Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il canto concorde (del trovatore inesistente)

Caro mio lettor d’infra settimana,

è il titolo della silloge di liriche che Segno mi pubblicherà a giorni. Canto come canna, come corde vocali, come osso ioide che canta, concorde nel senso che vi è un solo canto alla vita, con-un-cuore-solo (con-corde), e dunque tutti i canti convergono verso un centro, un fuoco immortale che non brucia, come il roveto ardente nel libro dell’Esodo.

Trovatore, trobadour, io sono un trovatore stilnovista in realtà, novello Guinizzelli o Cavalcanti o Cino da Pistoia o Lapo Gianni o Pier delle Vigne o Ciullo (Cielo) d’Alcamo o Giacomino da Verona. Talora sconsiderato come Pietro Aretino.

Io canto.

Inesistente perché il canto concorde esiste già dall’eterno, fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou), e quindi non serve che io veramente esista, sono solo un tramite, una voce per il canto. Vi sono persone che mi amano e persone che preferiscono che io non esista, ma io esisto. Eccome! Esistere è un ex-sistere, cioè uno-stare-fuori-dall’essere per mostrarsi al mondo, senza  perdere l’essere.

E poi vi sono persone che non mi conoscono veramente, alcune perché non gliene frega nulla, e questo è accettabile, ma alcune perché non ce la fanno a conoscermi, poiché la conoscenza richiede fatica, studio, ascolto, accettazione, confronto e talora scontro, profondità. A volte, come si dice, “il cavallo non beve“.

C’è dunque il canto concorde, liriche che ho scritto in decenni di attività fabbrile, costruzioni di testi fatti di parole messe lì non a caso, ma perché percuotessero le menti e i cuori dei lettori. Cari nemici che mi pensate inesistente, fatevene una ragione: sono a questo mondo e resterò finché Dio vorrà. E farò la mia vita con chi la condivide e la condividerà, certo come è certo il domani e come lo è stato il ieri e come lo sta essendo l’oggi che si spegne nella notte.

Il canto concorde è fatto de La cerchia delle montagne, pubblicato nel 1998, de In transitu meo, pubblicato nel 2004, e di decine di pezzi inediti, alcuni premiati anche a Roma e altrove, magari studiati nella forma insegnataci da Guido d’Arezzo e portata all’empireo dal sommo Francesco, e ripresa romanticamente da Ugo da Zante. Sonetti. E poi brevissime odi o haiku nostrani, e scorci della mia vita, dai sedici anni che avevo in poi.

Le prime sono quelle del liceale capace di piangere, le ultime sono quelle dell’uomo ancora capace di piangere.

Ho appena da giorni in mano La grotta delle Duje Babe e a giorni mi arriverà il gran libro dell’eros biblico da Siena, editor Cantagalli, 600 pagine di ricerca accurata della bellezza. Sull’amore umano. Coincidenze? Non so.

La Provvidenza e lo Spirito mi stanno accompagnando per perigliosi e ardui sentieri di questa mia vita, di questa parte della mia vita. Lo so.

La donna terapeuta

(Qui accanto Keira Knightley e Michael Fassbender in A Dangerous method )

La donna si è sempre presa cura di tutti, dei bimbi, dei vecchi e degli uomini. E’ terapeuta per natura, se diamo all’antica parola greca il suo significato filosofico originario: il “prendersi cura” di qualcuno. Vediamo da dove “viene” questa straordinaria parola, prima di tornare al tema specifico.

Il termine terapia deriva dal greco θεραπεία (therapeía) e si può intendere bene nell’accezione di “procedura verso la guarigione”, soprattutto in ambito medico-clinico. Da un secolo e mezzo circa del termine filosofico si è impadronita anche la psicologia, nel trattamento dei disturbi mentali o di alterazioni psico-sociali.

Il significato di terapia oggi dipende dalle definizioni di salute e patologia e degli strumenti diagnostici utilizzati per analizzarle. Sappiamo anche che le terapie possono essere denominate in modi diversi: farmacologiche, chirurgiche, profilattiche, di sostegno, riabilitative, o palliative (ad esempio del dolore).Tra le terapie riabilitative e palliative troviamo: la fisioterapia, la pet therapy, la musico terapia, la clown terapia, l’arte terapia, la moto terapia, la prano-terapia, etc.

Ma la terapia è anche qualcosa d’altro, è attenzione, e pochi oggi hanno attenzione per l’altro. Io stesso sono cagionevole di attenzione.

Detta anche “cura” la terapia è un concetto applicabile a ogni attività volta ad alleviare, ridurre o estinguere uno stato di disagio. Da un punto di vista giuridico le terapie possono essere esercitate solo da professionisti riconosciuti, come il medico, lo psichiatra, lo psicologo, il fisioterapista, etc. E’ in discussione se possa definirsi terapia anche il counseling o la consulenza filosofica: nel senso corrente del termine penso di no, mentre se la intendiamo nel senso classico, socratico-platonico, direi di sì, soprattutto se si tiene conto di un’accezione più universale, più antropologicamente completa, come quella del “prendersi cura” dell’intera persona, non solo del sintomo o della malattia.

