Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La differenza radicale tra percezione e realtà

Anche se inconsapevolmente, per ignoranza ignorante o tecnica, di cui sono solo parzialmente responsabili e “colpevoli”, Di Maio e Salvini, più il primo del secondo, che è maggiormente scafato, stanno ponendo un tema filosofico radicale, centrale nella riflessione occidentale da due millenni e mezzo: quello della relazione esistente tra percezione soggettiva e realtà oggettiva. Inconsapevolmente sono schierati con gli idealisti universali e sempiterni, anche se il loro idealismo nulla ha a che vedere con Platone, sant’Agostino, Descartes, Berkeley, Kant, Hegel, Fichte, Schelling e Heidegger o Gentile. Il loro idealismo è ben povera cosa: è un pensare che le cose siano come le dicono loro in ogni caso, anche se mi vien difficile ritenere che siano così sprovveduti da pensare di dire la verità, o di dirla almeno in parte, quando proferiscono evidenti menzogne.

Proprio men che nulla hanno poi a che vedere con il realismo degli atomisti à la Democrito, Leucippo e Lucrezio, o con i realisti capeggiati da Aristotele, Averroè e san Tommaso d’Aquino, per proceder con gli empiristi inglesi à la Locke e Hume, con Comte il positivista e Carlo Marx, per finire con i filosofi-scienziati nostri contemporanei come Popper, Frege, Rorty e Russell, solo per esemplificare diverse scuole.

In altre e più semplici parole, i primi, al netto dell’uso del buon senso che ci fa capire come un tavolo sia un tavolo e non l’idea del tavolo e un albero un albero, non l’idea dell’albero, il primo gruppo di pensatori sottolinea come la soggettività sia la chiave della conoscenza, con la sintesi meravigliosa di Renato Cartesio: penso dunque sono. E sono in quanto penso, ovvero ciò che penso corrisponde alla realtà delle cose.

Il secondo gruppo di pensatori, cui mi sento più volentieri di appartenere, ritiene invece che il mondo delle cose e le cose del mondo siano anche indipendentemente dal mio-pensarle. Anche se non le pensassi, ovvero io non fossi mai nato, tutto il resto da me esisterebbe ugualmente. O no?

Venendo ai nostri due cultissimi politici, in questi giorni, un po’ faticosamente ghignando (Salvini) e un po’ cercando -senza trovarlo- un tono adatto alla sconfitta inflitta al loro governo dall’Unione Europea (Di Maio) per trasformarla in una qualche vittoria, abbiamo un esempio chiarissimo di credenza, non nella realtà delle cose, ma nella parafrasi di questa come trasformazione della realtà stessa dalla sua propria oggettività, a ciò-che-si-è sperato, ad una interpretazione soggettiva atta ad imbrogliare le carte della comunicazione e della percezione dei “cittadini” elettori.

Per loro la realtà sembra che non sia quella-che-è, ma quella-che-si-è- sperato(hanno sperato)-fosse. Illusioni e disillusioni, disinformazione pacchiana e disonesta. Abbiamo già nei giorni scorsi esemplificato le falsificazioni comunicative sui dati del bilancio accettato dall’Europa, espresse dai due per guadagnare tempo, per preparare la campagna elettorale in qualche modo.

Ma anche i più semplici, e non vuol dire stupidi, caro lettore, si accorgeranno presto che il reddito di cittadinanza sarà una fola e così quota 100, e molte altre poste su cui si erano esaltati da balconi e palchi. Lo sanno anche loro due, ma non sanno come dirlo.

Idealisti della miseria intellettuale e morale.

La crisi della leadership si chiama followship o di come la tirannide della plebe del web mina la democrazia

Basta guardare in questi bei giorni di primo inverno la faccia di Salvini, che ha perso ogni arroganza, quasi grato a Bruxelles per aver aiutato l’Italia a “migliorare la manovra“. E’ la stessa “faccia tosta”, solo un po’ meno ridanciana e sprezzante, che solo due mesi fa proclamava con il suo sodale affacciato a qualche balcone “Non arretreremo di un millimetro dal 2,4“. Che cosa significasse quella cifra non lo sapevano bene neppure loro. Ora sta venendo accettato il quasi assonante 2,04, dicunt invenzione del genio di Rocco Casalino, che ridacchia per lo scherzetto, e ci capiscono ancora meno.

Eccoli lì, i due, che quasi compunti cercano di spiegare le ragioni della conversione a “u” che hanno fatto. Ovviamente non riescono ad ammetterlo con chiarezza, ché perfino i più ignorantemente bolsi tra i loro sostenitori se ne accorgerebbero e gli correrebbero dietro con la scopa. Ah Ah.

Fin da subito i due si sono atteggiati a “tribuni della plebe”, chiamata “popolo”, contro le varie caste ed èlites, di cui comunque loro stessi fanno parte da anni. Ebbene sì, non solo Salvini ne fa parte da decenni, ché è stato ed è il suo unico “lavoro”, ma anche Di Maio il giovine, che è in Parlamento almeno da sei anni. Vediamo l’aspetto storico del ruolo, memori delle lezioni di storia della scuola dell’obbligo, quando ci spiegavano che Caio e TIberio Gracco erano i Tribuni della plebe della Roma repubblicana.

Il Tribunato è stato creato nel 494 a. C., dopo che il plebei avevano effettuato una secessione dalla città nel 509. E’ di quei tempi l’apologo di Menenio Agrippa che li convinse a rientrare con quel famoso discorso sul “corpo sociale e le sue membra”, conosciuto da tutti, ma non so se dai due attuali tribuni. Anche i patrizi furono allora d’accordo di creare una magistratura che si occupasse delle classi più basse, caratterizzata, come tutte le magistrature dalla sacrosanctitas, cioè da una sacralità inviolabile. Tale caratteristica dava ai tribuni la garanzia da parte dello Stato di essere difesi da qualsiasi attacco, sia politico sia fisico, soprattutto quando questi si accingevano a difendere un plebeo da un’accusa formulata da un magistrato patrizio. Si trattava dell’esercizio dello ius auxiliandi, cioè il diritto di aiuto. I primi tribuni della plebe furono Lucio Albinio e Gaio Licinio Stolone.

Chiunque toccasse un tribuno poteva essere condannato alla pena capitale, essendo quei rappresentanti riconosciuti dall’insieme dei plebei (concilia plebis et ius agendi cum plebe), con poteri che concernevano anche la possibilità di convocare il senato (ius senatus habendi). Non cose da poco.

Sotto i consoli Orazio Pulvillo e Quinto Minucio Esquilino Augurino nel IV secolo il numero dei tribuni fu elevato a dieci, due per ciascuna classe.

«Questa notizia suscitò uno spavento tale che i tribuni permisero l’arruolamento, non senza aver prima ottenuto – siccome per cinque anni erano stati presi in giro riuscendo così di ben poco aiuto alla plebe – la garanzia che in futuro sarebbero stati eletti dieci tribuni. I patrizi furono costretti ad accettare, assicurandosi però con una clausola di non rivedere più, da quel giorno in poi, gli stessi tribuni. Si passò poi subito alla nomina dei tribuni, per evitare che quella promessa, come tutte le altre in passato, non venisse mantenuta una volta finita la guerra. A 36 anni di distanza dai primi, furono allora nominati dieci tribuni, due per ciascuna classe, e si stabilì che in futuro l’elezione avrebbe seguito la stessa procedura»
(Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, Libro III, 30.)

