Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Alla ricerca del maestro perduto

Mio padre ha avuto per tutte e cinque gli anni delle elementari il severissimo Signor Maestro Polizzi, siculo; mia madre, sempre per tutti i cinque anni delle elementari, il friulanissimo Signor Maestro De Colle. Due maestri maschi, per cinque anni, che vediamo seriosi nelle foto con gli alunni, loro in grisaglia e cravatta, con i baffi il primo, senza il secondo. Erano il “Signor Maestro“, cui si doveva rispetto e deferenza, cui ci si rivolgeva con il “lei” e cui si rispondeva solo se interrogati. Una figura che, specialmente nelle piccole comunità, aveva lo stesso status sociale del parroco, del medico condotto, del maresciallo dei carabinieri e del sindaco.

Da alcuni decenni, invece, vediamo immagini di studenti seduti sui banchi con le terga rivolte all’insegnante, lo sguardo strafottente, etc. Non faccio di ogni erba un fascio, né intono un peana ai bei tempi andati maledicendo il lascito sessantottino, ché sarebbe un’assurda e improvvida operazione nostàlghia, ma vediamo un po’…

L’Ocse denuncia la progressiva scomparsa degli insegnanti maschi dalle scuole, in particolare dell’infanzia e primarie. Il Risultato è: uno squilibrio sull’impatto cognitivo dei bambini” è il titolo di un pezzo molto interessante che trovo sull’ultimo numero di GQ Magazine Italia. Alcuni dati:

1.300 euro al mese che diventano 1.600 solo dopo vent’anni; sono 10.545 i maestri di scuola primaria contro 236.000 insegnanti femmine, meno del 4%; nella scuola dell’infanzia i maschi rappresentano lo 0,7% del totale del corpo insegnanti: 612 su 87.701; alle medie i maschi sono il 22%, alle superiori il 33%. La media generale Ocse è: 68% insegnanti donne, il 32% uomini (cf. Gender imbalances in the teaching profession) L’antropologa Ida Magli sostiene che siamo a una forma di matriarcato neppur tanto surrettizia.

Il fatto è che la cura dei bambini è stata sempre prerogativa del femminile, fin dalla nascita, come natura comanda, ma vi sono dei problemi in tutto ciò. Se si vuole un’educazione equilibrata l’elemento maschile resta indispensabile, alla faccia dei confusionari incolti cultori (bell’ossimoro vero?) del gendering: se non c’è nessuno che riesce a dire al bambino in formazione educazionale, in crescita del carattere, anche dei discorsi semplici e netti, maschili, dunque, come se interrogasse Tex Willer, che riconosce con chiara nettezza i buoni e i cattivi, e aiuta i primi punendo i secondi, si crea un loop valoriale originario originante molti guai successivi. Non sto dicendo che occorre un certo manicheismo formale per formare i caratteri a valori morali chiari e condivisibili, ma che è indispensabile fornire ai bambini gli strumenti per esercitare fin dagli anni della scuola primaria una certa capacità di giudizio critico sulle azioni e sulle espressioni umane. Questo è possibile solo se vi è un’integrazione tra la sensibilità e le sfumature della pedagogia declinata al femminile, e la forza che traspare da una presa di posizione di tipo maschile. Non è un caso se la natura ha provveduto così, operando con gameti complementari alla perpetuazione delle specie viventi, non solo dei mammiferi.

Un maestro elementare intervistato dalla rivista afferma: “Ho conosciuto colleghi maschi caproni e colleghe capre, ma mi sembra che il contributo maschile possa essere considerato importante per come l’insegnante maschio affronta la difficoltà, mai drammatizzandola come tendono a fare le femmine, che poi accudiscono l’alunno spaventato, bensì un poco relativizzando il fatto e invitando l’alunno a darsi da fare a scuotersi, a muoversi, a reagire“. Appunto: si tratta di un approccio pedagogico diverso, virile, capace di e-ducere energie e reattività, piuttosto che comprensione e coccole.

Il maestro può fare un lavoro utile e complementare a quello che fanno le sue colleghe, proprio per dare completezza al processo educativo primario, così come il ruolo del papà è indispensabile quando vi è la sua presenza, e anche qui non sto dicendo che le sole famiglie bene educanti sono quelle regolari, poiché abbiamo millanta esempi del contrario. In famiglie “regolari” sono avvenuti e avvengono violenze e delitti inenarrabili, mentre bimbi educati da un solo genitore o dai nonni sono riuscite splendide persone adulte. Dico solo che sarebbe bene rendersi conto dell’utilità di un riequilibrio tra i generi nell’ambito dell’insegnamento scolastico, rendendolo più attrattivo, anche economicamente.

Gli insegnanti in Italia percepiscono stipendi vergognosi, cari governi, cari ministri messi lì anche se scarsamente scolarizzati: ecco, se per altri ministeri non vedo l’esigenza  di porvi a capo un tecnico della materia, per questo ministero ne vedrei tutta l’importanza. Si nomini un valido pedagogista al posto di una che non ha neanche fatto le scuole superiori. Per favore.

Di Maio e Di Battista, Rosato e Gasparri, Scilipoti e Razzi, Boldrini e Renzi, Maroni e Zaia e… Maria Teresa d’Austria

Il mio gentil lettore è legittimato a chiedersi  che cosa c’entrino con la grande sovrana asburgica i primi due e la mia risposta non può che essere “nulla”, anzi “men che nulla”, mentre gli ultimi due hanno in qualche modo a che fare, pur se in modo diacronico, essendo i capi attuali del Lombardo-Veneto. Siccome domani, 22 ottobre si celebreranno i referendum sull’autonomia di queste due regioni, ecco la ragion del pezzo.

I sei in mezzo sono messi lì per rappresentare il minimo comun denominatore del personale politico odierno, e mi chiedo spesso quando penso a costoro, che cosa sarebbero in grado di fare se non facessero il mestiere della politica, e quasi sempre la risposta è sconsolante. Vediamoli da vicino in poche righe: Rosato è capogruppo PD alla Camera e mi ricorda un suo omonimo, Roberto Rosato, grande stopper del Milan di Rocco, coetaneo di Gianni Rivera, nonché un eloquio scontato, di noia profuso e di un nulla concettuale intriso, molto simile per stereotipie alla sua competitor Debora (non so se con “h” finale o meno); Gasparri ex fascio romano convertito a sior Silvio, il quale è stato ed è tuttora sinecura per molti, twitterista polemico e astioso. Di Scilipoti e Razzi nulla di più dei cognomi, ché no’l meritan altre fatiche né spazi informatici: il nulla fisico, non quello metafisico, che è qualcosa.