Ma la terapia è anche qualcosa d’altro, è considerazione dell’altro come altro-io, non come tu, e io, sempre cagionevole, ogni mattina mi esercito a considerare l’altro come un io, come fossi io.

Denominati Terapeuti erano i membri di un movimento religioso giudaico presenti dal I secolo soprattutto in Egitto e fino alla Grecia. La loro dottrina era piuttosto sincretistica (cf. Filone di Alessandria, De vita contemplativa, e Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiatica), mentre i costumi di vita erano caratterizzati da sobrietà, studio e riflessione sulle Scritture sacre, in qualche modo simili a quelli degli Esseni.

La preghiera per i Terapeuti era importante anche come ispirazione pratica per le prime chiese cristiane: uno dei testi più antichi di preghiera eucaristica è la paleoanafora alessandrina contenuta nel papiro Strasbourg Gr. 254, la quale mostra una chiara dipendenza dalla benedizione di Yotzer Or, uno dei testi che precedono lo Shema Israel (ascolta Israele) nella liturgia giudaica, così come la preghiera del mattino o della luce che viene fu ispirazione forte per il primo monachesimo cristiano dei Padri del deserto.

Filone di Alessandria riferisce che per i Terapeuti la preghiera era una medicina che curava non solo l’anima ma anche il corpo, tutta la persona credente.

Ma i terapeuti oggi sono le donne, ovunque nel mondo, liberanti prima ancora di essere liberate, nei mondi chiusi dell’islam radicale, ma anche di certi nostri ambienti e culture giudicanti, e ciononostante restano terapeute, curatrici attente e senza pretesa di gratitudine.

Io sono convinto che nell’evoluzione millenaria che ci ha condotto ai nostri tempi, sia rimasta la donna, come femmina del genere umano, a possedere ancora integre le qualità terapeutiche primordiali, perché tutto, madre, figlia, amante, sposa, amica, ascoltatrice paziente, perdonante, in attesa di attenzione, che spesso non arriva.

Ma lei è lì.

“Voglio la mamma! Voglio la mia mamma!”

Leggo su Libero un pezzo di Melania Rizzoli (23 aprile 2017) dal titolo più o meno simile a quello di questo mio. Libero è senz’altro un quotidiano che si colloca a “destra”, ma con tinte liberali indubbie, in coerenza con il “nome”. Sotto la direzione del marpione scafatissimo Feltri sr. non ha fatto mai battaglie codine o bigotte. Per questo l’articolo citato ha una sua credibilità. Rizzoli racconta che “(…) una bambina di tre anni, figlia biologica di un componente di una coppia di gay  e di una madre surrogata, ogni volta che piange disperata, grida, chiama e invoca tra le lacrime la mamma, pur non avendola mai conosciuta, gettando nello sconforto i due genitori (per uno dei due virgoletterei volentieri il termine). (…)”. Il blogger canadese John Hart è il padre adottivo della figlia naturale del suo compagno…

La piccola ha vissuto con loro da quando aveva sei mesi e quindi non può avere alcun ricordo cosciente della madre, e loro due, racconta Hart, si fanno chiamare “daddy” e “papà”, rispettivamente, non so in che lingua, ché dall’articolo non si capisce bene.

Ma la bimba, in un supermercato, non contenta della spesa che “daddy” stava facendo per lei, ha cominciato a chiamare la mamma, con grande imbarazzo degli astanti, che all’inizio non capivano e poi un po’ sì.

Il tema è quello della sottrazione programmata del principale dei genitori “naturali” di ogni mammifero-essere umano, la mamma. La mamma in cui ci si forma da uno zigote unicellulare, fusione di un gamete maschile e di un gamete femminile, la mamma da cui si nasce, la mamma da cui si sugge il latte, che si chiama “mamma” proprio perché il termine deriva dal suono onomatopeico della suzione del seno “mm mmm… mam-ma“, mother, mummymutter, mater, maman, metèr, etc..

Dolce e Gabbana, coppia omosessuale si è a suo tempo già intelligentemente dichiarata contraria alle adozioni da parte di coppie gay. Altri invece se ne sono vantati, come di uno scoop affettivo irresistibile, tipo Vendola.

La ricerca della madre è istintuale, antecedente a ogni deposito culturale o di modello familiare eterosessuale. Il bimbo, come anche la persona in difficoltà, indebolita dagli anni o in pericolo, chiama la “mamma”, come se la protezione dell’utero fosse in definitiva l’unica radicale condizione di stabilità, di rassicurazione e di verità affettiva.

Il più forte rapporto d’amore negli umani è quello tra madre e figlio/ a, di gran lunga superiore a ogni altro legame, compreso quello del padre. Può succedere di tutto, anche ogni sorta di violenza intra-familiare o extra, ma la madre resta l’ultimo baluardo, l’ultimo e più forte vincolo posto dall’evoluzione naturale nella filogenesi delle generazioni.

