Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il mercato del nulla… o quasi

Parafrasando me stesso e… Eugenio Montale, mi è venuto in mente questo titolo.

Qualcuno ricorda che anni fa scrissi un pezzo, poi pubblicato -se non ricordo male- nel volume La sapienza del koala, dal titolo assonante, cioè I professori del nulla, con il quale mi riferivo ironicamente a quegli intellettuali da strapazzo che avevano iniziato a imperversare nei talk show, criminologi, massmediologi, psico-neuro-socio-tele-esperti, matematici che fanno i teologi e teologi che fanno i tuttologhi o i tuttologi (cioè quelli che vogliono insegnarti la fisica quantistica e non conoscono nemmeno il teorema di Pitagora), che sono la stessa cosa ma fa figo distinguerli, e così via.

Invece la parafrasi montaliana è più seria. Il maggior poeta italiano del ‘900 scrisse un volumetto dal titolo identico a questo del post, Il mercato del nulla.

Trascrivo letteralmente dall’aureo volumetto pubblicato nei mesi scorsi dal Corriere della Sera per la serie Grandangolo su Eugenio Montale, curato da Massimo Natale:

Ne Il mercato del nulla, per esempio (dell’ottobre 1961) si denuncia la “quasi totale scomparsa della conversazione (probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati)“, e il fatto che “lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano attorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato (o, aggiungerei io, comandato ad applaudire), assiste al loro colloquio.”

A distanza di quasi mezzo secolo siamo ancora qui, con il profluvio di talk show, uno più demente dell’altro, fatto di protagonisti sedicenti esperti e di un pubblico, che sembra figlio di quello descritto da Montale, allora.

La cifra stilistico-comunicativa dello spettacolo è costituita, in generale, da due elementi: il primo, è un costante “parlarsi sopra”, senza rispetto per interlocutori e ascoltatori, e del tempo necessario per un ascolto attivo, il secondo, un uso della lingua italiana che definire povero e banale è perfin generoso, poiché a volte è di uno squallore irritante, caratterizzato da un lessico stereotipato e ripetitivo, povero e banale, e da coniugazioni verbali approssimative, preludio di una volgare destrutturazione del periodo in unità paratattiche prevedibili e noiose. Con qualche eccezione onorevole, come nel caso di Enrico Mentana, se il gentil lettore me lo consente, e fors’anche di Nicola Porro.

Gli altri, a partire dall’immarcescibile untuoso Vespa,  passando per Floris, Bonolis e Fazio, l’ammiccante strapagato, e altri ancora di cui mi impegno a dimenticare i nomi, sono i mentori di un livello comunicazionale vicino alla dannosità morale, per approssimazione informativa e modalità espositiva.

Un altro ambito nel quale da decenni svolte un mercato dl nulla, o quasi, è quello della politica. Comunicazione e politica dunque, ovvero comunicazione della politica e politica della comunicazione. Non gli unici due ambiti dell’impoverimento antropologico attuale, ma tra i principali, fermo restando che il caput vitiorum di questa deriva è la crisi della riflessione, del pensiero raziocinante, della logica argomentativa, cui segue necessariamente (direbbe Spinoza) la crisi di ogni altra disciplina umana, a partire dal sapere etico.

C’è da essere, più che sconcertati, ché non è più il tempo dello sconcerto, oramai addirittura delusi, con solo uno spiraglio in fondo di speranza che crescano le generazioni giovanili a ripulire questa melma. Ma con un’avvertenza, che non si pensi al giovanilismo come a una panacea, a un rimedio erga omnes et erga universas res: infatti Di Maio ha trentuno anni e sembra un veciùt (vecchietto in lingua friulana), per abbigliamento, stereotipi e ripetitività verbosa.

Le prime linee della politica, fo per dir, cioè i personaggi più importanti dello scenario attuale, annoverano cinque o sei personaggi che vanno analizzati e comparati con i loro predecessori degli anni ’50/ ’60/ ’70/ primi ’80, anche se non possiamo trovare simmetrie perfette, a fronte di n cambiamento radicale delle denominazioni e dei contenitori partitici, poiché i partiti di trent’anni fa non esistono più. Quelli di oggi ne escono a pezzi. Proviamo: Renzi vs Berlinguer, Moro e Craxi. Voi direte che non vale. Un pivello contro tre pesi massimi delle tre tradizioni popolari italiane, quella comunista, quella cattolica e quella socialista. Ma il Partito democratico in parte è erede di tutte e tre e il segretario ne porta oneri e onori, si fa per dire. Se Berlinguer era un francescano laico, Moro uno studioso paziente e buono, mentre Craxi la quintessenza del criterio politico anche nella sua versione cinica. E Renzi?

Salvini va confrontato con il fondatore della Lega Bossi e non fa una gran figura: grezzi e popolani tutti e due, ma il giovane ha un ghigno inquietante, ma sarà colpa della muscolatura facciale.

La Meloni con Almirante, e qui non serve dire di più, che Almirante, fascistissimo, era di ben altra tempra culturale e politica.

Berlusconi andrebbe paragonato a Malagodi, me della forza politica di questi rappresenta ben di più, poiché Forza Italia, nelle sue varie versioni, è molto più grande del vecchio Partito Liberale, ma molto più piccola sotto il profilo culturale e politico: infatti dovremmo salvare forse solo Martino e Frattini di quella linea classica. Berlusconi è comunque un unicum, un fainomenon di questi ultimi decenni, quando la politica si è fatta commissariare da giudici e uomini d’affari, soprattutto in Italia. Ecco, se vogliamo, con l’eccezione di Violante, anche la prova dei giudici in politica è stata ai limiti dell’indecenza culturale, Di Pietro e Ingroia mentori, con il loro codazzo di laudatores à la Travaglio.

Oppure, continuando in questo gioco leggero, possiamo paragonare Di Battista a Claudio Martelli, che ne dite? Ci sta?

Nel titolo c’è l’attenuazione del “quasi”, e pertanto si può anche citare qualche figura decente, di questi tempi, variamente sparsa a destra, centro e sinistra oppure in ciò che ne rimane declinata in questi tempi. Nella Lega Roberto Maroni e Zaia?

E a sinistra? Veltroni sì, ma non D’Alema, e Bersani, purtroppo perché mi è simpatico, sta declinando rancoroso. Grillo non merita comparazioni, se non con il Pappagone di Peppino De Filippo. E questo ha inventato un movimento-partito che accontenta un votante italiano su quattro. Si dice sempre male dei governanti, ma chi li manda lì, chi elegge i sindaci? Gli elettori. E pertanto, si deve ammetter che ogni comune e ogni nazione ha il sindaco e il governo che si merita. O no?  Della signora Boldrini non voglio dir nulla, ché si arrangia da sola a restare nella storia come figura di sbieco, capitata lì.

L’amarezza, lo sconcerto, il disincanto forse oggi la fanno da padroni, ma ancora di più la pigrizia mentale, le generalizzazioni, l’accontentarsi della prima e della seconda pagina del web, la dismissione della lettura di libri, l’informazione di parte, dove ognuno (o i più) cercano solo conferme ai propri pre-giudizi. Oh, san Tommaso d’Aquino, spiega tu che i pre-giudizi sono giudizi incompleti, e che nessuno si può fare un’idea leggendo solo stampa e prese di posizione della propria squadra del cuore, ma deve allargare lo sguardo, altrimenti rischia di trovarsi l’analfabeta Di Maio capo del governo.

Se poi passiamo ai sindacati, compariamo Barbagallo della Uil a Enzo Mattina, a Silvano Veronese, a Benvenuto, oppure anche a Renato Pilutti, posso dirlo? Vogliamo paragonare la signora Camusso a Giuseppe Di Vittorio, a Vittorio Foa e a Bruno Trentin o Luciano Lama, e la Furlan a Pierre Carniti?

