Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Edgar Morin, Giuseppe Conte, il “nuovo umanesimo” e la scimmia assassina

A Piacenza una donna, l’ennesima, Elisa, è scomparsa sulle colline. 28 anni, carina, un uomo di 45 è uscito di testa. Chissà.

Silvia è sparita in Kenia, forse ora è schiava dei folli Al Shabab, in Somalia, i Somali sono pericolosi, magri, veloci, spietati.

E questi, assieme ad altri feroci episodi, caratterizzano molto dell’attuale condizione umana, che si sta rivelando ancora essere in parte scimmia ferina, antropoide assassino.

Sul Sole24 Ore della Domenica di oggi, 1 settembre 2019, il genetista Guido Barbujani fa il punto sulla genetica e sull’ignoranza aggressiva (tra le varie ignoranze) in tema. Trascrivo alla lettera alcuni passaggi.

“(…) Nel febbraio 2018 mi chiamano a parlarne in un programma televisivo, e l’intervista finisce poi su Youtube. Qualche tempo dopo mi viene la curiosità di leggere i commenti. Sono parecchie pagine. A parte quelli che danno per scontato che l’umanità è stata manipolata geneticamente dagli Anmunaki, vengo definito ciarlatano, prezzolato, becero, merdoso moralista, ultimo genetista darwiniano scovato chissà dove, cartomante abbruttito dalla miseria, ebete. Copio qui il parere di un signore che si firma aramb10: Sicuramente Barbujani è ebreo, come Barbara Spectre. Ebreo del cazzo. Non è colpa mia neanche se sei un Ebreo lebbroso e in passato la tua stirpe è stata salvata (purtroppo) anche se piangete sempre per la shoah. (…) Lasciare l’ultima parola a un ebreo di mmmerda come te è un attributo positivo di chi rispetta l’umanità ma ne distingue le razze, specialmente con la tua, e poi dimmi di che etnia è il tuo cane ops o di che razza. Le razze esistono idiota, che poi la tua sia da eliminare questa è altra cosa, anzi la cosa.

Barbujani non reagisce a un commento di tale bassezza, ma io sì, e spero che aramb10 legga il mio blog. Il suo scritto è, non solo rappresentazione inequivocabile di un’ignoranza scientifica sesquipedale, ma anche di una rozzezza argomentativa quasi insuperabile, anzi di una privazione totale di logica e soprattutto, e per me è la cosa più grave (forse), di una cultura daterzamediaforsepresachissàcomealbardello sport di uno sperduto borgo di fantàsia. Il nulla. Bene.

Torno al paziente scienziato Barbujani, riprendendo alcune sue considerazioni iniziali.

“Parliamo di genetica. La pelle non lascia fossili, ma oggi esiste un metodo di machine learning, una forma di intelligenza artificiale, che permette di capire di che colore fosse la pelle di persone del passato, se nelle loro ossa è rimasto un po’ di DNA. Il margine di errore, al momento, è sotto il 4%. Genetisti inglesi sono riuscii a estrarre DNA dai resti, conservati al Museo di Storia Naturale di Londra, di un uomo di 9mila anni fa: il Cheddar man. Il risultato è stato sorprendente: Cheddar man e altri suoi contemporanei, in Spagna, Svizzera e Lussemburgo, avevano pelli molto scure (e, tre di loro, occhi azzurri). Insomma gli Europei hanno conservato molto a lungo, fino al mesolitico, la pelle scura dei loro antenati africani.”

E allora, ben poco caro aramb10 e altri che la pensate come lui, quanti siete? Per me finisce qui, sperando in una vera e propria redenzione intellettuale in molti. Alcuni ne conosco anch’io, ma non mi leggono, o non hanno le palle per commentare quello che scrivo in questo blog.

Per quanto riguarda Barbujani, non mi sono chiesto neanche per un attimo se sia credente o a-teo, se per lui il Dio-uomo (che è la visione top-down del credente), la dimensione teandrica, o l’Uomo-dio (che è la visione bottom-up del non-credente dai tempi di Democrito e, passando per Feuerbach, fino a noi) siano concetti da considerare, magari non nell’ambito della sua scienza, la biologia, ma in ambito teo-logico, cioè là dove ci si chiede qualcosa su Dio e sul rapporto che Egli, ove esista, abbia o non abbia con noi, con l’uomo. Non mi interessa, ovvero, potrebbe interessarmi se ci conoscessimo. Per ora mi basta sapere che è un ricercatore meritevole di grande rispetto, anche per il suo garbo e la sua capacità di sopportazione degli insulti da parte di chi non ha né arte né parte.

Altro tema: il discorso che il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto in sede programmatica del nuovo governo. Egli ha citato il “nuovo Umanesimo” (sperando io che non l’abbia fatto su suggerimento dell’ing. Casalino, ma che sia farina del suo sacco), come indirizzo filosofico del suo prossimo agire. Intanto mi compiaccio che abbia ritenuto utile partire dal sapere filosofico per poi parlare di politica, ma mi piacerebbe capire meglio.

Intanto, noi occidentali neo-latini sappiamo che il concetto è rinascimentale, risalente a studiosi come il grande Giovanni Pico della Mirandola, filosofo neoplatonico fiorentino, del giro del Magnifico Lorenzo, e lo fa risalire alla Humanitas latina, presente nella grande letteratura imperiale, in Cicerone, in Virgilio, in Ovidio, in Orazio, in Seneca e in molti altri, e che è di Terenzio il detto (ripreso da sant’Agostino), qui da me riportato a memoria (forse con qualche errore) “nihil humanum mihi alienum est”, cioè nulla di umano mi è estraneo.

Il platonismo umanistico-rinascimentale del citato Pico e di un Marsilio Ficino è stato lo snodo di un passaggio di rivalutazione dell’umano come soggetto intelligente e autonomo, dopo la stagione straordinaria della teologia scolastica tommasiana e bonaventuriana, la stagione dell’intelletto e della volontà come doni di Dio all’uomo, doni tali da renderlo libero. L’Umanesimo e il Rinascimento italiani sono stati una stagione di luce per il mondo, così come lo è stata, anche se in modo diverso, quella medievale. Dante fu il supremo vate del Medioevo, e il suo quasi contemporaneo Petrarca, il prodromo del futuro prossimo, loro.

Da Descartes in poi, fino a Nietzsche, e passando per Spinoza, Kant e Hegel, l’uomo si è guardato dentro, scoprendo di avere la possibilità di crescere, comprendendo sempre di più il mysterium del suo essere-nel-mondo, senza esser-del-tutto-del-mondo (fra costoro chi più chi meno).

Ed eccoci a una nuova polemica. Edgar Morin è un filosofo e pedagogista ancora vivente, quasi centenario. Anch’egli parla di “nuovo umanesimo”, penso io, intendendolo al modo dei classici e dei rinascimentali, cioè: il valore dell’uomo che può anche pre-scindere da Dio, ma non lotta contro il concetto di Dio e la credenza in Dio, come fanno gli atei militanti à là Margherita Hack o il Piero Angela, divulgatore di ateismo televisivo. Massoni impliciti, non storici. E anche sulla massoneria si dovrebbe fare un discorso più ampio ed equanime, storicamente fondato.

Sul richiamo al nuovo umanesimo fatto da Conte, è intervenuto qualche dì or sono il padre Livio di Radio Maria, con una conferenza di ottimo livello, pacata e documentata. Il suo pensiero su questo nuovo umanesimo è negativo, perché ne vede gli aspetti più deteriori e superbi, connotati da un’illusione ottica: la convinzione che l’uomo possa bastarsi e che ogni sguardo nell’altrove sia inutile, se non deleterio.

Non sono in buona parte d’accordo con il religioso scolopio per un paio di ragioni, una teo-logica e l’altra filosofica: la fede non deve temere mai la cultura, la ricerca dell’uomo su di sé e sulla natura; inoltre, l’uomo è un essere capace di meraviglia (Platone, Aristotele, ma anche Agostino), per cui ogniqualvolta le sue conoscenze aumentano, può aumentare anche la glorificazione del Divino, declinato come Dio-Padre, Figlio e Spirito. Caro padre Livio, non temiamo chi non è da temere, come Barbujani, ma da aiutare e ammirare. Piuttosto, combattiamo con i fautori dell’ignoranza, come il gran partito che si è recentemente castrato da solo e quello rappresentato dai suoi ex alleati di nuovo al governo dell’Italia. Combattiamo contro i fanatici di tutte le risme, new age religiosi, terrapiattisti, vegani intolleranti, animalisti senza se e ma, etc.. Questa è la battaglia da fare, non contro il “nuovo Umanesimo”, che può invece rappresentare una vera rinascita, un nuovo Rinascimento, così come accadde mezzo millennio fa, e si irradiò in tutta Europa.

Anche il professore Michele Ciliberto la pensa più o meno come me, affermando in un suo volume recente (Il Nuovo Umanesimo, ed. Laterza) che oggi sia possibile un nuovo umanesimo. Oggi occorre ripensare alla condizione umana, che oggi vive un periodo drammatico. Egli scrive “È il punto che ha colto con grande acutezza Papa Francesco il quale si è reso conto che le fondamenta di un intero mondo sono ormai finite e che oggi sta nascendo in modo faticoso e talvolta tragico una nuova realtà, per molti aspetti sconosciuta. Basta pensare, per fare solamente un caso, a ciò che significano, per il destino dell’Europa, le ondate di immigrati che si rovesciano senza sosta sul nuovo continente. Da qui a pochi decenni il nostro sarà un mondo compiutamente multiculturale, multi-religioso, multi etnico. Questa è la realtà e non serve pensare che si possa contrastarla costruendo steccati o addirittura, come pure è avvenuto, reticolati. Sono destinati a saltare. (…)”.

La battaglia da fare è quella della conoscenza come diritto inalienabile, parte del diritto all’auto-determinazione individuale e alla libertà di pensiero e di scrittura, di azione e di scelta, sempre nel rispetto delle leggi giuste e come la nostra costituzione repubblicana, che va certamente aggiornata in alcune parti, ma sempre mantenendo i suoi straordinari principi e valori umanistici e rispettosi di ogni scelta filosofica e religiosa.

