Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il male dell’individualismo e le sue origini, la guerra e l’eterogenesi dei fini

René Descartes e il suo cogito ergo sum sono, per certi aspetti, il punto d’inizio dell’individualismo moderno. il “penso dunque sono” rappresenta un modo icastico di dire che il pensiero precede l’essere, nel senso che senza pensiero neppure l’essere può darsi.

Mi permetto – sommessamente, senza iattanza – di dissentire da tanto pensatore, in questo flusso logico-deduttivo.

Sulla linea di Aristotele e Tommaso d’Aquino ritengo, piuttosto, che l’essere (di tutte le cose) preceda il pensare, non fosse che perché il mondo esiste anche prescindendo da ognuno di noi, che potrebbe non-essere-mai-nato o essere già defunto.

Il grande francese mio omonimo (…mi onoro di condividerne il nome) potrebbe obiettare che “se io non-ci-sono, che il mondo ci sia o meno, non me ne cale, poiché, appunto, non posso conoscerlo“. A mia volta rispenderei che non possiamo considerarci unici centri del mondo e ragion sufficiente per proclamarne l’esistenza, perché ci sono, vivono, esistono anche gli… altri. O no?

Wilhelm Wundt

Prima di Descartes, frate Martin Luther aveva staccato il fedele cristiano dalla mediazione della chiesa, offrendogli la possibilità di una relazione diretta con Dio, attraverso la lettura personale delle Scritture, con l’Atto di fede e la richiesta della Grazia santificante individuale. Nella versione calvinista ciò è stato ulteriormente accentuato, poiché, secondo tale teologia l’individuo può meritare, con il suo impegno e la sua lotta, ogni bene. Su questa visione del mondo ha molto e ben scritto Max Weber nel suo fondamentale “Il Protestantesimo e lo Spirito del capitalismo“.

Queste linee di pensiero hanno caratterizzato molto la modernità è il soggettivismo insito in essa, fino a far sviluppare una torbidaegolatria, quella del “tutto intorno a te”, tristamente riportato perfino dagli spot pubblicitari

I dittatori sono esempi di individualismo egolatrico, così come lo sono, per dimensioni diverse, anche minimali, tutti i pericolosi ciarlatani settari che imperversano in America, intesa come Usa.

Sembra incredibile che loschi e improbabili figuri riescano a condizionare, manipolare, spaventare, fino a coartare la volontà individuale di individui e di gruppi di persone. Figuri che a volte nascondono le proprie tracce dietro ipotesi religiose o morali, ingannando chi riescono ad avvicinare, specialmente le persone più deboli e condizionabili.

I dittatori del XX secolo, e i loro accoliti principali hanno eretto a scienza di malvagità il loro egoismo e i vizi di prepotenza, arroganza e protervia, tutti figli della superbia scelta come linea guida delle loro azioni, indifferenti a ogni etica elementare del rispetto cui ha diritto ogni essere umano come persona.

Convinti di essere “speciali”, hanno costituito esempi mali per tutti coloro che si sono trovati in posizioni di potere e non hanno mai ritenuto che l’esercizio del potere assunto in posizioni di comando fosse un esercizio di servizio agli altri, non di mera ed egoistica autoaffermazione di sé stessi. Mi sto riferendo a tutti, proprio a tutti gli esseri umani che esercitano un potere, qualsivoglia e in qualsiasi settore della vita umana.

Lo stesso si può affermare dei dittatori attuali, dei dittatori senza controllo che governano al di fuori di ogni verifica democratica. Ve ne sono molti, nel mondo. Non è neppure necessario nominare quello più in evidenza in queste settimana, perché noto a tutti. Non merita la citazione del suo nome, poiché il nome rappresenta qualcosa di individuo, di unico, perfino di sacro. Chi opera come quest’uomo infanga il suo stesso nome, e anche la sua attribuzione di umanità. Ma vi sono anche altri egolatri, che non necessariamente fanno la guerra con le armi, ma con altri mezzi che possono obbligare e schiavizzare il prossimo o i cittadini, o interi popoli: si pensi ad esempio agli emiri del petrolio o a certi improbabili gallonati generali africani…

Il dolore della guerra, di questa guerra come di tutte le guerre, è tanto vero quanto inaccettabile, e in qualche modo sarà pagato, nel senso che un contrappasso e una nemesi sono nell’ordine delle cose.

Uno dei modi di questa nemesi sarà senza alcun dubbio l’eterogenesi dei fini che questo dittatore crudele pensa di poter conseguire. La nemesi è una sorta di “vendetta” della moralità e della giustizia.

Questa guerra da lui voluta sta rinforzando l’Europa che, con tutti i suoi difetti, è il luogo dove si vive meglio al mondo, dove i diritti sono ragionevolmente rispettati e ogni cittadino può dire la sua senza temere di essere arrestato e portato in un luogo remoto.

Ciò però non deve farci dimenticare che molto vi è da cambiare anche da noi, nella politica e nella società, recuperando il pensiero critico attualmente un pochino in sonno, la cura e la bellezza della convivenza e della cultura vera che ha dialogato nel tempo con la natura, senza offenderla.

La guerra e il racconto

I racconti di guerra sono un antico genere letterario, dai tempi degli storici greci Senofonte, Erodoto e Tucidide, e di quelli latini come Tito Livio, Svetonio, Giulio Cesare (che narrò le sue proprie imprese militari) e Tacito, per citare solo i maggiori e più studiati fin dal liceo. Mi viene qui solo da ricordare il grande romanzo di Lev Tolstoj Guerra e Pace, che ricorda il fallito tentativo di Napoleone di impadronirsi della Grande Madre Russia, come la chiamano da due secoli e oltre zaristi, sovietici, putiniani e cristiani ortodossi. La posizione del Patriarca Kirill si comprende (senza in alcun modo giustificarla) anche da questo aspetto storico-culturale.

Tralascio tutto ciò che sta in mezzo per duemila anni e vengo al XX secolo, quando, dopo le due Guerre mondiali, se ne raccontarono gli eventi e le sorti.

Per quanto attiene alle guerre successive, tutte sanguinosissime, tutte non dichiarate, tutte informali e asimmetriche, da quella di Corea negli anni ’50 a quella del Vietnam nel decennio successivo, a quelle africane, asiatiche e sudamericane, per finire con le invasioni in nazioni europee dell’Armata rossa negli anni ’50/ ’60, e gli interventi Usa e Nato in Afganistan (già attaccato precedentemente dall’Unione Sovietica) negli anni 2000, in Irak, in Siria e in Libia (dove si manifestò la tragica insipienza politico-militare di due leader come il francese Sarkozy e il presidente Obama), nei Balcani insanguinati nell’ultimo decennio del secondo millennio, vi è solo da dire che le guerre non hanno mai smesso di insanguinare il mondo. Per tacere di quelle dimenticate o mai poste con chiarezza e costanza sotto i riflettori dei media, come le guerre/ stragi del Ruanda, della Somalia, del Sudan o dello Yemen.

Ora, la domanda che mi faccio è: come viene raccontata questa guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, per volere di Putin e della sua cricca (uso un termine del periodo sovietico, non a caso)?

Sento in giro molte analisi raccogliticce e disinformate/ disinformanti chi ne sa ancora meno del parlante a vanvera.

Chi, dopo avere brevemente deplorato, quasi per un obbligo morale, l’attacco militare dei Russi all’Ucraina, sente il bisogno di affrettarsi a dire che… “comunque nel Donbass da molti anni i cittadini russi sono angariati dagli ucraini, etc.”, forse non ha la benché minima nozione di ciò che realmente sta accadendo, perché anche se fossero vere le angherie di cui si parla, non c’è proporzione alcuna con ciò che sta facendo la Russia putiniana in Ucraina.

E questo dovrebbe bastare per non usare i due piatti della bilancia con gli stessi pesi, o quasi. Io non riesco più a discutere con persone che hanno questa posizione.