Fino al 421 a. C. il tribunato fu l’unica magistratura accessibile ai plebei, ed era riservata ad essi soli, ma verso la fine della Repubblica anche i patrizi cercarono di accedervi, e un certo Clodio ci riuscì, facendosi adottare da un ramo plebeo della sua famiglia. Dal 449 i tribuni acquisirono un potere ancora maggiore con lo Ius intercessionis, cioè il diritto di veto su qualsiasi provvedimento preso da una qualsivoglia magistrato che si riteneva potesse danneggiare gli interessi della plebe, potendo perfino impedire al Senato di riunirsi, se ciò avesse pregiudicato i diritti dei plebei. Abbiamo già visto che i tribuni possedevano anche lo ius capitis, cioè il potere di comminare la pena di morte, mediante sfracellamento dalla rupe Tarpea. Vien da dire: meno male che i due attuali tribuni non hanno questo potere.

I patrizi, all’inizio dell’epoca imperiale con Augusto, trovarono il modo di accedere al potere tribunizio mediante un’investitura non della carica, ma dei poteri previsti dalla stessa. Anche Augusto ne usufruì, per cui egli ebbe anche quei poteri (tribunicia potestas) accanto a quelli riconducibili all’imperium proconsulare maius, che prevedeva la possibilità di porre il veto su qualsiasi determinazione del senato, godendo dell’immunità personale. Ecco da dove viene l’immunità dei magistrati ancora in essere. Successivamente furono tribuni “titolari” gli imperatori Tiberio, Tito, Traiano e Marco Aurelio, mentre Marco Agrippa e Druso ebbero i poteri della carica senza mai assumere il seggio imperiale.

Tornando ai nostri due contemporanei “tribuni” (purtroppo), viene da dire che usufruiscono in copia dello scivolamento del modello di leadership capace di guidare gli altri assumendo le responsabilità della guida (traduzione approssimativa del termine inglese derivante dal verbo to lead),  a una sorta di followship, cioè una situazione nella quale non funziona più come centrale democratica il Parlamento, ma il web e i suoi correlati processi psicologici di influencing telematici. Questi due non sono più neanche dei politici, ma degli influencer, che usano -a volte con perizia (specialmente Salvini) e sempre con cinismo oggi ineguagliabile- i mezzi di comunicazione più veloci ed efficaci, cioè i social.

Il Parlamento non sta discutendo più, ma vota fiducie scontate, non vi sono dibattiti se non nei talk show, luoghi del disordine logico e dell’italiano sgangherato, dove diventa accettabile, o il cupo modello proposto dall’accigliato Cacciari, che sa sempre tutto prima degli altri, da lui osservati con sufficienza e a volte con una punta di disprezzo, o quello ridancian-pornografico di Vittorio Sgarbi, che non è più neanche tanto divertente. Accanto a costoro possiamo godere delle ovvietà sesquipedali di Mauro Corona o delle traversie del suo omonimo, che è anche un poco delinquente.

Poi ci sono i sempiterni “politicamente corretti” à la Fazio (non è lo stopper argentino della Roma),  à la Lerner o Saviano, e i sermoncini di don Ciotti o di qualcuno di LeU (e stavolta non la cito… citandola, Boldrini), dal suono che suona come uno sberleffo.

Tristitia regnat, sed spes viva in corde et mente mea.

Antonio, un ragazzo italiano, il profeta Elia e la regina Iezebel, Eliseo e gli sbeffeggiatori

Antonio Megalizzi è morto. Cherif Chekatt è morto.

Son morti tutti e due, il primo per mano del secondo e non voleva morire, il secondo per mano della polizia e voleva morire, forse, o era disponibile al rischio di morte. Certamente voleva uccidere odiando persone che non conosceva come rappresentanti di un ambiente dove è nato ma che non gli piaceva. Gli studiosi di islam ci spiegano che la dottrina salafita in particolare contribuisce a semplificare il Corano e a farlo leggere in maniera letteralistica. Gli ebrei e i cristiani hanno letto per millenni e per secoli la Bibbia in modo letteralista e la storia narra di inconcepibili conseguenze, di intolleranza e violenza. I primi sei secoli di storia cristiana sono un elenco senza fine di conflitti teologici e politici, spesso sfociati in omicidi e perfino eccidi.

Ricordiamo le lotte degli iconoclasti nel IX secolo a Costantinopoli o Bisanzio, che costò la vita a migliaia di monaci iconografi.

Tornando alle Scritture antiche, al Primo Testamento, si pensi alla condanna per lapidazione nei confronti di un’adultera, in base alla legge mosaica definita nel libro del Deuteronomio 22, 13-14.

Se una fanciulla vergine è fidanzata, e un uomo trovandola nella città, si sarà giaciuto con lei (avrà privato il fidanzato della verginità della “futura” moglie), siano ambedue condotti fuori della porta della città e siano lapidati, finché muoiano: la fanciulla, perché, pur trovandosi in città, non ha gridato, e l’ uomo perché ha violato la donna del suo prossimo. Togli così il male di mezzo a te.”

…oppure all’inquisizione, istituita dalla chiesa cattolica a partire dal XIII secolo e attiva fino al XVIII.

Se noi cristiani leggessimo la Bibbia come i salafiti leggono il Corano, potremmo essere tentati di imitare il profeta Elia, scannando centinaia di infedeli nemici. Proviamo a leggere dal Primo Libro dei re, cap. 18 dal versetto 20 al versetto 40:

Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l’altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!».
Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro Dio, ma senza appiccare il fuoco». Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non si sentiva un alito, né una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eretto. Essendo già mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. Passato il mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, ma non si sentiva alcuna voce né una risposta né un segno di attenzione.
Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi!». Tutti si avvicinarono. Si sistemò di nuovo l’altare del Signore che era stato demolito. Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe, al quale il Signore aveva detto: «Israele sarà il tuo nome». Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: «Riempite quattro brocche d’acqua e versatele sull’olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. Al momento dell’offerta si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!». Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò.”

Truce e ribaldo, vero, Elia? Ricorda l’orrendo video di Daesh che scanna una quindicina di cristiani copti sulla riva del Mediterraneo libico, mi pare. Lui centinaia.

 

In un altro racconto, appena successivo, troviamo Gezabele (in ebraico אִיזֶבֶל|אִיזָבֶל Izével), che è il nome di due donne menzionate nella  Bibbia, ma a noi interessa quella che era la moglie di re Achab.