Dei primi quattro non so il mestiere, per cui si potrebbero assumere come autisti in qualche azienda strutturata o ente pubblico, o forse no, perché altrimenti ci arriva la frotta petulante dei parenti disoccupati a batter cassa. Di Boldrini ho detto fin troppo su questo mio blog, con commenti mai lusinghieri; Renzi invece è una new entry della mia critica e qualcuno potrebbe giustamente farmi osservare che ho atteso troppo prima di criticarlo. In verità un paio di anni fa avevo scritto un pezzo che parlava di atteggiamenti e posture inguardabili, del vivace ragazzo di Rignano sull’Arno. Ora dico che è inascoltabile, inguardabile, inaffidabile, e mi auguro che la sua stagione d’oro stia volgendo al termine per il bene della Patria nostra, perché è proprio un brutto soggetto, e non perché lo dice l’improbabile chierichetto Speranza, né il buon compagno Bersani, e di D’Alema non dico, ché sarebbe follia resuscitarlo alla politica.

Venendo a considerare Di Maio,  presuntuoso gaffeur di dati e date, l’amico Gianluca avrebbe un’idea brillante: proporlo ad un grande negozio di abbigliamento (tipo il friulano Arteni) come commesso nel reparto camiceria, ma senza autonomia sugli sconti da praticare ai migliori clienti, da chiedere sempre al capo negozio. Ovviamente, con tutto il rispetto per i commessi e le commesse del settore. E Di Battista, noto per l’andatura ciondolante e la pretesa di essere un guevarista 2.0? Ma, chiosa un altro amico: a Di Battista si potrebbe proporre un lavoro ecologico, con quelli dei camion che passano nottetempo a ritirare i pacchi della differenziata urbana. E’ robusto abbastanza per poterlo fare canticchiando. Questi due, con Grillo e il gran pensatore Casaleggio orecchiano il pericoloso Rousseau come un vate, e non so se del ginevrino abbiano letto un rigo o capito la filosofia.

Di Zaia e Maroni, leghisti della prima ora, devo dire che sono tra i migliori politici italiani e forse anche Maria Teresa li avrebbe scelti come granduchi del Lombardo-Veneto: Maroni è stato un buon ministro del lavoro e degli interni, Zaia è il credibile governatore della gran regione veneta. E parlo così anche se non ho mai amato il loro partito, né la rozza sicumera del fondatore, annegato nella stupideria dei figli e nella coglionaggine propria. Ma non amo neanche gli altri partiti di oggi, neppure il frantumato PD, travolto da invidie mortali e sopraffatto dagli esiti della fusione a freddo tra cattolici ed ex comunisti; in questa miseria tremenda sopravvivono opportunisti d’ogni stagione come Casini e Alfano, e spicca nel mar grande dell’improntitudine inetta così diffusa, il cavalier Silvio, che mai avrei pensato di lodare. Ahimè.

Dall’altra parte spicca invece, fulgidamente, Maria Teresa d’Asburgo, cattolica fervente, ma capace di distinguere Cesare e Dio, come insegna il Maestro nazareno, impedendo le intromissioni della chiesa nella politica, anche controllando personalmente la selezione di arcivescovi, vescovi ed abati, capace  “di vivere una vita estremamente austera e ascetica, specialmente durante la lunga vedovanza.” (dal web).

La sovrana rinforzò l’Impero austro-ungherese sul piano politico e militare, ma dotò, prima tra i monarchi europei, di servizi sociali i popoli che costituivano l’impero, a partire dalla sanità e dall’istruzione. Incaricò il medico Gerard van Swieten di organizzare un ospedale a Vienna e di rivedere i piani di studio universitari di medicina. “In seguito, Maria Teresa affidò a Van Swieten il compito di studiare il problema della mortalità infantile in Austria e, su raccomandazione del medico, la regina sancì che l’ospedale della città di Graz (seconda città dell’Austria) avrebbe dovuto effettuare autopsie per tutte le morti avvenute in modo da garantire dati adeguati alla ricerca medica. Vietò la costruzione di cimiteri senza un previo permesso governativo, contrastando in tal modo usanze funerarie dispendiose e scarsamente igieniche; infine la decisione di sottoporre, nel 1767, i propri figli alla vaccinazione fu essenziale per superare il contrasto verso tale pratica, più volte espresso dalla comunità accademica. Fu la stessa Maria Teresa ad inaugurare la vaccinazione ospitando al Castello di Schönbrunn una cena per sessantacinque bambini.” (dal web)

Circa l’istruzione, Maria Teresa nel 1775 riformò il sistema scolastico decidendo che ogni bambino di età compresa tra i sei ed i dodici anni avrebbe dovuto obbligatoriamente frequentare la scuola; anche se tale riforma non ebbe esito pratico pienamente soddisfacente, tenendo conto che in talune zone dell’Austria, nel XIX secolo, ancora metà della popolazione era analfabeta, tuttavia, fu essenziale poiché fu espressione del valore di una educazione gratuita e pubblica. “Inoltre, consentì anche agli studenti non cattolici il diritto di frequentare l’università e ne riorganizzò i corsi di studi promuovendo l’introduzione delle materie di diritto e facendo sì che i professori fossero scelti con particolare riferimento alla capacità professionale; infine, allo scopo di garantire una preparazione uniforme, fu sancito che solo le università avrebbero potuto garantire il titolo di laurea, esautorando i collegi professionali o riservati alla nobiltà.” (dal web)

Mi pare di poter dire che siamo di fronte a grandezze (o piccolezze) tra loro incomparabili, anche se qualcuno potrebbe obiettare che un sovrano assoluto ha più facilità di azione rispetto al politico che amministra in un regime democratico, cui però si può rispondere che al tempo di Maria Teresa altri sovrani con poteri assoluti si occupavano di ben altro: rafforzare il proprio potere e patrimonio familiare e personale, cui asservivano spesso gli interessi dello stato, muovere guerre per ragioni dinastiche, oziare in libagioni e partite di caccia, e via andando.

Maria Teresa spiccherebbe come una luce fulgida nello scenario odierno della politica, con la sua dedizione, la sua etica, la sua capacità di essere al servizio pur essendo depositaria di un enorme potere. Un esempio, se i su nominati si dessero il tempo e avessero la voglia di studiare la sua biografia, impegnandosi ad imitarla, pur da distante, vista la statura morale e intellettuale che li contraddistingue, forse qualcosa di buono verrebbe fuori.

E ora basta malinconie, viva Maria Teresa d’Austria.

Le favole di Esopo e altre storie di saggezza popolare

Ho per le mani un volumetto dell’editore Salerno, inviatomi da chi si trova in ristretti orizzonti, per gentilezza amicale e omaggio di scuse. Evidentemente in questa fase delle nostre due rispettive vite non ci si capisce, e fors’anche non ci si comprende, e quindi occorrono messaggi di soccorso al reciproco intendersi.

