Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Edith Scaravetti, Toulouse, France

Edith Scaravetti, colpevole di aver ucciso il marito violento con una carabina e averlo murato nel cemento, è stata condannata a 3 anni di carcere contro i 20 che chiedeva l’accusa.” (dal web)

Nella sentenza di Tolosa i giurati hanno tenuto conto di tutte le angherie subite dalla trentunenne, con tre figli, in dieci anni di convivenza matrimoniale. “Omicidio involontario” e perciò di gravità molto inferiore alle altre fattispecie del volontario e del premeditato. La signora Scaravetti, di chiara origine italiana, era in carcere dal 21 novembre del ’14 ed è stata immediatamente posta in libertà.

La sua difesa ha descritto durante il processo la personalità del marito, Laurent Baca, “uomo che esigeva tutto, che ha fatto vivere per 10 anni un vero calvario a Edith Scaravetti“, fatto di “violenze fisiche, psichiche e sessuali“. Per questo “non potete giudicare Edith Scaravetti come una volgare assassina“.

Quest’uomo la picchiava, anche perché spesso ubriaco, e forse spacciava. Un infelice pieno di problemi che scaricava su lei e sui figli. I fatti, così come raccontati dalle cronache del tempo:

Il 6 agosto 2014, lui rientra alle tre di notte, la tira giù dal letto, la prende a calci, la fa rotolare dalle scale, afferra una carabina calibro 22 e se la punta alla tempia. Le dice: fammi vedere se sei capace di farlo. Edith forse preme il grilletto o forse il colpo parte chi sa come, non lo ricorda, non lo sa. Sa che prende il corpo di Laurent Baca e lo nasconde in giardino, poi, quando arrivano le mosche e il fetore, se lo carica in spalla, lo porta in soffitta e lo seppellisce sotto una colata di cemento. Per tre mesi, fa finta di nulla.”

Il resto è noto, e ora una riflessione, utile per considerare il valore della vita umana, di ogni vita, di una vita specifica, quella lì, nel contesto, però. In generale il valore della vita del singolo ha assunto diverse connotazioni a seconda dei tempi, dell’ètnos e dell’ethos cui ci si riferisce. Oggi che la pena di morte anche per i più gravi reati sta lentamente uscendo dagli ordinamenti penali di quasi tutte le nazioni (ogni anno qualche stato aderisce alla dichiarazione Onu contro la pena di morte, oppure la ha sospesa da tempo motu proprio), il valore della singola vita umana pare essere lievitato, come da un’ispirazione morale comune, che potremmo far tranquillamente ascendere alla lezione evangelica, a Gesù di Nazaret, lezione che ha lentamente permeato i fondamenti etici e giuridici della maggior parte delle nazioni.

Parto dalla pena di morte, per dire che si tratta dell’ambito etico-giuridico legato alla legislazione generale che l’uomo ha definito nel tempo come regola di convivenza, e per la tutela delle collettività. Oggi la maggioranza degli esseri umani è probabilmente contraria e le conseguenze normative si constatano come scrivo sopra.

Altro tema è quello dell’omicidio e della legittima difesa che può causare un omicidio. Ecco: se l’uccisione di un altro essere umano è, in sé, cosa gravissima, colpa, reato e… in ambito teologico, peccato, avvenendo in particolari circostanze, come quelle della legittima difesa di sé e dei propri cari, oppure in una situazione di guerra, come nel caso di mio padre che uccise all’arma bianca un greco nel 1942, e io sono a questo mondo in ragione di questo tristissimo evento, assume connotazioni morali diverse. Già il caso di mio padre è profondamente differente da quello di Edith: infatti lui mi raccontò costernato quei fatti  dicendo “ero io a casa sua” (nella disgraziata guerra italo-greca).

Edith si è trovata in una situazione terribile, quando il marito ubriaco ha fatto la bravata di puntarsi il fucile alla tempia e di istigarla a premere il grilletto se avesse avuto il coraggio. Quali sentimenti, quali terrori, quale spavento in quel frangente in quella donna? Che cosa poteva riuscire a pensare, magari con i figli piccoli presenti?

Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, III-II, 64, 7, propone la dottrina del male minore e del diritto all’autodifesa in modo molto chiaro, come si legge di seguito:

Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita.”

E dunque, posto che Edith non volesse premere il grilletto uccidendo così il marito, a quale punto di sopportazione era arrivata? Nessuno lo sa e lo può sapere. Quanta paura fisica per sé e per i propri figli aveva? Nessuno lo sa e lo può sapere.

Per questo a me sembra, e lo dico sapendo di trattare un tema delicatissimo, la giuria, se ha colto negli occhi e nelle parole di Edith un dispiacere per l’accaduto, anche se i suoi comportamenti dopo i fatti sono sgangherati e colpevolizzanti, come l’aver nascosto il cadavere, ha ritenuto che quella signora non aveva intenzione di uccidere il marito, cosicché ha fatto bene a decidere una pena minima.

In proposito la buona Teologia, se parliamo di intenzioni del cuore ad operare una scelta piuttosto che un’altra, ci viene ancora in soccorso. Basti leggere alcuni versetti del Vangelo secondo Matteo al capitolo quinto (dal versetto 27 al 48), che così recitano:

Voi avete udito che fu detto: Non commettere adulterio./  Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per appetirla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore./  Ora, se l’occhio tuo destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non sia gettato l’intero tuo corpo nella geenna./ E se la tua man destra ti fa cadere in peccato, mozzala e gettala via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non vada l’intero tuo corpo nella geenna./ Fu detto: Chiunque ripudia sua moglie, le dia l’atto del divorzio./ Ma io vi dico: Chiunque manda via la moglie, salvo che per cagion di fornicazione, la fa essere adultera; e chiunque sposa colei ch’è mandata via, commette adulterio./ Avete udito pure che fu detto agli antichi: Non ispergiurare, ma attieni al Signore i tuoi giuramenti./ Ma io vi dico: Del tutto non giurate, né per il cielo, perché è il trono di Dio;/ né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re./ Non giurar neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi fare un solo capello bianco o nero./ Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; no, no; poiché il di più vien dal maligno./ Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente./ Ma io vi dico: Non contrastate al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra;/ ed a chi vuol litigar teco e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello./ E se uno ti vuol costringere a far seco un miglio, fanne con lui due./ Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un imprestito, non voltar le spalle./ Voi avete udito che fu detto: Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico./ Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,/ affinché siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli; poiché Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti./ Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno anche i pubblicani lo stesso?/ E se fate accoglienze soltanto ai vostri fratelli, che fate di singolare? Non fanno anche i pagani altrettanto?/ Voi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste.”

