Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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L’adolescenza

Una fanciulla di terza media, neppur quattordicenne, scrisse un paio di anni fa il testo che qui riporto.

Mi pare di poter dire…, ma non occorre dica tanto, lasciando quasi subito la parola a lei. Non so a chi si riferisca quando parla di una “autrice”, ma mi è parso interessante il flusso delle riflessioni di Lidia, così si chiama l’autrice che pubblico qui di seguito.

 

Secondo me l’autrice ha ragione perché da piccoli si cerca solo di piacere agli adulti o comunque di assomigliargli. Nell’adolescenza invece non ci si cura più di tanto del loro parere, piuttosto siamo preoccupati di cosa pensano i nostri coetanei.

E poi, dobbiamo tenere in conto anche noi stessi, perché non sempre ci piace mostrare ad altri il nostro vero carattere, la nostra indole e i nostri gusti. Noi ragazzi siamo in bilico su una fune sospesa tra una montagna imponente come l’Everest (i nostri genitori) e un’altra che non conosciamo perfettamente, ma di uguali dimensioni che ci affascina molto (gli altri ragazzi).

Forse l’unico modo che abbiamo per restare in equilibrio è rimanere noi stessi. Mai bramare troppo la cima della montagna sconosciuta, poiché per correre sulla fune e raggiungere i compagni più “popolari” senza cadere ci vuole troppa fortuna. Ormai l’Everest ci sembra una meta antica, senza più attrattive importanti, ma per i nostri genitori non è la stessa cosa. Loro vogliono essere partecipi della nostra vita, e cominciano a usare metodi più invasivi che il semplice “come è andata oggi, ragazzi?”. Ad esempio, per i ragazzi che hanno un cellulare, una grande preoccupazione è nascondere tutte le cose che riguardano i compagni sul telefono agli occhi dei genitori, in quanto possono diventare spie.

Anch’io, che non avendo un cellulare uso quello di mia madre, mi infastidisco quando lei “apre per sbaglio” una chat privata o guarda le mie foto sulla galleria. È allora che noi ragazzi cominciamo a parlare con loro sempre di meno, giriamo per casa con espressioni impenetrabili. Quando da piccoli rubavamo le loro maglie, i loro vestiti e le loro scarpe per poi correre sul pavimento della casa, ruzzolare a terra e vedere i nostri genitori che ridevano, ora vogliamo comprare i nostri vestiti, quelli che scegliamo noi, e comportarci come vogliamo. Insomma, ALTOLÁ LE COSTRIZIONI!

Ogni volta che tentano di spingerci verso la via adulta, però, la nostra espressione diventa gelida, serriamo le mascelle e facciamo di tutto per lasciare intendere che non li vogliamo vicino, almeno non in questo momento. Che siamo stanchi dei loro modi di fare, prima per bambini ora troppo per adulti. Purtroppo non esiste una via di mezzo tra questi due. Oltre al “problema adulti”, un altro grande dilemma importuna noi ragazzi: l’essere accettati dal gruppo. Quel fantomatico gruppo che viene chiamato anche “gregge di pecore”, e non a caso. Per me è molto importante essere accettata dagli altri, ma non per questo cambio me stessa e il mio modo di essere. Sto zitta sulle mie opinioni, questo sì, ma non capita quasi mai che io “segua il branco delle pecore” su cose che odio.

Secondo me non lo si deve fare in nessun caso, perché si cresce senza una personalità e si rischia di diventare dipendenti in modo negativo dagli altri. Varrebbe a dire che anche da adulti si inseguiranno come miti cagnolini le persone importanti, e appena queste si stuferanno di avere al seguito un animale da compagnia, si correrebbe il rischio di essere buttati via come un giocattolo vecchio, estraniati completamente. Ad esempio, a un gruppo di persone piace uno sport e lo praticano tutte le persone del gruppo, poi arriva un ragazzo a cui non interessa per niente quest’attività e cerca di fare amicizia con il gruppo, ma viene respinto perché non è come gli altri, è troppo strano avere vicino uno che non sa le basi del gioco. Allora questo ragazzo comincia a seguire tutte le partite dello sport, si informa su vita, morte e miracoli dei giocatori che fanno parte della squadra migliore, si finge uno sfegatato di quella disciplina. In poche parole, cambia se stesso, si crea una scintillante armatura che nasconde un mondo di insicurezza. Così viene accettato dal gruppo, ma per quanto tempo? Quanti giorni o mesi durerà quell’armatura prima che si rompa in mille pezzi davanti agli altri? Se questa persona rimane dentro il suo guscio per troppo tempo poi non saprà più che fare appena il gruppo scompare, si ritroverà come un cucciolo smarrito nel bel mezzo di un’autostrada. Se invece questa persona ci ripensa, riflette un attimo prima di scavalcare il guard-rail di questa strada trafficata, forse ce la fa a fare amicizia senza maschere. Magari è anche simpatico, ma si è posto dei limiti da solo, credendo di essere antipatico a tutti tranne nel caso in cui fosse stata una persona falsa e avesse mentito.

Poi, c’è il fatto della bipolarità. Non è per tutti uguale, ma più o meno in tutti i ragazzi si alternano momenti di tristezza assoluta a felicità immane. Per certi aspetti può anche essere bello, perché in momenti stupidi ti senti montare l’allegria nel cuore e non ti abbandona fino alla sera. Tuttavia il lato negativo è che basta un’espressione “strana” o inconsueta di un amico che in testa salgono mille paranoie e si finisce per pensare a uno scenario apocalittico in cui l’amico ti lascia cadere da un burrone o cose del genere, il tutto scatenato da una posizione leggermente spostata verso sinistra (non dalla nostra parte) invece che verso destra (che ci guarda negli occhi).

Non abbiamo un cervello che funziona secondo le normali regole umane, sempre che ce ne siano. Quando penso alla mia infanzia ho un certo senso di rimpianto perché credo che quel periodo sia il più bello della nostra vita: nessuna responsabilità, tutta l’attenzione incentrata su di noi e poter fare quello che si vuole (famosa la frase: “tanto è piccolo, non capisce…”). E un fatto terribile era che non ce ne rendevamo conto. Non comprendevamo il valore di quei bellissimi momenti, la prima partita di calcio, il primo saggio di danza o la recita dell’asilo, per chi l’ha fatta, erano momenti che davano sì soddisfazione, ma erano anche tutto sommato normali per noi.

Ora pagheremmo oro per sentire uno solo di quei calorosi complimenti dai nostri genitori, non solo le critiche sui buchi troppo grandi nei jeans o sui vestiti poco eleganti la domenica. In sostanza, non siamo mai soddisfatti. Ma queste sono cose che potremo capire soltanto quando saremo grandi, a patto di diventare uomini e donne contenti di noi stessi e senza avere grossi rimpianti sulla vita che avremo alle spalle. Per il discorso dell’innamoramento, per ora credo di essere troppo piccola per capire il senso di quella parola, anche se trovare l’anima gemella rimane comunque una bella prospettiva.