Ecco la sua fine, dopo che aveva tentato in tutti i modi di convincere il re suo marito a staccarsi dalla tradizione del Dio unico… dal Secondo libro dei Re 9,33-37:

Si era truccata in modo appariscente e si era affacciata alla loggia del palazzo reale indirizzando all’usurpatore un saluto sarcastico, convinta di essere un’intoccabile. E invece il rude e brutale vincitore non aveva avuto esitazione e aveva ordinato: «‘Gettatela giù’. La gettarono giù. Il suo sangue schizzò sul muro e sui cavalli. Ieu passò sul suo corpo, poi entrò nel palazzo reale e si mise a banchettare», mentre i cani si avventavano sulle carni della regina, lasciandone solo il cranio, i piedi e le mani,”

 

Eliseo, in ebraico אֱלִישַׁע, Elišaʿ che significa “Dio è mia salvezza” (…  – 790 circa a. C. circa), fu un profeta ebraico, considerato uomo santo e sapiente anche dalla religione islamica. Nel Corano è chiamato Al-Yasa. Leggiamo un brevissimo brano che lo riguarda, tratto dal biblico Secondo libro dei Re 2, 23-25

Poi di là Eliseo salì a Bethel; e, mentre camminava per la via, uscirono dalla città dei ragazzi, i quali lo beffeggiavano, dicendo: «Sali, calvo! Sali, calvo!» Egli si voltò, li vide, e li maledisse nel nome del Signore. Allora due orse uscirono dal bosco e sbranarono quarantadue di quei ragazzi.
Di là Eliseo si recò sul monte Carmelo da dove poi tornò a Samaria.”

Dei ragazzini lo insultano e vengono sbranati da due orsi. Il Signore è troppo vendicativo? Che cosa ne trarremmo se interpretassimo tale storia in modo letteralista?

 

Vi sono decine e decine di racconti o frasi bibliche che grondano sangue, vendetta e atrocità di vario genere, spesso attuate su ordine del Signore Dio, ma vanno interpretate, contestualizzate, comprese nel contesto temporale dell’autore. Non è una questione di giustificazione morale o meno, ché l’etica biblica nulla ha a che fare con la nostra e ben poco con quella dello stesso Diritto romano. Si tratta di un’etica di popoli del deserto, di sopravvivenza, cui in seguito il Corano dette ulteriore forza semplificante.

 La cultura occidentale, con la rivoluzione filosofica e scientifica del sedicesimo secolo e in seguito con l’Illuminismo, ha maturato una visione dell’uomo e dei valori che fanno del valore dell’individuo come persona il centro dell’etica fondamentale, recuperando l’essenza del cristianesimo evangelico, quello delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 2-8), pochissimo o quasi per nulla correlabile con la spesso cupa e drammatica narrazione biblica dei libri storici. Non dobbiamo mai dimenticare che una sana esegesi di qualsiasi libro antico deve tenere conto, non solo del contesto sociologico, giuridico e culturale del tempo nel quale è stato scritto, ma anche del genere letterario che caratterizza il testo stesso, sia esso religioso, giuridico o filosofico.
In questo senso la Bibbia è ricchissima dei più vari generi letterari. Infatti, un lettore può chiedersi che cosa c’entri il durissimo testo deuteronomico sull’adulterio, con il radioso ed eroticissimo epitalamio costituito dal Cantico dei cantici. Eppure ambedue i testi sono testi “biblici”.
Altrettanto si deve dire del testo coranico e, ad esempio, della Baghavad Gita, fonte principale dell’induismo classico, contenente non pochi episodi caratterizzati da violenza pura.
L’interpretazione metaforico-allegorica della Bibbia risale ai Padri della chiesa, ad Agostino, a Girolamo etc., con il prodromo geniale di Origene di Alessandria.
Se poi nei secoli la pratica applicazione del testo sacro dei cristiani ha portato a comportamenti quali la storia attesta, dalle crociate all’inquisizione, a un certo punto, quasi in corrispondenza con la stagione dell’Illuminismo filosofico e politico, anche l’interpretazione delle Scritture sacre ebraico-cristiane ha chiarito l’inopportunità e la pericolosità di ogni lettura letteralista del testo biblico.
E vi è stata un’evoluzione per cui, se in ambito protestante si può far risalire allo stesso Martin Luther, e ciononostante anche colà non mancarono atti di puro fanatismo come la caccia alle streghe, si dovette attendere fino al Concilio Ecumenico Vaticano Secondo (1963-1965) per superare ogni fondamentalismo cristiano.
E le guerre di religione tra cattolici e protestanti che dilaniarono l’Europa per trent’anni dal 1618 alla pace di Westfalia del 1648, le abbiamo dimenticate?
Ora, si potrebbe dire che analogamente occorrerebbe che l’intero islam riconoscesse l’esigenza di un “Illuminismo” atto a passare da una fase ancora arcaica in certe comunità o declinazioni teologiche a una fase rispettosa dei principi universali di tutela integrale dell’essere umano.
Non può essere il libro sacro, scritto in altri tempi, in altre culture, per altre sensibilità, a dettare le norme della convivenza, ma le leggi positive degli uomini d’oggi, che possono anche trarre ispirazione dagli stessi testi sacri, quando trattano di temi come la giustizia, l’uguaglianza antropologica e morale tra tutti gli uomini, il rispetto della natura, etc., ma debbono essere scritti nel rispetto dei singoli, delle nazioni e dei popoli di tutta la terra.
Inoltre, a un’interpretazione letteralista, nei casi del terrorismo islamista, si aggiunge spesso la componente criminale o militarista, per cui il combinato disposto di fanatismo e delinquenza produce gli uomini di Al Kaeda, dell’Isis, i foreign fighters, i dormienti improvvisamente risvegliati, magari nati e cresciuti in Europa, e li arma per uccidere nel mucchio, tanto per distruggere e suscitare reazioni di odio scatenanti altro odio in una perversa spirale volta ad alcunché.
Il modello di società multiculturale che ha illuso molti va dunque rivista alla luce di un lavoro diuturno di acculturazione umanistica da fare in  ogni ambiente, sapendo che devono essere finalmente sciolti anche nodi come quelli del Vicino Oriente concernenti Israele e Palestina, che qui ho evocato con forza citando diversi brani biblici. Non funziona neppure il buonismo generico di certa “sinistra” salottiera che, sorseggiando drink dall’alto di eleganti terrazze romane, pontifica sulla globalizzazione multiculturale, pensando che un progetto del genere sia realizzabile solo perché siamo tutti uguali e dobbiamo fraternizzare. Non è così semplice, cari politici e giornalisti senz’arte, convinti che siano sufficienti perorazioni generiche per risolvere problemi di immensa complessità e difficoltà, come quelli dei rapporti tra popoli e nazioni e delle migrazioni.
Cherif è morto e non occorre compiacersi di ciò come hanno fatto alcuni, mentore -more solito- Salvini, cattivo “maestro” di questi tempi difficili. Antonio è morto, e qualcuno lo chiama eroe, ma io direi che è stato una bellissima creatura di questo mondo, e che era molto più avanti del suo assassino nella comprensione delle cose della vita e del destino dell’uomo sulla Terra e oltre.

La “via cinese” al cambiamento, cioè di come la pazienza ottiene risultati là dove l’impeto precipitoso e temerario fallisce

Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico” (antico proverbio cinese), ovvero “Tra tutte le cose certe la più certa è il dubbio” (Bertold Brecht), “Cogito (vel dubito, ndr), ergo sum (Renè Descartes, ispirato da Sant’Agostino).

Che cosa hanno in comune questi aforismi? Parrebbe ben poco, essendo frutto di culture e di tempi assai diversi. Se però si riflette bene sono collegati da legami logico-filosofici molto stretti.