Leggo e ascolto “titoli” di articoli e servizi noncuranti della precisione nel racconto dei fatti e soprattutto noncuranti dell’effetto psico-morale sulle menti delle persone di narrazioni piene di un uso spropositato di aggettivi terrorizzanti. Rendo onore – di contro – a inviati in loco di varie testate, come Ilario Piagnerelli e Laura Tangherlini, persone coraggiose.

Che la guerra, le bombe, gli scoppi, i ferimenti, il sangue, la fame, il freddo creino terrore è fuori discussione, ma è sbagliato e sadomasochista “infierire” sugli ascoltatori/ lettori con particolari inutilmente raccapriccianti. Non è moralmente ammissibile fare ciò, e non è neppure utile alla correttezza e alla completezza dell’informazione. E’ come girare una lama in una ferita, invece di lenirla, perché ferita è, e va raccontata e possibilmente curata e guarita.

Osservo i giovani venti/ trentenni che sono confusi: cresciuti nella società dove tutto accade o sembra accadere in tempo reale, non si sono ancora ripresi dal disastro cognitivo ed etico della pandemia, che si prendono addosso lo spaventoso scenario della guerra. E sto parlando dei nostri giovani, che non andranno a combattere. Ci si figuri che cosa accade nelle menti e nei cuori dei loro coetanei ucraini, e anche dei militari di leva russi che sono mandati a combattere senza saperlo. E a morire.

Il ruolo e la responsabilità morale dei giornalisti è enorme. Tanto di cappello agli inviati in loco che non mollano, come chi sta in questi giorni a Kijv, a Karkijv, a Mariupol, e a chi attende a Odessa e a Lviv (Lvov, Lemberg, Leopoli: quattro nomi per un crogiolo d’immensa cultura europea!).

Non altrettanta gratitudine a chi redige titoli schiamazzanti di guerre nucleari, di guerre mondiali, di rischio atomico incombente, di bombardamenti a tappeto (costoro non hanno presente le due atomiche americane, la distruzione di Dresda da parte degli Alleati, e quella di Coventry da parte dei nazisti, l’uso del napalm in Vietnam… studiare, amici miei, studiare, prima di usare espressioni erratissime!), e via spaventando.

Questi scenari sono implausibili, non fosse altro perché Putin (o chi per esso), non potranno non fermarsi prima, pena la loro distruzione, perché si sono inimicati l’Occidente intero, che è molto più forte e attrezzato della Russia da sola, sotto ogni profilo, a partire da quello economico, che resta il più importante. Vi è la variabile-Cina, ma l’Impero del Sol levante, sempre quello che è da millenni, confuciano e taoista, sa che cosa fare per non interrompere la sua ambiziosa marcia sul mondo.

Ora, l’Occidente deve trovare un modo per dare garanzie alla Russia di non schiacciarla sugli Urali, con una Nato alle porte di casa, il dittatore del Cremlino deve avere una resipiscenza nell’accontentarsi di questo: una Ucraina sul modello austriaco-svizzero, neutrale, una tutela dei cittadini russi nel Donbass con opportune autonomie amministrative e culturali e, se si ritiene, la Crimea, come accesso al Mare meridionale (Nero e Mediterraneo), cui la Russia ha strategicamente bisogno di avere accesso.

Ogni grande nazione (che sia grande per territorio o deterrenza militare come la Turchia, o sia grande per ragioni etnico-culturali e militari come Israele) può avere un ruolo positivo, grandi madri d’Europa comprese, come la Germania, la Francia e l’Italia. Sperando che gli Usa stiano fermi con le mani, cioè non estraendo la Colt 45.

Russia vs Ucraina (e viceversa): una storia complicatissima da conoscere

Sul “prima”, cioè sulle vicende arcaiche della Russia ho già parlato quanto basta in precedenti articoli. Qui ricordo solo che, dopo l’arrivo di Cimmeri e Norreni, e quindi dei rematori Rus, il principe Vladimir di Kiev, già cristiano, allargò la sua Rus verso Mosca, mentre a Novgorod si attestava un altro principe, e Mosca doveva ancora assumere importanza primaria per le Russie.

Caterina II di Russia

Dello zarismo, pure, ho già scritto qualche giorno fa. Qui è utile solo ricordare che le dinastie, da Aleksandr Nevskij, principe di Novgorod, e poi con i Romanov, a partire da Pietro I e da Caterina II (che peraltro era una principessa tedesca), la monarchia imperiale allargò ulteriormente i domini moscoviti, ma sempre con un certo rispetto delle varie regioni e popoli. Non dimentichiamo che nel Tredicesimo secoli arrivarono in queste plaghe i Mongoli dell’Orda d’oro che nelle terre russe rimasero per oltre un secolo. Il loro retaggio rimase un pochino diffuso, soprattutto nel khanato di Crimea.

Nel 1917 la Rivoluzione Bolscevica fece cessare la dinastia zarista instaurando, metaforicamente, la dinastia leninian-staliniana, che durò fino a Gorbacev. Nel 1962 l’ukraino Kruscev “donò” la Crimea alla Repubblica socialista sovietica di Ukraina.

Nel 1991 finì il comunismo e si avviò un periodo confuso di democratizzazione “alla russa”, con Boris Eltsin.

E siamo a Putin, ben presto ammiratissimo dalle destre europee, che lo vedevano come vindice della tradizione dei “valori” popolari, contro la “deriva morale” dell’Occidente. Nel 2014 la Crimea russofona fu ri-acquisita motu proprio alla Russia da Putin. E’ di questi giorni la riproposizione mediatica ridicolmente penosa delle pregresse lodi a Putin da parte di Berlusconi e soprattutto di Salvini. Che figuraaa!

Lo sfaldamento dell’Unione Sovietica ha lasciato irrisolte alcune questioni fra Russia e Ucraina: la flotta sovietica del Mar Nero, la gestione delle testate nucleari dell’URSS colà presenti, le risorse minerarie del Donbass.

La presidenza ucraina di Kucma, dai primi anni 2000 è stata controversa e non priva di scandali e corruzione, al punto che il suo partito si rivolta e abbiamo la cosiddetta “rivolta arancione” nel 2004, con alla guida Julia Timoscenko (nazionalista europeista), del partito “Patria”.

Dal 2004 inizia un alternarsi di presidenza e di governi, tra quelli filorussi di Yanukovich e quelli filooccidentali di Yuschenko e Timoscenko

A un certo punto il gioco di fa duro, con l’avvelenamento di Yuscenko, accusato di nazismo, solita vecchia storia ancora attuale

Nel 2014, dopo alterne vicende, Yanukovich vince le elezioni e allora si scatena Piazza Maydan, con proteste tra le due fazioni , che si erano contrastate continuamente.

Nel 2008 era stato stipulato un accordo con l’Unione Europea per staccare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2014 Yanukovich fugge a est e poi in Russia, mentre in Crimea e a est nel Donbass scoppiano rivolte. Kiev dichiara l’ucraino come unica lingua

Il 13 marzo 2014 si celebra in Crimea un referendum, che a larga maggioranza è per l’adesione alla Russia. Altre rivolte accadono nel Donetsk e nel Luhansk (Donbass).

L’Ucraina reagisce e riconquista parte del Donbass (Mariupol), ma subito si scatena la controffensiva dei “ribelli” russofili.

Ed eccoci agli “Accordi di Minsk nel 2014 per soluzione mediata. Ancora a Minsk nel gennaio 2015 si aggiornano gli Accordi per raffreddare il conflitto a bassa intensità che nel frattempo continua nel Donbass.

In questi anni tutti ci si è dimenticati delle guerre a bassa intensità.

Ultime cose prima della guerra: nel 2019 Poroshenko è sostituito da Zelensky, attore teatrale e televisivo che in una sit com simula di fare il politico.

Una situazione complicatissima, dunque, dove la Federazione Russa si colloca su un versante nettamente oppositivo alla nuova Ucraina e alla Nato.

