Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il vento di Danzica

Non mi piace che della memoria di Adamowicz si impadroniscano, magari con pensieri di segno opposto, fascisti, sovranisti, razzisti e altri di queste genie, come fecero cinquant’anni fa con Jan Palach e fanno ancora in questi giorni per il cinquantennale.

Anche per questo qui li ricordo.

Pawel Adamowicz

Fino a tarda notte, e nonostante una temperatura polare, migliaia di persone hanno vegliato in silenzio il loro sindaco assassinato domenica sera durante un evento di beneficenza. E stamattina, sotto il vecchio municipio, un’imponente torre medievale di mattoni rossi, già ardeva un centinaio di ceri. La città governata a lungo da Pawel Adamowicz è sotto shock. Per le strade tutti parlano a bassa voce, ovunque le bandiere sono a mezz’asta mentre a ogni ora la campane delle chiese suonano a stormo.

Intanto, manifestazioni spontanee sono state organizzate anche nel centro a Varsavia, a Cracovia, a Katowice. Nella capitale, la manifestazione s’è tenuta sotto il Palazzo della cultura, nel cuore della città, è stata iniziata con un minuto di silenzio e l’inno nazionale cantato sottovoce. Il sindaco Rafal Trzaskowski ha annunciato il lutto nazionale di tre giorni per rendere omaggio al collega morto. E anche a Katowice, in silenzio, sono state accese le candele per commemorare Pawlowicz. “Difenderemo Danzica, la Polonia e l’Europa da quest’ondata di odio e di disprezzo, te lo prometto”, ha detto il presidente del Consiglio europeo ed ex premier polacco, Donald Tusk, rivolgendosi all’amico di vecchia data.

Molto amato dalla città che amministrava da vent’anni, per sei mandati consecutivi, e noto per le sue idee liberali e per l’opposizione al partito sovranista e conservatore di governo PiS, Diritto e giustizia, è stato ucciso da un 27enne, Stefan Wilmont, che era da poco uscito dal carcere dopo una condanna per rapina. L’aggressore ha agito da solo e in passato aveva sofferto di disturbi mentali. Wilmont ha detto di essersi voluto vendicare per le torture subìte durante un suo precedente arresto, avvenuto quando il partito cui faceva parte Adamowicz governava il paese.” (dal web)

Danzica, in polacco Gdańsk, in casciubo Gduńsk, in tedesco Danzig, è una città polacca situata sulla costa meridionale del Mar Baltico. E’ la sesta maggiore città della Polonia e capitale della Pomerania. La sua lunga storia, più che millenaria, la fa ricordare per diverse vicende importanti, per la storia europea a mondiale.

Danzica fu una delle più importanti città della Lega anseatica essendo una autonoma città-stato. E’ il luogo dove vi furono i primi scontri della Seconda guerra mondiale. Lì nacque Solidarnošc ai cantieri Lenin nell’estate del 1980. Mentre accadevano quei fatti, ai primi di agosto transitavo per la Polonia, da Cracovia a Varsavia a Brest-Litovsk, su una Renault 4 blu, 1100 di cilindrata, diretto a Minsk, e poi a Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado e ritorno via Finlandia, con l’amico Roberto.

 

Jan Palach

Jan Palach moriva cinquant’anni fa in piazza San Venceslao, come una torcia umana. Voleva protestare nel modo più forte contro chi, la struttura politica-militare sovietica e i suoi alleati del Patto di varsavia, aveva schiacciato con la violenza la Primavera di un Socialismo dal possibile volto umano. Il presidente Alexander Dubcek era stato esautorato e esiliato in Slovacchia. Comandava di nuovo l’apparato stalinian-brezneviano classico.

Jan Palach aveva ventuno anni e studiava filosofia al Karolinum, l’antica università praghese fondata dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo.

Aveva scelto quel gesto, perché si era accorto che non vi potevano esserci parole o manifestazioni più forti, come avevano mostrato i monaci buddisti in Vietnam. Ai piedi della scalinata del Museo Nazionale si fermò, si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Tre giorni di tormenti terribili, ancora lucido, prima della morte.

Ai funerali partecipò una folla immensa proveniente da tutta la Nazione cecoslovacca. Lo imitarono nelle settimane successive altri studenti, sei o sette, ma quegli atti furono derubricati dal potere e dalla stampa ad azioni isolate di squilibrati, border line incapaci di reggere lo stress della vita.

Lasciò nei pressi del suo rogo i suoi appunti scritti su vari quaderni, tra i quali si poté leggere quanto segue:

 

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà»

Non si è mai saputo se Palach parlasse di una organizzazione effettivamente esistente, ma il suo gesto ebbe una enorme eco ovunque nel mondo, e anche in quello egemonizzato da Mosca, e costituì un momento importante del lungo cammino verso la libertà che sfociò nel 1989 a Berlino. La sinistra giovanile sessantottina, rivoltosa, italiana, francese, europea in generale non lo capì, perché era ancora un problema dubitare delle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Sovietica. Io ero piccolo, facevo la prima, cioè il terzo anno, del liceo classico, ma la morte di Palach mi colpì molto, e soffrii.

Il teologo cattolico Zverina difese il gesto di Palach, affermando che “un suicida in certi casi non scende all’Inferno” e che “non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita“.

Palach oggi riposa presso l’Olsanske hrbitovy di Praga. Ci sono stato.

 

Ogni tanto la Storia sembra abbia bisogno di olocausti, come quelli biblici, e non sempre la mano dell’Angelo interviene, come nel caso del sacrifico di Isacco, quando Abramo, ubbidendo ciecamente alla richiesta di Iahwe stava per mettere a morte il figlio e il Signore-Dio lo impedì, dopo aver misurato la sua fede.

Nel caso di Palach e di Adamowicz, l’Angelo si è fermato. E questo è il mistero indicibile del male che può accadere nell’ambito della sconfinata libertà affidata all’uomo, pure nei limiti che Spinoza individuò e le neuroscienze attuali stanno confermando.

Spero che l’Angelo comunque vigili su me, su te, mio gentile lettore, per andare avanti nel destino che in qualche modo contribuiamo a costruire.

buonsenso, conoscenza e vergogna

Marco Pannella, anche se gran narciso, ha avuto molti meriti, etici e politici. L’ultima battaglia che combatté con spirito libero è stata quella per il diritto alla conoscenza. Nonostante il web e tutte le diavolerie informatiche del nostro tempo, le persone sono in gran misura disinformate, fuorviate, manipolate.

