Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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La “sacra” dei tromboni: El Pais, Le Figaro, The Economist, The Guardian, Die Welt, Le Monde, New York Times, Der Spiegel, Il Fatto Quotidiano, il Corriere della Sera,…

Al mattino, viaggiando verso i primi impegni di lavoro ottimizzo (che brutto verbo) il tempo ascoltando pezzi di due rassegne stampa su Radio Radicale, dove l’ottimo Massimo Bordin si fa apprezzare per la sua non comune cultura storico-politica, e talora su Radio Maria, egemonizzata da quel marpione di padre Livio. Di sabato su Radio Radicale i commenti sono di Marco Taradash, vecchio “lottatore continuo”, diversamente ironico da Bordin e altrettanto ascoltabile. Ci sono tanti “lottatori continui” in giro come ex “avanguardisti operai”, alcuni agganciati al mondo liberal-radicale, altri addirittura alla destra, più o meno di centro, come il giornalista Liguori, o l’attuale sindaco di Udine che è stato presidente e sindaco di tutto, e trent’anni fa mi intervistava quando ero segretario della Uil.

Io son rimasto fermo -nei decenni- attorno al mio socialismo democratico, e mi son visto superare a destra da una miriade di coetanei, più  meno, che un tempo mi davano del “destro”, quasi reazionario. Eh eh. A sinistra, poi, si è invidiosi, e io stesso ne sono stato vittima, quando avrei potuto entrare in consiglio regionale o diventare sindaco del mio paese natale, ma mi sabotò per due volte un potentato della sinistra, per il quale e del quale non sarei stato subalterno. Ci mancherebbe, subalterno, e di chi? Io, di niuno! Ho riso in tutti e due i casi, non avendo bisogno di nulla, poiché vivo del mio.

Devo dire che mi diverto ai diversi accenti delle narrazioni, talora esilaranti. Qualche volta mi incazzo pure ascoltando i commenti degli articoli stampa. Soprattutto i titoli sono oggetto di interesse mio e del commentatore, e la loro strutturale incoerenza con i testi sottostanti. Non so se il titolista è ontologicamente un disonesto intellettuale o se il giornalista non si mette d’accordo con il titolista e/o viceversa. Fatto sta che ciò che leggiamo, o ci viene letto da questi meritevoli commentatori: in pratica mi digerisco in quaranta minuti i principali argomenti di cinque o sei quotidiani ogni giorno, un buon viatico per iniziare la giornata.

Ciò che colpisce, almeno me, è una certa vis retorica dei pezzi, una retorica non classica, ma zoppicante, a volte bolsa, non sempre nutrita alla fonte di un lessico sufficientemente ricco e polisemantico, o di una verbologia adeguata per scelta di tempi e modi. Non è raro che a volte zoppichi anche la consecutio temporum. La parte più povera, comunque, mi sembra sia il lessico, talora misero, trito, stanco. Un esempio: se il cronista deve riferire di difficoltà in cui sta incorrendo un politico o un partito, non c’è verso che non usi la metafora della “bufera”: bufera su, e su, e su… Basterebbe cercare uno degli anta sinonimi che il vocabolario italiano offre. Si pensi che per il concetto di “stupido” abbiamo a disposizione almeno una trentina di lemmi, che diventano un centinaio se allarghiamo l’attenzione alle inflessioni dialettali o idiomatiche presenti in Italia.

Questo dal punto di vista linguistico-formale. Se volgiamo la nostra attenzione ai contenuti, ne troviamo di tutti i colori. Sintetizzerei così: in generale la stampa anglosassone e, sia pure in modo diverso, anche quella francese, sembra godere nel prendere per il sedere l’Italia; quella tedesca pare abbia una vecchia ruggine contro l’Italia, cercando sempre esempi per mostrare una certa quale inaffidabilità antropologica degli Italiani. Anche se i tedeschi hanno superato e metabolizzato il nazismo rifiutandolo, sembra quasi che, sotto sotto, quell”8 settembre del ’43 non sia mai passato del tutto. A questi giornalisti io ricorderei magari Cefalonia e il generale Gandin, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, se loro implicitamente hanno in testa il reuccio vigliacchetto e il generale fasullo, Pietro Badoglio.

Ora che il presidente Mattarella ha stoppato Salvini e Di Maio (quest’ultimo è oramai in naftalina con il suo bel vestitino blu), chissà che uscirà dall’intelligentissima penna dei malevolenti cronisti esteri. Prepariamoci all’ira.

Ai tedeschi, che ci hanno messo sei mesi a fare l’ultimo governo e hanno salvato le loro banche con i soldi amministrati da Mario Draghi, e agli spagnoli che torneranno presto a votare dopo aver votato per due volte consecutive circa venti mesi or sono, e ai polacchi, agli austriaci, agli ungheresi, mi verrebbe da ricordargli Cesare e Marco Aurelio, Traiano e Adriano, se non Michelangelo, Galileo e Leonardo, tra altri cento geni, se proprio ci tengono a prenderci per il sedere.

Auguri, professore Giuseppe Conte (anche se ha rinunziato) e quanto sotto vale per il dottore Cottarelli, ora

Caro Presidente,

certo che Lei conosca bene gli articoli 92 e 95 della Costituzione della Repubblica Italiana, in ogni caso li richiamo integralmente qui, casomai necessitino di leggerlo i suoi due esimi principali mentori e i loro sodali, che talora con guittesca iniziativa (Di Battista) esagerano nelle esternazioni, quasi a voler insegnare il mestiere a uno che è di quel mestiere, per studi e pratica fatti in lunghi decenni di carriera politica e professionale (il Presidente Mattarella), da ben prima che il guitto citato nascesse, come maleducato da osteria.

Certamente poi Lei conosce bene le prerogative e i poteri del Presidente della Repubblica circa il suo ruolo nelle nomine dei ministri, checché ne dicano i sapientini sopra adombrati.

Eccoli, i due articoli.

92

Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

95

Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.

I Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri [cfr. art. 89].

La legge provvede all’ordinamento della Presidenza del Consiglio e determina il numero, le attribuzioni e l’organizzazione dei Ministeri [cfr. art. 97 c. 1].

Ciò detto, desidero esternarle i miei auguri di cittadino italiano, non nostalgico, né della ghigliottina (Marat, Danton, Saint-Just, Robespierre), né tifoso di un giustizialismo cieco, sordo e crudele, incapace di qualsiasi confronto e dialogo con posizioni diverse dalla sua, talmente presuntuoso da ritenersi – implicitamente- quasi uno spirito santo incarnato (alla Travaglio, per dire).

Ora c’è da lavorare, e anche se io non ho votato nessuno dei due partiti che la hanno proposta, mi auguro che il Suo tentativo riesca, trovando un equilibrio assennato nel decidere sui vari temi e problemi gravosi che La attendono. Non mi interessa neppure disquisire sul famoso e un po’ fumoso “Contratto di governo” come è stato chiamato dai due novelli sposi della politica italiana, poiché mi interessano le questioni vere, vitali della vita individuale e sociale della nostra Nazione.