Non si può negare che il conflitto trasformatosi in guerra cruenta ha origini antiche ed ha origine in problemi irrisolti.

Vi sono i diritti dei due popoli, ma oggi, con chiarezza, vi è anche uno dei due che aggredisce e l’altro che è aggredito.

I due diritti sono i seguenti: a) non si deve schiacciare la Russia verso gli Urali; 2) l’Ucraina ha diritto di autodeterminare il proprio futuro.

Gli spazi per un accordo equilibrato ed equo ci sono, e non sto qui a ripetere quello che ormai tutti sanno. Ho solo da dire che la ragione deve tornare a prevalere sulle emozioni, come insegnava Aristotele, filosofi stoici come l’imperatore Marco Aurelio (cf. Pensieri), che ben conosceva il senso della guerra, e molti altri sapienti del nostro Occidente, e parimenti quelli dell’Oriente antico, come Lao Tzu, il cui adagio andrebbe studiato a memoria e introiettato, secondo il quale il miglior esito di un conflitto è quello di una saggia mediazione, tale da evitare il confronto fisico, che genera solo feriti, morti, fame, dolore e odio.

Dalle “signorine buonasera” degli anni ’60 ai conduttori di talk show, un continuo degrado

Non so se qualche mio caro lettore si ricorda di Marco Raviart, “lettore” di tg della Rai negli anni ’60. La sua voce era al livello di quelle dei migliori attori di prosa, come Arnoldo Foà, Alberto Lupo, Vittorio Gassman o Nando Gazzolo, che in questo novero era forse il fuoriclasse dell’arte del dire, la dizione, con quel timbro fermo e preciso nell’eloquio, e nel contempo pieno di echi virilmente fascinosi.

Si trovano senza problemi sul web interventi di Raviart, così come degli altri “lettori” dei telegiornali, ad e. di Piergiorgio Branzi, Sandro Paternostro, Ruggero Orlando, Demetrio Volcic, etc.

Confrontando le capacità professionali di questi antichi giornalisti con quelle degli attuali, questi ultimi fanno una figura barbina. Sarebbe interessante capirne la ragione. Mi verrebbe anche la tentazione di fare nomi e cognomi, ma evito, un po’ per evitare possibili guai e un po’ per caritas patriae.

In realtà, si possono notare errori nelle notizie, espressioni approssimative nel porgerle, l’uso di toni spesso inadeguati, urlati, oppure incongrui rispetto all’argomento trattato.

Un paio di esempi:

a) colei che sta conducendo attualmente Tg2Post, che va in onda ogni sera, dal lunedì fino a venerdì, alla fine del Tg2, non sempre utilizza espressioni corrette o sintesi in grado di semplificare senza banalizzare o allarmare; un esempio nell’esempio: parlare con leggerezza di “terza guerra mondiale”, quasi come fosse un’ipotesi ragionevolmente plausibile non va bene, perché io so che tale evenienza è quasi in assoluto implausibile, ma l’anziano/ a che ascolta, il bambino/ a potrebbero spaventarsi in modo esagerato e psicologicamente devastante. Ieri sera stessa, mi ha telefonato mia suocera, 91enne, spaventatissima, per chiedermi: “Renato, ma viene la guerra?”

Non va bene; altro esempio,

b) nell’ambito delle notizie e degli aggiornamenti sulla guerra in corso in Ucraina, come da modalità caratteristiche dell’annuncio di detti programmi, i modi, i testi e i toni degli annunci stessi, che riguardano una immane tragedia, sono molto simili a quelli dello spot promozionale di un dentifricio o di una linea di arredamento. Convivono, nello stile comunicativo dei giornalisti una eccessiva dose di sensazionalismo irrorato di scarsa cura lessicale. Mi pare che ciò sia inaccettabile, stonato, almeno per il mio orecchio e la mia sensibilità.

Possibile che nessuno dei dirigenti della Rai non si accorga di questo? Per quanto concerne il punto a), forse toccherebbe intervenire al presenzialista (o quasi) direttore del Tg2 Sangiuliano. Queste due cose le ho formalmente comunicate, con una telefonata e una e-mail, anche al citato sito Rai. Devo dire che qualcosa hanno fatto, o essendosi accorti di ciò che sto qui spiegando o, forse, anche della mia raccomandazione.

Torno al tema iniziale. E’ evidente che il degrado formale-professionale che sto denunziando, non dipende solamente dai gruppi dirigenti giornalistici della Rai, ma da ragioni o cause più ampie.

Si assiste indubbiamente a un degrado più generale del modo di parlare e di scrivere, registrando una progressiva banalizzazione/ semplificazione dei linguaggi, da un lato privilegiando i gerghi professionali, dall’altro impoverendo la platea delle scelte lessicali possibili, pur in presenza di una inesauribile ricchezza linguistico-espressiva della lingua italiana.

Condivido le tesi di quei linguisti che sottolineano la dinamicità delle lingue, che si formano nel tempo, anche mediante contaminazioni tra idiomi ed etimologie differenti, come è accaduto un migliaio di anni fa, con la formazione delle lingue romanze dal latino popolare, ma talora e in qualche caso si sta assistendo ad una esagerata acquisizione di espressioni “estere”, soprattutto dall’inglese, che potrebbero essere pacificamente evitate con l’uso delle equivalenti espressioni italiane. Un esempio: perché non dire “riunione breve”, invece di “flash meeting”, stesso numero di lettere, stessa “economia” energetica, stessa scorrevolezza ed efficacia.

Niente, si preferisce anche in questo caso l’inglese, perfino quando questo non è necessario come lo è nei colloqui interni nelle multinazionali che hanno stabilimenti in varie parti del mondo. Si vede che “fa figo”, e questo basta. Invece a me pare che faccia pietà.

Potrei continuare a lungo su questi argomenti, ma penso di avere già dato un’idea del mio pensiero critico, che qualcuno raggiungerà rendendolo pensoso.

Guerra e legittima difesa? Rispettivamente, Russia (Putin) e Ucraina

Leggo sulla stampa che, dando armi all’Ucraina, di fatto come Nazioni europee siamo in guerra con la Russia, anche se ciò non è vero. Da niuna parte, in nessuno scritto vedo citare il concetto di morale pratica di “legittima difesa”, che in ogni ordinamento etico-giuridico è prevista, fin dai testi legislativi archetipici, sia dell’Occidente sia dell’Oriente.

Per sintetizzare, interpello in tema la morale di Tommaso d’Aquino, che ne trattò diffusamente nella sua Summa Theologiae.

Innanzitutto Tommaso distingue gli atti umani tra “buoni o cattivi in rapporto alla ragione; poiché, […], il bene umano consiste nell’essere conforme alla ragione, e il male nell’essere contrario alla ragione” (Summa Theologiae I-II, 18, 5, co.).

Già questa secca definizione ci può trovare un po’ spiazzati, spiazzati perché noi moderni abbiamo forse perso il senso di ciò che sia conforme e di ciò che sia non conforme e contrario alla ragione, e il senso e il significato del termine “ragione”. Tommaso ci potrebbe aiutare molto anche a rischiarare concettualmente il significato di “ragione”, che per lui (e dovrebbe essere così pure per noi) è la recta ratio agibilium, vale a dire il “retto pensiero intellettuale per agire cose eticamente fondate sul rispetto dell’uomo” (traduzione ad sensum).

Per valutare un atto umano secondo ragione, Tommaso ci aiuta in questo modo, proponendo tre elementi costitutivi di esso: a) l’oggetto dell’atto, b) il fine e c) le circostanze.

L’oggetto è l’atto concreto, visibile, “ragionevolmente” scelto mediante il proprio libero arbitrio. Però, tale atto è da valutare anche in relazione alle caratteristiche di chi lo compie, poiché altro è ciò che può compiere una persona di potere, altro è ciò che può fare una persona che non ha potere. Nel caso dell’agire di Putin tale riflessione è molto interessante.

