Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Una tragedia furlana

Una tragedia furlana come altre, perché l’uomo è fatto ovunque allo stesso modo, quasi simile agli angeli, come canta il melodioso Salmo 8, ma inteso sia nel senso di quegli esseri che servono Dio, sia nel senso di coloro che a Dio si sono ribellati in tempi prima dei tempi. Il testo del Salmo 8:

O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:/ sopra i cieli si innalza la tua magnificenza./  Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli./ Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,/ la luna e le stelle che tu hai fissate,/ che cosa è l’uomo perché te ne ricordi/ e il figlio dell’uomo perché te ne curi?/ Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,/ di gloria e di onore lo hai coronato:/ gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,/ tutto hai posto sotto i suoi piedi;/ tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna;/ Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,/ che percorrono le vie del mare./ O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.”

Ecco come canta lo scrittore biblico, anzi il poeta salmista.

79 anni lui, architetto, benestante di soldi ma non di salute, pare. Ecco, cosa conta di più, se case da 250.000 il cui importo di vendita dividersi,  e altro, o un po’ di salute in più, soprattutto mentale e morale. 64 lei, belladonna, sommelier, ex moglie, uccisa a revolverate nell’ufficio del notaro famoso in centro della città borghese, e poi pistola in bocca e boom. Omicidio-suicidio, la coppia d’atti maledetta, che pare vada oltremodo di moda di questi tempi, ovviamente non solo di questi tempi, ma se lo sai mezz’ora dopo l’accaduto dal web, è come un moltiplicatore di eventi. Lo vedi  e lo senti cinque volte in una giornata, e ti sembrano cinque eventi, cinque tragedie, dieci morti, invece di “solo” due.

Alle solite, e comunque un caso irriducibilmente unico. Siamo qui a chiederci con moralisti, psicologi, psichiatri e sacerdoti che cosa succeda nella psiche, questa volta di un uomo anziano, di 79 anni si può dire così? che gli scatena tanta violenza contro un’altra persona e se stesso. Quanta parte abbia la premeditazione e quindi il dolo ragionato, e quante, se ve n’è, di perdita del senso e del valore delle cose e della vita delle persone. Le varie antropologie, più o meno biologizzanti o spiritualizzanti, si interrogano senza darsi soddisfazione. Noi qui non sappiamo se la cosiddetta elaborazione del lutto della separazione sia stato parte del movente, o lo sia stato di più un aspetto economico, legato agli accordi della separazione, et similia.

Fatto sta che tre ogive del revolver hanno spento due vite per volere di una volontà e di un intelletto. Partirei da qui. Caro defunto architetto: prima di tutto nessuno possiede la vita di nessuno, forse neanche la propria, anche se su ciò oggi il dibattito è molto acceso. Ebbene, possiamo concedere, laicamente, che della propria si possa disporre, ma basta così. La vita degli altri è in-vio-la-bi-le. Chi sei tu, chi sono io per disporre della vita altrui, così, a freddo, calcolando tutto? Un fatto è che io uccida una persona per difendere la mia vita o quella dei miei cari, ma lì non vi è dolo, reato o peccato, a meno che non si alzi in piedi truce moralista o un falso-buonista che abbia da protestare di eccesso colposo di legittima difesa. ve ne sono tanti, in giro, e li vorrei vedere davanti a una pistola altrui che sta per sparargli in faccia.

L’uomo che decide di uccidere e si organizza per farlo, in pubblico, in un ufficio dove son presenti altre persone, e lì vuole esibire il suo potere di vita o di morte, quasi come in un rito sacrificale, in una cerimonia stabilita nella sua testa una volta per sempre, inevitabile, incontrovertibile, a meno che qualcuno non lo scopra armato prima, ma non è così, lui è accorto, è capace di dissimulare, sorride perfino, si adegua al modo urbano dell’ufficio notarile, si siede e saluta cordialmente gli astanti, anche la sua ex moglie che vuole uccidere. E poi si alza, estrae l’arma e spara una due volte, ché la prima non era bastata, e poi recita la parte del glorioso suicida. Si mette di fronte e si spara in bocca, morendo nel suo sangue sporco di vergogna altrui, non la sua, perché non fa a tempo a vergognarsi.

Troppo pasciuto di benessere e di sfizi, quell’uomo? Chi lo sa? Chi lo conosceva un po’ forse è in grado di fare supposizioni. L’odio per una donna ancora piacente che gli sarebbe sopravvissuta per almeno vent’anni, vista la differenza di età e la media della vita femminile in Italia. Imperdonabile sopravvivergli tanto. Invidia della vita altrui? Incomprensibile per me, E per te, caro lettore?

Le persone umane sono, come abbiamo scritto qui più volte, sia uguali in dignità, sia irriducibilmente unici. Nel caso dell’architetto la differenza è stata in negativo di umanità. L’uomo, come insegnava sant’Agostino, è una commistione di bene di male, di bontà e malvagità, il bene il male è nell’uomo e dell’uomo. Una inestricabile situazione dell’esistere in questo essere-umani, cioè primati consapevoli e provvisti di linguaggio variegato, a volte melodioso e a volte sconvolgente, pesante, duro, incomprensibile.

Qualcuno sostiene, ad esempio il direttore di Radio Maria, che il diavolo è scatenato, come racconta l’Apocalisse, e quindi ispira delitti e male. Il male è nell’uomo e il bene lo deve vincere. Il male è assenza di bene, defectio boni, è mancanza, penìa secondo Platone, carenza da riempire con l’eros potente ed eterno del desiderio vitale, come ho cercato di proporre nel mio libro più profondo e impegnativo che, caro lettore, trovi qui a lato.

L’eros, o amore è il motore dell’agire umano nel mondo e forse è anche il nome di tutta la forza vitale del cosmo, nientemeno. Sorprendente, ma fino a un certo punto, poiché qualcosa tiene insieme la realtà oltre alle quattro grandi forze cosmologiche che nessuno è finora riuscito a concepire come unificate. Che sia proprio l’eros divino a costituire l’elemento che le rende Una, cioè l’Uno, che il filosofo Plotino riteneva fosse uno dei nomi di Dio, anzi il Nome?

Voglio bene a Mario Balotelli e a Tiziano Ferro, bravi ragazzi normali, mentre Salvini inanella una gaffe dietro l’altra, e altri ministri come quello dell’ambiente riconoscono che i predecessori di dicastero non erano poi così male, ma anche il capo leghista, obtorto collo, deve ammettere che Marco Minniti aveva fatto un buon lavoro

Intanto il nostro centravanti nero, di origine ghanese (proveniente dalla famiglia Barwuah) coniuga bene i congiuntivi e poi, con voce profonda da omone giovane e robusto, parla di diritti umani con semplicità senza essere mai banale. Dice che sarebbe onorato di essere il capitano della Nazionale di calcio.

Lo sarà, ma intanto è importante constatare che questo ragazzone è cresciuto, è diverso da qualche anno fa, rappresentando meglio la generazione di quasi trentenni, e anche di ragazzi più giovani.

