Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Autore: Renato Pilutti (page 2 of 176)

Cieco-pacisti e figure di merda

Dispiace che molto “popolo” (forse l’80% del totale del popolo, secondo una realistica “gaussiana” fa parte del “popolo”), quello che non si accorge delle bestialità ciniche e volgari che qualche politico sostiene, continui a ignorare le bestialità stesse.

Guarda un po’, caro lettore, mi riferisco, come già ho fatto millanta volte, all’ineffabile capo dei 5S, Conte Giuseppe, capace di sostenere “A” e il “suo contrario”, tesi logicamente contraddittoria (come ci ha insegnato Aristotele 2400 anni fa, all’incirca con queste parole: “non si può affermare o negare dello stesso soggetto nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto due predicati contraddittori“, che illustra il Principio di non-contraddizione) con la faccia tosta di chi è abituato a mentire anche a sé stesso, perché ontologicamente, proprio come “struttura di personalità”, la quale – come è notorio agli intellettualmente onesti – è costituita da genetica, ambiente ed educazione, è qualunquista, proprio come l’Antonio Albanese della saga di Cetto Laqualunque, prefigurazione cinematografica dell’avvocato foggiano. Auff, Cicero adiuva me!

Respiro, finalmente.

Sulla guerra di aggressione della federazione Russa all’Ucraina: l’ineffabile esclama stentoreo nella piazza uno spaventoso proclama (ah ah ah!) “…il Governo NON SI AZZARDI ad inviare armi all’Ucraina senza un dibattito parlamentare“. Con garbo e una certa nonchalance il ministro Crosetto, cui non dispiacerebbe misurarsi con Conte a singolar tenzone (e l’arma del duello la scelga pure Conte, pistola a colpo singolo, come nel leggendario film kubrickiano Barry Lindon, revolver, semiautomatica, sciabola, picca, fioretto o mazza ferrata, non importa), ha risposto che il Governo si atterrà alle leggi e alle determinazioni assunte democraticamente in Parlamento.

Non si azzardi...”, una minaccia. Ridicola in sé, come quella del contadino che dice che se tuona può piovere. Ma che paura, una minaccia dell’avv. Conte, che paura! Mi si restringono i calzini di fronte a tanta coraggiosa baldanza! E se il Governo “si azzarda”, che cosa succede, che cosa farà il minaccioso leader scravattato?

Continuerà nel suo percorso sempre più piazzaiolo, o tornerà alla pochette d’ordinanza per riprendere quell’allure che la sua sconosciutezza (sì, “sconosciutezza”, è un neologismo italico, un mio ghiribizzo di cantor domenicale) contribuiva a incuriosire qualche generoso benpensante?

Non stanchiamoci di ricordargli che, Draghi imperante (ablativo assoluto, cuibusque Latina lingua cognita non est), quest’uomo ha sempre votato per inviare aiuti di pace e aiuti di guerra (sistemi d’arma) all’Ucraina aggredita. Giustamente, secondo l’Etica alta del diritto alle legittima difesa!

Le due piazze “per la pace”, quella di Roma e quella di Milano sono state molto, molto, molto diverse. Come il mio lettore ha capito, se avessi potuto sarei andato a Milano, ebbene sì, Con Renzi e Calenda, e anche con la Moratti, essendomi nessuno dei tre simpatico. E avrei evitato accuratamente Roma, ma non perché non comprenda e non sia vicino al sentimento puro dei più, che là marciavano, dalla fanciulla che obliterava la storia con le pagine del sussidiario di terza media, alla signora in età seduta stanca nel mezzo della via che era contenta di star lì, al giovane cinquantenne con barba e naso da clown convinto che allegramente si possa convincere a far pace Putin e Zelenski (sì, perché molti colà intervistati citavano l’uno e l’altro, come se entrambi fossero equamente responsabili dei massacri indecenti), alle colorate ragazzine che compitavano “pace, pace, pace”…

L’avrei (e l’ho) evitata per non incontrare, prima di tutto il già troppo citato giurista daunio, per non incontrare don Ciotti, che mi ha stufato fin dai suoi esordi come eroe antimafia (si lavasse i capelli, ogni tanto!), per non incontrare Fratoianni e Bonelli, i cui discorsi prevedibili fin dal primo accenno pre-verbale m’annoiano come poche altre cose al mondo, per non incontrare Travaglio (mea ratione omnibus cognita), per non avere la pena di incontrare il buon Letta, che apprezzo per quest’ultima stanchissima coerenza civica e morale. Purtroppo è circondato da figure mediocri come il suo vicesegretario e altri, zavorra di questo ex grande partito.

Mi fa male per lui e per lo sgangherato suo partito di questo tempo.

Riporto dal dizionario Treccani, integralmente la dizione di cieco-pacista, s. m. e f. (iron.) Chi sposa la causa pacifista senza il vaglio della ragione. ◆ La distinzione che ci divide è tra pacifisti incoscienti — che dirò «cieco-pacisti» — e pacifisti pensanti. Il cieco-pacista non sente ragioni, è tutto cuore e niente cervello. (Giovanni Sartori, Corriere della sera, 18 ottobre 2002, p. 1, Prima pagina) • Il professor [Giovanni] Sartori ha inventato il neologismo ciecopacista per dire un pacifista virtuoso ma utopico, senza un serio rapporto con la realtà. (Giorgio Bocca, Repubblica, 21 aprile 2004, p. 1, Prima pagina), ad libitum…

A Roma, la piazza era colma di questo tipo di persone, laici e cattolici, questi ultimi convinti da pissime ragioni da me non condivisibili. Ingenui!

Non mi interessano i cieco-pacisti, ma la ricerca di una conoscenza reale dei fatti e le azioni necessarie per porre fine all’aggressione. Pace, dunque, ma in una situazione giusta, dove chi vive in Ucraina possa svegliarsi domani senza un drone sulla testa e la Russia stia tranquilla, se vuole, a sognare i sogni di gloria imperiali nel suo mir, che significa pace secondo i propri voleri, che non diverranno mai realtà.

…surfando sull’orlo del caos, logica fuzzy, frattali e auto-similarità, casualità e causalità, nella natura e nell’uomo stesso

Le immense onde oceaniche che si abbattono sulle coste frastagliate dell’Algarve (toponimo derivante dall’arabo Al Garbh), sembrano travolgere il coraggioso surfista, ma quegli emerge miracolosamente da sotto la ripiegatura dell’onda che lo rincorre. E lui continua surfando… sull’orlo del caos.

Locandina del film “Un mercoledì da leoni”

Queste onde richiamano concetti matematici come i frattali da un lato, e filosofici come la complessità dall’altro, i cui assiomi primari sono stati approfonditi in questi anni da studiosi di fama come il russo Ilya Prigogyne e l’italiano Alberto F. De Toni, caro e valoroso amico, cui ho “rubato” la prima parte del titolo dal suo account di whattsapp.

Un concetto che si può riferire ai due sintagmi citati è autosimilarità, che in filosofia significa una sorta di analogia di partecipazione della parte (dell’ente) al tutto e viceversa. La sintesi espressiva di questo “tutto” può essere Unità nella Distinzione nella Relazione, che poi è lo slogan del mio blog.

Ecco dunque alcuni punti di tangenza tra filosofia, fisica, matematica e geometrie non euclidee.

Che cosa è un frattale: “un oggetto geometrico dotato di omotetia (in matematica e in particolare in geometria una omotetia composto dai termini greci omos, “simile” e dal verbo tìthemi, “pongo”) interna, cioè di una capacità di ripetersi nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, e dunque ingrandendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all’originale” (dal web).

