Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Covid-19, vi sarà un “terzo” cambio di paradigma planetario: di mentalità e di modello socio-economico

…dopo Galileo (e prima di lui Aristarco di Samo (IV secolo a. C.), Roberto Grossatesta (XIII secolo d. C) e Niccolò Copernico (XV secolo d. C.), e dopo Einstein, Bohr, Heisenberg e Planck (XX secolo)?

immagine del bosone di Higgs (Gianotti e Tonelli)

Qui trascurando l’antichissima scoperta del fuoco e l’invenzione della ruota, possiamo dire che:

considerando

a) il periodo “assiale”, come lo chiama Jaspers dal VIII al V secolo a. C., che mostra la quasi contemporaneità del Buddha, di Confucio, dei tragèdi greci, di Isaia, etc., e la

b) venuta di Gesù detto il Cristo come due eventi di complessità ancora maggiore,

Il primo cambio di paradigma universale è forse stato la scoperta che la terra non è centrale nell’universo, ma periferica, o centrale come tutto è centrale nell’universo, e comunque appartenendo a un sistema, quello solare, galattico, intergalattico, mentre

il secondo cambio di paradigma universale è stato la scoperta dello spazio-tempo e del rapporto fra vuoto e pieno, dove lo stato di vuoto produce l’universo (da 14 miliardi anni circa) restando in qualche modo vuoto, si dice nella nuova meccanica e in astrofisica. Si produce così lo spazio-tempo dal vuoto. Non dal nulla, che è un concetto logico e metafisico. Un esempio: lo 0 è uguale a +2-2, e così via, fluttuando sopra e sotto ma senza scostarsi di molto dallo 0, e comunque tornando a passare per lo 0: sono le cosiddette fluttuazioni quantistiche (elettroni/ positroni, quark/ antiquark, etc.) nel vuoto. L’essere di Parmenide.

…ho detto di questi due cambi di paradigma da ignorante tecnico, da orecchiante, e il lettore mi perdonerà, ma è solo per introdurre quanto segue.

Oggi, che il mondo si è planetarizzato, e l’ominazione è molto avanzata e probabilmente finita, così come la conoscevamo essere stata da migliaia di anni, Covid-19 è forse un oggetto capace di cambiare il paradigma della convivenza su questo pianeta.

La crisi del pensiero critico è stato uno dei leit motif miei, di questi anni, lo sai, caro lettore, perché su questo abbiamo condiviso molti dialogi, magari aventi altri “oggetti”, ma che lì portavano me, e anche te, anche se certamente in modi diversi. Bene. Riflettendo ad ampio raggio, cioè partendo da alcune grenz Situazion, à la Jaspers, di carattere storico, mi permetto di pensare e anche di sperare (verbo abbastanza inviso ai piennellisti) ma straordinariamente filosofico (e teologico), che Covid-19 sta forse creando le condizioni per un cambio di paradigma (proprio nel senso che diede Thomas Kuhn al termine.

Mi sembra che, se lavoriamo in questo senso, e lo fanno, più o meno consciamente, anche le grandi agenzie educative, si potrebbe essere protagonisti e spettatori di un cambiamento grande. Sopra ho citato Galileo e poi Einstein/ Planck, che operarono al “centro” dei due forse massimi cambiamenti di paradigma dell’ultimo millennio (forse dei due ultimi due e mezzo).

Il “tempo ritrovato” è obiettivamente proprio il centro di questo cambiamento, perché potrebbe significare un riconsegnare valore a molte cose dimenticate nel bailamme della post-modernità: linguaggio, qualità relazionale, scala valoriale tra beni materiali e beni spirituali, amicizia e amore, cultura e perfino… lo sport (si pensi alla ridicola “tragedia” del campionato di calcio sospeso!).

Su questi temi intervistano “tutti” per modo di dire, molti dei quali sono intellettualmente disonesti: alcuni parlano di cose che non conoscono e trovano sempre persone ad applaudire. Uno di questi è il quasi onnipresente Odifreddi che dice di fare lezioni di logica matematica e poi si perde in una inutile aneddotica e in filosofemi raccogliticci e imprecisi. Il sapere richiede fatica, la divulgazione no, basta un po’ di ars retorica d’accatto.

Leggo un’intervista a Jeremy Rifkin, che è di ben altra tempra. Lo studioso ritiene che effettivamente vi sarà questo radicale cambiamento. Da economista e sociologo egli ritiene che:

a) le immense risorse dei fondi pensione potrebbero essere volte alla costruzione di bio-regioni, spostando gli investimenti dai combustibili fossili all’economia sostenibile;

b) si potranno sviluppare modalità informative, formative e di discussione in teleconferenza riducendo viaggi interminabili e spesso di dubbia utilità;

c) si valorizzeranno, nel senso non solo economicistico del termine, i territori e i beni storici, archeologici e artistici;

d) si recupererà un tempo per la riflessione individuale e di gruppo, favorendo lo studio e la ricerca. E molto altro che per il momento non intravedo, o intravedo confusamente.

Ecco, questo penso, e dunque guardo con un occhio attento e anche incline al sorriso, con il massimo rispetto – è chiaro – per chi soffre e per chi non è più tra noi.

Passerà certo, ma ci sarà una eterogenesi dei fini, paradossalmente anche nel male.

L’ora della medicina è l’ora della filosofia

…come nei tempi antichi, quando i medici erano filosofi, e spesso viceversa.

Galeno da Pergamo

La medicina e la filosofia sono sempre state collegate, quasi scienze “sorelle”, perché entrambe si occupano dell’uomo, della sua vita e della sua salute, fisica e spirituale, anzi, in qualche modo, specialmente in Aristotele, del tutto connesse. Che la salute fisica e spirituale siano strettamente correlate, lo sappiamo tutti, o quasi.

Non si può non partire da Ippocrate di Coo (o Kos, in greco), cioè Ἱπποκράτης, Hippokrátēs; nato nel 460 circa in quell’isola e moro a Larissa nel 377 a. C., che fu medico, geografo e scrittore, facente parte di quell’aristocrazia intellettuale che segnò gran parte della cultura antica di cui siamo tuttora grandemente debitori. Ippocrate cambiò radicalmente il concetto e le modalità pratiche della medicina del suo tempo, che era troppo legata alle riflessioni teologico-filosofiche intese come pura teoria (theorìa in greco significa visione), qualificando la medicina come sapere e professione autonoma.

Il suo Corpus Hippocraticum riassunse tutte le conoscenza naturali e cliniche del suo tempo e di tutte le scuole mediche precedenti, anche esterne alla Grecia.

Prima di citare i grandi filosofi classici, propongo un cenno a Galeno di Pergamo, attivo oltre cinque secoli dopo. Nato nella città anatolica nel 129, morì a Roma nel 201 circa d. C.. Per tredici secoli le sue dottrine e le sue pratiche andarono per la maggiore in tutto il mondo europeo e mediterraneo, fino alle rivoluzioni filosofiche e scientifiche del ‘500/ ‘600. Dal suo nome deriva la galenica, vale a dire l’arte di preparare i farmaci da parte del farmacista in farmacia.

Medicina e filosofia, differenti disciplinarmente, sono collegate fin da tempi molto antichi. Infatti, pressoché tutti i filosofi nel corso del tempo hanno fatto proprie molte metafore mediche per dire il loro pensiero filosofico. Molti di essi erano anche medici, per cui connettevano la capacità di curare il corpo con la necessità di curare anche l’anima, che non era ritenuta un’entità indipendente dal corpo e viceversa. Si può dire che avevano una visione che oggi definiremmo “olistica”.

Teniamo conto che il termine greco φιλοσοφία è composto di φιλεῖν (phileîn), “amare” e σοφία (sophía), “sapienza”, ed è, dunque, “amore per la sapienza”. Già l’etimologia obbliga, quasi, a pensare al ruolo del medico, che deve “sapere” molte cose per poter operare con efficacia per il benessere dell’uomo.
Inoltre, l’agire del medico non può non essere mosso anche dalla capacità di essere compassionevole, e anche qui l’etimologia del termine ci illumina sulla sua posizione e ruolo sociale. Il lemma “compassione” deriva dal latino cum pati, soffrire insieme, ma anche dal greco pàsco, soffro. Si pensi ai due termini sim-patia ed em-patia, entrambi derivanti dallo stesso verbo greco, significando rispettivamente: a) sentire con (con l’altro) e b) sentire come (l’altro)…

Il medico, dunque, si muove mosso da un sentire il bisogno dell’altro e se ne prende cura, perché percepisce la vulnerabilità di quella persona, e sa che potrebbe essere la propria (persona), in un altro momento,

Se i termini della questione sono questi, già si intuisce il legame naturale, intrinseco, profondo, che sussiste tra le due discipline, la medicina e la filosofia, come abbiamo detto, fin da tempi molto antichi e in particolare dalla civiltà classica greca, che vide lo svilupparsi decisivo delle dottrine filosofiche e anche delle nozioni legate alle scienze naturali e della medicina. Il rapporto tra le due scienze si incontra in una antropologia che ha una dimensione fisica collegata a una dimensione teoretico-intellettuale, un’antropologia fisica che descrive l’uomo, come è fatto, come si suppone sia generato, come termini la sua vita, come possa ammalarsi, e una antropologia filosofica, che studia l’anima dell’uomo, la psyché, la sua spiritualità, il suo pensiero, la capacità di ragionamento, le emozioni…

Fin da mezzo millennio prima di Cristo si capiva come fosse indispensabile, accanto alle capacità di cura delle malattie e del dolore fisico, una conoscenza dei “rimedi” da attuare per il disagio e il dolore spirituale. In questo senso si pensi già ai dialoghi platonici, agli insegnamenti di Epicuro, alla Fisica di Aristotele. Era dunque importante per quei nostri predecessori cercare qualche significato sull’ordine delle cose. Costoro sapevano che dare un orientamento filosofico al proprio pensiero aiutasse e supportasse chi è di fronte al dolore umano e alla morte.

