Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Io, quasi come Baruch Spinoza, son condannato (ma me la rido) senza un processo serio, ove ciò sia plausibile, perché ritenuto un pericoloso pensatore e traviatore dei giovani, nel mio piccolo paese, nella mia remota regione, dal mondo prelatizio e dal popolo bue, ma el imbatido, don Alejandro Valverde, campione del mondo di ciclismo sulla durissima rampa di Innsbruck, mi sollecita a tornare in bici, e a fregarmene dei giudizi, come il Poeta insegna tramite Virgilio “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”!

Quando ho visto don Alejandro Valverde Belmonte valicare il tremendo colle al 28% sopra la Città sull’Inn, sono stato felice, sapendo il mio gentil lettore quanto esiti ad usar il termine “felicità”, cui non credo come perennità, o anche solo di significante durata, di stato spirituale. Ero certo che avrebbe battuto in volata i pur valorosi Bardet, Woods e Dumoulin, e i nostri, bravi e perdenti, ancora una volta. Non importa, perché ha vinto chi aveva più garra, più forza e coraggio, antica endiadi olimpica.

Ho detto a me stesso, che bello, ha vinto  el imbatido a trentott’anni, che mi ha sempre entusiasmato per il suo scatto veloce in salita, per la sua volata nervosa tra pochi resistenti delle corse più dure, per il suo sorriso murciano. Per la sua resistenza, assai simile alla mia. Al dolore e alla fatica. Tornerò in bici, anche grazie a lui.

Caro don Alejandro, ti auguro di continuare ancora, fino a che ti sentirai di correre senza sentire  nausea della fatica, con il tuo entusiasmo pieno di forza. E ora fammi parlare di un’altra analogia, se pure di diverso argomento, oltre a quella ciclistica. Pensa che una parte dell’ambiente dove vivo teme il mio pensiero, cioè le cose che dico, che scrivo e che pubblico.

Alla fine dello scorso anno una degna associazione del luogo si è fatta viva per programmare la presentazione di un mio volume di pondus e sostanza notevoli, pare, non indifferente, in una prestigiosa sede. Ci accordiamo sul tipo di presentazione e di serata, come più sotto ti renderò noto, mio caro lettore e, passati alcuni mesi di quest’anno, chiedo ai maggiorenti del club se si è decisa una data. A quel punto l’imbarazzo la fa da padrona, ché il mio libro è troppo difficile e contiene argumenta ardui per il pubblico locale, che parrebbe non in grado di reggere tanta difficoltà. Vengo poi a sapere per vie discoste e nascoste che la veritas vera è un’altra: qualcuno pare li abbia convinti che il mio libro è scandaloso perché parla della dimensione erotico-agapica, cioè dell’amore umano, nella Bibbia, e specialmente nel Cantico dei cantici e, come se non bastasse, che l’autore è un comunista, pericoloso pensatore e traviatore di giovani.

Per cui nulla si fa. Analogamente a Udine, il corrispettivo ente chiede la presenza dell’ordinario diocesano alla presentazione dello stesso libro. Il mio gentile lettore vada a vedere da qualche parte che cosa si intenda per “ordinario”, e certamente non significa “banale”. E’ un ruolo di comando in una certa struttura molto importante. Anche per lui sarei inutile e pericoloso.

Di seguito la sintesi preparata per la presentazione in Villa (Manin),  a partire dal titolo.

L’Erotismo è il motore del mondo

Un titolo del genere forse non scandalizza più nessuno, grazie a Dio. In realtà il Caffè Letterario (…) intende presentare un libro di teologia filosofica scritto dallo studioso nostro compaesano Renato Pilutti, dottore di ricerca in Teologia e Filosofia e filosofo pratico. Il titolo del volume è quasi preoccupante, per modo di dire, quanto a complessità: “La Parola e i Simboli nella Bibbia per una Teologia dell’Eros”. Che significa? Che nella Bibbia il tema dell’amore umano, dell’erotismo è trattato, eccome. E’ trattato in maniera poeticamente sublime, forse insuperabile nella letteratura occidentale, nell’epitalamio (inno nuziale) Cantico dei cantici, e poi in molti altri “luoghi” del testo biblico, il libro dei libri, scritto in oltre mille anni da decine di scrittori dal nome in larga parte sconosciuto.

Pilutti si è affaticato per oltre dieci anni, in mezzo ai molteplici impegni di lavoro e alla redazione di altri testi, nella scrittura di questo libro, che si propone di introdurre il lettore al tema meraviglioso e difficile dell’interpretazione del testo sacro per Ebrei e Cristiani, la Bibbia, per quanto riguarda l’amore (eros), sotto il profilo della simbolica della parola e della parola come simbolo.

Il tentativo è quello di comparare tramite un accostamento che scavalca oltre un millennio e mezzo, il pensiero su questo tema di un grande scrittore cristiano del III secolo, Origene di Alessandria, con il pensiero del filosofo francese contemporaneo Paul Ricoeur, e di altri pensatori contemporanei.

Uno studio accurato del testo biblico, secondo l’autore, permette di comprendere come forse la trasmissione quasi bimillenaria di una certa sessuofobia cristiana sia quantomeno mal posta, se non infondata.

Infatti, a partire dal testo genesiaco (1, 27) là dove lo scrittore biblico afferma che “Dio fece l’uomo a sua immagine…”, si può comprendere come nulla dell’umano sia cattivo o malo in sé, e pertanto anche la dimensione erotica (e quindi legata all’esercizio del sesso) sia cosa buona, come accoglimento dell’altro/ altra nell’infinita possibilità dell’amore umano.

Il Cantico del cantici, così come è studiato da Pilutti con l’aiuto di pensatori antichi e moderni, è il testo-guida di una lettura rinnovata di un erotismo che può essere definito, non solo umanissimo, ma perfettamente cristiano, come bene in sé, unitività sublime voluta da Dio stesso, e perfino intensificazione solidale del sentimento. L’amore erotico è dunque, non solo del tutto umano, ma anche motore dell’attività stessa dell’uomo che desidera, attività desiderante (Platone) e concreta, poetica, creativa, costruttrice di qualità relazionale e di futuro.

Eccolo l’uomo scandaloso, pericoloso, da evitare. Cioè io.

… che fare dell’ansia e di questo “benedetto” stress?

Insegnaci ad aver cura e a non curare/ insegnaci a starcene quieti”  (Thomas Stearns Eliot), si potrebbe iniziare così questa breve riflessione del grande poeta inglese su un termine oggi tanto usato e anche ab-usato.

