Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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buonsenso, conoscenza e vergogna

Marco Pannella, anche se gran narciso, ha avuto molti meriti, etici e politici. L’ultima battaglia che combatté con spirito libero è stata quella per il diritto alla conoscenza. Nonostante il web e tutte le diavolerie informatiche del nostro tempo, le persone sono in gran misura disinformate, fuorviate, manipolate.

L’essere umano vive e migliora grazie alla sua intelligenza che, con l’esperienza cresce, come mostrano gli studiosi dell’antropologia generale, fin dalla rivoluzione cognitiva di 70.000 anni fa o giù di lì. Ora si parla molto di intelligenza artificiale, e se sarà in grado di superare quella umana, confondendola spesso con la nozione di coscienza. Se la A.I. (l’intelligenza artificiale) può già superare l’uomo in memoria e nella capacità di “pensare” algoritmi che le permettono di battere l’uomo in giochi “intelligenti” come gli scacchi, essa è bene lontana dall’averne coscienza. A David, in 2001 Odissea nello spazio è bastato un cacciavite per disattivare Hal9000, potendolo, se del caso, riattivare con lo stesso cacciavite. Lo stesso cacciavite può essere un’arma mortale per un essere umano, ma non può riattivare la vita. La vita umana e la sua autocoscienza non sono paragonabili all’intelligenza robotica. Sono incommensurabilmente di più.

La macchina non esprime buonsenso, l’uomo sì. Ma il buonsenso è continuamente messo a dura prova da provocazioni e falsificazioni. La tendenza attuale, quella postata miliardi di volte sul web, è quella di vedere poche volte il bicchiere mezzo pieno, preferendo un pessimismo di maniera, ché fa più “intellettuale”. Parrebbe che solo gli ingenui vedano le cose dal lato buono. Campioni, si fa per dire, dell’uso del web sono molti dei politici attuali, da Trump, che cinguetta continuamente, con un linguaggio da liceale pluribocciato, a Salvini vicecapodelgovernoministrodell’internosegretariodellalegacapitano, dichiarante palingenesi con ghigni e smorfie da coatto.

Salvini, in giubbotto della polizia, e Bonafede a Ciampino per l’arrivo di Battisti, hanno dato vita a una sceneggiata di immane idiozia. Battisti doveva essere fatto arrivare a un’ora non nota alla stampa e portato in carcere come qualsiasi detenuto catturato e già condannato con sentenza passata in giudicato. Mi è parso che la commedia salviniana abbia illustrato le due facce di una stessa medaglia: di due narcisi, strafottenti e arroganti, lo stesso ministro e il delinquente.

Qualcuno dirà a Salvini, prima o poi che, lui che delinquente non è, si accomuna a chi delinquente è con i comportamenti e gli atteggiamenti prediletti, e ulteriormente utilizzati da ministro della Repubblica Italiana. Battisti è un delinquente e criminale che resta convinto della legittimità delle azioni compiute. Catturato ubriaco e ciondolante, basta vedere il brevissimo video sul web, è riuscito, grazie all’insipienza dei governanti italiani, a scendere dallo splendido Falcon 900 quasi fosse un eroe dei due mondi, novello Guevara o Garibaldi. Non pensavo che la stupidità di Salvini e C. giungesse a tanto. Ma a questi interessa soltanto apparire, a qualsiasi costo, e dunque si tratta di una stupidità calcolata.

Battisti non prova alcuna vergogna, che è un sentimento o emozione susseguente a un’auto-valutazione di fallimento globale del proprio comportamento nei confronti delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri umani, e coinvolge tutta la persona dicendo inadeguatezza radicale, ovvero il dispiacere di non essere considerati dagli altri come si vorrebbe. Lui si sente nel giusto, o perlomeno desidera mostrare questo suo “sentirsi-nel-giusto”, arrogantemente, senza arrossire.

Ma, la domanda seguente è: dov’era la sinistra in questo quasi quarantennio? A firmare a suo favore come fosse un perseguitato politico? A far finta di cercarlo? Una sinistra salottiera con campioni improbabili quali la moglie del presidente Sarkozy, principe dei beoti, una sinistra da terrazza romana e da vacanze capalbiesi. Non si tratta di gloria o di vendetta l’avere messo al sicuro in galera Battisti, ma di giustizia. Il più dignitoso di tutti in questa vicenda è stato Alberto Torregiani, paraplegico perché ferito dalla banda di Battisti nel ’79, che non ha invocato vendetta, ma pace nella sua anima, ora.

Scandalizza che ad attendere il criminale non pentito ci fosse mezzo governo e ad attendere il giovane Megalizzi il presidente Mattarella e un trafelato Fraccaro (e chi è costui?). Scandalizzarsi è mostrarsi vivi, prima ancora che alla giustizia, come virtù etica, alla ragione, alla logica argomentante, che è la dimensione spirituale più in crisi, in questi nostri tempi chiaroscurali.

Dove va il mondo e l’uomo, o di come si possono usare in modo truffaldino le statistiche, che falsificano la realtà nascondendo la verità

Nel mio piccolo combatto le falsificazioni e le fake news.

Si è scoperto che il prestigioso New York Times, riportando le statistiche degli omicidi in città, mostrava un grafico su ortogonali cartesiane dove la linea descrittiva coordinata con l’ascissa, destinata alla numerosità dei delitti, e l’ordinata relativa agli anni considerati, andava da sinistra a destra sempre più in alto, significando un aumento dei fatti di sangue mortali… solo che la statistica riguardava gli ultimi dieci anni. E basta.

Chi poi, un neuroscienziato e sociologo statistico ha lavorato sui dati, ampliando l’angolo visuale temporale ad almeno cinquanta anni, si è accorto che la linea lavorava in modo molto diverso: partiva a sinistra da molto in alto (molti omicidi) e poi calava in modo significativo, con una relativamente piccola impennata negli ultimi dieci anni. Risultava allora una linea seghettata ma discendente. Ampliando l’angolo visuale temporale a un secolo, e quindi andando fino ai primi del ‘900, e di lì partendo, anche considerando l’incremento della popolazione, la linea si comportava come negli ultimi cinquanta, anzi con un’accentuazione del verso della linea  in discesa.

Che cosa significa tutto ciò? Che il giornalista di nera che ha pubblicato i dati dell’ultimo decennio sul prestigioso quotidiano, aveva bisogno di sottolineare l’aspetto negativo degli omicidi, e non era per nulla interessato a fornire al pubblico dei lettori un dato più oggettivo dato da uno “sguardo più alto”, che avrebbe fornito una situazione molto migliore.

Quale la verità sugli omicidi a New York dunque? Non certo quella dell’ultimo decennio, o meglio, quella era ed è una verità parziale, relativa agli anni trattati, ma non un dato che significhi granché sul trend reale del fenomeno studiato. Il prof Steven Pinker, autore nel 2011 de Il declino della violenza, o della ragione per cui viviamo il periodo più felice della storia, e ora, con il suo Illuminismo, adesso (Mondadori) riprende un discorso sui grandi fenomeni che caratterizzano i mega-trend e giunge alla conclusione che, nonostante tutto, le cose vanno molto meglio che in passato.

Se a questo aggiungiamo che il cervello umano tende a selezionare dimenticando le brutture del passato ecco che il gioco è fatto: “Si stava meglio quando si stava peggio, anzi si stava meglio e basta, nel passato“.

Falso, caro lettore.

Proviamo a vedere i diagrammi della medicina in generale, delle morti perinatali e infantili, delle guerre. Ebbene, i diagrammi sono tutti in calo da sinistra a destra.