Le favole rappresentano miti e caratteri umani spesso attraverso una sorta di antropomorfizzazione degli animali, selvatici e domestici, in situazioni assolutamente plausibili, con una morale finale che si traduce in proverbi e motti sintetici, comprensibili a chiunque. Il titolo esteso del volumetto è Aforismi politici fondati sopra le favolette di Esopo frigio, dedicate alla qualità del principe (si tratta in questo caso di Vittorio Amedeo II di Savoia) e all’arte del regnare, a cura di Emanuele Tesauro, tratto da manuali in uso fin dal ‘500 nelle scuole umanistiche; d’altro canto Gianni Mombello ritiene una fonte attendibile dell’aureo libretto il testo francese di Jean Baudoin Les fables d’Esope Phrigien pubblicato nel 1631. Il titolo della pubblicazione italiana è La politica di Esopo frigio.

Il genere letterario degli aforismi e degli apologhi moraleggianti risale prima di tutto alla tradizione greca di un Plutarco, e poi anche a quella latina di un Marziale, di un Cicerone o di un Tacito, e non solo, ma appartiene perfino alle esperienze formative dei primi apostoli della chiesa cristiana nascente, come i Padri del deserto del terzo secolo d. C.: nomi come quelli di Pacomio e Paolo di Tebe, di Antonio come raccontato da Atanasio di Alessandria, sono noti per i detti e gli apoftegmi che lasciarono in dote alle prime strutture cenobitiche egizie e del Vicino Oriente antico. San Basilio di Cesarea ne fu poi il principale fruitore quando pensò di scrivere la prima regola monastica della cristianità, fonte originale dello stesso movimento benedettino, che da lì trasse argomenti così come dalle indicazioni morali e comportamentali agostiniane. Più vicine ai nostri tempi sono le raccolte di detti aforistici ed epigrammatici di filosofi come Montaigne, Pascal, Nietszche, Schopenhauer, Karl Kraus, Wittgenstein, etc.

Non dimentichiamo poi il libro biblico dei Proverbi, vero compendio di sapienza popolare del plesso siro-palestinese risalente al primo millennio a. C.  Massime, adagi, proverbi, apologhi, aforismi, apoftegmi, in una ricchezza straordinaria e forse ancora poco conosciuta dai più.

Le più divertenti di Esopo, tanto per gradire e forse rammemorare ricordi scolastici in qualche arguto lettore.

 

DEL LUPO E DELL”AGNELLO

Alla chiara sorgente di un fresco rio beveva messere il lupo. E, bevendo, vide un agnello, che dilicatamente, con la cima de’ labri beveva nel rio, lungi foorse un tratto di pietra. Il lupo scacciò la sete con la fame e corrè sopra lo agnello, gridando: Ahi scelerato, tu m’intorbidi l’acqua. L’agnello, col cuore e con la voce tremante, lo supplicò di compatire alla sua innocenza. Percioché, bevendo sì lontano nel rio, non poteva intorbidar la fontana. Ma la crudel fiera, più altamente gridando, rispose: Invano ti scusi. Tuo costume è di volermi male. Percioché il tuo padre e la tua madre mi odiano a morte. Tu dunque ne pagherai la pena. E così dicendo sel mangiò.

allegoria: Quando il più forte vuole opprimere il debile, non gli mancano pretesti.”

 

DEL TOPO E DELLA RANA

Guerreggiava contro della rana il topo acquaiolo per la giuridizione della palude. Il topo più astuto, facendo imboscate fra l’erbe e uscendo di sotto terra, assaltava la verde nemica. Ma questa come più agile e destra, col saltellare ora inanzi ora indietro si schermiva e offendeva. Lungo tempo con le armature di foglie e lance di giunchi durò nel freddo fango la calda battaglia. Ma ecco che, troppo intesi a danneggiarsi fra loro, i piccoli avversari non si guardarono dal nibbio, il qual, calatosi di repente, divorò l’uno e l’altro.

allegoria: Quando due piccoli contrastano , il potente fa il suo profitto.

 

DEL CERVO E DELLO AGNELLO

Il cervo bugiardo accusò l’agnello davanti al lupo, dicendo: Signore, costui non mi paga un moggio di formento che mi deve. Lo agnellov quantunque sicuro di non dovergli nulla, nondimeno, temendo il lupo non pigliasse questo pretesto per mangiarlo, si sottometté di pagarlo infra pochi giorni. Apena finito il tempo, ecco che il cervo domanda il debito. Ma l’agnello, il quale non aveva più paura, si negò debitore, dicendo: Ben tu sai che il timor del lupo mi forzò a prometter e promessa fatta per forza non vale una scorza.

allegoria: Promesse forzate non vaglion nulla.”

 

DEL CANE E DELL’OMBRA

Passava il cane per un ponte stretto con un pezzo di carne tra li denti. E perché l’ombra della carne, riverberando nell’acqua, rappresentava un pezzo di carne molto maggiore, il cane disse: O che grande acquisto poss’io far oggi, per mia fè io non vo’ perderlo. Si calò dunque nel fiume, ma quando più vicino fu alla preda, tanto più lontano si trovò alla speranza. Percioché, aprendo l’avida bocca per aboccar l’ombra, la vera carne gli scappò, ed egli non ebbe né questa né quella. Onde, ritornandosene affamato, disse: O pazzo me, che non seppi moderar la mia cupidigia. Io avevo quanto mi bastava e ora per volere troppo io non ho nulla.

allegoria: Chi vuol troppo non ha poi niente.”

 

DELL’AQUILA E DEL CORBO

Fra gli scogli marini aveva l’aquila pescato una conchiglia. Ma niun profitto traea della preda, peroché né col rostro, né cogli unghioni potea squarciarla per averne il pesce che dentro vi si nasconde. Dissele allora il corbo: Eh, sciocca, vuoi tu ch’io t’in segni? Vola quant’alto puoi e lascia cader la conchiglia sul duro di questo sasso, ch’ella si romperà. Il successo fu questo: l’aquila seguì il consiglio, la conchiglia si spezzò, il pesce ne uscì e il corbo cattivello, che stava quivi aspettandolo, sel beccò.

allegoria: I consiglieri avari indirizzano al proprio comodo gli lor consigli.”

 

Non vi è dubbio alcuno che la sapienza popolare di tutti i tempi e luoghi è fondamento della filosofia morale soprattutto da un punto di vista pratico e pragmatico del saper vivere, a volte rinunziando a qualcosa per avere l’essenziale, cioè ciò che dà l’essenza vitale nell’equilibrio dei desideri, filtrati dall’intelletto e dalla ragione, e mossi da una volontà consapevole del senso delle cose e della vita stessa.

Mattutino

I monaci basiliani (San Basilio di Cesarea è l’autore della prima regola monastica della grande chiesa del IV secolo) utilizzavano lo schema qui a latere per la preghiera quotidiana, e il modello benedettino ne tenne conto, specie nelle clausure. Ogni tratto della notte e della giornata era buono per elevare al Signore la preghiera del cuore che iniziava spesso, soprattutto nella chiesa d’Oriente, con una bellissima giaculatoria cioè, da sua etimologia, un “dardo” (lat. iaculum) lanciato verso Dio: “Signore, Figlio di Dio Padre onnipotente, abbi pietà di me peccatore“.