Il fine si definisce con il-perché un soggetto compie un tale atto, ed è costituito da due intenzioni: a) l’intenzione prossima, che definisce la specie dell’oggetto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere il blocco immediato di un allargamento della NATO all’Ucraina, che peraltro non era all’ordine del giorno), e b) l’intenzione ulteriore, che invece stabilisce il fine decisivo proprio di un atto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere l’intenzione di Putin di tentare di ristabilire i confini dell’influenza russa più o meno ai vecchi confini dell’URSS, non escludendo di riprendersi anche, del tutto o in parte, gli ex “Paesi satelliti”).

Ordinariamente, l’atto è più importante del fine, ma nell’intenzione (del cuore, direbbe Gesù di Nazaret) il fine è più importante dell’atto.

Le circostanze, per Tommaso d’Aquino, si possono suddividere in sette classi: chi, cosa, dove, con che mezzo, perché, come, quando. Vedi, caro lettore, come le 5 double W (who, which, what, when, where + how) dell’imperante, e per me fastidiosa, cultura aziendalistica inglese hanno antenati illustri! Aaah, cari guru dell’organizzazione aziendale, forse siete un pochino ignorantelli…, voi siete quelli per cui il termine “agile”, si pronunzia “agiail”. Incredibile dictu. Imbecille.

Le circostanze possono influire in tre modi sulla fondazione etica di un atto umano. Primo: alcune circostanze sono trascurabili, e perciò provocano conseguenze insignificanti per quanto concerne un giudizio morale sull’atto stesso. Secondo: alcune circostanze sono accidentali (o casuali, termine da prendere, però, con le pinze) sull’atto e rappresentano solo un indizio, che può essere di carattere aggravante o riducente.

Infine, terza ipotesi: possono sussistere delle circostanze molto importanti, al punto da modificare la natura stessa dell’atto.

Oltre a quanto sopra descritto, per ogni atto umano (la decisione guerresca di Putin), si devono considerare le conseguenze prodotte, a partire da quelle principali: nel caso della guerra in corso, morti uccisi, freddo, disagi di tutti i generi, ferimenti, dolore proporzionato alle condizioni di ciascuno, laddove i vecchi, i bambini e gli ammalati stanno peggio.

Gli effetti moralmente cattivi/ negativi di un atto sono da attribuire alla responsabilità dell’agente che lo compie (Putin), anche se non si può dire che l’agente stesso abbia precipuamente e primariamente voluto – come fine – uccidere vecchi, donne a bambini, ma tale effetto era tra le possibilità di un’azione militare, che non può mai essere, come si dice, con edulcorata e indecente retorica, “chirurgica”.

A questo punto, Tommaso, figlio del suo tempo, fa l’esempio di un Crociato che ammazza un nemico per difendere la Cristianità, e spiega come l’effetto dell’uccisione di un “infedele”, di per sé, moralmente negativo, non lo è primariamente e del tutto, perché il fine è quello di salvaguardare il bene maggiore, che per il Crociato è costituito dalla Cristianità. Per noi questo paragone, ovviamente, non regge, mentre per gli integralisti islamici regge ancora. Vedi, gentile lettore, come debba fare ancora molta strada la cultura giuridico morale di un certo islam!

Secondo la morale tommasiana, dunque, considerando il duplice effetto possibile di un’azione, uno buono e uno cattivo, si possono individuare quattro condizioni che rendono possono rendere un atto legittimo. In questo ci aiuta il filosofo domenicano Giovanni di San Tommaso (1589-1644):

  1. L’atto stesso è buono o quantomeno neutro, basta che non sia cattivo.
  2. L’effetto cattivo non è oggetto dell’intenzione.
  3. L’effetto buono non è prodotto tramite l’effetto cattivo.
  4. L’effetto buono è più importante dell’effetto cattivo.

Ovviamente, il frate domenicano si ispira al Doctor Angelicus, (magister multorum, etiamque mihi) che scrive:

«Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita» (Summa Theologiae II-III, 64, 7, co.)

San Tommaso è lucidissimo, quando afferma che un’azione che abbia per fine la difesa della propria vita non sia per sé stessa illegittima, nemmeno nel caso in cui abbia come effetto l’uccisione dell’aggressore; ma questa azione può diventare illegittima per eccesso di reazione (quello che nel diritto penale contemporaneo si definisce come “eccesso colposo di legittima difesa”). Non esiste dunque una difesa illegittima (in linea di principio l’autodifesa è sempre legittima), ma una difesa sproporzionata.

Un esempio: le guerre americane nel Medioriente portate avanti dall’amministrazione Bush con quell’imbroglione menzognero di Tony Blair, e in seguito dall’amministrazione Obama, sono un fulgido (fo per dir) modo di difendersi, offendendo in maniera sproporzionata Nazioni e Popoli, in relazione al fine con il quale dichiaravano di voler proteggere il proprio paese (leggasi interessi economici).

Ora, se riferiamo, per analogia, questa lezione morale alle vicende della guerra di aggressione in corso da parte della Russia (di Putin) all’Ucraina, non si pone, caro Domenico Quirico, che scrivi su La Stampa, il tema di una guerra contro la Russia da parte dell’Occidente (Italia compresa), poiché invia armi all’Ucraina, ma il tema – di altissima e inconfutabile Legittimazione Morale – di una LEGITTIMA DIFESA.

Nella fotografia, e – diversamente – nei video, vi è una “sovrabbondanza ontologica” dell’essere

Nunc aeternum“, o l’ora eterna… si ferma nello scatto della foto. Ciò è fondamentale mentre guardiamo le immagini che ci arrivano dalla guerra. Come per quanto concerne ogni altra immagine di cui prendiamo visione.

Diverso è il discorso che possiamo fare se consideriamo le figure in movimento del cinema, dai tempi dei fratelli Lumiere, e ora dei video che tutti auto-produciamo con il cellulare e condividiamo con il… mondo.

Ma restiamo sul tema della foto.

L’espressione video, ma ferma come in uno scatto fotografico, di Gerasimov, generale comandante di Stato maggiore russo in ascolto di Putin, che annuncia l’alert nucleare, non è entusiasta delle parole che sta ascoltando, anzi, il volto, denotano una grave preoccupazione e anche sconcerto. Il Presidente lo sta sorprendendo di bruttissimo. Forse.

Il militare “parla” stando zitto e dice – senza proferir verbo – cose molto gravi, che sente, percepisce e avverte come possibili: una defaillance politico-militare-economico-finanziaria della sua Nazione.

Proviamo a riflettere su una foto, come per esempio quella del film chapliniano del “Monello”, o quella che rappresenta la morte di un miliziano lealista (cioè anti-franchista) nella Guerra di Spagna del 1936, di Robert Capa.

Chaplin sta seduto, apparentemente senza pensieri particolari, con il bimbo vicino. Guarda fisso davanti a sé, l’obiettivo, il fotografo, un altro soggetto umano od oggetto? Non sappiamo. Già questo ci fa capire come la mera rappresentazione di un uomo seduto, con bombetta in testa e le braccia conserte, in cravatta e giacca, etc., apre i confini del senso su un mistero. Il mistero, come ci insegna la Teologia filosofica è un “che-che-si-disvela-lentamente“, dal verbo greco myo, myein.

Charlot trasmette silente un senso di muta preoccupazione per il futuro suo e del bimbetto che gli siede accanto. Riflette sul fatto che sono poveri tutti e due, su ciò che potrà fare, su dove potrà andare, su dove fermarsi, su come sostentarsi, su come parlare con gli altri, su, su, sulle… infinite possibilità della vita.

Il miliziano colpito a morte, colto dall’obiettivo del fotografo americano, non rappresenta solo l’archetipo della morte violenta per un colpo d’arma da fuoco in guerra. Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, ungherese americano, nato a Budapest nel 1913 e morto a Tay Ninh nel 1954, appena quarantenne, coglie l’attimo nel quale una vita si spegne e un uomo entra nella dimensione nulla-vivente.