L’essere umano vive e migliora grazie alla sua intelligenza che, con l’esperienza cresce, come mostrano gli studiosi dell’antropologia generale, fin dalla rivoluzione cognitiva di 70.000 anni fa o giù di lì. Ora si parla molto di intelligenza artificiale, e se sarà in grado di superare quella umana, confondendola spesso con la nozione di coscienza. Se la A.I. (l’intelligenza artificiale) può già superare l’uomo in memoria e nella capacità di “pensare” algoritmi che le permettono di battere l’uomo in giochi “intelligenti” come gli scacchi, essa è bene lontana dall’averne coscienza. A David, in 2001 Odissea nello spazio è bastato un cacciavite per disattivare Hal9000, potendolo, se del caso, riattivare con lo stesso cacciavite. Lo stesso cacciavite può essere un’arma mortale per un essere umano, ma non può riattivare la vita. La vita umana e la sua autocoscienza non sono paragonabili all’intelligenza robotica. Sono incommensurabilmente di più.

La macchina non esprime buonsenso, l’uomo sì. Ma il buonsenso è continuamente messo a dura prova da provocazioni e falsificazioni. La tendenza attuale, quella postata miliardi di volte sul web, è quella di vedere poche volte il bicchiere mezzo pieno, preferendo un pessimismo di maniera, ché fa più “intellettuale”. Parrebbe che solo gli ingenui vedano le cose dal lato buono. Campioni, si fa per dire, dell’uso del web sono molti dei politici attuali, da Trump, che cinguetta continuamente, con un linguaggio da liceale pluribocciato, a Salvini vicecapodelgovernoministrodell’internosegretariodellalegacapitano, dichiarante palingenesi con ghigni e smorfie da coatto.

Salvini, in giubbotto della polizia, e Bonafede a Ciampino per l’arrivo di Battisti, hanno dato vita a una sceneggiata di immane idiozia. Battisti doveva essere fatto arrivare a un’ora non nota alla stampa e portato in carcere come qualsiasi detenuto catturato e già condannato con sentenza passata in giudicato. Mi è parso che la commedia salviniana abbia illustrato le due facce di una stessa medaglia: di due narcisi, strafottenti e arroganti, lo stesso ministro e il delinquente.

Qualcuno dirà a Salvini, prima o poi che, lui che delinquente non è, si accomuna a chi delinquente è con i comportamenti e gli atteggiamenti prediletti, e ulteriormente utilizzati da ministro della Repubblica Italiana. Battisti è un delinquente e criminale che resta convinto della legittimità delle azioni compiute. Catturato ubriaco e ciondolante, basta vedere il brevissimo video sul web, è riuscito, grazie all’insipienza dei governanti italiani, a scendere dallo splendido Falcon 900 quasi fosse un eroe dei due mondi, novello Guevara o Garibaldi. Non pensavo che la stupidità di Salvini e C. giungesse a tanto. Ma a questi interessa soltanto apparire, a qualsiasi costo, e dunque si tratta di una stupidità calcolata.

Battisti non prova alcuna vergogna, che è un sentimento o emozione susseguente a un’auto-valutazione di fallimento globale del proprio comportamento nei confronti delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri umani, e coinvolge tutta la persona dicendo inadeguatezza radicale, ovvero il dispiacere di non essere considerati dagli altri come si vorrebbe. Lui si sente nel giusto, o perlomeno desidera mostrare questo suo “sentirsi-nel-giusto”, arrogantemente, senza arrossire.

Ma, la domanda seguente è: dov’era la sinistra in questo quasi quarantennio? A firmare a suo favore come fosse un perseguitato politico? A far finta di cercarlo? Una sinistra salottiera con campioni improbabili quali la moglie del presidente Sarkozy, principe dei beoti, una sinistra da terrazza romana e da vacanze capalbiesi. Non si tratta di gloria o di vendetta l’avere messo al sicuro in galera Battisti, ma di giustizia. Il più dignitoso di tutti in questa vicenda è stato Alberto Torregiani, paraplegico perché ferito dalla banda di Battisti nel ’79, che non ha invocato vendetta, ma pace nella sua anima, ora.

Scandalizza che ad attendere il criminale non pentito ci fosse mezzo governo e ad attendere il giovane Megalizzi il presidente Mattarella e un trafelato Fraccaro (e chi è costui?). Scandalizzarsi è mostrarsi vivi, prima ancora che alla giustizia, come virtù etica, alla ragione, alla logica argomentante, che è la dimensione spirituale più in crisi, in questi nostri tempi chiaroscurali.

Forza e Coraggio, cari amici lettori, perché mi vergogno come Italiano di questo governo Italiano

Quello del titolo era il nome di  una squadra di atletica nella Milano degli anni ’50, di cui faceva parte mia cugina Lucilla, prima di mettersi a fare teatro. Mi pare lei fosse forte nei 400 e negli 800 metri come la Donata Govoni e la Renata Vit. Era figlia dell’Aldo Morlacchi e di Anna Pilutti, sorella maggiore di mio padre. Diventò un’attrice teatrale di gran valore e di nessuna ricchezza materiale.

Che bei ricordi. Che bel nome di squadra: vis et animus (virtus). Coraggio da cor-aticus (cor, cordis, cuore). La forza è una qualità indispensabile per vivere, mentre il coraggio è un altro suo nome, specifico dell’elenco classico delle virtù. Bisogna coltivarle in ogni momento, specialmente nei momenti in cui sembra tutto vacilli attorno a te.

Forza e coraggio, con questo tipo di governo, cari amici italiani. Questi due non hanno né forza né coraggio, ma sbruffonaggine e arroganza, male parole e confusione mentale.

Pensavo di lasciar perdere l’argomento salvimaio almeno per un po’, ma dicono e fanno talmente tante cazzate che sono costretto a tornare con la frusta.

Un altro caso è di queste settimane a inizio d’anno, quello delle navi Sea Eye e Sea Watch. La fine della vicenda veleggia (a proposito di mare) verso la sua conclusione, come i lettori sanno.

Come si fa a lasciare alla deriva cinquanta esseri umani nascondendosi dietro parole di mera e vergognosa propaganda?

Oppure il sostegno di Di Maio ai jilet jaune di Francia, in cerca di alleati per le elezioni europee, e il popolo grillino -disilluso- si ribella.

Basta sentirli parlare, come si dice, trucemente il lumbard e confusamente il napuletano, ambedue appassionati di facebook, dove annunciano con solennità le loro balle.

