Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Categoria: Pensiero (page 2 of 156)

Di un “ego” (io) debordante fin nella vanagloria… cosicché, alla fine, chi è il più ricco di quel “cimitero” di tanti ego?

Una specie di “seminario” del lunedì mattina, oramai da anni mi impegna piacevolmente con l’Amministratore delegato di una grande azienda, l’amico dottor G. (non è Giorgio Gaberschek!). Si parla certamente dell’Azienda stessa e delle consociate, ma anche di millanta altri temi, soprattutto di etica e di politica, siccome in quel posto di lavoro presiedo l’Organismo di vigilanza previsto da una legge dello Stato.

Osservando la fine di alcuni esimi personaggi, come il grande calciatore Pelé e Joseph Ratzinger, a fronte di personalità così rilevanti ci si è chiesti se l’ego di quelle persone sia stato importante per la loro affermazione personale. Abbiamo condiviso il sì, ma in un certo senso, perché non risulta che, né il grande campione brasiliano, né il teologo tedesco diventato papa fossero mai stati caratterizzati da notori comportamenti egocentrici o superbi, nonostante avessero raggiunto i massimi livelli nei loro rispettivi “campi”. Pelé è stato quasi l’opposto civile e morale di un Maradona, sempre esagerato e retorico-populista; Ratzinger è stato sempre mite e quasi dimesso, nei tratti del suo modo di essere e di porsi con gli altri. Di Messi non parlo, perché assai mediocre come tipo umano, mentre Cristiano da Madeira mi sarà utile per esemplificare un’ipertrofia dell’ego.

Si tratta del tema dell’ego, dunque, secondo Sigismondo Freud, che lo colloca in una triade che comprende il superego, ovvero la coscienza morale, e lid o es, vale a dire l’inconscio; dell’io secondo René Descartes che ritiene di-essere-cosciente-di-essere-al-mondo e del mondo solamente-in-quanto-lo-pensa, e non in-quanto-esiste anche quando dorme o quando è privo di coscienza, quindi indipendentemente dalla sua (di Descartes) stessa esistenza; dell’io secondo Immanuel Kant, che caratterizza la conoscenza e la limita; dell’io secondo Friedrich Schelling etc., e dell’io secondo la filosofia classica di Giovanni Climaco, Giovanni Cassiano, Evagrio Pontico, Gregorio Magno, Agostino di Ippona.

Al fine di non scrivere un saggio tremendo e faticoso trattando di ciascuno dei pensatori sopra citati, prendo solo Schelling, il più romantico e soggettivista filosofo dell’Idealismo tedesco ottocentesco, che a me piace molto. Agli altri dedicherò qualche cenno.

Schelling ragiona in questo modo, andando oltre il suo contemporaneo Fichte: l’Io pone il non-Io, ovvero il soggetto (lo spirito) pone l’oggetto (la natura), attraverso un processo, di remota ascendenza neoplatonica, tutto interno all’Io, dal momento che fuori di esso non vi è ancora nulla.

Tuttavia, precisa Schelling, se la natura nasce dallo spirito, significa che la natura ha la stessa essenza dello spirito, ovvero essa è lo spirito stesso che si manifesta in modo diverso.

Per Schelling la natura è spirituale, esattamente come l’io-umano, di cui è prodotto. sottolineando che la natura è un prodotto dell’Io (la cui prerogativa è la spiritualità). Egli afferma che la natura altro non è che spirito pietrificato. La natura, è come una semiretta, il cui punto di partenza è l’Io che pone il non-Io, da cui parte con slancio infinito. La filosofia di Schelling è una Filosofia dello Spirito e della Natura: come in Fichte, vi è l’Io (spirito) che pone il non-Io (natura), verso cui infinitamente tende, fino alle tecno-scienze (mio arbitrario aggiornamento di Schelling, abbiate pazienza, e soprattutto tu, Giorgio, che sei di Schelling uno dei maggiori studiosi italiani). Il professor Giacometti è il mio successore alla Presidenza di Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza FIlosofica.

Con l’Idealismo tedesco siamo alla manifestazione massima dell’Io filosofico, dopo di che inizia un periodo di riflessione su questo “io”, fino alla constatazione che la sua centralità può generare pericoli non da poco.

La sua esaltazione porta poi, nei cent’anni successivi alle esagerazioni di tutte le forme di egocentrismo, dal culto del capo, nei fascismi e nello stalinismo, nel dannunzianesimo, nel futurismo e in tutte le teorie e le prassi vitalistiche che hanno posto al centro di tutte le cose del mondo e delle vite individuali l’io umano, etc..

Per quanto riguarda gli autori classici sopra citati si può dire che si riferiscono alle antropologie platoniche e aristoteliche, che prevedono l’apprezzamento dell’io individuale come soggetto agente moralmente responsabile delle azioni libere. Tale visione è però “irrorata” del personalismo evangelico, assente nella filosofia greca, così come sviluppato dagli stessi Padri, e soprattutto da sant’Agostino.

…e dunque l’egoismo, l’egotismo, l’egocentrismo, e perfino l’egolatria, che è una sorta di adorazione dell’io, dell’ego.

Prima di parlare di questo ego, è bene ricordare i vizi connessi a queste modalità di sua “debordanza”: la vanagloria, l’orgoglio spirituale e la superbia, che in modi differenti generano le deformazioni dell’io.

La vanaglòria s. f. [dalla locuzione latina vana gloria «vanteria vuota»]. – Sentimento di vanità, di fatuo orgoglio, per cui si ambisce la lode per meriti inesistenti o inadeguati; nella teologia morale cattolica è definita come l’immoderato desiderio di manifestare la propria superiorità e di ottenere le lodi degli uomini: peccare di vanagloria.

L’orgoglio è la stima, l’amore disordinato di se stesso, che porta la persona a disprezzare gli altri e attribuire a se stesso quello che è di Dio. 

Nell’Antico Testamento, la prima manifestazione dell’orgoglio umano appare nel tentativo dell’uomo di essere come Dio, presente nella Genesi, nel racconto del peccato originale (cf. Genesi 3,1-13) (cf. Dizionario biblico universale. Pg. 572)

La superbia è la pretesa di meritare per sé stessi, con ogni mezzo, una posizione di privilegio sempre maggiore rispetto agli altri. Essi devono riconoscere e dimostrare di accettare la loro inferiorità correlata alla superiorità indiscutibile e schiacciante del superbo.

E’ Caput vitiorum, inizio e fomite di tutti i vizi, poiché il superbo ritiene che, solamente a lui stesso, sia consentita ogni azione, indipendentemente dai riflessi che essa può avere sugli altri. Il superbo è anche presuntuoso e arrogante, e talvolta prepotente fino alla protervia e alla crudeltà. Non mancano una miriade di esempi nella storia umana.

Proviamo a chiederci se conosciamo qualcuno che mostri un ego debordante fino alla vanagloria, in qualsiasi settore della vita umana. Pensando al gioco del calcio, mi/ ci è venuto in mente, tra non pochi altri, Cristiano Ronaldo, che ora va a insegnare calcio in Arabia Saudita pagato cifre inaudite (per noi e la gente comune), ma da lui ritenute forse appena sufficienti per premiare il suo valore auto-percepito.

Il pensiero successivo venutoci è quello relativo al tempo che passa, che quel calciatore sembra non accettare… e subito dopo abbiamo pensato al

cimitèro (antico e poetico cimitèrio, anticamente ceme-tèr[i]o) sostantivo maschile [dal latino tardo coemeterium, greco κοιμητήριον (coimetèrion)«dormitorio, cimitero», derivato di κοιμάω (coimào) «mettere a giacere»]. – Luogo destinato alla […] sepoltura dei morti sia per inumazione sia per tumulazione (detto anche, quando indica i cimiteri dei cristiani, camposanto): i viali, le tombe, la cappella del cimitero; cimitero monumentale, con sepolture costituite in genere da cappelle e monumenti…

Mi pare che a questo punto sia utile un po’ di sano realismo aristotelico-tomista contro la vanagloria dell’io, che non crea il mondo, che esiste senza e nonostante l’io, come insegnano Martin Buber (ebreo austriaco) ed Emmanuel Lévinas (ebreo lituano di formazione francese), con le loro rispettive teorie dell’io e del tu, e del vòlto dell’Altro. L’io e il tu, e il volto dell’Altro sono state le immagini scelte dai due pensatori per sottolineare la fondamentale importanza della Relazione inter-soggettiva per la vita nell’umano consorzio in tutte le sue dimensioni.

Io esisto e sono certamente di-per-me, ma anche in-relazione, caro Cristiano da Madeira.

Altrimenti, se non realizzi questo, tu sarai solo il più ricco del cimitero dove un giorno (questo è sicuro) riposerai.

La Profezia. “Ingravescente aetate…”, così nel febbraio 2013 Papa Benedetto XVI (“al secolo” ProfessorJoseph Ratzinger), rinunziava al “Ministero petrino” come “lavoratore nella vigna del Signore”. Ora è oltre la porta oscura della morte, nella Visione beatifica. Con rispetto, ammirazione e riconoscenza scrivo di lui

Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino“. (Papa Benedetto XVI, con un breve discorso in latino, annunciò in questo modo la rinunzia al Ministero papale il 28 febbraio 2013.)

Parto da questa dichiarazione per parlare un po’ di Joseph Ratzinger, studioso e docente di Teologia tra i più importanti della contemporaneità, presbitero e vescovo, e infine pastore per otto anni, dal 2005 al 2013, della Chiesa universale: uso quest’ultimo aggettivo, perché dice perfettamente il senso e il significato etimologico dell’aggettivo “cattolica”.

