Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

Beatrice (Bebe) Vio mostra come la “gioia”, quel sentimento che in latino si dice “gaudium”, prevalga sulla “felicità”

Quando vedo o ascolto Beatrice (Maria-Adelaide-Marzia)-Bebe Vio, nata nel 1997, provo gioia. Provo la gioia che la ragazza mi trasmette con il suo entusiasmo, il suo sorriso, la sua eccelsa classe sportiva.

Pur essendo stata tormentata fin da piccola da una tremenda meningite che la ha mutilata, Bebe è una grande campionessa dello sport che si dice parolimpico, nella specialità della scherma, arma del fioretto, ma a mio parere si dovrebbe dire “dello sport”, e basta. Mi viene da pensare che se (uso l’ipotetica nonostante solitamente io rifugga da simulazioni a-storiche) avesse potuto usufruire dei suoi arti e di un corpo integro, avrebbe potuto imitare e seguire in grandezza sportiva l’immensa Valentina Vezzali.

Le sue performance mi offrono l’occasione di parlare della gioia, come sentimento positivo cui si anela sempre, anche se spesso si preferisce parlare di felicità… dopo di che ci si accorge che la felicità, intesa come stato di benessere gioioso continuo non si può mai dare, perché non c’è, non existe, cioè non sta dentro e fuori di noi.

Qualche giorno fa ho scritto dell’etimologia di felicità, che va fatta risalire alla radice sanscrita fe, che significa fecondità. Ecco, allora potrebbe darsi che l’etimo antico ci possa aiutare a darle un senso.

Nel caso della Bebe, dire che manifesta non solo gioia ma anche felicità di vivere, si può. Questa ragazza di ventiquattro anni, martoriata dalla sorte, da quello strano e incomprensibile (agli occhi e al sentimento) garbuglio di volontà umane, circostanze, genetica, ambiente… che a volte chiamiamo DESTINO, riesce a mostrare una felicità di vivere, almeno davanti alle telecamere, che fa provare ai lamentosi di ogni genere e specie, se riflessivi, un sentimento di vergogna e quasi di blasfemia, quando si lamentano, come si dice in Friuli, “di gamba sana”, che significa lamentarsi di inezie.

Devo dirti, caro lettore che, pur a volte soffrendo penosi dolori alle vertebre dorsali, lascito del tumore terribile che mi colpì quattr’anni fa, il pensiero di una ragazza coraggiosa come Beatrice Vio, mi aiuta a lamentarmi il meno possibile e mi ispira un po’ di vergogna se indulgo un pochino troppo nel lamentarmi, quando qualcuno mi chiede come sto.

Torniamo al sentimento della gioia, che ritengo più realistico di quello della felicità. Tre lustri fa, più o meno, con la mia carissima amica, la psico-pedagogista Anita Zanin, scrissi e pubblicai un volume che si configurava come una sorta di contro-manuale di pedagogia dell’età evolutiva. Ebbene, decidemmo di intitolarlo “Educare all’infelicità”, proprio per sottolineare la problematicità del termine, e per segnalare tutti gli “errori” educativi che gli “educatori”, genitori e insegnanti in primis, rischiano di commettere, se non tengono conto che non si può insegnare dall’alto ciò che andrà a costituire la struttura di personalità dei bambini, ma che si deve piuttosto “accompagnarli”, nella loro crescita, rispettando in ogni momento le caratteristiche delle piccole persone in evoluzione, dando loro delle dritte generali, ma soprattutto orientandoli con l’esempio e con la coerenza comportamentale.

Il volume, presentato a suo tempo durante la rassegna Pordenonelegge, ha avuto un certo successo, ma, abbiamo pensato che ciò sia avvenuto soprattutto per la paradossalità del titolo, con il quale abbiamo inteso pro-vocare curiosità, ma anche sottolineare, proprio ponendo un termine dal significato contrario della felicità, come questa condizione sia un tema arduo e largamente simbolico nella vita umana.

In-felicità certamente significa mancanza di benessere e di gioia, ma può anche favorire l’acquisizione di una consapevolezza che lo star-bene è una conquista della mente, della riflessione razionale e morale sui valori essenziali e non volatili, della vita.

Si può essere “felici” (virgoletto per restare nella logica del pensiero che qui cerco di esprimere), anche quando manca qualcosa alla nostra vita, ad esempio una parte di agio, un pezzo di salute fisica, una parte di sicurezza, solo se riusciamo a declinare questo “essere-felici” come una capacità spirituale di cogliere la gioia di vivere in (di) ciò che vale veramente: un rapporto sincero con l’altro, un sentirsi utile in una comunità, una capacità di ascoltare e di farsi ascoltare, una accettazione del limite nostro e degli altri, che è la condizione esistenziale più vera della vita umana, e di (e in) questo limite, una volta esplorato e còlto, sapersi ac-contentare.

Le due cornacchie e altri “volatili” (in ambo i sensi)

Insisto. Siccome lo scontro fra Grillo e Conte continua, mi sembra interessante ricorrere alla metafora per continuare i miei commenti su questa per-nulla-fondamentale battaglia politica, anche se preoccupa molto il segretario del PD. Si tratta infatti del conflitto tra due uomini di non alta statura antropologica, di moralità quantomeno – mi permetto di dire – un pochino dubbia, almeno in uno dei due, e di albagìa certa, nell’altro.

Il paragone metaforico è interessante, perché le cornacchie sono due uccelli spazzini, molto resistenti, di indubbia intelligenza naturale, come ci spiegano fior di ornitologi. E forse questi specialisti della zoologia pennuta sono particolarmente adatti ad analizzare tipi umani come quei due.

Due notizie su questi interessanti corvidi, che per parenti hanno proprio i corvi, quelli neri neri, le gazze, le ghiandaie e anche il merlo indiano.
Come la più parte dei corvidi la cornacchia grigia è un onnivoro opportunista, molto attento alla disponibilità di esercitare la sua naturale saprofagia. Una gran varietà di cibi, prevalentemente di origine animale, ma anche vegetale, è a disposizione di questi pennuti. Anche l’urbanizzazione ha favorito il loro sviluppo, dando ampi spazi di esercizio della loro versatile intelligenza. Ad esempio, a Milano, a Roma, a Napoli, i corvidi fanno concorrenza per numero perfino ai passeracei.