Era non solo l’umile rivolgersi all’Incondizionato, ma anche  il riconoscimento del limite oggettivo e soggettivo dell’essere umano, della sua finitezza, della sua miseria, al contrario della iattanza che contraddistingue molto del pensare, del dire e dell’agire odierno sul web, sulla carta patinata dei magazine, in tv. Oggi sembra che l’uomo si sia fatto quasi omnipotente, vantandosi senza un minimo di umiltà della sua scienza, della sua tecnologia, della sua capacità di modificare il pianeta Terra e se stesso. Bene, benissimo i progressi della medicina, della biologia, della fisica, ma non tutto ciò che consentono di fare, è lecito fare, poiché vi sono dei limiti etici a parer mio insuperabili. Straordinario è il lavoro che è stato fatto sulla genetica animale e umana, e il poter usare le cellule staminali per guarire patologie gravi, ma non il loro utilizzo per modificare, ad esempio, il genere di un nascituro. Ottima cosa usare le risorse presenti sulla terra per migliorare la vita delle persone, ma non abusarne fino a danneggiare in modo speriamo non irreparabile l’ambiente stesso, che è come l’utero di una madre per il feto. L’ambiente e gli altri animali non vanno mitizzati, ma rispettati per il loro ruolo nell’equilibrio più generale. E qui mi rivolgo specialmente ai più accesi animalisti e vegani: cercate di vedere le cose a partire dall’umana autocoscienza, e non dal mero vivente, perché -per coerenza- dovremmo morire di fame, in quanto anche l’insalata geme e soffre quando viene raccolta. Non lasciare un cane in autostrada è bene, trattarlo come fosse un bambino è male.

E infine, l’uomo d’oggi non deve mai dimenticare di essere spesso solo un nano sulle spalle dei giganti del pensiero e della ricerca precedenti, da Platone e Aristotele a Cartesio e Galileo, Darwin, Einstein, Curie, Freud, Dirac etc., che hanno via via elaborato e corretto, sia pure in parte, il pensiero dei predecessori.

Al mattino vengono a volte questi pensieri, prima di andare al lavoro, o avendolo già iniziato “in remoto” via e-mail o watts app, tra le sei e le sette quando il silenzio ancora avvolge casa e le vie adiacenti, verso la grande campagna, che trascolora nell’autunno. Un bel merlo maschio è venuto a trovarmi mentre scrivo sul terrazzino verso il giardino interno, e osservo l’ulivo sempreverde che sbarbaglia i raggi del primo sole.

E poi vien l’ora della partenza per una delle aziende che seguo, quella che mi dà più “pensieri”, ma anche soddisfazioni, in questo periodo, il “fabbricone” di pizze della pedemontana, dove le persone (con l’aiuto del Padreterno) hanno fatto un miracolo, dieci giorni fa, cioè di farla ripartire due giorni dopo un devastante incendio.  Miracoli che può fare l’intelligenza, la dedizione, il cuore delle persone umane, dai proprietari a ogni dipendente, dirigente, quadro, impiegato o operaio che sia.

L’uomo può se vuole scavalcare montagne, esplorare territori sconosciuti, definire nuovi limiti a se stesso e alla forme organizzate, perché ha in dotazione una mente plastica e adatta ad affrontare le emergenze, anche quando sono tremende. Sono orgoglioso di fare parte anche di questo gruppo, dopo aver affrontato in anni precedenti gravi emergenze occupazionali, sempre risolte senza danni per le imprese e per i lavoratori.

E questo basta e avanza per darmi forza senso al mio agire, fin da questi pensieri mattutini, tra l’ulivo, un merlo maschio e il lavoro da fare.

Buona giornata a te caro lettore.

“Lavoro” e “posto di lavoro” sono la stessa cosa?

Caro lettor del sabato,

qualcuno pensa che i due virgolettati del titolo siano sinonimi, ma non lo sono. Il concetto di “lavoro” si riferisce espressamente all’operare dell’uomo per acquisire materie prime, trasformarle e creare tutte le attività di servizio e di ricerca che rendono il lavoro stesso vendibile per la vita umana in generale e per creare reddito aziendale; il concetto di “posto di lavoro”, invece, si riferisce alla struttura organizzativa di un’azienda o di un ente, che prevede posizioni, ruoli, mansioni abbastanza precise.

Secondo una logica elementare dovrebbe essere il “lavoro” a creare le condizioni di un “posto di lavoro”, ma questo è vero soprattutto dove l’economia d’impresa è di tipo privatistico, e fa i conti ogni giorno con costi e ricavi, essendo obbligata a fare sì che i ricavi siano sempre maggiori dei costi, pena la fine certa dell’impresa stessa che non può essere sovvenzionata in deficit, anche se a volte questo è accaduto per ragioni di carattere occupazionale, con costi ingenti per la collettività.

Anche il lessico, il glossario che caratterizza il mondo dell’economia privata è diverso da quello che caratterizza l’ente pubblico. Nell’azienda privata, quando si intende descrivere i “posti di lavoro” tenendo conto delle linee gerarchiche, si parla di “organigramma”, che viene anche definito, stampato e reso ufficiale all’interno e verso clienti e fornitori, nonché per il sistema di qualità e di sicurezza del lavoro. Ma “organigramma” non significa imbalsamazione della struttura operativa, bensì sua delineazione dinamica, sempre modificabile.

Nell’ente pubblico, invece, si parla ancora di “pianta organica”, fatta di caselle da riempire di nomi di persone assunte solitamente per concorso. Nel pubblico, se la “casella” resta vuota per pensionamento o dimissioni (rarissime), bisogna riempirla, altrimenti il lavoro assegnato a quella “casella” non si fa, almeno per un po’ di tempo. Invece nell’azienda privata, se viene anche improvvisamente a mancare un lavoratore in una mansione, si cerca immediatamente di rimediare, cercando una figura di backup (sostituto) tra i dipendenti, operazione non difficilissima, perché le aziende moderne hanno di solito una matrice delle poli-competenze di tutti i collaboratori, e quindi la possibilità di sostituire chi manca inopinatamente con risorse interne già abbastanza formate o, in ogni caso, è in grado di provvedere a una rapida riqualificazione di personale particolarmente duttile e flessibile.

Ecco che  a questo punto comincia a delinearsi la differenza concettuale profonda tra “lavoro” e “posto di lavoro”, là dove il secondo presuppone sempre il primo, non viceversa. Il lavoro deve essere individuato come quantità e qualità del processo operativo, sia se si tratta di attività diretta (operaia, alla faccia di chi pensa che il lavoro manuale stia scomparendo), sia che si tratti di lavoro indiretto, impiegatizio, tecnico o di coordinamento di altre persone.

