Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il silenzio delle pietre

Lo stimabilissimo dottore Andreoli, medico psichiatra, è anche un eccellente scrittore, anzi narratore. E pensator-filosofo, come dovrebbero essere sempre i medici. Conosco da anni il suo lavoro di divulgatore scientifico e apprezzo la sua visione ampiamente umanistica della psiche umana. Andreoli non è un positivista, né è uno spiritualista, poiché la sua visione del mondo si colloca in una dimensione equilibrata tra i due estremi idealistici, evitando le esagerazioni tipiche di coloro che la pensano in un modo solo ed evitano l’utile dialettica tra diversi e la sua connessione metafisica necessaria.

Il titolo del mio pezzo coincide con il titolo del suo romanzo-saggio edito da Rizzoli, ed è metafora splendida, solo apparentemente scontata.

Che le pietre non parlino con voce umana è noto, ma a Inverkinkaig, meravigliosa baia delle Highlands nella Scozia settentrionale le pietre sembra ti guardino. L’uomo è andato colà in cerca di silenzio e di pace, cosicché ha evitato il concerto della presenza umana, preferendo quello delle pecore racchiuse nei Croft, sorta di “maso chiuso” delle terre alte, cercando anche di comprendere la cultura clanica delle poche migliaia di persone lì abitanti dai tempi dell’imperatore Claudio, che li ammetteva perfino al Senato di Roma imperiale. Pitti e Britanni si chiamavano allora, che Adriano preferì in qualche modo separare dagli altri territori dell’Impero, facendo costruire il famoso Vallo.

Nella baia di Inverkinkaig sostano innumerevoli specie di uccelli marini, dalle berte ai gabbiani ai puffin agli aironi alle anatre selvatiche con i loro piccini nuotanti e zampettanti nell’acqua ribollente della baia. Rare case segnano il profilo delle colline, a scandire i confini dell’appezzamento familiare. McLeod e McDalglish si alternano come cognomi, ché sono i cognomi dei due clan presenti e dominanti.

L’uomo si basta vivendo di quello che compra nel villaggio più vicino, poiché non riesce a fruire dei beni del luogo: egli non sa tosare le pecore, non le sa mungere, né uccidere, non coltiva l’orto; ama soprattutto sognare al tramonto disteso nell’erica.

Verona è la città di Andreoli: al ponte San Francesco presenta la vita di una media città ricca di storie e d’arte. Lì all’incrocio semaforico lavorano giovanissimi lavavetri, che sopravvivono delle monete concesse per il servizio, da parte di chi è gentile e ancora provvisto d’umana pazienza.

Il pensiero dell’uomo che ha cercato il rifugio dal frastuono del mondo trova la frescura delle terre del Nord silente e quasi disabitato. E prova a paragonare quattro personaggi della baia di Inverkinkaig, il macellaio, il droghiere, il giornalaio e il… non so più, a quattro personaggi del mondo per ora lasciato, il mondo rumoroso e sconcertante del 21° secolo: l’intellettuale, il medico, il commerciante e il… non ricordo.

Constata che l’animale umano, sia che sia nella bella città culta occidentale sia che sia nella baia selvaggia del Mare del Nord, in compagnia degli uccelli marini, sempre quello stesso animale, è.

E dunque lui, o chi per lui, in cerca della solitudine e in continuo dialogo sulle “cose ultime” (si dice in teologia fondamentale), soprattutto sulla prima delle stesse, la morte, non trova soluzioni razionalmente soddisfacenti, poiché ovunque viva l’uomo l’interrogativo sul destino ineluttabile non prevede risposte, ma solo un cul de sac, oppure un tuffo nell”atto di fede, a scoprire gli altri tre novissimi (così chiamava le “cose ultime” papa Sarto, San Pio X), che sono: giudizio, inferno e paradiso.

Andreoli non indulge in ulteriori ricerche, ma fa fare al suo alter ego, al suo personaggio, una scelta. Nella baia di Inverkinkaig.

 

La verità della realtà e la realtà della verità, coincidentia oppositorum vel harmonia mundi?

Caro lettore,

quale è, secondo te, la strada per riprendere il buon cammino interrotto dalla dilagante indecenza attuale? Sto parlando dei tempi in cui viviamo, del linguaggio in uso, della politica, delle prospettive sociali e del lavoro, del futuro nostro sia di gente in età sia dei giovani. Ho definito il nostro cammino come un sentiero interrotto dall’indecenza, dalla disumanità, dalla bruttezza, dalla paura. Chi sa un poco di montagna conosce i sentieri interrotti, viottoli che improvvisamente si piegano a novanta gradi o spariscono nel bosco. Buona norma è tenere gli occhi bene aperti, ché i burroni son nascosti dietro le macchie più lussureggianti.

Ricordo una ascesa notturna di circa vent’anni fa al monte Quarnan, alla luce della luna. Salimmo da Montenars e fummo in vetta dopo un’ora e tre quarti di cammino, alla luce del cielo stellato e della luna. Al ritorno stemmo in guardia proprio per evitare di rotolare nel bosco, ma uno di noi non si accorse della curva stretta e precipitò per svariati metri, graffiandosi tutto. ma tutto si risolse con un poco di spavento. Il silenzio della montagna e la notte sono compagni di strada severi.

Indecenza è un mancare di decenza come eleganza naturale e come spirito buono di comunicazione. Disumanità è quasi un controsenso, un ossimoro concettuale, poiché nulla di ciò che è umano può essere definito… disumano. Nell’umano vi è il bene e anche il male. Il tema manicheo della separatezza di principio tra i due modi dell’essere umano non stanno in piedi, poiché in ogni singolo essere umano sono compresenti aspetti positivi e aspetti negativi, quasi che bene e male siano commisti e connaturali all’umano stesso. E infatti… Casomai si può essere più precisi, come suggerisce Tommaso d’Aquino: chiamare gli atti mali come atti dell’uomo, non come atti “umani”, chiedendo quindi al genitivo di specificazione la determinazione dell’autore del male fatto, così mantenendo all’aggettivo “umano” l’accezione buona che gli compete.

La bruttezza è un tratto estetico nel senso più profondo del termine, là dove si intende per estetica un manifestarsi dell’essere delle cose e delle persone, secondo l’etimologia greco antica (aisthesis). Non intendiamo dunque il dualismo oppositivo tra bellezza e bruttezza, così come è nell’accezione vulgata contemporanea. La bruttezza di cui qui parliamo è spirituale, interiore, morale. Quando si dice “è una brutta persona” non si intende che abbia tratti somatici sgradevoli, ma che è malvagia, o che comunque manifesta comportamenti moralmente disdicevoli.