In generale questi uccelli frequentano areali naturali come scogliere e coste marine, alla ricerca di molluschi e crostacei, piccoli pesci ed echinodermi, e anche ricci di mare che le furbe cornacchie aprono sollevandoli in volo e facendoli cadere dall’alto. Poi, non disdegnano di pasteggiare anche con uova di gabbiani, urie, procellarie e cormorani, adocchiando i nidi e aspettando che i genitori si allontanino per nutrirsi, oppure facendosi inseguire per favorire il lavoro di un collega corvide. Certamente uno scontro con un gabbiano non converrebbe a nessuna cornacchia.
Non manca alla loro dieta anche l’apporto di animaletti, come piccoli rettili, anfibi, insetti e invertebrati vari, larve e altro di simile.

Le cornacchie attaccano talvolta gli esseri umani, come ben documenta il noto film di Hitchcock… e, pare, anche i cani. 

Ora, anche scherzando, si tratta di vedere come possiamo individuare assonanze e similitudini fra i corvidi grigio-neri e i due marpioni cinquestellati… Sulle prime si potrebbe dire che i due umani ricordano i corvidi grigio-neri perché starnazzano molto, e qui converrebbe paragonarli alle anatre, ma queste ultime sono uccelli dediti completamente alla prole e alla ricerca di nascosti pertugi tra le acque correnti e la vegetazione per nidificare in santa pace, e non rompono le scatole a nessuno.

I corvidi no, quelli circolano per campi e piazze, per viottoli e radure, svolazzando da tetti a grondaie, dai fili della luce ai tralicci, ovunque. E ovunque tu guardi li ritrovi, con il becco teso e il vociare rauco.

Il primo dei due umani può ricordare l’uccello perché ha talmente tanto urlato che la raucedine potrebbe averlo colpito in malo modo; il secondo perché possiede un timbro vocale leggermente rauco e nasale. Questo sotto il profilo dei suoni.

Sotto quello degli atteggiamenti e del look, andiamo meglio: tutti e due deambulano con presupponenza, anche se il secondo la nasconde dietro una sorta di bonomia affabilmente esposta.

Le due cornacchie della politica. E gli altri? Potrei divertirmi ad accostare anche molti altri ad animali vari, i Salvini, i Letta, le Meloni, i Berlusc, i Renzi, i Leu e affini. Ognuno di questi può ricordare un animale tale che comunque absit iniuria verbis (cioè, nessuna ingiuria con le parole). Proviamo, anche se mi vengono in mente solo uccelli: allora, Salvini un pavoncello scherzoso, la Meloni una aggressiva gallinella d’acqua, Renzi un anatrone scalpitante, Berlusc un pappagallo curioso, Letta un tacchino che fa la ruota, ma un pochino spennacchiata. Di Leu e Sinistra italiana non saprei dire, chiederò un consiglio a un ornitologo.

Così, per sorridere, caro amico lettore.

Cara Camilla… cari Daniel e David

inizia ancora in questo modo un articolo, dopo uno precedente, con il quale cercavo di dialogare con la carissima Saman, ragazza pakistana che si definiva Italian girl, ed è stata uccisa dai suoi familiari immersi tragicamente nella loro drammatica “cultura” originaria, non da un semplice machismo omicida, come sostengono alcuni che temono di dire quello-che-è-stato fatto a partire dalle sue tremende e inaccettabili “ragioni”. Politici e maitres à pénser vari, incompetenti, se non intellettualmente disonesti.

Saman è morta per una carenza radicale di illuminismo, termine detto e inteso in senso storico-metaforico. Punto, mon Enricò Lettà, tra altri e altre.

Camilla invece per un deficit di controlli e di anamnesi, pare.

I genitori di Camilla hanno così parlato dopo la morte di Camilla: “Era sana. Non aveva alcuna malattia ereditaria”. Ora i magistrati stanno indagando. Qualche risposta potrà venire dagli esiti dell’autopsia effettuata di dottori Luca Tajana e Franco Piovella, e dal materiale documentale acquisito dai Nas dei Carabinieri per conto della Procura della Repubblica. Nell’anamnesi obbligatoria compilata antecedentemente alla somministrazione del vaccino, la ragazza non aveva dichiarato alcuna patologia né terapia farmacologica, mentre in seguito, all’ospedale di Lavagna, nella prima notte di osservazione prima del trasferimento a Genova, qualcosa si è capito, come attestano le cartelle cliniche nelle quali si trova registrata una carenza di piastrine autoimmune familiare.

Non indugio in discorsi medico-clinici, per i quali non ho la competenza. Qui ho solo riportato in sintesi ciò che si è letto sui media, e vengo alla riflessione filosofica, che più mi appartiene.

Come funziona la vita, anche una vita così giovane?

Mentre si spengono le luci su Camilla, si accendono su Ardea, dove un ingegnere di trentacinque anni fredda un coraggioso anziano e due bambini di cinque e dieci anni, Daniel e David, nomi di grandi uomini della Bibbia, quasi come a promettere vite vigorose. No, ora spezzate da proiettili fuori controllo, da una persona non vigilata, che aveva una pistola a disposizione.

Se per la povera Saman il tema era la cultura e la religione, per Camilla c’è stata una difficoltà nel dire tutto, nel compilare un’anamnesi: leggerezza, superficialità, reazione possibile in campo chimico biologico? La conseguenza è, come si dice, l’inaccettabile vita spezzata di una diciottenne.

Non parlo qui dell’aumento di morti sul lavoro, mi limito a citarli come patologia grave della nostra organizzazione del lavoro. Ne parlerò ancora, come ho fatto per Luana D’Orazio.

Cerco invece di dire qualcosa sui morti evitabili citati nel titolo, anche non entrando nei dettagli fattuali, che non conosco.

Ancora una volta, di fronte a questo dolore vedo un’assenza, quella del pensiero, quella di una visione eticamente fondata sul rispetto della vita, e della vita umana in particolare. Gli interlocutori delle tragedie sono ancora una volta solo le competenze tecnico-scientifiche di medici, neurologi, psichiatri, senza alcun accenno a saperi che possono lavorare in anticipo sulle situazioni.

Ancora una volta, citando questi saperi, intendo la filosofia, e in particolare di quella branca concernente il pensiero che studia l’uomo in tutte le sue dimensioni teoriche e pratiche.