Non so come, posto che ho fiducia che Lei riuscirà a proporre una compagine governativa che sarà votata dal Parlamento, si muoveranno le due forze politiche proponenti, né se il cosiddetto Comitato di conciliazione si metterà a “conciliare” qualcosa. Mi permetto solo di dirle alcune cose, frutto d’una conoscenza ed esperienza non banali di “cose socio-politiche”:

a) circa la legge Fornero operi delle modifiche prudenti senza stravolgerla, in modo tale da non impegnare pro futuro eccessivamente le finanze pubbliche;

b) non tocchi il Jobs act, ché va bene così: infatti, solo sindacalisti e politici ignoranti o in malafede possono affermare che in questi quasi tre anni di vigenza abbia creato sfacelo, perché è vero il contrario, in quanto non c’è stata alcuna valanga d licenziamenti entro i primi trentasei mesi di contratto. I lavoratori bene intenzionati il lavoro se lo tengono e le aziende si tengono i lavoratori bene intenzionati;

c) circa il “reddito di cittadinanza” faccia in modo che non sia una sinecura per i pelandroni, collegandolo rigorosamente alla formazione di riqualificazione e alle opportunità di lavoro;

d) riveda le improvvide intrusioni del ministro Fedeli sulla scuola superiore, impedendone lo smantellamento iniziato dalla signora in rosso, e sto, ad esempio, pensando alla riduzione del quinquennio a un quadriennio;

e) irrobustisca l’aiuto alle famiglie giovani per favorire le nascite e l’accudimento dei figli;

f) mantenga nella sanità almeno gli standard odierni;

g) circa le percentuali della flat tax ne misuri bene gli aspetti finanziari attuariali e, se non sufficientemente sicuro dell’efficacia dello strumento, punti su un’equità fiscale più sobria e controllabile;

h) tenga duro nei confronti dei nazionalizzatori statalisti che albergano dalle sue parti;

i) riveda alcune grandi opere, come la TAV, su cui credo abbiano più ragione chi la avversa;

l) faccia sentire forte la voce dell’Italia nelle crisi internazionali, lavorando per mantenere aperti i canali di dialogo nelle zone di crisi e con nazioni e crisi strategiche come l’Iran e la Russia, operando per togliere sanzioni e altri balzelli;

m) preveda degli investimenti strategici per la riqualificazione e il risanamento idro-geologico del territorio;

n) continui l’opera intelligente del ministro Minniti sull’immigrazione e sull’intelligence… e potrei continuare, ma qui mi fermo.

In altre parole, dia significato alla parola “cambiamento” di cui si sono riempiti la bocca nelle scorse settimane i due soliti noti, dandogli un significato di sano realismo riformista, quello che era riuscito, ma solo un poco, a Craxi una trentina di anni fa.

Senza retorica, ma con il passo dell’alpino abruzzese, piemontese o friulano disboschi con decisione le zone di parassitismo presenti nelle grandi burocrazie centrali e negli enti locali, di cui si deve completare la semplificazione.

Se Lei si muovesse in questa direzione e io fossi deputato o senatore la voterei, anche in difformità alle direttive del partito al quale sono iscritto, ancora impantanato in lotte neppure fratricide, ma solo meschine, partito in mano, nonostante quel bravo ragazzo di Martina, a mediocri intrallazzatori presuntuosi come lo sbruffoncello toscano e i suoi accoliti, anche della mia regione.

Io sto lì perché la mia storia è da quelle parti, la storia di un socialismo democratico di matrice cristiana, che non ha altri contenitori plausibili, almeno mi pare. La osservo con attenzione e rispetto. Auguri.

La legge 194 ha quarant’anni e la vita miliardi, e speriamo continuino, la legge e la vita

Leggo qua e là che nel 40° della “Legge 22 maggio 1978, n.194, si scatenano insulti sanguinosi del tipo “assassina” verso donne che hanno abortito.

Vorrei ricordare a questi fanatici e fanatiche che il trend degli aborti praticati in Italia dal ’78 è vistosamente calato, nonostante l’aumento della percentuale dei medici obiettori.

Vorrei ricordare a quei militanti “per la vita” che le mammane prima del ’78 facevano abortire con intrugli di prezzemolo bollito che causavano insufficienze renali gravissime, o agivano con sonde-ferri da calza, provocando emorragie e infezioni mortali a quelle povere donne.

Vorrei ricordare agli stessi urlanti accusatori che una legge imperfetta è sempre meglio di un’assenza normativa che dà la stura, come si sa, ad ogni nefandezza. ed ora due parole sulla 194.

Il titolo della legge è il seguente: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza“, legge che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto, che fino a prima era considerato una sorta di attentato alla stirpe (codice penale Alfredo Rocco del 1930, nel quale l’interruzione volontaria di gravidanza, IVG, in qualsiasi sua forma, era considerata un reato, art. 545 e ss., abrogati nel 1978). In particolare: a) causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art. 545), b) causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546), c) procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547), d) istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).

In caso di lesioni o morte della donna le pene erano ovviamente inasprite (art. 549 e 550), ma, nel caso “… alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 545, 546, 547, 548 549 e 550 è stato commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto, le pene ivi stabilite sono diminuite dalla metà ai due terzi.” (art. 551).

Nel 1975 tornava all’attenzione generale il tema della regolamentazione dell’aborto, soprattutto dopo l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia.

Sul web leggiamo che “Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste, della rivoluzione culturale e sessuale che stava coinvolgendo la società italiana, venne portata avanti la campagna abortista, che fu condotta dalla sinistra (PCI, PSI, PSDI), dai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e dal Partito Radicale.”

Ancora, cito dal web: “Il CISA era una associazione fondata da Adele Faccio che con molte altre donne si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei «viaggi della speranza» verso le cliniche inglesi e olandesi, dove grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti. Nel 1975 dopo un incontro prima con Marco Pannella e poi con Gianfranco Spadaccia il CISA si federava con il Partito radicale, e in poche settimane entrava in funzione l’ambulatorio di Firenze presso la sede del partito. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Cominciava in questo modo la raccolta firme. Il referendum era patrocinato dalla Lega XIII maggio e da L’Espresso, che lo promossero unitamente al Partito Radicale e al Movimento di liberazione della donna. Tra le forze aderenti figuravano Lotta continua, Avanguardia operaia e PdUP-Manifesto. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sul divorzio dell’anno precedente. Il bisogno di adeguare la normativa si è presentato al legislatore anche in seguito alla sentenza n.27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale. Con questa sentenza la Suprema Corte, pur ritenendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, consentiva il ricorso alla IVG per motivi molto gravi.”

Ragione per cui con la  “194” sono venuti a cadere i reati previsti dal titolo X del libro II del codice penale con l’abrogazione degli articoli dal 545 al 555, oltre alle norme di cui alle lettere b) ed f) dell’articolo 103 del T.U. delle leggi sanitarie. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.

E’ interessante leggere qualche brano della normativa. Il prologo della legge (art. 1), recita: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

L’art. 2 tratta dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza: a) informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire; b) informarla sui diritti delle gestanti in materia; c) suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi; d) contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza.

Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4). L’art. 5 prevede che il padre del concepito non possa in alcun modo intromettersi nella IVG e non sia titolare di alcun diritto sul feto. La figura del padre è citata solamente quattro volte nel suddetto articolo e solamente chiamata in causa come presenza presso un consultorio, struttura sanitaria o medico di fiducia ai quali si rivolge la madre solo nel caso in cui questa vi acconsenta (comma 1 e 2).

La IVG è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6): a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art.12): …nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.

La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime. La legge prevede inoltre che “il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (art. 14). inoltre, il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” (art. 9, comma 5). La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

A quarant’anni dalla sua adozione, il dibattito su questa normativa continua con vigore e con non sempre ragionevoli modalità di toni e contenuti. Vi sono però ancora almeno un paio di questioni, su cui si dovrebbe riflettere seriamente: il tema dell’obiezione di coscienza dei medici, che per dimensioni e motivazioni non convince, poiché si tratta di garantire comunque il funzionamento di una legge dello Stato che regolamenta un tema di delicatissima rilevanza etica e sociale e la questione del ruolo dl padre, il quale nella stesura del 1978 non ha nessuna rilevanza. Invece, proprio perché, e a maggior ragione di questi tempi in cui la violenza sembra essere uno dei tristissimi crismi del rapporto uomo-donna, dovrebbe essere preso in considerazione. Non è ragionevole, infatti, che il “secondo” genitore non possa esprimersi in alcun modo su un fatto che comunque lo riguarda, in ogni senso, morale, esistenziale ed affettivo, sia nei confronti della compagna, sia nei confronti della vita che potrebbe (o meno, e questo mi rattrista, comunque) venire al mondo.

