Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Ciò che non si ri-genera… de-genera (Edgar Morin)

Mi pare che il filosofo e sociologo francese Edgar Morin colga nel segno con un aforisma una grande “verità”. Se in una crisi non vi è la capacità di riconsiderare i pensieri e i comportamenti precedenti, il rischio è di un declino certo della struttura colpita dalla crisi stessa.

rigenerazione cellulare

I soggetti coinvolti solitamente desiderano innanzitutto “tornare come prima“, ma è uno sbaglio. Si pensi a come si esce da una malattia individuale, da una guerra, sia pure locale, da un terremoto, da un’alluvione, da un incendio… Sono tante e tali le conseguenze psicologiche e pratiche che “tornare come si era prima” è impossibile, anzi il solo pensarlo è stupido.

Ora si pone il tema del dopo-Covid 19: tema complicato e… paradossalmente bellissimo. Sì, bellissimo.

Vediamo che cosa significa “rigenerare”, termine mutuato dalla fisiologia vegetale, animale (e umana): tornare ad una struttura che sia di nuovo integra in tutte le sue parti, organi e funzioni.

Da un punto di vista spirituale si ritiene che la “ri-generazione” possa essere costituita da una condizione di grazia, come si può dire nell’ambito della dottrina teologica cristiano cattolica (mediante il battesimo e la riconciliazione); altrettanto, però, si può dire di un recupero di dignità morale a livello sociale, come nel caso di persone che hanno conosciuto il carcere.

“Degenerazione”, invece, può significare processo di decadimento, decadenza, rovina, regresso, degradazione, deformazione, anormalità, alterazione… Ecco, forse il termine più adeguato sotto il profilo filosofico è “deformazione”, cioè perdita-della-forma, poiché gli altri termini elencati non sono sinonimi, ma coprono aree semantiche solo in parte condivise tra loro e con il termine principale.

Edgar Morin ritiene che la “forma” non possa essere mantenuta per sempre, ragione per la quale occorre pensare al cambiamento come condizione necessaria del percorso vitale, una sorta di Itinerarium mentis in hominem, parafrasando san Bonaventura da Bagnoregio (nel titolo del suo testo maggiore, Bonaventura, ispiratore della mia espressione, pone il nome di Dio, Deum, in luogo di quello dell’uomo), una via della mente che abbia come fine la piena realizzazione dell’uomo, secondo le sue possibilità, in base ai suoi talenti, là dove la parabola evangelica matteana può incontrare addirittura, da un lato il concetto di potenza/ possibilità versus atto di matrice aristotelica, e dall’altro la stessa volontà di potenza di Federico Nietzsche.

E poi la forma, come essenza e sostanza metafisica di ogni ente. E’ evidente allora come ogni ri-generazione si ponga come una ri-partenza da una forma in crisi verso una sua ri-organizzazione/ ri-strutturazione/ ri-conversione. Ecco: lo dico a chi non ha esperienza di economia aziendale. I tre termini testé elencati sono le modalità classiche del cambiamento organizzativo di un “ente economico”, come l’impresa (intra-presa) umana destinata a produrre reddito mediante la produzione di beni e la prestazione di servizi.

I tre termini di economia aziendale significano, nell’ordine: a) riorganizzazione come modifica organizzativa che utilizza le medesime risorse umane, logistiche e finanziarie già a disposizione; b) ristrutturazione come processo che non solo fa conto, in tutto o in parte delle risorse sopra elencate, ma abbisogna di nuove, soprattutto in termini di macchine e impianti, richiedendo così, molto spesso, investimenti finanziari significativi; c) riconversione, infine, descrive il più radicale processo di modifica dello status quo ante, poiché prevede una autentica rivoluzione perfino del prodotto/ servizio finora offerti. Un esempio è il caso di un’azienda che ha prodotto fino a un certo punto componenti in plastica, e in seguito si mette a produrre generi alimentari. L’esempio, molto radicale, calza perfettamente.

Nel processo di ri-generazione che sembra a questo punto necessario per evitare la degenerazione, si può prevedere ognuno dei tre processi sopra descritti nelle forme progressivamente di sempre più radicale modifica.

Non si fa fatica a tenere questo esempio così hard, così economicistico, per buono anche se messo a confronto con la dimensione antropologico-umanistica, psicologica e morale della persona. L’uomo stesso, in certe situazioni e momenti, ha bisogno di ri-generarsi, riorganizzando il pensiero, ristrutturando le proprie convinzioni e addirittura (ri)-convertendosi, al fine di compiere azioni maggiormente virtuose, epperò sapendole prima pensare. Siamo così alla metànoia, alla conversione, alla rigenerazione del cuore e della mente, in un momento come quello che stiamo vivendo, caro lettor mio!

Il cambiamento nella libertà della scelta, la libertà della scelta nel discernimento, sono i due processi della ragion logica indispensabili per ri-generare ciò che per le più varie ragioni può essersi nel tempo degenerato. Non si deve temere il cambiamento, pena un inevitabile processo di fossilizzazione e di decadimento.

Chi teme la ri-generazione è lo spirito pauroso, conservatore dell’inutile, di scarsa vista e pre-videnza, poiché il naturale flusso delle cose e della vita umana porta al cambiamento, sotto ogni profilo, da quello fisico a quello mentale. Chi non accetta questo percorso naturale è destinato a degenerare, senza possibilità di rimedio, subendo la volontà e le convenienze altrui. Il coraggio di cambiare è un coraggio naturale, tipico di chi vuole diventare-se-stesso, senza timore di mettersi in gioco, accettando il confronto con gli altri, che possono avere talenti e intelligenza superiore o inferiore, comunque di tipo diverso, e alla fine riconoscendo la possibilità degli altri così come la propria, di vivere e di crescere.

Il rischio della paura del cambiamento è presente in tutte le strutture organizzate, a partire dalle imprese economiche: colà spesso alberga il timore di cui sopra, che i vertici, se sono accorti, devono smascherare e togliere di mezzo, nell’interesse per il Bene comune, se questo è il condiviso Valore.

Una primavera piena di vento

…ci sta regalando questo 20 “quasi” 20, ultimo anno del secondo decennio del terzo millennio, poiché sarà pienamente 2020 solo alle 24.00 del 31 Dicembre prossimo venturo. Ricordo la mia ira quando, in vista del e durante il Capodanno del 2000 molti si esaltavano per l’arrivo del Terzo millennio, e io ad affannarmi a dire che no, no e no, perché quello era l’ultimo Capodanno del Secondo millennio. Niente. Duri (di cervice) al pezzo dell’insipienza. Anche diversi laureati nel novero, pergiove! Perfino un dottore in matematica e informatica.

Ogni santa mattina, quando guardo fuori prima delle sette i rami e le foglie vibrano, scossi dal vento. Se esci e la temperatura sfiora i venti gradi, ti pare più bassa, perché l’aria è fresca, come nelle prime primavere della vita.

Una primavera che ci porta via Ezio Bosso, ma no, non ce lo porta via, semplicemente ora è in un “altrove” ancora più presente di prima, solo senza dolore. Il vento è come un messaggio che viene da molto lontano, specialmente il nostro Vento dell’Est, da pianure sconfinate, da oltre fiumi immensi come il Danubio e il Dniepr, forse anche dal Volga e dall’Ural. Si chiama buriàn, che diventa bora a Trieste, appena di qua del confine. confine

Ecco, è mancato Ezio Bosso, in questa primavera piena di vento, ma la musica vive per sempre. La sua musica e la musica in generale. La musica è come il vento, che viene e che va, “Il vento va e poi ritorna“, scriveva Wladimir Bukovskj affacciandosi sulla steppa dalle finestre di casa sua. Di là viene il buriàn che supera l’immensa pianura sarmatica e i monti Carpazi, per infilarsi poi nella Krajina furlana attraverso il Passo Zagradan sul monte Kolovrat, onusto di storia. E di poca gloria, per noi Italiani.

Lo racconto in molti modi questo percorso del vento. Lo ho raccontato e lo racconterò ancora, mio caro lettor paziente.

Lo ho incontrato ieri pomeriggio su qualche rettilineo della Bassa furlana dove andai in bicicletta, fidandomi del controllo dei dolorini e della resa dei muscoli. Ho rivisto le sorgive acque dello Stella, l’Anaxum latino di Plinio, con tutte le sfumature del verde, color naturae pictus, sorpassando famigliole e pedoni viandanti. Li ho salutati tutti, ricevendo in cambio un sorriso, diversamente da qualche mese fa, quando ognuno andava muto e diritto per la sua strada, disattento al suo simile che gli veniva incontro.

In montagna ci si saluta sempre, man mano che cresce l’altitudine, e la fatica e gli erti sentieri selezionano gli esseri umani. Un giorno fui sulla cima di un monte, il dolomitico Averau, che era ripido da dove lo avevo salito, una ferrata lungo un camino di circa 400 metri, e comodo, accessibile perfino alle automobili, dall’altra parte. Là in cima vi era un rifugio e signore in pelliccia a prendere il sole. Non ebbi cuore di salutarle. Mi facevano pena. Snobismo il mio, o il loro?

E’ cambiato anche il silenzio, più pieno, quasi come in un deserto di verde e di acque correnti. E queste giornate infinite contengono tutto quello che vuoi fare: scrivere, parlare, muoverti, comprare qualcosa, telefonare a qualcuno che non senti da tempo, dialogare con i mezzi telematici che fan risparmiare lavoro e fatica. Giorni lunghissimi di maggio, in attesa di giornate ancora più immense, quando giugno prelude all’estate.

Osservare Venezia nello splendore ineguagliato della sua storia, e le piazze di Napoli e il Duomo mediolanense, possente, bianco come un angelo di pietra. Ascoltare Francesco che si ricorda di tutti, uno per uno, mestiere per mestiere, vita per vita, fatica per fatica. Ricordarsi di due ricorrenze: i 50 anni dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori che il ministro Brodolini volle e il prof Giugni redasse.

Morì poche settimane dopo il compagno Giacomo e fu immediatamente accolto nel paradiso dei giusti, secondo il mio parere di teologo/ filosofo eticista. Un ateo cristiano, come molti uomini e donne buoni; i cent’anni dalla nascita di papa Karol di Polonia, da Wadowice, il coraggio, la determinazione, la testimonianza. Papa Wojtyla ci mostrò la dignità della vita, quella fine di marzo 2005, appeso al Crocifisso, mentre il cardinale Ratzinger, con in mano la Croce, il Venerdì Santo denunziò la sporcizia presente nella Chiesa stessa, Sancta et Maculata, Sancta et Meretrix, sulle tracce di sant’Agostino; così come lo stesso, da papa Benedetto, ci mostrò la dignità del lavoro, dell’impegno responsabile (ingravescente aetate, ricordo ancora quell’ablativo assoluto che scosse molti, vale a dire, ad sensum, “essendo il lavoro di pastore sempre più faticoso da sopportare alla mia età“), e lui, da lavoratore della mente e della cultura non voleva essere sopportato come un peso. Preferì il ritiro della preghiera, primo compito del pastore di anime.

