Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Un umanesimo per oggi, ai tempi del Covid-19

San Paolo nella Lettera ai Colossesi al capitolo terzo, versetto 11 scrive: ”
Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti“,, e nel capitolo terzo, al versetto 28 della Lettera ai Galati: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù“.


Ecco le basi antropologiche ed etiche dell’uguaglianza umana.

Si tratta della prima affermazione chiara e inequivocabile dell’uguaglianza fra tutti gli uomini nella cultura occidentale. In quei brani Paolo si richiama implicitamente a Genesi capitolo 1 versetto 27, dove lo scrittore torachico afferma che “Dio creò l’uomo a sua immagine (e somiglianza).

Paolo, cioè Saulo di Tarso in Cilicia, sotto i monti del Tauro, non molto distante da Antiochia, una delle metropoli del tempo, era un fariseo ebreo sensibile alla cultura ellenistica. Aveva studiato la Sacra scrittura a Gerusalemme con il grande rabbino Gam’liel, ed era abituato a frequentare i “gentili”, cioè le genti, diverse dal popolo del Libro. Nel 49 aveva “vinto”, faccio per dire, il primo “concilio”, quello convocato a Gerusalemme per definire alcuni princìpi fondamentali dell’evangelizzazione. Contro il fermo parere di Giacomo il Maggiore (il “fratello” del Signore), e pure di Pietro, Paolo aveva fatto togliere l’obbligo della circoncisione per coloro che si convertivano all’Evangelo di Cristo.

Il suo sguardo era rivolto al mondo, a tutto l’Impero e oltre. Ecco che allora si possono comprendere i versetti sopra citati, che lui scrisse nelle Lettere agli abitanti di Colossi in Grecia e ai Galati, abitanti della regione prossima al Bosforo, tra Oriente e Occidente.

Più o meno in quegli stessi anni, a Roma, l’imperatore Claudio pronunziava il famoso discorso in Senato, con il quale ammetteva con chiarezza che di quella altissima assise avrebbero potuto far parte anche i Pitti e i Britanni, popolazioni considerate finora barbariche, se si fossero riconosciute parte dell’Impero, e rispettosi delle sue leggi.

Con san Paolo inizia un pensiero nuovo sull’uomo, e viene per la prima volta ammessa con chiarezza l’uguaglianza di ogni uomo con chiunque altro, fosse pure l’uno l’imperatore e l’altro uno schiavo o un liberto. Ciò non generò come conseguenza immediata il pensiero dell’ingiustizia della schiavitù, e conseguenti modifiche alle norme legislative, ma fece iniziare una riflessione che portò al cambiamento, lentissimo sotto il profilo storico, ma definitivo.

Il pensiero successivo, sia quello dei Padri antichi, greci e latini, da Origene a Gregorio Magno, sia della Scolastica, sia infine della filosofia moderna e contemporanea, a partire da Descartes, parte sine ullo dubio dalle affermazioni paoline, Illuminismo compreso. Altrimenti come si potrebbe comprendere la triade concettuale dei rivoluzionari giacobini Fraternité, Egalité e Liberté. Se la fraternità è un “tipico” cristiano, e l’uguaglianza idem, la libertà è comunque un “portato” del cristianesimo, soprattutto nell’esemplarità dell’esperienza di Gesù di Nazaret. Quale uomo è stato più libero di lui di dire e di fare, per dirla alla greca? Tanto libero da sacrificare la propria vita. Se Gesù fosse stato più “politico”, il governatore romano Ponzio Pilato non avrebbe “dovuto” condannarlo a morte, e a quella morte ignominiosa. Il processo a Gesù è stato un processo politico e il decisore, pur riottoso (Pilato non voleva condannare a morte Gesù, anche se aveva una dimestichezza crudele con le condanne a morte), ha dovuto cedere alla piazza e allo scandalo religioso che il Sinedrio sadduceo aveva suscitato. Chi era in piazza a gridare “Bar-abbà”? Il popolo, ma quale popolo? Il popolo vicino al sinedrio, uguale a tutti i “popoli” che gridano in piazza per sostenere l’uomo forte, chiunque esso sia. In quella vicenda l’uomo più forte era il gran sacerdote Caiafas.

Funziona sempre così, come spiegano i costumi dell’armatore Achille Lauro (non è il ragazzotto del trap) e ogni altro “uomo da piazza”, compreso il capo delle attuali sardine, non diverso da chi primariamente combatte. E come spiega bene lo psicologo sociale Gustave Le Bon nel suo per nulla datato “La psicologia della folla“, testo che risale agli ultimi anni dell’800.

Ora si parla di un “nuovo Umanesimo”, come se occorresse riscrivere i testi di Giovan Pico della Mirandola e del Machiavelli, che mi permetto di annettere comunque all’Umanesimo anche contro la sua dichiarata posizione di pensatore materialista, atomista, lucreziano, democriteo, e quindi ben lontano da ogni speculazione di origine platonica. Machiavelli non era l’uomo del cinismo politico, secondo la comune errata accezione tuttora invalsa tra le persone superficiali, ma l’uomo con il “senso dello Stato” forse più serio e conseguente della nostra storia italiana. In proposito consiglio il bel volume di Michele Ciliberto Nicolò Machiavelli. Ragione e follia edito da Laterza. Non occorre alcun “nuovo umanesimo” da inventare, come vorrebbe fare e non capisco il perché, l’attuale capo del governo italiano, poiché i principi, i fondamenti dell’Umanesimo sono già scritti limpidamente nell’Evangelo di Gesù, nelle Lettere di Paolo (cf. supra), e nelle Dichiarazioni universali dei Diritti dell’uomo, sia quella americana di fine ‘700, sia quella europea del secondo dopoguerra.

E ora, con l’occasione di questo Covid-19 vien messo alla prova proprio l’Umanesimo, la sua caratura, la sua sostanza, la sua condivisione, soprattutto nel settore della comunicazione sociale. E allora ricompare in evidenza l’uomo con le sue mediocrità, i suoi vizi, le sue dissimulazioni furbesche, le sue insincerità, le sue menzogne. L’Italia sta soffrendo (per ora) più di altre nazioni, eppur si polemizza, e le altre nazioni pare guardino all’Italia come a un popolo di “untori” manzoniani. In Italia, anche in questa situazione, c’è chi è più “bravo” degli altri ad affrontare il problema, a allora critica, a volte senza proporre nulla. La stampa in primis. Titoli urlati e falsi, ripetitività quasi compiaciuta nel dare le notizie peggiori, il sottile nefando piacere di “essere arrivati prima” della concorrenza a dire la novità.

Mi pare che si possano dire alcune cose. Non bisogna dare ascolto più di tanto alle cronache giornalistiche, spesso ripetitive e, siccome sono in gara tra loro, a testate televisive, siti web, carta stampata quotidiana, etc.; è bene ascoltare con spirito critico i politici, non solo quelli che approfittano di questa situazione per fare campagna elettorale, ma anche chi in questo momento si trova tra i decisori, cioè il Governo e i Presidenti di regione / provincia (ove esistono ancora), Sindaci e così via. Meglio dare attenzione alla Protezione civile, e soprattutto ai medici e ai ricercatori specializzati, cioè virologi, immunologi, infettivologi e biologi, i quali in generale sono intellettualmente onesti, anche se – in qualche caso – si nota una qualche ricerca di visibilità. Si capisce che magari uno / una che per decenni ha lavorato nel silenzio e nell’ignoranza dei più, con retribuzioni inadeguate ed inique, trovi in questo modo una sorta di soddisfazione… vicaria. E’ umano, quasi troppo umano, direbbe il grande di Roecken.

L’ultima dei politici riguarda una gaffe clamorosa, ma non più di tanto, visto che riguarda Di Maio. Siccome facendo politica ha imparato, non so se dai suoi o dai giornali, oppure in un corso accelerato di lingua inglese, che media si pronunzia midia e plus si pronunzia plas, non sapendo che si tratta di latino e non di inglese, e deducendo che lo fosse, si è fatto beccare a dire “coronavairus“, pronunziando all’inglese la “i” di virus. Commenti?

Ebbene, son tempi – questi – certamente bisognosi di un nuovo umanesimo, ma molto più di un serio recupero di alfabetizzazione primaria. Pazienza, dai.

