Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il corpo e la mente

…e lo spirito, se vogliamo conoscere san Paolo. E l’anima, che è molto importante, nelle sue varie accezioni, da quella animistica, presente in molte culture tribali a quella spiritualistica, tipica del contesto mediterraneo giudaico-cristiano-islamico e diversamente declinato nel plesso hindu-buddistico e confuciano-scintoista.

Sàrx e sòma sono strettamente collegati alla psychè, che significa anima e anche farfalla, e allo pnèuma, che vuol dire soffio, vento, spirito… O, come sosteneva Aristotele synolon, cioè il composto umano qualificante l’essere umano, tesi antropologica completamente accolta da Tommaso d’Aquino, dai razionalisti sette-ottocenteschi Hume, Locke e Kant e, in sostanza, anche dalle scienze psicologiche e neurologiche moderne e contemporanee.

Corpo e Anima

Si usa dire che si-ha-il corpo, come si-ha-l’anima, mentre invece si dovrebbe dire che si-è-il-corpo-proprio, si-è-la-propria-anima.

La filosofia ha spesso parlato del corpo in modo divisivo e straniante, a volte. Dualistico. Ma ciò si può intendere bene se viene collocato nel tempo storico, che anche quello dell’evoluzione del pensiero umano. Il dualismo si è sempre posto in contrasto con il monismo, secondo la tradizione classica della filosofia, sia occidentale sia orientale.

Il corpo è-ciò-che-si-vede in tutta la sua evidenza, dell’uomo, l’anima è-il-nome-di-ciò-che-non si-vede, dell’uomo. Noi umani abbiamo bisogno di distinguere, di discernere, di sceverare nelle e tra le cose.

La mente, mens in latino, che rinvia a memoria, e anche alla greca mnemosyne, rappresenta in modo più tecnico ciò che è spirituale, impalpabile, imponderabile, tant’è che la risposta alla domanda “Hai afferrato il concetto?” In senso proprio, quello dell’afferrare concerne la dimensione fisica, materiale configura sostanzialmente la domanda, ma può essere considerata nella sua dimensione metaforica, cioè traslata.

Il concetto è qualcosa di mentale, ma è anche il participio passato del verbo concepire, cioè far-nascere, anche fisicamente. Nella mente, dunque, nascono i concetti tramite il flusso del pensiero, come insegnano le neuroscienze.

Vi è ancora molto da dire… e così introduciamo il tema della “persona”, nella sua accezione cristiano-classica: persona non è individuo, perché “individuo” è ciò-che-non-è-divisibile, e quindi lo è (individuo) anche un albero o un gatto.

Persona invece è, sulla traccia della sua etimologia, un qualcosa di legato a un contesto teatrale greco-latino, proprio all’ambiente teatrale della cavea, che richiedeva toni e timbri di voce degli attori atti a farsi ascoltare anche da coloro che erano seduti nell’ultima fila in alto del teatro. Gli attori, dunque, indossavano una maschera per far risuonare (per-sonare) la propria voce.

Persona, dunque, come maschera, dall’antichità… che strano, vero? E siamo già a Pirandello, con il suo Uno, nessuno, centomila, che attesta la consapevolezza pratica che ognuno di noi, corpo-mente-anima-spirito, deve, DEVE, per relazionarsi e vivere in mezzo agli altri, indossare maschere, le più adeguate alle situazioni che ognuno di noi vive quotidianamente.

Il senso comune vorrebbe dire che maschera fosse sinonimo di falsità e menzogna, ma non è così o, meglio dire, può non essere così. A volte abbiamo proprio bisogno di non-dire-tutto ciò che le nostre emozioni o sentimenti ci suggerirebbero, e allora la razionalità ci suggerisce prudenza, e dunque di fingere – in parte – e di non dire tutto, o di dirlo in modo più edulcorato e molto accorto. Ciò per perseguire un bene maggiore, che sarebbe invece negletto se si fosse sempre e completamente sinceri fino all’ingenuità. Alla verità non si può mai accedere del tutto, e anche la filosofica parresìa deve avere dei limiti.

Il gran dottore viennese, scopre cento anni fa, come la altrettanto gran vulgata dispone per il lettore, i sotterranei della coscienza cosciente, l’inconscio o subconscio, ricettacolo del non-dicibile, perché non evidente alla coscienza, e chiama super-io la coscienza, cioè quell’ente che i classici ritenevano essere la persona stessa, la sua anima, la sua interiorità, la sua verità ontologica.

Ma forse non è noto a tutto l’orbe terracqueo che millesettecento anni prima del citato dottore, un dottore di tipo diverso, di etnia numida e di nome latino, Aurelio Agostino, dialogava con la propria anima nei “Soliloquia”, peraltro preceduto da due imperatori pensanti, Elio Adriano e Marco Aurelio. Trascurando altri, come l’immenso Plotino, da duemila e cinquecento anni a oggi.

Ecco, la storia dell’uomo come corpo anima e spirito è lunga e doviziosa di spunti, tutti utili e inclusivi al fine di una visione filosofica della persona, che è individuo, ma anche e soprattutto coscienza di essere e coscienza nel dire e nel fare.

PLANET-PEOPLE-PROFIT: la sostenibilità dell’eco-sostenibilità

Bisogna chiedersi sempre se un progetto economico-aziendale, qualsiasi sia, possa essere realizzato con sufficiente e ragionevole plausibilità, ad esempio quello della sostenibilità ecologica.

Se si cimenta in un progetto del genere un’azienda di dimensioni medio-grandi, con fatturati e mezzi rilevanti, la plausibilità si dà, sempre che tale prospetto culturale trovi l’adesione e la partecipazione degli stakeholders, lavoratori, dirigenti e proprietà.

Nelle aziende più piccole o medio-piccole non si può pretendere che le strategie si improntino immediatamente alla triade concettuale e valoriale PLANET-PEOPLE-PROFIT, che rappresenta la sintesi del modello eco-sostenibile. Innanzitutto perché le persone, i lavoratori (e non solo loro) fanno fatica ad “alzare lo sguardo”, al punto da perdere di vista il loro quotidiano proprio, la fatica del lavoro, la difficoltà delle relazioni, il sentimento di precarietà che aleggia, le preoccupazioni per la salute propria e dei propri cari, e, in secundis, perché non è facilissimo capire l’utilità di una progetto di ecosostenibilità aziendale.

Infatti, come lo si può spiegare? Come si può essere convincenti usando un sintagma così politico, così economicistico, così ambientalistico?

Veniamo all’etimologia, come mio solito costume: eco-sostenibilità è una parola italiana composta da due radici, la prima derivante dal greco antico òikos, cioè casa, da cui eco-nomia (cioè regole, nòmos, della casa), eco-sistemi (cioè struttura, tìthemi, della casa ), eco-logia (cioè discorso, lògos, sulla casa), eco-sensibilità, (cioè sensibilità per la casa) etc.; la seconda dal verbo latino sustineo, ère, vale a dire sostenere.

Come si può vedere, il termine òikos è giustapposto a varie radici terminologiche in prevalenza greche, ma nel caso del termine che qui analizziamo, òikos è accostato al verbo latino sustineo. Ecosostenibilità, tutto attaccato, ma scrivendo in questo modo il programma di scrittura ti dà errore, epperò se metti un trattino in mezzo, lo tiene per buono. Finché lo Zingarelli lo accoglierà ufficialmente nel suo sempre aggiornato vocabolario.

Un termine, dunque, non consueto di per sé, e di non facilissima spiegazione. Si pone prima di tutto il tema della comunicazione corretta del termine a una platea diversificata e plausibilmente scettica. immediatamente dopo si pone il tema o problema del senso e del significato pratico da dare al concetto nell’operatività pratica di ogni giorno.

Un esempio: siamo sicuri che siano ecosostenibili le auto ibride o elettriche, rispetto alle ultime versioni del diesel, che sembra emetta gas più puliti di quelli che introduce? E che fine fanno le possenti batterie, piene di materiali inquinanti? E’ solo un esempio.

Certamente si possono individuare esempi positivi, come nei consumi di carni animali. Si sa che per produrre un chilo di carne bovina occorrono cinquecento litri di acqua?… fa fare domande questa constatazione?

Certo è che l’ecosostenibilità è la via obbligata da tutti i punti di vista. Innanzitutto da quello etico generale, che obbliga a sentirsi obbligati (kantianamente) a preservare le risorse naturali per noi, ma soprattutto per chi abbiamo messo al mondo e per chi verrà dopo di loro. Prima di tutto.

Ma obbliga anche per altre ragioni che si possono riassumere così: siccome le risorse non sono infinite e sono mal distribuite nel mondo, creando ingiustizie, peraltro accentuate dalla e nella modernità, che ci richiamano a una morale di giustizia fra popoli e nazioni, è indispensabile avere presente il concetto di finitezza e di destinazione d’uso delle risorse. Le guerre stesse che da quasi tre quarti di secolo si combattono in giro per il mondo, in ogni continente, salvo forse l’Oceania, senza essere state mai dichiarate, sono la cartina di tornasole dello stato di cose attuale.

Si combatte sempre per il soldo. Un esempio: perché cencinquant’anni fa o giù di lì, l’Imperial Regia Marina di Sua Maestà Britannica Vittoria favorì l’attracco siculo, quasi senza opposizione, dei Mille del Generale Garibaldi sui piroscafi Piemonte e Lombardo? Vogliamo ricordarci che negli stessi anni il nobile Imperial Regio Esercito, sempre di S.M. Britannica Vittoria, conquistava l’Egitto, la penisola del Sinai al fine di condividere con i Francesi il Canale di Suez, per ragioni nobilmente economiche, di approvvigionamenti di risorse materiali dall’Estremo Oriente, evitando di seguir l’ardita rotta del valoroso hidalgo senor Vasco da Gama, che rischiò l’osso del collo al Capo delle Tempeste, poi Capo di Buona Speranza? Un’Italia unita e amica dell’Impero Britannico era utile, anzi necessaria.

