Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Autore: Renato Pilutti (page 2 of 152)

Fisioterapie interrotte, palestre e piscine chiuse, barbieri, parrucchiere ed estetiste, e tanti altri operatori senza prospettive, artigiani e piccoli commercianti in ginocchio, i giornali si acquistano in edicola, ma i tabacchi no, se non dai distributori automatici, i 600 euro non arrivano, neanche quando li hanno richiesti i notai (aaah come mi dispiace questa cosa!)

Se le riaperture delle attività economiche in modo micro-geografico, in base alla situazione epidemica, come fa scrivere Colao su un quotidiano importante, saranno attuate, mi chiedo perché non si aggancia a questa scelta anche quella della riapertura delle piccole attività, sempre nel rispetto delle norme che tutti conoscono.

Guardando i “grandi” della politica, da Conte in giù (posto che queste persone abbiano una dimensione umana e professionale significativa) vien da chiedersi: ma questi si rendono conto della situazione vera, nella società civile ed economica dell’Italia?

Pare di no. Sono sicuro di no. Le cose che dicono, la confusione comunicativa che generano, la mancanza di parola in troppe occasioni, come quella dei 600 euro alle partite Iva e affini, collocano costoro nel novero degli ignoranti colpevoli, categoria morale che ho scientificamente declinato in un brano precedente. L’immoralità di chi promette senza mantenere gli impegni è grave.

Le persone comprendono meglio e apprezzano la sincerità, anche se questa talvolta comporta perdita di sicurezza e incertezza di poter contare su risorse sufficienti.

Faccio un esempio che attesta come sarebbe stato necessario inserire, nella Task di Colao, rappresentanze degli industriali, degli artigiani, dei commercianti, del mondo agricolo, degli operatori turistici, dei sindacati e delle professioni: invece di mettere dentro tanti studiosi professionisti, sarebbe forse stato più efficace e produttivo il contributo diretto delle categorie sopra elencate.

L’esempio: prima di riaprire, un negozio di abbigliamento di dimensioni medio-piccole, che comunque ha a magazzino non meno di 8/ 10.000 pezzi, che cosa deve fare? Deve prevedere una operazione di pulizia e sanificazione di tutti questi “pezzi”, o basta che operi in questo modo solo sui capi che mostra e che vende, suddividendo quindi l’impegno temporale della sanificazione nel tempo della proposta e della vendita? Se il senso della norma dovesse essere il primo, cioè sanificare tutto, prima di riprendere le vendite, si rendono conto i signori esperti che questo commerciante, dopo non avere incassato un euro per due mesi e mezzo, sostenendo comunque le spese di gestione a zero incassi, dovrebbe assumere almeno tre persone per una settimana, con relativi costi?

Quanto gli potrebbe costare la pulizia e la sanificazione preventiva, considerando una media di dodici euro lordi a persona per ora? Il conto è presto fatto. sapendo che per ogni capo potrebbero essere necessari almeno un minuto e mezzo o due, ecco: 12 (euro l’ora) per 8 (ore al giorno) per 5 (giorni in una settimana) per persona più il 30% di oneri fiscali e contributivi. Totale: più o meno 1.900 euro. Li ha a disposizione nei suoi risparmi? Non li ha, perché il settore ultimamente non “tirava”? Chi glieli può dare? Il Governo, aumentando gli stanziamenti e il debito.

Questi sono i conti da fare ovvero, in via preventiva occorre spiegare bene che cosa sarà necessario fare per ripartire.

Allarghiamo pure il discorso a chi offre servizi alle persone come nella ristorazione classica, quella dei bar, delle osterie, delle trattorie e dei ristoranti. Il sociologo tedesco Norbert Elias definisce il ristorante come una delle forme di manifestazione storica della borghesia produttiva moderna, un luogo dove dai primi del XIX secolo usavano incontrarsi politici locali, agrari, industriali all’inizio delle loro attività (erano storicamente dei pionieri), professori, giornalisti, e colà non solo “desinavano” conversando amabilmente, o anche litigando, ma combinavano affari, stipulavano accordi, si stringevano la mano e ciò generava lavoro, reddito, progresso.

Nelle osterie, invece, bevevano e mangiavano piatti semplici piccoli contadini, operai a giornata, fabbri e falegnami, sindacalisti e parroci di campagna, viandanti e carradori. Luoghi di incontro e di vita. Indispensabili.

Vogliamo parlare di tutto ciò? O parliamo solo di app?

Nelle “fauci” delle “soglie psicologiche”

…fasulle, rischiamo di essere.

Il calembour del titolo mi è venuto d’istinto, dopo aver sentito il whishful thinking (profezia che si auto-avvera) del funereo virologo americano (purtroppo di origini italiane), e il sintagma giornalistico delle soglie.

Diagramma di soglia

Il “Fauci” ha minacciato il mondo sulla ripresa del virus a ottobre e la stampa parla di soglie in USA. La prima sarebbe quella del superamento del milione di infettati. La seconda, il superamento dei decessi da Covid-19 (?) del numero dei soldati americani morti nella Guerra del Vietnam, cioè 58.000. Mi chiedo: chi si può impressionare se gli infettati sono 999.999, oppure 1.000.001? Chi si può disperare se i decessi Covid sono 58.001 invece di 57.999? Solo chi cerca titoli ad effetto, ma non credo, oppure, ed è più probabile, chi è stato o è colpito personalmente dal decesso di un proprio caro.