Penso che anche il quotidiano comunista Il Manifesto, che lo aveva salutato, quando fu eletto, come “Pastore tedesco”, volendo significare in metafora che quell’uomo era un custode rigoroso, anzi rigido, della Tradizione, del Depositum fidei, e del Magistero della Chiesa, ebbe modo di apprezzare quella decisione ispirata a una profonda umiltà e senso di responsabilità personale.

Il card Ratzinger riuscì anche a farmi mandare un apprezzamento e un plauso quando ricevette il mio libro sull’Eros nella Bibbia, non per iscritto, ma tramite un messaggio Whattsapp. Ricordo che fu lui, così anziano e “tradizionalista” secondo molti, ad inaugurare l’account twitter “pontifex”, alla faccia di chi lo ritiene un mero passatista. Non è così: chi ha buona volontà, legga le sue chiarissime Lettere encicliche Deus Caritas est e Caritas in veritate, per capire chi è veramente quest’uomo colto e umile. E la biografia in tre volumi di Gesù di Nazaret, lettura per tutti.

Questa è la mia primavera piena di vento, che passa ogni giorno diverso che il buon Dio ci manda.

Il cielo e il mare di Marco

Marco è un homo faber. Maestro della fisica e della forgia. Alla lontana mio parente, con lo stesso cognome. Di famiglia di homines fabri, ama la vita e il lavoro. Ospito lui come altri amici, perché il suo spirito è consentaneo a quello che da anni informa questo mio sito.

Prima di dare la parola al caro amico Marco, è d’uopo un chiarimento di carattere etico, deontologico e culturale: in calce allo scritto di Marco ho scelto, proprio per rispetto del mio amico, di ospitare anche il video di Scardovelli. Ciò non significa che io sposi la linea di pensiero di questi, anche se ammetto tranquillamente che diverse tesi da egli sostenute nel video stesso, sono per me condivisibili.

Questa scelta ha due aspetti e si fonda su due ragioni ben chiare: a) il rispetto e l’ospitalità per le idee altrui, anche se non condivise o non del tutto condivise; b) la promozione della dialettica civile, di cui ho trattato nel post precedente, anche al fine di ampliare il mainstream delle idee che vengono diffuse tramite i media.

Un buongiorno con i colori di questa alba a quanti mi leggono.

Sì, lo so, siamo tutti sommersi da immagini ed informazioni di ogni tipo, ma anche a costo di essere importuno, voglio promuovere il piano che troverete nel link allegato.

Vi spiego cosa mi spinge a farlo: fin da giovane, per mia natura, ho sentito la gravosità di una Umanità prigioniera e sofferente, poi da grande ho capito che siamo schiavi di ideologie, dogmi, paure indotte ecc. Ho cercato allora percorsi di libertà interiore, di sviluppo dell’anima, di espansione della coscienza ed ho conosciuto Maestri che mi hanno alleggerito ed accompagnato, aiutandomi a dare un senso al mio viaggio su questa Terra.

Ho trovato molto, ed ho pianto quando ho visto da vicino le miserie mie e dell’Umanità, ma ho anche intuito ed intravisto la potenza dell’Amore che genera l’armonia della bellezza e della Vita.

Ora, ritengo che i percorsi personali, seppur indispensabili, non siano sufficienti a generare un futuro dignitoso e umano per noi tutti; chi non lo avesse ancora percepito deve rendersi conto che siamo in una fase molto delicata dalla quale nessuno può sapere come ne usciremo. Gli eventi stanno precipitando e serve un’accelerazione della consapevolezza ed un aumento della fiducia in noi stessi e in un futuro virtuoso possibile, serve capire chi siamo veramente e smetterla di alimentare il nostro Ego a discapito della nostra Essenza.

Servono Maestri e Guide, figure rare in questa epoca, quindi c’è la necessità di attivare il Maestro che è dentro ciascuno di noi e rimanere in ascolto ognuno a modo suo. Dobbiamo aprire gli occhi e uscire dai fraintendimenti e dalla realtà virtuale in cui siamo finiti, bisogna smetterla di farci impigrire dal divano e sedare dalla televisione.

Se per molti individui lo scopo della vita è rimanere rinchiusi in una situazione controllata dagli altri, così non è per me e cedo loro il mio posto!

È anche nostro dovere pretendere di avere una formazione ed una informazione seria, corretta, fatta da persone che agiscono ascoltando la propria anima, che hanno a cuore il benessere dell’Umanità e non brama del suo dominio.

Considero Mauro Scardovelli una di esse e mi auguro che il suo piano abbia successo, che sia ascoltato, così come Paolo Maddalena, Giuliana Mieli, Rossana Becarelli e molte altre persone eticamente valide.

Forse la divina provvidenza ci ha proposto il dramma che stiamo vivendo e, come ogni ostacolo nella vita c’è qualcosa da imparare se lo si valuta con onestà, forse l’insegnamento è proprio quello di aprire gli occhi, di sforzarci di capire che siamo tutti correlati ed interdipendenti con tutti ed il tutto, altrimenti la Natura ci scarterà come ha già fatto con molte altre specie, ritenendoci dannosi per questo meraviglioso ed unico pianeta Terra.”

Mandi, Marco

Del silenzio, nel momento della confusione; dialogo con Luca Borrione da Torino, interpellando il padre Antonio Gentili, san Benedetto da Norcia e Romano Guardini

Luca Borrione è un filosofo che insegna a Torino. Collega mio in Phronesis, lo apprezzo per la sua cultura ed eleganza, il suo garbo e la sua capacità di ascolto. Qui abbiamo concordato di pubblicare un nostro carteggio e un paio di suoi brevi saggi.

Luca Borrione

Caro Renato,

ho ascoltato davvero con grande attenzione il tuo intervento sulla Persona che mi hai segnalato, così ti scrivo due righe a mo’ di appunti per ulteriori e più approfondite riflessioni e dialoghi. Speriamo dal “vero”. * Mi ha provocato la tua affermazione: anche l’Etica è una scienza perché è un sapere strutturato. E’ un’affermazione netta e inattuale, per questo mi fa pensare profondamente. E provoca molte domande sul significato che ai nostri giorni si dà al termine “scienza”. Insomma: un’affermazione inattuale e, pertanto, attualissima. Nel tuo discorso è centrale la riflessione sulla Libertà dell’uomo. E lo è anche per me. La libertà è uno dei temi più difficili e radicali che si possano affrontare in filosofia.

L’estate scorsa mi hai regalato il tuo libro “Della libertà“: lo leggerò presto. Per sviluppare ulteriormente il problema da un punto di vista tragico/cristiano – qual è il mio – per ora ti segnalo le “Lezioni di Napoli” che il mio maestro, Luigi Pareyson, tenne nel 1988: le conosci? Sono inserite nella sua “Ontologia della libertà“. Per me restano fondamentali. Bella l’intuizione estetica che, a un certo punto del discorso, fai sul bisogno di finzione per poter vivere insieme. Di qui la domanda: che rapporto c’è tra la dimensione etico/scientifica quella estetico/mimetica?

Mi trovi pienamente concorde sull’apertura della dimensione umana al Sacro, più potente dell’Essere… Da molti anni cerco di praticare, di esperire la mia fede cristiana attraverso la meditazione della preghiera profonda del padre barnabita Antonio Gentili; ho seguito dei sui corsi ad Eupilio, in Brianza, e in Umbria. Siamo anche diventati amici e ho riflettuto un po’ sulla sua opera, scrivendo due brevi interventi che ti inoltro. Credo che possano interessarti. Per ora ti saluto, caro Renato. A presto. Un abbraccio! Luca

Caro Luca,

prima di tutto un complimento per la scorrevolezza e la leggibilità dei tuoi due testi critici, che non “fanno alcun danno” alla profondità e alla coerenza della riflessione. Il problema dello studioso è sempre quello relativo alla domanda circa la sua fruibilità: è un testo leggibile e apprezzabile da chi? Solo da “addetti ai lavori”? Da un pubblico più vasto? E allora a volte questo dilemma non si compone, rischiando di passare, a proposito di polarità, da una comunicazione alla “Piero Angela”, a una comunicazione alla “Critica della ragion pura” kantiana. Mi pare che tu sia riuscito a “stare più alto” del citato giornalista senza diventare un asceta del senso/ significato.

Parlo brevemente prima dei due testi che mi hai inviato. Oltre alla suggestione che dà la frequentazione dei luoghi di meditazione che citi, la figura del p. Gentili e i riferimenti forti a Romano Guardini, che ho letto, ma poco, qua e là, trovo connessioni profonde, invece, con mie letture e studi fondamentali per la mia formazione: prima di tutto, Tommaso d’Aquino, cui probabilmente si ispira anche Guardini, quando propone il rapporto di composizione tra diversi “ambienti spirituali”, dove si possono trovare – a ben vedere – anche echi cusaniani (la coincidentia oppositorum).

La “composizione (che è anche relazione) necessaria del diverso” è un fondamento metafisico che Tommaso in alcuni testi, sia della Summa Theologiae, sia nel suo commento al De anima di Aristotele, pone come centrale, chiamando questi “poli” exitus e reditus, uscita e ritorno, ma dove? Nella propria interiorità – di ciascuno – dopo aver provato a conoscere il mondo, ma per ritornarvi dopo la meditazione sulla conoscenza stessa, che è sempre parziale, acquisita con l’exitus.

Un altro polo della mia formazione è quello benedettino. Ecco che qui trovo il tema del silenzio che, per il santo subiacense è una delle tre virtù umane da accostare alle quattro cardinali (te le ricordo, anche se tu le conosci bene: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, di origine platonica, agostiniana e gregoriana, cioè dell’ambiente di Benedetto), appunto: – il silenzio (dei monastero), che prevede un vigilante uso della parola tra confratelli; – l’obbedienza, che si configura come un “ascolto attivo e rispettoso” (ob-audìre) di chi merita per virtù morali di essere ascoltato”; – l’umiltà, come consapevolezza del limite (limes) e della finitezza dell’umano. Vengo al tema dell’etica, che ti ha colpito nella mia lectio.

san Benedetto da Norcia

Devo dirti che trovo curioso che la sua scientificità non sia largamente considerata. Quando cito la scientificità dell’etica, non intendo l’accezione del termine come lo si intende oggi o, meglio, in senso “gentiliano” (tu sai che il ministro Gentile, quando nel 1923 riconsiderò la classificazione delle discipline per le scuole superiori e per il mondo accademico, distinse rigorosamente tra saperi scientifici, annettendo al sintagma, innanzitutto matematica, fisica, biologia, geologia ed affini, e saperi umanistici, con tale termine intendendo lettere, filosofia, pedagogia, arte et similia). Tale lavoro gli permise di creare i prodromi di una riorganizzazione del sistema scolastico-accademico che favorì, fra l’altro, l’istituzione, da una costola del liceo classico, del liceo scientifico.