Serve innanzitutto un po’ di storia ecclesiastica: prima di lui solo questi altri papi si sono “dimessi” (qui utilizzo un termine molto impreciso), o sono stati – più spesso – “licenziati”, anzi eliminati dal potere politico, a volte in situazione ambigue, se non estremamente negative:

  • papa Ponziano si dimise perché condannato ad metalla, cioè ai lavori forzati, nelle miniere in Sardegna da Massimino il Trace nel III secolo d. C.;
  • papa Silverio fu spogliato del suo abito episcopale nel 537 e condannato all’esilio nell’isola di Ponza;
  • agli inizi del 1045, papa Benedetto IX fu cacciato da Roma e sostituito da papa Silvestro III; quindi con l’aiuto della sua famiglia e dei Crescenzi il 10 aprile 1045 tornò papa per poi vendere, per 2000 librae, la dignità pontificale al presbitero Giovanni Graziano, suo padrino, che così divenne papa Gregorio VI; lo stesso, su pressioni dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Enrico III di Franconia, fu invitato a confessare l’acquisto finanziario del Papato e ad abdicare dopo appena un anno; siamo nel periodo nel quale il papato era oggetto di dispute (talora infami) tra i principi e i nobili romani e l’Imperatore germanico;
  • papa Celestino V, Pietro di Morrone, inesperto nella gestione amministrativa della Chiesa (era stato monaco per tutta la vita), rinunciò il 13 dicembre 1294 con una bolla, che si dice fosse stata redatta dal cardinale Benedetto Caetani, che gli succedette con il nome di papa Bonifacio VIII;
  • papa Gregorio XII, il 4 luglio 1415 rinunziò all’ufficio di Romano pontefice al fine di ratificare, per intervento dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo di Lussemburgo, con il Concilio di Costanza la fine dello Scisma Avignonese d’Occidente.

Ripeto e sottolineo: la rinunzia di papa Benedetto XVI è radicalmente e completamente diversa dalle “cessazioni” sopra riportate.

Le NORME CANONICHE

Il giurista Giovanni Bassiano sosteneva che la rinunzia fosse ammissibile in due casi: nel desiderio di dedicarsi esclusivamente alla vita contemplativa e nel caso di impedimenti fisici dovuti a malattia e a vecchiaia: «Posset papa ad religionem migrare aut egritudine vel senectute gravatus honori suo cedere», cioè “che il papa possa cambiare religione oppure possa cedere per malattie, invecchiamento e troppa responsabilità”.

Il canonista Uguccione da Pisa confermava le osservazioni di Bassiano precisando che la rinuncia non doveva comunque danneggiare la Chiesa e doveva essere pronunciata di fronte ai cardinali o a un concilio di vescovi.

Le Decretali di papa Gregorio IX, pubblicate nel Liber Extra del 1234, precisavano altre cause di rinuncia: oltre alla debilitazione fisica, veniva rintracciata l’inadeguatezza del papa per defectus scientiae, cioè per un’ignoranza teologica, nell’aver commesso delitti, nell’aver dato scandalo («quem mala plebs odit, dans scandala cedere possit», cioè “colui che il popolo udì dare scandalo”) e nell’irregolarità della sua elezione, ma si escludeva quale legittimo motivo di rinunzia il desiderio di condurre una vita religiosa, il cosiddetto zelum melioris vitae, cioè “zelo di una vita migliore”, già ritenuto ammissibile da altri canonisti.

Nell’immediatezza della rinuncia di papa Celestino V, altri interventi di canonisti, come il francescano Pietro di Giovanni Olivi, i teologi parigini della Sorbonne Magister Godefroid de Fontaines e Magister Pierre d’Auvergne, avallarono la decisione del papa abruzzese, mentre i cardinali nemici di Bonifacio VIII, Giacomo e Pietro Colonna, presentarono nel 1297 tre memoriali intesi a dimostrare l’illegittimità della rinuncia di Pietro da Morrone. Contro la rinuncia di Celestino si espressero anche Jacopone da Todi e Ubertino da Casale, che nel 1305 la giudicò una horrenda novitas, avendo favorito le successioni degli “anticristi” Bonifacio VIII e Benedetto XI.

Successivamente alla rinuncia di Celestino V, papa Bonifacio VIII emanò la Costituzione Quoniam aliqui, a eliminare ogni condizione ostativa e a stabilire l’assoluta libertà del pontefice in carica a rinunciare al papato, una norma recepita dal Codex Iuris Canonici del 1917, sotto papa Benedetto XV.

Il Codice di Diritto canonico, o Codex Iuris Canonici, del 1983, al Libro II “Il popolo di Dio”, parte seconda “La suprema autorità della Chiesa”, capitolo I “Il Romano Pontefice e il Collegio dei Vescovi”, contempla la rinuncia all’ufficio di romano pontefice.

Can. 332 § 2. Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet, ad validitatem requiritur ut renuntiatio libere fiat et rite manifestetur, non vero ut a quopiam acceptetur.

«Can. 332 – §2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.»

La BIOGRAFIA

Joseph Ratzinger nasce in un paesino bavarese sul fiume Inn nel 1927 in una famiglia modesta. Studia per diventare sacerdote, ma non si ferma, perché va avanti fino a un difficile e profondo Dottorato in Teologia sul concetto di Amore-Caritas-Agàpe in sant’Agostino. A un ufficiale nazista che gli chiede, lui giovanetto diciassettenne arruolato di forza nella guardia contraerea, che gli chiede che cosa vorrà fare da grande, alla sua risposta “Il prete“, ribatté “Non ci sarà posto per i preti nel nostro mondo“.

E’ professore, prima nel seminario di Frisinga e poi ordinario di Teologia sistematica e fondamentale a Bonn, a Tubingen e infine a Regensburg, Ratisbona. Lo sorprende la nomina a arcivescovo di Monaco e Frisinga da parte di papa Paolo VI e il cardinalato che gli conferisce, quasi contemporaneamente, lo stesso papa Paolo; dai primi anni ’80, papa Woytjla lo vuole alla testa della Congregazione per la Dottrina della fede, il ruolo che ispirò al quotidiano Il Manifesto, quando Ratzinger venne eletto papa dopo la morte di Giovanni Paolo II, una (impertinente) definizione, che potrebbe anche essere non dispiaciuta all’interessato, vista la sua affezione per gli animali domestici, e per i gatti in particolare: “Il Pastore Tedesco“. Ricordo che anch’io sorrisi, perché avevo letto di un uomo incline anche all’ironia, oltre che appassionato di musica classica e dei felini domestico-selvatici.

La TEOLOGIA

Il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo vede i teologi Karl Rahner e Joseph Ratzinger tra i principali protagonisti, assieme a papa Paolo VI. Appena trentacinquenne, Joseph Ratzinger accompagna il cardinale arcivescovo di Colonia Frings come teologo esperto, e lavora assiduamente nelle commissioni che redigono le due massime Costituzioni conciliari, la Lumen gentium, tematizzata su ciò che la Chiesa è, il Popolo di Dio (cf. art. 1) e la Gaudium et spes, per analizzare e dialogare con il mondo nuovo che già Giovanni XXIII aveva iniziato a comprendere.

Coloro che amano le semplificazioni e non amano la complessità, cioè i pigri, attribuiscono a questo periodo una posizione semplicisticamente progressista al giovane teologo, quasi a collocare sulla opposta polarità la teologia del Ratzinger cardinale custode della fede e poi del papa Benedetto.

Non è così, perché non può essere così. In realtà, Ratzinger ha mantenuto l’agostinismo fondamentale della sua formazione nella la centralità della Caritas, Amore di Dio per l’uomo, cui il Creatore dona ciò che gli permette di comprendere il creato e di adempiere al mandato su di esso. Ratzinger, in questo modo, colloca la teologia nella tradizione culturale dei suoi tempi, accogliendo in essa anche i lasciti “laici” delle riforme intellettuali e culturali date nel tempo, e che, sempre nel tempo, la Chiesa ha fatto proprie. L’allora cardinale non è estraneo, al contrario!, alle scelte e alle dichiarazioni del suo predecessore sugli errori della Chiesa nei confronti di Galileo e della filosofia successiva, pur mantenendo al centro, come solido baluardo intellettuale, la Tradizione del pensiero agostiniano e tommasiano.

Anche ciò che è stato l’evento di Ratisbona, quando (era il 2007) papa Benedetto ebbe ad esprimersi – in quella Università dove aveva insegnato – sotto un profilo teologico-storiografico sull’Islam, e citò una polemica tra l’imperatore d’Oriente Manuele II Paleologo e un teologo musulmano persiano sul profeta Mohamed e sulla tendenza autoritaria dell’islam. Allora fu una errata traduzione e trasmissione ai media della lectio papale a generare gravi polemiche con il mondo musulmano, che poi cessarono quando papa Benedetto approfondì il dialogo inter-religioso, parlando con il Gran Muftì di Istanbul e con il Rettore dell’Università Al Hazar del Cairo, e con altri leader musulmani. Forse “qualcuno” avrebbe dovuto aiutare il Papa a tarare il suo discorso in modo meno accademico e più pastorale, da Papa. Benedetto XVI, purtroppo, non aveva “aiutanti” del livello del cardinale Agostino Casaroli, che invece papa Woytjla ebbe a disposizione. E questo dicendo, desidero lasciare intendere anche ciò che deve essere inteso.

Ratzinger, ovviamente, era ben conscio che anche il cristianesimo per quasi due millenni non è stato esente da autoritarismo e confusione con il potere politico. Non ha mai avuto bisogno il professor Ratzinger che gli si spiegasse “Porta Pia, Roma 1870”! O che fino all’elezione di Pio X, papa Sarto, le potenze cattoliche, come l’Impero Austro-Ungarico ebbero voce in capitolo nell’elezione del Pontefice.

Da un punto di vista della fede, Benedetto XVI non ha mai proposto altro che questo insegnamento, valido per ogni uomo di buona volontà, sia per il credente, sia per l’agnostico e l’ateo: “Vivi etsi Deus daretur…, cioè vivi come se Dio ci fosse”, oa anche “come se Dio non ci fosse (non daretur)”, da cui si comprende bene come l’etica della vita umana e sociale deve essere aperta fraternamente all’altro, anche solo in base all’umana sapienza, che però la Fede illumina e sostiene.