Aileen Wuornos nel film Monster, se –mio caro lettore– hai visto il film, e Charlize Theron sono la stessa persona, la bruttezza e la paura, di sé e della vita.

Si discute alla Camera dei deputati al Senato della Repubblica italiana del decreto “dignità. Decine di parlamentari si iscrivono a parlare, soprattutto delle opposizioni, moderate, di destra e di centro e sinistra. Il ministro “competente” Di Maio è in aula, ma sta zitto, imbarazzato. Il poveretto. Con modi gentili e civili chi interviene lo fa, non tanto per dissentire dai contenuti del decreto, di cui anche qui ho dato ampio conto critico, ma per sottolineare l’esigenza di emanare una norma di raccordo tra vecchio ordinamento e quello nuovo, al fine di evitare licenziamenti inutili e irrazionali, dannosi per le aziende e nefasti per i lavoratori coinvolti. Nulla di nulla: la presidente della commissione Ruocco (M5S) addirittura fa l’offesa perché gli avversari osano contraddire la linea del governo.

Bene e male insieme, nell’uomo e fuori dall’uomo. Per immediata intuizione si può dire che il primo sintagma del titolo di questo pezzo “la verità della realtà” esprimerebbe una dimensione prevalentemente estensiva, mentre il secondo sintagma “la realtà della verità” una dimensione prevalentemente intensiva.

In altre parole parrebbe che la realtà non possa non contenere tutta la verità, mentre la verità -al contrario- no, poiché la realtà è fatta anche di menzogne, dissimulazioni, falsità etc.

E’ indubbio che così sia, ma anche no. Perché vi è una verità anche nella menzogna, nella falsità, nella dissimulazione. Infatti, si può dire: è vero che quella è una menzogna, è vero che quella è una falsità, è vero che quel tale dissimula, e non dice ciò che pensa.

Paradossalmente, dunque, troviamo la verità anche nel suo contrario, come ben sapeva Hegel con la sua teoria dinamica della tesi, antitesi e sintesi. La mente umana pare riuscire a comprendere tutto, pur nei suoi limiti, tant’è che si può dire: la ragione non sta mai tutta dalla stessa parte e così il torto.

La realtà è fatta di tutte le cose, che sono res, e dunque comprende il tutto, mentre la verità rappresenta ciò-che-è-vero, e quindi è reale. In latino gli “scolastici” del ‘300 usavano dire “verum et bonum et puchrum convertuntur“, cioè il vero, il buono e il bello in qualche modo si convertono l’uno nell’altro fino a coincidere.

Potremmo fare un bell’esercizio rappresentando la negatività come limite, come reciproco della positività, come coincidentia oppositorum (Card. Nicola di Kues), e infine come Harmonia mundi, pure in tanto dolore e imperfezione.

In itinere, omnes homines viatores sumus.

Il pranzo avanzato

La cosiddetta moltiplicazione dei pani e dei pesci è un episodio evangelico descritto in due modi nel testo sacro. Nel primo modo il racconto è presente in tutti e tre  i Vangeli sinottici e in Giovanni: Gesù sfama con cinque pani e due pesci cinquemila uomini (cf. Matteo 14,13-21, Marco 6,30-44, Luca 9, 12-17, Giovanni 6, 1-14). E’ l’unico “miracolo”, oltre alla Resurrezione e all’Ultima Cena (istituzione dell’Eucarestia) narrato in tutti e quattro di vangeli canonici. Avverto il mio gentile lettore che qui siamo in un ambiente prettamente teologico della nostra riflessione.

Il secondo modo o secondo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è presente in due racconti evangelici, quelli di Matteo 15.32-30 e Marco 8.1-10: nel racconto si dice che Gesù sfamò quattromila uomini con sette pani e pochi pesciolini.

Non dobbiamo preoccuparci della diversità dei due racconti, poiché le fonti evangeliche sono differenti, le redazioni pure e le copie delle varie redazioni altrettanto. E’ impossibile stabilire con certezza la maggiore o minore veridicità dei due racconti, anche se, pur rimanendo in ambito teologico-simbolico, è evidente che se un racconto è presente in quattro “tradizioni” evangeliche e l’altro solo in due, qualcosa dovrà pur significare. Ciò che stupisce è il rapporto tra il pochissimo cibo a disposizione e la capacità di Gesù di soddisfare le esigenze di nutrizione di migliaia di persone, come vedremo nel testo giovanneo sottostante, che ho scelto per esemplificare. Il cibo per il corpo è importante, fondamentale, ma lo è altrettanto quello per l’anima, cioè l’eucaristia, che è prefigurata nei “miracoli” potremmo dire alimentari del Maestro. Gesù non sottovaluta mai l’aspetto fisico della vita umana, anzi, da  buon ebreo osservante egli ritiene che il corpo e l’anima, fatti a immagine di Dio, debbano essere parimenti rispettati e curati, sempre, in ogni tempo e luogo.

Anche san Paolo negli Atti degli Apostoli evoca l’episodio dell’Ultima Cena, quasi come garanzia gesuana di una vita che viene salvata dalle procelle naturali e spirituali. Egli sta viaggiando in nave verso l’Italia e la nave si imbatte in una tempesta e, rassicurato in sogno dall’angelo sulle vite dei suoi compagni di viaggio, l’Apostolo rende grazie a Dio e spezza il pane riuscendo a sfamare duecento e settantasei viandanti per il mare periglioso, lì presenti (…) dopo quattordici giorni passati a digiuno, senza prendere nulla (Atti 27.33-35).

Il miracolo è il segno della diversità di Gesù da tutti gli altri rabbi e taumaturghi itineranti. Il testo che abbiamo scelto, quello di Giovanni, non parla precisamente di miracoli, ma di segni, di testimonianze, di riferimenti a una divinità che sussiste nell’Uomo di Nazaret. θαύμα [τό]  (thàuma ) si dice in greco, come accadimento di qualcosa di straordinario creduto dovuto all’intervento divino, ovvero di fatto che ha dell’incredibile e che suscita stupore e meraviglia, ma Giovanni non usa questo termine, preferendo un altro lemma σημεῖον [τό] (semèion), cioè segno che suscita stupore e meraviglia.

E dunque leggiamo direttamente il primo brano riferito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 

Il testo di Giovanni 6,1-14

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».