E’ evidente che Giovanni Gentile, con la sua cultura di alto livello, sapeva quello che faceva, ma non poteva prevedere il futuro della cultura italiana. Infatti, i decenni, anzi il secolo quasi che lo separa da noi, ha fatto sì che questa dicotomia fra saperi scientifici e saperi umanistici si accentuasse molto, creando – a mio parere – un grosso guaio epistemologico: quello di far ritenere che le due “famiglie” culturali fossero inconciliabili e quasi contrapposte, se non “nemiche”. Questo a mio parere è inaccettabile. Perciò, una parte del mio sforzo di ricerca, da anni è dedicato a trovare le strade per una ricomposizione che, tra l’altro, interpella i concetti guardiniani, gentiliani e tuoi, di cui sopra e nei tuoi scritti. In molti scritti miei, e in occasioni pubbliche di conferenze o lezioni ho sostenuto quello che hai ascoltato nella lectio che hai voluto commentare.

L’etica può essere considerata una scienza, in quanto ha uno statuto epistemologico ben chiaro, se si vuol fare la fatica di studiarlo. E ciò non solo perché costituisce uno dei temi fondamentali di scritti filosofici tra i maggiori dell’Occidente, come l’Etica a Nicomaco di Aristotele, la Summa Theologiae (la Secunda secundae, in particolare), La Critica della Ragione pratica di Immanuel Kant, ma perché può essere declinata con gli strumenti concettuali della modernità. Un esempio, per sintetizzare, io son solito suddividere lo studio dei concetti dell’Etica in sei “scuole”: l’utilitarismo, il prescrittivismo e il collegato deontologismo, l’edonismo, l’emotivismo, il culturalismo e il FINALISMO, in maiuscolo, poiché ritengo sia la scuola che riassume e nobilita tutte le altre, elevandole con il suo Fine, che è la Tutela integrale di tutto l’Uomo e della Natura.

Una visio che è cristiana, se vuoi “matteana” e “lucana” in particolare, ma anche laicamente umana. Circa il tema dell’estetica, lo intendo in modo “aristotelico”, nel senso dell’àisthesis, come manifestazione dell’essere sostanziale delle cose: l’essere-che-appare-all’evidenza, l’essere che è ciò-per-cui-l’ente-è. Certamente questa mia visione è lontana da un Wittgenstein e dai suoi emuli, ma mi pare ancora discutibile con la cura e il rispetto necessario quando si riflette sulle grandi dottrine. Circa le dottrine orientali, le conosco poco. Panikkar è stato una mia lettura così come il padre gesuita De Mello, che citi nel pezzo su Guardini. Che dire altro? Mi piacerebbe trovare presto anche in Phronesis lo spazio per poterne parlare ancora.

Ora ti saluto, perché tra poco iniziamo il nostro seminario di Phronesis Nordest su “Filosofia versus Psicologia“, a presto, buona Domenica caro Luca

renato p.s. un’idea, Luca, se tu fossi d’accordo, potrei pubblicare sul mio blog i tuoi due saggi inviatimi e questo nostro dialogo. Se sì, dovrai inviarmi i saggi in word…

ed eccoli!

La via del silenzio in p. Antonio Gentili e in Romano Guardini: brevi appunti per un fertile confronto.

Il mio incontro con la pratica e con l’opera di p. Antonio Gentili è un’esperienza spirituale che mi coinvolge su più piani esistenziali. In primo luogo sul piano della preghiera: nel partecipare alla settimana o ai giorni di ritiro spirituale guidati da p. Antonio nella casa di Campello sul Clitunno e a Eupilio mi sono avvicinato a una pedagogia della preghiera del cuore che desidero sempre più far mia nella quotidianità frenetica che vivo, immerso nella routine metropolitana di Torino.

In secondo luogo sul piano riflessivo, perché la meditazione dell’esperienza vissuta e la lettura dei testi di p. Antonio mi sollecitano a un confronto tra questa prospettiva e quella di un altro mio grande maestro: Romano Guardini. In questi brevi appunti abbozzerò, pertanto, un parallelo tra i due autori focalizzandomi, in particolare, sul significato e sull’importanza che la via del silenzio va ad assumere nel loro insegnamento: ne emergeranno fertili assonanze, profondi richiami e utili illuminazioni per ulteriori sviluppi e ricerche.

padre Antonio Gentili

1. Inattualità e necessità del silenzio.

Uno degli elementi che caratterizzano di più la nostra età contemporanea è perdita del silenzio: dappertutto s’impongono i rumori delle macchine e le chiacchiere senza tregua degli uomini. Nell’agile volumetto dedicato agli otto Digiuni per vivere meglio… e salvare il pianeta, uscito in occasione dell’Expo 2015 di Milano, p. Gentili rileva che viviamo in un tempo in cui siamo immersi in un costante e, apparentemente, inarrestabile “consumismo delle parole” che può degenerare in un vero e proprio atto di “terrorismo delle chiacchiere”. Richiamando la prospettiva heideggeriana, aggiunge che l’uomo che “si mantiene nella chiacchiera è del tutto tagliati fuori dal rapporto primario, originario e genuino del proprio essere” con il mondo, l’altro e con se stesso.

Già nel 1930 R. Guardini ci presenta uno scenario sociale ormai votato alla dimenticanza del silenzio e al tramonto di un mondo antico e più autentico: “Pauroso è il mondo che ci circonda. Se andiamo per la città, fra il frastuono, dall’una all’altra via, nelle strade, dove tutto incalza, accanto alle botteghe, in direzione delle quali risplendono mille occhi avidi, dobbiamo trattenere la nostra anima perché non venga trascinata, a pezzi, tra quel correre e gridare” .

E ancora: “Perché il motociclista fa baccano? Potrebbe guidare anche più silenziosamente. Ma il rumore gli procura divertimento. La tecnica potrebbe senz’altro produrre motori più silenziosi, ma il compratore vuole quelli rumorosi. Perché? Perché non ha alcun centro autentico, la sua personalità è vuota, ma il frastuono che produce gli dà la sensazione di essere qualcosa e qualcuno”.

Ben diversa è la situazione se ritroviamo quello che era il ritmo abituale del passato semplicemente uscendo “di notte per la campagna silente (…), forse c’è una montagna e all’intorno tutto s’inabissa e noi stiamo liberi, come tesi verso l’alto, al placido splendore delle stelle”.

La ricerca della via del silenzio si rivela, pertanto, non un raffinato processo di rifiuto della vita, ma un più incisivo e fruttuoso sperare nella vita stessa e nella storia dell’uomo: un’esperienza tanto più necessaria, quanto più questi tempi postmoderni echeggiano ritmi tribali di rumori meccanici e di chiacchiere strepitanti. P. Gentili cita, al riguardo, proprio lo stesso Romano Guardini che nella Visione cattolica del mondo scrisse che “solo nel silenzio si può veramente udire” e che bisogna “esercitare il silenzio anche in funzione della parola”, poiché “la parola è sostanziosa e fattiva soltanto quando sale dal silenzio”.

Il cammino spirituale dell’uomo richiede, perciò, un’attenta e costante pratica del silenzio e della parola e un’indagine sul loro rapporto dialettico non può che chiarire e confermare questa profonda realtà che struttura il nostro concreto essere vivente.

2. La polarità di silenzio e parola 2.1 Polarità La parola e il silenzio sono i due momenti di un’opposizione polare che segna tutta l’esperienza della vita dell’uomo e dell’esistente.

Al riguardo, p. Gentili parla di grande legge dell’esistenza umana, sempre scandita da una “molteplicità di polarità, a cominciare dall’alternarsi del giorno e della notte, della veglia e del sonno”. Tale polarità è radicata nell’essere umano originario, riflesso dell’immagine divina e della relazione insita nel mistero trinitario: “All’inizio abbiamo una realtà indifferenziata, che si traduce concretamente nella diade umana: una bipolarità di maschio e femmina, nella quale si riflette l’immagine di Dio, la cui vita è vita di polarità (Padre-Figlio) che interagiscono in comunione d’Amore (Spirito Santo). Né l’uomo né la donna singolarmente presi possono essere considerati immagine di Dio. La somiglianza con Dio sta nel fatto che la coppia è chiamata a riflettere la bipolarità, la complementarietà e la reciprocità che caratterizzano la vita intra-trinitaria”.

Il senso di tale interpretazione polare della realtà può risultare più chiara ed evidente accennando alla filosofia guardiniana del Gegensatz: dell’opposizione polare, per l’appunto. “Tutta l’estensione della vita umana – scrive Guardini – sembra dominata dalla realtà degli opposti. In ogni suo contenuto sembra di poterli indicare. Probabilmente non soltanto nella vita umana, essi stanno forse alla base di ogni realtà viva e forse di ogni realtà concreta”.

Un punto chiave della teoria, come osserva S. Zucal, è tutto nella distinzione rigorosa tra contraddizione e opposizione: “nel primo caso non può esserci né composizione, né sintesi, né polarità, ma solo opzione alternativa, un radicale aut-aut, nel secondo caso invece ciò che si distingue e si oppone, in realtà si richiama, si integra, rinvia ad un’unità comprensiva che non costituisce la pura e semplice sommatoria (…) ma l’ambito in cui la loro tensione vitale si realizza e si giustifica”. La prospettiva polare è rintracciabile in tutta la vita in generale, ma trova un suo specifico riscontro nella vita dell’uomo, portatrice, in tutte le sue dimensioni spirituali ed esistenziali, del sistema degli opposti polari.

2.2 L’uomo a due dimensioni: la polarità nella vita spirituale.

A fronte della visione dell’uomo a una sola dimensione, visione tipica dell’illuminismo che afferma la sola dimensione umana immanente del fare, del ragionare, del calcolo e dell’efficienza, si fa sempre più forte l’esigenza di ritrovare l’uomo profondo in cui prevale il cuore piuttosto che la mente. Scrive p. Gentili: “La vita dell’uomo è come la risultante di due coordinate. In base alla prima, l’uomo è irresistibilmente spinto a vivere al di fuori di sé. Cerca il rapporto sociale, si esprime nel lavoro con cui trasforma le cose, si diverte, si immerge negli avvenimenti: vuole conoscere ed esserne partecipe. La seconda coordinata sollecita l’uomo a vivere dentro di sé. Lo richiama alle segrete abitazioni interiori, gli rende gioiosa la compagnia dei propri pensieri, lo riconduce alla scaturigine dei propri sentimenti”.

Ecco il richiamo diretto di R. Guardini: “Fra questi due poli, il centro dentro di me e il mondo intorno a me, oscilla la mia vita. Di continuo io esco verso le cose, osservo, afferro, posseggo, plasmo, ordino. Poi ritorno nella mia intimità (…). L’uscita e il rientro, e di nuovo l’uscita e il rientro non si verificano una o due volte soltanto, ma innumerevoli volte; è un gioco ininterrotto di atti di cui è fitta la nostra vita”. Se è vero che la vita introversa e la vita estroversa rivelano le due differenti attitudini del concreto vivente dell’uomo, è altrettanto vero che per p. Gentili solo un loro sapiente dosaggio “determina anzitutto la qualità stessa della propria esistenza” e, soprattutto, del nostro rapporto con Dio che “beneficerà di questo stato di equilibrio e di pienezza esistenziale. Sperimenteremo Dio contemporaneamente come altro da noi e dentro di noi”.