E infine, da socialista cristiano e da teologo filosofo qual sono, desidero ricordare con gratitudine il lavoro quasi eroico svolto in quegli anni dai dirigenti del Partito radicale Marco Pannella, Adele Faccio e  Adelaide Aglietta, che non ci sono più e li rimpiango, e Emma Bonino che ci può ancora dare una mano in intelligenza e agire politico. Lo dico anche se, subito dopo, aggiungo che molti accenti delle proposte radicali non condivido, come quelle sull’eutanasia nuda e cruda (alla “svizzera”, intendo) mentre propongo piuttosto la linea etico-filosofica del mio Maestro Tommaso d’Aquino, il quale, se interpellato sulla legge 194 (perdonami, mio gentil lettore l’obbligatorio anacronismo), e dopo avere meditato come era solito umilmente fare, avrebbe detto che in casi così ardui, bisogna sempre scegliere il bene maggiore, che necessariamente deve corrispondere al male minore, e pertanto, valutati i pro e i contro avrebbe concluso circa l’opportunità di mantenere in vigore la Legge 194, in questo non d’accordo con la linea editoriale degli organi di stampa cattolici di questi giorni. Io la penso così, disponibile a confrontarmi con i colleghi teologi, con gli esperti di comunicazione, i politici e chiunque desideri discutere dell’argomento con logica documentata, realismo e onestà intellettuale.

Una normale famiglia italiana, ovvero “lo strano ordine delle cose” (Antonio Damasio)

In questo modo “una normale famiglia italiana“, come in parte nel titolo, la ha definita il questore di Chieti, commentando il tremendo episodio avvenuto dal viadotto autostradale di Francavilla a Mare, nei pressi di Lanciano, in Abruzzo, terre che conosco da decenni per via dell’olio di Giuseppe Bianco, vigoroso contadino sannita, mancato qualche anno fa. Terre severe come il Friuli. Mio padre diceva sempre che lavorava volentieri con gli abruzzesi perché gli somigliavano per forza e dedizione al lavoro, per costanza e lealtà alla parola data.

In mattinata la moglie, insegnante di lettere era caduta dal terrazzo (per mano del marito?), morendo in breve, e poco dopo l’uomo, marito e padre, dirigente laureato in economia, prendeva la figlia decenne, la portava con sé in autostrada fino al viadotto, e la buttava giù, oltre trenta metri di volo, morta, povera bambina. Ho un’ira tremenda verso quel disgraziato. E poi, dopo sette ore di tira e molla con le forze di polizia, si buttava giù anche lui, morendo sul colpo.

L’omeostasi di cui teorizza Antonio Damasio nel suo recentissimo Lo strano ordine delle cose, edito da Adelphi, si era realizzata con un (forse) duplice omicidio e un suicidio? I sentimenti metterebbero in moto tutto. Ma mi pare non sia una grande scoperta, poiché l’eros platonico dice altrettanto ancora meglio di Damasio. Non poche volte ne ho scritto qui. Aristotele e Tommaso d’Aquino parlano preferibilmente di passioni, mentre la psicologia contemporanea di emozioni, per finire con il sintagma apparentemente ossimorico di intelligenza emotiva.

La tragedia di Francavilla a Mare interpella in profondità la nostra natura, con accenti sconvolgenti. Che cosa passava per la testa a quell’uomo quando ha deciso di fare quello che ha fatto? C’è una consequenzialità logica e -se c’è- che tipo di consequenzialità logica guida azioni del genere?

Una normale famiglia italiana” a dire del questore di Chieti. Ma allora, che cos’è la normalità, caro lettore? Questo tanto abusato concetto ha forse una range, cioè un campo semantico talmente ampio da ricomprendere il gesto del dottore in economia (Ca’ Foscari) Fausto Filippone, oppure si deve parlare di situazione psichica border line non nota ai servizi sanitari, e neppure… a lui stesso? Che cos’è il “normale” come concetto teorico clinico-psicologico?

Leggendo il Manuale Diagnostico IV e V, “bibbia” internazionale delle nevrosi e delle psicosi, noto agli addetti ai lavori, psichiatri, psicoterapeuti e psicologi, ma non ignoto a me, bisogna lavorare quasi per toglimento, per sottrazione, quasi come faceva Michelangelo con il blocco di marmo per “estrarvi” la statua (sue parole parafrasate da me), per cui “normale” è… quel comportamento che non è … così e colà, colà via etc., delineandone con enorme difficoltà un profilo, o tentando di farlo.

Il senso comune direbbe che quel signore, ora defunto per propria mano, era pazzo, ma se parenti, vicini e compagni di lavoro affermano di lui ogni bene, pacifico, intelligente, responsabile… che cosa è successo? Un blackout di coscienza? una depressione fortissima che ha aperto le porte alla perdita di controllo? un atto dettato dal manifestarsi di una schizofrenia improvvisa, fino a quel momento latente?

O, come pare di evincere dalle dense pagine del professor Damasio, una ricerca tormentosa di un’omeostasi che a quel punto prevedeva la morte sua e dei due familiari più vicini e cari? Terribile.

Intanto, nel mio cuore, dopo la rabbia per cui -sinceramente, caro lettore, l’avessi soccorso io salvandolo, subito dopo l’avrei strozzato, il Filippone, ora non posso che pregare per la sua anima.

Florentia, oh Florentia di primavera

Caro lettor mio,

tornare a Firenze è quasi confidenza con la vita, con la vita mia e quella degli altri. Non occorrono più descrizioni della capitale dell’arte del mondo, basta il racconto, il sentimento dello stare-lì, girovagando nella sera che viene con il naso all’aria, quasi novello Marie-Henri Beyle (Stendhal, fo per dire). E ieri c’è stata l’assemblea e il consiglio dei filosofi, che rivedo dopo un tempo. Son tornato fra loro, contento. Abbiamo eletto la nuova presidente, è giovane, è Alexia Lombardi, umile e culta, come va bene che sia. Mi piace ora fare il king maker di trentenni e quarantenni, che mi chiamano magister.

Ciò accade mentre nasce il più strano governo della storia della Repubblica. Salvini trova ancora il tempo per dire l’ennesima c.ta: “…ora, fatto il programma, andiamo da Mattarella per un gesto di cortesia“. Ma sei impazzito segretario? Tu e l’altro socio andrete dal Presidente per obbligo costituzionale, non per cortesia! Studia, studia, studia!!!

Ma la battuta più tremendamente improbabile è di Di Maio: “Stiamo scrivendo la storia” (lui la intende con la “S” maiuscola, il tapino), la quale battuta, se non fosse delirante, sarebbe solo ridicola. Ognun sa che chi fa la storia di solito non sa di farla e soprattutto non lo dice. Invece Gegè Dimmaio lo dice, e lo dice serio. Non so se merita un’invettiva o solo una risata di seppellimento.

Un’ultimissima battuta, altrettanto retorica epperò meno roboante e più grottesca di altre, sempre del giovin campano: “Il nuovo premier sarà un amico del popolo“. Beh, non so se Giggino lo sapeva di suo o se glielo ha suggerito il flemmatico AD della Casaleggio&C, ma l’espressione “amico del popolo” pare sia stata di Jean-Paul Marat, quello che minacciava ghigliottina a tutti e la evitò, come invece non riuscì ai suoi sodali Danton e Robespierre, poiché venne pugnalato nella vasca da bagno di casa da Charlotte Corday.

Passo per un gazebo grillino e mi si fa incontro una stagionata attivista, che gentilmente tenta di porgermi una sintesi del “contratto” tra la Lega e il M5S; altrettanto gentilmente rifiuto di prendere il foglio e mi permetto di darle un consiglio di questo tenore: “Invece di scrivere contratti, iscrivete Di Maio a qualche scuola, che forse è un po’  tecnicamente ignorantello“. La reazione, immediata, è furibonda, cui si unisce il capo-gazebo. Offesissimi mi apostrofano con la seguente esilarante battuta, penso suggerita come piano di comunicazione da Casaleggio Jr. “E lei cosa dice della ministra Fedeli che ha solo la terza media?” Rispondo garbatamente ridendo che la ministra ha un triennio di professionali, ma su lei la penso come loro avendone già scritto con dovizia di particolari sul mio blog, gli preciso “molto letto“. Me ne vado con i due che cercano di inseguirmi per convincermi sulle qualità di Di Maio, ma ora sono già distratto dalle absidi di Santa Maria Novella.