L’ansia è come il rasoio di frate Guglielmo d’Occam, ma dannosa, solitamente non utile all’intelligenza come il metodo filosofico del francescano di Oxford. L’ansia taglia i dendriti che conducono ai neuroni depositari della memoria e danneggia lo studio e il lavoro. Lo studente ansioso fa fatica a studiare e perde le nozioni; al relatore ansioso succede la medesima cosa, così come al docente.

I manuali descrivono l’ansia come uno stato psichico dell’individuo cosciente, caratterizzato da forte apprensione, preoccupazione e anche paura. In questi casi la persona fa fatica a trovare un adattamento alla situazione e all’ambiente dove vive un’esperienza.

Chi si trova in questo stato prova a volte anche sensazioni fisiche negative come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea, tremore interno, fino alle manifestazioni del panico. Può esistere come disturbo cerebrale primario, oppure può essere associata ad altri problemi medici, inclusi altri disturbi psichiatrici o conflitti interiori. Amigdala e ippocampo, che sono parti del sistema limbico pare siano molto coinvolti dalla sensazione dell’ansia, forse anche una reazione a situazioni che potrebbero risultare dannose e quindi da evitare.

Le dottrine e metodologie orientali dello yoga e del tai chi sono utili a rimediare all’ansia e allo stress, e funzionano anche come antinfiammatori. Lo stress può essere anche motivazionale, ed è lo stress buono, l’eustress (termine greco-anglo-latino), mentre il distress (etimologicamente analogo) è dannoso. E’ fuori discussione l’utilità di un certo stress (da stringo, strictus).

Si combatte l’ansia e lo stress anche con un corretto muoversi dell’inspirazione/ espirazione, confermato da decine di studi sullo stress sui sistemi immunitari, con positive conseguenze perfino a livello di DNA.

Oggi si lavora sulla cosiddetta mindfulness o consapevolezza, attenzione. Se vi è costanza in questo approccio vengono contrastati gli effetti della tensione, riduce le citochine infiammatorie e promuove i fattori positivi come il BDNF o brain derived neurotrophic factor.

Sembra anche che cantare riduca il cortisolo, ormone dello stress, e che perfino il tumore possa in qualche misura essere prevenuto e il criceto impazzito (cioè io stesso), guarito.

Un modo antico per combattere l’ansia è la riflessione, la capacità di usare la logica e la filosofia naturale e pratica, talché è possibile lavorare sugli stati ansiosi aiutando le persone ad aiutarsi, utilizzando le facoltà intellettive e il metodo dell’argomentazione. Ogni persona può trovare la strada della consapevolezza e distaccarsi da questo condizionamento psichico e morale molto pericoloso.

Parlo di questo argomento perché molto spesso vengo interrogato sul tema e non se ne parla mai troppo.

Jacques Prevert scriveva così: “Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio“.

epinicio quotidiano

Chi  non è a digiuno di studi classici sa che cosa è un epinicio, un canto di vittoria, traslitterazione della parola greca composta dalla preposizione epì, cioè intorno a, e nìke, cioè vittoria. Caro lettor mio, approfitto per dirti che la pronunzia del nome dell’importante ditta di calzature “nike”, è da mantenere come è scritto, in quanto parola greca, non all’inglese “naik” o addirittura “naiki”.

Il testo di questo canto poteva essere anche di un autore famoso, di un poeta, di un Bacchilide o di un Pindaro, che ne scrisse oltre quaranta, per cantare i vincitori delle Olimpiadi.

Nell’epinicio si descriveva l’atleta, si proponeva una biografia brevissima con cenni ai suoi ascendenti e allusioni mitologiche. Infine l’autore non dimenticava la parte etico-pedagogica che le gesta dell’atleta sottintendevano, in una strutture composta da strofe, antistrofi ed epodi.

L’epinicio è un cantare l’evento, la meraviglia della forza, il coraggio del vincitore e sembrerebbe difficilmente riferibile alla vita quotidiana. Ma forse è bene approfondire la riflessione. Lo farò anche con l’aiuto di un caro amico, pensatore umile e profondo, il professor Stefano Zampieri.

Chi è l’atleta di cui qui desidero parlare? Chi mi vuol bene sa che sono in ascesi anacoretica da qualche giorno, chi mi vuol bene, beninteso, lo sa. Ebbene ne sono uscito, e ora quasi quasi mi dedico un epinicio, senza l’illusione che sia un canto di vittoria olimpico, ma un canto razionale di rinascita, etimologia che mi si confà.

Senza iattanza e vanagloria, ma con il sommesso orgoglio di aver continuato ad essere me stesso. Come si sa ogni canto celebrativo rischia la retorica corriva e annoiante, per cui mi premurerò di non cadere nell’inganno dell’autocelebrazione. Si è quel che si è per un intreccio di numerosissime concause regolate, si fa per dire, dal principio di complessità, su cui si sta affaticando da tempo Alberto Felice De Toni con lavori pregevoli.

Lo stato delle cose è sempre provvisorio, continuamente alla ricerca di un’omeostasi, cioè di un equilibrio il meno precario possibile. Parlo della salute di ciascuno di noi, di una struttura organizzata come un’azienda, di una classe scolastica, di un reparto sanitario o militare in missione. Le variabili e le sorprese possibili sono incommensurabili e sorprendenti. Le causali, le origini, le sorgenti di ogni stato di cose sono numerosissime e interconnesse, a volte difficili anche da leggere e da dipanare. Giocano la partita i comportamenti del singolo, di chi gli sta attorno, delle circostanze e degli eventi che variano il menù della quotidianità.

Molto bello su questo tema il volumetto del mio amico Stefano Zampieri, filosofo veneziano, Per una filosofia della vita quotidiana, edito da Diogene. Zampieri connette in maniera lucidissima la dimensione del quotidiano e quella degli eventi che a volte scombinano il quotidiano stesso, sul quale si ha da avere uno sguardo filosofico, cioè analitico, ma anche logico-analogico. Ragione e sentimento, per parafrasare Jane Austen, non possono non stare-insieme, perché appartengono al quotidiano di ciascuno di noi. Tutto è autentico nella vita quotidiana, dove la routine è letteralmente rotta dall’inaspettato e sorprendente evento (ereignis), cosicché non dobbiamo temerla perché svilente o annoiante. In Zampieri si osserva una qualche nota critica nei confronti dell’Heidegger di Essere e Tempo, là dove il pensatore tedesco critica la vita inautentica. Si può convenire con Stefano che può darsi una vita inautentica in ogni tempo storico umano, ad esempio nel consumismo contemporaneo, ma non nel quotidiano vissuto con sincerità e apertura al mondo.

