Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

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Il canto concorde (del trovatore inesistente)

Caro mio lettor d’infra settimana,

è il titolo della silloge di liriche che Segno mi pubblicherà a giorni. Canto come canna, come corde vocali, come osso ioide che canta, concorde nel senso che vi è un solo canto alla vita, con-un-cuore-solo (con-corde), e dunque tutti i canti convergono verso un centro, un fuoco immortale che non brucia, come il roveto ardente nel libro dell’Esodo.

Trovatore, trobadour, io sono un trovatore stilnovista in realtà, novello Guinizzelli o Cavalcanti o Cino da Pistoia o Lapo Gianni o Pier delle Vigne o Ciullo (Cielo) d’Alcamo o Giacomino da Verona. Talora sconsiderato come Pietro Aretino.

Io canto.

Inesistente perché il canto concorde esiste già dall’eterno, fin dalla fondazione del mondo (apò katabolès kòsmou), e quindi non serve che io veramente esista, sono solo un tramite, una voce per il canto. Vi sono persone che mi amano e persone che preferiscono che io non esista, ma io esisto. Eccome! Esistere è un ex-sistere, cioè uno-stare-fuori-dall’essere per mostrarsi al mondo, senza  perdere l’essere.

E poi vi sono persone che non mi conoscono veramente, alcune perché non gliene frega nulla, e questo è accettabile, ma alcune perché non ce la fanno a conoscermi, poiché la conoscenza richiede fatica, studio, ascolto, accettazione, confronto e talora scontro, profondità. A volte, come si dice, “il cavallo non beve“.

C’è dunque il canto concorde, liriche che ho scritto in decenni di attività fabbrile, costruzioni di testi fatti di parole messe lì non a caso, ma perché percuotessero le menti e i cuori dei lettori. Cari nemici che mi pensate inesistente, fatevene una ragione: sono a questo mondo e resterò finché Dio vorrà. E farò la mia vita con chi la condivide e la condividerà, certo come è certo il domani e come lo è stato il ieri e come lo sta essendo l’oggi che si spegne nella notte.

Il canto concorde è fatto de La cerchia delle montagne, pubblicato nel 1998, de In transitu meo, pubblicato nel 2004, e di decine di pezzi inediti, alcuni premiati anche a Roma e altrove, magari studiati nella forma insegnataci da Guido d’Arezzo e portata all’empireo dal sommo Francesco, e ripresa romanticamente da Ugo da Zante. Sonetti. E poi brevissime odi o haiku nostrani, e scorci della mia vita, dai sedici anni che avevo in poi.

Le prime sono quelle del liceale capace di piangere, le ultime sono quelle dell’uomo ancora capace di piangere.

Ho appena da giorni in mano La grotta delle Duje Babe e a giorni mi arriverà il gran libro dell’eros biblico da Siena, editor Cantagalli, 600 pagine di ricerca accurata della bellezza. Sull’amore umano. Coincidenze? Non so.

La Provvidenza e lo Spirito mi stanno accompagnando per perigliosi e ardui sentieri di questa mia vita, di questa parte della mia vita. Lo so.

La beatitudine im-perfetta

…è anche quella del pedalare senza vento a diciotto gradi, con un po’ di ombra, i trenta all’ora li fa solo peso delle gambe e la meccanica della bici, campane che annunziano la festa, erba, odore d’erba tagliata, lontani latrati di cani nelle aie contadine, campanili tra i pioppeti nella lontananza, questa è la beatitudine del tempo sospeso, quando non pensi alle brutture del mondo e ai dolori della tua vita, o a chi ti vuole male, e stai in compagnia del paesaggio e dell’anima di chi ti vuol bene che ti raggiunge ovunque, anche da lontano, o da vicino, ché pochi chilometri oggi è vicino.

Caro lettor gentile, ti scrivo tutto d’un fiato, senza punteggiatura, o quasi, e regole grammaticali imitando Joyce, in questa prima domenica di giugno, già pienamente estivo, sapendo che il titolo è contradditorio perché la beatitudine è sempre perfettibile, non mai perfetta, se non quella di Dio, come insegna Tommaso d’Aquino, che inizia la Somma della sua Teologia con la beatitudine divina, lui parte da lì, dall’unica perfezione, che in quell’unico caso non è sinonimo di morte, perché solitamente la perfezione è il completato, il finito, il concluso, e allora anche la mia beatitudine nella corsa è im-perfetta, in-completa, in-esausta, im-passibile, im-possibile, in-adeguata, e tanti altri contrari.