La FILOSOFIA

Nutritosi della filosofia cristiana, a partire da Agostino e Bonaventura da Bagnoregio, ma non disattento alle filosofie contemporanee, Joseph Ratzinger si è mosso teoreticamente soprattutto sui temi del relativismo e del nihilismo, così diffusi e presenti nel pensiero, ma soprattutto negli stili di vita contemporanei. Su questo, papa Benedetto ha ripreso la posizione filosofica di papa Woytjla, che era imbevuto di un tomismo aperto alla fenomenologia di Husserl, e anche all’esistenzialismo cristiano di un Maritain e di un Mounier, non trascurando nemmeno Heidegger e Jean-Paul Sartre. La “lotta” ratzingeriana al relativismo non ha mai avuto nulla a che fare con il rifiuto della scienza moderna, che anzi è stata da lui ritenuta il dono di Dio sviluppato nel tempo dell’uomo. Fides et Ratio, Fede e Ragione, come ali per una capacità di usare tutti i beni dello spirito donati dal Creatore.

Il professor Ratzinger non confondeva certo il “relativismo” filosofico innervato di scettico cinismo di certe visioni economico-politiche del nostro tempo, con l’esigenza di comprendere e di studiare che tutto-è-in-relazione, dall’infinitamente piccolo delle particelle sub-atomiche (papa Benedetto era un ottimo lettore di saggi di fisica e di genetica), alle strutture più grandi: l’uomo e le cose della natura e del mondo. Il tema della complessità era vicino al suo modo di intendere l’uomo, nella sua conformazione antropologica ed etica, e quindi era tutt’altro che un conservatore reazionario! Questo giudizio, ripeto, appartiene solo ad osservatori pregiudizievoli e intellettualmente pigri.

Non è mai stato un conservatore né tanto meno un reazionario. Per lui l’illuminismo è stato generato dal Vangelo, così come tutti i saperi contemporanei. Difensore della Fede e della Ragione.

I TESTI

Non serve ricordare qui tutti i suoi testi accademici, sempre originali e profondi, salvo magari il trattato Io credo, che utilizzò nel corso di teologia fondamentale tenuto a Tubingen, ma non posso non citare la biografia storico-teologica di Gesù di Nazareth, in tre volumi, che ho letto con piacere, perché unisce la serietà dei fondamenti storico-critici relativi alla figura del Maestro nazareno, che è Gesù il Cristo, a una scorrevolezza narrativa che serve ad invogliare alla lettura anche chi specialista o interessato alla teologia non è. Il papa racconta Gesù con precisione, affetto e rispetto per i documenti cui fa riferimento, e per i fondamenti dottrinali della Teologia cristiana.

Le Encicliche: Deus Caritas est, Spe salvi e Caritas in Veritate. Papa Benedetto torna ancora nelle due encicliche al tema dell’Amore-Carità, che diventa il Nome di Dio stesso e anche la misura della qualità del rapporto tra gli esseri umani, come si legge nella Prima Lettera di Giovanni apostolo. Chi mi conosce sa quanto ci tenga, nel mio lavoro e nelle mie docenze, a parlare di Qualità relazionale: ebbene, ho trovato e trovo spesso in queste due Lettere di papa Benedetto ispirazione e suggerimenti che vengono colti anche da persone di formazione prevalentemente tecnica, le quali, però, riescono a percepire l’afflato umano che deve esserci e vivere nelle comunità, in tutte le comunità, comprese le “Comunità di lavoro”, che sono le aziende moderne.

Un altro aspetto è quello del valore dell’amore fisico tra gli esseri umani, tra l’uomo e la donna. Ebbene: proprio, voglio dire, alla faccia di coloro che collocano Ratzinger su una posizione retrograda, costoro leggano bene la Deus Caritas est, cioè Dio è amore, là dove troveranno riferimenti teologici e pratici al Cantico dei cantici, che è un esplicito poema erotico, interpretabile certamente con la chiave letteraria dell’allegoria poetica, e quindi rinviano all’amore di Dio per il suo Popolo e di Gesù per la Chiesa, che è il Popolo di Dio, ma anche, esplicitamente, all’amore umano e a un uso della dimensione sessuale, rispettosa, completa e arricchente per la persona.

Sotto il profilo pastorale, Benedetto XVI è stato presbitero e vescovo, ricomprendendo in questo ruolo anche il papato, che si sostanzia storicamente e canonicamente nella guida della Diocesi di Roma, ed è stato un buon Pastore, sempre attento e rispettoso per le scelte di chi ha incontrato per strada. Fu colui che, prima denunziò e poi combattè ogni deformazione morale presente anche nella Chiesa, a partire dalla pedofilia, che lui definì crimine.

Certamente diverso da chi gli è succeduto sul soglio pontificio, o nel “ministero petrino”, lavoratore nella vigna del Signore, come lui stesso si definì, presentandosi al balcone di San Pietro una mattina di primavera di diciotto anni fa.

Anche il nome che scelse diciotto anni fa, Benedetto, ha a che fare con due ispirazioni, la prima è quella di san Benedetto da Norcia, fondatore di molto dell’Europa e Patrono del nostro continente, la seconda per ricordare papa Benedetto XV, che, allo scoppio della Prima Guerra mondiale parlò, anzi, gridò di “inutile strage”.

Costante compagno di via – per nove anni – di papa Francesco, e perfino suo protettore dai detrattori di quest’ultimo.

Se come teologo è stato profondo e sottile, a volte difficile, sotto il profilo umano e spirituale Joseph Ratzinger è stato mite, umile, gentile e profondo, un uomo di Dio e del mondo.

Perché Edson Arantes do Nascimento è il più grande calciatore di ogni tempo

Edson, Edson, vieni a casa, su“, gli gridò dalla soglia della povera casa di Bauru la mamma Celesta… e il piccolo Edson, nerissimo afroamericano, rispose “Sì, mamma, subito, finisco di pulire questa scarpa e vengo…” Dialogo immaginario, ma verisimile.

Era il 1945 o il ’46. Accadeva in Brasile, nella favela confinante con la foresta. Bauru, così simile a Lanùs, dove nacque quindici anni dopo il mezzo guaranì per un quarto italiano (cosa che pochi sanno) Diego Armando Maradona.

Perché Edson, a cinque o sei anni stava in strada a dare calci a un pallone di stracci con altri ragazzini scalzi, e a pulire scarpe. Sciuscià. Show shoes, il piccolo player, aiutava la famiglia impoverita. Il figlio di João Ramos do Nascimento, in arte calcistica Dondinho, centravanti di medie capacità, ritiratosi per un infortunio al ginocchio men che trentenne, era Pelé, Edson Arantes do Nascimento.

Il nomignolo “Pelé”, con il quale la sua notorietà divenne universale, gli era sgradito, non si sa bene chi glielo appioppò, ma se lo tenne, perché la società dell’immagine nasceva proprio negli anni della sua consacrazione sportiva nel gioco più diffuso al mondo.

A quindici anni lo provò il Santos di Rio de Janeiro, e lì rimase quasi per tutta la vita, rifiutando la corte della grandi europee, tra le quali anche il Milan, l’Inter e la Juventus. Sulle sue qualità di calciatore lascio la parola al più grande (con alcuni difettucci di narcisismo) cantore sportivo italiano, Gianni Brera: “Pelé vede il gioco suo e dei compagni: lascia duettare in affondo chi assume l’iniziativa dell’attacco e, scattando a fior d’erba, arriva a concludere. Mettete tutti gli assi che volete in negativo, poneteli uno sull’altro: esce una faccia nera, un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti“. Sì, perché Edson Arantes era anche un grande atleta, uno scattista resistente, scrisse di lui un esperto di scienze motorie di cui non ricordo il nome. Molto più completo dei due “dei” che gli sono succeduti nella visione mediatica dei decenni scorsi e fino a noi, Maradona e Messi. A Brera, mancato disgraziatamente troppo presto, avrei voluto dire che su altri campioni il suo giudizio è stato parziale e a volte ingiusto, come quello sul più grande calciatore italiano dell’ultimo mezzo secolo, Gianni Rivera, che lui definiva “abatino” e mezzo atleta. Si vedano i filmati che lo riguardano e si capisce perché Pelé, quando vide la lista dei giocatori che Valcareggi avrebbe schierato nella finale del Campionato del Mondo messicano del 1970, si meravigliò di non vedere il nome di Rivera, e subito dopo si compiacque, perché lui sapeva bene che la Nazionale italiana, con quel 10 in campo avrebbe potuto essere molto più pericolosa e imprevedibile. Non abbiamo la controprova di un tanto, e nemmeno di ciò che sarebbe potuto accadere se Burgnich non fosse scivolato sul cross di Rivelino che permise a Edson Arantes quel primo goal decisivo, in stacco imperioso (sintagma in puro stile breriano), di testa.

Tanto che, per puro divertimento, mi metto a fare il “tattico”, pensando all’attacco che quell’Italia avrebbe potuto schierare: a destra, come tornante, Sandrino Mazzola, Rivera subito dietro le punte Boninsegna e Riva. “Coperti” da due fortissimi mediani come Bertini e Trapattoni. Avrei voluto vedere…

Ma quel Brasile, che poteva permettersi di avere in attacco quattro numeri 10, per classe, cioè Pelé, Gerson, Tostao e Jairzinho era al tempo la più forte squadra del mondo e, forse, di ogni tempo.

