Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Solipsismus, arrogantia et autophilia (vel narcisismus vanitasque)

La chiusura in se stessi è un modo di rapportarsi al mondo, incapace di relazionarsi. In qualche modo, sia il solipsismo, sia l’arroganza, sia il narcisismo sono modi diversi di chiusura in se stessi.

 

De solipsismo

Il solipsismo (dal latino solus, “solo”, ma anche dal greco òlos, cioè “tutto”, e ipse, “stesso”: “solo se stesso”) è un lemma concernente la teoria filosofica secondo cui l’individuo umano, o persona, è l’unica realtà assolutamente certa, e vera, mentre il resto del mondo è concepibile solo come oggetto che si forma nella coscienza dell’individuo stesso. Si può dire che il più chiaro ed evidente inizio di tale dottrina è quella risalente a Renè Descartes, il quale rovesciò la nozione filosofica classica risalente al platonismo-aristotelismo, sviluppato in seguito da Agostino e Tommaso d’Aquino, di una realtà sussistente, anche in assenza di una consapevolezza di essa da parte del singolo essere umano.

Anche sotto il profilo morale (etico), per il solipsista la nozione di bene/ male è soggettiva, semplicemente adeguata agli interessi dell’io, oltre ogni regola.

Il solipsismo è chiamato anche egoismo oppure egotismo, quantomeno dal XVII secolo, quando il gesuita  Giulio Clemente Scotti nel 1652 scrisse La Monarchie des Solipses, autocritica dell’Ordine voluto da Ignazio di Loyola.

Nei Discorsi di Benares, il Buddha declina in questi due modi il concetto:

«Chi compie viaggi esteriori cerca la completezza nelle cose, chi si dà alla contemplazione interiore trova la sufficienza in se stesso»
«Senza uscir dalla porta/ conosci il mondo/ senza guardar dalla finestra scorgi la Via del Cielo/ Più lungi te ne vai meno conosci; Chi ostruisce il suo varco/ e chiude la sua porta/ per tutta la vita non ha travaglio/ chi spalanca il suo varco/ ed accresce le sue imprese per tutta la vita non ha scampo»

Descartes, iniziatore e campione del soggettivismo nella cultura filosofica occidentale (1596–1650), riteneva che l’unica cosa indubitabile per la ragione umana fosse l’esistenza del soggetto pensante, scrivendo nelle sue Meditazioni:

«Tutto ben ponderato bisogna concludere e tener fermo che questa proposizione io sono, io esisto, è necessariamente vera, ogni qual volta che io la pronuncio, o la concepisco mentalmente.»

Indubbiamente Descartes collocava la possibilità della conoscenza dentro un metodo (il Metodo) che pre-supponeva la consapevolezza dell’esistere soggettivo, per poter porsi la questione della conoscenza del… resto delle cose del mondo, persone, animali, vegetali e minerali. Di lì poi traeva la necessità dell’esistenza di Dio, stante che le cose conosciute indubitabilmente erano buone, complete e perfette. Da due punti di vista diversi e opposti lo criticarono Pascal e Hobbes. Sulla stessa pista teoretica troviamo anche Nicolas Malebranche e il vescovo George Berkeley, che portò alle estreme conseguenze il soggettivismo cartesiano con il suo “esse est percipi“, cioè “essere è essere percepito“, nient’altro.

Kant e Fichte non trascurarono il punto di partenza cartesiano, mentre Schopenhauer lo criticò attribuendo al solipsismo le caratteristiche di una malattia mentale, e ciò non è per nulla escluso dalla psichiatria contemporanea. Un certo tipo di solipsismo, che nulla ha a che vedere con il sentimento di solitarietà, prescelto da Heidegger e dal… sottoscritto, può essere invece l’ambiente della riflessione radicale, ospitando le attività più elevate dell’intelletto, ovvero del pensiero pensante (critico in quanto logico-argomentativo, che oggi manca alla grande), e dello spirito, con le sue attività intuitive. La solitarietà è una specie di solitudine ricercata, atta ad evitare la chiacchiera e il clamore inutile di molte parti e pezzi di mondo umano.

Edmund Husserl credette in un solipsismo creativo, atto a creare le condizioni della scoperta dell’Altro, mentre pensatori come Martin Buber e Emmanuel Lévinas riconoscevano nella scoperta dell’Altro una più profonda capacità di cogliere l’irriducibile differenza, non tanto dell’iopenso cartesiano, quanto dell’io, di un io però non vanaglorioso e superbo, bensì capace di cogliere la medesimezza di ogni altro io con il proprio.

Solipsista all’ennesima potenza ritengo si possa considerare Wittgenstein che sosteneva nel suo principale Tractatus logico-philosophicus la seguente sentenza: «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo»,  E se il linguaggio è povero, come spesso capita, caro Ludwig? Non è che io mi fermo nell’analisi del mondo alle conoscenza di Di Maio, nel senso che le ritengo valide, vero? Oppure sì? Ebbene, allora, ciò che si può conoscere è semplicemente ciò che può conoscere chiunque. Avvilente. Piuttosto, preferisco Rudolf Carnap, che ammetteva la validità del flusso esperienziale degli altri, quantomeno per analogia. Ecco che con l’analogia, vecchia di duemila trecento anni, torna in auge Aristotele (senza dirlo più di tanto), come riconoscono anche i neo-positivisti logici come Peirce, Whitehead, Russell, James e Santayana.

Veramente ogni tanto mi vien da penare che la filosofia contemporanea sia solo una serie di chiose del classici greci, di Agostino e del grandi scolastici. Più interessante è il pensiero gentiliano e severiniano di quello dei cosiddetti “analitici continentali” sopra citati. La metafisica è dunque tutt’altro che sepolta: l’ultimo tentativo solenne di considerarla morta fu quella di Kant, ma non vi riuscì.

 

De arrogantia

L’arroganza è l’arma preferita dai mediocri. Si tratta di un termine latino (arrogantia), derivante dal composto verbale ad-rogare, cioè chiedere in ambito politico (chiedere al popolo, ad esempio in un referendum) o notarile (vedi rogito), un qualcosa su cui non vi sono diritti… dell’arrogante, cioè del chiedente con impeto superbo e prepotente. Sono interessanti in tema gli approfondimenti del Bobbio.

L’arrogante è un insolente che non si perita di apparire sfacciato e presupponente di sé. La superbia ne è il vizio fomite come insegna la buona teologia morale, da Agostino, Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino (caput vitiorum, inizio dei vizi morali), perché suppone che il soggetto ritenga di possedere diritti e privilegi impropri e ingiusti, anche a scapito degli altri.

 

Nel diritto romano si riconosceva nel termine un’eccezione, quella di chiedere al popolo il di diritto di adottare una persona sprovvista di patria potestà. Darwin ebbe a scrivere:

«L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina. Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente dagli animali.»

 

De autophilia et de vanitate

In italiano, il termine latino autophilia, direttamente traslitterato dal greco (autòs, se stesso, philìa, amore) si può tradurre con narcisismo. Una sua versione conturbante e disturbante è la vanità.

Il narcisismo è un termine polisemantico che oscilla, nei suoi significati, tra un tratto di personalità, un tema culturale, ovvero un disturbo mentale. Se “confina” con l’orgoglio di essere persone valide e rispettate, non mai con l’orgoglio spirituale che coincide con la superbia, e perciò, nel primo caso, definibile anche come amor proprio attento al diritto di essere rispettati, si può dire legittimo.