Il tenente colonnello Petrov e altri silenti eroi

Il tenente colonnello Stanislav Petrov potrebbe essere stato il salvatore delle nostre vite qualche decennio fa, diciamo mezzo secolo. L’amico professor Massimiano Bucchi ne parla in un libro interessantissimo pubblicato recentemente da Rizzoli, Sbagliare da professionisti. Storie di errori e fallimenti memorabili. Uno di questi “errori” sarebbe stato fatale, se commesso.

Anno 1983 nella base missilistica di Serpukhov-15 a centotrenta chilometri da Mosca suona un allarme: l’allarme predisposto per allertare l’esercito e l’intera Nazione sovietica nel caso di un attacco missilistico nucleare da parte degli USA (si era in piena guerra fredda ed echeggiava nell’aria ancora la crisi dei missili di Cuba). Capo del Partito e dell’intera Unione Sovietica era Jurij Andropov. Un comunista pragmatico, a modo suo, un uomo del popolo. Presidente degli Stati Uniti era Reagan. Personaggio controverso, del partito repubblicano.

Il tenente colonnello Petrov, analista di sistemi d’arma, avrebbe dovuto dare l’allerta, ma ebbe dubbi perché i missili annunciato dal sistema non erano un fascio di decine e decine, ma solo… cinque. L’attacco avrebbe potuto essere “vendicato” rapidamente, perché i Russi avevano un numero di testate nucleari pari agli Americani e vettori in grado di farle partire dalla Siberia per giungere in Nordamerica in meno di mezz’ora, e in Europa occidentale in dieci minuti. E Stanislav Evgrafovič  non allertò nessuno, ma aspettò, nonostante sudasse freddo e gli astanti lo guardassero terrorizzati. Passarono venticinque lunghissimi minuti, dopo i quali non accadde nulla. Il sistema aveva sbagliato. Petrov quel giorno sostituiva un collega in permesso, ma lui non faceva parte della struttura di controllo della base e dunque non era completamente preso dal sistema e dagli automatismi di controllo. Aveva pensato con la sua testa e aveva capito meglio di qualsiasi macchina. In seguito, non fu neppure promosso colonnello, perché la cosa rimase segreta per non dare la sensazione di una debolezza dei sistemi di difesa sovietici. E’ morto settantottenne nel 2017 a Vladivostok, abitando in uno di quei casermoni staliniani costruiti per il “popolo”. Chissà quanti episodi di quei decenni ci hanno nascosto: esperimenti nucleari, biologici… basti dare uno sguardo ciò che resta dell’lago Aral, cinquant’anni fa uno dei primi cinque laghi del mondo per estensione.

A proposito dell’intelligenza artificiale che, secondo alcuni, potrà sostituire l’uomo in quasi tutte le funzioni. No.

La professoressa Capobianchi ha due collaboratrici, non so se specializzande o dottorande, che lavorano con lei all’Ospedale Spallanzani di Roma. Insieme hanno isolato il “coronavirus”. Se lei percepisce una retribuzione da dirigente sanitario / docente, perché è nei ruoli, le due giovani dottoresse percepiscono mille-cinquecento euro mensili, da diversi anni, e sono precarie. Vergogna. Non mi aggiungo alla pletora dei confronti con politici inetti che percepiscono dieci volte tanto o dirigenti poco-facenti ben pagati, ma…

Che dire del loro trattamento, se proporzionato al valore del loro lavoro? Nel settore privato, in generale questo non accade, perché la qualità del lavoro, la responsabilità e la pro-attività generalmente vengono premiate con il riconoscimento di livelli di inquadramento superiori e premi di varia natura. Quanto sarebbe pagata nel privato una delle due dottoresse trentenni? Almeno con la qualifica di quadro e un migliaio di euro netti al mese in più.

Quanti altri uomini e donne, che erano, sono e rimarranno sconosciuti, hanno lavorato, lavorano e lavoreranno nel silenzio dell’anonimato per tutti noi, migliorando le nostre vite o, in alcuni casi, come quello del colonnello Petrov, salvandocele?

Come possiamo sperare che chi vale non si guardi in giro, al di fuori dell’Italia?

Filosofia pratica, Direzione spirituale e Psicoterapie

Tre modi per dire che ci si occupa dell’uomo.

Un corso seminariale per fornire agli studenti, con il metodo del confronto, le conoscenze di base, teoriche e pratiche al fine di utilizzare al meglio le discipline filosofiche e teologiche, sia sul versante teoretico, sia sul versante morale, per discernere strumenti e metodologie atte a una pastorale della vita, della persona e delle comunità, capace di interloquire con il pensiero contemporaneo, soprattutto nelle “crepe” della sua crisi individuale e sociale, e a indicare approcci di riflessione logica per un esercizio libero e cosciente dell’agire umano.

Sapienza e scienza, sophìa ed epistème, sono interdipendenti, per collaborare vicendevolmente nelle cornici della filosofia e della teologia, dove la prima, come insegnava Tommaso d’Aquino, è ancilla della seconda non nel senso gerarchico, ma in quanto è in grado di offrirle gli strumenti e i linguaggi teoretici e criteriologici, al fine di renderla più efficace: filosofia pratica, direzione spirituale e psicoterapie costituiscono gli ambiti della nostra ricerca seminariale accademica per quest’anno.

Ecco il testo-guida in Power Point

ISSR_Udine_AA2019_2020_Seminario teologico_filosofic

Scienza e umanesimo, due visioni prospettiche complementari del sapere

Il ministro-filosofo Giovanni Gentile, inopinatamente assassinato da alcuni fanatici resistenti nel ’44, per ben fare, favorì un formidabile equivoco epistemologico, quando separò teoricamente e praticamente il plesso dei saperi matematici, fisici, biologici, geologici, medici, etc., chiamandoli “scientifici”, e il plesso dei saperi, filosofici, letterari, linguistici, artistici, etc., chiamandoli “umanistici”. Forse, Gentile si mosse in qualche modo sulle tracce di Wilhelm Dilthey, che operò la suddivisione fra Naturwissenschaften, o scienze della natura, e Geisteswissenschaften, o scienze dello spirito con l’intento di una classificazione più filosofica che didattico-pedagogica. E si comprende la differenza di prospettiva, essenzialmente teoretica quella di Dilthey, più pratica quella di Gentile, che era ministro, e non solo filosofo e docente, come il collega tedesco.

Fermiamoci su Gentile per spiegare l’arcano e cercare, non di risolverlo, ma di dis-solverlo, proprio filosoficamente. E son quasi certo che lo stesso grande pensatore, potrebbe approvare questo mio approfondimento. Dicevamo: discipline scientifiche e discipline umanistiche.

Facciamo un esperimento in due fasi.

La prima: visitiamo il dipartimento di filologia-glottologia e linguistica generale di una Facoltà di Lettere. Lì troviamo, tra esperti di letteratura varia, dantisti, petrarchisti, leopardisti, etc., anche glottologi severi e puntigliosi. Tra questi ve ne è uno che studia un antico idioma uralo-altaico pressoché scomparso, e lavora compulsando documenti e mettendo in colonna, con precisa tecnica tassonomica, morfemi, sememi e fonemi supposti o attestati. Bene. Che lavoro fa questo ricercatore afferente alla Facoltà di lettere? Ovviamente, nessuno può negare che si tratti di un lavoro scientifico, eseguito nell’ambito fisico e disciplinare di una facoltà prettamente umanistica, anzi la più “umanistica” che c’è, poiché solitamente vi è annesso anche il dipartimento di filosofia.

La seconda: visitiamo il dipartimento di astrofisica in una Facoltà di Scienze naturali, matematiche e fisiche, dove un astrofisico, impegnato in severi studi sull’origine dell’universo, si intrattiene con un collega dicendo: “Ma noi qui siamo a studiare il cosmo, vedi, e a volte mi chiedo perché, se magari anche “altri”, altrove nell’uni o nel multi-verso stiano facendo la stessa cosa, chiedendosi se anche altri pensanti (cioè noi) stanno facendo altrettanto ad anni luce. Siamo solo noi qui interessati a questi argomenti, e poi, perché ci facciamo queste domande? L’universo esiterebbe anche se noi non lo studiassimo”. Che genere di quesiti sono questi? Di fisica? Non pare: sono quesiti filosofici. Pertanto, si può dire che, come il filologo di cui sopra lavora scientificamente, il nostro amico astrofisico si può fare domande di tenore filosofico.