Per una critica della ragione ipocondriaca, sulle ardue tracce di Schopenhauer

Noto ai più (chissà se è poi vero?) che la struttura di persona dà pari dignità a tutti gli umani e che la struttura di personalità dice l’irriducibile unicità di ciascuno, qui affermo e dico – apoditticamente per ora – che non solo siamo diversi l’uno dall’altro, ma che ci differenzia anche la minore o maggiore capacità di pensiero. Beninteso non sto scrivendo che, contro le ricerche neuro-scientifiche più recenti e affidabili e contro la stessa evidenza dei fatti, vi siano persone che non hanno il dono del pensiero, ma che vi è un numero cospicuo di esse che hanno questo dono naturale in misura minima, insufficiente. Persone che comunque votano e quindi decidono come chi ha una dotazione sufficiente o buona o eccellente.

Per i grillini, addirittura, non solo uno vale uno, ma quell’uno vale per stabilire una linea politica se vota su un sistema informatico governato da una esserreelle privata, e il numero dei votanti, contro i 50 milioni di aventi diritto in Italia, è di qualche decina di migliaia.

Cioè: io che sono informato, studiato e culto, e non pochi altri che conosco, e che hanno caratteristiche analoghe alle mie, devo farmi decidere la vita da gente che spesso è carente sotto il profilo della capacità di pensiero, come si evince dal profluvio di bestialità che si leggono sul web, di gente incapace di pensiero critico, di un benché minimo se pur rozzo sillogismo naturale (dico, quelli di mia nonna Caterina, con la sua terza elementare), provvista di un lessico grezzo e minimale, di una grammatica e una sintassi che riflettono una profonda ignoranza letterale e una altrettanta arroganza verbale: ignoranza e arroganza, lo sappiamo, sono direttamente proporzionali tra loro. Siamo circondati da persone di questo tipo. La fatica che faccio, talora, a sopportarle, è improba, perché in queste persone manca la benché minima umiltà, poiché sono solo capaci di dire, di ascoltare per nulla.

Platone sosteneva che al governo dovessero andare le persone competenti e che tale oligarchia della mente fosse la più adatta al governo della cosa pubblica. Aristotele definiva la politèia come la più nobile delle arti umane.

Qua, ora, sta accadendo invece l’incontrario.

Perché parlo di una ragione ipocondriaca? Può l’ipocondria come nevrosi essere provvista di ragione? E’ un atto di presunzione quello che sto descrivendo in queste righe? E’ superbia? E’ vanagloria? Proviamo a riflettere.

Non mi pare sia vanagloria, perché non sto vantando conoscenze che non ho e di ciò mi “faccio perfino bello” (si fa per dire) di fronte al mondo; non mi pare sia superbia, poiché non penso di essere esentato da un’etica del fine che rispetta la struttura umana, limitandomi a dei giudizi sulle differenze tra umani; non mi sembra sia presunzione, perché non presumo altro rispetto a un qualcosa di facilmente mostrabile, per comunicazione di notizia e per tutta evidenza… e infine, non mi pare sia manifestazione di ipocondria, a meno che non si ritenga che segnalare gli altrui limiti e differenze non configuri questo grave difetto psico-morale.

Espressomi con questo articolato syn-logismo, mi permetto allora di affermare che questo tipo di “ipocondria”, cioè di paura per la propria incolumità psico-fisica, (a questo punto virgoletto il termine, per non equivocare), ha una sua ragion d’essere, e non va confusa con la mania di persecuzione altrimenti detta paranoia. Non posso essere giudicato paranoico se mi permetto di confrontarmi con un Dibattista o un Vitocrimi e di concludere che tra me, e non pochi altri, e questi signori vi è, senza alcun dubbio, se fanno fede i loro interventi, un abisso di differenza culturale, etc etc. o no? Per evidenza, dico, differenza che risulterebbe chiarissima se vi fosse l’occasione di un confronto davanti a terzi.

Caro lettore, è ovvio che non mi sto vantando (anche se a uno sguardo superficiale potrebbe parere che sì), ma sto guardando le cose da “ipocondriaco sano”, impaurito dalla vertigine che mi dà tanta incompetenza così vicina al potere. Mi spaventa che questi tizi, cui si possono aggiungere a piacimento leghisti, a partire dal sottufficiale loro capo, pidini e fascisti di vari generi e specie, possano usare il potere che hanno o che potrebbero avere. Ad libitum,

Di seguito propongo un testo clinico sull’ipocondria:

Un paziente è definito ipocondriaco (affetto da ipocondria) quando continua a male interpretare alcune sensazioni corporee nonostante abbia ricevuto rassicurazioni mediche pertinenti, valide e ben fondate, e nonostante abbia le capacità intellettive per comprendere le informazioni ricevute.

Nell’ipocondria la preoccupazione può riguardare le funzioni corporee (per es. il battito cardiaco, la respirazione); alterazioni fisiche di lieve entità (per es. piccole ferite o una saltuaria allergia); oppure sensazioni fisiche indistinte o confuse (per es. “cuore affaticato”, “vene doloranti”).

La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente.

In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca).

I soggetti con l’ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, ed a causa di osservazioni, sensazioni o eventi che riguardano il loro corpo.

La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale della immagine di sé, un argomento abituale di conversazione, e un modo di rispondere agli stress della vita.

 

Ebbene, io temo per me e non solo per me che il potere gestito da figure come quelle citate e loro affini, possa farmi molto male. Ho paura, perché questi sono inconsapevoli, non del tutto responsabili dei loro detti e azioni, e ciò si deduce dall’improbabilità razionale degli stessi, dalla rozzezza dei ragionamenti, dalla contraddittorietà degli interventi, da quasi tutto il loro agire.

Vi è, dunque, una ragione ipocondriaca ed è oltremodo legittimo sottoporla a una critica, a un giudizio, a una chiarificazione dimostrativa della sua pericolosità materiale e morale. Come altrove più volte ho scritto, il rimedio è lo studio umile e paziente, la cultura che si fa con la fatica, l’onestà intellettuale, la generosità evangelica e semplicemente umana, la capacità di ascolto, il riconoscimento dell’altro, anche di chi ti insulta senza ragione perché non ha ragioni logiche, né pensiero critico, né conoscenza.

Arguzie e facezie, nonché quisquilie “stelliniane” di mezzo secolo fa

Ancora la memoria del carissimo e valoroso amico Nando, o Ferdinando che dire si voglia, tanto gerundio era, è e rimane tale, pesca dallo sterminato compendio di aneddoti risalenti al precedente secolo e millennio, che la frequentazione del nobile Regio ginnasio-liceo udinese, eredità barnabitica e napoleonica, produsse con dovizia di impegno da parte di molti, irrorata da anni spiritosi e da spiriti impetuosi, o il contrario… ma fai tu, caro lettore, come desideri.

 

La vittoria del fazzoletto

Guai a distrarsi. Dovevamo tenere sempre desta l’ attenzione se volevamo riuscire a contrastare, dentro e fuori le mura del Regio Liceo, la mugghiante reazione anti-libertaria che mirava a tenere gli studenti nel comodo posto loro assegnato, quello tra gli imbambolati ippocampi e le bitorzolute oloturie. Un impegno enorme, che richiedeva tante energie ed una volontà di ferro. Quel giorno tuttavia abbiamo rischiato di essere presi sul fianco destro, quello meno presidiato. L’eccellente collega ed amico Renato Pilutti, noto per le sue brillanti performance scolastiche (tanto scritte che orali) in tutte le materie , aveva ricevuto, su un foglio accortamente piegato in quattro, una poesia con dedica, da tale Adele, una sorta di valchiria bionda che per scelta si era fatta bocciare più e più volte così da continuare a rimanere una candida ginnasiale. Mitico il ricordo di lei che durante il rinfresco di Carnevale, in classe, dopo averlo ubriacato, aveva cercato di concupire dietro la lavagna, uno dei più repellenti fra gli insegnanti dell’Istituto. Una sorta di Huriah Heep dallo sguardo inquietantemente alieno ed un sorriso da coniglio. Che il Messaggero Veneto, con il tripudio della plebaglia implume ma feroce, aveva immortalato sulle sue pagine, mentre i Vigili del Fuoco cercavano di recuperargli le dita incastrate in una macchinetta distributrice di chewingum, sferici e variamente colorati. A Renato, già dai primi versi tuttavia, appariva evidente la natura altamente provocatoria ed impudicamente sessuale del messaggio ricevuto. Colto da comprensibile turbamento, con le gambe che leopardianamente facevano giacomo giacomo, Renato avverte allora il bisogno di sedersi e di chiedere a me consiglio su come divincolarsi da quelle spire bizzarre, sicuramente non cercate, provando ad escludere il delitto come soluzione francamente definitiva. Con perizia stende un fazzoletto su una mattonella del corridoio, così da poter chiedere conforto alla parete e discettare nelle migliori condizioni possibili con il sottoscritto, evidentemente ritenuto (ne vado fiero) un esperto di esseri fantasticamente sotto-naturali. Mi accovaccio al suo fianco, pur non disponendo di fazzoletto, giusto in tempo per assistere ad una scena che ci avrebbe tolto dai guai. Come in una sequenza filmica al rallentatore, Adele passa dinnanzi a noi tenendo per mano un morettino riccioluto che sembra avere una decina di anni meno di lei e che, inebriato ed orgogliosamente impettito, si libra a mezzo metro dal suolo. “E’ fatta Renato, la maliarda ha rinvenuto la sua vittima sacrificale, sei fuori dal tunnel… EVVIVA!”. Un lampo di felicità destinato a durare poco. Il Professor Zepparo, che di lì a poco ci avrebbe tenuto lezione, entrando in aula nota la nostra posizione inusuale e ci apostrofa: “Alzatevi subito, non si sta seduti sul pavimento del corrrridoio”. Con una calma da sapiente cherubino, Renato replica prontamente e con tono pacato: “Professore mi scusi, lei è tratto in inganno. Non sono seduto sul pavimento, ma su un fazzoletto. Non credo vi siano norme che impediscano di sedere su un fazzoletto, almeno così ritengo”. A sostegno dell’arguta difesa mi alzo e mostrando le terga aggiungo: “Professore, lei ha ragione nel mio caso perché come vede sono del tutto disadorno. Ma il collega Pilutti siede su un fazzoletto, tra l’altro a mio avviso di pregevole fattura, e mi risulta che la convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo prevedano questa condizione come condizione da tutelare, se non proprio da estendere.” Nel frattempo Enrico Barberi, sempre prodigo di solidarietà in situazioni come questa, si acquatta anch’egli. “Professore, io sono seduto su una copia di Lotta Continua, è proibito ?”. La discussione finisce per assumere i contorni dell’epidemia e quasi tutti gli originaloni di quel caravan serrail che era la Sezione F, danno corso ad una estesa rappresentazione teatrale, rigorosamente priva di testo, ma non per questo meno passionale. “E’ pur vero che non è la sua materia professore – puntualizza Claudio Giachin – ma il collega Pilutti le ha posto una osservazione di natura squisitamente filosofica, alla quale lei sta opponendo argomentazioni senza senso”. “Ah, è così? Domani mi porto un trespolo, mi appollaio su e voglio vedere cosa succede”. “Zepparo ce l’ha con noi perché non capiamo mai e poi mai quello che dice”. La pressione ai bulbi oculari dell’insegnante stesso raggiunge preoccupanti livelli da record, in drammatico contrasto cromatico con il completo color pisello abitualmente indossato. Clicca più volte la penna in maniera parossistica e si dirige verso la cattedra con una intenzione intuibilmente repressiva. Dopo un cenno rapido alla combriccola vociante, entro anch’io e mi chiudo la porta alla spalle. “Professore si fermi adesso – affermo con lo sguardo più accigliato possibile – , non sia insensato. Vuole scrivere una nota al più bravo studente di questa scuola solo perché non ha colto la sua sottigliezza? Vuole proprio che qui dentro scoppi un altro Vietnam ?”. Il riferimento (forse un pò esagerato) al Sud Est asiatico, al delta del Mekong e alle offensive del Teth si sono rivelate sufficienti a neutralizzare la situazione. Il fazzoletto di Pilutti ha vinto alla grande e quella volta la nota sul registro non c’è stata. E Adele ? Credo che quella furbacchiona abbia giustamente continuato a divertirsi, inseguendo un sapore di libertà che non a tutti è permesso neppure comprendere.