Correntemente il narcisismo è ritenuto quasi sinonimo di vanità, e può appartenere anche a gruppi, e allora si può definire elitarismo. Da un punto di vista psicologico può essere, nel caso in cui sia moderato, un amore per la propria dignità personale, ma nel caso in cui sia eccessivo, coincidente con le forme peggiori di egocentrismo, fomite naturale dell’arroganza e della prepotenza.

Il termine “narcisismo” deriva dal mito classico di Narciso, molto conosciuto. La storia: avendo rifiutato l’amore della ninfa Eco, fu condannato a innamorarsi sempre e solamente della sua propria immagine riflessa nell’acqua, fino ad essere tramutato nel fiore omonimo.

Nella Grecia antica il narcisismo era ritenuto l’origine del sentimento di hybris, cioè una sorta di onnipotenza e di unicità radicale rispetto agli altri, per cui a chi ne è affetto sarebbe consentita qualsiasi decisione, qualsiasi cosa.

Nei nostri anni si sono occupati di narcisismo psicologi e sessuologi di vaglia, come Havelock Ellis, sostenitore del “narcissus-like”, cioè della sindrome narcisistica dovuta a una eccessiva attività masturbatoria, là dove ogni incontro con l’altro è insufficiente, per cui… Ma forse si tratta anche di altro, come proposto da Paul Näcke, studioso delle varie carenze della sessualità (perversioni?), o da Otto Rank, che preferiva analizzare il narcisismo sotto il profilo psicoanalitico, e così collegarlo alla vanità e all’auto-ammirazione.

Si interessò al tema anche Martin Buber: in Ich und Du (Io e Te) scopre che il narciso tratta gli altri come oggetti, non come “altri io”. Confesso che quotidianamente rifletto sulla lezione buberiana, esercitandomi a pensare agli altri come a degli “io”, pari a me. Tracce di narcisismo in me? Sì.

Un altro psicologo, David Thomas elenca alcuni tratti caratteristici del narcisismo: a) concentrazione su se stessi, b) empatia debole o quasi inesistente, c) difficoltà a provare vergogna e senso di colpa (nel senso buberiano di “senso della colpa”), d) difficoltà a distinguere se stessi dagli altri, e) altezzosità corporea e prossemica, f) antipatia per coloro che non li ammirano, g) uso delle persone a propri fini, h) millanteria, i) vanteria, l) incapacità di vedere le cose da altri punti di vista, m) incapacità di provare rimorso e gratitudine, come se tutto gli fosse dovuto per manifesta… superiorità, etc.

Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), che consulto spesso, trovo anche la distinzione fra narcisismo maligno e narcisismo benigno, oppure, secondo Freud, narcisismo primario e narcisismo protratto. Persone di questo genere sono in grande difficoltà nello sperimentale l’amore umano come intensificazione solidale (amor benevolentiae).

Quello primario è un narcisismo infantile, auto-erotico, che disporrebbe, sempre secondo il viennese, alla schizofrenia, mentre quello protratto nell’età adulta è un vero e proprio, pericolosissimo, ripiegamento dell’io su se stesso. Melanie Klein conviene con Freud su queste suddivisioni.

L’idealizzazione del sé, secondo Heinz Kohut (cf. Psiche, Einaudi, Torino 2007)  può portare anche anche alla distruttività di ogni relazione con l’altro, e alla costruzione di personalità borderline.

Una conseguenza attuale è il narcisismo digitale, che porta all’esibizionismo e a una sorta di “culto della personalità”, analogo, anche se meno pericoloso per gli altri, a quei culti ben conosciuti e studiati della storia recente (Stalin, Mao, Tito, in particolare, senza escludere i dittatori di destra, diversamente cultori della propria personalità, ma sempre con tratti innervati di eroismo e unicità).

Jean Baudrillard propone l’ideal-tipo di consumazione dell’immagine propria come negazione dell’alterità, in una sorta di annegamento nell’autoreferenzialità.

Il tipo “narciso” è anche un campione nel dimenticare (o nel far finta di farlo) i nomi delle persone, quasi non avessero diritto a un nome proprio (prosopo-agnosia), o anche delle cose e dei concetti, specialmente se si abusa della Programmazione Neuro-Linguistica, che aborre certe terminologie lessicali, le quali, a dire di quegli esperti, queste non corrispondono al realismo quotidiano (e banale, aggiungo io) delle cose della vita.

Forse, e questo è un mio contributo all’analisi del narcisismo vanitoso, anche quando si percepisce in qualche soggetto la falsa modestia, si è in presenza di una forma narcisistica. Una frase emblematica: “No, dai, non me lo merito – oppure – degli amici mi hanno chiesto di scrivere una autobiografia“.

Caro lettor mio, quanti narcisi conosci? Io non pochi e sto ben attento a non cader dentro a questo baratro senza fondo.

Filosofia pratica, Direzione spirituale e Psicoterapie

Tre modi per dire che ci si occupa dell’uomo.

Un corso seminariale per fornire agli studenti, con il metodo del confronto, le conoscenze di base, teoriche e pratiche al fine di utilizzare al meglio le discipline filosofiche e teologiche, sia sul versante teoretico, sia sul versante morale, per discernere strumenti e metodologie atte a una pastorale della vita, della persona e delle comunità, capace di interloquire con il pensiero contemporaneo, soprattutto nelle “crepe” della sua crisi individuale e sociale, e a indicare approcci di riflessione logica per un esercizio libero e cosciente dell’agire umano.

Sapienza e scienza, sophìa ed epistème, sono interdipendenti, per collaborare vicendevolmente nelle cornici della filosofia e della teologia, dove la prima, come insegnava Tommaso d’Aquino, è ancilla della seconda non nel senso gerarchico, ma in quanto è in grado di offrirle gli strumenti e i linguaggi teoretici e criteriologici, al fine di renderla più efficace: filosofia pratica, direzione spirituale e psicoterapie costituiscono gli ambiti della nostra ricerca seminariale accademica per quest’anno.

Ecco il testo-guida in Power Point

ISSR_Udine_AA2019_2020_Seminario teologico_filosofic

Blizzard

Un vento diverso da quello che sentì Elia (come si racconta nel biblico Primo Libro dei Re 19, 11-16). Il vento di Elia era quasi una brezza leggera, come la voce di Dio.

Il blizzard. Non può soffiare alle latitudini del profeta, ma molto più a Nord, là dove uomini intabarrati vincono la vita sopravvivendo in giornate brevi. Colà il freddo è crudele e le notti lunghissime. Anche una capanna di tronchi e un fuoco può bastare per la vita, e carne d’alce.

Raccontava lo zio Toni, emigrato in British Columbia, ai confini dell’Alaska. Il blizzard può alzarsi di notte, furtivo come un grizzly affamato, oppure di giorno, annunciandosi con brevi folate sempre più fredde e l’iscurirsi progressivo del basso orizzonte. I tronchi della foresta impediscono che lo sguardo umano penetri oltre le prime file dei fusti altissimi dell’abetaia già piena di neve. A volte il vento viene dal Minnesota e sale inesorabile verso il grande Nord.