Può anche darsi che la noia della vita quotidiana ne sveli in qualche modo l’assurdità, ma la soluzione non è la ricerca romantica o dannunziana della vita eroica, unica, meravigliosa, bensì l’accoglimento della normalità del buon senso, che rinforza creando le condizioni spirituali per accettare l’evento, l’eccezionalità, sia come sia: crescita professionale inaspettata, una malattia, un amore… ecco sembra incredibile accostare la malattia e l’amore, ma ci sta, come evento, come cesura, come discontinuità impegnativa e veritativa. Pertanto, occorre essere pronti (è l’estote parati evangelico, Matteo 24, 44), scegliendo una filosofia del quotidiano, capace di tenere insieme la routine e l’evento, con sapienza e paziente umiltà (aggiungo io) creaturale.

Una lettura eccellente per me, cui dedico un epinicio senza alcuna sicumera, in uscita da un’esperienza durissima e con la speranza di una quotidianità ritrovata e serena.

Lo stupro tra diritto, etica e libero arbitrio

L’orrore del gesto è smisurato, segno di paradossale debolezza del masculo.

Pertanto, non può non sorprendere la sentenza emessa in questi giorni dalla Corte di Cassazione circa una condanna per stupro di tre “signori”, dove l’alta Corte ha negato le aggravanti che anche il mero buon senso avrebbe dovuto prevedere, in quanto la vittima era alterata dai fumi dell’alcol, e pertanto non in grado di decidere di sé liberamente. In sentenza si dice infatti che l’aggravante sarebbe stata prevista solo se i violentatori avessero somministrato essi stessi la bevanda alcolica. In altre parole la signora stessa si sarebbe liberamente messa nelle condizioni di inferiorità psichica e, ubriacatasi, quasi quasi par di leggere tra le righe, ben le sta se la hanno violentata.

Frequentando diversi giuristi per lavoro, poiché spesso il loro lavoro “confina” con il mio in ambito aziendalistico, contrattuale o della sicurezza mi sono fatto l’idea che pochi di loro abbiano una adeguata preparazione filosofica, nonostante la filosofia del diritto dovrebbe essere una disciplina guida per ogni curriculum di studi giuridici previsti per la laurea. In realtà, da quando vi è stata la liberalizzazione dell’accesso alle facoltà universitarie, ci si trova spesso di fronte a signore e signori che provengono da qualsiasi scuola superiore per poi conseguire una laurea qualsivoglia. E allora, in ambito giuridico troviamo avvocati che hanno fatto ragioneria, in ambito umanistico laureati in lettere docenti delle medie che hanno fatto un istituto tecnico. Gli uni e gli altri sprovvisti di latino. Ma come si può fare il giurista se non si ha alba della lingua nella quale sono state scritte le norme fondamentali del diritto romano, che è presupposto conoscitivo per ogni sviluppo della materia? Ma come si può fare il professore di italiano se non si conosce l’etimologia fondamentale della nostra bella lingua romanza?

Non bastano certo, per il primo e anche per il secondo caso i corsi di latinetto che si fanno all’università, per cercare di parificare la preparazione di costoro con quelli che provengono dal classico, o almeno dallo scientifico?

Ebbene, la norma lo consente e allora si va avanti, con i risultati che abbiamo davanti agli occhi.

Tornando al nostro caso mi sembra evidente che nella sentenza della Cassazione si adombri un’ignoranza marchiana, innanzitutto di carattere antropologico-filosofico e immediatamente dopo di profilo etico-filosofico. In altre parole gli illustri giuristi non sanno come è fatto l’uomo, spiritualmente e psichicamente. Ignorano i due percorsi decisionali che appartengono alla fisiologia psichica dell’umano: il ruolo dei sentimenti e delle emozioni (più correttamente si dovrebbe parlare di passioni), e l’esercizio dell’attività raziocinante.

L’aver fatto ragioneria o perito turistico non consente di sapere che il primo grande psicologo fu il filosofo Aristotele e il secondo il filosofo e teologo sant’Agostino, e che prima di arrivare a Wundt, Charcot e Freud vi è una riflessione di due millenni e mezzo sull’uomo che non si può ignorare. Per dire, e la psicologia degli ultimi cento e cinquanta anni. Costoro ignorano tutto ciò. e si vede.

Veniamo all’aspetto di filosofia morale: se abbiamo detto che l’agire umano è governato sia dai sentimenti sia dalla ragione, dobbiamo chiederci in che concerto essi si pongano per poter stabilire che l’atto umano in situazione possa effettivamente ritenersi libero e responsabile. In questa sede non ripropongo l’appassionante tema del rapporto esistente tra  dimensione psicologico-riflessiva e assetto fisico-neurale del soggetto, tema che appassiona da decenni neuro-scienziati, filosofi, psicologi e uomini di chiesa, per cui, tra posizioni intermedie dialoganti, vi sono posizioni estreme tra un biologismo meccanicista e uno spiritualismo radicale, ma mi fermo sul caso di cui stiamo parlando.

Dunque: una donna è stata violentata da tre uomini ed era ubriaca dopo essere stata a cena con loro. Il tribunale, in primo grado li assolve, li condanna in appello e infine la suprema corte sentenzia come sappiamo, implicitamente affermando che non c’è aggravante per i colpevoli se la vittima si è messa nelle condizioni di non poter decidere per scelta sua, in quanto ha liberamente bevuto. Beh, allora mi sembra che siamo a un cinismo supremo e desolante. Bisognerebbe leggere il dispositivo della sentenza, e se ci riuscirò lo leggerò, ma mi pare inaccettabile che pilatescamente (se ne sono lavate le mani) o sulle tracce di Caino (“non sono mica io il custode di mio fratello”) i tre delinquenti siano stati assolti dal fatto di non avere fatto nulla per mantenere alla loro “amica” un tasso di umanità degno di questo nome, anzi di aver approfittato vilmente delle sue condizioni.

Amica? Amici? Conoscenti? Imprudente lei? certamente, ma cinici loro come di più non si può. E desolatamente superficiali o inculti i magistrati dell’ultima istanza giurisdizionale.

La presunzione è la figlia primogenita dell’ignoranza

Dell’ignoranza, non di quella dotta e consapevole di Socrate e del cardinale Nicola di Kues, ma quella crassamente e colpevolmente idiota da bar sport, abbiamo qui trattato più volte. Nel titolo, caro il mio lettore, trovi un’affermazione apodittica, cioè che “la presunzione è figlia primogenita dell’ignoranza“.