Si dà dunque anche una geometria frattale, non euclidea che studia queste strutture, ricorrenti ad esempio nella progettazione ingegneristica di reti, e nelle galassie. Ecco una formula logaritmica adeguata:

{\displaystyle {\frac {\log 4}{\log 3}}\approx 1{,}26186}

Anche in geometria, come in filosofia, si può definire questa caratteristica autosimilarità o autosomiglianza, mentre il termine “frattale” venne scelto nel 1975 da Benoit Mandelbrot nel volume Les Object Fractals: Forme, Hasard et Dimension.

Il termine deriva dal latino fractus (rotto, spezzato), così come il termine frazione, vale a dire parti di un intero. I frattali si utilizzano nello studio dei sistemi dinamici e nella definizione di curve o insiemi e nella dottrina del caos. Sono descritti con equazioni e algoritmi in modo ricorsivo. Ad esempio, l’equazione che descrive l’insieme di Mandelbrot è la seguente: a_{n+1}=a_{n}^{2}+P_{0}}

a_{{n+1}}=a_{n}^{2}+P_{0}
a_{n}
P_{0}

dove a_{n}} e P_{0}} sono numeri complessi.

La natura produce molti esempi di forme molto simili ai frattali, come ad esempio nell’albero: in un abete, ogni ramo è approssimativamente simile all’intero albero e ogni rametto è a sua volta simile al proprio ramo e così via; un altro esempio si trova nell’osservazione di una costa marina, dove si possono notare aspetti di auto-similarità nella forma che si ripete in baie e golfi sempre più piccoli e collocati in successione lungo la costa stessa.

Altre presenza di forme a frattali sono presenti in natura, come nel profilo geomorfologico delle montagne, delle nuvole, dei cristalli di ghiaccio, di foglie e fiori. Il Mandelbrot ritiene che le relazioni fra frattali e natura siano più profonde e numerose di quanto si creda. Ad esempio, con la stessa mente umana, intesa come organo del pensiero.

«Si ritiene che in qualche modo i frattali abbiano delle corrispondenze con la struttura della mente umana, è per questo che la gente li trova così familiari. Questa familiarità è ancora un mistero e più si approfondisce l’argomento più il mistero aumenta»

Un altro esempio di analisi delle cose si può ritrovare nella logica filosofica denominata fuzzy , che si inserisce a buon titolo in questo novero di ipotesi teoriche.

La logica fuzzy (o logica sfumata) è una teoria nella quale si può attribuire a ciascuna proposizione un grado di verità diverso da 0 e 1 e compreso tra di loro. È una logica polivalente, peraltro già intuita da Renè Descartes, da Bertrand Russell, da Albert Einstein, da Werner Heinseberg e da altri meno conosciuti dai più.

In tema, con grado di verità o valore di appartenenza si intende quanto è vera una proprietà, che può essere, oltre che vera (= a valore 1) o falsa (= a valore 0) come nella logica classica, anche parzialmente vera e parzialmente falsa. Si tratta di una logica-in-relazione-ad-altro.

Si può ad esempio dire che:

  • un neonato è “giovane” di valore 1
  • un diciottenne è “giovane” di valore 0,8
  • un sessantacinquenne è “giovane” di valore 0,15

Formalmente, questo grado di appartenenza è determinato da un’opportuna funzione di appartenenza μF(x)= μ. La x rappresenta dei predicati da valutare e appartenenti a un insieme di predicati X. La μ rappresenta il grado di appartenenza del predicato all’insieme fuzzy considerato e consiste in un numero reale compreso tra 0 e 1. Alla luce di quanto affermato, considerato l’esempio precedente e un’opportuna funzione di appartenenza monotona decrescente quello che si ottiene è:

  • μF(neonato) = 1
  • μF(diciottenne) = 0,8
  • μF(sessantacinquenne) = 0,15

Aggiungiamo a questo novero di dottrine, anche la teorie del caos che troviamo in matematica, le quali possono mostrare anche una sorta di casualità (sul “caso” dirò dopo) empirica in variabili dinamiche, come nel frangente dell’oggetto matematico denominato asintoto (linea parabolica non-finita che si avvicina, senza mai toccarlo, a un segmento soprastante), mostrando come tra lo 0 e l’1 possano collocarsi infiniti (se pure relativamente) numeri o quote.

Ecco perché i paradossi di Zenone di Elea (VI secolo a. C.) possiedono una notevole perspicacia filosofica.

Comunemente il termine “caos” significa “stato di disordine“, ma nella sua dottrina può e deve essere definito con maggiore precisione, in quanto sistema dinamico, non statico, in questo seguente modo:

  • deve essere sensibile alle condizioni iniziali;
  • deve esibire la transitività topologica;
  • deve avere un insieme denso di orbite periodiche.

La transitività topologica è una caratteristica necessaria implicante un sistema evolventesi nel tempo, in modo che ogni sua data “regione”, che è un insieme aperto, si potrà sovrapporre con qualsiasi altra regione data. In sostanza, le traiettorie del sistema dinamico caotico transiteranno nell’intero spazio delle fasi man mano che il tempo evolverà (da qui “transitività topologica”: ogni regione dello spazio delle fasi di dominio del sistema dinamico verrà raggiunta da un’orbita prima o poi). Questo concetto matematico di “mescolamento” corrisponde all’intuizione comune fornita ad esempio dalla dinamica caotica della miscela di due fluidi colorati.

La transitività topologica è spesso omessa dalle presentazioni divulgative della teoria del caos, che definiscono il caos con la sola sensibilità alle condizioni iniziali. Tuttavia, la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali da sola non dà il caos. Per controesempio, consideriamo il semplice sistema dinamico prodotto da raddoppiare ripetutamente un valore iniziale. Questo sistema ha la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali ovunque, dal momento che qualsiasi coppia di punti vicini alla fine diventerà ampiamente separata. Tuttavia, questo esempio non ha la transitività topologica e quindi non è caotico. Infatti, ha un comportamento estremamente semplice: tutti i punti tranne 0 tenderanno a infinito positivo o negativo.

L’essere umano è la quintessenza della complessità, e il cervello la sua epitome-quintessenza, nel senso che ci hanno saputo spiegare in questi ultimi decenni i neuroscienziati. L’essere umano è l’esempio più formidabile della complessità vs. la complicazione.

Circa, infine, il caso, rinvio all’algoritmo più volte presentato in questo blog, laddove la differenza delle posizione dell’osservatore di un determinato fenomeno, rende il caso necessità. Mi riferisco alla topografia dell’incrocio stradale verso il quale si avviano due auto che viaggiano su strade perpendicolari, una delle quali ha la precedenza e l’altra no: chi può osservare dall’alto i due vettori CAUSALI incrociantisi, può affermare con sicurezza fattuale che, in determinate condizioni, esse (le due automobili) si scontreranno, al di fuori di ogni casualità, ma per perfetta causalità

Ripeto qui una facile espressione: la metatesi di una “u” cambia la “lettura logica” del mondo, e fa diventare “ordinato” il “disordine”.

