Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Categoria: Lavori (page 1 of 83)

Sono a tua immagine…

Sono a tua immagine secondo l’ordine della fisicità..

Sono a tua immagine secondo l’ordine dello psichismo…

Sono a tua immagine secondo l’ordine della spiritualità...

Una anafora filosofica oppure una poesia eucologica per dire che abbiamo la stessa identica dignità, fra tutti gli uomini e donne di questo mondo. E potremmo continuare, così: sono a tua immagine secondo l’ordine del valore; sono a tua immagine secondo l’ordine del dolore; sono a tua immagine secondo l’ordine dei diritti; sono a tua immagine secondo l’ordine dei doveri; sono a tua immagine secondo l’ordine della Terra; sono a tua immagine secondo l’ordine della vita.

Ecco: una lezione semplice di antropologia filosofica e di etica generale, caro lettore.

Ve nè un grande bisogno, perché sembra che – in giro – queste semplici nozioni non siano note più di tanto. La confusione regna quasi sovrana nei media e nelle politiche mondiali. Confusione e cattiva coscienza.

Anche qualche giorno fa, dopo le solite oramai stantie, ripetitive, noiose e inutilmente impaurenti (chissà cui prodest? o sono paranoico?) notizie sulla pandemia, si apprende che a Reggio Emilia, in un agguato, vengono gravemente feriti tre giovani. Come a Bastia Umbra, Come a Colleferro. Ed è poca cosa rispetto ad altri e più gravi episodi che accadono per il mondo. Uno, esemplificativo, la decapitazione islamista dell’insegnante parigino.

Farei imparare a memoria almeno le tre righe dell’inizio di questo pezzo, e recitare obbligatoriamente tre o cinque volte al giorno a tutti. A volte imparare a memoria è utile, come insegnavano i maestri elementari fino agli anni ’60 e poco oltre. A quei tempi si trattava non solo di far recitare a memoria delle poesie, ma anche di esercitare la memoria stessa. Senza avere le nozioni che oggi sono di dominio pubblico tramite la divulgazione scientifica, più o meno tutti sanno che il cervello e la sua parte cortical-razionale in particolare, è un “oggetto plastico”, che cambia, fino a una certa età aumentando i neuroni e successivamente e fino alla morte, le sinapsi, cioè i collegamenti interneuronali.

Il cervello, che produce in qualche modo mente e psiche, può arricchirsi con l’esercizio mnemonico e con il dialogo, con lo studio e l’osservazione del mondo. Di che cosa avrebbero bisogno gli imbecilli di Colleferro, Bastia Umbra e Reggio Emilia e il delinquente diciottenne di Paris-Conflans? Di buoni maestri che gli insegnino a memoria la preghiera di cui più sopra.

Per i figuri citati, che cosa può significare che, scientificamente, tutti gli esseri umani hanno pari dignità? Può significare qualcosa? Magari un qualcosa che li faccia riflettere prima di agire come hanno agito? Non lo so perché non li conosco personalmente e il quarto, quello di Parigi è morto nelle circostanze successive al suo feroce omicidio.

Ecco, mi soffermo su questo ceceno giovanissimo. La disgraziata nazione caucasica è in guerra da decenni. Il sovietismo decaduto trent’anni fa è stato sostituito in modi ancora più rozzi e brutali da un islamismo fanatico che permea diverse fazioni in lotta. Ciò non significa che manchino istanze di libertà negate, ma il melting pot cultural-religioso ha creato spazi per la violenza dichiarate praticata. Non pochi fuggiaschi hanno trovato risposte, appunto, nell’islam radicale predicato dallo Stato islamico e da imam fortemente inclini alla violenza verbale. E in casa che maestri ha avuto questo giovine di nome Abdoullakh etc., già morto, prima di capirci qualcosa, della vita?

Mi chiedo come abbia potuto così facilmente sopraffare un cinquantenne, come il professor Paty. Forse che quest’ultimo era un omettino fragile e lui un possente giovanotto allenato? Può essere. Anche questo è un tema. Possibile che non ci si possa difendere da un assalitore solitario? E’ chiaro che lo Stato non ha uomini a sufficienza per difendere tutti coloro che si trovano in situazioni potenzialmente pericolose. Anche in Francia, come in Italia, lavorano quasi un milione di insegnanti. Nemmeno tutto l’organico dell’Esercito, della Polizia a della Gendarmeria sarebbe sufficiente. Purtroppo la Francia si trova in una situazione storica e geo-politica infinitamente più pericolosa dell’Italia.

La Francia è stata uno dei principali Paesi colonialisti e anche recentemente ha commesso errori macroscopici nelle politiche militari, come l’ingerenza fellona e criminale di Sarkozy in Libia nel 2011. Detto questo, se pure in soldoni, occorre puntare l’attenzione proprio sull’educazione e sulla formazione, non solo scolastica, ma anche familiare e territoriale. La Francia ha bisogno di maestri e di filosofi di strada, sì, di filosofi di strada.

Fossi in quella Nazione che ammiro anche se a volte mi fa un po’ di rabbia, proporrei proprio un “Progetto Socrate” da finanziare perché degli esperti in discipline antropologiche ed etiche vadano nelle banlieu e, con i dovuti modi dialogici (socratici), si fermino a discutere con tutti, sugli usci e per strada, nei bistrot e nei parcheggi… ovunque.

Una fola? Caro Macron, provi a pensarci.

E in Italia? Anche da noi potrebbe essere un’idea. Di che cosa c’è bisogno se non di questo, di riprendere una via come quella del pensiero? Troppo poco questa principale facoltà psichica e spirituale appare nel suo immenso potere nel giro e nel gioco imponenti della comunicazione e dell’informazione sociale.

Il pensiero razionale è più spesso negletto, dimenticato, disprezzato. Si può addirittura notare in certe persone e in certi ambienti quasi un odio per la cultura, laddove la componente della gelosia e dell’invidia addirittura è minoritaria rispetto a un vero e proprio odio, la passione negativa che costituisce il prodromo di una quasi inevitabile successiva violenza.

E la riflessione torna al punto iniziale: avversione verso la cultura e l’utilizzo del pensiero razionale, ignoranza di base, disinteresse per un’informazione corretta e fondata portano gli esseri umani a cedere, a regredire, ovvero ad esprimersi nel modo primordiale e belluino dell’aggressività.

Quei ragazzotti di Bastia Umbra, di Colleferro e di Reggio Emilia sono innanzitutto ignoranti, crassamente ignoranti e rozzi. E altrettanto lo era quel Abdolullah che ha pensato di ben agire uccidendo il prof Faty, che nella sua immaginazione malata era un blasfemo, un ateo, una vita da spezzare.

Ecco a che cosa serve la cultura e l’esercizio del pensiero critico: semplicemente a diventare più umani.

Quel versetto genesiaco, il 26 del Primo capitolo “(Dio) fece l’uomo a sua immagine” resta la fonte primaria ed essenziale che ho parafrasato nel titolo.