Quel “è” caratterizza filosoficamente e filologicamente tutta la frase, come predicato nominale con cui mi permetto di attribuire all’ignoranza una figlia, e per di più primogenita, cioè caratterizzante una prima manifestazione genetica della “madre”.

Chi è presuntuoso nutre un’eccessiva sicurezza e fiducia epperò priva di riscontro nelle proprie capacità; questi solitamente  si attribuisce qualità e doti di cui non è in possesso, per un’opinione troppo elevata di sé, in ragione di una radicale mancanza di umiltà. Ecco: la mancanza di questa fondamentale virtù morale, che è valore e principio esistenziale. A volte si confondono i valori/ principi/ virtù con nozioni di carattere organizzativo, che si chiamano in un altro modo, appunto. Ma tant’è: vi sono docenti che non sanno queste cose e insegnano, invece di mettersi lì, umilmente, a imparare, perché sono presuntuosi.

Il presuntuoso molto spesso è anche caparbio e insolente, e dunque superbo, rischiando di essere vittima del peggiore dei vizi morali, la superbia, madre e figlia dell’orgoglio spirituale, il vizio che non permette alle anime di ammetter i propri errori. Disgraziato (cioè privo di grazia) chi non riesce ad ammettere i propri errori!

L’ignorante, per contro, è una persona che non conosce in modo adeguato un fatto, una regola o un oggetto, ovvero manca di una conoscenza sufficiente di una o più branche della conoscenza, pensando di possederla, e dunque è anche presuntuoso, poiché presume di sé qualcosa di falso, o di non rispondente al vero. Il senso e l’accezione comune del termine ignoranza significa dunque una mancanza di conoscenza di un particolare sapere o fatto specifici.

Il termine, come abbiamo scritto in altro pezzo precedente, deriva direttamente dal verbo greco antico gnor-ìzein e poi dal latino ignorare. Nel tempo il termine ha assunto un’accezione sempre più spregiativa, perché gli si è attribuito il senso morale di ignoranza colpevole, per mancanza di informazione e formazione dovuta a presuntuosa pigrizia.

A volte il presuntuoso, però, non è pigro, anzi è iperattivo, ma disordinatamente, disorganicamente. Muoversi per muoversi non significa nulla, se non si sa dove si sta andando: infatti si può conoscere veramente, anche se non mai del tutto, il proprio itinerario, esistenziale e lavorativo, solo se si è in ascolto, solo se non si dà per scontato di avere sempre ragione a priori, e gli altri, se ti contraddicono, sempre torto.

Non è mica difficile saper ascoltare gli altri, certamente quelli che meritano di essere ascoltati (cf, il significato etimologico di obbedire), basta fermarsi un momento nutrendo qualche sano dubbio sui propri convincimenti. Sant’Agostino e Descartes avevano fondato addirittura la conoscenza sul dubbio “cogito et dubito, ergo sum“, cioè penso e dubito, cosicché sono. Per questi due sommi pensatori il dubbio fonda lo stesso essere. Senza il pensoso dubbio non vi è neppure la persona, che pensa e che dubita, e in tanto in quanto pensa e dubita, essa stessa è.

L’essere è fondato sull’umiltà del dubitare, non sulla presuntuosa superbia del sapere senza confronto. Non vi sono titoli di studio o posizioni che esimono da questo circuito virtuoso del pensiero. Io stesso, che non mi son fatto mancare approfondimenti e studi, son sempre più consapevole della mia ignoranza, poiché mentre imparo cose nuove, queste mi presentano infiniti scenari conoscitivi ancora da esplorare, ed è così che mi sento creatura e non creatore, padrone e signore della conoscenza e della verità, io consapevole di restare sempre e comunque un povero essere umano, fragile e ansioso, consapevole della mia pur nobile finitezza.

Voglio Balotelli capitano della nazionale di calcio, caro Mancini; la vita e la morte, la qualità e il valore, i principi e le virtù

Che parole importanti, no, caro lettore, dopo il mio invito a Mancini a fare di Balotelli (Barwuah) Mario il capitano della nazionale di calcio? Una stranezza? No, per nulla, ché ogni giorno si possono decidere cose utili sotto vari profili anche su faccende apparentemente di poco conto, come quelle della nazionale di foot ball. Tutto è importante, anche se in modo diverso, perché ognuno ha diritto di valutarle a modo suo, soggettivamente. E la nazionale di calcio riveste un grande valore simbolico per gli Italiani, ma anche per numerosi non-Italiani che vivono qui da noi o sono in giro per il mondo. Il capitano di questo team rappresenta dunque un’evidenza di questo simbolo: Balotelli, finalmente ragazzo e uomo maturo può interpretare il ruolo del capitano meglio di altri.

Vita e morte, cioè inizio e fine dell’esperienza terrena… e leggo del lavoratore goriziano, Roberto, che si è tolto la vita, amico di un mio caro amico. Che cosa vi è dietro la scelta di chiuderla qui così? Il mio amico, che lo conosceva e aveva avuto un ruolo nel suo inserimento in azienda, mi spiega che avevano fatto un’operazione industriale in grado, non solo di ottimizzare costi di struttura e occupazione, ma anche gli equilibri personali e familiari dei dipendenti. Questo mi ha scritto Franco, ma Roberto ha voluto andarsene. Ecco, anche se lì la Qualità era ed è lavorare bene, con precisione e rispetto, ottenendo anche certificazioni sulla qualità dei servizi erogati ai clienti, e motivo di soddisfazione per chi ivi operava. Qualità è anche condizione per vivere bene? Pare che non basti. A volte, nel cuore e nell’anima delle persone si manifesta una sorta di male oscuro (cf. Giuseppe Berto), inspiegabile all’esterno, eppure vero e maledettamente efficace.