 

Il Regio Liceo-Ginnasio Jacopo Stellini e la Santa banana che lo teneva in piedi

La scolarizzazione di massa aveva riempito il tempio della borghesia bene di Udine di un confuso esercito di aspiranti a non si sa bene cosa, ma così fastidiosamente numerosi da obbligare le autorità scolastiche a fare i conti con gli spazi a disposizione. Fu così che iniziammo la IV Ginnasio in solaio, in uno stanzone poco invitante, disadorno, dai soffitti meno alti rispetto agli altri piani, e annunciato, sul pianerottolo, da due grandi armadi in legno scuro, uno dei quali scoprimmo essere pieno, inspiegabilmente, di tutoli secchi (torsoli di pannocchia). Un lodevole spirito di adattamento ci portò ad accettare quella logistica, senza immaginare che sarebbe stata sede di episodi incomparabili, degni di narrazione. Fu lì ad esempio che Sergio Di Giovanni stramazzò al suolo fulminato da un colpo di chiave della canonica (mezzo chilo di ferro) che il nostro insegnante di religione (Don C/Annibale) gli indirizzò sul capo con inusitata vigoria, perché colpevole di avere riso durante la sua lezione. A nulla era valso il mio timido tentativo di attribuire la risata non alla disarmante lezione del troglodita  ma ad una mia battuta innocente sul davanzale fiorito della morosa del malcapitato, che ogni tanto indirizzava allo stesso occhiate da cerbiatta. Fu lì che Enrico, già atleta della Libertas Udine, volle saggiare la tenuta del pavimento saltando a piè pari da due banchi sovrapposti, con il risultato di provocare il distacco e il deflagrante schianto di una palla luminosa di vetro nella sottostante Segreteria. Quando da quest’ultima si fiondarono da noi per conoscere le cause del trambusto (si sosteneva che tre devoti servitori dello Stato avessero rischiato la ghirba), fece da contrappeso il più estatico rapimento mistico collettivo cui abbia mai assistito. Ma la cosa più densa di significati e punti di riflessione, la si deve a Francesco Bianchini (meglio noto come Checco). Figlio unico, godeva dell’amore incondizionato dei suoi genitori, che ritenevano doveroso munirlo, ogni sacrosanto giorno, di una banana per colazione. Il frutto peraltro doveva avere il giusto grado di maturazione, reso evidente dalla picchiettatura scura sulla buccia. Quel giorno particolare ci vennero consegnati i compiti svolti, e al povero Checco era toccato un voto particolarmente infamante (molti altri erano infamanti ma non a quel punto). Rimase fissamente catatonico sino al quarto d’ora di intervallo. Al suono della campanella, quasi fosse un segnale, profferendo frasi sconnesse, assai fantasiose e cariche di effetto, afferrò la banana e la scagliò violentemente verso un angolo del soffitto. Miracolosamente, contravvenendo alle conclamate leggi della fisica, quel amalgama giallognolo non cadde al suolo, ma rimase lì, dove il suo proprietario l’aveva indirizzato. Le ore passavano, i giorni passavano ma il distacco non avveniva. Il sottoscritto, con Massimo Frizzi ed Alberto Francois, pensò allora che la sezione F era stata teatro di un evento celestiale, carico di strane atmosfere, e che tutto ciò doveva trovare la giusta cornice di risalto. Alla spicciolata, portammo qualcuno delle altre classi a vedere la cosa, e le positive reazioni raccolte ci consigliarono ti tentare coraggiosamente il business: far pagare il biglietto come si faceva per le Grotte di Postumia. Alberto (Frank 84, dato che era un patito dell’Equipe di Maurizio Vandelli) dedicò tutto il suo estro artistico per elaborare un prototipo di biglietto all’altezza del freak. Ma quella maledetta banana pensò bene di spegnere all’improvviso la sua prodigiosa funzione, finendo miseramente a terra. A quest’ora avremmo potuto essere ricchi sfondati come i Krupp ! Ah, dimenticavo. In uno dei due armadi di legno, successivamente svuotati dei tutoli, il bidello Superman (era alto meno di un metro e mezzo), trovò Enzino e Rosanna che, al buio, limonavano con trasporto. La repressione statale si fece sentire arcigna, con un sonoro giorni di sospensione per gli audaci , ma soprattutto con la chiusura a chiave degli armadi stessi, non perché troppo scuri dentro e fuori, ma perché giudicati troppo invitanti. Attribuendo forse al tutolo un qualche significato simbolico di natura insospettabilmente erotica.

(Ferdinando Ceschia)

 

E, stellinianamente, de quo…satis.

Noa Pothoven non c’è più perché

si è tolta la vita ad Arnhem in Olanda, dove c’è una legge che permette il suicidio assistito dopo il compimento dei sedici anni, ma in questo caso lo stato non c’entra. Noa lo ha fatto a casa, pare, lasciandosi morire di fame. Voler morire, decidere di morire e poi morire interpella i più profondi precordi dell’anima.

C’è chi organizza i viaggi in Svizzera dall’Italia come la società Exit, il cui amministratore dice che il suo lavoro è come un altro e lui si limita a offrire (a pagamento) solo un supporto tecnico-logistico. Cercalo sul web, gentile lettore, ché vale la pena, per renderti conto fin dove può arrivare il freddo cinismo di qualche affarista, di qualche umano. E poi vi sono militanti radicali disponibile ad a accompagnare in Svizzera chi vuol chiudere la vicenda terrena per ragioni visibilmente comprensibili. Mi riferisco in particolare al caso di Fabiano Antoniani, più noto come Dj Fabo, di cui qui ho già scritto.

Non è banale decidere per il suicidio, fenomeno studiato da molti, fin dalle tesi degli antichi filosofi stoici, Seneca in primis, che si suicidò, certamente per ordine di Domizio Enobarbo, l’imperatore Nerone, senza attendere che qualche sicario lo uccidesse, nel caso in cui non avesse obbedito al “cesare”.

Condannato dalla dottrina morale cristiana che ritiene la vita umana bene indisponibile all’uomo, perché dono di Dio, il suicidio è stato studiato molto bene da Émile Durkheim nel 1897. Il sociologo francese era filosoficamente un positivista collettivista, per cui la società, per come è fatta, per i valori o disvalori che ha, per i problemi che pone, è ben più importante dell’individuo per la presa di decisione suicidiaria. Egli scrive:

«Se iniziamo dall’individuo, non saremo in grado di capire nulla di ciò che sta accadendo in un gruppo […] Di conseguenza, ogni volta che un fenomeno sociale viene spiegato direttamente indicando un fenomeno psicologico, possiamo essere sicuri che la spiegazione sia sbagliata”.»

Inoltre, pensava che un fenomeno sociale si potesse spiegare solo esaminando un altro fenomeno sociale, credendo in una sorta di meccanicismo causa/ effetto. Infatti afferma:

«Il suicidio coincide negativamente con il grado di integrazione nei gruppi sociali a cui l’individuo appartiene. […] Ci deve essere quindi una forza nell’ambiente comune che colpisce tutti nella stessa direzione, e il numero di suicidi individuali sarà alto o basso a seconda di quanto forte o debole sia questo potere”.»

Il suicidio. Studio di sociologia (titolo originale Le Suicide) è il testo a cui mi sto qui riferendo. Durkheim è convinto che la situazione sociale  condizioni le scelte individuali, in particolari situazioni di fragilità psicologica, fino quasi a coartare la scelta personale. Dal web: “Le statistiche mostrano che il suicidio è un fenomeno sociale normale: è un fenomeno regolare presente in molte società e, all’interno di ciascuna società, i tassi di suicidio si evolvono relativamente poco: Ciò che questi dati statistici esprimono è la tendenza al suicidio della quale ogni società è afflitta collettivamente“.

Lo studioso cercò in un primo momento di individuare le cause del suicidio e in seguito di proporre una sorta di classificazione dei tipi di suicidi, in base alle loro cause.

Venendo alla situazione attuale, da un punto di vista giuridico-legale in qualche stato è legale il suicidio assistito, nel quale il medico aiuta chi ha deciso di togliersi la vita, e differisce dall’eutanasia, poiché in questo caso il soggetto provvede a somministrarsi le sostanze mortali in modo “volontario” e autonomo.