Il versetto 12 ci parla del “pranzo avanzato”, cioè dei beni sovrabbondanti che l’uomo ha a disposizione per vivere. “Nulla vada perduto” (12b), scrive l’autore del vangelo secondo Giovanni.

Quanto, invece, va perduto dei beni a disposizione, ogni giorno che Dio manda sulla terra? Quanto spreco, quanta noncuranza, quanto egoismo, quanto disinteresse! Non sto parlando solo del “banco alimentare” che funziona un po’ ovunque, né delle mense della Caritas o dei padri cappuccini, capillarmente operanti, in centri piccoli e grandi, ma dell’anima delle persone, spesso ottusa e chiusa a ogni pensiero rivolto all’altro senza secondi fini.

Sta divulgandosi un pensiero stolto, uno sguardo insincero, un agire miope e privo di tenerezza. Molti non sentono anche se ascoltano e non vedono anche se guardano. Come possiamo avanti in questo modo?

Ministro dell’Interno Salvini, non ti rendi conto di usare un linguaggio che titilla, non la verità delle cose, ma la sua interpretazione maligna, pericolosamente fuorviante, inadatta soprattutto a rendere consapevoli dei problemi gravi di questo mondo, i giovani? Che prezzo intendi ancora far pagare all’ambito del tuo potere, a fini di propaganda? Non comprendi che il tuo cinismo linguistico e concettuale può essere disastroso, perché molti nella loro semplicità psico-antropologica ti prendono sul serio e si armano e picchiano e forse uccidono?

Lo stupro tra diritto, etica e libero arbitrio

L’orrore del gesto è smisurato, segno di paradossale debolezza del masculo.

Pertanto, non può non sorprendere la sentenza emessa in questi giorni dalla Corte di Cassazione circa una condanna per stupro di tre “signori”, dove l’alta Corte ha negato le aggravanti che anche il mero buon senso avrebbe dovuto prevedere, in quanto la vittima era alterata dai fumi dell’alcol, e pertanto non in grado di decidere di sé liberamente. In sentenza si dice infatti che l’aggravante sarebbe stata prevista solo se i violentatori avessero somministrato essi stessi la bevanda alcolica. In altre parole la signora stessa si sarebbe liberamente messa nelle condizioni di inferiorità psichica e, ubriacatasi, quasi quasi par di leggere tra le righe, ben le sta se la hanno violentata.

Frequentando diversi giuristi per lavoro, poiché spesso il loro lavoro “confina” con il mio in ambito aziendalistico, contrattuale o della sicurezza mi sono fatto l’idea che pochi di loro abbiano una adeguata preparazione filosofica, nonostante la filosofia del diritto dovrebbe essere una disciplina guida per ogni curriculum di studi giuridici previsti per la laurea. In realtà, da quando vi è stata la liberalizzazione dell’accesso alle facoltà universitarie, ci si trova spesso di fronte a signore e signori che provengono da qualsiasi scuola superiore per poi conseguire una laurea qualsivoglia. E allora, in ambito giuridico troviamo avvocati che hanno fatto ragioneria, in ambito umanistico laureati in lettere docenti delle medie che hanno fatto un istituto tecnico. Gli uni e gli altri sprovvisti di latino. Ma come si può fare il giurista se non si ha alba della lingua nella quale sono state scritte le norme fondamentali del diritto romano, che è presupposto conoscitivo per ogni sviluppo della materia? Ma come si può fare il professore di italiano se non si conosce l’etimologia fondamentale della nostra bella lingua romanza?

Non bastano certo, per il primo e anche per il secondo caso i corsi di latinetto che si fanno all’università, per cercare di parificare la preparazione di costoro con quelli che provengono dal classico, o almeno dallo scientifico?

Ebbene, la norma lo consente e allora si va avanti, con i risultati che abbiamo davanti agli occhi.

Tornando al nostro caso mi sembra evidente che nella sentenza della Cassazione si adombri un’ignoranza marchiana, innanzitutto di carattere antropologico-filosofico e immediatamente dopo di profilo etico-filosofico. In altre parole gli illustri giuristi non sanno come è fatto l’uomo, spiritualmente e psichicamente. Ignorano i due percorsi decisionali che appartengono alla fisiologia psichica dell’umano: il ruolo dei sentimenti e delle emozioni (più correttamente si dovrebbe parlare di passioni), e l’esercizio dell’attività raziocinante.

L’aver fatto ragioneria o perito turistico non consente di sapere che il primo grande psicologo fu il filosofo Aristotele e il secondo il filosofo e teologo sant’Agostino, e che prima di arrivare a Wundt, Charcot e Freud vi è una riflessione di due millenni e mezzo sull’uomo che non si può ignorare. Per dire, e la psicologia degli ultimi cento e cinquanta anni. Costoro ignorano tutto ciò. e si vede.

Veniamo all’aspetto di filosofia morale: se abbiamo detto che l’agire umano è governato sia dai sentimenti sia dalla ragione, dobbiamo chiederci in che concerto essi si pongano per poter stabilire che l’atto umano in situazione possa effettivamente ritenersi libero e responsabile. In questa sede non ripropongo l’appassionante tema del rapporto esistente tra  dimensione psicologico-riflessiva e assetto fisico-neurale del soggetto, tema che appassiona da decenni neuro-scienziati, filosofi, psicologi e uomini di chiesa, per cui, tra posizioni intermedie dialoganti, vi sono posizioni estreme tra un biologismo meccanicista e uno spiritualismo radicale, ma mi fermo sul caso di cui stiamo parlando.

Dunque: una donna è stata violentata da tre uomini ed era ubriaca dopo essere stata a cena con loro. Il tribunale, in primo grado li assolve, li condanna in appello e infine la suprema corte sentenzia come sappiamo, implicitamente affermando che non c’è aggravante per i colpevoli se la vittima si è messa nelle condizioni di non poter decidere per scelta sua, in quanto ha liberamente bevuto. Beh, allora mi sembra che siamo a un cinismo supremo e desolante. Bisognerebbe leggere il dispositivo della sentenza, e se ci riuscirò lo leggerò, ma mi pare inaccettabile che pilatescamente (se ne sono lavate le mani) o sulle tracce di Caino (“non sono mica io il custode di mio fratello”) i tre delinquenti siano stati assolti dal fatto di non avere fatto nulla per mantenere alla loro “amica” un tasso di umanità degno di questo nome, anzi di aver approfittato vilmente delle sue condizioni.

Amica? Amici? Conoscenti? Imprudente lei? certamente, ma cinici loro come di più non si può. E desolatamente superficiali o inculti i magistrati dell’ultima istanza giurisdizionale.