Due parole dolenti anche sul mio partito, il PD, che ancora non trova di meglio che litigare in pubblico celebrando l’Assemblea nazionale, con un Renzi che non si cuce mai la bocca, mettendo in difficoltà il segretario (reggente)  Maurizio Martina, un brav’uomo, preparato e onesto (forse non carismatico, secondo il pensiero nascosto del suo predecessore? ma ciò è tutto da vedere). Pare abbia detto che il Presidente del Consiglio designato (ex art. 95 della Costituzione della Repubblica Italiana) è amico della… onorevole Maria Elena Boschi, tanto per gradire ed essere costruttivo.

In ogni caso le recenti traversie tra i “vincitori” delle elezioni politiche del 4 marzo scorso Di Maio e Salvini e Quirinale, hanno consentito al Presidente Mattarella di erogare una da loro non richiesta (poveretti) lezione di Diritto costituzionale, di cui il Capo dello Stato è professore ordinario, sull’art. 95 della Costituzione, il quale delinea e definisce con precisione le prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri, tutt’altro che notarili, poiché “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.” Altro che notaio impegnato a registrare ed eseguire gli “ordini” dei due capi partito, magari ispirati da una privata Srl come quella di Casaleggio ir. Peraltro, in base alla normativa costituzionale italiana, non solo è andata così nei casi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, ma anche in tutte le circa sessanta designazioni fatte dai presidenti della Repubblica succedutisi dal 1946 in poi, passando -tra molti altri- per De Gasperi, Pella, Segni, Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita, Berlusconi, etc.. e quindi anche per il professor Giuseppe Conte, prossimo designato nel ruolo. Piuttosto, se si farò finalmente una riforma elettorale ragionevole e intelligente oltre l’indecente “rosatellum” (come mi piacerebbe dire all’interessato di persona che cosa penso di lui), si potrà prevedere l’elezione diretta del premier da parte del corpo elettorale, e allora finirà la tiritera ignorante di cui non andiamo fieri. Et de quo hic satis.

In via Faenza, a due passi da San Lorenzo e dalle Tombe Medicee c’è il mio alberghetto ottocentesco. Di qui si può passeggiare un po’ a caso incontrando alcuni dei monumenti più belli del mondo, la sera, quando l’aria rinfresca. Nei pressi c’è anche la Biblioteca Laurenziana agognata dalla mia Bea per suoi studi. Vedremo.

La cattedrale è come un pastore che guida le sue pecore, in mezzo alla città insuperabile, palazzo Medici-Riccardi lo si lascia a sinistra, per procedere verso il Bargello e poi Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio. Ricordi della congiura de’ Pazzi, di Giuliano, Lorenzo e Piero. La passeggiata verso l’Arno sotto gli Uffizi mostra i grandi di Firenze, che sono grandi del mondo. La Loggia del Bigallo mi ha già incantato con il Perseo bronzeo del delinquente Benvenuto Cellini, e il Ratto delle Sabine del Giambologna.

Ponte Vecchio accoglie il tramonto e un brusio continuo lungo il fiume lentissimo. Sulla collina i mill’anni di San Miniato al Monte.

Domenica di pensiero e progetti filosofici. Ci possono essere progetti filosofici? Se ne parla animatamente, accogliendo proposte e concordando sul fatto che la consulenza filosofica ha bisogno di decenni per ri-proporsi alla storia come un metodo adatto a questi tempi difficili, accanto ad altre arti, senza sovrapporsi alle psicoterapie, alle direzioni spirituali e alla psicanalisi. La filosofia è mamma, nonna e zia di tutte queste arti moderne, poiché viene da lontano nel tempo, e ne costituisce l’ossatura. Basti pensare alle antropologie platonico-aristoteliche, alle intuizioni di sant’Agostino sull’importanza della volontà e del sentimento, quasi a prefigurare il modernissimo concetto di intelligenza emotiva; si leggano i Soliloquia di questo grande antico: chi ne sa cogliere il non-detto-oltre-al-detto potrebbe scorgere l’antesignana intuizione freudiana dell’inconscio.

Vi è di più: lo studio delle passioni di questi grandi antichi mi pare quasi annunziare le scoperte clinico-biologiche più recenti di un Antonio Damasio, insigne neuro-scienziato. Egli sostiene infatti che ogni essere vivente, a partire dai batteri, cerca un’omeostasi, cioè un equilibrio di forze tale da garantirne la sopravvivenza e uno sviluppo evolutivo, dai monocellulari, i batteri appunto che sono presenti da oltre sessanta milioni di anni al Sapiens che ci annunzia come esseri umani da non più di cento e cinquantamila anni. L’omeostasi potrebbe essere dunque quasi sinonimo intelligente di quel discutibile lemma che è “felicità”.

Nelle more della trasferta, tra bellezze e incongruenze sento che Travaglio scrive sul suo quotidiano del generale Mori questo titolo “Il condannato si auto-assolve“, solo perché il vecchio e coraggioso militare avrebbe “osato” affermare di essere innocente e di non “aver tradito” (Mori usa un desueto ma efficace linguaggio patriottico), e che confida nei successivi gradi di giudizio per ristabilire la verità. A me poco caro Travaglio: ti ricordi di Tortora e di Gianni Melluso, e avresti fatto allora lo stesso titolo dedicato a Mori, salvo poi riportare  l’assoluzione giudiziaria per l’assoluta estraneità di Tortora in dodicesima pagina del tuo pericoloso foglio in una pallida manchette? Sai Travaglio che il 30% dei detenuti in attesa di giudizio viene poi assolto in giudizio? Sai che lo Stato italiano ha pagato a chi è stato detenuto ingiustamente circa trenta milioni di euro negli ultimi dieci anni? Sai che un avviso di garanzia non è una condanna, anche se tu sul tuo giornale lo fai diventar tale ad usum dell’ignoranza popolar-populista che sostieni da furbetto? Lo sai o fai finta di non sapere? In tutti due i casi hai un comportamento spregevole, sia sotto il profilo cognitivo, sia sotto il profilo morale.

Questa e altre cose nella trasferta filosofica alla ricerca di Phronesis, della prudente-sapienza che ci deve ispirare ogni ora del giorno, ogni giorno, settimana, mese, anno, ogni momento della vita. Il nome dell’associazione dei filosofi mi dà una forza tranquilla, quella che sant’Agostino chiamava tranquillitas animi, per dire pacificazione, serenità, mentre torno a casa veloce, nella sera che viene.

I due babbei

Facciamo un giuoco, il giuoco dei due babbei, come se fossimo dentro una novella del Decameron del grande di Certaldo o del Centonovelle di Franco Sacchetti, e il titolo del racconto fosse proprio quello.

C’erano una volta due babbei che facevano a gara per mostrarsi intelligenti, come spesso capita ai babbei, non sapendo che non occorre mostrare intelligenza, quando c’è, poiché essa deborda, si esprime, si vede, si percepisce in parole, atti e fatti. Se invece l’intelligenza è scarsa non c’è consapevolezza di tale carenza. Oggi come ieri e l’altro ieri.

Ed eccoci nel sedicesimo secolo.

Carlo V e Francesco I, dimenticando per un momento la loro irriducibile ostilità, hanno convocato alle porte di Milano il margravio del Lombardo-Veneto, sua Eccellenza messer Salvino, e il principe delle Due Sicilie sua Altezza messer Geggè Dimmaio, per discutere dell’arduo tema del fisco, cioè delle gabelle richieste dai due sovrani, tenendo anche conto dell’obolo di San Pietro esigito dal Pontefice da parte del popolo. I due regnanti hanno ascoltato le lamentazioni dei vassalli con graziosa disponibilità, ma hanno chiesto con forza di procedere a un aumento delle riscossioni gabellari, poiché le guerre in corso per le Province Unite (più o meno l’Olanda attuale)… non possono aspettare. Bene. A quel punto i due prodi sottoposti hanno proposto ai regnanti di chiedere ai banchieri di Firenze, i Medici, e di Augsburg, i Fugger, di depennare dal passivo gravemente consolidato tutti i denari finora prestati ai regnanti stessi dalle banche su nominate per allestire i rispettivi eserciti, trasformandoli in obbligazioni o in altre forme possibilmente meno o per nulla vincolanti per i debitori, cosicché non ci sarebbe stato più bisogno di gravare sul popolo contribuente.