Cosa racconta lo scatto? Non solo l’assurdità della guerra come strumento per dirimere i contrasti tra gli esseri umani, ma tutto, del soldato morente: che è nato, ha vissuto, ha amato ed è stato amato, ha riso e pianto, si è arruolato, che è morto. Nel mezzo ci sono le persone a noi sconosciute, che ha incontrato nella sua vita, a partire dai suoi genitori, forse ha avuto fratelli e sorelle, certamente parenti, amici, maestri, uomini di chiesa, datori di lavoro, militari, commilitoni… e, accanto alla sua, possiamo immaginare le vite di tutti questi altri, di tutto il suo mondo, che da quell’attimo dovrà fare a meno di lui.

Ecco, ora proviamo a trasfondere queste riflessioni sul volto del generale Gerasimov, su quello di Zelenski, e anche su quello di Putin che, dicono in queste ore, ha un volto senza sguardo. Un modo di dire, senz’altro, una metafora per rappresentarlo in tutta la sua cruda e feroce freddezza umana, che appare. Appare. Che cosa vuol dire “apparire”? forse che appare cio-che-non-è, perché è pura apparenza, vale a dire “esteticità”, non àisthesis, che è la manifestazione dell’essere? Ma è poi vero che dentro di sé, Putin ha solo un vuoto pneumatico di umanità?

Certamente in lui, come si dice con pessima espressione, “al netto” di un’analisi psicologica che potrebbe rivelare nevrosi profonde e forse altro, vi sono anche pensieri ed emozioni. Forse le seconde, in questa fase, prevalgono sui primi; forse Putin è talmente preso dal suo “genio”, nel senso dello jinn musulmano, o del dàimon platonico, patriottico, di cui in queste ore/ giorni non riesce a liberarsi.

Le mie, è ovvio, sono pure elucubrazioni, perché non conosco Putin, come peraltro non lo conoscono tutti quelli che ne parlano sui giornali e sul web, ma penso che, sotto il profilo umano, etico-filosofico e infine anche pratico, che avrebbe bisogno di aiuto, di molto aiuto. Paradossalmente questo killer di bambini e di civili ha bisogno di aiuto.

In questi giorni mi chiedo dove sia il Patriarca di tutte le Russie, sua santità Kirill… perché, fosse lui come Francesco il papa cattolico, sarebbe al Cremlino a proporre una direzione spiritual-filosofica a Vladimir. L’ortodossia solitamente e storicamente si adegua al potere. Ma la Russia, pur avendo conosciuto perfino Rasputin (viene bene anche il giochino verbale Ras-Putin), ora non ha consiglieri spirituali. Può avere, però, consiglieri economici, del genere di Roman Abramovich. Questi si devono muovere.

E L’Europa? Eccola qua, la-bella-addormentata-sugli-euri! Avrei tante cose da dire su questo nostro continente ricco e stanco, che ora pare svegliarsi in un sussulto di dignità, da un diuturno torpore.

Ma se guardo in faccia Charles Michel, quello che negli incontri ufficiali ignora frau Ursula Von der Leyen (perché se non specifico di chi si tratta, nessuno associa il volto di Michel al suo nome) il pessimo tra i peggiori, mi vien da sperare ben poco.

Ecco, che cosa mi fa pensare la sovrabbondanza ontologica di una fotografia.

La guerra paranoica e la cecità occidentale

Non nego una riga di quanto ho scritto e qui pubblicato sulla Russia e la sua storia qualche giorno fa.

La grande porta di Kiev

Oggi, però, dopo che Putin (non cito la Russia come Nazione), come capo autocrate dello stato, ha ordinato un attacco militare all’Ucraina che pochissimi hanno saputo prevedere, scrivo qualcos’altro. E non mi limito ad aggiungere la mia flebile voce alla richiesta di fermare le operazioni e di tornare a saggia trattativa. Provo intanto a parlare di Putin, guardandolo in faccia attraverso i video che arrivano ogni momento.

L’uomo appare furibondo, determinato nella sua sicurezza militare, ma solo. Solo. Anche se lo assistono militari e il volto vecchio di Lavrov. E qualche altra nazione, grande o piccola, anche se molto ambiguamente. Penso ai ventenni di Kazan e di Irkutsk obbligati a combattere contro ventenni di Lviv e di Karkiv, per decisioni che li sovrastano, perché non vi sono luoghi dove discutere, o Dume in grado di mettere in mora l’uomo del KGB.

Zelenski mostra coraggio e determinazione, e così appare anche la verità psicologica di un uomo messo in una situazione-limite (Jaspers), anche se è un ex comico.

L’Occidente, come a tempi dell’11 settembre, ha mostrato anche in questo caso la sua pasciuta nonchalance. E non mi metto a proporre dei “se” l’Occidente, “se” gli USA… Fare discorsi di politica e di storia attuale con i “se” è sempre inutile se non controproducente. Ma qualcosa s’ha da dire.

Perché i Paesi Nato non hanno smesso di incoraggiare l’Ucraina a un’adesione, sapendo che la Russia non lo può sopportare? E c’è qualcuno che osa farlo ancora in queste drammatiche ore! La Nato ha strutture militari importanti nei Paesi baltici: sarebbe come se la Russia li avesse a Guadalajara o a Ciudad Juarez, nel Messico settentrionale. Non ci ricordiamo dei missili russi a Cuba, 1962, quando forse solo l’intervento di papa Giovanni XXIII evitò al mondo qualcosa di irreparabile?

Putin non sembra meno determinato del Kruscev di quegli anni, con l’aggravante che la sua persona sembra meno in-controllo di quel capo comunista. Non voglio fare diagnosi a distanza, ma l’uomo non pare lucido nel gestire un potere che appare incontrastabile, in Russia.

E il popolo russo? Tutto il popolo, intendo. Intanto non dimentichiamo che il suo reddito pro capite è analogo a quello del popolo bulgaro, e il racconto di una Russia accerchiata prevale, in quelle contrade.

In estremo Oriente, la Cina pare sonnecchiare, ma ha in mente di fare altrettanto con Taiwan. Chi la fermerebbe? La flotta americana del Pacifico, quella che sconfisse i giapponesi 77 anni fa? Non credo. Se si leggono attentamente i testi dei recenti accordi politici stipulati fra Xi e Putin, si può osservare, accanto a uno scetticismo radicale nei confronti del sistema democratico parlamentare, una pessimistica e disincantata visione hobbesiana della politica, là dove il popolo affida totalmente il potere al gruppo di oligarchi che lo assume, in qualsiasi modo, senza alcuna possibilità di metterlo in questione.

Noi Occidentali non siamo disponibili a “morire per Kiev” e si capisce. Vogliamo finalmente studiare a fondo la storia, la politica e le paure delle nazioni grandi e piccole che si collocano ai confini della… storia? La Russia è la più grande di queste nazioni, ed è abitata da uomini e donne come noi.

Ovviamente non mi metto qui a fare il diplomatico senza titoli, ma resto sul ragionamento.

Questa situazione echeggia in chi possiede anche solo nozioni sommarie di storia contemporanea, due esempi contrapposti: il primo ricorda la questione dei Sudeti, pochi anni prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, quando le potenze occidentali non opposero alcunché alle pretese di Hitler su quei territori; la ragione/ scusa era la medesima di Putin, quella di proteggere i molti Tedeschi abitanti quella regione boema; il secondo, invece, può rinviare alla questione altoatesina o sudtirolese, che concernette la nostra Italia del secondo dopoguerra: allora, l’immensa saggezza di De Gasperi permise di evitare una possibile guerra civile di confine fra Austria e Italia, con il riconoscimento alle popolazioni tedescofone di tutti i diritti relativi alla loro cultura, modello scolastico e anche, in parte amministrativo. Da decenni, dopo il periodo delle bombe nei tralicci, a Bolzano, a Merano, a Vipiteno… si vive in un’Italia dove si parla tedesco e l’italiano non è obbligatorio, ma convive con la maschia lingua gotica.