La democrazia e una possibile deriva totalitaria

Questi tempi ci propongono temi inusitati, quello del titolo, ad esempio. Che il sistema democratico, nelle sue varie declinazioni, sia il migliore tra i modelli politico-amministrativi è fuori questione. Anche se non è privo di difetti. Pare che Churchill, a me non simpatico e certamente più amico dell’oligarchia e in gioventù anche un po’ razzista, sostenesse che la democrazia può essere definito il peggior sistema politico, salvo tutti gli altri: quindi una litote retorica per edulcorare un apprezzamento obbligato.

monarchia, democrazia e oligarchia

I nostri grandi antichi, Platone e Aristotele “non erano” per la democrazia, così come la intendiamo noi, ma più per una sorta di oligarchia selezionata di persone competenti e moralmente impeccabili. Platone sosteneva che avrebbero dovuto essere i sapienti (cioè i filosofi) a occuparsi del governo della “cosa pubblica”. Mi verrebbe da dire: forse, ma con grande cautela, perché bisognerebbe vedere di quali filosofi si tratta. Sbagliando linea di pensiero si potrebbe incorrere in guai di dimensioni ciclopiche. Quindi, niente filosofi come categoria al governo, ma la filosofia politica democratica come ispiratrice di un governo che abbia cuore il Bene comune per cui il Fine sia l’Uomo e il suo benessere. E quello della Terra.

Certo è che il suffragio universale, pure eticamente indiscutibile, porta dentro la democrazia tutti, e quando si dice “tutti”, non si esclude nessuno. Talora, come spesso ho avuto modo di scrivere in questo sito, se consideriamo che la campana di Gauss purtroppo rappresenta in modo icastico la suddivisione del ben dell’intelletto fra gli umani, c’è da essere sconsolati di fronte al suffragio universale e alla candidabilità di ciascuno. Se penso al livello culturale e politico di qualche partito o movimento di recente costituzione inorridisco. Vi sono certi personaggi, peraltro spesso sdoganati da media opportunisti e superficiali, che fanno dolère il cuore con la loro aggressiva insipienza. Ve n’è uno, in particolare, nei Five Stars che dura fatica improba ritenerlo un essere pensante. Uno ciondolante e nullafacente. Il nome, caro lettore, lo intuisci facilmente. Fatto sì è che anche altri partiti esprimono dei nesci impressionanti, anche capipopolo industriosamente volgari, neanche populisti ma popolazzi.

La parola oligarchia deriva dal greco antico olígoi, pochi e arché, comando/governo; ossia “governo di pochi”. In questo tipo di governance il potere è in mano di pochi. Il termine può essere utilizzato anche in altre strutture, ad esempio in quelle economiche: ad esempio, i “cartelli” che talora alcune grandi aziende costruiscono per determinare e condizionare i prezzi, sono un esempio forte, tra i quali forse il più famoso e potente è ancora quello dei produttori di petrolio, l’Opec.

Ora, però, che le telecomunicazioni e il mondo del web stanno pervadendo ogni ambito della vita delle persone in tutto il mondo, ora che le aziende “giganti” di quei settori, come Microsoft, Google, Facebook, Amazon… stanno determinando molti processi economici e commerciali, il rischio è che tali processi condizionino sempre di più anche altri ambiti della vita delle persone, come quelli psicologici, morali e comportamentali.

Da non sottovalutare anche la potenza di questi nuovi mezzi in ambito militare, potendo essi governare l’utilizzo anche delle armi più potenti e devastanti come le bombe atomiche, e le sostanze chimiche e biologiche atte a uccidere intere popolazioni.

Se si può dire che le vecchie aristocrazie di nascita o di censo sono progressivamente scomparse, si sono create nuove élites legate alle risorse finanziarie e al loro controllo e utilizzo.

La democrazia, dunque, è in crisi e bisogna prendere molto sul serio questa crisi. Il rischio di essere condizionati dal web e dalla telematica è fortissimo. Basti pensare alla diffusione del network dei social, in gran parte fuori controllo, dove ognuno, da “einstein” al più imbecille si può esprimere.

Basti pensare alla turpitudine di trasmissioni come La zanzara, editata dalla Confindustria (non ne capisco il senso!), nella qual tre cialtroni fanno a gara nel superarsi non tanto in volgarità, quanto in imbecillità, anche se loro danno dell’imbecille a ognuno che (secondo me stupidamente) gli telefona in onda.

Lo squallore di questa fortunata trasmissione è enorme e dà la misura di quanti imbecilli e idioti vi siano in giro.

E la democrazia fa conto, come dice il conduttore della citata trasmissione, anche di quel popolazzo che telefona e anche sui tre furbacchioni, pagati dagli industriali. Anni fa decisi di scrivere all’allora presidente Squinzi che mai mi rispose. Si vede che vi sono recondite e misteriose ragioni per cui gli industriali ritengono che una trasmissione del genere gli sia utile, o sia utile alla… democrazia.

Una deriva totalitaria potrebbe essere facilitata da una ulteriore diffusione della stupidità.

Filippo, prima di Willy

Non capisco per quale ragione la drammatica vicenda di Willy da Colleferro ha giustamente riempito i media per due settimane, mentre l’analoga o molto simile vicenda di Filippo Limini da Bastia Umbra è stata riportata solo in articoli ben presto scomparsi alla vista, e solo sulla stampa locale dell’Italia Centrale.

Filippo

MI puoi aiutare mio gentil lettore?

Ho studiato i fatti e certamente non si può dire che siano proprio identici a quelli che hanno causato la morte di Willy da Colleferro, ma alcune analogie e similitudini si possono trovare. Di qui la riflessione sul diverso trattamento mediatico delle due tragedie.

In sintesi, che cosa è accaduto quella notte nel centro della movida estiva a Bastia Umbra?

Siamo nei pressi della discoteca “Country” verso le quattro del mattino. Una Opel Corsa colore nero dà un colpo di clacson per farsi far strada da un crocchio di ragazzi. La risposta “c’è spazio a sufficienza” fa sì che i ragazzotti dell’auto scendano per malmenare qualcuno e lo fanno violentemente, con calci e pugni. E poi lo investono con l’auto.

Il sostituto procuratore della Repubblica Abbritti scrive di “rissa aggravata da omicidio e omicidio preterintenzionale“, così come rislutano i fatti contestati a tre giovani albanesi, che sono i responsabili del fatto.

I diversi racconti della lite degenerata in rissa non corrispondono tutti, per cui pare che tra i due gruppi vi siano state diverse provocazioni verbali e fisiche.

In questo, la tragedia di Bastia Umbra sembra diversa da quella di Colleferro che riguardò il povero Willy. Diversa per modalità, ma non per esiti e non per caratteristiche di malvagità e violenza, anche se alcuni avvocati difensori affermano che i loro assistiti sono solamente imputati di “rissa aggravata da omicidio” e non da “omicidio preterintenzionale”.

Sarà anche così, e si può comprendere il distinguo un po’ sofisticato dei termini di legge penale, ma la domanda resta: quali erano le intenzioni di coloro che hanno ucciso Willy e di coloro che hanno ucciso Filippo? Quale era il grado di consapevolezza, prima ancora che del crimine che stavano commettendo, e quindi del reato penale, della violazione assoluta di un’etica del rispetto della vita umana?