Risparmio al mio gentile lettore la reazione dei due sovrani, che non si limitò agli insulti, ma passò alle vie di fatto, a cura delle rispettive guardie del corpo, che in ambo i casi erano mercenarie, picchieri svizzeri! In ogni caso gli insulti sopra numerari furono:

babbèo agg. e s. m. (f. -a) [da una radice onomatopeica bab-; cfr. anche babbuasso e babbuino]. – Sciocco, semplicione, credulone: sei un gran babbeo!

cretino agg. e s. m. (f. –a) [dal franco-provenz. crétin, propr. «cristiano», adoperato prima con senso di commiserazione «povero cristiano, poveraccio», poi con valore spreg.]. – Affetto da cretinismo. Nel linguaggio corrente, con sign. più generico e senza relazione con la malattia, stupido, imbecille e sim., per lo più come titolo d’ingiuria: sei un vero c.!; quanto sei c.!; mi prendi per un c.?; ci siamo comportati proprio da cretini. Anche di atti o parole che rivelano stupidità: avere un’aria c.; dare una risposta cretina.

stòlido agg. [dal lat. stolĭdus, affine a stultus«stolto»]. – Che ha o dimostra mancanza d’intelligenza, di prontezza, d’intuito: un vecchio s.come usano certi s. mariti del giorno d’oggi (C. Arrighi); per estens.: un comportamento s.una risposta stolida.

Aggettivi atti a definire persone di limitata capacità di discernimento e di buon senso o dal comportamento stolido, naturalmente menomate nelle facoltà mentali e psichiche; in psicologia, affette da imbecillità.

Sto documentandomi sulle varie definizioni che mi permettono di inquadrare il livello intellettuale e umano, non solo dei due vassalli secenteschi, ma dei loro emuli nostri contemporanei, cioè -tra non pochi altri- dei due soci che stanno cercando di fare il governo.

Il mio amico Paolo C. usa spesso la parola “babbeo” per definire il povero in spirito, ma non in senso evangelico, proprio in senso psico-neurologico. Sentirli parlare, dichiarare, rispondere dà subito l’idea dell’idiozia più crassamente evidente.

Se gli si volesse bene, e non è il mio caso, ci sarebbe da preoccuparsi ogni volta che si trovano con un microfono davanti al naso, perché potresti sentir dire, caro lettore, che “la Russia è un paese mediterraneo“, che “Lima è la capitale del Venezuela“, che la Costituzione… non so, ne hanno dette troppe: Di Maio premier perché votato da 11 milioni di italiani, in Italia non si vota il premier, e poi l’elenco dei ministri portato al Quirinale prima che il Presidente della Repubblica apra qualsiasi confronto, pazzesco.

E che dire del Comitato di Conciliazione, per risolvere eventuali controversie di merito tra le varie forze presenti nel Governo previsto soprattutto dai grillini? Che cos’è? un super-esecutivo? Ma se è già previsto in Costituzione il Consiglio di Gabinetto, che deve essere convocato dal Presidente del Consiglio e riguarda i responsabili dei principali dicasteri, come Esteri, Interni e Difesa… Non è che attorno al Comitato di Conciliazione, o addirittura dentro ci ritroveremo Casaleggio jr. o addirittura il buffone di corte fondatore?

Almeno Salvino, il margravio del Lombardo-Veneto, non ha fatto queste cappelle, ma il giovine disoccupato napoletano, o principe delle Due Sicilie, da chi è stato consigliato? da quel genio di Casaleggio jr.? Cosa succederà ora?, ora devono votare in tre o quattromila e approvare sulla piattaforma Rousseau (o bocciare) il governo?

Robis di maz, par furlan, cioè “cose da pazzi”.

I due babbei, i due stolti, i due cretini, i due imbecilli eppure se qualcuno mi chiedesse chi butterei dalla torre se Salvini o la Boldrina (oramai declino sempre al femminile il suo cognome, visto che ci tiene tanto a rendere femminile anche il neutro), butterei la seconda. Un brutto periodo, questo.

Utinam Deus nos servet.

Colate d’acciaio, cadute, scivolamenti, rischi, pericoli e loro prevenzione sul lavoro. Cultura della vita e cultura del lavoro devono camminare insieme

Il 2018, a un terzo dal suo inizio, sembra non aver fine nel presentare il conto di morti e feriti sul lavoro in Italia. Siamo a metà maggio e i dati sono impressionanti, come se fossimo tornati a prima delle normative attuali, che sono buone, cioè del Decreto 81 del 2008, se non del famosissimo “626” del 1994.

Occupandomi molto da vicino di questi temi, dall’osservatorio degli organismi di vigilanza e dei codici etici, non so darmi ragioni sufficienti di questi dati così preoccupanti. Nel concreto del mio lavoro mi informo quasi quotidianamente anche sugli infortuni meno gravi e anche sui mancati infortuni. Io stesso qualche giorno fa ho assistito a un “mancato infortunio”: un operaio è scivolato da uno scalino di almeno venticinque centimetri rischiando di picchiare il mento su uno spigolo a novanta gradi molto appuntito. L’ha salvato sicuramente il tono muscolare delle gambe, la reattività dei riflessi e la tenuta muscolo-tendinea del ginocchio destro. Come vedi, mio gentile lettore, entro proprio nel dettaglio fisico-posturale dell’accadimento, perché ogni fatto è legato o causato da infinitesimi micro dettagli, che possono modificare in meglio o in peggio la situazione, causando o meno conseguenze.

Le aziende più avvedute nell’organizzazione e nella gestione operativa, e rispettose delle normative vigenti, in diverse delle quali opero, lavorano curando con attenzione l’informazione e la formazione dei lavoratori, la strutturazione del servizio di prevenzione e protezione, la presenza di una buona vigilanza sanitaria, e infine una qualità relazionale e gestionale dei capi che sia in grado di trasmettere buone pratiche, sia con l’esempio e le raccomandazioni, sia all’occorrenza utilizzando la censura ad hoc, e il codice disciplinare contrattuale. Posto che la situazione sia sotto controllo sotto il profilo tecnico, normativo e della vigilanza, se accadono infortuni bisogna dunque volgere l’attenzione ai comportamenti dei singoli lavoratori e dei gruppi di lavoro.

Quando a metà degli anni ’50, in piena ricostruzione post bellica, il legislatore italiano decise di intervenire in tema di sicurezza del lavoro emanando, prima il Decreto legislativo 547 nel 1955 sulle norme antinfortunistiche, e l’anno dopo il Decreto 303 dedicato all’igiene del lavoro, all’ambiente e alle malattie professionali. Il sostrato teorico, etico e politico di questi due provvedimenti era fondato sulla fiducia nella possibilità di risanare gli ambienti e i posti di lavoro, e di renderli sicuri puntando essenzialmente, se non totalmente, sulla ricerca tecno-scientifica, tant’è che la stessa dizione normativa fin da allora invalsa per definire il massimo di possibilità di salvaguardia dell’incolumità psico-fisica dei lavoratori era un riferimento alle ultime e più avanzate scoperte delle tecno-scienze. In sostanza ci si basava e si riponeva una fiducia pressoché totale nella capacità dell’uomo di monitorare e di perfezionare quasi fino a una definizione teorica della sicurezza… assoluta. Illusioni? Direi di no, forse un eccesso di ottimismo, che ben presto ha generato l’esigenza di una profonda riflessione sul tema, riprendendo a porre al centro l’agire umano responsabile, frutto della riflessione razionale.