Definito O Rei (in italiano Il Re), O Rei do Futebol (Il Re del Calcio) e Perla Nera (in portoghese Pérola Negra), non è il calciatore più vincente in assoluto, salvo che per le vittorie in tre campionati del mondo per nazioni, che nessuno ha eguagliato, ma in gare ufficiali ha messo a segno 757 reti in 816 incontri con una media realizzativa pari a 0,93 gol a partita. Come finora nessuno, oltre ad aver sfornato centinaia di assist-goal, come un trequartista (termine odierno delle cronache calcistiche) o una mezza punta o un falso nueve (falso centravanti, uomo di manovra).

E’ il mas grande, porque Edson-Pelé è stato un ragazzo e un uomo completo, che non ha avuto bisogno della “manita de Dios” o della “pierna que no existe” per vincere tre mondiali. Da ex calciatore ha accettato di fare il Ministro dello sport del Brasile, promulgando una legge importante contro la corruzione nel calcio. Come George Weah, che è diventato Presidente della Liberia, probabilmente il signor Edson Arantes do Nascimento avrebbe potuto diventare il buon Presidente del più grande Paese sudamericano.

Per questi fatti e per ragioni tecniche di calcio che altri, più di me competenti, hanno ben scritto, Edson Arantes do Nascimento, Pelé, è stato più grande di Diego Armando e di Lionel, che ha mostrato l’improba fatica del “saper-vincere”, e perché è stato esempio più limpido (anche e soprattutto per i ragazzini di strada e di palestra), di lealtà sorridente, senza la rabbiosa incapacità di non-vincere di altri calciatori, come ha fatto vedere il portiere dell’Argentina “Dibu” Martinez, all’immondo mondiale del Qatar.

Avere un figlio è soprattutto un “dono”, non un mero “diritto”, a mio avviso

Prima ancora che si registri lo scontro espressivo e semantico, presente nel dibattito politico e sui media, fra le espressioni genitore 1 e genitore 2 e madre e padre, faccio notare che la differenza radicale tra le due impostazioni giuridiche e burocratiche è eminentemente filosofica, mentre la divisione tra gli schieramenti politici di destra e sinistra è meramente di convenienza politica. E trovo che tutto ciò sia abbastanza assurdo, oltre che culturalmente di poco momento e molto sciatto.

La sinistra ritiene che avere un figlio sia un diritto, mentre la destra su questo non si esprime chiaramente, perché nell’area convivono delle impostazioni, si può dire, ancora quasi clerical-fasciste, assieme a pezzi di buona cultura liberale, talora mischiate in un bailamme non facilmente dipanabile. Gli obblighi delle alleanze mettono spesso vicine persone e gruppi politici tra loro non “intonati”, non componibili e di fatto impossibilitati ad avere una linea politica chiara, coerente e ben distinguibile, tra le altre politiche. Un esempio: si pensi a quanto poco “tenga vicino” la cultura politica di un ministro Nordio, coerentemente liberale nell’anima e nella sua biografia, e quella di un Salvini (se per quest’uomo si può parlare di una qualche “cultura politica”).

Dopo varie vicende normative, ora tornano in vigore nei documenti pubblici le dizioni “naturali” di padre e madre, mentre nel contempo, non v’è dubbio – a mio avviso – si deve confermare pacificamente la legittimità morale e giuridica di famiglie variamente “declinate”, e in sovrappiù sono note e ineludibili le difficoltà burocratiche per coloro che costituiscono famiglie cosiddette “arcobaleno”.

Di fronte a questo “ritorno al passato” nei modelli documentali il mainstream radical chic pare essere desolato, come mostra la sociologa Chiara Saraceno, la quale, o non capisce, o non è interessata alla filosoficità del tema, oltre alla sua dimensione politica e sociologica.

Anche giornalisti in gamba come (e qui mi delude) il bravo Vicaretti di Tg24, quando commenta ironicamente la tesi filosofica di Stefano Zecchi, che è analoga alla mia, e poi propone le riflessioni di Saraceno, condividendole, stanno nel mainstream. Trovo che la deontologia di un commentatore stampa di un canale pubblico dovrebbe astenersi dallo sposare così chiaramente una tesi invece di un’altra. Anche questo signore, che è giovane e bravo, avrebbe forse bisogno di ampliare il suo sguardo giudicante a una visione filosofica del tema “diritto & dono” di un figlio.

Per sostenere che avere un figlio non sia meramente un diritto, bisogna, come sempre, utilizzare la logica filosofica, assieme con le scienze linguistiche della filologia e della semantica, prima ancora di interpellare un’etica generale della vita umana solida.

Che cosa significa la parola “diritto”? Innanzitutto un qualcosa che deve appartenere all’uomo(-donna) per il fatto stesso di essere al mondo. Sto parlando dei diritti fondamentali alla vita, alla salute, all’istruzione, al lavoro etc. Immediatamente si coglie la storicità ineliminabile di questi diritti, che sono stati variamente intesi, riconosciuti e praticati nella storia dei popoli del mondo. Ad esempio, anche il diritto alla vita, che per noi occidentali contemporanei sembra (ed è, da noi, fattualmente) fuori discussione, al netto dei crimini e delle guerre, non è sempre stato incontestabile e assoluto, Perfino nella civilissima antica Roma tardo repubblicana o imperiale, ad esempio, gli schiavi erano semplici “oggetti”, la cui morte violenta causata da un cittadino libero, non era nemmeno punibile, se non con una ammenda.

Se allarghiamo lo sguardo ai tempi e ad altri territori, anche mantenendoci nella contemporaneità, questo diritto inalienabile è pienamente in discussione in molti stati e nazioni. Anche qui un esempio: come è garantito il diritto alla vita in un contesto civile di libertà nell’Iran di questi anni? E in Sudan? E in Eritrea? Propongo solo alcuni esempi tra decine di casi e situazioni dove i diritti fondamentali sono, non solo non riconosciuti, ma vilipesi e calpestati.

Bene, se i diritti fondamentali sono un qualcosa di essenziale e di non “contrattabile” o negoziabile, almeno in teoria, tutto ciò che non attiene alla salvaguardia della vita umana, come la venuta o meno al mondo di un figlio, non può configurarsi logicamente come un “diritto” fondamentale, ma come un desiderio, un auspicio, un dono, appunto. Vogliamo chiamarlo un diritto-dono?

In questo caso un’etica della vita umana sana segue la logica.

Inoltre, non è accettabile che la dizioni madre e padre siano considerate “di destra”, perché sono semplicemente dizioni “di natura”.

Burocraticamente, la soluzione è semplice: basta prevedere che sui moduli vi siano le dizioni madre, padre e genitore (1 e/o 2, che possono essere coppie omosessuali, e anche nonni e zii adottanti), e uno barra quello che è (o che si sente, come amano dire i fautori della cultura Lgbt etc., verbalità che non condivido, sia concettualmente, sia per le sue estremizzazioni legislative presenti in molti paesi). Mi dà fastidio anche che su questi temi troviamo fanatismi collocati sulle estreme: da una parte, ad esempio, la legislazione australiana e neozelandese che riconosce circa una ventina di gender, e, dall’altra parte la coppia Putin-Kirill!

Circa l’amore per i figli, quanti bambini abbandonati, poveri, indifesi che si trovano in giro per il mondo chiedono di essere adottati? E qui si può tornare al discorso dell’adozione da parte di coppie omosessuali: per ragioni pedagogiche e socio-culturali non mi piacciono, ma questa mia opinione è anche per me superabile, se si riesce a rendere equilibrata l’educazione di un bimbo/ a adottato in una famiglia di diversa naturalità, se così si può dire senza offendere nessuno.

Infatti, vero è che moltissimi sono cresciuti, e bene, con un solo genitori, con i nonni o con gli zii. Ciò mostra che differenza la fa sempre la qualità della socializzazione e dell’affettività presenti in famiglia, di qualsiasi tipo sia.

Decliniamo allora il concetto di “diritto”, nel caso dei figli, proprio come “dono”, che richiede soprattutto disponibilità di apertura all’altro e di abbandono di ogni forma di egoismo.

I vari tipi di “bastian contrario” e la “piaggeria” o “adulazione”, come suo… contrario. Questo “domenicale”, come ama chiamare i miei pezzi il mio caro amico Pierluigi, è particolarmente dedicato a un altro caro amico, che sta per candidarsi alla carica di Sindaco di Udine, per ragioni facilmente evidenti a chiunque stia un pochino attento alle relazioni umane

Nella mia vita ho conosciuto molte persone del primo tipo e anche persone del secondo tipo. Dico subito che mi danno più fastidio le seconde, perché le prime sono costantemente polemiche e spesso prolisse, ma “debellabili” abbastanza facilmente, mentre le seconde si insinuano con melliflua perseveranza nelle relazioni umane.

Vi sono infinite variazioni sul tema, come negli spartiti musicali: da 1 a 100 uno può essere più o meno “bastian contrario”, oppure “piaggione”.

Brontolo

IL “BASTIAN CONTRARIO”

Spesso i “bastian contrari” sono tali per partito preso più che per ragioni legate a opinioni diverse dalle tue, mentre i laudatores a prescindere, se decidono di non smetterla, ti circondano con una ragnatela di complimenti, che dopo un po’ suonano esagerati.

Nel 1819 Ludovico di Breme scrisse su «Il Conciliatore» n.ro 52, organo di stampa “ufficioso” dei carbonari milanesi: “Ai Signori associati al Conciliatore il compilatore Bastian-Contrario“. Un secolo dopo, più o meno, Alfredo Panzini, nella terza edizione del suo Dizionario moderno, cita l’espressione popolare e dialettale Bastiàn contrari come «detto di persona che contraddice per sistema»; e, a partire dalla settima edizione (del 1935), continua sul tema in questo modo: «Bastiàn cuntrari: pop. detto nelle terre subalpine di persona che contraddice per sistema. Fu in fatti un Bastiano Contrario, malfattore e morto impiccato, il quale solamente in virtù del cognome diede origine al motto».