Vediamo: innanzitutto partirei dalla frase cartesiana, che fonda il moderno soggettivismo filosofico. La frase “Penso, dunque sono“, afferma che l’esserestesso-di-me-stesso-e-delle-cose si fonda sul fatto che lo penso. Si potrebbe obiettare, come fa il realismo sempiterno, da Aristotele e Tommaso d’Aquino in poi, anche nelle sue versioni più materialistiche, da Democrito, Leucippo e Lucrezio, fino al positivismo e al marxismo, o materialismo scientifico, che le-cose-stanno-lì-anche-se-non-le-penso, e anche se -perfino- non esisto.

Insomma, il mondo prescinde da me, e io non sono indispensabile al mondo.

L’obiezione può essere così formulata: ebbene, poniamo pure che il mondo esista anche a prescindere da me… ma se io non ci sono è come se neppure il mondo ci fosse. O no? Che ne posso sapere io del mondo se non sono a questo mondo? Banalità? Per nulla. Si tratta del fondamento di una visione del mondo, quella soggettivistica, portata poi all’estremo dall’idealismo tedesco di Hegel, Fichte e Schelling. Per questi grandi pensatori germanici l’Io fonda l’esistenza del mondo.

L’aforisma del dubbio di Brecht è puro realismo. Come umani non siamo sicuri di nulla, poiché la vita è fragile e gli imprevisti molti. Abbiamo bisogno della nozione di “caso” per darci ragione delle cose che accadono, tra le quali ben poche accadono per decisioni o azioni nostre, per cui la stessa libertà è relativa, vale a dire in-relazione ai limiti e ai condizionamenti che subiamo, mentre i vettori causali delle cose che accadono sono spesso in mano di altri, sia che li conosciamo, sia che ci sfuggano. Il libero arbitrio di Agostino ed Erasmo è anche servo, come credeva e sosteneva fosse Lutero. Abbiamo bisogno delle nozioni di caso e di destino, perché la maggior parte delle cause ci sfugge.

Proviamo ora a vedere come le tre frasi aforismatiche possono essere collegate tra loro. Aspettare sulla riva del fiume non dà la certezza che passi il cadavere del tuo nemico, ma per stare lì bisogna averci pensato, e aver deciso di sedersi su un masso davanti al fiume. O su un tronco d’albero portato giù dalla corrente vorticosa. Ecco che i tre aforismi stanno insieme, si tengono, si supportano, si armonizzano.

Ognuno di noi può vivere momenti nei quali preferirebbe non essere, oppure sonnecchiare sulla riva del fiume, completamente in balia del tempo e del vento nel frattempo sopraggiunto. Dubitante, o dubbioso sul da farsi.

Quando ci si trova in una situazione complessa dove i rapporti di forza sono incerti, è meglio tergiversare, aspettando che la situazione si dipani.

La pazienza è la virtù su cui basare il comportamento, poiché le cose richiedono di essere gestite con criteri intelligenti e i tempi giusti. L’affanno e l’ansia cui portano atteggiamenti temerari sono la peggiore modalità di agire. Come sappiamo il termine pazienza deriva dal latino patientia, il quale a sua volta è un lemma che contiene l’etimo greco antico pàthos, cioè sofferenza. La pazienza è dunque una capacità di sopportazione/ supportazione, che risulta fattore indispensabile nella gestione di qualsiasi difficoltà, soprattutto se si tratta di attività svolte da più persone, da un work group, come si dice oggi.

E dunque, la lezione del proverbio cinese si connette bene con il significato essenziale della parola pazienza, quasi a intensificare la presenza di un atteggiamento sapiente nelle cose della vita, che richiedono energia ben disposta e sapienza nell’attesa dei momenti propizi.

L’impazienza si declina in molti modi, ad esempio quello di chi, novello in azienda, pensa di poter rivoluzionare il sistema organizzativo precedente con le proprie idee e prassi. Costui dimentica che ogni uomo/ donna attivi in qualche ambito, non può non tenere conto di stare nel flusso della sua piccola (o men piccola) storia. Si dice che ognuno che vive e opera lo fa assiso sulle spalle dei predecessori i quali talora sono dei veri giganti in rapporto ai loro successori.

Anche uno come Galileo era ben consapevole dei meriti di Nikolaus Copernicus per le scoperte astronomiche e fisiche da egli stesso conseguite. Ma non tutti sono “Galileo”, per modo di dire, anzi, capita di vedere molto spesso che dei nani pretendono di iniziare nuove storie a prescindere dalle precedenti.

Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

Le nevi del Grappa

Il grande Sacrario si staglia a quasi 1.800 metri contro il cielo terso, azzurro dopo la neve caduta. E’ nevicato e l’inizio dell’inverno in altura si è già manifestato, ma novembre ha riportato il sole e l’azzurrità delle alte cime.

Mario scivola e lascia sulle nevi del Grappa una piccola scia di sangue. Lo soccorro come si soccorre un commilitone alpino di cent’anni fa. Con rispetto dei 24.000, di cui 20.000 ignoti morti lì, Italiani e Austro-Ungarici, sorridiamo del suo piccolo sacrificio. Sangue di viandante offerto alla Patria. Il paesaggio è sconfinato e si capisce la ragione per cui i fanti e gli alpini italiani resistettero invitti lassù. Gli obici e i cannoni da 149/13 campali erano una barriera di ferro e fuoco insuperabile. Il Monte Grappa è un acrocoro inaccessibile a chi lo attacca, e da lì è partita le riscossa dell’italico esercito, fatto giovani di tutte le regioni. Cadorna è, grazie a Dio, disarcionato da re Vittorio e dal Capo del Governo Vittorio Emanuele Orlando, e sostituito da Armando Diaz, leale hidalgo ispanico.

E viene la battaglia del Solstizio d’estate, Vittorio Veneto, il Piave, il proclama un po’ altisonante del generale Diaz, che caro lettore puoi leggere sotto, la vittoria. Le grandi Nazioni d’Europa si sono scannate per quattro anni, fiumi di sangue, immenso dolore, milioni di morti, quasi tutti giovanissimi. E ora qualcuno vuol disfare l’Europa che ha richiesto tanta sofferenza per trovare sponde comuni.

Ecco il proclama del generale Armando Diaz dopo la vittoria.

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

L’origine del monte risale a circa dieci milioni di anni fa, per lo scontro – tuttora in atto – fra la zolla del continente africano e quella europea. La montagna è fatta di rocce marine: Calcari Grigi, il Rosso Ammonitico, il Biancone, la Scaglia Rossa.

L’uomo si fa la guerra e la natura, ferma, guarda col suo occhio poco men che eterno, rispetto alle nostre povere e brevissime vite. E mi vien pietà per coloro che scrivono, quando un uomo muore sui monti “Montagna assassina””. Ecché, sarà idiota l’umano che la sfida, pensando di poterla dominare.

E mi sovviene il passo lento degli alpini in fila verso il grande monte, camminando con calma, zaini da trenta chili in spalla e i muli con gli affusti degli obici e le mitragliatrici pesanti.

Di questo si parla con Mario scendendo verso il Brenta che circonda il monte e il Piave che lo sfiora a Est, e prima che la sera giunga rapida.

 

La piazza dei trentamila a Torino, o “Esisto solo se qualcuno mi ascolta, ovvero esisto solo se qualcuno mi legge…”, ma è proprio sempre vero?