Nei decenni successivi lo sviluppo quantitativo e qualitativo dell’economia italiana e in particolare dei settori industriali, con particolare attenzione al manifatturiero, e l’aumento dell’occupazione hanno fatto comprendere, sia agli imprenditori, sia ai lavoratori e ai sindacati, che sarebbe stato necessario recuperare un nuovo protagonismo dell’uomo e della donna al lavoro, insieme con la consapevolezza di essere protagonisti del proprio quotidiano, non solo del proprio futuro. Nel frattempo, l’Unione europea, dai primi anni ’80, emanava alcune direttive in tema di sicurezza del lavoro e dell’ambiente, che sarebbero state riprese nei primi anni ’90 dalla legislazione italiana, proprio con il Decreto legislativo 626 del ’94.

In ambito politico europeo, a partire dalla Germania, cresceva nel contempo una nuova sensibilità ambientalista-ecologista con i movimenti “verdi” (i grünen), che contribuiva a indirizzare anche la legislazione lavoristica in tema di sicurezza del lavoro (security). Io stesso, nella precedente vita professionale in ambito socio-politico, ebbi modo di conoscere quel mondo e quelle sensibilità: si organizzavano convegni, corsi, seminari, collegando strettamente mondo del lavoro, della cultura e della politica. Ricordo ancora la Fiera delle Utopie Concrete di Città di Castello alla fine degli anni ’80, dedicata ai quattro elementi empedoclei dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco, con ospiti che conobbi, gente del calibro di Ivan Illich e di Alex Langer. Altri anni pieni di speranza, più di oggi, ma non dobbiamo disperare.

Dopo la tragedia della Thyssen Krupp del 2007 in Italia è cresciuta la sensibilità, sia sotto il profilo normativo specifico, con il Decreto 152 del 2006 sull’Ambiente, e con il Decreto 81 del 2008 sulla tutela della salute e sicurezza del lavoro, che coinvolge sempre di più e meglio i lavoratori, sia nelle politiche e nelle buone prassi della sicurezza stessa, sia sotto il profilo etico-legislativo con il Modello di Organizzazione e Gestione ex Decreto 231 del 2001 e con i Codici etici. Personalmente ne sono coinvolto da poco meno di un decennio presiedendo organismi di vigilanza di aziende e associazioni di tutto rispetto per importanza e dimensioni di fatturato e occupazionali, là dove il tema della sicurezza del lavoro e dell’ambiente è sicuramente il principale.

Non si può che continuare su questa strada, informando e formando i lavoratori, collaborando con i rappresentanti aziendali e con i sindacati, con le strutture sanitarie e gli Istituti pubblici con l’Inail e l’Inps.

Sotto il profilo culturale si tratta di mettere al centro un’antropologia dei valori e un’etica declinata secondo il rispetto primario della vita e dell’incolumità psico-fisica delle persone che lavorano e dei cittadini che vivono dove si lavora. Ambiente e sicurezza vanno coniugati insieme, difendendo il business insieme con la qualità esistenziale di tutti e di ciascuno.

Da vicino nessuno “è normale”, o no?

Stamattina, caro lettor mio, mentre attendo mia figlia, ascolto Joseph Haydn, gran musicante, servitore dei principi ungheresi Esterhàzy, prima le sinfonie nr. 94 Mit dem Paukenschlag e nr. 104 Londoner, Slovak Philarmonik Orchestra diretta da Alfred Scholz, e poi quelle denominate dello Sturm und Drang, già un po’ romantiche o quasi, dicendo un poco impropriamente, beethoveniane, la nr. 26 Lamentatione, la nr. 49 La Passione e la nr. 58 senza titolo, suona l’orchestra The English Concert diretta da Trevor Pinnock,  e mi do tempo. Mi do tempo, non ho fretta, quasi quasi non ci credo, io che son sempre di fretta, veloce, tornato criceto impazzito, tornato impaziente con gli altri. Ho da darmi una regolata, me lo dico da solo.

Stamattina, nel silenzio di casa ai confini della campagna, con tanto verde intorno, mi sono dato tempo. Leggo della legge 180 del 1978, quella di Franco Basaglia, che permise di chiudere progressivamente i manicomi, dove venivano ricoverati gli alienati, pericolosi a sé e agli altri.

Letti e camere di contenzione dove stavano recluse persone per ore, giorni, settimane, mesi, anni, con il volto rivolto alla porta, il bugliolo portatile, mai occhi verso la finestra a volte a “bocca di lupo”. Su un muro di Santa Maria della Pietà, manicomio di Roma, c’è scritta la frase del titolo. Caro lettore, sei d’accordo che da vicino nessuno è normale? E poi che cosa significa “normale”? Più o meno agitato? Più o meno ragionevole? Più o meno preoccupante? Più o meno pericoloso? Cosa?

Nel periodo fascista i ricoverati passarono da circa sessantamila a oltre novantamila. I regimi totalitari hanno sempre usato i manicomi, per attestare la follia degli oppositori, che non vanno mai considerati come umani, ma semplicemente sedati. In qualche modo con i farmaci, e/o con la contenzione e/o con l’elettroshock. Non cito neppure i regimi cui mi riferisco, che il mio buon lettore conosce, e il giovane, se apre queste pagine, è bene che studi.

Leggo sulla Treccani “In psichiatria la terapia elettroconvulsivante (TEC), comunemente nota come elettroshock, è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente successivamente al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello.”

Si tratta di una tecnica terapeutica sviluppata negli anni ’30 dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini. La letteratura specifica indica nella TEC una modalità terapeutica particolarmente indicata in tutte le psicosi da shock (melanconie, manie, deliri, legate a shock morali intensi, cioè quello che oggi chiamiamo “disturbo post-traumatico da stress“, nelle quali “avrebbe un successo del 100% con una media di 6-8 sedute; 80% di successi nella depressione, psicosi maniaco-depressiva e negli stati confuso-onirici di origine tossica (alcol), tumorale, infettiva; di contro, riporta come nelle patologie croniche, soprattutto se legate a danni fisici in ambiti localizzati del cervello, come le schizofrenie, demenza, ritardo mentale, autismo, epilessia, gli insuccessi e le remissioni superano i successi, giungendo al risultato che l’automatismo mentale indotto dalla crisi convulsiva sembra meglio influenzato se il disturbo è di origine ambientale, tantopiù se recente. Per questi motivi la TEC era considerata la terapia d’elezione per la depressione e le patologie ad essa correlate, piuttosto che per altri tipi di patologie, specie neurologiche. Per questo la TEC è stata usata non solo nelle patologie neuro-psichiatriche propriamente dette, ma anche in quelle psicosomatiche (derivate ossia da eventi ambientali vissuti): asma, eczemi, psoriasi, prurito di Hebra, dermatite seborroica, con risultati spesso favorevoli.” (dal web)

Un giorno o l’altro, caro lettore, parlerò qui di codesta terapia, che in una fase della mia vita, ho osservato molto da vicino, dolorosamente.

Un video sul web mi illumina su come si può curare il disturbo mentale. X è stata curata in Italia e in Germania, ma in Italia la sedavano e la tenevano reclusa, mentre in Germania poteva socializzare dipingere, fare teatro, sentirsi utile e anche… bella. L’autostima, crollata a terra dopo l’aggravarsi di un disturbo bipolare in schizo-affettivo, è di nuovo tornata, per una vita “normale”. Ecco, una “vita normale”. Che cosa è una vita normale? Chi è “normale”, cioè secondo norma? Sappiamo che norma, dal greco antico nòmos, significa legge, ma è possibile parlare di legge in questo caso? E’ ragionevole legiferare sulla mente e sul suo funzionamento? Siamo sempre ancora all’eterna questione tra visione biologistica e psico-spiritualistica. A seconda degli autori, siano essi antropologi, filosofi e psicologi, psichiatri o neuro-scienziati, si oscilla tra un polo e l’altro, come spesso in questo sito ho proposto in dialettica.

Chi sostiene che è tutto un problema di lobi orbito-frontali e di neuro-trasmettitori, dopamina, ossitocina, serotonina, etc., più o meno regolarmente funzionanti, non accetta molto volentieri le sottolineature di chi propone interventi più “umanistici”. Io mi colloco, ovviamente, tra questi ultimi, senza per nulla sottovalutare gli aspetti biologici. Noi umani siamo certamente delle bio-macchine, ma anche anime incarnate. La signora X, di cui ho detto sopra, parrebbe confermare che serve anche la dimensione psico-spirituale, proprio come è sotteso dalla “riforma Basaglia”.