Sia il “reddito di cittadinanza”, sia “quota 100” sono due fanfaluche ancorché pericolose, ridicole. Il reddito di cittadinanza, statistiche economico-sociologiche alla mano, favoriranno i furbetti del lavoro nero e non stimoleranno al lavoro, mentre quota 100 farà solo confusione e sarà sgamato entro sei mesi, come una balla inattuabile.

Non parliamo poi della srl milanese che si occupa di politica, quella della famiglia Casaleggio, guru di dubbia formazione politologica, filosofica ed etica: la flemma e l’incipiente calvizie del suo capo mi fa sperare che duri poco nella posizione di potere reale nella quale si trova. Una vergogna: altro che conflitto di interessi!

La povertà intellettuale, culturale e politica dei massimi esponenti della politica della maggioranza attuale è al di sopra di ogni aspettativa, anche la più pessimistica. E le qualità di chi è all’opposizione non brillano.

Oddio, anche i supposti o sedicenti “bravì” à la Macron stanno facendo figure barbine, Macron è quello che parlato di un’Italia affetta da lebbra. Si vergogni.

Da ultimo, la breve commedia su un acronimo, in corso. Giornalisti, conduttori tv, titolisti e politici hanno deciso, non se per distrazione o per ignoranza, che la parola “tunnel” è femminile, per cui l’acronimo T.a.v., cioè Tunnel alta velocità è introdotta dall’articolo femminile “la”, e dalla preposizione articolata “della”, e dunque dicono e scrivono “la Tav”, “della Tav”, e così via. Fatto sta che “tunnel” richiede l’articolo maschile “il”. Salvo Toninelli,  forse il più… intelligente (ah ah) dei politici attuali, mi pare. Ho provato a riflettere sulla ragione di questa idiozia linguistico-espressiva e mi è venuta l’idea che la consonante “a” presente nell’acronimo Tav attragga verso la “a” per assonanza anche l’articolo che diventa “la” e la preposizione articolata “della”.

Per rimediare, suggerisco ai determinatissimi e rincoglioniti fautori della femminilità di “t.a.v.” di cambiare in “g.a.v.”, cioè galleria alta velocità, certamente femminile. E abbiamo risolto il grave problema.

Troppe righe per una stupidaggine? Forse. Ma queste stupidaggini invadono il pensiero diffuso e viene da dire quanta ragione ebbe il conte Leopardi a ironizzare ne La ginestra, su le magnifiche sorti e progressive (del mondo). Meno omicidi, meno eccidi, meno morti violente, più igiene, vita media più lunga, etc., ma più stupidità, meno logica, minor uso del ben dell’intelletto, oggi, rispetto al recente e men recente passato.

Non demordiamo, caro lettor mio.

Dove va il mondo e l’uomo, o di come si possono usare in modo truffaldino le statistiche, che falsificano la realtà nascondendo la verità

Nel mio piccolo combatto le falsificazioni e le fake news.

Si è scoperto che il prestigioso New York Times, riportando le statistiche degli omicidi in città, mostrava un grafico su ortogonali cartesiane dove la linea descrittiva coordinata con l’ascissa, destinata alla numerosità dei delitti, e l’ordinata relativa agli anni considerati, andava da sinistra a destra sempre più in alto, significando un aumento dei fatti di sangue mortali… solo che la statistica riguardava gli ultimi dieci anni. E basta.

Chi poi, un neuroscienziato e sociologo statistico ha lavorato sui dati, ampliando l’angolo visuale temporale ad almeno cinquanta anni, si è accorto che la linea lavorava in modo molto diverso: partiva a sinistra da molto in alto (molti omicidi) e poi calava in modo significativo, con una relativamente piccola impennata negli ultimi dieci anni. Risultava allora una linea seghettata ma discendente. Ampliando l’angolo visuale temporale a un secolo, e quindi andando fino ai primi del ‘900, e di lì partendo, anche considerando l’incremento della popolazione, la linea si comportava come negli ultimi cinquanta, anzi con un’accentuazione del verso della linea  in discesa.

Che cosa significa tutto ciò? Che il giornalista di nera che ha pubblicato i dati dell’ultimo decennio sul prestigioso quotidiano, aveva bisogno di sottolineare l’aspetto negativo degli omicidi, e non era per nulla interessato a fornire al pubblico dei lettori un dato più oggettivo dato da uno “sguardo più alto”, che avrebbe fornito una situazione molto migliore.

Quale la verità sugli omicidi a New York dunque? Non certo quella dell’ultimo decennio, o meglio, quella era ed è una verità parziale, relativa agli anni trattati, ma non un dato che significhi granché sul trend reale del fenomeno studiato. Il prof Steven Pinker, autore nel 2011 de Il declino della violenza, o della ragione per cui viviamo il periodo più felice della storia, e ora, con il suo Illuminismo, adesso (Mondadori) riprende un discorso sui grandi fenomeni che caratterizzano i mega-trend e giunge alla conclusione che, nonostante tutto, le cose vanno molto meglio che in passato.

Se a questo aggiungiamo che il cervello umano tende a selezionare dimenticando le brutture del passato ecco che il gioco è fatto: “Si stava meglio quando si stava peggio, anzi si stava meglio e basta, nel passato“.

Falso, caro lettore.

Proviamo a vedere i diagrammi della medicina in generale, delle morti perinatali e infantili, delle guerre. Ebbene, i diagrammi sono tutti in calo da sinistra a destra.

Quando parlo con chi si basa su “lo ho detto la televisione“, al netto del nervoso che mi fa, non riesco a far capire che bisogna tenere conto, se si parla di delitti, dei dati forniti dai Carabinieri o dall’Istat, non dai giornali, che mostrano, ad esempio nell’ultimo trentennio, un calo significativo degli omicidi e di ogni tipo di morte violenta in Italia. La riduzione delle morti violente negli ultimi trent’anni è dell’ordine del 70%, eppure la percezione di tale violenza è contraria. I giornalisti invece, oltre ad evidenziare le notizie di nera, coniano anche neologismi idioti come femminicidio, in questo aiutati dai “politicamente corretti” che allignano nello snobismo di sinistra, e in altre aree “culturali” affini.

La cultura di destra, semplificatoria e violenta, più ancora che sovranista o fascistoide, a questo punto ha ampi spazi di manovra e sviluppo, come mostra la popolarità della Lega e di un furbo provocatore come Salvini. Se si dice che le aggressioni, le violenze, gli stupri e le rapine crescono, in questo caso supportati dalla prevalenza di notizie cattive sui media, allora anche misure di legge demenziali come il “decreto sicurezza” trovano approvazione.