Quando parlo con chi si basa su “lo ho detto la televisione“, al netto del nervoso che mi fa, non riesco a far capire che bisogna tenere conto, se si parla di delitti, dei dati forniti dai Carabinieri o dall’Istat, non dai giornali, che mostrano, ad esempio nell’ultimo trentennio, un calo significativo degli omicidi e di ogni tipo di morte violenta in Italia. La riduzione delle morti violente negli ultimi trent’anni è dell’ordine del 70%, eppure la percezione di tale violenza è contraria. I giornalisti invece, oltre ad evidenziare le notizie di nera, coniano anche neologismi idioti come femminicidio, in questo aiutati dai “politicamente corretti” che allignano nello snobismo di sinistra, e in altre aree “culturali” affini.

La cultura di destra, semplificatoria e violenta, più ancora che sovranista o fascistoide, a questo punto ha ampi spazi di manovra e sviluppo, come mostra la popolarità della Lega e di un furbo provocatore come Salvini. Se si dice che le aggressioni, le violenze, gli stupri e le rapine crescono, in questo caso supportati dalla prevalenza di notizie cattive sui media, allora anche misure di legge demenziali come il “decreto sicurezza” trovano approvazione.

Tornando a Pinker, egli sostiene che i dati statistici attuali provano che il benessere umano è aumentato notevolmente negli ultimi tempi, soprattutto grazie a valori e a impostazioni cognitive di tipo illuministico, scientifico, razionale, umanistico. La minaccia, invece, è costituita dai fondamentalismi, dai nazionalismi sciovinistici, dall’identitarismo, dagli emotivismi e dal politicamente corretto.

Gli ignoranti tutto sentimento, ignorano di essere ignoranti e la scienza, la fatica della ricerca e dello studio, pensando di avere nozioni sufficienti anche se mutuate dalla stampa, dalla tv e dal web, che vivono di molte falsificazioni, come abbiamo visto.

Ancora una volta aveva avuto ragione Marco Pannella, come nei vari tempi passati avevano ragione i pensatori attenti all’evoluzione dell’uomo nella storia, come i sommi greci, i filosofi medievali cristiani e musulmani, i sostenitori del ruolo del soggetto umano nella conoscenza e gli illuministi dal ‘700 in poi: oggi è un tempo in cui ci si deve batter per il diritto alla conoscenza, che non è più minato dalla povertà e dai limiti del tempo passato, ma rischia di essere messo a repentaglio dal profluvio di notizie false che vengono letteralmente sparate sul e dal web in ogni minuto secondo.

Non hanno parole e ragionamenti per confutarmi, cosicché con me usano gli hacker, mentre le “notizie” (per modo di dire) di questi giorni sono, da un lato l’attesa da parte di un vicepremier di un collega di partito che è stato in Sudamerica per otto o nove mesi, e dall’altro, che l’altro vicepremier ci informa di mangiare pane e nutella per colazione al mattino. Commenti?

Mi sono accorto che qualcuno dei tremila e passa lettori settimanali di questo blog, non condividendo certe mie tesi, non hanno risposte logico-argomentative tali da confutarmi, e allora ci provano con l’hackeraggio, ma così facendo confermano la loro povertà cognitiva, intellettuale e morale. E mi fanno sorridere, e anche dispiacere, perché non sono disponibili a rivedere le proprie idee, neanche se gli dici che gli converrebbe, per nutrire l’intelligenza che solitamente apprezza il cambiamento delle idee stesse.

Non so chi siano, o chi sia, ma ne conosco il livello, che si rivela con il tipo o lo stile di opposizione alle mie idee.

L’altra notizia è quella relativa all’attesa di un villeggiante in Sudamerica da parte di uno dei due vicepremier. Non capisco la logica giornalistica che caratterizza la gerarchia delle notizie, in questo come in altri casi analoghi. Nei tg a volte viene prima del terremoto di Catania o dell’ammazzamento di Pesaro del fratello di un collaboratore di giustizia. Funziona così? Proviamo: io oggi forse farò un giro in bici, modello in carbonio marca De Rosa: dovrebbe meritare la prima pagina di un tg, poiché non mi pare meno importante del rientro di quel signore. O no? Anche se so che non spiccherà nella gerarchia delle news di giornata. Bisognerebbe non curarsi de minimis.

Continueranno a spiccare notizie tipo quelle sopra dette, per la gioia della massa utente, provvista di soglia critica largamente insufficiente, perché priva di basi cognitive e culturali, e largamente dominata dalle emozioni di un “tifo politico” irrazionale come quello calcistico.

Forse, anche solo per rimediare un poco, in questa fase storica della cultura mondiale sarebbe bene recuperare un po’ il pensiero stoico classico, che riteneva le emozioni in larga misura dannose.

Diamo uno sguardo, ancora una volta, ché già l’abbiamo fatto in questo sito, allo stoicismo, come corrente filosofica classica. Lo stoicismo è una scuola filosofica con caratteristiche spirituali connotate da razionalità e -teologicamente- da una forma di panteismo. Zenone di Cizio è considerato, nell’Atene attorno al 300 a. C., il suo fondatore. Una fonte importante di questo orientamento è certamente quello dei cinici, che lo precedette esplicitando un certo pessimismo sulla natura umana, che oggi sappiamo dalle neuroscienze essere largamente determinata ad essere quello che è, senza che ciò giustifichi ogni azione per una supposta mancanza totale di libertà individuale.

Il nome della filosofia stoica deriva dalla Stoà, un portico dipinto che si trovava in Atena (in greco στοὰ ποικίλη, Stoà poikíle), lì dove Zenone teneva lezione. La linea teoretica principale degli stoici era di tipo etico, costituita da una forte sottolineatura delle funzioni della ragione e del controllo sulle passioni, che potevano essere dimensionate fino alla condizione mentale e spirituale dell’apatia e dell’atarassia, cioè di un dominio completo delle passioni. Nello stoicismo vi è anche un certo fatalismo, e una capacità di sopportazione di disagi e sofferenze, proprie e altrui, cui non si nega un aiuto.

Questa dottrina fu la cifra intellettuale e morale di molti insigni personaggi della cultura e della politica, come l’imperatore Marco Aurelio, Seneca, il liberto Epitteto, Catone Uticense, Cicerone e Quinto Giunio Rustico, magister di Marco Aurelio, da questi ascoltato e addirittura venerato al punto da inserirlo tra i suoi Lares, o dei protettori della casa.

Nei tempi nostri sembra che le emozioni la facciano da padrone, nel marketing, nella comunicazione, negli spot,  in ogni attività che cerchi di vendere prodotti e servizi. Non si interpella più di tanto, o per nulla, il flusso logico della ragione argomentativa, ma la si scavalca, interpellando immediatamente i sentimenti passionali ed istintuali. Per una cioccolata, per un’auto, per un vestito, per qualsiasi cosa sia vendibile…

Ma l’intelligenza non è vendibile. Né acquistabile, grazie a Dio. La ricchezza non la fa aumentare, anzi a volte la riduce, perché la fa ritenere inutile. Un altro nemico dell’intelligenza è la pigrizia, la mancanza di curiosità, e, di converso, la presupponenza e le sue correlate arroganza, protervia, prepotenza e superbia. Molte persone di potere temono l’intelligenza e la rifuggono, perché per loro è incontrollabile e quindi pericolosa: questi preferiscono gnorsì buoni per tutti i menù, subalterni fedeli esecutori di ordini.

Se le emozioni, i sentimenti e le passioni sono orientate a dominare le attività spirituali, sono veramente pericolose, dannose, istupidenti, mentre ben vengano se servono a ispirare e ad irrobustire la ragione argomentante e lo spirito.