Non so se questo è difficile da capire o l’egoismo di certe persone troppo forte, tale da ottenebrare il raziocinio naturale.

Le ragioni della scienza come sapere discorsivo-razionale e le ragioni della fede religiosa come sapere intuitivo

Bello allargare gli spazi di ogni discussione, bello che il Caffè Filosofico diventi sempre più inclusivo, dando spazio e voce a nuovi saperi e nuove persone. Ogni apertura, o aperità, come la chiamava Heidegger, porta nuove possibilità di comprensione sull’infinito “che tutto com-prende” (l’Umgreifende di Jaspers). L’amico professor Angelo Vianello, che mi saluta con un abbraccio, ne parla con acribia da biologo  e passione di credente. Il biologo è un “filosofo della natura” che esplora il mondo con lo stesso spirito di un Democrito o di un Lucrezio, con la stessa determinazione di Copernico e di Galileo; il credente è uno che si affida alla possibilità della trascendenza, di un oltre, di Dio, come ciò che non può essere capito fino in fondo con la ragione, ma com-preso, nel senso di preso-dentro, con la fede.

Il discorso antico su scienza e fede o meglio, tra scienzadimensione religiosa, ovvero tra ricerca razionale sul funzionamento della natura e ammissione di un “oltre” , si è specificata sempre meglio nei secoli a partire dalla grande stagione rinascimentale dei Marsilio Ficino e di Giovanni Pico della Mirandola, con l’acuirsi di conflitti e intolleranze, che hanno portato ai roghi del 1600 a Campo dei Fiori, quando l’inquisizione uccise a Roma il filosofo e frate nolano Giordano (Filippo) Bruno e a Pordenone il mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella (detto Menocchio), e molte centinaia di altri fino al 1800 inoltrato, e infine al processo degli anni ’30 del diciassettesimo secolo a Galileo Galilei.

Scienza e dimensione religiosa interpellano comunque la ragione, se pure in modo diverso, la prima in modo discorsivo e logico, utilizzando l’argomentazione razionale e il metodo sperimentale, la seconda ammettendo che vi sono dimensioni che sfuggono al rigore dimostrativo, emergendo dalla misteriosità dell’indicibile. In aggiunta non si può non tenere conto della triplice dimensione del mistero, quella del sacro, quella del sentimento religioso, e quello dell’atto di fede. Il sacro come senso della grandezza e potenza della natura che meraviglia e spaventa, il sentimento religioso  come manifestazione di una parte della interiorità umana esterna alla dimensione razionale della ricerca scientifica, l’atto di fede come de-cisione individuale e dono, come incontro tra umano e divino, come affidamento dell’umano e accoglimento dell’Oltre.

Non vi è contrasto radicale tra i due campi, poiché ciascuno di essi è diversamente collocato nella psiche, e connotato. Il distacco tra le due dimensioni, però, può essere in qualche modo e misura quasi “riconciliato”, se fossimo capaci di ricorrere alla vecchia nozione di scienza, quella antecedente la rivoluzione filosofica e scientifica post rinascimentale, la nozione di epistème, come scienza intrisa di sapienza, cioè di sapidità, di sguardo penetrante, di sophìa.

Il “luogo” deputato per realizzare questa conciliazione è la filosofia. La filosofia, come amore per la sapienza, è l’ambiente conoscitivo e dialogico, soprattutto nella sua insuperata versione magistrale socratico-platonica, più adatto a far dialogare sentimento religioso e ricerca scientifica, poiché essa non è subalterna ad alcun sapere, né “subalterna” alcun sapere. La filosofia è autonoma nella sua solo apparente autoreferenzialità, poiché mentre si chiede le ragioni del suo stesso argomentare, pone le basi per la riflessione radicale sul senso della vita e di tutte le cose. La filosofia si pone dei “perché”, non essendo molto interessata ai “come”, che lascia volentieri alle scienze naturali: si chiede il “perché” del nostro di umani stare-al-mondo, e se il mondo esista per noi o da noi pre-scindendo, e se saremmo arrivati fin qua senza la catastrofe d 65 milioni di anni fa che estinse i grandi rettili lasciando spazio ai mammiferi, e se su cento miliardi di galassie come la Via Lattea possano darsi intelligenze, anche diverse dalla nostra autoconsapevolezza soggettiva, e se di possa dare un “dio” in qualche modo supervisore. E se, infine, vi sia un destino, una teleologia, un luogo di compensazione del male del mondo.

Ecco allora che, se con la disciplina logica la filosofia lascia lo spazio alle matematiche  e alle scienze sperimentali, con la disciplina etica apre spazi immensi alle religioni, e dunque ai sistemi morali presenti in tutte le declinazioni del mondo, per certi versi in qualche modo sempre apparentate in quanto umane, come ben spiegava Kant.

Religione e scienza, fede e filosofia sono tutti campi di riflessione spirituale che rendono l’uomo meno ferino, meno belluino, sempre che sappia riconoscere i propri limiti, accettandoli e casomai esplorandoli fino in fondo senza atteggiarsi a simulacro arrogante e superbo di prometeiche divinità.