Si può dunque ammettere che l’espressione risale a circa un paio di secoli fa, e che fu utilizzata primariamente tra il Piemonte e la Lombardia. Anche i vocabolari del dialetto piemontese lo registrano da quei decenni, mentre negli altri dizionari altrettanto non si riscontra.

Il grande linguista Bruno Migliorini ne parla nella sua monografia Dal nome proprio al nome comune (Genève, Olschki, 1927, p. 230). In ogni caso il sintagma bastian contrario (o bastiancontrario) ha circolato nell’uso in italiano ovunque, perdendosi nel più ampio contesto linguistico della nostra lingua nazionale.

Una storia su un certo brigante chiamato Bastian Contrario narra che, su incarico del Duca Carlo Emanuele di Savoia, avrebbe condotto dal 1671 un’azione di disturbo nelle zone di confine con la Repubblica di Genova (ipotesi che valorizza l’origine piemontese); altri studiosi, di contro, propongono che l’espressione si debba far risalire al processo di “fiorentinizzazione” dell’espressione (si pensi alla manzoniana metafora “sciacquare i panni in Arno“, che Don Lisander pronunziò, quando spiegò la ragione per la quale fu in Firenze per un periodo al fine di colà rivedere molto del suo italiano usato per Fermo e Lucia, Renzo e Lucia e infine per I promessi sposi), pensando al pittore fiorentino Bastiano da San Gallo, a causa del suo “peculiare carattere…”.

Un caso di antonomasia, dunque? “Bastian contrario” come sinonimo (quasi) di caparbio o di ottuso…?

LA PIAGGERIA O ADULAZIONE

Vediamo nella Enciclopedia Italiana Treccani: piaggerìa, sostantivo femminile [derivato di piaggiare], letteralmente – Atto, comportamento, o atteggiamento abituale, d’adulazione, di lusinga nei confronti di qualcuno, specialmente al fine di ottenerne favori: era alieno da ogni piaggeria; è sensibile a ogni tipo di piaggeriaha fatto carriera con la piaggeria; si scansò per farlo passarema per un senso di rispetto non per piaggeria.

Etimologia: derivato di piaggiare, lusingare, adulare, derivato da un significato figurato di piaggiare, cioè navigare vicino alla spiaggia, ma anche destreggiarsi, assecondare. La piaggeria non è una semplice lusinga: essa connota un comportamento o un atteggiamento con sfumature lievemente più complesse.

La piaggeria è una lusinga portata avanti in maniera esperta, calcolata – anche se non per questo meno viscida. Si barcamena assecondando la conformazione dell’ego, al modo di un piccolo cabotaggio; non si sbilancia mai, non tocca terra né affronta l’alto mare. Notiamo che è una parola raffinata, che si sente di rado, e non solo perché di rado l’adulazione è accorta, ma perché spesso è semplicemente sconosciuta o nascosta… dall’adulatore. Nell’adulazione si nasconde sempre del veleno verso la persona adulata, questo è certo.

Provo a pensare, senza citarne i nomi ad alcuni “bastian contrari” che conosco. Nessuno di loro lo è proprio del tutto, perché chi mi conosce sa che parlo solo di ciò che conosco bene, non azzardandomi a lanciarmi in giudizi temerari o in ragionamenti improvvisati su temi a me ignoti o per me poco conosciuti.

Pertanto, non è proprio facilissimo contraddirmi, prendendomi, come si dice, “in castagna”. Io parlo solo di ciò che conosco, e di solito lo conosco bene, diciamo “scientificamente”, o almeno come “cultore della materia”. Posso dire che – scientificamente – ho profonda conoscenza di Filosofia, Teologia, Antropologia filosofica, Etica, Sociologia e Politologia; come cultore della materia, anche a livello pratico, di Diritto, Psicologia, Storia, Antropologia culturale, Letteratura e Poesia, Arte e Musicologia. Poco so di Biologia, Fisica, Chimica, Ragioneria, Finanza, Medicina (solo ciò che mi è utile), Ingegneria. Discretamente (quasi a livello buono) di Matematica.

Se intervengo sulle prime sei discipline è difficile che ci si azzardi a contraddirmi frontalmente. E’ ovvio che, da filosofo, accetto, anzi prediligo, il dialogo nel quale altri competenti possono sostenere anche tesi diverse o contrarie alle mie sulle sei discipline del primo gruppo. Sul secondo gruppo di discipline si discute anche animatamente, e accetto tranquillamente di cambiare opinione se ascolto qualcuno che ne ha competenza scientifica, o comunque superiore alla mia.

Se mi capita di intrattenermi su materie del terzo gruppo, ascolto chi sa, con grande rispetto e quasi con devozione. Mi fa a volte arrabbiare che non accada altrettanto quando si parla delle discipline del primo gruppo da parte di persone non competenti.

In generale, però, dialogo anche con “bastian contrari” che sanno della mia ritrosia a parlare di cose-che-non-conosco, e, sulle cose di cui sono esperto, intervengono praticamente solo perché desiderosi di mettere la loro “ciliegina sulla torta”, più o meno. Quindi, hanno l’istinto del “bastian contrario”, ma si fermano prima, senza andare fino in fondo. Li conosco, di solito, e li prevedo, a volte anticipandone l’espressione differenziante con un “Ma tu potresti dire che…“, e allora si continua pacificamente. L’avversativa aiuta il dialogo, in questo caso, mentre a volte lo disturba. Dipende.

In ambito filosofico, qualcuno (intendo il mio successore e attuale Presidente di Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica) è molto più bravo di me ad accettare il contraddittorio, qualcuno che ha modi che potremmo definire non solo inclusivi, ma addirittura “ecumenici”. Io spesso non ce la faccio: se sento dire che quando si è giunti a un dato pensiero filosofico storicamente dato, non occorre più quasi guardare indietro ai grandi classici, esplodo dicendo che sul pensiero umano, come attività psico-spirituale, è stato detto quasi tutto dai magni Greci di due millenni e mezzo fa (Platone e Aristotele), aiutati poi dal pensiero medievale (Agostino e Tommaso d’Aquino), e dai filosofi moderni e contemporanei (da Descartes e Leibniz a Kant e Hegel, ma sì anche fino a Heidegger, Husserl, Jaspers e Wittgenstein) e che ora possiamo osservare e considerare solo le integrazioni delle psicologie cliniche e delle delle neuroscienze, che possono clinicamente aggiungere qualcosa, come fece il francese Libet con le sue tesi sull’anticipazione neurale di coscienza (tema che qui non sto ad approfondire, perché lo ho già fatto su questo sito qualche tempo fa), oppure se vogliamo trattare del tema della dissonanza e della consonanza cognitive, che Leon Festinger propose una sessantina di anni fa, per dire che a volte ci auto-inganniamo nel fare ciò che non crediamo positivo o viceversa (anche questo tema ho trattato qui, se pure non specialisticamente, alcuni mesi fa).

Qualcun altro, invece, poco attento alla comunicazione telematica, che rischia di generare lo stracapimento e il fuorviamento significativo e del senso voluto, tende a fare il “bastian contrario”, magari inconsapevolmente, a distanza. Pericoloso, proprio perché, se contraddici qualcuno di persona, questi può replicare, possibilmente con gentilezza, alle tue tesi, ma se usi i potenti mezzi social, perdi espressioni, vocalità, prossemica e fisicità dell’altro, e quindi la strada dell’equivoco e dello stracapimento è aperta. Il resto lo fanno pregiudizi e precomprensioni sbagliate che puoi avere sviluppato sul pensiero dell’altra persona.

Circa i “piaggioni” ne ho ampia conoscenza. Sono più pericolosi dei “bastian contrari”, perché un eccesso di lodi ti indebolisce, mentre la misura giusta ti rinforza. Conosco situazioni nelle quali un eccesso di critiche da parte genitoriale hanno favorito lo sviluppo (purtroppo!) di personalità incerte e poco coraggiose, mentre nel mio caso posso dire di non essere stato mai contrariato dai miei genitori, che mi hanno sempre mostrato fiducia, e io grazie a questa educazione certamente sono stato in grado di scegliere anche percorsi impervi e faticosi nella mia vita e nella mia formazione, credendo fermamente di potercela fare. E ce l’ho fatta, posso dire con umiltà.

Altri, che conosco, no, non ce l’hanno fatta.

A questo punto un’ultima osservazione e un consiglio: tra i “bastian contrari” e i “piaggioni” si trova il maggior numero di esseri umani, come illustra la campana di Gauss (la sua parte centrale), ed è di costoro che bisogna stare particolarmente attenti.

Una situazione esemplare è la seguente: c’è una persona in una posizione di potere; ebbene, molto difficilmente sceglierà qualcuno che possa fargli ombra se questi deve lavorare molto vicino ad essa, nel timore di essere sorpassato in qualità e capacità. L’uomo o la donna di potere si terranno alla larga dai potenziali veri, ma ciò facendo non creeranno un futuro per la struttura che governano, perché la condanneranno al declino. Non aggiungo altro.

Invece segnalo un’altra dinamica: il rischio che corrono quelle stesse persone di potere, quando preferiscono essere circondate da yesmen, piaggioni di professione, a volte untuosi “uria heep”, che sono ben capaci di ingraziarsi il potente, ma solo per le proprie convenienze. Costoro sono poi anche i primi a tradire. C’è un famoso giornalista televisivo e scrittore di instant book che può rappresentare la quintessenza di tale idealtipo weberiano. Caro lettor mio, riesci a indovinare chi intendo con questo accenno?

Queste ultime righe sono dedicate in particolare all’amico che ho citato nel titolo, ma tutto il pezzo è per chi conosco e apprezzo, per chi stimo e a cui voglio bene, m a volte mi permetto, io che non sono né “bastian contrario”, né “piaggione”, di criticare.

E, siccome in greco “critica” significa giudizio razionale, ben vengano le critiche che, in questo caso e modo, sono sempre costruttive.