Uno degli avvocati sostiene che i ragazzi incolpati della morte di Filippo, nella fretta di scappare (e quindi erano consapevoli di averla fatta grossa), “non si sono accorti di aver travolto il ragazzo” ormai a terra privo di sensi, forse già morto o forse no.

Il legale che tutela il giovane imputato di avere sferrato il colpo con un tirapugni non spiega tutto, perché deve ancora chiarire bene le cose con il suo assistito. Mi domando quale possa essere la linea di difesa di un imputato che volontariamente, consapevolmente, ha colpito un ragazzo con il tirapugni, ben sapendo che si tratta di uno strumento anche mortale. Non lo sapeva? Usava solitamente il tirapugni contro un sacco da boxe o un punching ball?

E ora veniamo agli aspetti mediatici delle due vicende, comparandole, per riflettere sulle differenze profonde della loro rispettiva trattazione.

La tragedia di Willy ha dominato la scena dell’informazione nazionale per quindici giorni, contendendo al Covid la primazia del tempo-notizia, ha occupato più volte con foto e articoli le prime pagine dei maggiori quotidiani cartacei, mentre la tragedia di Filippo è stata resa nota da striminziti comunicati sui media nazionali, mentre è stata trattata più diffusamente dai quotidiani e dalle tv dell’Italia Centrale.

Perché? Dati gli elementi di diversità dei due fatti, ma anche la identica gravità dell’atto criminale, dove sta il fomite ispiratore delle differenze in fatto di media? Forse che sta nel fatto che Willy era di colore e Filippo bianco caucasico? Se fosse così, mi sembrerebbe una ragione idiota, imbecille, perché eticamente una vita vale qualsiasi altra vita, come insegnano i grandi padri del nostro pensiero greco-latino e cristiano, da Aristotele a Tommaso d’Aquino a Kant, anche se giuridicamente i primi due non contestavano la schiavitù, e il terzo conservava pregiudizi verso le persone di colore. Seconda ragione: in Italia, salvo alcune tremendamente ignoranti e crassamente arroganti minoranze razziste e fasciste, non è diffuso un sentimento suprematista al modo degli Stati Uniti d’America di questi anni, che hanno (speriamo solo fino al 4 novembre p.v.) il presidente che si meritano.

Non abbiamo bisogno che i media progressisti si distinguano per queste… distinzioni. A me pare che costoro – sotto sotto – pensino questo: trattiamo Willy da immigrato sfortunato e fragile e Filippo da bianco borghese che forse se la è anche cercata. Non so se esagero, ma forse anche no. Il “politicamente corretto” è idiota e fa il paio, da un punto di vista intellettuale, anche se non da quello morale, con gli atteggiamenti razzistici.

Non serve, non è utile, anzi è pedagogicamente e andragogicamente dannoso per il giovani in cammino, i giovani che non hanno alba della storia passata e recente e possono essere condizionati negativamente da un’informazione parziale e bacata. Le vite di Willy e di Filippo valevano uguale, perché uguale era la loro dignità di giovani uomini in vista della vita da adulti.

E anche l’informazione avrebbe dovuto essere equanime, nel raccontare un dolore infinito, ripetuto due volte in circostanze diverse, in una società che ha bisogno di recuperare con equilibrio un pensiero critico, che è in crisi, perché non è nutrito abbastanza dall’umiltà della ricerca personale, intellettuale e morale, e talora è inficiato dall’incultura dei violenti e dalla stupidità del politically correct.

Le “conte” di Remigio e le stupidaggini dei giornalisti

Remigio viene con me in piscina a fare ginnastica antalgica. Lui deve essere più o meno sull’ottantina, massiccio, muscoloso, come deve essere uno che ha lavorato per quarant’anni nei manufatti di cemento. Alto forse un metro e settanta pesa novanta chili di forza pura. Niente grasso. Quadrato.

Le oche di Remigio

Parla quel veneto che è tipico dei confini con il Friuli storico, quello che si aggancia al friulano di Pasolini. E racconta racconta, forbito di parole essenziali, spesso onomatopeiche.

Remigio ha nell’aia oltre un centinaio di animali, fra pollame, conigli, oche, anatre, un’asinella e un maiale, che tiene in amicizia e non uccide personalmente. A quest’uopo ha uno stuolo di amici che provvedono alla bisogna. Lui non vuole né ammazzare né veder ammazzare gli animali. Quando gli racconto che io, come rito di passaggio, a ventidue anni, uccisi un maiale con un fucile, fulminandolo con un sol colpo, ha un moto a mezzo tra la paura e l’orrore.

Mi dice che l’asinella e il maiale dormono insieme e sembra dialoghino, in amicizia, e di questo si bea nel suo bucolico agreste angolo della campagna.

Remigio ama parlare anche dei decenni passati al lavoro, dove godeva della fiducia e dell’amicizia dei “paroni”. Là si sentiva a casa sua, nella ditta dove passava dieci ore al giorno, dove “contava”, forte della sua passione aziendale, che oggi nei testi di gestione del personale si chiama “commitment”, solito anglicismo alla moda. Noi Italiani siamo esterofili, forse connotati da complessi di inferiorità consolidati nei secoli. E pensare che l’Impero romano è di qui, il Rinascimento è di qui, Dante e Michelangelo sono di qui.

Ma che commitment e commitment! Diciamo passione, quella che Remigio ha sempre provato per la Ditta, per gli Animali che gli riempiono il cortile e la vita, per la Vita.

Tra le “conte” di Remigio e quelle di insigni giornalisti, scelgo le prima, non solo perché sono più interessanti narrativamente, ma anche perché sono più veritiere.

Un esempio? Stamani l’insigne Massimo Giannini, direttore non so di quale quotidiano titola (o fa titolare) il suo pezzo sulla situazione idrogeologica italiana “Annuncio di un’apocalisse futura”. Due errori, uno concettuale e l’altro filologico-etimologico: parlare di “annuncio” è come dire che qualcosa accadrà di nuovo, quasi necessariamente (ed è ciò che gli inglesi chiamano wishful thinking, cioè “profezia che si auto-avvera”); usare il termine “apocalisse” in luogo di “catastrofe” significa non conoscerne il significato, poiché, come è noto non solo a grecisti di chiara fama, “apocalisse” significa “rivelazione” e non “catastrofe”. Penso di avere scritto e spiegato questo almeno un centinaio di volte nei miei scritti e detti pubblici, che evidentemente non arrivano a questi culti signori.

Viva Remigio, e abbasso gli illustri signori della cronaca imprecisa e sciatta, là dove l’allure fa il paio con la noia, trista inimica dei giorni, da rifuggire con cura, magari nel rifugio delle conte di Remigio da Marignana, Friuli.

Antonio Demarco, Lecce: l’invidia è il secondo dei vizi capitali per gravità, dopo la superbia ed è ad essa collegato, nonché all’odio e alla violenza

Invidia è una parola che spesso si usa a sproposito, intendendo magari “gelosia”. Anticipo qui, per spiegarlo meglio più avanti, che l’invidia deriva dal latino in-vidère, cioè guardare male, di malocchio, di storto, al punto da creare le premesse per l’odio e successivamente anche per la violenza.