Dimentichiamo che, sempre la Gran Bretagna, al tramonto del suo impero coloniale, ci batté sonoramente in mare nel 1940/ 1 a Capo Matapan e a Taranto, perché la Italiana Regia Marina (non fascista) non conquistasse Malta? Per quale ragione? sempre per dominare le rotte mediterranee. Gli Inglesi (e non solo loro) non agiscono mai per bontà d’animo e per altruismo. Furono capaci perfino di complottare, progettare ed eseguire, con l’ausilio di un gruppo di partigiani (Mario Lonati in primis) su ordine di Luigi Longo, e il comandante John (alla faccia del cosiddetto e sé dicente “Colonnello Valerio-Walter Audisio”, che non ammazzò né Benito né Claretta) l’ammazzatina (farebbe dire il grande Camilleri a Montalbano o a Mimì Augello) del Cav. Benito.

Per tutto questo e per molto altro ancora, l’ecosostenibilità ha una valenza epocale, e riguarda complessivamente, sia la tutela delle risorse ambientali, sia una loro più equa distribuzione nel mondo e tra le nazioni. Altrimenti tutto ciò rimane un bellissimo programma di buone intenzioni impossibili da realizzare.

La volgare insurrezione di Washington è un esempio di alcune delle “sette forme patologiche” di esercizio del potere

Ciò che è successo il 6 Gennaio 2021 a Washington, cioè una sorta di jacquerie fuori tempo, sollecitata da quell’insolente guitto viziato che risponde al nome di Donald J. Trump, è l’esemplificazione di una delle sette modalità di manifestazione patologica del potere, e forse di più di una.

Questi fatti, però, significano diverse cose: intanto, che l’America è forse la punta dell’iceberg di un disagio comunicazionale, e anche cognitivo, che da qualche anno (da oltre un ventennio) caratterizza i modi relazionali delle persone e delle nazioni del mondo. Mi sono speso molto nello scrivere denunziando la crisi profonda del pensiero critico, la pervasività pericolosissima dei social e il loro sconsiderato e (forse in parte) inconsapevole uso di moltissimi, che pensano di contare solo se intervengono sul pubblico mercato della comunicazione. Le tv commerciali hanno la loro responsabilità oggettiva in questo processo di deformazione dell’informazione, e quindi della possibile interpretazione dei fatti. Qui lascio perdere la solita citazione concernente la crisi della scuola e dei nuclei familiari, nelle loro varie declinazioni, tema più volte anche da me trattato.

La crisi americana attesta anche la mediocrità del loro sistema scolastico pre-accademico: quando sento parlare di “liceo” nelle cronache americane, mi sorge un sorriso prima di compatimento e poi di preoccupazione. Liceo, ma dai. Una fabbrica di molti ignoranti, mentre le università restano inaccessibili, se non ai ricchi, o almeno ai benestanti.

Trump è la cartina di tornasole di una crisi della politica e non del solo Grand Old Party, i repubblicani di Jefferson, di Lincoln, di Mc Kinley e di Eisenhower, ma anche dei democrat, fino ad Obama. Constatare che gli operai si siano rivolti nel 2016 a Trump e non a Hillary Rodham Clinton, dà da pensare. Ora, forse, se qualcuno o qualcosa non lo fermerà, The Donald cercherà di costruire una terza forza per “portare avanti” il suo progetto tanto distruttivo quanto incomprensibile (almeno a me in questo momento).

Ma c’è qualcosa che non mi convince anche nello schieramento opposto, nei democratici. Biden ha vinto e auguro al mondo che possa fare, non solo meglio dell’appena deposto clown, ma anche meglio di Obama (ci vuol poco) in politica estera. Ma ora allargo lo sguardo.

Qualche tempo fa ho scritto qui del potere, cercando di parlarne come di una dimensione ineludibile della vita organizzata umana, in ogni ambiente e come declinazione dell’autorità, in qualsiasi modo essa sia data. Il potere è ciò-che-esercita-una-autorità-di-ruolo, di posizione. Epperò, non vi è dubbio che esso, sollecitando sentimenti ed emozioni forti, anzi, meglio dire classicamente, passioni, può essere utilizzato in modo eccessivo e irrispettoso per i “sottoposti”, i subalterni nelle varie gerarchie. Trovo ancora ispirazione dal libro di De Toni e Bastianon, Isomorfismo del potere. Lì vi trovo sette tipologie di esercizio sbagliato del potere. E non trascuro il volume di Hugh Freeman qui sotto mostrato e più avanti citato.

Narcisismo e insostituibilità. Quanti narcisi conosce ciascuno di noi, caro lettore? Il narciso è uno che pone se stesso al centro del mondo, per cui ogni altro deve porsi in subordine, in qualsiasi senso, momento e modo. Il narcisista è un superbo, un presuntuoso, un arrogante, un protervo. Un brutto soggetto, anche se a volte si presenta in modo affascinante e coinvolgente. Trump si colloca tranquillamente in questa declinazione dell’esercizio del potere, così come nella successiva.

Sindrome eroica e volgarità: il potere a volte rende volgari nei gesti, nei modi e nella scelta delle espressioni. Un potente mostra di avere sulle sue spalle mostrine virtuali da altissimo ufficiale, e perciò, con il linguaggio arcaico dei gesti, invita arrogantemente all’ubbidienza. Accanto alla volgarità egli vuol mostrarsi eroico, unico, irraggiungibile, imbattibile, inconfrontabile.

Crisi di legame e indifferenza: un’altra dimensione molto diffusa e visibile è quella dovuta alla problematica legata al deterioramento dei legami gerarchici in ogni ambiente, situazione che sulle prime genera indifferenza e successivamente crisi del legame. Nell’ultima fase, Trump ha preteso che il suo vice, Pence, gli obbedisse oltre ogni norma costituzionale, ma non è andata così.

Rottura di contratto e negazione del conflitto: a volte accade che nel flusso gerarchico del potere una vera e propria rottura cui può anche seguire la falsificazione della negazione del conflitto. Anche qui troviamo il tycoonnewyorkese.

Conformismo e saturazione: il potente non ha bisogno di mostrarsi originale, poiché gli basta seguire la corrente dal suo scranno di potere, senza particolari preoccupazioni. Trump?

Paura e invidia: il depositario di potere fa paura e crea invidia. Fa paura perché può decidere di molto delle vite degli altri, se non delle vite stesse, in certe situazioni storiche e territoriali come quella di cui sto scrivendo qui nella quale Trump non riesce a pensarsi non più commander in chief.

Psicosi da performance e gestione dell’ansia. Il potente si esalta per le proprie performance che spiega come inimitabili. I modi consueti del nostro. Circa la gestione dell’ansia, questa è soggettiva, ma tipica di chi vuole sempre prevalere. Ed è la sua condanna.

Tra non pochi (Max Weber in primis) che hanno scritto su questo tema, nel saggio Le malattie del potere, edito da I Coriandoli, Hugh Freeman analizza un tema particolare: il rapporto tra politica e malattia, attraverso una serie di casi di uomini famosi, dall’antichità a oggi. Vengono esaminate le malattie di personaggi come Hitler e Stalin, Kennedy e Mao, Hailé Salassié e Margaret Thatcher in rapporto alla loro attività politica, e alle conseguenze che ne sono derivate. Come si vede, questo elenco propone personaggi diversamente ricordati dalla storia e dalla memoria collettiva. Parlare della malattia del potere in “San” J.F.K. può risultare difficile, ma Freeman lo ha fatto, sapendo che l’uomo è cagionevolmente e diversamente esposto alle patologie del potere, anche i migliori.

Come potrebbe trattare Trump in una seconda edizione di questo saggio, il prof Freeman?

Mentre la periclitante, mediocre, sciatta e debole politica italiana, da Conte a Renzi a Zingaretti, e poi dai peggiori, Meloni e Salvini, oggi particolarmente imbarazzati, sono intenti a contemplarsi l’ombelico.

vaccini, pecorini, caprini

sono notissimi formaggi, come sappiamo, fatti, rispettivamente, con il latte di vacca, di pecora e di capra, ma solo il termine “vaccino” ha assunto nel tempo un significato medico-clinico.

Louis Pasteur

Un vaccino, tecnicamente, è costituito da agenti patogeni, o da “pezzi” di essi, trattati in modo tale da far acquisire a persone sane una immunità.

La vaccinazione in qualche modo utilizza la “memoria immunologica” del sistema immunitario, al fine di dare al corpo la possibilità di difendersi da batteri, virus e altri organismi dannosi per la salute. Un altro modo di immunizzare un corpo umano è quello basato sull’immissione di un fluido umano che sia già stato a contatto con il patogeno.

Non vi è dubbio, e la storia della medicina contemporanea lo conferma, che le vaccinazioni sono un presidio sanitario preventivo fondamentale, per cui nel corso del XX secolo si sono ridotte in modo drastico nel mondo malattie gravi che erano diffuse da millenni. Si pensi solo al vaiolo, alla tubercolosi, alla poliomielite. Ricordo ancora quando alle elementari ci facevano il vaccino Sabin contro quest’ultima terribile malattia.

Solo nel 1980 fu dichiarato scomparso il vaiolo dal pianeta Terra.

Attualmente sono disponibili diversi tipi di vaccini contro numerose malattie, la cui applicazione è regolata dalle legislazioni sanitarie delle diverse nazioni del mondo.

Etimologicamente la parola “vaccino” trae origine dal latino “vacca”, vale a dire la mucca, e dall’aggettivo correlato “vaccinus”. Il nome di “vaccino” fu dato dal medico inglese Edward Jenner, che nel 1796 lo utilizzò la prima volta per indicare il materiale ottenuto dalle pustole di bovini ammalati di vaiolo bovino, in grado di generare negli esseri umano solamente una lieve infezione. Vaccinazione è dunque il termine derivato dai precedenti, come procedimento di inoculazione del vaccino in soggetti umani al fine di prevenire il vaiolo umano, largamente mortale per l’uomo. ]

L’idea di un “vaccino” è però molto più antica, e risale addirittura a quanto si osservò accadere durante la Guerra del Peloponneso nel IV secolo a. C. Allora si constatò che le persone colpite dalla peste e in seguito guarite, non erano più infettabili dallo stesso morbo. Si comprese che, in qualche modo, chi era già stato infettato da una malattia, una volta guarito, non sarebbe stato più colpito dalla stessa malattia in futuro. O quasi sempre.