Declino. Dove sono i prodromi della speranza, caro lettore? A mio parere nella lettura seria e continua di testi vari e affidabili, nella cultura, nella paziente opera di crescita spirituale, intellettuale e morale di ciascuno: solo così possiamo nutrire la speranza di una crescita nuova. Io ho fiducia.

“La vita, amico, è l’arte dell’incontro…”

Così cantava, verso la fine degli anni ’60, ma come stesse parlando piano, con toni delicatissimi da bossa nova, Vinicius de Moraes, poeta brasiliano amico di Sergio Endrigo, con cui e con Giuseppe Ungaretti fece un disco dal titolo omonimo.

Un disco e un testo molto bello che introduce poeticamente il tema della relazione tra umani, e dunque l’incontro, la relazione, la costruzione della società…

Facciamo insieme una carrellata su un etimo fondamentale per la vita umana, quello di socio, società, sociale, socialismo, etc..

La societas (cioè la “società”) è una nozione-concetto che significa -fin dalle norme del Diritto Romano- contratto consensuale, un’obbligazione consensu contractae. La sua messa in funzione iniziò probabilmente con l’incremento dei traffici commerciali nel mar Mediterraneo da parte di Roma. Poteva essere bilaterale o plurilaterale in cui i contraenti, in base al principio della buona fede, si obbligavano a compiere una data attività o a conferire dei beni in comune per raggiungere un fine comune, dividendo in seguito guadagni e perdite.

Occorreva comunque un consenso durevole tra i soci, il conferimento di beni o il compimento di attività, uno scopo finale patrimoniale di interesse comune.

Se tutti i soci erano obbligati nel conferire beni o attività nella societas, contemporaneamente vi era anche l’obbligo degli stessi di ripartire guadagni e perdite derivanti dalla gestione della stessa. Fu pertanto fondamentale stabilire le quote di ogni singolo socio e se questo non fosse stato fatto si intendevano tutte uguali“. (dal web)

Vi era dunque la societas formata dai socii, dai soci. E la struttura diventava sociale, esprimendo quindi una socialità e un senso di coesione e di condivisione, quasi di con-vivenza. Infatti, anche oggi si dice che si sta in azienda più che in famiglia e l’azienda ha qualche analogia, oltre molte differenze, con la famiglia.

Il tema della socialità ha poi dettato immediatamente un altro tema o valore, quello della solidarietà, che è diventata virtù morale, fin dai tempi antichi, corroborata dall’antropologia cristiana, inizio e fomite di tutte le antropologie e di tutte le etiche umane successive, in Occidente, anche di quelle laiche, derivanti dalla temperie dell’Illuminismo, così come variamente declinato.

Da questo primo gruppo di termini, la storia e la politica hanno poi fatto derivare la nozione di socialismo, che è un amplissimo “luogo terminologico” significante scelte etiche, orientamenti politici, movimenti sociali, anche di carattere rivoluzionario, tesi a una trasformazione più o meno profonda della società nel senso innanzitutto di una tensione all’uguaglianza di tutte le persone o cittadini, sotto il profilo economico, giuridico e, appunto, sociale.

La visione socialista, soprattutto nella sua versione marx-engelsiana presuppone, però, anche una antropologia completamente rivisitata rispetto a quella precedente, che potremmo definire con un sintagma un poco azzardato illuministico-cristiana, consapevole degli irriducibili limiti psico-morali dell’uomo, peraltro confermati sostanzialmente dalle neuroscienze contemporanee.

Infatti, a differenza dei suoi predecessori del primo ‘800, denominati in genere socialisti utopisti, tra i quali possiamo ricordare Auguste Blanqui, Pierre-Joseph Proudhon, il conte di Saint-Simon e altri,  che non ritenevano possibile un egualitarismo perfetto tra tutti se non in una prospettiva che si può forse definire, nella temperie di quei decenni, quasi romantica, Karl Marx riteneva che la realizzazione di una società socialista e poi comunista avrebbe modificato l’uomo alle sue radici più profonde, antropologiche,  quasi ri-creandolo, facendolo meno egoista e più giusto, in una società di uguali. Si può dire che tale prospettiva aveva ed ha un che di messianico quasi si trattasse, e in qualche modo si può dire lo sia, di un’eresia cristiana.

Tutte queste dottrine e movimenti di matrice socialista tendevano comunque verso un certo superamento delle classi sociali e della proprietà privata, fino all’abolizione dello Stato stesso, come nella linea anarchico-rivoluzionaria (cf. M. Bakunin e P. Kropotkin) certamente con accenti e toni diversissimi tra la linea utopista e quella del socialismo “scientifico” di matrice marxiana.  La data discrimine tra le due linee teoriche e politiche si può ritenere il 1848, con la pubblicazione, da parte di Marx e Engels, del Manifesto del Partito Comunista.

In ogni caso i termini socialismo e comunismo non possono essere trattati, utilizzati e ritenuti come sinonimi, poiché il socialismo, nel tempo e soprattutto nelle sue più recenti declinazioni pratiche si è connotato sempre di più come socialdemocrazia, cioè un modello che accetta l’economia di mercato e la proprietà privata all’interno di istituzioni democratico-liberali. Il socialismo democratico, nelle sue varie versioni, latine, e anche italiane, e nordeuropee si colloca tra la prospettiva marxista e quella borghese-capitalista, cercando una via mediana nella prassi socio-politica.

In Italia questa linea si può far risalire soprattutto alla lezione di leader come Turati, Pietro Nenni e fino a Bettino Craxi.

Nelle fasi più dure della storia del Novecento, il conflitto tra prospettiva comunista, diventata oramai stalinista, e visione socialista, giunse al punto che i comunisti chiamarono i socialisti social-traditori e social-fascisti, per poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, dover ammettere che la prospettiva socialista era quella più razionale e plausibile, salvo ulteriori incomprensibili resipiscenze, come quelle italiane di questi anni e mesi.

La socialdemocrazia, corroborata peraltro dal pensiero cristianosociale, dalla metà del XX secolo ha costituito il nerbo del riformismo sociale, allargando la base del benessere delle persone con le politiche di welfare e di una migliore divisione delle risorse. Restano comunque problemi ciclopici, che non possono essere risolti con scorciatoie rivoluzionarie anche armate, come la storia degli ultimi quarant’anni ha mostrato.

Accanto a queste affascinanti storie di politica, e per tornare al nostro titolo, possiamo rinforzare queste riflessioni citando il pensiero di filosofi nostri contemporanei come Martin Buber ed Emanuel Lévinas, i quali declinarono le loro teorie guardando all’imprescindibile esigenza di considerare la vita delle persone singole, nelle varie società, come un continuo dialogo per la costruzione di una relazione, nel riconoscimento del pari valore di ogni soggetto umano. L’Iocome-Tu di Buber e il Volto dell’Altro di Lévinas, sono la simbolica immagine di quello che Vinicius de Moraes e Sergio Endrigo chiamarono la vita come “arte dell’incontro”.

Un altro anno è andato

Nella conta degli anni il 2017 si sta per collocare in archivio. Un anno potente, crudele, da non rimpiangere. Per me. E anche, lo so, per molti.

C’è da essere sconfortati come sono di solito gli opinionisti che vanno per la maggiore nei quotidiani, cotidie scriventi e scrivono e non han molte altre virtù (da libera eco carducciana). E invece no.

Nonostante Trump e il suo essere più che presidente degli americani, tycoon di se stesso, falso e autentico nel contempo mentre il parrucchino e i denti gli si rinnovano a seconda della bisogna. Eppur è stato votato da metà votanti, quantomeno, e anche Michele Serra si è accorto, più gramscianamente che marxianamente, che i governati non son meglio dei governanti. L’uomo non si emenda per decreto, vivaddio! E’ una bella conquista, convincersi che l’homo novus è quello che siamo ogni giorno, pazientemente più vecchi e saggi, quando ce ne rendiamo conto, però, di essere ogni giorno più vecchi e saggi. Peccato che molta parte della sinistra politica, quella spesso maggioritaria qui da noi, abbia sempre pensato che il sol dell’avvenire appartenesse, non tanto alla pazienza delle riforme democratiche e sociali, ma a una palingenesi antropologica, lasciando alla destra -ovviamente- il culto dell’individuale arroganza, ma senza apprezzare molto, se non recentissimamente, l’irriducibile differenza di ogni soggetto da qualsiasi altro, dico, soggetto umano. Collettivismo senz’anima individuale. Non lasciamo alle destre l’apprezzamento della persona-individuo e la nozione di patria e di matria, perdio!