Il bravissimo cantante romano spera di non essere pressoché “trasparente” come uomo di orientamento omosessuale, anzi quasi invisibile. Convivono in questa beata Italia tante posizioni, tante opinioni, spesso fondate su mancanza di informazione e su pregiudizi. Molti parlano senza darsi la pena di conoscere le cose di cui parlano, e spesso senza una formazione adeguata, ignorando anche i fondamenti di un argomento, fregandosene bellamente di fondare il proprio pensiero su basi conoscitive solide e affidabili. A volte è una pena ascoltare chi parla in televisione o leggere chi scrive sul web, libero come l’aria e deficiente come un minus habens.

Se perfino Balotelli mi soddisfa significa che lo chef generale dell’informazione offre un modesto menù, senza offesa per il campione.

Giù nel Sud, nei pressi di Vibo Valentia, hanno fucilato un nero (chiamato da molti “negro”, con dizione spregiativa, non etno-antropologica), del Mali, Sacko Soumajli, che si occupava di se stesso e dei suoi conterranei migranti e lavoratori a tre euro l’ora, dentro il sindacato bracciantile USB, emulo di Di Vittorio, a quasi ottanta anni dalle lotte guidata da quel grande di Cerignola. Civilissimo rappresentante dei lavoratori, dignitosissimo e sapiente, di una sapienza antica.

Salvini invece parla di “galeotti” provenienti dalla Tunisia, e deve anche scusarsi con il governo di quella piccola nazione araba, a noi molto vicina. Bettino Craxi, che amava quella nazione e a Hammamet è morto, certamente l’avrebbe bacchettato invitandolo a informarsi meglio e a parlare da ministro con più cognizione delle cose. Nel frattempo, sempre il ragazzotto lombardo invoca Orban l’ungherese, il quale comunque ci è poco amico, con i suoi amici di Visegrád.

Il Gruppo di Visegrád si è costituito tra Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia il 15 febbraio 1991, al fine di rafforzare  la cooperazione tra questi tre stati e in seguito quattro (con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1993) sotto vari aspetti della vita civile, sociale, culturale, scientifica ed economica.

L’ispirazione del Gruppo di Visegrád è stata dovuta agli incontri avvenuti nel 1335 e nel 1339 tra i re Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia, per migliorare i rapporti commerciali ed economici tra le tre nazioni. Un evento storico per affermare l’unità d’intenti di tre saggi sovrani e di tre popoli contermini. L’Europa si costituiva anche così, magari “a pezzi”, fin dai tempi di Carlo Magno, quando il Sacro Romano Impero in qualche modo proseguiva lungo la strada dell’Impero Romano ispirato dalla Res Publica Christiana.

Salvini forse non sa queste cose, ma qualcuno gliele spiegherà. Non vi era nulla di razzista nel primigenio Gruppo di Visegrád, bensì lungimiranza e dialogo, al contrario di quello che sta sostenendo il neo-ministro degli Interni, il quale comunque riconosce il buon lavoro fatto da Marco Minniti.

L’altro “dioscuro” della nuova maggioranza, il Di Maio, invece, si occupa dei ciclisti porta-pizze a casa, i rider, lavoratori senza diritti minimi. Gli economisti dei due partiti si dividono sulla plausibilità della flat tax e del reddito di cittadinanza, cominciando a spiegare che misura senza capienza finanziaria sono irrealistiche e illusorie, cioè un inganno per gli stessi cittadini elettori che hanno creduto nel “nuovo”, nell’enfasi del cosiddetto “cambiamento”.

Non si fanno miracoli: neppure san Giovanni evangelista nel vangelo da lui ispirato, parla di “miracoli” riferendosi alle opere del Maestro di Nazaret, ma di segni, di semèia, come si dice in greco antico. E i segni sono tracce importanti  dell’agire umano. I segni significano sempre qualcosa.

Quello che speriamo le persone imparino è che non esiste la perfezione, e tantomeno in politica, ma un continuo ricercare di migliorare, anche usufruendo umilmente di esperienze altrui, anche di avversari, perfino di nemici o ritenuti tali.

L’uomo forse evolve, ma lentamente, e a volte involve, per cui occorre pazienza, umiltà, lungimiranza, capacità di sopportazione, forza morale, come insegnano i padri insigni del pensiero greco-latino e cristiano.

…e ora vediamo se Salvini sarà capace di fare meglio di Minniti (a cui, afferma, chiederà come si fa a fermare i migranti, ma come, allora anche il governo cessante era abbastanza bravo!) se Di Maio meglio di Calenda, ché meglio di Poletti non avrà problemi a fare, anche se, afferma, che il suo obiettivo personale è “migliorare la qualità della vita degli Italiani” (ingenuità o dabbenaggine?): in nome della cara Patria Italia, auguri!

Caro lettore,

finalmente, dopo quasi novanta giorni di polemiche talora stupide se non penose, abbiamo il Governo della Repubblica Italiana. Non conosco la maggior parte dei ministri, ma auguro buon lavoro a tutti, anche a Toninelli, che ha detto spesso cazzate sesquipedali, e ai due vice premier che sono la rappresentazione -differenziata- del non-sense politico serio, e non aggiungo altro, perché non smentisco un et di quello che ho scritto di loro nei tre mesi scorsi.

Vediamo se ora il pensiero dei due e dei loro militanti politici e seguaci si sposta sulle tematiche vere del popolo italiano, sull’economia, sulla società, sulla giustizia, sul diritto alla conoscenza, sul futuro concreto della nostra bella Nazione, dal pensiero volto prevalentemente a un eventuale voto e all’incremento di suffragi da realizzare. Bravo presidente Mattarella che anch’io, qui nel mio piccolo, ho sostenuto. Ho visto anche che dopo la mia lettera inviatagli, ha iniziato a utilizzar meno il termine “paese” per dire Italia, ma di più riferimenti all’Italia, agli Italiani, alla Repubblica, se non alla Patria o alla Nazione, etc. Ah (sorrido), Di Battista può tranquillamente rimanere in America, non credo manchi alla Patria, a me no certamente.

Ora invierò la lettera anche al prof Conte per vedere se condivide la mia proposta. Caro lettore, trovi la lettera in questione se vai indietro di un mese e mezzo circa.

I temi sul tavolo del nuovo governo sono molti e difficili, per cui preoccupa l’approssimazione e la banalità dei contenuti del famoso “contratto” tra i due partiti che ora hanno la responsabilità di guidare l’Italia. Una considerazione: come si fa a prevedere un surplus di spesa per circa 108 miliardi per il primo anno, con una copertura specifica di meno di un duecentesimo scarso della cifra (cioè con 500 milioni di euro)? Dove si andrà a prelevare il restante denaro? dalle solite tasche degli Italiani, da nuove tasse o accise, dall’evasione fiscale di cui si strombazza a ogni appuntamento elettorale, dalla riduzione dei costi della politica? Mi pare ci sia, come si dice, molta fuffa in tutto ciò, ovvero approssimazione e dilettantismo.