“Fatto”, il participio passato di don Babbeo

Forse Di Maio sibilando “fatto” intendeva, poveretto, che lui, è in qualche modo… fatto. Tutto pressoché falso, inventato, tutto pressoché niente.

Non si capisce come il “sedicente concreto popolar Salvini” ci sia stato, a questo nulla: forse perché ha in testa le elezioni anticipate che forse gli permetteranno di lucrare qualche percentuale di consensi in più, forse, magari ai danni del collega.

In Italia non ci sono sollevazioni popolari, né sindacali, afona anche se urlante e frustrata l’opposizione, quando può farlo. La bella donna Bernini è la più eloquente, e spicca perfino Renzi nella contestazione senatizia, l’autore della fattura elettronica. Non spicca Marcucci, del PD, che sembra passare di lì per caso, inutilmente arrogante.

I due risultati principali che i “dioscuri” -per modo di dir-  vantano, NON esistono: la Fornero è quasi intatta, e gli conviene tenerla così per ragioni finanziarie attuariali, e il reddito di cittadinanza è una presa in giro per importi e platea di beneficiari presumibili. Ed è dannoso, diseducativo, andragogicamente devastante. Se i “dioscuri “vogliono, gli spiego il significato di “andragogicamente”, poiché dubito lo conoscano. ll resto dell’elenco dei “fatto” è meno importante di ogni titolo di “fatto” enunziato. Ridicola, penosa e squallidamente ingiusta è la mancata indicizzazione delle pensioni al di sopra dei millecinquecento euro, e non lo dico perché mi riguarda: ce la faccio lo stesso, grazie a Dio, perché l’importo della mia dignitosa liquidazione pensionistica non mi viene toccato (né gli emolumenti dei miei lavori che continuano): non è “d’oro”. Temevo, però.

Nuove tasse e meno occupazione, com’era prevedibile: il decreto cosiddetto “dignità” è il contrario di ciò che serve al mercato del lavoro: lo dice  un esperto, cioè io, un esperto, al contrario dei tre babbalucchi (crasi tra …  e … ? marameo), ebben sì, oramai sono tre, ché nel novero di questi “statisti” ora comprendo anche il felpato capodelgoverno. E’ dannoso, il decretodignità. Indegno.

La “manovra”, scritta sotto dettatura a Bruxelles, e ricopiata malamente negli uffici governativi italiani, non ha neanche il tempo di essere discussa in Parlamento, come prevede la Costituzione della Repubblica Italiana. Mi pare una cosa grave, vero, caro lettore?

C’è da vergognarsi dei nostri governanti, Conte-master-farlocco compreso, che comunque sono stati messi lì dagli Italiani. E non dico che devono vergognarsi gli Italiani, forse devono studiare un po’ di più, ma questo è difficile, faticoso, e la fatica si cerca di evitare, solitamente. Meglio la realtà virtuale del web, e lo dico senza noiosi moralismi. Oppure la lettura di giornali-che-la-pensano-come-me-e-non-come-te.

In Francia Macron qualche problema ce l’ha, e anche il prode Orban in Ungheria. La cosiddetta Brexit è immobilizzata nella sua irrazionalità democraticista e gli Inglesi se ne sono già pentiti.

Sembra che “mal comune sia mezzo gaudio”, ma non è così. Le cose non vanno bene in diverse nazioni: sembra manchi soprattutto ragionevolezza, dialogo, rispetto reciproco, dove l’intelligenza umana pare non avere spazio, oppure ha lo spazio che si merita in questa fase storica, dove sembra essere sopraffatta da passioni elementari e arcaiche. Gran lavoro da fare, mio gentil lettore!

La differenza radicale tra percezione e realtà

Anche se inconsapevolmente, per ignoranza ignorante o tecnica, di cui sono solo parzialmente responsabili e “colpevoli”, Di Maio e Salvini, più il primo del secondo, che è maggiormente scafato, stanno ponendo un tema filosofico radicale, centrale nella riflessione occidentale da due millenni e mezzo: quello della relazione esistente tra percezione soggettiva e realtà oggettiva. Inconsapevolmente sono schierati con gli idealisti universali e sempiterni, anche se il loro idealismo nulla ha a che vedere con Platone, sant’Agostino, Descartes, Berkeley, Kant, Hegel, Fichte, Schelling e Heidegger o Gentile. Il loro idealismo è ben povera cosa: è un pensare che le cose siano come le dicono loro in ogni caso, anche se mi vien difficile ritenere che siano così sprovveduti da pensare di dire la verità, o di dirla almeno in parte, quando proferiscono evidenti menzogne.

Proprio men che nulla hanno poi a che vedere con il realismo degli atomisti à la Democrito, Leucippo e Lucrezio, o con i realisti capeggiati da Aristotele, Averroè e san Tommaso d’Aquino, per proceder con gli empiristi inglesi à la Locke e Hume, con Comte il positivista e Carlo Marx, per finire con i filosofi-scienziati nostri contemporanei come Popper, Frege, Rorty e Russell, solo per esemplificare diverse scuole.

In altre e più semplici parole, i primi, al netto dell’uso del buon senso che ci fa capire come un tavolo sia un tavolo e non l’idea del tavolo e un albero un albero, non l’idea dell’albero, il primo gruppo di pensatori sottolinea come la soggettività sia la chiave della conoscenza, con la sintesi meravigliosa di Renato Cartesio: penso dunque sono. E sono in quanto penso, ovvero ciò che penso corrisponde alla realtà delle cose.

Il secondo gruppo di pensatori, cui mi sento più volentieri di appartenere, ritiene invece che il mondo delle cose e le cose del mondo siano anche indipendentemente dal mio-pensarle. Anche se non le pensassi, ovvero io non fossi mai nato, tutto il resto da me esisterebbe ugualmente. O no?

Venendo ai nostri due cultissimi politici, in questi giorni, un po’ faticosamente ghignando (Salvini) e un po’ cercando -senza trovarlo- un tono adatto alla sconfitta inflitta al loro governo dall’Unione Europea (Di Maio) per trasformarla in una qualche vittoria, abbiamo un esempio chiarissimo di credenza, non nella realtà delle cose, ma nella parafrasi di questa come trasformazione della realtà stessa dalla sua propria oggettività, a ciò-che-si-è sperato, ad una interpretazione soggettiva atta ad imbrogliare le carte della comunicazione e della percezione dei “cittadini” elettori.

Per loro la realtà sembra che non sia quella-che-è, ma quella-che-si-è- sperato(hanno sperato)-fosse. Illusioni e disillusioni, disinformazione pacchiana e disonesta. Abbiamo già nei giorni scorsi esemplificato le falsificazioni comunicative sui dati del bilancio accettato dall’Europa, espresse dai due per guadagnare tempo, per preparare la campagna elettorale in qualche modo.

Ma anche i più semplici, e non vuol dire stupidi, caro lettore, si accorgeranno presto che il reddito di cittadinanza sarà una fola e così quota 100, e molte altre poste su cui si erano esaltati da balconi e palchi. Lo sanno anche loro due, ma non sanno come dirlo.

Idealisti della miseria intellettuale e morale.

Racconti di un tempo perenne

Il soprammobile di onice

È una visita che non dismetterò mai nella mia agenda annuale. Dopo la stagione in cui si è smesso di camminare in montagna, dopo percorsi silenziosi nei boschi erti, dopo aver visto ampie radure e nubi scavallanti, udendo lontani rintocchi che segnano le ore, ronzio d’api e i silenzi del paradiso sospeso, a metà autunno.