Pare che l’episodio di Lecce dove lo studente ventunenne ha massacrato la giovane coppia “troppo felice” il flusso psichico che ha condotto al delitto duplice, abbia funzionato proprio così. Ora si scatenerà la canea degli esperti televisivi nel vari talk show, pagati bene bene, ognuno con la sua teoria e la sua “medicina”, per modo di dire. Mi pare già di sentirli concionare, pro-vocati dai vari esperti in delitti e crimini: la criminologa, il malinconico psichiatra che va di moda fra le signore di buona famiglie, a altri più o meno noti.

Tra i giornalisti cito uno intelligente, che scrive bene: Giuliano Ferrara. Ferrara cita sul Foglio addirittura la violenza biblica e i romanzi granguignoleschi dell’800, per parlare dei fatti di Lecce. “Uccidere la felicità” è il titolo, per dire che l’invidia si manifesta fin dall’arcaica vita pastorale di Caino e poi prosegue a diffondersi nei villaggi e nelle città che l’uomo viene fondando, fino ai nostri giorni. L’invidia è sperare, augurare il male agli altri, è godere del male degli altri, è non ammettere che vi possa essere gioia al di fuori del proprio controllo. E questo è un atto di superbia, fomite e madre dell’invidia e maggiore dei peccati.

Un altro giornalista, a me non simpatico per il suo ambiguo passato di estremista, il cui nome qui non riporto (ma che il lettore attento potrebbe intuire ) cita Dostoevskij e Pierpaolo Pasolini per dire che sono stati forse i maggiori “cantori” dell’homo crudelis dei nostri tempi. Vero, ma costoro erano grandi scrittori, mentre costui dovrebbe citare anche se stesso come cattivo, cattivissimo maestro di odio e di violenza negli anni ’60 e ’70.

Consiglio di riprendere un autore un poco dimenticato, il monaco benedettino dell’Undecimo secolo Pietro Abelardo, famoso per aver “fornicato” con una donna che amava. Anche nel suo caso, non solo le regole canoniche e civili hanno provveduto a punirlo, ma anche l’invidia della felicità di due esseri umani. Il mio caro collega Roberto D. B. filosofo e docente torinese, pubblicherà presto, con mia grande gioia, un volumetto sull’Etica di Abelardo. Sarebbe una buona lettura per tutti.

Vediamo che cosa scrive dell’invidia un filosofo-teologo eticista come Tommaso d’Aquino.

Secondo il suo pensiero (cf. quaestio 36 della Summa Theologiae, Secunda secundae pars) l’invidia è il secondo più grave vizio capitale, dopo la superbia. L’invidia per San Tommaso è un “invidère“, un “guardare male” l’altro, una specie di odio, o di tristezza d’animo per i beni altrui, sulle tracce del pensiero aristotelico (Retorica 2, 19), e di San Gregorio Magno (Moralia 5, 46).
L’invidia è secondo la morale cristiana un peccato mortale e un vizio capitale, dunque, e ha delle “figlie” degeneri: la mormorazione, che è occulta, la detrazione , che è esplicita; essa partorisce perfino l’esultanza per l’infelicità altrui, e il dolore per i successi di un altro.
La gelosia è invece un sentimento più flebile, anche se a volte dannoso. Nei casi migliori è un desiderio di imitazione di qualcuno più bravo perché più grande, tipico tra fratelli, cosicché non è – in sé – più di tanto dannosa, ma se è invece un cattivo sentire verso uno più capace sul lavoro, e perciò lo si denigra o lo si bypassa, non va bene, perché in quel caso si trasforma in invidia. Poi c’è la gelosia d’amore, plausibile in una giusta misura, ma solo se non deriva da un’insicurezza individuale.
Quante situazioni, casi e circostanze conosciamo, nelle quali si è manifestata la mala pianta dell’invidia? Che fare per estirparla? Oppure ci appartiene ineluttabilmente? Ce ne serviamo? Se sì abbiamo bisogno di un lavacro interiore, di pentimento e di perdono.

Che cosa sta accadendo in questa società pervasa di ignoranza e di cattiveria? Come è stato possibile il duplice delitto di Lecce e come il suicidio di un undicenne a Napoli che si è gettato dall’11o piano perché, come spiega in una lettera ai genitori “doveva seguire l’Uomo nero“, come si legge sul web.

Il web e i social sono pericolosi se non usati bene, se chi li utilizza non possiede i criteri di giudizio per servirsene positivamente evitando ciò che di male possono propalare. I giovani e i giovanissimi possono esserne vittime.

Scrivevo sopra che per Tommaso d’Aquino anche la mormorazione è pericolosa, ma aggiungerei, con papa Francesco, che lo è anche il pettegolezzo, il gossip, che sono male piante da estirpare, come il lavorio delle malelingue nei condomini e nei quartieri.

Ma soprattutto è da estirpare la stupidità che alligna nell’ignoranza e si avvale di questa per trasformarsi in prepotenza, protervia e arroganza violente.

Referendum: il 70% degli Italiani ha votato SI’: ora forse meno mangiapane a tradimento e più politica. Una riflessione sull’identità e sull’alterità

Il titolo è greve ma il sentimento viene da lontano, e non è il manifesto dell’antipolitica. Chi mi conosce sa quanto io sia distante dai grillismi e dai salvinismi, e da tutto ciò che è generico, banalizzante, culturalmente rozzo e contemporaneamente arrogante. Ciò che è culturalmente scarso fa il paio con l’inconsapevolezza del non-sapere e la conseguente prepotenza verbale e a volte non solo. I fatti di cronaca criminale che spesso registriamo, purtroppo, trovano il loro humus di coltura nella “cultura del disprezzo dell’altro” e nel pregiudizio concettuale. Possiamo dire che indirettamente coloro che usano la violenza verbale sono gli ispiratori occulti e stupidamente inconsapevoli dei violenti, come i beoti “eroi” massacratori di Colleferro.

il Senatore Razzi

Chi meno sa più sbraita insultando; chi più sa, più ascolta, consapevole di avere sempre qualcosa da imparare. Meditate gente e lettori “casuali” curiosi di questo sito, meditate! E qui non mi rivolgo a coloro che chiamo solitamente “miei cari lettori e lettrici”.

I Veltroni (che delusione!), i Prodi, i Calenda, le Maraini e altri possono urlare finché vogliono “all’attentato alla Costituzione”, e blaterare di crollo della rappresentanza, e di schiavizzazione degli elettori da parte delle segreterie politiche, che non attacca.

Il nostro tempo è strano. Si sta vivendo un cambiamento sociale e identitario e alteritario profondo. Vediamo un po’.

Il concetto di identità, nelle scienze etno-antropologiche, psicologiche  e sociologiche concerne ciò che una persona ha maturato su sé, sia sotto il profilo individuale sia sotto il profilo sociale. E’ ciò che caratterizza l’irripetibile unicità di un individuo umano, di una persona. Non è del tutto immutabile, perché si fonda sui tratti caratterologici che si consolidano nella prima adolescenza e dipendono da genetica, educazione e ambiente di nascita e di crescita.