Tornando a Jenner, fu il suo spirito osservativo a fargli immaginare un rapporto tra il contrarre il vaiolo bovino da parte delle donne incaricate di mungere le vacche, fatto che le immunizzava dal pericoloso vaiolo umano. Fu allora che lo studioso iniettò del materiale preso dalle pustole bovine in un bimbo di otto anni, che poi non sviluppò la malattia. Deduzione, abduzione, retrodazione, intuizione: in queste attività si trova tutta la logica della ricerca scientifica!

Ai primi del ‘900, Louis Pasteur trovò che si può generare l’immunità mediante l’iniezione di preparazioni microbiologiche utilizzando midollo spinale di coniglio infettato dalla rabbia mescolati con bacilli di antrace riscaldati.

E potrei continuare, informandomi e qui riportando altre note su ricerche e scoperte successive, come quelle di Robert Koch sulla tubercolosi e di Albert Sabin per quanto concerne la poliomielite. Ma mi fermo qui, perché non è la mia materia, e torno sul politico-filosofico.

Ora, in questa fase Covid-relata, si pone politicamente e culturalmente il tema del vaccino. Leggo le posizioni di tutte le tendenze, dai cosiddetti “no vax” ai sostenitori del vaccino, come si dice con orrenda espressione contemporanea “senza se e senza ma”. Ricordo che chi usò per primo o quasi (forse Bertinotti?) questo doppio sintagma, pensava di aver pensato una cosa geniale, mentre invece si tratta solo di due particelle ipotetico-avversative giustapposte.

La ragion logica, anche su questo tema, invita a non parteggiare in maniera acritica, ma ad affidarsi a ciò che il sapere scientifico viene scoprendo e proponendo, sapendo che la scienza opera ed avanza per prove ed errori, e che quindi non è possibile pensare che una scoperta scientifica o una sua applicazione sia, non solo efficace, ma anche assolutamente innocua per l’uomo. Molti effetti di un intervento chimico-biologico sull’uomo non sono prevedibili: basti pensare alle terapie chemioterapiche et similia.

Come sempre, l’ideologizzazione di un tema e il parteggiamento schierato per una tesi, senza supporti scientifici razionali, sono altamente dannosi. Quando poi di queste tesi preconcette si impadronisce una setta o un partito, i danni sono anche maggiori. Ma il peggio si trova sul web, nei social, dove schiere di nullafacenti-di-buono spesso si scatenano contro chi la pensa diversamente, con insulti e minacce.

Per quanto mi riguarda mi affiderò alla medicina che mi segue nella mia situazione particolare. Io prendo quotidianamente antivirali e antibatterici. Chi è preposto a questi saperi mi indicherà che cosa fare per me. E io ubbidirò, perché si tratta di persone competenti e ubbidire significa “ascoltare chi merita di essere ascoltato per saperi acclarati e certificati”, in questo caso un medico esperto delle mie cose. Così la ragione si esplicita in una filosofia del rispetto di saperi strutturati e affidabili, fino a… prova contraria.

…cani, porci, gatti ed esseri umani, un bestiario che si diffonde, o di come da mezzo secolo il Quoziente Intellettivo del Pianeta stia calando. Osserviamo, a testimonianza di ciò, un patrimonio linguistico, lessicale, espressivo e, in ultimo, cognitivo in declino, metodi argomentativi quasi assenti, sentiamo insulti grossolani e impertinenti asserti. Come ci difendiamo? Come contrattacchiamo?

cani, gatti, porci e esseri umani sono animali intelligenti. Senzienti, emotivi, capaci di affetti, memori.

Il cane scodinzola, ti segue, abbaia e latra, guaisce, ti guarda con occhioni lucidi: guarda il muso di un Boxer, di un Labrador, di…

Il gatto miagola intelligenti domande e risposte, con occhi tondi, colorati espressivi oltremodo. La coda alzata e le orecchie all’indietro significano che è allegro oppure furente e sta per attaccare. Una poesia che ho imparato in prima elementare: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo./ Ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo.

I porci sono animali meravigliosi, anche se amano rotolarsi nella mota. Ricordo Yurko, un imponente maschio di duecentocinquanta chili che Giorgio Pacor da Arta apostrofava duramente se non ubbidiva, e il gran porco si metteva seduto davanti al padrone con le orecchie basse chiedendo perdono con un mugolio penoso. E ricordo anche quando, ventiduenne, “dovetti” uccidere un maiale con un fucile. Lo avevamo acquistato, mia sorella e io, da un contadino, ma il norcino non era riuscito a ucciderlo con la “pistola” utilizzata per la trista ma necessaria bisogna nel suo mestiere (che qui non descrivo per evitare inutili truculenze). Allora mi prestai a compiere quell’atto, perché il maiale era stato comprato, e si doveva macellare. Per me fu come un “rito di passaggio”. Ci pensai a lungo: il maiale non aveva sofferto, perché il colpo lo aveva fulminato, e il senso di colpa mi lasciò dopo poco tempo.

Gli esseri umani sono i più splendidi primati mammiferi vertebrati ecc. ecc., che l’evoluzione (e Dio creatore) ha posto a vivere sulla Terra. E i più crudeli, assassini, egoisti, anempatici, furenti sfruttatori della bellezza. A loro, spesso, preferisco altri primati, come i gorilla, o altri animali come i su nominati. Sì, anche i porci.

Viviamo un momento storico della Terra, non solo dell’Umanità, ma anche del Vivente e del Minerale, che richiede un surplus di intelligenza, e invece ce n’è di meno.

Per ciò nei nostri tempi è necessario diffondere la consapevolezza di un grave impoverimento dei linguaggi umani, del lessico comune, delle espressioni comunicazionali, e quindi delle lingue parlate, della qualità relazionale tra gli esseri umani, e infine del loro livello cognitivo. Una situazione che la scuola e l’università non stanno riuscendo ad affrontare e a risolvere.

Il problema è serio, serissimo. Se vogliamo prenderne atto, implicitamente accettiamo un grande compito morale, come cittadini e come intellettuali. E’ compito di tutti porsi il tema di una caritas intellectualis per il buon fine comune, come insegnava il professor Joseph Ratzinger, da molti stracapito e poco considerato.

Infatti, la complessità attuale, paradossalmente, è affrontata nel modo peggiore e potenzialmente devastante.

Cani, gatti, porci e esseri umani fanno parte del vivente terracqueo, ma solo gli umani hanno responsabilità di mandato su di esso. Il tema del clima, il tema dell’utilizzo delle risorse concernono le decisioni umane. Ma anche il tema delle relazioni tra paesi e nazioni, tra territori e sistemi politico-amministrativi, tra gruppi e organizzazioni, tra le singole persone, tra le famiglie (si pensi, nella versione negativa, al familismo amorale) nelle comunità, dai nuclei familiari di vario genere e specie alla scuola, al sistema sanitario, all’esercito, alle varie realtà ecclesiali, appartiene all’uomo, a tutti gli esseri umani di questo mondo.

Se questo è vero, quale può essere, precipuamente, il ruolo dei saperi umanistici, antropologici e della filosofia in particolare?

Questo sito, che vive ormai da quasi quattordici anni, si è speso per la parte maggiore in riflessioni attinenti questi temi. Ora, per il fatto che i colleghi e le colleghe di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza filosofica, mi hanno eletto (mi pare, con convinzione) presidente, sento ancora maggiormente questa esigenza e questo dovere “kantiano” (e cristiano): di occuparmi di questa crisi del pensiero pensante e dei linguaggi, prima ancora che dei comportamenti e dell’etica come sapere relativo al giudizio razionale sull’agire libero (buono o malo) dell’uomo.

La filosofia non può prescindere dalla filologia e nemmeno dalla morale sociale, che peraltro è parte integrante del sapere filosofico.

Dobbiamo fare qualcosa di più, ho detto ai colleghi di Phronesis e a tutte le persone che a vario titolo frequento. A tutti. E così mi muovo in ogni ambiente dove vivo e lavoro, per consulenze e docenze, in riunioni e colloqui, nelle relazioni esistenziali e nel contesto della vita.

Natura umana e diritti civili

C’è chi si è sorpreso per quanto ha detto papa Francesco sulle unioni civili delle coppie omosessuali, quando ha affermato che queste coppie hanno dei diritti civili come tutte le altre persone e tipologie di coppia, distinguendo con nettezza, però, fra questo tipo di convivenza e il matrimonio cattolico. Sento parlare di “teologi contro”. Ebbene, anch’io ho il titolo accademico maggiore in Teologia e Filosofia e qui dico la mia.

Il papa, come suo solito, non è stato ambiguo, e di questi tempi nei quali la comunicazione s’è fatta confusa e confusiva, è un indubbio merito.

L’omosessualità è uno stato di vita di tipo diverso da quello etero.

Oggi possiamo dire che l’omosessualità “è una variante naturale del comportamento animale che comporta l’attrazione emozionale, affettiva e/ o sessuale verso persone dello stesso sesso.”

Dico subito che in molte antiche culture le modalità relazionali omo sono state molto diffuse. Nel corso del tempo e dei diversi territori l’omosessualità è stata accettate o aborrita, sia dal punto di vista della sensibilità culturale e sociale, sia dal punto di vista giuridico-legale.

Nel primo caso questo comportamento veniva considerato come una manifestazione di arricchimento della qualità delle relazioni interumane, mentre nel secondo caso veniva denegato e punito penalmente a livello civile, e considerato peccaminoso dalle morali religiose, come quella cristiano cattolica.

Nella seconda metà del secolo scorso la nozione di omosessualità non è stata più considerata malattia o crimine, mentre in ambito ecclesiologico cattolico ha continuato a costituire figura di peccato morale. Sotto il profilo scientifico internazionale vien tolta dalla International Statistical Classification of Diseases, Injuries anda Causes of Death (17 maggio 1990).

In questo momento, comunque, varie e diverse sono le legislazioni vigenti nelle Nazioni di ogni continente, dalla restrittiva (e occhiuta) Polonia alla iperliberal Australia. In certe regioni a cultura islamica (islamista) l’atto omosessuale è addirittura punito con la morte. Dire in questo caso “medioevo” è fare un grave torto al “Medioevo”.

