Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Categoria: vita

La “dikaiusyne”, la giustizia, e i referendum per renderla più giusta

Essere giusti, dare a ciascuno il suo, l’unicuique suum, è uno degli aspetti della manifestazione della giustizia decisivi, ma non solo. La giustizia come principio di civiltà umana è uno dei capisaldi fin da primordi della civiltà scritta, come attestano i codici degli antici monarchi mesopotamici, come si evince dai libri più antichi della Bibbia e dalle iscrizioni dell’antico Egitto.

Fu poi la grande filosofia greca del V, IV e III secoli a. C. a codificarne la struttura formale, soprattutto con la lezione delle Etiche aristoteliche, che spiegano che cosa sia la Dikaiusyne. Seguirono i testi del Diritto romano, legificati in modo definitivo dall’imperatore Giustiniano a metà del VI secolo d. C.

Ne trattarono poi anche i grandi studiosi del diritto medievale, a partire dalla “scuola di Bologna”, se ne occuparono molti filosofi e politologi, come Machiavelli, gli Illuministi à là Montesquieu, gli Inglesi, che per primi proposero il modello democratico, fin da quando Cromwell governò in modo repubblicano. Anche il ripristino della monarchia inglese non impedì lo sviluppo di normative che cominciavano ad echeggiare lo “stato di diritto”.

La giustizia è dunque virtù umana radicale, riconosciuta come tale da millenni, ma è anche locus teorico-pratico dove si esercita l’equilibrio tra i diritti dei cittadini, il rapporto fra questi e lo stato e il mantenimento del rispetto delle leggi vigenti.

In Italia se ne parla da decenni. Negli anni ’80, una cultura democratico-sociale trasversale pose al centro dell’attenzione generale l’esigenza di una giustizia più giusta, con un apparente retoricismo, presente nell’aggettivo, che potrebbe apparire ridondante richiamando il sostantivo cui si riferisce. Infatti, come può darsi una giustizia-ingiusta? Gli Scolastici criticherebbero logicamente il sintagma definendolo contraddictio in adjecto, ma evidentemente può non essere così.

Anche teoreticamente può darsi una giustizia-ingiusta. Aristotele chiarirebbe l’apparente aporìa in questo modo, forse: “siccome gli uomini possono scrivere e approvare leggi che non rispettano l’umanità, il loro rispetto non potrebbe essere definito come giustizia, ma ingiustizia“. E qui mi sovvengono, tra molte altre, le leggi razziali del Duce e le scelte operate dai nazisti alla conferenza di Wannsee (per rendere operativo lo sterminio degli Ebrei), le leggi sull’apartheid del Sudafrica.

Ebbene, e in Italia che giustizia-ingiusta può darsi, ancora in questo 2021?

Si registrano atti e fatti che contraddicono da oltre un settantennio quanto previsto dalla Costituzione repubblicana del 1948. Basti solo pensare all’art. 27, che prevede il recupero sociale del detenuto per condanna penale. Occorre parlarne? ma che recupero e recupero, o redenzione! Di contro accadono fatti come quello di Santa Maria Capua Vetere.

La Costituzione stessa prevede il referendum abrogativo, se il popolo constata che vi sono leggi liberticide e anticostituzionali, Eccoci, dunque: due forze politiche, la Lega (cui mi “lega” pressoché nulla, ma che in questo caso ha il merito di mettere in campo la sua rilevante “massa critica”) e i Radicali, che invece hanno le carte in regola per tutta una storia politica in tema di giustizia-giusta, propongono con forza il tema della giustizia-giusta (sintagma molto caro al Ministro della giustizia del Governo Craxi nel 1985, Claudio Martelli).

L’esempio del pestaggio prima riportato è solo un triste episodio di giustizia ingiusta. Vi sono ben altri e più gravi aspetti che i referendum proposti intendono porre all’attenzione della politica per delle riforme efficaci. Vediamo quali.

  1. Il Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno, è controllato dalle correnti legati a un mero spirito di appartenenza, dove non vige la centralità delle competenze e del valore individuale: basti pensare agli episodi emersi soprattutto nell’ultimo periodo. Una riforma di questo organismo si pone come urgentissima.
  2. I Magistrati, se sbagliano a sentenziare colpe e pene, si trovano in un regime esimente da ogni responsabilità. Ciò rende indispensabile porre come obbligatoria la responsabilità individuale di questi cittadini tutori della legge, così come è per tutti gli altri cittadini.
  3. I magistrati sono valutati solo da colleghi, ed è come se gli studenti fossero valutati da altri studenti e non dai professori: occorre mettere in atto un metodo che consenta di effettuare queste valutazioni a cura di giuristi accademici e di esperti di avvocatura.
  4. Occorre separare le carriere tra il ruolo di procuratore e il ruolo di giudice, che deve essere parte terza, non parte in causa, quasi sempre dalla parte della Procura: occorre evitare che un magistrato possa fare indifferentemente il procuratore o il giudice. In questo senso il modello americano può essere di esempio!
  5. Bisogna porre dei limiti agli abusi della custodia cautelare, poiché attualmente in Italia sono detenuti migliaia di “supponibili innocenti”, poiché il 30% dei detenuti è in prigione in attesa di giudizio. Ciò è, prima ancora che anticostituzionale, disumano!
  6. Con il cosiddetto “Decreto Severino”, un pubblico amministratore, un sindaco, può essere tolto dal suo mandato popolare solo avendo ricevuto un avviso di garanzia, che, come è noto, è solo un’informazione, un avviso, appunto, al cittadino che si stanno svolgendo indagini su di lui, e che, fino a una sentenza passata in giudicato, deve essere ritenuto innocente. Oggi, invece, chi riceve un avviso di garanzia è già ritenuto colpevole, in questo con un contributo asfissiante da parte dei media, a volte senza contraddittorio.

Mi pare che vi siano pochi dubbi sull’esigenza di intervenire su queste materie che, se non vi sarà la spinta dei referendum, rimarranno nel cassetto polveroso del Parlamento e nelle inesistenti intenzioni di politici di tutte le aree.

Ancora una volta qui segnalo, e mi dispiace, la flebile voce del PD che, tramite il suo fallace segretario, altro non ha da dire se non criticare Salvini. Mi pare un po’ poco.