Noto però qualche ancor timido cambiamento circa la percezione dell’importanza dei saperi filosofici. Nelle aziende si comincia ad averne contezza con la redazione di Codici etici e la nomina di Organismi di vigilanza dove la filosofia ha “voce in capitolo”. Si stanno diffondendo i settecenteschi e illuministi “Caffè filosofici” dove persone di tutte le categorie, scolarità e classi sociali si siedono a discutere ascoltando esperti di varie discipline, imparando di nuovo ad ascoltarsi e a ragionare, proprio di questi tempi nei quali la confusione linguistica, espressiva e mediatica è a livelli insopportabili.

In alcuni istituti tecnici la filosofia diventa materia di insegnamento, mentre viene confermata nei licei.

Si stanno muovendo associazioni e gruppi di ricerca sulla filosofia pratica, come la storica Phronesis, Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, che presiedo, proponendone la funzione positiva a livello individuale, familiare e sociale.

Forse qualcosa sta accadendo in tema di consapevolezza che il pensiero riflettente e la logica argomentativa “vengono prima” di altri saperi, li fondano, li rinforzano, sempre a favore della qualità relazionale tra le persone e dell’intera vita umana.

“Il sangue del ’68”

Sono stati arrestati finalmente! Quei presuntuosi, narcisi, insopportabilmente convinti di essere dalla parte del giusto.

Il Presidente MItterrand

La cosiddetta “dottrina MItterrand” è stata sepolta, non so se per convenienza, resipiscenza o per altre ragioni (forse di tutto un po’) da Macron. Era ora.

Ricordo ancora il ghigno feroce e insopportabile di Cesare Battisti (ooh tanto nome profanato da un delinquente che la sorte ha destinato all’omonimia di un glorioso Patriota!), colà supportato, tra eleganti intellettuali della Rive Gauche, anche da madame la (ex) prémiere dame Carla Brunì in Sarkozy, la di-sinistra borghesissima flebile pseudo-cantatrice di nenie insopportabili come le facce da impuniti degli arrestati. E dalla sorella connessa, ora francesissima, la Valerie Bruni Tedeschi. E, tra altri, Jean-Luc Godard, che pare aver dimenticato la nouvelle vague de cinemà.

Siccome ho un numero di lettori attenti, ho già ricevuto la sollecitazione a parlare di questo tema. Lo faccio volentieri, stentando anche a nominare quei figuri, a partire dal lottatore continuo che, in combutta con altri (tra cui uno che pontifica da anni sui giornali), assassinò il commissario Luigi Calabresi. Come sai, mio gentile lettore, io sono socialista come il presidente Pertini, che era un vero patriota, e se fosse dipeso da lui avrebbe punito assai più duramente di come sono stati puniti quelli che pensavano di rifarsi alla Resistenza per giustificare crimini efferati ed assurdi sotto il profilo politico e sociale. A mio parere, di quei protagonisti, per quanto ne so (e l’argomento è da me conosciuto in profondità), forse solo uno merita rispetto, Alberto Franceschini.

Sai anche, mio caro lettore, che mi sono assunto da molti anni il ruolo di tutore nei confronti di una persona, coinvolta nei crimini di quegli anni, ma che ha pagato a sufficienza per ciò che ha fatto o ha contribuito a fare. Persona non responsabile diretta di reati di sangue, persona.

Anche i sette arrestati/ e sono persone, ma sono persone che non hanno riconosciuto la dignità di persona a chi hanno ucciso o ferito, sia che fosse un generale dei Carabinieri sia che fosse un appuntato della Polizia di Stato. Persone, tutte con la medesima dignità.

E ora, caro lettore, non incentrandosi questo pezzo sulla riflessione politica, ti dico che cosa a mia volta direi a questi/e sette, se li avessi in un’aula per svolgere insieme un seminario (vorrei chiamarlo) “redentivo”, ex art. 27 della Costituzione della repubblica Italiana.

Ecco: userei il paginone di una lavagna a fogli mobili e lo dividerei in due verticalmente con un pennarello rosso o nero o verde, non importa.

Quasi alla sommità del foglio traccerei una linea a incrociare quella verticale creando due rettangoli, sia al di sopra sia al di sotto, e in fondo al paginone traccerei una linea analoga.

Nel primo rettangolo in alto a sinistra scriverei STRUTTURA DI PERSONA, nel secondo rettangolo in alto a destra scriverei STRUTTURA DI PERSONALITA’. Bene.

Poi chiederei ai / alle sette persone presenti in aula che cosa scriverebbero in colonna sia sulla parte sinistra del rettangolo maggiore, sia sulla parte destra: Sono convinto, perché ho sperimentato questo esercizio, sia con quadri e dirigenti aziendali, sia in corsi accademici di antropologia filosofica, sia in corsi di aggiornamento di docenti delle scuole superiori, che, insieme, riusciremmo a scrivere, dopo aver impostato una riflessione comune partendo da precise domande, i seguenti termini…

a) alla domanda “che cosa ci costituisce come persone?”… certamente arriveremmo a una risposta triplice: 1) la corporeità, 2) lo psichismo, 3) la spiritualità, poiché: la corporeità è la caratteristica più visibile e unificante di tutti gli esseri umani: ciò è mostrato dalla biologia generativa, per la quale noi mammiferi ci riproduciamo tutti allo stesso modo, anche se appartenenti a etnie le più differenti (una donna inuit può partorire unendosi con un aborigeno dell’Oceania); lo psichismo è presente in ogni essere umano, anche se si manifesta in modi diversissimi in base alle culture e alle tradizioni locali (un londinese senz’altro gioisce in modo differente rispetto a un napoletano!); la spiritualità, intesa in un senso a-ultra-religioso, appartiene senz’altro a ogni essere umano, in quanto tutti, anche i / le sette persone di cui qui trattasi, provano stupore, meraviglia per la bellezza, la grandezza, la forza della natura, la grazia del volto di un bimbo, etc.

Ebbene, se tutto ciò è vero e lo condividiamo, chiederei ai presenti: “che cosa ci dice razionalmente il diagramma logico che abbiamo condiviso?”

Ecco, qui a mio parere potrebbe esserci un intoppo, poiché saremmo immediatamente nel centro della contraddizione filosofico-esistenziale delle loro biografie. Sarei curioso di vedere chi mi risponderebbe… “Il diagramma logico ci dice che tutti gli esseri umani hanno pari dignità, hanno diritto alla vita, alla salute, all’abitazione, alla cultura, al lavoro, etc. etc.” E scriverei la dizione “pari dignità” nel rettangolo in basso a sinistra.