Anche Dersu Uzala conosce quel vento e lo chiama per nome, nel suo antico idioma siberiano. Lo conosce da quando avi lontanissimi nel tempo attraversarono su piroghe coraggiose lo Stretto tra i continenti, fra Eurasia e Americhe, lassù nel Mare artico, esplorato da Vitus Bering di Danimarca, alla fine del Seicento. Qualcuno si era fermato alle Aleutine, per un periodo, isole sperse da Est a Ovest nell’Oceano mare. Per poi ripartire, alcuni verso Ovest, altri verso Est. Tant’è che i volti sono rimasti uguali, gli occhi fessure atte a sopportare l’infinito biancore della neve distesa fino all’orizzonte.

Oltre la latitudine dei ghiacci e delle nevi eterne vive il grande orso polare, più a Sud la tigre bianca, il cui spirito dialoga con Dersu. Come il vento. Anche il lupo vagola inquieto per i grandi boschi del Nord, forte del branco, in cerca di qualche ungulato. Uccelli neri nel cielo, corvi, forse. Per il resto un grande silenzio, ché i passi sulla neve si perdono in uno scalpiccio sommesso.

A volte mi pare che l’anima mia attenda il blizzard. E questo vento arriva, magari sulle note di Georg Philip Telemann o di Orlando di Lasso, una mattina qualsiasi, in un giorno del Signore. La quiete non basta.  Il blizzard interiore è come un dolore, è il dolore, quello che ti fa sentire vivo, nelle tue carni, e nel tuo spirito.

Quando il vento freddo del Nord si annuncia sempre più forte oltre gli scuri della capanna nella radura, è come quando il dolore arriva improvviso nel tuo corpo e ti mette in guardia. Così, come il boscaiolo o il cercatore d’oro che ha traversato lo Yukon o lo Jenisej per trovare qualcosa, si ferma a riflettere nella capanna per non farsi travolgere dal blizzard, chi è raggiunto dal dolore cerca una risposta al dolore, per combatterlo, per non farsi vincere, per andare oltre.

Come il cacciatore di pellicce si ferma nella capanna del cercatore d’oro, così l’uomo del mondo trovato dal dolore si ferma per poi ripartire sempre. E questo “sempre” è avverbio temporale che conosce le cose: il blizzard si fermerà dietro l’ultima fila di abeti neri che circondano la radura e il dolore scomparirà nel sonno o nel cammino, fino alla fine.

Le trombe di una musica antica annunciano il passo leggero della lince, che esce dalla tana in cerca di una preda, e anche la forza ritrovata dei muscoli vivi, oltre il dolore. Anche se il vento ha piegato gli alberi antichi della foresta, questi non si sono spezzati. Non si è spezzato l’uomo.

La pista è lunga tra gli alberi e oltre i fiumi, così come l’alternarsi del dolore e della quiete. Non sa il cercatore d’oro dove la pista lo porterà, se ad Anchorage o ai ghiacci del Mar Bianco, non sa l’uomo del mondo dove lo porterà il dolore. Ma il cercatore d’oro ha incontrato un cacciatore di pellicce, e l’uomo del mondo ha trovato parole di altri uomini e donne del mondo che gli hanno detto: “La pista è giusta, vai avanti, tieni duro, ché la notte sta finendo e l’alba si annuncia oltre le cime, oltre la cerchia di quelle montagne innevate“. A volte l’ira sopraggiunge come una fiera nel cuore dell’uomo dei boschi che nulla ha trovato, e nel cuore dell’uomo del mondo che fatica a procedere. Ma poi si perde nello sguardo e nel silenzio sopraggiunto.

Lo Spirito Santo, il Paraclito, veglia, sia sul cercatore d’oro, sia sul viandante per il mondo, che conosce il dolore e anche il primo accendersi dell’aurora.

I pessimi, i mediocri e la speranza

“Pessimo” è superlativo assoluto di “cattivo” oppure di “malo” e, nella scala Likert (cf. R. Likert, 1935 ca) si trova all’ultimo posto corrispondendo a 1 in una scala di 5 che va, appunto, da “pessimo” a “ottimo” o “eccellente” (superlativo assoluto di “buono”), cioè 5, passando per “mediocre” (2), “medio” (3) e “buono” (4).

In docimologia, cioè nella metodologia scientifica della valutazione delle prestazioni, utilizzata nei luoghi di lavoro, e utilizzabile anche  a scuola e all’università, la “scala Likert” si connette bene con gli item, o criteri che ogni ambiente applica. Ad esempio, nel luoghi di lavoro io utilizzo, incrociandoli con i numeri della scala citata i seguenti: a) atteggiamento, b) conoscenze, c) potenziale, d) inseribilità.

In un esame delle superiori o universitario, ad esempio, si possono utilizzare concetti come “atteggiamento”, “preparazione specifica”, “qualità dell’esposizione”, “curiosità”, etc.

Valutare le persone è dunque non semplicissimo. I politici, però, sono talmente visibili che non risulta molto arduo esprimere un giudizio su di loro, sempre che si sia ben documentati sul loro agire e su come e cosa dicono, e che si conosca un minimo di… docimologia, altrimenti si fanno chiacchiere o si proferiscono insulti, come si sente a La Zanzara su Radio24 (che si vergognino, e il peggiore è Parenzo, maschera dell’ovvietà di sinistra).

Pertanto, con una certa tranquillità mi cimento in una valutazione di quell’ambiente e dei loro principali soggetti attuali, che si caratterizzano per una mediocrità desolante e diffusa, sia da un punto di vista culturale, sia da un punto di vista di capacità politiche.

Parto dal primo personaggio, che per me è insopportabile. Esaminerò, di lui e dei successivi tre le espressioni del volto, la prossemica, il timbro vocale e il linguaggio. Specifico subito che il loro voto finale oscilla fra 1 e 2, ma più prossimo all’1:

Salvini: le espressioni, accentuate dal baffo arcuato, tendono ad essere sempre sprezzanti; la prossemica è cameratesco-amical-popolana (non populista!); il timbro vocale, da tenore secondo, è sicuro e marcatamente assertivo (sembra voler dire “quel che dico è la verità“); il linguaggio è volutamente greve, spesso minaccioso, declaratorio, banale, semplice nella sua ripetitività;

Di Battista: le espressioni, tipiche del bullo di semi-periferia, stanno a mostrare l’auto-consapevolezza di essere, nell’insieme, un “bellu guaglione“; la prossemica è ciondolante e annoiata; il timbro vocale… qualsiasi; il linguaggio idem, e si caratterizza per banalità concettuali e logorrea ripetitiva;

Di Maio: le espressioni mostrano la tendenza (anzi il bisogno) di un continuo atteggiarsi, dovuto all’imbarazzo di una inadeguatezza interiore e tormentosa; la prossemica è da leader acclarato, ma poco convinto di sé; il timbro vocale vernacolo; il linguaggio povero sotto il profilo lessicale e inadeguato per grammatica e semantica;

Renzi: le espressioni sono quelle classiche del prepotente, capace di far finta di interessarsi all’altro; la prossemica è da primo della classe, senza  se e senza ma, fastidiosa; il timbro vocale falso intellettuale con incespicamenti dovuti a una cultura raffazzonata; il linguaggio è un pot pourrì di battutismo giovanilistico e furbescamente corrivo.