La differenza, quindi, non la fanno gli argomenti e le discipline trattate, bensì l’approccio, la prospettiva, lo statuto epistemologico che si applica.

Scienza e umanesimo sono connessi, strettamente, e l’una si appoggia al secondo per offrire all’uomo tentativi di risposta alle grandi domande che si fa l’uomo con il pensiero critico che lo caratterizza differenziandolo dagli altri esseri senzienti.

Pensiero critico oggi in grave crisi, di cui prendere atto per lavorare nel senso di un suo recupero, ognuno sul suo, con umiltà e perseveranza.

Per concludere, un brano illuminante di Dilthey:

Negli “Studi per la fondazione delle scienze dello spirito” e nella “Costruzione del mondo storico” il pensatore tedesco afferma:

«Il comprendere è il ritrovamento dell’io nel tu; lo spirito si trova in gradi sempre superiori di connessione; questa identità dello spirito nell’io, nel tu, in ogni soggetto di una comunità, in ogni sistema di cultura e infine nella totalità dello spirito e nella storia universale, rende possibile la collaborazione delle diverse operazioni nelle scienze dello spirito. Il soggetto del sapere è qui identico al suo oggetto e questo è il medesimo in tutti i gradi della sua oggettivazione»
(Costruzione del mondo storico p.191)

Ai confini della vita: suicidio assistito, eutanasia ed etica della vita umana

Consideriamo i due termini, eutanasia e suicidio assistito, di significato diverso e di origine, rispettivamente, greca e latina. Eu-tanasia deriva dai lemmi greci eu, cioè buono, e thànatos, morte, a comporre il sintagma “buona morte”; mentre suicidio, è dai lemmi latini sui, cioè di sé, e caedo, cioè uccido, a comporre il termine “uccisione di se stessi”.

Se ne parla da tempo in Italia e altrove si pratica (da tempo). Le due fattispecie pongono temi e problemi importanti di etica generale, e di etica della vita umana in particolare. Essi interpellano il valore della vita e la sua disponibilità.

Non è facile raccapezzarsi trattando di questi profondi e radicali argomenti, evitando politicismi, ideologismi e superficialità, che non mancano mai dalla propaganda presente nei media.

La sentenza della Consulta del 25 settembre 2019, che ha discusso il caso di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, che un paio di anni fa è stato accompagnato dal militante radicale Cappato in Svizzera per il suicidio assistito, ha depenalizzato l’art. 580 del codice penale. Fabiano Antoniani, come si sa, era cieco e tetraplegico a seguito di un gravissimo incidente stradale, ma era in grado di esprimere una volontà cosciente. Che fosse in condizioni di estremo disagio, di dolore e di dipendenza dagli altri e dagli strumenti medici era fuori questione. La sua chiara volontà di andarsene per porre fine a tanti tormenti, altrettanto.

La normativa italiana, fino a ieri non prevedeva nulla che potesse permettere di affrontare un caso così estremo, come peraltro accadeva nei casi precedenti di Welby e di Eluana, di cui mi sono molto occupato a suo tempo, esprimendo pensieri, lo dico senza tema di sembrare incoerente, un poco diversi da quelli che vengo dicendo, dopo anni di riflessioni filosofico-morali che ho affrontato con impegno e un non banale dolore mio, interiore. Peraltro la mia esperienza personale dell’ultimo biennio mi ha fatto toccare con mano che cosa significhi essere colpiti da un male grave che, grazie a Dio, alla solidarietà umana e all’affetto (amore) che mi ha circondato, alla scienza medica eccellente che si è occupata di me, e alla mia volontà di farcela che si può definire ferrea, è stato messo sotto controllo.

In tema, aggiungo, le forze politiche e i luoghi istituzionali italiani preposti (il Parlamento) nulla hanno prodotto, in alcun senso, per cui è dovuta intervenire la Consulta, ancora una volta surrogando una politica inerte. Immagino la difficoltà di una classe politica mediamente così ignorante, come quella attuale, nell’affrontare tematiche come questa.

Per parlarne in modo corretto bisogna ripartire dal concetto di etica e di etica della vita umana.

Ho già detto sopra che in passato ho trattato già questo tema, e in modo differente da come intendo trattarlo ora, non sotto il profilo metodologico, ma sotto il profilo dei contenuti.

Qualche anno fa, analizzando il caso della signora Englaro, ero perplesso davanti alla rilevanza mediatica che suo padre aveva sollevato, che in qualche modo mi disturbava, e anche da certe vicinanze politiche di personaggi della mia regione, che conosco bene, e che non hanno la mia stima.

Soprattutto mi angustiava un altro aspetto, quello etico generale relativo alla vita umana.

Innanzitutto per me era ed è fondamentale chiarire e condividere il significato di etica, che non è un sapere ballerino e superficiale, ma un sapere scientifico, epistemico, fondato su concetti precisi e incontrovertibili. L’Etica deve essere considerata come la scienza che dirime in modo chiaro un giudizio su ciò che sia bene o male nell’uomo e per l’uomo, a partire dalla salvaguardia rigorosa della sua integrità psico-fisica.

Pensavo inoltre alla vita come “dono” disinteressato dei genitori (e, per chi crede, di Dio), sul quale ciascuno può vantare un “mandato” non proprietario. Conosciamo le implicazioni psicologiche e antropologiche del dono, e delle sue implicazioni morali. Se la vita è dono, pensavo, non si può disporne a piacimento.

Negli anni ho sviluppato una posizione teoretica ed etica che mi ha portato a superare questa dimensione, senza rifiutarla. Infatti, se pure la vita è dono, può darsi che le circostanze non dipendenti dalla libera (per quanto possibile) volontà del beneficiario, io, tu, gentile lettore, che abbiamo avuto il dono della vita per mezzo della quale stiamo silenziosamente dialogando, rendano questo dono troppo pesante da accettare ancora, e da sopportare, come nei casi citati.

E allora, se, come la Corte costituzionale ha deliberato, sussistano quattro condizioni chiaramente individuabili: a) malattia grave non guaribile, b) sofferenze insopportabili per la persona, c) dipendenza assoluta da macchine e farmaci senza i quali la vita si spegnerebbe, d) volontà della persona liberamente espressa, il suicidio assistito è ragionevole che sia ammissibile senza risvolti penali per chi aiuti la persona in situazione ad attuarlo.

Altro concetto è invece quello dell’eutanasia, cioè di una morte desiderata e procurata tramite terzi, per ragioni che possano non essere quelle sopra elencate, come ad esempio uno stato depressivo di una qualche gravità. Mi viene in mente il caso di Lucio Magri, che volle morire non per ragioni relative al suo stato di salute fisica. In quei casi non mi sento di convenire sotto il profilo etico, ma di fare una proposta. Mi pare che lo stesso nome, eu-tanasia, possa essere considerato un triste eu-femismo, cioè un modo di dire edulcorato di un fatto assai negativo: non si tratta infatti, a mio parere, di “buona morte”, ma di “cattiva morte”, se si vuole, in greco, kako-tanasia.

In tempi nei quali imperversano millantatori, sedicenti esperti, guru di tutte le risme e imbroglioni variamente matricolati, il sapere filosofico può essere una valida medicina spirituale. Mi chiedo se, in luogo di chi ha avuto vicino Magri, ci fossi stato io o un mio collega filosofo pratico, sarei/ saremmo riuscito/ i a portarlo a riflessioni diverse, tali da rischiarare la sua mente al fine di farlo uscire dalla tremenda tristezza nella quale era indubbiamente precipitato?

Non lo so, ma ho fiducia che il sapere filosofico e l’impostazione pratica, dialogica di tale sapere, possano esser uno strumento razionale, accessibile a tutti per affrontare anche gli stati d’animo più oscuri e perfino terrificanti.

Con le mie forze, cercherò di essere presente nelle situazioni a rischio (mi è già capitato e qualcosa di positivo sono riuscito a fare), mettendomi in situazione empatica e cercando di comprendere l’altro/ a fino a condividere con lui/ lei ogni possibilità di pensiero sul valore intrinseco della vita di ciascun essere umano.

Edgar Morin, Giuseppe Conte, il “nuovo umanesimo” e la scimmia assassina

A Piacenza una donna, l’ennesima, Elisa, è scomparsa sulle colline. 28 anni, carina, un uomo di 45 è uscito di testa. Chissà.

Silvia è sparita in Kenia, forse ora è schiava dei folli Al Shabab, in Somalia, i Somali sono pericolosi, magri, veloci, spietati.