I due soggetti più “sbagliati” che fanno politica oggi: Grillo e Conte G.,… e i “dintorni” della socio-politica

Non saprei chi individuare di più “sbagliato”, o stonato, tra i tanti protagonisti della politica attuale, fra Grillo e Conte, l’ex capo del governo (e anche l’altro Conte, l’ex dell’Inter, che è famoso è pure un po’ sbagliato). Ma forse il termine “sbagliato” è… errato, poiché bisogna sempre tenere conto del contesto sociale, politico e storico, aggiungerei. In altre parole, negli anni ’80 un “Grillo” non avrebbe avuto gli spazi per le sue piazzate del “vaffa…”. La politica di allora era talmente pervasiva e partiticamente orientata da non lasciare spazi ad espressioni di un populismo così teatrante.

Le piazze di Grillo non erano né una jacquerie à là Vespri siciliani o al modo dei Ciompi fiorentini, né una semi-rivolta qualunquista come quella dei “gilè gialli”, o delle “sardine” di un altro ambiguo personaggio come il loro capo Santori, né tantomeno una rivoluzione come quelle Francese e Russa. Citare queste ultime due vicende in coda alle altre è come citare Michelangelo e Raffaello dopo aver citato degli imbrattatele.

Le piazze grilline sono accadute negli anni “2000”, dopo il 2005, non prima. Intanto.

Circa Conte, che dire? Certamente che non è, sotto il profilo qualitativo, né migliore né peggiore degli altri politici, in considerazione della qualità media rilevabile in questi anni, epperò con grande pietas. Questo lo dico, per riconoscergli un certo valore relativo, anche se non è mai riuscito a toccarmi in qualche modo, né tantomeno a “emozionarmi”. Secondo me non è aiutato dal timbro vocale, dallo stile leccato e (sospetto) insincero, e dal suo sostrato avvocatizio, che gli ha ispirato dei modelli comunicazionali ed eloquio piuttosto stantii e noiosi.

Ho sempre pensato, sulle tracce del pensiero di Max Weber, che il carisma di un individuo si possa nascondere in una situazione di latenza, osservando nel concreto molti casi nei quali, inaspettatamente una persona – in una specifica situazione – si è mostrata capace in un determinato ruolo e posizione alla quale è “capitata” (come si dice, sbagliando) come per caso. Ho visto sindaci eletti da una posizione ante-elezioni da vice-outsider, essere molto migliori di carismatici predecessori. Altrettanto ho constatato accadere nel mondo economico e nelle aziende di produzione, commerciali e dei servizi, e perfino nella Chiesa…

Un’esperienza personale e non unica di questo tipo nel corso del tempo: ricordo quando, al di fuori delle aspettative, fui eletto segretario provinciale di un sindacato, l’immagine di due colleghi di altra confederazione che se ne andarono da quel congresso mettendosi le mani nei capelli, e qui ne voglio citare i nomi, perché magari qualcuno glielo riferisca: si trattava di Ennio Balbusso e di Giobattista Degano, rappresentanti della corrente socialista della Cgil. Se ne andarono come scandalizzati davanti all’elezione di un neanche trentenne, di sospette tendenze extraparlamentari (non sapevano niente di me) all’importante carica socio-politica.

Poi ebbero a ricredersi e diventarono con me quasi devoti, vista la mia acclarata capacità di trattare anche con la politica. In quegli anni i volantini “unitari” erano redatti da me e stampati spesso senza che li leggessero, tanta era la fiducia che oramai avevano riposto nella mia persona.

E torno a Conte G., autodefinitosi “avvocato del popolo” fin dai suoi primi vagiti di politico, ma già investito della carica di Presidente del Consiglio dei ministri. Già questa auto-definizione non mi piacque, e lo scrutai con particolare acribia, notando nelle sue movenze, nel suo look, nel suo modo di parlare e di muoversi sempre qualcosa che mi disturbava, qualcosa di insincero, di artefatto, come “di risulta”.

D’altra parte, il suo cosiddetto “capo politico” era un ragazzetto di poco più di trent’anni senza arte né parte, di formazione raccogliticcia e largamente insufficiente (il mio lettore sa ben che parlo del signor Di Maio). E attorno a lui stava la pletora (oggi in larga parte terrorizzata dall’ipotesi non peregrina di sparire nel nulla della notorietà e di redditi da amministratore delegato di grande azienda) di parvenù e di idealtipi alla toninelli, che dalla disoccupazione erano stati catapultati nel 33% dei consensi degli Italiani a prendere 13.000 euro/ mese più rimborsi spese varie.

A otto (2013) e a tre anni (2018), rispettivamente, da quel crescente e inaspettato successo, li vediamo ancora, in larga parte, non sapere-che-cosa-fare, per evitare le elezioni anticipate, poiché ben sanno che rimanderebbero nell’anonimato almeno metà di loro, e con il problema di cercarsi un lavoro. Anche in un’Italia che trova sempre un angolino per i “trombati”, il loro numero è troppo elevato per una ragionevole e generale speranza di ricollocazione erga omnes. Come è moralmente giusto che sia. Magari potrebbero farsi aiutare dai navigator, altra loro penosa e costosissima e inutilissima invenzione!

Ancora, circa il rapporto fra i due “Giuseppe” (Beppe e Giuseppi), fatto eclatante notato dal mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda italo-germanica. Lui mi dice: “Come fa oggi Grillo a definire incapace e incompetente Conte, se per tre volte ce lo ha presentato quasi come un genio: la prima volta come capo del governo gialloverde, la seconda come capo del governo giallorosè e questa terza volta come capo del suo Movimento?” C’è qualcosa che non va in tutto ciò, eccome!

A questo punto mi torna alla mente un altro ricordo, concernente le conoscenze e le professionalità individuali, quello della ricollocazione dei sindacalisti, i quali, “usciti” in distacco sindacale ex articolo 31 della Legge 300 del 1970 a meno di trent’anni, abituatisi a vite da dirigenti, hanno sempre cercato, o di mantenere la loro posizione sindacale, o sono stati ricollocati nell’ampia area del terzo settore cooperativo, oppure, qualcuno più abile, nella politica regionale e nazionale. Pochissimi di loro si sono messi in gioco dopo l’esperienza sindacale, e solo coloro che avevano, o una preparazione adeguata, o un lavoro dove non gli dispiaceva tornare. Personalmente, dalla segreteria regionale generale di un sindacato e dalla direzione nazionale, sono passato alla direzione generale del personale di una multinazionale metalmeccanica. Una scelta simile a “gettarsi in acqua dove non si tocca”. Altri colleghi si sono incistati (absit iniuria verbis) nel sistema Coop: un po’ diverso, vero?