La mia giornata inizia presto, all’alba, e sarà di pedalate e studio, pedalate la mattina verso un non so dove di mare, e di studio ausiliatorio verso sera, con un giovin ragazzo che ha da rimediare voti scolastici. Domenica di beatitudine più che im-perfetta, anche se la grazia della forza mi accompagna e il pensiero potente analizza e ipotizza. Attentati a Londra, attentati in Afganistan e in Irak, attentati nei cuori di molti, di bambini che non hanno di che sopravvivere, attentati nel mio cuore. Il libro di Conrad si confà a questa giornata estiva, bene meritevole dell’odio di Bruno Martino, lui cantava nei ’60 ed ero bambino e ragazzo.

Io sono povero in spirito e dignitoso in economia, non so se il regno sarà anche mio. Intanto qui sulla terra combatto la mia buona battaglia, conservando la fede in me stesso, ché non ho terminato la corsa.

L’imborghesimento sconsolante della “sinistra” politica

…anzi la sua progressiva e  crescente idiozia.

La categoria dell’imborghesimento della sinistra risale, per quanto riguarda l’ultimo mezzo secolo, almeno al decennio “di fuoco” 68/77, quando la nuova sinistra accusava di tale infamia il PCI, da pulpiti che talora erano ancora più borghesi, come alcuni che poi partorirono la presuntuosità terroristica di sinistra. In realtà il PCI, fatti salvi gli intellettuali organici laureati à la Napolitano, Chiaromonte, Amendola, Natta etc., era un partito fortemente radicato nel popolo operaio e contadino, un partito autenticamente popolare. Il PSI era più sportivamente variegato, frequentato anche da una pletora di professionisti, di architetti in cerca di commesse e anche, graziaddio, da una certa parte di popolo della vecchia scuola “nenniana”.

Le successive trasformazioni, avvenute nei decenni scorsi, che hanno fatto cambiare più volte nome al “partitone” austero di Longo e Berlinguer, fino alla commistione mal digerita con il cattolicesimo “di sinistra” nell’attuale veltronian-renziano PD, hanno lasciato spazio a frange che si sono progressivamente caratterizzate per atteggiamenti e background socio-culturale decisamente borghese, nel senso novecentesco del termine. Movimenti come quelli del “popolo viola”, riviste come Micromega del conte Flores D’Arcais, attestano questa allure intellettual-puzzetta sotto il naso.

Ne avrei molte da dire ancora, io che provenendo veramente dal popolo operaio, e che ho studiato lavorando, lasciando indietro in questo molti figli-di papà, figlio di mio padre emigrante e di mia madre sguattera, ma capace di fare iniezioni gratis al popolo povero di Rivignano, ma ne dico solo una, vista stasera sul web. Tale onorevole Gasparini del PD, appunto, ha ottenuto con un emendamento che il vitalizio dei parlamentari sia reso cospicuamente reversibile a favore dei superstiti. Intervistata da un giornalista circa l’eventuale congruità etica della misura, la signora Gasparini ha risposto: “Certo che trovo giusta la reversibilità… non vorrà mica che la moglie di un parlamentare o un figlio, rimasti vedova e orfano, debbano fare la sguattera o il giardiniere?”

Gentil mio lettore, occorrono commenti? ma questo Gasparini del PD e sua moglie sanno che cos’è la storia della classe operaia, dei sindacati, del movimento socialista europeo e italiano? sanno di come funzionavano le fabbriche dell’800 raccontate da Dickens e da Carlo Marx. Sanno come si vive nelle favelas di Rio o nelle villas miseria di Santa Maria de los Buenos Aires? Nei suburbi di Djakarta e di Nairobi? Nelle periferie immense di Lagos, del Cairo e di Mexico City?

Sanno chi erano Edouard Bernstein e Filippo Turati, Antonio Gramsci e Labriola, Giacomo Matteotti, Jean Jaures e Pietro Nenni, Umberto Terracini e Anna Kuliscioff, Dolores Ibarruri e Salvador Allende, ma anche Tina Anselmi e Lina Merlin, e mi fermo qui, ché potrei continuare per pagine e pagine.