Le guerre sono lì, numerose, varie,  tutte crudeli, quasi innumerabili, non dichiarate, gli ambasciatori sono livree che non servono, sono mestieri imbalsamati per ruoli oramai finiti. Epperò servirebbero le ambascerie, eccome, se si capisse che non è questione di tecnica comunicativa, ma di buone relazioni, di sincera voglia di conoscere quell’altro lì, quello là, che di solito non capisco, e che talora aborro o addirittura -inspiegabilmente- odio.

Siamo in sette miliardi abbondanti sul bel pianeta  ancor pieno d’acque, e saremo –secundo el parer de li studiosi– dieci o undici tra mezzo secolo. Un chilo di carne di manzo richiede decine di ettolitri d’acqua per essere prodotto, forse che (nonne più congiuntivo) non sarebbe meglio utilizzare meglio la qualità nutrizionale dei cibi, piuttosto che la standardizzazione? E’ chiaro che lo standard riduce i costi… ma a breve, ché nel medio-lungo farà danni intuibili anche all’inclito. Cioè a me e a te, caro lettor, che pensavi fossi scomparso dall’etere. E come vedi stavo solo riposando un po’.

Pare che il terrorismo sia una dimensione endemica della storia umana. Accanto ai fatti di cronaca, noti a tutti, emergono ricordi di varia natura, come la cattura in Portogallo di uno dei responsabili della strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Ovvero, di Norbert Feher, alias Igor il Russo, dopo nove mesi di latitanza e una scia di sei o sette morti, che viene catturato in Spagna. Serial killer criminale comune determinato freddo spietato e terrorista perché terrorizza?

La salma di Vittorio Emanuele III torna in Italia da Alessandria d’Egitto su un volo di Stato, è ragionevole o no? Non condivido perché il giudizio storico sul re-soldato non può non essere severo, non foss’altro, ed è moltissimo, che per la firma delle Leggi razziali del ’38 e per la vigliacca fuga a Brindisi dopo l’8 settembre ’43. Va bene che riposi a Vicoforte accanto ad Elena, ma sarebbe stato meglio fosse tornato con mezzi diversi e privati.

La salute è il bene primo della vita, lo sentiamo dir fin dall’infanzia e quando questa vacilla temiamo, barcolliamo, teniam paura e chiamiam la mamma. Scherzo, ma non troppo, caro viandante della rete che indugi sul mio scritto. E dunque abbiamo da tenerla da conto, se pur sappiamo che non tutto, anzi forse un po’ poco, dipende da le nostre voluntadi. Ma basta che queste sien poste verso la cura positiva del corpo e dell’anima nostra, con passion e umilitade, e anche con la disposizione d’animo della preghiera all’Onnipotente Iddio che tutto vede e sa e contempla dal suo sguardo sine limite ullo.

Ambiente: vedere un orso polare che si accascia morente di fame è scena quasi inguardabile. Che cosa stiamo facendo alla Terra? Ce la faremo a capire, o almeno a comprendere che noi stessi siamo gli autori del nostro proprio destino terracqueo, almeno (o di più, perfino) come per quanto riguarda la nostra salute individuale?

Un altro fatto da mettere qui, non perché sia bello, ma perché ha una sua densità politica: il neo costituito governo -si diceva un tempo- clerico-fascista (ma è una dizione forse ingenerosa per il giovanissimo cancelliere democristiano Kurz) intende concedere la cittadinanza austriaca ai cittadini italiani tedescofoni  dell’Alto Adige o Sud Tirolo, che dire si voglia. Mi sembra faccia il paio con altre tendenze, non patriottiche, ma nazionaliste e patriottarde, ultimamente apparse in Polonia e in Ungheria, come se gli ex satelliti dell’URSS volessero affrancarsi dal passato stalinista diventando razzisti e fascistoidi. Bruttino, anzi brutto. In Italia non mancano i mentori di questa tendenza che spero venga sconfitta.

Leggo dopo anni di nuovo un libro bellissimo, Narratori delle pianure, edito da Feltrinelli nel 1985, autore Gianni Celati, che insegna lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Bologna e quella italiana in Inghilterra, se non sbaglio. Che cosa c’entra il libro con questo piccolo riepilogo sull’anno che se ne sta andando? C’entra perché racconta, narra di cose piccole che avvengono o sono avvenute lungo il corso del nostro gran fiume Po, che è grande per noi italiani, ma è ben piccolo se comparato ai grandi alvei dei fiumi asiatici, africani, americani. Io che ho visto il Paranà a Rosario d’Argentina e il Dniepr nell’omonima città ucraina, lo posso ben dire.

Celati narra storie piccine, ma non per questo insignificanti, cosicché mi ha suggerito l’idea di imitarlo, per zittire il frastuono talora orrendo della cronaca. Partire a primavera, dedicandovi una settimana, in treno, lungo l’asta del Po, magari un poco più su, dal Cavallino o da Chioggia in laguna, in treno, con uno di quei treni locali che si fermano ovunque c’è una stazione. Un poco senza mete precise. E scendere, che so, alla stazione per Porto Tolle, alla foce, e poi a Porto Garibaldi, evitando Ravenna. Risalire fino a Adria e pernottare, per arrivare il giorno dopo a Polesella. E poi Ostiglia e Mantova. Qui sì fare una sosta per l’Alberti e Andrea Mantegna. E poi Mirandola, Viadana e Casalmaggiore. Un po’ in treno e un po’ con il bus. Pernottare quando vien pomeriggio e si deve decidere. E cenare in trattoria, cercando quelle che hanno le tovaglie e quadrettoni rossi e il vino sfuso, rosso però, Sangiovese penso, stante la zona.

Per finire nella Bassa milanese, ma senza toccar la metropoli, ché sarò a caccia di silenzi e di discorsi fatti sottovoce nei vicoli e fuori delle osterie, sotto i portici antichi delle cittadine di pianura.

Un libro che raccomando al mio gentil lettore.

Per lasciar perdere le “cose grandi”, i grandi problemi del mondo, della società e della politica, non perché non mi interessino più, ma per respirare di nuovo aria pura, l’aria pulita delle cose semplici, quelle che mi hanno visto crescere al paese strano “delle acque”, a Rivignano. I cortili, i richiami attutiti dalla distanza, il parlato a volte urlato e talaltra quasi un bisbiglio, onomatopea della riservatezza dei semplici, come mia madre, che parlava forte solo perché abituata da ragazzina ai rumori della filanda di Palmanova, dove l’avevano impiegata a tredici anni, prima di andare a servizio a Torino, nella casa avita del colonnello Torquato Vanzi, da Poggibonsi, ufficiale di cavalleria del regio Esercito Italiano in pensione.

Dormire in qualche locanda lungo il Po, e svegliarsi senza fretta per prendere il prossimo treno o bus verso occidente, prima di tornare a oriente, dove sorge il sole, dove c’è il sapore della nascita e di tutta la mia vita.

Gerusalemme! Gerusalemme!

Caro lettore,

il titolo è quello di un libro di Collins e Lapierre, ma l’intendimento mio è quello di parlare di questa città, ora che Trump l’ha sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo, e la sua decisione sta già provocando feriti e morti, la sua decisione, come atto concreto, ma insieme con la Storia, la grande Storia di questa città, di questa parte di mondo che si chiama per noi Vicino Oriente e Storia del mondo. Ed è anche un pezzo della storia recente dei presidenti americani: basta cercare sul web le dichiarazioni di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama in tema, tutti e tre decisissimi a proclamare Gerusalemme capitale di Israele!