Procedendo nell’analisi terminologica delle parole usate nel titolo, troviamo principio: il principio costituisce valore, in quanto espressione di capacità e di osservanza di regole e normative con costante perseveranza. I princìpi sono, se si vuole, la fons originaria originante di ogni atto umano libero, e quindi a valenza etica: un agire senza princìpi è un agire perso, debole, incapace di reggere nel tempo, inadeguato e improvvido. Se al cosiddetto “popolo” piace l’agire sconsiderato di Salvini, che più tuona che far piovere (qualcuno prima o poi se ne accorgerà) anche come ministro e vicecapo del Governo, non sfugge che tale agire è di corto respiro, inadeguato, non solo a rispettare i princìpi che regolano i rapporti internazionali e il rispetto della vita umana, ma anche per rapporto all’efficacia operativa. Accanto a una giusta suddivisione del carico umano ed economico delle conseguenze delle migrazioni, occorre pre-vedere, definire ed attuare le misure che possono ridurre il carico dei migranti e avviare lo sviluppo nel Sud del mondo. Le migrazioni sono fenomeni storici e ben conosciuti: si tratta di analizzare bene quello che accade in questi anni ed investire in proporzione, mentre ci si prepara a colonizzare Marte. In questo pensiero generale non può mancare un capitolo concernente gli aspetti demografici ed economici attuariali, i quali devono far premio sulla propaganda continua di chi pensa di stare in campagna elettorale permanente, come il citato segretario della Lega. Qualcuno dovrebbe anche dirgli che sarebbe utile, corretto e necessario distinguesse, quando prende la parola, tra i suoi due ruoli e si controllasse, se è in grado, anche nella terminologia e nel linguaggio espressivo, quando parla come ministro della Repubblica italiana.

Infine abbiamo la virtù, parola non troppo in uso, ma ancora comprensibile, poiché deriva da valore umano improntato a un agire eticamente fondato al bene, come ci insegnano i padri antichi della grande chiesa cristiana e i filosofi greco-latini e, spostando il nostro sguardo verso oriente, anche le grandi filosofie religiose come il buddhismo. La virtù è una dimensione spirituale che ispira, rinforza e guida un agire umano forte e determinato, chiaramente distinguibile e capace di visione prospettica, nel rispetto delle persone bisognose e della scurezza dei residenti, Italiani, Francesi, Spagnoli o Tedeschi che siano.

Princìpi e valori non sono perfettamente sinonimi, perché il primo termine è etimologicamente più esteso del secondo, essendo più esteso il suo campo semantico.

Non vi è alcun moralismo nei termini citati, ma un indirizzo antropologico, una visione del mondo molto articolata e complessa, che va studiata in modo non parcellizzato. Osservando il mondo circostante si trova di tutto: specialmente nelle aree tematiche dell’organizzazione aziendale e della gestione del personale, accanto a molte persone competenti e preparate, umili e ricettive, imperversano spietati guru che approfittano dell’ingenuità di molti per proporre formazione e coaching di bassa lega, se non truffaldino. Se interrogati da persone esperte, questi signori si barcamenano faticosamente, sperando che la tortura finisca presto.

Personalmente ne ho “sgamati” diversi, ma altri continuano a proporsi e a operare impunemente. A volte vengono promossi formatori master da aziende importanti, per ragioni imperscrutabili, quasi come quelle divine (scherzo).

Riassumiamo: a) Balotelli capitano e simbolo dell’Italia; b) vita e morte, c) qualità, valori, principi e virtù. Abbiamo il dovere di usare e declinare correttamente questi termini cosi importanti, per evitare fraintendimenti, ma soprattutto per onestà intellettuale e dirittura morale, esempio per i ragazzi che crescono e a cui dovremo sempre più affidare il futuro che ci viene incontro (cf. sant’Agostino, Libro XI Confessiones).

Una tragedia furlana

Una tragedia furlana come altre, perché l’uomo è fatto ovunque allo stesso modo, quasi simile agli angeli, come canta il melodioso Salmo 8, ma inteso sia nel senso di quegli esseri che servono Dio, sia nel senso di coloro che a Dio si sono ribellati in tempi prima dei tempi. Il testo del Salmo 8:

O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:/ sopra i cieli si innalza la tua magnificenza./  Con la bocca dei bimbi e dei lattanti/ affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,/ per ridurre al silenzio nemici e ribelli./ Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,/ la luna e le stelle che tu hai fissate,/ che cosa è l’uomo perché te ne ricordi/ e il figlio dell’uomo perché te ne curi?/ Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,/ di gloria e di onore lo hai coronato:/ gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,/ tutto hai posto sotto i suoi piedi;/ tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna;/ Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,/ che percorrono le vie del mare./ O Signore, nostro Dio,/ quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.”

Ecco come canta lo scrittore biblico, anzi il poeta salmista.

79 anni lui, architetto, benestante di soldi ma non di salute, pare. Ecco, cosa conta di più, se case da 250.000 il cui importo di vendita dividersi,  e altro, o un po’ di salute in più, soprattutto mentale e morale. 64 lei, belladonna, sommelier, ex moglie, uccisa a revolverate nell’ufficio del notaro famoso in centro della città borghese, e poi pistola in bocca e boom. Omicidio-suicidio, la coppia d’atti maledetta, che pare vada oltremodo di moda di questi tempi, ovviamente non solo di questi tempi, ma se lo sai mezz’ora dopo l’accaduto dal web, è come un moltiplicatore di eventi. Lo vedi  e lo senti cinque volte in una giornata, e ti sembrano cinque eventi, cinque tragedie, dieci morti, invece di “solo” due.

Alle solite, e comunque un caso irriducibilmente unico. Siamo qui a chiederci con moralisti, psicologi, psichiatri e sacerdoti che cosa succeda nella psiche, questa volta di un uomo anziano, di 79 anni si può dire così? che gli scatena tanta violenza contro un’altra persona e se stesso. Quanta parte abbia la premeditazione e quindi il dolo ragionato, e quante, se ve n’è, di perdita del senso e del valore delle cose e della vita delle persone. Le varie antropologie, più o meno biologizzanti o spiritualizzanti, si interrogano senza darsi soddisfazione. Noi qui non sappiamo se la cosiddetta elaborazione del lutto della separazione sia stato parte del movente, o lo sia stato di più un aspetto economico, legato agli accordi della separazione, et similia.

Fatto sta che tre ogive del revolver hanno spento due vite per volere di una volontà e di un intelletto. Partirei da qui. Caro defunto architetto: prima di tutto nessuno possiede la vita di nessuno, forse neanche la propria, anche se su ciò oggi il dibattito è molto acceso. Ebbene, possiamo concedere, laicamente, che della propria si possa disporre, ma basta così. La vita degli altri è in-vio-la-bi-le. Chi sei tu, chi sono io per disporre della vita altrui, così, a freddo, calcolando tutto? Un fatto è che io uccida una persona per difendere la mia vita o quella dei miei cari, ma lì non vi è dolo, reato o peccato, a meno che non si alzi in piedi truce moralista o un falso-buonista che abbia da protestare di eccesso colposo di legittima difesa. ve ne sono tanti, in giro, e li vorrei vedere davanti a una pistola altrui che sta per sparargli in faccia.