E un tanto basti, mio gentil lettore, per comprendere che le ragioni del cuore, insieme con la riflessione razionale, quando questa è possibile, sono quelle che governano una morale sana a giusta, come insegna il Maestro.

“macron” o “micron”, grande e piccolo, ambedue dimensioni dell’umana percezione

Vediamo in questo pezzo un po’di cose piccole e di cose grandi, come i megaliti delle mura di Micene.

In greco antico makros significa grande, mikros piccolo. Esaminiamo alcune parole composte con questi due lemmi opposti: macrocosmo (opposto a microcosmo), macroscopico (opposto a microscopico), macroevoluzione (opposto a microevoluzione), macroeconomia (opposto a microeconomia), macrospora (opposto a microspora), macrosmotico (opposto a microsmotico). E poi c’è il famoso microscopio, che serve a vedere il piccolo, come è a tutti noto. E altro.

Emmanuel Macron, il grande (?) è anche presidente della Repubblica francese. Grande. Chissà. In questi giorni in conferenza stampa vs. mondo intier tenuta con frau Merkel, lei in malinconica tinta pastello verdin-cacchetta, con atteggiamento giovenil-impudente s’è detto preoccupato per la situazione italiana dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso. Ma perché non si occupa dei Francesi? E donna Angela perché non fa altrettanto per i Tedeschi? Ambedue grandi Popoli di grandi Nazioni. Forse che, quando rischiava di vincere -poco più di un anno fa- in Francia la fascista Le Pen, il conte Gentiloni si è mosso come loro? Dimanda retorica anzichenò. Ma noi Taliani siam più dimessi, inferiority complex, ché lori dopo la fine dell’Impero Romano ci hanno sempre invasi, e noi no, salvo la ridicola entrata militar-fascista oltre Ventimiglia e Dolceacqua ai primi del ’40, poco prima di provare a “spiezzare le reni alla Grecia”.

Lascino agli Italiani il compito politico e morale di occuparsi dell’Italia.

Quarantennale di via Fani, Roma, dove il 16 marzo 1978, io ero un ragazzo pieno di speranze, tuttora vive, studiavo e lavoravo, non avevo la ragazza ma (le), Moro veniva rapito dalle Brigate Rosse che ammazzavano, non so se in connivenza con altri armati, le cinque guardie della scorta, poliziotti e carabinieri, lavoratori, avrebbe detto Pier Paolo Pasolini, e anch’io dissi e dico. Coloro che li hanno ammazzati erano terroristi e/o altro.

Ieri una di questi, la signora Balzerani liberata nel 2011 ha osato blaterare che le vittime hanno troppo spazio interpretando quasi un “mestiere”,  e che la storia l’hanno scritta anche loro, quelli che si proponevano come liberatori non-si-sa-di-chi-che-non-si-è-fatto-liberare-da-loro, e invece erano solo assassini, e anche abbastanza vigliacchi, dicendo “Che palle il quarantennale!”. Maria Fida Moro, la primogenita del politico ucciso ha replicato che solo le vittime possono dire “Che palle“, visto che vittime sono diventate per volontà malvagia di chi impugnava le pistole quel 16 marzo e poi il 9 maggio successivo, quando uno dei brigatisti ha fucilato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa Moro, dissanguandolo con una mitraglietta Skorpion e una pistola Walther, perché gli ha sparato attorno al cuore, non nel cuore.

Mettiamo le cose al loro posto, cz.! Io mi occupo, come tutore legale, di un carcerato non responsabile diretto di reati di sangue, ma comunque corresponsabile di crimini, che si trova dentro da trentasei anni ed entrò in carcere a ventitré. E’ comunque un essere umano che merita il rispetto dovuto a un umano. In ogni caso non serve la vendetta, ma un rispettoso silenzio sì, la consapevolezza delle proprie responsabilità morali, sì.

Ecco altre cose che alcuni vogliono far apparire macro, ma non lo sono come alcuni vorrebbero fossero, forse come non lo è Monsieur le President de la France.

Alcuni dati sugli atti di violenza resi noti dal Ministero dell’Interno agli inizi del 2018: nel 2017 gli omicidi in Italia sono calati del 8% rispetto all’anno precedente, e del 20% dagli ultimi tre anni; disaggregando, il dato degli omicidi di donne resta al 25% del totale, di cui il 70% compiuto da affini maschi, mariti, padri, amanti, fratelli etc.; sempre nel 2017 le rapine sono diminuite all’incirca del 7% rispetto al 2016, e del 23% dagli ultimi tre anni; ancora, nel 2017 i furti sono diminuiti del 4% sul 2016 e del 18% a partire dal 2014. I patiti del cosiddetto securitarismo, che sono un po’ sempre i soliti noti della destra italiana vecchia e nuova, oramai inveterata nel suo dir stereotipato, suggeriscono di non andare in giro per le strade e le piazze, ma di restare a casa… cosicché, sarcasticamente, potremmo dire, abbiamo più probabilità di farci ammazzare.

Micro e macro, piccolo e grande, corto e lungo e, senza scomodare il Conte di Cavour, giustapponiamo Meloni e Almirante, Renzi e Craxi, Berlusconi e Moro, D’Alema e Berlinguer, Camusso e Lama, Furlan e Carniti, Barbagallo e Benvenuto o… me, micro e macro. E sorridiam pure, mio gentil lettor della domenica, di questo mio indefettibile soggettivismo.