E questi, assieme ad altri feroci episodi, caratterizzano molto dell’attuale condizione umana, che si sta rivelando ancora essere in parte scimmia ferina, antropoide assassino.

Sul Sole24 Ore della Domenica di oggi, 1 settembre 2019, il genetista Guido Barbujani fa il punto sulla genetica e sull’ignoranza aggressiva (tra le varie ignoranze) in tema. Trascrivo alla lettera alcuni passaggi.

“(…) Nel febbraio 2018 mi chiamano a parlarne in un programma televisivo, e l’intervista finisce poi su Youtube. Qualche tempo dopo mi viene la curiosità di leggere i commenti. Sono parecchie pagine. A parte quelli che danno per scontato che l’umanità è stata manipolata geneticamente dagli Anmunaki, vengo definito ciarlatano, prezzolato, becero, merdoso moralista, ultimo genetista darwiniano scovato chissà dove, cartomante abbruttito dalla miseria, ebete. Copio qui il parere di un signore che si firma aramb10: Sicuramente Barbujani è ebreo, come Barbara Spectre. Ebreo del cazzo. Non è colpa mia neanche se sei un Ebreo lebbroso e in passato la tua stirpe è stata salvata (purtroppo) anche se piangete sempre per la shoah. (…) Lasciare l’ultima parola a un ebreo di mmmerda come te è un attributo positivo di chi rispetta l’umanità ma ne distingue le razze, specialmente con la tua, e poi dimmi di che etnia è il tuo cane ops o di che razza. Le razze esistono idiota, che poi la tua sia da eliminare questa è altra cosa, anzi la cosa.

Barbujani non reagisce a un commento di tale bassezza, ma io sì, e spero che aramb10 legga il mio blog. Il suo scritto è, non solo rappresentazione inequivocabile di un’ignoranza scientifica sesquipedale, ma anche di una rozzezza argomentativa quasi insuperabile, anzi di una privazione totale di logica e soprattutto, e per me è la cosa più grave (forse), di una cultura daterzamediaforsepresachissàcomealbardello sport di uno sperduto borgo di fantàsia. Il nulla. Bene.

Torno al paziente scienziato Barbujani, riprendendo alcune sue considerazioni iniziali.

“Parliamo di genetica. La pelle non lascia fossili, ma oggi esiste un metodo di machine learning, una forma di intelligenza artificiale, che permette di capire di che colore fosse la pelle di persone del passato, se nelle loro ossa è rimasto un po’ di DNA. Il margine di errore, al momento, è sotto il 4%. Genetisti inglesi sono riuscii a estrarre DNA dai resti, conservati al Museo di Storia Naturale di Londra, di un uomo di 9mila anni fa: il Cheddar man. Il risultato è stato sorprendente: Cheddar man e altri suoi contemporanei, in Spagna, Svizzera e Lussemburgo, avevano pelli molto scure (e, tre di loro, occhi azzurri). Insomma gli Europei hanno conservato molto a lungo, fino al mesolitico, la pelle scura dei loro antenati africani.”

E allora, ben poco caro aramb10 e altri che la pensate come lui, quanti siete? Per me finisce qui, sperando in una vera e propria redenzione intellettuale in molti. Alcuni ne conosco anch’io, ma non mi leggono, o non hanno le palle per commentare quello che scrivo in questo blog.

Per quanto riguarda Barbujani, non mi sono chiesto neanche per un attimo se sia credente o a-teo, se per lui il Dio-uomo (che è la visione top-down del credente), la dimensione teandrica, o l’Uomo-dio (che è la visione bottom-up del non-credente dai tempi di Democrito e, passando per Feuerbach, fino a noi) siano concetti da considerare, magari non nell’ambito della sua scienza, la biologia, ma in ambito teo-logico, cioè là dove ci si chiede qualcosa su Dio e sul rapporto che Egli, ove esista, abbia o non abbia con noi, con l’uomo. Non mi interessa, ovvero, potrebbe interessarmi se ci conoscessimo. Per ora mi basta sapere che è un ricercatore meritevole di grande rispetto, anche per il suo garbo e la sua capacità di sopportazione degli insulti da parte di chi non ha né arte né parte.

Altro tema: il discorso che il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto in sede programmatica del nuovo governo. Egli ha citato il “nuovo Umanesimo” (sperando io che non l’abbia fatto su suggerimento dell’ing. Casalino, ma che sia farina del suo sacco), come indirizzo filosofico del suo prossimo agire. Intanto mi compiaccio che abbia ritenuto utile partire dal sapere filosofico per poi parlare di politica, ma mi piacerebbe capire meglio.

Intanto, noi occidentali neo-latini sappiamo che il concetto è rinascimentale, risalente a studiosi come il grande Giovanni Pico della Mirandola, filosofo neoplatonico fiorentino, del giro del Magnifico Lorenzo, e lo fa risalire alla Humanitas latina, presente nella grande letteratura imperiale, in Cicerone, in Virgilio, in Ovidio, in Orazio, in Seneca e in molti altri, e che è di Terenzio il detto (ripreso da sant’Agostino), qui da me riportato a memoria (forse con qualche errore) “nihil humanum mihi alienum est”, cioè nulla di umano mi è estraneo.

Il platonismo umanistico-rinascimentale del citato Pico e di un Marsilio Ficino è stato lo snodo di un passaggio di rivalutazione dell’umano come soggetto intelligente e autonomo, dopo la stagione straordinaria della teologia scolastica tommasiana e bonaventuriana, la stagione dell’intelletto e della volontà come doni di Dio all’uomo, doni tali da renderlo libero. L’Umanesimo e il Rinascimento italiani sono stati una stagione di luce per il mondo, così come lo è stata, anche se in modo diverso, quella medievale. Dante fu il supremo vate del Medioevo, e il suo quasi contemporaneo Petrarca, il prodromo del futuro prossimo, loro.

Da Descartes in poi, fino a Nietzsche, e passando per Spinoza, Kant e Hegel, l’uomo si è guardato dentro, scoprendo di avere la possibilità di crescere, comprendendo sempre di più il mysterium del suo essere-nel-mondo, senza esser-del-tutto-del-mondo (fra costoro chi più chi meno).

Ed eccoci a una nuova polemica. Edgar Morin è un filosofo e pedagogista ancora vivente, quasi centenario. Anch’egli parla di “nuovo umanesimo”, penso io, intendendolo al modo dei classici e dei rinascimentali, cioè: il valore dell’uomo che può anche pre-scindere da Dio, ma non lotta contro il concetto di Dio e la credenza in Dio, come fanno gli atei militanti à là Margherita Hack o il Piero Angela, divulgatore di ateismo televisivo. Massoni impliciti, non storici. E anche sulla massoneria si dovrebbe fare un discorso più ampio ed equanime, storicamente fondato.

Sul richiamo al nuovo umanesimo fatto da Conte, è intervenuto qualche dì or sono il padre Livio di Radio Maria, con una conferenza di ottimo livello, pacata e documentata. Il suo pensiero su questo nuovo umanesimo è negativo, perché ne vede gli aspetti più deteriori e superbi, connotati da un’illusione ottica: la convinzione che l’uomo possa bastarsi e che ogni sguardo nell’altrove sia inutile, se non deleterio.

Non sono in buona parte d’accordo con il religioso scolopio per un paio di ragioni, una teo-logica e l’altra filosofica: la fede non deve temere mai la cultura, la ricerca dell’uomo su di sé e sulla natura; inoltre, l’uomo è un essere capace di meraviglia (Platone, Aristotele, ma anche Agostino), per cui ogniqualvolta le sue conoscenze aumentano, può aumentare anche la glorificazione del Divino, declinato come Dio-Padre, Figlio e Spirito. Caro padre Livio, non temiamo chi non è da temere, come Barbujani, ma da aiutare e ammirare. Piuttosto, combattiamo con i fautori dell’ignoranza, come il gran partito che si è recentemente castrato da solo e quello rappresentato dai suoi ex alleati di nuovo al governo dell’Italia. Combattiamo contro i fanatici di tutte le risme, new age religiosi, terrapiattisti, vegani intolleranti, animalisti senza se e ma, etc.. Questa è la battaglia da fare, non contro il “nuovo Umanesimo”, che può invece rappresentare una vera rinascita, un nuovo Rinascimento, così come accadde mezzo millennio fa, e si irradiò in tutta Europa.