Tornando a Pinker, egli sostiene che i dati statistici attuali provano che il benessere umano è aumentato notevolmente negli ultimi tempi, soprattutto grazie a valori e a impostazioni cognitive di tipo illuministico, scientifico, razionale, umanistico. La minaccia, invece, è costituita dai fondamentalismi, dai nazionalismi sciovinistici, dall’identitarismo, dagli emotivismi e dal politicamente corretto.

Gli ignoranti tutto sentimento, ignorano di essere ignoranti e la scienza, la fatica della ricerca e dello studio, pensando di avere nozioni sufficienti anche se mutuate dalla stampa, dalla tv e dal web, che vivono di molte falsificazioni, come abbiamo visto.

Ancora una volta aveva avuto ragione Marco Pannella, come nei vari tempi passati avevano ragione i pensatori attenti all’evoluzione dell’uomo nella storia, come i sommi greci, i filosofi medievali cristiani e musulmani, i sostenitori del ruolo del soggetto umano nella conoscenza e gli illuministi dal ‘700 in poi: oggi è un tempo in cui ci si deve batter per il diritto alla conoscenza, che non è più minato dalla povertà e dai limiti del tempo passato, ma rischia di essere messo a repentaglio dal profluvio di notizie false che vengono letteralmente sparate sul e dal web in ogni minuto secondo.

La successione di Leonardo di Bonaccio, il Fibonacci da Pisa e il secondo principio della termodinamica o dell’entropia

Nella successione di Fibonacci, si legge in un articolo specifico sul web, matematico pisano del XIII secolo, ogni numero è il risultato della somma dei due precedenti: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… fino all’infinito. Fino al XIX secolo a questa successione non fu attribuita alcuna importanza, finché si scoprì che può essere applicata, per esempio, nel calcolo delle probabilità, nella sezione aurea e nel triangolo aureo.”

Troviamo la sequenza del matematico pisano in diversi ambiti naturali e “culturali”, cioè in opere umane, come ad esempio nei fregi presenti su facciate di diverse chiese, tra cui San Nicola a Pisa. La troviamo in musica, sia in quella classica, da J. S. Bach alla contemporanea di Karheinz Stockausen, sia nel rock, come nel favoloso brano dei Deep Purple Child in time, e di più ancora nel progressive dei Genesis.

Fermandoci un momento ai fregi di San Nicola il professor Armienti la pensa in questo modo:

“(…) le eleganti simmetrie dell’opera sono un richiamo diretto alle scoperte del matematico pisano, poiché se si assume come unitario il diametro dei cerchi più piccoli dell’intarsio, i più grandi hanno diametro doppio, i successivi triplo, mentre quelli di diametro 5 sono divisi in spicchi nei quadratini ai vertici del quadrato in cui è inscritto il cerchio principale, quello centrale ha diametro 13 mentre il cerchio che circoscrive i quadratini negli angoli ha diametro 8. Gli altri elementi dell’intarsio disposti secondo tracce circolari individuano circonferenze di raggio 21 e 34, infine il cerchio che circoscrive l’intarsio ha diametro 55 volte più grande del circolo minore. 1,2,3,5,8,13,21,34,55 sono i primi nove elementi della successione di Fibonacci“.

La successione di Fibonacci è un teorema matematico, collegato a molti altri, che conferma come la natura sia leggibile con strumenti matematici, come già sapevano Egizi e Mesopotamici, Euclide e Pitagora, Arabi ed Europei,  Eulero, Riemann  e Goedel, fino ai nostri giorni.

Fiori e infiorescenze, coralli e molluschi attestano la presenza di questa forma affascinante, confermando in qualche modo come la Natura ubbidisca a una superiore razionalità, che dà da pensare anche oltre l’oggetto dei suoi argomenti.

La geometria di intere piante, fiori o frutti, mostra con evidenza strutture e forme ricorrenti. Un esempio efficace si può trarre dal numero di petali dei fiori; la maggior parte ne ha 3 (come gigli e iris), 5 (ranuncoli, rose canine, plumeria), oppure 8, 13 (alcune margherite), 21 (cicoria), 34, 55 o 89 (asteracee). Anche questi numeri fanno parte della successione di cui stiamo parlando, in cui ciascun numero equivale alla somma dei due precedenti: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233…

Una significativa caratteristica della sequenza mette in evidenza che il rapporto tra qualunque numero e quello precedente nella serie tenda verso un valore ben definito: 1,618… . Si tratta del numero aureo o sezione aurea, ϕ (Phi), presente, come abbiamo visto, sia in natura sia in opere architettoniche costruite dall’uomo, come i fregi di San Nicola in Pisa o le stesse piramidi egizie. Nelle piante con foglie disposte a spirale, per ogni giro attorno al fusto ci sono in media Phi foglie, fiori o petali. Ciò significa che, girando attorno ad uno stelo e muovendosi dal basso verso l’alto, incontreremo una foglia o un fiore ogni 222,5°, valore che si ottiene dividendo l’angolo giro di 360° per Phi.

E mi fermo qui perché non sono un matematico. Occupandomi però di filosofia, non posso non notare come la trattazione della successione di Fibonacci possa fare venire in mente una legge fisica tra le più famose, la seconda della termodinamica, che si esprime anche con il concetto di entropia.

Il termine deriva dal greco antico ἐν en, “dentro”, e τροπή tropé, “trasformazione”, e significa una grandezza interpretabile come misura del disordine presente in un sistema fisico qualsiasi, incluso, compreso l’universo. Viene generalmente rappresentata dalla lettera S e nel Sistema Internazionale si misura in joule fratto kelvin (J/K).

In termodinamica classica, il primo ambito in cui l’entropia fu introdotta, come S, è stata una funzione di stato di un sistema in equilibrio termodinamico. Pertanto, si può dire che quando un sistema passa da uno stato di equilibrio ordinato a uno disordinato la sua entropia aumenta.

Il termine e il concetto di entropia è stato successivamente esteso ad ambiti non strettamente fisici, come le scienze sociali e la teoria dell’informazione. Semplificando molto, e io sono in grado di fare solo questo, perché non sono neanche un fisico, ma poi si capirà la ragione per cui mi sono imbarcato in questo argomento, si può anche affermare che l’entropia interpreta il “grado di disordine” di un sistema.