La mancata riforma dei sindacati dopo la fine del comunismo, simbolicamente datata al 1989 con la caduta del Muro di Berlino, che a cascata ha generato varie riforme politiche a livello internazionale e conseguenti dibattiti in ambito sociale e sindacale. Non tanto, però, da generare ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da questa reale rivoluzione mondiale. In realtà era cambiato il mondo: non più la principale contrapposizione tra i blocchi, est-ovest, USA-URSS, ovvero capitalismo vs comunismo, con la variabile Cina e un’Europa che cercava (e cerca) di costituirsi come “massa critica” tra quei giganteschi competitor. Ora si trattava di comprendere come aggiustare molte cose della politica, e questo è accaduto in Italia, producendo anche ciò che è diventato il movimento grillino. In estrema e rozza sintesi.

L’oggi: Conte Giuseppe versus Grillo Giuseppe, il tema odierno. Due parole anche sul comico, che tale è restato anche quando ha deciso di riempire piazze che avevano bisogno di teatro, di vis comica, di frizzi e lazzi, urla e insulti, come in una “commedia dell’arte” di quart’ordine ed evidente sgangheratezza . Ce l’ha fatta alla grande, dal suo punto di vista, scandalizzando, provocando, urlando, sudando in mezzo a un popolo sempre più incazzato, finché il suo movimento delle Cinque Stelle si è presentato alle elezioni e ha ottenuto in breve risultati eccezionali: il 13% nel 2013, il 33% nel 2018, quasi, o poco meno, come la Democrazia cristiana e il Partito comunista dei tempi migliori negli anni ’75/ ’76.

Personalmente, e condividendo questa posizione con diverse persone con cui ho molte cose in comune, il movimento di Grillo non mi è mai piaciuto, qualcosa mi ha sempre disturbato, e anche offeso: le urla in piazza, che sono state anche la cifra della Rivoluzione francese quanto Luigi XVI fu catturato a Varennes, ma da quelle, direi, ontologicamente diverse; il disprezzo per le altrui opinioni; la tendenza all’auto-celebrazione e al narcisismo: la stessa auto-definizione di “elevato” mostra uno smisurato ego, che disturba assai, penso non solo me.

Da un lato, dunque, abbiamo l’attor comico immarcescibile di cui qualcosa abbiamo detto, e dall’altro, un avvocato d’impresa assurto ai fasti della grande politica. Ora, il loro conflitto rischia di spappolare il movimento diventato partito e di creare problemi al governo di Mario Draghi. Questo un po’ mi preoccupa, ma non mi dispera assolutamente. Se anche il partito-movimento si squagliasse, non verrebbero meno le convenienze dei parlamentari a non far cadere il Governo, e forse il numero dei voti ci sarebbero, anche se ne mancassero molti da parte del movimento stesso. E’ chiaro che personalmente mi dà da pensare un certo scivolamento “a destra” del baricentro della politica governativa.

Su questo, però, obietto a me stesso immediatamente: dire oggi “scivolamento a destra o a sinistra” va ridefinito in modo radicale, altrimenti significa assai poco. Un esempio: come può essere definita una deriva “di destra” l’iniziativa comune della Lega e del Partito radicale sul tema della giustizia, perché “a sinistra” si definisce tale iniziativa come un modo per rifiutare una qualsivoglia riforma. Non è così: che il sistema della giustizia sia in Italia in una profonda crisi istituzionale e morale, cosicché è indispensabile e urgente metterci veramente e rapidamente mano, per cui, in questo caso, la tradizione della cultura politica dei radicali, da sempre impegnati sul fronte della giustizia giusta, si è connessa con la potenza “da massa critica” della Lega per sollecitare, mediante un intervento del “popolo”, una vera e robusta riforma del settore.

Dire, come fa l’inaspettatamente assai debole segretario del PD Enrico Letta, che il referendum è qualcosa addirittura di dannoso, sarà di sinistra, ma, dico io, che sono di sinistra da prima di Letta (il quale è e resta intrinsecamente un democristiano), ma di una sinistra candidata alla sconfitta.

Torno, per finire, ai due personaggi principali di questo articolo, Grillo e Conte. Li ho definiti “sbagliati” e concludo ulteriormente motivando questo attributo. Se il tempo delle “piazze” grilline può dirsi finito, per ragioni di carattere sociologico (si pensi alla rapida esplosione delle “sardine” e alla loro altrettanto o più rapida scomparsa!): i fenomeni accadono per ragioni complesse e per concause spesso non evidenti, ma accadono, ci si deve chiedere dove Conte, se non si mette d’accordo con Grillo, possa “accasarsi” non solo politicamente, ché questo sarebbe facile (uno straccio di candidatura facile da qualche parte anche Letta gliela trova, vi ricordate quando Veltroni voleva candidare Di Pietro? Quante assurde stupidaggini nella storia della “sinistra”!). Il problema è quale possa essere una collocazione degna della sua autostima e del concetto molto alto che l’avvocato Conte ha di sé. Qui è il punto.

Un consiglio: e tornare allo studio legale? e/ o all’insegnamento cui ha titolo (anche se non occorre, caro Conte, inventare Dottorati di ricerca che non esistono o master americani altrettanto inesistenti)? Una scelta del genere è proprio un fallimento esistenziale? E’ una domanda che non rivolgerei mai a un “grillino medio”, perché ne trarrei una risposta assolutamente insufficiente e naturalmente colma di piaggeria di convenienza (basti ascoltare qualsiasi di costoro quando recitano la lezioncina del giorno davanti al microfono di un cronista); non la farei neppure a uno dei “capi” di quel partito, in quanto per varie ragioni tenderebbero a lodare Conte, riconoscendone qualità tendenti all’eccellenza, anche per non rischiare che trovi qualche altro modo per togliergli voti e ruoli. Ciò scrivendo, non voglio pessimisticamente affermare che nessuno di costoro sia, evangelicamente, un “puro di cuore” (Cf. Matteo 5, 8, delle Beatitudini), vale a dire semplicemente sincero. Tutt’altro. Se non altro per la statistica e perché le cose comunque vanno avanti, e non malissimo.