Da Conte in giù e a latere vi è un coacervo di mediocri, che mi annoierei e annoierei troppo il gentil lettore, se indulgessi in successive analisi. Qualche nome? Marcucci e Orlando del PD, l’iraconda Lezzi e l’incomprensibile Bonafede dei 5S, la Gelmini di Forza Italia, anche se se la tira in una impari competizione con la Bernini (e non che questa sia una fuoriclasse) e soprattutto con la Carfagna, la Meloni, che non commento. Insopportabile il campano De Luca del PD, così come lo sta diventando Franceschini. Di Lotti e della Boschi ho un’opinione non buona. De Berlusconi necesse non est dicere, quia nimis per annos diximus.

Personaggi di discreto o buon valore li troviamo qua e là: Zaia della Lega, forse Bonaccini del PD. Mi sfuggono certamente altri, che si salvano. La maggioranza, comunque, utilizzando lo schema proposto all’inizio è di imbarazzante mediocrità.

Ora una amenità: nei miei vari lavori incontro professionisti di tutti i tipi e competenze, cercando di smascherare i cialtroni e i guru senza arte ne parte. Molti miei contatti, anche amicali, sono con psicologi, per vicinanza operativa, talora: anche tra questi bisogna distinguere. Dico con piacere che la maggior parte di loro è costituita da persone intelligenti e preparate, ma c’è qualcuno che stona e stroppia: i fanatici della Programmazione Neurolinguistica, di matrice americana (cf. Grindner, Dilts e il famigerato Bandler). Bene, una di costoro una volta mi apostrofò perché in una conferenza mi ero un po’ intrattenuto sul concetto di “speranza” che, secondo lei, andrebbe abolito dal lessico comune. Addirittura. Stavo spiegando al pubblico che la speranza è, sulla base delle dottrine antropologiche classiche, sia passione sia virtù. Se come virtù possiamo considerarla concetto teologico cristiano, facente parte della triade con la fede e la carità, e quindi non impegnativa per i non credenti, in quanto passione fa parte dell’elenco delle passioni, come da classificazione aristotelica (le 11 passioni fra cui 5 contrapposte e l’ira in solitaria), peraltro accettata anche dai pensatori successivi e anche grosso modo dalla psicologia moderna, che magari preferisce chiamarle emozioni.

Ho detto a questa “dottoressa” che “una vita senza speranza è… disperata. Le basta, mia cara?”

Ebbene, io ho speranza che l’analisi di cui sopra, con il contributo delle generazioni più giovani, cambi.

Eventualmente chiederò di aggiornarla a qualche mio allievo.

Lo spazio/ tempo dell’anima, nell’anima

Si può dare ragionevolmente una riflessione come quella suggerita dal titolo? Spazio/ tempo oramai da un secolo circa è diventata una nozione conosciuta e diffusa. Più o meno dalle ricerche di Einstein. Il concetto si riferisce, come è noto, al cosmo naturale, all’universo mondo, alla sua spazialità, ma non solo: la novità einsteiniana è infatti dovuta alla correlazione dello spazio con il tempo. Per millenni le due dimensioni o categorie (Agostino, Kant, Bergson, tra altri) sono state tenute separate, disconnesse, autonome: il tempo come nozione lineare del trascorrere della vita umana, delle stagioni, delle unità di misura e dei suoi multipli/ sottomultipli di questo “trascorrere”; lo spazio come nozione visibile, fisica, della distanza tra gli oggetti, sommata alle loro dimensioni.

Bene: se spostiamo la nostra attenzione alla dimensione “pneumatica”, spirituale o trascendentale dell’anima, è possibile usare le stesse categorie concettuali? Può darsi una spazio/ temporalità dell’anima e nell’anima? In altre parole, vi può essere movimento nell’anima, pur attribuendole la semplicità (cf. Fedone – Platone) che la rende immortale? Addirittura vi è qualche pensatore che pensa le anime come create ab aeterno da Dio stesso (Induismo classico, il primo Origene, etc.), superando la stessa immortalità.

Di solito il movimento è legato alla generazione e alla corruzione dei corpi, cioè alla nascita e alla morte. Ma l’anima non è un… corpo, pur essendo la forma-sostanziale-del-corpo (Aristotele-Tommaso d’Aquino), ragion per cui di essa non si può dare generazione e corruzione, ma solo creazione ex nihilo e vita. Vita.

L’anima, dunque, anima l’essere umano e anche, se vogliamo, per estensione, ogni essere animato e animale. San Girolamo era convinto che nella visio beatifica ogni uomo avrebbe ritrovato l’affetto degli animali che in vita gli avevano fatto compagnia. San Girolamo animalista.

Se nell’800 i medici patologi di stampo positivista scherzavano sul fatto che dalla dissezione dei cadaveri non uscivano spiritelli fantasmatici, avendo essi credenza solo nella corporeità materiale, oggi la fisica sta scoprendo dimensioni che non si possono più studiare solamente con i mezzi induttivo-deduttivi della scienza galileiana. Il principio di indeterminazione di Heisenberg e Planck ora è rinforzato da sempre nuove teorie sull’universo e sulle forze che lo tengono-insieme, molte delle quali sfiorano concetti metafisici. Alla faccia dei detrattori della metafisica di tutti i tempi e luoghi. Su questo, ad esempio, anche il pur acutissimo e spiazzante Wittgenstein sembra quasi infantile, nelle sue asserzioni più radicali del Tractatus Logico-Philosophicus, ad esempio quando scrive che si deve tacere sulle cose che non si conoscono. Certo, sono d’accordo, specie in tempi nei quali troppi pontificano a vanvera sul media e sul web, ma anche dal vivo in piazza e altrove, ma… il buon Ludwig concederà che vi possano essere barbagli di verità e di mezze ragioni nell’incipit di ogni ragionamento, specie se illuminato da un’intuizione, o no? Un esempio può essere quello della sequenza di Fibonacci, che il buon Leonardo di Bonaccio chiarì qualche secolo fa, individuandone le tracce nella natura stessa del vivente. Infatti, ogni dottrina che poi sia attestata e confermata per prove ed errori, come insegnano Galileo e anche Popper, inizia faticosamente a dipanarsi, quasi balbettando, e poi si chiarisce e si presenta con la credendità di una tesi supportata non solo da assiomi, ma anche da prove.

L’anima, dunque, pare muoversi in un suo “spazio-temporale” e in questa dimensione vive sviluppando la vita fisica, psichica e spirituale di ogni essere umano.

Non avrei paura dell’anima spirituale che gli anatomopatologi non riuscivano a trovare, ma la riterrei l’aggancio fondamentale per muoversi, individualmente e collettivamente, verso una sempre maggiore conoscenza (o “canoscenza“, se vogliamo citare il padre Dante) della realtà e delle possibilità operative dell’umana intelligenza, che è un “guardare-dentro” (lat. intus-legere) le cose, per uscire poi (exitus et reditus) a spiegarle, o almeno a comprenderle.

Colori d’autunno

In questi primi di novembre, ora che l’autunno non si nasconde più, son esplosi i colori.

Davanti alla finestra trascoloran le foglie dal verde intenso dell’estate a tutti i cromatismi del giallo, dell’ocra e del marrone tenue. Altri alberi si presentano con il rosso tra foglie ancor di verde iridescenti o quasi. Parto. La strada si snoda verso Sud, poco è il traffico.

Dugent’anni fa il piccolo conte di Recanati scriveva di interminati spazi e sovrumani silenzi. Gli stessi che ved’io quest’oggi, giornata immensa di colori, un giorno di novembre tra altre innumerabili. Anche io ho siepi alte che interrompono il guardo, ma oltre so che si distende l’infinito. Perché i miei occhi coglier non posson che il finito.