Penso che la differenza essenziale tra maschi e femmine su questo argomento sia che le femmine non hanno paura di esprimere i loro sentimenti perché non verrebbero prese in giro, mentre i maschi si creano il guscio da duri e poi dentro sono come noi, hanno gli stessi desideri. Ovviamente non lo ammetterebbero mai in pubblico, ma penso di avere ragione. Rispetto a quando ero piccola, sì, mi sento più sola, ma in fin dei conti non sono mai stata dipendente dai miei genitori così morbosamente: a scuola ci andavo con la corriera, a nuoto c’era solo mia sorella maggiore ad aiutarmi, e la ma famiglia ha sempre cercato di non darmi sempre tutto quello che volevo per viziarmi. Ad esempio, non ho mai ricevuto una paghetta, ma se avevo bisogno di soldi me li davano senza troppe storie, bastava che non li rubassi di mia iniziativa dal loro portafogli. Poi, non avevo mai vestiti firmati (nemmeno ora) e quasi sempre passati da mia sorella o da gente che conoscevo, così quando non andavano bene a loro li indossavo io. A quei tempi strillavo, pestavo i piedi e mi appendevo alle loro braccia versando fiumi di lacrime perché non mi prendevano la merendina nella macchinetta, ma probabilmente tra 20 anni andrò da loro e, abbracciandoli, li ringrazierò entrambi per tutti i “no” che mi davano e che mi hanno fatto crescere.”
                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Lidia

 

Che dire, se non che c’è speranza per il futuro, stanti questi ragionamenti “solo” adolescenziali. Mi complimento con Lidia anche perché non ha scelto una scuola facile: sta studiando al classico, dove avrà modo di incontrare temi, discipline, docenti e compagni con i quali potrà costruire la “struttura portante” della sua cultura, imparando che – socraticamente – gli studi non finiscono mai, poiché più conosci e  più ti accorgi di sapere poco, a differenza di quelli che, sapendo poco o pochissimo, non ascoltano, perché appunto pensano di sapere.

Un circolo vizioso dal quale Lidia non sarà mai catturata. Brava.

Le tre celle

Oltre alle celle degli alveari e alle celle del telefono, ne conosco altri tre tipi: a) quelle dei conventi  e dei monasteri, b) quelle delle carceri, c) quelle dei magazzini per i prodotti surgelati.

Parto da conventi e e monasteri. Per i miei studi e il mio lavoro ne ho frequentati non pochi: il principale di essi è il Convento di San Domenico a Bologna dove, nell’attigua grande basilica, si trova la tomba del Santo fondatore che ha ad ornamento un angelo michelangiolesco. Colà dormii per decine di notti nella cella che probabilmente fu di frate Gerolamo Savonarola, che in quel convento studiò fino a diventare magister, prima del suo destino fiorentino. Il suo spirito grande e forte, e un po’ fanatico, aleggia ancora per i corridoi del Convento –  Facoltà teologica dai tempi di Tommaso d’Aquino.

Altre celle vidi, come quelle dell’eremo delle carceri ad Assisi, perse in mezzo alla boscaglia, quelle della Verna dove il Santo assisiate ebbe le stimmate, come la tradizione propone. Ho soggiornato in conventi cittadini a Firenze, in monasteri discosti nel silenzio dell’Appennino. Ci torno sempre volentieri, perché mi confanno. Sono un animale strano, come diceva mio padre raccontando di me. Lui aggiungeva anche altro, che qui evito di dire, poiché troppo emotivamente legato al suo affetto. Per lui ero speciale.

Le carceri: ne ho visitate alcune, dell’Alta Italia, del Sud e del Centro, sempre seguendo il girovagare di un uomo ristretto in orizzonti limitati da muraglie alte e da porte di ferro, le cui grosse chiavi sbattevano su ogni serratura, quasi a confermare che da lì non si esce. Sette porte blindate per arrivare al parlatorio, prigioniero anch’io per cinque ore, quel giorno quando vado in visita. Opera di misericordia spirituale, dice la dottrina cristiana. Speranza in una redenzione sempre possibile, e non perché è prevista dall’art. 27 della Costituzione della Repubblica Italiana, ma perché il cuore dell’uomo è e rimane un mistero insondabile.

Redenzione, e che significa laicamente, visto che teologicamente il termine è assai famoso e conosciuto? Cambiamento radicale dei sentimenti e dei ragionamenti? Forse sì, forse la redenzione laica è proprio un’azione dello spirito sulla psiche di chi è convinto di aver fatto bene a fare ciò che lo ha portato dentro ristretti orizzonti. Chissà.

Le celle frigorifere: lì si lavora a meno ventiquattro gradi sotto lo zero per un’ora e tre quarti, poi un quarto d’ora di pausa, altra ora e tre quarti, pausa pranzo di mezz’ora, una penultima ora e tre quarti, un quarto d’ora di pausa riposo, rifocillo e riscaldo e un’ultima ora e tre quarti di lavoro. Si entra in quel freddo artico vestiti come un eschimese, dagli scarponi al berretto di lana spessa, guanti, pantaloni e giaccone imbottiti. Gli operai si muovono veloci, sia riempiendo a mano i roller di scatole e scatoline, sia operando con transpallet e carrelli, che guidano con perizia da campioni. Apparentemente, quando guidano il muletto sembrano divertirsi, anzi a volte si contendono i mezzi più nuovi ed efficienti. Il silenzio è rotto solo da brevi intercalari di informazioni tecniche tra loro e con il capo.

Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. D’estate, l’escursione termica tra la cella frigo e l’esterno può essere anche di sessanta gradi, quando fuori ce ne sono trentacinque. Occorre qualche minuto di adattamento per uscire al caldo dal ventiquattro sotto lo zero. Questi lavoratori guadagnano più degli altri operai, mediamente, perché hanno diritto a un’indennità di freddo, di disagio. Meritata è dir poco.

Celle. Vi sono altre celle nelle nostre vite, mio caro lettore? Io penso di sì, quelle spirituali: i pregiudizi, le semplificazioni verbali, le banalizzazioni concettuali… queste sono celle nelle quali la nostra psiche, la nostra anima e la nostra coscienza a volte vengono imprigionate, in larga misura per nostra stessa responsabilità.

Talora scegliamo, per pigrizia, assuefazione o convenienza, di farci imprigionare in celle da cui poi è difficile uscire, perché sono un carcere dove, come accade nelle carceri di cui abbiamo parlato più sopra, si può trovare anche una confort zone, una situazione di calma tranquillità che non impegna, che non crea turbamenti, non ci fa mettere in gioco, pagando, se del caso, un prezzo.

Visitare celle è un insegnamento, perché sono una metafora di ciò che sarebbe bene evitare nella nostra vita spirituale e morale, nella nostra vita e in quella degli altri i quali, se ne hanno bisogno, a volte è bene aiutare, senza spocchia, ma senza indulgere in una falsa comprensione.

La libertà di scelta

Il tema della libertà di scelta coinvolge tutta la vita umana, di tutti e relativamente a tutto.

L’ASS 5 di Pordenone mi ha invitato a trattare questo tema una mattina di questo dicembre 2019, quando si discuterà della tutela della salute umana in ogni ambiente, a partire da quello di lavoro.

Dimensioni etiche e giuridiche, aspetti filosofici e psicologici radicali, modalità organizzative gestionali ed organizzative, ipotesi di investimenti e di budget, sono coinvolti ed intrecciati in un percorso obbligato di scelte non mai facili.

Proporrò una riflessione filosofica sulla “libertà” di scelta che l’uomo ha di fronte ai suoi propri “detti” e alle azioni compiute, che deve essere essere esercitata in scienza e coscienza, come si dice, sempre. Le virgolette che ho posto nella parola libertà stanno a significare come il tema da sempre a (oserei dire)… sempre, sia controverso, difficile e complesso, al punto da non potere avere una risposta definitiva e completamente esauriente, interpellando essa tutte le scienze umane, da quelle fisico-biologiche, a quelle psico-spirituali, a quelle morali, secondo – a parer mio – un’etica del fine, ove il fine è la salvaguardia dell’uomo integrale e della natura.