L’uomo che decide di uccidere e si organizza per farlo, in pubblico, in un ufficio dove son presenti altre persone, e lì vuole esibire il suo potere di vita o di morte, quasi come in un rito sacrificale, in una cerimonia stabilita nella sua testa una volta per sempre, inevitabile, incontrovertibile, a meno che qualcuno non lo scopra armato prima, ma non è così, lui è accorto, è capace di dissimulare, sorride perfino, si adegua al modo urbano dell’ufficio notarile, si siede e saluta cordialmente gli astanti, anche la sua ex moglie che vuole uccidere. E poi si alza, estrae l’arma e spara una due volte, ché la prima non era bastata, e poi recita la parte del glorioso suicida. Si mette di fronte e si spara in bocca, morendo nel suo sangue sporco di vergogna altrui, non la sua, perché non fa a tempo a vergognarsi.

Troppo pasciuto di benessere e di sfizi, quell’uomo? Chi lo sa? Chi lo conosceva un po’ forse è in grado di fare supposizioni. L’odio per una donna ancora piacente che gli sarebbe sopravvissuta per almeno vent’anni, vista la differenza di età e la media della vita femminile in Italia. Imperdonabile sopravvivergli tanto. Invidia della vita altrui? Incomprensibile per me, E per te, caro lettore?

Le persone umane sono, come abbiamo scritto qui più volte, sia uguali in dignità, sia irriducibilmente unici. Nel caso dell’architetto la differenza è stata in negativo di umanità. L’uomo, come insegnava sant’Agostino, è una commistione di bene di male, di bontà e malvagità, il bene il male è nell’uomo e dell’uomo. Una inestricabile situazione dell’esistere in questo essere-umani, cioè primati consapevoli e provvisti di linguaggio variegato, a volte melodioso e a volte sconvolgente, pesante, duro, incomprensibile.

Qualcuno sostiene, ad esempio il direttore di Radio Maria, che il diavolo è scatenato, come racconta l’Apocalisse, e quindi ispira delitti e male. Il male è nell’uomo e il bene lo deve vincere. Il male è assenza di bene, defectio boni, è mancanza, penìa secondo Platone, carenza da riempire con l’eros potente ed eterno del desiderio vitale, come ho cercato di proporre nel mio libro più profondo e impegnativo che, caro lettore, trovi qui a lato.

L’eros, o amore è il motore dell’agire umano nel mondo e forse è anche il nome di tutta la forza vitale del cosmo, nientemeno. Sorprendente, ma fino a un certo punto, poiché qualcosa tiene insieme la realtà oltre alle quattro grandi forze cosmologiche che nessuno è finora riuscito a concepire come unificate. Che sia proprio l’eros divino a costituire l’elemento che le rende Una, cioè l’Uno, che il filosofo Plotino riteneva fosse uno dei nomi di Dio, anzi il Nome?

Voglio bene a Mario Balotelli e a Tiziano Ferro, bravi ragazzi normali, mentre Salvini inanella una gaffe dietro l’altra, e altri ministri come quello dell’ambiente riconoscono che i predecessori di dicastero non erano poi così male, ma anche il capo leghista, obtorto collo, deve ammettere che Marco Minniti aveva fatto un buon lavoro

Intanto il nostro centravanti nero, di origine ghanese (proveniente dalla famiglia Barwuah) coniuga bene i congiuntivi e poi, con voce profonda da omone giovane e robusto, parla di diritti umani con semplicità senza essere mai banale. Dice che sarebbe onorato di essere il capitano della Nazionale di calcio.

Lo sarà, ma intanto è importante constatare che questo ragazzone è cresciuto, è diverso da qualche anno fa, rappresentando meglio la generazione di quasi trentenni, e anche di ragazzi più giovani.

Il bravissimo cantante romano spera di non essere pressoché “trasparente” come uomo di orientamento omosessuale, anzi quasi invisibile. Convivono in questa beata Italia tante posizioni, tante opinioni, spesso fondate su mancanza di informazione e su pregiudizi. Molti parlano senza darsi la pena di conoscere le cose di cui parlano, e spesso senza una formazione adeguata, ignorando anche i fondamenti di un argomento, fregandosene bellamente di fondare il proprio pensiero su basi conoscitive solide e affidabili. A volte è una pena ascoltare chi parla in televisione o leggere chi scrive sul web, libero come l’aria e deficiente come un minus habens.

Se perfino Balotelli mi soddisfa significa che lo chef generale dell’informazione offre un modesto menù, senza offesa per il campione.

Giù nel Sud, nei pressi di Vibo Valentia, hanno fucilato un nero (chiamato da molti “negro”, con dizione spregiativa, non etno-antropologica), del Mali, Sacko Soumajli, che si occupava di se stesso e dei suoi conterranei migranti e lavoratori a tre euro l’ora, dentro il sindacato bracciantile USB, emulo di Di Vittorio, a quasi ottanta anni dalle lotte guidata da quel grande di Cerignola. Civilissimo rappresentante dei lavoratori, dignitosissimo e sapiente, di una sapienza antica.

Salvini invece parla di “galeotti” provenienti dalla Tunisia, e deve anche scusarsi con il governo di quella piccola nazione araba, a noi molto vicina. Bettino Craxi, che amava quella nazione e a Hammamet è morto, certamente l’avrebbe bacchettato invitandolo a informarsi meglio e a parlare da ministro con più cognizione delle cose. Nel frattempo, sempre il ragazzotto lombardo invoca Orban l’ungherese, il quale comunque ci è poco amico, con i suoi amici di Visegrád.

Il Gruppo di Visegrád si è costituito tra Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia il 15 febbraio 1991, al fine di rafforzare  la cooperazione tra questi tre stati e in seguito quattro (con la divisione tra Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1993) sotto vari aspetti della vita civile, sociale, culturale, scientifica ed economica.

L’ispirazione del Gruppo di Visegrád è stata dovuta agli incontri avvenuti nel 1335 e nel 1339 tra i re Carlo I d’Ungheria, Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia, per migliorare i rapporti commerciali ed economici tra le tre nazioni. Un evento storico per affermare l’unità d’intenti di tre saggi sovrani e di tre popoli contermini. L’Europa si costituiva anche così, magari “a pezzi”, fin dai tempi di Carlo Magno, quando il Sacro Romano Impero in qualche modo proseguiva lungo la strada dell’Impero Romano ispirato dalla Res Publica Christiana.