I pasticcioni

Non solo tra destra e sinistra classiche  e tradizionali, pur se variamente declinate, ma anche tra modello liberal-democratico e populismo sovranista s’han da considerare discrimini per la politica europea e mondiale, vista la presenza pesantissima dell’imprevedibile Trump, di cui paradossalmente apprezzo perfino, e nulla più, la capacità tutta animalesca di chiamare le cose con il loro nome. Certamente ha modi di fare da pasticcione, da mercante in fiera, ma riesce a smascherare l’ipocrisia di molte inerzie e di molte anime belle dell’Europa.

Vengo all’Italia: provo sincera pena nell’ascoltare Di Maio che riaccoglie i voucher nel cosiddetto decreto “dignità”, dopo aver spergiurato che avrebbe eretto un muro di cemento contro ogni proposta di modifica del testo originario. Questo significa due cose: a) che il M5S non è ancora riuscito a distinguere tra ciò che si può promettere in campagna elettorale e ciò che si può realizzare dopo nella concretezza dell’agire di governo; b) che sono incompetenti. Infatti affermare che il “dignità” avrebbe spento il Jobs act significa non avere letto o comunque non aver capito il Jobs act, ma questo non è la cosa più grave, ché la più grave è che non hanno alba di come funziona un’organizzazione aziendale e la gestione del personale; non conoscono la differenza concettuale  e fattuale radicale tra precarietà e flessibilità. Ridurre da trentasei a dodici mesi la possibilità di accendere contratti a termine paradossalmente ha effetti negativi per l’occupazione, non il contrario, così come l’enfasi sulla reintroduzione delle motivazioni del contratto a termine.

Questi homines novi non sanno che nel modo di lavorate odierno, quello del just in time, l’importante è che il lavoratore entri in azienda, oserei dire non importa come. Nessuna azienda si libera di un dipendente se questi è bravo, costante, umile, proattivo. La migliore difesa dell’occupazione è, appunto, il patto di crescita tra azienda e collaboratore. Questo funziona, non ulteriori vincoli contrattuali. Non so se questi non ascoltano o non hanno nessuno che glielo spiega.

Un altro esempio è il sindaco grillino di Roma: quanti errori, quanti fraintendimenti, quanti qui pro quo, quanti disastri nella scelta di collaboratori! Fascicoli giudiziari a iosa, e per il capo del personale, e per il direttore generale, lei non sa mai niente, sbagliano sempre gli altri. Dopo Ignazio Marino un altro deliquio.

Si evince la lettura della situazione individuando altri pasticcioni matricolati in politici vari, dalle ragioni che adducono, sempre generiche, mai tecnicamente chiare, come la Gelmini che parla noiosamente come un libro stampato e come il PD sconnesso che borbotta con millevoci e LEU, acronimo di pochi di loro che non si sono accorti di vivere ormai nel Truman Show delle loro illusioni, solo che niun di loro ha la genialità di Jim Carrey, nemmeno alla lontana. Mi fa specie vedere Bersani con la Boldrina e Fratoianni, lui che avrebbe fatto il Jobs act dieci o dodici anni fa, in una delle sue lenzuolate. Invecchiare malucci.

Salvini continua a imperversare con il suo linguaggio greve, le sue decisioni estemporanee, costituzionalmente pressapochiste, e noiosamente ripetitivo, come quando conclude le sue arroganti cantilene con l’espressione “Lo dico da ministro, da vicepresidente del consiglio e da papà“. Machissenefrega se lo dice anche da papà.

E l’intelligentissimo Rosato che insinua si sia fatta la norma che ha sistemato i vitalizi in modo tale da farla impugnar legalmente da decine di scontenti non più privilegiati.

E Macron-micron, vittima del suo cognome vanaglorioso, Orban e Seehofer supposti amici dell’Italia, ma lo son solo di Matteo Salvini, che qui sì è un cittadino qualsiasi. E coloro che si affannano a chiedersi se il decreto “dignità” sia di sinistra o meno. Parbleu, sai che bella scoperta? Gli direi: a che punto della scrittura o della ri-scrittura del testo?

E Trump, che suona la trombetta ogni giorno sul web, definendosi genio e prendendo per i fondelli tutti quelli che incontra o sta per incontrare.

Potrei continuare ad libitum, senza trascurar di affermare che pasticcioni ve ne sono ovunque, con responsabilità più o meno grandi, anche nelle strutture d’impresa private, nella scuola e nella sanità, dove a volte l’albagia presuntuosa rende pasticcioni. In altre parole vi sono quadri e dirigenti che, temendo il sapere altrui, si “arrangiano” da soli e sbagliano facendo pagare notevoli prezzi economici e di immagine ai loro datori di lavoro. Persone di questo genere, siccome la normativa lo consente con chiarezza, vanno rimosse, perché mettono a repentaglio la tutela del bene comune.

In definitiva, c’è una parola più adatta di “pasticcioni” per definire tutti costoro? Pare di no, il fatto è che hanno potere e possono fare molti danni. Tutti sono andati al potere democraticamente, come Hitler, e l’uomo è lo stesso della pietra e della clava. Mi auguro che il mio rozzo sillogismo non abbia le conclusioni paventate. L’unica strada è quella dello studio, dell’intelligenza, della cultura, dell’umiltà.

zero positivo

…è la classificazione del mio sangue, non me lo ricordavo, ora l’ho fissato in mente. Non so se e quanto mi servirà saperlo, ora che è tutto scritto registrato classificato, messo a disposizione dal mio assenso.

La cosa strana è che viviamo tempi nei quali si nota un contrasto stridente, tra l’enfasi posta dalla normativa europea sulla privacy e il fatto che i media, il web e la telematica ci esponga sempre di più al pubblico. Mi si potrebbe rispondere che le norme sulla privatezza dei dati sono state emanate proprio per questa ragione, per il rischio sempre più incombente di essere messi in piazza, completamente nudi e inermi.

E’ una battaglia senza fine, e forse già persa dalla privatezza, in lotta con la rete. In ogni caso bisogna essere preparati e non accettare di diventare strumento stupido in mano al marketing mediatico, e non è facile. Sono al lavoro brillantissimi professionisti della promozione commerciale che stanno cercando di mapparci rigorosamente: usi, costumi, preferenze, tendenze d’acquisto, ma non ci possono condizionare con degli elettrodi. Il nostro libero arbitrio è sempre legato ai neuroni che possediamo, alla cultura e all’esperienza maturate individualmente, non siamo in Matrix o in Minority report, film di cui raccomando una paziente visione a chi non li abbia ancora visti. Ma bisogna guardarli con attenzione, perché sono dei capolavori filosofico-cinematografici, dove Spielberg e i fratelli Wachowski si sono espressi al loro meglio.