Quando i carabinieri negli anni ’80 scoprirono che nella sede centrale nazionale dell’Inps a Roma vi erano più cartellini, cedolini paga che posti di lavoro e quindi lavoro, si capì benissimo la non coincidenza dei tre concetti. Lì, con la complicità di direttori centrali e generali, si era creata una pastetta di connivenze che aveva portato la situazione ad essere così deforme, abnorme, truffaldina, sia nei confronti dello Stato, sia nei confronti dei cittadini utenti, lavoratori e pensionati. Si fece un repulisti, ma evidentemente non è bastato perché nei decenni successivi abbiamo assistito a fenomeni di tutti i colori, specialmente di assenteismo patologico e a imbrogli sguaiatamente evidenti, come la timbratura fasulla di cartellini presenza.

Chi pensa che il lavoro coincida con il posto di lavoro può essere tentato di imitare quei cattivi lavoratori del pubblico impiego che con il loro inqualificabile comportamento hanno rischiato di screditare la stragrande maggioranza dei tre milioni di colleghi che invece lavorano coscienziosamente.

In un’attività di direzione del personale nella più grande azienda friulana, la Danieli, dove ho operato a metà degli anni ’90, mi è capitato di porre fine a una vertenza onerosissima provocata da un dipendente infedele, che si assentava per gli affari suoi durante l’orario di lavoro, e l’aveva avuta vinta davanti al giudice, con un costo aziendale più che decennale che qui mi fa pena citare. Le prove della sua infedeltà non avevano convinto il giudice che aveva condannato l’azienda a retribuirlo comunque, non avendo l’azienda stessa accettato la reintegra del dipendente (7° livello metalmeccanico da 2 milioni e settecentomila lire nette al mese), ex art. 18 della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori. Posi fine a quella vergogna con una transazione tombale di non poco conto, dopo aver informato la Presidente dell’azienda. Mi turavo il naso mentre firmavo dall’avvocato il verbale di conciliazione. Mi vergognavo per l’imbroglio riuscito ai danni dell’azienda e di tutta la comunità di chi vi lavorava.

Due esempi che spiegano bene come il “posto di lavoro” deve sempre essere riferito a “lavoro” vero, non inventato, truffaldino o fasullo come in certi casi, perché allora non si tratta di un “posto di lavoro”, ma di inganno, infedeltà, slealtà verso gli altri e di tradimento dei più elementari sentimenti etici di giustizia.

Chi fu più crudele, Alessandro il Macedone, il presidente Truman o il generale Westmoreland?

Caro lettor mio,

qui non parlerò dei soliti Hitler e Stalin, Pol Pot o Hafez el Assad, tra molti altri dittatori e affini, oggettivamente crudelissimi e tali, ovviamente, anche secondo i racconti di riviste alla Focus o di programmi televisivi alla Voyager, che perseguono il “divulgatismo” culturale più vieto e fuorviante. Farò un confronto sintetico tra Alessandro il Grande, il presidente Harry Truman e  il generale U.S.A. William Westmoreland, comandante in capo delle forze americane nella prima fase kennedyan-johnsoniana della orrenda guerra del Vietnam, malefatta cosmica della democrazia occidentale del XX secolo, poi quasi pareggiata dal duo di dementi criminali Bush jr.&Blair con la seconda guerra del Golfo nei primi anni del terzo millennio.

Qualche giorno fa un signore, forse attento lettore di Focus e spettatore del millantatore Giacobbo di Voyager, “mi informava” che Alessandro, dopo l’uccisione nel 336 a.C. del padre Filippo II re di Macedonia, per assicurarsi la successione e realizzare il suo sogno di “conquistare il mondo”, fece uccidere parenti e affini, e quindi lo giudicava di una crudeltà inenarrabile. A quel punto gli ho chiesto che cosa pensasse della crudeltà di Westmoreland che usava il napalm sui villaggi contadini della nazione vietnamita e i B52 sulle città, che scaricavano bombe da due tonnellate da quota diecimila metri dal suolo, e sotto, laggiù, molte inermi persone, oltre ai guerriglieri Vietcong, morivano, non davanti a un gladio sguainato o per una freccia, ma schiacciati come pantegane, uomini, donne, vecchi e bambini. O era più crudele Alessandro quando inseguiva e uccideva i Persiani di Dario III già battuti al fiume Granico, a Isso o a Gaugamela?

O che cosa pensasse degli Alleati che bombardarono Dresda, o di Hitler, ah no lui, perché quello è già il cattivissimo, che attuò lo sterminio degli ebrei e distrusse Coventry, o del presidente Truman che scaricò due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (massimo atto terroristico di ogni tempo). Chi più crudele? Alessandro, Truman o Westmoreland?

Il fatto è che vedere un campo di battaglia dell’antichità, come può essere stata Canne dopo lo scontro tra Annibale e i consoli romani Emilio Paolo e Terenzio Varrone sarebbe stata una cosa, mentre osservare il fungo atomico di Hiroshima dal B29 Enola Gay che -dopo lo sgancio- si allontana rapidamente, è un’altra: nel secondo caso il colonnello Tibbets non ha visto morti, feriti, bruciati, dissolti, mentre nel primo caso il valloncello di Canne era pieno di corpi dilaniati e la terra intrisa di sangue di almeno cinquantamila soldati uccisi dei due eserciti. Era crudele Annibale o il console Varrone, era crudele il colonnello Paul Tibbets?

L’errore del mio interlocutore sta nella visione anacronistica del giudizio morale. Se per noi cittadini del ventunesimo secolo infliggere la morte a un essere umano in qualsiasi modo, anche con la pena di morte, è inaccettabile, per il tempi di Alessandro non era così, poiché il valore di una singola vita umana era diverso dal valore che le attribuiamo noi. E’ stato il Maestro di Nazaret a spiegare all’uomo che ogni creatura, ogni anima, ha la stessa dignità incommensurabile di chi è stato “fatto a sua immagine” (Genesi 1, 27), ri-leggendo in termini umanissimi e davvero “nuovi” la crudelissima Bibbia, anzi il Primo Testamento dei Patriarchi. Dal lieto messaggio evangelico, in mezzo a mille contraddizioni, si è sviluppata l’idea del valore della vita umana, peraltro per quasi duemila anni proprio non curata dalla chiesa, anzi dalle chiese cristiane e dalle altre grandi religioni. Fu il pensiero laico settecentesco a riprendere illuministicamente questo valore, con il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (1764), mentre la chiesa di Roma continuò a tagliare teste (vero “santità” san Pio IX?) fino al 1870 (Agatino Bellomo).

Tommaso d’Aquino, sulla crudeltà in ambito bellico, scrive (Summa Theologiae, II II, q.20, 1 ad 3):

La guerra è giusta se ripara un’ingiustizia. Ma deve essere fatta con retta intenzione, con carità.