Anche il professore Michele Ciliberto la pensa più o meno come me, affermando in un suo volume recente (Il Nuovo Umanesimo, ed. Laterza) che oggi sia possibile un nuovo umanesimo. Oggi occorre ripensare alla condizione umana, che oggi vive un periodo drammatico. Egli scrive “È il punto che ha colto con grande acutezza Papa Francesco il quale si è reso conto che le fondamenta di un intero mondo sono ormai finite e che oggi sta nascendo in modo faticoso e talvolta tragico una nuova realtà, per molti aspetti sconosciuta. Basta pensare, per fare solamente un caso, a ciò che significano, per il destino dell’Europa, le ondate di immigrati che si rovesciano senza sosta sul nuovo continente. Da qui a pochi decenni il nostro sarà un mondo compiutamente multiculturale, multi-religioso, multi etnico. Questa è la realtà e non serve pensare che si possa contrastarla costruendo steccati o addirittura, come pure è avvenuto, reticolati. Sono destinati a saltare. (…)”.

La battaglia da fare è quella della conoscenza come diritto inalienabile, parte del diritto all’auto-determinazione individuale e alla libertà di pensiero e di scrittura, di azione e di scelta, sempre nel rispetto delle leggi giuste e come la nostra costituzione repubblicana, che va certamente aggiornata in alcune parti, ma sempre mantenendo i suoi straordinari principi e valori umanistici e rispettosi di ogni scelta filosofica e religiosa.

Per una critica della ragione ipocondriaca, sulle ardue tracce di Schopenhauer

Noto ai più (chissà se è poi vero?) che la struttura di persona dà pari dignità a tutti gli umani e che la struttura di personalità dice l’irriducibile unicità di ciascuno, qui affermo e dico – apoditticamente per ora – che non solo siamo diversi l’uno dall’altro, ma che ci differenzia anche la minore o maggiore capacità di pensiero. Beninteso non sto scrivendo che, contro le ricerche neuro-scientifiche più recenti e affidabili e contro la stessa evidenza dei fatti, vi siano persone che non hanno il dono del pensiero, ma che vi è un numero cospicuo di esse che hanno questo dono naturale in misura minima, insufficiente. Persone che comunque votano e quindi decidono come chi ha una dotazione sufficiente o buona o eccellente.

Per i grillini, addirittura, non solo uno vale uno, ma quell’uno vale per stabilire una linea politica se vota su un sistema informatico governato da una esserreelle privata, e il numero dei votanti, contro i 50 milioni di aventi diritto in Italia, è di qualche decina di migliaia.

Cioè: io che sono informato, studiato e culto, e non pochi altri che conosco, e che hanno caratteristiche analoghe alle mie, devo farmi decidere la vita da gente che spesso è carente sotto il profilo della capacità di pensiero, come si evince dal profluvio di bestialità che si leggono sul web, di gente incapace di pensiero critico, di un benché minimo se pur rozzo sillogismo naturale (dico, quelli di mia nonna Caterina, con la sua terza elementare), provvista di un lessico grezzo e minimale, di una grammatica e una sintassi che riflettono una profonda ignoranza letterale e una altrettanta arroganza verbale: ignoranza e arroganza, lo sappiamo, sono direttamente proporzionali tra loro. Siamo circondati da persone di questo tipo. La fatica che faccio, talora, a sopportarle, è improba, perché in queste persone manca la benché minima umiltà, poiché sono solo capaci di dire, di ascoltare per nulla.

Platone sosteneva che al governo dovessero andare le persone competenti e che tale oligarchia della mente fosse la più adatta al governo della cosa pubblica. Aristotele definiva la politèia come la più nobile delle arti umane.

Qua, ora, sta accadendo invece l’incontrario.

Perché parlo di una ragione ipocondriaca? Può l’ipocondria come nevrosi essere provvista di ragione? E’ un atto di presunzione quello che sto descrivendo in queste righe? E’ superbia? E’ vanagloria? Proviamo a riflettere.

Non mi pare sia vanagloria, perché non sto vantando conoscenze che non ho e di ciò mi “faccio perfino bello” (si fa per dire) di fronte al mondo; non mi pare sia superbia, poiché non penso di essere esentato da un’etica del fine che rispetta la struttura umana, limitandomi a dei giudizi sulle differenze tra umani; non mi sembra sia presunzione, perché non presumo altro rispetto a un qualcosa di facilmente mostrabile, per comunicazione di notizia e per tutta evidenza… e infine, non mi pare sia manifestazione di ipocondria, a meno che non si ritenga che segnalare gli altrui limiti e differenze non configuri questo grave difetto psico-morale.

Espressomi con questo articolato syn-logismo, mi permetto allora di affermare che questo tipo di “ipocondria”, cioè di paura per la propria incolumità psico-fisica, (a questo punto virgoletto il termine, per non equivocare), ha una sua ragion d’essere, e non va confusa con la mania di persecuzione altrimenti detta paranoia. Non posso essere giudicato paranoico se mi permetto di confrontarmi con un Dibattista o un Vitocrimi e di concludere che tra me, e non pochi altri, e questi signori vi è, senza alcun dubbio, se fanno fede i loro interventi, un abisso di differenza culturale, etc etc. o no? Per evidenza, dico, differenza che risulterebbe chiarissima se vi fosse l’occasione di un confronto davanti a terzi.

Caro lettore, è ovvio che non mi sto vantando (anche se a uno sguardo superficiale potrebbe parere che sì), ma sto guardando le cose da “ipocondriaco sano”, impaurito dalla vertigine che mi dà tanta incompetenza così vicina al potere. Mi spaventa che questi tizi, cui si possono aggiungere a piacimento leghisti, a partire dal sottufficiale loro capo, pidini e fascisti di vari generi e specie, possano usare il potere che hanno o che potrebbero avere. Ad libitum,

Di seguito propongo un testo clinico sull’ipocondria:

Un paziente è definito ipocondriaco (affetto da ipocondria) quando continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate, e nonostante abbia le capacità intellettive per comprendere le informazioni ricevute.

Nell’ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la respirazione); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. piccole ferite o una saltuaria allergia); oppure sensazioni fisiche indistinte o confuse (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.

In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca).

I soggetti con l’ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, ed a causa di osservazioni, sensazioni o eventi che riguardano il loro corpo.

La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

 

Ebbene, io temo per me e non solo per me che il potere gestito da figure come quelle citate e loro affini, possa farmi molto male. Ho paura, perché questi sono inconsapevoli, non del tutto responsabili dei loro detti e azioni, e ciò si deduce dall’improbabilità razionale degli stessi, dalla rozzezza dei ragionamenti, dalla contraddittorietà degli interventi, da quasi tutto il loro agire.

Vi è, dunque, una ragione ipocondriaca ed è oltremodo legittimo sottoporla a una critica, a un giudizio, a una chiarificazione dimostrativa della sua pericolosità materiale e morale. Come altrove più volte ho scritto, il rimedio è lo studio umile e paziente, la cultura che si fa con la fatica, l’onestà intellettuale, la generosità evangelica e semplicemente umana, la capacità di ascolto, il riconoscimento dell’altro, anche di chi ti insulta senza ragione perché non ha ragioni logiche, né pensiero critico, né conoscenza.

Arguzie e facezie, nonché quisquilie “stelliniane” di mezzo secolo fa

Ancora la memoria del carissimo e valoroso amico Nando, o Ferdinando che dire si voglia, tanto gerundio era, è e rimane tale, pesca dallo sterminato compendio di aneddoti risalenti al precedente secolo e millennio, che la frequentazione del nobile Regio ginnasio-liceo udinese, eredità barnabitica e napoleonica, produsse con dovizia di impegno da parte di molti, irrorata da anni spiritosi e da spiriti impetuosi, o il contrario… ma fai tu, caro lettore, come desideri.