Auguro un sereno Natale nel ricordo del Rabbi Jesus ben Josef ben Nazaret, che nacque a Betlehem o a Nazareth circa 2022 o 2028 anni fa (secondo la data del censimento ordinato dall’Imperatore Augusto, sotto il Procuratore di Siria e Palestina, Quirinio), di nostro Signore Gesù Cristo, il Vivente.

Que viva Argentina, ma che brutta la vestaglietta di Messi! “Sport-washing” di bassa lega, e che brutti i comportamenti, avuti dopo la conquista del titolo mondiale, del “Dibu” Martinez, portiere argentino dell’Aston Villa, un gran maleducato. Punti persi per la gloriosa Nazionale argentina, cui io tengo, subito dopo l’Italia!

E’ come se fosse “andato a posto” un evento naturale, e perfino razionale, della storia del calcio, che abbia vinto l’Argentina il mondiale di calcio, pure se in… Qatar, cioè in uno dei posti attualmente più sbagliati del mondo, forse battuto nel genere solo dalla Corea del Nord, dall’Iran, dalla Somalia, dalla Libia, dall’Eritrea e compagnia disumana. E naturalmente dalla Russia, che comunque aveva avuto il suo mondiale, (in coabitazione con l’Ucraina!) nel 2018.

Avenida 9 de Julio, Santa Maria de los Buenos Aires

Sono contento che abbia vinto la Albiceleste, in assenza dell’Italia, anche perché l’Argentina è una mezza Italia, a partire da Lionel Messi Cuccittini e da Angel Di Maria, perché ci sono anche Pezzella, Tagliafico, Scaloni, Musso, Rulli, etc.

E perché ha nei suoi “geni” momenti di gioco ammirevole: a volte assomiglia all’Italia e a volte al Brasile nei loro giorni migliori. Dell’Italia ha la ferocia tattica mentre del Brasile ha una parte della sublime arte prestipedatoria (avrebbe detto il magno Gioan Brera fu Carlo).

Sono stato in Argentina a trovare i nostri emigranti qualche decennio fa, e ho parlato friulano a Santa Maria de los Buenos Aires, a Cordoba, a Rosario, a Salta e Colonia Caroja. Mi sono sentito, io già grande, come quando ero bambino, perché l’Argentina è come l’Italia di cinquanta anni fa, o come il Friuli di prima del terremoto, per ricchezza nazionale e per reddito pro capite.

La Francia ha perso perché ha giocato un po’ peggio, soprattutto nel primo tempo, ma non è più debole, forse è vero il contrario. E sul tema calcistico qui mi fermo.

Parlo d’altro: prima dei gesti insulsi, degni del peggior campetto di periferia, da parte del portiere Martinez, che sono parsi squallidini, anzichenò. Ogni tanto emergono in quel tipo di giocatori i peggiori tratti della cultura meridional-ispanica, ma anche italiota, quelli che non sanno dove abiti la lealtà, che pure era insegnata dai filosofi della Magna Grecia, visto che qualche giornalista ha scomodato perfino il paradosso di Achille piè veloce e della tartaruga di Zenone di Elea, per dire che “Achille (Messi) ha finalmente raggiunto la tartaruga (il titolo mondiale)”. Suggerirei a quel giornalista di lasciar perdere i paradossi di Zenone, che non hanno assolutamente il senso elementare che ha voluto intravedere. A ognuno il suo mestiere, come sempre.

Sto parlando dell’hispanidad di quando la grande potenza di Carlo V imperava sui mondi e anche nell’Italia meridionale e a Milano. Penso all’hispanidad del puntiglio di frate Cristoforo giovane che uccide chi non gli dà il passo perché lui è un hidalgo e l’altro è un c.zo qualunque (come disse qualche secolo dopo il marchese del Grillo, Alberti Sordi voce), nel racconto del nostro grande Don Lisander de Milàn.

Non dell’orgoglio di quella cultura che è grande, perché è una declinazione fondamentale della latinità, capace di epiche imprese insieme con dannate vicende coloniali. Ecco: della migliore cultura ispanica mi sembra che Diego Armando Maradona sia un rappresentante inimitabile, magari assieme con don Cristobal Colòn, non a caso un genovese ispanizzato, così come don Diego è stato un argentino napoletanizzato, en el bien y en el mal. Paragoni e paradossi.

Messi non-è-Maradona come uomo. E questo è scontato. Non ha di Diego la sanguigna capacità di appartenenza al popolo e ai capipopolo, come capopolo; Messi è popolare, ma non parla la lingua del popolo; il suo castellano-argentino idiomatico è incerto, la sua voce quasi afona, non esprime concetti percettibili e intelliggibili; fino a questi mondiali non avevo presente il timbro della sua voce, come peraltro di quella di dom Cristiano de Madeira.

La cosa che meno mi è piaciuta di lui, alla consegna del trofeo, è stato l’indossamento prono della orrida vestaglietta da festa nero-trasparente, il così chiamato bisht, che il potente Emiro gli ha porto con autoritaria autorevolezza, in base, pare, alla tradizione saudi-emiratina. Don Diego non l’avrebbe mai accettata, perché l’avrebbe rifiutata con un gesto autorevole senza essere sprezzante, tornando a gioire con la sua maglietta bianca e celeste sporca di fango, perché nel 1986 in Mexico i campi di calcio erano anche fangosi.

A parziale giustificazione di Leo potrei ricordare la seguente parabola matteana 22, 10-14:

(…) 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale12 gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Ecco, forse Messi ha inconsapevolmente rispettato questo costume vicino-orientale, presente nella Bibbia ed echeggiato nel Corano. Forse… anche perché l’Emiro è anche il suo “datore di lavoro a Paris”.

La Dieci albiceleste per Maradona era come una seconda pelle, come l’azzurra del Napoli Football Club, dove aveva la sua seconda casa del cuore.

Il calcio non è solo un gioco oramai miliardario, che interessa tutti i popoli del mondo, ma è anche un fenomeno da studiare sociologicamente e con gli strumenti della psicologia sociale, dandogli la giusta importanza, per la capacità che ha quel mondo di svelare, non solo gli intrighi qatarini con i loro riflessi brussellesi, ma anche la verità di persone vere, forti, autentiche, come Sinisa Mihajlovic, che Dio l’abbia in gloria.

Esempi, ancorché imperfetti (come è umano che sia), per i giovani.

Un’ultima considerazione per chi ha raccontato il mondiale del Qatar: accanto a narrazioni bellissime e ai riflettori sui diritti umani calpestati in quel luogo e tutt’intorno, anche dalla FIFA (che il signor Infantino si vergogni e con lui Michel Platini, suo predecessore e tutti quelli che hanno “venduto” il mondiale), non dimentico e condanno le esagerazioni cronachistiche e dei commenti. Una per tutte: la vergognosa similitudine di tale signor Gabriele Adani, che ha paragonato le azioni calcistiche di Messi a ciò che viene raccontato nel capitolo secondo del Vangelo secondo Giovanni, dove si narra del miracolo di Cana. Poveretto. Non blasfemo, solo misero.

Cyrano de Bergerac, Panzeri et co. (“parte lesa” è l’Italia non il PD!), Sinisa Mihajlovic, e Pilutti

(omissis) Facciamola finita, venite tutti avanti
Nuovi protagonisti, politici rampanti
Venite portaborse, ruffiani e mezze calze
Feroci conduttori di trasmissioni false
Che avete spesso fatto del qualunquismo un arte
(omissis)
Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato
Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato
Coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco

(testo di Francesco Guccini)

(omissis)

Venite gente vuota, facciamola finita
Voi preti che vendete a tutti un’altra vita
Se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito
Guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
E voi materialisti, col vostro chiodo fisso
Che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso
Le verità cercate per terra, da maiali

Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali
Tornate a casa nani, levatevi davanti
Per la mia rabbia enorme mi servono giganti
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
E al fin della licenza io non perdono e tocco
Io non perdono, non perdono e tocco

(omissis)

Un testo, una canzone, per mettere insieme i sentimenti di questo sabato, contrastanti, duri, dolorosi. E’ dalla speranza che Guccini canta voglio partire, per dire che la rassegnazione non deve star di casa da me, ma riprendere il suo significato originario di ri-segnazione, che vuol dire ripartenza.

Mihajlovic si è ammalato di quel “brutto male”, il cui “cugino malvagio” aveva colpito anche me due anni prima. Io sono qui, addolorato. Lui lo immagino nelle praterie celesti, con la sua forza slava, senza limiti. Io più fortunato di lui. Fortunato?

Nel testo di Guccini sta un po’ tutto. Leggiamo dove parla dei politici, e qui viene in mente un tipo come Panzeri “Tel chi el Pànzer“, dove sussisteva oltre al cognome evocativo, il termine tedesco che rappresenta la forza di quella etnia e il carrarmato della Seconda Guerra mondiale, come con un qualche compiacimento dicevano alcuni milanesi dopo la sua elezione al Parlamento europeo con centomila preferenze. Il Panzeri capace di travolgere tutto come un “panzer”.

Ora ha veramente travolto tutto, anche l’immagine e il buon nome della sua parte politica, che affannosamente si affanna a dichiararsi “parte lesa”. Ma come “parte lesa”? Di che partito fa parte Panzeri? Ora ci si distingue?

“Parte lesa” è l’Italia, non il PD, vivaddio!

Ragioniamo con la logica filosofica: il Panzeri è inquisito (e fino a che non vi sarà una verità processuale, nessuno che abbia a cuore uno “stato-di-diritto” lo può condannare preventivamente, e si dovrà anche supporre la sua innocenza) per tangenti cospicue ricevute da due stati esteri al fine di favorire le posizioni politiche ed economiche di questi paesi. E dunque non lo condanno io, perché è prematuro e perché non ho titolo per farlo.