E così gli fa eco Guardini: “Il cuore che non sa anche raccogliersi in sé, nel nascondimento e nel silenzio, non può vivere, è come un campo dal quale si pretenda ricavare incessantemente dei frutti, in breve si isterilisce. La parola è sostanziosa e fattiva soltanto quando sale dal silenzio. Certo vale anche il correlativo: per essere sostanziosa e per aver forza di tradursi in azione essa deve trovare la via nella parola concreta”. Una vita decentrata sull’esteriorità provoca, d’altra parte, una progressiva perdita del centro intimo e profondo dell’uomo e una pubblicizzazione dell’esistenza votata solo più all’espressione di eventi e di notizie finalizzate a priori solo a questo.

Quanto mai attuale si rivela, pertanto, l’inattuale pensiero di Guardini. Sembra un giudizio scritto oggi sull’invadente e inarrestabile utilizzo dei social network: “I contenitori delle operazioni vitali dell’uomo sono diventati come vetro, e la gente si muove là dentro come frotte di pesci in un acquario che si può osservare da ogni lato in tutto ciò che vi si fa”.

2.3 La polarità nella meditazione e nella preghiera del cuore.

In Guardini il ricentrarsi e il ritornare a sé si rivelano un atto preziosissimo, perché “nei tempi di silenzio noi siamo come nella scaturigine profonda di una sorgente. Dove la vita misteriosa si unisce in se stessa in modo ineffabile; si fa tranquilla e ricca, e acquista la forza di mantenere in atto il proprio ritmo anche nei tempi di attività”. Il silenzio diventa, pertanto, la via obbligata “per penetrare nel nostro intimo, per penetrare in quella profondità, in quel silenzio, in quella forza che chiamiamo anima” , ma per vivere questa realtà è necessario praticare un adeguato esercizio e formarsi un una particolare arte: l’arte della meditazione che “mira a raggiungere questo divenire-dentro, divenire-in (Inne-Werden, Ein-Werden).

E ad essa serve la preparazione, in cui il meditante si sforza di farsi silenzioso, di recuperare il suo essere dissipato e di giungere a una presenza raccolta”. La preghiera, in questa prospettiva agostiniana, è proprio quell’esperienza in cui, come afferma p. Gentili, si passa “dal mondo dell’uomo al mondo di Dio (…). Non va dimenticato che la preghiera autentica scaturisce dalla percezione che nel centro più profondo del nostro essere (il cuore), pulsa il cuore di Dio”.

L’arte della preghiera richiede, pertanto, una pratica tenace e un allenamento costante che impegnano l’uomo nell’intero corso della sua esistenza e tutto l’insegnamento di R. Guardini e di p. Gentili testimonia quanta attenzione, cura e volontà siano necessari per apprendere e formarsi in quest’arte . Non è certamente possibile, in poche righe, sviluppare, neppure per brevi cenni, quanto i due autori hanno scritto al riguardo. Mi voglio, però, almeno soffermare sui due atti introduttivi alla preghiera che, ancora una volta, confermano la struttura polare di ogni esperire umano: il segno della croce e il respiro.

Essi sono come quella porta d’ingresso che l’uomo deve superare per percorrere la via del silenzio e incontrare, nel suo profondo, il mistero di Dio. Le osservazioni di R.Guardini poggiano sul riconoscimento di un legame sostanziale tra la dimensione spirituale e quella corporea: la mano, il segno di croce, l’inginocchiarsi, il nome di Dio sono realtà liturgiche in cui è soggetto l’uomo intero e in cui “si tratta certo dell’anima, ma essa di manifesta nel corpo”. Lo scopo di tale educazione è una spiritualità incarnata o, nella prospettiva polare, una corporeità spiritualizzata, perché “dobbiamo staccarci dalla spiritualità menzognera del XIX secolo” e tornare ad essere uomini integri capaci di leggere i simboli del creato.

In questa visione si comprende come, per R. Guardini, la pedagogia della preghiera e dell’azione liturgica si debba anche radicare in un’attenta e accurata preparazione che parta dal corpo: “respirare, camminare, stare in piedi, tacere, anche recitare insieme salmi a coro. (…) Questa liturgia era pensata e pensabile per ognuno, non era un fatto di monaci esperti. Guardini gettò un ponte sull’abisso esistente tra il rinnovamento liturgico, fino allora monastico, e ciò che era invece realizzabile dai laici”.

L’opera di p. Gentili recupera nell’interezza la prospettiva della polarità guardiniana, declinata sul piano liturgico e meditativo, interpretandola e rinnovandola, da un lato, alla luce del magistero del Concilio Vaticano II e della rivoluzione dovuta alla conoscenza e all’accoglienza delle prassi meditative del lontano oriente, dall’altro, rifacendosi all’insegnamento originario del fondatore dei barnabiti, sant’Antonio Zaccaria, che attribuiva alla meditazione tale importanza da ritenerla indispensabile alla vita spirituale.

Il respiro va, così, a rivestire alcune valenze che p. Gentili riconduce, come loro fonte ispiratrice, allo stesso R. Guardini: la gratuità, la purificazione, l’alternarsi di vita e morte, la comunione cosmica, la comunione divina. Gli esercizi proposti nella pratica meditativa di p. Gentili mostrano costantemente la dialettica polare del nostro concreto vivente, immerso nel mistero dell’esistenza: “Il respiro richiama la più problematica delle polarità: vita-morte. Il respiro ci insegna che queste ultime sono inscindibilmente concatenate e ci educa a considerare normale il loro alternarsi. Ogni processo respiratorio le include e ne scandisce l’incessante accavallarsi. Espirare è in realtà segno del morire (…). Inspirare è a sua volta segno del vivere effuso in noi dallo Spirito Santo originario”.

Il secondo atto che richiede cura e attenzione per introdursi nella pratica meditativa è il segno della croce di cui p.Gentili propone cinque possibili letture simboliche, letture che risvegliano il corpo e la mente alla dimensione divina e spirituale nella quale dobbiamo riconoscerci e verso la quale dobbiamo orientarci per scoprire la nostra autentica natura creaturale. Anche nella gestualità del saluto cristiano possiamo, infatti, ritrovare la polarità mente/cuore che caratterizza il nostro vivere umano, orientato al mistero e alla trascendenza della vita trinitaria e della dialettica io/Dio e predisporci, così, alla preghiera interiore.

3. Oltre la polarità: nel cuore del silenzio, davanti a Dio

In ultimo, però, la pratica meditativa della preghiera del cuore ci porta all’incontro con Dio: un incontro in cui la polarità di silenzio e di parola cede il passo all’ascolto del silenzio e all’unione sponsale dell’anima con Cristo.

Lì ogni polarità non può più essere distinta perché si è nel cuore del silenzio, dentro il mistero della vita. La via del silenzio indicataci da p. Antonio e da R. Guardini ci conduce a questa soglia, dove la parola tace e si è soli davanti al Solo: “un sacro cerchio di casta solitudine cinge quel silenzio dove il cuore è solo con Dio”. “Egli è qui. Io sto davanti a Lui”. Torino, 21 gennaio 2018

Su Antonio Gentili, Cerca il silenzio. Troverai te stesso e Dio, Edizioni Ares – 2019

Se noi potessimo vedere nel mondo un volto attraverso cui il divino ci guarda, l’incontro con il divino sarebbe non il secondo passo ma il primo. La percezione del sacro mistero non sarebbe qualcosa in cui noi penetriamo attraverso l’immediata esperibilità del mondo, ma noi vedremo il mondo senz’altro in questo mistero”.

Le parole di Romano Guardini, tratte dalla Fenomenologia della religione, potrebbero servire da epigrafe per introdurre l’ultimo libro-intervista di p. Antonio Gentili (Cerca il silenzio. Troverai te stesso e Dio) almeno per una duplice ragione: in primo luogo perché la ricerca e l’incontro con il mistero di Dio si rivela il desiderio radicale di tutta la sua esistenza e, in secondo luogo, perché la prospettiva “polare” di Romano Guardini è una sorta di filigrana che segna sostanzialmente la visione esistenziale, filosofica e religiosa di p. Antonio Gentili, così come cercherò di far emergere attraverso queste brevi note su Cerca il silenzio.

In realtà, il libro mostra la sua polarità sin nella sua stessa struttura. Si tratta, infatti, di un libro-intervista tra la scrittrice Rosanna Brichetti Messori e p. Gentili: un’intervista che si traduce spesso in un vero e proprio dialogo, sostenuto da una sensibilità e da una curiosità che non esita, con la grazia e la delicatezza indagatrice propria del genio femminile, a sollecitare le risposte di p. Gentili anche là dove il discorso sembrerebbe concluso o, quanto meno, dato per scontato. Rosanna Brichetti Messori conosce p. Gentili da quasi quarantanni.

Erano, infatti, gli inizi degli anni ottanta quando lei e suo marito, trasferitisi da poco a Milano, sentirono per la prima volta “parlare di questo barnabita, che nella casa di esercizi del suo ordine, ad Eupilio, in Brianza, teneva corsi di preghiera meditativa”. Mossa dall’esigenza di rispondere ad alcuni seri interrogativi che, come cristiana, si stava ponendo nel momento in cui aveva intrapreso un metodo di lavoro psico-meditativo di matrice orientale al fine di alleviare le sue sofferenze fisiche, Rosanna alla prima occasione raggiunge Eupilio.

E vi ritrova una guida che sa attingere sapientemente dall’Oriente, conservando un profondo amore per la fede e per la tradizione cristiana: p. Gentili, per l’appunto. Si fida di lui e inizia, così, un cammino di fede e di preghiera che, nel corso degli anni, trasforma la sua esistenza al punto da sentire, ora, il suo “cuore sbocciare e aprirsi sempre più verso Dio e verso gli altri”. Le vicende della vita, però, mutano e, pur non perdendo i contatti, si diradarono le occasioni degli incontri e dei corsi di preghiera frequentati da Rosanna.

Fino a quando, nella primavera del 2017, p. Gentili tenne una sessione dei sui corsi di preghiera profonda nella casa di accoglienza del santuario mariano di S. Felice del Benàco, retto dai padri carmelitani. L’idea del libro nacque proprio in quell’occasione e trovò forma in lunghe ore di confronto e di dialogo nell’Abbazia di Maguzzano, luogo denso di preghiera e di pace, abitato ora dai religiosi di don Giovanni Calabria. Il sodalizio tra p. Gentili e Rosanna Brichetti Messori si rivela, pertanto, davvero intenso e profondo, a maggior ragione del fatto che, in vista di questo importante impegno editoriale, l’intervistatrice ha riletto tutta la vasta produzione della sua guida spirituale, riuscendo a creare una trama di domande e di interrogativi che permettono al lettore di ricostruire una sintesi quanto mai ricca e viva dell’esperienza biografica, intellettuale e spirituale di p. Gentili.