Che dire, infine? Che la nostra umanità animale possiede forse (io ci credo) anche la luce dello spirito, pensiero della nostra anima e di Dio. E qui permettimi, caro lettore, una sottigliezza teologico-semantica: questa espressione “di Dio” è un genitivo oggettivo, ma anche soggettivo, cioè significa sia “pensiero di Dio”, cioè attribuibile a Dio, sia pensiero di Dio come un “pensare a Dio”. Bello, no?

E qui finisco nel silenzio della dies dominica.

La sagra delle rane, la deiezione terroristica e il “contratto” di governo

Momenti di comunione, feste popolari celebrate davanti ai templi o, in epoca cristiana, alle chiese hanno a che fare con il sacro, inteso come dimensione potente dell’essere, come ponte tra la vita ordinaria dell’uomo e ciò che sfugge da questa ordinarietà. Un testo importante in tema, che consiglio al mio gentile lettore è Das Heilige, Il Sacro, scritto da Rudolf Otto nel 1927, e tradotto in italiano da Ernesto Bonaiuti, docente di filosofia e sacerdote sospeso a divinis per “modernismo”, una posizione riformista all’interno di una chiesa cattolica ancora molto dogmatica. Lontanissimo ancora era il Concilio Ecumenico Vaticano II di papa Roncalli e Paolo VI (1963-1965, io ero già bambino consapevole, chierichetto, impressionato dai duemila padri in bianco nella Basilica di San Pietro).

“Sagra” deriva etimologicamente dal lemma latino sacer, cioè “sacro”, legato al sacro, al religioso, a qualcosa di grande, e infine a qualcosa di solenne e festoso. L’antropologo israeliano Harari, che insegna a Oxford, da me citato nel post precedente, si fa una domanda: quanto contente possono essere le rane della sagra di Rivis di Sedegliano, provincia di Udine, che oramai è un evento storico, nell’ambito di una tradizione, di diventare cibo fritto per gli umani? per gli animali-umani che siamo noi?

La domanda sembra peregrina ma non lo è. Senza essere animalisti, è importante che ci si renda conto che tutti i viventi senzienti soffrono, provano dolore, senza arrivare alle esagerazioni dei vegani che sostengono addirittura la sofferenza dell’insalata, quando viene colta. Si può anche ridere. Ogni tanto incontro qualcuno convinto (veramente?) che la Terra sia piatta a l’insalata soffra, persone che disprezzano chi legge e studia, vantandosi della propria ignoranza, a volte con disprezzo e violenza verbale inauditi. Come facciamo, allora, a meravigliarci se l’animale umano in situazione riesca ad agire come l’assassino di Parigi di iersera?

Pensavo a queste cose quando stavo andando a prendere qualche porzione di rane fritte per casa. Potrebbe venire anche da ridere, ma può far ridere o piangere qualsiasi cosa, dipende dall’ottica. dall’angolo visuale. I cinici non piangono mai, i sentimentali forse troppo.

Mentre tornavo, dunque, apprendo dalla radio che a Parigi e nell’isola di Java, nella città di Surabaya, ancora si muove il terrorismo. Coltello sulla Senna e armi da fuoco in Indonesia. Mentre noi aspettiamo un piatto sul gran fiume, altri umani disperano e si disperano uccidendo.

A Milano i due “vincitori” del 4 marzo elaborano i cosiddetto “contratto” di Governo, mentre il Presidente della repubblica svolge in piazza a Dogliani una lectio di diritto costituzionale su Luigi Einaudi, forse per “parlare a nuora”. Dubito che i due studiosi del “Pirellone”, Di Maio e Salvini, abbiano letto anche una sola pagina di Einaudi. Forse neppure sapevano che fosse venuto al mondo (Di Maio, ignora la posizione geografica della Russia, mentre io bambino di dieci anni conoscevo i nomi e lunghezze di tutti i maggiori fiumi del mondo, le altezze dei quattordici “ottomila” e le capitali). Mattarella dice che il Presidente della Repubblica non è un notaio, né un mero ratificatore di decisione altrui… parla di moral suasion, ma anche di possibilità di opporre veti a decisioni che non stiano in piedi. Egli, il Presidente è il custode della Costituzione, per tutti noi. Fidiamoci. Il Presidente  ricorda quando il suo predecessore Einaudi non seguì le indicazioni della Democrazia Cristiana di De Gasperi e nominò Presidente del consiglio l’onorevole Pella, mostrando le proprie prerogative costituzionali e i propri legittimi poteri. Ri-dico: fidiamoci, anche se il presuntuosetto campano afferma “Occorre pazienza perché stiamo scrivendo la storia“. Bum!

Torno al trittico argomentativo: rane, terrorismo, politica. Io tranquillo, le rane pronte. Non ho notizie da Parigi né da Milano. Non siamo disperati qui in Italia, ma un poco pre-occupati, vista la situazione politica.

Circa le rane e la sera che viene, son sereno. Con il terrorismo dovremo convivere, come abbiamo convissuto con guerre e armistizi, con stupidità e intelligenza, con violenza e cura, con Travaglio e Fazio. A proposito, avverto Travaglio che, più lui insulta Berlusconi e più quest’ultimo mi diventa simpatico, e penso anche a molti che come me lo hanno aborrito per due decenni.

Un’ultima idiozia da invettiva: sento Speranza di Leu (il nome di questo partito ha anche un brutto e cupo suono) attardarsi a criticare il PD, che ha perso milioni di voti, lui dice, per politiche sbagliate. Ma io chiedo a Speranza e ai Fratoianni, Civati, Boldrini, Bersani (D’Alema, più intelligente di costoro, almeno sta zitto, mentre i citati parlano senza vergognarsi), dove sono andati i voti persi dal PD? sono venuti a voi, poveri illusi, o sono andati all’ignorante Di Maio e all’insulso e pericoloso Casaleggio jr., oppure sono rimasti a casa il 4 marzo scorso? L’hai finita di fare le pulci agli altri, professorino da nulla, Roberto Speranza?

Circa il governo, qualcosa si farà, stiamo a vedere.

Finalmente forse forse forse… un governo arriva (o non arriva) a giorni per questa nostra Repubblica Democratica e cara Patria Italia, NON PER IL “PAESE”!!! cz. (speriamo non sia di scalzacani, ma il rischio c’è, visti i mentori)

Non avrei mai pensato di collocare Berlusconi in una certa qual cauta gradazione dalla parte delle mie simpatie (o quasi), perché vi è stato un lungo periodo, dal ’94 a un paio di anni fa in cui lo ho letteralmente aborrito, come figura, come postura, come lessico, come politico, come persona. Devo dire, però, mai come imprenditore, dei cui comportamenti, viste le mia attività, ho avuto spesso notizie di prima mano, e non negative, soprattutto circa il trattamento delle sue aziende verso i dipendenti e collaboratori. Ricordo soprattutto il racconto di un amico che non c’è più, editore di un mio amato libro, Il Viaggio di Johann Rheinwald, che quando fu assunto in una posizione di dirigente in Mediaset trovò in albergo -il primo giorno di lavoro- un bellissimo vestito completo grigio brillante scuro e un bel paio di scarpe nere, dono del presidente. Paternalismo? chiesi, no, gentilezza mi disse Giancarlo, che era di sinistra.