Nell’antichità la morte era una dimensione che poneva il medico perfino in una dimensione “sacrale”, fino addirittura a divinizzarlo. La malattia era collegata al divino quasi come punizione che il “dio” irrogava all’uomo peccatore (visione presente anche nel mondo biblico). Si trattava di un modello di tipo “teurgico”, nel quale potevano avere un ruolo anche forze negative, demoniache. Vi era nella medicina un lato che poteva essere ricondotto al misticismo se non alla magia.

Solo con Ippocrate questa visione delle cose si modificarono assumendo connotati di tipo razionale, o scientifico, per quei tempi. Il medico di Kos, nel trattato “L’Arte medica”, descrivendo questa abilità, dimostrò che la medicina può aiutare l’uomo nella guarigione oppure ridurre la sofferenza con mezzi materiali. Il Giuramento, cui ancora oggi si fa riferimento attesta che quell’antico “dottore” aveva una visione della vita molto completa, per la quale da curare era l’uomo, tutto l’uomo, quando in esso si manifestava qualche male. Molte volte Ippocrate cita l’essere umano con il termine “ánthropos” (essere umano), mostrando così quanto veniamo dicendo.

La relazione medico-paziente è da sempre una delle più importanti tra i vari rapporti umani, commisto di empatia e di competenza, dove ciascuno si mette in relazione con l’altro nel suo proprio ruolo, ed è una situazione a-simmetrica, necessariamente, anche se possibilmente non improntata a paternalismo e autoritarismo. Questo lo sapevano bene gli antichi pensatori, cui ora daremo un poco la voce.

Ad esempio, Socrate (470 a.C. – 399 a. C.) con il metodo maieutico (dal greco “maieutiké”), che si proponeva di “tirar fuori” dall’allievo pensieri personali, senza imporgli le proprie opinioni con la retorica e l’arte della persuasione. Il metodo socratico era una specie di “parto intellettuale”, essendo Socrate convinto che “è sapiente solo chi sa di non sapere”, mentre chi si illude di sapere, ignora la sua ignoranza.

Continuiamo con Platone (428 a.C. – 348 a.C.): per il sommo ateniese la filosofia era indispensabile per la crescita dell’uomo virtuoso. Come i suoi contemporanei anche lui credeva (chissà come “credeva”?) che Asclepio fosse il fondatore dell’arte medica, come fa affermare al medico Eurissimaco nel Simposio, Anche nel Timeo, (XXXI, e, a, et XXXII, b, b, p, et XXXIII, b, c, d) il filosofo si occupa di storia naturale (biologia) e medicina, sostenendo che gli “dei” collocarono il centro della vita nel midollo, e anche l’anima. La sua visione non poteva che essere materialista, ma solo nel senso della concretezza corporea, e ciò sorprende un po’, epperò solo chi pensa che Platone fosse un astratto spiritualista. Aggiunge poi che la parte più “divina” dell’uomo è collocata nel… cervello. Descrive poi, sempre nel Timeo le collocazioni nei vari organi interni (cuore, fegato, polmoni, etc.) che lui ritiene appartengano alle varie passioni e caratteristiche dell’anima maschile e dell’anima femminile.

In un altro dialogo, il Fedro (XXV a, b), Platone descrive gli umori e le parti fluide del corpo (sangue, flegma, bile, etc.) e la tripartizione anatomica: “cervello” dove ha sede, come affermato nel mito dell’anima, l’anima, psyché, che governa due “destrieri” che sono “il cuore” (nobile e buono) e “il fegato” (non buono) (Fedro, XXV a,b.).

Un altro aspetto che Platone cura è quello della “pedagogia, anzi dell’andragogia (l’insegnamento agli adulti) della medicina. Per lui come usava fare Ippocrate, suo contemporaneo, il medico deve educare il malato, ma anche ogni persona, a tutelare la propria salute (sembra qui echeggi già l’articolo 9 dello Statuto dei Diritti dei lavoratori, Legge 330 del 1970, dove si prevede che il lavoratore si curi, non solo della propria salute e sicurezza, ma anche di quella dei colleghi!).
Nel dialogo Gorgia, Platone colloquia con questo filosofo (Gorgia da Lentini in Sicilia, non dimentichiamo che Platone trascorse non poco tempo a Siracusa) parlando di medicina, e lì cita Socrate e la sua idea che esistano quattro tèchnai buone: ginnastica e medicina (che riguardano il corpo), legislazione e giustizia (che riguardano l’anima).

Aristotele (384 a. C – 322 a. C.) si interessa della medicina in molte sue opere, nelle quali discorre chiaramente del rapporto tra medicina e filosofia; trattò anche non poco l’anatomia e la fisiologia, avendo una grande opinione, come il suo maestro Platone, di Ippocrate. Ricordiamo una delle opere meno note dello Stagirita, i Parva Naturalia, nella quale si interessa della salute e della malattia, indicando le scienze adeguate a questi temi profondamente umani: partendo dallo studio della natura, sostiene Aristotele, i filosofi passano trattare questioni di medicina, così come i medici, che però procedono ulteriormente con la ricerca e l’applicazione di sempre più efficaci terapie. Ecco qui il termine terapia, che nella classicità significa “cura in generale dell’uomo“, e quindi sia psicologica e morale, sia della parte corporea.

Ad esempio, nell’opera morale sua maggiore, l’Etica Nicomachea, scrive: ”(…) i malati ascoltano con attenzione le cose che dicono i medici, ma non fanno nulla di quello che viene loro prescritto. E quindi, proprio come quelli non sono sani nel corpo, se si curano in modo simile, nemmeno sono sani nell’anima (…)”. Un rapporto necessario tra anima e spirito, fra corpo e anima!
Inoltre, Aristotele, si occupò non poco anche di anatomo-fisiologia e di zoologia, saperi fino al suo tempo del tutto o quasi inesistenti.

Nel trattato De Anima, Aristotele descrisse la vita come: “la capacità di nutrirsi da sé, di crescere e di deperire. Ogni vivente è dotato di anima, che fa la differenza tra vivente e non vivente; l’anima è l’atto primo di un corpo naturale dotato di organi”.

Oltre alle qualità sensitive e di locomozione, l’uomo possiede caratteristiche particolari e uniche in natura, l’intelletto, definito noûs (da cui attività noetiche cioè intellettuali), organo (spirituale) preposto alle attività intellettive e ad approcciare le realtà intelligibili, vale a dire tutta la realtà. Anche Aristotele, derivando il concetto da Platone, considera immortale la parte dell’anima che non dipende dalla corporeità, come il pensiero.

L’uomo è dunque un composto di materia e di spirito, chiamato synolon, cioè il tutto-insieme, compenetrati tra loro in modo da non poter esistere l’uno senza l’altro.

Riporto qui alcune tesi aristoteliche ritenute valide fino al Rinascimento: “Aristotele immaginò che la riproduzione nella specie umana avvenisse attraverso il sangue mestruale, congelato ad opera del principio attivo dello sperma, successivamente trasformato in una sostanza amorfa da cui derivava l’embrione. Ma il numero elevato di dati raccolti da Aristotele e dai suoi assistenti costituì la base di ogni progresso scientifico, oltre che il libro di testo del sapere per duemila anni.” (autore non noto, dal web, ma la tesi riportata corrisponde)

La medicina ippocratica e platonico-aristotelica si fondava, dunque, sul concetto di malattia e sul medico interamente dedicato alle esigenze del paziente, allo studio della patologia non perdendo di vista la sua umanità.

Possiamo ricordare anche, nel III secolo a. C., Erofilo e Erasistrato, i quali accentuarono l’aspetto globale delle condizioni psico-fisiche della persona, senza fermarsi al solo aspetto fisico. La medicina greca giunse a Roma tramite alcuni greci liberti, che avevano studiato nelle “scuole” filosofiche e scientifiche della Grecia, collegandosi strettamente alla Dottrina cristiana, quando ivi giunse verso la metà del I secolo con Paolo.

Il Cristianesimo portò nella cultura imperiale del tempo il concetto-valore di persona, come valore incommensurabile, e ciò in qualche modo fu il controcanto dell’ampliamento di misure che oggi chiameremmo socio-assistenziali promosse da alcuni imperatori, a partire da Augusto, che istituì una sorta di primo welfare per le persone più disagiate, seguìto da Vespasiano, Adriano, Marco Aurelio.

La dottrina del Maestro di Nazaret, così come riportata nei vangeli e nell’opera dei discepoli si mosse in questo senso, trovando interlocutori interessati anche nella filosofia romana, come in Seneca. Questi (4 a.C. – 65 d. C.), che qualcuno sostiene ebbe a conoscere san Paolo, descrive in questo modo il medico: “(…) il vero medico si è preoccupato di me più del dovuto; è stato in ansia non per la sua reputazione ma per me; non si è limitato a indicarmi i rimedi ma li ha applicati con le sue stesse mani; è stato fra quelli che ansiosamente mi assistevano: di conseguenza io sono in obbligo ad un uomo simile non come medico ma come amico” (De beneficiis, VI, 16,2. ). Seneca proponeva una visione unitaria, monistica, dell’uomo, per la quale anima e corpo sono due entità intercomunicanti in quanto consustanziali e attraversate da un unico “spiritus coibente”.