Gerusalemme (in ebraico: יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushalayim, Yerushalaim e/o Yerushalaym; in arabo: القُدس‎, al-Quds, “la (città) santa”, sempre in arabo: أُورْشَلِيم‎, Ūrshalīm, in greco Ιεροσόλυμα, Ierosólyma, in latino Hierosolyma o Ierusalem, per antonomasia è definita “La Città Eterna“), capitale giudaica (del Regno di Giuda) tra il X e il VI secolo a. C., è la capitale contesa di Israele e città santa per l’Ebraismo, per il Cristianesimo e per l’Islam. E’ situata sull’altopiano che separa la costa orientale del Mar Mediterraneo dal Mar Morto, a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme.

Il luogo è citato in testi antichissimi fin dal II millennio a. C., ma il primo dato storicamente plausibile è la sua occupazione da parte della tribù Amorrita dei Gebusei e la successiva più solida conquista da parte del re Davide attorno all’anno 1000 a. C. I più importanti momenti successivi per la città si possono riferire al regno di Salomone. Il gran re fece costruire il Tempio, segno e simbolo di Israele per mezzo millennio, fino alla sua distruzione perpetrata nel 587 da Nabucodonosor, che deportò in Babilonia i maggiorenti ebrei. Un’altra data fondamentale è il 538, quando il re dei Persiani Ciro il Grande (e fu grande veramente), con un Editto liberò gli Ebrei che tornarono in patria e riedificarono il tempio e le mura della loro capitale. Nel 331 Gerusalemme fu conquistata da Alessandro Magno, come tutte le città e i regni fino al fiume Indo, ma la conquista fu precaria, poiché passò di mano ad altre dinastie egizie e siriache come i Tolomei e i Seleucidi, fino alla guerra di liberazione che, nel II secolo portò al potere la dinastia degli Asmonei, mentori i bellicosi fratelli Maccabei.

Finché il generale e triumviro romano Gneo Pompeo la conquistò (63 a. C.). Il secolo successivo vede le vicende della nascita vita e morte di Gesù di Nazaret tra i regni dei due Erode, il primo detto il Grande, e il secondo detto Antipa. Tito, nel 70 e Adriano nel 132 d. C. soffocarono due tremende ribellioni popolari nel sangue, marcando il sigillo dell’Impero romano sulla Città, che fu distrutta di nuovo.

L’imperatore Costantino ridette vita cristiana alla città che resistette a vari tentativi di conquista, come quello di del re sasanide persiano Cosroe, poi sconfitto dall’imperatore bizantino Eraclio I, fino a quando arrivò l’Islam nel VII secolo, prima con i califfi Omayyadi di Damasco (638) e poi con gli Abbasidi di Bagdad. Nei tre secoli successivi si affacciarono altri conquistatori, come i Turchi Selgiuchidi di Malik Shah I. Furono infine i Fatimidi d’Egitto a impadronirsi di Gerusalemme, fino al 1099, quando la Prima Crociata li scacciò a un prezzo inenarrabile di sanguinose stragi.

Alterne vicende e varie crociate non impedirono la riconquista musulmana della città, soprattutto a partire dalle imprese di Salah-el-Din. Dal XVI, dal regno del sultano Solimano il Magnifico,  e fino al 1917 Gerusalemme fu sottoposta al dominio turco-ottomano della Sublime Porta di Costantinopoli. E siamo ai nostri giorni, al Protettorato britannico del generale Allenby (1917), alla proclamazione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristiani, musulmani ed ebrei, con il Trattato sulla Partizione del territorio tra Israele e popolazione palestinese. Sappiamo comunque che ciò non bastò alla pacificazione dell’area. Tutt’altro.

Il resto è storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) alle “Intifade”, o giorni della collera, come quello in corso.

Eccoci al dunque, alla dimensione politica della decisione trumpiana.

Su questo vi sono posizioni diverse, variamente declinate. E’ evidente e più che ovvia la reazione forte del mondo arabo-musulmano, ma anche della “grande Turchia” di Erdogan e dell’Iran sciita. Più tiepida la reazione sunnita dei sauditi e dell’Egitto, perché le contraddizioni insite nel mondo musulmano dettano comportamenti e prese di posizioni a volte difficilmente comprensibili a noi occidentali. L’Europa ha reagito contrariata dalla decisione di Trump, soprattutto con l’attivissimo presidente francese Macron.

Se si dovesse dividere in due categorie le reazioni alla decisione del Presidente USA, si potrebbe dire che i politically correct non hanno condiviso, mentre gli altri, o sono rimasti in silenzio o hanno condiviso. Destra e sinistra si sono espresse -più o meno- come ci si può aspettare classicamente dai due schieramenti: a favore di Trump la destra, contro la sinistra. Papa Francesco ha invitato alla prudenza, saggiamente.

Ma la contraddizione in seno al popolo della sinistra sussiste: come la mettiamo con le dichiarazioni, oramai storiche, di Clinton e di Obama?

E con la Storia di cui sopra, come la mettiamo? Gerusalemme è la capitale di Davide, Goffredo di Buglione, di Saladino, di Solimano, di Allenby o di Ben Gurion e di Golda Meir? E’ la capitale di Arafat o di Rabin? Di Abu Mazen o di Netanyahu? Se dovessi esprimermi su questi due ultimi personaggi terrei per Abu Mazen, ma solo perché non sopporto Netanyahu. Ma così non funziona.

Non so quello che potrà succedere nei prossimi giorni, settimane, mesi, ma so che qualcosa doveva succedere di fronte allo stallo che caratterizza una trattativa trentennale. Che i due popoli, le due nazioni debbano convivere su un territorio così esiguo è fuori di dubbio e che ciò sia molto difficile altrettanto. Ma non c’è alternativa.

Come fare? Non esistono ricette e soluzioni facili, ma solo la ricerca paziente di un accordo che riconosca il diritto a Israele di esistere e prosperare, così come il diritto ad avere uno stato alla nazione palestinese, con i corollari fondamentali del territorio, della disponibilità di acqua, energia, di un’economia capace di creare lavoro e reddito diffuso. La miseria è sempre fomite di disastri, così come l’indisponibilità al dialogo, l’incapacità di ascolto, il razzismo.

Vedo che comunque ancora manca la pazienza della riflessione razionale, dell’argomentazione logica, lasciando così lo spazio all’ideologismo più vieto. La divisione non dovrebbe essere tra chi “tiene per” Trump e chi lo avversa, ma tra chi ragiona con l’intelletto disponibile e chi preferisce, spesso per pigrizia o per ignoranza, essere contro comunque, a prescindere, e a favore  di qualcosa d’altro, comunque, a prescindere.

Personalmente ritengo che la decisione americana su Gerusalemme sia stata sbagliata, soprattutto perché inquinata da esigenze di politica interna USA, e da intenti legati a battaglie politiche che poco hanno a che fare con i diritti dei popoli israeliano e palestinese, non perché errata in assoluto.

Gerusalemme è storicamente la capitale di Israele, ma, se alziamo lo sguardo oltre la contingenza, e anche oltre la Storia, è anche la capitale del popolo palestinese, e, di più ancora, è la capitale spirituale di tutto il mondo, al pari di Roma, di Atene, di Istanbul, di Benares, su questo piccolo meraviglioso Pianeta.