(…) quod innocens, si accusatus sit, absolvi potest, nocens, nisi accusatus fuerit, condemnari non potest… (trad mia: …perché l’innocente, se viene accusato può essere assolto, mentre il colpevole, se non è stato accusato, non può nemmeno essere condannato) (“Pro Sexto Roscio Amerino, xx”, Marcus Tullius Cicero)

Brocardi e latinismi giuridici, come quest’altro seguente, ancora più interessante: Nulla lex innocentem punit. sed puta, se vis, hunc innocentem condemnari licuisse: certe non oportet (trad. mia: nessuna legge punisce l’innocente, ma prova a pensare, se vuoi, se fosse lecito condannare l’innocente, certamente non sarebbe giusto). Quid dicis, mi amice? Che cosa dici amico mio?

Marco Tullio Cicerone

Ricorro al Diritto Romano per dire che sono contento della nomina a Ministro delle Giustizia di un liberale, come il dottor Carlo Nordio, un uomo di legge garantista secondo quanto il Diritto Romano già proclama da oltre duemila anni, e che il migliore filosofare illuminista (Montesquieu) ha confermato con chiarezza… e che anche i nostri Padri costituenti hanno ripreso con l’articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana con queste parole: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (omissis)”.

Perché mi va di parlarne in questa sede? La ragione è legata alla mia esperienza carceraria di tutore legale, ma ancora di più alla mia attenzione etica più generale per la giustizia, che deve essere rigorosamente equa e capace di punire con equilibrio gli autori di reati, garantendo che la pena stessa sia eseguita, ma senza trascendere oltre; d’altro canto, riconosca i diritti delle vittime, tutelandole con rispetto, attenzione e cura. Per vittime intendo anche i condannati senza colpa, specialmente quando per errori giudiziari hanno scontato magari molti (o anche pochi, che sono sempre troppi) anni di carcere, e hanno diritto a un risarcimento pecuniario, che di per sé non corrisponde mai al dolore subito.

Si pensi che lo Stato risarcisce ogni anno circa mille persone per ingiusta detenzione, con un costo di svariate decine di milioni di euro.

Non vi è cifra ragionevolmente in grado di compensare anche un giorno solo di privazione ingiusta della libertà, che è il bene maggiore della vita dei singoli e di tutto il consorzio umano, superiore – a mio avviso – anche alla stessa giustizia sociale. In altre parole è meglio essere poveri ma liberi, piuttosto che essere non-poveri come nei regimi comunisti storici (non nell’u-topia sansimoniana o marxiana mai realizzate, appunto!), ma privati della libertà di pensiero, di parola e di movimento.

Meglio pane e salame (invece di ostriche e champagne), seduti sulla riva di un fiume, piuttosto di dover ubbidire a un regime che ti garantisce la sicurezza dalla nascita alla morte.

Già 72 sono i suicidi in carcere nel corso del 2022. Dall’anno 2000 si sono tolti la vita dietro le sbarre circa milleduecento persone. Si tratta di una specie di subdola, surrettizia irrogazione della pena di morte in un paese dove tale pena è stata abolita da settantacinque anni, con la riforma dell’articolo 21 del Codice Rocco (1930), che aveva reintrodotto la pena di morte già abolita dal Gabinetto Zanardelli nel 1880.

Riprendo il discorso generale: a) vi deve essere la certezza della pena; b) non si deve procedere ad arresti arbitrari e a detenzioni pre processo ingiustificate, se non in casi ben chiari di pericolosità dell’indagato, di fuga o di inquinamento delle prove; c) le procure non devono essere quasi “trasparenti” per i media, che possono accedere spesso a fascicoli che sono riservati per legge, per costruire “mostri” mediatici sulla stampa e in tv.

Ascoltavo qualche giorno fa per Radio radicale (emittente benemerita per il suo impegno ultra decennale dedicato al diritto alla conoscenza e per una giustizia giusta) la storia di Nunzia De Girolamo, ex deputata, che fu indagata e processata per nove lunghi anni, in base a intercettazioni di un colloquio privato a casa sua, nel quale avrebbe fatto affermazioni dubbie sulla gestione del sistema sanitario di Benevento, salvo poi essere assolta perché il fatto non sussisteva …e lei spiegava che comunque sapeva bene di essere una privilegiata rispetto alla maggior parte degli indagati che poi risultano innocenti.

Gli antichi brocardi e latinismi giuridici dovrebbero ancora ispirare la Politica legislativa in tema di giustizie e la stessa giurisdizione della Magistratura.

Mi auguro che il nuovo ministro della Giustizia, che ha già detto di voler partire con la sua attività studiando la situazione delle carceri, per poi procedere con la riforma della giustizia, il cui caposaldo, egli condivide, è la separazione delle carriere tra procuratori e giudici, così imitando la parte migliore del modello anglosassone, sia messo nelle condizioni di procedere.

Sì, proprio quello che vediamo nei thriller polizieschi e avvocatizi, là dove il giudice tratta parimenti con il procuratore, che è il pubblico accusatore, e con l’avvocato della difesa, senza commistioni pelose come quelle che spesso si notano nel sistema italiano tra i due magistrati. Il giudice deve essere veramente parte terza, senza avere nel procuratore un punto di appoggio che sbilancia il procedere del giusto processo, anche dal punto di vista psicologico e relazionale.

Un altro intervento da fare è quello dell’edilizia carceraria: tre quarti delle attuali Case circondariali (è l’eufemistica definizione della galera) sarebbero da abbattere o da ristrutturare profondamente, perché sono in contrasto, sia con lo spirito sia con la lettera dell’articolo costituzionale numero 27, che parla di possibilità di resipiscenza del condannato e di recupero sociale. Lavoro, cultura, dialogo, potrebbero essere i tre strumenti per rendere questa nostra Italia sempre più civile, visto anche che ha tra le peggiori carceri dei paesi democratici.

Circa l’ergastolo ostativo, non posso non sostenerne la plausibilità nei confronti dei criminali più efferati e non collaborativi, ma trovo che sarebbe utile “guardare dentro” con maggiore approfondimento da parte della Magistratura sorvegliante nelle biografie e negli intendimenti di condannati all’ergastolo, che, pur non collaborando, con il loro comportamento mostrano di poter provare a vivere un’esperienza esterna di comunità per ciò che gli resta da vivere, trattandosi quasi sempre di persone oramai avanti con gli anni.

Aggiungo: circa la condizione della “collaboratività” con la giustizia da parte dei condannati a un ergastolo ostativo, per poterne riconsiderarne l’applicazione rigida, forse bisognerebbe prevedere anche fattispecie più di dettaglio. Un esempio: se un ergastolano colpevole di delitti di mafia, sussistendo tuttora la mafia nelle sue varie espressioni criminali, può essere sempre in grado di collaborare con la sua organizzazione in qualche modo dall’interno, come potrebbe farlo un terrorista ex Brigate Rosse o ex Prima Linea o ex NAR, dato che queste organizzazioni sono state sconfitte ed eliminate? In questo caso, a mio avviso, si dovrebbe tenere presente il comportamento e i “valori” umani che il detenuto esprime, stando in carcere, per cui l’ostatività potrebbe venir meno.

Peraltro, se una persona del genere fosse “messa fuori” dovrebbe comunque restare in una struttura comunitaria per alcuni anni, cosicché la magistrature penale potrebbe controllarne le mosse e il livello di resipiscenza di fatto (cf. ex art. 27 Costituzione della Repubblica Italiana).

Uno strumento essenziale per affrontare i problemi di vita dei carcerati è l’approccio filosofico. La filosofia è dentro le carceri, con i suoi strumenti dialogici, ma potrebbe essere ulteriormente considerata come disciplina etica e pratica per migliorare la situazione e realizzare il progetto di riforma.