Ma dove vivono? Sanno che la storia della democrazia e del socialismo democratico nascono dal sentimento di solidarietà  e di condivisione evangelica? Che cosa c’entrano sentimenti ed espressioni come quelle lì con la storia del progresso democratico, della partecipazione dei lavoratori alla gestione della cosa pubblica, se il pensiero e il sentimento sono da un’altra parte? Che c’entrano?

Ma io preferisco mille volte il liberale patocco, ricco sfondato o riccastro cinico, profittatore e anche un poco dichiaratamente sfruttatore, a questi falsi “sinistri”, a queste parvenze, a questi simulacri di progressismo idiota.

Almeno so che bestia è quello, e me ne difendo. Questi invece mi fanno pena e un po’ anche schifo.

Di nuovo lontano… in bici, e nel contempo vicino

Son tornato a 90 km di uscita. Dopo la reductio, dopo le visite, la RM al vasto intermedio sx, due chili in meno (79/81), che restano lì saldi, però. Energia, sonno, cibo tornati normali, sguardo meno teso, condivisione solidale, anzi intensificazione solidale che è l’eros perfetto, quello platonico, cioè il più vero e completamente umano. Vario e difficile in vita mea.

Che meraviglia, di nuovo odori, suoni di campane lontane, e anche latrati di cani, ché son vivo e viaggio lontano verso i punti cardinali e oltre. Andare sapendo e sapere andando, che si torna e si riparte ancora. Pensieri di giorni passati e rovelli per quelli futuri, che saranno, si spera. Non ansia ma pensieri. Si può dire di aver sbagliato, ma in buona fede. Esiste la buona fede? Solo in parte, altrimenti la colpa è sempre degli altri, della società, delle circostanze. E non può essere così, altrimenti vien meno il diritto positivo di quattromila anni.

Non sono riuscito a vedere neppure una tappa del Giro, per una vera disdetta, ma il Tour non me lo toglie nessuno. Nel 2018 andrò a vedere la tappa di Fabio e sosterò sul Portet d’Aspet in silenzio. Tornando valicherò l’Izoard per uno sguardo alla lapide di Fausto e di Gino, e un pensiero all’eterna canzone di Pietro.

L’eterna canzone che sostiene ispirando il mio Canto concorde di prossima pubblicazione, come ogni mio movimento in cui credo e che costituisce la mia vita. Si può cambiare molto delle nostre vite, ma i legàmi primordiali no, gli imprinting iniziali no, i ricordi lontani restano perché ti hanno costituito come i mattoni una casa. La casa bio-logica che sono io, l’animale umano che son diventato deriva da lì, anche dai lunghi racconti di ciclismo, dal nozionismo dei fiumi, delle città e delle montagne, dalla voglia che avevo di dire tutti gli ortaggi e i frutti dell’orto lungo il quale correvo a perdifiato. Eccomi qua, ecce homo, ancora integro, anche se non integerrimo, completamente umano, con le mani, con le mie passioni e le mie ragioni, quasi mai comprese tutt’intorno, se non da pochi/e.

La corsa è stata eccellente, verso oriente, dove il sole sorge, dove tutto arriva e si offre al mondo, dove la notte viene prima iscurendosi come la mia anima qualche mese o settimana fa, ora rischiarata, come illuminata.

E a volte di nuovo iscurita per ondivaghezze e incomprensioni, ché il senso di quel che si dice sfugge come colpo di vento improvviso, a chiunque ascolti, che immagina altro, non avendo lo schema conoscitivo del parlante, e allora è come si dicesse qualcosa in lingue diverse o identiche diversamente espresse, cosicché ogni giorno è intrapresa a comprendere e essere compresi.

Ma io sono in bici di nuovo come prima, e il mio traguardo è una partenza per ogni dove.

Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

…ma non troppo

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Il titolo modera il precedente post, forse troppo ottimistico ed ecumenico. In realtà resto inquieto (espressione troppo edulcorata?) con chi ha giocato irresponsabilmente, fors’anche per ragioni soggettive di ordine… non so, fate voi, con ipotesi sanitarie preoccupanti (per me), oggi fugate grazie a Dio, e anche con chiunque non rispetti la verità delle cose, siano le cose quelle che siano, gradevoli o sgradevoli, pretendendo di determinare ciò che non è nel suo diritto, né giuridico, né morale.