Nelle Epistulae morales ad Lucilium, scrive in tempi vicini alla sua morte ordinata dall’ex “allievo” Domizio Enobarbo (Nerone): “Senza la filosofia l’animo è malato, se anche il corpo è in forze. Curiamo prima la salute dell’anima, poi del corpo. E’ da stolti esercitare i muscoli come pazzi; se è troppo il peso del corpo l’anima diviene meno attiva. La troppa fatica negli esercizi fisici esaurisce lo spirito e l’abbondanza di cibo ostacola l’acutezza d’ingegno. Ma ci sono esercizi facili da fare come corsa, salto, sollevamento; ma qualsiasi cosa tu faccia torna subito all’anima ed esercitala notte e giorno”.

Galeno di Pergamo (129-199), la cui immagine ho posto all’inizio di questo breve saggio, studiò filosofia che in seguito collegò positivamente a quella medica. Secondo lui non si può essere un buon medico se non si conoscono logica, fisica ed etica, cioè l’insieme dell’autentica filosofia, con le parole. “(…) chi è un vero medico è sempre anche filosofo. Sul fatto che ai medici abbisogni la filosofia per adoperar bene l’arte non credo abbia bisogno di dimostrazione. (…) ”(GAROFANO I. – VEGETTI M., Galeno, Opere scelte, Utet, Torino 1978, p. 76).

Si può dire che Galeno rimase – per le scienze mediche – punto di riferimento per più di mille anni.

Infine riporto alcune parole di Plotino (203 – 270 d. C.), il quale nelle Enneadi, in seguito pubblicate dal suo allievo e biografo Porfirio: “Quando poi pretendono di liberarsi dalle malattie, avrebbero ragione, se lo volessero fare mediante la temperanza e un regime regolare di vita, come fanno i filosofi; (…), il genere di filosofia, da noi perseguito, fra gli altri beni raccomanda la semplicità dei costumi e la purezza dei pensieri, ricerca l’austerità non l’arroganza, ci ispira una confidenza accompagnata da ragione e da molta sicurezza, da prudenza e da massima circospezione”.

Dopo questa breve esplorazione del passato, ora possiamo, con calma, esplorare su come le due discipline, la medicina e la filosofia, insieme con le scienze psicologiche, prime cugine anzi figlie “di primo letto”, della filosofia, possono oggi collaborare, soprattutto in ragione dei tempi che viviamo, in presenza del Covid-19.

Oggi, i filosofi e gli psicologi possono essere i primi alleati dei medici e degli infermieri, ma anche di tutti coloro che operano in condizioni di libertà ristretta, come i carcerati e coloro che vigilano nelle carceri, solo a modo di esempio. Sono onorato che la mia Associazione filosofica, Phronesis, sia su questa strada di bene.

Gentile Presidente Angela Merkel… (firmato: un cittadino italiano – aspirante europeo)

Il mio caro amico Romeo Pignat, stamane mi ha inviato quanto segue, autorizzandomi a pubblicare la sua lettera.

Nel Land (Assia) di un paese ricco, come la Germania, si suicida il ministro delle finanze, sopraffatto da una tempesta imprevedibile, non governabile, non pianificata. Intanto, da Paesi poveri, provvisori, ex comunisti, come l’Albania e Cuba, giungono aiuti all’Italia: la povertà sembra ancora capace di preservare la ricchezza forte della solidarietà e, parafrasando il presidente albanese Ilir Meta, quella riconoscente della memoria.  Un insegnamento per il nostro Occidente, con la sua forza apparente pervasa di profonda fragilità.

Ludwig van Beethoven

APPELLO ALLA GERMANIA, PER UNA SCELTA GIUSTA, GENEROSA E, FINALMENTE, RICONOSCENTE

Gentile Presidente Angela Merkel,

mi rivolgo alla sua coscienza e alla sua umanità, spinto da un sentimento d’impotenza e, insieme, da un autentico bisogno di cittadinanza europea. A Lei mi rivolgo, come passeggero di una nave continentale condotta ciecamente verso un iceberg prima del definitivo disgelo, mentre molti leader occidentali da diporto continuano a vagare intorno alla tragedia dentro gli sparsi yacht del potere: tanto più incomprensibile, quanto più commisurato alla miopia delle loro parole, a quegli stolti ciuffetti biondo-rossicci che offuscano la loro vista.   

Mi rivolgo a Lei, perché so che, più delle altre, le scelte sue e quelle del suo Paese potranno essere decisive, per il destino e per il senso futuro dell’Europa e del Mondo: se il destino può,  parzialmente, capitare; il senso va cercato, trovato, costruito insieme.

La Germania, nell’ultimo secolo, ha segnato il corso della storia europea. E ha anche perso, miseramente, due guerre, se in questi casi perdere o vincere può ancora significare qualcosa. Il suo Paese, Patria di Goethe, di Kant, di Beethoven, la Germania che ha saputo comprendere, accogliere, valorizzare la bellezza di Tiepolo nella Residenz di Würzburg, è lo stesso Paese che per due volte è sprofondato nell’abiezione, perché la sua cultura illuminata è stata sopraffatta da una hýbris, una tracotanza, un orgoglio smisurato che, con la “apoteosi” del nazismo, ha finito per soffocare il respiro della vita nell’efficiente allucinazione di un deserto di morte e di orrore. Eppure i due dopoguerra, per le loro differenze, potrebbero ancora insegnare qualcosa, per decidere con umanità e saggezza la strada giusta del terzo dopoguerra, quello dopo la lotta contro il Covid-19, che speriamo e contiamo al più presto di vincere.

Dopo la prima guerra mondiale, la Germania, colpevole d’imperialismo ma soprattutto di essere la prima Nazione tra i vinti, subì lo sproporzionato oltraggio del Trattato di Versailles che, come ha scritto Daniel Pennac, “ha fabbricato tedeschi umiliati che hanno fabbricato ebrei erranti che hanno fabbricato palestinesi erranti che hanno fabbricato vedove erranti incinte dei vendicatori di domani.” L’hýbris è stata covata lì, dentro la cella dell’umiliazione, dove anche il ricordo di Kant, di Goethe, di Beethoven sono stati sciolti da un sole malsano e artificiale. 

Dopo la seconda guerra mondiale, la Germania, colpevole del più esecrabile crimine mai commesso contro l’Umanità, è stata invece ammessa al tavolo di quell’Europa che, da italiano, penso con orgoglio essere nata dalla visione di alcuni ragazzi del nostro scapestrato Belpaese, capaci di reagire con serena nobiltà dentro l’esilio di Ventotene. La forza di quel pensiero giovane e generoso ha reso possibile l’impensabile, quasi il contrario di quanto era accaduto a Versailles: accanto agli italiani Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, ai francesi Jean Monnet e Robert Schuman, al belga Paul-Henri Spaak, al lussemburghese Joseph Bech, tra i padri fondatori dell’Europa fu saggiamente “ammesso”  anche il tedesco Konrad Adenauer, che portò il suo contributo encomiabile e straordinario.

Non solo, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989, alla Germania fu rapidamente concessa la dignità di riunificarsi. Allora condivisi con soddisfazione e speranza questa decisione, convinto che fosse un passo illuminato verso un futuro migliore. Dovremmo pentircene? Dovremmo pentirci di aver scelto, allora, la strada del “perdono” e della “comprensione”, piuttosto che quella della “umiliazione”, ripercorsa poi cinicamente a danno della nostra madre Grecia, come se la colpa di una ladresca gestione contabile fosse superiore a quella dell’Olocausto? La memoria corta, spesso, è una memoria stupida, che ci conduce a feroci ingiustizie e a inutili sofferenze.

Già nei prossimi giorni, spero che l’eterno feto dell’Europa cominci a vagire e a svezzarsi in modo sano, per affrontare con giustizia e coraggio il terzo dopoguerra: confido, allora, che si allarghi il respiro della memoria e il groppo delle umiliazioni subite inceppi quegli artificiosi determinismi finanziari della nostra “Comunità”, spesso sostenuti proprio dall’oblio e dall’egoistica indifferenza della Germania.

Per mia pigrizia e ignoranza ho sempre frainteso e odiato l’incipit dell’Inno tedesco, quel  famoso “Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt”. Poi, leggendo più attentamente il testo, ho capito cosa in realtà volesse significare: “Germania, Germania, al di sopra di tutto, al di sopra di tutto nel mondo, purché per protezione e difesa si riunisca fraternamente.” Ho capito che quelle parole, scritte nel 1846, aspiravano a una fraterna unità nazionale tedesca, superiore ai particolarismi di tanti piccoli stati che, allora, non ancora costituivano la Germania. Dopo la fiducia concessa come fratelli al popolo tedesco nel secondo dopoguerra, sarebbe bello sentire cantare anche qualcosa di nuovo e di nostro: “Europe, Europe über alles, über alles in der Welt”.

Mi rivolgo a Lei, gentile presidente Angela Merkel, perché sono convinto che oggi, come altre volte nel recente passato, il suo Paese possa avere un ruolo decisivo per il futuro dell’Europa e del Mondo: non solo e non tanto per combattere il male invisibile che ci affligge in questo momento, quanto per perseguire un bene visibile e necessario per tutta l’Umanità, che solo può cominciare dall’Europa, il Continente privilegiato. 