Il senso del tempo

Il tempo fisico e il tempo interiore, il tempo occidentale e il tempo orientale, il tempo del lavoro e il tempo del riposo, il tempo dei carcerati e il tempo di fuori, il tempo lineare e  il tempo ciclico, cioè quello delle stagioni, il tempo del sacro e il tempo del profano, il tempo della camminata in salita e il tempo della maratona, il tempo della salute e il tempo della malattia, il tempo dei giovani e quello di chi ha qualche anno di più, il tempo dell’uomo e quello di Dio, l’eternità…

Il senso del tempo è complesso, incontenibile in una definizione semplice, esaustiva. E aggiungo: in senso assoluto il tempo non esiste, perché è relato allo spazio, come ci ha insegnato il genio di Ulm.

Se ne sono occupati Parmenide e Zenone di Elea (celebre il suo paradosso del piè veloce Achille e della tartaruga), Platone, Aristotele, sant’Agostino, Leibniz, Kant, Bergson, Einstein, Lorentz, Hawking, e ognuno di noi in ogni momento… di tempo.

Esploriamo insieme il primo capoverso.

Innanzitutto il tempo fisico e il tempo interiore: il primo è misurabile secondo lo schema dei secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, lustri, secoli, millenni… eoni (direbbe uno gnostico), e quindi ha una sua oggettività, perché è quello cosmico (cioè dell’ordine conosciuto), della rotazione terrestre e della rivoluzione della Terra attorno al Sole; il secondo è immisurabile, perché non scorre, ma si sente dentro l’anima (cf. Agostino, libro XI Confessiones); può durare un attimo oppure ore e ore, e ciò dipende dagli stati interiori, dal malessere o benessere della mente e del corpo. E’ indefinito, misterioso, affettivo, profondo. I greci lo chiamavano kairòs, cioè “tempo opportuno”, distinguendolo dal krònos, il tempo lineare, misurabile.

Il tempo occidentale è diverso dal tempo orientale: qui da noi siamo più legati a orari precisi, scanditi, rigorosi, a volte rigidi, e ci arrabbiamo se non si rispettano gli orari, gli appuntamenti, gli impegni presi nel tempo condiviso; è titolo di vanto che i treni e gli aerei partano e arrivino in orario; in oriente è diverso: non vi è questa rigidità, ma una sorta di indulgenza per il ritardo, per la lentezza, per il rinvio, per l’attesa. Quale dei due sia più saggio lascio al lettore il giudizio.

Il tempo del lavoro e il tempo del riposo: eccoci a una struttura tutta compresa nel tempo misurabile, poiché di solito è dato un tempo per il lavoro, così come è stabilito dalle leggi e dai contratti, ma anche dagli impegni presi nelle libere professioni; il tempo del lavoro sta lentamente accorciandosi, grazie alla tecnologia e all’innovazione. Si dovrebbe renderlo sempre più creativo e meno noioso, sia per dividere le opportunità di lavoro tra più persone, sia per connetterlo sempre di più con la vita. Io mi sento un privilegiato, perché sono riuscito in questo, incastrando decenni di lavoro e di studio, in contemporanea, e oggi faccio attività che sono ricerca intellettuale e ricerche che sono utili agli altri sul piano pratico.

Il tempo dei carcerati e il tempo delle persone libere: frequento le carceri da decenni, per assistere e comprendere. Il tempo di chi vive in ristretti orizzonti è diverso dal mio, dal tuo, mio gentile lettore, perché è collocato dentro uno spazio. Il tempo in quello spazio si dilata infinitamente, per cui le giornate scorrono lente, lentissime, ma chi colà vive non se ne rende conto, perché non le considera, non le conta, non le valuta. Un giorno dopo l’altro, cantava Luigi Tenco, la vita se ne va. Come tutte le vite, ma quelle dei carcerati in modo più lento, anche se spesso loro se ne vanno prima di noi.

Il tempo lineare e il tempo ciclico, quello delle stagioni: in realtà osserviamo tutti e due questi modi del tempo: ci è noto quello lineare, delle ore e dei giorni e anche quello delle stagioni, che cambiano e che ritornano, perennemente, a nostra memoria, e a quella dei nostri avi (cf. Esiodo). Si va avanti negli anni, ma primavera torna sempre, e poi le altre stagioni, come le canta Antonio Vivaldi.

Il tempo del sacro e quello del profano, cioè di ciò-che-sta-di fronte-al-tempio (il fanum): in realtà il tempo del sacro è tutto il tempo che viviamo, non solo quello delle domeniche  e delle altre feste comandate dalla tradizione cattolica, ché tutto il tempo è sacro, nel senso che è il tempo della vita, mentre piuttosto possono essere esecrande alcune azioni dentro il tempo, come quelle degli assassini di Alatri, e di altri innumerevoli delitti dell’uomo che tenta di diventare tale (cf. Nietzsche), con grande fatica.