Il libro si dipana come una vera e propria mappa per scoprire i luoghi del silenzio e i sentieri del divino in cui p. Gentili si è mosso, in cui ha vissuto e in cui continua a vivere il Mistero di Cristo. È un libro, insieme, esperienziale e sapienziale: da un lato è una biografia spirituale che, come un diario, presenta gli episodi più importanti della vita p. Antonio, dall’altro offre ampi spazi di riflessione e di confronto critico, talvolta anche problematico, sull’esperienza vissuta.

Cerca il silenzio è un libro che si rivolge, pertanto, sia a chi conosce, sia a chi non conosce l’opera di p. Gentili: i primi vi ritroveranno continui riferimenti e conferme del cammino spirituale già iniziato, ma anche episodi imprevedibili (memorabile, su tutti, la fuga che fece quattordicenne, emulo di san Benedetto, sulle alture di Genova per cercarvi un luogo di eremitaggio…), nonché ulteriori approfondimenti su tutti gli ambiti della ricerca gentiliana; i secondi un’ampia e vivace sintesi dell’insegnamento di p. Antonio, sintesi supportata e testimoniata da una ricca descrizione delle pratiche condotte.

Disegnerò, ora, una sorta di mappa tematica che permetta, quanto meno, di intuire la ricchezza e l’intensità dei contenuti presentati nelle pagine di Cerca il silenzio. Il lettore potrà, comunque, recuperare facilmente, all’interno del fluire dialogico, i temi e i riferimenti che più gli stanno a cuore, grazie a un’analitica e articolata suddivisione in paragrafi dell’intervista stessa. La prima parte del libro è dedicata alle vicende biografiche e spirituali di p. Gentili. La vocazione religiosa e sacerdotale fa trapelare quella che è stata una vera e propria educazione alla libertà, educazione impartita dal padre e dalla madre di p. Antonio.

Intense e, insieme, profondamente tenere e intime sono le parole con cui ricorda la fede respirata in famiglia: una “brezza primaverile su un prato in fiore”, un vento che scuote mente e cuore, che interroga e suscita dubbi, che stimola. Ma, appunto, come una brezza: mai con violenza. Il cursus studiorum e l’incontro con la spiritualità del santo Fondatore dei Barnabiti segnano radicalmente l’anima di p. Gentili e gli permettono di acquisire una solida e opportuna preparazione di base che lo prepara agli ardui impegni futuri di guida e di cercatore spirituale.

In quegli anni avvengono anche gli incontri con i maestri decisivi: p. Giovanni Semeria (a cui dedica la sua tesi di laurea in filosofia che ebbe come oggetto il carteggio con il barone austriaco F. von Hügel, altro padre spirituale di p. Antonio) e Romano Guardini. Grazie a questi studi scopre la rilevanza della visione polare della realtà: l’et-et, la grande legge dell’esistenza umana, sempre scandita da una molteplicità di polarità rintracciabile in tutta la vita in generale, ma che trova un suo specifico riscontro nella vita dell’uomo portatrice, in tutte le sue dimensioni spirituali ed esistenziali, del sistema degli opposti.

Questa polarità si presenterà con tutta la sua evidenza nel 1972, quando p. Gentili viene assegnato alla Casa di esercizi spirituali di Eupilio. Sono gli anni dei primi contatti con le forme meditative orientali: la pratica giapponese dello zazen (con padre Ugo Lassalle), la meditazione mahayana (con il corso di due monaci esuli tibetani) e la pratica yoga (con i corsi di Wanda Patt) muovono p. Antonio a fare ripetute e prolungate esperienze meditative “sul campo”, ma lo nello stesso tempo lo inducono a cercare nella stessa tradizione cristiana e nel monachesimo occidentale e orientale tracce vive e testimonianze dirette di ciò che stava esperendo con le pratiche orientali: l’opera di Thomas Merton, di Giovanni Vannucci e del gesuita Anthony De Mello gli mostrano come la svolta ad Oriente non sia altro che uno dei due movimenti del respiro dello spirito umano e divino, “i due movimenti dell’immanenza e della trascendenza, dell’autorealizzazione e della grazia divina operante la nostra salvezza, come insegna la Rivelazione cristiana”.

Sull’onda di questa intensa e, a tratti, inquieta ricerca spirituale sono da ricordare la pubblicazione del best seller Dio nel silenzio (Ancora, 1986), scritto con il padre cappuccino A. Schnoeller, nonché le riscoperte e le riletture di due libri memorabili, ma sorprendentemente sconosciuti, della tradizione mistica cristiana: La Nube della non-conoscenza (Ancora, 1981), testo apparso in Inghilterra nel tardo medioevo e incredibilmente vicino allo zazen, e Meditare (Ancora, 1983) del padre barnabita savoiardo Francesco La Combe (1640-1715) che propone una pratica silenziosa e contemplativa, suffragata da una molteplicità di richiami alla tradizione cattolica.

Al riguardo non sono da dimenticare le più recenti presentazioni e annotazioni critiche redatte per altri due, questa volta noti, classici della spiritualità cristiana: Racconti di un pellegrino russo (Ed. Paoline, 1997) e L’imitazione di Cristo (Ancora, 2018), vero libro del cuore per p. Gentili, accanto alle Confessioni di Agostino, ai Pensieri di Pascal e ai classici dell’induismo (le Upanishad e la Bhagavadgita).

L’incontro con l’Oriente si rivela, pertanto, come fonte di opportunità, ma, al contempo, anche di qualche rischio. In una parola: una sfida, come testimonia la vicenda della Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della meditazione cristiana (1989) dell’allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione. A sostenere il lavoro e la ricerca incessante di p. Gentili giungono, però, le parole inaspettate di san Giovanni Paolo II rivolte ai vescovi francesi (“La riscoperta dell’orazione mentale è una grazia che arriva al momento opportuno per santificare la Chiesa (…) senza questa interiorità i fedeli si sfiatano, la loro orazione diventa cembalo sonoro…”) e la pietra miliare del Catechismo della Chiesa cattolica (1992) che riprende il tema dell’orazione come “ricerca orante” che si svolge nel cuore, il nostro “centro nascosto”.

Estremamente dense e ricche di spunti interessanti per comprendere la complessità e la portata della ricerca di p. Gentili sono, in particolare, le pagine dedicate alla trattazione dei cosiddetti insegnamenti “collaterali” ai corsi di preghiera profonda, insegnamenti che si rivelano, in realtà, sostanza complementare di quel cammino teologico e spirituale sviluppato sul piano teoretico: il rapporto tra le scoperte della scienza medica e la pratica meditativa, la relazione tra il cibo e la sessualità, le ricerche sul lato umbratile e notturno della vita (la notte e i sogni), l’importanza rivolta al cibo e al digiuno, il combattimento spirituale e il “sentire” di Cristo, la morte e l’al di là.

La seconda parte del libro è più propriamente riflessiva: il dialogo stesso con l’intervistatrice presenta ritmi meno incalzanti e la scrittura, crescendo in profondità, si fa più meditativa. Il punto di partenza è dato dalla constatazione di quanto sia difficile per l’uomo moderno e contemporaneo, figlio della Riforma protestante e del razionalismo cartesiano, vivere la dimensione del sacro e intuire Dio attraverso i simboli. Il mondo, secondo la concezione moderna, si è, infatti, ridotto a un’astrazione e a un artificio in cui si è dissolta la percezione simbolica e, quindi, religiosa, del mondo e del mistero divino.

Per dirla ancora con Romano Guardini, nella visione simbolica “tutte le cose attestano se stesse, ma fanno subito presentire che non sono l’ultima realtà, bensì punti di passaggio, attraverso cui emerge ciò che è davvero ultimo e autentico: forme espressive che lo manifestano. Questo è il carattere simbolico delle cose”. P. Gentili ha, per l’appunto, affrontato lungo tutto il corso della sua vita questa sfida: riportare cioè l’uomo a sentire e a vivere simbolicamente il mondo, profondamente convinto che le realtà più alte non siano immediatamente comprensibili con la mera razionalità perché “negli ultimi secoli si è andato vieppiù perdendo il senso profondo del Mistero cristiano” e “la vita di fede, la vita spirituale o è, in sostanza, un’esperienza progressiva di penetrazione sempre più profonda del Mistero, o non è.”.

E il Mistero più grande, per l’umanità, è il Mistero dell’Incarnazione di Dio. Alla luce di questo Mistero risultano, pertanto, davvero preziose e urgentemente attuali, a motivo degli smarrimenti umani della nostra caotica età, le pagine dedicate al carattere sacramentale del corpo e le riflessioni sulla polarità maschio/femmina, caratterizzata dal riconoscimento, spesso negato, di una certa priorità del genio femminile come ulteriore conferma di quella compositio oppositorum che segna la vita intera di ogni uomo: “quando parlo di genio intendo quella capacità di amare che è impressa nel profondo del cuore di ogni donna” e che può anche “educare il cuore umano, alimentando in esso la fiamma dell’amore”.

Ed è proprio al Cuore che giunge, infine, la ricerca di p. Gentili: il centro del Centro, spazio d’incontro del solo con il Solo. La ricerca del silenzio per trovare se stessi e Dio è un cammino circolare che passa sempre, nella visione cristiana, di qui: il “miglior punto di partenza ma anche di arrivo, di ritorno”. Perché, in ultimo, è “il cuore dell’uomo che determina la sua vita” (Pr 16,9).

Luca Borrione

Romano Guardini

Grazie Luca, continuiamo nel nostro cammino, in questo itinerario spirituale, vitale, unico.

Il vuoto “pneumatico”

Parto dai significati scientifici del sintagma posto nel titolo, per arrivare in seguito al suo significato metaforico, che qui mi interessa di più, e dunque (da Enciclopedia Treccani):

pneumatico è un aggettivo [dal greco πνευματικός, der. di πνεῦμα πνεύματος «spirito»]. Nel linguaggio filosofico significa che appartiene allo spirito, riferendosi alla vita interiore dell’uomo; in particolare, nel cristianesimo dei primi secoli, e più precisamente nelle lettere di san Paolo, si intende la modalità che grazie allo spirito o pneuma divino permette di conoscere l’agire di Dio, in contrapposizione all’uomo psichico, che è cieco rispetto a Dio e segue il pneuma o spirito del mondo; la terminologia è caratteristica del giudaismo ellenistico e del cristianesimo e sarà ripresa soprattutto in alcuni orientamenti gnostici. Nel Primo secolo d. C., Ateneo di Attalia si riferiva da un punto di vista medico allo pneuma considerato come quinto elemento dell’organismo umano, in aggiunta ai quattro elementi (sangue, flemma, bile gialla, bile nera) così come considerati da Ippocrate.

Nel linguaggio scientifico si usa nella fisica dell’aria e, più in generale, degli aeriformi, ad esempio troviamo: macchina o pompa pneumatica, vuoto pneumatico. Nel linguaggio tecnico, è detto di organi o dispositivi nei quali l’aria è l’oggetto di studio principale, etc. Ma qui non siamo in ambito di studi di fisica per i quali non sono preparato. Posso dire solo, per concludere, che in fisica il vuoto non si dà, se non generato sperimentalmente, ché l’universo è composto da atomi, e loro componenti dei più vari generi e specie.