Il tema interpella etica e religione, fortemente, e non è affrontato con superficialità in nessuno degli stati dove è ammesso. Belgio, Olanda, Colombia, Lussemburgo, Svizzera, e anche Oregon, Washington, Montana e California negli USA lo regolamentano.

Noa Pothoven, vittima di due stupri, anoressica e depressa, precedenti tentativi di suicidio, si legge, non è stata in grado di uscirne. Come è stata aiutata? Le notizie relative alla drammatica vicenda parlano di vari tentativi di rinforzarla, senza successo. Il ministero della salute olandese vuole accertare “il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore” nei trattamenti somministrati.

Lei aveva anche scritto un libro con la sua storia nell’intento di fare coraggio ad altri giovani fragili, ma una decina di giorni fa ha rivelato sui social di voler porre fine alla sua sofferenza psichica “insopportabile e senza speranza“. “E’ da tanto che non mi sento davvero viva – aggiungeva – respiro ma non vivo” ed esortava i suoi follower a non tentare di dissuaderla. Prevedeva perfino quando sarebbe arrivata la fine: “Entro una decina di giorni“. E così è stato. “Genitori e medici – riporta il Guardian citando proprie fonti anonime – hanno concordato di non procedere all’alimentazione forzata“, una pratica consentita dalle linee guida dei medici olandesi secondo le quali “se un paziente nega il consenso alle cure, chi ne ha responsabilità può smettere di prestarne“.

Il papa ha scritto: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza (…) la morte di Noa è una grande perdita per qualsiasi società civile e per l’umanità. Dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita“.

I Cinque Stelle hanno presentato una proposta di legge per l’eutanasia. Non so se e quanto abbiano approfondito il tema.

L’argomento di cui qui scrivo è di una delicatezza e profondità estrema, e le semplificazioni e le tecnicamente ignoranti considerazioni di non pochi, sui media e nella politica, non aiutano, anzi confondono. Perdere prematuramente la vita per un incidente o per malattia – purtroppo – appartiene all’esperienza comune, ma togliersela volontariamente (?) è cosa molto diversa. Torna in campo il tema della libertà. Fortissimamente. E qui rinvio al saggio di qualche settimana fa, scritto in questo sito, e a una sterminata letteratura filosofica, teologica, psicologica, sociologica e religiosa.

Per Spinoza e altri di varia provenienza teoretico-morale il suicidio, come ogni cosa-che-accade, appartiene al regno della “necessità” (ciò che non cessa), per cui non-può-non-accadere, in quanto coerente con tutti gli altri flussi causali che generano la realtà tutta.

Mio caro lettore, permettimi di dissentire da questo determinismo semi-assoluto. Non può essere che la decisione di togliersi la vita dipenda “solo” dal fatto che è previsto/ coerente-con-il-tutto la decisione suicidiaria, proprio per evitare che manchi un tassello alla… realtà. Anche accettando le teorie di Benjamin Libet dell’anticipazione (biologica) elettrochimica della decisione rispetto all’atto “libero”, non è plausibile che  non vi sia uno spazio di libertà in una decisione così drammatica, specialmente quando le “ragioni” sono di carattere psicologico-spirituale, e conseguentemente anche fisico, come nel caso di Noa o, più precisamente, nel caso del povero Lucio Magri.

Altro e diverso è il discorso di Dj Fabo. Il giovane uomo era in condizioni che definire terrificanti è un eufemismo, dopo un grave incidente stradale. La sua decisione è stata quella di cercare una fine che gli risparmiasse ulteriori tormenti. Il mio giudizio, da persona che è “uscita” (?) da una malattia gravissima, è improntato a un grande rispetto. Nel tempo e con l’esperienza ho anche cambiato idea rispetto a quella che nel 2008/ 9 mi ispirava a scrivere in un certo modo della povera furlanute Eluana, poiché ora su quella vicenda, vivendo e pensando e parlando con il dottore Amato, che la vide negli ultimi giorni, ho maturato una diversa posizione.

Libero arbitrio o meno, “proprietà” o “mandato” di ciascuno sulla sua propria vita, il tema del suicidio interpella i temi più profondi, delicati e difficili circa il valore della vita umana. E’ certo per tutti che la decisione di venire-al-mondo non è del soggetto, mentre è certo che, tecnicamente, il soggetto umano può decidere di togliersi la vita. La discussione, che deve essere sempre pacata, verte dunque su questo tema: se la vita sia un “valore” indisponibile alla volontà umana o meno. Non è una questione peregrina, poiché merita tutto il rispetto possibile e l’umiltà della ricerca e della competenza.

Se il papà o la mamma di Noa mi avessero contattato per aiutare la loro bambina, non so che cosa avrei potuto fare, chissà. Forse, utilizzando la filosofia pratica che, come si dice oggi, è una mia mia skill importante, forse – se coinvolto per tempo – si sarebbe stati capaci insieme – io e lei – di trovare un pertugio riflessivo per considerare che sarebbe valso la pena (?) continuare a vivere.

Le buone ragioni della bambina manipolata e mediatizzata e la sragione di Brenton Tarrant

Un certo fastidio mi dà, Greta Thunberg, caro lettore,  perché i bambini devono fare cose da bambini, e non essere usati dai grandi, sia pure per fini buoni. Ma vorrei capire di più di questa improvvisata piccola diva del web. C’è perfino qualche idiota che la sta candidando al premio Nobel. Conosco personalmente almeno una decina di persone che potrebbero meritare quel premio, e forse me compreso (sto scherzando?), ma non la piccoletta dalle trecce un poco unte. Non so se ha la sindrome di Asperger, se sì, mi dispiace, e la  bimba non mi piace di più per questo.

Apprezzando le loro buonissime intenzioni, mi piacerebbe sapere dove hanno buttato le cicche i trecentomila giovani che hanno sfilato per centinaia città del mondo, e le lattine di birra o le bottiglie di plastica, o i pezzi di hamburger… chissà se sono stati almeno un po’ coerenti con la loro giusta battaglia o se, una cosa è protestare con fresco vigore e un’altra è contribuire o meno alla pulizia urbana.

Chi si occupa di queste cose dovrebbe, prima di parlare, leggere almeno il libro di  Mark A. Maslin e Simon L. Lewis, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’antropocene, edito da Einaudi. Lì troverebbe qualche spunto per uscire dal genericismo e dalla propaganda. Sul clima e sulla geologia attuale della terra le cose sono molto più complicate di come intendono farla passare i politici e i gestori della comunicazione, in generale.

A Christchurch (pensa, caro lettore, Chiesa di Cristo) in Nuova Zelanda un ventottenne ha ucciso una cinquantina di persone in preghiera in due moschee e ne ha feriti altrettanti. Ho sentito sentimenti di vendetta qua e là, del genere “Ben gli sta… pensino al Bataclan“. Sulle armi aveva scritto i nomi di quelli che lui riteneva difensori della superiorità bianca, da Carlo Martello a Luca Traini (sic), passando per Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo condottieri veneziani a Lepanto. I due erano al comando delle potentissime galeazze che frantumarono il centro della flotta turca.

Certamente si sta vivendo una fase storica nella quale “subculture” come il sovranismo nazionalista, il suprematismo bianco, l’estremismo islamista  e il settarismo esoterista, stanno minando le basi del ragionamento razionale del sapiens.

Sembra che più diventiamo colti e “scienziati”, più la medicina ci salva e ci fa stare meglio, più riusciamo a ridurre la fatica e lo sfruttamento, e più si ampliano sentimenti e modi di pensare assurdi o violenti, in un turbinio di neo-nihilismo auto-distruttivo e irrazionale.

Altri centri di interesse di questi giorni confusionari: Trump, campione della menzogna, la Cina, colosso gentilmente aggressivo, la Turchia, la Persia e Putin, silente ma presente.

Di Trump, che alla sua elezione tradussi con “Tromba”, ottenendo la giudiziosa correzione di un lettore che mi ricordò come si dicesse in inglese tromba, cioè “trumpet”, a cui risposi “grazie, lo so, ma invoco la libertà creativa“, si può dire che fa ogni giorno quello che ci si aspetta, perché è il prodotto della grande e -naturalmente- imperfetta democrazia americana. Dagli USA ci si può aspettare un Kennedy, bello iper-glorificato, che inizia la guerra del Vietnam,  Nixon/ Reagan, spregiati come sudaticci e attori mediocri, che fanno la pace con Mao e con Gorbacev. La democrazia è il miglior modo di governare, dimaio permettendo (lo dico per ridere).

La Cina: quelli che si ritraggono spaventati, come su ogni altro argumento, dovrebbe umllmente studiare la storia di questa immensa nazione. Essa viene da lontano e Confucio è il suo ispiratore. Filosofo laico e religioso nello stesso tempo, insegna il rispetto e la gerarchia, l’obbedienza e l’impegno; per di lì son passati i grandi imperatori dinastici e, dal XX secolo, Sun Yat Sen e Mao Ze Dong, Deng Hsiao Ping e Xi Jinping, “imperatore” -di diritto e di fatto- fino alla morte. Se gli americani USA la vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

La Turchia: Recep Tayip Erdogan, il sultano odierno, non ha il fascino di Salah el Din e di Solimano il Magnifico, ma è il sultano odierno. I Turchi sono una grande nazione, nostri cugini diretti, caucasici centrasiatici, veniamo dalle stesse parti da tremila anni. Abbiamo rispetto (congiuntivo esortativo) noi “europeani”, e gli USA, di Trump o di Obama (il mediocrissimo politico estero, uno dei peggiori presidenti verso il mondo, una vergogna rispetto a Roosevelt, ad Eisenhower e perfino a Bill Clinton) ne abbiano altrettanto.

La Persia, che oggi si chiama Iran. Avremmo potuto essere tutti persiani, Roma permettendo, se a Mantinea e a Maratona, l’Atene insuperabile per intelligenza non li avesse battuti. Ma sono giovani, belli, e presto, le donne in testa si ribelleranno ai pretoni che imperversano da un quarantennio. Ma prima c’era sua maestà Reza Pahlavi, servo degli USA, democratico? Abbiamo rispetto, aiutiamoli, invece di sanzionarli.