Accadrà certamente che quasi tutti i sogni di gloria dell’alleanza M5S e Lega saranno accantonati silenziosamente, a partire dalla improponibile Flat Tax e dal Reddito di cittadinanza, due esempi di misure ontologicamente e reciprocamente contraddittorie, perché l’una richiede maggiori uscite e l’altra prevede minori entrate: come a dire di poter fare di più con meno, che neanche un bambino…

Anche per questo Salvini voleva lucrare al più presto la sua furbissima credibilità con nuove elezioni da tenersi al più presto e Di Maio, consapevole -finalmente- di essere stato messo nel sacco dall’Asterix padano, no. Si pensi: il pensiero sommo di tutti e due, anche se a geometria variabile, altro non è stato che il potere per il potere, come nelle precedenti “repubbliche”, che poi non è mai del tutto vero, ma un po’ vero lo è, sempre. Il potere non negativo in sé, ma lo può diventare per come lo si esercita e per i fini per i quali lo si esercita. La differenza la fa la qualità delle azioni umane, lo spirito, il cuore di chi agisce. La moralità delle azioni è data dall’interiorità, dalle intenzioni, come insegnava il Maestro nazareno (cf. cap. 5 Vangelo secondo Matteo).

I danni che hanno fatto i due dilettanti solo nell’ultima settimana solo il Padreterno quantificarli, o il suo CFO, che probabilmente sarà Paolo di Tarso o San Benedetto, forse meglio.

Questi due hanno scambiato il governo per un gioco di monopoli, il bimbo napoletano di più, ma anche il ragazzo un po’ in carne della Lombardia. E” drammatico che la democrazia rappresentativa, quando opera con leggi elettorali così idiote, pensate e scritte da minus habens come i suoi autori omonimi. Bisognerà provvedere affinché non accadano più cose del genere.

Altra cosa: anche la stampa deve smettere di raccontare cazzate, di riferire amenità e falsità, di commentare con un rancore, così come i potentati politici alla Juncker, prima di parlare dovrebbero controllare il tasso alcolico: nel suo caso si vede dalla pelle vizza di un uomo non vecchio del ’53 che è un forte bevitore, che però non “tiene” come Churchill, e così va nel pallone del suo minuscolo Lussemburgo. Così dal pomposo e panzone e vino tinto capelli di Barroso si è passati a questo giocatore di briscola prestato alla politica che parla come se battesse il fante all’osteria.

Passando in rassegna i nuovi ministri, forse qualcosa di buono c’é, ora lavorino sodo confrontandosi senza ideologismi e rabbia in Parlamento anche con chi non li voterà. Alla guida dei due rami ci sono due persone che personalmente gradisco di gran lunga rispetto ai predecessori. Un Fico al posto di Boldrini mi sta non bene, benissimo, così come la signora Casellati al posto di un Grasso… ma chi ha pensato che poteva essere un leader politico quest’uomo spento? Bersani? ma sei fuori? D’Alema? Non posso crederci. Forse quei quattro gatti di ex vendoliani o possibilisti civatisti. Lo ripeto, a questo sinistrume ridicolo capitanato dalla fervida Boldrina preferisco il vecchio compagno Marco Rizzo, comunista all’antica.

Buona fortuna prof Conte. Faccio il tifo per lei.

Filippone, malvagia follia o folle malvagità, mentre i due beoti politici continuano a fare i babbei?

Utilizzo nel titolo un ossimoro in forma chiasmica, perché non mi viene nulla di meglio. Ancora una volta, come tante altre, la logica emotiva di Sant’Agostino mi aiuta.

A giorni dalla tragedia di Francavilla a Mare, mentre la politica scherza col fuoco di una crisi gravissima sulla pelle degli Italiani (disgraziati, disgraziatissimi Di Maio l’ignorante e Salvini il cinico), insultando il Presidente della Repubblica e i tedeschi rispondono sempre al loro prepotente istinto egemonico prussiano, questa volta con il tinto di biondo commissario europeo Guenther Oettinger, Filippone butta giù la moglie dal terrazzino di casa, e non la degna di un sguardo mentre agonizza sul selciato.

Prima domanda: che uomo è se si comporta così? Qualcuno dei soccorritori si è fatto qualche domanda di questo tipo? C’era lì qualcuno in grado di farsi qualche domanda, visto che la prima parte della disgrazia concernente la morte della moglie, pareva confermarne le modalità, di disgrazia, appunto, ma non era così?

Seconda domanda: durante le sette ore passate prima che l’uomo si gettasse di sotto non si è riusciti a predisporre qualche struttura ai piedi del viadotto per impedire che anche lui, dopo avere ammazzato la moglie a casa e buttato giù la bambina, si sfracellasse di sotto? Sempre durante le sette ore chi ha parlato con lui, uno psicologo, uno psichiatra? Che cosa gli hanno detto? Come ha risposto? Erano proprio le persone adatte a parlargli dopo quello che aveva fatto? Se dopo due o tre ore, nelle quali è possibile fare molti discorsi, la cosa non si è sbloccata, perché non si è pensato a cambiare l’interlocutore esperto, visto che sulla piazza c’erano sicuro altri psicologi, presenti sul territorio a pacchi, e anche psichiatri? Oppure guardarsi in giro cercando altri interlocutori, perché non un sacerdote o un filosofo?

Ho qualche dubbio sulla gestione del caso da un punto di vista tecnico-relazionale-comunicazionale. Posso nutrire qualche dubbio? Si sono toccate le corde giuste? Ora gli inquirenti hanno trovato all’uomo cocaina in auto e i resti di un sedativo con cui avrebbe rincoglionito la bimba Ludovica prima di scaraventarla giù. Gli hanno trovato dunque materiali già pensati, cercati, trovati e utilizzati con (folle?) lucidità. Gli psichiatri ci spiegano che alcuni psicotici di tipo schizoide hanno momenti di lucidità inframmezzati da momenti di distacco, di follia. Ebbene, che significa questo? Che nei momenti di lucidità con costoro bisogna utilizzar la logica sostanziale ordinaria, normale, fatta di domande sul bene e sul male, sulla responsabilità e sulla libertà individuale, o no? In sostanza un dialogo serrato nel quale il Filippone avrebbe potuto (?) sentirsi considerato normale?

Secondo me Filippone, nell’arco di sette lunghissime ore, avrebbe potuto capire.

Ho già detto che se fossi stato lì, avrei cercato di salvarlo e poi l’avrei strozzato di brutto dopo averlo salvato. Perché Filippone era un bravo professionista, laureato in economia, come si dice oggi un Chief of  Financial Officer (CFO). Ho l’impressione che nelle strutture pubbliche vi sia molta confusione su questo terreno e su questi argomenti.

Bene, un brav’uomo che all’improvviso diventa matto e fa una strage e nessuno lo ferma. Ah, qualcuno ha scoperto che era sconvolto perché qualche mese prima aveva perso la madre. Tutti prima o poi, se non muoiono prima, perché cari al cielo, e quanto caro al cielo sarebbe stato bene fosse stato Filippone, perdono la madre, e anche il padre, o no? Uno perde la madre e ammazza moglie  e figlia? Andiamo. Che cosa ci spiega il Manuale Diagnostico Statistico IV? Una forma maniaco-depressiva… una forma di stress post-traumatico?

Forse che sarebbe stato utile e necessario non trattarlo secondo le schema della malattia mentale, ma secondo il non-schema della normalità per cui un padre e marito non fa quello che ha fatto, ma si pente e affronta le conseguenze dei suoi atti, assumendosi la responsabilità di quanto e come agìto.