In questa situazione, come si muove la sinistra politica? Ho ascoltato l’ex ministro della giustizia Orlando lodare le parole del suo successore Nordio. Ora vediamo se il suo partito sarà conseguente nel sostenere il ministro e anche quanto già aveva introdotto Cartabia, o se si farà trascinare nel campo dei manettari cinquestelluti e travaglieschi.

Spes contra spem, semper.

Caro lettore, ti ricordi di Grozny, ti ricordi degli stupri, delle esecuzioni sommarie, delle distruzioni, dei rapimenti, del traffico di organi… Caro lettore, ti ricordi di ciò che Vladimir Valdimirovic Putin ebbe a dire a Clinton nel 2000, o giù di lì: “…voi avete il Nordamerica, controllate il Sudamerica, avete il controllo di molta parte dell’Asia e dell’Africa, dell’Australia, lasciateci almeno… l’Europa!” (Putin ebbe a chiamare “province” le nazioni dell’ex Patto di Varsavia, in quell’occasione, sottinteso, della Russia!) Ti ricordi, lettore? Ebbene, quel Putin è lo stesso che ora sta martoriando l’Ucraina. I dittatori non si chiedono che cosa vogliano i popoli, ma solo ciò che interessa a loro, per la concezione malata e omicida che hanno del potere. Hitler e Stalin soprattutto, e Mussolini (se pure in sedicesimi e grottescamente, se non avesse anche lui colpevolmente contribuito a generare tragedie), sono gli esempi rosso-bruni cui si ispira Putin. Allora, che cosa vogliono dire i trattativisti a ogni costo come i Conte (cui raccomando di ascoltare Arnoldo Foà, per misurare la distanza tra la sua inascoltabile voce e quella del grande attore), i Salvini e i Berlusconi, per i quali non dovremmo aiutare l’Ucraina? Vogliono dire che l’Europa e il mondo devono arrendersi al dittatore più sanguinario e pericoloso di questi decenni. Ne sono consapevoli e dunque sono dei complici, o non ne sono consapevoli, e dunque sono semplicemente stupidi. Chi mi conosce sa che diffido e temo più gli stupidi che i malvagi, perché i primi sono imprevedibili non sapendo che il loro agire, non solo provoca danni a volte non rimediabili, ma che dal loro agire non traggono alcun vantaggio: si tratta della prima legge della stupidità umana. Mi auguro che costoro siano solo degli sprovveduti presuntuosi da cui ci si può difendere

Grozny come Kharkiv

Meloni, la “underdog” & partners e i suoi avversari politici

Caro Lettore, devo dirti che il momento per me più significativo per simbologia politica (e anche tristemente divertente) veduto nel corso dell’intervento di Meloni alla camera dei deputati, è stato quando la nuova premier si è rivolta “all’on.le Serracchiani chiedendole, retoricamente, se lei stessa, Giorgia, stesse un passo indietro ai maschi“.

Al che, la assai sopra valutata deputata romana, che ha osato (ma di questo incolpo il suo flebile partito e gli elettori ingenui) diventare presidente della mia Regione, senza avere con essa neanche un rapporto degno di questo nome, si è rattrappita con un sorriso forzato, borbottando qualcosa tra i denti.

Ebbene, quel’immagine mi è parsa rappresentare la situazione nella quale si trova la parte politica nella quale ho creduto fin dall’uso di ragione. Intendo, genericamente, la sinistra storica e politica, non quella che oggi è rappresentata dal PD e soprattutto dal mediocre presidente dei 5S, nonché da frammenti di poco conto, con rispetto parlando delle persone costà impegnate. La parte che spesso privilegia il politically correct e strizza l’occhio talora alla cancel culture, non mostrando una chiara e generale posizione contraria nel merito. Anzi, qualcuno/a addirittura è una militante della cancel culture, Un nome o due: Boldrini Laura, oppure Murgia Michela.

Underdog significa – alla lettera – “sotto-cane”, metaforicamente sfavorito, sfortunato, come i proletari delle periferie.

Leggo poi nei giorni successivi gli articoli di alcune giornaliste, come De Gregorio e Annunziata, che la paragonano in modi diversi a doňa Evita Peròn, più che a Mrs Thathcher. Contente loro.

Tutt’intorno è evidente la triste fine di Berlusconi, che ha però ancora la forza cattiva di sorridere malignamente a Salvini all’uscita dall’incontro al Quirinale (smorfeggiando da dietro la premier).

Si constata il declino inesorabile di Salvini che, nonostante si sforzi di fare il grande con il c. degli altri (mi si perdoni la vulgar espressione, perché la c. puntata esprime l’evidenza della parte anatomica citata), appare in tutta la sua enfiata e sempre arrogante nullaggine. Sempre di più. Per dire, neanche fatto il Governo, lui già annunzia un’agenda-Salvini.

Renzi e Calenda si oppongono con juicio, promettendo di esaminare le proposte governative caso per caso.

A sinistra, invece, si scatena una gara a chi farà l’opposizione più “implacabile” a Meloni, e vince facilmente Conte su un sempre più spento Letta, circondato da campioni come Boccia e Orlando, nonché dalle sue pasionarie, tra le quali spicca la sola, mi fa piacere constatarlo, per dignità di tratti e di eloquio,la senatrice Malpezzi.

Mi auguro che al Congresso, da convocare prima di marzo, emergano persone come Bonaccini, come Matteo Ricci (dal gran nome e cognome gesuitico), come Dario Nardella, evitando il rischio dei sopra citati e della auto-candidatasi De Micheli. Mah, caro lettore, molte persone non hanno il senso delle proporzioni che devono esserci tra candidatura e posizione ambita!

Due parole, per chiudere, sull’IMPLACABILE (bum!) Conte. A partire dall’etimologia: l’im-placabile è colui-che-non-si-placa. Mi viene in mente un Annibale da Cartagine, un Alessandro il Macedone, un Giulio Cesare, un Traiano, un Costantino, un Timur Lenk, un Genghis Khan, un Salah el Din, un Raimondo di Tolosa, un Federico di Prussia, un Bonaparte, un von Moltke, un Montgomery o un Rommel… e via elencando implacabili VERI.

Ooh quanto assomiglia l’avvocato foggiano a questi personaggi! Vero, caro lettore? Meloni, di fronte a questa implacabilità può stare tranquilla, perché l’implacabile dei 5S non è uomo da battaglia in campo aperto, ma è uomo da agguati, da guerriglia urbana con tutti i mezzi, specialmente quello della menzogna sistematica.

Badi invece con attenzione ai due sodali che si ritrova, perché quelli sì sono pericolosi, ma se mancheranno i voti di uno dei due, ci penseranno l’uomo dei Parioli e quello di Rignano sull’Arno a soccorrerla.

Buona fortuna, non alla Meloni, ma alla Patria Italia, amata.

Dei concetti di “merito” e di “bisogno”

Quando in terza media dovevamo decidere in famiglia in quale scuola superiore io dovessi (o potessi) andare, non ci fu quasi discussione, perché i miei tennero conto dell’opinione dei miei insegnanti delle medie, per la quale “Renato avrebbe potuto andare in qualsiasi scuola superiore, a partire dal liceo classico“.

Sarei andato (e andai) al Liceo classico a Udine, la scuola più prestigiosa della città e dell’intero Friuli, la scuola dei ricchi signori, dei figli degli avvocati, dei notai, dei dottori commercialisti, della classe dirigente attuale e futura, colà “necessariamente formanda”.