Lo “webete”, pronunzia “uèbete”

Oh mio gentil lettore, indovina chi è, ti darò alcune tracce.

E mi aiuterà il valoroso e stimabile giornalista Enrico Mentana.

“In risposta a quelli che chiama «avvelenatori del Web», Mentana ha imbastito negli ultimi giorni una strenua ed encomiabile battaglia. E nel rispondere all’ennesimo sconosciuto che lo contestava polemizzando sugli immigrati che stanno negli hotel di lusso mentre i terremotati dormono in tendopoli, il Direttore ha toccato un nuovo apice e coniato un’offesa che dimostra come la lingua, usata da chi ne è maestro, è ancora una spada efficacissima.

Mi stavo giusto chiedendo se sarebbe spuntato fuori un altro così decerebrato da pensare e poi scrivere una simile idiozia», commenta il giornalista. «Lei pensa che il prossimo le sia simile. Ma non c’è distanza maggiore che tra il virtuoso e il virtuale: eppure per lei se uno non grufola contro gli invasori è un fake. Lei è un webete.” (dal web)

Il webete è uno che pensa di sapere e non sa, scrive molto su twitter  perché non può permettersi un blog tipo questo a meno che non paghi un altro in grado di farlo, fa politica ed è già arrivato a livelli notevoli per questi tempi un po’ disgraziati, approfittando del vuoto pneumatico che lo circonda. Ha un aspetto gentile, educato, un taglio di capelli da bravo ragazzo, un eloquio solo apparentemente forbito, ché, se si sta attenti, litiga con i congiuntivi, necessari in italiano nelle frasi concessive e ipotetiche. Non conosce l’ottativo e l’esortativo. Ha frequentato un istituto superiore tra i più facili. Niente università, lavoretti qua e là. Si è candidato a capo del governo senza alcuna vergogna, e lo ha votato un italiano su tre, quasi, e tra quelli che sono andati a votare che sono un italiano su quattro. In assoluto lo ha votato un italiano su quattro aventi diritto al voto. Ha osato paragonarsi a De Gasperi, non suscitando a parer mio una sufficiente ilarità.

Torniamo al suo peccato di presunzione, perché sappiamo come questo vizio sia prodromo di un altro e più pericoloso vizio, l’arroganza, a sua volta origine della prepotenza e infine della protervia, come insegnavano Tommaso d’Aquino e Norberto Bobbio, e come ho già scritto qui recentemente.

Quello che si fa fatica a capire è come lo abbia votato un italiano su tre rispetto a chi è andato a votare e un italiano su quattro tra chi ha diritto al voto. C’è chi dice che si tratta di un voto di rifiuto dei vecchi partiti e quindi di un voto purchessia. Ma questa ipotesi non accontenta.

E ora che succederà? Ci troveremo questo semi-analfabeta capo del governo, caro Mentana? Lei ha certamente capito di chi parlo, ma anche, oso dire, tutti i miei non pochi lettori. A proposito, miei carissimi, sapete di essere quasi tremila alla settimana? Non male, vero?

Cosa si deve fare per intraprendere una strada diversa, che faccia giustizia degli ignoranti e dei webeti? Forse niente di che, perché questi sono molto diffusi: ad esempio, tra essi va annoverato l’attuale gran capo della destra, che ha una dozzina d’anni più del webete iunior, appartenendo alla stessa categoria di presuntuosi arroganti. Si tratterà di scegliere tra uno dei due per il governo, o no? Spero di no.

Vi sarà una soluzione diversa? Provo a dirla. Siccome è chiaro che ha vinto il centrodestra, checché ne dica il primo e più imberbe webete, l’unica possibilità che possa far sì che il PD, dove non mancano i webeti, ma sono meno numerosi che altrove, e perciò prendono meno voti (paradossale? non so), abbia interesse a votare per far nascere tale governo, è che il premier non sia il webete dal baffo minaccioso ma un altro, magari un veneto o un lombardo che hanno già mostrato capacità di governo nelle loro grandi regioni.

Il webete iunior, figlio della piattaforma Rousseau, intitolata a uno dei più mediocri e pericolosi filosofi moderni, dall’alto della sua scienza economica orecchiata nella Casaleggio e C. e al corso di perito turistico, mi pare, ha chiamato il prof ministro Padoan “avvelenatore di pozzi”. Lui invece è quello che promette il reddito garantito a chi cerca un reddito, magari schivando il lavoro.

Mio padre, quando non lo trovava in Italia, è emigrato in Germania, caro giggino. Ops, mi è scappato un nome.

Ipazia, o del tempo che viene

Caro lettore,

nel 415 d. C. Alessandria d’Egitto era oramai la capitale culturale dell’Impero Romano d’Oriente. Cristiana nella dottrina monofisita (in Cristo, per i monofisiti,  sarebbe presente la sola natura divina, in contrasto con la dottrina dei Padri antiocheni, i quali sostenevano che in Gesù Cristo vi fosse prevalentemente la natura umana, e lo spiego in modo grezzo, ché il tema è raffinato e complicatissimo), ospitava una fiorente scuola filosofico-matematica ispirata alle teorie platoniche, dove avevano insegnato e insegnavano maestri come Ammonio Sacca, Origene, Porfirio, Proclo, Giamblico, Plotino. Tra essi, unica donna di un ceto intellettuale fervorosissimo e unico vi era Ipazia, matematica, astronoma e filosofa. In quell’anno fu crudelmente uccisa da monaci detti parabolani, seguaci del vescovo Cirillo, che non tollerava altro che la sua dottrina cristiana-monofisita. Anche i cristiani sono stati fanaticamente crudeli o, se si vuole, crudelmente fanatici, e non meno d’altri di altre religioni e sette.