Zero positivo è una sigla come tante e serve a specificare una tassonomia ematica. L’importante è che ognuno di noi, pur scegliendo un partito, un’azienda, una chiesa, una filosofia, un tipo di consumo, non sia mai classificabile una volta per tutte. Leggevo il resoconto quasi surreale dell’Assemblea del PD che ha eletto Martina segretario e in particolare il discorso di Renzi: non c’è niente da fare, non cambia, l’arroganza è sempre la stessa, l’inquadramento tassonomico dell’ideal-tipo politico che rappresenta è immarcescibile. Non si rende conto di essere un rottamatore, ma di tutto ciò che tocca. Fa specie che anche gli altri galletti si becchino in cerca di becchime, l’ultimo arrivato Calenda che già vuole smantellare un partito che il 4 marzo ha comunque preso il 19% ed è il secondo partito italiano, e Orlando gli ribatte di essere un “pariolino”. Forse ha pure ragione.

Si beccano e l’Italia, grazie a Dio, va avanti e altrove, con il suo lavoro, la sua buona volontà, la sua resistenza, il suo genio, il suo intrinseco sapere morale e civile, come ben sapeva l’abate Gioberti. Oggi, invece di Gioberti, Rosmini, Cattaneo, Ferrari, Mazzini, il conte di Cavour e la contessa Cristina di Belgioioso, sentiamo concionare Salvini, Di Maio, Renzi, Gelmini, Boldrini e ancora Berlusconi (poco grazie a Dio), Saviano, e li mescolo non a caso. Quasi disperante. Solo trent’anni o quarant’anni fa c’erano altre discussioni, altri dialoghi, altre sintesi politiche, ideologiche, etiche, con nomi che tutti conoscono, anche i giovani un poco studiosi della storia recente, come la mia ragazza poco più che ventenne.

A volte mi chiedo come potrei fare per far sapere a questi “capi” del partito cui sono così faticosamente iscritto che cosa penso di loro, quanto poco li valuti e li stimi, informandoli, perché non lo sanno o fanno finta di non saperlo, di quanto più grande è la popolazione che non è lì, nelle stanze del Nazareno, me compreso, senza false modestie, perdio. E quanti la pensano come me, che vorrebbero fare qualcosa se non venissero stoppati dalla nomenclatura di mediocri che tende una rete di sicurezza per impedire intrusioni di pericolosi concorrenti, che potrebbero nei loro pensieri togliergli la pagnotta, fin dalle strutture regionali. Ma non temano da me, ché io vivo del mio da sempre. Si consideri la ex governatrice e i suoi fidi, parlo di quello che lei, romanina, chiamava in pubblico FVG la mia bellissima regione.

Un’altra idiozia da zero in condotta è quella thailandese dei dodici piccoli “atleti” (poverini hanno gambette di sedano), dove un immenso cretino, il loro allenatore, li ha portati  a pericolare in una grotta umida e lunghissima, senza essere uno speleologo, probabilmente per farsi bello agli occhi dei ragazzi.

Quanto il mio sangue sia zero positivo e quanto costoro siano solo zero è un dato di fatto.

Del decreto “Dignità” e storie circostanti, ovvero del perché preferisco Ermal Meta a Salvini

Pare a volte di avere due governi in carica, non si capisce se sopra o sotto il presidente Conte. I due vice parlano a raffica, Salvini con veemenza, Di Maio più pacatamente. Mentre il primo è eroicamente impegnato sui migranti e polemizza con Boeri presidente dell’Inps, cui oppone frecciate da bar all’escussione seria di dati demografico-attuariali, il secondo si propone per dare un colpo al cerchio e uno alla botte sul piano delle regole del lavoro, facendo il giovin sinistro. Chissà cosa pensa suo padre, ex MSI. Bene, il giovine si è convertito.

Ho già scritto altrove  che il decreto “dignità” è una pennellata di vernice trasparente che può stupire solo chi non ha pratica di regole del lavoro. Infatti le aziende serie, dopo la canonica protesta di Confindustria, non se ne stanno preoccupando granché. Chi sa ricercare, selezionare e reclutare bene il personale, dico con competenza e professionalità, e sa anche scegliere con attenzione le tipologie contrattuali a disposizione, non può spaventarsi se i contratti a termine vengono un poco ridotti nelle modalità d’uso. In un anno si capisce molto bene se un lavoratore è adatto all’azienda o meno, non occorrono ventiquattro o trentasei mesi, che comunque il Parlamento potrà anche in parte o del tutto ripristinare, né può spaventare la descrizione della motivazione del tempo determinato, lavorando le aziende in tempo reale e quindi sempre bisognose di aggiustamenti.

Dico qui sommessamente a Di Maio, da cui mi distanzia non solo l’anagrafe, ma anche le competenze e l’esperienza in tema (quando lui nasceva io studiavo e praticavo ciò su cui legifera, da anni), che non è stato “licenziato” (nella comune accezione) il Jobs act e che in tema di precarietà, dovrebbe accettare di farsi dare qualche lezione da un punto di vista concettuale, filosofico, socio-politico e giuridico. So che i discorsi sono preparati da altri, ma le fesserie che gli sento proclamare sono davvero ciclopiche.

L’impressione che traggo da queste prime azioni del governo sorto faticosamente dal 4 marzo, sebbene in assenza di palpabili opposizioni (che pena il mio PD), è che i due si stiano intanto spendendo nei pezzi di programma contrattato che non costano, anzi che forse fanno risparmiare, forse per guadagnare tempo per pensare a come dilazionare i tempi per gli azzardati e costosissimi altri piani di intervento come il reddito di cittadinanza, la riforma della legge Fornero e la flat tax.

La scelta di emanare rapidamente il decreto ha un poco sconcertato le parti sociali, che hanno reagito diversamente: i sindacati con qualche favore non privo di pretenziose perplessità; i datori di lavoro contrari, specialmente gli industriali. Finora non si sono espressi più di tanto gli artigiani, ma penso che non siano troppo spaventati. Quando tuona Di Maio non se ne accorge nessuno.