Certamente sono abituato alle “rinascite” (nomen omen), ma in mezzo a mille dubbi e patemi di animo, con fatica e dolore, come altri, più o meno di altri. Ciò che comprendo è senz’altro il dolore, di qualsiasi genere e specie sia.

E’ però difficile “tenere duro” nell’ingiustizia. Sopportare senza sup-portare è una contraddizione in termini, stancante e frustrante oltremodo.

Si può pazientare oltre i limiti finora conosciuti, ché il limite umano, in tutte le sue declinazioni, è sempre da esplorare, pur sapendo noi tutti che esso exsiste, sta lì, c’è, ci condiziona, ci determina alla fine di ogni sua esplorazione. Ogni tanto pare che il tempo scorra quasi all’incontrario, e che prevalga su quello cosmologico quello del kairòs, certamente “tempo opportuno”, ma a volte incomprensibile alla nostra ragione.

La mediazione tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare è un altro punto della questione. Il dover-fare qualcosa e non altro è un imperativo categorico sempre più in crisi, sopraffatto dalle tecno-scienze e dalla legittimità del libero arbitrio. Si tratta di vedere, anche qui, dove sta il limite, dove sussiste un con-fine.

Da un punto di vista etico generale bisogna forse decidersi a superare il giudizio sui cosiddetti “atti categoriali” o singoli, che di per sé, se non corrispondono al comune sentire morale, sarebbero sempre condannabili, e scegliere la nozione di opzione fondamentale (cf. K. Rahner in Uditori della parola, Borla), che è in grado di dire come è quell’uomo-quella-donna-lì, magari nel loro fondo buoni, al di qua e al di là delle azioni singole, sempre che queste non mettano a repentaglio i fondamenti della vita umana.

Essere “mali” (malvagi) non coincide con il mancato rispetto della “promessa” in una sorta di coerenza assoluta, ma con il suo mantenimento, mediante il riconoscimento di una verità nuova, come può essere un rapporto affettivo che nasce, cresce e si verifica nel tempo.

Si può tergiversare nel riconoscere che le cose sono cambiate, esitare a confessarlo financo a se stessi, ma prima o poi la verità si fa urgente, prorompe, si manifesta come un’epifania dolorosa e nuova, ma non per questo inficiata o ridotta, anzi.

Riconoscere la fragilità di ciascuno è un dono e perfino un desiderio, che rompe gli argini delle con-venienze e dei convenevoli (a volte svenevoli), e cresce facendo crescere chi sta lì, tutt’intorno, grandi e piccoli, ché le prove sono appunto tali perché “provano” la capacità di cambiare, di re-sistere, cioè di consistere della propria unicità irriducibile, a ogni costo, per essere semplicemente se stessi.

Abbassare lo sguardo o nascondersi dietro immaginarie realtà o pretese malsane di dominio, è non solo ingiusto ma anche inutile, così come pretendere di governare sentimenti di altri, in funzione del proprio orgoglio o di convincimenti vetusti e morti. Liberiamo tutte le verità che conosciamo, come il vento che vibra tra gli alberi, dalla finestra di casa, in questa sera stranita di maggio, quando forse un Rosario sarebbe medicina soave.

A Illegio quest’anno organizzano qualcosa che ha a che fare con la verità nascente dal groviglio dei sentimenti, de l’amore, e produce il senso dell’autentico, anche attraverso lo struggimento del dolore. Caro lettore, vacci, può essere illuminante.

L’animo iscurito e la luce pura

Caro lettore,

a volte sono iscurito nell’animo, per timore che lo stiramento al vasto intermedio sinistro sia qualcosa di impegnativo. Ah, la mia bicicletta amata! Non abituato al dolore, con solo cinque notti in ospedale in tutta la mia vita, di cui quattro dovute a una dimenticanza dell’ortopedico chirurgo, un’arteriola lasciata aperta dopo un’artroscopia, emorragia rimediata con un’emoglobina a 16, or sono quasi due anni. E, se questo iscurimento è forte, a volte si innesta su altri patemi, talora affettivi, esistenziali, di scelte. E si somma ad essi dando sofferenza e insofferenza, impazienza e straniamento, e uno strano, temporaneo indebolimento delle facoltà che da sempre mi hanno caratterizzato, la forza, la decisione, difficilmente impressionabile, capace di sopportare il dolore fisico e quello psichico, mio e degli altri. E di soccorrere chi aveva bisogno.