Parlo qui di Ipazia, perché lei era in anticipo sul suo tempo, donna e scienziata, uccisa perché in anticipo sul tempo, anche se di solito sembra che il tempo venga avanti, come un paesaggio cui vai incontro anche rimanendo fermo, come se si stesse seduti a guardare i fotogrammi di un film.

Il tema è presente nelle letterature più varie, dalla filosofia alla teologia alla fisica, antiche, moderne e contemporanee, da Parmenide e Zenone di Elea ad Agostino, passando per san Paolo e san Giovanni evangelista, a Bergson a Werner Heisenberg ed Einstein. Teologia e fisica, matematica e filosofia hanno a che fare con il tempo, come concetto e come ente, se vogliamo.

Qualche esempio. Paolo parla della venuta di Cristo, della parusia, La parusia è la venuta del Signore Gesù Cristo glorificato, con potenza e gloria, alla fine dei tempi, come si legge in 1 Ts 4,15-17: “Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.”

Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dall’evento della risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti. Il già e il non-ancora sono lì, dall’eternità.

In Giovanni, nella 1 Lettera, leggiamo (2, 28): “E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo aver fiducia quando apparirà e non veniamo svergognati da lui alla sua venuta.”

Sant’Agostino nel libro XI de le Confessiones al cap. 14, 17 scrive: “Non ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poiché il tempo stesso l’hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, poiché tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo. Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Eppure, quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Quando siamo noi a parlarne, certo intendiamo, e intendiamo anche quando ne udiamo parlare altri. Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere.”

Per Paolo, Giovanni e Agostino, il tempo fisico è come sovrastato dal tempo “opportuno”, il kairòs, tempo staccato dal prima e dal poi aristotelico, e anche da quello einsteiniano, sotto il profilo fisico, perché è un tempo spirituale, il kairòs.

Heidegger parla invece dell’Ereignis, cioè dell’evento che accade: evento, Er-eignis come “giungere al proprio” (essere), tramite un incontro.

Einstein propone la relatività generale, le quattro dimensioni che curvano lo spazio, per ora in contrasto con la meccanica quantistica, a meno che nell’infinitamente piccolo lo spazio “si comporti” in modo diverso che nell’infinitamente grande.

In ogni caso il tempo in sé pare proprio non-esistere, pur essendo un ente concettuale-logico. Lo intuiamo noeticamente, ma facciamo fatica a discernere il suo manifestarsi reale, come se fosse una dimensione sovrumana, come se fosse quasi un dilatarsi fino a noi dell’Essere divino.

Far emergere la consapevolezza

…del cambiamento, del dolore, della possibilità del rialzarsi anche dalla malattia e dall’infortunio gravi, della “rottura biografica”, come cominciamento radicale di una vita “nuova”.

Un gruppo di medici mi ha invitato, anche in ragione di mie recenti esperienze “doloristiche”, a svolgere una relazione nell’ambito di un convegno tenutosi al Centro nazionale di riferimento oncologico di Aviano,

Propongo al mio gentil lettore il mio intervento, cliccando qui sotto

Il significato di salute oggi e il senso del dolore

Ricordando Davide Astori: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”

Davide Astori è mancato in silenzio qua vicino, a Udine, la notte prima di giocare con la forte squadra friulana, quasi completamente priva di friulani. Più internazionale della gloriosa Inter di Milano.

Quando l’ho saputo dai media, che poi -martellanti- non hanno smesso di ripetere la notizia tutta la domenica, ho prima provato una grande pena, come per un uomo di quarantasette anni del mio paese, morto allo stesso modo tre giorni fa, e poi ho pensato alla folgorante lirica ungarettiana, ispirata al poeta dalla guerra che visse in divisa da fante a pochi chilometri più a sud-est di Udine, tra Santa Maria la Longa, il Carso e l’Isonzo, dove si combattè per tre anni, crudelmente.

Quando vai a Gorizia, caro lettore, prima di arrivarvi, guarda alla tua destra, verso sud e vedrai una lunga altura di altezza collinare chiamata Monte, il Monte San Michele. Lì in pochi giorni morirono forse trentamila soldati di ambedue i fronti, e ruscelli insanguinati si versarono nelle acque smeraldine dell’Isonzo, il meraviglioso fiume italo-sloveno, limite e simbolo unente di due nazioni.

Davide non è morto in guerra, ma aveva l’età degli ufficiali di quei due eserciti, di tenenti, capitani e maggiori. E anche lui era capitano, il capitano della squadra di una città tra le più belle del mondo, forse in assoluto la più ricca di capolavori d’arte figurativa.

Davide Astori era un bravo calciatore e un atleta alto e forte, controllato come lo sono in Italia gli sportivi professionisti. Bene. Eppure lui non c’è più. Hanno fatto l’autopsia e ci diranno qualcosa. Forse l’impianto elettrico del suo sistema cerebrale e cardio-circolatorio ha detto basta, improvvisamente, senza preavviso e senza che vi fossero pur remoti prodromi clinici.

Ecco che se ne è andato, come può capitare in qualsiasi momento a chiunque, come dice il Vangelo secondo Matteo “Vegliate dunque perché voi non sapete il giorno e l’ora” (25, 13), là dove Gesù parla ai discepoli della “fine del mondo”, tema apocalittico, e dunque rivelativo, come dice l’etimologia di “apocalisse” (cari maghi dei mass media, che usate il termine “apocalisse” per parlare di catastrofi, cataclismi e disastri, poveri beoti!). Ma a noi interessa il nostro giorno e la nostra ora, e non li conosciamo, né possiamo conoscerli.

Il venir meno della vita è mistero, anche se possiamo pensare, anzi lo sappiamo per esperienza che essa può venire meno per ragioni anagrafiche, oppure per malattia o incidenti. Di solito viviamo non pensandoci più di tanto, perché è meglio così. Non conosciamo direttamente quest’ultimo momento, perché coincide con il venir meno della nostra coscienza, se questa non è già venuta meno prima. E le scienze medico-biologiche informano quelle giuridiche per definire bene il fenomeno, che è del tutto naturale, come spiega l’assioma conclusivo del principale sillogismo aristotelico “gli uomini, come tutti i viventi, sono mortali“, così com’è nella sua forma abbreviata di entimema.