Il fatto è che i criteri seguiti dalle imprese per assumere non corrispondono meccanicisticamente a quello che pensano questi novelli legulei, come scrivo più sopra. Il numero di lavoratori occupati è creato dai volumi di lavoro disponibili, innanzitutto, e poi dall’organizzazione del lavoro, cioè dagli orari e dalle turnistiche, non tanto, o comunque in misura molto minore dai modelli contrattuali. In ogni caso anche modelli contrattuali più rigidi non sono di per sé un impedimento dirimente.

Circa poi il discorso vertenziale ex articolo 18 e dintorni, se resta il vincolo dell’illegittimità per licenziamenti discriminatori di vario genere, non crea gravi problemi, e comunque non maggiori che nel passato più o meno pre Jobs act. Il modello risarcitorio funziona ed è, nei fatti, operativo anche grazie ai sindacati di categoria. Il costo del licenziamento si alza sì, ma su questo non ritengo che il discorso sia concluso. Una sola considerazione di buon senso: non si potrà chiedere alle piccole aziende più di quanto non si chieda attualmente per la risoluzione di un rapporto di lavoro, per ragioni facilmente intuibili da chi ha un po’ di pratica della questione, non certo a teorici astratti alla Fratoianni, per cui questo decreto è solo un ” primo passo”, verso cosa? mi verrebbe da chiedergli, verso la chiusura delle aziende?

Piuttosto occorre pensare a incentivi strutturati per la conferma a tempo indeterminato. Puro buon senso caro avv. prof. dott. Conte, se anche lei vuol metterci il naso, visto che lei è giurista e i suoi azionisti sono politici puri, cioè culturalmente il nulla, in questo caso, ché in altri casi non è stato e non è così.

E’ da chiarire bene, infine, il ruolo e la funzione del lavoro in somministrazione che, così come è stato sperimentato negli ultimi quasi due decenni, ha solo bisogno di po’ di manutenzione.

Salvini dal canto suo non si fa e non ci fa mancare niente in termini di linguaggio iattanza e sicumera. Dopo aver apprezzato il lavoro di Minniti, ha preso una strada non poco  contraddittoria, tra i suoi amici del gruppo di Visegrad e i ministri di Austria e Germania: nessuno di questi vuole i migranti e neppure Salvini, nonostante le sue acrobazie verbali. Spero che si calmi nel suo e soprattutto nel nostro interesse.

Criticando i due dioscuri della politica italiana attuale non intendo assolutamente esimermi dal criticare la mia parte politica (più o meno), cioè quella sinistra riformista che da troppo tempo oramai si è praticamente disinteressata dei profondi cambiamenti socio-economici e culturali avvenuti in Italia e nel mondo, privilegiando la dimensione soggettiva del “diritti” (ah quanti danno hanno fatto professoroni e professorini alla Rodotà), al punto da quasi trasformare il PD in un partito radicale di massa, che Tommaso d’Aquino definirebbe come contraddictio in adjecto, una contraddizione radicale, e che Lenin avrebbe giustamente e duramente criticato da un punto di vista di scienza politica pura. Non si può dare infatti un partito radicale di massa, poiché la massa non può essere radicale e neppure radicalizzata, ma solo manipolata (cf. ancora Le Bon, che cito spesso in questo blog), se si fa manipolare, e questo la storia insegna, non accade raramente.

Occuparsi per mesi quasi a tempo pieno e quasi tutto il gruppo dirigente, ad esempio, di unioni gay e di stepchild adoption, ha mostrato al pubblico elettore che l’erede della storicamente massiccia sinistra italiana aveva perso la bussola dietro a questioni sì importanti, ma non più del reddito da lavoro dipendente, dell’equità fiscale, della sanità, della scuola e dell’università.

Questo è successo: un terribile distacco dalla realtà concreta, solida, rotonda e infrangibile come l’essere, direbbe il terribile Parmenide di Elea. Ma i due non sanno neanche chi fosse, o forse Salvini sì come memo liceal classico. Questo è successo: invece i due e i loro seguaci hanno parlato semplice e chiaro, sbagliando millanta volte nei contenuti ma in modo tale da far dire, ad esempio, a mia zia: “non ho capito quello che ha detto ma lo ha detto bene.”

Per tutto ciò, un po’ per celia e un po’ per non morir, tutta la vita Ermal Meta piuttosto che Salvini o Di Maio, mio caro lettor paziente.

I professionisti della percezione sono gli stessi professionisti che predicano lo sfascio

Diminuiscono gli omicidi, di tutti i generi (compreso l’orrido atto chiamato con lo stupidissimo neologismo di femminicidio), le rapine, i furti, gli arrivi di migranti (cf. dati Istat e Censis), ma il comune sentire, cioè la percezione è come se i fenomeni andassero al contrario di quanto e come informano affidabilissime statistiche. Certo è che se il delitto tocca a qualcuno, e tocca sempre a qualcuno di preciso, questi ha la sensazione che le cose vadano malissimo, che tutto stia peggiorando. E non è vero.

Peraltro, tutto ciò è anche una diminutio per la percezione come fase psico-dinamica dell’intelletto umano, come ben sapevano gli antichi pensatori, quelli moderni e gli psicologi contemporanei, ed è un aspetto molto importante per la conoscenza, e non deve essere svilita con delle accezioni improprie. Non dobbiamo neanche sottovalutare le ricerche neuro-scientifiche che ci spiegano come la parte emotiva del sistema nervoso vada vista addirittura nella sua dimensione paleoantropologica ed evoluzionistica (cf. Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, ed. Adelphi), che ci mostra come l’istinto o le emozioni, per modo di dire, costituiscano un’area di sviluppo da centinaia di milioni di anni, e quindi presente perfino nei monocellulari e nei batteri primordiali. E qui mi scusino gli specialisti se non sono preciso.

Che dire dunque? Che la ragione spesso non funziona proprio, sopraffatta dalle emozioni e dai sentimenti, e anche dalle passioni, che non sono sinonimi. Infatti, se la ragione è la facoltà che deve indirizzare l’agire umano secondo criteri rispondenti a una funzionalità e a un’etica rispettosa della vita umana, le emozioni e i sentimenti sono moti dell’anima non controllabili dalla ragione, e ancora più potenti, come abbiamo visto in altri post, sono le passioni, tra le quali la più forte è l’amore. Tutti sanno che l’amore non si fa inizialmente dominare da alcun ragionamento logico, come ben sapevano anche gli antichi pensatori. Addirittura Platone erge eros a dominatore di tutto l’agire umano. Gli stoici consideravano sentimenti ed emozioni come moti negativi dell’anima, da combattere e da vincere. Aristotele riteneva che le passioni dovessero essere moderate dalla ragione, dando un indirizzo al pensiero successivo, fino a sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, Immanuel Kant e molti moralisti contemporanei, come Amartya Sen.