 

La vittoria del fazzoletto

Guai a distrarsi. Dovevamo tenere sempre desta l’ attenzione se volevamo riuscire a contrastare, dentro e fuori le mura del Regio Liceo, la mugghiante reazione anti-libertaria che mirava a tenere gli studenti nel comodo posto loro assegnato, quello tra gli imbambolati ippocampi e le bitorzolute oloturie. Un impegno enorme, che richiedeva tante energie ed una volontà di ferro. Quel giorno tuttavia abbiamo rischiato di essere presi sul fianco destro, quello meno presidiato. L’eccellente collega ed amico Renato Pilutti, noto per le sue brillanti performance scolastiche (tanto scritte che orali) in tutte le materie , aveva ricevuto, su un foglio accortamente piegato in quattro, una poesia con dedica, da tale Adele, una sorta di valchiria bionda che per scelta si era fatta bocciare più e più volte così da continuare a rimanere una candida ginnasiale. Mitico il ricordo di lei che durante il rinfresco di Carnevale, in classe, dopo averlo ubriacato, aveva cercato di concupire dietro la lavagna, uno dei più repellenti fra gli insegnanti dell’Istituto. Una sorta di Huriah Heep dallo sguardo inquietantemente alieno ed un sorriso da coniglio. Che il Messaggero Veneto, con il tripudio della plebaglia implume ma feroce, aveva immortalato sulle sue pagine, mentre i Vigili del Fuoco cercavano di recuperargli le dita incastrate in una macchinetta distributrice di chewingum, sferici e variamente colorati. A Renato, già dai primi versi tuttavia, appariva evidente la natura altamente provocatoria ed impudicamente sessuale del messaggio ricevuto. Colto da comprensibile turbamento, con le gambe che leopardianamente facevano giacomo giacomo, Renato avverte allora il bisogno di sedersi e di chiedere a me consiglio su come divincolarsi da quelle spire bizzarre, sicuramente non cercate, provando ad escludere il delitto come soluzione francamente definitiva. Con perizia stende un fazzoletto su una mattonella del corridoio, così da poter chiedere conforto alla parete e discettare nelle migliori condizioni possibili con il sottoscritto, evidentemente ritenuto (ne vado fiero) un esperto di esseri fantasticamente sotto-naturali. Mi accovaccio al suo fianco, pur non disponendo di fazzoletto, giusto in tempo per assistere ad una scena che ci avrebbe tolto dai guai. Come in una sequenza filmica al rallentatore, Adele passa dinnanzi a noi tenendo per mano un morettino riccioluto che sembra avere una decina di anni meno di lei e che, inebriato ed orgogliosamente impettito, si libra a mezzo metro dal suolo. “E’ fatta Renato, la maliarda ha rinvenuto la sua vittima sacrificale, sei fuori dal tunnel… EVVIVA!”. Un lampo di felicità destinato a durare poco. Il Professor Zepparo, che di lì a poco ci avrebbe tenuto lezione, entrando in aula nota la nostra posizione inusuale e ci apostrofa: “Alzatevi subito, non si sta seduti sul pavimento del corrrridoio”. Con una calma da sapiente cherubino, Renato replica prontamente e con tono pacato: “Professore mi scusi, lei è tratto in inganno. Non sono seduto sul pavimento, ma su un fazzoletto. Non credo vi siano norme che impediscano di sedere su un fazzoletto, almeno così ritengo”. A sostegno dell’arguta difesa mi alzo e mostrando le terga aggiungo: “Professore, lei ha ragione nel mio caso perché come vede sono del tutto disadorno. Ma il collega Pilutti siede su un fazzoletto, tra l’altro a mio avviso di pregevole fattura, e mi risulta che la convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo prevedano questa condizione come condizione da tutelare, se non proprio da estendere.” Nel frattempo Enrico Barberi, sempre prodigo di solidarietà in situazioni come questa, si acquatta anch’egli. “Professore, io sono seduto su una copia di Lotta Continua, è proibito ?”. La discussione finisce per assumere i contorni dell’epidemia e quasi tutti gli originaloni di quel caravan serrail che era la Sezione F, danno corso ad una estesa rappresentazione teatrale, rigorosamente priva di testo, ma non per questo meno passionale. “E’ pur vero che non è la sua materia professore – puntualizza Claudio Giachin – ma il collega Pilutti le ha posto una osservazione di natura squisitamente filosofica, alla quale lei sta opponendo argomentazioni senza senso”. “Ah, è così? Domani mi porto un trespolo, mi appollaio su e voglio vedere cosa succede”. “Zepparo ce l’ha con noi perché non capiamo mai e poi mai quello che dice”. La pressione ai bulbi oculari dell’insegnante stesso raggiunge preoccupanti livelli da record, in drammatico contrasto cromatico con il completo color pisello abitualmente indossato. Clicca più volte la penna in maniera parossistica e si dirige verso la cattedra con una intenzione intuibilmente repressiva. Dopo un cenno rapido alla combriccola vociante, entro anch’io e mi chiudo la porta alla spalle. “Professore si fermi adesso – affermo con lo sguardo più accigliato possibile – , non sia insensato. Vuole scrivere una nota al più bravo studente di questa scuola solo perché non ha colto la sua sottigliezza? Vuole proprio che qui dentro scoppi un altro Vietnam ?”. Il riferimento (forse un pò esagerato) al Sud Est asiatico, al delta del Mekong e alle offensive del Teth si sono rivelate sufficienti a neutralizzare la situazione. Il fazzoletto di Pilutti ha vinto alla grande e quella volta la nota sul registro non c’è stata. E Adele ? Credo che quella furbacchiona abbia giustamente continuato a divertirsi, inseguendo un sapore di libertà che non a tutti è permesso neppure comprendere.

 

Il Regio Liceo-Ginnasio Jacopo Stellini e la Santa banana che lo teneva in piedi

La scolarizzazione di massa aveva riempito il tempio della borghesia bene di Udine di un confuso esercito di aspiranti a non si sa bene cosa, ma così fastidiosamente numerosi da obbligare le autorità scolastiche a fare i conti con gli spazi a disposizione. Fu così che iniziammo la IV Ginnasio in solaio, in uno stanzone poco invitante, disadorno, dai soffitti meno alti rispetto agli altri piani, e annunciato, sul pianerottolo, da due grandi armadi in legno scuro, uno dei quali scoprimmo essere pieno, inspiegabilmente, di tutoli secchi (torsoli di pannocchia). Un lodevole spirito di adattamento ci portò ad accettare quella logistica, senza immaginare che sarebbe stata sede di episodi incomparabili, degni di narrazione. Fu lì ad esempio che Sergio Di Giovanni stramazzò al suolo fulminato da un colpo di chiave della canonica (mezzo chilo di ferro) che il nostro insegnante di religione (Don C/Annibale) gli indirizzò sul capo con inusitata vigoria, perché colpevole di avere riso durante la sua lezione. A nulla era valso il mio timido tentativo di attribuire la risata non alla disarmante lezione del troglodita  ma ad una mia battuta innocente sul davanzale fiorito della morosa del malcapitato, che ogni tanto indirizzava allo stesso occhiate da cerbiatta. Fu lì che Enrico, già atleta della Libertas Udine, volle saggiare la tenuta del pavimento saltando a piè pari da due banchi sovrapposti, con il risultato di provocare il distacco e il deflagrante schianto di una palla luminosa di vetro nella sottostante Segreteria. Quando da quest’ultima si fiondarono da noi per conoscere le cause del trambusto (si sosteneva che tre devoti servitori dello Stato avessero rischiato la ghirba), fece da contrappeso il più estatico rapimento mistico collettivo cui abbia mai assistito. Ma la cosa più densa di significati e punti di riflessione, la si deve a Francesco Bianchini (meglio noto come Checco). Figlio unico, godeva dell’amore incondizionato dei suoi genitori, che ritenevano doveroso munirlo, ogni sacrosanto giorno, di una banana per colazione. Il frutto peraltro doveva avere il giusto grado di maturazione, reso evidente dalla picchiettatura scura sulla buccia. Quel giorno particolare ci vennero consegnati i compiti svolti, e al povero Checco era toccato un voto particolarmente infamante (molti altri erano infamanti ma non a quel punto). Rimase fissamente catatonico sino al quarto d’ora di intervallo. Al suono della campanella, quasi fosse un segnale, profferendo frasi sconnesse, assai fantasiose e cariche di effetto, afferrò la banana e la scagliò violentemente verso un angolo del soffitto. Miracolosamente, contravvenendo alle conclamate leggi della fisica, quel amalgama giallognolo non cadde al suolo, ma rimase lì, dove il suo proprietario l’aveva indirizzato. Le ore passavano, i giorni passavano ma il distacco non avveniva. Il sottoscritto, con Massimo Frizzi ed Alberto Francois, pensò allora che la sezione F era stata teatro di un evento celestiale, carico di strane atmosfere, e che tutto ciò doveva trovare la giusta cornice di risalto. Alla spicciolata, portammo qualcuno delle altre classi a vedere la cosa, e le positive reazioni raccolte ci consigliarono ti tentare coraggiosamente il business: far pagare il biglietto come si faceva per le Grotte di Postumia. Alberto (Frank 84, dato che era un patito dell’Equipe di Maurizio Vandelli) dedicò tutto il suo estro artistico per elaborare un prototipo di biglietto all’altezza del freak. Ma quella maledetta banana pensò bene di spegnere all’improvviso la sua prodigiosa funzione, finendo miseramente a terra. A quest’ora avremmo potuto essere ricchi sfondati come i Krupp ! Ah, dimenticavo. In uno dei due armadi di legno, successivamente svuotati dei tutoli, il bidello Superman (era alto meno di un metro e mezzo), trovò Enzino e Rosanna che, al buio, limonavano con trasporto. La repressione statale si fece sentire arcigna, con un sonoro giorni di sospensione per gli audaci , ma soprattutto con la chiusura a chiave degli armadi stessi, non perché troppo scuri dentro e fuori, ma perché giudicati troppo invitanti. Attribuendo forse al tutolo un qualche significato simbolico di natura insospettabilmente erotica.