Putin: il vero e per sempre capo della grande e santa madre Russia è… nientemeno che il Cristo Pantocrator, il Cristo padrone (perché creatore del mondo), quello che si vede nelle cupole ortodosse e nelle icone più solenni, il Cristo, la sua grandezza, e tutto ruota attorno a lui. Né Lenin né Stalin son riusciti a svellere la sua potenza, il suo radicamento nel popolo. Dopo Cristo, il principe Wladimir di Kiev, e poi Ivan IV il Terribile, Pietro I il Grande, Caterina II, Stalin, Gorbacev, Eltsin, e Putin. Se gli americani USA vogliono convertirli alla loro (imperfetta) democrazia, si sbagliano di brutto. Studiate, americani, e politici italiani, studiate.

Potrei continuare con l’Islam, che però mi suscita un impegno diverso, e già ne scrissi molto in questo mio sito. La grande cultura della sua storia non finisce con i kalashnikov dei fanatici che sparano ululando Allah u akbar. Dio non c’entra nulla nella loro follia, caro Spinoza, ma forse il tuo determinismo non arrivava a tanto.

Torniamo a Greta e a Brenton Tarrant. Alla prima auguro di non farsi manipolare più di tanto e al secondo di fare più galera di Anders B. Breivik (solo 21 anni in Norvegia, pena massima prevista, anche per 77 omicidi perpetrati a sangue freddo, spietatamente, otto anni fa), al fine di avere tempo sufficiente per pensare e pentirsi, e sentirsi quello che ha fatto: uno che ha usato il libero arbitrio per scendere nella scala dell’essere al livello dei demòni. Il suo karma sarà un cammino lunghissimo di dolore, infinitesima parte del dolore da lui causato.

Digitalizzazione, intelligenza artificiale e libero arbitrio

Se il gran filosofo Spinoza, ebreo portoghese olandese fosse vivo ai nostri giorni, sarebbe interessante parlare con lui del disastro aereo accaduto qualche giorno fa vicino a Addis Abeba, e di molto altro, come la pervasività dell’informatica, della digitalizzazione sempre più spinta e perfino dell’Intelligenza Artificiale.

Baruch Spinoza (in ebraico ברוך שפינוזה, Baruch; in latino Benedictus de Spinoza; in portoghese Bento de Espinosa; in spagnolo Benedicto De Espinoza), nato a Amsterdam nel 1642 e morto a L’Aia nel 1677, può essere considerato uno dei maggiori pensatori razionalisti di ogni tempo, precursore massimo dell’Illuminismo settecentesco e della modernità.

Di seguito, caro lettore, per entrare subito in medias res, ti propongo un passo del cherem, la maledizione con la quale fu scomunicato e espulso dalla comunità ebraica della capitale olandese, per blasfemia e ateismo.

Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, con il consenso di tutta la santa comunità e al cospetto di tutti i nostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti, escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza. Pronunciamo questo cherem nel modo in cui Giosuè lo pronunciò contro Gerico. Lo malediciamo nel modo in cui Eliseo ha maledetto i ragazzi e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge.”

Perché parlare di Spinoza se nel titolo si dice della digitalizzazione e del libero arbitrio? Che c’entrano tali concetti o che cosa c’entra lo stesso Spinoza? Proviamo a vedere un poco come stanno le cose, se pur in sintesi.

Innanzitutto Spinoza sostiene la assoluta Necessità dell’Essere delle cose così come sono, e delle sue modifiche, sulla base di un determinismo rigoroso, e superiore/ superante ogni manifestazione del Soggetto, cioè dell’Io.  Per lui, l’Io nulla può, perché, e ciò basta, non esercita su se stesso e sulle cose alcun arbitrio, e tanto meno libero. Già a questo punto si pone il tema della causa causante e degli effetti, di cui il soggetto non è (non sarebbe) responsabile, in ultima analisi. Già a questo punto si può cogliere la “pericolosità” di tale pensiero, la sua radicalità impressionante, se non la si contestualizza nel tempo del pensatore e in un’ottica teoretica, cioè filosofica.

Egli spiega questa contraddizione certa affermando che Dio stesso, essendo atto e pensiero originario, causa se stesso e anche tutte le cose, cioè -essendo causa sui- in lui c’è l’origine di sé ma anche di tutto ciò che esiste, perché Esso (per Spinoza Dio è impersonale, vale a dire non è un “Egli”, un “Lui”) è l’origine di ogni essenza e di ogni esistenza, ed è l’origine di tutta la realtà materiale e non materiale, poiché è l’uno-tutto. Quando Dio crea se stesso contemporaneamente appare l’universo e l’universo è Esso stesso. Ecco il senso della famosissima frase: Deus sive Natura, cioè Dio ovvero la Natura.

Non si dà alcuna diversità fra Dio e tutte le cose, vale a dire che non esiste alcuna cosa, al di fuori di Dio, che ne limiti l’essenza e anche l’esistenza. Un esempio: il triangolo è (come) Dio, ma il triangolo è anche la somma degli angoli interni uguale a 180 gradi, quindi come il triangolo è Dio anche la somma degli angoli interni è il triangolo, e anche tutte le cose sono Dio, quindi causa (il triangolo, Dio) ed effetto (la somma degli angoli interni, la Natura) coincidono. Ecco una ipotesi di spiegazione della Trinità stessa, per cui gli angoli A, B e C rappresenterebbero il Padre, il Figlio e lo Spirito, essendo, ognuna delle tre Persone coincidente con tutta l’area dell’angolo di pertinenza, ma anche dell’intero triangolo!

Per Spinoza, siccome Dio osserva una legge che-si-è-dato-da-solo, non la può contraddire e pertanto è necessitato ad osservarla, in quanto la Legge è Dio stesso. Dio è nello stesso tempo autonomo e necessitato. Dio, quando decide, decide per tutti e tutto, e per sempre. La libertà coincide con la necessità, sfuggendo ad ogni contingenza e volere singolare.

Secondo Spinoza, gli uomini si sono illusi di essere liberi nell’intelletto, nel corpo e nella volontà, mentre in Lui sono la stessa cosa, cioè sono solo attributi dell’essere-uomo, che è parte della sostanza divina, e dunque, non essendoci distinzione, non c’è libero arbitrio, non c’è la libertà come la intendiamo noi. Per Spinoza l’uomo è determinato a essere quello che è, senza pensare ad alcun finalismo o merito personale.  L’uomo deve vivere tranquillo «sopportando l’uno e l’altro volto della fortuna, giacché tutto segue dall’eterno decreto di Dio con la medesima necessità con cui dall’essenza del triangolo segue che i suoi tre angoli sono uguali a due retti… Non odiare, non disprezzare, non deridere, non adirarsi con nessuno, non invidiare in quanto negli altri come in te non c’è una libera volontà (tutto avviene perché così è stato deciso)» 

Un determinismo quasi assoluto che sembra togliere ogni senso all’etica e al principio di responsabilità, ma non è così: l’uomo deve comportarsi bene perché fare il bene è premio in sé, cosicché la memoria di un buon agire nella vita è ciò che mantiene nel tempo l’esempio di una moralità generale.

Il mondo nel quale viviamo, per Spinoza, è l’unico dei mondi possibili, perché Dio è perfetto senza essere “finito”, e questa è l’unica contraddizione in termini che la logica può sopportare, cosicché caso e contingenza non possono darsi. In qualche modo anch’io sono spinozista, quando mostro l’inesistenza logica del caso, con il diagramma noto a qualcuno con il quale ho confidenza.

Il Dio di Spinoza non è dunque un Dio libero, e  invece lo è, poiché nessun altro lo determina nel suo agire, e l’uomo, pur non possedendo il libero arbitrio, in Dio è… libero. Una sua espressione tratta dall’Ethica more geometrico demonstrata:

«Sulla nozione del possibile, in Spinoza, si può sostenere: la possibilità, intesa come la contingenza delle cose, non sussiste; ovvero tutto avviene secondo cause.

Se -appunto- vivesse oggi, forse Spinoza sarebbe un sostenitore della AI, dell’Intelligenza artificiale e di una digitalizzazione completa della vita umana. Ma qui bisogna capirsi bene. Altri pensatori non la vedono come lui, i due grandi Greci, Platone e Aristotele, Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino, mentre frate Martin Luther ne è un poco il prodromo. Per i grandi appena citati l’uomo è libero e risponde delle proprie azioni, perché è distinto da Dio che lo ha creato libero. Che poi Dio conosca tutto sub specie aeternitatis è un’altra faccenda: un atto di fede (leggi due post precedenti).

Vi sono seguaci di Spinoza anche ai nostri tempi, come Nick Bostrom, autore di Superintelligenza, ed. Boringhieri, nel quale sostiene che dovremo connetterci con le macchine al punto da dover concordare, bene che vada, con loro… il da farsi.

La riflessione razionale la logica argomentativa aiutano, come in molti casi mi capita di spiegare a chi pensa che le accelerazioni e la superficialità paghino di più: ogni cosa che riguarda gli umani non può essere risolta mediante giudizi sommari a base di affermazioni del tipo “cazzate” o, di contro, “figate”. Troppo facile e troppo pericoloso, caro lettor mio. La digitalizzazione non può sostituire il ragionamento umano, MAI.

La caduta del Boeing 737 Max8 in Etiopia, quasi evocando la vicenda di HAL9000 in 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, ci dice che le macchine sbagliano e che l’uomo deve ancora vigilare sul loro funzionamento. Eccome. Bene la telematica, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, ma l’uomo (homo sapiens) è bene che resti il padrone del proprio destino, altrimenti possiamo immaginare come può andare a finire.

Antonio, un ragazzo italiano, il profeta Elia e la regina Iezebel, Eliseo e gli sbeffeggiatori

Antonio Megalizzi è morto. Cherif Chekatt è morto.

Son morti tutti e due, il primo per mano del secondo e non voleva morire, il secondo per mano della polizia e voleva morire, forse, o era disponibile al rischio di morte. Certamente voleva uccidere odiando persone che non conosceva come rappresentanti di un ambiente dove è nato ma che non gli piaceva. Gli studiosi di islam ci spiegano che la dottrina salafita in particolare contribuisce a semplificare il Corano e a farlo leggere in maniera letteralistica. Gli ebrei e i cristiani hanno letto per millenni e per secoli la Bibbia in modo letteralista e la storia narra di inconcepibili conseguenze, di intolleranza e violenza. I primi sei secoli di storia cristiana sono un elenco senza fine di conflitti teologici e politici, spesso sfociati in omicidi e perfino eccidi.