Anche i Russi sono presenti variamente negli stati che si sono formati dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica: perché non è possibile imitare la saggezza del democristiano De Gasperi?

Ancora una volta i contendenti non si dividono (non si devono dividere) tra buoni e cattivi. Certo che i cattivi in questa fase sono i Russi e i buoni gli Ucraini e con questi siamo buoni noi Occidentali. Ma non è così.

Noi e loro abbiamo bisogno di risorse, di energia per vivere nelle nostre case e per far funzionare le nostre fabbriche. Nel nome di una comune presenza sul Pianeta e di una comune “humanitas”.

Putin ha trascinato la Russia in un’avventura dalla quale uscirà, speriamo presto (ma senza che noi ne godiamo), molto male. Dopo questa guerra che non durerà a lungo, la Russia non deve diventare un conglomerato di paria a livello internazionale.

E la Nato? L’Alleanza atlantica è stata istituita quando iniziò la “Guerra fredda” per difendere l’Occidente da Stalin, che si era già incamerato mezza Europa. E’ ancora il caso che sia gestita come settant’anni fa con un segretario generale i cui compiti nessuno capisce? Stoltenberg, chi è costui? Mi verrebbe da scherzare, con san Paolo, sul suo nome.

Ancora una volta, sul tema, noto l’inadeguatezza dei discorsi che fanno i nostri politici, tra i quali vi è chi non riesce a parlare chiaro, perché imbozzolato nel populismo (Salvini), e chi tuona (mi verrebbe da ridere se non parlassimo di una tragedia) roboanti proclami anti-russi, come Letta. Poca roba. Largamente insufficiente alla bisogna.

Mentre seguiamo quello che succede, anche se con un senso di impotenza, proviamo a studiare di più ciò che sta producendo questa fase tragica. La ragione e la cultura aiutano sempre.

Ferdinandus Ceschiae familiae, ex temporibus actis de medio saeculo misuratis memoria, Stellinianos juvaniles Fescenninos atque gaudiosas Festivitates domesticas – ipso facto – hic mihi nobisque narrat

TE LO DO IO IL FESTINO

Nei rari momenti di abbandono, quando il mio assiduo cogitare rallenta il passo, un tronco encefalico nodoso quanto un pino loricato, fa affiorare in me bagliori di inquietante consapevolezza. Sono trascorsi anni dal sospirato diploma al Liceo Stellini e l’odore delle rare pizzette da contendersi a suon di gomitate nell’angolo della bidelleria,  può dirsi ormai dissolto, come il ricordo del soffuso sciabordio della roggia, che il Regio lambiva tra i concitati ditirambi e l’ossessivo tamburellare della Venerina.

il da noi (da tutti i citati e da mia figlia Beatrice che ivi fu allieva decenni dopo di noi)
amatissimo Regio Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Il grande Vigevani ha raggiunto altri lidi non prima però, congedandomi, di avere fatto di me un dirigente imponderabile. Secondo i canoni del buon intendere dovrei sentirmi appagato, quanto uno scuoiatore di muli o un venditore di scorze candite, da sempre ritenuti solidi emblemi di successo e di entusiasmo, mascolino e propositivo.

Dovrei lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte e prendere il mare al largo, dove i totani brulicano, in una ridda frenetica di braccia, tentacoli e ventose. Ma nulla di tutto questo accade. Un grande peso sembra trattenermi, quasi premessa annunciata di un possibile conflitto interiore a lungo rimandato. Ad evitare devastanti smottamenti cerebrali in un equilibrio già provato da tanto confliggere, assume la forma di disadorne domande. “Nando – inizia subdolamente – non è che stai esagerando con questi racconti stelliniani ? Non è che stai proiettando al cielo il potenziale siderale della Sezione F nel campo della cultura? Capisco che la sua incidenza sia mostruosa, ma tutto quello studio furibondo, quel materno piegarsi sui libri, quella dedizione totale ai principi scolastici rinunciando a tutto il resto, non è forse eccessivo ? Possibile che nelle pieghe di un crudele immolarsi sull’altare del sapere, non ci fosse mai un attimo di respiro, un segmento diafano e incidentale per coltivare attimi di frivolezza? Possibile?” Questa voce, per quanto gentile e garbata, dovevo tacitarla se volevo continuare a leggere “Soldino” “Tiramolla” e “Il grande Bleck” senza perdere il filo.

Cercare note leggere laddove non sembrano esserci, in un pentagramma affollato solo di sinfonie vibrate ed irraggiungibili, non è certamente facile. Inaspettatamente tuttavia, poco per volta, agendo a guisa di un succhiello per il formaggio, emergevano profumi e sapori  pudicamente celati da tempo. Ectoplasmi vaganti, amalgami lattiginosi da medium squinternati, via via prendevano contorni sempre più distinti, sempre più prossimi ad abissi di intensa vacuità, di futile e spregiudicata leggerezza, di vuoto, spinto ai limiti dell’impossibile…

I FESTINI ! Ma certo, come avevo fatto a dimenticarli ??!!! Riti pseudo-pagani, salvifici dimenar di fianchi, saltellanti e grufolanti contorsioni in un esplodere colorato di ormonale gaiezza. Ecco cos’ erano ! Il perimetro permissivista di questa deroga era dettato da costanti fisse: quelli fuori Udine erano esclusi per via dei pullman (attenti solo agli orari di studio), mentre quelli veramente ricchi, sia di Udine che di fuori, prediligevano i Mocambo Club, i locali di lusso dove quasi tutto era consentito se non proprio dovuto. Io ed altri malcapitati fluttuavamo nel mezzo, favoriti dall’essere urbani ma non avvantaggiati da munifiche cornucopie. Le coordinate per questo limbo euforico erano grosso modo queste. Ci si presentava al domicilio eletto (quasi sempre di proprietà donzellesca) doverosamente agghindati secondo il conclamato genere di appartenenza. Eleganti e leggiadre le ragazze, tendenti al buttero noi ragazzi, tanto per l’abbigliamento che per il linguaggio. Sapevamo che la parte femminile della nostra classe prediligeva di gran lunga il macho adulto, non certo i diciassettenni. A nulla serviva tingersi le basette di bianco come Stewart Granger in “Le miniere di re Salomone” oppure mettere una ponderosa zucchina in tasca, come suggeriva scaltramente Checco.

E neppure vantare relazioni amorose con ignare amazzoni di altri istituti, consentiva di acquisire punti e fascino. Andavamo bene per fare delle prove, neppure tanto libere. Le madri delle donzelle ospitanti quando percepivano che qualche audace buontempone spegneva le luci durante i balli lenti (quelli languidi e galeotti) , si precipitavano per le scale come tigri, con fari aggiuntivi così luminosi da far sembrare la sala una spiaggia in pieno ferragosto. Il pass per essere accolti in questi templi del divertimento puro consisteva nel portare al festino l’ultimo 45 giri, quello talmente fresco da aver messo in imbarazzo persino i rivenditori del negozio di Via Vittorio Veneto. Colà potevi degustare l’esordio dei “Village people” spinti chissà perché ad elettrizzare palcoscenici già impropriamente affollati, oppure farti rapire dalle note di “Fernando” degli Abba CadAbba, amore limpido per un nome ricercatissimo ed intrigante.

Beatles e  Rolling avevano prodotto un salto vertiginoso non solo musicale, ma letterario. Il nostro inglese scolastico, talora raccogliticcio, si cimentava coraggiosamente in traduzioni magistrali e interpretazioni d’acchito liricamente encomiabili. “Yummi Yummi Yummi” degli Ohio Express era dato come napoletano autentico, mentre “Monday Monday” dei Mama’s & Papa’s era attribuito a coralità afro-carniche del Settecento. Dopo avvilenti “Binario triste e solitario” e “Papaveri e papere” erano venuti “Bittore ti voglio barlare mendre dibingi un aldare”; “Ancora una volta ho rimasto solo”; “ Cameriere lascia stare, camminare io so“, e addirittura (horribile auditu) “Ho soffrito per te”. Che robeeeee ! Altroché traumi infantili! Non c’è da meravigliarsi se la gioventù di allora, sottoposta a cotanto beccheggio si muoveva scomposta,  inseguendo le ali di balene notturne, magari alle note di scarpe birmane e di nerissimi oboe.