La risposta ai nostri bisogni, ora più che mai, non può essere ispirata soltanto dalle proiezioni dei grafici finanziari e degli istogrammi epidemiologici. È anche nella preghiera sommessa e solitaria di papa Francesco in piazza San Pietro. Nell’umiltà dei paria indiani senza casa che rispettano la quarantena appollaiati sugli alberi. Nella dolorosa dignità dei vecchi che muoiono soli e senza respiro nella “peste” di Bergamo, non periferia d’Europa ma centro vitale di economia, cultura, civiltà. Dove operano fabbriche innovative ed efficienti come quelle tedesche e dove la “provvisoria” misura italiana, il nostro senso del limite, ha saputo preservare dall’arroganza annientatrice di troppe guerre, la bellezza autentica di una meravigliosa città d’arte.

In un pianeta sempre più interconnesso e contagioso, c’è un solo modo per tentare di scrivere il prossimo futuro: volere quel futuro che fa bene all’Uomo, non sceglierne uno dei tanti che fanno bene soltanto a qualche categoria d’uomo. Altrimenti, le curve diversamente previste delle epidemie e delle finanze, saranno distorte e divelte da mostruosi focolai di umanità calpestate, di miserie, di ansie, di tensioni sociali più imprevedibili e devastanti del Covid-19.

La Germania, in questo momento di difficili scelte, può avere un ruolo positivamente decisivo.

La Germania ha (voluto e, ndr) perso la Prima Guerra mondiale e, slealmente, è stata messa nelle condizioni di perdere anche il primo dopoguerra.

La Germania ha provocato e perso la Seconda Guerra mondiale e, fraternamente, è stata rimessa in gioco dai Paesi europei amici nel secondo dopoguerra.

La Germania, oggi, può finalmente vincere la sua e la nostra guerra e, soprattutto, portare un contributo lungimirante per affrontare la sfida più difficile: il terzo dopoguerra mondiale,

confidando in Kant, Goethe, Beethoven.

Romeo Pignat,

cittadino d’Italia e aspirante cittadino d’Europa

Un “socialismo” riemerge cautamente dal Covid-19

Nessuno si scandalizzi, ma penso proprio che si tratti di questo: la solidarietà sociale oramai in queste settimane (mesi?) si sta orientando verso una condivisione obbligata certo, ma reale, di condizioni e di abitudini. Già negli ultimi tre quarti di secolo, cioè dal secondo dopoguerra, forme di welfare socialdemocratico hanno preso piede in molte nazioni, mentre il comunismo falliva.

Willy Brandt

Non si deve temere di usare la parola “socialismo”, pur se molti lo confondono ancora con il comunismo, anche se, da un punto di vista storico-declaratorio, a giusta ragione. Infatti la dizione completa dell’acronimo U.R.S.S., significa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Il socialismo sovietico era un comunismo di stato, così come quello cinese di Mao-Tze-Dong, che ancora vive nell’autocrazia liberal-comunista di Hi Hsin Ping.

Bisogna comunque distinguere in modo rigoroso tra i due concetti. Il socialismo è una dottrina proponente riforme sociali gradualiste (soprattutto dall’uscita della proposta marxiana, molto più radicale, perché rivoluzionaria), che nasce dalla Rivoluzione francese, tramite personaggi come Babeuf, Filippo Buonarroti, e poi il conte di Saint-Simon, Fourier, Blanqui e Proudhon, che proponeva venature già anarchiste. Poi è arrivato Karl Marx, il quale insieme con il suo sodale Friedrich Engels ha scritto i principali testi del socialismo scientifico (per distinguerlo rigorosamente da quello chiamato con una certa sufficienza ironica “utopistico”), altrimenti detto materialismo dialettico, base per tutte le rivoluzioni sociali successive dell’800 e del ‘900, che sappiamo come sono andate.

A metà’ 800 fu fondata l’Internazionale socialista, cui aderivano socialisti umanisti della tradizione francese, seguaci di Marx-Engels e anarchici à la Bakunin. Ma vi partecipavano anche “democratici” repubblicani come Mazzini, che viveva a Londra ed era distantissimo, sotto il profilo politico-sociale, dall’uomo di Treviri.

Nell’ottobre (o novembre, secondo il calendario giuliano vigente nel mondo cristiano ortodosso) del 1917 scoppiò la Rivoluzione bolscevica, che dette inizio alla più grande esperienza socialista, anzi comunista, della storia. Nel frattempo, si sviluppava un’altra linea socialista, quella “riformista” (termine impreciso per quei decenni, ma attuale dalla seconda metà del ‘900), il cui maggior teorico fu Eduard Bernstein, che trovò soprattutto nell’Europa del Nord i maggiori adepti.

Nel 1921 a Livorno il Congresso del Partito Socialista Italiano “partorì” – nel corso di una feroce diatriba – nientemeno che il Partito Comunista d’Italia, promosso da personaggi come Gramsci, Togliatti, Terracini, Bordiga, che ne fu il primo segretario. Il Partito Socialista era spaccato fra gradualisti à la Bissolati e Turati e massimalisti come Serrati. Dalle file del PSI era uscito anche Benito Mussolini, a suo tempo fautore di un socialismo sindacal-rivoluzionario ispirato, più che dalla tradizione teorica del socialismo, da una sorta di vitalismo filosofico i cui ispiratori erano piuttosto il francese Georges Sorel e perfino Nietzsche.

Altrove ho scritto (e qui lo confermo) che il cavalier Benito aveva tratti fascistoidi nel suo modo di essere, di pensare e di fare anche quando era socialista, e rimase in qualche modo socialista anche da fascista. Su questo protagonista della politica e della storia italiana (e non solo) il mio lettore non può esimersi da una buona lettura del fondamentale testo del professor De Felice “Mussolini il duce“, per capirci qualcosa di importante al di fuori della polemica politica.

La nascita del Partito Comunista (ricordo che questo partito fu fedelissimo all’Unione Sovietica almeno fino al 1973, e che fu Berlinguer a distaccarlo da essa) in Italia provocò la paradossale situazione che il socialismo riformista fu quasi sempre minoritario e debole, per decenni chiamato addirittura social-fascismo da parte del comunisti, a differenza di ciò che riuscì a fare nel Nord Europa. Certamente va riconosciuto ai comunisti italiani di essere stati fondamentali nella lotta anti nazista/ fascista, anche se non con qualche contraddizione, se si pensa al discorso dei confini orientali dell’Italia, dove traccheggiò, tentato dalle sirene del maresciallo Tito.

Il Partito Socialista poi, nel 1949, dopo essere stato per l’ultima volta maggioritario rispetto al PCI nelle elezioni del 1948, vinte alla grande dalla Democrazia Cristiana, si spaccò tra un Partito che restava con Pietro Nenni e un pezzo più piccolo che se ne andava con Giuseppe Saragat, fondandosi come Partito Socialdemocratico italiano. Poco più di un decennio dopo il Partito Socialista si spaccava di nuovo, ma questa volta “a sinistra” con la fondazione dello PSIUP il Partito Socialista di Unità Proletaria, prodromo e contenitore di parte della successiva “Nuova Sinistra” post-sessantottina, soprattutto di Avanguardia Operaia, poi Democrazia Proletaria, mentre Lotta Continua e Potere Operaio ebbero origini differenti, provenienti anche da contesti socio-culturali cattolici.

In quegli anni, sull’onda del Concilio Vaticano Secondo, e della Dottrina sociale della Chiesa rinnovata sotto Giovanni XXII e Paolo VI, si era mossa la cultura cristiano-cattolica verso sponde di sensibilità sociale molto forti, anche con religiosi e prelati di alto profilo: si pensi al padre scolopio Ernesto Balducci, al padre Servo di Maria David Maria Turoldo, al parroco dell’Isolotto di Firenze don Enzo Mazzi, all’abate benedettino di San Paolo fuori le Mura Dom Giovanni Franzoni, e senza dimenticare don Lorenzo Milani, forse il più noto fra questi. Il cattolicesimo “di sinistra”, però, si rivolgeva, più che alla tradizione socialista riformista, direttamente al Partito Comunista e anche alla Nuova Sinistra, di cui costituiva, in parte, bacino di crescita.

Non dimentichiamo che anche alcuni tra i fondatori delle Brigate Rosse, cioè fautori della scelta armata, come lo stesso Renato Curcio e sua moglie Margherita Cagol erano di matrice cattolica.

Poi è arrivato Craxi, che riuscì anche più di Nenni ad essere “governativo”, in mezzo a non poche traversie. Circa la sua morte mi vergogno dell’Italia, che lo lasciò morire in esilio.

Negli ultimi vent’anni il mondo è cambiato, con la telematica, la nuova comunicazione in tempo reale, la finanza al comando, i nuovi linguaggi, generando una confusione difficilmente decrittabile. Il mio gentile lettore mi potrà dare atto che il mio continuo, diuturno impegno, è di cercare con questo strumento (il blog Sul Filo di Sofia), con i libri che pubblico, con le conferenze e le lezioni accademiche e aziendali che svolgo, con le relazioni che curo all’interno del mio network, con la mia attività di coordinamento di parte dell’Associazione filosofica cui appartengo, di contribuire – nel mio piccolissimo – a dipanare questa confusione, riflettendo, dialogando, proponendo idee per riprendere a dare sostanza al pensiero riflettente, che è in profonda crisi.