Tra i tanti altri, questi due signori sono “sbagliati” per la politica attuale, e lo dico sulla piazza mediatica dei miei lettori, sempre rispettoso delle scelte di ciascuno, in questo caso dei due citati, ma segnalando i miei dubbi, le mie perplessità e sperando scelgano di fare altro, nella vita. Per il bene dell’Italia. E non mi si dica che vi sono altri personaggi anche più perniciosi di questi due, perché lo so.

Una cosa alla volta.

Adil Belakhdim, il tuo nome significa in arabo “giusto”

Nel 1923 il Capo del Governo Mussolini e re Vittorio Emanuele III firmano un Decreto legge, il n. 602, che porta le ore lavorative obbligatorie giornaliere a otto ore, dalla dodici/ quattordici prima vigenti. Un passo in avanti, dove il retaggio socialista del Duce si sente pienamente.

Di contro, nel 1926 con il Patto di Palazzo Vidoni, Mussolini sostituisce i sindacati dei lavoratori con le Corporazioni fasciste.

Il fascismo ebbe una politica autoritaria ma non antioperaia in senso proprio.

Un altro passo è stato quello del 1944, il fascismo è sconfitto e si entra nella guerra civile. A Roma si incontrano i capi del sindacalismo prefascista, Di Vittorio, Buozzi, Lizzadri, Pastore e Santi, in rappresentanza delle forze e culture comunista, socialista e cattolica. Il principe Umberto, che regge il declinante Regno come Luogotenente del padre, già fuggito a Brindisi dopo l’8 settembre ’43, emana dei decreti “luogotenenziali” su alcuni diritti dei lavoratori, primo fra tutti quello dai licenziamenti.

Questi limitati diritti consistevano essenzialmente solo nella possibilità di rinviare i licenziamenti di padri di famiglia e lavoratori professionali, dando la possibilità di discuterne con i “padroni” da parte delle “commissioni interne”, che però erano presenti quasi solamente nel triangolo industriale di Milano, Torino e Genova. Altrove i licenziamenti restavano liberi e immediati.

Per migliorare le tutele dai licenziamenti si dovette aspettare il 1966, quando fu emanata la legge 604, che introduceva il concetto giuridico della giusta causa e del giustificato motivo, primo momento etico-politico di riconoscimento di un diritto al posto di lavoro, salvo comportamenti offensivi o gravemente scorretti, oppure in caso di crisi aziendale.

Un grande passo in tema di equilibrio dei poteri in azienda e quindi dei diritti dei lavoratori fu l’emanazione della Legge 300 “Statuto dei Diritti dei lavoratori” del 20 maggio 1970. Data che io pretendo sia conosciuta da ogni lavoratore e datore di lavoro. Anche da parte dei lavoratori del Pubblico impiego che spesso confondono il lavoro con il posto di lavoro. Il posto di lavoro, cari impiegati pubblici, si dà solo se c’è il lavoro, non per legge. Difficile da imparare? Il lavoro non si crea per legge!

Lo Statuto introdusse i diritti di organizzazione sindacale e perfezionò con il famoso articolo 18 le tutele dai licenziamenti illegittimi.

Nel mezzo secolo che seguì vi furono varie modifiche ma sostanzialmente il lavoratore del privato, soprattutto se dipendente di aziende strutturate che applicano i contratti, è ancora ampiamente tutelato dalla Legge 300.

Anche quando avvengono crisi aziendali, dal 1968 sono state emanate leggi di tutela con le varie Casse integrazioni e altre provvidenze sempre più generali.

Mi piace citare anche l’emanazione della Legge 108 attorno al 1990, che regolamenta i licenziamenti in aziende con meno di sedici dipendenti, istituendo, in luogo della “tutela reale” prevista dall’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, una modalità risarcitoria per la perdita del lavoro e del posto di lavoro. Alla discussione politica di quella legge partecipai anch’io per una Confederazione sindacale nazionale.

E veniamo alla situazione di Adil. Ebbene, quest’uomo si trovava a lavorare da anni nella vasta area grigia nella quale i diritti di cui sopra sono negletti, dimenticati, sottratti, e aveva cominciato a fare il sindacalista. Lui è morto per cercare di migliorare gli 850 euro al mese che percepivano quelli come lui, per avere qualche diritto alle ferie e a turni di lavoro umani, senza essere chiamati anche di notte, in qualsiasi momento senza alcuna indennità.

Lo sento a me vicino, Adil, vicino alle mie due o tre vite di lavoro: vicino a quando ero nel sindacato confederale con ruoli in grado di poter chiedere ciò che il principio di giustizia rendeva plausibile; vicino a quando ho iniziato ad avere ruoli dirigenti nelle aziende, non derogando mai ai miei princìpi morali, quei princìpi di giustizia che mi hanno forgiato fin dalla lezione di mio padre emigrante; vicino alle mie posizioni attuali di garante del rispetto dei codici etici e della giustizia.

Siamo lì, caro Adil, nome che si può considerare omen, perché in arabo significa “giusto”. Moderato e giusto. Ti sento vicino e prego Dio per te e peri i tuoi cari.

Cara Camilla… cari Daniel e David

inizia ancora in questo modo un articolo, dopo uno precedente, con il quale cercavo di dialogare con la carissima Saman, ragazza pakistana che si definiva Italian girl, ed è stata uccisa dai suoi familiari immersi tragicamente nella loro drammatica “cultura” originaria, non da un semplice machismo omicida, come sostengono alcuni che temono di dire quello-che-è-stato fatto a partire dalle sue tremende e inaccettabili “ragioni”. Politici e maitres à pénser vari, incompetenti, se non intellettualmente disonesti.

Saman è morta per una carenza radicale di illuminismo, termine detto e inteso in senso storico-metaforico. Punto, mon Enricò Lettà, tra altri e altre.