(Ferdinando Ceschia)

 

E, stellinianamente, de quo…satis.

Noa Pothoven non c’è più perché

si è tolta la vita ad Arnhem in Olanda, dove c’è una legge che permette il suicidio assistito dopo il compimento dei sedici anni, ma in questo caso lo stato non c’entra. Noa lo ha fatto a casa, pare, lasciandosi morire di fame. Voler morire, decidere di morire e poi morire interpella i più profondi precordi dell’anima.

C’è chi organizza i viaggi in Svizzera dall’Italia come la società Exit, il cui amministratore dice che il suo lavoro è come un altro e lui si limita a offrire (a pagamento) solo un supporto tecnico-logistico. Cercalo sul web, gentile lettore, ché vale la pena, per renderti conto fin dove può arrivare il freddo cinismo di qualche affarista, di qualche umano. E poi vi sono militanti radicali disponibile ad a accompagnare in Svizzera chi vuol chiudere la vicenda terrena per ragioni visibilmente comprensibili. Mi riferisco in particolare al caso di Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, di cui qui ho già scritto.

Non è banale decidere per il suicidio, fenomeno studiato da molti, fin dalle tesi degli antichi filosofi stoici, Seneca in primis, che si suicidò, certamente per ordine di Domizio Enobarbo, l’imperatore Nerone, senza attendere che qualche sicario lo uccidesse, nel caso in cui non avesse obbedito al “cesare”.

Condannato dalla dottrina morale cristiana che ritiene la vita umana bene indisponibile all’uomo, perché dono di Dio, il suicidio è stato studiato molto bene da Émile Durkheim nel 1897. Il sociologo francese era filosoficamente un positivista collettivista, per cui la società, per come è fatta, per i valori o disvalori che ha, per i problemi che pone, è ben più importante dell’individuo per la presa di decisione suicidiaria. Egli scrive:

«Se iniziamo dall’individuo, non saremo in grado di capire nulla di ciò che sta accadendo in un gruppo […] Di conseguenza, ogni volta che un fenomeno sociale viene spiegato direttamente indicando un fenomeno psicologico, possiamo essere sicuri che la spiegazione sia sbagliata”.»

Inoltre, pensava che un fenomeno sociale si potesse spiegare solo esaminando un altro fenomeno sociale, credendo in una sorta di meccanicismo causa/ effetto. Infatti afferma:

«Il suicidio coincide negativamente con il grado di integrazione nei gruppi sociali a cui l’individuo appartiene. […] Ci deve essere quindi una forza nell’ambiente comune che colpisce tutti nella stessa direzione, e il numero di suicidi individuali sarà alto o basso a seconda di quanto forte o debole sia questo potere”.»

Il suicidio. Studio di sociologia (titolo originale Le Suicide) è il testo a cui mi sto qui riferendo. Durkheim è convinto che la situazione sociale  condizioni le scelte individuali, in particolari situazioni di fragilità psicologica, fino quasi a coartare la scelta personale. Dal web: “Le statistiche mostrano che il suicidio è un fenomeno sociale normale: è un fenomeno regolare presente in molte società e, all’interno di ciascuna società, i tassi di suicidio si evolvono relativamente poco: Ciò che questi dati statistici esprimono è la tendenza al suicidio della quale ogni società è afflitta collettivamente“.

Lo studioso cercò in un primo momento di individuare le cause del suicidio e in seguito di proporre una sorta di classificazione dei tipi di suicidi, in base alle loro cause.

Venendo alla situazione attuale, da un punto di vista giuridico-legale in qualche stato è legale il suicidio assistito, nel quale il medico aiuta chi ha deciso di togliersi la vita, e differisce dall’eutanasia, poiché in questo caso il soggetto provvede a somministrarsi le sostanze mortali in modo “volontario” e autonomo.

Il tema interpella etica e religione, fortemente, e non è affrontato con superficialità in nessuno degli stati dove è ammesso. Belgio, Olanda, Colombia, Lussemburgo, Svizzera, e anche Oregon, Washington, Montana e California negli USA lo regolamentano.

Noa Pothoven, vittima di due stupri, anoressica e depressa, precedenti tentativi di suicidio, si legge, non è stata in grado di uscirne. Come è stata aiutata? Le notizie relative alla drammatica vicenda parlano di vari tentativi di rinforzarla, senza successo. Il ministero della salute olandese vuole accertare “il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore” nei trattamenti somministrati.

Lei aveva anche scritto un libro con la sua storia nell’intento di fare coraggio ad altri giovani fragili, ma una decina di giorni fa ha rivelato sui social di voler porre fine alla sua sofferenza psichica “insopportabile e senza speranza“. “E’ da tanto che non mi sento davvero viva – aggiungeva – respiro ma non vivo” ed esortava i suoi follower a non tentare di dissuaderla. Prevedeva perfino quando sarebbe arrivata la fine: “Entro una decina di giorni“. E così è stato. “Genitori e medici – riporta il Guardian citando proprie fonti anonime – hanno concordato di non procedere all’alimentazione forzata“, una pratica consentita dalle linee guida dei medici olandesi secondo le quali “se un paziente nega il consenso alle cure, chi ne ha responsabilità può smettere di prestarne“.

Il papa ha scritto: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza (…) la morte di Noa è una grande perdita per qualsiasi società civile e per l’umanità. Dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita“.

I Cinque Stelle hanno presentato una proposta di legge per l’eutanasia. Non so se e quanto abbiano approfondito il tema.

L’argomento di cui qui scrivo è di una delicatezza e profondità estrema, e le semplificazioni e le tecnicamente ignoranti considerazioni di non pochi, sui media e nella politica, non aiutano, anzi confondono. Perdere prematuramente la vita per un incidente o per malattia – purtroppo – appartiene all’esperienza comune, ma togliersela volontariamente (?) è cosa molto diversa. Torna in campo il tema della libertà. Fortissimamente. E qui rinvio al saggio di qualche settimana fa, scritto in questo sito, e a una sterminata letteratura filosofica, teologica, psicologica, sociologica e religiosa.

Per Spinoza e altri di varia provenienza teoretico-morale il suicidio, come ogni cosa-che-accade, appartiene al regno della “necessità” (ciò che non cessa), per cui non-può-non-accadere, in quanto coerente con tutti gli altri flussi causali che generano la realtà tutta.

Mio caro lettore, permettimi di dissentire da questo determinismo semi-assoluto. Non può essere che la decisione di togliersi la vita dipenda “solo” dal fatto che è previsto/ coerente-con-il-tutto la decisione suicidiaria, proprio per evitare che manchi un tassello alla… realtà. Anche accettando le teorie di Benjamin Libet dell’anticipazione (biologica) elettrochimica della decisione rispetto all’atto “libero”, non è plausibile che  non vi sia uno spazio di libertà in una decisione così drammatica, specialmente quando le “ragioni” sono di carattere psicologico-spirituale, e conseguentemente anche fisico, come nel caso di Noa o, più precisamente, nel caso del povero Lucio Magri.