Si richiede che l’intenzione di chi combatte sia retta: e cioè che si miri a promuovere il bene e ad evitare il male. Ecco perciò quanto scrive S. Agostino: «Presso i veri adoratori di Dio son pacifiche anche le guerre, le quali non si fanno per cupidigia o per crudeltà, ma per amore della pace, ossia per reprimere i malvagi e per soccorrere i buoni». Infatti può capitare che, pur essendo giusta la causa e legittima l’autorità di chi dichiara la guerra, tuttavia la guerra sia resa illecita da una cattiva intenzione. Dice perciò S. Agostino: «La brama di nuocere, la crudeltà nel vendicarsi, lo sdegno implacabile, la ferocia nel guerreggiare, la smania di sopraffare, e altre cose del genere sono giustamente riprovate nella guerra».”

Riassumendo, la crudeltà è una specie di indifferenza alla sofferenza e al dolore altrui a volte confinante con il sadismo, cioè al piacere di infliggere questo male. Non sempre è quasi sinonimo di violenza, perché può configurarsi anche come mancato soccorso di una persona in pericolo. Rappresenta comunque sempre una manifestazione di pretesa superiorità di un individuo umano su un altro.

Forse è il caso di considerare altri tipi di crudeltà, quella dei serial killer. Che cosa accomuna l’elegante Ted Bundy al “mostro di Rostov” Chikatilo, all’uccisore di prostitute Donato Bilancia, al cannibale di Milwaukee Jeffrey Dahmer, a Landru, a John Wayne Gacy, alla contessa sanguinaria Erzsébet Bàthory, alla saponificatrice di Correggio Leonarda Cianciulli, ai fratelli Savi, se non la crudeltà assoluta, anche se in parte -come sostengono molti neuro-scienziati- connotata da tratti di follia. O quella degli orrendi macellai dell’Isis e affini, cui non intendo dedicare neppure una virgola in più.

E dunque la crudeltà umana appartiene a tutta la storia, ma va vista nella situazione data, nel momento storico, nell’etica creduta e nella filosofia del diritto del tempo esaminato. Quanto al suo essere un sentimento individuale deve essere esplorata dalla psicologia e dai saperi antropologici e filosofici.

In definitiva, non si può paragonare Alessandro il Grande a Hitler o al colonnello Tibbets, perché colti nel loro agire individuale in tempi e situazioni assolutamente diversi, nonché caratterizzato da intenzioni e giudizi soggettivi sugli esseri umani radicalmente differenti, ad esempio, sicuramente folli e crudelissimi nel caporale Adolfo.

Per questo sconsiglierei -per la cultura personale e la maturazione di un sapere etico certamente soggettivo ma ben documentato- di leggere riviste alla Focus e di seguire trasmissioni tromboneggianti come quelle del puerilmente minaccioso Giacobbo. Amen.

Come il sole riflesso sulla superficie cangiante del mare

A pagina 203 del suo ponderoso volume Platone 2.0, La rinascita della filosofia come palestra di vita, edito quest’anno da Mimesis, il mio amico Giorgio Giacometti, filosofo (posso dire?) neo-platonico contemporaneo, e studioso di Schelling, propone questa bellissima frase-verso, che riporto qui sopra nel titolo, a un suo interlocutore ospite di sedute di filosofia pratica. Si tratta di un piccolo industriale disorientato che ha confuso, o con-fuso per tutta la vita azienda e famiglia, facendo della seconda, in sintesi, una parte della prima: famiglia e azienda quasi indistinguibili, per cui sono nati problemi, incomprensioni, crisi, separazioni. La meravigliosa immagine del mare riflette uno stato delle cose, una condizione abbastanza comune nella vita personale e familiare degli esseri umani, specialmente di questi tempi sconvolti e disarticolati, che la cronaca ci fa pensare come i peggiori di ogni altro tempo, e invece è vero il contrario… forse.

La “superficie cangiante del mare“, quasi di montaliana memoria (cf. “Meriggiare pallido e assorto (…) osservare tra frondi il palpitare/ lontano di scaglie di mare …”), rappresenta con la metafora “scaglie” l’immagine dell’indefinibile mutazione e andirivieni delle onde sulla superficie della sconfinata distesa d’acqua di un mare o addirittura di un oceano, immisurabili e imprendibili, come le gocce della pioggia, come i raggi del sole e il mulinìo del vento novembrino.

Cangiante è  termine aulico per cambiante, quest’ultimo participio presente sgradevole all’udito, mentre la sua versione “alta” fa tanto lemma poetico e, come spesso capita, poietico, cioè costruttore di un qualcosa, e forse distruttore d’altro. Cambiare, oggi si deve cambiare, in organizzazione aziendale vi è la teoria del change management, della gestione snella (lean), efficace, della leadership situazionale, dove anche gli organigrammi possono venire scon-volti da un’idea nuova, più brillante ed efficace della linea guida precedente. Solo che in azienda e in economia il cambiamento produce disorientamenti momentanei, modifiche organizzative e un “dolore” personale controllato, o comunque controllabile, soprattutto nel caso di una perdita di posizione o del posto di lavoro stesso: in altri contesti, invece, il cambiamento può essere più doloroso perché più legato ai sentimenti e alle emozioni. Nelle vite individuali a volte càpita questa fluidità sofferente, questo scorrere delle cose, che dipende solo in parte dalle volontà singole. Secondo il pensiero di Baruch Spinoza e anche di un mio amico ristretto in vinculis, “tutto si tiene”, cioè accade, anche inopinatamente, anche contro le convenzioni, le leggi, i contratti, perché più forte, più potente, in definitiva, più umano.

Si pensi all’innamoramento e a tutto ciò che gli è connesso. Scaglie di mare, cangianti scaglie di mare. Onde, increspature del grande oceano della vita, come nel film di Andreij Tarkovskij, Solaris, dove c’è un “oceano che pensa” o, direbbe sant’Agostino, un “pensiero come oceano“. E io dico che il pensiero è più grande di ogni oceano, perché è il dialogo dell’anima con se stessa (Platone), flusso dell’immenso, ché in una frazione infinitesima di secondo arriva fino ai confini dell’universo a quattordici miliardi di anni luce.

E, in questo turbinare della vita, dove sta la morale ordinaria? dove le convenienze? dove i convenevoli? Non al centro, ma a lato, con il rispetto dovuto. Più forte è la vita, che vince sempre come nelle musiche di Haendel, ascolto ora il Dettinger Te Deum, nel pomeriggio settembrino, mentre la luce dell’autunno veniente taglia di traverso i rami dell’ulivo e la siepe di bosso che divide da un prato il mio giardino.