Sono convinto che nella saletta formazione il silenzio scenderebbe, palpabile, in quanto loro sette – ciò è attestato obiettivamente dalle rispettive autobiografie – non hanno mai vissuto con la consapevolezza della verità inconfutabile di quel diagramma antropologico-morale.

Continuerei, invitandoli a suggerirmi che cosa scrivere nel rettangolone a destra, proprio sotto il titolo Struttura di personalità; forse lì sarebbe più facile condividere la scelta, perché ognuno di loro, peraltro di cultura medio-alta, non avrebbe grandi problemi a individuare nei seguenti tre elementi ciò che costituisce la Struttura di personalità, come segue: a) genetica, poiché ogni essere umano è caratterizzato dal suo proprio DNA (e su questo porterei l’esempio dei gemelli monozigoti, che comunque, dopo il periodo della prima crescita, hanno esperienze esistenziali differenti); b) educazione, che differenzia le persone in base alla scolarità e alle esperienze fatte; c) ambiente, idem: ogni ambiente produce esiti differenti nelle vite individuali.

Questo secondo paradigma molto facilmente porterebbe il gruppo seminariale a condividere che i tre elementi statuiscono l’irriducibile unicità e differenza di ciascun essere umano rispetto a qualsiasi altro/ a.

Fatto questo, li inviterei a raccogliere le idee, mettendo vicino le due tesi derivanti dall’analisi antropologica condivisa. Se il raziocinio prevalesse nel gruppo, dovrebbe emergere una conclusione condivisa: avendo a suo tempo non considerato la pari dignità degli esseri umani, tutti loro hanno commesso dei crimini contro l’uomo, peccando innanzitutto di ignoranza colpevole (perché erano consapevoli delle conseguenze del loro agire), prima ancora che di atti che costituiscono reati (o peccati, teologicamente).

Sono convinto, però, che qualcuno più colto e anche più cinico, potrebbe “tirar fuori” il tema della necessità storica di lottare per l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, anche non rispettando il diritto alla vita delle persone, intese come singoli. E questo è proprio l’ultimo tema filosofico-morale: si può sacrificare sull’altare di una giustizia generale la vita umana di una o più persone, in base a scelte di individui e piccoli gruppi che si attribuiscono questo compito, come se l’universalità dei popoli (qui mettiamo magari solo il Popolo italiano) li avesse delegati a ciò?

Farei loro queste domanda e mi piacerebbe sentire le risposte… se queste venissero dalle loro bocche.

Temo che il seminario si concluderebbe nel silenzio e nell’imbarazzo, se ho considerato con sufficiente lucidità le loro intelligenze e le loro cultura individuali. Chi lo sa…

E’ chiaro che costoro meritano il carcere che, viste le loro anagrafi, farei loro assaggiare per qualche anno, per poi, dopo qualche tempo, li rimanderei a casa in libertà vigilata. Così come chiederei di fare immediatamente all’Amministrazione penitenziaria nei confronti del mio tutelato, che oramai pare esser diventato un mero dimenticato fascicolo penale, essendo comunque una persona.

E alla politica chiederei di rivedere le norme penali in funzione dei Diritti costituzionali, in particolare agli artt. 3 e 27, caro lettor mio

Il corpo e la mente

…e lo spirito, se vogliamo conoscere san Paolo. E l’anima, che è molto importante, nelle sue varie accezioni, da quella animistica, presente in molte culture tribali a quella spiritualistica, tipica del contesto mediterraneo giudaico-cristiano-islamico e diversamente declinato nel plesso hindu-buddistico e confuciano-scintoista.

Sàrx e sòma sono strettamente collegati alla psychè, che significa anima e anche farfalla, e allo pnèuma, che vuol dire soffio, vento, spirito… O, come sosteneva Aristotele synolon, cioè il composto umano qualificante l’essere umano, tesi antropologica completamente accolta da Tommaso d’Aquino, dai razionalisti sette-ottocenteschi Hume, Locke e Kant e, in sostanza, anche dalle scienze psicologiche e neurologiche moderne e contemporanee.

Corpo e Anima

Si usa dire che si-ha-il corpo, come si-ha-l’anima, mentre invece si dovrebbe dire che si-è-il-corpo-proprio, si-è-la-propria-anima.

La filosofia ha spesso parlato del corpo in modo divisivo e straniante, a volte. Dualistico. Ma ciò si può intendere bene se viene collocato nel tempo storico, che anche quello dell’evoluzione del pensiero umano. Il dualismo si è sempre posto in contrasto con il monismo, secondo la tradizione classica della filosofia, sia occidentale sia orientale.

Il corpo è-ciò-che-si-vede in tutta la sua evidenza, dell’uomo, l’anima è-il-nome-di-ciò-che-non si-vede, dell’uomo. Noi umani abbiamo bisogno di distinguere, di discernere, di sceverare nelle e tra le cose.

La mente, mens in latino, che rinvia a memoria, e anche alla greca mnemosyne, rappresenta in modo più tecnico ciò che è spirituale, impalpabile, imponderabile, tant’è che la risposta alla domanda “Hai afferrato il concetto?” In senso proprio, quello dell’afferrare concerne la dimensione fisica, materiale configura sostanzialmente la domanda, ma può essere considerata nella sua dimensione metaforica, cioè traslata.

Il concetto è qualcosa di mentale, ma è anche il participio passato del verbo concepire, cioè far-nascere, anche fisicamente. Nella mente, dunque, nascono i concetti tramite il flusso del pensiero, come insegnano le neuroscienze.

Vi è ancora molto da dire… e così introduciamo il tema della “persona”, nella sua accezione cristiano-classica: persona non è individuo, perché “individuo” è ciò-che-non-è-divisibile, e quindi lo è (individuo) anche un albero o un gatto.

Persona invece è, sulla traccia della sua etimologia, un qualcosa di legato a un contesto teatrale greco-latino, proprio all’ambiente teatrale della cavea, che richiedeva toni e timbri di voce degli attori atti a farsi ascoltare anche da coloro che erano seduti nell’ultima fila in alto del teatro. Gli attori, dunque, indossavano una maschera per far risuonare (per-sonare) la propria voce.