Non vi è dubbio che molte persone con tendenze omosessuali non ne parlino, temendo la disapprovazione sociale e anche l’emarginazione e la condanna morale. Non è, peraltro, vero, che le esplicitazioni di questo stato di vita risalga solo ad anni recenti, poiché anche nell’Ottocento vi furono manifestazioni ed esternazioni di queste modalità sessuali individuali. Situazioni evidenti di omofobia si registrano tuttora in molti luoghi. Le dizioni lesbica e gay sono comunque abbastanza accettate nella comunicazione di massa.

Si possono citare in tema gli studi (risalenti agli anni ’70) di Michel Foucault, che svilupparono una tesi sociologico-culturale dell’omosessualità da giustapporre a quella biologistica. Per il filosofo francese la sessualità umana dipenderebbe essenzialmente dalle strutture sociali e familiari e dalle varie modalità di esercizio del potere socio-politico. In altre parole, nei suoi volumi intitolati Storia della sessualità (trilogia divisa in La volontà di SapereL’uso dei piacereiLa cura di sé ai quali si unisce l’incompiuto e recentissimamente pubblicato Le confessioni della carne) Foucault “riscopre e rivaluta il concetto di “afrodisia“, ovvero tutto quanto pertiene all’ambito della sessualità, facendone un concetto essenzialmente culturale, nel quale la posta in gioco non è la carne e il piacere della pratica sessuale, ma lo status degli attori sociali, siano essi uomini, donne, giovani.” (dal web)

Tornando indietro nel tempo, possiamo citare alcuni aspetti storici del tema sessuale, osservando quanto avveniva nella Grecia classica. In quei tempi la vita sessuale non era caratterizzata da aure morali o moralistiche: era come la medicina, la dietetica e la… ginnastica. Il rituale erotico-sessuale era un modo tranquillamente accettato dalla cultura del tempo, anche se si distingueva a seconda delle classi sociali. In generale, si trattava di praticare il sesso in modo equilibrato, per evitare guai di carattere salutistico, e non per altre ragioni, ad esempio di tipo etico.

Tutto cambiò con l’etica cristiana primigenia, ancorché mutuata dalle Scritture (lo dico tranquillamente da teologo) in modo letteralistico e oltremodo occhiuto. Il sesso venne considerato instrumentum diaboli e fomite di peccaminosità. Mi dolgo che tale visione abbia accompagnato (ufficialmente) per millenni la dottrina morale cristiana e cattolica in particolare. Diciamo che, fino ad anni molto prossimi, il popolo non doveva peccare, mentre le guide del popolo potevano farlo, purché non coram populo. Peccare sessualmente provocava imbarazzo e condanna sociale. Solo con papa Francesco qualcosa sta cambiando sul piano normativo, ma già papa Benedetto XVI aveva scritto qualcosa di molto chiaro per la valorizzazione della dimensione erotica dell’amore. Ma la sua splendida enciclica Deus Caritas est è più citata che letta. Si fa fatica a leggere e nessuna fatica a citare ciò che altri hanno scritto e letto.

Tornando ai Greci, a quei tempi l’erotismo era un gioco estetizzante, nel quale entrava anche l’omosessualità, come variante del tutto naturale.

Foucault, nei testi sopra citati, ha posto l’accento sull’asimmetria sociale del gioco erotico in quei tempi storici, là dove si distingueva chi aveva potere e chi non lo aveva, chi poteva corteggiare (l’eràstes) un uomo o una donna, e chi poteva essere corteggiato (l’eròmenos). Il giovane maschio adulto benestante poteva intrattenere rapporti con giovanissimi maschi e giovani donne in condizione di schiavitù. Non vi era un rapporto tra pari. Questo ufficialmente, ma altre fonti attestano che si praticavano spesso e volentieri anche rapporti fra “pari” a livello sociale (ne parla lo stesso Platone nel Simposio e ne Le Leggi).

Varie fonti parlano anche del dono come strumento di approccio e corteggiamento per poi procedere in ambito sessuale. Si dia anche uno sguardo al ben successivo Satiricon dello scrittore latino Petronio Arbitro.

Questi rapporti non avevano necessariamente una componente fisica, poiché spesso predominante era la componente amicale, e perfino pedagogica: nella stessa esperienza socratica, come si legge quando il racconto platonico propone l’amicizia di Alcibiade, che non si sarebbe fermato alla paidèia, ma fu Socrate a fermarlo ben prima della soglia dell’atto omosessuale.

Foucault ritiene che il sesso praticato o evitato, così come la bulimia e il digiuno siano state pratiche completamente umane e non criticabili sotto il profilo morale, perché appartenenti a una cultura che le ammetteva dentro una possibilità analitica e valutativa di un pensiero umano essenzialmente individualistico dell’Età Ellenistica.

Sicuramente il giudizio di negatività del sesso praticato e soprattutto dell’omosessualità, tipiche della cultura morale cristiana, tocca dirlo, è stato anche un instrumentum regni, un modo del dominio delle gerarchie.

Non temo di proporre queste riflessioni, sapendo che sono controverse. Sono un cristiano cattolico, e un teologo-filosofo che riflette, sia sulla base scritturistica, sia sulla base della ricerca filosofica laica, convinto – ovviamente – di non possedere la verità, ma sempre costantemente appassionato alla sua ricerca, almeno di un frammento di essa, che ci supera infinitamente.

Nel mio piccolo, ho cercato di capire di più studiando per anni questo tema nei racconti biblici e alla fine ho pubblicato un volume cospicuo, che è stato letto e accettato anche in ambienti ecclesiastici: La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros, edito da Cantagalli di Siena.

Spero che questa mia fatica sia stata utile anche a qualcuno (oltre che a me stesso).

Antonio Demarco, Lecce: l’invidia è il secondo dei vizi capitali per gravità, dopo la superbia ed è ad essa collegato, nonché all’odio e alla violenza

Invidia è una parola che spesso si usa a sproposito, intendendo magari “gelosia”. Anticipo qui, per spiegarlo meglio più avanti, che l’invidia deriva dal latino in-vidère, cioè guardare male, di malocchio, di storto, al punto da creare le premesse per l’odio e successivamente anche per la violenza.

Pare che l’episodio di Lecce dove lo studente ventunenne ha massacrato la giovane coppia “troppo felice” il flusso psichico che ha condotto al delitto duplice, abbia funzionato proprio così. Ora si scatenerà la canea degli esperti televisivi nel vari talk show, pagati bene bene, ognuno con la sua teoria e la sua “medicina”, per modo di dire. Mi pare già di sentirli concionare, pro-vocati dai vari esperti in delitti e crimini: la criminologa, il malinconico psichiatra che va di moda fra le signore di buona famiglie, a altri più o meno noti.

Tra i giornalisti cito uno intelligente, che scrive bene: Giuliano Ferrara. Ferrara cita sul Foglio addirittura la violenza biblica e i romanzi granguignoleschi dell’800, per parlare dei fatti di Lecce. “Uccidere la felicità” è il titolo, per dire che l’invidia si manifesta fin dall’arcaica vita pastorale di Caino e poi prosegue a diffondersi nei villaggi e nelle città che l’uomo viene fondando, fino ai nostri giorni. L’invidia è sperare, augurare il male agli altri, è godere del male degli altri, è non ammettere che vi possa essere gioia al di fuori del proprio controllo. E questo è un atto di superbia, fomite e madre dell’invidia e maggiore dei peccati.

Un altro giornalista, a me non simpatico per il suo ambiguo passato di estremista, il cui nome qui non riporto (ma che il lettore attento potrebbe intuire ) cita Dostoevskij e Pierpaolo Pasolini per dire che sono stati forse i maggiori “cantori” dell’homo crudelis dei nostri tempi. Vero, ma costoro erano grandi scrittori, mentre costui dovrebbe citare anche se stesso come cattivo, cattivissimo maestro di odio e di violenza negli anni ’60 e ’70.

Consiglio di riprendere un autore un poco dimenticato, il monaco benedettino dell’Undecimo secolo Pietro Abelardo, famoso per aver “fornicato” con una donna che amava. Anche nel suo caso, non solo le regole canoniche e civili hanno provveduto a punirlo, ma anche l’invidia della felicità di due esseri umani. Il mio caro collega Roberto Di Bacco filosofo e docente torinese, pubblicherà presto, con mia grande gioia, un volumetto sull’Etica di Abelardo. Sarebbe una buona lettura per tutti.

Vediamo che cosa scrive dell’invidia un filosofo-teologo eticista come Tommaso d’Aquino.

Secondo il suo pensiero (cf. quaestio 36 della Summa Theologiae, Secunda secundae pars) l’invidia è il secondo più grave vizio capitale, dopo la superbia. L’invidia per San Tommaso è un “invidère“, un “guardare male” l’altro, una specie di odio, o di tristezza d’animo per i beni altrui, sulle tracce del pensiero aristotelico (Retorica 2, 19), e di San Gregorio Magno (Moralia 5, 46).
L’invidia è secondo la morale cristiana un peccato mortale e un vizio capitale, dunque, e ha delle “figlie” degeneri: la mormorazione, che è occulta, la detrazione , che è esplicita; essa partorisce perfino l’esultanza per l’infelicità altrui, e il dolore per i successi di un altro.
La gelosia è invece un sentimento più flebile, anche se a volte dannoso. Nei casi migliori è un desiderio di imitazione di qualcuno più bravo perché più grande, tipico tra fratelli, cosicché non è – in sé – più di tanto dannosa, ma se è invece un cattivo sentire verso uno più capace sul lavoro, e perciò lo si denigra o lo si bypassa, non va bene, perché in quel caso si trasforma in invidia. Poi c’è la gelosia d’amore, plausibile in una giusta misura, ma solo se non deriva da un’insicurezza individuale.
Quante situazioni, casi e circostanze conosciamo, nelle quali si è manifestata la mala pianta dell’invidia? Che fare per estirparla? Oppure ci appartiene ineluttabilmente? Ce ne serviamo? Se sì abbiamo bisogno di un lavacro interiore, di pentimento e di perdono.