Ricordiamo le lotte degli iconoclasti nel IX secolo a Costantinopoli o Bisanzio, che costò la vita a migliaia di monaci iconografi.

Tornando alle Scritture antiche, al Primo Testamento, si pensi alla condanna per lapidazione nei confronti di un’adultera, in base alla legge mosaica definita nel libro del Deuteronomio 22, 13-14.

Se una fanciulla vergine è fidanzata, e un uomo trovandola nella città, si sarà giaciuto con lei (avrà privato il fidanzato della verginità della “futura” moglie), siano ambedue condotti fuori della porta della città e siano lapidati, finché muoiano: la fanciulla, perché, pur trovandosi in città, non ha gridato, e l’ uomo perché ha violato la donna del suo prossimo. Togli così il male di mezzo a te.”

…oppure all’inquisizione, istituita dalla chiesa cattolica a partire dal XIII secolo e attiva fino al XVIII.

Se noi cristiani leggessimo la Bibbia come i salafiti leggono il Corano, potremmo essere tentati di imitare il profeta Elia, scannando centinaia di infedeli nemici. Proviamo a leggere dal Primo Libro dei re, cap. 18 dal versetto 20 al versetto 40:

Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!».
Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro Dio, ma senza appiccare il fuoco». Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non si sentiva un alito, né una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eretto. Essendo già mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. Passato il mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, ma non si sentiva alcuna voce né una risposta né un segno di attenzione.
Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi!». Tutti si avvicinarono. Si sistemò di nuovo l’altare del Signore che era stato demolito. Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe, al quale il Signore aveva detto: «Israele sarà il tuo nome». Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: «Riempite quattro brocche d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. Al momento dell’offerta si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò.”

Truce e ribaldo, vero, Elia? Ricorda l’orrendo video di Daesh che scanna una quindicina di cristiani copti sulla riva del Mediterraneo libico, mi pare. Lui centinaia.

 

In un altro racconto, appena successivo, troviamo Gezabele (in ebraico אִיזֶבֶל|אִיזָבֶל Izével), che è il nome di due donne menzionate nella  Bibbia, ma a noi interessa quella che era la moglie di re Achab.

Ecco la sua fine, dopo che aveva tentato in tutti i modi di convincere il re suo marito a staccarsi dalla tradizione del Dio unico… dal Secondo libro dei Re 9,33-37:

Si era truccata in modo appariscente e si era affacciata alla loggia del palazzo reale indirizzando all’usurpatore un saluto sarcastico, convinta di essere un’intoccabile. E invece il rude e brutale vincitore non aveva avuto esitazione e aveva ordinato: «‘Gettatela giù’. La gettarono giù. Il suo sangue schizzò sul muro e sui cavalli. Ieu passò sul suo corpo, poi entrò nel palazzo reale e si mise a banchettare», mentre i cani si avventavano sulle carni della regina, lasciandone solo il cranio, i piedi e le mani,”

 

Eliseo, in ebraico אֱלִישַׁע, Elišaʿ che significa “Dio è mia salvezza” (…  – 790 circa a. C. circa), fu un profeta ebraico, considerato uomo santo e sapiente anche dalla religione islamica. Nel Corano è chiamato Al-Yasa. Leggiamo un brevissimo brano che lo riguarda, tratto dal biblico Secondo libro dei Re 2, 23-25

Poi di là Eliseo salì a Bethel; e, mentre camminava per la via, uscirono dalla città dei ragazzi, i quali lo beffeggiavano, dicendo: «Sali, calvo! Sali, calvo!» Egli si voltò, li vide, e li maledisse nel nome del Signore. Allora due orse uscirono dal bosco e sbranarono quarantadue di quei ragazzi.
Di là Eliseo si recò sul monte Carmelo da dove poi tornò a Samaria.”

Dei ragazzini lo insultano e vengono sbranati da due orsi. Il Signore è troppo vendicativo? Che cosa ne trarremmo se interpretassimo tale storia in modo letteralista?

 

Vi sono decine e decine di racconti o frasi bibliche che grondano sangue, vendetta e atrocità di vario genere, spesso attuate su ordine del Signore Dio, ma vanno interpretate, contestualizzate, comprese nel contesto temporale dell’autore. Non è una questione di giustificazione morale o meno, ché l’etica biblica nulla ha a che fare con la nostra e ben poco con quella dello stesso Diritto romano. Si tratta di un’etica di popoli del deserto, di sopravvivenza, cui in seguito il Corano dette ulteriore forza semplificante.

 La cultura occidentale, con la rivoluzione filosofica e scientifica del sedicesimo secolo e in seguito con l’Illuminismo, ha maturato una visione dell’uomo e dei valori che fanno del valore dell’individuo come persona il centro dell’etica fondamentale, recuperando l’essenza del cristianesimo evangelico, quello delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 2-8), pochissimo o quasi per nulla correlabile con la spesso cupa e drammatica narrazione biblica dei libri storici. Non dobbiamo mai dimenticare che una sana esegesi di qualsiasi libro antico deve tenere conto, non solo del contesto sociologico, giuridico e culturale del tempo nel quale è stato scritto, ma anche del genere letterario che caratterizza il testo stesso, sia esso religioso, giuridico o filosofico.
In questo senso la Bibbia è ricchissima dei più vari generi letterari. Infatti, un lettore può chiedersi che cosa c’entri il durissimo testo deuteronomico sull’adulterio, con il radioso ed eroticissimo epitalamio costituito dal Cantico dei cantici. Eppure ambedue i testi sono testi “biblici”.
Altrettanto si deve dire del testo coranico e, ad esempio, della Baghavad Gita, fonte principale dell’induismo classico, contenente non pochi episodi caratterizzati da violenza pura.
L’interpretazione metaforico-allegorica della Bibbia risale ai Padri della chiesa, ad Agostino, a Girolamo etc., con il prodromo geniale di Origene di Alessandria.
Se poi nei secoli la pratica applicazione del testo sacro dei cristiani ha portato a comportamenti quali la storia attesta, dalle crociate all’inquisizione, a un certo punto, quasi in corrispondenza con la stagione dell’Illuminismo filosofico e politico, anche l’interpretazione delle Scritture sacre ebraico-cristiane ha chiarito l’inopportunità e la pericolosità di ogni lettura letteralista del testo biblico.
E vi è stata un’evoluzione per cui, se in ambito protestante si può far risalire allo stesso Martin Luther, e ciononostante anche colà non mancarono atti di puro fanatismo come la caccia alle streghe, si dovette attendere fino al Concilio Ecumenico Vaticano Secondo (1963-1965) per superare ogni fondamentalismo cristiano.
E le guerre di religione tra cattolici e protestanti che dilaniarono l’Europa per trent’anni dal 1618 alla pace di Westfalia del 1648, le abbiamo dimenticate?
Ora, si potrebbe dire che analogamente occorrerebbe che l’intero islam riconoscesse l’esigenza di un “Illuminismo” atto a passare da una fase ancora arcaica in certe comunità o declinazioni teologiche a una fase rispettosa dei principi universali di tutela integrale dell’essere umano.
Non può essere il libro sacro, scritto in altri tempi, in altre culture, per altre sensibilità, a dettare le norme della convivenza, ma le leggi positive degli uomini d’oggi, che possono anche trarre ispirazione dagli stessi testi sacri, quando trattano di temi come la giustizia, l’uguaglianza antropologica e morale tra tutti gli uomini, il rispetto della natura, etc., ma debbono essere scritti nel rispetto dei singoli, delle nazioni e dei popoli di tutta la terra.
Inoltre, a un’interpretazione letteralista, nei casi del terrorismo islamista, si aggiunge spesso la componente criminale o militarista, per cui il combinato disposto di fanatismo e delinquenza produce gli uomini di Al Kaeda, dell’Isis, i foreign fighters, i dormienti improvvisamente risvegliati, magari nati e cresciuti in Europa, e li arma per uccidere nel mucchio, tanto per distruggere e suscitare reazioni di odio scatenanti altro odio in una perversa spirale volta ad alcunché.
Il modello di società multiculturale che ha illuso molti va dunque rivista alla luce di un lavoro diuturno di acculturazione umanistica da fare in  ogni ambiente, sapendo che devono essere finalmente sciolti anche nodi come quelli del Vicino Oriente concernenti Israele e Palestina, che qui ho evocato con forza citando diversi brani biblici. Non funziona neppure il buonismo generico di certa “sinistra” salottiera che, sorseggiando drink dall’alto di eleganti terrazze romane, pontifica sulla globalizzazione multiculturale, pensando che un progetto del genere sia realizzabile solo perché siamo tutti uguali e dobbiamo fraternizzare. Non è così semplice, cari politici e giornalisti senz’arte, convinti che siano sufficienti perorazioni generiche per risolvere problemi di immensa complessità e difficoltà, come quelli dei rapporti tra popoli e nazioni e delle migrazioni.
Cherif è morto e non occorre compiacersi di ciò come hanno fatto alcuni, mentore -more solito- Salvini, cattivo “maestro” di questi tempi difficili. Antonio è morto, e qualcuno lo chiama eroe, ma io direi che è stato una bellissima creatura di questo mondo, e che era molto più avanti del suo assassino nella comprensione delle cose della vita e del destino dell’uomo sulla Terra e oltre.

L’elefante vecchio

Parlando di organizzazione del lavoro e di qualità relazionale un caro amico, che non è un “elefante vecchio” perché ha solo cinquant’anni, ed è invece un eccellente ricercatore e un gentiluomo (merce rara in certi ambienti), mi suggerisce l’espressione come metafora utilizzabile anche in ambito aziendale.

Come ci spiegano gli zoologi studiosi dei grandi mammiferi gli elefanti vivono in robusti branchi che percorrono le savane africane, inattaccabili per qualunque predatore, forti della loro mole possente e del numero. Il branco è composto da femmine guidate da una matriarca, mentre i maschi stanno all’esterno in attesa di contendersi le femmine stesse nel periodo opportuno. Solo l’uomo li può offendere con potenti fucili da caccia, o qualche coccodrillo se adocchia un elefantino attardato nell’attraversamento di un corso d’acqua, e non occorre sia lo Zambesi o l’Okawango nella stagione delle piogge.