Ebbene, anche se così è, le cose cambiano, come canta Robert Zimmermann da Duluth, The Times They Are A-Changing,  Giornata rara nel mezzo del ventoso autunno.

E mentre pedalo, questa volta mi sovvien Pitagora, con i suoi teoremi eleganti, ed Euclide, e poi Eulero e Leonardo di Bonaccio, detto il Fibonacci, e la sua sequenza 1,1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34…, e la sua rappresentazione naturale nei fiori, nelle conchiglie, nelle galassie a spirale, come Andromeda. La bellezza.

Ma anche Goedel, che scriveva “Tutto è matematizzabile, salvo… questa frase“. Il professore Kurt sapeva che, se il numero è – pitagoricamente – la misura di tutte le cose, ve ne sono altre che non ricadono sotto questa misura. Come il concetto di Dio, come l’amore, come la speranza, come il dolore…

Nel silenzio di Dio della campagna, lo sento sussurrare dentro di me, e mi attutisce i dolori, Lui agisce senza farsi accorgere, e parla come racconta il Primo libro dei Re, al capitolo 19, al crudele profeta Elia, come brezza leggera. Se sia il Signore di Tutto, non lo so. Eppure nessuna bellezza è per caso.

Resta l’eco dei passi arcani della madre giovane, io piccolo, infebbrato, per le scale. Resta. E poi la lontananza del padre. Perduto per boschi del Nord. Dove dormiva. No, non è uno strazio, è dolore leggero come quello delle vertebre, di mattina. Resta un poco e poi se’n va, lontano, a nascondersi dietro ontani e olmi a picco su acque. Boschi di ripa già pieni di colori.

Andare per strade stamane con il pensiero che – vagulo e blandulo – si perde in cerca della sua sorgente, e torna e torna, andandosene.

Passa il dì dei morti, e la festa antica del Paese, mescolato ai gialli frutti di Halloween, falsa festa mericana, vera festa del barbaro locale, il Celta che mi ha lasciato sangue assieme al Turco, venuto in arme mezzo millennio fa per mie contrade.

Ogni cosa si dipana nel tempo vero, che è solo sentimento, non mai, ore, minuti, giorni, mesi, anni, che non esistono. So che ha ragione Agostino: il tempo vero è il presente, l’unico, ragione anche più del matematico di Ulma, nato sulle sponde del Danubio. Ebreo, fratello del Numida, convertito a Cristo. Io sono il Celta e il Turco che mi dettero il sangue, io sono mio padre e mio nonno, e quel Mattia di fine ‘400, che aveva il mio cognome.

E vengo da lontano. E vado, e andrò.

Tornerò finché potrò lungo le strade silenti, che stanno a lato del Gran Fiume di sassi e acque misteriose, interrate.

Neppur tanto stanco son per via di casa.

I’m (also) knockin’ on heaven’s door.

Non so io, e nemmen mi chiedo che sarà domani.

Felice Gimondi, il Tour più bello

Caro Felice,

ero ragazzino nel ’65 quando quel Tour, pronto per Vittorio Adorni o, finalmente, per Raymond Poulidor, veniva vinto da te, un ragazzo che non avrebbe neppure dovuto esserci. Adorni aveva appena vinto benissimo il Giro d’Italia, ed era il primo favorito, e Pou Pou voleva rompere l’incantesimo che fino ad allora l’aveva visto quasi sempre secondo, spesso dietro a Jacques Anquetil, purosangue normanno. E invece a Parigi in giallo arrivasti tu, il ragazzo di Sedrina, il figlio della postina del paese. Erano anni di grandi campioni, in attesa di Merckx. In Italia stava crescendo con grazia Gianni Motta, Aimar in Francia, Ocana in Spagna, Jan Janssen in Olanda, Rudy Altig in Germania, ma tu avresti fatto di più di costoro.

Devo dire che allora tu non mi scaldavi troppo, perché troppo dimesso nel linguaggio, nei modi. Io ero un ragazzo-criceto, allora come ora: il tuo parlare strascicato mi faceva pensare: “dai, dì, muoviti“, e tu ti muovevi, sì, ma in bici, benissimo.

Eri resistente, fortissimo su ogni terreno. A cronometro andavi liscio ed elegante, come Jacquot, l’Anquetil che era quasi imbattibile nella specialità; in salita andavi del tuo passo tremendo, senza scatti, come oggi riesce a fare forse solo Bernal: diversissimo da Pantani e Contador. Anche in volata te la cavavi, specialmente quando la corsa era stata dura e bisognava supplire con la capacità di sofferenza al calo delle forze. Ricordo il mondiale del ’73 a Barcellona, quando io ti davo per terzo o quarto, dietro Maertens, Merckx e anche Ocana. E invece vincesti con l’ultimo colpo di reni. Ti ricordo alla Roubaix del ’66, coperto di fango: te ne eri andato sul pavé dove tutto il corpo trema e le giunture scricchiolano mentre le ruote ballano tra le pietre. Lì bisogna spingere proprio quando penso venga la voglia di scendere di sella e sedersi su un paracarro. A me è capitato una volta sulla salita della vecchia strada per Barcis, prima dell’ultima galleria, di fermarmi per riposare, perché avevo il cuore in gola e dolori ovunque.

Ricordo il tuo modo di rispondere ai cronisti, che ti infilavano il microfono fino in bocca, come fosse un gelato e tu, con un piccolo moto di ritrosia, ti portavi alla giusta distanza dalla loro invadenza. Dezan più di tutti, curiosi, insistenti, insinuanti. “Eh, Felice – tutti del tu ti davano, perché eri un semplice ragazzo di provincia – forse dovevi attaccare su quel tornante o prima, per non essere raggiunto“. Bello fare i saputi con il culo (sempre dolorante al soprasella, io ne so qualcosa) e le gambe degli altri.

Poi ti ricordo quando hai accompagnato alla vittoria al Tour nel ’98 il tuo figlioccio Marco Pantani, ancora e per sempre presente nel mio, nei nostri cuori. Tutt’altra persona rispetto a te: inquieto, nervoso, sensibile in modo evidente. Quanto tu riuscivi anche nascondere le emozioni, tanto lui ce le mostrava, con il suo sorriso triste e un’ironia sommessa, ultimamente scivolata nel sarcasmo e in una infinita tristezza.

Un poco ti ricorda Vincenzo Nibali, anche lui sobrio, resistente, capace di sopportare il dolore e il fatto di non potere vincere sempre. Lui non ha avuto un Merckx contro, ma diversi, eppure è lì che resiste, ancora competitivo, un po’ come te, che vincesti a 34 anni il Giro d’Italia del ’76.

Semplice, del popolo bergamasco, filosofo naturale per come affrontavi le cose, le vicende della tua professione, le vittorie senza mai esaltarti e le sconfitte senza disperarti.

Mi è piaciuta la tua idea che Merckx nel ’76 abbia concluso il giro per onorare la tua vittoria. Ci sta, te lo sei meritato, tu, più sincero di altri anche qui citati, silenziosamente forte, fortemente silenzioso. Mandi Felìs, a riviodisi

L’oscura, silente, benefica presenza

Anni fa, caro lettore, pubblicai il pezzo che qui riporto, tale e quale. Mi sembra sia il tempo e le circostanze giusti per proporlo a una rilettura, si vis.