In metafora, mutuando il senso dalla fisica, si usa dire che alcuni (soprattutto i politici) nel parlare esprimono un “vuoto pneumatico”, dicendo nulla mentre parlano, come amava specificare lo storico leader socialista Pietro Nenni “la polìtique politicienne“.

Vorrei qui fare dei nomi, e qualcuno ne farò, perché il vuoto – in questo senso – è un fenomeno generalizzato.

Ascoltando il dire attuale dei politici viene in mente continuamente, almeno a me (ma non penso a me solo) il concetto di vuoto pneumatico, per dire che non dicono nulla o quasi, mentre si sforzano di esprimere concetti.

Wittgenstein non sopporterebbe il loro “vuoto”, che solleciterebbe la sua spietatezza analitica circa ciò che ha dignità di linguaggio e di ciò che non ce l’ha. Per il grande pensatore austriaco l’uomo dovrebbe parlare quando ha qualcosa da dire, non quando ha solo bisogno di emettere suoni senza senso e significato (da me parafrasato, cf. Tractatus Logico-Philosophicus).

Ascolto quotidianamente tg e flashweb notizianti e noto un continuum stilistico, salvo rare eccezioni, nel senso e nel modo che qui, come altrove, sto criticando.

Fazio, questo lo cito, eccome!, ogni sera ospita Burioni, se non Saviano. E’ una congrega che cerca di orientare il pubblico verso un autoritarismo de sinistra assai sinistro.

Conte parla di “misure poderose” evocando forse di più la motocicletta di Ernesto Guevara, la “Poderosa”, con la quale il Che con un amico attraversò il Sudamerica.

Renzi, more solito, cerca di fare l’originale citando i patrii padri, letti recentemente forse su un bignami di storia contemporanea.

Franceschini definisce “inimmaginabile” la disciplina degli Italiani mostrata in questo periodo, mostrando così di conoscere assai poco, sia la psicologia filosofica, sia (ed è assai peggio), gli Italiani.

Zinga dice “dobbiamo fare un salto in avanti”, e non si capisce se la metafora evochi un canguro, oppure un saltatore in lungo, oppure una locusta, primatista del mondo di salto in lungo, tenendo conto delle dimensioni: se Bob Beamon dovesse voler paragonarsi a una di esse dovrebbe saltare in lungo non solo 8,93 metri (record del mondo da almeno un quarantennio), ma forse 300 metri!

Dibattista, non da me volentieri atteso, torna auspicando il depotenziamento di Renzi, non si sa come, se… sopprimendolo oppure togliendogli il diritto di parola.

Salvini, insolitamente moderato nei toni, propone misure che somigliano a quelle di Gualtieri, più o meno.

Gelmini fa sforzi spaventosi per non far sembrare tutto ciò che dice a ciò che si può leggere sul gobbo in uso negli studi televisivi. Scontata.

Di Meloni non saprei che dire, se non che burberamente ulula le sue preoccupazioni.

Dimaio è rimasto ultimamente famoso per il suo clamoroso e trumpiano “coronavairus“, uscito docilmente dalla boccuccia giovinetta.

Che altro dir, se non che occorre lavorare contro il vuoto pneumatico, nutrendo il pensiero critico e la logica argomentante. Così possiamo dare un colpo a chi vuole normalizzare tutto digitalizzando il mondo, alla faccia di un’etica del Fine, dove il Fine è l’uomo stesso e la Natura nella quale è immerso, e di cui fa parte da quaranta milioni di anni.

La “Frusciante” di nuovo per le strade del mondo

…anche se solo nel Comune dove abito, anzi… sono scivolato – senza accorgermene – fino a Camino al Tagliamento (non ditelo a Conte, cari lettori, eh, mi raccomando). I confini dei comuni non sono segnati, corbezzoli! Chi mi conosce sa che la “Frusciante” è il nome amichevole della mia bici da strada, nome meritatissimo per la sua rumorosità della meccanica proprio al minimo, rispettosa dei rumori del mondo, una De Rosa biancorossa in fibre di carbonio, che ho acquistato d’occasione poco più di un anno fa.

Remco Evenepoel


Sono passato per strade che conosco da sempre, quasi nessuno in giro, qualche auto, due soli ciclisti che si sono sbracciati a salutarmi. Solitamente i ciclisti quando si incontrano di fronte si salutano, ma non con il calore di oggi. Invece se ti superano, e a me accade spesso, non ti salutano, perché ti sfilano via quasi per umiliarti. Vediamo se anche questi secondi, i passistoni da 45 all’ora, ora inizieranno a salutare chi non può tenere quella media. Oggi, ché vent’anni fa, se in compagnia, ce la facevo anch’io.

E’ come riflettere sul passare-del-tempo, sul cambiamento, sulla proporzione tra anni passati e forze disponibili.

Qui sopra ho messo la foto di Remco Evenepoel, sperando che non sia di quella genìa, perché lui è un campione, che succederà a Nibali, a Froome e a Contador, mentre invece i passistoni di cui sopra, molto spesso sono qualcosa il cui termine fa rima con il termine da me usato per chiamarli in quel modo.

Per strada, ancora poche auto, un furgone che mi ha clacsonato in modo insistente: certamente non era un saluto cordiale, ma lo squillo di una persona affetta da “vigilantismo”, la sindrome che si sviluppa in situazioni di perdita della libertà, quasi una nevrosi ulteriore della sindrome di Stoccolma. Quello che mi ha suonato, se si fosse trovato in un lager nazista avrebbe potuto certamente essere un candidato al ruolo di kapò.

A Majdanek e ad Auschwitz c’erano molti ebrei che, collaborando con il mostro hitleriano, facevano da guardiani agli… ebrei, e capitava fossero feroci come i cani da guardia SS, per tutelare se stessi mostrando una religiosa devozione agli aguzzini.

Esagero? Forse, ma io sono convinto che – in situazione – molti possano mostrare una parte di sé, che solitamente è “in sonno”, piuttosto inquietante.

Ho in mente certe figure aziendali collocate a livello di quadro, che sono così subalterne al dirigente-capo che, se invece di essere in un’azienda italiana del ventunesimo secolo, tenuta a rispettare Statuto dei diritti dei lavoratori, Decreto 81 sulla Sicurezza del lavoro e magari Decreto 231 sull’Etica d’impresa, operassero negli ambiti sopra citati, farebbero facilmente i kapò fino alle estreme conseguenze.

La devozione alla causa (del loro capo), faccio per dire, di queste figure, è tale da renderli perfino pericolosi per i colleghi di lavoro. Fossero stati a Majdanek non avrebbero esitato a fucilare un prigioniero se gli fosse stato ordinato, anche per il divertimento dell’ufficiale. Persone normali, che manifestano ciò-che-nel-profondo-sono. Anche il vigilante da me incontrato ieri, mentre viaggiavo in bici per le strade del mio comune, come da ieri consentito.

Nelle situazione estreme esce la verità delle persone, solitamente nascosta dalle convenzioni sociali, dalle convenienze e dall’educazione formalistica, per cui si dice e si fa ciò che conviene, non sempre ciò che si crede opportuno, giusto, necessario.

Ora, la situazione presenta l’occasione per verificare lo stato delle democrazie liberali, dei parlamenti eletti a suffragio universale. Il rischio che si corre è che i saperi tecnicali condizionino le legittime istanze della democrazia, sostituendosi surrettiziamente ad esse.

Mi viene in mente la parabola chomskiana della rana bollita, suggeritami dal prof Giachin, mio compagno di liceo. La rana messa in pentola a venti gradi, all’inizio gradisce la temperatura che assomiglia a quella dello stagno. Anche a trenta gradi si può stare benino, ma a cinquanta il bollore la può intorpidire e impedirle di saltar fuori per salvarsi. Bene, se fosse gettata in una pentola con l’acqua già a cinquanta gradi, con un balzo uscirebbe e si salverebbe.

Noi, se non stiamo in guardia, rischiamo di fare la fine della rana bollita. Piuttosto, osserviamo ciò che succede con spirito critico, dubitando sistematicamente delle cose che ci dicono, specie quando sono mellifluamente presentate come sicure, come rispettose della democrazia, non lesive dei diritti costituzionali. Un esempio? L’enfasi che si percepisce sulla app che dovrebbe segnalare gli infetti solo intercettandoli da smartphone a smartphone. Io non la scaricherò, perché non mi fido dei suoi conclamati effetti positivi in ordine alla prevenzione del contagio, e soprattutto non mi mi fido delle conseguenze immediate relative alle libertà personali, e successivamente all’uso che qualcuno potrebbe farne ad insaputa del civilissimo cittadino.

Ancora una volta: dubitare, riflettere, dialogare, scegliere. E ancora: documentarsi, confrontare, informarsi prima di credere a qualcosa o a qualcuno.

L’anima della rinascenza

Solitamente usiamo il termine “anima” al di là della dizione platonica e aristotelica di sostanza- guida delle azioni umane agìte tramite il corpo, di essenza dell’umanità stessa, di sostanza o natura della vita consapevole dell’uomo, e al di là della nozione religiosa, sia del ceppo greco-latino, sia biblico, sia orientale, concepita come qualcosa di immortale o addirittura eterna (induismo, Origene, etc.) per dire che ogni cosa o azione umana ha un’anima, per dire che l’anima è una guida alla comprensione delle cose del mondo e dell’uomo stesso.

Tutto ha un’anima nel dire abbastanza comune. Per gli animisti siberiani e del Grande Nord, per quelli del Sud America e dell’Africa “tutte le cose hanno un’anima“, dall’uomo agli animali alle pietre, dalle acque al vento. In I Re 19, 11-12, perfino Dio è una brezza leggera, che coglie il profeta Elia.

Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. (…)

Dio si manifesta ad Elia in modo sommesso, quasi delicato, e ciò ci insegna a sviluppare le nostre capacità di ascolto, di attenzione anche alle piccole cose, a quelli che chiamiamo segnali deboli. Ciò che non è tonitruante o prepotente o arrogantemente proposto, ci deve interessare, rendendo più acuti i nostri sensi interni, che presiedono alla comprensione vera delle cose.

Diamo uno sguardo al grande film di Kurosawa Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure. Va visto per avere un’idea della nozione di anima presso i popoli della Siberia, a modo di esempio. L’anima è l’essenza vitale del tutto.

La rinascenza è un modo della ri-nascita, un tornare da capo per essere meglio di prima, come spiega la storia italiana. Il Rinascimento storico è un nome che le persone del tempo non conoscevano e non usavano e, come per altri periodi storici antichi, medievali e moderni, fu semplicemente dato dagli storiografi.

Per ri-nascere occorre metter in ordine molte cose: cultura, coesione sociale, politica, economia, diritto. La rinascenza, come nel Rinascimento storico, significa un rilancio della persone e della sua unicità, della sua autonomia. I classici greco-latini, ripresi da Giovan Pico della Mirandola nel suo De hominis dignitate, usavano dire homo faber ipsius fortunae, cui aggiungerei, con il contributo delle circostanze, cioè di tutti i vettori causali di cui il singolo non ha conoscenza né nozione.