Camilla invece per un deficit di controlli e di anamnesi, pare.

I genitori di Camilla hanno così parlato dopo la morte di Camilla: “Era sana. Non aveva alcuna malattia ereditaria”. Ora i magistrati stanno indagando. Qualche risposta potrà venire dagli esiti dell’autopsia effettuata di dottori Luca Tajana e Franco Piovella, e dal materiale documentale acquisito dai Nas dei Carabinieri per conto della Procura della Repubblica. Nell’anamnesi obbligatoria compilata antecedentemente alla somministrazione del vaccino, la ragazza non aveva dichiarato alcuna patologia né terapia farmacologica, mentre in seguito, all’ospedale di Lavagna, nella prima notte di osservazione prima del trasferimento a Genova, qualcosa si è capito, come attestano le cartelle cliniche nelle quali si trova registrata una carenza di piastrine autoimmune familiare.

Non indugio in discorsi medico-clinici, per i quali non ho la competenza. Qui ho solo riportato in sintesi ciò che si è letto sui media, e vengo alla riflessione filosofica, che più mi appartiene.

Come funziona la vita, anche una vita così giovane?

Mentre si spengono le luci su Camilla, si accendono su Ardea, dove un ingegnere di trentacinque anni fredda un coraggioso anziano e due bambini di cinque e dieci anni, Daniel e David, nomi di grandi uomini della Bibbia, quasi come a promettere vite vigorose. No, ora spezzate da proiettili fuori controllo, da una persona non vigilata, che aveva una pistola a disposizione.

Se per la povera Saman il tema era la cultura e la religione, per Camilla c’è stata una difficoltà nel dire tutto, nel compilare un’anamnesi: leggerezza, superficialità, reazione possibile in campo chimico biologico? La conseguenza è, come si dice, l’inaccettabile vita spezzata di una diciottenne.

Non parlo qui dell’aumento di morti sul lavoro, mi limito a citarli come patologia grave della nostra organizzazione del lavoro. Ne parlerò ancora, come ho fatto per Luana D’Orazio.

Cerco invece di dire qualcosa sui morti evitabili citati nel titolo, anche non entrando nei dettagli fattuali, che non conosco.

Ancora una volta, di fronte a questo dolore vedo un’assenza, quella del pensiero, quella di una visione eticamente fondata sul rispetto della vita, e della vita umana in particolare. Gli interlocutori delle tragedie sono ancora una volta solo le competenze tecnico-scientifiche di medici, neurologi, psichiatri, senza alcun accenno a saperi che possono lavorare in anticipo sulle situazioni.

Ancora una volta, citando questi saperi, intendo la filosofia, e in particolare di quella branca concernente il pensiero che studia l’uomo in tutte le sue dimensioni teoriche e pratiche.

Noto però qualche ancor timido cambiamento circa la percezione dell’importanza dei saperi filosofici. Nelle aziende si comincia ad averne contezza con la redazione di Codici etici e la nomina di Organismi di vigilanza dove la filosofia ha “voce in capitolo”. Si stanno diffondendo i settecenteschi e illuministi “Caffè filosofici” dove persone di tutte le categorie, scolarità e classi sociali si siedono a discutere ascoltando esperti di varie discipline, imparando di nuovo ad ascoltarsi e a ragionare, proprio di questi tempi nei quali la confusione linguistica, espressiva e mediatica è a livelli insopportabili.

In alcuni istituti tecnici la filosofia diventa materia di insegnamento, mentre viene confermata nei licei.

Si stanno muovendo associazioni e gruppi di ricerca sulla filosofia pratica, come la storica Phronesis, Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, che presiedo, proponendone la funzione positiva a livello individuale, familiare e sociale.

Forse qualcosa sta accadendo in tema di consapevolezza che il pensiero riflettente e la logica argomentativa “vengono prima” di altri saperi, li fondano, li rinforzano, sempre a favore della qualità relazionale tra le persone e dell’intera vita umana.

Herr Doctor Schuster… sono Cesare

queste le prime parole di Cesare R. nel riconoscere l’ufficiale medico tedesco, Hauptsturmführer, il capitano che lo aveva operato al piede a Izjum, Ukrajna, inverno 1943, sul vagone di un treno. Amputate senza anestesia fino alla radice tutte le dita del piede sinistro. Sul treno altri soldati aspettavano il loro turno per l’amputazione di qualche arto, chi in silenzio, chi mugolando senza vergogna per la paura. Cesare non si lamentava. Neanche aveva chiesto a quell’uomo alto in camice insanguinato che cosa gli avrebbe tagliato, anzi, fino a dove…

Il caporalmaggiore Cesare R.

Gli sguardi si erano incrociati increduli, e il riconoscimento reciproco contemporaneo, o quasi. Il graduato italiano era in ferie per qualche giorno a Lignano. Lavorava ancora agli Uffici finanziari del capoluogo, e si era concesso un po’ di riposo.

Nella mente un turbinio di ricordi. Di neve e di vento freddissimo. Di colpi e corpi instatuati nella steppa di quell’inverno del ’43. Di grida e raffiche di mitraglia, di colpi di cannone e sferragliare cupo di carri armati. Muli morti lungo il cammino, sdraiati su un fianco con il ventre squarciato da una granata. Di grida e lamenti di moribondi. A ogni passo del doloroso cammino c’erano morti, sulla neve, in tutte le posture, messi lì come per un crudele incantesimo, con macchie rosse ghiacciate sui pastrani sbrindellati.

Le katiuscie avevano sparato per giorni, atterrendo i soldati con i loro miagolii sinistri, ma gli alpini tornavano, cercavano di tornare a casa. Ogni tanto una izba li accoglieva, perché la povera gente di campagna, il mugik, sapeva distinguere il soldato italiano da quello germanico. Giulio Bedeschi racconta nel suo bellissimo e tragico Il peso dello zaino anche di eccezioni, come quella della ritirata di un battaglione tedesco che, spariti gli ufficiali, si era affidato a un sacerdote, capitano sanitario, il padre Bernard Haering (Flad), che aveva impegnato i soldati a comportarsi come ospiti, non più come nemici.

Ebbi modo di leggere i testi del padre Haering, che fu poi teologo morale insigne.