Nei giorni di ciascuno, quando il silenzio ci aiuta nella riflessione interiore, quando si riesce ad abbandonare lo strepito quotidiano, sorge dalle profondità dell’anima un fiotto irrefrenabile, come una colata di lava incandescente, come un torrente reso turbinoso dalla piena. Pensieri, rimorsi, ipotesi, pentimenti, moti d’ira raffrenati, intuizioni .. e poi é come se, su tutto questo materiale confuso, si ergesse un giudice pacato e severo: la nostra coscienza. Per giorni, settimane, mesi, a volte anni, essa tace, avvolta nell’oscurità dell’anima, nel torpore di una volontà ferita, ma a un certo punto essa riemerge, senza prepotenza, senza iattanza, in punta di piedi, quasi per non disturbare. E allora lentamente illumina l’ombra profonda che c’è dentro di noi, prima con barlumi infinitesimi, che ci permettono di intravedere qualcosa, e poi con sempre maggiore vigore ci mostra la nostra condizione. Fino a che non riusciamo a vedere con chiarezza ciò che prima era avvolto dalle caligini, avviluppato dalle panie della nostra cecità. Ci mostra il male che è dentro di noi, la nostra superbia e la nostra cupidigia, madri maligne delle cattive azioni che abbiamo compiuto. Siamo stati superbi e dunque abbiamo smesso di ascoltare, di imparare, di avere attenzione per noi stessi e per gli altri, travolti da quella che pensavamo fosse una vera, sana attenzione per noi stessi. Siamo stati cupidi e dunque abbiamo desiderato per noi beni sbagliati, finiti, disordinati, pensandoli adatti alla nostra vita. Abbiamo messo la sordina alla retta ragione scambiando il male con il bene.

Come impostare allora la vita, allorquando, alla fine di un lungo tunnel male o punto illuminato, si trova la via d’uscita? Non certo pensando di avere sconfitto tutta l’umana fragilità che è in noi, che ci costituisce, almeno parzialmente. Essa è parte non  eliminabile della nostra struttura personale, e ci rende cagionevoli, bisognosi di aiuto. Essa è uno specchio nel quale ritrovare la via dell’umiltà, che si oppone alla superbia come il bene al male. Il problema che ci sta di fronte è come riuscire ad armonizzare ricomponendo le nostre straordinarie facoltà di esseri intelligenti, cioè come ricostruire la nostra identità creaturale.

Lo sforzo è grande e non privo di incertezze, cadute, ripensamenti, stanchezza. La perseveranza è la virtù da invocare e praticare. Proprio quando sembra che non ce la facciamo, che l’impegno sia troppo grande, smisurato, allora capita che ci accorgiamo di avere fatto un passo avanti, magari impercettibile. Ciò che fino a qualche tempo prima ci pareva nebuloso e incerto, comincia a stagliarsi alla nostra coscienza con un certo nitore.

Ecco: la cosa giusta da fare è questa. Lì mi stavo sbagliando.. La coscienza non ha voce stentorea, più spesso fa fatica a varcare la soglia della nostra percezione interiore, perché siamo affannati a fare mille cose, frastornati da innumerevoli interessi e incombenze. E non ci mettiamo in ascolto.

Ma la voce (la coscienza) è resistente. E capace di emergere nei momenti di silenzio, quando finalmente fermiamo il nostro attivismo e ci predisponiamo al riposo. Occorrerebbe andarle incontro ogni giorno. Donarsi momenti di contemplazione e di cura del nostro spirito, fermandoci a osservare le cose, gli altri, il mondo, ma da fermi. In silenzio. E valutare le nostre azioni, soppesarle, confrontarle, chiedendoci se sono state congrue con il nostro esistere, se sono state buone, per noi e per gli altri.

I credenti di tutte le religioni e i seguaci di tutte le etiche dei valori lo chiamano esame di coscienza, o giù di lì, ciò che è il solo modo che permette a quella presenza avvolta nella nostra oscurità interiore, di uscire dalla latenza cui spesso la costringiamo, per illuminare finalmente la nostra via di una luce pura.

E’ dunque nella mia coscienza che si fa presente, in qualche modo, la normatività morale. La intendiamo qui dunque come

quell’atto della ragione pratica che, alla luce dei primi principi del bene, della scienza etica e dell’esperienza personale illumina il soggetto su ciò che deve fare o evitare hic et nunc nella sua personalissima e irripetibile situazione.”[1]

Il giudizio etico della coscienza è allora la norma prossima della moralità e dell’obbligazione di una determinata azione dell’agente razionale (l’uomo).

E’ a questo punto che dovrebbe scattare, quell’atto che Aristotele chiama proàiresis, cioè la decisione per il bene proprio dell'”ente”, il quale dovrebbe essere riconosciuto quasi per connaturalità, per simpatia, per esercizio di retta ragione.[2]

Un’altra questione concerne il rispetto dovuto alla coscienza erronea. Per coscienza erronea si intende quell’atto di coscienza che non persegue il fine dell’ente secondo la sua propria natura, ma non per cattiva volontà, piuttosto per una qualche forma di ignoranza momentaneamente invincibile. Nonostante tale atto sia erroneo, esso va rispettato, fino a che un approfondimento illuminato dalla retta ragione non porti il soggetto a cambiare la propria decisione. 

Un suggerimento ai politici attuali: leggete questo pezzo, leggete, leggete…

 

[1] Cfr. POPPI A., Per una fondazione razionale dell’etica, Studium, Padova 1994.

[2] Cfr. TOMMASO d’Aquino, De veritate, q. 17, a. 1.

Le vie dei canti e le vie dei santi

…ovvero le strade dei sogni. Bruce Chatwin, viaggiatore, le ha raccontate, le pietre e la polvere e i boschi del cammino aborigeno. Un percorso iniziatico, via spirituale, dove l’importante è l’andare non la meta.

Io pure sono un viaggiatore, anche se non sono ancora stato in Patagonia e in Australia.

Nato a Sheffield nel 1940, Chatwin studia nel Wiltshire al Marlborough College, ma lavora nel contempo alla casa d’aste Sotheby’s, dove si distingue per sensibilità estetica. Riprende gli studi all’università di Edimburgo in modo non regolare e pagandosi gli studi con il lavoro. Viaggia: in Afghanistan  in Africa, itinerari nello spazio e nel tempo che lo ispirano. Comprende il valore antropologico del viaggio e il valore relativo della proprietà: il viaggio è la vita mentre la proprietà è la sicurezza egoista. Io vivo – ben felice di ciò – in affitto, da sempre.

Nel ’73 è assunto dal Sunday Times Magazine come consulente di arte e architettura, ove lavorando sviluppa la sua narratologia. Ancora viaggia, in Cina, in India e in Unione Sovietica, intervistando personaggi come Ernst Jünger, Indira Gandhi, André Malraux e Nadešda Mandel’štam. Gli viene il desiderio di andare in Patagonia dopo averne visto una mappa nello studio dell’architetto Eileen Gray. Vi rimane sei mesi e scrive un famoso reportage, che segna un po’ il suo destino di narratore.

Studia la tratta degli schiavi conoscendone le vicende dall’Africa al Brasile, ispirando il film di Werner Herzog Cobra verde.

Si ammala di Aids  e muore a Nizza a quarantotto anni. Ars longa vita brevis.