La bandiera della Regia-Imperial Marina (Reichskriegsflagge) del Secondo Reich e altre facezie o stupidità sul web

…è quella esposta in una caserma dell’Arma in quel di Firenze, caro compagno Fratoianni, nulla di nazista, ma molto di prussiano, compresa l’aquila arrogante e certamente aggressiva del logo-marchio teutonico, anzi, teutonicissimo. Almeno informati, se non vuoi formarti con elementi fondamentali di Storia dell’Europa contemporanea. Un’aquila gradita a quel mondo, certamente militarista, che ha caratterizzato molta storia di quella grande nazione europea, dove l’aristocrazia junker aveva molto peso, ma anche dove, sia pure soprattutto per contrastare il socialismo nascente, ma non solo, il gran Cancelliere Ottone di Bismarck costruiva il primo sistema pensionistico europeo sul finire degli anni ’80 del XIX secolo. Ecco una fake new della più bell’acqua!

La bandiera di guerra tedesca come quella appesa in caserma era di uso comune nella prima guerra mondiale: aveva i colori nazionali della Prussia in bianco e nero, l’aquila prussiana, la croce nordica, con il tricolore rosso bianco-nero imperiale tedesco nel cantone superiore con una croce di ferro. E’ il vessillo di guerra del Secondo Reich, precedente rispetto al nazismo ma molto usato dai militanti dell’estrema destra.” (dal web)

Ma ciò non significa nazismo, né fascismo, bensì ignoranza crassa, da parte -probabilmente- del giovane carabiniere della caserma Baldissera, e pure dell’onorevole Fratoianni, meno escusabile del militare, o no?

Forse bisognerebbe chiamare l’uno e l’altro a un corso accelerato di storia contemporanea, per spiegare loro chi sia stato il colonnello von Stauffenberg, junker prussiano, che nell’estate del ’44 attentò alla vita di Hitler, non riuscendo per una serie di circostanze, nel suo intento. E anche di tutti i contrasti che spesso divisero le visioni del Führer da quelle degli alti gradi militari della Wermacht.

Non sto qui a difendere l’esercito tedesco che fu responsabile di efferatezze inenarrabili durante il Secondo conflitto mondiale, ma semplicemente a dire che è bene informarsi prima di parlare a vanvera.

E’ evidente che va indagata la ragione per cui il giovane carabiniere si è sentito di esporre quel vessillo, visto che da tempo la sua simbologia è stata assunta come segno di appartenenza a movimenti di destra estrema, e che ciò non è consentito, in nessun caso, a un militare dedito alla tutela dell’ordine pubblico democratico dell’Italia. Ignoranza, superficialità, vittima della disinformazione telematica? Di tutto questo un po’?

Oggi peraltro si parla non tanto di verità che rispecchi la realtà dei fatti, ma di post-verità, che non importa la rispecchi, ma basta la adombri, sia veri-simile, altro che disquisizioni filosofiche sul vero e sul falso!

Un’altra facezia o, meglio dire, stupidità pericolosa: la foto di Salvini imbavagliato con la scritta BR sullo sfondo, manifestazione di idiozia allo stato puro, opera di minus habens da censurare e da proporre per una rieducazione quasi “alla cinese”. Scherzo, ma di fronte a certe azioni viene proprio da dirlo.

Continuiamo. Si legge ogni giorno le nuove del dittatorucolo nordcoreano, ma quanto di ciò che si legge corrisponde a verità e quanto è dovuto alla sbrigliata fantasia dei titolisti-cronisti del web? Altro: siamo sicuri che gli israeliani hanno bombardato un sito militare iraniano in Siria sabato scorso, o è un filmato vecchio o contraffatto?

In realtà, visto che nessuno può verificare del tutto ogni fonte di notizia, anche quando appare evidentemente implausibile, l’unico rimedio è l’informazione, l’acculturazione, la conoscenza, la cultura, in definitiva. E questo va detto e ripetuto, specialmente ai giovani che possono essere le vittime sacrificali di questo mostro a enne teste che è l’informazione disinformante e deformata.

E infine, per me fake news sono tutte le stupidaggini, imprecisioni, banalizzazioni, stereotipie, approssimazioni, sciatterie espressive che contraddistinguono la stragrande maggioranza dei discorsi soprattutto dei politici che si sentono e si leggono. E’ desolante il quadro che si presenta quasi ogniqualvolta un politico, di qualsiasi schieramento sia, prende la parola su qualcosa: le affermazioni sono sempre apodittiche, le riflessioni spesso senza capo né coda, la logica zoppicante, un’incapacità radicale di apprezzare le proposte altrui, come se questo fossero, proprio perché altrui, naturalmente sbagliate o insensate. E mi prende una noia desolante o una desolazione noiosa. Dai 5S al PD, dai Fratelli d’Italia alla Lega a Forza Italia, fino ai piccoli agglomerati più o meno raccogliticci che vagolano in cerca di consenso, non vi è, se non rarissimamente, uno spunto, un’idea, una proposta intelligente od originale.

Cultura personale da migliorare ed Etica della comunicazione da applicare dovrebbero essere progetti di vita obbligatori per ognuno e per tutti.

Cirint lis olmis di Diu, cercando le tracce di Dio

Cito pre’ Toni Bellina, sacerdote friulano, grande scrittore, uno dei maggiori del XX secolo nella lingua della nostra Piciule Patrie furlane, come scrive don Federico Grosso nella sua dissertazione dottorale, ostico e vilipeso, orgoglioso e umile. Nato a Venzone, esiliato nell’incantevole valle di Rivalpo e Trelli, tra i monti Sernio e Tersadia, dove le solitudini non sono mai senza una traccia di chi si può provare a cercare, e se lo si cerca significa che lo si è già trovato (Agostino).

Tornato in pianura fino alla sua dipartita (2007), non prima di aver completato la traduzione in friulano della Bibbia, lavoròn  quasi luterano iniziato dal suo maestro pre’ Checo Placereani, un ventennio prima.

Per anni tenne una rubrica sul settimanale diocesano dal titolo che ho ripetuto qui, e che ho ivi tradotto per i miei lettori non friulanofoni.

Cercando le tracce di Dio. Dove? Caro lettor mio, anche tu stai cercando le tracce di Dio? Io sì, anche quando sono nervoso come oggi, soprattutto quando impreco e divento insopportabile e ostico assai più di pre’ Toni, con cui ho condiviso un certo ascetismo, un esercizio della fatica e, in una certa misura, talora, anche del dolore.

Tracce di Dio nell’esistenza di ciascuno di noi si possono trovare, anche da chi non crede nell’ipotesi di questa Trascendenza ineffabile, di questo Essere Incondizionato, di questa Intelligenza suprema e soave, nascosta ed evidente (cf. Sapienza 13), infinita e particolare, creatrice del tutto e contenuta nel cuore di ogni uomo.

Un atto di fede il mio? O di speranza? La fede senza dubbio è fideismo, la fede con speranza è umile. A volte l’ipotesi di Dio sembra folle, quando la riflessione razionale che si basa sulla logica umana cerca mostrazioni implausibili, come attestano i generosi tentativi di Sant’Anselmo di Canterbury e di San Tommaso d’Aquino. Non  ce la può fare la mente e l’intelletto umani a penetrare il fitto mistero d’ombra inesauribile che vela e ri-vela (si noti l’ambiguità del verbo iterativo) la Presenza come presente-assenza.

E allora non ci resta che cercare le tracce, lis olmis, in friulano, le orme, le impronte, di questa (Presenza).

Leggiamo la prima parte del capitolo 13 del Libro biblico della Sapienza, versetti da 1 a 9, risalente al III o IV secolo a. C., più o meno, di autore ignoto, di scuola filosofica stoico-ellenistica, probabilmente.

1 Davvero stolti per natura tutti gli uomini/ che vivevano nell’ignoranza di Dio,/ e dai beni visibili non riconobbero colui che è,/ non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere.
2 Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile/ o la volta stellata o l’acqua impetuosa/ o i luminari del cielo/ considerarono come dèi, reggitori del mondo.
3 Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,/ pensino quanto è superiore il loro Signore,/ perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.
4 Se sono colpiti dalla loro potenza e attività,/ pensino da ciò/ quanto è più potente colui che li ha formati.
5 Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature/ per analogia si conosce l’autore.
6 Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,/ perché essi forse s’ingannano/ nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo.
7 Occupandosi delle sue opere, compiono indagini,/ ma si lasciano sedurre dall’apparenza,/ perché le cose vedute sono tanto belle.
8 Neppure costoro però sono scusabili,
9 perché se tanto poterono sapere da scrutare l’universo,/ come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?