Ripeto spesso, forse fino ad annoiare i miei interlocutori, che la più vera e profonda crisi di questi anni, anzi di questi decenni, è la “crisi del pensiero umano”, che pare talvolta aver rinunziato alle sue potentissime e insostituibili prerogative di strumento di comprensione delle cose, della vita e del mondo, come insegna la storia del pensiero stesso di tutti i tempi. “Tornare” ad Aristotele, a sant’Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Kant, al Buddha, a Lao-Tzu, a Wittgenstein e anche al vero Nietzsche, è indispensabile. Così come è indispensabile rileggere i libri biblici Giobbe e Qoèlet, il Discorso della montagna (quello delle Beatitudini), attribuito al Maestro di Nazaret, così come lo riporta l’evangelista Matteo al capitolo quinto.

Perché, dunque, in questo contesto parlo di nuovo di “socialismo”? Perché, se diamo a questo termine storico-politico il suo più profondo significato etico possiamo capirci bene. Non si tratta di un “socialismo” legato a tecnicalità organizzative della politica e dell’amministrazione pubblica, del governo dell’economia e della finanza, che metta in questione la libertà di iniziativa dei singoli, dei gruppi e delle nazioni, ma si tratta di pensarlo in funzione e a vantaggio della vita dell’uomo e alla tutela del mondo.

Socialismo“, allora, può significare un occhio nuovo che ciascuno deve avere verso il suo simile e verso il mondo, una capacità di declinazione della distribuzione dei beni e della giustizia, improntati all’equità, insieme alla necessità di riconoscere a tutti il diritto alla vita e a risorse sufficienti per renderla dignitosa. Mi spiego con un esempio. Per il mio lavoro, soprattutto, ho da sempre contatti con persone potenti e provviste di grandi mezzi economici (imprenditori e le loro famiglie, e io di solito son sempre riuscito ad allargare i rapporti dai temi aziendali ai temi personali e familiari degli imprenditori, sempre su loro richiesta); bene: due o tre di loro (capo azienda in due casi e familiare stretto in un altro caso) mi hanno detto: “Renato, dobbiamo cambiare mentalità e anche abitudini, almeno in parte“, e io ho risposto: “Sì, caro/ a …, certamente la mentalità, su cui, come sai, ragiono da ben prima che ci conoscessimo, ma per quanto riguarda le abitudini, per me non cambia nulla o quasi, poiché la mia vita era sobria e resta sobria“. Silenzio, da parte dell’interlocutore/ interlocutrice per qualche secondo, e poi “E’ vero, tu queste cose le sai, perché le vivi“.

Ecco. Se anche la sobrietà, l’umiltà, il senso del limite (caro lettore, dai uno sguardo a un articolo pubblicato qui qualche giorno fa, in tema), la pazienza che è sinonimo di coraggio, diventano virtù comuni, allora si potrà praticare un “socialismo umanistico” pienamente plausibile ed eticamente razionale, ferme restando le conquiste delle migliori dottrine sociali che l’uomo ha pensato e praticato nei secoli, come un liberalismo responsabile e anche forme di welfare sociale che si può chiamare, senza tema di scandalizzare nessuno, socialismo. Ecco perché mi pare di poter dire, come nel titolo di questo pezzo, che si percepisce l’emergere di “un socialismo”, già nel pieno della crisi generata dal Covid-19.

Garibaldi, Proudhon (fors’anche il dottor Marx e perfino Lenin), Bernstein, Turati, Nenni, Saragat e Craxi, Palme e Rabin, Brandt e Mitterrand, ma anche Gramsci e Berlinguer, da un lato,e pure i cristiani delle varie chiese, i fedeli islamici, i buddhisti e i taoisti, si potranno in qualche modo ri-conoscere (conoscere-di-nuovo) in questo “socialismo”.

L’uso imbecille della metafora

So da quando ho iniziato a scrivere che la metafora è il respiro dello spirito, o se non dello spirito, almeno della qualità letteraria.

metafora paradossale


Sappiamo che l’ars rethorica, dai tempi di Aristotele nel mondo greco e di Quintiliano in quello latino, la definisce come traslato, cioè un modo-di-dire che rinforza il concetto attraverso l’immaginazione. Bene.

E’ presente in tutte le letterature occidentali derivanti dal greco e dal latino. Se ne fa uso, sia nei testi raffinati dei romanzi, sia nel linguaggio quotidiano, a proposito del quale si pensi all’espressione “non rompermi i c.”, dove la “c” è l’iniziale di un termine notissimo a tutti. Metafora.

La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») in scienze linguistiche è un tropo, o, come abbiamo detto sopra una figura retorica di significato, implicante un trasferimento del significato stesso. Solitamente la metafora dovrebbe essere utilizzata per dare maggior forza ed espressività al discorso, verbale o scritto che sia. Non si deve confondere con la similitudine, che solitamente è introdotta dall’avverbio “come”, lasciando così al lettore e all’ascoltatore la possibilità totale di interpretazione.

Non importa che il termine metaforico appartenga all’area semantica del termine letterale richiamato, anzi, più lontani sono i due campi semantici e più efficace risulta la metafora.

Aristotele è stato forse il primo autore a trattare sistematicamente della metafora, nella sua Poetica, dove scrive che la metafora è un “trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra o dal genere alla specie o dalla specie al genere o dalla specie alla specie o per analogia“. Alcuni esempi aristotelici, citando Omero: quando la metafora passa dal genere alla specie, “ecco che la mia nave si è fermata“, giacché “ormeggiarsi” è un certo “fermarsi“; dalla specie al genere, “e invero Odisseo ha compiuto mille e mille gloriose imprese“, giacché “mille” è “molto“; da specie a specie, “con il bronzo attingendo la vita” e “con l’acuminato bronzo tagliando“, giacché là Omero chiama “attingere” il “recidere“, mentre nel secondo caso chiama “recidere” l'”attingere”, perché ambedue i verbi rientrano nel toglier via qualcosa”… (Odissea 1457b).

Figure di significato diverso, anche se apparentate alla metafora sono la metonimia e la sineddoche. Queste figure mettono in collegamento due cose simili, come nel caso seguente “bevo una lattina di birra“, oppure “Amo Dante“, dove è chiaro che si beve il contenuto della lattina e che si apprezza la poesia dantesca.

Un’altra figura apparentata alla metafora si può considerare l’allegoria, la quale si dispiega nel paragone fra la cosa che si intende trattare con il racconto metaforico che se ne fa: un esempio può essere quello delle parabole evangeliche o dei miti classici.

Vi sono stati periodi nei quali la metafora è stata molto in auge, come durante la letteratura barocca, secentesca, oppure nel periodo di fine ottocento, quando l’immaginazione, fosse quella del padre gesuita Daniello Bartoli, che descriveva viaggi mai compiuti, o quella di Gabriele D’Annunzio.

Personalmente ritengo che, se si vuol comprendere meglio il valore di questa essenziale figura retorica, evitando di utilizzarla in modo sbagliato, e talvolta barbaro, perché frutto di probabile pigrizia o, peggio, di impreparazione, si studi il filosofo francese nostro contemporaneo Paul Ricoeur.

Mentre, per contro, soprattutto in questa fase strana che stiamo vivendo, la metafora è diventata un fatto di bulimia espressiva, specialmente sulla stampa e nei media in genere. I giornalisti la usano a palate, infastidendo moltissimo uno come me che solitamente è attento alle parole e alle espressioni che si usano.

Alcuni esempi: “Siamo in guerra“, “Le città sono spettrali“, “Il mostro” (riferito al Covid-19), “Lottare a mani nude“, “E’un’apocalisse” (con l’ennesimo uso improprio di un termine che non significa catastrofe o disastro o cataclisma, ma rivelazione, come ho scritto e detto settanta volte sette, ed ecco un esempio di metafora evangelica, tratta da un loghion con il quale Gesù risponde a una domanda di Simon Pietro circa il numero di volte che il credente è tenuto a perdonare a chi l’offende, espressione che sta in luogo di “sempre”, ovunque, ma niente, i giornalisti e soprattutto i titolisti continuano imperterriti) e molte altre. L’uso di queste espressioni serve solo a creare più ansia, più agitazione, e sono perfettamente inutili, perché non hanno alcun valore comunicativo, in quanto fuorvianti e distorcenti la realtà.

Suvvia, cari narratori improvvisati ed improbabili, emendatevi!

Il “limes” attorno a ogni cosa, il limite dei corpi, delle cose, del mondo

Forse, tra spazio e tempo il punto di riferimento più importante è il “limite”. Da Aristotele e a Kant i due concetti sono considerati categorie trascendentali, cioè valide sopra ogni altra determinazione conoscitiva della realtà.

limite di una funzione

Il concetto di limite era noto fin dall’antichità, da Archimede di Siracusa fino ai moderni Newton, Leibniz, Euler, D’Alembert. Nel XIX abbiamo la rigorosa definizione di Cauchy e con il tedesco Heine. Successivamente se ne occuparono Dedekind, Bolzano e Cantor.

Nel 1922 Eliakim Hastings Moore ed H.L. Smith proposero una nozione generale topologica di limite, che è quella attualmente utilizzata in matematica. Queste notizie solo per attestare come il concetto interessò intensivamente gli studiosi di matematica.

Riassumendo, il concetto di limite è dunque matematico, fisico e anche metafisico: è matematico, come abbiamo visto sopra, è fisico per immediata intuizione, è infine metafisico se si fa lo sforzo di trascendere la materialità concreta delle cose e si passa al livello concettuale, che è comunque reale.