(Nella foto lo psicologo e filosofo Steven Pinker)

Per il mio intervento nel seminario utilizzerò i Power Point qui sotto inseriti

del male e del dolore

la scelta libera

Blizzard

Un vento diverso da quello che sentì Elia (come si racconta nel biblico Primo Libro dei Re 19, 11-16). Il vento di Elia era quasi una brezza leggera, come la voce di Dio.

Il blizzard. Non può soffiare alle latitudini del profeta, ma molto più a Nord, là dove uomini intabarrati vincono la vita sopravvivendo in giornate brevi. Colà il freddo è crudele e le notti lunghissime. Anche una capanna di tronchi e un fuoco può bastare per la vita, e carne d’alce.

Raccontava lo zio Toni, emigrato in British Columbia, ai confini dell’Alaska. Il blizzard può alzarsi di notte, furtivo come un grizzly affamato, oppure di giorno, annunciandosi con brevi folate sempre più fredde e l’iscurirsi progressivo del basso orizzonte. I tronchi della foresta impediscono che lo sguardo umano penetri oltre le prime file dei fusti altissimi dell’abetaia già piena di neve. A volte il vento viene dal Minnesota e sale inesorabile verso il grande Nord.

Anche Dersu Uzala conosce quel vento e lo chiama per nome, nel suo antico idioma siberiano. Lo conosce da quando avi lontanissimi nel tempo attraversarono su piroghe coraggiose lo Stretto tra i continenti, fra Eurasia e Americhe, lassù nel Mare artico, esplorato da Vitus Bering di Danimarca, alla fine del Seicento. Qualcuno si era fermato alle Aleutine, per un periodo, isole sperse da Est a Ovest nell’Oceano mare. Per poi ripartire, alcuni verso Ovest, altri verso Est. Tant’è che i volti sono rimasti uguali, gli occhi fessure atte a sopportare l’infinito biancore della neve distesa fino all’orizzonte.

Oltre la latitudine dei ghiacci e delle nevi eterne vive il grande orso polare, più a Sud la tigre bianca, il cui spirito dialoga con Dersu. Come il vento. Anche il lupo vagola inquieto per i grandi boschi del Nord, forte del branco, in cerca di qualche ungulato. Uccelli neri nel cielo, corvi, forse. Per il resto un grande silenzio, ché i passi sulla neve si perdono in uno scalpiccio sommesso.

A volte mi pare che l’anima mia attenda il blizzard. E questo vento arriva, magari sulle note di Georg Philip Telemann o di Orlando di Lasso, una mattina qualsiasi, in un giorno del Signore. La quiete non basta.  Il blizzard interiore è come un dolore, è il dolore, quello che ti fa sentire vivo, nelle tue carni, e nel tuo spirito.

Quando il vento freddo del Nord si annuncia sempre più forte oltre gli scuri della capanna nella radura, è come quando il dolore arriva improvviso nel tuo corpo e ti mette in guardia. Così, come il boscaiolo o il cercatore d’oro che ha traversato lo Yukon o lo Jenisej per trovare qualcosa, si ferma a riflettere nella capanna per non farsi travolgere dal blizzard, chi è raggiunto dal dolore cerca una risposta al dolore, per combatterlo, per non farsi vincere, per andare oltre.

Come il cacciatore di pellicce si ferma nella capanna del cercatore d’oro, così l’uomo del mondo trovato dal dolore si ferma per poi ripartire sempre. E questo “sempre” è avverbio temporale che conosce le cose: il blizzard si fermerà dietro l’ultima fila di abeti neri che circondano la radura e il dolore scomparirà nel sonno o nel cammino, fino alla fine.

Le trombe di una musica antica annunciano il passo leggero della lince, che esce dalla tana in cerca di una preda, e anche la forza ritrovata dei muscoli vivi, oltre il dolore. Anche se il vento ha piegato gli alberi antichi della foresta, questi non si sono spezzati. Non si è spezzato l’uomo.

La pista è lunga tra gli alberi e oltre i fiumi, così come l’alternarsi del dolore e della quiete. Non sa il cercatore d’oro dove la pista lo porterà, se ad Anchorage o ai ghiacci del Mar Bianco, non sa l’uomo del mondo dove lo porterà il dolore. Ma il cercatore d’oro ha incontrato un cacciatore di pellicce, e l’uomo del mondo ha trovato parole di altri uomini e donne del mondo che gli hanno detto: “La pista è giusta, vai avanti, tieni duro, ché la notte sta finendo e l’alba si annuncia oltre le cime, oltre la cerchia di quelle montagne innevate“. A volte l’ira sopraggiunge come una fiera nel cuore dell’uomo dei boschi che nulla ha trovato, e nel cuore dell’uomo del mondo che fatica a procedere. Ma poi si perde nello sguardo e nel silenzio sopraggiunto.

Lo Spirito Santo, il Paraclito, veglia, sia sul cercatore d’oro, sia sul viandante per il mondo, che conosce il dolore e anche il primo accendersi dell’aurora.

Il deliquio della politica attuale, per cultura generale, cultura dell’informazione e cultura politica

Diruta, deleta, masochisticamente indebolita, qui in Italia, la politica. E non consola il mal comune mezzo gaudio, se facciamo dei confronti con gli altri stati. Un esempio di queste ore: Zingaretti fa una convention (oggi si dice così) del PD, proponendo un rinnovamento radicale, con Landini, non so se anche con “greta”, o forse anche con la “racketa” (spero di no, altrimenti vuol dire il PD è alla frutta),  ma giustamente, a mio parere, riparlando di ius soli et culturae, e di cambiare i decreti sicurezza salviniani. Politicamente condivido queste due misure.

Dimaio risponde che nel momento in cui c’è il gravissimo tema di ex-Ilva e di Venezia, è improvvido parlare d’altro. Primo pensiero: come i gatti (o i cani, che è la stessa cosa) i politici attuali riescono a pensare a una sola cosa per volta. Se invece che una vi sono due emergenze contemporanee, vanno in tilt.

In matematica, storia, lettere, molti politici, anche laureati e di primo piano, secondo il valore loro proprio, che è assai scarso, sono insufficienti (ignoranti): Polverini, Di Girolamo, Fassina, Puglia, Buccarella, Zoggia, Mussi, Formigoni, Carella, Tabacci, Epifani, Alaimo, Lavagno, Richetti, Centinaio, Currò, Dato, Dimaio, Boccuzzi, Roccella, Casini, Cappelletti, Cicchitto, tra molti altri e altre (capre e capri) interrogati/ e dalle Jene, non ce la fanno. Salvini dice che “migranti” è un gerundio. Solo Buttiglione ce la fa. Che pena. Un’ignoranza crassa, vergognosa. Su circa un centinaio di interpellati, solo due o tre riescono a rispondere correttamente a domande tipo “data di inizio della Rivoluzione francese, 1789 o 1803; idem per la Rivoluzione russa 1917 o 1921; data della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo?; data dell’Unità d’Italia 1861 o 1871; data di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana 1944 o 1947/8”; e altre date d’importanza e notorietà per una cultura da scuole medie ben fatte.