Il Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Infatti, se si va a vedere il librone che contiene i nomi di tutti i diplomati dal 1808, quando la scuola udinese, in quegli anni Napoleone imperante, fu istituita come Imperial Regio Liceo Ginnasio, dedicato al sacerdote filosofo Friulano Jacopo Stellini, docente all’Università di Padova, utilizzando biblioteca e tradizioni dei padri Barnabiti presenti in città da qualche secolo, si trovano decine o, meglio, centinaia di nominativi di persone di riguardo, del diritto, dei saperi umanistici, dell’economia e della scienza, che colà hanno acquisito la maturità classica.

Ebbene, sarei andato in quella scuola, pur essendo “solo” figlio di un operaio emigrante stagionale in Germania, cavatore di pietra tra i boschi dell’Assia, e di una donna delle pulizie, abile nel fare iniezioni a chi ne aveva bisogno. Le voci, i commenti dei paesani, e anche di qualche parente, erano del tipo “ma come, Renato va nella scuola dei signori... (?)”, non ricordo se con tono interrogativo, oppure se con tono affermativo-perplesso. Andai, studiai con profitto, proprio negli anni della Rivoluzione sessantottina di cui non mi occupai molto, perché dovevo studiare, studiare, studiare e poi vedere che cosa avrei potuto fare in seguito.

Non ebbi problemi particolari, nemmeno con le materie più difficili come il greco, il latino e la matematica, anzi davo proprio del tu a queste discipline. Oltre che a filosofia, storia e lettere italiane. Perché studiavo, ma forse avevo anche talento. Terminavo solitamente le versioni di greco e latino in metà del tempo previsto con risultati sempre molto buoni, e passavo “pizzini” a qualche compagno/ a.

Tutte le estati andavo a lavorare in una ditta che forniva bibite e birre a tutti gli ambienti pubblici che stavano dal mio paesone di campagna fino al mare, ma non a Lignano, bensì nei villaggi di campagna. Giocavo benino a basket come “guardia”, che è quello che tira a canestro o cerca di “entrare” da vicino a canestro, e cantavo in un gruppo musicale.

Chi mi conosce sa che dopo la matura andai a lavorare in fabbrica, dove stetti sette anni pieni, essendomi anche iscritto a una facoltà universitaria, presso la quale lentamente ottenni la laurea lavorando. In seguito fui tirato dentro nel sindacato, dove ebbi ruoli direttivi rilevanti (a Udine, a Trieste e infine a Roma), fino a che fui chiamato a dirigere il personale in una grande azienda, anzi grandissima. A quel punto ripresi studi severissimi di filosofia e teologia, fino al conseguimento delle lauree e di due dottorati di ricerca, cui fece seguito il diploma al corso di filosofia pratica che mi portò anche a presiedere l’Associazione nazionale, fino a qualche giorno fa.

Caro Lettore, leggi (se vuoi) Qoèlet III, quia transit omnia vel gloria mundi (!).

I miei studi e il mio lavoro mi portarono ad essere nominato docente universitario e a presiedere diversi organismi di vigilanza in aziende di tutte le dimensioni. E a scrivere decine di articoli scientifici, migliaia divulgativi e a pubblicare quasi una trentina di volumi. E siamo ad oggi.

Qui e ora voglio fare una domanda al Segretario generale della Cgil, al bravo e onesto Maurizio Landini che, constato, non condivide la nuova denominazione governativa del Ministero della Pubblica istruzione e del… Merito, soprattutto in ragione di quest’ultimo lemma. Di contro, un politico sveglio anche se non molto simpatico, lo contrasta sostenendo che il merito è il migliore antidoto contro la scuola classista.

Condivido quest’ultima tesi, che è attestata dalla mia biografia. Landini potrebbe obiettare che non tutti possono avere esiti come il mio. Obietterei a mia volta a Landini che dovrebbe studiare le basi di un’Antropologia filosofica sana, per poter distinguere rigorosamente tra ciò-che-è-“persona”, che dà senso al valore della pari dignità fra tutti gli umani, e ciò-che-è-“personalità”, che invece dà conto dell’irriducibile differenza di ognuno da ciascun altro. Sono diversi tra loro perfino gemelli monozigoti, e dunque, a maggior ragione, qualsiasi altro da un altro.

Diverso è il discorso della dispersione scolastica, che è serio, e deve essere affrontato con forza, metodo e mezzi adeguati dal nuovo Governo, per ridurne la diffusione in tutti i modi, con costanza e perseveranza.

Il merito, caro Landini (sul tema la invito a dare uno sguardo agli atti dei convegni che l’on. Claudio Martelli organizzò a metà degli anni ’80 su “Merito e Bisogno”), non c’entra nulla, nulla!

Caro Professor Draghi…

Al Prof. Mario DRAGHI

Sua residenza a Città della Pieve

mi sento di scriverle qualche riga, prima di tutto per ringraziarLa per il suo servizio all’Italia, per i modi con i quali ha espletato questo servizio, sempre garbati e all’occorrenza fermi nei toni e nel linguaggio, per la competenza – sempre trasparsa limpidamente – del suo agire, in ogni situazione e affrontando qualsiasi tema o problema, per la autorevolezza che Lei ha costantemente mostrato di possedere, e che è stata chiaramente riconosciuta dai Suoi interlocutori, specialmente quelli internazionali, per la pazienza esercitata come virtù fondamentale, antica e sempre attuale, come quando – specialmente in Italia – più di qualcuno che ufficialmente avrebbe dovuto sostenere la Sua azione politica, La ha invece spesso contrastata con argomentazioni pretestuose, illogiche, contraddittorie e fondamentalmente disoneste.

Palazzo Chigi

Nel novero di questi ultimi non riesco a non fare, in primis, il nome di Giuseppe Conte, che si è mostrato il “campione” del modo di fare sopra specificato, nonché il primo responsabile della fine del Suo Governo.

In secundis non posso non nominare, di questo tristo elenco, Salvini, et in tertiis, Berlusconi, che conferma anche in queste ore difficili la smisurata grandiosità  e pericolosità del suo narcisistico ego.

Volgendo il mio sguardo dall’altra parte dell’emiciclo, non mi sfugge la debolezza del sostegno del Partito Democratico, nel quale un segretario intimidito dalle circostanze e circondato da mediocrità umane (mi duole dirlo) presenti nell’ampia pletora di donne apicali, non ha saputo continuare in un sostegno politico che sarebbe stato utile all’Italia fino al compimento naturale della legislatura. Su chi “sta a sinistra” del PD non trovo utile spendere commenti.

Pur non provando una gran simpatia personale verso le personalità di Calenda e Renzi, riconosco che sono stati gli unici della “sua” maggioranza ad operare con coerenza, sostenendoLa fino in fondo.

L’ultima considerazione è per la signora Meloni, che in questi giorni Le sta succedendo. L’azione di questa leader è stata sempre dignitosamente a Lei oppositiva, senza però far mancare il sostegno al Suo Governo nei momenti più difficili degli ultimi mesi, così mostrando che il suo Amor Patrio è sempre stato il sentimento maggiore che la ha guidata, superiore agli interessi del suo partito. E la “sorte”, nel senso greco di tyche, la ha premiata.

Spero, su questo tema, che la nuova Presidente del Consiglio dei Ministri si avvalga ancora (come mi pare stia facendo) della Sua esperienza, caro Professor Mario, e La interpelli quando necessario.