Quale forma tecnico-culturale è la più adatta a sviluppare ragionamenti di quel genere? Forse anche l’invito religioso al rispetto della vita, fondandolo sul fatto che non è a nostra disposizione, specialmente quella degli altri, a meno che non si abbia la testa sbagliata di un killer. Ma Filippone non era un killer, era un uomo normale. Oppure la logica filosofica, non la ricerca di nevrosi o psicosi, mi pare. “Quale è la ragione per la quale hai fatto quello che hai fatto, e vuoi fare ancora danni uccidendoti? Ne è valsa la pena, e varrà la pena, oh sì, adesso che le hai ammazzate forse è meglio che anche tu le segua, o no? Guarda, se vuoi ne parliamo, così poi a mente fredda puoi ammazzarti anche tu. Ma che uomo sei?” Lì avrebbe dovuto e potuto esserci un collega di Phronesis, colleghi che in in Abruzzo, nelle Marche o nel Lazio non mancano. A una o due ore di auto. Avrei potuto proporre almeno cinque o sei nomi di signori e signore, colleghi e colleghe, in grado di ben agire. Oppure, in meno di sette ore sarei arrivato anch’io, lì. per l’Adriatica, ché ho una macchina molto veloce.

Presunzione, la mia? Penso proprio di no.

La legge 194 ha quarant’anni e la vita miliardi, e speriamo continuino, la legge e la vita

Leggo qua e là che nel 40° della “Legge 22 maggio 1978, n.194, si scatenano insulti sanguinosi del tipo “assassina” verso donne che hanno abortito.

Vorrei ricordare a questi fanatici e fanatiche che il trend degli aborti praticati in Italia dal ’78 è vistosamente calato, nonostante l’aumento della percentuale dei medici obiettori.

Vorrei ricordare a quei militanti “per la vita” che le mammane prima del ’78 facevano abortire con intrugli di prezzemolo bollito che causavano insufficienze renali gravissime, o agivano con sonde-ferri da calza, provocando emorragie e infezioni mortali a quelle povere donne.

Vorrei ricordare agli stessi urlanti accusatori che una legge imperfetta è sempre meglio di un’assenza normativa che dà la stura, come si sa, ad ogni nefandezza. ed ora due parole sulla 194.

Il titolo della legge è il seguente: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza“, legge che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto, che fino a prima era considerato una sorta di attentato alla stirpe (codice penale Alfredo Rocco del 1930, nel quale l’interruzione volontaria di gravidanza, IVG, in qualsiasi sua forma, era considerata un reato, art. 545 e ss., abrogati nel 1978). In particolare: a) causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545), b) causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546), c) procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547), d) istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

In caso di lesioni o morte della donna le pene erano ovviamente inasprite (art. 549 e 550), ma, nel caso “… alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 545, 546, 547, 548 549 e 550 è stato commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto, le pene ivi stabilite sono diminuite dalla metà ai due terzi.” (art. 551).

Nel 1975 tornava all’attenzione generale il tema della regolamentazione dell’aborto, soprattutto dopo l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia.

Sul web leggiamo che “Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste, della rivoluzione culturale e sessuale che stava coinvolgendo la società italiana, venne portata avanti la campagna abortista, che fu condotta dalla sinistra (PCI, PSI, PSDI), dai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e dal Partito Radicale.”

Ancora, cito dal web: “Il CISA era una associazione fondata da Adele Faccio che con molte altre donne si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei «viaggi della speranza» verso le cliniche inglesi e olandesi, dove grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti. Nel 1975 dopo un incontro prima con Marco Pannella e poi con Gianfranco Spadaccia il CISA si federava con il Partito radicale, e in poche settimane entrava in funzione l’ambulatorio di Firenze presso la sede del partito. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Cominciava in questo modo la raccolta firme. Il referendum era patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso, che lo promossero unitamente al Partito Radicale e al Movimento di liberazione della donna. Tra le forze aderenti figuravano Lotta continua, Avanguardia operaia e PdUP-Manifesto. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sul divorzio dell’anno precedente. Il bisogno di adeguare la normativa si è presentato al legislatore anche in seguito alla sentenza n.27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale. Con questa sentenza la Suprema Corte, pur ritenendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, consentiva il ricorso alla IVG per motivi molto gravi.”

Ragione per cui con la  “194” sono venuti a cadere i reati previsti dal titolo X del libro II del codice penale con l’abrogazione degli articoli dal 545 al 555, oltre alle norme di cui alle lettere b) ed f) dell’articolo 103 del T.U. delle leggi sanitarie. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

E’ interessante leggere qualche brano della normativa. Il prologo della legge (art. 1), recita: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

L’art. 2 tratta dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza: a) informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire; b) informarla sui diritti delle gestanti in materia; c) suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi; d) contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza.

Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4). L’art. 5 prevede che il padre del concepito non possa in alcun modo intromettersi nella IVG e non sia titolare di alcun diritto sul feto. La figura del padre è citata solamente quattro volte nel suddetto articolo e solamente chiamata in causa come presenza presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la madre solo nel caso in cui questa vi acconsenta (comma 1 e 2).

La IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6): a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art.12): …nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime. La legge prevede inoltre che “il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (art. 14). inoltre, il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

A quarant’anni dalla sua adozione, il dibattito su questa normativa continua con vigore e con non sempre ragionevoli modalità di toni e contenuti. Vi sono però ancora almeno un paio di questioni, su cui si dovrebbe riflettere seriamente: il tema dell’obiezione di coscienza dei medici, che per dimensioni e motivazioni non convince, poiché si tratta di garantire comunque il funzionamento di una legge dello Stato che regolamenta un tema di delicatissima rilevanza etica e sociale e la questione del ruolo dl padre, il quale nella stesura del 1978 non ha nessuna rilevanza. Invece, proprio perché, e a maggior ragione di questi tempi in cui la violenza sembra essere uno dei tristissimi crismi del rapporto uomo-donna, dovrebbe essere preso in considerazione. Non è ragionevole, infatti, che il “secondo” genitore non possa esprimersi in alcun modo su un fatto che comunque lo riguarda, in ogni senso, morale, esistenziale ed affettivo, sia nei confronti della compagna, sia nei confronti della vita che potrebbe (o meno, e questo mi rattrista, comunque) venire al mondo.

E infine, da socialista cristiano e da teologo filosofo qual sono, desidero ricordare con gratitudine il lavoro quasi eroico svolto in quegli anni dai dirigenti del Partito radicale Marco Pannella, Adele Faccio e  Adelaide Aglietta, che non ci sono più e li rimpiango, e Emma Bonino che ci può ancora dare una mano in intelligenza e agire politico. Lo dico anche se, subito dopo, aggiungo che molti accenti delle proposte radicali non condivido, come quelle sull’eutanasia nuda e cruda (alla “svizzera”, intendo) mentre propongo piuttosto la linea etico-filosofica del mio Maestro Tommaso d’Aquino, il quale, se interpellato sulla legge 194 (perdonami, mio gentil lettore l’obbligatorio anacronismo), e dopo avere meditato come era solito umilmente fare, avrebbe detto che in casi così ardui, bisogna sempre scegliere il bene maggiore, che necessariamente deve corrispondere al male minore, e pertanto, valutati i pro e i contro avrebbe concluso circa l’opportunità di mantenere in vigore la Legge 194, in questo non d’accordo con la linea editoriale degli organi di stampa cattolici di questi giorni. Io la penso così, disponibile a confrontarmi con i colleghi teologi, con gli esperti di comunicazione, i politici e chiunque desideri discutere dell’argomento con logica documentata, realismo e onestà intellettuale.