Salvini forse non sa queste cose, ma qualcuno gliele spiegherà. Non vi era nulla di razzista nel primigenio Gruppo di Visegrád, bensì lungimiranza e dialogo, al contrario di quello che sta sostenendo il neo-ministro degli Interni, il quale comunque riconosce il buon lavoro fatto da Marco Minniti.

L’altro “dioscuro” della nuova maggioranza, il Di Maio, invece, si occupa dei ciclisti porta-pizze a casa, i rider, lavoratori senza diritti minimi. Gli economisti dei due partiti si dividono sulla plausibilità della flat tax e del reddito di cittadinanza, cominciando a spiegare che misura senza capienza finanziaria sono irrealistiche e illusorie, cioè un inganno per gli stessi cittadini elettori che hanno creduto nel “nuovo”, nell’enfasi del cosiddetto “cambiamento”.

Non si fanno miracoli: neppure san Giovanni evangelista nel vangelo da lui ispirato, parla di “miracoli” riferendosi alle opere del Maestro di Nazaret, ma di segni, di semèia, come si dice in greco antico. E i segni sono tracce importanti  dell’agire umano. I segni significano sempre qualcosa.

Quello che speriamo le persone imparino è che non esiste la perfezione, e tantomeno in politica, ma un continuo ricercare di migliorare, anche usufruendo umilmente di esperienze altrui, anche di avversari, perfino di nemici o ritenuti tali.

L’uomo forse evolve, ma lentamente, e a volte involve, per cui occorre pazienza, umiltà, lungimiranza, capacità di sopportazione, forza morale, come insegnano i padri insigni del pensiero greco-latino e cristiano.

…e ora vediamo se Salvini sarà capace di fare meglio di Minniti (a cui, afferma, chiederà come si fa a fermare i migranti, ma come, allora anche il governo cessante era abbastanza bravo!) se Di Maio meglio di Calenda, ché meglio di Poletti non avrà problemi a fare, anche se, afferma, che il suo obiettivo personale è “migliorare la qualità della vita degli Italiani” (ingenuità o dabbenaggine?): in nome della cara Patria Italia, auguri!

Caro lettore,

finalmente, dopo quasi novanta giorni di polemiche talora stupide se non penose, abbiamo il Governo della Repubblica Italiana. Non conosco la maggior parte dei ministri, ma auguro buon lavoro a tutti, anche a Toninelli, che ha detto spesso cazzate sesquipedali, e ai due vice premier che sono la rappresentazione -differenziata- del non-sense politico serio, e non aggiungo altro, perché non smentisco un et di quello che ho scritto di loro nei tre mesi scorsi.

Vediamo se ora il pensiero dei due e dei loro militanti politici e seguaci si sposta sulle tematiche vere del popolo italiano, sull’economia, sulla società, sulla giustizia, sul diritto alla conoscenza, sul futuro concreto della nostra bella Nazione, dal pensiero volto prevalentemente a un eventuale voto e all’incremento di suffragi da realizzare. Bravo presidente Mattarella che anch’io, qui nel mio piccolo, ho sostenuto. Ho visto anche che dopo la mia lettera inviatagli, ha iniziato a utilizzar meno il termine “paese” per dire Italia, ma di più riferimenti all’Italia, agli Italiani, alla Repubblica, se non alla Patria o alla Nazione, etc. Ah (sorrido), Di Battista può tranquillamente rimanere in America, non credo manchi alla Patria, a me no certamente.

Ora invierò la lettera anche al prof Conte per vedere se condivide la mia proposta. Caro lettore, trovi la lettera in questione se vai indietro di un mese e mezzo circa.

I temi sul tavolo del nuovo governo sono molti e difficili, per cui preoccupa l’approssimazione e la banalità dei contenuti del famoso “contratto” tra i due partiti che ora hanno la responsabilità di guidare l’Italia. Una considerazione: come si fa a prevedere un surplus di spesa per circa 108 miliardi per il primo anno, con una copertura specifica di meno di un duecentesimo scarso della cifra (cioè con 500 milioni di euro)? Dove si andrà a prelevare il restante denaro? dalle solite tasche degli Italiani, da nuove tasse o accise, dall’evasione fiscale di cui si strombazza a ogni appuntamento elettorale, dalla riduzione dei costi della politica? Mi pare ci sia, come si dice, molta fuffa in tutto ciò, ovvero approssimazione e dilettantismo.

Accadrà certamente che quasi tutti i sogni di gloria dell’alleanza M5S e Lega saranno accantonati silenziosamente, a partire dalla improponibile Flat Tax e dal Reddito di cittadinanza, due esempi di misure ontologicamente e reciprocamente contraddittorie, perché l’una richiede maggiori uscite e l’altra prevede minori entrate: come a dire di poter fare di più con meno, che neanche un bambino…

Anche per questo Salvini voleva lucrare al più presto la sua furbissima credibilità con nuove elezioni da tenersi al più presto e Di Maio, consapevole -finalmente- di essere stato messo nel sacco dall’Asterix padano, no. Si pensi: il pensiero sommo di tutti e due, anche se a geometria variabile, altro non è stato che il potere per il potere, come nelle precedenti “repubbliche”, che poi non è mai del tutto vero, ma un po’ vero lo è, sempre. Il potere non negativo in sé, ma lo può diventare per come lo si esercita e per i fini per i quali lo si esercita. La differenza la fa la qualità delle azioni umane, lo spirito, il cuore di chi agisce. La moralità delle azioni è data dall’interiorità, dalle intenzioni, come insegnava il Maestro nazareno (cf. cap. 5 Vangelo secondo Matteo).

I danni che hanno fatto i due dilettanti solo nell’ultima settimana solo il Padreterno quantificarli, o il suo CFO, che probabilmente sarà Paolo di Tarso o San Benedetto, forse meglio.

Questi due hanno scambiato il governo per un gioco di monopoli, il bimbo napoletano di più, ma anche il ragazzo un po’ in carne della Lombardia. E” drammatico che la democrazia rappresentativa, quando opera con leggi elettorali così idiote, pensate e scritte da minus habens come i suoi autori omonimi. Bisognerà provvedere affinché non accadano più cose del genere.

Altra cosa: anche la stampa deve smettere di raccontare cazzate, di riferire amenità e falsità, di commentare con un rancore, così come i potentati politici alla Juncker, prima di parlare dovrebbero controllare il tasso alcolico: nel suo caso si vede dalla pelle vizza di un uomo non vecchio del ’53 che è un forte bevitore, che però non “tiene” come Churchill, e così va nel pallone del suo minuscolo Lussemburgo. Così dal pomposo e panzone e vino tinto capelli di Barroso si è passati a questo giocatore di briscola prestato alla politica che parla come se battesse il fante all’osteria.