Ciononostante, nel tempo, con l’esperienza, certamente possono accadere delle modificazioni, anche in forza della crescita e maturazione dell’individuo e dei cambiamenti socio-culturali ed economici.

Anche se qui non mi soffermerò sulla tradizione classica, non vi è dubbio che la logica aristotelica costituisce la base di molte delle teorie attuali. A è sempre uguale ad A, anche per la logica identitaria contemporanea, quantomeno per quello che ci interessa dire qui. Sappiamo, di contro, che Hegel sta a capostipite delle logiche identitarie  evolutive, trasformative, su cui potremmo soffermarci di più in futuro.

Luigi Pirandello estremizza la fluidità dell’identità con l’opera Uno, nessuno, centomila  che non commento granché, perché a tutti nota. Il dramma pirandelliano affronta il tema dell’identità ponendo il tema della maschera, che ciascuno indossa nelle varie situazione della vita.[1]

Un altro aspetto dell’identità è quello connesso a tutto ciò che è esterno al proprio sé, cioè alla società in generale,  e più in particolare al proprio gruppo, al proprio livello culturale, professionale, etnico, linguistico, nazionale, etc. Tutto ciò può essere definito alterità.

Possiamo anche ricordare i momenti indicati dalle dottrine psicologiche come step del processo della formazione identitaria: l’identificazione, l’individuazione, l’imitazione e l’interiorizzazione. È chiaro che cosa significhino i quattro momenti che producono prima di tutto il senso di appartenenza a “qualcosa” di esterno a noi stessi, e successivamente ciò che ci caratterizza individualmente e irripetibilmente; infine si produce un processo imitativo di modalità esterne, sociali, che poi viene in qualche modo interiorizzato, anche grazie all’immagine che si riesce a dare di se stessi agli altri.

Addirittura, di questi tempi vi sono persone che cercano di modificare la propria identità percepibile all’esterno, per mostrare ciò che è o ritiene di essere nella società, magari la propria importanza o successo sociale, anche acquistando case e auto di livello, o abiti firmati, al fine di costruire una sorta di leadership sociale di status.[2]

Tornando a Pirandello, ognuno di noi, non solo riveste un’identità personale, autopercepita, ma anche un’identità sociale.

È intuitivo sapere che ogni identità è condizionata dal contesto e dalle relazioni, in modo che si può modificare a seconda delle situazioni e degli interlocutori del soggetto, il quale vive e sperimenta rapporti sia simmetrici, con persone di uguale livello sociale o lavorativo, ovvero asimmetrici, là dove l’interlocutore può essere un superiore o un coordinato. Tali riflessioni sono molto importanti, come si può capire, in ogni ambiente organizzato: azienda, scuola, reparto militare o ambiente ecclesiastico. Speculare al concetto di identità possiamo dunque indicare il concetto di alterità.

L’identità produce anche sentimenti di orgoglio, come segno distintivo dell’appartenenza a una comunità nella quale ci si può variamente identificare. In politica, particolarmente di questi tempi, talora si registra la tendenza a considerare negativamente chi non la pensa come noi, trasformando spesso gli avversari in nemici. Per esemplificare: i gruppi nazionalisti, razzisti, suprematisti e neo-fascisti possono essere considerati l’esemplificazione di questi atteggiamenti.

Bene, fatta questa riflessione, torniamo al nostro tema, che è quello della qualità politica. Sono convinto che la riduzione dei parlamentari in Italia ne favorirà la crescita, e non poco.

Riflettere sull’identità e sull’alterità ci può aiutare a comprendere ciò che sta succedendo nella politica e nella società, così come sono cambiate negli ultimi anni.

La qualità politica degli eletti non dipenderà dal loro numero, ma dalla capacità dei cittadini elettori di riflettere usando il pensiero critico, fino ad imporre ai gruppi dirigenti, segreterie e presidenze ad personam (nequizie politiche di questi tempi) un cambiamento dove la qualità personale dei candidati faccia finalmente premio sull’appartenenza ai gruppi di potere consolidati.

L’identità e l’alterità, quindi, potranno essere situazioni utili per collocarsi in modo positivamente critico nel nostro quotidiano vivente delle nostre relazioni inter-umane, anche politiche.


[1] Sappiamo che la maschera rinvia al concetto di “persona”, derivante dalla tradizione teatrale greco-latina, laddove gli attori, per farsi ascoltare bene dagli spettatori nelle cavee teatrali indossavano una maschera davanti al volto, che consentiva un’amplificazione della voce, da cui il sintagma per-sonare

[2] Cf. CORNARO A. Teorie classiche della formazione delle. Èlites politiche: Mosca, Pareto, Michels, Weber, Gramsci, Tesi di laurea, Bari A.A. 2002/ 2003.

Don Roberto e “la carne di Cristo”

Lui definiva in questo modo gli ultimi, i poveri poveri, carne di Cristo. Teologicamente non è una bestialità. Per nulla. il “Corpo mistico” di Cristo è la Chiesa universale e il Popolo di Dio è la Chiesa, e viceversa. Il sillogismo semplice finisce con una necessaria conclusione: anche l’assassino del sacerdote è “carne di Cristo”.

Paradossale? Sì, come è paradossale il Cristianesimo, che è – in senso stretto di filosofia religiosa – una non-religione, ma è la sequela di una Persona, quella di Gesù Cristo.

Molti infatti, quando elencano le religioni presenti nel mondo, mettono il cristianesimo al primo posto per quantità di fedeli, seguito dall’islam e via via, ma la classificazione, così concepita, è impropria, ovvero può andare bene per una semplificazione. In realtà, il cristianesimo evangelico è qualcosa di profondamente diverso da tutte le altre “religioni”, poiché non si fonda sulla base essenziale di testi sacri, che pure nel cristianesimo stesso non mancano, basti pensare ai due “Testamenti” e alle Lettere apostoliche, ma piuttosto sulla Persona e sull’esperienza terrena di Gesù di Nazaret, detto il Cristo.

Anche nelle altre grandi esperienze religiose vi sono persone che si sono poste a mediazione tra l’uomo e il divino, come Mohamed, come Mosè, come il Buddha, pur se quest’ultimo in modo estremamente diverso, in ragione di una concezione del divino molto distante dal cristianesimo, dallo stesso islam e dal giudaismo.

Cristo, invece, prevede la sua sequela, cioè il “seguirlo”, essenzialmente, semplicemente, duramente, umanamente. Anche fino al sacrificio estremo.

Se i Gesuiti nel loro motto scrivono (sequela) perinde ad cadaver, cioè fino alla morte, e la testimonianza di milioni di persone conferma quanto detto sopra, si può dire che don Roberto Malgesini ha seguito alla lettera Gesù di Nazaret.