Torno al discorso della sua parte politica che, in generale, è anche presso a poco la mia. Ripeto: come si fa a dire che il suo partito si dichiara “parte lesa”? (Letta? dai su). Panzeri è di quel partito e per quel partito è stato eletto. Vero è che la responsabilità penale è personale, ma l’appartenenza è politica… sarebbe quindi saggio che la sua parte politica non si stracciasse le vesti, per due ragioni: la prima perché Panzeri potrebbe essere innocente, la seconda perché, se colpevole, la responsabilità è sua, ma… è anche, per la proprietà transitiva dell’appartenenza, anche obiettivamente di chi lo ha accolto, valorizzato e reso leader in una certa sede, che prima è stata anche sindacale.

Sarebbe dunque meglio, politicamente, e più elegante, esteticamente, che il PD si astenesse, rimanendo in vigile attenzione degli eventi, da un lato, e verificando, dall’altro, le biografie e i comportamenti di chi ritrova all’interno del proprio corpaccione malandato.

Conosco persone di quell’area che nulla hanno da insegnare agli altri, intendo quelli dell’altra parte politica, sotto il profilo etico, così come ne conosco moltissime di specchiata onestà e moralità. Uno degli elementi della crisi attuale della sinistra politica sta proprio in questa miopia, in questa incapacità di selezionare il personale politico.

E del sindacalista Visentini, che conobbi quando era ragazzo, perché fui proprio io ad affidargli il coordinamento dei giovani di quel sindacato, che dire? Gli auguro e auguro alla sua (che fu anche mia) sigla sindacale, di non essere “maltrattati” da cattiva fama derivante da questi tristi eventi.

E della “Afrodite” socialista Eva Kaili? Che dire di lei e del suo rampantissimo e inconsapevolmente apollineo compagno?

Da ultimo, mi verrebbe da fare un ingeneroso (per lui) paragone tra Panzeri e Pilutti, ma anche tra Pilutti e altri che, una volta usciti dal sindacato, si sono collocati in ben godibili comfort zone.

Noto , invece, che io crebbi solo del mio, in cultura e professionalità, nulla avendo di risulta, come si dice, o dal camino dei regali natalizi.

Come è bello dormire sonni assai tranquilli, sapendo che nulla mi è stato regalato per appartenenza a correnti o partiti, ma tutto mi è arrivato da studio, lavoro e credibilità conquistata con la fatica dell’impegno morale ed operativo, cotidie.

Un pensiero e una preghiera per Sinisa.

Malversazione, concussione, in latino “de repetundis”, cioè ricevere denari in cambio di favori, corrompendo altri soggetti che, o si fanno corrompere, oppure si propongono di corrompere

Arrivano tristi notizie da Bruxelles. Italiani indagati per avere accettato denari da potenze estere allo scopo di sostenere certi interessi. Cosa non nuova nel mondo della politica e della rappresentanza, con il contraltare talora complice dell’economia.

Sulla Treccani troviamo la seguente definizione di questi fenomeni: Illecito penale distinguibile in diverse ipotesi: a) corruzione del cittadino da parte dello straniero (art. 246 c.p.): delitto contro la personalità dello Stato commesso dal cittadino che riceve o si fa promettere, anche indirettamente, dallo straniero denaro o qualsiasi utilità, o si limita ad accettarne la promessa, al fine di compiere atti contrari agli interessi nazionali; b) (omissis); c) corruzione di pubblico ufficiale (art. 319 c.p.): accordoo fra funzionario pubblico e privato cittadino in base al quale il primo accetta dal secondo un compenso non dovuto, o la relativa promessa, per compiere (art. 318 c.p.), ritardare o aver ritardato, omettere o aver omesso (art. 319 c.p.) un atto d’ufficio, ovvero per compiere o aver compiuto un atto contrario ai doveri d’ufficio. Entrambe le disposizioni si applicano anche all’incaricato di pubblico servizio, ma nelle ipotesi di cui all’art. 318 soltanto se egli rivesta la qualità di pubblico impiegato.

Anche per queste reali fattispecie commettibili, il legislatore italiano ha emanato il Decreto legislativo 231 nell’ormai non più vicinissimo 2001, concernente la responsabilità amministrativa dei soggetti economici e di tutti coloro che ivi lavorano, in base alle responsabilità assunte negli organigrammi. Una responsabilità che prevede il rispetto delle leggi vigenti, di tutti i livelli, e la previsione della commissione di possibili reati.

Si tratta di una legge che non prevede, un po’ stranamente, la sua obbligatoria applicazione, perché i soggetti economici possono anche non scegliere di darsi il Modello organizzativo e gestionale previsto dal Decreto legislativo 231. Da quella data, però, un numero sempre maggiore di aziende si è dato il Modello, scegliendo di non avere nulla da nascondere, né agli istituti di controllo pubblici, né alla Magistratura e alle forze inquirenti.

Sono personalmente coinvolto in una decina di queste aziende, nelle quali presiedo l’Organismo di Vigilanza previsto dal citato Modello. Ho anche contribuito a redigere il Modello stesso, per cui ne conosco ogni aspetto e caratteristica. Mi sono occupato soprattutto della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, ma anche dei comportamenti degli amministratori, suggerendo modifiche e attenzioni.

Di fronte a ciò che si sente da Bruxelles mi è venuto subito in mente che anche i Partiti, protagonisti principali del malaffare scoperto in Italia circa trent’anni fa, farebbero bene a preveder di darsi un Modello organizzativo e un Organismo di Vigilanza autonomo (non bastano i probiviri!), composto da persone competenti e probe. Nei vari Organismi sono in compagnia di giuristi, economisti e tecnici della sicurezza, con i quali ci si confronta sui vari casi e situazioni concrete che avvengono nelle imprese.

Gli imprenditori e i dirigenti d’azienda si stanno accorgendo come tale Modello sia utile anche a riflettere su comportamenti e abitudini, accettando di correggere quelle non-virtuose. Il valore del Modello è anche riconosciuto dall’Inail che, alle aziende dove è presente, riconosce una sorta di “sconto” sul premio assicurativo previsto per determinati rischi infortunistici.

Mi sto chiedendo che cosa avrei fatto se mi fossi trovato in un ipotetico Organismo di Vigilanza attivo presso le forze politiche e gli Organismi dell’Unione Europea. Domanda retorica: esattamente ciò che sto facendo oramai da tredici anni di attività in materia: avrei cercato di capire che cosa stesse succedendo con un’indagine approfondita al massimo, e avrei segnalato eventuali anomalie rilevate ai vertici politico-amministrativi dell’Unione (von der Leyen, Metzola, Michel) e, se del caso, alle forze di polizia.

Mi dispiace ricordare che una delle persone inquisite è di mia storica conoscenza personale in ambito sindacale, assieme a dei personaggi che c’entrano direttamente con la sinistra politica. Mi vergogno per loro e di loro. Siccome l’inchiesta è in corso nulla intendo dire di più, augurandomi e augurando a quelle persone, nel caso in cui vengano riconosciute colpevoli di qualche reato, di avviare un percorso di resipiscenza morale, maturando anche una capacità di chiedere perdono alle Comunità che lì le hanno inviate con fiducia e rispetto.

La pronunzia delle parole: es., se si usano parole latine in un discorso fatto in italiano o in inglese (come nei brocardi e nei latinismi giuridici) si pronunziano come se si parlasse in latino… “plus” si dice “plùs”, non “plàs”, “minus” si dice “mìnus”, non “mìnas”, “medium” si dice “medium”, non “midium”, “media” si dice “media”, non “midia”…, perché è latino, non inglese: E, se vuoi, caro lettore, anche “Nike” si pronunzia “Nìke”, non “Naiki”, perché è greco antico e significa “Vittoria” (suggerisco di ammirare la Nike di Samotracia al Louvre)

Sulla Treccani troviamo: pronùnzia s. f. – Variante di pronuncia, molto frequente in passato, specialmente nell’uso toscano ma anche più generalmente nell’uso comune, mentre oggi tende nettamente a prevalere la forma pronuncia. ◆ Analoga osservazione va fatta per il verbo pronunziare e per i suoi derivati pronunziàbilepronunziaménto, etc.

Pronuncia pronùncia (o pronùnzia) sostantivo femminile [derivato di pronunciare (o pronunziare)] (plurale -ce, e rispettivamente -zie). – 1. a. Il fatto e il modo di realizzare i suoni o di leggere le lettere di una lingua, o […] di più lingue (vedi ortoepia; ortografia). Con riguardo a singoli suoni: la pronunzia dell’«u» francese, del «th» inglese; parallelamente aspirata del «c» velare in Toscana (la cosiddetta «gorgia» toscana)…

Gli accenti. L’accento tonico è l’elevazione del tono della voce nella pronuncia di una sillaba di una parola rispetto alle altre sillabe della parola. La sillaba e la vocale su cui cade l’accento si chiamano toniche, cioè colpite dall’accento tonico; le altre si chiamano atone, cioè prive di accento.

Secondo la posizione dell’accento tonico le parole italiane si dividono in:

  • tronche → quando l’accento cade sull’ultima sillaba: bonvirpar;
  • piane → quando l’accento cade sulla penultima sillaba: cavalloamorepaneantico;
  • sdrucciole → quando l’accento cade sulla terzultima sillaba: tavolapsicologoballano;
  • bisdrucciole → quando l’accento cade sulla quartultima sillaba: visitanotelefonamimandaglielo;
  • trisdrucciole → quando l’accento cade sulla quintultima sillaba: ordinaglieloindicaglielotemperamelo.