Il risultato è chiedersi che cosa ne sarà di me, ora, e dov’è tutta la mia sagesse filosofica, il dominio razionale delle cose, il controllo, il saper-cosa-fare, dire, consigliare, orientare me e gli altri. Eccomi allora, ecce homo, ecco l’uomo che veramente sono, Signor, l’omp a l’è cà, o ài fat ce ch’o hai podut, sta cun me, così prego invocando l’Incondizionato Iddio che ci vuole bene da sempre, ci ama, ci ascolta, ci sente, soprattutto, con l’aiuto dei suoi angeli, nostri custodi.

Ma l’iscurimento dell’animo fa fatica ad essere superato, e allora ringrazio qui le persone che mi vogliono bene, che mi stanno aiutando in questo momento di fatica e di pensieri, tutte, e loro sanno di essere quelle lì, che mi aiutano. Tra loro non si conoscono, se non in parte, ma io le conosco tutte, non sono molte, ma importanti, importanti per la mia vita e, spero, per la loro.

E allora l’iscurimento dell’anima può essere lenito come le ferite dell’uomo che da Gerico saliva a Gerusalemme, soccorso solo dal Samaritano, mentre il sacerdote e il levita erano passati oltre. Ecco, quando si incontrano momenti di confronto con la vita si pensa a chi può aiutarti, e se tu hai aiutato l’altro ogni volta che aveva bisogno. Mi chiedo se l’ho fatto sempre e mi dico forse sì, o qualche volta no, mi chiedo se ho saputo perdonare chi mi ha offeso. Non sempre, e non ultimamente.

L’animo iscurito, anche se fa soffrire, aiuta a riflettere, a confrontare tra loro le cose importanti e meno, urgenti e meno, per dare la giusta dimensione al dolore e alla paura, come scrivevo qualche giorno fa.

Il tempo opportuno che si percepisce, dentro quello fisico, è la dimensione giusta per la riflessione sul valore delle cose, degli atti e delle scelte che si fanno o si faranno.

Che il Signore del tempo, l’Incondizionato mi assista, come sempre.

… e quello sopra era il prequel

 

Mi ha assistito, come sempre, l’Incondizionato Iddio. Lui sa che ho ancora molte cose da fare a questo mondo, in salute e grazia sua, per me che devo avere forza e decisione, e per le persone che contano su di me. Gratias ago Domino Deo nostro, e alla luce pura che emana attraverso gli occhi delle sue creature.

andare&restare&ripartire&fermarsi

Caro lettor meridiano,

come insegnava l’oscuro ma limpidissimo Eraclito di Samo, nella vita umana il movimento e la sosta sono tutto, come modi ordinari e  nel contempo “estremi” dell’esistenza. L’uno non può fare a meno dell’altra. O siamo in movimento o sostiamo, o vegliamo o dormiamo. Un sistema binario, polare, contrapposto, ci accompagna, certamente con tutte le sfumature intermedie del rallentamento, dell’essere assonnati ma non ancora addormentati, dell’essere stanchi senza esserci ancora fermati, dell’esitazione, e così via. Sempre, però nella nostra essenza di esseri umani, come altrettanto autorevolmente spiegava Parmenide di Elea.

Senza dimenticare che stiamo parlando dello 0,3 di tutti i viventi, noi animali, mentre il 99,7, costituito dai vegetali… è sempre stabile, o vive con movimenti lentissimi e comunque radicati nella Madre terra, dal più piccolo filo d’erba alle sequoie, che sono i più grandi organismi viventi mai apparsi e sviluppatisi sul nostro pianeta.

Anche gli organi del corpo umano si muovono come sopra, il cuore con sistole e diastole, i polmoni con l’inspirazione e l’espirazione, e via dicendo.

In teologia cristiana vi è il concetto duplice di exitus e reditus, cioè una dinamica che l’anima deve operare al di fuori di sé, anche rischiando, proprio per poter tornare in sé arricchita di sapienza: uscire da sé per rientrarvi più sapienti. Il pellegrinaggio nella vita per crescere secondo la luce della verità, che si comprende solo parzialmente, nel tempo e spesso nel dolore.