Il tempo della camminata in salita e quello della maratona: diversissimi, perché il primo deve sopportare la conquista di un dislivello e la progressiva rarefazione dell’aria, il secondo si sente nel ritmo ed è scandito dai chilometri fatti. Il tempo in salita sostituisce la distanza ed è condizionato dall’ambiente, dalla meteorologia, dalle condizioni fisiche di chi sale lungo il crinale del monte.

Il tempo della salute e quello della malattia: il primo è quasi come se non ex-istesse, è leggero, dato per scontato, come un diritto (eeeh i diritti!), il secondo a volte non passa mai, nella solitudine di un letto a guardare il soffitto o l’andirivieni di medici e infermieri, e si vive quasi fosse un’ingiustizia.

Il tempo dei giovani è frenetico, oggi scandito dalle connessioni continue via web pc cell tablet, mentre per chi ha qualche anno di più scorre in modo diverso, più similmente alle altre fattispecie sopra elencate, ché i giovani, specialmente i digital born, non hanno proprio il senso del tempo, vivono, e forse è un bene, chissà?

Il tempo dell’uomo è diverso dal “tempo di Dio”, dall’eternità, come viene chiamato in teologia, cioè il tempo senza tempo, il nunc aeternum, che non ha inizio né fine e attende ciascuno di noi perché ce ne rendiamo conto, essendo già immersi nella sua luce.

Il senso del tempo è sempre diverso, è il manifestarsi delle cose nel tragitto, il loro significato, il loro valore, la loro verità per ognuno di noi, che vive nel tempo, anche se il tempo fugge, pur non essendo. Infatti è solo il contenitore della vita, come lo spazio, di cui è gemello monozigote. Per ora nel luogo dove vivo, perché dell’oltre nulla so.

Il sogno come metafora dell’aldilà

La tradizione semitica ebraico-giudaica supponeva come aldilà, cioè un oltre-vita, l’esistenza dello sheol, luogo umbratile e solitario, e solo nel secondo libro dei Maccabei vi è un cenno fuggevole a una sorta di “vita eterna” post mortem; la tradizione cristiana e soprattutto quella islamica hanno dato configurazione all’aldilà come luogo di pace e serenità, o addirittura di delizie, il p-a-r-d-e-s, da cui paradiso, oppure l’inferno, nozione-luogo di tormenti eterni, ovvero di solitudine infinita dell’anima per  l’assenza di Dio, come spiegato recentemente da papa Ratzinger.

San Girolamo, esegeta coltissimo, ma burbero e iracondo, sosteneva che in paradiso gli esseri umani troveranno anche gli animali che gli hanno fatto compagnia in vita.

La cosmologia insegna che non vi sono luoghi del genere nell’universo o nei multi-versi che siano, a stringhe, periodici, secondo Origene, o Giordano Bruno o Einstein o Hawking. E allora? Dov’è, se c’è il paradiso o l’inferno, o addirittura il purgatorio, nozione teologico-letteraria medievale?

Proviamo a pensare ai tre stati in cui si può trovare l’uomo vivente: lo stato di veglia, lo stato di sonno e lo stato di coma. Il primo è caratterizzato dalla coscienza vigile, il secondo coincide con la perdita di coscienza e l’immersione in una dimensione di assenza dal flusso psicologico e motorio della veglia, il terzo è ancora diverso, simile al sonno ma causato da traumi o indotto farmacologicamente.

Esaminiamo lo stato di sonno. In questa condizione l’attività cerebrale è febbrile, e si sogna. Nella parte centrale del sonno REM, a metà circa di un ciclo circadiano i sogni ci portano in mondi fantastici, a volte paurosi, dove vengono meno le leggi della fisica e della natura conosciute, dove facciamo incontri inopinati e accadono cose senza senso… apparente, cioè senza il senso ordinario dello stato di veglia.

I sogni sono stati oggetto di studio e interpretazione da millenni, la Bibbia è piena di sogni: hanno sognato Giacobbe il patriarca, il padre di Gesù di Nazaret Giuseppe, etc.. Freud e Jung hanno scritto fior di trattati in tema.

Ecco, forse potremmo metaforicamente prendere in considerazione lo stato di sonno e di sogno per farci un’idea di un qualcosa che sta oltre le coordinate cognitive note alla ricerca neuro-scientifica attuale.

L’Oltre può essere considerato uno “stato dell’essere”, una modalità della presenza esistentiva di un soggetto o anima come vogliamo chiamarlo.

Tommaso d’Aquino parla di visio beatifica , cioè di visione della ineffabile Luce divina, già all’inizio della sua grande Summa theologiae, partendo così dall’epilogo della vita umana, dall’èskaton, per parlare dell’uomo, della sua vita, della conoscenza e delle scelte morali secondo il libero arbitrio, sempre relazionato al limite umano, epperò verso un Fine ultimo.

Il padre Dante tratta il tema dell’aldilà nel suo poema supremo.