L’uomo vitruviano di Leonardo da Vincio

Le potenzialità umane, insite in ciascuno in modo diverso, sono uniche in ogni persona e costituiscono la struttura portante della dignità umana.

Già Platone ed Epicuro, e poi Agostino fino a Hegel hanno proposto la dialettica come il metodo più adatto alla ricerca della verità. La dialettica è scambio di idee, è capacità di ascolto, uso rispettoso della parola, coltivazione del dubbio e dell’interiorità.

«La mistica immagine della Rinascita e della Riforma aveva vissuto, sotto entrambi i suoi aspetti, attraverso tutto il Medioevo […] ora, dopo lo slancio religioso del XII secolo […] dopo Gioacchino, Francesco, Domenico, dopo l’illimitato flusso di entusiasmo religioso, quell’immagine si muta nell’espressione di un sentimento e di un bisogno di tipo puramente umano, che dapprima empie di sé solo singoli individui, poi anche ampi circoli, ed al quale si mischiano la esigenza e l’immaginazione della fantasia, dell’anima sensibile
(K. Burdach, Dal Medioevo alla Riforma)

Il brano di Burdach ci dà un po’ il senso della “rinascita” storica in Italia, che influenzò tutta Europa, costituendo immagine di cambiamento radicale della concezione dell’uomo nel mondo e nella natura. Ri-nasce l’esigenza di una crescita psicologica e culturale dell’uomo, anche oltre la dimensione teologica, con un’esperienza estetica (intesa nel senso dell’àisthesis aristotelica, cioè come manifestazione dell’essere, non nel banale senso estetistico di comune accezione).

Ora sta accadendo quello che sappiamo e molti ne parlano, i più blaterando, anche molti “scienziati”, spesso in contraddittorio sgangherato tra loro.

Sembra quasi che una sorta di “provvidenza” (non scomodo “Dio” per questo) abbia deciso di insegnare all’uomo che la Terra non è un bene disponibile a ogni uso, quasi in memoria di un retaggio teologico-biblico legato alla legge della colpa/ espiazione.

Forse la Provvidenza, mediante il linguaggio-della-Terra ci ricorda che è meglio dare uno sguardo al Tutto, al Bene-che-è-comune, su cui abbiamo una responsabilità di mandato, come fossimo dei CEO, come fossimo finalmente umani.

Il vento (lo spirito) soffia dove vuole

Giovanni 3, 8: “Il vento soffia dove vuole” sono parole misteriose dette da Gesù al fariseo Nicodemo, durante un colloquio durato probabilmente tutta la notte.

E’ forse lo spirito un po’ come il virus, che colpisce a casaccio? No, certo, e non per timore di essere blasfemi. Pare che il Covid-19 colpisca soprattutto “vecchi” e di già “malati”. Cosa significa oggi essere vecchi? Non certo la stessa cosa di solo mezzo secolo fa, quando se vedevo un collega di mio padre, a sua volta cinquantenne, mi sembrava vecchio. E io che di anni ne ho qualcuno più di cinquanta, mi dicono che non sembro, né sono vecchio, perfino le amiche di mia figlia, che hanno poco più di vent’anni e poi donne di trentacinque/ quaranta/ cinquanta anni. E nonostante la bestia che mi è venuta a trovare due anni e mezzo fa e che io, per il momento, ho fatto accomodare fuori stanza.

Il vento soffia…” Grazie a Dio, E non cessa di soffiare, non si ferma, nonostante il comportamento degli umani sia spesso improvvido e scellerato.

Nella tradizione cristiana Dio è “Amore-creativo”, ovvero “Creatore”, e ciò potrebbe sembrare un termine sentimentaloide o sdolcinato, dove prevale la re-lazione. In altri loci e molte volte ho ricordato come “Dio” sia di difficile se non impossibile definizione. L’ineffabilità del dire-di-Dio è nota e studiata, e meditata, e pregata dal grande misticismo cristiano, islamico, buddista. A Meister Echkart pareva normale chiedersi come l’uomo potrebbe dire di comprendere Dio con le stesse facoltà che usa per comprendere se stesso e il mondo.

Come nella vicenda del profeta Elia, si può udire la voce di Dio (IRe 19), senza capire da dove provenga. Quello che si può comprendere è che Egli soffi, cioè sia dove vuole. A volte appare lontanissimo, e invece è lì vicino a te; a volte dubiti della Sua Essenza/ Presenza, e Lui si manifesta con forza, anche se silenziosamente. Basta che si rifletta un poco e si deve ammettere che non latita, poiché la sua attiva presenza appare nella tua vita con un atto di salvezza (quando scivolai per cinquecento metri sulla neve del Coglians e riuscii a frenare a trenta metri dal baratro, oppure nella vicenda sopra citata, oppure quando mi lasciarono aperta un’arteriola che sboccava sangue rosso, nella notte…). E ad Auschwitz, dov’era? E’ la parte inconoscibile dell’economia di Dio, perché il nostro sguardo è limitato, non abbiamo una visibilità sufficiente per dire qualcosa.

Ora, con questa perniciosa influenza, la domanda ritorna. Si potrebbe allora dire che il soffio dello Spirito sta nel sacrificio dei molti che si occupano a soccorrere chi si ammala, nei loro silenzi, nel loro sudore, nel loro anonimato. La voce, in greco si dice phoné, significa sia parola sia azione, è una idea/ azione, un agire razionale e responsabile che vince sugli egoismi e mette al centro la vita di ciascuno e di tutti, ponendo la sordina al resto, e istruendoci sul fatto che “il resto” contava abbastanza poco, e forse – in qualche caso – proprio nulla. Nulla.

Questo Dio-che-parla attraverso il silenzio e l’agire quotidiano… in silenzio, è più espressivo del dio-liturgico delle messe per abitudine e delle preghiere per attrizione: “Mi pento e mi dolgo, oh mio Dio, perché ho paura dell’inferno, non per averti offeso, offendendo il mio prossimo“. Ecco che la vicenda Covid si fa “teologia del silenzio” attivo e generoso.

Le religioni sono il contorno dell’amore divino/ umano che agisce nei momenti topici, come questo, dove nell’agire si comprende ciò che si deve fare, superando i contrasti e l’egoismo individuale. Siamo chiamati ad agire, nel nostro piccolo, come Abramo, che fu chiamato (gli fu ordinato) ad andare da Ur dei Caldei fino a… non lo seppe mai prima, perché morì durante il lungo, diuturno viaggio, durante il quale gli fu dato Isacco. Gli fu dato da una voce che proveniva da dove? Era forse la voce che avrebbe dato inizio alla storia del popolo ebreo?

Studiando i dati riferiti a quel tempo troviamo che vi è una corrispondenza filologica dei termini “Habiru” ed “Ebreo”, e l’esistenza di dati archeologici che confermano e attestano la presenza degli Habiru nella Mesopotamia meridionale nel II millennio a.C. Abramo (Genesi 11, 31), secondo diversi studi, era un Arameo  o un Amorrita, un Habiru insomma, capostipite di un clan dal quale si originò la nazione ebrea, che aveva vissuto a Ur, e da qui era partito verso nord, prima in Siria poi in Palestina, verso il 2000 a.C. L’anacronismo contenuto nella Bibbia è facilmente spiegabile, se si pensa che nel II millennio Ur era una città sumera soggetta al potere della Dinastia elamita di Larsa. Solo verso il 1100 a.C. i Caldei, le genti di Khaldu, fanno la loro comparsa in Mesopotamia e la battezzarono Chaldea. I cronisti ebrei attribuirono alla città il nome che essi conoscevano, a loro contemporaneo e l’anacronismo ha quindi  una valenza positiva: colloca definitivamente la Ur biblica, luogo natale di Abramo,  nel sud della Mesopotamia, che un millennio dopo fu il territorio chiamato storicamente Chaldea. Lo Spirito / Vento divino, ha spinto Abramo verso la Palestina, verso Canaan, così come oggi sta silente accanto a ognuno di noi, se lo vuol stare a “sentire”. Non basta “ascoltare”, mai, così come non basta “guardare”, ché occorre “vedere”.

Possiamo dire che anche le nostre vite sono come il vento, forti, inarrestabili e anche fragili. Passiamo attraverso rami robusti d’albero e fra tronchi centenari, ma scivoliamo via come le foglie (Si sta come d’autunno…, canta il poeta).

Lo Spirito pone la radicale questione del poter-esser questo o quello, qui o là, insieme o da soli. La solitudine suggerita dalle norme odierne non è “solitudine”, ma solitarietà consapevole, nella quale si possono trovare (si debbono, dove il verbo “dovere” è kantiano) le ragioni di un senso ispirato dallo Spirito, che soffia dove vuole e dove necessita.

Solipsismus, arrogantia et autophilia (vel narcisismus vanitasque)

La chiusura in se stessi è un modo di rapportarsi al mondo, incapace di relazionarsi. In qualche modo, sia il solipsismo, sia l’arroganza, sia il narcisismo sono modi diversi di chiusura in se stessi.

 

De solipsismo

Il solipsismo (dal latino solus, “solo”, ma anche dal greco òlos, cioè “tutto”, e ipse, “stesso”: “solo se stesso”) è un lemma concernente la teoria filosofica secondo cui l’individuo umano, o persona, è l’unica realtà assolutamente certa, e vera, mentre il resto del mondo è concepibile solo come oggetto che si forma nella coscienza dell’individuo stesso. Si può dire che il più chiaro ed evidente inizio di tale dottrina è quella risalente a Renè Descartes, il quale rovesciò la nozione filosofica classica risalente al platonismo-aristotelismo, sviluppato in seguito da Agostino e Tommaso d’Aquino, di una realtà sussistente, anche in assenza di una consapevolezza di essa da parte del singolo essere umano.

Anche sotto il profilo morale (etico), per il solipsista la nozione di bene/ male è soggettiva, semplicemente adeguata agli interessi dell’io, oltre ogni regola.

Il solipsismo è chiamato anche egoismo oppure egotismo, quantomeno dal XVII secolo, quando il gesuita  Giulio Clemente Scotti nel 1652 scrisse La Monarchie des Solipses, autocritica dell’Ordine voluto da Ignazio di Loyola.

Nei Discorsi di Benares, il Buddha declina in questi due modi il concetto:

«Chi compie viaggi esteriori cerca la completezza nelle cose, chi si dà alla contemplazione interiore trova la sufficienza in se stesso»
«Senza uscir dalla porta/ conosci il mondo/ senza guardar dalla finestra scorgi la Via del Cielo/ Più lungi te ne vai meno conosci; Chi ostruisce il suo varco/ e chiude la sua porta/ per tutta la vita non ha travaglio/ chi spalanca il suo varco/ ed accresce le sue imprese per tutta la vita non ha scampo»

Descartes, iniziatore e campione del soggettivismo nella cultura filosofica occidentale (1596–1650), riteneva che l’unica cosa indubitabile per la ragione umana fosse l’esistenza del soggetto pensante, scrivendo nelle sue Meditazioni:

«Tutto ben ponderato bisogna concludere e tener fermo che questa proposizione io sono, io esisto, è necessariamente vera, ogni qual volta che io la pronuncio, o la concepisco mentalmente.»