Anche se la TAV non mi convince del tutto, fossi stato a Torino avrei partecipato alla marcia dei trentamila favorevoli a quest’opera, alle Olimpiadi invernali e a tutto quanto grillini e sindaca dai capelli di fil di ferro non vogliono fare. Mi oppongo a qualsiasi cosa questi selvaggi arroganti e ignoranti vogliano fare. E spero che i miei non pochi amici torinesi siano stati in piazza, che Elena, Stefania, Roberto, Maurizio…, perché gli riconosco un’intelligenza e una sensibilità importanti, tali da non farsi intortare da un/ a appendino (femminile o maschile?).

Sono contrario a tutto quello cui sono favorevoli questi falsi puritani della politica. Non mi convincono in nulla, né come idee e programmi, né come gruppi dirigenti e leader. Le loro idee sono prive di cultura etica e socio-politica, anzi, con i loro riferimenti generici a Rousseau, perfin pericolose. Penso che neppure il capo della Srl che li governa oggi, e suo padre R.I.P.,  conosca o abbia conosciuto poco o punto il pensiero del mediocre e troppo esaltato filosofo ginevrino. I loro leader ignoranti sono e mediocri, e perciò arroganti e protervi, a partire dal chierichetto campano, per continuare con u bellu guaglione, l’inutile reduce dal Sudamerica. Mi meraviglia come e quanto il suo viaggio sia stato tanto mediatizzato. Infatti di Di Battista chissenefrega! E la tontolona magra-piccola-anche-di-intelletto sindaco femmina di Roma?

Il tanto da lor invocato “popolo” si è ribellato in una delle capitali d’Italia, a Torino. Spero sia l’inizio di un non lunghissimo declino, sempre se altri si sveglieranno dalla loro attuale afasia. Qui entra in campo il secondo argomento, strettamente correlato al primo.

Il popolo può farsi ingannare per un periodo, e non lungo, perché poi, quando si accorge di essere buggerato dai populisti, si ribella e li manda a quel paese.

Il maestro Ennio Morricone a novanta anni suonati spiega il suo rapporto con la musica, dicendo che essa esiste solo se qualcuno la esegue e qualcuno la ascolta, e ciò può valere in qualche modo -nel mio piccolo biografico- anche per me. Con qualche osservazione diversa: questa sua concezione indica una forma di idealismo relazionale à la Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Son d’accordo e non son d’accordo.

Non si può dire, infatti, che-si-è solo se si è ascoltati (musica e parole) e letti, poiché chi non scrive musica e parola, allora, non “sarebbe”: falso. La battuta di Morricone è metaforica, un po’ estremistica, senz’altro melodrammatica.

E poi, come la mettiamo con il silenzio? forse che il silenzio è un “nulla”? neanche per idea. Il silenzio è virtù, per san Benedetto da Norcia, ed è… musica, proprio per Morricone, Beethoven, Bach, Mozart, Haendel, Verdi, Wagner e compagnia musicante, compresa la mia Beatriz. Che cosa è una pausa tra due suoni se non musica essa stessa?

Si è certamente se si è ascoltati, visti, considerati, rispettati, letti, etc., ma anche se no. Vivendo in un bosco remoto in uno chalet di legno, puoi evitare incontri sgradevoli, limitandoti a recuperare periodicamente i viveri necessari.

Le sette donne leader sconosciute di Torino mostrano la parte di veridicità delle tesi di Morricone e di Descartes. “Penso e dunque sono, parlo e dunque sono, qualcuno mi ascolta e dunque sono, e così via…”. Infatti a volte non basta vivere nello chalet aristotelico… per essere. Può bastare per esistere, ma non per essere… per gli altri. Occorre dunque uscire dallo chalet, prendere il sentiero che porta alla strada, inforcare almeno una buona bici e giungere alla città degli uomini, e lì cercare altri simili, parlare e farsi ascoltare.

Infine occorre scegliere una piazza e riempirla, senza fare baccano, senza bandiere, pura presenza dell’esserci, essenziale dasein heideggeriano. I su nominati leader, invece, che sono ignoranti e fanatici stiano dove sono fino a scomparire, che è il loro destino segnato.

“Uno che è vissuto/ con la forza di un giovane uomo/ nel cuore del mondo/ e dava/ a quei pochi uomini che conosceva/ tutto”

Nel titolo ho messo la traduzione italiana della brevissima lirica scritta nella parlata friulana della destra Tagliamento del nostro più grande poeta, Pier Paolo Pasolini: “Un al à vivùt/ cu la fuarsa di un zòvin omp/ tal còur dal mont,/ e al ghi dèva, a chej pucs òmis ch’al cognosseva/ dut“.

Ecco, dare tutto quello che si ha, molto spesso incompresi, ché se si dà si dà se stessi, nientemeno. Non ci son calcoli da fare, né timori, né dolori insopportabili se si vuol vivere una vita vera. Occorre solo un po’ di prudenza che non è mai rallentamento vigliacco, ma valutazione delle opportunità e delle forze in campo. E’ la classica phrònesis, una saggezza prudente, o una saggia prudenza, che è anche manifestazione di umiltà e di consapevolezza del proprio limite.

Ricordo al mio gentil lettore che i sintagmi appena proposti, messi in modo oppositivo reciproco tra sostantivo e aggettivo erano molto cari alle catechesi che sant’Agostino proponeva nelle sue Omelie, per cui chi fosse interessato può trovare tutte le opere del santo vescovo, filosofo e teologo, in italiano e latino, tra le quali centinaia di omelie, nel sito www.augustinus.it .

Un altro brevissimo componimento nel friulano delle Prealpi pordenonesi: “Signour, l’omp l’è ca, o ai fat ce c’o ai podut par chest mont e par chel atri, si sin intindùz, amen“, cioè “Signore, ecco l’uomo, ho fatto ciò che ho potuto per questo mondo e per l’altro, ci siamo capiti, amen“. Si tratta di una preghiera da me raccolta dalla voce di un vecchio di Tramonti di Sopra, mi pare, o di Campone, sempre di quelle Valli aspre e meravigliose.

La poesia di Pier Paolo e la breve preghiera si assomigliano, perché il friulano, nella sua durezza di accenti riesce ad essere facilmente poesia e preghiera. I due brani dicono il limite di energie, di intelletto, di volontà e anche di santità dell’uomo, e anche l’atto eroico di esplorarlo.

Il valore della vita è pari per ciascun essere umano, così come la dignità che dà la struttura di persona, costituita da fisicità, psichismo e spiritualità, mentre la diversità irriducibile è data dalla struttura di personalità, che accoglie la genetica, l’educazione e l’ambiente in cui uno è nato ed è cresciuto. Dunque: se la dignità è data dalla struttura di persona, la struttura di personalità dice l’irriducibile differenza di ciascheduno da ogni altro, fosse pure il fratello gemello monozigote.

Se uno dà ciò che ha dà ed è il massimo che può dare, come la vedova di cui parla Gesù nel capitolo 12 del Vangelo secondo Marco, lei aveva versato al tempio due leptòn, cioè due centesimi dell’epoca, ma con cuore puro, aveva dato di più del fariseo che si compiaceva di avere versato una somma cospicua per il tesoro del Tempio.

Il valore delle cose dipende dagli intendimenti, dal cuore di chi opera, non dalla quantità venale del valore della cosa stessa. Può valere di più regalare una “Panda” usata che non una Ferrari, se per comprare la Panda uno fa un contratto di acquisto rateale, perché altro non può permettersi.