Quando si sale il crinale aspro di un monte il movimento è lento, controllato, guardingo, perché il pericolo ambientale è in agguato. La montagna è una manifestazione geologica meravigliosa e arcigna, attraente e anche repulsiva nello stesso tempo. Ricordo quando si giunge su un altissimo giogo, impervio e stretto ed ecco, di là scende una serpentina ripidissima nel ghiaione, che si deve fare. La bicicletta da strada è l’altra metafora: quando si esce vuol dire ore di fatica controllata a volte ai confini di una certa ascesi masochistica, che suggerisce di accorciare, di tornare evitando le raffiche del vento, che son come muri. Andare, fermarsi, tornare, restare, come nella vita.

Nello studio occorre la pazienza perseverante dell’andare e dello stare-fuori, del rischio, dell’esame, della difficoltà inattesa e a volte sconvolgente. Ma poi c’è il risultato, sempre da confermare, mai definitivo.

Nel lavoro si arriva e si può anche andare via, le dimissioni sono sempre possibili, mentre i licenziamenti, che fino a mezzo secolo fa erano facilissimi, sono stati regolamentati per garantire un maggiore equilibrio tra le parti.

Nelle azioni umane vi è la possibilità di commettere reati o “peccati”, ma poi è previsto il giudizio, l’ammissione della colpa e l’espiazione della pena: andare e restare per riprendere il cammino possibilmente emendati. Si tratta su questo di vedere bene le cose in base a quale etica e alla “verità” intrinseca dell’agire.

Negli affetti, nelle scelte, nelle esperienze, nella vita, dove si arriva inopinatamente e da cui ci si diparte necessariamente. Per le Terre di Valinor.

La “tardanza”, ut sensus sempiterni actique temporis

Il termine dantesco (muovi novella mia non far tardanza) è ormai un neologismo, e non mio, e mi incanta. E’ nella lettera di una persona che curo, in ristretti orizzonti, che ha scritto a Bea, in ritardo, ritardissimo, come risposta, ma ha scritto. Negli anni ho proposto alcuni neologismi che qui non ripeto, ma che hanno preso piede sul web, ma questo è bellissimo, anche se è aulico sembrando un neologismo. La tardanza. Suona come quasi dimenticanza, eppure è solo il nome in-ventato, cioè (latinamente) trovato di una risposta tardiva.

Ho scritto l’altro giorno del senso del tempo, e forse non ho colto questo, di senso. La tardanza mi ricorda anche la perdonanza, di medieval memoria, cioè il per-dono, o dono iterato. E anche la danza, come assonanza, come baldanza, come…

Ma è proprio vero che il tempo cronologico, che ci domina, deve vincere sempre? Non è ora di rallentare un poco? Lo dico a me, cretino!, e di fermarsi a contemplare il mondo, mundus semper Deo reconciliatus, infinita Dei Caritate?

A volte le cose della vita, i passi fatti, gli errori compiuti, le amnesie, le omissioni, sono più importanti dell’efficienza, della redditività e del business, che dominano quasi incontrastati il mondo. Oggi guardavo fiori di primavera, nella collina, mentre mi muovevo in auto. La primavera tornata e il sentimento dell’estate che torna.

E mi veniva in mente che la vita vince, vince sempre, sulla corruzione e sulla morte.

E allora vi è l’indugio, il rallentamento, il recupero, l’attesa, il silenzio, il vento turbinoso che si ferma e resta una brezza leggera come il passo di Dio nel Libro dei Re, quello sentito sommessamente da Elia.

La tardanza è una versione del tempo interiore, che si può gestire, ma affrancandosi dal tempo della produzione necessitata. Non rimpiango nulla, né mi pento della frenesia vitale della mia corsa, della fatica fatta, della forza profusa, ma forse è tempo, è giunto il tempo del raccolto, e del rallentamento, della comprensione, dunque, della mia verità totale. Infatti si è rotto un velo, fatto di silenzio e di rattenuta discrezione, e ora mi scorre la vita anche fuori dall’alveo, nella tardanza, che è una dimenticanza, che è una lontananza, che è una perdonanza, che è un’itineranza, che è una perduranza, che è una danza… che è un’assenza.