Che possiamo dire? Che si tratta del vaneggiamento di un poeta sconosciuto?

Oppure di parole suggerite dallo Spirito che aleggia tra i rami degli alberi senza violenza e poi va dove vuole? Magari nei pensieri dello sconosciuto poeta palestinese, oppure tra i tuoi o i miei pensieri, caro lettore?

Io penso, ma forse è meglio dire, sento, che qualcosa che è Qualcuno è presente, sempre, in  noi, paziente, silenzioso, senza pretese, rispettoso della nostra libertà di esseri imperfetti e dolenti, nervosi e talora impazienti, feroci e di nuovo pacifici, ma sempre pronti ad aggredire e offendere.

Non dunque la prova ontologica del monaco benedettino diventato vescovo di Canterbury, né le prove metafisico-cosmologiche del Dottore angelico, ma l’atto di fede, il sentire profondo del cuore può forse metterci sulle tracce di Dio, anche se con il rischio di perdere il sentiero a ogni svolta, a ogni tornante, perché l’itinerario è in salita, o a ogni successivo contrafforte della montagna che si sta scalando.

Non abbiamo che da cercare le tracce, come i pellerossa delle grandi pianure dell’Ovest americano, che inseguivano le mandrie dei bisonti, e ne uccidevano solo quanti bastavano alla tribù per passare l’inverno, non di più, senza la cupidigia tipica dei “civilizzatori” venuti dall’Est, a volte armati di pistole, fucili e Bibbie.

Il Grande Spirito li aiutava, ed era Spirito e parlava attraverso gli antenati saggi con gli “uomini della medicina” della tribù, rispettato in quanto Grande e in quanto Spirito. E chi è questo Grande Spirito, e chi è il Brahman, e chi è il Tao, e chi è Dio-Yahwe-Allah? Chi?

Cercando le orme di Dio, indugio questa sera, in silenzio.

La bellezza del cielo

Il mio amico medico dottor Massimiliano mi racconta di aver visitato un centro per bambini ciechi e di aver condiviso con loro per un’ora e mezza il vedere… nulla, stando completamente al buio. Le luci erano spente e le imposte chiuse del tutto, per creare una condizione analoga a quella di chi non ci vede.

Nel buio la vita cambia, mi dice, anche sorseggiare una birra sembra diverso, le voci… sono diverse, gli spazi diventano incomprensibili per il vedente, mentre sono noti al cieco, che li padroneggia senza problemi. E dicendo queste parole mi fa ricordare un mio amico musicante straordinario, Armando, che ti parla sorridendo dal suo buio luminosissimo e ti riconosce dal passo: “Ah, sei tu, Renato… è qualche tempo che non ci vediamo” Appunto “che non ci vediamo“. Per Armando vedersi è sentirsi, annusarsi, toccarsi. Altri sensi funzionano, e molto meglio che in noi vedenti. Lui sente e odora ciò che noi vediamo, intuisce ciò che noi argomentiamo vedendo, sperimenta con gusto ciò che noi trascuriamo.

Un’ora e mezza al buio ma in mezzo a tanto fervore vitale. E all’uscita l’esclamazione gli prorompe dal fondo dell’anima: “Ma quanto è bello il cielo, che bello è camminare, che bello è parlare, che bello è annusare, che bello è fare silenzio guardando, che bello è contemplare.”  Un’esclamazione improvvisa e irresistibile, dal cuore, da un sentimento finora silenziato, da una sensibilità finalmente potenziata.

In verità di questi tempi strani e difficili è venuta meno la facoltà della contemplazione, non ci accorgiamo di tutta questa bellezza, passiamo oltre dandola per scontata

E invece nulla è scontato, perché tutto è dono, tutto è gratia gratis data, come l’anima nostra immortale, divina.

Incontrare il dolore, oppure la mancanza di qualcosa, il male-defectio boni, insegna la vita.

Stamattina, mentre arrivavo alla fabbrica eroica della Pedemontana, ecco la neve sul Ciaurlec, bianchissima, intonsa dagli ottocento metri in su, e sul Raut, sul Resettum asperrimo e sul Cornaget, remoto nella valle più ascosa. Il cielo di un’azzurrità infinita, come capita quando l’aria si fa fredda e l’inverno incombe.

Questo pomeriggio, andando io per l’ultimo impegno quotidiano, una lezione, il cielo osservavo plumbeo, quasi di neve, ma a occidente uno squarcio, quasi un trapezio irregolare, d’azzurro, ancora, permeato di venature color viola. E mi sono incantato, memore del detto della meraviglia. Eppure i colori sono l’inganno ottico della luce, che te li presenta in tutta l’indicibile varietà delle sfumature.

L’incanto, lo stupore, la meraviglia ti prendono se ti fai prendere, finalmente libero dagli affanni del fare, dell’essere-presente-sempre dove ci si aspetta tu lo sia, a dire, a rispondere, a operare per produrre beni o servizi, e denari e reddito, per te e per gli altri.

Non possiamo permetterci di evitare la nostra funzione operativa nel mondo, il nostro contributo economico alla civile convivenza, non possiamo.

Però possiamo ogni tanto fermarci, e sostare sul ciglio della strada a guardare l’infinito spazio che ci separa dalle stelle.

Tra operatività e strategia

Il mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda friulana, mi ha offerto un’interessante endiadi o sintagma di economia pratica: il rapporto tra l’operatività gestionale quotidiana di un’azienda e la strategia di sviluppo che la proprietà può avere in mente per il futuro. Si tratta di due dimensioni che si conciliano in un circolo virtuoso solo se si riesce, comunque, a tenerle anche rigorosamente separate, sia nella “testa” dei gruppi dirigenti, sia nella prassi dell’agire concreto.

L’operatività quotidiana è necessaria per la vita dell’azienda, ovvero di ogni struttura organizzata. Si tratta di governare processi e flussi lavorativi, decisionali, progettuali che hanno una scansione giornaliera, settimanale, mensile o pluri-mensile, secondo un normale diagramma di Gantt/ PERT, i cui protagonisti sono dirigenti, quadri, impiegati e operai a tutti i livelli, ciascuno nel suo ruolo. La figura più adatta a governare l’operatività è senz’altro quella del direttore generale (general manager).

La strategia, invece, appartiene al pensiero creativo di chi ha la vision, cioè la proprietà, che può immaginare il futuro come progetto, come percorso anche pluriennale, su cui investire energie, risorse economiche e soprattutto lavorare per la crescita del fattore decisivo in ogni organizzazione, il patrimonio umano. Ecco: siamo di nuovo a questo concetto. Il fattore umano, nella sua espressione virtuosa e anche nelle sue difettosità, resta e si conferma come il più importante dei fattori coinvolti in un’attività economica organizzata, come può essere un’azienda odierna. Questo principio generalissimo vale anche per qualsiasi altra struttura umana organizzata, oserei dire, in ogni situazione.

Parlavo in questi giorni con il direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose della mia diocesi, e ricordavo come una ventina di anni fa fui coinvolto dall’allora direttore della Caritas, il mio carissimo amico don Angelo, per ripensarne il modello organizzativo. Lui si rendeva perfettamente conto che occorreva dare alla struttura di quel fondamentale “centro pastorale” della chiesa locale una organizzazione più razionale, dove si distinguesse in maniera rigorosa l’operatività quotidiana del soccorso alle persone, dalla progettualità più impegnativa che concerneva anche una pedagogia della carità, atta a far crescere spiritualmente le persone stesse.