Infine, salutandoLa con gratitudine, mi auguro e auguro all’Italia e all’Europa che si trovi il modo di impegnarLa in qualche altro grande e generoso compito per il Bene comune e per la Pace come, azzardo, la Segreteria generale della Nato, che attualmente è presidiata, mi consenta il giudizio, da una persona non all’altezza del difficilissimo compito.

Carissimo professor Mario, le auguro, con stima e affetto, ogni bene

Codroipo, 22 ottobre 2022

(prof. Renato Pilutti)

Di Berlusconi, un uomo pericoloso e fuori controllo, e di altri che pensano di poter riscrivere, anche se solo in una piccola parte, la storia d’Italia del ‘900 (come Bersani)

Berlusconi è pericoloso nella misura proporzionale al suo potere, che è ancora immenso, in Italia, con la sua visibilità mediatica e i suoi media di proprietà, televisioni e giornali.

Se le sue aziende sono dirette e gestite da persone responsabili e capaci, come i suoi figli e il dott. Fedele Confalonieri, il suo agire politico non conosce soggetti in grado di orientare il suo dire in modi che non siano pregiudizievoli di interessi più vasti e collettivi.

Di contro, le persone del suo partito-azienda, i deputati, i senatori et alia similia, gli sono devoti come chierichetti, perché da quel partito-azienda monocratico hanno avuto pressoché tutto, nella loro vita, mentre i dipendenti, almeno, sono tutelati dallo Statuto dei diritti del lavoratori, Legge 300 del 20 Maggio del 1970. Compreso il marito di Giorgia Meloni, che Berlusconi ha voluto citare come suo dipendente, con gesto volgare e villanissimo, con rispetto parlando del volgo e dei villani.

Oltre alla citazione del compagno di Meloni, annoveriamo tra le perle più volgari del cav gli epiteti che si è fatto leggere sul suo scranno indirizzati a Meloni, che qui non riporto, attribuendo poi la responsabilità dei quali a parole dette e ascoltate qua e là per l’emiciclo. Lui, a suo dire, si sarebbe limitato a scrivere ciò che sentiva dire. Gli crediamo? No.

L’ultima, per ora, centellinata, perché l’uomo ama sorprendere, è questa: beccato (ma no, dai!) da un registratore furbetto, Berlusconi afferma, tra la miserabile claque dei suoi, che Zelenski ha provocato più morti e che Putin ha dovuto avviare l’operazione militare speciale “per mettere a Kiev un governo di persone perbene e di buon senso” (parole sue). Berlusconi ha la stoffa del tiranno, come ha ben scritto anni fa l’Economist, che però qualche giorno fa è caduto nello spirito anti italiano che percorre il mondo britannico almeno dai tempi di Churchill.

Ricordo all’Economist che titola Britaly, per paragonare l’attuale condizione delle due Nazioni, che Truss è durata 44 giorni e che, ad esempio, l’Italia è al 7o posto nel mondo per le esportazioni e la Gran Bretagna al 14o. Stiano buoni gli Inglesi e i loro giornali, ché l’impero mondiale è morto e sepolto. Lo sa perfino Charles the Third.

Non mi sorprende più nulla di quell’uomo, che si vanta di essere tra i cinque migliori amici di Putin, come un adolescente, solo che è un uomo ancora potente e mediatizzato che amoreggia con un pericoloso tiranno sociopatico. Nel silenzio assordante di Salvini, che la pensa come Berlusconi, come l’attuale ambasciatore russo a Roma Sergey Razov, e come Maria Zakharova, la portavoce di Lavrov. In che mani.

Meloni fa bene, a questo punto a puntualizzare che se non vi saranno candidati ministri limpidamente allineati con le politiche occidentali dell’Italia, il governo potrebbe non nascere. Ben detto. Ripeto: non avrei mai pensato di apprezzare Meloni, e fino a questo punto.

Giro lo sguardo. La cancel culture colpisce ancora. Caro lettore scolta l’ultima: siccome in un corridoio del ministero dello sviluppo economico sono appese al muro le fotografie di tutti i ministri succedutisi nel tempo, dalla proclamazione del regno d’Italia del 1861, fino a Giancarlo Giorgetti, che è stato l’ultimo della serie con il governo Draghi, è evidente che in lista vi sono anche i ministri succedutisi nel ruolo ministeriale durante il famigerato Ventennio, magari sotto altre dizioni, come quella di “Ministero delle Corporazioni”.

Ebbene, nel 1934, mi pare, s.e. il Capo del Governo Benito Mussolini assunse quella carica ad interim, e dunque si provvide ad appendere anche una sua foto, in borghese, giacca e cravatta da grand commis dello Stato. Per di lì è passato anche lui e non si può riavvolgere il nastro della Storia per far finta che così non sia avvenuto.

Well, Bersani, che per molti aspetti è un uomo simpatico, emiliano verace e anche provvisto di una certa verve umoristica (“non sono qui a pettinare le bambole”, “c’è una mucca nel corridoio”, etc. alcune sue memorabilia), oltre che di rispettabili capacità politiche, ha fatto sapere che “se non provvedono a rimuovere il ritratto di Mussolini, desidero che sia tolta la mia foto“.

Ma sei fuori, Bersani? Vuoi imitare la Boldrini che voleva togliere tutte le memorie legate ai Caduti italiani di tutte le guerre? L’intelligentona funzionaria Onu. Forse che i soldati italiani amavano andare a farsi fucilare sui campi di battaglia di tutto il mondo? Forse che non meritano tutti di essere ricordati sotto il profilo di una memoria storica e morale nazionale? Che colpa avevano gli alpini della Tridentina se il cavalier Benito li ha mandati con le scarpe di cartone a morire assiderati nelle pianure ucraine sotto i colpi delle katiusce? Andiamo!

Forse è il caso, finalmente, di togliere le dedicazioni di vie e piazze a personaggi come il gen. Cadorna, Luigi, intendo, non suo figlio Raffaele, sperando che in giro per l’Italia non vi siano vie e piazze dedicate a Pietro Badoglio o a Rodolfo Graziani… Questo da un lato.

Volgiamoci all’altro versante, quello della sinistra. Ma che sinistra è, questa? Vogliamo compararla ricordando la sinistra dei fratelli Rosselli, di Emilio Lussu che combatté sull’Altipiano, di Sandro Pertini, e l’antifascismo di don Giovanni Minzoni, dell’onorevole liberale Giovanni Amendola, di Piero Gobetti, di Antonio Gramsci, di Umberto Terracini, di Filippo Turati, di Pietro Nenni? Per tacere di tant’altri altrettanto nobili combattenti per la libertà?

E sulla pace che cosa fa la sinistra? Dopo due penosi sit-in ecco che vanno in piazza, grillini et varia animalia su una “piattaforma generica”, forse buona per il moralismo (generico) del papa, ma non per partiti politici seri che sanno distinguere tra aggrediti e aggressori, declinando un’Etica corretta sul diritto alla legittima difesa, sul quale concetto, ripeto con dispiacere, anche Francesco è deficitario. Bisognerebbe rileggere Agostino e Tommaso d’Aquino. Rimpiango Benedetto XVI.

La desolazione, la delusione, lo sconforto e perfino lo schifo di certe prese di posizione non mi tolgono certo da quel campo, che per me è una scelta di vita, ma mi dicono che il declivio sul quale si è incamminata da tempo, colloca la sinistra politica in una situazione che le rende ai miei occhi quasi irriconoscibile.