Se vi è qualche momento in cui la mia fede teologale, talora vacillante, si rafforza è quando accadono fatti come quelli di Dj Fabo: allora penso che Dio esiste, perché lo ha atteso nella Sua luce fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou).

Il tempo che viviamo

nonna-mamma-zia

Caro lettor mattutino,

A volte pare di non capire , mentre le cose capitano, a volte il senso si perde, o pare incomprensibile, di questi tempi, che sembrano più oscuri di altri ma non lo sono, nonostante la violenza diffusa, nonostante gli attentati spaventevoli, e più spaventevoli se accadono dalle nostre parti piuttosto che in Oriente.

Il nostro sguardo non ha profondità, manca di prospettiva, perché abbiamo un orizzonte poco oltre un palmo dal naso, perché viviamo il tempo immersi del tutto nel fluire dei fatti, degli avvenimenti raccontati da web e tv, di cui siamo quasi sempre, grazie a Dio, osservatori stupiti, ma anche a volte stupidi, informati e disinformati in tempo reale, sbalorditi dal profluvio di notizie, immenso, che ci piomba addosso.

Nelle relazioni private spesso l’incuria comunicativa vince sulla verità della relazione, e così si creano incomprensioni e disagi, causando sospetti, inimicizia, pregiudizi e infine ingiustizie. Spesso, invece che la paziente opera della comprensione analitica e dell’interpretazione dell’altro, si sceglie la scorciatoia del pregiudizio, della narrazione di terzi sui secondi e dei secondi sui terzi, senza verifiche di veridicità o almeno di affidabilità, e le persone giudicate scivolano, o sul crinale della dimenticanza e dell’oblio, oppure ascendono a glorie insperate, e talora immeritate, innescando processi deleteri e crisi future della struttura cui appartengono, sia un’azienda, sia una scuola o un’istituzione pubblica, o altro.

Non riusciamo a giudicare se quello che accade sia inusitato, del tutto nuovo, o sia una manifestazione costante della violenza intrinseca all’agire umano.

Ora, dopo lo Yemen, la Giordania, ancora il crudele massacro siro-irakeno, ecco Berlino, fotocopia natalizia dell’estiva strage sulla Promenade del Anglais, a Nice. Gente fuori di testa gira per il mondo a uccidere, a vendicare Aleppo, vindice mano di qualcuno che viene invocato come “dio”, ma Dio non è.

La superficialità caratterizza molte relazioni, molti dialoghi e rapporti interpersonali, non pochi negoziati e processi decisionali, sia nel piccolo delle nostre vite, sia nel grande della politica, dell’economia e della finanza globale. La profondità è quasi bandita dai mezzi di comunicazione e dalla quotidianità, dove vince più spesso il banale, il trito, il rimasticato, il pressappoco.

A volte ci si inventa professionisti dove non si è che dilettanti allo sbaraglio, e allora, auspice la pessima educatrice virtuale, si fa come in tv, dove lo stolto declama principi etici, il fisico dottoreggia di teologia, il giornalista generalista, famoso per un libro fortunato, si occupa di tutto e del suo contrario, proponendo ricette risolutive per ogni tema o problema: parlo della species saviani. Si organizzano meeting aziendali senza arte e conoscenza, improvvisando tempistiche, capacità oratorie e sintetiche che spesso latitano, semplicemente perché i mestieri non si improvvisano, e un biologo non diventa, come per ispirazion divina, improvvisamente capace di farsi ascoltare da un pubblico eterogeneo e disperso in open space solitamente operativi. Non si può parlare dando le spalle al pubblico, se non si è Dario Fo, Carmelo Bene o Vittorio Gassmann, e per giunta senza amplificazione, pena l’inefficacia, se non addirittura la noia o il ridicolo.

Un altro ambito è quello ecclesiale dove, per un eccesso di spirito interreligioso, qualche prete nega gli spazi sacri della chiesa per manifestazioni e recite natalizie, confondendo ciò che è rappresentazione sacra, sia pure ingenua, con la rappresentazione teatrale tout court. Cari preti “progressisti”, studiate un po’ di più la storia della chiesa, e la storia in generale. Leggete le Laudi di Jacopone da Todi, ma in latino, a partire dallo Stabat mater dolorosa… Informatevi e formatevi meglio prima di fare stupidaggini, proprio come sopra altri capi fanno.

E altrettanto accade in certe scuole dove non si fanno più i presepi per non offendere qualcuno, magari i musulmani, che sanno benissimo chi era Gesù (tra l’altro ne custodiscono la tomba a Gerusalemme dai tempi di Salah el Din), e lo ritengono profeta grande, e conoscono Mariam, sua madre, la donna più venerata del Corano. Studiate insegnanti e “dirigenti” scolastici, studiate, orsù.

E, di fronte a tutto questo, e a molto altro di analogo o giù di lì, verrebbe voglia di andarsene via, di staccare con questo mondo approssimativo a talora cognitivamente inerme, sciapo e trascurato, o almeno passare qualche ora in più sotto l’ulivo che la sorte mi ha donato per questo prossimo tempo, a guardare l’alba di giorni nuovi, con un libro in mano, o anche solo con pensieri solerti e fuggitivi.