Gli ultimi e i penultimi e i terzultimi… sono stati e sono tutti allo stesso livello per la carità cristiana. Don Roberto si occupava prevalentemente degli “ultimi” e per questo è stato anche criticato non poco. Bisogna chiarire che cosa si intende per “ultimi”. Forse che questa categoria sociale, e ancor di più morale, è costituita solo da chi vive in ristrettezze economiche estreme, al punto da non poter mettere in tavola due pasti al giorno? Si intendono i barboni, i senzacasa, i rovinati economicamente al punto da non avere più un tetto sopra la testa, che magari fino a poco tempo prima vivevano in certa agiatezza?

Certamente sì, ma ve ne sono anche altri, magari poveri, o poverissimi sotto altri profili, più spirituali. Anche questi sono, erano per don Roberto, “carne di Cristo”.

Qualcuno ha accusato questo presbitero di “buonismo”, nella recente tradizione di criticare chi ha attenzione disinteressata per gli altri, a volte confondendo il “buonismo” con il “politicamente corretto”, errore madornale!

Non conoscevo questo prete, ma mi pare che lui e il suo impegno nulla c’entrassero con il politically correct, ma piuttosto con l’incorrect

Don Roberto non era “buonista”, ma buono, un uomo buono che riteneva la sua missione essere quella di guardare all’altro come un altro se stesso, come un “cristo” ambulante, un’occasione per le opere di misericordia spirituali e corporali, che sono la pratica del cristianesimo vero.

Dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi... è la semplice liturgia, cioè azione del popolo, che riconosce in ogni “tu” un “io”, anche se povero e lacero.

Chi lo ha ucciso non ha pensato a queste cose e ha agito per rabbia e per paura, perché occuparsi degli ultimi è anche incontrare la rabbia e la paura. I sentimenti di rabbia e paura sono parte delle condizioni dello spirito umano, sono sentimenti umani.

Ecco, don Roberto non ha avuto paura della paura, osando starne in mezzo anche a rischio della sua vita, che ha perduto per acquisirne una più alta, se si crede.

Willy

La sua morte è qualcosa di diverso e di molto più grave di una tragedia, come può essere un grave incidente stradale o un omicidio preterintenzionale. E’ qualcosa di drammaticamente significativo per comprendere lo stato della “cultura etica” italiana, intanto. Rappresenta lo stato morale dei comportamenti dei protagonisti di questo omicidio volontario, senza attenuanti, tanto malvagio quanto assurdo e stupido. E del contesto che ha partorito questi stupidi assassini, ma che ha partorito anche Willy, così diverso, così “umano”. Intendo proprio – concettualmente – la generazione sociale dell’altruismo e della stupidità assassina, senza che tale dato psicologico depotenzi in alcun modo le responsabilità morali individuali.

Possiamo certamente interpellare la psicologia sociale e e quella individuale, la sociologia e la morale corrente, sia quella religiosa sia quella laica, ma non basta l’ausilio di queste scienze, perché occorre altro al fine di cercare di penetrare almeno un po’ nell’abominio mentale e fattuale del caso, nella mente degli omicidi.

Quali sono le priorità, cioè le cose importanti per cui questi orrendi giovanotti sono stati in grado di commettere atti come l’uccisione di Willy?

Non sappiamo nulla delle famiglie nelle quali sono cresciuti, chi li ha accuditi, istruiti (?), che scuola hanno fatto, se hanno frequentato la parrocchia, che valori spiccano nel loro contesto amicale, o della palestra frequentata…

Possiamo dire che la cosiddetta movida può essere l’ambiente nel quale droga, alcol, sesso e violenza si coordinano in un perverso cocktail di bruttezza e malvagità, perché bruttezza e malvagità si connettono, come la Bibbia e la grande filosofia greca ben spiegano? Vediamo come.

Non mi pare i siano dubbi che queste quattro componenti, messe insieme o anche separate, costituiscano un vettore di squilibrio psichico e sociale significativo. La droga non può essere ritenuta un investimento esistenziale (scherzo) e così l’alcol. Circa il sesso, non intendo certamente demonizzarlo, tutt’altro, ma la sua dimensione strumentale e concultatrice della personalità soprattutto delle donne, è un fattore molto negativo di relazione.

Non parliamo di ciò che significa la violenza come elemento gravissimo di negatività. La violenza è un abbassamento dell’umano, un imbarbarimento, un imbestiamento, senza offesa alcuna per gli esseri viventi-senzienti che chiamiamo “bestie”.

Vorrei proporre a questo punto una riflessione filosofico-teologica che attiene certamente a quanto sto scrivendo, per spiegare che il rapporto morale ed estetico fra bontà e bellezza, e fra malvagità e bruttezza, che rende evidente l’assurdo e la disumanità dell’episodio citato.

In ebraico, all’inizio di Genesi, là dove si narra la creazione – in sette giorni – del mondo, del cielo, il firmamento, e della terra, degli animali e dell’uomo, lo scrittore biblico si affretta a scrivere che Dio, osservando ciò che andava creando, considerava innanzitutto che era buono ciò che creava.

Ma in quella lingua sintetica, per definire il “buono” si usa la medesima parola che si utilizza per definire il “bello”. Qualcuno potrebbe dire che, siccome si tratta di un idioma assai arcaico e provvisto di un lessico limitato, per economizzare, gli scribi di quei tempi, parliamo di venti/ trenta secoli fa, preferivano avere un solo termine per i due concetti. Può anche essere così, ma solo in parte, perché Tôb  – per la mentalità del tempo e di quei luoghi – poteva tranquillamente prevedere che ciò che si manifesta con armoniosa bellezza non può essere malvagio: si pensi alla natura, agli animali, all’uomo stesso, declinato nei due generi, maschio e femmina (“li creò”), giovani, sani e forti…

Dio infatti non può creare il male, né la bruttezza, perché ciò sarebbe in contrasto con la sua natura divina, che è innanzitutto “luce intelligente”. Per quale ragione, infatti, una luce intelligente dovrebbe, prima creare e poi mostrare cose malvage e brutte? Sarebbe insensato!

Da tutt’altra parte, in Grecia, al tempo dei grandi filosofi, attorno al V e al IV secolo, si disquisiva di argomenti analoghi, ma in modo molto diverso. Colà si pensava e si scriveva in greco, la lingua più evoluta e ricca del tempo, capace di esprimersi con numerosi termini polisemantici (cioè con più significati), per cui non c’era il problema di sintetizzare il concetto di “bello” e di “buono” in una sola parola. Addirittura, quegli scrittori tanto dotti, Platone in primis, avevano costruito un termine composto, tecnicamente una “crasi”, tra il concetto di “bello” e quello di “buono”: kalokagathìa, dove vi è il termine kalòn, cioè il bello, e agathòn, cioè il buono: il bello-buono, in italiano.

E allora, come considerare questo orrore se gli assassini di Willy sono comunque esseri umani?

Come si sono coniugate malvagità e bruttezza nella genesi del loro agire?

Caro papà…

e questa volta non si tratta del mio, ma di quello del mio amico Cesidio, dal nome di uno sconosciuto santo appenninico. Suo padre è mancato e lui ha voluto scrivere qualcosa, come una lettera, un qualcosa per la memoria e per chi lo ha conosciuto.