Davide lascia moglie e bimba. Tutti lasciamo qualcuno e qualcuno ha lasciato noi. Alla fine, prima o poi siamo tutti orfani e rendiamo orfano qualcuno, se abbiamo procreato. Questo non è consolante: è reale. Hegel direbbe che è anche razionale. Vero ma doloroso, come può essere ciò-che-è-reale.

La filosofia, scriveva nel suo meraviglioso volume pensato e redatto nel carcere di re Teodorico, che sospettava di lui come traditore, che la Filosofia dà consolazione (De consolatione philosophiae), Severino Boezio. Possiamo anche convenire, ma non ci basta. Certamente. Il pensiero razionale non basta, specie quando si tocca con mano il dolore e l’invecchiamento, che tocca a molti. A Davide non è toccato, perché se ne è andato come una foglia in piena estate, poiché la sua vita non aveva ancora nulla di autunnale, come se qualche robusta mano avesse scosso il ramo dell’albero ben prima del vento di stagione.

Non ci sono parole adatte a consolare chi lo amava e rimane qui, specie la bimba, ma anche la sua donna e i suoi genitori e fratelli. Se in qualche modo queste mie parole arriveranno fino a loro mi piacerebbe dirgli che il loro ragazzo marito padre ora vive nella visione beatifica di Chi tutto sa, tutto comprende, tutto ama e attende in uno stato di grazia tutti noi che, anche se non l’abbiamo conosciuto, gli vogliamo bene, se pure non nello strazio tremendo dei suoi cari, perché nel comune destino.

Non basta, ma è tutto quello che si può dire prima di fare silenzio, oppure si può anche evitare di dire, facendo subito silenzio.

Follia filosofica e visionarietà progettuale

Ho letto in questi giorni Nick Bostrom, fisico, filosofo e neuroscienziato svedese quarantacinquenne, PhD alla London School of Economics, direttore del Future of Humanity Institute di Oxford, nel suo Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, Bollati Boringhieri, 2018, regalatomi per il mio compleanno da Alina e Stefano. Un libro furbamente intelligente-intrigante e socialmente pericoloso, se il lettore non possiede una buona cultura filosofico-scientifica e una sufficiente soglia critica.

Per esemplificare, forse un po’arbitrariamente una parte del suo pensiero, pur correndo il classico rischio della fuorvianza o devianza interpretativa dovuta all’estrapolazione di un brano dal testo completo, ma Bostrom me lo perdonerà perché leggo tra le righe che è uomo di spirito, ti propongo, caro lettore, quanto si trova a pag. 161, in una manchette a sfondo grigio, certamente scelta dal grafico per dare maggiore importanza al testo:

“(…) Per alcuni lettori il fatto che la capacità di eseguire 10 alla 85esima potenza operazioni computazionali sia molto importante potrebbe non essere ovvio, quindi è utile contestualizzarla. Potremmo, per esempio, confrontare questo numero con la nostra stima (box 3 cap. 2) che sarebbero necessarie 10 alla 31esima meno 10 alla 44esima operazioni per simulare tutte le operazioni neuronali che avranno avuto luogo nella storia della vita sulla Terra. In alternativa, supponiamo che i computer siano usati per far girare emulazioni globali del cervello umano che vivono una vita ricca e felice interagendo tra loro in ambienti virtuali. Una stima tipica dei requisiti computazionali per far girare un’emulazione è 10 alla 18esima operazioni al secondo. Per far girare un’emulazione per 100 anni soggettivi quindi sarebbero necessarie grosso modo 10 alla 27esima operazioni. Ciò significa che si potrebbero creare almeno 10 alla 58esima vite umane in emulazione anche con ipotesi abbastanza prudenti riguardo all’efficienza del computronium.

In altre parole, supponendo che l’universo osservabile non contenga civiltà extraterrestri, a essere in gioco sono almeno 10 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 vite umane (anche se il numero reale è probabilmente maggiore). Se rappresentiamo tutta la felicità provata (e qui viene il bello, ndr) nel corso di una di queste vite con una sola lacrima di gioia, la felicità di queste anime potrebbe riempire gli oceani della Terra una volta al secondo e continuare a farlo per 100 miliardi di millenni. E’ molto importante assicurarci che siano davvero lacrime di gioia.

Occorrono commenti logorroici? Non penso, perché basta solo chiedersi come le lacrime di gioia escono dalle celle lacrimali, per quale ragione, in che contesto, in chi, per risponderci che il mero esempio computazionale è uno sterilissimo gioco accademico statistico. Infatti, l’ultima domanda che si fa Bostrom fa crollare l’intero impianto argomentativo. Basti solo pensare che si potrebbe indurre la lacrimazione in millanta altri modi, o che l’espressione gioiosa del volto potrebbe essere bio-elettricamente stimolata fino alla stereo-tipizzazione. Et de quo satis.

… e poi quanto si legge a pag.197, dove Bostrom sviluppa il tema etico-morale della sua ricerca in un capitolo dal titolo “Crimine morale”, che significa come si renda perfettamente conto di quanto va scrivendo.

“(…) Non voglio dire che dal punto di vista morale la creazione di simulazioni senzienti sia necessariamente sbagliata in ogni situazione. Molto dipenderebbe dalle situazioni in cui vivono questi esseri, in particolare dalla qualità edonica (e che è? lo so bene ciò che è,  ndr) delle loro esperienze, ma forse anche da molti altri fattori. Anche se elaborare un’etica per questi problemi è un compito che esula dagli scopi di questo libro, un punto chiaro è che si potrebbe produrre una gran quantità di morti e sofferenze tra menti simulate o digitali e, a fortiori, di risultati moralmente catastrofici.