Vado a trovare i genitori del mio amico che non c’è più. Abitano in un paesino che è fatto di raccolte scansioni di case, con l’orto. Si parla di oggi per ricordare ieri e sperare in domani. Ma stavolta mi hanno raccontato del regalo. Un soprammobile di onice. Caduto di mano alla sorella. Rotto in cento pezzi. Regalato da lui alla mamma. Una mattina l’hanno trovato ricomposto. Con tutte le linee di rottura riavvicinate come per un restauro accurato.

E non abbiamo più parlato.

Fuori c’erano odori di stoppie e vendemmia finita. Una leggera foschia incoronava le cime dei pini del colle di Santa Eufemia, come qualcuno volesse parlarci della terra impigrita nei primi freddi, dei rami appena mossi, con l’odore della stagione trascorsa. Eppure c’era nell’aria, inespresso, un canto di gioia, come un gloria sospeso, come un magnificat… Della natura insonnolita, dell’amico scomparso, una mano porta da distanze non misurabili, ma da presso, nel contempo.

Mi pareva che fosse lì, ragazzo come me, tanti anni fa, il tempo fermato misteriosamente. E io con lui.

E allora abbiamo ripreso a parlare, non dell’oggetto di onice ricomposto, ma di noi, gli uni e gli altri, ancora qui ad ascoltare il respiro della terra, ad osservare il susseguirsi delle stagioni sorseggiando il vino nuovo, scoprendo ogni volta una novità come se non vi fosse ripetizione di nulla, neanche del sorgere del sole. Ma è vero!

Il sole non sorge. È la prospettiva del nostro pianeta in rotazione che ce lo presenta ogni ventiquattro ore nella stessa posizione, a oriente. Noi abbiamo inventato “orior, óreris, óritur”, “sorgo, sorgi, sorge”, da cui oriente, perché di lì sorge il sole.

Quante parole. E poi la tua morte. Ma anch’essa non è, come non c’è il sorgere del sole. Come questo, essa è apparente. È così perché la nostra prospettiva è limitata. Perciò la scatola d’onice è di nuovo intera, perché tu…

 

Il sogno del sole mancante

Anche il corpo sogna. Sogna dei miliardi di anni in cui ha percorso – pura molecola di carbonio – tempo e spazio, e non – tempo e non – spazio.

Carlotta l’aveva sempre saputo senza averlo mai letto sui libri, che il corpo sogna. Carlotta è una di quelle ragazze toste e gentili che non mancano nella terra del confine, miscellanea di sangue temperata in mille scorrerie, emigrazioni, guerre ed improvvisi silenzi.

Mi ha raccontato un sogno, non sapendo se del corpo o della mente, ma dell’uno e dell’altra certamente. Non lo sentiva un problema quello di definire le cose: preferiva da sempre “sentirle” aprendo tutte le porte, origliando senza farsi scoprire dai maghi e dagli angeli che vivono nell’aria. Sapeva che tutti sognano, ma anche che pochi stanno attenti ai sogni, sforzandosi di ricordarli, appena svegli, almeno quelli dell’ultimo sonno. Di solito, diceva, non c’è tempo per i sogni. Oppure i sogni sono la carta patinata del rotocalco o la celluloide del primo film per una debuttante che ha vinto un concorso di bellezza. Parodia di sogni.

Il suo sogno: “mi ero trovata all’improvviso in una grande prateria, verde come solo può essere l’erba appena bagnata dalla pioggia; sullo sfondo altissime montagne, più lontane di ogni immaginazione, irraggiungibili, sotto un cielo terso. La cosa curiosa è che non mi ricordo di aver notato il sole, nonostante quello sfolgorio di colori. Ma sul momento non mi sono posta il problemaRicordo anche il suono lontano di voci umane, come richiami attutiti, e poi campane a distesa, ma dolci, quasi le onde sonore si fermassero sulla soglia del timpano per non disturbare più di tanto. Camminai a lungo, lentamente, svoltando con la strada che seguiva un percorso tortuoso nella immensa piana, finché il paesaggio cominciò ad essere ondulato: piccole colline apparvero sulla mia strada, ed iniziai a salirle. Ero uscita dal sentiero, perché mi aveva attirato un suono indefinibile: non capivo se fosse il bisbiglio del vento o un essere vivente. Ma ero tranquilla e i miei passi seguivano una traccia misteriosa che portava all’origine di quelle vibrazioni sonore. Continuai finché il suono si fece più distinto: era il singhiozzo di un bimbo. Di una bimba. La trovai dietro una svolta, sotto un cespuglio. Mi guardava per nulla stupita e come impaziente. Era ammutolita.

Sentii: “perché non mi porti via con te?”

La crisi della leadership si chiama followship o di come la tirannide della plebe del web mina la democrazia

Basta guardare in questi bei giorni di primo inverno la faccia di Salvini, che ha perso ogni arroganza, quasi grato a Bruxelles per aver aiutato l’Italia a “migliorare la manovra“. E’ la stessa “faccia tosta”, solo un po’ meno ridanciana e sprezzante, che solo due mesi fa proclamava con il suo sodale affacciato a qualche balcone “Non arretreremo di un millimetro dal 2,4“. Che cosa significasse quella cifra non lo sapevano bene neppure loro. Ora sta venendo accettato il quasi assonante 2,04, dicunt invenzione del genio di Rocco Casalino, che ridacchia per lo scherzetto, e ci capiscono ancora meno.

Eccoli lì, i due, che quasi compunti cercano di spiegare le ragioni della conversione a “u” che hanno fatto. Ovviamente non riescono ad ammetterlo con chiarezza, ché perfino i più ignorantemente bolsi tra i loro sostenitori se ne accorgerebbero e gli correrebbero dietro con la scopa. Ah Ah.

Fin da subito i due si sono atteggiati a “tribuni della plebe”, chiamata “popolo”, contro le varie caste ed èlites, di cui comunque loro stessi fanno parte da anni. Ebbene sì, non solo Salvini ne fa parte da decenni, ché è stato ed è il suo unico “lavoro”, ma anche Di Maio il giovine, che è in Parlamento almeno da sei anni. Vediamo l’aspetto storico del ruolo, memori delle lezioni di storia della scuola dell’obbligo, quando ci spiegavano che Caio e TIberio Gracco erano i Tribuni della plebe della Roma repubblicana.

Il Tribunato è stato creato nel 494 a. C., dopo che il plebei avevano effettuato una secessione dalla città nel 509. E’ di quei tempi l’apologo di Menenio Agrippa che li convinse a rientrare con quel famoso discorso sul “corpo sociale e le sue membra”, conosciuto da tutti, ma non so se dai due attuali tribuni. Anche i patrizi furono allora d’accordo di creare una magistratura che si occupasse delle classi più basse, caratterizzata, come tutte le magistrature dalla sacrosanctitas, cioè da una sacralità inviolabile. Tale caratteristica dava ai tribuni la garanzia da parte dello Stato di essere difesi da qualsiasi attacco, sia politico sia fisico, soprattutto quando questi si accingevano a difendere un plebeo da un’accusa formulata da un magistrato patrizio. Si trattava dell’esercizio dello ius auxiliandi, cioè il diritto di aiuto. I primi tribuni della plebe furono Lucio Albinio e Gaio Licinio Stolone.

Chiunque toccasse un tribuno poteva essere condannato alla pena capitale, essendo quei rappresentanti riconosciuti dall’insieme dei plebei (concilia plebis et ius agendi cum plebe), con poteri che concernevano anche la possibilità di convocare il senato (ius senatus habendi). Non cose da poco.