Leonardo Cazzaniga e Laura Taroni, o dell’omnipotenza superba

superbiaPare che abbiano provocato o causato la morte di decine di persone, a Saronno, in Lombardia, nell’omertà dei più. Anche la madre e il marito di lei hanno ucciso. A che punto è la notte dell’anima, sentinella? Parafraso Isaia perché mi sembra siamo al limite inferiore dell’umanità, al pari dei killer nazisti e dei fanatici jihadisti e dei monaci assassini di Ipazia.

Pare lei dicesse che quei due dovessero essere puniti, e così l’avrebbe fatto lei. Perché no?

E ancora: fino a che, a quanto, erano determinati neurologicamente ad essere coloro che hanno fatto quello che hanno fatto, e fino a che, a quanto, sono stati liberi di farlo, potendo de-cidere se e come e cosa somministrare ai pazienti, o alle persone sane che poi sono morte?

Chiederanno i loro avvocati, dopo le prime ammissioni, l’infermità o la semi-infermità mentale? Ma se la responsabilità è personale come la mettiamo? Non si potrà dire che i due agivano sotto l’influsso della droga, anche se il dottor Cazzaniga si è dichiarato cocainomane, oppure plagiati o condizionati da qualche minaccia. Pare che i delitti contro i familiari della Taroni fossero anche dettati da interessi economici, per denaro si uccide, non riesco a non meravigliarmi.

Se la volontà di agire, secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino, ma anche secondo Patricia Churchland, una neuro biologa contemporanea, è una prerogativa di chi ha intelletto, per cui non può essere contro il fine proprio, che cosa è l’agire delittuoso? Da dove promana la volontà di uccidere? L’agire delittuoso è transeunte, cioè si rivolge a un oggetto, che può essere una persona, ma l’agire contro il proprio fine è anche immanente, cioè fa del male all’agente stesso. Fare del male fa male.

Come poteva il dottor Cazzaniga e la sua amata compagna pensare di agire secondo un fine facendo del male ad altri? Come gli ha funzionato e gli funziona la facoltà di apprezzamento delle cose, la vis aestimativa? I geometri studiano estimo per potere valutare il valore di un terreno, e il dottor Cazzaniga che criterio ha usato quando decideva di sopprimere qualcuno?

Chi gli ha suggerito di avere il diritto di comportarsi così? Qualcuno o qualcosa dentro di lui? Magari non un limite neuro-biologico, magari una limitazione della corteccia orbito-frontale, ma la superbia, il vizio della superbia, cioè il convincimento di poter decidere al di sopra di ogni principio morale condiviso.

Come si muove nella mente di quell’uomo il principio morale detto così: “Bonum appetendum, malum vitandum“? Forse che il bene diventa il proprio arbitrio e il male il suo contrario?

E’ malvagità, perfidia, cattiveria nel senso di auto-prigionia, la condizione mentale di quell’uomo e della sua donna?

Che fare in una situazione come questa, nel momento in cui gli inquirenti avranno chiarito responsabilità e veridicità delle azioni contestate? Qualcuno, ho sentito, dice, mettiamoli a muro e fuciliamoli. E poi? Rendiamo, così facendo, la vita ai morti? Questa è la controindicazione principale della pena di morte, la sua non-deterrenza, i suo non generare alcuna contrizione, alcun dolore per il dolore arrecato, ma solo dolore aggiuntivo.

E’ probabile che siamo ancora lungo il cammino, a perdita d’occhio, dell’ominizzazione. Forse è meglio riprendere a leggere il grande libro della nostra storia, la Bibbia, i tragici e i lirici greci, Dante e Shakespeare, Montale e Ratzinger.

Spesso il male di vivere ho incontrato/ …” (E. Montale)

energie e lontananze

lontananzeOggi va molto di moda il discorso sull’energia, mutuato dalla fisica moderna e, inconsapevolmente per i più, dalla filosofia classica (l’enèrgheia, cioè, più o meno, la potenzialità di sviluppo degli enti).

Ne parlano un po’ tutti, spesso senza cognizione, come accade per tutti i termini promossi dalle mode cangianti. La New Age l’ha eletta a una centralità assoluta, così come, anche se in modo diverso i movimenti “neo-pagani” (absit iniura verbo), sciamanici et similia.

Non vi è dubbio che il concetto è importante e polisemico, cioè significa più cose in diversi contesti della ricerca scientifica e del linguaggio comune. L’energia è la manifestazione o espressione altra della massa dei corpi secondo la nota formula einsteiniana, è il plafond cui attingiamo per vivere, pensare, operare. E’ richiesta nell’attività fisica e in quella intellettuale, fondamentale nelle relazioni interumane autentiche, là dove non vengono confuse con la mera comunicazione.