“Sembrerà banale, ma risulterebbe alquanto difficile adesso ed in poco tempo descrivere il sognatore che era Nino Antidormi, così come l’utilizzo di frasi di circostanza mal si presterebbero a rendere onore e merito alla sua memoria soprattutto se descrivessero solo i suoi innumerevoli pregi di uomo, rendendo minima o assente ogni sorta di difetto. Di quello che è stato un eterno ragazzo piace invece partire proprio dai difetti e dal fatto che non ne ha mai fatto mistero.

Sua era la capacità innata di renderli “leggeri” citandoli spesso con un’auto ironia che strappava sempre fragorose risate. Questo spirito gli ha sempre fatto affrontare la vita e le situazioni peggiori, tra cui anche la malattia, con una forza d’animo che solo in pochi riescono ad avere. La parola d’ordine della sua vita è stata Amore: in primo luogo per la vita stessa, che ha cercato di rendere piena con qualsiasi cosa potesse condividere con gli altri e poi lottando fino alla fine per mantenerla. Non è un caso che la prova tangibile di quanto vissuto sia rappresentata dalla sua famiglia e dall’elevato numero di persone che nutrono, ancor oggi, nei suoi confronti stima ed amicizia. Per tutti sempre una parola, un consiglio, un aiuto senza mai risparmiarsi.

Come uomo lascia un vuoto incolmabile, un piacere ascoltarlo e non solo per la retorica utilizzata ma anche per l’arguzia e la facilità con le quali trovava sempre la parola giusta per tutti quelli che ne avevano bisogno. Come marito, spesso citava con ironia, di aver trovato in Pina tutto ciò che era il contrario dell’anima gemella, ma con lei aveva dato vita ad una famiglia numerosa e molto unita. Come figlio e fratello non ha mai perso il legame con la sua terra d’origine, la stessa che gli ha dato forse quel senso di protezione tipica dei pastori per il proprio gregge oltre che l’eleganza e la fierezza delle genti d’Abruzzo. Come amico, dai legami giovanili con lo sport, la scuola, l’intrattenimento, a quelli legati al mondo della scuola che come docente ha vissuto, sono innumerevoli le attestazioni di stima ed affetto che ancor oggi gli vengono attribuite. Come padre, nonno e zio rimane e rimarrà nella memoria quale esempio da seguire per la modalità con la quale ha affrontato la vita cercando sempre l’aspetto positivo delle cose, aiutando sempre la crescita nel rispetto dell’unicità di ciascuno e nel capire che la vera ricchezza sta nell’amore incondizionato verso la propria famiglia.

Che il Dio Consolatore possa dar sollievo a quanti ne sentiranno la temporanea mancanza, ciascuno per il lasso di tempo che gli è dato avere e che ancora li divide dal ritrovarlo nella dimensione eterna. Corre l’obbligo di chiudere con una citazione dell’immenso Sant’Agostino: “Coloro che ci hanno lasciato non sono degli assenti, non sono degli invisibili: tengono i loro occhi pieni di GLORIA puntati nei nostri pieni di LACRIME”.

Nulla vi è da aggiungere, se non un abbraccio, caro Caesidius.

Claudio racconta… un anno di scuola o quasi

Claudio è un professore di storia e filosofia del liceo Jacopo Stellini di Udine dove insieme, nella stessa classe e sezione, la F, studiammo mezzo secolo fa, più o meno, e dove decenni dopo si è diplomata anche mia figlia Beatrice. Da tempo sto cercando memorie scritte di quegli anni e da quei compagni di scuola, e le sto trovando, a partire da quelle di Nando (o Ferdinando) C., il più famoso studente/ gerundio di quel tempo e storico tutore dei lavoratori, e di Sergio Di G., valoroso generale dell’Arma. La cara Daniela Z., per ora, è un’attenta lettrice di codeste prodezze letterarie. Per ora, perché spero di ricevere qualcosa anche da lei. E, chissà. magari anche da altri. Francesco, Alberto, Massimo, Ornella, Enrico…?

il Prof Claudio Giachin

Claudio ha voluto generosamente offrirmi questo racconto.

“Claretta Moro insegnava lettere al ginnasio, aveva avuto un incarico annuale. La sua classe era la più sventurata e sballottata della scuola. Dapprima era stata sistemata in soffitta in uno stanzino, poi nell’atrio rivolto verso via Cairoli. Venne innalzato un separè alto non più di 2 metri per separarla dal corridoio ma non dal trapestio e dal vociare di studenti, insegnanti e bidelli. In quella V ginnasio c’era uno studente ancora un po’ timido che Claretta prese a ben volere e ad additarlo alla classe come esempio di impegno e profitto. Le premure della docente un po’ inorgoglivano il giovane un po’ lo infastidivano. La grande passione di Claretta erano I Promessi Sposi; un giorno uno studente sinceramente devoto portò in classe Famiglia Cristiana e lesse un articolo che rivelava che nel pranzo dal Conte Zio erano state mangiate delle polpette di carne di venerdì. Il caso era serio dal punto di vista teologico perché lo studente sosteneva che Manzoni era caduto in peccato e probabilmente nella confessione lo aveva scordato compromettendo la salvezza.

Naturalmente Claretta sosteneva che Manzoni non aveva mangiato le polpette bensì i suoi personaggi ed era perciò innocente, ma la classe provocatoriamente era di diverso parere. La discussione tenne banco per un paio di settimane. Un giorno, a insidiare il candore degli allievi, si presentarono degli studenti universitari con dei volantini con i quali, a sostegno della richiesta di una Università a Udine, veniva proclamato uno sciopero per il giorno successivo. Claretta mise in guardia la classe dal seguire gli inviti allo sciopero di quei pericolosi sobillatori. (Il professor Petracco ex partigiano e stimato docente di greco e latino faceva parte del comitato per l’Università anche se certamente non era tra i fautori della manifestazione).  Il giorno della manifestazione, fuori dal Liceo, nel luogo di raduno della classe, si svolse un autentico dramma: le ragazze scongiuravano alcuni sciagurati dall’intraprendere una azione così pericolosa. Claretta avrebbe sofferto molto.

La giornata di fine novembre era insolitamente soleggiata e non fredda e invogliava a trascorrerla in compagnia nelle vie cittadine Non ci furono dilemmi amletici da sciogliere, il cocco della professoressa con altri due scavezzacolli disertò la scuola. Il giorno dopo Claretta chiese ai reprobi la giustificazione che nessuno aveva. Ritirò i libretti e scrisse una lunga nota ammonitrice. Scagliò poi con rabbia il libretto contro il suo preferito con l’intenzione di colpirlo tanta era la delusione provata. Il libretto cadde in un angolo della classe e lì rimase per tutta la durata delle lezioni. Il clima si fece pesante: si fronteggiavano una pedagogista che lanciava occhiatacce cattive da una parte e dall’altra uno studente con un senso d’orgoglio smisurato che non voleva piegarsi all’umiliazione di raccattare il libretto. Alla fine delle lezioni fu un’allieva a raccogliere il libretto e a consegnarlo al compagno.