Sotto i consoli Orazio Pulvillo e Quinto Minucio Esquilino Augurino nel IV secolo il numero dei tribuni fu elevato a dieci, due per ciascuna classe.

«Questa notizia suscitò uno spavento tale che i tribuni permisero l’arruolamento, non senza aver prima ottenuto – siccome per cinque anni erano stati presi in giro riuscendo così di ben poco aiuto alla plebe – la garanzia che in futuro sarebbero stati eletti dieci tribuni. I patrizi furono costretti ad accettare, assicurandosi però con una clausola di non rivedere più, da quel giorno in poi, gli stessi tribuni. Si passò poi subito alla nomina dei tribuni, per evitare che quella promessa, come tutte le altre in passato, non venisse mantenuta una volta finita la guerra. A 36 anni di distanza dai primi, furono allora nominati dieci tribuni, due per ciascuna classe, e si stabilì che in futuro l’elezione avrebbe seguito la stessa procedura»
(Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, Libro III, 30.)

Fino al 421 a. C. il tribunato fu l’unica magistratura accessibile ai plebei, ed era riservata ad essi soli, ma verso la fine della Repubblica anche i patrizi cercarono di accedervi, e un certo Clodio ci riuscì, facendosi adottare da un ramo plebeo della sua famiglia. Dal 449 i tribuni acquisirono un potere ancora maggiore con lo Ius intercessionis, cioè il diritto di veto su qualsiasi provvedimento preso da una qualsivoglia magistrato che si riteneva potesse danneggiare gli interessi della plebe, potendo perfino impedire al Senato di riunirsi, se ciò avesse pregiudicato i diritti dei plebei. Abbiamo già visto che i tribuni possedevano anche lo ius capitis, cioè il potere di comminare la pena di morte, mediante sfracellamento dalla rupe Tarpea. Vien da dire: meno male che i due attuali tribuni non hanno questo potere.

I patrizi, all’inizio dell’epoca imperiale con Augusto, trovarono il modo di accedere al potere tribunizio mediante un’investitura non della carica, ma dei poteri previsti dalla stessa. Anche Augusto ne usufruì, per cui egli ebbe anche quei poteri (tribunicia potestas) accanto a quelli riconducibili all’imperium proconsulare maius, che prevedeva la possibilità di porre il veto su qualsiasi determinazione del senato, godendo dell’immunità personale. Ecco da dove viene l’immunità dei magistrati ancora in essere. Successivamente furono tribuni “titolari” gli imperatori Tiberio, Tito, Traiano e Marco Aurelio, mentre Marco Agrippa e Druso ebbero i poteri della carica senza mai assumere il seggio imperiale.

Tornando ai nostri due contemporanei “tribuni” (purtroppo), viene da dire che usufruiscono in copia dello scivolamento del modello di leadership capace di guidare gli altri assumendo le responsabilità della guida (traduzione approssimativa del termine inglese derivante dal verbo to lead),  a una sorta di followship, cioè una situazione nella quale non funziona più come centrale democratica il Parlamento, ma il web e i suoi correlati processi psicologici di influencing telematici. Questi due non sono più neanche dei politici, ma degli influencer, che usano -a volte con perizia (specialmente Salvini) e sempre con cinismo oggi ineguagliabile- i mezzi di comunicazione più veloci ed efficaci, cioè i social.

Il Parlamento non sta discutendo più, ma vota fiducie scontate, non vi sono dibattiti se non nei talk show, luoghi del disordine logico e dell’italiano sgangherato, dove diventa accettabile, o il cupo modello proposto dall’accigliato Cacciari, che sa sempre tutto prima degli altri, da lui osservati con sufficienza e a volte con una punta di disprezzo, o quello ridancian-pornografico di Vittorio Sgarbi, che non è più neanche tanto divertente. Accanto a costoro possiamo godere delle ovvietà sesquipedali di Mauro Corona o delle traversie del suo omonimo, che è anche un poco delinquente.

Poi ci sono i sempiterni “politicamente corretti” à la Fazio (non è lo stopper argentino della Roma),  à la Lerner o Saviano, e i sermoncini di don Ciotti o di qualcuno di LeU (e stavolta non la cito… citandola, Boldrini), dal suono che suona come uno sberleffo.

Tristitia regnat, sed spes viva in corde et mente mea.

Signor segretario della Lega, lei non mi rappresenta, e quindi faccia bene i conti quando si attribuisce la rappresentanza di sessanta milioni di Italiani, e come me la pensano milioni di persone, cittadini di questa Nazione. Si dia una calmata e controlli la sua esaltazione, o rischia di svegliarsi bruscamente da un falso sogno

Egregio signor Salvini, la invito a fare il conti bene: lei ha preso il 17 per cento dei suffragi alle elezioni politiche del 4 marzo scorso, il 17 per cento dei votanti, che sono stati poco più del 50 per cento degli aventi diritto al voto, e dunque circa forse 3 milioni di Italiani o poco più, su 48 milioni di elettori attivi, più o meno. Innanzitutto.

Io non la ho votata e conosco più di mille persone che non l’hanno votata, anche perché aborriscono il suo linguaggio, la sua boria, la sua tracotanza, la sua arroganza, la sua prepotenza, la sua vanagloria, la sua protervia, la sua presunzione, la sua ignoranza tecnica e morale, ché son cose diverse, il suo dilettantismo espressivo, in definitiva la sua superbia, principio di tutti i vizi, anche ieri evidenziato dalla citazione sgangherata di papa Wojtyla, che fa il paio con l’esecranda esibizione del Rosario e del libercolo contenente (forse) i Vangeli durante la campagna elettorale. Glielo dice un filosofo e teologo, e anche per di più politologo e sociologo con adeguati titoli ed esperienza. Le basta? L’elenco dei sopra elencati “sottovizi” della superbia è disponibile nell’etica tomista e in quella cui faceva riferimento il professore Norberto Bobbio, ma dubito queste siano letture cui lei possa essere aduso.

E dunque, se non vuole fare figure barbine con non pochi Italiani che sono in grado di smascherarla sotto ogni profilo, come me, prima di fare certe dichiarazioni studi, studi, studi umilmente e faticosamente, nel silenzio, invece di dar fiato alle sue trombe stonate.

Lei non rappresenta 60 milioni di Italiani,  non racconti balle, ché ogni persona appena alfabetizzata lo sa.

Ho ascoltato per Radio Radicale il suo discorso in Piazza di Popolo a Roma, e mi è rimasto in memoria un solo concetto della valanga di parolone e generici concetti espressi con un tono insopportabilmente dittatoriale ed autoreferenziale. Ora manca solo che lei parli in terza persona e passi dal già insopportabile “io”, a “Salvini”.

Di ieri mattina mi è rimasto un solo lemma, più volte da lei ripetuto: buonsenso. Ad ascoltare lei pare basti il buonsenso per governare, per comprendere i problemi, per decidere. Mi sembra pochino. Il buonsenso è una dotazione implicita per svolgere attività politica e qualsivoglia altra attività umana, lo sanno anche i gatti del cortile. E non basta, ovviamente. Ma per lei non è ovvio, che significa, dal latino ob viam, per la via, quindi scontato.

Lei forse non lo sa, ma le piazze, così come gli stadi, i cortei e ogni grande assembramento sono i luoghi dove la soglia critica dell’umana intelligenza si abbassa, come spiegano autori che lei probabilmente non ha neppure sentito nominare, come Gustave Le Bon nel suo La psicologia delle masse. Contento lei…

Non ho il dato socio-statistico dei partecipanti, ma non ce l’ha neppure lei, e quindi non si illuda.