E’ nota la spiccata intelligenza naturale della specie e la memoria, per cui è facile in qualche modo paragonarli agli esseri umani, con i quali pare abbiano in comune alcune caratteristiche.

Si sa anche che il loro rapporto con la morte è istintualmente strutturato, poiché gli esemplari che sentono venire meno le forze al punto da non riuscire più nemmeno ad abbeverarsi, si portano in una specifica zona, chiamata il cimitero degli elefanti, e lì si lasciano morire, quasi mostrando di cogliere l’ineluttabilità dell’evento.

La metafora consiste nel paragone tra un esemplare di questo tipo e un lavoratore che, raggiunta una certa età o anzianità aziendale, non necessariamente pensionabile, si può sentire obsoleto, cioè superato dagli eventi e dal comportamento di nuovi arrivati in azienda. Non che qualcuno glielo faccia esplicitamente notare, né che gli vengano tolti ruolo e mansioni, ma percepisce qualcosa nell’aria e che, appunto, l’aria è cambiata, le cose stanno andando per un altro verso. La saggezza popolare insegna anche che “scopa nuova scopa ben”, per cui il neofita è sempre visto con curiosità e gli si dà credito, almeno per il primo periodo, in attesa delle sue prestazioni, che ci si aspetta siano superiori a quelle dei predecessori. Ma a volte non è così.

Talvolta i nuovi, nella fretta di far vedere il loro valore, strafanno, condizionati da ansia di prestazione e anche da quella maledetta bestia chiamata in greco ybris, cioè il complesso di superiorità connotato da atteggiamenti tracotanti e a volte addirittura sprezzanti: è noto agli antichi studiosi ma anche ai nostri vecchi sapienti che si tratta di manifestazioni patenti del peggiore dei vizi, la superbia.

Nel caso in cui siano inserite più o meno contemporaneamente più persone con queste caratteristiche si crea una situazione interlocutoria tendente al peggioramento, se la struttura non si rende consapevole e appronta contromisure. Beninteso qui non si vuol dire nulla a favore di un conservatorismo da confort zone, ma semplicemente mettere in guardia contro le rivoluzioni epocali, le apocalissi palingenetiche che, e la storia lo attesta con mille esempi in tutti i settori della vita umana, non portano a nulla di buono.

Il rischio di stancare anche le persone migliori della “vecchia guardia” non è banale. Vale la pena tuffarsi nel “nuovo” senza ragionare a fondo sulle conseguenze che questo “nuovo” può generare, se non opportunamente pilotato?

L’esperienza mi insegna che occorre grande ponderatezza nei cambiamenti, preparando il terreno prima, concordando con le persone più fedeli e responsabili i cambiamenti stessi, per fare sì che non si butti via il bambino… e ciò che segue. Come accade in tutte le cose del mondo, se non si fa la fatica dell’analisi, non può essere proposta alcuna sintesi razionale.

L’analisi della situazione deve sempre precedere la sintesi, non l’incontrario, ovvero: induzione e intuizione devono essere sempre supportate dalla deduzione logica, che si basa su argomentazioni documentate e razionali. L’inferenza è la difesa contro i colpi di testa che si ritiene spesso siano colpi di genio, e quasi sempre sono altro, cioè colpi di testa e basta.

La struttura della grande musica classica può essere un esempio. E’ preferibile che un’azienda funzioni come una sin-fonia, che è un suonare-insieme coordinatamente, all’interno di un lògos matematico e condiviso. Si può anche fare l’azienda rapsodica, fantasiosa come una suite o un poema sinfonico romantico, ma si rischia grosso. Caro lettor mio, possono essere affascinanti Ferenc Liszt e Bedric Smetana, ma non bastano, poiché occorrono anche le grandi costruzioni di Haydn, di Mozart e di Beethoven, e poi di Brahms e di Mahler. Ecco, io immagino che l’azienda possa anche lavorare come gli archi, i legni e gli ottoni in un poema sinfonico, ma poi debbano essere governati nei movimenti, di solito tre o quattro, della sinfonia, cioè di un accordo robusto e coeso.

Non so se questa similitudine musicale può servire a far riflettere chi invece pensa che si possa cambiare idea ogni due giorni, spiazzando tutti con modifiche inopinate e non bene ponderate. Me lo auguro, anche se tra i miei lettori difficilmente si annoverano questi tipi umani. Vedrò di trovare il modo di agganciarli, per il bene comune.

Un padre alla gogna mediatica e un “maestro” fasullo

Tornando da un luogo di restrizione, dove ho incontrato qualcuno il cui pensiero si muove, mi son trovato di fronte due temi, ovviamente scelti tra altri, che il mio gentil lettore potrebbe anche considerare futili, e forse in parte lo sono, ma mi consentono una riflessione che desidero condividere, sempre con i miei pazienti lettori.

Il primo: non si vergogna il vice capo del Governo Di Maio ad aver messo alla gogna suo padre? Vergogna e gogna fanno rima, peraltro. Gli sembra di aver fatto la cosa giusta mettere un signore quasi settantenne davanti a una webcam, seduto a una scrivania abbastanza improbabile, due calcolatrici da tavolo, un po’ di post it, un fax, per fargli confessare coram populo un comportamento disdicevole come datore di lavoro, e a chiedere scusa a lui stesso “che non sapeva nulla” dell’evasione fiscale e del lavoro nero nell’azienda di famiglia, ai lavoratori senza contratto e al popolo italiano? Il tutto trasmesso sul social che più social non si può, facebook. Che vergogna, ma non per il signor Antonio, bensì per chi gli ha fatto fare la pantomima, collocabile stilisticamente -come genere comunicativo- tra il penoso e il grottesco.

I fatti. Il signor Antonio si è comportato come una miriade di altri piccoli imprenditori italiani, che a volte non possono, e forse più spesso non vogliono rispettare le leggi del lavoro. Peccato veniale? Peccato mortale? Inadempienza amministrativa? Reato? Il signor Antonio lo chiama errore. Diciamo che la scelta del vocabolo è allineata alla cultura di base della loro famiglia, che non spicca.

Caro Antonio, non è solo un errore , forse lei non lo sa, ma è probabile che neppure suo figlio lo sappia. Può darsi che il ministro del lavoro non sappia che non si può non offrire un contratto a chi lavora, sia esso a termine o a tempo indeterminato, a tempo pieno o parziale, di dipendenza o di collaborazione, a chiamata, in collaborazione coordinata e continuativa o in Partita Iva.

Forse il “ministro del lavoro” avrebbe fatto meglio a non coinvolgere mediaticamente fino a questo punto suo padre, scegliendo di parlare lui stesso con trasparenza e lealtà al 32% di chi lo ha votato tra gli aventi diritto, e al popolo tutto di questa un po’ disgraziata Nazione italiana.

Gli aspetti etici poi, sicuramente sconosciuti al ministro, sono di altro spessore. Vediamo: l’etica è una scienza, imprecisa come tutte le scienze, a eccezione della matematica, la quale è una pura convenzione segnica, per cui può essere precisa. Parlo ovviamente della matematica e della geometria classica, quella euclidea. Ogni altra scienza, come sapere strutturato da uno statuto epistemologico è per definizione imprecisa e sempre in fieri.

L’etica appartiene al sapere filosofico e si occupa del giudizio sull’agire libero dell’uomo, poiché  si muove tra ardui sentieri riflessivi sul bene sul male, e va declinata con cura nelle sue molteplici differenziazioni. Non esiste infatti una sola etica. Le varie scuole di pensiero e i periodi storici, nonché le antropologie presenti sul pianeta ne hanno prodotte diverse. Si va dal culturalismo che ammette la mutilazione dei genitali femminili (si tratta di un’etica etno-antropologica) al finalismo che mette l’uomo e tutti viventi al vertice della scala valoriale da tutelare sopra ogni cosa. L’etica, dunque, si occupa dei principi, dei valori e delle virtù e, di contro, anche dei vizi, dei peccati, teologicamente parlando, e dei reati, civil-penalmente discorrendo. Questa cosa qui, detta in cinque righe, caro vicecapodelgoverno è l’etica. Lo sapevi? Question solamente retorica. Claro que no.

 

Il secondo: nel mio paesone si è affacciato un turlupinatore di menti semplici, un imbroglione seriale. Già da me visto all’opera in un altro paesone ai confini tra Veneto e Friuli, dove l’ho facilmente sgamato, quando gli ho chiesto, davanti a una quarantina di “siorète” eleganti, qualche nome dei suoi maestri, qualche bibliografia relativa alla sua “scienza” e qualche titolo di film di cui ha citato l’esistenza, ma non il titolo, appunto. Non mi ha saputo rispondere, perché evidentemente questo signore fa parte, con indubbia abilità comunicativa, di quel novero nutrito di sedicenti esperti che girovagano per città (piccole) e campagne del belpaese, millantando conoscenze antropologiche, filosofiche e psicologiche, che non hanno. Ricordo che il tema proposto in quel di Portogruaro era l’autostima. Non credo gli sia andata tanto bene la presentazione di quel corso, in termini di iscrizioni a pagamento.

Costoro vendono appunto corsi e seminari a pagamento. Nel caso di cui qui riferisco la proposta concerne la mente umana di cui si vuol spiegare -si presuppone  o si considera sottinteso per deontologia scientifica- tutto o quasi, a leggere i titoli dei vari moduli: anatomia, fisiologia, funzionamento neuro-chimico-elettrico concernente l’encefalo, o no? E altrimenti come far capire il funzionamento della mente, che è il software, se non spiega l’hardware?  Mi insegnano gli informatici che un buon softwarista conosce almeno la struttura dell’hardware, anche senza esserne un hardwarista. Anglo-neologismi da Cruscanti, vero lettor paziente?