A volte sembra percorrere sentieri strani e inauditi, come quando scopriamo di avere intuito cose che sarebbero accadute, ma ben prima del loro accadimento, come se ricevessimo informazioni da altri mondi o altri tempi di questo mondo. Mi è capitato di scrivere cose, e a distanza di tempo di scoprirne la verità premonitoria.

Energie e lontananze, orizzonti oltre i quali il nostro sguardo attuale si ferma e dà la parola all’immaginazione, al visionario dispiegarsi di forze ignote, forse spirituali, o forse naturali, ma inaccessibili ai nostri limitatissimi sensi esterni e -piuttosto- intuibili con facoltà indefinite e finora non classificate dalle scienze naturali.

In realtà, forse siamo tutti un poco veggenti, se ci mettiamo in ascolto dell’infinito dispiegarsi delle cose, delle loro connessioni e distanziamenti, della totalità indivisa e complessa, come domenica scorsa, quando in bicicletta, pedalando nel sole settembrino, interrotto dalle lunghe ombre dei pioppeti, in assenza di vento e di rumori, mi son come dimenticato chi fossi, ma non in un remoto soprassalto di invecchiamento, bensì scoprendo improvvisamente di fare parte di un tutto, e che il tutto è in me, olisticamente e autosimilarmente.

Energie e lontananze che si intrecciano e si rinnovano nel tempo e oltre.

Scrissi decenni fa di incontri, che poi si sono realizzati, di affetti e storie, nel tempo dipanatisi e, anche se poi svaniti, comunque presenti nella mia vita, e nel mio destino, come in questa breve lirica sfuggitami di penna quando avevo vent’anni, dedicata alla donna.

Al desiderio d’acqua sorgiva/ nelle iridi tue/ ai seni acerbi e ignoti/ alle tue cosce divinate/ da roghi sul fiume antico/ del desiderio/ al socchiudersi lento/ delle tue labbra/ al velo del tuo mistero.

Il male come evidenza del limite, il limite come radice del male

la radiceIl male è una mancanza di bene (Agostino), il male è un limite, un’amputazione dell’essere fisico (manca un dito) e spirituale (manca la coscienza). Abbiamo -come umani- dei limiti e pertanto confiniamo con il male.

Vi è male in Dio? Nel “dio” gnostico, manicheo e mancusiano sì, nel Dio unico e omnicomprensivo no.

Chi fa il male? i cattivi? ma “cattivo” non significa “prigioniero” (captivus, da captus, catturato in latino, verbo capio, is, ere, prendo, catturato)? e se uno è “catturato” come fa a essere colpevole, autore responsabile di un reato/ peccato e pertanto meritevole di una sanzione/ punizione da espiare?

Quanto sono responsabili delle azioni che fanno i fanatici di ogni tempo e luogo, fossero un tempo i circoncellioni, o i papisti della crociata anti-catara, o le SS oppure i “radicalizzati” islamisti dello Jihad letteralista dei nostri tempi, etc.?

Il male c’è, con immediata e brutale evidenza, ma non sussiste, non ha spessore. Il male fa soffrire, nel corpo e nell’anima, ma non ha storia e non ha futuro. Chi fa il male taglia, tronca, recide, spegne, ma non persiste. Finché dura, il male è insopportabile, ma quando finisce è come se non ci fosse mai stato. Il cervello seleziona i ricordi mali e li mette-via. Talora il ricordo del male continua a far-male come nel caso di Primo Levi, ma l’auto-toglimento della vita è un male successivo al male vissuto insopportabilmente, è un secondo grande male.

L’immagine della tentazione diabolica in Genesi è utile come ogni mito che si rispetti: dà il senso alla scelta limitativa, quando l’uomo-la donna pre-tendono (tendendo la mano) di cogliere il frutto della sapienza di ciò-che-è-bene e di ciò-che-sta-oltre-il-limite, e quindi è male. L’uomo da solo non ha i mezzi per com-prendere completamente la complessità del giudizio sull’agire relativamente libero, datogli dalla sua natura/ da Dio.

Per non perdersi ha da considerare sempre il limite del suo essere, stare, agire, onde evitare l’illusione dell’omnipotenza, il cui fomite è nel terribile vizio di superbia, il cui prosieguo è nella terribile invidia e la cui conclusione si trova nella cupidigia, quasi un cupio dissolvi nel piacere fasullo dell’orgasmo egoistico, del possedere, del decidere sugli altri: libido potestatis, libido pecuniae, libido

Lezioni antiche dei maestri greci, di Cassiano, Climaco, Agostino, Gregorio Magno, e poi anche del Siddharta Gautama, che individuava nel desiderio di possesso (non nell’eros platonico) il fomite e origine di tutti i mali, del limite, del peccato.

Ed è così, mio caro lettore, la radice del male è il superamento del limite, oppure anche solo un anelare senza fine al suo superamento, un’ansia da prestazione, una gelosia che si fa invidia, il successo che si fa superbia, il cinismo che diventa omicidio, l’ignoranza che toglie la scintilla di Dio dai cuori.

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