Come su ogni cosa e in ogni caso, si pone l’antica domanda leniniana: “che fare?” Molte cose, ma soprattutto mostrare con l’esempio del dialogo aperto con gli altri che la distinzione politica, oggi, non è tanto e solo fra destra e sinistra come appartenenza partitica, ma fra persone che scelgono di affrontare ogni tema e problema acquisendo le conoscenze necessarie e quindi curano la cultura e la conoscenza, e persone che ritengono tutto facile, tutto semplificabile e perfino banalizzabile, a partire dalle espressioni linguistiche.

Curare il linguaggio “cum cura” (la tautologia è voluta), dire ciò-che-è-necessario-dire con chiarezza, senza fumosità e con onestà intellettuale, parlare solo di ciò che si conosce, ascoltare con attenzione chi parla, e verificare se si mantiene “sul suo”, segnalando le “uscite da seminato”, cioè dal tema di cui deve essere esperto, con ferma educazione, concludere i dialoghi e le riunioni con equilibrio ed evitando fraintendimenti e possibili svarioni logici e operativi. Su questo tema la responsabilità dei giornalisti è enorme, e spesso si nota come tra loro vi siano persone che non hanno cura di come lavorano, di come parlano, di come scrivono.

In politica: occorre fare il contrario del comportamento di un Berlusconi, ma anche di un Conte-che-la-conta a modo suo, ora parlando di successo elettorale del “suo” partito, falsità smentita dai dati reali, o di un Salvini che si aggrega al carro vincente di Fratelli d’Italia facendo finta di aver vinto. Qui mi stupisco della mancate presa di posizione dei suoi “maggiori”, che pure avrebbero i mezzi per differenziarsi e metterlo in riga, riducendone il potere.

Circa il PD c’è solo da augurarsi che faccia un congresso vero, con il quale un gruppo di persone giovani e disinteressate (e anche meno giovani tipo un Misiani o un Delrio) riescano a pensionare i Franceschini, i Boccia, i Guerini, i Provenzano, un giovane mediocre già vecchio, che ha fatto un voto, quello di non commentare i twitt di Calenda (ridicolo!), i… Letta, e le mediocri donne di cui si è circondato quest’ultimo.

Stoltenberg l’inadeguato, e alcuni “suoi simili”

In questo pezzo cercherò di delimitare il campo semantico di “inadeguatezza”, intendendolo come limite nei vari sensi, ma soprattutto nel senso proprio, che chiamerò “del primo tipo”. In altre parole intendo parlare di inadeguatezza come di una condizione esistenziale, umana e professionale connessa al ruolo e alla posizione propri dell’individuo. Si può dire che una persona è inadeguata, non solo se “non ci arriva”, e dunque possiede uno status intellettuale e professionale non all’altezza del ruolo eventualmente assegnato, ma anche se il suo standing è superiore alle esigenze del ruolo.

Si può, dunque, affermare che uno è inadeguato a fare il direttore generale di un’azienda, perché non possiede le conoscenze e le esperienze (competenze) per poter adempiere a ciò che prevede una posizione così elevata; si può affermare che, di contro, inserire una figura che può “fare” il direttore generale in una posizione subalterno-esecutiva, vale a dire di capo reparto di produzione, è inopportuno poiché quella persona non conosce i dettagli del ruolo e, pur potendo essere sovraordinato gerarchicamente a tutti i capi reparto, di per sé non può farlo, e pertanto è inadeguato al ruolo.

Si può essere inadeguati, dunque, per eccesso oppure per difetto. Segue un esempio del primo tipo. Più avanti proporrò anche degli esempi di ambedue le tipologie.

Definire “inadeguato” al ruolo il signor Jens Stoltenberg è un eufemismo (modo abbellito di dire una cosa), una litote, cioè una attenuazione linguistica nell’esprimere un giudizio sul politico norvegese, da troppi anni segretario generale della NATO. E sperabilmente di prossima sostituzione, magari con Mario Draghi.

Jens Stoltenberg ha sessanta tre anni ed è un politico norvegese, nazione di cui è stato anche Capo del Governo. Laureato in economia, è un laburista (non si direbbe tanto, visto il suo agire dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina). Avrebbe dovuto essere sostituito questo scorso settembre nel ruolo di Segretario generale della Nato (lo è dal 2014, troppo!), ma hanno proceduto a prorogarlo nella funzione, vista la situazione. A parer mio è stato fatto un errore macroscopico, perché l’uomo ha mostrato, fin dall’inizio delle attività belliche, una assoluta inadeguatezza al ruolo, che dovrebbe essere quello del facilitatore dei rapporti tra i Governi dei Paesi aderenti all’Organizzazione di difesa atlantica. Invece, si è preso la libertà di intervenire molte volte con espressioni e toni poco adatti a favorire un riavvicinamento razionale tra le parti.

Ha parlato spesso di escalation del conflitto, con toni che lasciavano pensare quasi se lo augurasse, di armi, di nucleare, in queste ore anche di esercitazioni sul nucleare da tenere ai confini dell’Ucraina. Il contrario di ciò che servirebbe. Non capisco se lo lasciano fare, o se è agli ordini di qualche potentato politico-economico che domina il mercato delle armi nel mondo, americano, asiatico o europeo che sia. Mi auguro e auguro alla Nato, all’Europa e al mondo che venga al più presto sostituito, perché è ora di sapere quale possa essere il “punto di caduta” militare, politico e soprattutto morale per la interruzione e poi per la soluzione di questa guerra di aggressione.

Propongo un altro esempio di inadeguato del primo tipo: Lorenzo Fontana. Quest’uomo non è “inadeguato” per il ruolo che gli è stato assegnato, perché frutto di una procedura democratica: lo è, in questo momento, per la sua biografia, che non depone a favore di una sua coerenza morale tra vissuto biografico e discorso di insediamento. Siccome io sono fondamentalmente cristiano cattolico, non nego ad alcuno (e chi sono io per farlo?) la possibilità di una resipiscenza, e spero che questa avvenga, proprio per conciliare eticamente ruolo e biografia, almeno per quanto apparirà all’esterno della sua persona.

Ahh dimenticavo, un amico mi fa notare che il neo presidente della Camera dei deputati, nel compilare la sua scheda biografica per la registrazione come deputato, ha scritto per ben due volte “inpiegato” con la “enne” e non con la “emme”, nonostante le sue tre vantate lauree e la quarta in arrivo. Forse gli occorre ancora un pochino di medie e di ginnasio inferiore.

E vengo al “mite” segretario del PD: nessuno, caro Letta (e sarei anche stato tentato di collocarla nell’elenco degli inadeguati del primo tipo), può leggere nel cuore dell’uomo, perché ciò è prerogativa solo dello Spirito Santo: lei, da cattolico, dovrebbe saperlo, ma i suoi interventi pubblici mostrano il contrario. E me ne dolgo, prima di tutto per lei, e poi per il popolo di sinistra che si aspetterebbe altro da lei, non una “opposizione dura”, ma parole chiare, coerenti, capaci di accettare il gioco democratico dell’alternanza, e piene di spirito di iniziativa.

Ronzulli Licia è la terza persona “inadeguata”, in questo caso, per le pretese che ha, di avere un ministero adatto alla sua esperienza. Il suo comportamento verso il tema di un incarico governativo e il suo partito, verso il suo leader in particolare è meritevole di svariate censure, a partire da quella estetica, nel senso filosofico metafisico del termine, dimensione che la rende più importante di quella etica. Come si fa a rispondere a un giornalista che le chiede “come fa Berlusconi a chiedere aiuto” in questo modo “abbaia“? Neanche per scherzo, Ronzulli. Neanche per scherzo.

