderla più efficace: filosofia pratica, direzione spirituale e psicoterapie costituiscono gli ambiti della nostra ricerca seminariale accademica per quest’anno.

Ecco il testo-guida in Power Point

ISSR_Udine_AA2019_2020_Seminario teologico_filosofic

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