Le vie dei canti è il suo lavoro maggiore, ispirato in Australia, dove va per studiare la tradizione aborigena, secondo la quale il percorso iniziatico della crescita dell’uomo è connotata dal viaggio e da canti di sapore esoterico, che si tramandano di generazione in generazione e contengono leggende genesiache, storie personali di grandi antichi.

Perché Chatwin mi interessa? Che ha a che vedere con me e la mia vita? Perché il suo, come il mio, è un Itinerarium mentis in hominem, parafrasando Bonaventura da Bagnoregio, il quale scrisse l’Itinerarium mentis in Deum, che in un passo, prima commentato, recita… “A differenza del vagabondare ozioso o del riposante passeggiare, l’itinerario esige un cammino impegnato e orientato che trae significato dalla meta verso cui si muove. All’inizio quindi della nostra ricerca dobbiamo fissare l’attenzione sul traguardo finale del cammino bonaventuriano come ci è dato conoscerlo dalla esplicita dichiarazione dell’autore stesso: «Mentre dunque, io peccatore, sull’esempio di S. Francesco di cui sono indegno settimo successore nel governo dell’Ordine, anelavo con tutta l’anima la pace, il Signore mi ispiro di ritirarmi nella tranquilla solitudine del monte della Verna» (2)”.

Anche a me piacciono le solitudini, aspiro alla solitarietà, che è cosa differente dalla solitudine. E’ un perdersi ritrovandosi o, viceversa, è un ritrovarsi perdendosi.

L’argomento mi fa far memoria di un caro amico, il dottor Giancarlo Re, uomo di marketing, umanista classico e mio editore di un libro per me importante Il viaggio di Johann Rheinwald, mancato qualche anno. Tra i suoi lavori editoriali non dimentico Le vie dei santi, dedicato al molteplice “santorale” friulano, presente nelle innumerevoli chiesette votive ed edicole sparse in tutta la picjule Patrie. Con lui, come con Chatwin, bello è stato il procedere per terre e distese prative, ai piedi dell’arco Prealpino e in mezzo alle torri straordinarie di dolomia, accanto allo sciabordio delle onde marine e in riva a placidi laghi riflettenti natura e vita. Canti e santi, canti dei santi, e santi cantati nel tempo e nella storia degli umani, che ogni tanto si ricordano di essere spiriti incarnati.

Del silenzio

Prosasticamente, per parlare del silenzio si può dire che esso è assenza di vibrazioni acustiche. La persona cinica, superficiale, banalizzatrice potrebbe anche fermarsi qui. Quanti ne conosco di cinici, superficiali, banalizzatori! A tutti i livelli sociali e in tutti gli ambienti: per costoro il silenzio è solo assenza di rumori, siano essi sgradevoli come quello di un taglia-erba alle due del pomeriggio di un assolato giorno d’estate, siano i violini del Preludio all’Atto terzo del wagneriano Lohengrin, che paiono venire dal nulla divino-cosmico e tornare nel nulla medesimo.

Ricordo un mio passeggiare per il chiostro del convento di san Domenico a Bologna, sede da tempi immemorabili dello Studium Theologicum Philosophicum (dove mi accostai all’alta teologia, sulle orme di Tommaso d’Aquino e di Girolamo Savonarola): era tarda primavera e non c’era nessuno, o niuno – per dir meglio – e, a un certo punto comparve il padre Bernardo, insigne biblista, lo salutai e non mi rispose, ma mi disse “Renato, ti ho già salutato prima“. Economia sì, ma non energetica, bensì spirituale. Niente vada sprecato. Quanto si indulge oggi nei saluti fatti sempre, o quasi, di noiosissimi “come stai?” (l’how are you anglosassone, domanda apparentemente gentile, ma di sicuro disinteresse umano e completamente an-empatico). Lo ho scritto altrove, e non una volta sola, e qui lo scrivo di nuovo, senza tema di stancare alcuno dei miei cari lettori e neppure me stesso.

Leggo di un esperimento fatto con alcune persone in una camera anecoica (senza rumore): dopo circa tre quarti d’ora alcuni manifestavano inquietudine e l’esigenza di essere fatti uscire, per sentire di nuovo il rumore del mondo. Sembra che questo rumore sia oramai entrato nella struttura antropologica, fisica e psichica degli esseri umani. Proviamo a pensare a una notte paleolitica e ai suoi rumori, a qualche uccello notturno, al frusciare dell’erba o delle foglie, a qualche sussurro misterioso nella macchia, a un serpente o a una fiera in agguato, e alla famigliola dentro la caverna con il fuoco custodito dal maschio e la donna in fondo su un letto di foglie secche con i bimbi. Ogni rumore, ogni suono poteva rappresentare qualcosa, molto spesso di sconosciuto e pauroso, in quanto sconosciuto.

Oppure il silenzio dei monti, che molte volte ho sperimentato, gli echi lontani di cascate e di frane, rimbombi di tuono oltre le cime visibili, il rifugio ancora lontano: ecco, lì il suono o il rumore hanno un significato, e suggeriscono, ad esempio, di affrettarsi verso un riparo. O come quando in bicicletta si attraversano piccoli borghi rurali addormentai nella luce del meriggio, e s’odono solo indefinibili abbaiar di cani come un borborigmo sordo e non di latrato, o i rintocchi dell’ora dal vetusto campanile.

Ma il silenzio e o la sua assenza non riguardano solo l’apparato uditivo. Tutto l’uomo, tutto l’essere vi è coinvolto, perché le vibrazioni acustiche penetrano nell’anima, così come la loro assenza. Gli spot televisivi o quelli quasi obbligati del web, quando cerchiamo qualcosa che ci interessa, il sistema ci “impone” di vedere anche altro, al di sopra e prima di ciò che ci interessa, studiato e messo in rete da spietati algoritmi che ci studiano ogniqualvolta accendiamo lo smartphone.

Questa assuefazione al rumore diventa una sorta di “disabitudine” al silenzio, che diventa pauroso e insopportabile. Di contro, se vogliamo pensare al mondo o anche a noi stessi, abbiamo bisogno di silenzio. Il silenzio è indispensabile per auscultare la nostra interiorità, come insegnavano i grandi antichi maestri di spiritualità e, tra questi (da poco ho quivi scritto di lui) Meister Eckhart da Hockheim. Oppure leggiamo i poeti, il Leopardi de L’infinito (l’ermo colle è senza dubbio silente), e il D’Annunzio de La pioggia nel pineto, dove l’inizio è imperativo: Taci.

Nella camera anecoica si possono “sentire” solo i rumori interni del proprio corpo, il battito del cuore, le sistole e le diastole dei polmoni, il lavorio intenso degli intestini, che possono anche provocare l’esigenza di creare sgradevoli emissioni, rumorose, pardòn. Il mio lettore perdonerà la vicinanza di queste espressioni con la citazione della somma  poesia, ma questo e così è l’uomo.

E i pensieri, poi, “fanno rumore”? Non propriamente, ma interiormente sì, se è vero che nell’uomo interiore abita la verità (Agostino), perché la verità fa-rumore, eccome. La vita fa-rumore.

Direi che il silenzio e il rumore possano essere i segnali della vita, specialmente se non si riesce a sopportarli, specie se si ha bisogno del rumore per cacciar via il vuoto del silenzio spaventoso, o se si ha bisogno solo del silenzio perché ogni rumore, suono o parole ci mette in ansia. Molte nevrosi sono legate al rapporto fra silenzio e rumore, così come le culture che trattano diversamente le due situazioni.