Potrei continuare a lungo ad esaminare casi di inadeguatezza del primo e del secondo tipo, ma mi fermo qui, dicendo solo che, dalla nuova seconda carica dello Stato (e comunque la sua “predecessora” non lo sovrastava per standing) ai principali tra gli eletti, a partire dai capi partito, l’uomo-di-Foggia in primis, l’inserimento nel primo o nel secondo tipo di inadeguatezza sarebbe un gioco tutt’altro che futile.

Eppure, nonostante tutto questo e altro ancora, sono fiducioso negli anticorpi democratici della nostra Italia.

Donne Persiane

Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu mi viene in mente per assonanza del titolo di questo pezzo con il suo

Lettere Persiane, Lettres persanes), pubblicata anonima nel 1721 ad Amsterdam. Lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica, offre a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese, della crisi finanziaria conseguente alla politica economica attuata da Luigi XIV, della crisi dei parlamenti e della società civile nel suo complesso. La critica dei costumi si estende anche alla polemica religiosa in cui si vede un segno di instabilità e decadenza che alimenta dispute e divisioni più che la fede. Veicolo potente dei temi relativisti e della critica alle istituzioni politiche e religiose durante tutta l’età illuminista, le L. p. rappresentano un testo in cui secondo l’auspicio iniziale dell’autore «il carattere e l’intenzione sono così scoperti» da non ingannare «se non chi vorrà ingannarsi da sé» (dalla Prefazione sul web).


Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu

La Persia evoca territori sconfinati, leggende e meravigliose città. Il nome “Persia” evoca uno dei più grandi imperi dell’antichità, ci ricorda il Re dei re Ciro il Grande, che liberò gli Ebrei dalla cattività babilonese nel 525 ca a. C., e i successori di Ciro, Dario, Serse, che combatterono le pòleis greche e furono sconfitti.

“Persia” evoca Alessandro il Macedone che la conquistò, con le battaglie di Isso e di Gaugamela, arrivando con i suoi soldati fino alle porte dell’India a contemplare le acque turbinose del fiume Indo, che scendono dall’Himalaia.

“Persia” evoca ancora altre dinastie come i Sasanidi che lottarono con i basilèi bizantini, prima di essere travolti da popolazioni turcomanne e mongoliche.

“Persia” evoca una delle due grandi dottrine dell’Islam, quella sciita, che si ritiene la più vicina alle origini, tramite una parentela diretta con Mohamed, l’uomo della Profezia.

“Persia” ora evoca la rivoluzione delle donne, dopo quaranta tre anni di teocrazia.

Nei decenni passati non sono mancati i tentativi di liberazione del popolo iraniano, caratterizzato però dal solo impegno delle donne. Ora pare che le cose siano cambiate. L’occasione è stata la morte di Masha Amini, accusata dalla “polizia morale” di indossare il velo islamico in modo scorretto. E uccisa.

Due parole sul velo che, nella versione più “moderata” ricorda le nostre donne dei secoli passati, ma anche fino al Concilio Vaticano II. E anche le meravigliose Madonne di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini, che illustrano un fascino femmineo di grande spiritualità. Una meraviglia estetica e d’armonia coloristica.

Abbiamo l’hijab, un foulard normale che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso. Nel Corano il termine è utilizzato in maniera generica, ma oggi è diffuso per indicare la copertura minima prevista dalla shari’a per la donna musulmana. Questa normativa prevede non solo che la donna veli il proprio capo (nascondendo fronte, orecchie, nuca e capelli), ma anche che indossi un vestito lungo e largo, in modo da celare le forme del corpo, che si chiama khimar, diversamente lungo e modellato.

Un altro nome di questa lunga veste è jibab, oppure abaya.

Nel Vicino Oriente e in Egitto sono diffusi i seguenti tipi di veli: abbiamo il niqab, che copre il volto della donna e che può (nella maggior parte dei casi) lasciare scoperti gli occhi. Il niqab può essere diffuso in due forme più specifiche: quella saudita e quello yemenita. Il primo è un copricapo composto da uno, due o tre veli, con una fascia che, passando dalla fronte, viene legata dietro la nuca. Il secondo è composto da due pezzi: un fazzoletto triangolare a coprire la fronte (come una bandana) e un altro rettangolare che copre il viso da sotto gli occhi a sotto il mento.

Se vogliamo specificare ulteriormente… l’abaya (sopracitato), diffuso nel Golfo Persico è un abito lungo dalla testa ai piedi, leggero ma coprente, lascia completamente scoperta la testa, ma normalmente viene indossato sotto ad un niqab.

Ed eccoci ai veli diffusi in Iran: abbiamo il chador, che è generalmente nero, ma può essere anche colorato (ricordo un chador che mi fece vedere la assai da me, e non solo, rimpianta, signora Cecilia Danieli, che andò spesso in Iran per ragioni commerciali dell’Azienda) e indica sia un velo sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo.

Possiamo completare la carrellata con i veli diffusi in Afghanistan: quivi troviamo il burqa, che è perlopiù azzurro, con una griglia all’altezza degli occhi, e copre interamente il corpo della donna. Tecnicamente, assolve le funzioni del niqab e del khimar.

Tradizione, cultura, religione, politica: tradizione e cultura in senso storico-antropologico; religione in senso teologico normativo; socio-politico nel senso, inaccettabile, di costrizione.

Ho distinto i tre/ quattro sensi per individuare le ragioni della ribellione che sta prendendo sempre più piede nella grande Nazione persiana. Sembra proprio che l’occasione della morte di Masha sia per ora capace di suscitare proteste più vibranti e generali di quelle precedenti. Ho già scritto qualche giorno fa che non si tratta più solo di sporadiche manifestazioni di piazza limitate alla capitale Teheran e a qualche altra grande città come Isfahan, ma di manifestazioni diffuse in tutto il territorio nazionale, fino ai lontani monti Zagros che confinano con l’Afganistan e le repubbliche ex sovietiche d’Asia.

Si tratta di manifestazioni non-armate, perché le persone tengono in mano solo i veli che simboleggiano l’oppressione politico-normativa che è diventata insopportabile. Si coglie un sentimento diffuso di ricerca della libertà intesa come rispetto dei diritti delle persone, e si sente anche la fiducia che le varie polizie degli ayatollah non potranno uccidere o arrestare tutti e tutte.

Le carceri scoppiano di prigionieri politici e anche di donne, vi sono morti e feriti. Un accenno anche alla signorina Alessia Piperno, colà tenuta in prigione. A lei, come a qualsiasi altro giovane generoso, che pensa di potersi immergere nei luoghi più pericolosi del mondo senza riflettere più di tanto sui rischi, magari anche sostenuti dai genitori, porgo un invito a riflettere sulla congruità e sulla razionalità morale di scelte come la sua, che nulla apportano alla causa delle donne nel mondo, se non una testimonianza inutile e costosa per l’erario italiano.

Quella iraniana è una rivoluzione, non una jacquerie ribellistica à là Ciompi o Vespri siciliani. E’ una “cosa” pericolosa, che pare progressivamente assomigliare alla Francia del 1789. Spero di non sbagliare. Si tratta di seguirne le vicendi in modo non inerte, come cittadini e Paesi democratici.

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