Che cosa sta accadendo in questa società pervasa di ignoranza e di cattiveria? Come è stato possibile il duplice delitto di Lecce e come il suicidio di un undicenne a Napoli che si è gettato dall’11o piano perché, come spiega in una lettera ai genitori “doveva seguire l’Uomo nero“, come si legge sul web.

Il web e i social sono pericolosi se non usati bene, se chi li utilizza non possiede i criteri di giudizio per servirsene positivamente evitando ciò che di male possono propalare. I giovani e i giovanissimi possono esserne vittime.

Scrivevo sopra che per Tommaso d’Aquino anche la mormorazione è pericolosa, ma aggiungerei, con papa Francesco, che lo è anche il pettegolezzo, il gossip, che sono male piante da estirpare, come il lavorio delle malelingue nei condomini e nei quartieri.

Ma soprattutto è da estirpare la stupidità che alligna nell’ignoranza e si avvale di questa per trasformarsi in prepotenza, protervia e arroganza violente.

Il 2 Giugno e l’appartenenza: ognuno di noi appartiene a… “qualcosa”: a se stesso (con dei limiti), alla famiglia, al proprio territorio, alla Patria (si può dire o lasciamo che lo dica solo la destra politica?), all’azienda dove lavora, a una religione, a una associazione, a una squadra di calcio… ad libitum

La morte crudele di George Floyd sta scuotendo l’America, e paradossalmente può perfino giovare a Trump. Io penso che Trump abbia battuto Hillary Rodham Clinton, non solo perché il sistema elettorale americano è quantomeno strampalato, ma perché nell’America profonda albergano ancora sentimenti razzisti, e diffusi non poco.

L’appartenenza

Non solo i suprematisti bianchi, nazistoidi e fascisti, ma anche altre fasce di popolazione civile negli USA conservano – nel profondo – sentimenti ancora razzisti, che sono come incistati in una memoria antica, vorrei dire quasi da annettere a una sorta di genetica storica.

Ora, la scelta peggiore del Presidente americano potrebbe essere quella di mandare le “Troops“, cioè la polizia militare, che è abituata a scenari di guerra esterni, e dunque non al controllo di vie e piazze metropolitane.

In realtà, il malcontento americano ha ragioni profonde, che vengono da molto lontano: Rosa Parks che si rifiutò negli anni ’50 di cedere il suo posto in bus a un viaggiatore bianco, l’Act emanato dal Presidente Johnson che parificò i diritti tra le etnie bianca, afroamericana e ispanica, la lezione di Martin Luther King, ucciso per le sue lotte, e anche di Malcolm X, morto allo stesso modo, ma anche la presenza nello sport delle glorie americane di innumerevoli neri, basti pensare al basket e all’atletica leggera, dove quei “tipi” umani dominano, e tali ragioni non bastano.

In America, nell’America della grande campagna, della provincia di mille e mille piccole comunità locali, vive ancora un sentimento nutrito di razzismo, di appartenenza a una visione insopprimibile di superiorità bianca, e di malcontento per ogni violazione di questo convincimento quasi scritto nel sangue. E poi vi è un’altra componente: lo spirito della frontiera in America non si è spento: non è molto diverso da quello che aveva abituato la gente ad impiccare un colpevole di abigeato, fino a fine ‘800: se rubavi un cavallo a Wichita o a Tombstone nel 1881, potevi essere condannato a morte per impiccagione sulla pubblica piazza, poiché il cavallo, in quelle terre “selvagge” (per i bianchi), era condizione di vita o di morte per il suo possessore.

Se ci si vuole documentare ulteriormente sulla cultura razzista americana, e sulle cause socio-culturali dei delitti razziali, come quello di Rodney King del 1992, si trovano tracce in qualcosa che si muoveva nell’immediato dopoguerra negli Stati del Sud come le Slave Patrols (pattuglie schiaviste), presenti nella composita Nazione fin dalle misure antirazziste del Presidente Lincoln nel 1865. Se nel 1868 i cosiddetti Codici Neri avevano posto nella Costituzione federale le norme volute dal grande Presidente, nel 1888 le Leggi Jim Crow riportavano la situazione a prima di Lincoln. E così si andò avanti per quasi un altro secolo durante il quale, fono alle misure emanate dal Presidente Johnson, il linciaggio di un nero non veniva in alcun modo punito.

Per gli Americani la Patria è questa congerie potente di sentimenti e di spirito di appartenenza, vale a dire che la Patria americana, quella dei Padri pellegrini e della conquista dei territori contro Inglesi, Francesi e Spagnoli, è qualcosa di sacro, di mitologico, di eterno. Per questo il loro patriottismo si esprime nelle guerre, anche in quelle di liberazione, che hanno liberato anche noi, e in quelle che si sono convinti fossero di liberazione, ma erano altro, di pericoloso e dannoso, come la Seconda Guerra del Golfo, per la quale George W. Bush,
supportato dal “deficiente” Blair, imbrogliò il suo popolo, che si fece imbrogliare, però.

Il 2 Giugno è la Festa della repubblica. Il Presidente Mattarella si è detto “(…) fiero del suo Paese“. Mi sono chiesto perché non abbia detto “fiero dell’Italia” oppure “fiero della sua Patria“, cioè perché il termine “Patria” non si riesca a dire nelle più alte sfere, lasciandolo in uso alla destra. Oggi lo griderà Meloni in Piazza del Popolo.

Ti ricordo, mio gentil lettore, su suggerimento della collega professoressa Anna Colaiacovo da Pescara, che l’ultimo Presidente della repubblica che usava correntemente la dizione “Patria” fu Carlo Azeglio Ciampi, certamente non uomo di sinistra, ma senz’altro non di destra, garbato, colto e sincero democratico.

Io sono di sinistra (moderata) e non temo di nominare l’Italia come mia Patria. Provo senso di appartenenza per la Patria, senza sentirmi per nulla di destra. Sono passati 75 dalla fine del fascismo, anzi 77, e qualcuno ha ancora paura di parlare di “Patria”. Si pensi che due o tre anni fa scrissi su questo tema una lettera al Presidente, il quale mi rispose con un biglietto di suo pugno, con molto garbo e riconoscenza. Ma tant’è.

Commitment è il termine anglofono di dire l’appartenenza in azienda, quando si scelgono gli item per le analisi del clima. Ebbene, i lavoratori sono quasi sempre orgogliosi di appartenere all’azienda dove lavorano, la sentono “loro”, quasi come “propria”, parlano dell’azienda dove lavorano dicendo spesso “la mia azienda”, sapendo bene che l’aggettivo possessivo non significa che la possiedono in senso proprio, ben conoscendo i principi della proprietà privata, che apprezzano e stimano. Nella mia non breve esperienza di frequentazione di aziende, di cui alcune molto importanti e di cospicue dimensioni, sia nei momenti “normali”, sia nei momenti difficili o addirittura drammatici, i lavoratori hanno sentito la “loro azienda” ancora più “loro”, come Bene comune da salvaguardare prima e al di là di ogni cosa. E qui ricordo, senza citarla ancora, una delle aziende che mi sono più care, con la quale collaboro da più di un decennio, quando due anni e mezzo fa fu colpita da un gravissimo incendio: bene, tutti i dipendenti si strinsero attorno all’imprenditore e, insieme, la fecero rinascere più grande e forte di prima.

Questa è l’Appartenenza con la A maiuscola!

Un altro modo di “appartenere” è quello del tifo sportivo, specialmente quello calcistico, in questa tipologia caratteristica soprattutto dei maschi. Fanno male i politici che amministrano il settore a sottovalutare questo tipo di appartenenza. Nella vicenda calcistica di questi mesi e settimane ho sentito il Ministro dello sport affermare di essere ministro dello sport, non del calcio. Che significa questa sottolineatura scontata? Che c’è una sorta di vezzosa o snobistica avversione per questo sport, che in Italia è, non solo il più popolare, ma anche lo sport che con i suoi incassi garantisce anche agli altri sport opportuni finanziamenti attraverso lo Stato e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Posso parlare anche dell’appartenenza a qualche scuola filosofica. Anche in questo ambito vi sono persone e colleghi che ritengono la loro propria impostazione ideologico-teoretica la unica degna di studio e di attenzione, mentre le altre sono solo sottospecie incomplete, imperfette o addirittura dannose. E’ vero il contrario: ogni modello di pensiero umano, dispiegatosi nella storia, dai naturalisti pre-socratici, ai grandi Greci da Socrate, ai Padri della chiesa cristiana antica, ai Medievali, fino ai Moderni (da Galileo e Descartes), fino ai contemporanei, il pensiero umano, qui in Occidente come in Oriente ha rappresentato il modello per ogni riflessione critica e logico-argomentativa, indispensabile per il progresso scientifico e per il miglioramento del lavoro e della vita umana. Chi tra i pensatori odierni (questa strana e dannosa scuola annovera – in particolare – grazie a Dio fra pochi altri, un filosofo francese, mio collega nella filosofia pratica, con il quale non ho quasi nulla da spartire) ritiene che tutto si risolva tra un e un no, uno 0 e un 1, una x o una y, ponendo l’alternativa secca, binaria, tra due poli / estremi, fa un grave danno al pensiero, poiché la realtà è molto più complessa e di faticosa e paziente comprensione. Il manicheismo, cioè una visione del mondo e della vita morale umana impostati dal sacerdote persiano Mani, è stato nell’antichità cristiana, (III, IV e V sec.) un grave momento di scontro con il cristianesimo, che era più dialogico e dialettico, basato sui Vangeli e sulla grande tradizione filosofica greca platonico-aristotelica e stoico/ scettica (quest’ultima rinvenibile, anche, tra le righe, nei loghia (detti) di Gesù di Nazaret, mia personale opinione teologica, così come sono riportati dagli evangelisti). Ci sono ancora dei “manichei” odierni, che pensano di avere sempre ragione e che gli altri abbiano sempre torto. Costoro, questi moderni manichei, sono dei settari che fanno del male prima di tutto a se stessi, e poi agli altri e alle strutture dove operano.