Altro e diverso è il discorso di Dj Fabo. Il giovane uomo era in condizioni che definire terrificanti è un eufemismo, dopo un grave incidente stradale. La sua decisione è stata quella di cercare una fine che gli risparmiasse ulteriori tormenti. Il mio giudizio, da persona che è “uscita” (?) da una malattia gravissima, è improntato a un grande rispetto. Nel tempo e con l’esperienza ho anche cambiato idea rispetto a quella che nel 2008/ 9 mi ispirava a scrivere in un certo modo della povera furlanute Eluana, poiché ora su quella vicenda, vivendo e pensando e parlando con il dottore Amato, che la vide negli ultimi giorni, ho maturato una diversa posizione.

Libero arbitrio o meno, “proprietà” o “mandato” di ciascuno sulla sua propria vita, il tema del suicidio interpella i temi più profondi, delicati e difficili circa il valore della vita umana. E’ certo per tutti che la decisione di venire-al-mondo non è del soggetto, mentre è certo che, tecnicamente, il soggetto umano può decidere di togliersi la vita. La discussione, che deve essere sempre pacata, verte dunque su questo tema: se la vita sia un “valore” indisponibile alla volontà umana o meno. Non è una questione peregrina, poiché merita tutto il rispetto possibile e l’umiltà della ricerca e della competenza.

Se il papà o la mamma di Noa mi avessero contattato per aiutare la loro bambina, non so che cosa avrei potuto fare, chissà. Forse, utilizzando la filosofia pratica che, come si dice oggi, è una mia mia skill importante, forse – se coinvolto per tempo – si sarebbe stati capaci insieme – io e lei – di trovare un pertugio riflessivo per considerare che sarebbe valso la pena (?) continuare a vivere.

Le buone ragioni della bambina manipolata e mediatizzata e la sragione di Brenton Tarrant

Un certo fastidio mi dà, Greta Thunberg, caro lettore,  perché i bambini devono fare cose da bambini, e non essere usati dai grandi, sia pure per fini buoni. Ma vorrei capire di più di questa improvvisata piccola diva del web. C’è perfino qualche idiota che la sta candidando al premio Nobel. Conosco personalmente almeno una decina di persone che potrebbero meritare quel premio, e forse me compreso (sto scherzando?), ma non la piccoletta dalle trecce un poco unte. Non so se ha la sindrome di Asperger, se sì, mi dispiace, e la  bimba non mi piace di più per questo.

Apprezzando le loro buonissime intenzioni, mi piacerebbe sapere dove hanno buttato le cicche i trecentomila giovani che hanno sfilato per centinaia città del mondo, e le lattine di birra o le bottiglie di plastica, o i pezzi di hamburger… chissà se sono stati almeno un po’ coerenti con la loro giusta battaglia o se, una cosa è protestare con fresco vigore e un’altra è contribuire o meno alla pulizia urbana.

Chi si occupa di queste cose dovrebbe, prima di parlare, leggere almeno il libro di  Mark A. Maslin e Simon L. Lewis, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, edito da Einaudi. Lì troverebbe qualche spunto per uscire dal genericismo e dalla propaganda. Sul clima e sulla geologia attuale della terra le cose sono molto più complicate di come intendono farla passare i politici e i gestori della comunicazione, in generale.

A Christchurch (pensa, caro lettore, Chiesa di Cristo) in Nuova Zelanda un ventottenne ha ucciso una cinquantina di persone in preghiera in due moschee e ne ha feriti altrettanti. Ho sentito sentimenti di vendetta qua e là, del genere “Ben gli sta… pensino al Bataclan“. Sulle armi aveva scritto i nomi di quelli che lui riteneva difensori della superiorità bianca, da Carlo Martello a Luca Traini (sic), passando per Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo condottieri veneziani a Lepanto. I due erano al comando delle potentissime galeazze che frantumarono il centro della flotta turca.

Certamente si sta vivendo una fase storica nella quale “subculture” come il sovranismo nazionalista, il suprematismo bianco, l’estremismo islamista  e il settarismo esoterista, stanno minando le basi del ragionamento razionale del sapiens.

Sembra che più diventiamo colti e “scienziati”, più la medicina ci salva e ci fa stare meglio, più riusciamo a ridurre la fatica e lo sfruttamento, e più si ampliano sentimenti e modi di pensare assurdi o violenti, in un turbinio di neo-nihilismo auto-distruttivo e irrazionale.

Altri centri di interesse di questi giorni confusionari: Trump, campione della menzogna, la Cina, colosso gentilmente aggressivo, la Turchia, la Persia e Putin, silente ma presente.

Di Trump, che alla sua elezione tradussi con “Tromba”, ottenendo la giudiziosa correzione di un lettore che mi ricordò come si dicesse in inglese tromba, cioè “trumpet”, a cui risposi “grazie, lo so, ma invoco la libertà creativa“, si può dire che fa ogni giorno quello che ci si aspetta, perché è il prodotto della grande e -naturalmente- imperfetta democrazia americana. Dagli USA ci si può aspettare un Kennedy, bello iper-glorificato, che inizia la guerra del Vietnam,  Nixon/ Reagan, spregiati come sudaticci e attori mediocri, che fanno la pace con Mao e con Gorbacev. La democrazia è il miglior modo di governare, dimaio permettendo (lo dico per ridere).

La Cina: quelli che si ritraggono spaventati, come su ogni altro argumento, dovrebbe umllmente studiare la storia di questa immensa nazione. Essa viene da lontano e Confucio è il suo ispiratore. Filosofo laico e religioso nello stesso tempo, insegna il rispetto e la gerarchia, l’obbedienza e l’impegno; per di lì son passati i grandi imperatori dinastici e, dal XX secolo, Sun Yat Sen e Mao Ze Dong, Deng Hsiao Ping e Xi Jinping, “imperatore” -di diritto e di fatto- fino alla morte. Se gli americani USA la vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

La Turchia: Recep Tayip Erdogan, il sultano odierno, non ha il fascino di Salah el Din e di Solimano il Magnifico, ma è il sultano odierno. I Turchi sono una grande nazione, nostri cugini diretti, caucasici centrasiatici, veniamo dalle stesse parti da tremila anni. Abbiamo rispetto (congiuntivo esortativo) noi “europeani”, e gli USA, di Trump o di Obama (il mediocrissimo politico estero, uno dei peggiori presidenti verso il mondo, una vergogna rispetto a Roosevelt, ad Eisenhower e perfino a Bill Clinton) ne abbiano altrettanto.

La Persia, che oggi si chiama Iran. Avremmo potuto essere tutti persiani, Roma permettendo, se a Mantinea e a Maratona, l’Atene insuperabile per intelligenza non li avesse battuti. Ma sono giovani, belli, e presto, le donne in testa si ribelleranno ai pretoni che imperversano da un quarantennio. Ma prima c’era sua maestà Reza Pahlavi, servo degli USA, democratico? Abbiamo rispetto, aiutiamoli, invece di sanzionarli.

Putin: il vero e per sempre capo della grande e santa madre Russia è… nientemeno che il Cristo Pantocrator, il Cristo padrone (perché creatore del mondo), quello che si vede nelle cupole ortodosse e nelle icone più solenni, il Cristo, la sua grandezza, e tutto ruota attorno a lui. Né Lenin né Stalin son riusciti a svellere la sua potenza, il suo radicamento nel popolo. Dopo Cristo, il principe Wladimir di Kiev, e poi Ivan IV il Terribile, Pietro I il Grande, Caterina II, Stalin, Gorbacev, Eltsin, e Putin. Se gli americani USA vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

Potrei continuare con l’Islam, che però mi suscita un impegno diverso, e già ne scrissi molto in questo mio sito. La grande cultura della sua storia non finisce con i kalashnikov dei fanatici che sparano ululando Allah u akbar. Dio non c’entra nulla nella loro follia, caro Spinoza, ma forse il tuo determinismo non arrivava a tanto.

Torniamo a Greta e a Brenton Tarrant. Alla prima auguro di non farsi manipolare più di tanto e al secondo di fare più galera di Anders B. Breivik (solo 21 anni in Norvegia, pena massima prevista, anche per 77 omicidi perpetrati a sangue freddo, spietatamente, otto anni fa), al fine di avere tempo sufficiente per pensare e pentirsi, e sentirsi quello che ha fatto: uno che ha usato il libero arbitrio per scendere nella scala dell’essere al livello dei demòni. Il suo karma sarà un cammino lunghissimo di dolore, infinitesima parte del dolore da lui causato.

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