Passando in rassegna i nuovi ministri, forse qualcosa di buono c’é, ora lavorino sodo confrontandosi senza ideologismi e rabbia in Parlamento anche con chi non li voterà. Alla guida dei due rami ci sono due persone che personalmente gradisco di gran lunga rispetto ai predecessori. Un Fico al posto di Boldrini mi sta non bene, benissimo, così come la signora Casellati al posto di un Grasso… ma chi ha pensato che poteva essere un leader politico quest’uomo spento? Bersani? ma sei fuori? D’Alema? Non posso crederci. Forse quei quattro gatti di ex vendoliani o possibilisti civatisti. Lo ripeto, a questo sinistrume ridicolo capitanato dalla fervida Boldrina preferisco il vecchio compagno Marco Rizzo, comunista all’antica.

Buona fortuna prof Conte. Faccio il tifo per lei.

Filippone, malvagia follia o folle malvagità, mentre i due beoti politici continuano a fare i babbei?

Utilizzo nel titolo un ossimoro in forma chiasmica, perché non mi viene nulla di meglio. Ancora una volta, come tante altre, la logica emotiva di Sant’Agostino mi aiuta.

A giorni dalla tragedia di Francavilla a Mare, mentre la politica scherza col fuoco di una crisi gravissima sulla pelle degli Italiani (disgraziati, disgraziatissimi Di Maio l’ignorante e Salvini il cinico), insultando il Presidente della Repubblica e i tedeschi rispondono sempre al loro prepotente istinto egemonico prussiano, questa volta con il tinto di biondo commissario europeo Guenther Oettinger, Filippone butta giù la moglie dal terrazzino di casa, e non la degna di un sguardo mentre agonizza sul selciato.

Prima domanda: che uomo è se si comporta così? Qualcuno dei soccorritori si è fatto qualche domanda di questo tipo? C’era lì qualcuno in grado di farsi qualche domanda, visto che la prima parte della disgrazia concernente la morte della moglie, pareva confermarne le modalità, di disgrazia, appunto, ma non era così?

Seconda domanda: durante le sette ore passate prima che l’uomo si gettasse di sotto non si è riusciti a predisporre qualche struttura ai piedi del viadotto per impedire che anche lui, dopo avere ammazzato la moglie a casa e buttato giù la bambina, si sfracellasse di sotto? Sempre durante le sette ore chi ha parlato con lui, uno psicologo, uno psichiatra? Che cosa gli hanno detto? Come ha risposto? Erano proprio le persone adatte a parlargli dopo quello che aveva fatto? Se dopo due o tre ore, nelle quali è possibile fare molti discorsi, la cosa non si è sbloccata, perché non si è pensato a cambiare l’interlocutore esperto, visto che sulla piazza c’erano sicuro altri psicologi, presenti sul territorio a pacchi, e anche psichiatri? Oppure guardarsi in giro cercando altri interlocutori, perché non un sacerdote o un filosofo?

Ho qualche dubbio sulla gestione del caso da un punto di vista tecnico-relazionale-comunicazionale. Posso nutrire qualche dubbio? Si sono toccate le corde giuste? Ora gli inquirenti hanno trovato all’uomo cocaina in auto e i resti di un sedativo con cui avrebbe rincoglionito la bimba Ludovica prima di scaraventarla giù. Gli hanno trovato dunque materiali già pensati, cercati, trovati e utilizzati con (folle?) lucidità. Gli psichiatri ci spiegano che alcuni psicotici di tipo schizoide hanno momenti di lucidità inframmezzati da momenti di distacco, di follia. Ebbene, che significa questo? Che nei momenti di lucidità con costoro bisogna utilizzar la logica sostanziale ordinaria, normale, fatta di domande sul bene e sul male, sulla responsabilità e sulla libertà individuale, o no? In sostanza un dialogo serrato nel quale il Filippone avrebbe potuto (?) sentirsi considerato normale?

Secondo me Filippone, nell’arco di sette lunghissime ore, avrebbe potuto capire.

Ho già detto che se fossi stato lì, avrei cercato di salvarlo e poi l’avrei strozzato di brutto dopo averlo salvato. Perché Filippone era un bravo professionista, laureato in economia, come si dice oggi un Chief of  Financial Officer (CFO). Ho l’impressione che nelle strutture pubbliche vi sia molta confusione su questo terreno e su questi argomenti.

Bene, un brav’uomo che all’improvviso diventa matto e fa una strage e nessuno lo ferma. Ah, qualcuno ha scoperto che era sconvolto perché qualche mese prima aveva perso la madre. Tutti prima o poi, se non muoiono prima, perché cari al cielo, e quanto caro al cielo sarebbe stato bene fosse stato Filippone, perdono la madre, e anche il padre, o no? Uno perde la madre e ammazza moglie  e figlia? Andiamo. Che cosa ci spiega il Manuale Diagnostico Statistico IV? Una forma maniaco-depressiva… una forma di stress post-traumatico?

Forse che sarebbe stato utile e necessario non trattarlo secondo le schema della malattia mentale, ma secondo il non-schema della normalità per cui un padre e marito non fa quello che ha fatto, ma si pente e affronta le conseguenze dei suoi atti, assumendosi la responsabilità di quanto e come agìto.

Quale forma tecnico-culturale è la più adatta a sviluppare ragionamenti di quel genere? Forse anche l’invito religioso al rispetto della vita, fondandolo sul fatto che non è a nostra disposizione, specialmente quella degli altri, a meno che non si abbia la testa sbagliata di un killer. Ma Filippone non era un killer, era un uomo normale. Oppure la logica filosofica, non la ricerca di nevrosi o psicosi, mi pare. “Quale è la ragione per la quale hai fatto quello che hai fatto, e vuoi fare ancora danni uccidendoti? Ne è valsa la pena, e varrà la pena, oh sì, adesso che le hai ammazzate forse è meglio che anche tu le segua, o no? Guarda, se vuoi ne parliamo, così poi a mente fredda puoi ammazzarti anche tu. Ma che uomo sei?” Lì avrebbe dovuto e potuto esserci un collega di Phronesis, colleghi che in in Abruzzo, nelle Marche o nel Lazio non mancano. A una o due ore di auto. Avrei potuto proporre almeno cinque o sei nomi di signori e signore, colleghi e colleghe, in grado di ben agire. Oppure, in meno di sette ore sarei arrivato anch’io, lì. per l’Adriatica, ché ho una macchina molto veloce.

Presunzione, la mia? Penso proprio di no.

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