Se infine parliamo delle religioni, troviamo ulteriori esempi di come l’appartenenza non deve mai essere connotata da assolutismo e fanatismo. La grande storia racconta in tema molte drammatiche vicende, ad esempio, in Oriente tra Indù e Musulmani che si scannarono per secoli, e soprattutto nel bacino mediterraneo, tra Cristiani e Islamici, su cui ci sarebbe molto da dire, ma anche tra Cristiani e… Cristiani: basti ricordare la Guerra dei Trent’anni (1618/ 1648) fra Cattolici e Riformati, cioè fra Nord e Sud Europa, che provocò centinaia di migliaia di morti. Ci volle la Pace di Westfalia per trovare un modus vivendi decente. E ad oggi questa storia è tutt’altro che terminata. L’islam negli ultimi decenni ha conosciuto un’involuzione terroristica che ha trovato precisi e drammatici agganci e concause in politiche economiche e militari dell’Occidente, soprattutto a guida USA, ma anche a guida degli ex paesi coloniali come la Francia (guerra civile di Libia dal 2011) e la Gran Bretagna (Seconda Guerra del Golfo, con la nefanda politica di Tony Blair).

Potrei continuare, ma mi pare basti. Il tema dell’appartenenza, dunque, è importante, fondamentale, maledettamente serio, sia per l’umana convivenza sia per la crescita civile, morale e culturale delle persone, di tutte le nazioni e di tutti i continenti della Terra.

Veri e falsi maschi “alfa”, veri leader o solamente manager, tipi e tipe carismatici/ he e narcisi/ e

Parlando di leadership (tenendo come linea guida soprattutto lo studio in tema di Max Weber), e di persone carismatiche, è inevitabile incappare nel discorso dei maschi “alfa” e del loro ruolo nei contesti organizzati, partendo pure dalla famiglia. Dico subito che vi sono anche le femmine alfa. Per esempio mia figlia Beatrice lo è, come lo era mia nonna materna Catine (Caterina), e mia cugina Lucilla, nota attrice di prosa, mancata quattro anni fa. Alfa era mia zia Enrica, sorella maggiore di papà Pietro, che a suo modo lo era anche lui, anche se con molta modestia vera. Lo è anche mia suocera Maria Assunta.

Non lo era mia mamma Luigia e neppure le principali donne della mia vita, poiché con le due che lo erano, ai tempi della mia giovinezza, sono durato al massimo sei/ otto mesi. Con le altre, di dopo, una vita.

Chiarisco subito un punto: essere alfa non significa essere più intelligenti dei non-alfa. Un altro punto: molti manager non sono leader: i due concetti sono radicalmente diversi, poiché, mentre il manager ha un ruolo, per ragioni le più varie, un leader può essere quasi chiunque (si pensi al Craxi men che trentenne, segretario di Nenni, ad esempio), anche chi è molto indietro nella gerarchia (politica aziendale, ecclesiastica, etc.), ma può crescere fino alla leadership per carisma e per il fatto che è un vero alfa.

Io non potrei avere un rapporto continuativo con una femmina alfa, perché la simmetricità danneggia (anzi rovina) la coppia umana, e mi limito a considerare quella costituita da maschio e femmina. Nel mio caso sarebbe insopportabile, proprio perché chi mi conosce sa che io stesso sono un maschio alfa, senza che tale affermazione sia una vanteria, in quanto tale caratteristica mi è riconosciuta da quando, a otto/ dieci anni, ero “capo” dei chierichetti in chiesa a Rivignano, con ottanta miei compagnucci in mini-talare (si era ai tempi del rivoluzionario Concilio Ecumenico Vaticano II), e punto di riferimento per Monsignor Prevosto Don Aurelio, che mi trattava da “grande”, quasi.

Poi capoclasse alle medie, capitano nella squadra di basket, animale leader di profitto (soprattutto in greco e latino) al liceo, caporeparto del reparto di verniciatura quando facevo lo studente-operaio, segretario generale di un sindacato, per solo un mese coordinatore-portavoce, su proposta di diversi parlamentari laici e cattolici, ex comunisti e socialisti, di una nuova forza politica a livello regionale (era la metà degli anni ’90 e nasceva la poco fortunata Alleanza Democratica), direttore del personale in una grande azienda, provvisto di sei pergamene accademiche (fra cui due PhD), presidente di organismi di vigilanza aziendali di aziende notevoli e coordinatore di colleghi filosofi sul territorio.

E senza aver mai sofferto della sindrome da libido potestatis: Questo è importante: a me del-potere-per-il-potere non frega alcunché, cioè… nulla! La libido potestatis e sua sorella la libido pecuniae non mi hanno mai preso e tanto meno condizionato. Avrei dovuto essere diverso da come sono, ma non sarei stato io. Forse, invece, alla libido in senso primario e più proprio (freudiano, ma forse è meglio dire da Cantico dei cantici), sono sempre stato… sensibile. Sono stato e sono un maschietto e poi un maschio “alfa” senza alcun interesse per comandare, eppure la mia opinione e posizione è stata sempre tenuta in buona o addirittura grande considerazione dagli altri. Il potere diretto mi fa quasi ridere, e provo un po’ di compassione per chi vive per esso. Preferisco di gran lunga esercitare della moral suasion, che è più discreta e alla lunga più efficace.

Il generale Massimo

Di maschi alfa, ve ne sono di veri e di falsi. Che vuol dire? Che alcuni di costoro riescono con naturalezza a mostrarsi leader per un carisma evidente e giammai forzato, altri invece hanno bisogno di “veri” leader che li sovrastano e che (i primi) accettano di buon grado, per mostrare in qualche modo la loro tendenza a comportarsi da maschi alfa, o comunque ad allearsi con costoro, ma la maggior parte delle volte non ci riescono, perché tale caratteristica personologica non si può mutuare da un terzo. O c’è o non c’è, come l’essere e il non-essere parmenideo.

Gli etologi alla Konrad Lorenz, per dire, studiano le gerarchie animali, definendo i capi branco, gruppo, stormo, etc. proprio “maschi-alfa”. Tra costoro, si tratta di specie che vivono in gruppo, possiamo ricordare i lupi, i licaoni, i leoni, i cervi, gli elefanti, dove tra questi ultimi il “capo” è una femmina anziana. In questi gruppi la gerarchia si stabilisce attraverso lotte rituali tra aspiranti al “titolo” di capo, lotte che a volte possono anche avere conseguenze mortali, ma in una minoranza di casi. Gli animali, a differenza degli esseri umani, accettano il verdetto del confronto, senza poi congiurare contro il nuovo capo, come spesso fanno gli uomini.

In certe specie animali può comunque succedere che il “capo” vincente desideri eliminare i concorrenti anche pro futuro, sopprimendo i piccoli avuti dal predecessore, ma le femmine-madri fanno buona guardia: si pensi alle leonesse e anche alle scrofe di cinghiale, alle orse…

La storia insegna che anche tra gli umani ha avuto larga applicazione di un’arma di guerra tra le più atroci: lo stupro delle femmine degli sconfitti, applicata d esempio anche nelle Guerre balcaniche degli anni ’90 del XX secolo. Noi c’eravamo e questi racconti giunsero fino a noi, di vicende che accadevano a meno di mille chilometri dal Friuli, dove vivo io.

Il gruppo animal-sociale sta con l’individuo alfa anche nella caccia e in qualche modo nella riproduzione, quando il capo decide – più o meno – tutto.

Prendendo spunto dal comportamento animale, anche nella specie umana vengono indicati – abbastanza impropriamente – individui “alfa”, che avrebbero caratteristiche “dominanti” nella società e nei rapporti interpersonali.

Esistono anche le donne “alfa”, e ognuno di noi ne conosce qualcuna. Non meno del maschio, quel tipo di donna è resistente a ogni avversità, è coraggiosa, combattiva, un avversario duro per chiunque. La leadership di questi tipi umani si manifesta abbastanza presto, anche se può stare per lunghi periodo in una sorta di latenza, che può terminare quando l’occasione la smuove. L’essere leader e alfa, allora, esplode.

Gli/ le alfa sono persone che riescono a pensare alle cose migliori per sé, per dare soddisfazione alle proprie ambizioni, e sono capaci di grandi sacrifici e di grande impegno. Sono competitivi e determinati, sempre fiduciosi in se stessi. La loro forza è la capacità di essere credibili, mostrando sempre uno stile assertivo nella comunicazione, e sono senza scrupoli – talora – quando si accorgono di poter manipolare gli altri.

A volte gli alfa non sono tali, ma solamente dei gran narcisisti, non realmente bravi e intelligenti, persone guida e responsabili, ma molto bravi a fingere. Non è possibile che un vero alfa basi il suo (presunto) carisma di leader sulla falsità, poiché prima o poi il gioco viene scoperto. Il narcisista, a differenza del vero alfa, ha bisogno di sottolineare continuamente le sue capacità e i suoi successi e, se ha potere, gode nel sentirselo ricordare dagli altri. Anzi, i suoi subalterni devono sapere che una delle principali attività loro richieste, se vogliono mantenere la posizione raggiunta, è l’adulazione del capo (fino all’adorazione, come ai tempi delle sovranità assolute e divinizzate, si pensi alle monarchie orientali, ma anche ai capimafia et similia), un continuo riconoscimento di superiorità nei confronti di tutti gli altri.

Molto spesso il “falso alfa”-narciso è anche geloso e permaloso. A volte è perfino invidioso, arrivando a soffrire per i successi altrui, quando l’invidia si trasforma in odio. Attenzione: l’invidia è la deformazione “patologica” della gelosia, ed è il secondo per gravità (dopo la superbia) dei sette vizi capitali, secondo la morale classica. Tipi di questo genere di solito temono i talenti più giovani, perché sono fondamentalmente insicuri e hanno paura che chi vale di più gli porti via il posto e soprattutto il potere. Queste caratteristiche sono tipiche di chi in realtà non è un vero leader, ma è un capo (ove lo sia) fasullo. Ne conosco alcuni, e tu, caro lettore? Fai attenzione: spesso queste figure ci tengono anche ad apparire virtuose, giuste, perfette (o quasi). E non scordiamo che spesso il narcisismo è così grave da configurarsi come una vera sociopatia, a volte assai pericolosa per gli altri, come ci spiegano gli psico-criminologi, e gli psico-thriller americani, così ben fatti da sembrare cronache.