Da vicino nessuno “è normale”, o no?

Stamattina, caro lettor mio, mentre attendo mia figlia, ascolto Joseph Haydn, gran musicante, servitore dei principi ungheresi Esterhàzy, prima le sinfonie nr. 94 Mit dem Paukenschlag e nr. 104 Londoner, Slovak Philarmonik Orchestra diretta da Alfred Scholz, e poi quelle denominate dello Sturm und Drang, già un po’ romantiche o quasi, dicendo un poco impropriamente, beethoveniane, la nr. 26 Lamentatione, la nr. 49 La Passione e la nr. 58 senza titolo, suona l’orchestra The English Concert diretta da Trevor Pinnock,  e mi do tempo. Mi do tempo, non ho fretta, quasi quasi non ci credo, io che son sempre di fretta, veloce, tornato criceto impazzito, tornato impaziente con gli altri. Ho da darmi una regolata, me lo dico da solo.

Stamattina, nel silenzio di casa ai confini della campagna, con tanto verde intorno, mi sono dato tempo. Leggo della legge 180 del 1978, quella di Franco Basaglia, che permise di chiudere progressivamente i manicomi, dove venivano ricoverati gli alienati, pericolosi a sé e agli altri.

Letti e camere di contenzione dove stavano recluse persone per ore, giorni, settimane, mesi, anni, con il volto rivolto alla porta, il bugliolo portatile, mai occhi verso la finestra a volte a “bocca di lupo”. Su un muro di Santa Maria della Pietà, manicomio di Roma, c’è scritta la frase del titolo. Caro lettore, sei d’accordo che da vicino nessuno è normale? E poi che cosa significa “normale”? Più o meno agitato? Più o meno ragionevole? Più o meno preoccupante? Più o meno pericoloso? Cosa?

Nel periodo fascista i ricoverati passarono da circa sessantamila a oltre novantamila. I regimi totalitari hanno sempre usato i manicomi, per attestare la follia degli oppositori, che non vanno mai considerati come umani, ma semplicemente sedati. In qualche modo con i farmaci, e/o con la contenzione e/o con l’elettroshock. Non cito neppure i regimi cui mi riferisco, che il mio buon lettore conosce, e il giovane, se apre queste pagine, è bene che studi.

Leggo sulla Treccani “In psichiatria la terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello.”

Si tratta di una tecnica terapeutica sviluppata negli anni ’30 dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini. La letteratura specifica indica nella TEC una modalità terapeutica particolarmente indicata in tutte le psicosi da shock (melanconie, manie, deliri, legate a shock morali intensi, cioè quello che oggi chiamiamo “disturbo post-traumatico da stress“, nelle quali “avrebbe un successo del 100% con una media di 6-8 sedute; 80% di successi nella depressione, psicosi maniaco-depressiva e negli stati confuso-onirici di origine tossica (alcol), tumorale, infettiva; di contro, riporta come nelle patologie croniche, soprattutto se legate a danni fisici in ambiti localizzati del cervello, come le schizofrenie, demenza, ritardo mentale, autismo, epilessia, gli insuccessi e le remissioni superano i successi, giungendo al risultato che l’automatismo mentale indotto dalla crisi convulsiva sembra meglio influenzato se il disturbo è di origine ambientale, tantopiù se recente. Per questi motivi la TEC era considerata la terapia d’elezione per la depressione e le patologie ad essa correlate, piuttosto che per altri tipi di patologie, specie neurologiche. Per questo la TEC è stata usata non solo nelle patologie neuro-psichiatriche propriamente dette, ma anche in quelle psicosomatiche (derivate ossia da eventi ambientali vissuti): asma, eczemi, psoriasi, prurito di Hebra, dermatite seborroica, con risultati spesso favorevoli.” (dal web)

Un giorno o l’altro, caro lettore, parlerò qui di codesta terapia, che in una fase della mia vita, ho osservato molto da vicino, dolorosamente.

Un video sul web mi illumina su come si può curare il disturbo mentale. X è stata curata in Italia e in Germania, ma in Italia la sedavano e la tenevano reclusa, mentre in Germania poteva socializzare dipingere, fare teatro, sentirsi utile e anche… bella. L’autostima, crollata a terra dopo l’aggravarsi di un disturbo bipolare in schizo-affettivo, è di nuovo tornata, per una vita “normale”. Ecco, una “vita normale”. Che cosa è una vita normale? Chi è “normale”, cioè secondo norma? Sappiamo che norma, dal greco antico nòmos, significa legge, ma è possibile parlare di legge in questo caso? E’ ragionevole legiferare sulla mente e sul suo funzionamento? Siamo sempre ancora all’eterna questione tra visione biologistica e psico-spiritualistica. A seconda degli autori, siano essi antropologi, filosofi e psicologi, psichiatri o neuro-scienziati, si oscilla tra un polo e l’altro, come spesso in questo sito ho proposto in dialettica.

Chi sostiene che è tutto un problema di lobi orbito-frontali e di neuro-trasmettitori, dopamina, ossitocina, serotonina, etc., più o meno regolarmente funzionanti, non accetta molto volentieri le sottolineature di chi propone interventi più “umanistici”. Io mi colloco, ovviamente, tra questi ultimi, senza per nulla sottovalutare gli aspetti biologici. Noi umani siamo certamente delle bio-macchine, ma anche anime incarnate. La signora X, di cui ho detto sopra, parrebbe confermare che serve anche la dimensione psico-spirituale, proprio come è sotteso dalla “riforma Basaglia”.

Che dire, infine? Che la nostra umanità animale possiede forse (io ci credo) anche la luce dello spirito, pensiero della nostra anima e di Dio. E qui permettimi, caro lettore, una sottigliezza teologico-semantica: questa espressione “di Dio” è un genitivo oggettivo, ma anche soggettivo, cioè significa sia “pensiero di Dio”, cioè attribuibile a Dio, sia pensiero di Dio come un “pensare a Dio”. Bello, no?

E qui finisco nel silenzio della dies dominica.

La sagra delle rane, la deiezione terroristica e il “contratto” di governo

Momenti di comunione, feste popolari celebrate davanti ai templi o, in epoca cristiana, alle chiese hanno a che fare con il sacro, inteso come dimensione potente dell’essere, come ponte tra la vita ordinaria dell’uomo e ciò che sfugge da questa ordinarietà. Un testo importante in tema, che consiglio al mio gentile lettore è Das Heilige, Il Sacro, scritto da Rudolf Otto nel 1927, e tradotto in italiano da Ernesto Bonaiuti, docente di filosofia e sacerdote sospeso a divinis per “modernismo”, una posizione riformista all’interno di una chiesa cattolica ancora molto dogmatica. Lontanissimo ancora era il Concilio Ecumenico Vaticano II di papa Roncalli e Paolo VI (1963-1965, io ero già bambino consapevole, chierichetto, impressionato dai duemila padri in bianco nella Basilica di San Pietro).