Persona, dunque, come maschera, dall’antichità… che strano, vero? E siamo già a Pirandello, con il suo Uno, nessuno, centomila, che attesta la consapevolezza pratica che ognuno di noi, corpo-mente-anima-spirito, deve, DEVE, per relazionarsi e vivere in mezzo agli altri, indossare maschere, le più adeguate alle situazioni che ognuno di noi vive quotidianamente.

Il senso comune vorrebbe dire che maschera fosse sinonimo di falsità e menzogna, ma non è così o, meglio dire, può non essere così. A volte abbiamo proprio bisogno di non-dire-tutto ciò che le nostre emozioni o sentimenti ci suggerirebbero, e allora la razionalità ci suggerisce prudenza, e dunque di fingere – in parte – e di non dire tutto, o di dirlo in modo più edulcorato e molto accorto. Ciò per perseguire un bene maggiore, che sarebbe invece negletto se si fosse sempre e completamente sinceri fino all’ingenuità. Alla verità non si può mai accedere del tutto, e anche la filosofica parresìa deve avere dei limiti.

Il gran dottore viennese, scopre cento anni fa, come la altrettanto gran vulgata dispone per il lettore, i sotterranei della coscienza cosciente, l’inconscio o subconscio, ricettacolo del non-dicibile, perché non evidente alla coscienza, e chiama super-io la coscienza, cioè quell’ente che i classici ritenevano essere la persona stessa, la sua anima, la sua interiorità, la sua verità ontologica.

Ma forse non è noto a tutto l’orbe terracqueo che millesettecento anni prima del citato dottore, un dottore di tipo diverso, di etnia numida e di nome latino, Aurelio Agostino, dialogava con la propria anima nei “Soliloquia”, peraltro preceduto da due imperatori pensanti, Elio Adriano e Marco Aurelio. Trascurando altri, come l’immenso Plotino, da duemila e cinquecento anni a oggi.

Ecco, la storia dell’uomo come corpo anima e spirito è lunga e doviziosa di spunti, tutti utili e inclusivi al fine di una visione filosofica della persona, che è individuo, ma anche e soprattutto coscienza di essere e coscienza nel dire e nel fare.

PLANET-PEOPLE-PROFIT: la sostenibilità dell’eco-sostenibilità

Bisogna chiedersi sempre se un progetto economico-aziendale, qualsiasi sia, possa essere realizzato con sufficiente e ragionevole plausibilità, ad esempio quello della sostenibilità ecologica.

Se si cimenta in un progetto del genere un’azienda di dimensioni medio-grandi, con fatturati e mezzi rilevanti, la plausibilità si dà, sempre che tale prospetto culturale trovi l’adesione e la partecipazione degli stakeholders, lavoratori, dirigenti e proprietà.

Nelle aziende più piccole o medio-piccole non si può pretendere che le strategie si improntino immediatamente alla triade concettuale e valoriale PLANET-PEOPLE-PROFIT, che rappresenta la sintesi del modello eco-sostenibile. Innanzitutto perché le persone, i lavoratori (e non solo loro) fanno fatica ad “alzare lo sguardo”, al punto da perdere di vista il loro quotidiano proprio, la fatica del lavoro, la difficoltà delle relazioni, il sentimento di precarietà che aleggia, le preoccupazioni per la salute propria e dei propri cari, e, in secundis, perché non è facilissimo capire l’utilità di una progetto di ecosostenibilità aziendale.

Infatti, come lo si può spiegare? Come si può essere convincenti usando un sintagma così politico, così economicistico, così ambientalistico?

Veniamo all’etimologia, come mio solito costume: eco-sostenibilità è una parola italiana composta da due radici, la prima derivante dal greco antico òikos, cioè casa, da cui eco-nomia (cioè regole, nòmos, della casa), eco-sistemi (cioè struttura, tìthemi, della casa ), eco-logia (cioè discorso, lògos, sulla casa), eco-sensibilità, (cioè sensibilità per la casa) etc.; la seconda dal verbo latino sustineo, ère, vale a dire sostenere.

Come si può vedere, il termine òikos è giustapposto a varie radici terminologiche in prevalenza greche, ma nel caso del termine che qui analizziamo, òikos è accostato al verbo latino sustineo. Ecosostenibilità, tutto attaccato, ma scrivendo in questo modo il programma di scrittura ti dà errore, epperò se metti un trattino in mezzo, lo tiene per buono. Finché lo Zingarelli lo accoglierà ufficialmente nel suo sempre aggiornato vocabolario.

Un termine, dunque, non consueto di per sé, e di non facilissima spiegazione. Si pone prima di tutto il tema della comunicazione corretta del termine a una platea diversificata e plausibilmente scettica. immediatamente dopo si pone il tema o problema del senso e del significato pratico da dare al concetto nell’operatività pratica di ogni giorno.

Un esempio: siamo sicuri che siano ecosostenibili le auto ibride o elettriche, rispetto alle ultime versioni del diesel, che sembra emetta gas più puliti di quelli che introduce? E che fine fanno le possenti batterie, piene di materiali inquinanti? E’ solo un esempio.

Certamente si possono individuare esempi positivi, come nei consumi di carni animali. Si sa che per produrre un chilo di carne bovina occorrono cinquecento litri di acqua?… fa fare domande questa constatazione?

Certo è che l’ecosostenibilità è la via obbligata da tutti i punti di vista. Innanzitutto da quello etico generale, che obbliga a sentirsi obbligati (kantianamente) a preservare le risorse naturali per noi, ma soprattutto per chi abbiamo messo al mondo e per chi verrà dopo di loro. Prima di tutto.

Ma obbliga anche per altre ragioni che si possono riassumere così: siccome le risorse non sono infinite e sono mal distribuite nel mondo, creando ingiustizie, peraltro accentuate dalla e nella modernità, che ci richiamano a una morale di giustizia fra popoli e nazioni, è indispensabile avere presente il concetto di finitezza e di destinazione d’uso delle risorse. Le guerre stesse che da quasi tre quarti di secolo si combattono in giro per il mondo, in ogni continente, salvo forse l’Oceania, senza essere state mai dichiarate, sono la cartina di tornasole dello stato di cose attuale.