Una superintelligenza digitale potrebbe avere anche altre ragioni strumentali, oltre a quelle epistemiche, per eseguire computazioni che istanziano menti senzienti, o che comunque infrangono le norme morali: potrebbe minacciare di maltrattare simulazioni senzienti, o impegnarsi a ricompensarle, allo scopo di ricattare o incentivare vari agenti esterni, oppure potrebbe creare simulazioni per indurre incertezza indessicale negli osservatori esterni.”

Mi fermo qui perché il testo si commenta da sé.

Ma poi, andando avanti, quando Bostrom ipotizza di viaggiare al 50% o al 99% della velocità della luce, cosa ovviamente impossibile allo stato presente e futuro delle cose, cosicché potremmo intercettare pianeti abitati da intelligenze pari o superiori alle nostre, con visioni morali molto diverse, vien da pensare che si possono fare le ipotesi più strampalate, in onore del pensiero pensante e in quanto tale potenzialmente pensante qualsiasi cosa e mai stanco di pensare, perché si pensa anche quanto si pensa di non pensare, appunto, pensando di non pensare. Platone e Aristotele, in fondo, pensavano che la filosofia fosse un’attività beata, anche se non la si volesse finalizzare a nient’altro che al piacere di pensare in modo elevato, e perciò apportatore di gioia spirituale. Perché no? Anch’io, in fondo, ho un’idea della filosofia più legata al piacere intellettuale che alla sua funzionalità pratica, se non nella sua branca morale.

Nella visione di Bostrom, per avviarmi a concludere questa breve e parziale esegesi di uno dei suoi testi, forse sarebbe addirittura preferibile un’etica declinata secondo l’AI, affidata a macchine che acquisiscono i connotati neuro-morfici delle reti corticali del cervello umano, un po’ come raccontato in film del genere Robocop, Terminator, Matrix e, appunto, lo spielberghiano AI.

L’umanesimo rimanente nella visione ipotizzata nel libro qui citato potrebbe essere, da un lato la ECG o ecografia cerebrale generale, e la VET, cioè la volontà estrapolata coerente. Ciò che resta dell’uomo biologico: what remains the human kind.

L’importante è che l’uomo pensi, ricerchi, scriva, comunichi, ma sempre con l’umiltà della consapevolezza del proprio limite.

Felicità e Perfezione vs. Gioia e Perfettibilità

Chi mi conosce bene sa che non amo e non credo nei primi due termini e concetti del titolo (felicità e perfezione), mentre, al contrario, utilizzo e credo molto nel terzo e nel quarto lemma (gioia e perfettibilità). Per me le parole sono più che pietre, sono la cosa-stessa-che-dicono, e perciò vanno curate con grande attenzione e rispetto degli etimi secondo le accezioni condivise nel tempo dato, cioè il nostro.

Sulla felicità ho scritto sette o otto anni fa  -a “quattro mani” con la dottoressa Anita Zanin, psicologa e pedagogista mia amica- un libro intitolato Educare all’infelicità, edito da Segno, per cercare di comprendere ed elencare i peggiori errori educativi che si fanno con i bambini e gli adolescenti, sia in famiglia, sia a scuola, e fors’anche nelle altre agenzie più o meno educative come la parrocchia, i circoli culturali, le squadre sportive, i centri di aggregazione di ogni genere e specie.

La felicità, dal latino felicitas e, meglio dalla radice sanscrita fe, cioè fecondità, è uno stato dell’anima positivo, anzi eccellente, di tipo continuativo: “…e vissero felici e contenti“. Ma, come sappiamo dalla nostra esperienza, ciò è falso, falsissimo. Ogni stato dell’anima umana è, per definizione, temporaneo, e pertanto lo stato di felicità, così come è generalmente inteso, è non plausibile, non solo improbabile, o forse, meglio dire, impossibile.

Sulla perfezione ho scritto già molte volte, anche in questo sito, e la riassumo così. Parlando della perfezione ho sempre avuto presente il lemma radicale latino, dal verbo perficere, della terza coniugazione (paradigma: perficio, is, perfeci, perfectum, perficere), che significa “condurre a termine”, cioè “terminare”. Il modo supino “perfectum” da cui si trae origine il participio passato perfectus, a, um, se in italiano suona come un qualcosa di fatto-estremamente-bene, che più di così non si può, in latino, come s’è visto, ha tutt’altra accezione principale.

Nella teologia classica il concetto di perfezione corrisponde quasi alla lettera a ciò che si intende per completa virtuosità, quasi ad imitazione di Cristo, per cui la sua ricerca era il modo per santificarsi, cioè rendersi perfetti, e dunque -in quanto santi- separati da chi ancora indulge nella peccaminosità del vizio, a partire dai sette canonici: superbia, invidia, cupidigia, accidia, iragola e lussuria, a mio parere in ordine decrescente di gravità morale. Anche una parte dei confessori di impostazione forse gesuitica avevano (e hanno) la medesima mia opinione. Del resto che la superbia e l’invidia siano i vizi/ peccati peggiori è di immediata evidenza anche al buon senso comune. Pertanto, la ricerca della perfezione, in quest’ambito, non può che essere una ricerca della perfettibilità, non di più, pena un atto di superbia fondamentale.

La gioia, invece, è tutt’altro rispetto alla felicità, poiché non implica -intrinsecamente- una durata di una qualche importanza, ma può essere anche istantanea, o di breve durata. Come a volte il sole spunta tra le nuvole piene di pioggia (cf. la canzone di Alice Il sole nella pioggia), così la gioia può apparire in una situazione di dolorosa esperienza, di trauma o di malattia. Momenti psico-spirituali che ho sperimentato e sperimento tutt’oggi, come è nella vita ordinaria di ciascun essere umano. La gioia è un’interruzione del dolore, a volte, quasi a ricreare un equilibrio vitale. E dobbiamo farcela… bastare, oso dire, senza ricercare improbabili eden, che sono illusori e irrealistici.