“Sagra” deriva etimologicamente dal lemma latino sacer, cioè “sacro”, legato al sacro, al religioso, a qualcosa di grande, e infine a qualcosa di solenne e festoso. L’antropologo israeliano Harari, che insegna a Oxford, da me citato nel post precedente, si fa una domanda: quanto contente possono essere le rane della sagra di Rivis di Sedegliano, provincia di Udine, che oramai è un evento storico, nell’ambito di una tradizione, di diventare cibo fritto per gli umani? per gli animali-umani che siamo noi?

La domanda sembra peregrina ma non lo è. Senza essere animalisti, è importante che ci si renda conto che tutti i viventi senzienti soffrono, provano dolore, senza arrivare alle esagerazioni dei vegani che sostengono addirittura la sofferenza dell’insalata, quando viene colta. Si può anche ridere. Ogni tanto incontro qualcuno convinto (veramente?) che la Terra sia piatta a l’insalata soffra, persone che disprezzano chi legge e studia, vantandosi della propria ignoranza, a volte con disprezzo e violenza verbale inauditi. Come facciamo, allora, a meravigliarci se l’animale umano in situazione riesca ad agire come l’assassino di Parigi di iersera?

Pensavo a queste cose quando stavo andando a prendere qualche porzione di rane fritte per casa. Potrebbe venire anche da ridere, ma può far ridere o piangere qualsiasi cosa, dipende dall’ottica. dall’angolo visuale. I cinici non piangono mai, i sentimentali forse troppo.

Mentre tornavo, dunque, apprendo dalla radio che a Parigi e nell’isola di Java, nella città di Surabaya, ancora si muove il terrorismo. Coltello sulla Senna e armi da fuoco in Indonesia. Mentre noi aspettiamo un piatto sul gran fiume, altri umani disperano e si disperano uccidendo.

A Milano i due “vincitori” del 4 marzo elaborano i cosiddetto “contratto” di Governo, mentre il Presidente della repubblica svolge in piazza a Dogliani una lectio di diritto costituzionale su Luigi Einaudi, forse per “parlare a nuora”. Dubito che i due studiosi del “Pirellone”, Di Maio e Salvini, abbiano letto anche una sola pagina di Einaudi. Forse neppure sapevano che fosse venuto al mondo (Di Maio, ignora la posizione geografica della Russia, mentre io bambino di dieci anni conoscevo i nomi e lunghezze di tutti i maggiori fiumi del mondo, le altezze dei quattordici “ottomila” e le capitali). Mattarella dice che il Presidente della Repubblica non è un notaio, né un mero ratificatore di decisione altrui… parla di moral suasion, ma anche di possibilità di opporre veti a decisioni che non stiano in piedi. Egli, il Presidente è il custode della Costituzione, per tutti noi. Fidiamoci. Il Presidente  ricorda quando il suo predecessore Einaudi non seguì le indicazioni della Democrazia Cristiana di De Gasperi e nominò Presidente del consiglio l’onorevole Pella, mostrando le proprie prerogative costituzionali e i propri legittimi poteri. Ri-dico: fidiamoci, anche se il presuntuosetto campano afferma “Occorre pazienza perché stiamo scrivendo la storia“. Bum!

Torno al trittico argomentativo: rane, terrorismo, politica. Io tranquillo, le rane pronte. Non ho notizie da Parigi né da Milano. Non siamo disperati qui in Italia, ma un poco pre-occupati, vista la situazione politica.

Circa le rane e la sera che viene, son sereno. Con il terrorismo dovremo convivere, come abbiamo convissuto con guerre e armistizi, con stupidità e intelligenza, con violenza e cura, con Travaglio e Fazio. A proposito, avverto Travaglio che, più lui insulta Berlusconi e più quest’ultimo mi diventa simpatico, e penso anche a molti che come me lo hanno aborrito per due decenni.

Un’ultima idiozia da invettiva: sento Speranza di Leu (il nome di questo partito ha anche un brutto e cupo suono) attardarsi a criticare il PD, che ha perso milioni di voti, lui dice, per politiche sbagliate. Ma io chiedo a Speranza e ai Fratoianni, Civati, Boldrini, Bersani (D’Alema, più intelligente di costoro, almeno sta zitto, mentre i citati parlano senza vergognarsi), dove sono andati i voti persi dal PD? sono venuti a voi, poveri illusi, o sono andati all’ignorante Di Maio e all’insulso e pericoloso Casaleggio jr., oppure sono rimasti a casa il 4 marzo scorso? L’hai finita di fare le pulci agli altri, professorino da nulla, Roberto Speranza?

Circa il governo, qualcosa si farà, stiamo a vedere.

Edith Scaravetti, Toulouse, France

Edith Scaravetti, colpevole di aver ucciso il marito violento con una carabina e averlo murato nel cemento, è stata condannata a 3 anni di carcere contro i 20 che chiedeva l’accusa.” (dal web)

Nella sentenza di Tolosa i giurati hanno tenuto conto di tutte le angherie subite dalla trentunenne, con tre figli, in dieci anni di convivenza matrimoniale. “Omicidio involontario” e perciò di gravità molto inferiore alle altre fattispecie del volontario e del premeditato. La signora Scaravetti, di chiara origine italiana, era in carcere dal 21 novembre del ’14 ed è stata immediatamente posta in libertà.

La sua difesa ha descritto durante il processo la personalità del marito, Laurent Baca, “uomo che esigeva tutto, che ha fatto vivere per 10 anni un vero calvario a Edith Scaravetti“, fatto di “violenze fisiche, psichiche e sessuali“. Per questo “non potete giudicare Edith Scaravetti come una volgare assassina“.

Quest’uomo la picchiava, anche perché spesso ubriaco, e forse spacciava. Un infelice pieno di problemi che scaricava su lei e sui figli. I fatti, così come raccontati dalle cronache del tempo:

Il 6 agosto 2014, lui rientra alle tre di notte, la tira giù dal letto, la prende a calci, la fa rotolare dalle scale, afferra una carabina calibro 22 e se la punta alla tempia. Le dice: fammi vedere se sei capace di farlo. Edith forse preme il grilletto o forse il colpo parte chi sa come, non lo ricorda, non lo sa. Sa che prende il corpo di Laurent Baca e lo nasconde in giardino, poi, quando arrivano le mosche e il fetore, se lo carica in spalla, lo porta in soffitta e lo seppellisce sotto una colata di cemento. Per tre mesi, fa finta di nulla.”