Il silenzio e la pausa, poi, sono parte integrante della musica, di tutte le musiche, da quelle andine a Luigi Nono, da quelle delle isole Andamane a Mozart e a Rossini.

Al capitolo XVII della Santa Regola benedettina, il silenzio è trattato come virtù del monaco. Leggiamola insieme:

1. I monaci devono custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte. 2. Perciò in ogni periodo dell’anno, sia di digiuno oppure no, si procederà nel modo seguente: 3. se non si digiuna, appena alzati da cena, i monaci si riuniscano tutti insieme e uno di loro legga le Conferenze o le Vite dei Padri o qualche altra opera di edificazione, 4. ma non i primi sette libri della Bibbia e neppure quelli dei Re, perché ai temperamenti impressionabili non fa bene ascoltare a quell’ora i suddetti testi scritturistici, che però si dovranno leggere in altri momenti; 5. se invece fosse giorno di digiuno, dopo la celebrazione dei Vespri e un breve intervallo, vadano direttamente alla lettura di cui abbiamo parlato 6. e leggano quattro o cinque pagine o quanto è consentito dal tempo a disposizione, 7. perché durante questo intervallo della lettura possano radunarsi tutti, compresi quelli che fossero eventualmente stati occupati in qualche incombenza. 8. Quando saranno tutti riuniti, dicano insieme Compieta, all’uscita dalla quale non sia più permesso ad alcuno di pronunciare una parola. 9. Chiunque sia colto a trasgredire questa regola del silenzio venga severamente punito, 10. eccetto il caso in cui sopraggiungano degli ospiti o l’abate abbia dato un ordine a un monaco; 11. ma anche in questa eventualità bisogna procedere con la massima gravità e il debito riserbo.

 

Uno splendido film del 2005 tratta il tema descrivendo la vita monacale della grande Chartreuse di Grenoble. Una bella traccia dal web vale la pena riportare integralmente.

“In un tempo di cinema chiassosamente sonoro, che tutto riempie e trabocca, diventa necessario sperimentare il silenzio. Quello grande e silente “registrato” nel monastero certosino de La Grande Chartreuse, situato sulle montagne vicine a Grenoble. A salire sulle Alpi francesi con la macchina da presa è stato il regista tedesco Philip Gröning, che per diciannove anni ha cullato il desiderio di realizzare un documentario sulla vita dei monaci e sul tempo: quello della preghiera e quello del cinema. Perché quel tempo potesse scorrere sulla pellicola, il regista ha condiviso coi monaci quattro mesi della sua vita: partecipando alle meditazioni, alle messe, alle lodi, ai vespri, alla compieta (l’ultima delle ore canoniche), ritirandosi in una cella in attesa di ripetere nuovamente l’ufficio delle letture.
Il suo film, apparentemente immobile e privo di uno sviluppo narrativo, trova invece un suo modo straordinario di procedere inserendo un dialogo muto tra l’uomo e la natura, scandito fuori dal monastero dalle stagioni e dentro le mura, vecchie di quattro secoli, dalla rigorosa liturgia dei monaci. Separati materialmente dal mondo mantengono con esso una solidarietà espressa attraverso un’incessante preghiera. La vita eremitica e contemplativa viene filmata e riproposta allo spettatore nelle sue ricorrenze quotidiane, inalterabili e puntuali, interrotte soltanto da un imprevisto “drammaturgico”: l’arrivo di un novizio al convento. L’equilibrio della comunità monastica è ricomposto poco dopo con l’ammissione del giovane uomo nell’ordine, attraverso suggestive cerimonie di iniziazione in lingua latina. La partecipazione dello spettatore alla vita del monastero è affidata unicamente alle immagini, che non si aggrappano quasi mai a un suono, a una voce esplicativa fuori campo, a una musica applicata alla pellicola, a una parola, se non a quella di Dio. I salmi e le preghiere, sgranate come un rosario e costantemente ripetute, sono l’unico linguaggio concesso, lo strumento verbale alto per pensare il divino, per comunicare con Lui.
Il regista “officia” la sua funzione lasciando libero lo spettatore e la sua percezione di cogliere nel montaggio i commenti impliciti, nel silenzio i suoni compresi. Perché il suo documentario diventi un’autentica esperienza ascetica, Gröning lo costruisce come fosse un mantra, mettendo la grammatica del cinema al servizio del linguaggio dello spirito. Se la comprensione dell’Assoluto passa attraverso la reiterazione della preghiera, il cinema che la fissa dovrà a sua volta replicare il suo linguaggio, quello della ripresa. E allora si ribadisce quell’inquadratura, quel primissimo piano, quel campo medio o lunghissimo, si insiste sulle identiche didascalie di raccordo perché il pubblico stabilizzi la mente e lo sguardo su un’idea. La lunghezza della pellicola, che ha impaurito i più o peggio li ha spazientiti, è al contrario funzionale all’esperienza contemplativa che il regista ha voluto raccontare. La sua visione disciplina la mente inducendola, e non poteva essere altrimenti, a chiarire e a purificare il pensiero”.

 

Un film con Jean Louis Trintignant e Klaus Kinsky diretto da Bruno Corbucci: Il grande Silenzio, dove ha tale nome un pistolero girovago. E’ chiamato così poiché  “dopo che passa lui c’è solo il silenzio della morte“, e anche perché da bambino gli sono state recise le corde vocali affinché non raccontasse a nessuno di come i genitori furono crudelmente colpiti a tradimento da tre bounty killer. Il suo silenzio è obbligato e voluto nello stesso tempo.

 

il silenzio degli innocenti con Anthony Hopkins e Jodie Foster di Jonathan Demme. Il folle intelligentissimo sadico serial killer Hannibal Lecter parla con la detective Clarice Starling, perché questa lo tratta senza secondi fini, raccontadogli anche alcuni aspetti tormentati della sua biografia. Il pertugio dell’anima assassina è la sincerità, cosicché la aiuta a trovare un serial killer in libertà, evadendo poi lui e lasciando in silenzio lo spettatore. Nei sequel si vedrà che cosa quel silenzio avrà significato. E nel prequel. Il male attraverso il tempo, che si rigenera.

Dalla sua fuga Lecter chiama al telefono Clarice chiedendole se “gli agnelli hanno smesso di gridare“, facendo finalmente silenzio, ossia se i traumi e i fantasmi del passato hanno smesso di tormentarla.

 

E infine il Michelangelo Antonioni di Deserto rosso. Negli anni ’60 e ’70 Antonioni fu il cantore del silenzio e dell’incomunicabilità. Alcuni suoi film restano, a dire molto di quei tempi. Giuliana (una intensa Monica Vitti), è depressa e tormentata al punto da pensare al suicidio, ché un sentimento di inadeguatezza profonda e personale si scontra con una modernità inautentica. Corrado, amico di Ugo, il marito di lei, sembra l’unico in grado di aiutarla, ma non è così. Anche la storia che imbasticono non funziona, perché anche Corrado è incerto, inquieto, fuggitivo, verso un silenzio che non sa attingere.

Altri testi e altri film potrebbero aiutarmi a parlare del silenzio, ma qui mi fermo, sperando che i nostri ragazzi non temano, né cerchino silenzi sbagliati.

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