Hegel sosteneva che la lettura mattutina dei giornali era una forma di preghiera laica. Si parva licet, nella classe di Claretta la lettura quotidiana intensiva dei Promessi Sposi era un atto di fede recitato giorno dopo giorno. Nessuno stupore il tema in classe di quel mese riguardò proprio la “fede” del Manzoni e il significato di “Divina Provvidenza”. L’incauto studente non si lasciò sfuggire l’occasione per scrivere “Non credo quia absurdum est”. Non scrisse proprio così nell’elegante lingua latina, ma in un volgare più prosaico e rozzo. Scoppiarono lampi e fulmini, la madre dell’imprudente venne chiamata a un colloquio urgente. “Suo figlio è un ateo senza Dio, se continuerà così diventerà un delinquente” Le madri hanno un debole per i figli maschi e non vedono le loro pericolose inclinazioni e tendono a giustificarli. “Mio figlio ha tanti difetti ma non penso abbia una tendenza a delinquere”.

Per fortuna Claretta ignorava che il miscredente era cresciuto nella prima infanzia nell’osteria del nonno socialista, dove la domenica si giocava accanitamente a briscola e a tresette, in un crescendo di imprecazioni rivolte all’Altissimo e alla di lui Madre. Il bimbo conosceva benissimo tutte le bestemmie degli avventori ma i genitori e il nonno gli vietavano di profferirle. Se Claretta lo avesse saputo chissà cosa sarebbe successo. Per Claretta valeva il detto “Nulla salus extra Ecclesiam” e l’allievo non era propriamente un frequentatore dei riti cristiani. Nei giorni seguenti avvenne una strana e imprevista metamorfosi: l’ottimo allievo si era trasformato in un viscido e pericoloso eretico. Anche i voti mutarono: gli otto si trasformarono in due più,

Claretta riponeva ancora una debole speranza nel suo ravvedimento. Venne poi un giorno nel quale consigliò alla classe di acquistare un eserciziario di latino non previsto. Il giovane si fece dare dalla madre i soldi per l’acquisto ma entrato in libreria dimenticò subito il motivo per cui era lì. Gli scaffali pieni di libri erano una tentazione troppo forte e il giovane debole non seppe resisterle e se ne uscì con alcune tragedie di Shakespeare. Un giorno Claretta decise di interrogarlo in latino anche se il voto era già deciso. L’allievo consegnò il quaderno con le versioni fatte ma chiese il libro a un compagno. Errore fatale. “Come non hai il libro”? “Lo hai comprato”? L’ingenuo rispose: “L’ho cercato ma era esaurito”. “In quali librerie sei stato”? “Da Tarantola e alla Moderna”. Il volto di Claretta si fece paonazzo, scagliò la sedia dietro di sé e uscì con passo deciso e veloce dalla classe. Tutti erano sbigottiti. Rientrò dopo aver telefonato alle librerie e disse: ”Da Bruni il testo era disponibile; portami il libretto e ti metto due per l’interrogazione”.

La considerazione del bugiardo era scesa ancora dal due più al due netto. Ciò voleva certo dire che il caso era senza speranza. “Adesso porta la richiesta di sospensione di cinque giorni dal vicepreside per la firma. Longo il vicepreside ricevette l’allievo gettandogli occhiate severe e fulminanti e non ascoltò giustificazioni di sorta. Che fare? La pedagogia correttiva di Claretta era certamente fondata sulle migliori intenzioni. Ma la perseveranza dell’allievo nell’errore e nei cattivi comportamenti richiedeva solo punizioni severe. Lo sventurato era davvero dispiaciuto e non voleva recare un dolore così forte ai suoi genitori. Decise così di frequentare un bar di via Manin ritrovo della crema dei “marinatori” udinesi. Si sa l’ozio è il peggiore dei vizi ma in questa circostanza consentiva allo studente di passare le mattinate con spensieratezza, senza rischi scolastici e con marpioni che ne conoscevano una più del diavolo.

Passarono i giorni di sospensione e anche altri finché il giovane avvertì nel profondo della coscienza una voce che lo consigliava di affrontare con coraggio le tempeste scolastiche. Un giorno attese l’uscita di Claretta dalla scuola e le comunicò la buona intenzione di riprendere a frequentare il Liceo. Claretta si premurò di avvertire subito i genitori del pentito che venne redarguito severamente a casa. Il giorno dopo, accompagnato dalla madre, varcò i portoni della scuola ma Claretta si rifiutò di accettarlo in classe. Il certificato medico presentato era palesemente un falso in atto pubblico e la professoressa non voleva essere complice di un così grave reato. La madre andò allora dal preside Vigevani che ritenne prevalente il diritto allo studio e ordinò il rientro in classe. Non ci fu nessuna benevola accoglienza. Il piccolo delinquente doveva essere isolato dal resto dei suoi compagni.

Così gli fu ordinato di isolarsi in un banco singolo in fondo alla classe e contemporaneamente a tutti gli altri allievi fu comandato di avanzare con i banchi in modo da lasciare un discreto spazio vuoto tra il confinato e le “animulae vagulae blandulae”. Non contenta di ciò, a queste ultime vietò, pena provvedimenti, di rivolgere la parola a un così pericoloso eretico e corruttore. Pochissimi furono i coraggiosi che, quando non visti, violarono il divieto. Il rendimento scolastico reale finì con il coincidere con il giudizio a priori di Claretta. Passarono giorni di solitudine, di mestizia e di rassegnazione. Venne marzo e la madre venne di nuovo convocata e informata della decisione già presa da Claretta di bocciare l’incorreggibile e la consigliò di ritirare il figlio. Forse così si sarebbero preservati meglio gli allievi dalle cattive influenze.

Così avvenne e dopo un’estate passata tra i libri l’anno scolastico venne superato in tutte le materie positivamente con una media del sette meno. Claretta faceva parte della Commissione d’Esame ma non mostrò né accanimento né risentimento. Ci fu un momento durante l’esame di riparazione di vero imbarazzo. In un momento di scarsa presenza mentale Claretta fece una domanda sul passerotto di Lesbia “Passer, delicae meae puellae”… Subito però si riprese, confortata dalla commissaria di francese. Chissà come avrebbe tradotto “passer” quel malandrino! Accortasi della domanda sconveniente riformulò la richiesta: “Parlami di Sirmione “Paene insularum, insularumque ocelle”… e dell’importanza che riveste nella poetica di Catullo. In questo caso le commissarie non si avvidero dell’ambiguità dell’incipit del carme. L’allievo però tradusse correttamente quel paene e quel che seguiva. Superata la prova chiese di essere iscritto in una nuova sezione la I F del Liceo temendo un nuovo incontro ravvicinato con Claretta e invece non la rivide più essendo ella approdata su altri lidi scolastici.”

Non occorrono commenti. La vita del nobile Liceo Ginnasio, ancorchéun tempo imperial-regio, così scorreva in quegli anni, anche come la racconta argutamente l’amico Claudio, quando eravamo fanciulli spensierati, ma non troppo, ché alle porte stava arrivando la Rivoluzione.


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