Il regalo come dono è lo stesso gesto di donare, così come la sostanza delle cose è la loro forma, e così come il meta-messaggio è più importante del messaggio. Faccio un esempio: se si decide di fare un certo tipo di azione relazionale in un gruppo organizzato, come una serie di colloqui, si deve rispondere innanzitutto alla domanda “perché lo faccio?” e non “come lo faccio?”, non preoccupandosi più di tanto della canonicità od ortodossia, secondo le letterature scientifiche in uso, del metodo utilizzato, che è assolutamente secondario, rispetto al fine che ci si è dati, e che è diverso, caso per caso, tempo per tempo, situazione per situazione. Il “perché” è la domanda filosofica per eccellenza, mentre il “come” appartiene alle discipline positive induttivo-deduttive, ma viene dopo. Circa il dono aggiungo una suggestione, che si può trovare nel trattato dal tema omonimo dell’antropologo Marcel Mauss: bisogna verificare come e quanto il dono sia espressione di altruismo e non anche altro, ad esempio, rispetto di un rito o di una tradizione, oppure, ed è la cosa più sottile, una sottesa manifestazione di egoismo implicito.

Infine,  ancora per quanto concerne il dono o regalo, non ha importanza il suo valore commerciale, ma il sentimento con il quale lo si offre.

Della sostanza che è forma e della forma che è sostanza ho più volte qui esemplificato con l’esempio michelangiolesco del toglimento di materia prima dal marmo finché non compare l’idea, cioè la forma, vale e dire la struttura sostanziale della statua.

Che dire dunque della verità o meno di ogni umana relazione? Che essa è sempre sottoposta alla verifica della purezza di cuore dei soggetti in relazione. Chi la verifica questa purezza di cuore’ Ognuno dei soggetti che si relazionano, con la pazienza, con l’esperienza, con il rispetto reciproco, che è un “guardarsi-in-faccia”, come dice l’etimologia del termine “rispetto” (dal verbo latino respicere, cioè guardare dritto davanti a sé, cioè in faccia all’altro). Non basta la tolleranza, perché la tolleranza è un guardare all’altro dall’alto di una superiorità sempre solo supposta, un top-down fastidioso e repulsivo, ma ci vuole il rispetto, così come è meglio suggerire che consigliare (il consiglio è sempre un qualcosa di top-down, e poi puzza, se non di mafia, di ambiente para-mafioso, mentre il suggerimento è qualcosa di amichevole, quasi di fraterno o sororale), così come è previsto dalla buona filosofia pratica che pratico ormai, insieme a valorosi colleghi, da molti anni: la Philosophische Praxis, che può essere una salutare medicina per le anime perse di questi tempi.

“Quant c’al ven un sgorli di ploia”, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero la vita è biografia costante di un progetto

E la pioggia che va…” cantavano i Rokes di Shel Shapiro nel 1966, “Quant c’al ven un sgorli di ploia“, mi dice Livio guidando verso Sauris in una bellissima domenica d’ottobre, in friulano concordiese o “pasoliniano” cioè quando viene uno scroscio di pioggia, ovvero “Sum et nihil humani mihi alienum est“, (da Heautòntimoroumenos, cioè Il punitore di se stesso, 77) come sentenziava il poeta e commediografo Publio Terenzio Afro a metà circa del II secolo a. C.

Viviamo albe irreversibili come tramonti, e ascoltiamo versetti essenziali come dardi, dentro le nostre vite che si dipanano come biografie costanti di un progetto. DJ Fabo, Fabiano Antoniani, accompagnato da Valeria e Carmen se n’è andato via.

Ho già scritto sul tema eutanasico basando il mio giudizio sull’etica classica che condanna ogni intervento suicidiario. Il Codice penale del giurista Alfredo Rocco risale al 1930 ed è ancora in vigore, nel quale l’art. 580 prevede che “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio”. Nella trattazione di questa fattispecie delittuosa, una premessa è d’obbligo: nel nostro ordinamento il suicidio non è oggetto di punibilità, neppure nella forma del tentativo, perché nonostante costituisca un disvalore sociale, la vita non può essere imposta coattivamente.

Ebbene, nel 2017 vi è stato l’episodio di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, mentre nel 2012 quello di Piergiorgio Welby. Nel 2009 quello di Eluana Englaro sul quale sono intervenuto non poco, scrivendo anche a suo padre, senza mai avere risposta. Devo (e voglio) riprendere il tema approfondendolo, ché mi pare vi siano le condizioni teoriche e pratiche per farlo. Quasi doverosamente. Anche per modificare in parte la mia posizione in tema di bioetica. Qualche anno fa tendevo a una certa rigidità morale sul tema della vita, convinto com’ero (e come sono tutt’ora) che noi non “possediamo” le nostre vite. Le nostre vite ci sono date da decisioni altrui, dei nostri genitori, dal ciclo della nostra mamma e dalle voglie del nostro papà. La dico così un poco grevemente. E poi, forse, anche dalla volontà di qualche altro Ente, se ci crediamo. Chi crede sa che la propria venuta al mondo, sconosciuta perfino ai genitori, ex parte Dei vel sub specie aeternitatis era prevista fin dalla fondazione del mondo. Chi non crede pensa invece solo all’incontro più o meno casuale di due gameti XX e XY e di ventitre più ventitre cromosomi. Anche in questo “caso” rinvio alla mia dottrina (mi scusi il gentil lettore la prosopopea un poco individualista di questa citazione) sul caso, che cerca di mostrare la sua in-esistenza contro la necessaria esistenza della causa, mediante la mera metatesi della “u”.

Di solito si dispone di ciò che si possiede, secondo una regola originaria non scritta, e in seguito scritta, fin dal Codice del re caldeo Hammurabi, che risale al XIX secolo a. C.

In questo ultimo periodo, riflettendo sul tema del mandato, invece che sul diritto di proprietà, ho sviluppato alcune idee nuove. Sulle nostre vite in realtà abbiamo un mandato, e quindi qualcosa possiamo fare. E’ come se fossimo gli “amministratori delegati” di noi stessi, a nome e per conto di un proprietario che si può chiamare “Dio” ovvero “Natura”, come scriveva Baruch de Espinosa. A volte, nella vita aziendale l’AD fa le veci del padrone, anzi ordinariamente sempre, e particolarmente quando il padrone si assenta. Il tema è dunque, e il dibattimento è tra un diritto “alla” vita e un diritto “sulla” vita.

Nella vita umana, non sempre il “padrone” è accessibile: troppi, troppo complessi e spesso sconosciuti, sono i vettori causali delle nostre vite, nella salute e nella malattia.

Come si può evitare di non assumersi la responsabilità di gestire la propria vita almeno come deve fare una amministratore delegato nell’azienda di cui si deve occupare in quanto “delegato” dalla proprietà? Quando le cose vanno male lui deve guidare la ristrutturazione per portarla fuori dalla crisi e, se questa è irreversibile, deve avere il coraggio di chiuderla, con tutte le conseguenze del caso, di carattere societario e sociale.

Anche le vite umane si chiudono sotto il profilo fisico, ché sotto quello spirituale, se ci credi, mio gentil lettore, anche no, ché sono d’altra natura, quella dell’immortalità.