Il limite è la nostra epidermide, che separa fisicamente il nostro corpo dal resto del mondo; è il confine di casa nostra, del comune dove abitiamo, della regione, dello stato, dell’Europa e perfino dell’intero pianeta. I limiti che vanno dal nostro comune di abitazione all’Europa (concetto da intendere oggi in termini più politici che geografici) sono stati determinati dalla storia e dalla politica, battaglie e guerre comprese, mentre il limite del nostro corpo e quello del pianeta sono stati determinati dalla natura e dalla cosmologia.

E’ come se tra ciascuno di noi e il mondo intero ci fosse, come dire, lo spazio della libertà. Possiamo passare dal congiuntivo all’indicativo, perché c’è lo spazio della libertà umana, anche se variamente declinata.

Il limite percepito nella situazione generata dal Covid-19 è generale e certamente fa pensare, fors’anche, anzi di sicuro, a tutte le cose della vita di ciascuno, ai valori, alle priorità, perfino alle scelte etiche. La socialità solidale è uno di questi valori, molto spesso proclamata con enorme vis retorica, ma altrettanto sovente non rispettata con azioni concrete.

Quando osservo la scena attuale delle strade e delle piazze quasi vuote, in Italia e nel mondo, penso alle vite di tutti (o quasi), che sempre più si assomigliano. Non va più in ferie, più o meno costose, neppure chi se lo può permettere; cambiano le abitudini realizzando una certa uguaglianza sociale. Oso dire una forma di “socialismo” doloroso, ma di socialismo.

Questo socialismo non è strettamente “politico”, ma culturale, esistenziale, fattuale. L’aspirazione all’uguaglianza declinata secondo equità è presente nel pensiero umano dai tempi dei pensatori classici greci, e dai valori espressi nella dottrina evangelica.

I quasi duemila anni che decorrono dalla redazione del capitolo sulle “beatitudini” nei vangeli secondo Matteo e Luca hanno visto varie modalità interpretative, spesso tra aspri conflitti. Il versetto 27 del capitolo primo di Genesi esprime il concetto dell’immagine divina nella figura umana; in Colossesi 3, 11 e in Galati 3, 28 san Paolo proclama l’uguaglianza sostanziale tra tutti gli uomini. Molti miti teologico-politologici hanno attraversato i secoli, da frate Gioacchino da Fiore, passando per Thomas More e Tomaso Campanella, fino agli utopisti francesi post Rivoluzione francese, del genere di Proudhon, e a Marx/ Engels/ Lenin/ Stalin/ Mao.

Tra il 1959 e il 1964 a Bad Godesberg i socialisti tedeschi rinunziarono al marxismo come teoresi politica; Lord Beveridge, un conservatore inglese, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, avviò un potente piano di welfare che durò fino a Mrs. Thatcher, ma Blair lo riprese.

In Italia, la Democrazia cristiana di Fanfani e Moro, insieme con il Centrosinistra storico, Pietro Nenni principale supporter, e la benevola astensione comunista, realizzò un welfare importante, pressoché esemplare per il mondo, nientemeno.

Ora qualcosa di importante cambierà: la pandemia del Covid obbliga tutti a innanzitutto a pensare al limite, e poi a ripensare alla scala valoriale della propria vita. Cantare oggi l’Inno di Mameli non è più solo nota di colore, ma molto altro, ancora in parte – per i più – inconsapevole.

Chiamiamola socialità solidale, come si vuole, mio gentile lettore, ma si tratta di una forma di socialismo democratico, un esercizio morale prima ancora che politico. E’ l’occasione perché i governi mettano in discussione, tutti insieme, Trump compreso, lo strapotere della finanza internazionale, subordinandola alla difese del Bene comune. Un tema, quello del limite e quello della solidarietà sociale, che riprenderò.

La “coincidentia oppositorum”, ovvero di come la diade bene/ male può aiutare l’uomo a comprendere il senso delle cose e della propria vita

Il cardinale Nicola di Kues (Nicola Cusano), insigne teologo e filosofo del secolo XV, sosteneva il concetto apparentemente contraddittorio e certamente ossimorico della coincidentia oppositorum. La coincidenza degli opposti. Secoli dopo l’onorevole Fanfani, insigne capo della Democrazia cristiana, avrebbe coniato il noto sintagma politologico di “opposti estremismi”, indicando con l’espressione i comunisti e i fascisti, proprio per nobilitare in assoluto la “centralità” democristiana, quella sì capace di interpretare tutte (o quasi) le istanze della popolazione italiana uscita da una guerra disastrosa e da un regime fallimentare.

Leggiamo un testo del Cusano, che si trova nella sua opera più importante, anch’essa un rinvio ossimorico… il De docta ignorantia. Docta-ignorantia, come a dire che, in qualche modo, anche se si sa il “massimo”, che non vuol dire “tutto”, si è limitati, mentre se si sa il “minimo”, si è comunque limitati. E’ una lezione per gli arroganti del sapere, che non mancano nemmeno ai nostri tempi, e una severa ammonizione per chi ritiene che la ricerca faticosa del sapere sia inutile; e anche di questo tipo umano non mancano esemplari, che spesso accompagnano la loro ignoranza colpevole con una notevole dose di arroganza.

Il massimo, del quale nulla può essere piú grande, essendo in modo semplice ed assoluto piú grande di quel che da noi si possa capire, poiché è verità infinita, noi non lo cogliamo altrimenti che in modo incomprensibile. Non essendo infatti esso della natura di quelle cose che ammettono un termine che supera ed uno che sia superato, esso è al di sopra di tutto ciò che da noi può essere concepito […].

È evidente che il minimo coincide con il massimo. E ciò ti sarà piú chiaro se ricondurrai il massimo ed il minimo nell’ambito della quantità. La massima quantità è infatti massimamente grande; la quantità minima è massimamente piccola. Libera dunque dalla quantità massimo e minimo, sottraendo intellettualmente l’esser grande e l’esser piccolo, e chiaramente vedrai che massimo e minimo coincidono. Cosí infatti è un superlativo il massimo come lo è il minimo. L’assoluta quantità pertanto non è piú massima che minima, poiché in essa coincidono massimo e minimo. Le opposizioni dunque convengono a quelle cose che ammettono termini che superano e termini superati, ed a queste cose convengono diverse opposizioni, ma in nessun modo ne convengono al massimo assoluto, poiché esso è al di sopra di ogni opposizione. Poiché quindi il massimo è assolutamente in atto tutte le cose che possono essere, e ciò al di fuori di qualunque opposizione, in modo che nel massimo cada identicamente il minimo, cosí esso è anche al di sopra di ogni affermazione come di ogni negazione. E tutto ciò che si concepisce come essere non è piú essere che non essere e non è piú non essere che essere. Ma esso è questa cosa in modo da essere tutte le cose, e cosí è tutte le cose da non esserne nessuna, e cosí massimamente ogni cosa determinata, che minimamente sia questa stessa cosa. Non è infatti diverso dire: “Dio che è la stessa massimità assoluta, è luce”, che dire: “Dio è massimamente luce, essendo minimamente luce”. […]

Ma ciò trascende ogni possibilità del nostro intelletto che non sa mettere insieme nel proprio principio i contraddittori in modo razionale, poiché noi ci muoviamo attraverso quelle realtà che ci vengono mostrate dalla stessa natura, e questa, cadendo lontano da quella infinita incapacità, non sa congiungere insieme gli stessi contraddittori, come quelli che sono separati da una distanza infinita. Al di sopra di ogni discorso razionale pertanto noi vediamo incomprensibilmente che la massimità assoluta è infinita, e che ad essa non si oppone nulla, e che con essa coincide il minimo.” (N. Cusano, De docta ignorantia, I, cap. IV)

La riflessione del cardinal Cusano pare contorta, poiché noi moderni non siamo abituati a questo periodare deduttivo-intuitivo e viceversa, ma, se si legge attentamente, si capisce ciò che il pensatore vuol dire.

Aggiungo: non dobbiamo pensare che lo 0 (zero) e l’infinito coincidano in modo letterale, così come, contraddicendo l’onorevole Amintore Fanfani, non possiamo ammettere che, sotto il profilo politologico, storico e morale comunismo e fascismo coincidano. Questi due modelli politici possono avere qualche cosa in comune come l’autoritarismo centralizzatore, presente in ambedue, e forse anche qualche criterio estetico: si consideri, ad esempio, la statuaria “fascista” del Foro Italico a Roma e in molti altri luoghi italiani, e quella “staliniana” presente in tutta la ex Unione Sovietica. Il tasso di pomposa retoricità dei tratti umani è più o meno pari, anche se i soggetti sono senz’altro molto differenti.

Ovvero, non si può dire che la diade bene/ male coincidano – siccome sono opposti e contrari – nel loro significato e nel loro valore. Si tratta invece di comprendere come esista una dialettica fra i due concetti morali che si rendono l’un l’altro necessari, proprio per una comprensione chiara del loro valore/ disvalore. Non si fa confusione giustapponendoli, perché si crea – invece – la possibilità, anzi la condizione indispensabile, per poterli valutare alla luce di un’etica dichiarata e declinata, dove il bene, cioè il fine, vale a dire il vero (direbbe Aristotele) sono chiari e visibili.