Si combatte sempre per il soldo. Un esempio: perché cencinquant’anni fa o giù di lì, l’Imperial Regia Marina di Sua Maestà Britannica Vittoria favorì l’attracco siculo, quasi senza opposizione, dei Mille del Generale Garibaldi sui piroscafi Piemonte e Lombardo? Vogliamo ricordarci che negli stessi anni il nobile Imperial Regio Esercito, sempre di S.M. Britannica Vittoria, conquistava l’Egitto, la penisola del Sinai al fine di condividere con i Francesi il Canale di Suez, per ragioni nobilmente economiche, di approvvigionamenti di risorse materiali dall’Estremo Oriente, evitando di seguir l’ardita rotta del valoroso hidalgo senor Vasco da Gama, che rischiò l’osso del collo al Capo delle Tempeste, poi Capo di Buona Speranza? Un’Italia unita e amica dell’Impero Britannico era utile, anzi necessaria.

Dimentichiamo che, sempre la Gran Bretagna, al tramonto del suo impero coloniale, ci batté sonoramente in mare nel 1940/ 1 a Capo Matapan e a Taranto, perché la Italiana Regia Marina (non fascista) non conquistasse Malta? Per quale ragione? sempre per dominare le rotte mediterranee. Gli Inglesi (e non solo loro) non agiscono mai per bontà d’animo e per altruismo. Furono capaci perfino di complottare, progettare ed eseguire, con l’ausilio di un gruppo di partigiani (Mario Lonati in primis) su ordine di Luigi Longo, e il comandante John (alla faccia del cosiddetto e sé dicente “Colonnello Valerio-Walter Audisio”, che non ammazzò né Benito né Claretta) l’ammazzatina (farebbe dire il grande Camilleri a Montalbano o a Mimì Augello) del Cav. Benito.

Per tutto questo e per molto altro ancora, l’ecosostenibilità ha una valenza epocale, e riguarda complessivamente, sia la tutela delle risorse ambientali, sia una loro più equa distribuzione nel mondo e tra le nazioni. Altrimenti tutto ciò rimane un bellissimo programma di buone intenzioni impossibili da realizzare.

La volgare insurrezione di Washington è un esempio di alcune delle “sette forme patologiche” di esercizio del potere

Ciò che è successo il 6 Gennaio 2021 a Washington, cioè una sorta di jacquerie fuori tempo, sollecitata da quell’insolente guitto viziato che risponde al nome di Donald J. Trump, è l’esemplificazione di una delle sette modalità di manifestazione patologica del potere, e forse di più di una.

Questi fatti, però, significano diverse cose: intanto, che l’America è forse la punta dell’iceberg di un disagio comunicazionale, e anche cognitivo, che da qualche anno (da oltre un ventennio) caratterizza i modi relazionali delle persone e delle nazioni del mondo. Mi sono speso molto nello scrivere denunziando la crisi profonda del pensiero critico, la pervasività pericolosissima dei social e il loro sconsiderato e (forse in parte) inconsapevole uso di moltissimi, che pensano di contare solo se intervengono sul pubblico mercato della comunicazione. Le tv commerciali hanno la loro responsabilità oggettiva in questo processo di deformazione dell’informazione, e quindi della possibile interpretazione dei fatti. Qui lascio perdere la solita citazione concernente la crisi della scuola e dei nuclei familiari, nelle loro varie declinazioni, tema più volte anche da me trattato.

La crisi americana attesta anche la mediocrità del loro sistema scolastico pre-accademico: quando sento parlare di “liceo” nelle cronache americane, mi sorge un sorriso prima di compatimento e poi di preoccupazione. Liceo, ma dai. Una fabbrica di molti ignoranti, mentre le università restano inaccessibili, se non ai ricchi, o almeno ai benestanti.

Trump è la cartina di tornasole di una crisi della politica e non del solo Grand Old Party, i repubblicani di Jefferson, di Lincoln, di Mc Kinley e di Eisenhower, ma anche dei democrat, fino ad Obama. Constatare che gli operai si siano rivolti nel 2016 a Trump e non a Hillary Rodham Clinton, dà da pensare. Ora, forse, se qualcuno o qualcosa non lo fermerà, The Donald cercherà di costruire una terza forza per “portare avanti” il suo progetto tanto distruttivo quanto incomprensibile (almeno a me in questo momento).

Ma c’è qualcosa che non mi convince anche nello schieramento opposto, nei democratici. Biden ha vinto e auguro al mondo che possa fare, non solo meglio dell’appena deposto clown, ma anche meglio di Obama (ci vuol poco) in politica estera. Ma ora allargo lo sguardo.

Qualche tempo fa ho scritto qui del potere, cercando di parlarne come di una dimensione ineludibile della vita organizzata umana, in ogni ambiente e come declinazione dell’autorità, in qualsiasi modo essa sia data. Il potere è ciò-che-esercita-una-autorità-di-ruolo, di posizione. Epperò, non vi è dubbio che esso, sollecitando sentimenti ed emozioni forti, anzi, meglio dire classicamente, passioni, può essere utilizzato in modo eccessivo e irrispettoso per i “sottoposti”, i subalterni nelle varie gerarchie. Trovo ancora ispirazione dal libro di De Toni e Bastianon, Isomorfismo del potere. Lì vi trovo sette tipologie di esercizio sbagliato del potere. E non trascuro il volume di Hugh Freeman qui sotto mostrato e più avanti citato.

Narcisismo e insostituibilità. Quanti narcisi conosce ciascuno di noi, caro lettore? Il narciso è uno che pone se stesso al centro del mondo, per cui ogni altro deve porsi in subordine, in qualsiasi senso, momento e modo. Il narcisista è un superbo, un presuntuoso, un arrogante, un protervo. Un brutto soggetto, anche se a volte si presenta in modo affascinante e coinvolgente. Trump si colloca tranquillamente in questa declinazione dell’esercizio del potere, così come nella successiva.

Sindrome eroica e volgarità: il potere a volte rende volgari nei gesti, nei modi e nella scelta delle espressioni. Un potente mostra di avere sulle sue spalle mostrine virtuali da altissimo ufficiale, e perciò, con il linguaggio arcaico dei gesti, invita arrogantemente all’ubbidienza. Accanto alla volgarità egli vuol mostrarsi eroico, unico, irraggiungibile, imbattibile, inconfrontabile.

Crisi di legame e indifferenza: un’altra dimensione molto diffusa e visibile è quella dovuta alla problematica legata al deterioramento dei legami gerarchici in ogni ambiente, situazione che sulle prime genera indifferenza e successivamente crisi del legame. Nell’ultima fase, Trump ha preteso che il suo vice, Pence, gli obbedisse oltre ogni norma costituzionale, ma non è andata così.