Il mio sguardo si perde verso le alte cime degli alberi del parco delle Risorgive, in attesa che venga l’ora del bicchiere di vino con big Mario, all’osteria dell’angolo qui vicino, per darci il tempo di racconti e di memorie, tra silenzi che scendono tra le parole. Tutte preziose, tutte pesate dall’esperienza, a volte dure, ma mai volgari, comprensive e settarie nello stesso tempo, ché l’incazzarsi è sano come ogni segno di vita, sempre che sia ben diretto, e non ingiusto a colpire anime innocenti, che sono anime salve.

Oh voci del coro potente, o trombe, ottoni dal suono di cristallo, ascoltate il canto dell’anima mia.

el caballero andante

soy yo, sono io, e l’espressione può essere considerata sia in friulano sia in spagnolo, perché si pronuncia allo stesso modo, e ci sono solo le ypsilon a rendere diverse le parole. Il sintagma è cervantesco, ché il grande Miguel l’ha usato spesso para el ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha (Alonso Quijano) che andava eroicamente per le terre di Spagna a render giustizia a uomini e donzelle, in un racconto epico e picaresco.

Ognuno di noi è un cavaliere, più o meno consapevole, che se ne va nel mondo, anche se magari non a salvar donzelle, bensì a cercare ogni giorno la propria strada, il sentiero da percorrere, affrontando la propria fatica, i dolori e le gioie.

E così andando fa incontri, con un tal Sancho Panza che fedelmente lo segue e lo serve, e con una miriade di altri umani e non-umani, castelli, animali, contrade, cieli diversi e corsi d’acqua, boschi e distese di campi coltivati a perdita d’occhio, montagne inaccessibili e dolci colline all’orizzonte. Si ferma e riparte, entrando in città e villaggi, uscendone di primo mattino, senza nostalgia, rivolto all’altrove, e così ogni giorno, settimana, mese, anno… Lui va, el caballero andante. Va anche senza sapere precisamente dove il suo incedere e la sorte lo porteranno ogni giorno, muovendosi dall’alba al tramonto, instancabile. Io, tu, noi andiamo.

Il vento della Sierra a volte gli fa compagnia verso sera, consigliandogli di cercare un rifugio, una locanda dove fermarsi a riposare, dove impastoiare Ronzinante e la cavalcatura asinina di Sancho. Insieme hanno imparato a viaggiare, supportandosi e sopportandosi (tanto, è la stessa cosa), ascoltando e comprendendo anche gli umori delle due fedeli bestie che li accompagnano per le strade e nei perigli d’ogni dì che viene e che passa.

Don Quijote osserva in lontananza l’orizzonte, scruta le nuvole e gli slarghi di cielo sereno che si alternano, mentre animali bradi si stagliano sul crinale delle basse colline inaridite. Di tanto in tanto i due viandanti si scambiano qualche parola, nell’essenzialità dei discorsi. Il silenzio fa loro buona compagnia per lunghi tratti del tortuoso cammino, che scavalca vallate profonde e pianure ondulate, incontrando corsi d’acqua e fontanili, stagni e laghetti, dove le anatre selvatiche e uccelli di passo trovano ristoro e cibo.

Il senso del viaggio non sempre è presente nelle loro menti, perché a volte le domande che ci si fa vivendo non hanno proprio risposte. Le risposte sono i pensieri che vengono, gli atti compiuti. El caballero andante

« Viveva, or non è molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un hidalgo di quelli che hanno lance nella rastrelliera, scudi antichi, magro ronzino e cane da caccia. »
« Toccava i cinquant’anni; forte di corporatura, asciutto di corpo, e di viso; si alzava di buon mattino, ed era amico della caccia […] Negli intervalli di tempo nei quali era in ozio (ch’eran la maggior parte dell’anno), si applicava alla lettura dei libri di cavalleria con predilezione così spiegata e così grande compiacenza, che obliò quasi interamente l’esercizio della caccia ed anche l’amministrazione delle cose domestiche. »

 

Lui ama Aldonza Lorenzo, che nella sua fantasia diventa la nobile dama Dulcinea del Toboso. E si batte contro dei frati che pensava fossero rapitori di una dama biscaglina, e contro un gregge di pecore e contro i mulini a vento. In una zuffa dove comunque prevale, viene anche picchiato al punto che gli saltano due denti: il che gli farà dire:

« Se mai quei signori volessero sapere chi è stato il valoroso che li ha ridotti a quel modo, vossignoria dirà che è il famoso Don Chisciotte della Mancia, il quale con altro nome si chiama il Cavaliere dalla Trista Figura. »

 

Trista nel senso di severa, tutta compresa delle cose da fare nella vita, dei doveri di un gentiluomo che non può mai deflettere, mai transigere a qualsiasi costo.

Per la sua sepoltura furono composti molti epitaffi tra i quali quello di Sansone Carrasco:

 

Giace qui l’hidalgo forte
che i più forti superò,
e che pure nella morte
la sua vita trionfò.

Fu del mondo, ad ogni tratto,
lo spavento e la paura;
fu per lui la gran ventura
morir savio e viver matto.

 

Meglio forse la vita di Alonso Chisciano, che visse da matto ma fu veramente, che tante vite gettate nel nulla dell’avere possedendo oggetti  e non la libertà.

L’aquila, il lupo e… altri animali

Quando mi installarono il primo indirizzo e-mail circa vent’anni fa, Marco mi chiese il nome dell’account e in un nanosecondo dissi “eagle”, aquila, ché da sempre era l’animale cui mi con-sentivo, perché vola alto e lontano, perché è solitaria e poggia le sue zampe e costruisce i suoi nidi su sporgenze rocciose impervie e all’uomo inaccessibili. Il becco adunco e lo sguardo la rendono dolcemente grifagna, un po’ come mi sento io. Dolcemente grifagno di volto, malinconico e auto-trascendente, e a volte criceto impazzito. Ché io mi son mosso in questi anni un po’ come il piccolo roditore gradito in tante case, forse troppo, ma non insensatamente. Ora è forse preferibile seguire le tracce e l’esempio dell’aquila e del lupo.

Il lupo. Il lupo vive in branco e “fa squadra” assai meglio degli esseri umani, uccide solo cosa e come gli serve per mangiare, non di più, non di meno, è sobrio e razionale nella sua istintualità, resistente e prodigo nel suo agire con e per i compagni di branco, lungimirante e determinato nella caccia e nella protezione del gruppo.

Aquila e lupo, vi ammiro, come ammiro le api e le formiche che lavorano indefessamente, le prime per loro stesse e anche… per noi, le seconde per loro stesse e anche per la terra, e quindi anche per noi, ossigenandola e traforandola.