Ora facciamo un gioco, mio caro lettore… quanti maschi o femmine alfa, o falsi-alfa, o narcisi conosci? Che lavoro fanno? A che classe sociale appartengono? Hanno “inventato” più o meno da soli la loro crescita o sono “figli/ figlie di papà”? …

Io ne conosco non pochi, dell’uno e dell’altro genere, ma qui non farò nomi, perché mi limiterò a descriverne alcuni per caratteristiche tali da dipingerli con una certa cura ed eventualmente farli riconoscere – con indubbio gusto – da qualche mio lettore. E infine a proporre un elenco molto incompleto di alfa, molto, molto diversi tra loro.

Idealtipi “weberiani”: abbiamo il cinico-opportunista-curioso, oppure il falso-umile, oppure ancora l’attore-giocoliere, o… ad libitum, tanti da riempire il capitolo di un testo di caratterologia psicologica.

Vediamo qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto senza essere maschio “alfa”: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Questo signore di buone maniere, ma non poco superbo, è uno dei trecentomila e più avvocati presenti sulla piazza italiana, nulla di più, con rispetto parlando della sua professione, ovviamente.

Un altro che non merita alcun riconoscimento leaderistico da maschio alfa, carisma a zero è Dimaio: proprio stamattina ha affermato in un’intervista che “ciò che si è fatto durante la pandemia, caratterizzato dalla trasparenza permette di evitare gli errori del futuro“, del o nel futuro? Bah.

Invece qualche tipo, che è leader di fatto e di diritto, essendo veramente un maschio “alfa”: Antonio Conte, l’allenatore dell’Inter. Stesso cognome del capodelgoverno, diversissima caratura di personalità; oppure un tipo come Boris Johnson, o come Putin, o Kurz? chi dei tre lo è? Kurz certamente no, inquietante giovinetto democristiano che starebbe bene con la divisa della Hitlerjugend,…forse lo è, invece, l’omonimo colonnello Kurz di Apocalypse Now, che ne dici, caro lettore?

Sicuramente Pericle era un maschio alfa, Milziade e Temistocle pure. Gesù di Nazaret (e in che modo!) Giovanni di Patmos, e Paolo di Tarso…

Salah el-Din lo era, il conte Raimondo di Tolosa (Prima crociata) pure, Timur-Lenk, Genghis-Khan, Siddharta Gautama (il Buddha), Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, diversi imperatori romani, sì, certamente, fin da Cesare Augusto, Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Antonino Pio, Diocleziano, Costantino, tutti maschi “alfa”.

Maschi alfa erano diversi papi, come Gregorio Magno, Gregorio VII, Bonifacio VIII, Innocenzo III, Giulio II, Pio II (Enea Silvio Piccolomini), quello che faceva lavorare Bernardino di Betto, chiamato il Pinturicchio, Karol Wojtyla e qualche altro. Maschio alfa anche don Rodrigo de Borja, cioè Alessandro VI, padre di Lucrezia e Cesare Borgia, con dei difettucci, ma alfa.

Politici e militari italiani come Lorenzo il Magnifico, Bartolomeo Colleoni, Giovanni de’ Medici (delle Bande Nere) il Conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Francesco Crispi, Giovanni Giolitti, Benito Mussolini, Filippo Turati, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Aldo Moro (nonostante il suo stile garbato, che non significa “mancanza di p.”), Benedetto Craxi, Enrico Berlinguer, Silvio Berlusconi. Ai nostri tempi, nessuno, neanche Renzi e Salvini, che si credono tali: alla grossa questi due lo sono (alfa), ma i difetti che mostrano, soprattutto l’arroganza e la politica urlata, finiscono con il nullificarne il carisma. Si vedrà.

Maschi e femmine alfa erano santi e sante come Francesco d’Assisi (Giovanni di Pietro di Bernardone), Antonio da Padova (Fernando de Soana), Caterina de’ Benincasa (da Siena), Teresa d’Avila, san Juan de la Cruz, Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce), Giovanni Bosco, padre Pio da Pietrelcina, tra non pochi altri.

Artisti e poeti/ scrittori/ attori e registi come Fidia, Omero, Publio Virgilio Marone, Quinto Orazio Flacco, Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca, Ludovico Ariosto, William Shakespeare, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Fedor Dostoevskij, Honorè de Balzac, Gustave Flaubert, Charles Dickens, Jane Austen, Lev Tolstoij, Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci, Michelangelo Merisi-Caravaggio, Gianlorenzo Bernini, Johann Sebastian Bach, Georg Friedrich Haendel, Ludwig van Beethoven, Richard Wagner, Giuseppe Verdi, Lev Tolstoj, Gabriele D’Annunzio, Pablo Picasso, John Lennon, Miles Davis, Charlie Chaplin, Stan Laurel, Spencer Tracy, Katherine Hepburn, Stanley Kubrick, Robert De Niro, Jean Reno, Clint Eastwood, Federico Fellini…

Di altre nazioni e tempi, capi come Abramo, Mosè, Ramses II, re Davide, Giulio Cesare, Publio Cornelio Scipione, Gneo Pompeo, Alessandro il Grande, Federico II (Stupor mundi) di Svevia, Carlo V d’Asburgo, Pietro I il Grande, Caterina II di Russia, Napoleone, Cromwell, Lincoln, De Gaulle, Wladimir I’lic Ulianov (Lenin), Josip Dgiugasvilj (Stalin), Lev Bronstein (Trotskij), Josip Broz (Tito) Michail Gorbacev, Franklin D. Roosevelt, Mao-Tze-Dong, Ciu en Lai, Deng Hsiao Ping, John e Bob Kennedy, Margaret Thatcher, Bill Clinton, Angela Merkel, tra altri, non pochi. Certamente maschi “alfa” anche se non privi di difetti e di narcisismo (Mussolini, Stalin, Hitler, Raynard Heydrich, questi ultimi tre “alfa” di malvagità terrificante).

Filosofi come Platone, Aristotele, Eraclito, Parmenide, Epicuro, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, il beato Giovanni Duns Scoto, sant’Anselmo d’Aosta, san Bonaventura da Bagnoregio, Renè Descartes, Johann G. Leibniz, John Locke, David Hume, Immanuel Kant, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Friedrich Schelling. Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein…

Nello sport secondo me sono stati e sono alfa: Costante Girardengo, Alfredo Binda, Gino Bartali, Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Bernard Hinault, Francesco Moser, Eddy Merckx, Franco Baresi, Armando Picchi, Gianni Rivera, Valentino Mazzola, Diego Maradona, Nereo Rocco, Helenio Herrera, Alfredo Di Stefano, Nino Benvenuti, Gianpiero Boniperti, Mohammed Alì, Valentina Vezzali, Sugar Ray Leonard, Alberto Juantorena, Gigi Riva, Ferenc Puskas, Luis Suarez (quello dell’Inter, non il dentone antipatico del Barcellona), Bobby Charlton, Gigi Meroni, Gaetano Scirea, Mario Kempes, Franz Beckenbauer, Daniel Passarella, Francesco Totti, Giorgio Chinaglia, Socrates, George Best, Roberto Mancini…

E questo discorso potrebbe continuare a lungo, ma ce n’è già abbastanza per riflettere.

Silvia Romano, o di ciò-che-è-possibile: la “realtà” dei sogni e anche dei pro-getti, dell’immaginazione e della fantasia creativa, tutte manifestazioni della “verità”, anche nelle storie più drammatiche e angoscianti

Sicuramente Silvia Romano, liberata dopo oltre 500 giorni di prigionia nei covi di Al Shabab, dall’intelligence italiana e – pare – con il decisivo ausilio dei Turchi, ci rende tutti pieni di gioia e in purezza di cuore.

Però… e l’avversativa non è casuale, come puoi immaginare, mio gentil lettore.

Non voglio nascondertii quello che scrissi quando fu rapita: grosso modo su questo blog affermai con una certa durezza: “sarebbe stato meglio che si fosse dedicata agli anziani non autosufficienti di Treviglio o di Rho,
invece di andare in Africa“.

Una battuta istintiva, forse ispiratami dal fatto che Silvia è coetanea della mia Beatrice, e quindi mi sono immedesimato in suo padre. Un delitto aver pensato e scritto quanto sopra?

Chi non è padre (o madre) non può immaginare che cosa significhi una figlia. Semplicemente il destino di una vita, la persona di gran lunga più importante, fin da quando è stata “immaginata” (io immaginavo di voler/ poter avere una figlia da quando ero adolescente, lo dicevo a tutti, peccato che chi lo sapeva, mia povera mamma Luigia, non è più qui per confermarlo), e poi nata (me presente e attivo nella sua venuta al mondo esterno, mentre solo sua Madre era presente nel momento misterioso e inafferrabile della sua venuta al mondo… interno, come zigote), e cresciuta in corpo, mente e spirito, e accolta da un uomo, cui si è affidata.

Invece, la Vis imaginativa di Silvia, la sua generosità e il suo altruismo la hanno portata in Kenia, nell’Africa profonda, e oggi riceve, non solo l’affetto di tutta Italia, ma anche l’approvazione per la scelta fatta a suo tempo, oltre che dai “governanti” che in pompa magna (eccessiva, ma la politica dell’immagine ha le sue ragioni, no?) la vanno a “raccogliere” a Ciampino soprattutto per visibilità mediatica, e poi da parte del dottor Gino Strada (costantemente votato alla politicanza), da Saviano (eh, ci mancava!), da Fazio (che sicuramente la ospiterà nel suo invidiato programma di prima serata), da uno scrittore sopravalutato come Erri De Luca; penso anche da don Ciotti, prete cattolico molto “aperto” (tra qualche altro presbitero nostrano, il cui nome qui non faccio, ma chi mi conosce sa bene chi intendo), certamente tra molti altri. Sul fronte “opposto” si scateneranno i forti lai salviniani (questa volta non direttamente suoi, forse qualcuno ultimamente gli ha consigliato di modificare i suoi toni solitamente urlati) e meloniani, talmente prevedibili da essere stucchevoli.