In Sezione F, senza ritegno alcuno Alberto aveva scelto  come sigla “Frank 84”, in onore del principe Maurizio Vandelli, mentre Enrico vantava il primato assoluto dei Rokes di Shel Shapiro, quello alto due metri e che dietro “Tu non puoi sempre vincere” seminava tentennamenti ideologici e sconfortanti abbandoni.

L’amico Durigon discettava dei Bipinazos, un complesso greco che forse solo lui aveva ascoltato, ma era così puntigliosamente competente che io gli credevo, senza remore e contrappunti.

Maila straparlava di Mal, dei suoi occhioni incantatori e della sua mascella volitiva.

Renato come sempre provava a mettermi sulla retta via in quel di Rivignano. Maneggiando centinaia di LP, dopo gli Animals o i Moody Blues, si arrischiava a propormi i madrigali del Monteverdi, ottenendo regolarmente da me fissità inquietanti da lobotomizzato.

Daniela studiava con serietà tutte le nuove uscite italiane o straniere, a qualunque genere appartenessero (fu lei a proporre per prima “E’ l’amore” di uno che sembrava un tucano e rispondeva al nome di Franco Battiato).

In questo tourbillon frenetico ed auto-propulsivo a me bastava “Foxy lady” del vecchio Jimi Hendrix, per dibattermi come Laocoonte e i serpenti, ma senza ombra alcuna di serpenti. Forse per l’effetto di sonorità inguaribilmente psichedeliche in uno di questi “festini” accadde un episodio imbarazzante, che mi fece arrossire non poco.  

Era l’anno 1969. Compiva gli anni Enrico e ci aveva invitati a casa sua, in Viale Tricesimo, affiancato dai giovani fratelli e dalle giovani sorelle. I compagni di classe si presentarono con i loro classici 45 giri mentre io, contravvenendo alle convenzioni, portai all’amico una cravatta da Carnaby Street, dai colori scombinati e peccaminosamente improbabili. Credo che Enrico non l’abbia mai indossata, ad evitare l’arresto per oscenità in luogo pubblico. Tra gli invitati alcune persone che non conoscevo. “Mi verranno presentate – pensai – magari più tardi”. Non conoscevo la lingua friulana e questo mi sarebbe stato fatale. Giovanni, il fratello di Enrico, continuava ad aggirarsi tra le coppie danzanti, con un elmetto della Wehrmacht graziosamente arresosi al flower power.

Farneticando accentazioni puntute in finto francese, lui ed Enrico, a un certo punto, indicandomi una ragazza grassottella ancora seduta, mi suggerirono : “Fai il cavaliere Nando, invita tu a ballare Pantiane”. La proposta mi parve   ragionevole. Mi avvicinai, accennai un inchino compito e sussurrai con la voce più suadente che mi era possibile mettere insieme : “Posso ballare con te Pantiane?”. Quella strabuzza gli occhioni, si alza di scatto e mi assesta il più cocente sberlone della mia vita. Grande sorpresa tra i ragazzi presenti, ad eccezione dei due fratelli che sembravano presi da tarantolate convulsioni, al punto che scontrando la fronte producevano più volte un suono di campana, rigorosamente Wehrmacht, senza curarsene più di tanto. La ragazza se n’era andata furibonda e a me, per tanto tempo era rimasta una domanda disarmante : “Perché l’ha fatto? Non intendeva forse ballare o non le piaceva il pezzo?

Aaaah puar pipinot.

Nando CESCHIA (testo calorosamente approvato dall’amministratore, assai divertito)

“Servi di scena”: Abubakhar Ogondo Yeye, un uomo indecente… anzi tre, il secondo è Charles Michel, e il terzo è il “president-ore” della Bielorussia Lukascenko, in questi giorni di guerra alla porta delle nostre case,

indecenti per maleducazione e inqualificabile sessismo. Un nero musulmano, e due europei cristiani.

il bianco maleducato e recidivo

Il primo è il ministro degli esteri dell’Uganda, il secondo, il belga Michel, ha sopportato che Erdogan non facesse accomodare Ursula von der Leyen. Ospite maschio in poltrona, ospite femmina sul divano.

In questi giorni, invece, sempre alla presenza dell’ineffabile Michel che neanche un baffo ha mosso per far notare al politico africano che c’era lì con loro anche la Presidente della Commissione europea, e del Presidente francese Macron, il citato politico ugandese ha a malapena degnato di uno sguardo la signora, solo perché glielo ha fatto notare quasi con veemenza Macron. Sessismo, machismo, maleducazione, di tutto un po’?

Di Lukascenko, president-ore della Belarus, non occorre dir altro che segue Putin come un fedele cagnolino.

Andiamo più a fondo.

Nella tradizione teatrale e anche in un film, dal titolo omonimo, il servo di scena non vive una vita propria, perché trasferisce costantemente se stesso, i suoi sogni, le sue aspirazioni, la sua personalità intera, nel suo “padrone e signore”, vive di luce riflessa e protegge e difende gelosamente il padrone, perché così facendo difende e protegge se stesso.

Non che i tre personaggi di cui sopra siano propriamente “servi di scena”, ma possono esserlo di fatto, e soprattutto negli effetti. Un esempio: se Erdogan non mantenesse l’impegno di tenere chiuso lo stretto del Bosforo alle navi da guerra russe, come in questi giorni sta promettendo, si mostrerebbe un vero “servo di scena” di Putin, pur facendo parte la Turchia della Nato. Di Michel meglio non dire, per non infierire. Vi sono persone che giungono ad alte cariche per ragioni quasi incomprensibili dal sapere comune concesso dai media.

Perché ne parlo qui? Mi sembra utile, proprio in questo momento pericoloso, ricordare il rischio del “servo di scena”. Persone poste in funzioni e ruoli importantissimi sono servi di scena, perché hanno rinunziato, o forse non possono (nel senso che non hanno i mezzi psico-morali cognitivi e volitivi), a gestire un flusso di detti e di atti in autonomia, perché dipendono da un “padrone”. Che a volte è tale anche dei loro flussi di pensiero.

I “servi di scena” sono presenti su tutti gli scenari umani. Io ne conosco parecchi. Il tema è che molti di loro sono inconsapevoli. Potrei fare nomi e cognomi di persone che lavorano in aziende dove ho ruoli di vigilanza etica. Ovviamente non lo farò. Non provo neanche a farglielo notare, o meglio, con qualcuno cerco di verificarne la consapevolezza (di esserlo), che è già qualcosa.

Mi chiedo quanti “servi di scena” circondino Putin, come è accaduto negli ambienti di ogni autocrate, nel corso della storia. Ecco: essere “servi di scena” è un dato psicologico, ma forse anche antropologico, e lo scrivo in senso non lombrosiano… ché non potrei farlo.

Questi “servi di scena”, sia che siano nell’entourage di Putin, sia che si collochino nei dintorni di una uomo di potere economico, non sono affidabili, né sono disponibili, solitamente, a mettersi in discussione. Fanno finta di ascoltare e sono addirittura impazienti, se qualcuno gli fa notare che le cose potrebbero essere anche diverse, non capisco bene se perché sono convinti che il loro padrone abbia sempre ragione, o perché non ce la fanno proprio, cognitivamente. Forse per tutte e due le ragioni in un dannosissimo combinato disposto.

Sarebbe importante che questi “servi di scena” fossero messi nelle condizioni di pensare alla loro umiliante condizione. Nel mio piccolo, sto cercando di contribuire all’aumento dell’auto-consapevolezza, almeno nei casi meno disperati.