Rottura di contratto e negazione del conflitto: a volte accade che nel flusso gerarchico del potere una vera e propria rottura cui può anche seguire la falsificazione della negazione del conflitto. Anche qui troviamo il tycoonnewyorkese.

Conformismo e saturazione: il potente non ha bisogno di mostrarsi originale, poiché gli basta seguire la corrente dal suo scranno di potere, senza particolari preoccupazioni. Trump?

Paura e invidia: il depositario di potere fa paura e crea invidia. Fa paura perché può decidere di molto delle vite degli altri, se non delle vite stesse, in certe situazioni storiche e territoriali come quella di cui sto scrivendo qui nella quale Trump non riesce a pensarsi non più commander in chief.

Psicosi da performance e gestione dell’ansia. Il potente si esalta per le proprie performance che spiega come inimitabili. I modi consueti del nostro. Circa la gestione dell’ansia, questa è soggettiva, ma tipica di chi vuole sempre prevalere. Ed è la sua condanna.

Tra non pochi (Max Weber in primis) che hanno scritto su questo tema, nel saggio Le malattie del potere, edito da I Coriandoli, Hugh Freeman analizza un tema particolare: il rapporto tra politica e malattia, attraverso una serie di casi di uomini famosi, dall’antichità a oggi. Vengono esaminate le malattie di personaggi come Hitler e Stalin, Kennedy e Mao, Hailé Salassié e Margaret Thatcher in rapporto alla loro attività politica, e alle conseguenze che ne sono derivate. Come si vede, questo elenco propone personaggi diversamente ricordati dalla storia e dalla memoria collettiva. Parlare della malattia del potere in “San” J.F.K. può risultare difficile, ma Freeman lo ha fatto, sapendo che l’uomo è cagionevolmente e diversamente esposto alle patologie del potere, anche i migliori.

Come potrebbe trattare Trump in una seconda edizione di questo saggio, il prof Freeman?

Mentre la periclitante, mediocre, sciatta e debole politica italiana, da Conte a Renzi a Zingaretti, e poi dai peggiori, Meloni e Salvini, oggi particolarmente imbarazzati, sono intenti a contemplarsi l’ombelico.

vaccini, pecorini, caprini

sono notissimi formaggi, come sappiamo, fatti, rispettivamente, con il latte di vacca, di pecora e di capra, ma solo il termine “vaccino” ha assunto nel tempo un significato medico-clinico.

Louis Pasteur

Un vaccino, tecnicamente, è costituito da agenti patogeni, o da “pezzi” di essi, trattati in modo tale da far acquisire a persone sane una immunità.

La vaccinazione in qualche modo utilizza la “memoria immunologica” del sistema immunitario, al fine di dare al corpo la possibilità di difendersi da batteri, virus e altri organismi dannosi per la salute. Un altro modo di immunizzare un corpo umano è quello basato sull’immissione di un fluido umano che sia già stato a contatto con il patogeno.

Non vi è dubbio, e la storia della medicina contemporanea lo conferma, che le vaccinazioni sono un presidio sanitario preventivo fondamentale, per cui nel corso del XX secolo si sono ridotte in modo drastico nel mondo malattie gravi che erano diffuse da millenni. Si pensi solo al vaiolo, alla tubercolosi, alla poliomielite. Ricordo ancora quando alle elementari ci facevano il vaccino Sabin contro quest’ultima terribile malattia.

Solo nel 1980 fu dichiarato scomparso il vaiolo dal pianeta Terra.

Attualmente sono disponibili diversi tipi di vaccini contro numerose malattie, la cui applicazione è regolata dalle legislazioni sanitarie delle diverse nazioni del mondo.

Etimologicamente la parola “vaccino” trae origine dal latino “vacca”, vale a dire la mucca, e dall’aggettivo correlato “vaccinus”. Il nome di “vaccino” fu dato dal medico inglese Edward Jenner, che nel 1796 lo utilizzò la prima volta per indicare il materiale ottenuto dalle pustole di bovini ammalati di vaiolo bovino, in grado di generare negli esseri umano solamente una lieve infezione. Vaccinazione è dunque il termine derivato dai precedenti, come procedimento di inoculazione del vaccino in soggetti umani al fine di prevenire il vaiolo umano, largamente mortale per l’uomo. ]

L’idea di un “vaccino” è però molto più antica, e risale addirittura a quanto si osservò accadere durante la Guerra del Peloponneso nel IV secolo a. C. Allora si constatò che le persone colpite dalla peste e in seguito guarite, non erano più infettabili dallo stesso morbo. Si comprese che, in qualche modo, chi era già stato infettato da una malattia, una volta guarito, non sarebbe stato più colpito dalla stessa malattia in futuro. O quasi sempre.

Tornando a Jenner, fu il suo spirito osservativo a fargli immaginare un rapporto tra il contrarre il vaiolo bovino da parte delle donne incaricate di mungere le vacche, fatto che le immunizzava dal pericoloso vaiolo umano. Fu allora che lo studioso iniettò del materiale preso dalle pustole bovine in un bimbo di otto anni, che poi non sviluppò la malattia. Deduzione, abduzione, retrodazione, intuizione: in queste attività si trova tutta la logica della ricerca scientifica!

Ai primi del ‘900, Louis Pasteur trovò che si può generare l’immunità mediante l’iniezione di preparazioni microbiologiche utilizzando midollo spinale di coniglio infettato dalla rabbia mescolati con bacilli di antrace riscaldati.

E potrei continuare, informandomi e qui riportando altre note su ricerche e scoperte successive, come quelle di Robert Koch sulla tubercolosi e di Albert Sabin per quanto concerne la poliomielite. Ma mi fermo qui, perché non è la mia materia, e torno sul politico-filosofico.

Ora, in questa fase Covid-relata, si pone politicamente e culturalmente il tema del vaccino. Leggo le posizioni di tutte le tendenze, dai cosiddetti “no vax” ai sostenitori del vaccino, come si dice con orrenda espressione contemporanea “senza se e senza ma”. Ricordo che chi usò per primo o quasi (forse Bertinotti?) questo doppio sintagma, pensava di aver pensato una cosa geniale, mentre invece si tratta solo di due particelle ipotetico-avversative giustapposte.