E dunque si lavorò insieme con molti, presbiteri e laici a ripensare quella organizzazione, riuscendo a conciliare, mi parve egregiamente, lo spirito della Caritas, con la sua efficienza, fattore non secondario anche ad una lettura evangelica della carità non ferma alla catechesi dottrinale, ma profondamente innervata e incarnata nella vita concreta di donne e di uomini e della società tutta.

Mi sono poi accorto che l’analisi di Gianluca, da cui sono partito, corrispondeva, quasi sovrapponendosi ad essa, alla visione antropologica che io ho chiamato anche in questa sede, più volte, come prospettiva dei “due sguardi”, cioè lo sguardo sul qui-e-ora e lo sguardo di breve-medio, che consentono di separare i due modi e momenti, anche psicologicamente: l’impegno mentale, progettuale, programmatico e pianificatorio, rendendoli opportunamente e diversamente efficaci.

Vi è una virtù sopra tutte che aiuta a realizzare questo doppio binario operativo, forse due, l’umiltà in primis, e secondariamente la pazienza: due virtù tipiche della tradizione benedettina, che nel mondo occidentale per prima applicò criteri antropologici all’organizzazione ecclesiale dei monasteri. Ancora oggi la Santa Regola del Patrono d’Europa può costituire ispirazione feconda per chi dirige aziende o enti che fanno conto del lavoro di molte persone, ciascuna nel suo ruolo e nella sua mansione, ciascuna con la sua propria responsabilità e ognuno con una responsabilità verso tutti.

I due sguardi, ovvero la visione operativa e quella strategica sono la linea guida di ogni intelligente modello organizzativo che fa conto della condivisione di un progetto, e insieme di ogni differenza intellettuale e professionale, ricchezza inesauribile e integrabile in una struttura che vive e cresce armonicamente per conseguire un bene comune.

Non occorre essere un whistleblower per dire la verità…

anche se a  volte fa male, e può anche provocare disguidi o danni a chi la dice. Perfino la perdita del posto di lavoro, come è capitato a un gentiluomo nelle settimane scorse che denunziò le Ferrovie Nord per qualche malversazione interna a quell’azienda. Ora il legislatore ha promulgato una legge che sembra possa tutelare la persona onesta, che magari ha sgamato un imbroglione proprio sul posto di lavoro. Si tratta di morale naturale, direi, praticata con semplicità da chiunque, se provvisto/ a di principi etici, specie se introiettati da giovane, anzi da giovanissimo/ a.

La legge di cui si parla dovrebbe garantire anonimato e tutele per chi rivela atti e fatti scorretti o in violazione di norme e leggi. Esistono molte leggi, in America e anche qui da noi per proteggere i testimoni. In Italia, com’è ovvio, esiste il Codice Civile e quello Penale, e un corpus iuris di tutto rispetto, abbiamo la “legge Severino” dal 2012 per contrastare la corruzione, dal 2001 è in vigore il Decreto legislativo 231, quello dei Codici etici, di cui mi interesso da quasi un decennio, studiandolo e praticandolo in concreto come presidente di alcuni Organismi di vigilanza aziendali. Anch’io dunque sono stato e sono destinatario di segnalazioni e denunce, che tengo ben riservate nell’ambito del mio ufficio di presidenza. E agisco indagando o facendo miratamente indagare fino ad avere una ragionevole certezza di verità e poter così fornire indicazioni alle direzioni aziendali di riferimento.

Ma, vien da dire, l’uomo contemporaneo, a quasi quattromila anni dal Codice caldeo di re Hammurabi, a duemila e trecento dal primo corpus latino delle XII Tavole, e a millecinquecento dall’emanazione del Corpus iuris civilis  dell’imperatore Giustiniano, ha ancora bisogno di norme, di tutele, di regole scritte per potersi permettere di dire la verità di fatto, al fine di ottenere anche una verità di diritto, o processuale, se serve. Ecco: la verità di fatto è sempre e ancora, o può esserlo, diversa dalla verità di diritto, perché resta plausibile la condanna di un innocente, anche a morte dove vige questa orrenda pena, oppure l’assoluzione di un colpevole. L’imperfezione umana.

Che sia però necessario tutelare chi svela ipotesi serie di verità è quantomeno singolare. Testimoni della verità variamente declinati: trovo sul web Julian Assange accanto a Giacomo Matteotti, Serpico e Edward Snowden, e tanti altri che più o meno coraggiosamente hanno svelato atti e misfatti. C’è una certa differenza tra Assange e Matteotti, caro il mio lettore? Penso di sì.

E dunque  che dire? Che l’uomo creatura imperfetta, parente autoconsapevole dentro il regno animale, può fare e disfare la verità, come gli pare, essendo la verità una declinazione particolare della realtà, con la quale non coincide sempre, ovvero sì, ma non nella consapevolezza condivisa. La verità è realtà che si fa certezza per evidenza o per comunicazione di notizia attendibile. Questo è il punto: l’evidenza è al di sopra di ogni sospetto, è la prova provata, è l’habeas corpus sempre richiesto nei processi, ma la comunicazione di notizia non lo è, sempre e comunque, perché vi può essere la falsa testimonianza, e uno dei Dieci Comandamenti sinaitici (Esodo 20, 16), l’ottavo, la proibisce severamente, così come il Codice penale italiano tuttora in vigore dal 1930.

Si può pensare all’essere umano come a un essere completamente sincero? O, comunque, dire sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, formula da tutti conosciuta delle testimonianza processuali, è opportuno, giusto, saggio? Sapete che sarei per dire, no. A volte non è il caso in un determinata situazione, a volte non è opportuno per il momento dato, a volte detta lì per lì potrebbe fare danni peggiori che a tacerla… insomma la verità può fare anche molto male, ma resta insopprimibile, soprattutto da un punto di vista morale. Infatti non vi può essere un’etica della menzogna, se non come paradosso  teorico.

Oggi abbiamo bisogno di una legge sul whistleblowing, e va bene, ma forse è il caso di insistere sull’educazione a una moralità di comportamenti sempre più solidale, attenta all’altro, educativa, umana, senza illuderci di raggiungere la perfezione, che non è di questo mondo, ma lavorando per avvicinarci ad essa secondo i limiti umani. Sarebbe abbastanza per cominciare a sorridere, anche perché pare che nello slang popolare whistleblower abbia un significato quantomeno spiritoso.

Il misticismo religioso cristiano e islamico nella storia e oggi

L’attentato jihadista alla moschea sufi di al-Rawdah, a Bir al-Abed, nel governatorato del Nord Sinai, mi suggerisce di trattare brevemente questo meraviglioso tema.

Il misticismo è un modo di porsi del sentimento religioso e filosofico che ricerca l’unione intima col divino, mediante l’ascesi e la meditazione interiore. Si tratta di una disposizione dell’anima tesa a una specie di dedizione totale, a una religiosità profonda e sincera.

Il termine trae origine dal verbo greco mùo, ein, cioè nascondere per far intravedere, quasi, da cui mystikòs.

E’ presente in tutte le tradizioni, in quelle orientali come l’induismo e il buddismo, che qui non tratterò, e anche, fortemente in quelle mediterranee, semitiche, o del libro, nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam.

Mi fermerei essenzialmente su queste due ultime tradizioni, a partire da quella cristiana.

 

NEL CRISTIANESIMO

Il misticismo cristiano, e questo lo si ignora molto, in verità, oggi molti preferendo le mode orientaleggianti magari mutuate dalla New Age, si è sviluppato nel tempo fin dai primordi della tradizione evangelica, con i Padri del deserto presenti nel delta del Nilo come anacoreti, e con le prime esperienze cenobitiche di Basilio il Grande, peraltro autore della prima regola monastica. Si è trattato di pratiche di vita e di preghiera di tipo ascetico che hanno influenzato e sono state influenzate a loro volta dalla teologia della chiesa nascente e poi, più precisamente dalle due tradizioni che si sono sviluppate anche separatamente, quella occidentale cattolica, e quella orientale ortodossa, almeno dai tempi del patriarca Fozio, IX secolo. Figure gigantesche, come quelle di Origene e di Agostino hanno a  che fare con queste tradizioni, così come in personaggi meno noti ai più, come Evagrio Pontico, Giovanni Climaco e Giovanni Cassiano.