Le passioni sono -insieme con le emozioni- la parte della spiritualità umana che dà calore e colore allo stile di vita, ma senza l’uso della ragione che le illumina può far sì che il soggetto perda il controllo delle proprie azioni e faccia del male a sé e agli altri. Si può dire che senza passioni, emozioni e sentimenti l’anima umana è come “morta”, ma non se ne può lasciar completamente dominare. Perfino dall’amore: la più forte delle passioni, l’amore, deve essere ciò che muove le azioni umane dando loro verità e sostanza, ma si deve considerare alla luce di una riflessione che tenga conto di tutto l’equilibrio delle scelte e delle azioni umane.

Invece, chi predica soltanto il male, chi percepisce solo negatività, i giornali e gli altri media che titolano ogni notizia al peggio, e scrivono a volte peggio del titolo, non curando la veridicità delle fonti, i politici che non si documentano con giuste avvertenze o che si oppongono verbalmente a ogni iniziativa anche ragionevole degli avversari politici, che così diventano solo nemici, chi suggerisce, direttamente o indirettamente, di pensare male ché conviene, non solo non usa la ragione come governo politico (Aristotele) delle passioni, come cavallo raziocinante che guida il cavallo dell’ira e il cavallo del bruto desiderio (Platone), ma disprezza i sentimenti stessi, che in tal modo decadono a istinto, così come le emozioni e le passioni.

Chi non riesce o non vuole distinguere le idee buone da quelle meno buone non basandosi sul merito di esse, su un giudizio avvertito e razionale, fondato sulla competenza e su una buona documentazione, ma sull’incompetenza, l’improvvisazione o addirittura sull’odio (non dimentichiamo che l”odio è la passione contraria all’amore, secondo i grandi filosofi citati sopra), non solo non fa l’interesse dei suoi amici/ ascoltatori/ lettori/ elettori/ allievi, ma è in sé disonesto intellettualmente, e tanto più disonesto se ha i mezzi intellettivi per non militare a scatola chiusa per una tesi preconcetta, piuttosto che per un’altra che, se opportunamente analizzata, potrebbe risultare più corretta o comunque migliore di quella scelta irragionevolmente o superficialmente.

E dunque, come ho scritto nel titolo, i professionisti della percezione sono i professionisti dello sfascio, innanzitutto del proprio intelletto e della propria morale, o etica della vita. Sono disonesti e stupidi.

Quanti ne potremmo avere in elenco? Moltissimi, di cui parlo molte volte con severità in questo sito, anche recentemente, proprio qualche giorno fa, mio caro lettore, basta tu vada indietro di poco, e che non ripeto.

Noterelle sul Cristianesimo antico scritte durante la mia ascesi (dal greco àskesis, cioè “esercizio”) come anacoreta del XXI secolo

Caro lettore,

da ieri mattina, come chi mi vuol bene sa, sono alloggiato come un monaco anacoreta, e avendo un po’ di tempo in più traggo vantaggio dalla lettura di un monumentale tomo regalatomi da un amico rinchiuso, per ragioni diverse dalle mie, in ristretti orizzonti, la Biblioteca del gran patriarca costantinopolitano Fozio (IX secolo), volume edito dalla Scuola Normale di Pisa, che ha suscitato l’ammirazione della piccola filologa che mi ritrovo in casa, mia figlia Bea.

Non solo alloggiato come un monaco, ma anche spiritualmente sono disposto a tale stato, e ciò mi fa bene, per riposarmi corpo e anima.

Parto dal motto che introduce il testo di Fozio, che è in greco e italiano:

Si usava radunarsi ogni giorno per la lettura/ e interpretazione di un’opera principale,/ esattamente come ancora oggi i nostri/ amici cristiani sono soliti radunarsi negli/ stabilimenti dedicati allo studio, noti con il/ nome di scuole, ogni giorno per approfondire/ un’opera principale tra i libri degli antichi.” (Hunain Ibn Ishak, Sulle traduzioni di Galeno, p. 15 Bergsträsser)

Ecco quali erano i rapporti tra cristiani, musulmani ed ebrei in quegli anni, anche se certamente non mancavano i conflitti, non solo poiché si era alla vigilia della aspra e controversa stagione delle Crociate, ma anche perché si consumava con Fozio la prima grande spaccatura con il “papa” di Roma, anzi con il vescovo di Roma. Infatti l’intestazione della Biblioteca così recita, … di Fozio, vescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico, cioè patriarca di tutta l‘ecumene cristiana, certamente al di sopra dei patriarcati di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto e Antiochia di Siria, ma non secondo neppure a Roma. La successiva e più grave rottura nel mondo cristiano, mentre l’islam si espandeva, avvenne nel luglio del 1056, ai tempi del patriarca Michele Cerulario e di papa Leone IX.

In ogni caso è bello constatare in questi nostri tempi circonfusi di ignoranza e di ignoranti che c’era, pure in presenza di molti contrasti, una sorta di dialogo fin da quei tempi tra le grandi tradizioni religiose, teologiche e filosofiche sviluppatesi attorno al Mediterraneo.

Le dottrine teologiche cristiane si dibattevano ancora tra due estremi, il nestorianesimo (dal nome di un patriarca costantinopolitano del V secolo, Nestorio) sostenitore della mera umanità di Gesù di Nazaret, che dunque era Cristo, cioè unto da Dio Padre, ma non consustanziale al Padre, molto forte ad Antiochia, e il monofisismo, molto forte ad Alessandria, il quale credeva vi fosse in Gesù Cristo solo la natura divina (mono, cioè uno, phusis, cioè natura), nonostante quello che era stato il consenso calcedonese (Concilio di Calcedonia del 451) tra le varie posizioni. Il tema trinitario e quello delle due nature di Gesù Cristo, quella umana e quella divina nell’unità teandrica o unione ipostatica (una Persona in due Nature), affaticò per secoli vescovi, patriarchi, monaci, teologi e imperatori, senza risolversi in una posizione unitaria, fino ai nostri tempi.