La gioia -come stato dell’anima- è perfino preferibile a un’ipotetica felicità, poiché prevede anche la valutazione della sua assenza, e la sua totale valorizzazione quanto compare a interrompere, per dire, la tristezza o il dolore, fisico o psichico, o spirituale che sia.

La dimensione del fare, cioè quella che i pensatori medievali di matrice aristotelica credevano, o ratio operandi, richiama la nostra attenzione, invece, sul perfettibile, vale a dire su ciò che può essere migliorato, anche indefinitamente. La perfettibilità è come un numero periodico, o come un limite di cui si presuppone l’esistenza, perché fa parte dell’umana dimensione, ma le cui misure non si conoscono; oppure come una curva asintotica, che si può avvicinare al vertice di un climax, ma senza tangerlo mai, lasciando così spazi in-definiti alla crescita, se pur misurata per centesimi, o millesimi o milionesimi della stessa unità di misura.

Non dunque perfezione dell’agire, per cui se non la si raggiunge, càpita di sentirsi frustrati, delusi o addirittura depressi, ma perfettibilità, cioè atteggiamento di ricerca continua del miglioramento, posta nel contesto senza ansia da prestazione e senza arroganza o prepotenza verso gli altri.

La perfettibilità, nelle varie situazioni esistenziali e nel mondo, si declina spesso come crescita, come miglioramento continuo, concetto molto noto in ambito economico e aziendale, dove ci si deve continuamente adoperare per acquisire sempre maggiori competenze, attraverso un uso intelligente delle proprie conoscenze, mettendoci in ascolto di chi ne sa di più, e così traendo giovamento individuale per la crescita delle nostre competenze e professionalità, unica garanzia di un prosieguo positivo del nostro lavoro nella difficile competizione attuale.

Gioia e perfettibilità, dunque, vs. felicità e perfezione, vincono, proprio per la nostra strutturale im-perfezione di esseri umani, connotati da qualità e limiti, virtù e vizi,  forza di volontà e pigrizia, nel continuo incedere delle nostre vite, di cui siamo in buona parte responsabili.

Le opere dell’uomo secondo un sapere etico e “Le operette morali” del Poeta-Filosofo

Leggendo il meraviglioso testo leopardiano, scritto a più riprese tra il 1824 e il 1831, vien da fare un paragone con l’etica odierna che va per la maggiore, quella scientista-positivista, in auge da un secolo e mezzo. Là dove il grande poeta-filosofo di Recanati mette in guardia gli uomini dalla ybris, proterva convinzione di poter dominare la natura e tramite essa il mondo, oggi molti sono convinti che tutto ciò che la scienza può fare si debba poter fare, indipendentemente da un giudizio morale di merito.

Leopardi fa parlare, personalizzandoli e antropomorfizzandoli, molti soggetti, come la Terra e a Luna, lo Gnomo e il Folletto, la Morte e la Moda, e poi anche un Fisico e un Metafisico, Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez, Porfirio e Plotino, etc.

Per dire del dialogo, ad esempio, tra un Fisico e un Metafisico: Leopardi qui mette in campo il paragone tra una vita lunghissima, ai limiti dell’immortalità, scelta preferita dal Fisico e una vita intensa e di qualità elevata, come invece indica come preferibile il Metafisico, e chiaramente si pone dalla parte di quest’ultimo, confermando che ciò che deve importare all’uomo saggio e sapiente è la qualità umana e morale delle azioni che compie, non la loro quantità e visibilità; oppure del confronto fra Colombo e Gutierrez: nel dialogo tra i due navigatori la riflessione verte sul coraggio e la capacità degli uomini di mettersi alla prova, non tanto sfidando la Natura, che è incomparabilmente più potente e grande, quanto di usare tutti i beni mentali, spirituali e fisici di cui sono dotati per esplorare ciò che la Natura sviluppa nel mondo, ma con l’umiltà dettata dalla conoscenza e dal rispetto del limite che gli uomini saggi ben conoscono e accettano; infine, nel bellissimo dialogo tra i due filosofi neo-platonici Plotino e Porfirio, maestro e allievo, ma in questo caso quasi dei prestanome per un Leopardi che evolve nelle sue opinioni morali sulla vita e sul suo valore, si possono individuare alcuni profondissimi aspetti filosofici, che danno al dialogo stesso il valore di un’epigrafe etica tra le più elevate del pensiero ottocentesco.

Se Porfirio-Leopardi più giovane disdegna il valore intrinseco della vita, anche se colma di sofferenze, Plotino-Leopardi più vecchio recupera di contro questo valore come accettazione della elevatezza spirituale, scelta per la vita comunque, al di là di ogni fuga suicidiaria, che è egoista in quanto evitante, e di una scelta che tiene conto del consorzio umano, del fatto che ogni uomo è nel contesto dell’umanità tutta, cui deve rispetto e attenzione per il comune destino.

L’etica di Leopardi è portatrice di una visione del mondo stoica, non mai scettica, e chiaramente aperta alla verità del cuore e degli atteggiamenti conseguenti. Leopardi non tradisce mai se stesso, né si lascia prendere la mano da un pessimismo di maniera, né cosmico né autobiografico: egli è consapevole delle difficoltà presenti in ogni esperienza di vita, segnato dalla propria in profondità fin dall’infanzia, ma non recrimina, non eleva alti lai contro la sorte, contro il destino, ma si limita a constatare che l’uomo, creatura tra tutte quella consapevole del meraviglioso dramma di essere-al-mondo, gettati nel mondo, ha da accettare questa condizione, che è un bene in sé, un appartenere all’essere e all’averne coscienza, e piena contezza.

In questo essere-nel-mondo l’uomo opera e opera secondo una morale che, nel caso suo, fa a meno del Dio delle religioni, ma accoglie fino in fondo la creaturalità dell’umano, il limite, la perduranza del dolore, la precarietà del vivere.

E la sua poesia, specie quella di alcuni degli idilli maggiori, come L’infinito, come Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, come La ginestra, suo penultimo canto, si correla armoniosamente con i pensieri delle Operette Morali, in una sinfonia di filosofia poetante o di poesia pensante, e mai l’apparenza (o l’apparire) di un ossimoro fu meno probabile.