A volte accade qualcosa, come la pioggia che va, oppure come quando viene uno scroscio (in friulano occidentale sgorli dal verbo sgorlar) sempre di pioggia. Basta poco per cambiare tutto: un et, un incidente stradale, un ammalamento, una co-incidenza, una circostanza avversa, una metatesi della “u” che ribalta ciò che è casuale in ciò che è causale, come detto detto sopra e -spesso- altrove in questo mio sito.

Sono tutore legale e amministratore di sostegno di un carcerato. Ecco: un uomo privato dei diritti civili si è affidato a me per gestire le sue cose e la sua persona. Quest’uomo mi ha detto che, se dovesse poter votare per l’eutanasia legale voterebbe a favore ma, se si trattasse della sua vita, mi ha raccomandato di tenerlo “di qua” il più possibile, perché forse conserva qualche dubbio sull’aldilà, o forse perché… non lo so.

E’ allora plausibile che si possa decidere di sé, come mandatari, come amministratori, quando le albe e i tramonti diventano tutt’uno, essendo la vita la biografia costante di un progetto. La vita è biografia che a volte diventa in-costante e a volte non ha un pro-getto, che significa un essere-in-disordine. L’incostanza e la non-progettualità sembra siano un male, ma è poi vero del tutto e sempre?

Dobbiamo proprio inquadrare le nostre vite in modo rigorosamente inappuntabile secondo schemi culturali e morali pre-fissati quasi ab aeterno? Una visione eticamente fondata della vita è rigida e dura come il marmo di Carrara da cui Michelangelo traeva le sue statue per toglimento di materia prima? La vita è una statua? Domande retoriche, cui è doveroso, per intelligenza et humana pietas, rispondere no, e no, e no.

E’ per questo che forse è preferibile, dentro il nostro limite fisico e cognitivo, ritenere di avere un mandato, non una proprietà sulla vita. Mi piacerebbe discuterne con chi pensa che siamo in diritto di considerarci proprietari e non mandatari. Sottigliezze semantiche o utilizzo sano della filologia in filosofia? Penso sia la seconda risposta, quella giusta.

Il paesaggio dell’anima, Dio, o il limite dell’umano

Che l’anima possa avere un paesaggio è bella metafora, traslato spirituale. Immaginare che nell’anima si dispieghino prati e colli è immaginifico. Eppure non è in-plausibile, poiché l’anima, come il corpo, è un paesaggio. Si dice correttamente, infatti “Io sono la mia anima e non: ho la mia anima“, e si dice anche “Io sono il mio corpo e non: ho il mio corpo“. E dunque, se noi siamo il nostro corpo e la nostra anima, siamo anche un paesaggio, come di certo pensava Umberto Galimberti intitolando quasi allo stesso modo un suo libro. Un paesaggio… psico-somatico.

E poi, con Platone, se l’anima siamo ciascuno di noi, l’anima stessa è il limite dell’umano: nulla di nostro è al di fuori dell’anima.

L’anima è sostanza semplice e pertanto non è corruttibile, sempre secondo il grande ateniese. Altri uomini di pensiero, come qualche astro-fisico con il quale ho già qui un po’ polemizzato, pensano che l’anima spirituale, siccome non è di-mostrabile empiricamente, e quindi scientificamente, secondo lo statuto di scienza che hanno in mente, semplicemente non esista. Questi studiosi hanno in mente e applicano sempre lo statuto galileiano induttivo-deduttivo per prove ed errori, non ammettendo possa esistere, separatamente, accanto alla conoscenza deduttiva, una scienza e una conoscenza di tipo diverso, intuitivo, vale a dire sia il modo classico, aristotelico del sillogismo, sia dell’entimema, o sillogismo “contratto”, che è sempre aristotelico, atto a dire una com-prensione sapienziale. Un esempio: a) Pietro è un uomo; b) gli uomini sono mortali; c) Pietro è mortale: questo è un sillogismo di primo tipo, deduttivo, di significato logico incontrovertibile; vediamone la versione “contratta” cioè l’entimema: “Pietro è un uomo, e dunque è mortale“. Non è la stessa cosa del sillogismo esteso, deduttivo, inferenziale, dove vi sono in sequenza logica una premessa minore, la prima, una premessa maggiore, la seconda, e una conclusione necessaria e ineludibile. L’entimema, invece, si basa sulla scontatezza del sapere-mortali gli esseri umani, ma si faccia conto che tale affermazione sia formulata da un essere umano a un extraterrestre che non conosce il genere umano: ebbene, l’entimema non basterebbe, poiché l’extraterrestre non è tenuto a conoscere la mortalità degli umani. In ogni caso, l’entimema è valido per gli umani che invece conoscono il proprio stato di mortali e dunque “si fanno bastare” la logica del sillogismo contratto.

Perché tutto questo ragionamento? Per cercare di spiegare come si possano dare oggetti di conoscenza che non richiedono l’inferenza logica. Proviamo a pensare all’idea di Dio. Ebbene, là dove Tommaso d’Aquino cerca di mostrarne l’esistenza con le famose cinque prove cosmologico-metafisiche, così come le propone il professore Enrico Berti, sant’Anselmo d’Aosta è più sintetico, come vedremo, suscitando le critiche successive proprio di san Tommaso. Intanto ecco le cinque “prove” tommasiane:

1) Movimento: è evidente che certe cose si muovono e tutto ciò che si muove è mosso da altro. Colui che è in movimento e colui che viene mosso sono due entità distinte. Il primo non è ancora in atto, il secondo è già in atto. Ci deve essere dunque all’origine qualcosa che non può essere mosso da altro, questo lo chiamiamo Dio.

2) Causa efficiente: è impossibile che una cosa sia causa efficiente di sé stessa, perché per esserlo dovrebbe produrre se stessa e dovrebbe esserci prima di essere prodotta. Noi non ci facciamo da noi stessi e quindi bisogna ammettere una prima causa efficiente, questa la chiamiamo Dio.

3) Contingenza: esistono cose che prima non c’erano e poi non ci sono più, sono contingenti. Se tutto fosse contingente vorrebbe dire che tutto ciò che esiste può non essere. Questo significa dunque che ci può essere un momento in cui non c’è nulla, ma non si spiegherebbe perché adesso c’è qualche cosa. Non c’è quindi mai stato un momento in cui non c’era niente: se c’è qualche cosa allora vuol dire che non tutto è contingente, c’è almeno un ente che è necessario, cioè che non può non essere, questo lo chiamiamo Dio.

4) Gradualità: esistono cose più o meno belle, nobili, perfette etc., ma il grado minore o maggiore di una cosa deve essere sempre in paragone a qualcosa d’altro, cioè se ci sono cose di grado parziale, ci deve essere necessariamente qualcosa di grado supremo. Se ci sono diversi gradi di essere, è necessario un essere nel grado massimo, questo lo chiamiamo Dio.

5) Ordine: esistono cose ordinate ad un fine, pur non essendo loro intelligenti. Queste cose non sono in grado di direzionarsi verso un fine, quindi occorre necessariamente qualcuno che le abbia dirette verso un fine (come la freccia e l’arciere), questo lo chiamiamo Dio.