Non so come procederanno le cose, né se questo ircocervo (sa che cosa è?) di governo potrà stare in piedi, poiché l’altro viceprimoministro mi par un poco in ambasce. Lei mi par voglia imitare il suo poco imitabile omonimo, mentre gli fa capire di non darsi pensiero con il sintagma esortativo: “Stai sereno (Luigi)”. Mi par di vederlo, il giovinotto campano, oramai tremebondo anzi che no.

E intanto, nonostante voi due, l’Italia lavora, vive, va avanti. Nonostante voi due, non molto noti per esser stati lavoratori indefessi. Se rivolgo l’attenzione al suo inopinato socio, non mi pare che possa vantare grandi esperienze di studio e di lavoro. E lei? Ha mai lavorato oltre all’aver fatto politica? Leggo che ha fatto il classico, bravo! E poi? Quando ieri la sentivo scandire in piazza il verbo al modo infinito “la-vo-ra-re”, più e più volte, mi veniva da pensare: ebbene sì, lavorate pure voi che mi applaudite qui in piazza, ché a me basta rappresentarvi. Quello è il mio lavoro. Sa invece quello che ho fatto io nella vita, figlio di operai emigranti, studiando e lavorando nel contempo? Ebbene: ho maturato quarantadue anni e sette mesi di contributi, con la legge Fornero, che lei non smantellerà, nonostante i suoi proclami cui lei è il primo a non  creder veritieri, perché le stanno spiegando che è improvvido farlo, quantomeno per ragioni di finanza attuariale; nel frattempo ho conseguito tre lauree magistrali, due dottorati di ricerca e un master. E lei?

Domattina, lunedì, io come altri ventisette milioni di Italiani andrò al lavoro, in una delle aziende che seguo, e in settimana farò anche lezione in due luoghi di formazione alta, nonostante mi sia arrivata una più che dignitosa pensione da un paio di mesi, che né lei né il suo socio in affari si azzarderà a toccare, e verso sera tornerò a casa. Se ne avrò la forza andrò in palestra, così come oggi ho fatto sessanta km in bici, fisico recuperato da un pericoloso tumore, che mi è stato ben curato da un sistema sanitario vigente, non pensato da lei, ma da quelli che lei disprezza ogni volta che apre bocca: i democristiani, i socialisti, i laici e i comunisti e i loro eredi. Un sistema sanitario gratuito da una quarantina d’anni, tra i migliori del mondo.

Joseph Goebbels, ministro della propaganda del III Reich spiegava che dire per dieci volte una menzogna non basta, ché la verità vince, ma se si dice mille volte una menzogna, questa diventa “verità”. Cito qui il fanatico gerarca nazista, non certo per ipotizzare similitudini, ma per ricordare che il meccanismo della menzogna, che riguarda anche il protagonista di questo post, funziona sempre allo stesso modo.

Salvini da Milano, mi ascolti, lasci perdere i sessanta milioni di Italiani, e si accontenti dell’onesto.

Dio è serio o “scherzoso”?

Una domanda intrigante durante una lezione di antropologia filosofica contemporanea, quella del titolo, mi offre il destro di pensare a un modesto, brevissimo trattatello di Teologia fondamentale.

Einstein scrisse (non so dove) o disse (forse) “Dio non gioca a dadi con il mondo“, anche per affermare così, pur se indirettamente, l’inesistenza del caso, e mostrando il metaforico assioma in modo matematico, mentre -chi mi conosce e qualche mio allievo sa- io uso un metodo logico, con l’immagine topografica delle due strade che si incrociano,  la villetta che fa angolo e i due personaggi posti in luoghi diversi, il primo sul marciapiede della strada senza diritto di precedenza e il secondo sul terrazzino al primo piano posto sui due lati della villetta che danno sull’incrocio stradale, mentre guardano l’incidente, il quale per uno dei due è ineluttabile, cioè necessario, poiché si vedono contemporaneamente i due vettori causali (le auto provenienti, l’una per la strada con diritto di precedenza e l’altra per la strada senza diritto di precedenza, e per l’altro è casuale. causalità vs. casualità.

Pensa caro lettore che la metatesi di una “u” cambia l’interpretazione delle cose, dei fatti e del mondo stesso.

L’uomo sul terrazzino, nel suo piccolo, supera il caso e concepisce le cause. Ripeto, nel suo piccolo è un po’ come Dio, poiché vede le cose da un punto di vista più alto o, come si dice in latino, ex parte Dei, cioè dalla parte di Dio, o sub specie aeternitatis, vale a dir sotto il profilo dell’eterno.

La dottrina teologica cristiana “forte”, quella aristotelico-tomista, concepisce un Dio senza difetti, imperturbabile, inaccessibile, se non tramite la preghiera, come affidamento, posizione presente all’estremo dall’Islam, che significa “abbandono (a Dio). Nella Bibbia ebraico-cristiana, un “Dio” spesso iracondo e umanissimo dialoga con gli uomini, o direttamente magari sotto mentite spoglie di angelo (con Abramo), o dando le spalle (con Mosè), o in sogno (con Giacobbe e con Giuseppe di Nazareth, il papà di Gesù), poiché Dio non può essere visto restando in vita.

E dunque: aveva forse bisogno il Signore Dio di creare il mondo e l’uomo? Domanda retorica, ché se Dio è “Dio” di nulla ha bisogno, ma potrebbe provare sentimenti come amore o noia, e dunque creare il mondo, gli angeli e l’uomo, pur tramite l’evoluzione darwiniana, che non contrasta un creazionismo intenzionale.

Il grande filosofo Baruch Spinoza, o Benedicto de Espinosa, ebreo portoghese olandese, riteneva che Dio coincidesse con la Natura, Deus sive NaturaDio ossia la Natura. Ecco un testo spinoziano di teologia fondamentale:

«Per Natura naturante dobbiamo intendere ciò che è in sé ed è concepito per sé, ossia tali attributi della sostanza che esprimono l’eterna ed infinita essenza, cioè Dio in quanto si considera come causa libera. Per Natura naturata invece intendo tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio ossia dalla necessità di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere, né essere concepite senza Dio
(Baruch Spinoza, Etica, parte I, scolio prop.. 29. Trad. it. Emilia Giancotti.)

In molte zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America del Sud è diffuso l’animismo, cioè una concezione di Dio legata al vivente naturale. Ricordo sempre Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, nel film di Akira Kurosawa, che diceva ripetutamente “tigre/ spirito, albero/ spirito, orso/ spirito”, e così via: per lui “Dio” era in ogni vivente e perciò aveva un grande rispetto per le creature.

Le teologie del periodo classico greco-latino fanno capo alle divinità olimpiche, declinate in modo e con nomi diversi ad Atene e a Roma. Alcuni esempi: Zeus/ Jovis-Giove, Era/ Junonis, Poseidon/ Nettuno, Ares/ Marte, Artemide/ Diana, Afrodite/ Venere, Hermes/ Mercurio, etc.. Su questo tema consiglio la lettura de La città di Dio di Sant’Agostino e Il ramo d’oro di James Frazer. L’Egitto classico ha una teologia molto raffinata, legata alla vita e alla morte degli uomini, con grande attenzione per il post mortem. La casta sacerdotale difese per millenni il politeismo, mentre solo il faraone Akhenaton, o Amenofi, IV propose l’idea di un “dio unico”, Aton, ma i sacerdoti del politeismo di Anubi, Iside, Horus, Maat, Ra, Serapide, Thot, Osiride, Api, Amon, e altre decine tra cui si trova persino Antinoo, il giovinetto amato dall’imperatore Adriano, divinizzato ovviamente post mortem, ripresero il sopravvento.