Con questi personaggi il misticismo si collega alla teologia, ma con una metodologia che sposa, alla lettura e alla preghiera, un forte spirito e pratiche ascetiche, cioè esercizi di semplicità e di povertà materiale, quasi a contrasto di una ricchezza spirituale inusitata.

Più avanti nel tempo, prima per il tramite del composito movimento benedettino fin dal VI secolo, non vi è dubbio che la teologia ebbe a che fare molto con il misticismo, per dire, anche con il maggiore dei teologi medievali, quel Tommaso d’Aquino che è nella linea della mia formazione come nessun altro. Dimenticanza di sé, sobrietà di costumi, meditazione profonda e contemplazione sono gli elementi esistenziali dell’approccio mistico al sentimento religioso, e conoscono un acme straordinario nei secoli che vanno dal XII al XVI, con lo sviluppo, specialmente nel mondo benedettino di straordinarie esperienze. Nomi come quelli che seguono, san Francesco e santa Caterina da Siena per la tradizione italiana, Johannes Meister Eckhart, Heinrich Suso, Johannes Tauler, e badesse come Beatrice di Nazareth, Beatrice van Tienen, Hadewich e Ildegarda di Bingen, per la cultura religiosa germanica, ovvero per quella ispanica, Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, costituiscono esempi straordinari di pratiche mistiche, che vanno dalla contemplazione estatica della Scrittura, con la Lectio Divina, prodromo inesauribile di ogni Sacra Doctrina, alle visioni, anch’esse di tipo estatico (che è uno stare-fuori-di-sé, dal greco èk-stasis).

In tempi più vicini a noi troviamo altre figure che qui preferisco non richiamare, perché di profilo di gran lunga inferiore a quelle sopra citate, come se il misticismo si fosse un poco perduto, con la modernità, eccezion fatta forse per un… filosofo, il danese Søren Kierkegaard. Si può forse citare papa Giovanni Paolo Secondo, con la sua attenzione per la conterranea, la beata suor Faustina Kowalska e per il padre Pio da Pietrelcina, proclamato santo.

 

NELL’ISLAM

Nell’islam il sufismo o tasāwwuf  (in arabo: تصوّف‎, taṣawwuf, cioè lana) è la forma di ricerca caratteristica della cultura islamica. I sufi almeno la pensano così, come le pacifiche persone della moschea del massacro. Anche dal punto di vista filosofico il sufismo si pone con nettezza come una linea di pensiero e di meditazione sull’esistenza umana che non ha nulla a che fare con il letteralismo della linea wahabita, propugnata, speriamo solo finora da grandi plessi politico-religiosi come quello saudita (auguriamoci che il prossimo re Salman muova le acque stagnanti e promuova un illuminismo musulmano, perché anche l’occidente cristiano necessitò di un illuminismo laico, benedetti siano in eterno Montesquieu, D’Alembert, Voltaire e Kant, e perfino de Lamettrie!), e puntello ideologico oggettivo dei sanguinosi terrorismi in azione da qualche anno. Pare addirittura che la linea sufi preceda lo stesso sviluppo della religione islamica come filosofia dell’esistenza (un esistenzialismo filosofico, ovvero che essa derivi sì (cf. Titus Burckhardt) dalla tradizione del Profeta Mohamed, ma ne sia stata una versione poi storicamente minoritaria, poiché, in ogni caso, il sufismo si appoggia sempre alla simbologia coranica, anche nella sua ricerca esoterica e, appunto, mistica.

Vi sono anche ipotesi di studio che collegano il sufismo islamico ad altre tradizioni e modalità religiose, precedenti e parallele, come lo zoroastrismo e il mazdeismo presenti nel Vicino Oriente quasi come intermezzo con il grande plesso religioso hindu-buddistico. Infatti, la tradizione sufi sostiene che il movimento nacque comunque da fedeli musulmani e compagni del Profeta (detti ahl al-ṣuffa, cioè “quelli della panca”) che si riunivano per recitare il dhikr a Medina.

Tutti gli ordini sufi ricollegano molti dei propri precetti agli insegnamenti di Maometto così come tramandati da ′Alī b. Tālib, suo cugino e genero, tranne i Nakhsbandi che si ispirano ad Abū Bakr. Tuttavia i musulmani Aleviti e Bektashi (e alcuni Sciiti) affermano che ogni ordine sufi deriva dal lignaggio spirituale (silsila) dei dodici imam, le guide spirituali islamiche previste nel ′ahadith dei dodici successori, ed erano tutti discendenti di Maometto tramite Fātima e ʿAlī. Perciò ʿAlī viene considerato il “padre del sufismo”.

In ogni caso il sufismo è un movimento trasversale ed esiste un sufismo sunnita, uno sciita ed uno ibadita, come esistono sunniti, sciiti ed ibaditi che si riferiscono solo alla moschea e non anche ad un maestro sufi.” (dal web)

 

GLI ELEMENTI COMUNI E ANCHE IN QUALCHE MODO UNIFICANTI DEL MISTICISMO

Non vi è dubbio alcuno che il misticismo, comunque declinato, e specialmente nelle due grandi tradizioni religiose cristiana e musulmana, hanno elementi fondamentali in comune, al di là dei testi ispiratori, Primo o Antico e Nuovo Testamento (Il Vangelo, le Lettere apostoliche e l’Apocalisse), cioè la Bibbia in senso esteso per i cristiani, il Corano per i musulmani, che sono in ogni caso collegati storicamente e letterariamente, pur permanendovi enormi differenze narratologiche e teologiche.

Se è impossibile mettere in sinossi le Scritture ebraico-cristiane e quelle islamiche, come possiamo fare per i vangeli secondo Matteo, Marco e Luca, detti sinottici, escludendovi quello secondo Giovanni e quelli definiti apocrifi o gnostici, è invece possibile e ragionevole comparare le tradizioni mistiche, perché queste hanno in comune non poco nel rapporto con il divino.

Sia nella tradizione cristiana, sia in quella musulmana il punto focale è l’abbandono (che è anche il significato etimologico del lemma islam!) al divino come riconoscimento della trascendenza e della potenza creatrice cui ogni preghiera è dovuta, ogni pensiero va elevato, ogni sentimento dedicato.

Pertanto, l’abbandono estatico, orante, lega misteriosamente, ecco l’elemento mistico,  l’umano al divino, al di fuori e al di là di ogni sillogismo logico e argomentativo tipico del flusso intellettuale umano, eleva lo spirito umano al sopra delle contingenze e degli affanni quotidiani, illumina la via della vita togliendo orpelli, ostacoli e scandali dal sentiero che si percorre ognuno di noi, e infine allena la mente e il cuore, cioè la persona, ad accettare la vita così com’è, senza pretendere di viverne un’altra, magari più funzionale e, come si dice oggi con orribile termine, vincente. Qui, in questo mondo e in questa vita non si deve vincere un bel niente, perché la vita stessa è sempre una vittoria e basta.

Perciò l’attentato alla moschea sufi di al-Rawdah è un attentato anche contro di noi, perché è contro l’umano integrale che popola questo piccolo meraviglioso pianeta che non abbiamo ancora imparato a rispettare. I bambini, le donne, i vecchi, gli uomini uccisi laggiù sono nostro fratelli di sangue e di destino. Pregare per loro e per le loro famiglie è lo stesso che pregare per noi, non dimenticando le anime disgraziate degli assassini e dei politici e dei religiosi che non riescono o non vogliono intervenire per togliere alla base le folli ragioni del terrorismo, con la cultura, con l’economia, con la giustizia.

La pace è figlia della cultura e della giustizia, non dimentichiamolo.

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