Anselmo d’Aosta invece andò più per le spicce nel suo Proslogion (3, 2), scrivendo: «O Signore, tu non solo sei ciò di cui non si può pensare nulla di più grande (non solum es quo maius cogitari nequit), ma sei più grande di tutto ciò che si possa pensare (quiddam maius quam cogitari possit) […]. Se tu non fossi tale, si potrebbe pensare qualcosa più grande di te, ma questo è impossibile»

Come si può dunque non ammettere che si dia anche un altro modo di conoscenza oltre a quello post-galileiano? Galileo comunque, lo sappiamo, scriveva alla granduchessa Cristina di Lorena in questo modo: “La Scrittura non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in cielo“, chiarendo molto bene gli ambiti autonomi della scienza e della fede. Poi, ancora per secoli, la Chiesa ha fatto confusione tra i due piani, forse -più o meno- fino a san Paolo VI.

Il fatto è che un eccesso di sicumera non produce nulla di buono, come ben sapevano i sapienti antichi. Prendiamo san Paolo. Scientia inflat, cioè la scienza gonfia (di vanagloria, aggiungo io, come il ruolo, il denaro e il potere) sosteneva san Paolo (1 Cor 8, 1). Ne sono convinto quando chi la pratica è convinto di star percorrendo l’unico sentiero epistemologico plausibile dall’intelletto umano.

Possiamo quindi affermare che sull’anima vi sono molti e vari pensamenti.

Uno di questi appartiene al nostro gran poeta e filosofo conte Leopardi, tendenzialmente materialista e sensista. Vediamo che cosa scrive dal capoverso 602 al 606 dello Zibaldone di pensieri: “(…) La mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppur concepire alcuna cosa oltre i limiti della materia. Al di là, non possiamo con qualunque possibile sforzo, immaginarci una [602] maniera di essere, una cosa diversa dal nulla. Diciamo che l’anima nostra è spirito. La lingua pronunzia il nome di questa sostanza, ma la mente non ne concepisce altra idea, se non questa, ch’ella ignora che cosa e quale e come sia. Immagineremo un vento, un etere, un soffio (e questa fu la prima idea che gli antichi si formarono dello spirito, quando lo chiamarono in greco pnèuma, e in latino spiritus da spiro: ed anche anima presso i latini si prende per vento, come presso i greci cux¯ derivante da cæxv, flo spiro, ovvero refrigero); immagineremo una fiamma; assottiglieremo l’idea della materia quanto potremo, per formarci un’immagine e una similitudine di una sostanza immateriale; ma una similitudine sola: alla sostanza medesima non arriva né l’immaginazione, né la concezione dei viventi, di quella medesima sostanza, che noi diciamo immateriale, giacché finalmente è l’anima appunto e lo spirito che non può concepir se stesso. In così perfetta oscurità pertanto ed ignoranza su tutto quello che è, o si suppone fuor della materia, con che [603] fronte, o con qual menomo fondamento ci assicuriamo noi di dire che l’anima nostra è perfettamente semplice, e indivisibile, e perciò non può perire? Chi ce l’ha detto? Noi vogliamo l’anima immateriale, perché la materia non ci par capace di quegli effetti che notiamo e vediamo operati dall’anima. Sia. Ma qui finisce ogni nostro raziocinio; qui si spengono tutti i lumi.

Che vogliamo noi andar oltre, e analizzar la sostanza immateriale, che non possiamo concepir quale né come sia, e quasi che l’avessimo sottoposta ad esperimenti chimici, pronunziare ch’ella è del tutto semplice e indivisibile e senza parti? Le parti non possono essere immateriali? Le sostanze immateriali non possono essere di diversissimi generi? E quindi esservi gli elementi immateriali de’ quali sieno composte le dette sostanze, come la materia è composta di elementi materiali. Fuor della materia non possiamo concepir nulla, la negazione e l’affermazione sono egualmente assurde: ma domando io: come dunque sappiamo che l’immateriale è indivisibile? Forse l’immateriale, e l’indivisibile nella nostra mente sono tutt’uno? sono gli attributi di una stessa idea? [604] Primieramente ho già dimostrato come l’idea delle parti non ripugni in nessun modo all’idea dell’immateriale. Secondariamente, se l’immateriale è indivisibile e uno per essenza, non è egli diviso, non ha egli parti, quando le sostanze immateriali, ancorché tutte uguali, sono pur molte e distinte? Dunque non vi sarà pluralità di spiriti, e tutte le anime saranno una sola.

Dopo tutto ciò, come possiamo noi dire che l’anima, posto che sia immateriale, non può perire per essenza sua propria? Se lo spirito non può perire per ciò che non si può sciogliere, così anche perché non si può comporre, non potrà cominciare. Meglio quei filosofi antichi i quali negando che le anime fossero composte, e potessero mai perire, negavano parimente che avessero potuto nascere, e volevano che sempre fossero state. Il fatto sta che l’anima incomincia, e nasce evidentemente, e nasce appoco appoco, come tutte le cose composte di parti.

Oltracciò non osserviamo noi nell’anima [605] diversissime facoltà? la memoria, l’intelletto, la volontà, l’immaginazione? Delle quali l’una può scemare, o perire anche del tutto, restando le altre, restando la vita, e quindi l’anima. Delle quali altri son più, altri meno forniti: come dunque la sostanza dell’anima è per natura, uguale tutta quanta?

Ma queste sono facoltà, non parti dell’anima. Primo, l’anima stessa non ci è nota, se non come una facoltà. Secondo, se l’anima è perfettamente semplice, e, per maniera di dire, in ciascheduna parte uguale alle altre parti, e a tutta se stessa, come può perdere una facoltà, una proprietà, conservando un’altra, e continuando ad essere? Come può accader questo, se noi pretendiamo cum simplex animi natura esset, neque haberet in se quidquam admistum dispar sui, atque dissimile, non posse eum dividi: quod si non possit, non posse interire? (Cic. Cato mai. seu de Senect. c.21. fine, ex Platone.) V. p. 629, capoverso 2.

In somma fuori della espressa volontà e [606] forza di un Padrone dell’esistenza, non c’è ragione veruna perché l’anima, o qualunque altra cosa, supposta anche e non ostante l’immaterialità debba essere immortale; non potendo noi discorrere in nessun modo della natura di quegli esseri che non possiamo concepire; e non avendo nessun possibile fondamento per attribuire ad un essere posto fuori della materia, una proprietà piuttosto che un’altra, una maniera di esistere, la semplicità o la composizione, l’incorruttibilità o la corruttibilità.”

Si vede come Leopardi sviluppa un pensiero autonomo, non condizionato dall’ambiente nel quale è cresciuto, e chissà come si sarà scandalizzata l’onorevole sua madre, la marchesa Adelaide Antici, cattolica praticante, leggendo del figlio tali affermazioni.

Il conte Giacomo era ateo, o comunque agnostico, ma non si permetteva, come diversi scienziati odierni con superbia neppur dissimulata fanno, di affermare che lui aveva comunque indefettibilmente ragione. Invece, la simpatica e valorosa professoressa Hack sosteneva che non si può mostrare l’esistenza di Dio, e quindi neppure l’immortalità dell’anima. Se la potessi incontrare, o se la incontrerò in qualche stato dell’essere, che sarà già una risposta, le chiederei: “E come si fa dimostrare l’inesistenza di Dio?”

Ma a quel punto, in quello stato dell’essere, non servirebbero risposte, ma solo il silenzio della contemplazione.

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