Il fatto è che oramai il cosiddetto benchmarking, o confronto, non lo si fa più con le storiche dignitosissime e spesso grandi figure di un Moro, di un Nenni o di un Berlinguer, e di Craxi che il tempo oramai passato fa stagliare nella sua giusta dimensione di statista vero (non dimenticare, mio gentile lettore, i fatti di Sigonella quando Craxi mostrò a Reagan nell’ottobre del 1985 che se gli USA schieravano i Delta Forces in territorio italiano, il Capo del Governo italiano poteva farli circondare dai Carabinieri!) e men che meno con quelle di un Turati e di un De Gasperi: oggi fai il confronto con pistolin Di Maio (così lo chiama il sempre spiritoso Vittorio Feltri), convinto che la Russia sia un paese mediterraneo e vuole fare il ministro degli esteri, e con lo sboccato (da qualche giorno di meno) Salvini, emulo del Bossi primitivo, sempre comunque a lui superiore, perché il modello, come insegna Platone, è sempre meglio dell’imitazione. E dunque, Berlusconi mi è diventato un poco simpatico per confronto con altri politici e per ragionamento. Vediamo  che cosa succede ora e che ruolo si ritaglierà nella nuova situazione politica, credo un ruolo non secondario, visto il tipo che è e i limiti evidenti e in qualche modo clamorosi, cognitivi, intellettuali e culturali dei nuovi “capi”, digiuni del tutto o quasi di ogni nozione storica, giuridica e socio-politologica.

Ora vediamo soprattutto gli altri cosa faranno e mi auguro, per il bene della Patria nostra, che qualcosa riescano a fare. Che il Governo nasca e si metta a lavorare seriamente, da subito, in Italia e in Europa, facendo sentire la voce della seconda nazione industriale dell’UE, senza imitazioni macronian-mayane o merkeliane. Facciamo l’Italia, perdio! Rispondiamo a tono a Donaldo Tromba, che sembra ogni giorno che passa un grosso vecchio bambino capriccioso, con il broncio del viziato fin dalla nascita. Questo vuol porre dazi alle merci importate, imporre politiche estere nefaste come quella contro l’Iran, che non è la Corea del Nord, dove sembra aver funzionato il suo muso duro, ma il bamboccio di Pyong Yang non è Kameney e neppure Katamy, che sono personaggi, se pur di diverso orientamento tra radicale e moderato, di lunga lena islamica. Pare che voglia ri-fare un accordo. Gli Americani dovrebbero studiare di più la storia dell’Europa e del mondo, ma le loro sapientissime università sfornano a manetta pacchi di specialisti ignorantissimi, ossimoro plausibile, contraddizione in termini ma specchio della realtà. Salvo rare eccezioni, come il generale Petraeus, noto per la sua capacità di leggere proficuamente la situazione afgana, i loro ufficiali, anche alti in grado, non sono neanche da paragonare ai nostri, che sanno dialogare con i capi tribù e con i maggiorenti delle nazioni diverse afro-asiatiche. Anche la vicenda libica degli ultimi anni, fino alla morte di Gheddafi, la dice lunga, in questo caso, sull’ignoranza crassa di Obama, presidente pessimo in politica estera, che si fatto trascinare nell’avventura da quello sciagurato presidente francese Sarkozy, sì, proprio quello che prendeva per il sedere Berlusconi, complice frau Merkel. Ricordiamoci anche l’infame avventura della seconda guerra dell’Irak, dove i due potenti idioti Bush&Blair hanno in pratica creato le condizioni per l’insorgenza dell’Isis. Coglioni. Ecco, il nuovo Governo italiano deve avere le carte in regola per fare politiche non prone e succubi di questi poco credibili partner.

Per quanto riguarda l’Italia, occorrono politiche semplici e chiare di carattere sociale e fiscale: non il “reddito di cittadinanza”, misura ambigua e diseducativa sotto il profilo etico e sociale, ma sostegno al reddito in formazione lavoro, flessibilità Jobs act e sua gestione condivisa per quanto possibile tra aziende e sindacati un po’ più evoluti degli attuali: basterebbe che queste organizzazioni, così utili se sono serie e preparate, tornassero a darsi -se ci riescono- gruppi dirigenti come quelli, almeno degli anni ’60/ ’80, ma occorre un profondo ripensamento organizzativo e l’abbandono delle sinecure e delle rendite di posizione di gruppi dirigenti invecchiati e oramai obsoleti. Io ne ho fatto parte negli anni migliori (1979/ 1993), ma ero diverso per cultura e formazione politica, e oggi me li trovo come interlocutori molto spesso non all’altezza delle tematiche in gioco, a volte arroganti, presupponenti e ricattatori, non avendo io “voltato nessuna gabbana”, ma essendo sempre quel socialista riformista che ero e che i titolari di azienda comprendono e apprezzano come approccio: tant’è che sono stato nominato in più aziende Garante degli aspetti etici dell’agire aziendale. Il fatto è che io ho continuato a studiare sempre raggiungendo importanti traguardi accademici, e loro no. Diversi di loro, se non sono invecchiati nel sindacato, hanno trovato delle garanzie economiche e di prestigio sociale nel mondo cooperativistico o nella politica. De mediocritate numquam satis.

Occorre che il nuovo governo curi la scuola non come voleva fare l’improbabile ministro Fedeli, che grazie a Dio è scaduta, non confondendo la formazione culturale e morale con l’addestramento: il rapporto scuola-lavoro non può mescolare impunemente gli ambiti e i piani, ché la scuola e l’università, nel rapportarsi con il mondo delle imprese non possono smettere di essere il luogo della formazione e della crescita umana e culturale, per diventare mera propedeutica quasi addestrativa al lavoro. Ben vengano i tirocini e gli stage, ma sempre finalizzati a progetti precisi e creativi collegati al curriculum di studi concordato con i docenti tutor di facoltà e dipartimenti, oltre che con le direzioni HR delle aziende.

La sanità pubblica va rinforzata in maniera selettiva nella sua presenza territoriale, mantenendone la gratuità totale per i redditi bassi e le malattie più gravi, ma anche impegnando nel pagamento di oneri indiretti, ad esempio l’albergaggio per ricoveri ospedalieri chi può permetterselo: in altre parole il welfare sociale deve essere proporzionato ai redditi accertati, come ho scritto in altri pezzi precedenti.

Partecipare al welfare sociale in modo equo significa anche studiare un fisco meno esoso e più giusto, in un equilibrio che permetta di esigere tasse progressive, ma senza punire chi guadagna di più della media per merito. Ebbene sì, parlo anche di me, che pago salato fino all’ultimo centesimo su ciò che guadagno, tutto fatturando.

I diritti civili non possono essere condizionati da una ricerca scientifica che permette progressivamente qualsiasi cosa perché possibile, senza alcun filtro di analisi etica. I diritti non possono essere scanditi e sanciti dalla mera ricerca scientifica senza alcun filtro, e sto pensando soprattutto alle maternità surrogate e cose simili. Il diritto deve derivare da un’etica ben declinata, non dalle scoperte scientifiche. L’Homo sapiens non può pensare che tutto sia possibile fare, solo perché è possibile farlo, anche se non lecito, altrimenti è destinato all’autoestinzione, come ben spiega l’antropologo Harari, israeliano di Oxford, nel suo Sapiens. Da animali a dei. Breve storia dell’umanità, recentemente edito da Bompiani.

Sullo ius soli occorre procedere senza indugio, distinguendo dentro il fenomeno migratorio e difendendo l’Italia da chi vuol approfittarne per farne rifugio di male intenzionati e terroristi.

Insomma, sia chi sia il nuovo premier, confido che il presidente della Repubblica insedi un ministero di persone competenti e capaci di ascolto e di proposta, con un Parlamento che lavori assiduamente.

Il buon governo, se non procura del tutto la felicità dei cittadini (sto scherzando) che è affidata anche alla dopamina e agli altri principali neuro trasmettitori  sviluppati da ogni cervello, può comunque contribuire all’equilibrio delle persone, come spiegano i biologi e i neuro-scienziati, e come sperano sia le persone pensanti di ogni colore e cultura, e storia personale. Auguri alla nuova maggioranza, e che sia assistita dallo Spirito, mentre chi farà opposizione la faccia con intelligenza e non per partito preso, ma su questo ho quasi meno fiducia, guardando le facce da gregari dei Rosato, delle Boschi e di altri di vari generi e specie di politicanti, soprattutto interessati a non perdere lo scranno ben pagato che hanno conquistato in liste chiuse previste da una vergognosa legge elettorale, di cui i due citati ignorantissimi politici sono tra i principali autori.

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