Vi è addirittura un tale (deputato o senatore, non ricordo) che raggiunge e supera il ridicolo, rispondendo a una domanda trabocchetto sulla “Lamenia”, uno stato che tutti (o quasi, evidentemente) sanno che non esiste. Forse costui ha appena visto il film fanta-storico-politico Il prigioniero di Zenda con Stewart Granger, che ne dite? Molti rispondono alla domanda “Norvegia e Svizzera” faranno un referendum per restare o uscire dall’UE come il Regno Unito, non mostrando di sapere che le due nazioni non fanno parte dell’UE. Ah, anche la Lamenia indirà un referendum confermativo con il plauso del citato parlamentare! E, gentile lettore, ti ricordi di quando Dimaio affermò che Pinochet fu dittatore in Venezuela e che la Russia è uno stato mediterraneo, oltre ad altri clamorosi svarioni? Oggi è ministro degli esteri e per ricoprire tale carica dovrebbe possedere nozioni non-banali di storia, geografia, cultura generale e geopolitica, che non ha.  Dobbiamo proprio incaricare questi personaggi incompetenti a rappresentarci, oppure, se vengono messi lì dei non-politici di professione, questi vengono pressoché denigrati come “tecnici”? Ebbene, forse che io sono solo un “tecnico”, visto che ho nozioni non-banali delle discipline su citate? E conosco altri con caratteristiche analoghe alle mie, ma nessuno che conti della “politica” li c… onsidera (volevo usare un altro verbo, più spiccio, ma un po’ volgaruccio). Bada bene, lettor mio, non mi sto candidando, sto solo ragionando, ché ho altro e di più interessante da fare in questa fase della mia vita. Continuo?

Qualcuno potrebbe dire: ma allora solo umanisti, linguisti, giuristi, letterati e filosofi possono fare politica? No, rispondo, basta curarsi di una propria base culturale e approfondire la conoscenza della lingua italiana  e del suo uso ordinario.

La cultura è un bene non libresco, erudito e pedante, ma respiro dell’anima, dello spirito, della psiche, è mezzo per comprendere l’infinita complessità dell’umano e della sua storia, dei modi espressivi e del funzionamento delle cose, dall’uni o multi-verso al cervello. E’ questo, non privilegio per pochi, ma diritto per tutti.

Certo è che, per acquisirne in misura dignitosa occorre fatica, sacrificio, proprio nel senso etimologico del termine che è “rendere-sacro-qualcosa” (dal latino sacrum facere). Facili sono le semplificazioni, le banalizzazioni, i giudizi sommari e manichei, gli estremismi polari e intolleranti, le definizioni apodittiche senza fondamento. Facile è denigrare la persona non entrando nel merito di quello che sostiene, contestandone eventualmente i fondamenti, le basi conoscitive, la documentazione sottesa. Facile è farsi belli con un pensiero semplificato accattivante, capace di stuzzicare sentimenti allo stato di pure emozioni, ma siamo in un tempo nel quale le emozioni sembrano santificate dal marketing mediatico e ogni ricerca della verità per tappe e umile ricerca sembra una perdita di tempo.

Caro lettore, prova ad ascoltare su Radio 24 La zanzara, condotta da un laureato, il giornalista Cruciani, che immediatamente, se appena qualcuno che telefona prova a porre questioni di complessità su un tema, lo sbeffeggia insultandolo con epiteti quasi sempre vergognosi, in questo spalleggiato da altri due giornalisti intellettualmente disonesti, l’uno, David Parenzo, che fa il sinistro alla moda, e l’altro, tale Gottardo, sfortunato perfino nel timbro vocale. Tre sporcaccioni. A volte sono stato tentato di telefonare, ma mi sono trattenuto: non sopporterei infatti di farmi insultare, senza possibilità di replica (perché ti buttano giù la chiamata dicendoti “imbecille”) da figuri del genere. Il conduttore spiega, se richiesto, questo suo comportamento con esigenze di “ritmo” radiofonico, pensando che gli ascoltatori, tutti, più o meno, cambierebbero canale se qualcuno si “impancasse”, secondo lui, in teoresi faticose. Non so se Cruciani si adegua a quello che lui ritiene sia il livello culturale del target degli ascoltatori, o se lavora, per qualche assai oscura ragione, per abbassare questo livello. Questo comportamento è, di per sé, un insulto all’intelligenza e alla cultura di molti. Non comprendo come Confindustria, proprietaria di Radio 24, possa permettere uno scempio culturale e morale del genere.

Di contro, gli ignorantelli dei 5S hanno fatto di tutto per far chiudere Radio Radicale, dove veramente tutti hanno la parola e possono portare un pensiero autonomo, anche complicato, per ora non riuscendovi. Speriamo non ci riescano.

Così è, se ti pare, caro lettor mio.

“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

Arguzie e facezie, nonché quisquilie “stelliniane” di mezzo secolo fa

Ancora la memoria del carissimo e valoroso amico Nando, o Ferdinando che dire si voglia, tanto gerundio era, è e rimane tale, pesca dallo sterminato compendio di aneddoti risalenti al precedente secolo e millennio, che la frequentazione del nobile Regio ginnasio-liceo udinese, eredità barnabitica e napoleonica, produsse con dovizia di impegno da parte di molti, irrorata da anni spiritosi e da spiriti impetuosi, o il contrario… ma fai tu, caro lettore, come desideri.

 