Indubbiamente Descartes collocava la possibilità della conoscenza dentro un metodo (il Metodo) che pre-supponeva la consapevolezza dell’esistere soggettivo, per poter porsi la questione della conoscenza del… resto delle cose del mondo, persone, animali, vegetali e minerali. Di lì poi traeva la necessità dell’esistenza di Dio, stante che le cose conosciute indubitabilmente erano buone, complete e perfette. Da due punti di vista diversi e opposti lo criticarono Pascal e Hobbes. Sulla stessa pista teoretica troviamo anche Nicolas Malebranche e il vescovo George Berkeley, che portò alle estreme conseguenze il soggettivismo cartesiano con il suo “esse est percipi“, cioè “essere è essere percepito“, nient’altro.

Kant e Fichte non trascurarono il punto di partenza cartesiano, mentre Schopenhauer lo criticò attribuendo al solipsismo le caratteristiche di una malattia mentale, e ciò non è per nulla escluso dalla psichiatria contemporanea. Un certo tipo di solipsismo, che nulla ha a che vedere con il sentimento di solitarietà, prescelto da Heidegger e dal… sottoscritto, può essere invece l’ambiente della riflessione radicale, ospitando le attività più elevate dell’intelletto, ovvero del pensiero pensante (critico in quanto logico-argomentativo, che oggi manca alla grande), e dello spirito, con le sue attività intuitive. La solitarietà è una specie di solitudine ricercata, atta ad evitare la chiacchiera e il clamore inutile di molte parti e pezzi di mondo umano.

Edmund Husserl credette in un solipsismo creativo, atto a creare le condizioni della scoperta dell’Altro, mentre pensatori come Martin Buber e Emmanuel Lévinas riconoscevano nella scoperta dell’Altro una più profonda capacità di cogliere l’irriducibile differenza, non tanto dell’iopenso cartesiano, quanto dell’io, di un io però non vanaglorioso e superbo, bensì capace di cogliere la medesimezza di ogni altro io con il proprio.

Solipsista all’ennesima potenza ritengo si possa considerare Wittgenstein che sosteneva nel suo principale Tractatus logico-philosophicus la seguente sentenza: «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo»,  E se il linguaggio è povero, come spesso capita, caro Ludwig? Non è che io mi fermo nell’analisi del mondo alle conoscenza di Di Maio, nel senso che le ritengo valide, vero? Oppure sì? Ebbene, allora, ciò che si può conoscere è semplicemente ciò che può conoscere chiunque. Avvilente. Piuttosto, preferisco Rudolf Carnap, che ammetteva la validità del flusso esperienziale degli altri, quantomeno per analogia. Ecco che con l’analogia, vecchia di duemila trecento anni, torna in auge Aristotele (senza dirlo più di tanto), come riconoscono anche i neo-positivisti logici come Peirce, Whitehead, Russell, James e Santayana.

Veramente ogni tanto mi vien da penare che la filosofia contemporanea sia solo una serie di chiose del classici greci, di Agostino e del grandi scolastici. Più interessante è il pensiero gentiliano e severiniano di quello dei cosiddetti “analitici continentali” sopra citati. La metafisica è dunque tutt’altro che sepolta: l’ultimo tentativo solenne di considerarla morta fu quella di Kant, ma non vi riuscì.

 

De arrogantia

L’arroganza è l’arma preferita dai mediocri. Si tratta di un termine latino (arrogantia), derivante dal composto verbale ad-rogare, cioè chiedere in ambito politico (chiedere al popolo, ad esempio in un referendum) o notarile (vedi rogito), un qualcosa su cui non vi sono diritti… dell’arrogante, cioè del chiedente con impeto superbo e prepotente. Sono interessanti in tema gli approfondimenti del Bobbio.

L’arrogante è un insolente che non si perita di apparire sfacciato e presupponente di sé. La superbia ne è il vizio fomite come insegna la buona teologia morale, da Agostino, Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino (caput vitiorum, inizio dei vizi morali), perché suppone che il soggetto ritenga di possedere diritti e privilegi impropri e ingiusti, anche a scapito degli altri.

 

Nel diritto romano si riconosceva nel termine un’eccezione, quella di chiedere al popolo il di diritto di adottare una persona sprovvista di patria potestà. Darwin ebbe a scrivere:

«L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina. Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente dagli animali.»

 

De autophilia et de vanitate

In italiano, il termine latino autophilia, direttamente traslitterato dal greco (autòs, se stesso, philìa, amore) si può tradurre con narcisismo. Una sua versione conturbante e disturbante è la vanità.

Il narcisismo è un termine polisemantico che oscilla, nei suoi significati, tra un tratto di personalità, un tema culturale, ovvero un disturbo mentale. Se “confina” con l’orgoglio di essere persone valide e rispettate, non mai con l’orgoglio spirituale che coincide con la superbia, e perciò, nel primo caso, definibile anche come amor proprio attento al diritto di essere rispettati, si può dire legittimo.

Correntemente il narcisismo è ritenuto quasi sinonimo di vanità, e può appartenere anche a gruppi, e allora si può definire elitarismo. Da un punto di vista psicologico può essere, nel caso in cui sia moderato, un amore per la propria dignità personale, ma nel caso in cui sia eccessivo, coincidente con le forme peggiori di egocentrismo, fomite naturale dell’arroganza e della prepotenza.

Il termine “narcisismo” deriva dal mito classico di Narciso, molto conosciuto. La storia: avendo rifiutato l’amore della ninfa Eco, fu condannato a innamorarsi sempre e solamente della sua propria immagine riflessa nell’acqua, fino ad essere tramutato nel fiore omonimo.

Nella Grecia antica il narcisismo era ritenuto l’origine del sentimento di hybris, cioè una sorta di onnipotenza e di unicità radicale rispetto agli altri, per cui a chi ne è affetto sarebbe consentita qualsiasi decisione, qualsiasi cosa.

Nei nostri anni si sono occupati di narcisismo psicologi e sessuologi di vaglia, come Havelock Ellis, sostenitore del “narcissus-like”, cioè della sindrome narcisistica dovuta a una eccessiva attività masturbatoria, là dove ogni incontro con l’altro è insufficiente, per cui… Ma forse si tratta anche di altro, come proposto da Paul Näcke, studioso delle varie carenze della sessualità (perversioni?), o da Otto Rank, che preferiva analizzare il narcisismo sotto il profilo psicoanalitico, e così collegarlo alla vanità e all’auto-ammirazione.

Si interessò al tema anche Martin Buber: in Ich und Du (Io e Te) scopre che il narciso tratta gli altri come oggetti, non come “altri io”. Confesso che quotidianamente rifletto sulla lezione buberiana, esercitandomi a pensare agli altri come a degli “io”, pari a me. Tracce di narcisismo in me? Sì.

Un altro psicologo, David Thomas elenca alcuni tratti caratteristici del narcisismo: a) concentrazione su se stessi, b) empatia debole o quasi inesistente, c) difficoltà a provare vergogna e senso di colpa (nel senso buberiano di “senso della colpa”), d) difficoltà a distinguere se stessi dagli altri, e) altezzosità corporea e prossemica, f) antipatia per coloro che non li ammirano, g) uso delle persone a propri fini, h) millanteria, i) vanteria, l) incapacità di vedere le cose da altri punti di vista, m) incapacità di provare rimorso e gratitudine, come se tutto gli fosse dovuto per manifesta… superiorità, etc.

Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), che consulto spesso, trovo anche la distinzione fra narcisismo maligno e narcisismo benigno, oppure, secondo Freud, narcisismo primario e narcisismo protratto. Persone di questo genere sono in grande difficoltà nello sperimentale l’amore umano come intensificazione solidale (amor benevolentiae).

Quello primario è un narcisismo infantile, auto-erotico, che disporrebbe, sempre secondo il viennese, alla schizofrenia, mentre quello protratto nell’età adulta è un vero e proprio, pericolosissimo, ripiegamento dell’io su se stesso. Melanie Klein conviene con Freud su queste suddivisioni.

L’idealizzazione del sé, secondo Heinz Kohut (cf. Psiche, Einaudi, Torino 2007)  può portare anche anche alla distruttività di ogni relazione con l’altro, e alla costruzione di personalità borderline.

Una conseguenza attuale è il narcisismo digitale, che porta all’esibizionismo e a una sorta di “culto della personalità”, analogo, anche se meno pericoloso per gli altri, a quei culti ben conosciuti e studiati della storia recente (Stalin, Mao, Tito, in particolare, senza escludere i dittatori di destra, diversamente cultori della propria personalità, ma sempre con tratti innervati di eroismo e unicità).

Jean Baudrillard propone l’ideal-tipo di consumazione dell’immagine propria come negazione dell’alterità, in una sorta di annegamento nell’autoreferenzialità.

Il tipo “narciso” è anche un campione nel dimenticare (o nel far finta di farlo) i nomi delle persone, quasi non avessero diritto a un nome proprio (prosopo-agnosia), o anche delle cose e dei concetti, specialmente se si abusa della Programmazione Neuro-Linguistica, che aborre certe terminologie lessicali, le quali, a dire di quegli esperti, queste non corrispondono al realismo quotidiano (e banale, aggiungo io) delle cose della vita.

Forse, e questo è un mio contributo all’analisi del narcisismo vanitoso, anche quando si percepisce in qualche soggetto la falsa modestia, si è in presenza di una forma narcisistica. Una frase emblematica: “No, dai, non me lo merito – oppure – degli amici mi hanno chiesto di scrivere una autobiografia“.

Caro lettor mio, quanti narcisi conosci? Io non pochi e sto ben attento a non cader dentro a questo baratro senza fondo.

Filosofia pratica, Direzione spirituale e Psicoterapie

Tre modi per dire che ci si occupa dell’uomo.

Un corso seminariale per fornire agli studenti, con il metodo del confronto, le conoscenze di base, teoriche e pratiche al fine di utilizzare al meglio le discipline filosofiche e teologiche, sia sul versante teoretico, sia sul versante morale, per discernere strumenti e metodologie atte a una pastorale della vita, della persona e delle comunità, capace di interloquire con il pensiero contemporaneo, soprattutto nelle “crepe” della sua crisi individuale e sociale, e a indicare approcci di riflessione logica per un esercizio libero e cosciente dell’agire umano.

Sapienza e scienza, sophìa ed epistème, sono interdipendenti, per collaborare vicendevolmente nelle cornici della filosofia e della teologia, dove la prima, come insegnava Tommaso d’Aquino, è ancilla della seconda non nel senso gerarchico, ma in quanto è in grado di offrirle gli strumenti e i linguaggi teoretici e criteriologici, al fine di renderla più efficace: filosofia pratica, direzione spirituale e psicoterapie costituiscono gli ambiti della nostra ricerca seminariale accademica per quest’anno.

Ecco il testo-guida in Power Point

ISSR_Udine_AA2019_2020_Seminario teologico_filosofic

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