Giacomo Leopardi in questo senso ha gli occhi e il cuore di un veggente disincantato e perfino ironico, a volte, mai abbandonato alla disperazione, ma sempre dignitosamente aggrappato alla sua forza vitale, alla ricerca di forme sempre nuove di bellezza e di verità. Egli “vede” -precorrendoli- i tempi successivi, come se il futuro, le aspettative, la contemporaneità gli comparissero davanti in un nitore abbagliante, con tutte le contraddizioni, le illusioni, le false promesse e le profezie fuorvianti di altri profeti, o sé putanti tali, quelli sì arrogantemente protesi a insegnare a vivere a tutti.

Operette nel senso di “piccole opere”, umiltà vera e non falsa modestia di un uomo cui dobbiamo essere grati non solo per la sublime poetica, ma anche per un pensiero profondo e onesto, limpido e incondizionato. Grazie per sempre, piccolo grande amico, conte Giacomo da Recanati.

“Equilibrio” è il nome della felicità

L’abusato termine “felicità” deriva dall’etimo sanscrito “fe”, che ha significato di fecondità. In greco si dice makarìa, con un significato più simile a “gioia”, parola molto apprezzata da Joseph Ratzinger, e non banalmente. Il latino ne ha recepito l’etimologia indoeuropea con “felicitas”.

Nell’accezione comune, derivante dalla cultura filmico-televisiva delle telenovelas, aggiornamento contemporaneo dei romanzi d’appendice di fine ‘800, la felicità sembra essere il fine auspicabile  e raggiungibile di uno stato di vita.

Non è così, perché ciò è pura illusione. Non si dà veramente mai “…e vissero felici e contenti“, contenti magari sì perché è un accontentarsi, sentimento nobilissimo e realistico. Non si può dare in assoluto la “felicità”, perché presuppone uno stato di continuità irrealistico, ingenuo e perfino un poco stupido. La vita fisica e quella psichica, generata dai tre fattori ineludibili come la genetica, l’ambiente vitale e l’educazione, sono determinate a essere in una strutturale indeterminazione e im-prevedibilità. Il dolore e la malattia, il distacco da una persona cara o la sua morte, possono sopravvenire in qualsiasi momento e allora anche uno stato di benessere, che si può chiamare “felicità” va a farsi benedire.

Qualcuno sa che alcuni anni fa scrissi a quattro mani con l’amica psicologa Anita Zanin un volume dal titolo “Educare all’infelicità”, proprio per mettere in guardia educatori e genitori da facili buonismi illusori nei confronti di figli e allievi, perché la vita presenta quotidianamente prove che ci portano a confrontarci con il bene e con il male, con il dolore e la sofferenza, con la mancanza e con…  momenti di gioia.

Si deve dunque considerare in situazione la relatività del benessere: infatti, quando si supera uno stato di dolore o di mancanza vi è un rasserenamento; quando da una malattia si passa alla convalescenza, pur non essendo ancora nel pieno delle forze, si prova “gioia”.

Un esempio pratico che mi riguarda e che chi mi conosce o legge questo sito da tempo ha già sentito raccontare. La genetica e i miei costumi esistenziali mi hanno dato un fisico di rara forza e resistenza. Bene. Due anni fa, diagnosticatami  la rottura del menisco interno destro, vengo operato in day hospital, dimesso in serata, ma con una piccola (!) dimenticanza: un’arteriola lasciata aperta. Nottetempo emorragia maggiore, difficile da guardare, pronto soccorso, salvo perché ho emoglobina naturale a 16 come il povero Pantani. Tentativi di toglimento di sangue e siero a freddo inutili. Re-intervento chirurgico dopo due giorni con le prime e uniche quattro notti passate in ospedale in tutta la mia vita. Emartro gigantesco, gamba dimagrita, crollo a settantun chili dai miei abituali settantanove/ ottanta per centottantacinque centimetri. Il fisioterapista che mi prende in carico mi dice che spera non vi siano danni alle cartilagini dovuti a sangue e siero corrosivi. Mi vede in due mesi almeno venti volte, dolore fortissimo nel trattamento robusto che ritiene di praticarmi, mi rimette in piedi e in bici come e meglio di prima.

Ero nel dolore, anche perché non abituato, ma quando ho visto i miglioramenti e la ripresa sono stato immediatamente in uno stato di gioia, di ritrovato equilibrio.

In un altro caso recente, sempre legato allo sport praticato, il ciclismo, una zoppia induce un sanitario a esprimere un’ipotesi di diagnosi un poco frettolosa circa  l’origine del dolore muscolare, e abbastanza infausta. Mi rifiuto di farmi ricoverare d’urgenza, faccio una risonanza magnetica che manifesta una mera contrattura da sforzo con versamento ematico, riassorbito con alcune fisioterapie e la continuità sportiva. Ho passato una settimana d’inferno prima della RM, ma poi la gioia della scoperta del limite del male e della sua rapida risolvibilità.

Gioia dunque, non felicità, gioia dentro il dolore, nel continuo andirivieni delle condizioni della nostra vita, fisica, psichica, emotiva, affettiva, spirituale.

Altre narrazioni potrebbero arricchire questo mio scritto, relativa a dimensioni più emotive e spirituali, che hanno visto recentemente alternarsi gioia e dolore nella mia vita, ma mi consenta il gentil lettore di soprassedere, tornando al tema iniziale, che asserisce l’impossibilità reale di una “felicità piena e continua”, e la preferibilità di denominarla con un termine meno cinematografico, cioè “equilibrio”, ebbene sì, tra gioia e dolore.

Al mio gentile lettore consiglio di riflettere su questo tema, considerando comunque la bellezza di ogni vita, nella libertà che ci dà il nostro essere unici e irripetibili, e la nostra dignità personale imperdibile e intoccabile.

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