La vittoria del fazzoletto

Guai a distrarsi. Dovevamo tenere sempre desta l’ attenzione se volevamo riuscire a contrastare, dentro e fuori le mura del Regio Liceo, la mugghiante reazione anti-libertaria che mirava a tenere gli studenti nel comodo posto loro assegnato, quello tra gli imbambolati ippocampi e le bitorzolute oloturie. Un impegno enorme, che richiedeva tante energie ed una volontà di ferro. Quel giorno tuttavia abbiamo rischiato di essere presi sul fianco destro, quello meno presidiato. L’eccellente collega ed amico Renato Pilutti, noto per le sue brillanti performance scolastiche (tanto scritte che orali) in tutte le materie , aveva ricevuto, su un foglio accortamente piegato in quattro, una poesia con dedica, da tale Adele, una sorta di valchiria bionda che per scelta si era fatta bocciare più e più volte così da continuare a rimanere una candida ginnasiale. Mitico il ricordo di lei che durante il rinfresco di Carnevale, in classe, dopo averlo ubriacato, aveva cercato di concupire dietro la lavagna, uno dei più repellenti fra gli insegnanti dell’Istituto. Una sorta di Huriah Heep dallo sguardo inquietantemente alieno ed un sorriso da coniglio. Che il Messaggero Veneto, con il tripudio della plebaglia implume ma feroce, aveva immortalato sulle sue pagine, mentre i Vigili del Fuoco cercavano di recuperargli le dita incastrate in una macchinetta distributrice di chewingum, sferici e variamente colorati. A Renato, già dai primi versi tuttavia, appariva evidente la natura altamente provocatoria ed impudicamente sessuale del messaggio ricevuto. Colto da comprensibile turbamento, con le gambe che leopardianamente facevano giacomo giacomo, Renato avverte allora il bisogno di sedersi e di chiedere a me consiglio su come divincolarsi da quelle spire bizzarre, sicuramente non cercate, provando ad escludere il delitto come soluzione francamente definitiva. Con perizia stende un fazzoletto su una mattonella del corridoio, così da poter chiedere conforto alla parete e discettare nelle migliori condizioni possibili con il sottoscritto, evidentemente ritenuto (ne vado fiero) un esperto di esseri fantasticamente sotto-naturali. Mi accovaccio al suo fianco, pur non disponendo di fazzoletto, giusto in tempo per assistere ad una scena che ci avrebbe tolto dai guai. Come in una sequenza filmica al rallentatore, Adele passa dinnanzi a noi tenendo per mano un morettino riccioluto che sembra avere una decina di anni meno di lei e che, inebriato ed orgogliosamente impettito, si libra a mezzo metro dal suolo. “E’ fatta Renato, la maliarda ha rinvenuto la sua vittima sacrificale, sei fuori dal tunnel… EVVIVA!”. Un lampo di felicità destinato a durare poco. Il Professor Zepparo, che di lì a poco ci avrebbe tenuto lezione, entrando in aula nota la nostra posizione inusuale e ci apostrofa: “Alzatevi subito, non si sta seduti sul pavimento del corrrridoio”. Con una calma da sapiente cherubino, Renato replica prontamente e con tono pacato: “Professore mi scusi, lei è tratto in inganno. Non sono seduto sul pavimento, ma su un fazzoletto. Non credo vi siano norme che impediscano di sedere su un fazzoletto, almeno così ritengo”. A sostegno dell’arguta difesa mi alzo e mostrando le terga aggiungo: “Professore, lei ha ragione nel mio caso perché come vede sono del tutto disadorno. Ma il collega Pilutti siede su un fazzoletto, tra l’altro a mio avviso di pregevole fattura, e mi risulta che la convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo prevedano questa condizione come condizione da tutelare, se non proprio da estendere.” Nel frattempo Enrico Barberi, sempre prodigo di solidarietà in situazioni come questa, si acquatta anch’egli. “Professore, io sono seduto su una copia di Lotta Continua, è proibito ?”. La discussione finisce per assumere i contorni dell’epidemia e quasi tutti gli originaloni di quel caravan serrail che era la Sezione F, danno corso ad una estesa rappresentazione teatrale, rigorosamente priva di testo, ma non per questo meno passionale. “E’ pur vero che non è la sua materia professore – puntualizza Claudio Giachin – ma il collega Pilutti le ha posto una osservazione di natura squisitamente filosofica, alla quale lei sta opponendo argomentazioni senza senso”. “Ah, è così? Domani mi porto un trespolo, mi appollaio su e voglio vedere cosa succede”. “Zepparo ce l’ha con noi perché non capiamo mai e poi mai quello che dice”. La pressione ai bulbi oculari dell’insegnante stesso raggiunge preoccupanti livelli da record, in drammatico contrasto cromatico con il completo color pisello abitualmente indossato. Clicca più volte la penna in maniera parossistica e si dirige verso la cattedra con una intenzione intuibilmente repressiva. Dopo un cenno rapido alla combriccola vociante, entro anch’io e mi chiudo la porta alla spalle. “Professore si fermi adesso – affermo con lo sguardo più accigliato possibile – , non sia insensato. Vuole scrivere una nota al più bravo studente di questa scuola solo perché non ha colto la sua sottigliezza? Vuole proprio che qui dentro scoppi un altro Vietnam ?”. Il riferimento (forse un pò esagerato) al Sud Est asiatico, al delta del Mekong e alle offensive del Teth si sono rivelate sufficienti a neutralizzare la situazione. Il fazzoletto di Pilutti ha vinto alla grande e quella volta la nota sul registro non c’è stata. E Adele ? Credo che quella furbacchiona abbia giustamente continuato a divertirsi, inseguendo un sapore di libertà che non a tutti è permesso neppure comprendere.

 

Il Regio Liceo-Ginnasio Jacopo Stellini e la Santa banana che lo teneva in piedi

La scolarizzazione di massa aveva riempito il tempio della borghesia bene di Udine di un confuso esercito di aspiranti a non si sa bene cosa, ma così fastidiosamente numerosi da obbligare le autorità scolastiche a fare i conti con gli spazi a disposizione. Fu così che iniziammo la IV Ginnasio in solaio, in uno stanzone poco invitante, disadorno, dai soffitti meno alti rispetto agli altri piani, e annunciato, sul pianerottolo, da due grandi armadi in legno scuro, uno dei quali scoprimmo essere pieno, inspiegabilmente, di tutoli secchi (torsoli di pannocchia). Un lodevole spirito di adattamento ci portò ad accettare quella logistica, senza immaginare che sarebbe stata sede di episodi incomparabili, degni di narrazione. Fu lì ad esempio che Sergio Di Giovanni stramazzò al suolo fulminato da un colpo di chiave della canonica (mezzo chilo di ferro) che il nostro insegnante di religione (Don C/Annibale) gli indirizzò sul capo con inusitata vigoria, perché colpevole di avere riso durante la sua lezione. A nulla era valso il mio timido tentativo di attribuire la risata non alla disarmante lezione del troglodita  ma ad una mia battuta innocente sul davanzale fiorito della morosa del malcapitato, che ogni tanto indirizzava allo stesso occhiate da cerbiatta. Fu lì che Enrico, già atleta della Libertas Udine, volle saggiare la tenuta del pavimento saltando a piè pari da due banchi sovrapposti, con il risultato di provocare il distacco e il deflagrante schianto di una palla luminosa di vetro nella sottostante Segreteria. Quando da quest’ultima si fiondarono da noi per conoscere le cause del trambusto (si sosteneva che tre devoti servitori dello Stato avessero rischiato la ghirba), fece da contrappeso il più estatico rapimento mistico collettivo cui abbia mai assistito. Ma la cosa più densa di significati e punti di riflessione, la si deve a Francesco Bianchini (meglio noto come Checco). Figlio unico, godeva dell’amore incondizionato dei suoi genitori, che ritenevano doveroso munirlo, ogni sacrosanto giorno, di una banana per colazione. Il frutto peraltro doveva avere il giusto grado di maturazione, reso evidente dalla picchiettatura scura sulla buccia. Quel giorno particolare ci vennero consegnati i compiti svolti, e al povero Checco era toccato un voto particolarmente infamante (molti altri erano infamanti ma non a quel punto). Rimase fissamente catatonico sino al quarto d’ora di intervallo. Al suono della campanella, quasi fosse un segnale, profferendo frasi sconnesse, assai fantasiose e cariche di effetto, afferrò la banana e la scagliò violentemente verso un angolo del soffitto. Miracolosamente, contravvenendo alle conclamate leggi della fisica, quel amalgama giallognolo non cadde al suolo, ma rimase lì, dove il suo proprietario l’aveva indirizzato. Le ore passavano, i giorni passavano ma il distacco non avveniva. Il sottoscritto, con Massimo Frizzi ed Alberto Francois, pensò allora che la sezione F era stata teatro di un evento celestiale, carico di strane atmosfere, e che tutto ciò doveva trovare la giusta cornice di risalto. Alla spicciolata, portammo qualcuno delle altre classi a vedere la cosa, e le positive reazioni raccolte ci consigliarono ti tentare coraggiosamente il business: far pagare il biglietto come si faceva per le Grotte di Postumia. Alberto (Frank 84, dato che era un patito dell’Equipe di Maurizio Vandelli) dedicò tutto il suo estro artistico per elaborare un prototipo di biglietto all’altezza del freak. Ma quella maledetta banana pensò bene di spegnere all’improvviso la sua prodigiosa funzione, finendo miseramente a terra. A quest’ora avremmo potuto essere ricchi sfondati come i Krupp ! Ah, dimenticavo. In uno dei due armadi di legno, successivamente svuotati dei tutoli, il bidello Superman (era alto meno di un metro e mezzo), trovò Enzino e Rosanna che, al buio, limonavano con trasporto. La repressione statale si fece sentire arcigna, con un sonoro giorni di sospensione per gli audaci , ma soprattutto con la chiusura a chiave degli armadi stessi, non perché troppo scuri dentro e fuori, ma perché giudicati troppo invitanti. Attribuendo forse al tutolo un qualche significato simbolico di natura insospettabilmente erotica.