Posto che salti tutti ‘sti argomenti perché di pertinenza bio-neuro-scientifica e psichiatrica, probabilmente passerà al “prodotto”, cioè al pensiero e al suo funzionamento. Bene: può costui vantare un qualche titolo in campo filosofico, psicologico, pedagogico o altro di affine? Ebbene sì, qui parlo di titoli accademici, e di esperienze di docenza o pratica correlate, ad esempio le psicoterapie, la consulenza filosofica e il counseling,  ché la sola “esperienza di vita” non basta, come pensa più di qualcuno, illudendosi di pareggiare i saperi di chi quei titoli ha, solo perché “ha esperienza”. Ma andiamo!

E poi, tralasciando altre amenità, come la citazione dell’etica, circa la quale forse ignora, sia il significato etimologico, sia l’accezione corrente, sia  che esiste una specifica scienza, la filosofia morale, vengo alla diade concettuale centrale: come passare dalla “mente limitante” alla “mente creativa”, come è scritto nel pieghevole di presentazione di un convegno. E che vuol dire?

Sa forse costui che la mente è qualcosa di estremamente complesso in generale e di unico e soggettivo in particolare, per cui non si può mai parlare di “mente limitante” e di “mente creativa”, ma di soggetti umani irriducibilmente unici, che vanno analizzati con l’ausilio di tutte le scienze sopra citate?

Oppure, come si può proporre obiettivi tanto generici come sta scritto, sempre lì, sul pieghevole, in ordine sparso e incomprensibile alla normale logica della nonna Catine: Fare, Essere, Avere? E dde che? Mi echeggia piuttosto la filastrocca infantile legati a giochi con i pegni per i perdenti, del tipo: dire, fare, baciare, lettera, testamento. Vero?

Il genericismo vieto di tutto ciò è sorprendente per chi ritiene che lo studio dell’uomo e intorno all’uomo sia una cosa seria, e non sto parlando di scienziati dell’anima o della psiche.

Da filosofo consulente penso che questo signore sia un millantatore anche se non pericoloso, e spero che qualcuno, come ho fatto io nella nobile Portogruaro, lo smascheri. Girerò voce ai miei amici filosofi e psicologi, gente seria e studiata, che non vende fumo, ma cuoce e condivide arrosto con chi è disponibile a scambiare qualche idea facendo ragionamenti seri e logicamente argomentati. Gli consiglierei soprattutto di porre a Battistutta questa domanda, peraltro semplicemente tratta da una citazione presente sul depliant di presentazione dell’evento: che cosa significa “(…) riportare alla luce l’antica via della conoscenza ormai dimenticata“.

Vorrei capire dunque: se intende una sorta di tradizione orale della conoscenza (o forse intende dire “sapienza”, ma dubito che conosca bene  la differenza tra i due termini), ce l’aveva in abbondanza anche mia nonna materna Caterina, che qui cito spesso; se invece si tratta delle grandi tradizioni greco-latine (da Platone e Aristotele a Cicerone, Seneca e Marco Aurelio) e biblico-cristiane (Vangeli, san Paolo, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, etc.), fino a Descartes, Leibniz, Hume, Locke, Kant, Hegel, Schelling, Nietzsche, Heidegger, etc., oppure hindu-buddiste (dal Buddha a Shankara) e taoiste-confuciane (Confucio e Lao-Tzu), beh, o quest’uomo mostra accreditamenti accademici di filosofo e teologo, sapendo citare dottrine, testi ed autori, avendoli letti e studiati, e potendo così commentarli, oppure si tratta di una abile circonvenzione del prossimo, se qualche umano ci sta. Beninteso, essendo questi libero di starci o meno.

Certo, i suoi “saperi” potrebbero fondarsi su quel pot pourrì senza capo né coda che è la cultura (fo’ per dir) New Age, ma a questo punto, tutto si spiega nella sua banalità.

Se qualcuno dei miei amici filosofi o psicologi avrà tempo e voglia di investire un’ora per la salute pubblica, gli sarò assai grato per un sentimento di umana fratellanza, e per l’impegno a difesa della fatica della cultura e della ricerca della verità fuggitiva.

I quattro volti dell’amore umano, i suoi contrari e la carovana dei migranti

E’ la più potente, irresistibile delle passioni, l’amore. San Tommaso la contrapponeva all’odio, ma dicendo che l’amore è infinitamente più forte dell’odio. In italiano abbiamo un solo verbo per dirlo: amare. Ne parlavo qualche sera fa al Caffè filosofico Autentica/ Mente di Codroipo, ricordando ai presenti che gli antichi Greci, nella loro splendida e coloratissima lingua, avevano quattro verbi per dire “amare”, ciascuno con una sfumatura sua propria e differente dalle altre: erotào, agapào, stèrgo e philèo. Li scrivo traslitterati per poi riportarli in caratteri greci.

Che dire se non che il greco antico era idioma ricchissimo di suoni, segni, lemmi, termini, parole, sensi e significati, a seconda dei testi, dei contesti e dei generi letterari?

Ecco i quattro verbi in greco antico, alla prima persona dell’indicativo presente: α͗γαπάω, ε͗ροτάω, στέργω, φιλέω.  Il modo infinito prevede la radice di ogni verbo e il suffisso èin, traslitterato. Nell’ordine significano “amo di amore benevolente, cioè voglio il bene dell’altro“, “amo di amore erotico, fisico“, “amo il bello, la letteratura, l’arte, la musica, etc., “amo di amore d’amicizia“. Come si vede sfumature significanti di non poco conto, anzi non si tratta proprio di sfumature. Vi è da chiedersi come lo sente ognuno di noi, e se si abbia sempre il senso della differenza di questo sentimento, a seconda dell’oggetto amato. Forse no, o non sempre, che ne dici caro lettore?

Ho provato anche cercare un sintagma che sintetizzi i vari tipi del sentimento e mi son fermato a questo: intensificazione solidale, vale a dire un sentimento che cresce sempre rivolto all’oggetto, specialmente se si tratta di una persona, avendo come focus l’oggetto stesso. Infatti, l’amore non può essere auto-centrato, egoistico, auto-referenziale, poiché diventerebbe una forma emotiva controproducente. Molte volte, invece, come negli amori malati di coloro che non ne accettano la fine, e ciò accade spesso purtroppo nella coppia umana, specialmente da parte dei più fragili maschi, questo sentimento diventa pericoloso e violento, negativo, malo.

E ora, tanto per fare un esempio, che potrebbe farci sperimentare linguisticamente le differenze semantiche di cui sopra, una domanda che faccio a me e a te mio lettor gentile: quale amore o odio caratterizza i sentimenti verso la carovana dei migranti che si sta avvicinando al confine tra Messico e USA, partita dall’Honduras oltre un mese fa. Bambini che sorridono consapevoli e Marines o  Rangers a cavallo come in un western

Dal presidente Trump si nota l’espressione di un sentimento di avversione, che non è di odio in senso stretto, ma di odio mediatizzato, opportunistico. Gli odiatori di professione sono altri. Non lo è neppure (un odiatore di professione) Anders Breivik, il pluri-omicida di Oslo, perché è un crudele pazzoide, la cui definizione psichiatrica può esser trovata nel DSM IV- il Manuale Medico Diagnostico IV, con tutte le cautele del caso.

Gli odiatori di professione sono a d esempio molti politici italiani della nouvelle vague. Questa volta non farò nomi, ma li riconoscerai, mio gentile lettore, dalle descrizioni: vi è l’odiatore dal ghigno facile e dalla voce sprezzante; vi è l’odiatore delle semplificazioni e dell’imprecisione; vi è l’odiatore della presunzione manifesta e così via… I nomi sbocciano facilmente da questi brevissimi profili quasi fotografici. Sono tutti e tre al governo. Poi ve ne sono anche all’opposizione che però non si riesce a rappresentare in questo modo, poiché sono talmente sbiaditi da sembrare in due dimensioni: manca la terza per costituire la figura solida.

Ascoltavo il dibattito all’assemblea nazionale del PD e un iscritto, che si è definito “storico contemporaneista” e mediocre oratore e anche omosessuale, di cui non ricordo il nome, il quale, tra le diverse amenità indegne di uno che viene definito “accademico”, si è lamentato con il gruppo dirigente, non solo perché tra i candidati alla segreteria non vi è manco (sua espressione) una donna, ma anche perché non vi è manco un omosessuale… quasi non credevo alle mie orecchie. Ecché, ora, oltre alle quote rosa, facciamo anche le quote arcobaleno? E poi ha citato a sproposito sentimenti e atteggiamenti come l’odio e l’aggressività, (a sproposito di amore di un qualche genere), dicendo che vi è molta gente che odia il PD e che bisogna essere aggressivi nelle attività politiche e nella propaganda, come insegna il successo di Salvini. Beh, se abbiamo militanti di questo tipo, speranze? Poche.

La “Caritas”, per modo di dire, del luogo dove stanno giungendo le persone che stanno scappando da miseria e falcidie varie, ove ne esista un simulacro, ma ne dubito, per dire della spiaggia di Tijuana dove hanno cominciato a raccogliersi i primi viandanti honduregni sicuramente si esprime in modo diverso, “amoroso” direi, ma di quale amore? Pare di poter dire che si tratta di amore “agapico“, amore di benevolenza, il primo della lista di cui sopra. In Phronesis, l’associazione nazionale dei filosofi di cui faccio parte, presuppone che il rispetto tra i colleghi sia nutrito, si può dire, di “philia“, cioè di amore amicale, fraterno-sororale.

Il tipo di amore più semplice è certamente quello erotico, perché è legato al coinvolgimento totale dell’umano, fisico e spirituale. Il tipo più semplice, naturale, perfino “animale” e qui absit iniuria verbis, caro lettore!

Ora mi chiedo di che amore sia capace un uomo come il ministro…, e l’onorevole…, e il giornalista…

Ebbene sì, gli odiatori sono diffusi anche nel mondo dei media, perché non si capirebbe -se non alla luce orrida della presenza odiante- la ragione di certe espressioni, di certi testi, di certi titoli, di certe condanne preventive, come nel caso di Travaglio, principe di questa categoria, imitato da non pochi suoi colleghi.

Mi chiedo quanta tristezza aleggi attorno a persone di quel tipo, come il sopra citato giornalista e se potessi condividere un aperitivo con codesto sioreto (in veneto per signorino, più o meno) sprezzante, e mi rispondo: anche no, ché ho altro di meglio da fare, e così peggio per lui.

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