In Oriente abbiamo sensibilità ancora diverse: nell’Induismo Brahman rappresenta il Principio divino assoluto, mentre il Buddha non ipotizza neppure il nome divino, ma si sofferma sul destino dell’uomo, proponendo una filosofia religiosa, un’etica esistenziale fondata sul controllo del desiderio di possesso, le varie libidines, tipiche del nostro Occidente (la libido potestatis, la libido pecuniae, la libido libidinis, etc.), e la mitezza. Il Cielo è il nome di Dio per i cinesi seguaci di Confucio e Lao-Tzu, forma divina assolutamente impersonale e piuttosto legata alla natura. Altro e molto si potrebbe dire, ma il post diventerebbe necessariamente un articolo scientifico non adatto a questo locus dialogante.

Come si può dunque dire di Dio?, cioè che cosa è Dio?, chi è Dio?, mi chiede un’allieva. Posto che nel catechismo di san Pio X noto a tutte le persone di una certa età, così recita la risposta alla medesima domanda: Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose, cerco di rispondere, molto esitando, così: Dio è Intelligenza luminosa e buona. Il Dio di Michelangelo disegnato nella cappella Sistina e di Masaccio, presente sulla parete della navata sinistra di Santa Maria Novella a Firenze, certamente mi consolano, ma penso che queste due immagini antropizzanti siano adatte al racconto per il popolo privo di strumenti teologici. Nella grande basilica fiorentina dei Padri Domenicani lo Spirito Santo, messo tra il Padre e il Figlio crocifisso, è rappresentato da una colomba bianca, come nel racconto del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, officiante Giovanni il Battezzatore.

In ogni caso Dio è avvolto dal mistero e il mistero avvolge Dio, distinguendo con rigore tra mistero ed enigma (cf. Gabriel Marcel), per cui si può manifestare solo tramite l’atto di fede e nello stato di vita eterna. Il termine latino mysterium, derivante dal verbo greco mùo, ein, significa un qualcosa di nascosto ma che si può rivelare lentamente. L’enigma è invece una specie di complicata e anche complessa questione apparentemente senza sbocchi o soluzioni. In proposito si ricordi il nome del sistema tedesco di comunicazione militare nella Seconda Guerra Mondiale, scoperto dal matematico inglese Alan Turing. Non dimenticare, gentile lettore, la differenza sostanziale tra i due lemmi, laddove “complicato” significa un qualcosa che si può capire analizzando ogni sua componente, ad esempio una macchina elettromeccanica informatizzata estremamente composita, mentre “complesso” rinvia all’esigenza di comprendere anche senza conoscere fino in fondo ogni componente, come nel caso del corpo umano o del cervello. (Su questo tema consiglio alcune letture: Prede o ragni di A. F. De Toni e L. Comello, edito da Utet, e i testi principali, raccolti anche in articoli commentati, di Ilya Prigogine e Stephen Jay Gould).

La Teologia apofatica, quella dei mistici sufi nell’Islam e di quelli cristiani, come i “Renani” del XIII e XIV secolo, primo dei quali si può considerare Johannes Meister Echkart, sostiene che di Dio si può dire solo ciò-che-non-è, essendo atto di presunzione cercare di definirlo. Dio sfugge ad ogni definizione del linguaggio umano, per cui nella dottrina islamica a Dio si attribuiscono almeno un centinaio di predicazioni nominali (Dio è …), ma una è sconosciuta perché ineffabile, ed è il vero nome di Dio.

In Esodo 3, 14, quando Mosè sul monte Sinài chiede all’Onnipotente, dopo avere ricevuto la Legge, che nome darGli per riferirlo al popolo, la sua risposta è:

אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה , ʾehyeh ʾašer ʾehyeh, cioè in ebraico sono colui che sono, cioè, potremmo dire scomodando la metafisica classica platonico-aristotelica, l’Essere stesso sussistente.

Valter, un altro allievo, suggerisce che Dio potrebbe anche avere un certo umorismo, essere scherzoso, avendoci dato la possibilità di scegliere, cioè una certa libertà. E io ho aggiunto che allora è anche un poco cinico (che Lui stesso mi perdoni), sapendo l’uso che di questa libertà abbiamo fatto, facciamo e… faremo.

Alcuni studiosi, come ho già qui scritto, sono convinti che il Sapiens si stia -se pure lentamente- evolvendo in positivo, in “umanità”. Speriamo abbiano ragione perché il rischio prossimo che l’umanità potrà correre è quelli della A.I, dell’intelligenza artificiale che già sta avanzando con suoi algoritmi di controllo, dai grandi social, Facebook in testa, in giù o in… su. Abbiamo già visto quello che cosa può fare questo mezzo, e ascoltato le scuse di Zuckerberg, assai poco convincenti, però. Già smentite da fatti successivi. Su questo tema interessanti sono: Superintelligenza di Nick Bostrom (Boringhieri), Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio (Adelphi) e 21  lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari (Bompiani).

Dio non è nell’algoritmo, mi sentirei di dire, ma piuttosto nel vento leggero di cui si narra in 1 Re 19, 9.11 – 14: 11 Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12 Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». 14 Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». (testo della C.E.I.)

E poi il racconto si fa di nuovo violentissimo, seguendo l’episodio dei profeti di Baal che il profeta aveva scannato sul monte Carmelo, per ordine del Signore Dio.

Ma allora Dio è violento? E’ vendicativo dando seguito alla sua ira? Che cosa è l’ira di Dio? Chi è Dio? E’ Intelligenza luminosa e buona? Voglio credere.

Un padre alla gogna mediatica e un “maestro” fasullo

Tornando da un luogo di restrizione, dove ho incontrato qualcuno il cui pensiero si muove, mi son trovato di fronte due temi, ovviamente scelti tra altri, che il mio gentil lettore potrebbe anche considerare futili, e forse in parte lo sono, ma mi consentono una riflessione che desidero condividere, sempre con i miei pazienti lettori.

Il primo: non si vergogna il vice capo del Governo Di Maio ad aver messo alla gogna suo padre? Vergogna e gogna fanno rima, peraltro. Gli sembra di aver fatto la cosa giusta mettere un signore quasi settantenne davanti a una webcam, seduto a una scrivania abbastanza improbabile, due calcolatrici da tavolo, un po’ di post it, un fax, per fargli confessare coram populo un comportamento disdicevole come datore di lavoro, e a chiedere scusa a lui stesso “che non sapeva nulla” dell’evasione fiscale e del lavoro nero nell’azienda di famiglia, ai lavoratori senza contratto e al popolo italiano? Il tutto trasmesso sul social che più social non si può, facebook. Che vergogna, ma non per il signor Antonio, bensì per chi gli ha fatto fare la pantomima, collocabile stilisticamente -come genere comunicativo- tra il penoso e il grottesco.

I fatti. Il signor Antonio si è comportato come una miriade di altri piccoli imprenditori italiani, che a volte non possono, e forse più spesso non vogliono rispettare le leggi del lavoro. Peccato veniale? Peccato mortale? Inadempienza amministrativa? Reato? Il signor Antonio lo chiama errore. Diciamo che la scelta del vocabolo è allineata alla cultura di base della loro famiglia, che non spicca.

Caro Antonio, non è solo un errore , forse lei non lo sa, ma è probabile che neppure suo figlio lo sappia. Può darsi che il ministro del lavoro non sappia che non si può non offrire un contratto a chi lavora, sia esso a termine o a tempo indeterminato, a tempo pieno o parziale, di dipendenza o di collaborazione, a chiamata, in collaborazione coordinata e continuativa o in Partita Iva.