Avanti, con forza e coraggio.

Dal principe Vladimir di Kiev a Vladimir Vladimirovich Putin di San Pietroburgo: lo “spirito” della Santa Madre Russia cristiana: vizi e virtù di una grande Nazione, ragioni e torti dello csar (zar) attuale

Gli Americani e Biden, tra questi il primo, nonché tutti gli studenti dei ridicoli licei americani, nulla sanno di Costantino-Cirillo e Metodio, del Principato di Kiev, e del principe Vladimir, che non è Putin, perché risale al X secolo dopo Cristo. Negli USA queste cose le sanno solo (forse) alcuni professori di antichità cristiane e bizantine.

Cirillo e Metodio, fratelli, erano due monaci basiliani che portarono il cristianesimo di Costantinopoli, in parte d’accordo con la chiesa di Roma, nella immensa “slavitudine” nel IX secolo d. Cristo. Inventarono lo slavo ecclesiastico antico, che divenne la terza lingua della chiesa universale, oltre al greco e al latino.

Il principe Vladimir Monomacos governava Kiev nel XI secolo, lui coltissimo, sviluppò il cristianesimo ortodosso sempre più largamente, dall’attuale Ucraina verso la Russia centrale.

Altro grande capo russo fu Aleksandr Jaroslavič Nevskij, che fu principe di Novgorod e di Vladimir nel XIII secolo, famosissimo per le sue epiche gesta militari, è considerato forse il massimo eroe nazionale.

Ivan IV Vasil’evic detto il Terribile, fu il primo csar (cioè il cesare) di tutte le Rus, nel XVI secolo, principe per diritto divino, secondo la tradizione autocratica che si stava formando, e che è durata fino a ora, attraverso gli zar, Vladimir Ilich Ulianov, cioè Lenin, Josip Vissarionovic Dgusasvilij, cioè Stalin, Nikita Kruscev, Leonid Breznev, Yuri Andropov, Konstantin Cernienko, Michail Gorbacev e Boris Eltsin. Vladimir Putin è l’ultimo di questa tradizione millenaria.

Pietro I Romanov volle fondare sulla Neva una grande capitale, che prese il suo nome, Pietroburgo, o San Pietroburgo, poi Pietrogrado, dal 1917 Leningrado, e infine, una venticinquina di anni fa, sindaco Anatoly Sobciak, riprese il suo nome imperiale di San Pietroburgo. Pietro il Grande chiamò per renderla magnificente i migliori architetti italiani dei primi del Settecento, il Quarenghi, il Rossi, il Rastrelli e il Fioravanti, che la fecero la più bella città “italiana” fuori dall’Italia. E San Pietroburgo, che suggerisco a ogni lettore di visitare, dove si respira proprio un’aria di bellezza, è una delle più belle città del mondo, affacciata sul Golfo di Finlandia, porta d’Europa a Nord, quando a luglio non viene mai buio, di notte.

Nicola II Romanov, l’ultimo csar, venne fucilato nel 1918 dai bolscevichi a Ekaterinburg assieme alla zarina Alexandra e alle quattro figlie. Così fu la fine dello zarismo, e l’inizio del comunismo sovietico. La Russia diventava Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’URSS.

Lenin, Stalin e l’URSS comandarono dal 1917 al 1990, più o meno, quando, prima Gorbacev, e poi Eltsin liquidarono l’enorme conglomerato statuale dell’Unione Sovietica, che non riuscì a realizzare il paradiso (marxiano) in terra, ma fu fondamentale per sconfiggere Hitler, fatto che nessuno che sia sano di mente può e deve dimenticare. Che il comunismo sovietico abbia anche fatto morire milioni di kulaki e di ipotetici nemici del popolo, dalle Solovki alla Kalima, dall’ovest bielorusso a Vladivostok, alla Lubianka per ordine di Berija e di Stalin e altro di orrendo, è fuori di dubbio, ma la storia russa non è tutta qui.

Il comunismo, ad esempio, non ha sconfitto il cristianesimo, che dopo la fine dell’URSS è tornato fiorente come ai tempi degli zar.

Ora siamo nel Terzo millennio e da trent’anni il grande impero dei Soviet è crollato. Gli stati satelliti europei, liberati da quello che era stato indubbiamente un giogo, e parlo della Germania Est, che è stata formalmente annessa (si studi almeno un po’ di diritto internazionale per capire il verbo che qui ho utilizzato) a quella Federale, della Polonia, della Cecoslovacchia, dei tre paesi baltici, della Romania, della Bulgaria, dell’Ungheria, etc. hanno scelto di associarsi alla Nato per poi entrare nell’Unione Europea, e su questo Putin ha torto, quando dice che queste nazioni sono state inserite nella Nato per forza e non per libera adesione.

La Russia da trent’anni a oggi ha cominciato a sentirsi scoperta sul fianco occidentale, e il suo presidente autocrate ha iniziato a lavorare militarmente per riavere spazi di controllo, e dunque la ripresa di controllo della Crimea e di alcuni stati caucasici, come l’Ossezia e la Transnistria.

Circa poi la “russicità” dell’Ucraina, si può pacificamente convenire che essa non è un elemento fasullo o implausibile, perché l’Ucraina, repubblica socialista aderente all’Unione Sovietica per volontà di Lenin nel 1922, appartiene alla pluralità culturale, storica e religiosa delle “Rus”, che sono più d’una, pur se diverse tra loro.

Anni fa girai in auto tutta la Russia Europea con l’amico Roberto. Partimmo da Rivignano il 1 agosto e tornammo il 30. Era il 1980. Il 2, quando vi fu la strage di Bologna eravamo a Cracovia e sapemmo dell’attentato al confine di Brest Litovsk, tra Polonia e URSS. Pensammo molto male. Solo a Minsk riuscimmo a parlare con l’Italia e mia mamma Luigia mi raccontò degli 85 morti della stazione di Bologna. Le tappe: Vienna, Cracovia, Varsavia, Minsk, Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado (così si chiamava allora), Turku e Helsinki in Finlandia, Stockolm, Copenhagen, Hannover, l’ultima notte, Rivignano. 8300 chilometri in tutto con una Renault 4 blu, di Roberto, quella da 1100 cc, più “potente” (figuriamoci) della 800 cc, che non ci ha mai tradito, salvo l’intasamento del carburatore in Finlandia. Andammo a casa di ragazzi russi, trovando nelle donne di casa, mamme e nonne (le babuske) una affettuosa cordialità, e “fermammo”, da buoni ragazzotti “Taliani” ragazze russe, belle e intelligenti, a Minsk e a Leningrado. Il viaggio più grande e intenso della mia vita, più “grande” di quelli, numerosi, fatti nelle Americhe per lavoro, in Argentina e negli USA.

Qualche anno fa invece fui in Ucraina, sul fiume Dniepr, a Dnieprpetrovsk, in visita a un’acciaieria per proporre un percorso di formazione.

Ora, siamo tutti d’accordo che le ultime decisioni di Putin sono pericolose (parlo del riconoscimento delle “repubbliche” di Lugansk e di Donetsk), per cui è indispensabile che lui fermi i tank e i Sukoj bisonici lì dove stanno, ma l’Occidente, USA in testa, devono ri-studiare o studiare ex novo la storia che io ho qui proposto in sintesi estrema, per comprendere il senso profondo dell’attuale situazione e delle decisioni fin qui prese dal Cremlino, per assumere, a loro volta, le decisioni più opportune e intelligenti.

E non dimentichiamoci che il gioco degli scacchi (qui si comprenda la similitudine) è un passatempo nazionale, coltivato nelle lunghissime e fredde serate della Grande Madre Russia.

AGGIORNAMENTO

Confermo la mia analisi, ma spero come tutte le persone ragionevoli, che le armi tacciano e si torni a parlare costruttivamente tra le parti.

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