Se aumenta il disordine aumenta l’entropia, dunque, e ciò funziona anche all’incontrario. Ad esempio, si potrebbe proporre una visualizzazione dell’aumento di entropia in un sistema, raffigurando l’aumento di incompetenza e cioè di ignoranza-ignorante. In strutture organizzate (più o meno) come le aziende di produzione o di servizi ciò può risultare evidente dai dati di un’analisi del clima ben condotta, là dove gli item scelti siano sufficienti a rappresentare l’agio o il disagio crescenti o in calo del sentiment dei partecipanti-protagonisti, di solito i lavoratori.’

La presenza di una situazione entropica si può dunque registrare e segnalare, per predisporre opportuni rimedi che possono essere formazione mirata e counseling. A questo punto possiamo senz’altro intuire come sia lecito collegare in qualche modo la razionale e armoniosa successione di Fibonacci che mostra una crescita progressiva, esteticamente elegante, e il sopraggiungere di una situazione entropica, che deve essere riconosciuta per tempo, onde evitare guai maggiori all’organizzazione e alla produttività, nonché allo stato di agio psicologico e morale dei partecipanti.

Se da una lato la sequenza di Fibonacci ci può ispirare fiducia nel progressivo miglioramento dello stato mentale e fisico dei partecipanti, il secondo principio della termodinamica ci evidenzia, come in una dolorosa metafora, ciò che da u-topia iniziale del creativo start-upper, può diventare dis-topia, vale a dire modo e senso di marcia errato, o addirittura retro-topia (cf. Zygmund Bauman), cioè un agire rivolto allo sterile rimpianto del passato.

E’ bellissimo che la matematica e la fisica, se opportunamente studiate, possano aiutare efficacemente i saperi antropologici preposti alla gestione delle risorse umane e alla loro crescita, sia sotto il profilo personale, sia professionale. Mai stancarsi di studiare, cara lettrice e caro lettore.

“Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi”

Cent’anni fa a Castellania nasceva un bambino magro, un esserino sottile. Diciotto anni dopo il cieco Cavanna gli massaggiava le lunghe gambe. Silenzioso, quel ragazzo pedalava, allenandosi con ferocia. Vinceva, il Giro d’Italia a vent’anni. Se non ci fosse stata la guerra chissà quanto avrebbe vinto quel ragazzo, insieme con l’uomo che pedalava vicino a lui. Non vi sarebbero stati dubbi sui più grandi di ogni tempo. Loro due, e la borraccia scambiata sul Col de Galibier.

Neppure il possente belga, né l’elegante normanno, e nemmeno il determinatissimo bretone avrebbero potuto competere. Men che meno il bianco anglo-keniota. A parer mio di più si avvicina a quell’uomo magro un hidalgo ispanico che ha appena finito di correre, con un cognome da… ragioniere, “contador”.

E un ragazzo elegante e altrettanto magro di Cesenatico può ricordare in qualche modo l’allievo del massaggiatore cieco, mancato a noi ancora più giovane, neppur trentacinquenne. Non si dimentica il suo scatto immediato dopo essersi liberato della bandana o il furibondo passo sotto la pioggia a distruggere il teutonico potente che lo precedeva e dopo non più.

Il grande campione moriva a quarant’anni, sessanta anni fa a causa della presunzione arrogante dei medici che l’avevano in cura. Geminiani, con lui a caccia in Alto Volta aveva ricevuto due pastiglie di chinino e si era salvato. Il nostro giovane uomo invece era stato curato per una polmonite, non per una malaria perniciosa.

E Giulia, l’elegante donna del suo medico, quale dolore, quale amore era stato? La nipote di Giovanni Papini e sorella di Ilaria. In carcere per bigamia, a lui ritirato il passaporto da quell’Italia bigotta e ipocrita.

Cinque giri d’Italia, due Tour de France, la Roubaix, diverse Sanremo e Lombardia, e più di cento altre corse, meno di altri, ma perché la sua immagine è più forte, più presente di altre, perché è immortale?

L’Aspin, il Tourmalet, l’Aubisque da una parte, l’Izoard, il Galibier, l’Iseran dall’altra, e poi lo Stelvio, il Bondone, il Gavia, di qua delle Alpi. Le pedivelle girano spinte da caviglie sottili, e il loro fruscio è musica. Respiro regolare, silenzio, gli altri corridori distanti, oltre i tornanti che si vedono, più in giù.

Le stagioni si susseguono alle stagioni, viene il campionato del mondo, il record dell’ora. Nulla gli era precluso. Quarant’anni di vita, nulla più. Quanto tempo, quanto poco tempo per l’immortale.

Anche la morte del fratello, che aveva vinto una Roubaix. In bicicletta si può morire, se si cade: a quei due centimetri di tubolare è affidata la vita, quando si scende per rettilinei e grandi curve che invitano nel vento, quando si pedala. Come è accaduto al giovane Fabio, nel 1995, sul Portet d’Aspet. La bici è leggera, la mia pesa sette chili cui affido i miei settantacinque, in fiducia.

Il suo nome mi era presente fin dall’infanzia, quando papà me ne parlava, ammirato, quando vedendo i primi Giri d’Italia in bianco e nero, lo sentivo nei racconti dei cronisti di ciclismo. E ancora pedala nella mia mente, nel ricordo di quegli anni favolosi come l’infanzia al paese, come l’osteria di Lino dove si andava a prendere pezzi di ghiaccio caduti al mercante, per succhiarli con devozione, dove si aspettava il tempo dell’anguria, che era lo stesso del Giro e del Tour.

E ancora il racconto di lui mi sorprende in sogno, quando mi pare che Pietro, mio padre, ancora si soffermi con me nel racconto, sotto il portone, quando era venuto inverno e lui era tornato a casa dalle grandi foreste del Nord… e mi parlava mi parlava di quell’uomo dal naso affilato, che correva con quello dal “naso triste come una salita“, lo avrebbe cantato così qualcuno decenni più avanti nel tempo.

Salite e discese, dolori e sogni e infiniti percorsi sulla sua come sulla mia strada, nel tempo che ci è assegnato.

Tra spazio e tempo, tra il milione di chilometri percorsi da quell’uomo e la strada percorsa da me, anni dopo, vi è solo il tempo dell’eternità.