In qualche modo, possiamo osservare, sia il nestorianesimo, che forse aveva influenzato le origini dell’islam, poiché Mohamed incontrò probabilmente nei vasti deserti e durante le sue peregrinazioni nella penisola arabica diversi monaci nestoriani, sia il monofisismo che ben si sposava con l’assoluta trascendenza di Allah, erano dottrine complesse e molto diffuse, tali da affaticare la cristianità in almeno sette concili (quasi) ecumenici. Cosicché vedi, caro lettore, come i legami tra queste grandi tradizioni fosse molto forte, pur nelle differenze che nel tempo si sono anche accentuate: infatti, se la fonte era comune, la Bibbia degli ebrei, il suo prosieguo è stato differenziato, con il Nuovo testamento (Vangeli canonici, Lettere apostoliche e Apocalisse) per i cristiani, e il Corano per i musulmani. Si devono comunque registrare anche altre “sacre scritture”, come l Talmud (babilonese e gerosolimitano) e la Kabbala per gli ebrei, i Vangeli apocrifi e altri Scritti intertestamentari per i cristiani, e i commenti (Hadith di Mohamed e altri testi) al Corano per i musulmani. Nel tempo si sono registrate molte difficoltà di dialogo, escludendo finora ogni ipotesi di riunificazione, perfino nell’ambito cristiano. Il dialogo interreligioso è proseguito a fasi alterne, fino ai nostri tempi difficili. In ambito cristiano si è perfino assistito all’ulteriore separazione dovuta alla Riforma protestante nel XVI secolo.

Nei primi secoli cristiani vissero e scrissero innumerevoli autori, tra i quali alcuni furono definiti “Padri della Chiesa”, e proclamati santi, come Sant’Ireneo di Lione, San Giustino, San Basilio di Cesarea, San Gregorio di Nissa suo fratello, San Gregorio di Nazianzo, San Girolamo, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, San Giovanni Damasceno e altri; mentre alcuni sono definiti come scrittori cristiani, tra i quali spicca per profondità di pensiero e di esegesi Origene di Alessandria, che fu anche proscritto e anatematizzato dall’imperatore Giustiniano nel 553: Origene, infatti, aveva sostenuto alcune dottrine che non erano piaciute alla “grande chiesa, come quella dell’apocatastasi, cioè della salvezza di tutti in Cristo, grazie al sacrificio incommensurabile del Figlio di Dio in remissione dei peccati del mondo.

Altri autori, vocati propriamente all’ascetismo furono Evagrio Pontico, monaco, fatto santo per i suoi meriti di moralista rigoroso e Giovanni Cassiano, fondatore di monasteri e santo, prima di giungere alla grande stagione di San Benedetto, che dette inizio a una gloriosa vicenda, quella del monachesimo occidentale, inizio ragionevole dell’idea di Europa come res publica christiana.

La presunzione è la figlia primogenita dell’ignoranza

Dell’ignoranza, non di quella dotta e consapevole di Socrate e del cardinale Nicola di Kues, ma quella crassamente e colpevolmente idiota da bar sport, abbiamo qui trattato più volte. Nel titolo, caro il mio lettore, trovi un’affermazione apodittica, cioè che “la presunzione è figlia primogenita dell’ignoranza“.

Quel “è” caratterizza filosoficamente e filologicamente tutta la frase, come predicato nominale con cui mi permetto di attribuire all’ignoranza una figlia, e per di più primogenita, cioè caratterizzante una prima manifestazione genetica della “madre”.

Chi è presuntuoso nutre un’eccessiva sicurezza e fiducia epperò priva di riscontro nelle proprie capacità; questi solitamente  si attribuisce qualità e doti di cui non è in possesso, per un’opinione troppo elevata di sé, in ragione di una radicale mancanza di umiltà. Ecco: la mancanza di questa fondamentale virtù morale, che è valore e principio esistenziale. A volte si confondono i valori/ principi/ virtù con nozioni di carattere organizzativo, che si chiamano in un altro modo, appunto. Ma tant’è: vi sono docenti che non sanno queste cose e insegnano, invece di mettersi lì, umilmente, a imparare, perché sono presuntuosi.

Il presuntuoso molto spesso è anche caparbio e insolente, e dunque superbo, rischiando di essere vittima del peggiore dei vizi morali, la superbia, madre e figlia dell’orgoglio spirituale, il vizio che non permette alle anime di ammetter i propri errori. Disgraziato (cioè privo di grazia) chi non riesce ad ammettere i propri errori!

L’ignorante, per contro, è una persona che non conosce in modo adeguato un fatto, una regola o un oggetto, ovvero manca di una conoscenza sufficiente di una o più branche della conoscenza, pensando di possederla, e dunque è anche presuntuoso, poiché presume di sé qualcosa di falso, o di non rispondente al vero. Il senso e l’accezione comune del termine ignoranza significa dunque una mancanza di conoscenza di un particolare sapere o fatto specifici.

Il termine, come abbiamo scritto in altro pezzo precedente, deriva direttamente dal verbo greco antico gnor-ìzein e poi dal latino ignorare. Nel tempo il termine ha assunto un’accezione sempre più spregiativa, perché gli si è attribuito il senso morale di ignoranza colpevole, per mancanza di informazione e formazione dovuta a presuntuosa pigrizia.

A volte il presuntuoso, però, non è pigro, anzi è iperattivo, ma disordinatamente, disorganicamente. Muoversi per muoversi non significa nulla, se non si sa dove si sta andando: infatti si può conoscere veramente, anche se non mai del tutto, il proprio itinerario, esistenziale e lavorativo, solo se si è in ascolto, solo se non si dà per scontato di avere sempre ragione a priori, e gli altri, se ti contraddicono, sempre torto.

Non è mica difficile saper ascoltare gli altri, certamente quelli che meritano di essere ascoltati (cf, il significato etimologico di obbedire), basta fermarsi un momento nutrendo qualche sano dubbio sui propri convincimenti. Sant’Agostino e Descartes avevano fondato addirittura la conoscenza sul dubbio “cogito et dubito, ergo sum“, cioè penso e dubito, cosicché sono. Per questi due sommi pensatori il dubbio fonda lo stesso essere. Senza il pensoso dubbio non vi è neppure la persona, che pensa e che dubita, e in tanto in quanto pensa e dubita, essa stessa è.

L’essere è fondato sull’umiltà del dubitare, non sulla presuntuosa superbia del sapere senza confronto. Non vi sono titoli di studio o posizioni che esimono da questo circuito virtuoso del pensiero. Io stesso, che non mi son fatto mancare approfondimenti e studi, son sempre più consapevole della mia ignoranza, poiché mentre imparo cose nuove, queste mi presentano infiniti scenari conoscitivi ancora da esplorare, ed è così che mi sento creatura e non creatore, padrone e signore della conoscenza e della verità, io consapevole di restare sempre e comunque un povero essere umano, fragile e ansioso, consapevole della mia pur nobile finitezza.

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