L’Armata Rossa, dopo aver costretto i cinquecentomila uomini del generale von Paulus ad arrendersi a Stalingrado sul Volga, aveva travolto con impeto irresistibile le linee dell’Asse, soprattutto la Wehrmacht, e anche l’A.R.M.I.R., i romeni, gli ungheresi e gli altri alleati della Germania che si erano attestati, prima tra il Volga e il Don e poi sul Don, respingendoli verso Ovest, e in parte rinchiudendoli nella “sacca” a sud di Karkow.

La truppe italiane della Tridentina, della Cosseria, del Valchiese, della Divisione alpina Julia…, dopo avere resistito per qualche settimana agli assalti sempre più decisi dei Sovietici, avevano ceduto in parte rovinosamente. Quando erano apparsi all’orizzonte della steppa innevata i carri T34, che sovrastavano perfino i Tigre dei Tedeschi, non c’era più stato niente da fare, come raccontano le insuperabili epopee di Bedeschi e Rigoni Stern.

Nomi come Nikitowka, Novo Kalitwa, Nikolajewka, Rossosch sono diventati simbolo di quella tragedia alpina e italiana. E ucraina, russa.

Una guerra sbagliata, un’alleanza sbagliata e tragicamente mortale aveva interessato duecentocinquantamila soldati italiani, comandati a combattere per effimere false glorie nazionalistiche, contadini e operai e impiegati come Cesare, contro qualche milione di contadini, operai e impiegati russi, ukrajni, caucasici, siberiani, che però erano a casa loro.

I soldati sconfitti tornavano a ovest come potevano, e se potevano. Nella “sacca” si erano trovati più di centomila fanti e alpini italiani, compreso il caporalmaggiore Cesare R..

Queste le motivazioni delle sue benemerenze di guerra, lui che la odiava, la guerra.

Puntatore di cannone 47/ 32, in aspro combattimento, visto cadere il capopezzo ne assumeva con decisione il comando, assolvendo il nuovo compito con coraggio e calma esemplari e continuamente incitando i propri compagni alla lotta. Esaurite le munizioni, posto in salvo il congegno di puntamento,, si lanciava coraggiosamente al contrassalto con i reparti fucilieri giunti in rinforzo” (Kopanki, Russia, 20 gennaio 1943). Cesare aveva ventitré anni, alpino friulano di Bertiolo, inquadrato nel IX Reggimento Alpini, Battaglione Vicenza, Divisione alpina Julia, medaglia di bronzo al valor militare.

Il capitano medico Johannes (Hans) Schuster e il caporalmaggiore Cesare R. si abbracciarono in silenzio. Erano dalla stessa parte nel ’43, ma in modi diversi. Eppure, Schuster, che non apparteneva alle SS, avrebbe potuto condividere con Cesare anche i sentimenti, contrari a una guerra sbagliata che il suo criminale capo di stato aveva voluto.

Non parlarono molto Cesare e il Capitano, per ragioni linguistiche, ma anche perché non era necessario. Bastavano gli sguardi, dell’uno e dell’altro, memori di aver avuto in comune un’esperienza radicale, di avere vissuto una grenz situazion, una condizione limite, che svela ciò che di più profondo è presente nell’animo umano, il coraggio, la pietà, la solidarietà, il senso di una vita che è bene supremo, al di qua della linea d’ombra.

Un sonetto o “piccolo suono” (del 2019)

Nelle vuote profondità del tempo/ Nascono stelle, destini e sentimenti,/ Il vento va e poi ritorna lento/ Per valli antiche corse dagli armenti.

Ricordo volti antichi d’altre ere/ Di giorni e viaggi e sguardi sconfinati,/ Ricordo cieli e lente primavere/ Altri recinti, palizzate e prati.

Il vento va e poi ritorna ancora,/ Senza requie pensieri si rifanno,/ Un dolore rinasce nell’aurora.

Vince la vita come sempre al mondo/ Lo Spirito che soffia dove vuole/ Ti dona libertà anche se duole.

Guittone d’Arezzo

Dopo oltre un decennio, un paio di anni fa mi esercitai di nuovo nello scrivere un sonetto “classico”: quattordici endecasillabi (undici sillabe per ogni verso) suddivisi in due strofe di quattro versi e due strofe di tre versi. Ispiratori miei, di questo modello poetico, che ti obbliga a “stare dentro” a una cornice obbligatoria, Francesco Petrarca e Ugo Foscolo, umilmente. Con Gabriele D’Annunzio, forse, sullo sfondo, che non capisco perché qualcuno lo stia definendo “cattivo poeta”. Forse per ideologismi stupidi da politically correct.

Il sonetto è un componimento poetico caratteristico del modello italiano di letteratura. La sua denominazione deriva dal lemma sonet, che è provenzale (cioè, piccolo suono).

Non so se questa lirica resterà nel tempo. Ne ho scritte altre, anche in forma di sonetto (forse una decina), e le ho pubblicate dal 1998 al 2017, in tre libri: il primo (e più noto) è La cerchia delle montagne, il secondo si intitola In transitu meo, il terzo Il canto concorde (del trovatore inesistente).

Solo poche parole per dare una spiegazione ai tre titoli: la prima raccolta evoca il paesaggio che, dal Montello al Carso, si offre al viandante che giunge in Friuli, che è da sempre il mio paesaggio interiore; i vari testi rappresentano la mia vita e il suo rapporto con il mondo, fin dagli anni della mia giovinezza; la seconda ha a che fare con le mie riflessioni sulla vita, sull’ineluttabile transìre dei nostri giorni, dalla nascita all’ultimo; ricomprende antologicamente alcuni testi già pubblicati nel primo volume e tratta alcune mie cesure esistenziali forti; la terza si mette davanti alla mia vita attuale, ai detti e ai non-detti, all’evidenza e al mistero, a ciò-che-appare e a ciò-che-è, quand’anche non coincidono, ovvero non corrispondono del tutto… e qui mi fermo.

La poesia si intride di misteriose fessurazioni dell’essere, si muove per meandri sconosciuti alla narrazione in prosa e a quella filosofica, si trattiene per pochi attimi ai confini di ciò che è scritto in quanto espressioni volute e trasformate, dal pensiero al segno grafico. La poesia è onomatopea dell’anima, che abbisogna di utilizzare segni comuni ad altre arti, lemmi, interpunzioni, scansioni proposizionali, ritmi, suoni, ma in un modo assolutamente diverso da ogni altro ambiente scrittorio.