Spes contra spem, in questi primi di gennaio 2019

Voglio qui parlare della speranza, proponendo un commento che ho pubblicato sul sito del caro amico e collega Neri Pollastri, il più valoroso consulente filosofico italiano. Neri oggi giustamente scrive che c’è poco da festeggiare in un mondo e in un tempo dove e quando la violenza e le ingiustizie sono così dilaganti. I botti ricordano le bombe di quelle le guerre, parafraso il suo scritto, e quindi non gli piacciono. Non piacciono neanche a me, per nulla, mi disturbano e mi annoiano. Non parliamo poi della inqualificabile abitudine di gettare in strada oggetti dalle finestre, rischiando di ferire qualcuno e sporcando il suolo pubblico. L’uomo a volte celebra riti che svelano con chiarezza quanto di belluino ancora permanga nella sua struttura di antropoide, mostrandosi -se così si può dire, e so di rischiare l’approssimazione sotto il profilo di una antropologia equilibrata- peggiore degli altri animali e soprattutto dei cugini antropoidi.

Intanto, Neri, buon anno a te e ai tuoi cari con speranza, perché stavolta su una cosa non concordo con te, proprio sulla definizione che dai di “speranza”. Non penso che la speranza sia una vecchia truffa ma sia due altre cose: prima di tutto è una passione che contrasta la disperazione, come insegna Tommaso d’Aquino nella sua elencazione delle undici passioni. In quanto passione è movimento, spinta interiore, ossigeno spirituale; secondo, è -teologicamente- virtù, appunto, teologale, insieme con la fede e la carità, per chi dà senso alla lezione di Paolo di Tarso (cf. 1 Corinzi 13, 13). Ma, direi, anche per la cultura laica, e non perché sia l’ultima dea, ma perché con la sua capacità di contrastare la disperazione di molti, li aiuta ad agire. Spes contra spem: infatti come si potrebbero affrontare le prove ardue che la vita ci pone, le battaglie per la giustizia che correttamente elenchi anche se a contrario, se non ci fosse la speranza ad aiutarci. Come avrei potuto aiutarmi quindici mesi fa quando mi si è rivelato il grave tumore che pare ora non ci sia più anche se mi ha lasciato sofferenza e dolori, senza speranza? Sul resto delle tue osservazioni etiche e politiche concordo senza riserve. Un abbraccio, caro amico mio.
Renato

Anch’io sono furibondo come Neri nei confronti degli egoismi terrificanti che condizionano l’agire degli attuali potenti del mondo, finanzieri e politici spregiudicati, dittatori e aspiranti tali, dilettanti allo sbaraglio le cui capacità politiche sono commisurate alle loro azioni fallimentari e alle dichiarazioni correlate che diffondono sul potente web.

Sulla speranza, però, voglio spendere qualche altra riga, poiché mi pare che sia necessario, di questi tempi un poco derelitti dalla sapienza.

La consolazione della speranza nasce dalla capacità di discernimento di ciascuno di noi, e io cerco di coltivarla sempre, anche con l’aiuto dei grandi sapienti di ogni tempo, come Paolo di Tarso. Leggiamo un passo della Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 13, dal versetto 1 al versetto 13:

“1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”

Infine, il testo del titolo di questo pezzo è tratto da un passaggio dalla Lettera ai Romani (4, 18), in cui san Paolo si riferisce ad Abramo:

«… qui contra spem in spe credidit, ut fieret pater multarum gentium, secundum quod dictum est: “ Sic erit semen tuum ”.»

cioè

«Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza
Si tratta di un esempio di fede incrollabile in un futuro migliore, anche se tutto sembra andare per il verso sbagliato. E qui c’entra di nuovo la speranza come virtù teologale e, aggiungo, anche come passione che combatte ogni pessimismo disperante.

La speranza non può demordere, poiché rappresenta la condizione dello spirito più adatta ad affrontare il futuro, essendo originata, sia dalle strutture cerebrali preposte all’istinto di sopravvivenza, come ci spiegano i neuroscienziati, sia dall’elaborazione teoretica della filosofia di ogni tempo, anche se diversamente declinata tra cinici-scettici e realisti-idealisti.

E poi questo sentimento è indispensabile per le persone, che ne hanno bisogno come dell’ossigeno per respirare, al di là di ottimismi o pessimismi di maniera o caratteriali. La speranza dunque, oltre a essere virtù e passione diventa anche sentimento, cioè un modo di sentire le cose, sia quelle che ci appartengono direttamente, sia quelle costituenti l’esternalità delle nostre vite, il mondo, poiché, se la solitudine anche nella sua versione solitaria è una condizione, o dimensione o diritto del singolo uomo e della singola donna, la condivisione empatica di una comunità-di-destino di tutti gli umani non può non fare conto sulla speranza stessa.

Solitudine, solitarietà, solidità, solidarietà

L’etimologia è la stessa, quella della radice greca òlos, cioè tutto: incredibilmente la solitudine ha a che fare con la solidità del tutto, come manifestazione, o epifania del cosmo (dal greco kòsmos), che è l’ordine delle cose. Infatti non si può stare soli, se non si è solidi.

Mi piace molto la solitudine, anche nella sua versione accentuata e voluta della solitarietà, cioè l’essere tendenzialmente solitari. Come nella perdita di una vita c’è la perdita, per chi se ne è andato, di tutto il mondo, nella solitudine c’è tutto. E ciò non significa che si deve stare sempre da soli, ma qualche volte è bene, fa bene essere soli. Come quando si ha di nuovo la forza di prendere in mano la bici leggera e di involarsi verso un dove, che non dico.

Così come è bello che solidità abbia a che fare con la solidarietà, e ciò può essere collegato alla solitudine e alla solitarietà. Infatti, se vero che la mano destra non deve sapere ciò che fa la sinistra, ecco che il bene deve essere fatto senza propaganda, né enfasi, né marketing mediatico. Leggiamo l’evangelista, che prima di seguire Gesù, faceva il daziere.

Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini, In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Il fare, insegna il Maestro, sia un agire semplice e responsabile, senza secondi fini di premi e gloria attesi. Quanto diverso questo insegnamento dall’atteggiamento suggerito in ogni contesto di questi tempi nei quali vale il mostrare, l’apparire e il berciare sgangherato e ignorante sui social!

La vita è bella, anche nel dolore, il mondo terracqueo è ancora bello anche se l’uomo lo ha svilito, perché questo svilimento si può fermare. Non si deve considerare avversi l’evoluzionismo della natura, che non nasce con Darwin, ma quasi due millenni e mezzo prima, con Eraclito di Samo. Il cambiamento non esclude la presenza di un’Entità divina, poiché, proprio dal punto di vista scientifico (galileiano-contemporaneo) non si può mostrare deduttivamente né l’esistenza di Dio né il suo contrario. Chi può affermare che Dio stesso non sia evoluzionista, se così si può dire? Non una volta sola in questo sito abbiamo parlato delle generose prove teologiche dell’esistenza di Dio, da Platone a Tommaso d’Aquino, e non mi ripeto.