Ciò che la leadership non è

Siamo “circondati” dalla leadership.

Il termine inglese dall’ampio campo semantico, intraducibile con una sola parola in italiano, e meritevole di una perifrasi, negli ultimi decenni ha spopolato ovunque. Non vi è campo dove non sia considerato, dalla politica all’economia, dai fenomeni religiosi a quelli culturali, dal sistema dei media all’innovazione tecnologica, dalla ricerca scientifica allo sport, e via andando. Sempre da decenni circolano testi e manuali, a cura di psicologi, sociologi e antropologi, che spiegano come funziona, a partire da grandi esemplificazioni storiche e da citazioni di grandi personaggi stagliati nei secoli con le loro figure grandi e a volte terribili, come Alessandro Magno, Annibale, Giulio Cesare, Augusto, Gengis Khan, Napoleone, fino ai quasi contemporanei piuttosto chiaroscurali o “eroi” negativi come Hitler e, se pur diversamente, Stalin.

Nella contemporaneità, se si deve metter giù qualche nome, può venire in mente Putin, papa Francesco, ma forse anche di più personaggi come Bill Gates, Steve Jobs, Zuckerberg, e perfino Federer o Giorgio Armani. Leader riconosciuti nei loro campi, e anche oltre. Ma che la leadership sia solo la manifestazione di una grandezza solitaria (come quella del Nietzsche cantato da Saba) è falso. La leadership è qualcosa di molto più pervasivo e diffuso. Basti dire che se ciascuno dei personaggi sopra elencati non avesse avuto dei maestri (Aristotele per Alessandro il Grande), un contesto e collaboratori all’altezza, la loro stessa leadership non si sarebbe manifestata con altrettanta evidenza e potenza. E qui sta il punto: forse la leadership che si manifesta nei “grandi personaggi” è soprattutto la loro capacità di scegliere i collaboratori e di valorizzarli, non temendone l’eventuale carisma e potenziale. Farei solo un esempio, quello di Cesare che adotta Ottaviano, il futuro Augusto, primo princeps dell’Impero romano, la più straordinaria struttura politica e militare della storia, probabilmente.

Spesso, però, così non accade. Dal mio osservatorio economico e sociale posto nel mondo delle imprese e della formazione osservo piuttosto l’attuarsi di leadership “ristrette”, parafrasando per modo di dire Einstein, leadership asfittiche, micragnose, gelose, in definitiva deboli, per cui mi sento di elencare brevemente alcuni atteggiamenti che non sono da leader, ma tuttalpiù da manager piuttosto timorosi e preoccupati. Ecco.

Non è esercizio di leadership vera quella di coloro che, a fronte di un’analisi altrui, ribattono subito con avversative del tipo “ma, però”, e quindi sono immediatamente esclusivi, invece che inclusivi, non cogliendo quello che di buono e vero sta nel dire altrui.

Non è esercizio di leadership vera quando si esagera nell’uso del pronome “io” se ci si riferisce a lavori fatti “a più mani” e da più teste, invece di usare il “noi”.

Non è esercizio di leadership vera quando nelle riunioni, invece di suggerire come si potrebbe migliorare il lavoro tra colleghi, si tende a metterli in difficoltà con toni perentori e inquisitori, invece che accompagnare il discorso verso una progettazione condivisa del lavoro.

Non è esercizio di leadership vera quando nel riferire fatti e temi che riguardano colleghi terzi, magari assenti, si omettono passaggi e particolari che, se citati, potrebbero cambiare il senso del report o della relazione. In questo caso si tratta anche di disonestà intellettuale e di scarsa attenzione a un’etica elementare.

Potrei continuare.

Ebbene, nella quotidianità, ma specialmente quando si studia la leadership in seminari e corsi specifici, ci si dovrebbe chieder quanto sia coerente con gli asserti teorici studiati il comportamento quotidiano concomitante e successivo, evidenziati dai casi esposti sopra “in negativo”, che possono essere tranquillamente rovesciati in indicazioni proattive utili.

Ce lo si chiede? Ho l’impressione che spesso non sia così, e pertanto vale la pena di acquisire questa consapevolezza e non restare fermi, pena l’esercizio di una leadership solo ordinaria, e povera di valore e di potenziale di crescita.

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