Il resto è noto, e ora una riflessione, utile per considerare il valore della vita umana, di ogni vita, di una vita specifica, quella lì, nel contesto, però. In generale il valore della vita del singolo ha assunto diverse connotazioni a seconda dei tempi, dell’ètnos e dell’ethos cui ci si riferisce. Oggi che la pena di morte anche per i più gravi reati sta lentamente uscendo dagli ordinamenti penali di quasi tutte le nazioni (ogni anno qualche stato aderisce alla dichiarazione Onu contro la pena di morte, oppure la ha sospesa da tempo motu proprio), il valore della singola vita umana pare essere lievitato, come da un’ispirazione morale comune, che potremmo far tranquillamente ascendere alla lezione evangelica, a Gesù di Nazaret, lezione che ha lentamente permeato i fondamenti etici e giuridici della maggior parte delle nazioni.

Parto dalla pena di morte, per dire che si tratta dell’ambito etico-giuridico legato alla legislazione generale che l’uomo ha definito nel tempo come regola di convivenza, e per la tutela delle collettività. Oggi la maggioranza degli esseri umani è probabilmente contraria e le conseguenze normative si constatano come scrivo sopra.

Altro tema è quello dell’omicidio e della legittima difesa che può causare un omicidio. Ecco: se l’uccisione di un altro essere umano è, in sé, cosa gravissima, colpa, reato e… in ambito teologico, peccato, avvenendo in particolari circostanze, come quelle della legittima difesa di sé e dei propri cari, oppure in una situazione di guerra, come nel caso di mio padre che uccise all’arma bianca un greco nel 1942, e io sono a questo mondo in ragione di questo tristissimo evento, assume connotazioni morali diverse. Già il caso di mio padre è profondamente differente da quello di Edith: infatti lui mi raccontò costernato quei fatti  dicendo “ero io a casa sua” (nella disgraziata guerra italo-greca).

Edith si è trovata in una situazione terribile, quando il marito ubriaco ha fatto la bravata di puntarsi il fucile alla tempia e di istigarla a premere il grilletto se avesse avuto il coraggio. Quali sentimenti, quali terrori, quale spavento in quel frangente in quella donna? Che cosa poteva riuscire a pensare, magari con i figli piccoli presenti?

Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, III-II, 64, 7, propone la dottrina del male minore e del diritto all’autodifesa in modo molto chiaro, come si legge di seguito:

Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita.”

E dunque, posto che Edith non volesse premere il grilletto uccidendo così il marito, a quale punto di sopportazione era arrivata? Nessuno lo sa e lo può sapere. Quanta paura fisica per sé e per i propri figli aveva? Nessuno lo sa e lo può sapere.

Per questo a me sembra, e lo dico sapendo di trattare un tema delicatissimo, la giuria, se ha colto negli occhi e nelle parole di Edith un dispiacere per l’accaduto, anche se i suoi comportamenti dopo i fatti sono sgangherati e colpevolizzanti, come l’aver nascosto il cadavere, ha ritenuto che quella signora non aveva intenzione di uccidere il marito, cosicché ha fatto bene a decidere una pena minima.

In proposito la buona Teologia, se parliamo di intenzioni del cuore ad operare una scelta piuttosto che un’altra, ci viene ancora in soccorso. Basti leggere alcuni versetti del Vangelo secondo Matteo al capitolo quinto (dal versetto 27 al 48), che così recitano:

Voi avete udito che fu detto: Non commettere adulterio./  Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per appetirla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore./  Ora, se l’occhio tuo destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non sia gettato l’intero tuo corpo nella geenna./ E se la tua man destra ti fa cadere in peccato, mozzala e gettala via da te; poiché val meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, e non vada l’intero tuo corpo nella geenna./ Fu detto: Chiunque ripudia sua moglie, le dia l’atto del divorzio./ Ma io vi dico: Chiunque manda via la moglie, salvo che per cagion di fornicazione, la fa essere adultera; e chiunque sposa colei ch’è mandata via, commette adulterio./ Avete udito pure che fu detto agli antichi: Non ispergiurare, ma attieni al Signore i tuoi giuramenti./ Ma io vi dico: Del tutto non giurate, né per il cielo, perché è il trono di Dio;/ né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re./ Non giurar neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi fare un solo capello bianco o nero./ Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; no, no; poiché il di più vien dal maligno./ Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente./ Ma io vi dico: Non contrastate al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra;/ ed a chi vuol litigar teco e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello./ E se uno ti vuol costringere a far seco un miglio, fanne con lui due./ Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un imprestito, non voltar le spalle./ Voi avete udito che fu detto: Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico./ Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,/ affinché siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli; poiché Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti./ Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno anche i pubblicani lo stesso?/ E se fate accoglienze soltanto ai vostri fratelli, che fate di singolare? Non fanno anche i pagani altrettanto?/ Voi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste.”

E un tanto basti, mio gentil lettore, per comprendere che le ragioni del cuore, insieme con la riflessione razionale, quando questa è possibile, sono quelle che governano una morale sana a giusta, come insegna il Maestro.

“macron” o “micron”, grande e piccolo, ambedue dimensioni dell’umana percezione

Vediamo in questo pezzo un po’di cose piccole e di cose grandi, come i megaliti delle mura di Micene.

In greco antico makros significa grande, mikros piccolo. Esaminiamo alcune parole composte con questi due lemmi opposti: macrocosmo (opposto a microcosmo), macroscopico (opposto a microscopico), macroevoluzione (opposto a microevoluzione), macroeconomia (opposto a microeconomia), macrospora (opposto a microspora), macrosmotico (opposto a microsmotico). E poi c’è il famoso microscopio, che serve a vedere il piccolo, come è a tutti noto. E altro.

Emmanuel Macron, il grande (?) è anche presidente della Repubblica francese. Grande. Chissà. In questi giorni in conferenza stampa vs. mondo intier tenuta con frau Merkel, lei in malinconica tinta pastello verdin-cacchetta, con atteggiamento giovenil-impudente s’è detto preoccupato per la situazione italiana dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso. Ma perché non si occupa dei Francesi? E donna Angela perché non fa altrettanto per i Tedeschi? Ambedue grandi Popoli di grandi Nazioni. Forse che, quando rischiava di vincere -poco più di un anno fa- in Francia la fascista Le Pen, il conte Gentiloni si è mosso come loro? Dimanda retorica anzichenò. Ma noi Taliani siam più dimessi, inferiority complex, ché lori dopo la fine dell’Impero Romano ci hanno sempre invasi, e noi no, salvo la ridicola entrata militar-fascista oltre Ventimiglia e Dolceacqua ai primi del ’40, poco prima di provare a “spiezzare le reni alla Grecia”.

Lascino agli Italiani il compito politico e morale di occuparsi dell’Italia.

Quarantennale di via Fani, Roma, dove il 16 marzo 1978, io ero un ragazzo pieno di speranze, tuttora vive, studiavo e lavoravo, non avevo la ragazza ma (le), Moro veniva rapito dalle Brigate Rosse che ammazzavano, non so se in connivenza con altri armati, le cinque guardie della scorta, poliziotti e carabinieri, lavoratori, avrebbe detto Pier Paolo Pasolini, e anch’io dissi e dico. Coloro che li hanno ammazzati erano terroristi e/o altro.