(Ferdinando Ceschia)

 

E, stellinianamente, de quo…satis.

Felice Gimondi, il Tour più bello

Caro Felice,

ero ragazzino nel ’65 quando quel Tour, pronto per Vittorio Adorni o, finalmente, per Raymond Poulidor, veniva vinto da te, un ragazzo che non avrebbe neppure dovuto esserci. Adorni aveva appena vinto benissimo il Giro d’Italia, ed era il primo favorito, e Pou Pou voleva rompere l’incantesimo che fino ad allora l’aveva visto quasi sempre secondo, spesso dietro a Jacques Anquetil, purosangue normanno. E invece a Parigi in giallo arrivasti tu, il ragazzo di Sedrina, il figlio della postina del paese. Erano anni di grandi campioni, in attesa di Merckx. In Italia stava crescendo con grazia Gianni Motta, Aimar in Francia, Ocana in Spagna, Jan Janssen in Olanda, Rudy Altig in Germania, ma tu avresti fatto di più di costoro.

Devo dire che allora tu non mi scaldavi troppo, perché troppo dimesso nel linguaggio, nei modi. Io ero un ragazzo-criceto, allora come ora: il tuo parlare strascicato mi faceva pensare: “dai, dì, muoviti“, e tu ti muovevi, sì, ma in bici, benissimo.

Eri resistente, fortissimo su ogni terreno. A cronometro andavi liscio ed elegante, come Jacquot, l’Anquetil che era quasi imbattibile nella specialità; in salita andavi del tuo passo tremendo, senza scatti, come oggi riesce a fare forse solo Bernal: diversissimo da Pantani e Contador. Anche in volata te la cavavi, specialmente quando la corsa era stata dura e bisognava supplire con la capacità di sofferenza al calo delle forze. Ricordo il mondiale del ’73 a Barcellona, quando io ti davo per terzo o quarto, dietro Maertens, Merckx e anche Ocana. E invece vincesti con l’ultimo colpo di reni. Ti ricordo alla Roubaix del ’66, coperto di fango: te ne eri andato sul pavé dove tutto il corpo trema e le giunture scricchiolano mentre le ruote ballano tra le pietre. Lì bisogna spingere proprio quando penso venga la voglia di scendere di sella e sedersi su un paracarro. A me è capitato una volta sulla salita della vecchia strada per Barcis, prima dell’ultima galleria, di fermarmi per riposare, perché avevo il cuore in gola e dolori ovunque.

Ricordo il tuo modo di rispondere ai cronisti, che ti infilavano il microfono fino in bocca, come fosse un gelato e tu, con un piccolo moto di ritrosia, ti portavi alla giusta distanza dalla loro invadenza. Dezan più di tutti, curiosi, insistenti, insinuanti. “Eh, Felice – tutti del tu ti davano, perché eri un semplice ragazzo di provincia – forse dovevi attaccare su quel tornante o prima, per non essere raggiunto“. Bello fare i saputi con il culo (sempre dolorante al soprasella, io ne so qualcosa) e le gambe degli altri.

Poi ti ricordo quando hai accompagnato alla vittoria al Tour nel ’98 il tuo figlioccio Marco Pantani, ancora e per sempre presente nel mio, nei nostri cuori. Tutt’altra persona rispetto a te: inquieto, nervoso, sensibile in modo evidente. Quanto tu riuscivi anche nascondere le emozioni, tanto lui ce le mostrava, con il suo sorriso triste e un’ironia sommessa, ultimamente scivolata nel sarcasmo e in una infinita tristezza.

Un poco ti ricorda Vincenzo Nibali, anche lui sobrio, resistente, capace di sopportare il dolore e il fatto di non potere vincere sempre. Lui non ha avuto un Merckx contro, ma diversi, eppure è lì che resiste, ancora competitivo, un po’ come te, che vincesti a 34 anni il Giro d’Italia del ’76.

Semplice, del popolo bergamasco, filosofo naturale per come affrontavi le cose, le vicende della tua professione, le vittorie senza mai esaltarti e le sconfitte senza disperarti.

Mi è piaciuta la tua idea che Merckx nel ’76 abbia concluso il giro per onorare la tua vittoria. Ci sta, te lo sei meritato, tu, più sincero di altri anche qui citati, silenziosamente forte, fortemente silenzioso. Mandi Felìs, a riviodisi

Del silenzio

Prosasticamente, per parlare del silenzio si può dire che esso è assenza di vibrazioni acustiche. La persona cinica, superficiale, banalizzatrice potrebbe anche fermarsi qui. Quanti ne conosco di cinici, superficiali, banalizzatori! A tutti i livelli sociali e in tutti gli ambienti: per costoro il silenzio è solo assenza di rumori, siano essi sgradevoli come quello di un taglia-erba alle due del pomeriggio di un assolato giorno d’estate, siano i violini del Preludio all’Atto terzo del wagneriano Lohengrin, che paiono venire dal nulla divino-cosmico e tornare nel nulla medesimo.

Ricordo un mio passeggiare per il chiostro del convento di san Domenico a Bologna, sede da tempi immemorabili dello Studium Theologicum Philosophicum (dove mi accostai all’alta teologia, sulle orme di Tommaso d’Aquino e di Girolamo Savonarola): era tarda primavera e non c’era nessuno, o niuno – per dir meglio – e, a un certo punto comparve il padre Bernardo, insigne biblista, lo salutai e non mi rispose, ma mi disse “Renato, ti ho già salutato prima“. Economia sì, ma non energetica, bensì spirituale. Niente vada sprecato. Quanto si indulge oggi nei saluti fatti sempre, o quasi, di noiosissimi “come stai?” (l’how are you anglosassone, domanda apparentemente gentile, ma di sicuro disinteresse umano e completamente an-empatico). Lo ho scritto altrove, e non una volta sola, e qui lo scrivo di nuovo, senza tema di stancare alcuno dei miei cari lettori e neppure me stesso.

Leggo di un esperimento fatto con alcune persone in una camera anecoica (senza rumore): dopo circa tre quarti d’ora alcuni manifestavano inquietudine e l’esigenza di essere fatti uscire, per sentire di nuovo il rumore del mondo. Sembra che questo rumore sia oramai entrato nella struttura antropologica, fisica e psichica degli esseri umani. Proviamo a pensare a una notte paleolitica e ai suoi rumori, a qualche uccello notturno, al frusciare dell’erba o delle foglie, a qualche sussurro misterioso nella macchia, a un serpente o a una fiera in agguato, e alla famigliola dentro la caverna con il fuoco custodito dal maschio e la donna in fondo su un letto di foglie secche con i bimbi. Ogni rumore, ogni suono poteva rappresentare qualcosa, molto spesso di sconosciuto e pauroso, in quanto sconosciuto.

Oppure il silenzio dei monti, che molte volte ho sperimentato, gli echi lontani di cascate e di frane, rimbombi di tuono oltre le cime visibili, il rifugio ancora lontano: ecco, lì il suono o il rumore hanno un significato, e suggeriscono, ad esempio, di affrettarsi verso un riparo. O come quando in bicicletta si attraversano piccoli borghi rurali addormentai nella luce del meriggio, e s’odono solo indefinibili abbaiar di cani come un borborigmo sordo e non di latrato, o i rintocchi dell’ora dal vetusto campanile.