La ragion logica, anche su questo tema, invita a non parteggiare in maniera acritica, ma ad affidarsi a ciò che il sapere scientifico viene scoprendo e proponendo, sapendo che la scienza opera ed avanza per prove ed errori, e che quindi non è possibile pensare che una scoperta scientifica o una sua applicazione sia, non solo efficace, ma anche assolutamente innocua per l’uomo. Molti effetti di un intervento chimico-biologico sull’uomo non sono prevedibili: basti pensare alle terapie chemioterapiche et similia.

Come sempre, l’ideologizzazione di un tema e il parteggiamento schierato per una tesi, senza supporti scientifici razionali, sono altamente dannosi. Quando poi di queste tesi preconcette si impadronisce una setta o un partito, i danni sono anche maggiori. Ma il peggio si trova sul web, nei social, dove schiere di nullafacenti-di-buono spesso si scatenano contro chi la pensa diversamente, con insulti e minacce.

Per quanto mi riguarda mi affiderò alla medicina che mi segue nella mia situazione particolare. Io prendo quotidianamente antivirali e antibatterici. Chi è preposto a questi saperi mi indicherà che cosa fare per me. E io ubbidirò, perché si tratta di persone competenti e ubbidire significa “ascoltare chi merita di essere ascoltato per saperi acclarati e certificati”, in questo caso un medico esperto delle mie cose. Così la ragione si esplicita in una filosofia del rispetto di saperi strutturati e affidabili, fino a… prova contraria.

…cani, porci, gatti ed esseri umani, un bestiario che si diffonde, o di come da mezzo secolo il Quoziente Intellettivo del Pianeta stia calando. Osserviamo, a testimonianza di ciò, un patrimonio linguistico, lessicale, espressivo e, in ultimo, cognitivo in declino, metodi argomentativi quasi assenti, sentiamo insulti grossolani e impertinenti asserti. Come ci difendiamo? Come contrattacchiamo?

cani, gatti, porci e esseri umani sono animali intelligenti. Senzienti, emotivi, capaci di affetti, memori.

Il cane scodinzola, ti segue, abbaia e latra, guaisce, ti guarda con occhioni lucidi: guarda il muso di un Boxer, di un Labrador, di…

Il gatto miagola intelligenti domande e risposte, con occhi tondi, colorati espressivi oltremodo. La coda alzata e le orecchie all’indietro significano che è allegro oppure furente e sta per attaccare. Una poesia che ho imparato in prima elementare: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo./ Ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo.

I porci sono animali meravigliosi, anche se amano rotolarsi nella mota. Ricordo Yurko, un imponente maschio di duecentocinquanta chili che Giorgio Pacor da Arta apostrofava duramente se non ubbidiva, e il gran porco si metteva seduto davanti al padrone con le orecchie basse chiedendo perdono con un mugolio penoso. E ricordo anche quando, ventiduenne, “dovetti” uccidere un maiale con un fucile. Lo avevamo acquistato, mia sorella e io, da un contadino, ma il norcino non era riuscito a ucciderlo con la “pistola” utilizzata per la trista ma necessaria bisogna nel suo mestiere (che qui non descrivo per evitare inutili truculenze). Allora mi prestai a compiere quell’atto, perché il maiale era stato comprato, e si doveva macellare. Per me fu come un “rito di passaggio”. Ci pensai a lungo: il maiale non aveva sofferto, perché il colpo lo aveva fulminato, e il senso di colpa mi lasciò dopo poco tempo.

Gli esseri umani sono i più splendidi primati mammiferi vertebrati ecc. ecc., che l’evoluzione (e Dio creatore) ha posto a vivere sulla Terra. E i più crudeli, assassini, egoisti, anempatici, furenti sfruttatori della bellezza. A loro, spesso, preferisco altri primati, come i gorilla, o altri animali come i su nominati. Sì, anche i porci.

Viviamo un momento storico della Terra, non solo dell’Umanità, ma anche del Vivente e del Minerale, che richiede un surplus di intelligenza, e invece ce n’è di meno.

Per ciò nei nostri tempi è necessario diffondere la consapevolezza di un grave impoverimento dei linguaggi umani, del lessico comune, delle espressioni comunicazionali, e quindi delle lingue parlate, della qualità relazionale tra gli esseri umani, e infine del loro livello cognitivo. Una situazione che la scuola e l’università non stanno riuscendo ad affrontare e a risolvere.

Il problema è serio, serissimo. Se vogliamo prenderne atto, implicitamente accettiamo un grande compito morale, come cittadini e come intellettuali. E’ compito di tutti porsi il tema di una caritas intellectualis per il buon fine comune, come insegnava il professor Joseph Ratzinger, da molti stracapito e poco considerato.

Infatti, la complessità attuale, paradossalmente, è affrontata nel modo peggiore e potenzialmente devastante.

Cani, gatti, porci e esseri umani fanno parte del vivente terracqueo, ma solo gli umani hanno responsabilità di mandato su di esso. Il tema del clima, il tema dell’utilizzo delle risorse concernono le decisioni umane. Ma anche il tema delle relazioni tra paesi e nazioni, tra territori e sistemi politico-amministrativi, tra gruppi e organizzazioni, tra le singole persone, tra le famiglie (si pensi, nella versione negativa, al familismo amorale) nelle comunità, dai nuclei familiari di vario genere e specie alla scuola, al sistema sanitario, all’esercito, alle varie realtà ecclesiali, appartiene all’uomo, a tutti gli esseri umani di questo mondo.

Se questo è vero, quale può essere, precipuamente, il ruolo dei saperi umanistici, antropologici e della filosofia in particolare?

Questo sito, che vive ormai da quasi quattordici anni, si è speso per la parte maggiore in riflessioni attinenti questi temi. Ora, per il fatto che i colleghi e le colleghe di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza filosofica, mi hanno eletto (mi pare, con convinzione) presidente, sento ancora maggiormente questa esigenza e questo dovere “kantiano” (e cristiano): di occuparmi di questa crisi del pensiero pensante e dei linguaggi, prima ancora che dei comportamenti e dell’etica come sapere relativo al giudizio razionale sull’agire libero (buono o malo) dell’uomo.

La filosofia non può prescindere dalla filologia e nemmeno dalla morale sociale, che peraltro è parte integrante del sapere filosofico.

Dobbiamo fare qualcosa di più, ho detto ai colleghi di Phronesis e a tutte le persone che a vario titolo frequento. A tutti. E così mi muovo in ogni ambiente dove vivo e lavoro, per consulenze e docenze, in riunioni e colloqui, nelle relazioni esistenziali e nel contesto della vita.

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