Capisco razionalmente tutto, ma non condivido l’insieme della vicenda, dalla scelta iniziale al suo esito nel brutto barracano islamico verdastro (nulla a che vedere con i tradizionali coloratissimi bei vestiti femminili della tradizione somala), impostole dai delinquenti nazifascisti che l’hanno rapita, specialmente se queste missioni non sono supportate da misure di sicurezza maggiori di quelle che offre il Kenia in un villaggio a sessanta km da Malindi.

Tutti sappiamo che una disgrazia può accadere a chiunque, ovunque e in qualsiasi momento, in modo tale da poter perdere la vita. Ma, un rapimento o una morte violenta sono più probabili dove la situazione locale, socio-politica, etnica e militare è particolarmente difficile, per ragioni obiettive conosciute. Dopo la Seconda Guerra mondiale si usa dire che abbiamo vissuto 75 anni di pace, ma non è vero, perché in questi tre quarti di secolo abbiamo vissuto decine di guerre locali e regionali che hanno fatto milioni di morti: basti ricordare la Guerra di Corea nei primi anni ’50 e quella del Vietnam, dal ’63 al ’75, più o meno dalla presidenza Kennedy alla presidenza Nixon, che provocò oltre un milione di morti tra i Vietnamiti e 60.000 tra i soldati Statunitensi.

Il vicino Oriente, poi, dal ’48 a oggi è stato un teatro di guerre e guerriglie continue, per il conflitto Israelo-Palestinese (1948 – 1967 – 1973, etc..), la guerra Iran-Irak che fece un milione di morti, le due Guerre del Golfo dei due Bush e del falsario Blair. E in Africa ricordiamo, tra altre, le storie terribili delle guerre congolesi negli anni ’60 e quella tribale fra gli Hutu e i Tutsi in Ruanda negli ’80, che provocò due milioni di morti.

E abbiamo ben presente la – a noi vicinissima – Guerra balcanica negli anni ’90, che tolse la vita a quasi 400mila persone; e poi quella siriana, più recente, con mezzo milione di morti. Non dimentichiamo mai l’11 settembre 2001 americano e la conseguente Guerra infinita in Afganistan. E le dittature violente in Sudamerica (Cile, non Venezuela, caro Dimaio!), e altri orrori, come la strage cambogiana perpetrata dal criminale Pol Pot e dalla sua cricca di delinquenti, guerre e guerriglie fatte senza alcune dichiarazione formale, come usava la diplomazia politico-militare fino alla Guerra ’39/ ’45.

E torniamo da noi, per parlare di Silvia. Lei è andata in zone infestate da terroristi e sedicenti guerriglieri islamisti (falso-islamici, e lo dico da un punto di vista, sia teologico sia socio-politico, nonché etico).

Silvia ha deciso di rischiare ed è andata laggiù, venendo rapita da un gruppo organizzato, probabilmente una banda che opera border line, tra traffico di armi e di droga, il quale manteneva rapporti “affaristici” con gruppi più politico-militari come i kaedisti di Al-Shabaab. Indubbiamente Silvia è una ragazza forte e determinata, sicuramente preparata e disponibile a rischiare qualcosa, anzi molto, della sua vita. Ciò che è successo non sono ora in grado di qui descrivere. Un anno e mezzo da rapiti può essere molto dura, specialmente per una giovane donna, che rischia, oltre alla vita, anche il rispetto del suo essere-donna. Non conosciamo i dettagli del trattamento riservatole, anche se lei di primo acchito ha affermato di essere stata trattata bene, e probabilmente li conosceremo tra qualche tempo.

Vi è poi la tematica religiosa: a me pare sia stata costretta alla “conversione” all’Islam, metodica tipica di queste situazioni, anche se lei afferma che è stata una scelta spontanea e libera. Restando sul teologico-religioso, vengono in mente i casi storici dei primi cinque secoli di Cristianesimo, certamente fino al dominatum di Diocleziano, ma anche in certi casi un poco oltre, qui evitando di citare le lotte intestine al cristianesimo, che causarono migliaia di morti, almeno fino alla lotta iconoclasta del VIII/ IX secoli. La storia dei “testimoni” capaci di farsi uccidere per non abiurare alla loro fede, ci racconta in modo accurato, nei cosiddetti “martirologi” quello che successe in molti casi, ma anche queste storie andrebbero ri-studiate, perché la vulgata catechistica non le ha presentate correttamente, almeno fino al Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la dottrina cristiano-cattolica non vi è nessun problema se si è costretti alla “conversione” con le minacce e la violenza: Santa Madre Chiesa è accogliente, sempre, verso chi ha subito violenza.

In questi casi la differenza la fa, come sempre, la persona, l’individuo, che ha capacità del tutto soggettive di sopportazione della paura, del dolore, dell’ignoto che genera un’ulteriore paura… quella della paura, un’emozione-passione tra le peggiori. Non conosciamo Silvia, né la sua capacità di sopportare una situazione senza empatia verso di lei, possiamo pensare, ma non ne siamo sicuri.

La letteratura narrativa e quella psicologica parla di una famosa sindrome, quella detta “di Stoccolma”, per la quale il prigioniero in qualche modo finisce con l’essere perfino solidale con il proprio rapitore e/ o carceriere, visto che è “passata di mano” più volte essendo tenuta in almeno sei luoghi diversi, come ha già raccontato.

Certamente, in vicende tipo quella di Silvia viene meno, ovvero si riduce il potenziale della persona che offre il suo servizio, ed emerge il possibile, cioè ciò-che-può-essere (o capitare), oppure ciò-che-può-non-essere (o capitare). Il possibile è costituito, qui scritto in modo filosoficamente assai approssimativo, dalla somma fra realtà effettuale e realtà virtuale.

Ad esempio, parliamo brevemente della sua “con-versione”, o metanoia, in greco antico. Silvia si è convertita all’Islam, ma da che cosa? da un agnosticismo di tipo giovanil-occidentale o da un cattolicesimo cristiano? e questa religione era prima da lei vissuta in modo tiepido o intenso, convinto? Tante domande che occorre farsi, psicologicamente e filosoficamente. Io non lo so, perché non conosco la sua interiorità spirituale e morale.

Quello che posso dire è che in una situazione analoga non sappiamo che cosa potrebbe fare una qualsiasi ragazza italiana di ventiquattro anni. Può anche darsi, e non so se lo sapremo mai, che la scelta della conversione sia stata fatta per evitare un matrimonio islamico, nella tradizione del quale, la Sharjia prevede come effetto immediato l’adesione della sposa alla fede del marito. Ricordo qui che, tra i Paesi a maggioranza musulmana, solo la Tunisia ha messo in Costituzione il divieto di origine semitico-patriarcale (pre-islamico, lo sottolineo, per una doverosa cura della correttezza storiografica) per la moglie dell’obbligo di aderire alla fede del marito, mentre altre Nazioni cominciano ad adeguarsi a questo principio democratico-liberale, come il Marocco, l’Egitto, l’Algeria e l’Indonesia (ti ricordo, gentile lettore, che l’Indonesia è la più grande Nazione a maggioranza musulmane del mondo).

Non dobbiamo mettere in dubbio la buona fede di Silvia, ma è lecito essere perplessi di fronte a una scelta, peraltro così immediatamente e mediaticamente conclamata come la sua. Ne saranno ammirati stuoli di giovani ragazze, e si metteranno sulle tracce del suo esempio? Ne dubito fortemente.

Altro argomento, in qualche modo collegato al precedente. Anche i sogni, l’attività onirica, fanno parte della realtà, come ben sapevano gli antichi, e in tempi più a noi vicini Sigmund Freud e Karl G. Jung. I sogni sono una dimensione del reale che fa parte della vita umana e della natura psico-fisica di essa.

L’attività onirica, cioè i sogni, oltre che come attività psicologica inconscia, possono essere anche considerati come metafora. Tutti noi sognamo una vita migliore per noi stessi e per i nostri cari e amici.

Silvia Romano ha “sognato” una realtà e un mondo “migliore”, soprattutto per i più fragili e poveri, come i bambini, e si è mossa per questo.

Per lei, ma anche per ciascuno di noi, questa realtà viene veramente generata o “creata” dagli esseri umani. La generazione è un passaggio da una vita a un’altra, un passaggio di vita, mentre la creazione appartiene a due “fonti”: la prima è quella “divina” che nessuno è obbligato a tenere veridica, poiché la fede è un atto, non un frutto del ragionamento logico-argomentativo; la seconda è quella dell’arte, della poesia, della musica. O dell’impegno sociale, come nel suo caso e in quelli di numerosissimi altri/ altre.

In questo ambito, quello dell’impegno sociale, che richiede anche la disponibilità a “rischiare del proprio”, voglio segnalare anche un altro aspetto, quello del comportamento delle Ong/ onlus, la cui correttezza morale e la cui preparazione professionale lasciano molto a desiderare. Nel caso, Silvia era nella savana africana, più vicina gli ippopotami e ai leoni che a un servizio di polizia degno di questo nome, cara fondatrice della Ong marchigiana per la quale lavorava Silvia. Mi auguro che questa drammatica vicenda suggerisca indagini approfondite da parte delle autorità italiane e magari l’adeguamento di una normativa che pare largamente insufficiente.

Ogni progetto, anche quello di Silvia, è come un “secondo sguardo” sulla realtà. Noi esseri umani abbiamo bisogno di due sguardi, il primo sull’immediato istante che accade, e mentre accade, passa, facendo transitare la sensazione del tempo dal passato al futuro, passando per il presente; il secondo è lo sguardo di medio periodo, che presuppone un progetto, che è composto di analisi prima, di sintesi, di decisione e di azione. Bene: mi chiedo se Silvia abbia avuto attenzione per i due sguardi: certamente l’impeto della scelta di andare mostra come abbia utilizzato il primo, ma forse non il secondo.

Ora per lei è tempo, dopo che si sarà riposata, di riflettere per ri-costruire un progetto per la sua vita, avendo la forza e la razionalità per il secondo sguardo, quello che permette alla volontà umana di trasformare il possibile in reale, utilizzando il potenziale, cosicché ciò-che-è-in-potenza possa diventare atto, cioè verità. Anche rispetto alla scelta di fede che si è – in qualche modo – “sentita” di compiere.

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