Tornando al sintagma cusaniano, si può dire che gli “opposti” si possono “toccare”, in quanto spiegano il paradosso del limite. L’uomo sa di avere dei limiti ma… non li conosce: è “condannato” ad esplorarli continuamente, se ne ha voglia, perché se è pigro questa ricerca non lo interessa. Cusano insegna dunque che l’esplorazione del limite è una sorta di dovere morale, di scelta etica, che qualifica gli esseri umani come intelligenze capaci di crescita, di deliberazioni e di scelte che mettono in questione la tentazione che può colpire chiunque, di attestarsi nelle comfort zone, dalle quali nulla esce e nelle quali nulla cresce, predisponendo un destino di declino: ecco che allora il tema della coincidentia oppositorum si pone come riflessione salubre, non solo sui limiti umani, ma anche sull’esigenza di ricercare – senza sosta e con perseveranza – di comprendere, evitando un atteggiamento superbamente “prometeico”, la complessità e il senso delle cose e della vita.

Il coraggio nascosto dell’Homo Italicus

Nel secondo libro dell’Etica a Nicomaco, Aristotele descrive il rapporto tra vizi e virtù contrapposte. Ad esempio, trattando del coraggio, lo giustappone alla paura, ma lo considera media virtus, perché all’estremo opposto c’è la temerarietà.

Goffredo Mameli sotto la cenere…

Il coraggio, dunque, è indispensabile per affrontare le avversità della vita, il dolore e la minaccia. Insieme con l’ira giusta è la virtù che conviene avere. Anche l’ira, pur essendo annoverata tra i vizi, diventa passione, quando è declinata a supporto del coraggio. I greci, con il termine aretè, cioè fortezza (coraggio) chiamavano addirittura la virtù in quanto tale, mentre l’altro nome di virtù era phronesis, cioè saggezza, prudenza: per Aristotele entrambe erano virtù etiche, ma la prudenza era anche virtù dianoetica, perché dialoga con la sapienza, cioè la sophia.

Questo impianto antropologico filosofico può funzionare anche oggi, quando questi termini sono stati tradotti in linguaggio corrente, più psicologico.

La premessa mi è utile per considerare il coraggio degli Italiani in questo frangente difficile. Nelle difficoltà gli Italiani è come se si svegliassero da un torpore generico e a volte un poco vile. Il dato etno-antropologico ci descrive come un popolo emotivo e poco combattivo, ma si tratta di una semplificazione madornale. Prima di tutto vi è da dire che gli Italiani sono un “popolo di popoli”, poiché – ad esempio – il carattere dei Friulani è molto diverso da quello dei Campani, mentre può essere in qualche modo giustapposto a quello degli Abruzzesi e dei Sardi, che è forte e di poche parole. I Lombardi e i Piemontesi sono determinati, per la loro storia e la loro attualità. I Romani non assomigliano per nulla ai loro antenati della Roma repubblicana, ricordando piuttosto il Tardo Impero Romano, diciamo da Decio in poi (250 ca d. C.).

In mezzo a tutti, poi, ci sono i leoni da tastiera, gli imbecilli che creano disordine e caos, divertendosi miseramente con le loro idiote bufale che spargono a pieni bit sul web e nei social. Come si dice, la mamma degli imbecilli è sempre incinta.

Sono una minoranza, ma molto dannosi, perché l’effetto moltiplicatore del web può essere devastante. La maggioranza delle persone, a partire da medici e paramedici sta mostrando una capacità di lavoro e di resistenza straordinari o… ordinari (meglio dire), perché è ” nelle corde” della nostra gente. I “buoni”, direbbero Platone e sant’Agostino (non quello pessimista della predestinazione), sono sempre in più dei “cattivi” e il padre Urs von Balthasar ci confermerebbe la sua idea, di stampo origeniano, di un inferno… vuoto e di un demonio sconfitto e implorante davanti all’Incondizionato.

Torna in mente il libro biblico dedicato a quel gran (nel senso di ricco) signore che era Giobbe, che Iahwe sapeva essere talmente forte da metterlo nelle mani del satana, affinché questi lo tormentasse in tutti i modi, con la malattia, con il ripudio da parte della moglie, con la morte dei figli, con la perdita di tutti i beni, in quanto sapeva che avrebbe resistito a tutte le tentazioni, che anche i suoi “migliori” amici gli facevano balenare.

I nostri medici, i nostri infermieri e infermiere, in queste settimane sono come Giobbe, sudati e stanchi, probabilmente sporchi e affamati, ma non mollano, stanno sul fronte, sulla trincea dove davanti a loro non hanno pericolosi cecchini con il Mauser, ma invisibili molecole che vagolano libere come l’aria, nell’aria, negli e dagli effluvi umani.

Giobbe, lo sappiamo dal grande scrittore biblico che ne narra le vicende, alla fine vive, vince, recupera tutto quello che aveva, ed era molto ricco, facciamo conto un Bill Gates dei nostri tempi. Recupera tutto, perché ha creduto, ha avuto fede.

Altri “Giobbe” sono gli insegnanti, che si sono ri-qualificati in utilizzatori del web, di tutte le età si sono messi in gioco con skype, superando l’esigenza dell’insegnamento in presenza, che sappiamo essere in assoluto il più efficace.

Gli investimenti governativi su questa vicenda sembrano essere cospicui, ma sono solo per l’emergenza: il Covid-19 spero ci insegni, anzi insegni ai governanti, che sanità e scuola sono i punti di forza assoluti: occorre mettere a disposizione più risorse in modo definitivo, anche per rendere le retribuzioni proporzionate a una misura di dignità che è ampiamente misconosciuta per i medici giovani e per tutti gli insegnanti, che sono pagati una miseria, in Italia. Faccio un esempio: un professore di liceo di quarant’anni oggi guadagna circa 1700 euro netti al mese: rispetto a un mercato del lavoro inteso in senso generale, la retribuzione corretta dovrebbe essere di almeno 2500 euro netti al mese, vale a dire come quella di un quadro delle aziende private. Un medico giovane, sotto i trent’anni, dovrebbe percepire almeno 2000 euro netti al mese, e così via.

Denari ben investiti in giustizia retributiva (cf. libro V dell’Etica a Nicomaco di Aristotele).

Il coraggio, dunque, è una virtù, un valore, un principio, per declinare il concetto nei tre modi quasi equivalenti, è oggi fondamentale, così come la prudenza, altra virtus virtutum, che equilibra il comportamento umano, che oggi dobbiamo coltivare con determinazione e perseveranza.

Il lascito di questa vicenda, che genererà ancora dolore e perdita, potrà essere una crescita di consapevolezza e perfino di cultura, se si continuerà a viverla come, mi pare, gli Italiani stanno mostrando di saperla vivere.

E, come suggerisce Raffaele Morelli, questo è il tempo del fare, dello scrivere, del leggere, non quello dei bilanci. Non pensiamo al futuro, a pro-getti, cioè non gettiamo-avanti i pensieri, ma pensiamo a ciò che facciamo, alla musica che ascoltiamo. Haendel e Miles Davis, Maria Kalogeropoulos, la Callas, Montale, Dante, il Leopardi della Ginestra, il racconto di Renzo e Lucia, Steinbeck, NCIS e Chicago PD, Fellini e Scorsese, Kubrick e Sergio Leone, siano nostri amici.

Un malato di SLA ci parla dalla tv dicendo una frase degna di Platone, del Buddha e di Gesù di Nazaret: “Ci stiamo accorgendo di essere tutti uguali“.

Eraclito e Parmenide, con Zenone di Elea, ci insegnano come l’essere e il tempo (il divenire) possano con-vivere, anche di questi tempi, e di come ci sia utile pensarli

Prima di Platone e Aristotele, il più grande dibattito filosofico dell’Occidente ha riguardato la diatriba, beninteso non direttamente accaduta come nelle polemiche contemporanee, ma per come è stata letta dai posteri, che ha “diviso” recisamente la visione del mondo e delle cose di Parmenide di Elea (era “italiano” dunque, il terribile vecchio), sostenitore dell’Essere come unica “struttura di verità”, e quella di Eraclito di Samo, il quale riteneva che non si potesse dare la fissità dell’essere-delle-cose, poiché tutto è mutevole e scorre come l’acqua del fiume sotto un ponte. Il suo detto in greco “pànta rèi“, cioè tutte le cose scorrono è noto, come concetto del divenire, anche fuori dall’ambito strettamente filosofico.

Eraclito di Samo ne “La Scuola di Atene” di Raffaello

Tornando a Parmenide, egli sosteneva (la sorte ci ha conservato dei suoi scritti solo alcuni frammenti, ma fondamentali) che si potesse dire e dare solo che l’essere è e il non-essere non è. Sembra quasi una banalità, se lo si dice così, senza pensare. Invece l’espressione possiede una profondità assoluta. Vediamo come e perché. Intanto ci si deve chiedere che cosa il filosofo antico (ma anche noi stessi) intendesse per “essere”. Parmenide riteneva che l’essere fosse la struttura veritativa immutabile di ogni ente (dottrina ripresa negli ultimi decenni nostri da Emanuele Severino), il sostrato di ogni cosa, l’essenza, la sostanza, la natura stessa di ogni cosa (in latino e greco essentia, substantia, ypokèimenon). Bene: che cosa si intende per ente? Si intende qualsiasi cosa-che-è, possedendo un suo proprio “essere”, ed essendo tale proprio per tale ragione. In altre parole, l’essere “parmenideo” è immutabile, perché ogni ente smetterebbe di essere ciò-che-è nel caso in cui il suo “essere” mutasse.