L’aquila abita le nostre montagne dal Colovrat al Cavallo, nessun anfratto le è sconosciuto. Ricordo il racconto dell’aquila nel romanzo di Italo, quello della sua vita di allevatore di mufloni sul Monte Pala, quasi trent’anni fa. Italo aveva visto l’aquila planare possente nella radura a prendersi un pezzo di capriolo già ucciso, da portare su su verso la cima di uno dei monti della fascia prealpina, forse il Raut o il Cornaget, o forse il Resettum. Montagne che in parte si affacciano alla pianura, in parte nascondono i loro spalti tra valli poco frequentate, intatte, silenti, eloquenti come i ruscelli che sgorgano dalle rocce primitive della loro potenza. E l’ho vista, l’aquila anche sul nostro sommo Coglians, volteggiare a tremila metri ad ampi cerchi concentrici e poi scomparire dietro la cresta della Chianevate possente.

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Il lupo no, non l’ho mai incontrato, mentre la lince e lo sciacallo sì, non l’orso meritevole di rispetto, ché lui gira per i nostri boschi montani in cerca di vita, dalle Valli favolose del fiume smeraldino alla Carnia profonda, trasmigrando dalle foreste immense della grande Slavia. Occhi furtivi e attenti guatano le ombre del bosco, e può essere lui, molto più forte di te, che ti osserva camminare e ti evita, ti evita l’imbarazzo dell’incontro.

Non cerco questi temibili animali della foresta, so che ci sono e son contento stiano nei luoghi che sono stati creati per loro, ispirandomi con la loro misura, con la loro riservatezza animale, così ammirabile rispetto a certi comportamenti umani.

Dell’aquila non temo la forza, perché orientata ad altro, non ad aggredirmi, anche perché forse “sente” nel suo modo misterioso d’essere, che apparteniamo allo stesso essere e all’essere stesso, che non sono la medesima cosa.

Attendo il tempo di poter frequentare di nuovo i sentieri del lupo, e di alzare lo sguardo agli immensi spazi che ospitano il volo del grande rapace.

Peraltro ho un nome “ri-natus”, cioè colui che rinasce, messomi in autonomia da Pietro, mio padre, che contravvenne agli accordi presi con Luigia, mia madre, di chiamarmi Marco. E io sono ri-nato più volte nella mia vita o, come dice l’Arrigo del calcio, ho amato molto le ri-partenze, che mi sono finora sempre riuscite. Ho scritto qui e altrove che mi piacciono gli start up, le in-venzioni, il trovare e far partire cose sempre nuove, lasciando poi ad altri la gestione dell’ordinario, che richiede pazienza e manutenzione. Io ho pazienza, ma quella che aiuta a sopportare le avversità e anche il dolore, pare, non quella della ripetitività quotidiana.

La mia è una pazienza inquieta, come il cuore di sant’Agostino, che non trova pace se non in Lui, ma come tutti noi esseri umani, peraltro. E, secondo san Girolamo, come anche le api e le formiche, l’orso e lo sciacallo, la lince e il grande cervo che bramisce, l’aquila e il lupo. Nella vita che viene per tutte le creature, per le quali “laudato sii, mi Signore”.

Ulissidi cerchiamo

Il paradigma di Ulisse è più consono all’esperienza umana, come sua inarrivabile metafora. Più del mio amatissimo Tour de France, perché il percorso marino dell’itacense non era definito in tappe, e le onde che l’avrebbero portato da Circe, da Calipso o alla terra dei Feaci, incerte, perigliose e innumerevoli. Se le strade del Tour si snodano lungo campagne ondulate, come in Borgogna, tra i vigneti dei Vosgi e del Massiccio Centrale, o tra gli ardui tornanti del Tourmalet (a proposito, questo nome pirenaico echeggia quasi una tortura, un tormento…), e anche le mie di ciclista, le vie del mare sono incerte, indefinite, sconfinate, spesso minacciose, e dunque, come la vita umana è il viaggio di Ulisse, ché -come in quella- tutto può accadere.

E tutto accade, di prevedibile e imprevedibile. Per questo nella tradizione storica abbiamo tutta la congerie di attività e persone che si sono occupate di scrutare il futuro, attraverso gli astri, la direzione del fumo dei fuochi, il volo degli uccelli, i visceri degli animali. Astrologi, àuguri, aruspici, maghi, sciamani, sibille, pizie, profeti, e ora futurologi. Ma soprattutto ogni essere umano, nella sua consapevolezza di essere al mondo, o come direbbe Heidegger, di esser-ci, si è sempre chiesto del proprio tempo futuro, constatando il decorso delle vite degli altri, a partire da quella dei propri genitori.

Nell’elenco di visionari fatto sopra vi è però una tipologia che si discosta, si differenzia in maniera radicale dagli altri scrutatori di futuro, quella dei profeti, o nebijm, in ebraico. Profeta è parola greca che significa, dalla preposizione pro (davanti) e dal verbo femì (dire), colui-che-dice-davanti-a- un-altro-che-ascolta. Il profeta non è colui che predice il futuro, ma colui che parla chiaro davanti a chiunque, soprattutto se questi è un re (cf. Natan vs Davide, nei libri biblici Samuele 2, Re 1 e Cronache). Natan è colui che rimprovera il re Davide per aver mandato a sicura morte un suo ufficiale, l’hittita  Uria, per poter avere come sposa la moglie di questi Betsabea. Tempi tribali. Poi il gran re compone il Salmo 51 accompagnandosi con la cetra, il Miserere, abbi pietà di me, Signore. Il salmo del pentimento. Ma lo stesso Natan, anni dopo, suggerisce all’all’ormai anziano re patriarca di designare suo successore Salomone, avuto da Betsabea, in luogo del primogenito Adonia. Quasi che il peccato di Davide sia stato segnato come parte di un destino più grande, che comprendeva il magnifico regno di Salomone, sapiente e giusto, famoso in tutto il Vicino Oriente antico.

Ognuno di noi vorrebbe sapere quello che gli riserva il futuro, ma non è possibile. Quello che si può fare è avere dei comportamenti personali che in qualche modo hanno una rilevanza per il futuro: tenersi da conto con il cibo e con l’igiene, monitorare il proprio corpo e la propria mente. Avere attenzione per tutte le cose e gli ambienti che interferiscono con la propria vita, selezionandoli con discernimento. Fin qui si può e si deve agire, perché il resto lo fa la nostra filogenesi, la nostra genetica, che le scienze umane e mediche sono sempre più in grado di esplorare, soprattutto per curare e addirittura prevenire malattie di tutti i generi.

Un’altra componente che ci fa “ulissidi” consapevoli è la capacità raziocinante e la volontà, che sono le due facoltà tipicamente umane in grado di darci tutte le informazioni e suggerire gli atti opportuni per una buona vita.

Come Ulisse siamo sempre alla ricerca di noi stessi e dell’isola non trovata, magari già apparsa sotto il palmo del nostro naso. Nessun luogo è lontano, caro amico che leggi, come nessun cuore è lontano da te.

Dai dunque vele al vento e governa il timone, ché il tempo è propizio e l’alba vicina.

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