Due sonetti, “Sentiero Rilke” e “Mi sono familiari i lupi scuri” mi valsero anche due Premi nazionali: nel 2002 il Premio Rai 1 Zapping, e nel 2007 il Premio nazionale dedicato al padre David Maria Turoldo.

Questo sonetto potrebbe essere inserito ex post in qualsiasi delle mie tre raccolte, perché ha a che fare con la quotidianità del vissuto, con l’unicità di ciascuno di noi, con l’irripetibile fluire del nostro essere-nel-mondo.

La “non-dea” Atalanta, gasp, eph, sob, aiut, gulp, ops, cul de sac…

Onomatopee più o meno sono, molto disneyane, salvo la prima che, oltre a rappresentare uno stato d’animo di cui parlerò più avanti, così come delle altre onomatopee, è anche la contrazione giornalistica del cognome di un allenatore di calcio (Gasperini) molto, ma molto antipatico, anzi antipaticissimo e dalla voce un po’ stridula, squittente, quello dell’Atalanta, che giornalisti pigri e banali si ostinano a chiamare “dea”. Infatti, Atalanta, nella mitologia greca non era propriamente una “dea”, ma la figlia di un re, cioè di un capotribù del tempo classico. La squadra di calcio “Atalanta”, attualmente in auge calcisticamente parlando, fu fondata a Bergamo nel 1907, e nulla c’entra con l’Olimpo greco, se non nelle memorande fantasie liceali di qualche fondatore, ovvero di qualche stanco e poco creativo giornalista odierno. Non so chi abbia iniziato a chiamare la squadra di calcio di Bergamo con la metafora-metonimia “dea” (roba di questi ultimi anni, comunque), ma immagino come se ne sia gloriato di fronte ai complimenti degli incliti (cioè, ignoranti tecnici). Amen.

Bergamo

Propriamente, Atalanta (in greco antico: Ἀταλάντη, Atalántē) è una figura, si può dire, trans-umana della Mitologia greco-antica, figlia di Iaso, re della regione di Arcadia e di Climene, sua moglie.

Il mito narra del desiderio di un figlio maschio da parte del padre di Atalanta, cosicché, quando nacque la bimba indesiderata, secondo l’èthos dei tempi, la abbandonò sul monte Pelio. Un’orsa inviata da Artemide/ Diana se ne prese cura fino a che fu trovata da dei cacciatori i quali la tennero con loro e la fecero crescere.

Cacciatrice fin da subito, Atalanta uccise con arco e frecce i centauri Ileo e Reco, suoi aspiranti stupratori, ma falliti. Non fu accolta fra gli Argonauti, alla cui spedizione alla ricerca del Vello d’oro nella Colchide aveva chiesto di fare parte, poiché Giasone era, anche lui al modo del tempo, maschilista. Ferì in una battuta di caccia il tremendo cinghiale “calidonio”, di cui l’uccisore, Meleagro, le fece poi dono del vello.

Come può capitare, la sua fama di cacciatrice (mascolina, dunque!) fece sì che il suo stesso padre, che l’aveva ripudiata e cacciata, perché femmina, la riconobbe nella dignità di sua figlia. Al padre, che la voleva sposa di un uomo che la meritasse, promise di diventar moglie di chi fosse riuscito a batterla nella corsa, mentre chi avesse perso la tenzone avrebbe perduto anche la vita. Allora le scommesse avevano anche poste in palio del genere.

A un certo punto, dopo che ebbe battuto molti pretendenti, arrivo un tal Melanione, che chiese un aiuto ad Afrodite (Venere), probabilmente gelosa di Artemide-Diana. Gli dei dell’Olimpo avevano sentimenti, vizi e virtù molto… umane. Il trucco escogitato dal pericoloso nume dell’amore fu questo: Melanione ebbe da Afrodite tre mele d’oro raccolte nel Giardino delle Esperidi, che lasciò cadere a terra, per tentare Atalanta. Lei non resistette all’inaspettato dono, si fermò per tre volte e perdette così la corsa.

Ovidio canta di Atalanta ne Le Metamorfosi, così come altri autori classici. Potremmo dire con linguaggio attuale che Atalanta fu una sorta di wonder woman, o almeno un modello per questo “tipo”. Oppure ancora, per meglio dire, un modello di autonomia dal padre e dalle condizioni femminili del suo tempo.

Jean Shinoda Bolen, analista junghiana tratta di Atalanta nei suoi volumi Artemide. Lo spirito indomito dentro la donna, e Le dee dentro la donna. Una nuova psicologia femminile editi da Astrolabio, quasi come ipotesi di donna autonoma dai “poteri forti” del padre e degli eroi.

Quindi Atalanta è impropriamente definita “dea” da pennigrafi indolenti e poco documentati.

Tornando ai monosillabi del titolo, registriamo gasp, oltre che come abbreviazione dell’antipatico allenatore della non-dea Atalanta, in quanto manifestazione di difficoltà improvvise, eph come moto di meraviglia impaurita, sob come un piagnucolare semi-infantile (tipo quello dell’allenatore dell’Inter, Antonio Conte), aiut come semplice figura di troncamento di “aiuto!” richiesta di soccorso, gulp, come improvviso stupore, ops, come incidente inaspettato, tipo urca, ho fatto cadere il vaso…

Infine un accenno al detto francesizzante cul de sac, che significa angolo da cui non si può scappare, oppure metaforicamente, con riferimento al famoso allenatore di tre (dico 3!) anni di gloria al Milan, dove Berlusconi gli aveva comprato i tre migliori giocatori del mondo di quel tempo, a parte Maradona, cioè Van Basten, Gullit e Riijkard, oltre a Baresi, Donadoni, etc., e trenta (dico 30!) anni di scritti (chissà se qualche ghostwriter…): Arrigo Sacchi, laudator del gioco di squadra, che non avrebbe vinto nulla se non avesse avuto a disposizione da Berlusconi i fuoriclasse sopra citati. Quando leggo i suoi commenti sugli altri, squadre e allenatori, e noto il suo uso corrente, non poco presuntuosetto, di concetti e termini psico-socio-filosofici come “conoscenza”, “cultura del lavoro”, “autostima”, “filosofia” (ma dai, Sacchi, su!) “leadership“, lemma comunque usato ed abusato a proposito e a sproposito, mi chiedo quanto e che cosa sia farina del suo… sacco. Mi è venuto bene l’involontario bisticcio retorico, vero?
Supò, Sac, sei un guru da poco

E via dilettandomi.