Attenzione! Osserva:

  • l’accento tonico sulle parole non si segnané si scrive;
  • solo quando l’accento tonico italiano cade sull’ultima sillaba (parole tronche) si ricorre all’accento grafico, che viene detto semplicemente accento;
  • le parole italiane sono in grande maggioranza parole piane;
  • esistono anche parole àtone, cioè prive di accento. Si tratta di poche parole, tutte monosillabe – cioè di una sola sillaba -, che proprio perché prive di accento proprio, per poter essere pronunciate devono “appoggiarsi” ad altre parole. In particolare:

 se si appoggiano alla parola che la segue si chiamano proclitiche (= “piegate in avanti”). Esse sono: articoli determinativi (il , lolaiglile); le particelle pronominali (miticisivimetecevenelolaligli); avverbi (civine); preposizionii (diadainconsupertrafra); congiunzioni (eose). Le proclitiche si appoggiano alla parola che le segue nella pronuncia ma ne rimangono staccate nella grafia: «Lo faccio da solo»; «Ci verrà a trovare»;

 se si appoggiano alla parola che le precede si chiamano enclitiche (= “piegate all’indietro”). Esse sono le stesse particelle pronominali e gli stessi avverbi che abbiamo visto sopra; ma in questo caso si saldano alla parola anche nella scrittura: «Salutalo!»; «Verrà a trovarci»; «Portale con te!».

Nonostante le regole sopra richiamate, noto che abbiamo giornalisti incapaci di rispettarle, come quello del Tg2 delle 20.30, che pronunzia cìtta, con l’accento sulla “i”, non città, parola tronca e prevede che si scriva l’accento sulla “a”. Pazzesco, fastidioso! Ma lo correggano, no? Ho anche scritto alla redazione: nessuna reazione.

Circa, infine, la pronunzia di parole che derivano dal latino all’inglese, come plus e minus, come medium e media, non mi stancherò mai di segnalare che sarebbe bene, anche esteticamente, fossero pronunziate come si pronunziano nella lingua in cui sono nate oltre duemila anni fa. NON come se appartenessero all’attuale koinè, l’inglese.

procedere, precedere, decedere, decidere, recedere, retrocedere, accedere, concedere, incidere, incedere, intercedere, uccidere,… cedere: concetti che stanno dentro il “dialogo”, il “colloquio” e la “conversazione” (che sono tre diversamente utilizzabili modalità comunicazionali e relazionali) tra gli esseri umani… e poi, su un versante diverso: “mettere a terra”, “portare a bordo”, “occorre un cambio di passo”, “quant’altro”, “tanta roba”, metafore modaiole, inefficaci e per me infastidenti, così come l’abusatissimo verbo “implementare” (che mi piace assai poco)

La radice verbale latina “caedere” (tr. tagliare, uccidere, colpire, es. caedere victimas: sacrificare vittime). costituisce il centro di significato e di senso di svariati verbi italiani, che si differenziano per il prefisso diverso: pro, pre, re, de,retro, ad, con, in, inter, uc,… i quali prefissi danno significati profondamente differenti a ciascun verbo.

Tratto di un altro esempio, come quello recentemente commentato in questa sede, dell’ablativo assoluto, che attesta come la lingua latina sia in grado, assolutamente più di altre lingue, di sintetizzare concetti, termini, lemmi, parole, espressioni, magari utilizzando il modo di esprimersi filosofico.

Ad esempio, si pensi alla profonda differenza che si dà in italiano fra i due verbi “decidere”, che significa scegliere, e “decedere”, che è sinonimo di morire. Si tratta comunque di un “tagliare”, “separare”, “dividere”: una scelta o l’altra, la vita e la morte. Un altro esempio: inter-cedere, che letteralmente significa camminare-in-mezzo, metaforicamente assume un significato diverso: intervenire (presso un potente) a favore di qualcun altro. Constatando ciò si può affermare che il latino è un idioma capace di contenere parecchi significati nel medesimo etimo radicale, in modo polisemantico e tale da poter favorire lo sviluppo di una letteratura precisa ed efficace in molti settori, da quella poetica a quella giuridica, da quella storica a quella filosofica.

In latino si potrebbe anche pensare di scrivere di tecno-scienze moderne, in-ventando (cioè “trovando”: si tratta di una derivazione lessicale dal verbo latino invenire) costrutti adeguati. Si pensi alla bicicletta, che ovviamente ai tempi dell’Impero Romano non esisteva, ma che oggi potremmo chiamare “birota”, cioè due-ruote. E si potrebbe continuare.

Accanto a questa duttilità del latino, mi viene da constatare come nella comunicazione contemporanea si indulga spesso in costrutti retorici, come le metafore, che in generale sono molto utili e sinteticamente espressive, ma a volte diventano una moda, che non fa risparmiare energie al parlante, o sono addirittura banali e inefficaci.

Due esempi: trovo che si stia abusando della metafora fattuale “mettere a terra”, volendo dire “realizzare” concretamente un progetto, un’idea, un compito assegnato. Una volta ascoltata alla tv o sul web, uno e poi due e poi tre persone cominciano ad usarla, e il quarto pensa che faccia-figo utilizzarla, per cui la propala geometricamente.

Dopo un po’ di tempo il centesimo utilizzatore (ma anche prima, forse il trentesimo) non si fa più nessuna domanda sull’espressione metaforica e la usa senza alcuno spirito critico, magari decidendo che la si può anche evitare, scegliendo di utilizzare il verbo “realizzare”, cioè “rendere-cosa un’idea”, dalla radice latina “res”, che significa cosa. Si pensi alla res-publica, la repubblica. “Realizzare” in tutte le sue modalità temporali e modali, di cui l’italiano è ricchissimo, come il latino e il greco antico, mentre invece l’inglese ne è largamente privo. Di tali modi, si pensi al rapporto tra modo congiuntivo e modo condizionale nelle frasi ipotetiche e concessive, possiamo proporre esempi innumerevoli. Un esempio: “se tu me ne dessi le possibilità, potrei realizzare questo progetto“; proviamo a “metterla giù” con la metafora di cui sopra: “se tu me ne dessi le possibilità, potrei mettere a terra questo progetto“. Bruttino, no? Oppure vi piace?

Diamo uno sguardo all’altra frase sopra citata, quella del “prendere a bordo”. Invece di proporre questa metafora acquatico-marinaresca, usare il verbo “coinvolgere” è più rapido e anche più elegante. O no? Soprattutto nel lavoro organizzato e gestito delle imprese, il coinvolgimento è il primo motore della partecipazione del lavoratore al progetto aziendale. Il verbo “coinvolgere” (tradotto nell’ottimo verbo inglese to involve), contiene l’etimologia dell’avvolgere, cioè del prendere-dentro, altroché “a bordo”.

“Prendere dentro” è più potente del “prendere a bordo”, o no? Ed è anche più rispettoso intellettualmente e moralmente, poiché interpella la psiche e lo spirito dell’altro senza la direttività di un ordine, che sembra quello del capitano al mozzo sulla nave “da corsa” inglese di Sir Francis Drake o di quella di Walter Raleigh, ambedue corsari di Elisabeth Tudor the First. O no?

Terza metafora, molto amata solitamente dai politici quando vincono le elezioni e devono per forza disprezzare ciò che hanno fatto i predecessori, per cui gli viene bene di dire che “occorre un cambio di passo”, significando che il passo di chi li ha preceduti è stato tardo e lento, e dunque inefficace. Salvo poi non essere diversi da costoro. Diffido sempre da chi usa questo modo di dire, perché non gli credo.

Quarta espressione che mi sento di criticare anche per l’indubbia pigrizia in essa sottesa: “quant’altro”. Politici e persone dei media (pronunzia mèdia, parbleu!) indulgono nell’uso continuo di questo sintagma che significa esattamente… NULLA! Infatti, se tu dici: “Ho provveduto a segnalare questi pericolosi comportamenti, espressioni errate e quant’altro“, che cosa si intende con “quant’altro”? Comportamenti, espressioni? Qualcosa di analogo che attenga all’agire umano? Ma se è così allora è meglio descrivere questi altri aspetti concreti specificandoli, e non lasciando supporre qualsiasi cosa con l’infelice espressione, o no?

Ultimo, fastidiosissimo modo di dire attuale: “tanta roba”, per dire che una cosa è importante, grossa, complicata… E allora si dice “tanta roba”, un’espressione che attesta una enorme pigrizia espressiva. E ciò basti.

Circa l’abusatissimo verbo “implementare” che cosa posso dire? Che mi dà un po’ fastidio anche se lo utilizzo anch’io, appunto, ma con una punta di fastidio quasi inspiegabile. E’ certamente un verbo latino, da impleo, implêre, della seconda coniugazione, che significa “riempire”. Non dovrebbe infastidirmi, dunque, stante la sua storicità e significanza, ma si potrebbe forse utilizzare più armoniosamente un altro verbo il luogo di codesto. Ad esempio: “completare (assieme)”, che ha la stessa radice di “implementare”, ma contiene il più significativo prefisso “con”, che dà il senso di una collaborazione tra più persone.

Vedi, caro lettore, come sia utile riflettere sempre su come parliamo, sulle parole che utilizziamo, sulle frasi con le quali ci esprimiamo, sulla comunicazione che pensiamo di realizzare (non di mettere-a-terra), che è non solo lo strumento comunicazionale che tutti conoscono, ma che è anche “performativo” (cf. Wittgenstein 1922, Habermas 1970, Ocone 2022), cioè trasformativo e possibilmente migliorativo, non solo dei concetti che “significano” cose o espressioni, ma anche della Qualità relazionale. La regola è la seguente: più si cura ciò-che-si-dice, sapendo che non conta tanto ciò-che-si-pensa-di-aver-detto-o-scritto, ma soprattutto ciò-che-l’altro-ha-percepito, e più ci si fa, prima comprendere, e poi capire.

Il come-si-parla è fondamentale. Solo un esempio attualissimo: si pensi ai colpevoli strafalcioni di Giuseppe Conte, quando parla di guerra civile mentre dice di “difendere solo il reddito di cittadinanza”.

Vigilare sui detti, sugli scritti e sul parlato è fondamentale per la difesa della nostra cultura, della nostra economia e anche della nostra democrazia parlamentare.

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