Una mentalità scientifica evita di fare confusione tra le discipline, ad esempio non distinguendo la fisica dalla metafisica, che è disciplina scientifica, se per scienza si intende un sapere caratterizzato da un suo proprio statuto epistemologico. La metafisica, come ogni altro sapere, ha un suo ben preciso statuto epistemologico, eccome! Questo lo dico, fraternamente, soprattutto agli atei militanti, e anche ai bigotti dell’altra sponda.

Siamo a questo mondo soli nella nascita e soli nella morte, questa è la verità. Veniamo al mondo in-interpellati, e qui viviamo nei modi infinitamente declinati, in compagnia di molti nostri simili e omologhi, primati tra i primati, non in tutto primi della classifica. Ad esempio, il mio gentile lettore sa che gli scimpanzé ci sono superiori nella memoria fotografica? L’esperimento giapponese del maschio Ayumu spiega come lui memorizzasse nove numeri e oltre in sequenza, dopo averli visti contemporaneamente per un quinto di secondo, un batter di ciglia,  mentre noi umani arriviamo a fatica a cinque. E’ chiaro e dimostrato che noi umani siamo superiori in tutto il resto, e anche nella capacità di decidere di fare il male, senz’altro meno solidali dei nostri cugini ominoidi, scimpanzé, bonobo, oranghi e gorilla (cf. Siamo così intelligenti per capire l’intelligenza degli animali? di Frans de Waal, Raffaello Cortina editore), con i quali condividiamo oltre il 98% del DNA.

Il valore dell’essere umano e della sua vita non sta -dunque- solo nella relazione io-tu, come sostengono i filosofi Martin Buber e Emmaniel Lévinas, che apprezzo, ma dai quali mi distanzia questa loro visione assoluta del valore della relazione. Certamente il “volto” dell’altro è uno specchio per il nostro “io”, certamente anche il “tu” è un “io”, ma non possiamo in ogni momento pensarci e tenere l’altro come fosse l’io singolare di ciascuno di noi. Abbiamo anche bisogno di concentrarci sul nostro proprio, irriducibilmente unico “io”, in ragione del fatto che ci-siamo e che questo nostro esser-ci è necessario fin dal nostro concepimento, e deve essere difeso, vissuto, compreso, sopportato, fino in fondo.

Il valore dell’essere umano è presente anche nell’unicità di ciascuno di noi, nella solitudine e perfino nella sua declinazione più solitaria e silente.

La presenza del male nel mondo

Invitato a tenere una prolusione filosofica a un convegno sulla sicurezza del lavoro ai primi di febbraio dalla maggiore associazione datoriale, ho preparato un Power Point di sintesi (si veda più sotto), per proporre una riflessione -la più semplice possibile- su un tema i cui contorni confinano con il mistero delle cose che la ragione umana può solo in una certa misura sfiorare, senza riuscire a rivelare completamente.

Il tema del “male nel mondo” è presente nel pensiero filosofico da migliaia di anni, in Occidente e in Oriente, ed ha ispirato letture e tesi molto diverse o addirittura contrapposte. Un tema da affrontare sempre con umiltà e spirito di confronto, anche in ambienti che hanno come loro focus il business,  il vantaggio competitivo e il risultato economico, perché l’uomo è e deve restare il fine, non mai il mezzo della tutela di qualsivoglia interesse.

Il bene e il male sono l’endiadi di ogni sapere etico elementare. Per i barbari assassini delle due studentesse scandinave sui monti dell’Atlante in Marocco, il bene è scannare due ragazze infedeli, così come per il sedicenne rom che ha massacrato un clochard palermitano.

Il bene è uccidere chi capita per Cherif Checatt, oppure buttare bombe al napalm sui villaggi vietnamiti, vero generale Westmoreland? Ancora è bene fucilare alla nuca i nemici politici alla Lubianka oppure sfruttare a due dollari l’ora mano d’opera migrante nel Tavoliere della Puglia.

Per altri il male è l’elenco di brutture e orrori che ho riportato sopra.

Approfitto di una prossima conferenza per parlarne ancora, qui.

La discussione etica sul bene e sul male è vecchia come il linguaggio umano, e come le prime prove di scrittura mescolandosi fin da subito con il Diritto, ad esempio il Codice mesopotamico del re Hammurabi (XIX secolo a. C.), i Codici giuridico-morali egizi, il biblico Deuteronomio e poi le XII Tavole romane, il Corpus iuris civilis di Giustiniano, e così via. Fino ai nostri italici Codici civile (1942) e penale (1930).

Filosofi, teologi e giuristi hanno studiato la materia, cioè la filosofia, la teologia morale e il diritto per millenni. E ancora è tema attualissimo. Ad esempio, i governanti fanno bene o male raccontare menzogne ai cittadini elettori, come stanno facendo in questi mesi i due vice capi del Governo italiano, pur avendo -dal loro punto di vista- uno scopo positivo, cioè quello di vincere le prossime elezioni? Che domanda insulsa, vero, caro lettore? E’ chiaro anche a un bambino che raccontare menzogne è male, mentre dire la verità è bene, anche se la verità è sgradevole.

Risparmiare sui dispositivi di sicurezza del lavoro per ottenere un bilancio aziendale migliore è bene o male, caro Amministratore delegato della ThyssenKrupp? Altra domanda retorica, ché oggi mi vengono così bene le domande rettoriche. Sarà perché sono un poco incazzato.

Il bene e il male si discernono prima di tutto con la coscienza, e poi con la scelta di un’etica. Non esiste infatti un’etica generica, purchessia, ma va declinata, altrimenti può essere moralmente plausibile, quindi un bene, anche mutilare i genitali di una bambina. Oppure no, se si sceglie una morale dove il fine è la tutela dell’integrità psicofisica di ogni umano.