Zenone, allievo di Parmenide aggiunse alla dottrina del maestro delle spiegazioni di carattere paradossale, come quella della “tartaruga e del piè veloce Achille“, per mostrare come ogni cosa o istante del tempo sia immutabile. Infatti, egli sostenne che, pur essendo la tartaruga molto più lenta di Achille, se l’animale parte prima da un punto, e Achille dopo, pur percorrendo in minor tempo il tratto di strada medesimo, non la raggiungerebbe mai, perché nel frattempo che lui percorresse un tratto, la tartaruga potrebbe percorrere un tratto ulteriore, dividendo i tratti all’infinito, come si può fare in matematica, che ammette la possibilità che ogni infinito contenga un infinito di infiniti: ad esempio, il numero uno (1) può essere diviso all’infinito e, se è posto sulla linea dell’asintoto, per tanto che si tenti di raggiungerla, non ce la si fa mai, pur avvicinandoci sempre di più ad essa.

Altrettanto si può forse mostrare con un esempio moderno: come pensare alla possibilità di migliorare il record del mondo del 100 metri piani, attualmente di 9,59 secondi, detenuto da Usain Bolt, siccome non è possibile pensare a una riduzione del record a 2 secondi netti (impossibile, perché l’atleta dovrebbe essere alto almeno 20 metri!), se non immaginando un progresso che tenga conto dei decimali successivi dopo la virgola… all’infinito, misurati da cronometri sempre più raffinati, ad esempio quantici, per dire (da non-fisico quale son io). E dunque, l’essere delle cose risulta immutabile e non altrimenti definibile. Ma se ne può dare anche un’altra spiegazione, interpretando Parmenide: l’Essere e il non-essere, essendo concetti metafisici, possono rappresentare proprio l’essenza dell’ente, nel senso che di ogni ente bisogna dire-ciò-che-è, escludendo tutto ciò-che-non-è, pertanto definendo questo come “nulla”.

La lezione parmenidea è stata necessaria – in seguito – allo sviluppo della metafisica, che Aristotele chiamò – giustamente – teologia, perché essa è il “sapere” più adatto a tentare di definire il “divino”, che è tale solo se si può dire che è il “nulla” di qualsiasi altra cosa. Di queste riflessioni si servirono nei secoli successivi anche le teologie cristiana e islamica, specialmente nelle loro declinazioni mistiche.

Veniamo ad Eraclito, il filosofo del “tutto scorre, tutto passa”, che, in primis ha comunque trovato un “utilizzo” (faccio per dire) nella dialettica platonica, ma ha avuto un successo enorme, soprattutto a partire dalla filosofia moderna, da Descartes e Leibniz fino all’idealismo di Hegel e alla sua dialettica dinamica, per cui l’essere delle cose si dispiega nel movimento che è posto dalla triade tesi / antitesi /sintesi, e così all’infinito.

La domanda che ci si può porre ora, in questa situazione strana, nuova per noi contemporanei, quella di una epidemia globale. Si può dire che nell’interpretazione di questo accadimento, ci possono aiutare tutti e due i grandi “vecchi” greci, anzi l’italiano e il greco?

Si potrebbe rispondere affermativamente, in questo modo: se Parmenide, con la sua concezione dell’Essere come immutabile e perfetto ci rinvia alla struttura dell’umano, anzi del vivente, che è tale perché risponde a delle leggi naturali date, e da ciò trae verità e dignità, Eraclito, con la sua dizione del movimento, mette in evidenza l’evoluzione necessaria del vivente che, mentre muta, non perde, né verità, e neppure dignità. Altrimenti: l’uomo possiede una dignità immutabile pur nello scorre del tempo fisico, mentre la sua interiorità vive il tempo opportuno, quello kairologico, come lo intendeva sant’Agostino (cf. Libro XI delle Confessiones). Essere e tempo, poi è il titolo dell’opera principale di Martin Heidegger, nella quale il pensatore tedesco riscopre la metafisica classica dell’essere aggiungendoci un suo contributo importante, quello della presenza della persona umana nel tempo: per lui, dunque, non si può dare un Essere senza che qualcuno ex-sista (esista) in questo “essere”, che deve perciò necessariamente dirsi “esser-ci“, ovvero stare-nell’essere-pur-nel-mutamento-del-tempo.

I due grandi antichi, con il loro emuli, che diversamente nei secoli declinarono dottrine filosofiche e antropologiche atte a comprendere la dimensione dell’uomo nella natura e nel mondo, ci parlano ancora, nella lingua della filosofia fondamentale, e così ci aiutano a dare un senso anche a questi tempi difficili, ma tremendamente umani, come chiosava un altro grande, Federico Nietzsche.

La Patria

Amo la mia Patria, l’Italia, e la nomino volentieri chiamandola così, a differenza della maggior parte dei politici e dei giornalisti. Il termine è andato in crisi dopo la Seconda guerra mondiale anche perché il fascismo aveva fatto strame di questa parola, del suo valore intrinseco, dei suoi “echi” morali, della sua storia. Così come del lemma “nazione”, sostituito pressoché sempre da “paese”.






La Nazione è ciò che unisce un popolo, mentre il paese è il modo generico per dire di un luogo, di un territorio, come in tedesco, più o meno, si dice Land, e in inglese, Country. La Nazione comprende la Patria, la Lingua, (le Lingue), la Storia, la Tradizione, la Memoria e i Miti: la Nazione è mitopoietica, cioè è una costruttrice di “miti”. Pensiamo agli imperi, da quello cinese antico, a quello di Ciro il grande, a quello Romano, a quello Ottomano, a quello Sovietico, a Napoleone, o a quello marittimo degli Inglesi.

Ora abbiamo di nuovo la Cina, la Russia e soprattutto gli Stati Uniti d’America. Pensa, mio gentile lettore, che fin dalla scuola dell’obbligo, gli studenti americani, leggono il mito di fondazione della loro Patria, vista come “città sulla collina”, erta in alto, capace di difendersi da tutto e da tutti. La Patria dei padri pellegrini e dell’inizio. Il nome di Roma è richiamato in decine di città americane, caput mundi riconosciuta da loro e quasi dimenticata da noi. Dove si trova il Parlamento americano? Sulla Capitol Hill, sulla Collina del… Campidoglio, a Washington.

Noi Italiani, invece, che siamo insediati sul territorio del centro dell’Impero più importante della Storia, quello Romano, non manifestiamo amor patrio, oramai da settantacinque anni, come se con il maggio ’45, ucciso Mussolini e finito il fascismo, l’Italia intera (o quasi) si vergognasse di essere tale. Certo è che i fascismi novecenteschi e soprattutto il nazismo sono stati responsabili di abomini inenarrabili, ma lo è stato anche lo stalinismo. Eppure Stalin, dopo aver stretto la sua Patria in una morsa d’acciaio, è riuscito a trasformare la dolorosa esperienza del ‘900 in “Vittoria nella grande Guerra patriottica”. E la Francia, sconfitta dalla Wehrmacht in poche settimane, capace di dar vita alla Repubblica di Vichy, poi siede al tavolo dei vincitori e al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Da sconfitta, praticamente vincitrice. Ma anche gli Italiani hanno fatto la resistenza. Se non guidati da un De Gaulle, migliaia si sono sacrificati contro gli oppressori tedeschi e i fascisti corrivi. Niente, per tre quarti di secolo, la Patria è scomparsa, anche dal linguaggio dei Presidenti della Repubblica, a eccezione di Ciampi, e forse di Einaudi e De Nicola.

E ora voglio parlare delle carceri. La nostra grande Nazione, la nostra Patria, stato democratico e di diritto le gestisce malissimo, ed è una vergogna. Un dato: il 34% dei carcerati, uno su tre, è detenuto in attesa di giudizio, e quindi si tratta di persone innocenti fino a sentenza passata in giudicato: in Gran Bretagna il 10%. Queste persone stanno male, peggio di tutti noi, e stanno pagando una pena aggiuntiva a quella comminata “in nome del Popolo italiano”. Sono preoccupati e isolati, stanno protestando. Ma occorre una protesta espressa in modo drammatico per capire, politicamente e moralmente che qualcosa di radicale s’ha da fare? Tra l’altro le proteste sono più forti dove meno è osservato l’art. 27 della Costituzione che prevede il recupero morale e sociale dei detenuti. Che significa ciò?

Ad esempio si potrebbero assumere misure come queste: a) mandare a casa con il bracciale elettronico almeno diecimila detenuti per reati non gravi, che hanno ancora pochi mesi da scontare; b) altri diecimila, scelti fra le persone più disponibili a stare-nella-società, cui applicare forme di indulto o di amnistia; c) non trattenere in carcere autori di piccoli reati legati allo spaccio… Fanno circa venticinquemila persone che sgraverebbero il sistema carcerario riportando gli spazi interni a una condizione semplicemente umana. E poi, non appena passata questa buriana, avviare una riforma complessiva della giustizia che comprenda anche il sistema penale, che è uno dei peggiori del mondo.

Si tratta in questo modo di mostrare a noi stessi, a noi Italiani, che la Patria Italia è uno Stato forte, democratico, capace di assumere, sia in situazioni “normali”, sia in situazioni straordinarie come l’attuale, decisioni coraggiose e socialmente civili, moralmente umane.

Beninteso, una Patria capace di aprirsi al mondo, all’Europa e a ogni altra Nazione, ché ogni chiusura è non capire ciò che il mondo intero è, così piccolo e così prezioso. Non serve la Patria propria se non si comprende la Patria di ciascuno e di tutti gli altri.

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