Ieri una di questi, la signora Balzerani liberata nel 2011 ha osato blaterare che le vittime hanno troppo spazio interpretando quasi un “mestiere”,  e che la storia l’hanno scritta anche loro, quelli che si proponevano come liberatori non-si-sa-di-chi-che-non-si-è-fatto-liberare-da-loro, e invece erano solo assassini, e anche abbastanza vigliacchi, dicendo “Che palle il quarantennale!”. Maria Fida Moro, la primogenita del politico ucciso ha replicato che solo le vittime possono dire “Che palle“, visto che vittime sono diventate per volontà malvagia di chi impugnava le pistole quel 16 marzo e poi il 9 maggio successivo, quando uno dei brigatisti ha fucilato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa Moro, dissanguandolo con una mitraglietta Skorpion e una pistola Walther, perché gli ha sparato attorno al cuore, non nel cuore.

Mettiamo le cose al loro posto, cz.! Io mi occupo, come tutore legale, di un carcerato non responsabile diretto di reati di sangue, ma comunque corresponsabile di crimini, che si trova dentro da trentasei anni ed entrò in carcere a ventitré. E’ comunque un essere umano che merita il rispetto dovuto a un umano. In ogni caso non serve la vendetta, ma un rispettoso silenzio sì, la consapevolezza delle proprie responsabilità morali, sì.

Ecco altre cose che alcuni vogliono far apparire macro, ma non lo sono come alcuni vorrebbero fossero, forse come non lo è Monsieur le President de la France.

Alcuni dati sugli atti di violenza resi noti dal Ministero dell’Interno agli inizi del 2018: nel 2017 gli omicidi in Italia sono calati del 8% rispetto all’anno precedente, e del 20% dagli ultimi tre anni; disaggregando, il dato degli omicidi di donne resta al 25% del totale, di cui il 70% compiuto da affini maschi, mariti, padri, amanti, fratelli etc.; sempre nel 2017 le rapine sono diminuite all’incirca del 7% rispetto al 2016, e del 23% dagli ultimi tre anni; ancora, nel 2017 i furti sono diminuiti del 4% sul 2016 e del 18% a partire dal 2014. I patiti del cosiddetto securitarismo, che sono un po’ sempre i soliti noti della destra italiana vecchia e nuova, oramai inveterata nel suo dir stereotipato, suggeriscono di non andare in giro per le strade e le piazze, ma di restare a casa… cosicché, sarcasticamente, potremmo dire, abbiamo più probabilità di farci ammazzare.

Micro e macro, piccolo e grande, corto e lungo e, senza scomodare il Conte di Cavour, giustapponiamo Meloni e Almirante, Renzi e Craxi, Berlusconi e Moro, D’Alema e Berlinguer, Camusso e Lama, Furlan e Carniti, Barbagallo e Benvenuto o… me, micro e macro. E sorridiam pure, mio gentil lettor della domenica, di questo mio indefettibile soggettivismo.

Lo “webete”, pronunzia “uèbete”

Oh mio gentil lettore, indovina chi è, ti darò alcune tracce.

E mi aiuterà il valoroso e stimabile giornalista Enrico Mentana.

“In risposta a quelli che chiama «avvelenatori del Web», Mentana ha imbastito negli ultimi giorni una strenua ed encomiabile battaglia. E nel rispondere all’ennesimo sconosciuto che lo contestava polemizzando sugli immigrati che stanno negli hotel di lusso mentre i terremotati dormono in tendopoli, il Direttore ha toccato un nuovo apice e coniato un’offesa che dimostra come la lingua, usata da chi ne è maestro, è ancora una spada efficacissima.

Mi stavo giusto chiedendo se sarebbe spuntato fuori un altro così decerebrato da pensare e poi scrivere una simile idiozia», commenta il giornalista. «Lei pensa che il prossimo le sia simile. Ma non c’è distanza maggiore che tra il virtuoso e il virtuale: eppure per lei se uno non grufola contro gli invasori è un fake. Lei è un webete.” (dal web)

Il webete è uno che pensa di sapere e non sa, scrive molto su twitter  perché non può permettersi un blog tipo questo a meno che non paghi un altro in grado di farlo, fa politica ed è già arrivato a livelli notevoli per questi tempi un po’ disgraziati, approfittando del vuoto pneumatico che lo circonda. Ha un aspetto gentile, educato, un taglio di capelli da bravo ragazzo, un eloquio solo apparentemente forbito, ché, se si sta attenti, litiga con i congiuntivi, necessari in italiano nelle frasi concessive e ipotetiche. Non conosce l’ottativo e l’esortativo. Ha frequentato un istituto superiore tra i più facili. Niente università, lavoretti qua e là. Si è candidato a capo del governo senza alcuna vergogna, e lo ha votato un italiano su tre, quasi, e tra quelli che sono andati a votare che sono un italiano su quattro. In assoluto lo ha votato un italiano su quattro aventi diritto al voto. Ha osato paragonarsi a De Gasperi, non suscitando a parer mio una sufficiente ilarità.

Torniamo al suo peccato di presunzione, perché sappiamo come questo vizio sia prodromo di un altro e più pericoloso vizio, l’arroganza, a sua volta origine della prepotenza e infine della protervia, come insegnavano Tommaso d’Aquino e Norberto Bobbio, e come ho già scritto qui recentemente.

Quello che si fa fatica a capire è come lo abbia votato un italiano su tre rispetto a chi è andato a votare e un italiano su quattro tra chi ha diritto al voto. C’è chi dice che si tratta di un voto di rifiuto dei vecchi partiti e quindi di un voto purchessia. Ma questa ipotesi non accontenta.

E ora che succederà? Ci troveremo questo semi-analfabeta capo del governo, caro Mentana? Lei ha certamente capito di chi parlo, ma anche, oso dire, tutti i miei non pochi lettori. A proposito, miei carissimi, sapete di essere quasi tremila alla settimana? Non male, vero?

Cosa si deve fare per intraprendere una strada diversa, che faccia giustizia degli ignoranti e dei webeti? Forse niente di che, perché questi sono molto diffusi: ad esempio, tra essi va annoverato l’attuale gran capo della destra, che ha una dozzina d’anni più del webete iunior, appartenendo alla stessa categoria di presuntuosi arroganti. Si tratterà di scegliere tra uno dei due per il governo, o no? Spero di no.

Vi sarà una soluzione diversa? Provo a dirla. Siccome è chiaro che ha vinto il centrodestra, checché ne dica il primo e più imberbe webete, l’unica possibilità che possa far sì che il PD, dove non mancano i webeti, ma sono meno numerosi che altrove, e perciò prendono meno voti (paradossale? non so), abbia interesse a votare per far nascere tale governo, è che il premier non sia il webete dal baffo minaccioso ma un altro, magari un veneto o un lombardo che hanno già mostrato capacità di governo nelle loro grandi regioni.

Il webete iunior, figlio della piattaforma Rousseau, intitolata a uno dei più mediocri e pericolosi filosofi moderni, dall’alto della sua scienza economica orecchiata nella Casaleggio e C. e al corso di perito turistico, mi pare, ha chiamato il prof ministro Padoan “avvelenatore di pozzi”. Lui invece è quello che promette il reddito garantito a chi cerca un reddito, magari schivando il lavoro.

Mio padre, quando non lo trovava in Italia, è emigrato in Germania, caro giggino. Ops, mi è scappato un nome.

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