Forse il “ministro del lavoro” avrebbe fatto meglio a non coinvolgere mediaticamente fino a questo punto suo padre, scegliendo di parlare lui stesso con trasparenza e lealtà al 32% di chi lo ha votato tra gli aventi diritto, e al popolo tutto di questa un po’ disgraziata Nazione italiana.

Gli aspetti etici poi, sicuramente sconosciuti al ministro, sono di altro spessore. Vediamo: l’etica è una scienza, imprecisa come tutte le scienze, a eccezione della matematica, la quale è una pura convenzione segnica, per cui può essere precisa. Parlo ovviamente della matematica e della geometria classica, quella euclidea. Ogni altra scienza, come sapere strutturato da uno statuto epistemologico è per definizione imprecisa e sempre in fieri.

L’etica appartiene al sapere filosofico e si occupa del giudizio sull’agire libero dell’uomo, poiché  si muove tra ardui sentieri riflessivi sul bene sul male, e va declinata con cura nelle sue molteplici differenziazioni. Non esiste infatti una sola etica. Le varie scuole di pensiero e i periodi storici, nonché le antropologie presenti sul pianeta ne hanno prodotte diverse. Si va dal culturalismo che ammette la mutilazione dei genitali femminili (si tratta di un’etica etno-antropologica) al finalismo che mette l’uomo e tutti viventi al vertice della scala valoriale da tutelare sopra ogni cosa. L’etica, dunque, si occupa dei principi, dei valori e delle virtù e, di contro, anche dei vizi, dei peccati, teologicamente parlando, e dei reati, civil-penalmente discorrendo. Questa cosa qui, detta in cinque righe, caro vicecapodelgoverno è l’etica. Lo sapevi? Question solamente retorica. Claro que no.

 

Il secondo: nel mio paesone si è affacciato un turlupinatore di menti semplici, un imbroglione seriale. Già da me visto all’opera in un altro paesone ai confini tra Veneto e Friuli, dove l’ho facilmente sgamato, quando gli ho chiesto, davanti a una quarantina di “siorète” eleganti, qualche nome dei suoi maestri, qualche bibliografia relativa alla sua “scienza” e qualche titolo di film di cui ha citato l’esistenza, ma non il titolo, appunto. Non mi ha saputo rispondere, perché evidentemente questo signore fa parte, con indubbia abilità comunicativa, di quel novero nutrito di sedicenti esperti che girovagano per città (piccole) e campagne del belpaese, millantando conoscenze antropologiche, filosofiche e psicologiche, che non hanno. Ricordo che il tema proposto in quel di Portogruaro era l’autostima. Non credo gli sia andata tanto bene la presentazione di quel corso, in termini di iscrizioni a pagamento.

Costoro vendono appunto corsi e seminari a pagamento. Nel caso di cui qui riferisco la proposta concerne la mente umana di cui si vuol spiegare -si presuppone  o si considera sottinteso per deontologia scientifica- tutto o quasi, a leggere i titoli dei vari moduli: anatomia, fisiologia, funzionamento neuro-chimico-elettrico concernente l’encefalo, o no? E altrimenti come far capire il funzionamento della mente, che è il software, se non spiega l’hardware?  Mi insegnano gli informatici che un buon softwarista conosce almeno la struttura dell’hardware, anche senza esserne un hardwarista. Anglo-neologismi da Cruscanti, vero lettor paziente?

Posto che salti tutti ‘sti argomenti perché di pertinenza bio-neuro-scientifica e psichiatrica, probabilmente passerà al “prodotto”, cioè al pensiero e al suo funzionamento. Bene: può costui vantare un qualche titolo in campo filosofico, psicologico, pedagogico o altro di affine? Ebbene sì, qui parlo di titoli accademici, e di esperienze di docenza o pratica correlate, ad esempio le psicoterapie, la consulenza filosofica e il counseling,  ché la sola “esperienza di vita” non basta, come pensa più di qualcuno, illudendosi di pareggiare i saperi di chi quei titoli ha, solo perché “ha esperienza”. Ma andiamo!

E poi, tralasciando altre amenità, come la citazione dell’etica, circa la quale forse ignora, sia il significato etimologico, sia l’accezione corrente, sia  che esiste una specifica scienza, la filosofia morale, vengo alla diade concettuale centrale: come passare dalla “mente limitante” alla “mente creativa”, come è scritto nel pieghevole di presentazione di un convegno. E che vuol dire?

Sa forse costui che la mente è qualcosa di estremamente complesso in generale e di unico e soggettivo in particolare, per cui non si può mai parlare di “mente limitante” e di “mente creativa”, ma di soggetti umani irriducibilmente unici, che vanno analizzati con l’ausilio di tutte le scienze sopra citate?

Oppure, come si può proporre obiettivi tanto generici come sta scritto, sempre lì, sul pieghevole, in ordine sparso e incomprensibile alla normale logica della nonna Catine: Fare, Essere, Avere? E dde che? Mi echeggia piuttosto la filastrocca infantile legati a giochi con i pegni per i perdenti, del tipo: dire, fare, baciare, lettera, testamento. Vero?

Il genericismo vieto di tutto ciò è sorprendente per chi ritiene che lo studio dell’uomo e intorno all’uomo sia una cosa seria, e non sto parlando di scienziati dell’anima o della psiche.

Da filosofo consulente penso che questo signore sia un millantatore anche se non pericoloso, e spero che qualcuno, come ho fatto io nella nobile Portogruaro, lo smascheri. Girerò voce ai miei amici filosofi e psicologi, gente seria e studiata, che non vende fumo, ma cuoce e condivide arrosto con chi è disponibile a scambiare qualche idea facendo ragionamenti seri e logicamente argomentati. Gli consiglierei soprattutto di porre a Battistutta questa domanda, peraltro semplicemente tratta da una citazione presente sul depliant di presentazione dell’evento: che cosa significa “(…) riportare alla luce l’antica via della conoscenza ormai dimenticata“.

Vorrei capire dunque: se intende una sorta di tradizione orale della conoscenza (o forse intende dire “sapienza”, ma dubito che conosca bene  la differenza tra i due termini), ce l’aveva in abbondanza anche mia nonna materna Caterina, che qui cito spesso; se invece si tratta delle grandi tradizioni greco-latine (da Platone e Aristotele a Cicerone, Seneca e Marco Aurelio) e biblico-cristiane (Vangeli, san Paolo, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, etc.), fino a Descartes, Leibniz, Hume, Locke, Kant, Hegel, Schelling, Nietzsche, Heidegger, etc., oppure hindu-buddiste (dal Buddha a Shankara) e taoiste-confuciane (Confucio e Lao-Tzu), beh, o quest’uomo mostra accreditamenti accademici di filosofo e teologo, sapendo citare dottrine, testi ed autori, avendoli letti e studiati, e potendo così commentarli, oppure si tratta di una abile circonvenzione del prossimo, se qualche umano ci sta. Beninteso, essendo questi libero di starci o meno.

Certo, i suoi “saperi” potrebbero fondarsi su quel pot pourrì senza capo né coda che è la cultura (fo’ per dir) New Age, ma a questo punto, tutto si spiega nella sua banalità.

Se qualcuno dei miei amici filosofi o psicologi avrà tempo e voglia di investire un’ora per la salute pubblica, gli sarò assai grato per un sentimento di umana fratellanza, e per l’impegno a difesa della fatica della cultura e della ricerca della verità fuggitiva.

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