(qui sotto, caro lettore, trovi alcune diapositive che utilizzerò in una prossima conferenza)

del male

Le sorprese della vita e la meraviglia che non finisce, sia nel bene sia nel male, stupendomi sempre, giammai rassegnato all’ovvietà

All’improvviso ti ammali, anche se hai fatto tutta una vita virtuosa, senza fumo, droga, alcol, mangiando il giusto, facendo sport, curando il corpo e l’anima. Oh, utilissimo eh, perché questi costumi ti salvano la vita. A me è successo questo. Non mi sarebbe tornata un’emoglobina a 14 se prima non avessi avuto un’emoglobina quasi fissa sul 16/ 16,5. La mia “etica”, nel senso greco antico del termine mi ha salvato, posso dire, e son tornato forte e vigoroso (quasi) come pria. Sì, pria, al modo di Totò.

Nel mio caso, poi, studi e lavori, lavori e studi tutta la vita, mai sazio di sapere, sempre curioso del mondo e delle persone, se puoi dai una mano a chi di una mano ha bisogno, sperando nella gratitudine, e cominci a farti un’idea delle persone. Di umanità mi intendo non poco, perché l’ho studiata seriamente, scientificamente, antropologicamente, psicologicamente, teologicamente, sociologicamente, filosoficamente, direttamente, (oooh quanti avverbi modali, ma così è) dialogando, conoscendo, cercando, tornando indietro, andando avanti, mettendo in questione le mie opinioni, sempre. Non come certuni che pretendono di conoscere il prossimo dall’alto della loro inconsapevole ignoranza ignorante, la più brutta specie di ignoranza.

E poi, nonostante tutto, ti sbagli: anche le persone che ritenevi fatte in un certo modo, sono fatte in un altro; avevi misurato apprezzando magari la loro capacità di mettersi alla prova, di rischiare un po’ del loro, di com-promettersi (il com-promesso è una bella cosa, caro lettor mio, poiché è un promettere-insieme), ed ecco che nel momento topico si tirano indietro, tirano proprio il culo indietro, rivelando -alla prova- una timidezza, un “rispetto umano” che confinano con la vigliaccheria.

Che delusione! Non si finisce mai di scoprire l’uomo, questo animale (in tutti i sensi conosciuti e accepiti in ogni tempo e luogo), le sue debolezze dentro grandezze che si rivelano a volte solo apparenti o evidenti nella normalità, subito spegnibili nella battaglia, proprio quando viene il momento dello scontro cruento anche se solo metaforicamente, e bisogna tirare fuori gli attributi.

A me invece la battaglia non è mai dispiaciuta, fin dai tempi adolescenziali delle botte da orbi. Non ho mai avuto paura di nessuno, perché non ho mai offeso volontariamente o con malvagità alcuno, e ho sempre piuttosto cercato di aiutare gli altri, supportato da una mia forza intrinseca, naturale, fisica e spirituale.

Ora che posso permettermi di guardare con distacco le situazioni che mi offendono nell’inerzia incredibile dei migliori che conosco, sono più che sereno, perché posso permettermelo, appunto, e perché imparo ancora di più sulla verità del mio prossimo.

La vita ti riserva sorprese, piacevoli e sgradevoli. Ecco, sopra ho provato a raccontarne una sgradevole, ma voglio equilibrare la narrazione in tema con un’esperienza gradevole, avvenuta nelle ultime settimane, assieme ad altro che non dico in questo locus, perché mio privatissimo: qualcuno in alto nel potere si è accorto che non sono un traviatore di giovani ma, se non proprio un medieval magister, sono uno a cui si possono ancora affidare corsi accademici di morale, perché le mie posizioni e i miei testi non sono diseducativi, o troppo ardui e perciò fuorvianti, ma sono dialogici, propositivi, dentro il grande fiume della ricerca sull’uomo, sui suoi affetti, sui suoi limiti, sulle sue virtù e i suoi vizi.

Le sorprese della vita.

Noi stessi siamo una sorpresa a… noi stessi, quando acquisiamo il senso di esser-ci, a questo mondo (cf. Heidegger). Que sorpresa, se dice en castellano, esser vivi, respirare, dormire, vegliare, mangiare, bere, andare di corpo, usare il corpo per fare tutte le belle cose che il nostro spirito e -ancora- il nostro corpo son predisposti a fare da Natura e da Dio, se ci crediamo. La più grande sorpresa è proprio il nostro essere-stare-al-mondo, ché sarebbe altrettanto plausibile l’incontrario, cioè il non-esser-ci. Ecco: per quale ragione siamo al mondo? Per nessuna conosciuta razionalmente. Per un disegno? Perché serviamo a far proseguire la specie umana, peraltro così dis-graziata? Per cosa? Per l’amore di Dio? Eeeh, forse.

Un’altra sorpresa tra molte altre, anche se di questi tempi fino a un certo punto, è quella degli episodi accaduti attorno a San Siro a Milano nell’ambito della partita Inter-Napoli. Mi sono chiesto come possa essere razzista e fascista un tifoso dell’Inter, cioè della squadra che ha fatto del suo nome un simbolo di accoglienza verso tutti i giocatori del mondo: Internazionale. L’ex presidente Moratti ha finanziato decine di scuole calcio per i bambini dei paesi più poveri con i colori nerazzurri. In questo e in analoghi casi, le società dove sono, la società dov’è, i giocatori milionari dove sono? I milanesi interisti dove sono, e perché non mettono in minoranza quella banda di minorati mentali che sono gli schifosi tribali della curva, capaci solo di insultare e di provocare violenze?

Ma da contesti dove vigono modelli à la Nainggolan che cosa si può pretendere? Quanta educazione manca? E Salvini, che va a braccetto con gli ultras dell’altra ex grande squadra di Milano? Che cosa possiamo sperare, si sarebbe chiesto di fronte a questi episodi, Immanuel Kant?

Steven Pinker scrive dell’esigenza di un nuovo umanesimo illuminista (cf. Illuminismo adesso. In difesa della ragione, della scienza, dell’umanesimo e del progresso, ed. Mondadori, 2018), poiché si stanno perdendo di vista le basi culturali che hanno portato l’uomo umano, il sapiens evoluto ad ammettere l’uguaglianza in dignità e il valore delle differenze di tutti e ciascuno con tutti gli altri e ciascuno, qualsiasi sia il suo colore, timbro vocale, etnia, lingua, filosofia, cultura e religione.

Un tempo non molto lontano il caucasico ariano andava per la maggiore, con il picco criminale del nazismo, ma ora sembra si sia in una fase di addormentamento generale, prodigo di ulteriore stanchezza intellettuale e morale, là dove non si fa neppure la fatica di criticare almeno le forme più idiote del razzismo, che passa per i pertugi dettati dall’ignoranza ignorante del web e dei social.

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