Ma il silenzio e o la sua assenza non riguardano solo l’apparato uditivo. Tutto l’uomo, tutto l’essere vi è coinvolto, perché le vibrazioni acustiche penetrano nell’anima, così come la loro assenza. Gli spot televisivi o quelli quasi obbligati del web, quando cerchiamo qualcosa che ci interessa, il sistema ci “impone” di vedere anche altro, al di sopra e prima di ciò che ci interessa, studiato e messo in rete da spietati algoritmi che ci studiano ogniqualvolta accendiamo lo smartphone.

Questa assuefazione al rumore diventa una sorta di “disabitudine” al silenzio, che diventa pauroso e insopportabile. Di contro, se vogliamo pensare al mondo o anche a noi stessi, abbiamo bisogno di silenzio. Il silenzio è indispensabile per auscultare la nostra interiorità, come insegnavano i grandi antichi maestri di spiritualità e, tra questi (da poco ho quivi scritto di lui) Meister Eckhart da Hockheim. Oppure leggiamo i poeti, il Leopardi de L’infinito (l’ermo colle è senza dubbio silente), e il D’Annunzio de La pioggia nel pineto, dove l’inizio è imperativo: Taci.

Nella camera anecoica si possono “sentire” solo i rumori interni del proprio corpo, il battito del cuore, le sistole e le diastole dei polmoni, il lavorio intenso degli intestini, che possono anche provocare l’esigenza di creare sgradevoli emissioni, rumorose, pardòn. Il mio lettore perdonerà la vicinanza di queste espressioni con la citazione della somma  poesia, ma questo e così è l’uomo.

E i pensieri, poi, “fanno rumore”? Non propriamente, ma interiormente sì, se è vero che nell’uomo interiore abita la verità (Agostino), perché la verità fa-rumore, eccome. La vita fa-rumore.

Direi che il silenzio e il rumore possano essere i segnali della vita, specialmente se non si riesce a sopportarli, specie se si ha bisogno del rumore per cacciar via il vuoto del silenzio spaventoso, o se si ha bisogno solo del silenzio perché ogni rumore, suono o parole ci mette in ansia. Molte nevrosi sono legate al rapporto fra silenzio e rumore, così come le culture che trattano diversamente le due situazioni.

Il silenzio e la pausa, poi, sono parte integrante della musica, di tutte le musiche, da quelle andine a Luigi Nono, da quelle delle isole Andamane a Mozart e a Rossini.

Al capitolo XVII della Santa Regola benedettina, il silenzio è trattato come virtù del monaco. Leggiamola insieme:

1. I monaci devono custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte. 2. Perciò in ogni periodo dell’anno, sia di digiuno oppure no, si procederà nel modo seguente: 3. se non si digiuna, appena alzati da cena, i monaci si riuniscano tutti insieme e uno di loro legga le Conferenze o le Vite dei Padri o qualche altra opera di edificazione, 4. ma non i primi sette libri della Bibbia e neppure quelli dei Re, perché ai temperamenti impressionabili non fa bene ascoltare a quell’ora i suddetti testi scritturistici, che però si dovranno leggere in altri momenti; 5. se invece fosse giorno di digiuno, dopo la celebrazione dei Vespri e un breve intervallo, vadano direttamente alla lettura di cui abbiamo parlato 6. e leggano quattro o cinque pagine o quanto è consentito dal tempo a disposizione, 7. perché durante questo intervallo della lettura possano radunarsi tutti, compresi quelli che fossero eventualmente stati occupati in qualche incombenza. 8. Quando saranno tutti riuniti, dicano insieme Compieta, all’uscita dalla quale non sia più permesso ad alcuno di pronunciare una parola. 9. Chiunque sia colto a trasgredire questa regola del silenzio venga severamente punito, 10. eccetto il caso in cui sopraggiungano degli ospiti o l’abate abbia dato un ordine a un monaco; 11. ma anche in questa eventualità bisogna procedere con la massima gravità e il debito riserbo.

 

Uno splendido film del 2005 tratta il tema descrivendo la vita monacale della grande Chartreuse di Grenoble. Una bella traccia dal web vale la pena riportare integralmente.

“In un tempo di cinema chiassosamente sonoro, che tutto riempie e trabocca, diventa necessario sperimentare il silenzio. Quello grande e silente “registrato” nel monastero certosino de La Grande Chartreuse, situato sulle montagne vicine a Grenoble. A salire sulle Alpi francesi con la macchina da presa è stato il regista tedesco Philip Gröning, che per diciannove anni ha cullato il desiderio di realizzare un documentario sulla vita dei monaci e sul tempo: quello della preghiera e quello del cinema. Perché quel tempo potesse scorrere sulla pellicola, il regista ha condiviso coi monaci quattro mesi della sua vita: partecipando alle meditazioni, alle messe, alle lodi, ai vespri, alla compieta (l’ultima delle ore canoniche), ritirandosi in una cella in attesa di ripetere nuovamente l’ufficio delle letture.
Il suo film, apparentemente immobile e privo di uno sviluppo narrativo, trova invece un suo modo straordinario di procedere inserendo un dialogo muto tra l’uomo e la natura, scandito fuori dal monastero dalle stagioni e dentro le mura, vecchie di quattro secoli, dalla rigorosa liturgia dei monaci. Separati materialmente dal mondo mantengono con esso una solidarietà espressa attraverso un’incessante preghiera. La vita eremitica e contemplativa viene filmata e riproposta allo spettatore nelle sue ricorrenze quotidiane, inalterabili e puntuali, interrotte soltanto da un imprevisto “drammaturgico”: l’arrivo di un novizio al convento. L’equilibrio della comunità monastica è ricomposto poco dopo con l’ammissione del giovane uomo nell’ordine, attraverso suggestive cerimonie di iniziazione in lingua latina. La partecipazione dello spettatore alla vita del monastero è affidata unicamente alle immagini, che non si aggrappano quasi mai a un suono, a una voce esplicativa fuori campo, a una musica applicata alla pellicola, a una parola, se non a quella di Dio. I salmi e le preghiere, sgranate come un rosario e costantemente ripetute, sono l’unico linguaggio concesso, lo strumento verbale alto per pensare il divino, per comunicare con Lui.
Il regista “officia” la sua funzione lasciando libero lo spettatore e la sua percezione di cogliere nel montaggio i commenti impliciti, nel silenzio i suoni compresi. Perché il suo documentario diventi un’autentica esperienza ascetica, Gröning lo costruisce come fosse un mantra, mettendo la grammatica del cinema al servizio del linguaggio dello spirito. Se la comprensione dell’Assoluto passa attraverso la reiterazione della preghiera, il cinema che la fissa dovrà a sua volta replicare il suo linguaggio, quello della ripresa. E allora si ribadisce quell’inquadratura, quel primissimo piano, quel campo medio o lunghissimo, si insiste sulle identiche didascalie di raccordo perché il pubblico stabilizzi la mente e lo sguardo su un’idea. La lunghezza della pellicola, che ha impaurito i più o peggio li ha spazientiti, è al contrario funzionale all’esperienza contemplativa che il regista ha voluto raccontare. La sua visione disciplina la mente inducendola, e non poteva essere altrimenti, a chiarire e a purificare il pensiero”.

 

Un film con Jean Louis Trintignant e Klaus Kinsky diretto da Bruno Corbucci: Il grande Silenzio, dove ha tale nome un pistolero girovago. E’ chiamato così poiché  “dopo che passa lui c’è solo il silenzio della morte“, e anche perché da bambino gli sono state recise le corde vocali affinché non raccontasse a nessuno di come i genitori furono crudelmente colpiti a tradimento da tre bounty killer. Il suo silenzio è obbligato e voluto nello stesso tempo.