Santa Sofia di Istanbul e… Udinese vs. Juventus

Può sembrare incomprensibile l’accostamento del titolo, ma non lo è. La basilica costantinopolitana fu così chiamata da chi volle erigerla verso la metà del VI secolo, l’imperatore Giustiniano, in onore della Sapienza divina. Non è quindi il nome di una santa. Ora per volere del presidente-dittatore Erdogan, dal 24 luglio 2020 è tornata (per ora) ad essere moschea, come era stata dal 1453, sotto il sultano Mehmet II, al 1934, quando il riformatore Mustafa Kemal Atatürk, aveva voluto che l’edificio fosse dedicato a tutte le culture e religioni dell’impero turco, con grande saggezza.


Santa Sofia – Istanbul

Tornando alla “sapienza”, per la teologia cristiana è uno dei sette Doni dello Spirito santo, insieme con l’intelletto, la scienza, il timor di Dio, etc. Per il mondo greco e la grande filosofia classica, la sapienza era la “Sophia“, che stava accanto alla scienza come “Epistème“. Accanto a queste due virtù “dianoetiche“, cioè intellettuali, il mondo greco poneva un’altra virtù importante, la “Phrònesis“, cioè la saggezza, o l’equilibrio lungimirante nelle decisioni soggettive del dire e dell’agire. Anche i Francesi chiamano “sagesse”, questa virtù.

La decisione del presidente turco è un’idiozia e meriterebbe invettive, che però non servono a nulla. Piuttosto è utile riflettere sulla lunga storia della basilica. Dopo avere funto da chiesa cristiana universale dalla fondazione fino al 1054, data dello scisma d’Oriente (reciproci anàtemi fra il patriarca Michele Cerulario e il cardinale Umberto da Silvacandida sul tema del Filoque e degli azzimi, più volte da me qui trattato), per altri quattrocento anni fu basilica del credo ortodosso; dal 1453, quando i Turchi ottomani conquistarono la Capitale, e fino al 1934 è stata moschea, mentre di tutte le moschee si può dire sia stato modello estetico e architettonico dalla sua fondazione giustinianea.

La scelta di Atatürk ebbe il merito di connettere culture e religioni, oltre le appartenenze di fede e di ideologia. La Turchia moderna ha meritato la riforma del ’34 e non merita la decisione di questi giorni. Sarebbero da studiare le reazioni a questo cambiamento. Papa Francesco ha detto di “essere addolorato”… avrebbe potuto o dovuto dire altro? Il resto del mondo musulmano è rimasto in silenzio. Putin, pure. Pare che la realpolitik, che lega interessi geopolitici ed economici in modo trasversale le nazioni e le parti del mondo, abbia prevalso su prese di posizione nettamente contrarie. La Turchia, nonostante Santa Sofia, è strategica, sia per l’Occidente, sia per il mondo islamico, sia per Israele. Non conviene a nessuno litigare con i Turchi. Personalmente ritengo che anche Erdogan passerà e si tornerà alla situazione precedente.

E vengo al secondo sintagma del titolo. Il 23 Luglio 2020, l’Udinese ha battuto per 2 goal a 1, in casa a Udine, la Juventus, più che probabile vincitrice del nono scudetto consecutivo. Detto ciò, la cosa parrebbe comunque non c’entrare alcunché con il tema della basilica di Istanbul. E invece, no! Nei giorni precedenti all’incontro di calcio, e fino all’inizio della partita, quasi tutti i media si sono sperticati a festeggiare il presunto già conquistato scudetto della grande e storica squadra torinese, dando quasi per scontato che avrebbe vinto con la squadra friulana, e quindi avrebbe staccato le avversarie di un numero di punti irrecuperabile per loro (Inter e Atalanta). Gli echi di questa certezza son diventati, fino al calcio di inizio, un boato di presuntuose certezze nei detti e nelle previsioni parlate dei giornalisti televisivi e sul web. E invece la Juventus ha perso e l’Udinese ha vinto, meritatamente.

Anche senza conoscere “cose-di-calcio”, solo il buonsenso dovrebbe bastare per non cantare vittoria prima che il confronto si sia completato, ma il buonsenso è la porta della prudenza, della saggezza e anche della… sapienza. Il buonsenso non è un qualcosa di banale.

Come è importante che Santa Sofia rimanga il luogo che ricorda al mondo la Sapienza divina, che è da intendere come dono dello spirito a tutti gli uomini, credenti e non, così è importante considerare l’esigenza di utilizzare intelletto e sapienza anche nelle cose apparentemente più futili dell’umana convivenza, come il gioco del calcio.

Nel caso citato della partita tra Udinese e Juventus, i commenti degli addetti ai lavori sono stati completamente privi di sapienza, maleducati, irrispettosi verso l’Udinese, e anche – alla fine – proprio stupidi, perché è avvenuto proprio il contrario di ciò che veniva inopinatamente auspicato, leggendo tra le righe degli interventi: tutte le dimensioni esistenziali richiedono l’esercizio dell’intelligenza e della sapienza, che non devono andare in vacanza neppure quando di tratta delle cose meno essenziali.

Gli inglesi hanno un’espressione molto interessante per definire un fatto che si spera (o meno) accada, whishful thinking, ovvero profezia che si auto-avvera. Ebbene, nel caso della partita, anche se non si può accusare nessuno dei commentatori di avere tifato per la Juventus, l’avere continuamente parlato e scritto come se questa squadra avesse dovuto necessariamente (in termini spinoziani) vincere, li ha messi nelle condizioni di fare una figura peregrina. Un’altra volta, magari, si asterranno dal profetizzare implicitamente ciò che potrebbe non avvenire. Amen.

© 2021 Renato Pilutti

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