 

il silenzio degli innocenti con Anthony Hopkins e Jodie Foster di Jonathan Demme. Il folle intelligentissimo sadico serial killer Hannibal Lecter parla con la detective Clarice Starling, perché questa lo tratta senza secondi fini, raccontadogli anche alcuni aspetti tormentati della sua biografia. Il pertugio dell’anima assassina è la sincerità, cosicché la aiuta a trovare un serial killer in libertà, evadendo poi lui e lasciando in silenzio lo spettatore. Nei sequel si vedrà che cosa quel silenzio avrà significato. E nel prequel. Il male attraverso il tempo, che si rigenera.

Dalla sua fuga Lecter chiama al telefono Clarice chiedendole se “gli agnelli hanno smesso di gridare“, facendo finalmente silenzio, ossia se i traumi e i fantasmi del passato hanno smesso di tormentarla.

 

E infine il Michelangelo Antonioni di Deserto rosso. Negli anni ’60 e ’70 Antonioni fu il cantore del silenzio e dell’incomunicabilità. Alcuni suoi film restano, a dire molto di quei tempi. Giuliana (una intensa Monica Vitti), è depressa e tormentata al punto da pensare al suicidio, ché un sentimento di inadeguatezza profonda e personale si scontra con una modernità inautentica. Corrado, amico di Ugo, il marito di lei, sembra l’unico in grado di aiutarla, ma non è così. Anche la storia che imbasticono non funziona, perché anche Corrado è incerto, inquieto, fuggitivo, verso un silenzio che non sa attingere.

Altri testi e altri film potrebbero aiutarmi a parlare del silenzio, ma qui mi fermo, sperando che i nostri ragazzi non temano, né cerchino silenzi sbagliati.

Dio, Patria e Famiglia

E’ un sintagma amato dal fascismo storico italiano, mussoliniano, post ’29, e oggi, più o meno, usato – anche se non sempre esplicitamente – nella comunicazione politica dalla robusta demokratura putiniana: Dio, Patria e Famiglia, in maiuscolo anche i lemmi secondo e terzo, oppure, se fossimo in filosofia allo stato puro, potrebbero stare – tutti e tre – anche in minuscolo, senza che ciò significhi mancanza di rispetto.

Proviamo ad approfondire, distinguendo parola per parola: dio-patria-famiglia.

Una prima considerazione sintetica: se presi separatamente, i concetti sottesi ai tre termini sono molto importanti, anzi centrali, fondamentali nella storia umana, per le società e per le vite umane singole. Dio è l’essere supremo, l’Incondizionato, il cui sguardo tutto vede e prevede; la Patria è la Terra dei padri, dove si è nati, dove si vive dalla nascita, oppure dove si vive tout court (io sono per lo ius soli, senza nutrire alcun dubbio); la Famiglia è il locus dove di dà origine alla vita e la si trasmette, dove agisce il processo educativo, ovvero – al contrario – dove spesso accadono anche terribili cose e nefande. Onorevole Cirinnà permettendo, per la quale pare che ogni modello di convivenza possa avere lo stesso nome, come se potessimo, indifferentemente, chiamare “tavolo” la “sedia” e viceversa. Mi chiedo, ogni tanto, che tipo di cultura abbiano certi politici.

In alcuni e alcune, come la sopra citata lo slogan suscita indignazione, nonostante un semplice sforzo di comprensione storiografica, ma nutrito di conoscenza, dovrebbe smitizzare il tema. Non si devono dimenticare i Patti Lateranensi del ’29, che mettevano il cattolicesimo al posto della religione di stato, come fu il cristianesimo ai tempi di Teodosio I; la Patria era posta come luogo morale dove fosse naturale credere nella frase “dulce et decorum est pro patria mori“, morire per la Patria come ipotesi plausibile; la famiglia fatta da una maschio, una femmina e i figli come unico modello di convivenza nucleare, dove, allora, la donna era posta in famiglia come soggetto e struttura subalterna al marito-maschio-padre.

Non si può non dire che anche nella Russia attuale il terzetto di sostantivi sia di fatto accostato e apprezzato, nella Russia di Putin. Proviamo a vedere: la Russia è da mille anni una nazione cristianissima, fatto salvo il settantennio staliniano, quando però la religiosità covava sotto la cenere, e fu addirittura riesumata da Stalin quando diventò “piccolo Padre” e invocò il Padreterno con il patriarca moscovita per salvare dai nazisti la Santa Madre Russia. Il Dio dei Russi è soprattutto l’immagine di Cristo, del Cristo Pantocrator, creatore e signore di tutto. La dottrina cristiana ortodossa, l’iconologia e il sentimento sono caratteristiche peculiari del popolo russo. E molti fra gli Italiani amano, riamati, il Popolo russo, per varie ragioni, anche se nel ’41 abbiamo mandato da quelle parti 220.000 uomini in armi, molti dei quali sono morti, ma non pochi sono stati salvati dalle babuscke con il velo nero, le mamme e le nonne ukraine. Amiamo la Russia perché non è l’America, che in qualche modo dà anche fastidio, nonostante sia stata decisiva per la nostra liberazione, ma se i Sovietici comunisti non avessero impegnato un esercito armatissimo di 4 milioni di effettivi, forse anche Albione avrebbe dovuto cedere e gli Stati Uniti… Chissà. E i Russi amano l’Italia perché è inarrivabile come storia, ambiente, arte, cultura, bellezza, e perché c’è Roma, c’è stato l’Impero romano, e Mosca ama chiamarsi la Terza Roma.

La Patria per i russi è sentimento sacro, che si unisce a Dio e alla Famiglia, anche se in qualche modo, anzi in molti modi. Potrebbe bastare questo confronto per spiegare che la triade di grandi concetti non esaurisce i suoi significati nel cartello esibito dalla Cirinnà, che stranamente appartiene al partito al quale sono iscritto e dalla quale mi divide pressoché tutto. Vuol dire che il PD assomiglia sempre di più alla democrazia Cristiana, con buona pace del segretario attuale. Basta. Preferisco tornare alla riflessione teorica sul tema, per cercare di spiegare a me stesso come su questo piano l’accostamento è molto azzardato.

Dio si colloca in una dimensione sostanzialmente inconoscibile, mentre la patria e la famiglia appartengono a ciò che i sensi e i sentimenti possono raggiungere, per cui, o si pensa che anche Dio sia accessibile come la patria e la famiglia, e ciò e immediatamente assurdo, oppure si ritiene che lo statuto epistemologico del divino sia completamente diverso, distinto e distante dagli altri due. Se così fosse, come io penso che sia, il sintagma triadico già si colloca in una possibilità di comprensione ardua, se non impossibile. Forse possono darci un ausilio la dottrina del cardinale Kerns, cioè Nicola di Kues, vescovo di Bressanone, con il concetto della coincidentia oppositorum, può darci un aiuto, o fors’anche il Bonaventura dell’Itinerarium mentis in Deum, o infine il Maestro Eccardo dei Sermoni latini. Non meno di Plotino, studioso dell’Uno, dei sufi e dei sapienti dell’induismo e del buddismo. Questi insigni, infatti, pensano che Dio stesso sia accessibile, ma solo nel fondo dell’anima, nel cuore dell’uomo quando si accende la voce flebile della coscienza, quando ci si mette umilmente in ascolto della verità che parla dentro di noi… e si creda che qualcuno lassù pensi a noi.
Allora, cari sostenitori e cari detrattori della triade concettuale, come la mettiamo? Abbiamo studiato un po’ per poterne parlare con cognizione e rispetto delle parole? Non mi pare.
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