L’idiozia è sempre al lavoro.

Torniamo ai concetti del titolo. Dicesi “soglia”, termine derivante dalla neuro-fisiologia, e utilizzato anche in altre discipline, come la psicologia:

In generale, le soglie ritenute fondamentali in psicofisica sono: soglia assoluta: valore minimo per cui a uno stimolo corrisponda una reazione; soglia terminale: valore massimo per cui, modificando l’intensità di uno stesso stimolo, si ottiene una differenza nella soglia stessa.”

E dunque, di che soglia parlano i giornalisti americani? Hanno fatto o utilizzato uno studio psico-sociologico da cui dedurre le affermazioni che propalano? Non credo. Sono percezioni soggettive da cui seguono giudizi sommari e quindi arbitrari.

Lasciamo dunque perdere le “soglie psicologiche” e parliamo solamente di soglie, se vogliamo, nel senso sopra riportato.

Tornando al “Jaws” (fauci da squalo). Che interesse può avere quell’uomo ad annunziare, con espressione grave e lento loquire, il rischio che ad autunno l’epidemia torni vigorosa? Quello di mettere in guardia la politica e la cittadinanza, in modo da organizzarsi prima? Può essere, ma è utile dirlo in quel modo, oggi, con quella potenza mediatica che gli viene dalle tv e dal web? Io penso di no, e questo fatto mi fa pensare male, molto male.

La domanda è quella eterna, espressa in latino: vi è un “qualcuno” cui prodest? A chi giova? Mi sto riferendo, non al rischio del contagio di ritorno, che va considerato, ma ai modi dell’annuncio. Lo dico da decenni e lo ho scritto decine di volte in altrettanti luoghi scrittori: “la forma è la sostanza“, cioè, se si comunicano messaggi di pericolo coram populo in quel modo, non può essere solo per il ruolo che si ha (che il dr Fauci ha) o per deontologia professionale, ma perché vi può essere qualche recondito interesse ad allarmare.

Non s’ha da confondere la “forma” con il “formalismo” burocratico. La forma struttura la cosa, le dà costrutto, sostanza, essenza, direbbero Aristotele e Tommaso d’Aquino, e anche altri studiosi contemporanei.

Ricordi, se può, il paziente lettore, il mio racconto della procedura michelangiolesca circa il lavoro di costruzione di una statua. Siccome a volte repetita iuvant, la ripropongo: Michelangelo ottiene dalla Signoria fiorentina la commessa per la scultura di un’immagine di David, proprio del re biblico David, giovane vittorioso sul Filisteo Golia. Bene: l’artista va a Carrara, sceglie un blocco di marmo della giusta misura per l’idea (platonica) che ha della statua. Nel faticoso modo del suo tempo, la fa portare nel suo studio-laboratorio di Firenze e dà inizio al suo progetto. Lavora per toglimento di materiale, finché, dopo aver affinato la superficie della statua, ecco che appare la figura del giovane glorioso, perfettamente muscoloso, pieno di forza rattenuta. Ebbene, se Michelangelo non avesse “dato forma” alla materia prima, marmo di Carrara, l’oggetto di cui si tratta sarebbe rimasto materia prima.

Ho reso l’idea di ciò che si intende per forma che è sostanza, cioè forma sostanziale?

Obiezione del mio lettore puro di cuore, come insegna l’omonima Beatitudine matteana: dietrologia? Sospettosità? Paranoia ingiustificata? Intendo, circa le riflessioni di cui sopra.

Non avendo la prova del contrario, accetto l’obiezione, ma resto della mia idea: grande attenzione e giudizio sospeso.

La “Frusciante” di nuovo per le strade del mondo

…anche se solo nel Comune dove abito, anzi… sono scivolato – senza accorgermene – fino a Camino al Tagliamento (non ditelo a Conte, cari lettori, eh, mi raccomando). I confini dei comuni non sono segnati, corbezzoli! Chi mi conosce sa che la “Frusciante” è il nome amichevole della mia bici da strada, nome meritatissimo per la sua rumorosità della meccanica proprio al minimo, rispettosa dei rumori del mondo, una De Rosa biancorossa in fibre di carbonio, che ho acquistato d’occasione poco più di un anno fa.

Remco Evenepoel


Sono passato per strade che conosco da sempre, quasi nessuno in giro, qualche auto, due soli ciclisti che si sono sbracciati a salutarmi. Solitamente i ciclisti quando si incontrano di fronte si salutano, ma non con il calore di oggi. Invece se ti superano, e a me accade spesso, non ti salutano, perché ti sfilano via quasi per umiliarti. Vediamo se anche questi secondi, i passistoni da 45 all’ora, ora inizieranno a salutare chi non può tenere quella media. Oggi, ché vent’anni fa, se in compagnia, ce la facevo anch’io.

E’ come riflettere sul passare-del-tempo, sul cambiamento, sulla proporzione tra anni passati e forze disponibili.

Qui sopra ho messo la foto di Remco Evenepoel, sperando che non sia di quella genìa, perché lui è un campione, che succederà a Nibali, a Froome e a Contador, mentre invece i passistoni di cui sopra, molto spesso sono qualcosa il cui termine fa rima con il termine da me usato per chiamarli in quel modo.

Per strada, ancora poche auto, un furgone che mi ha clacsonato in modo insistente: certamente non era un saluto cordiale, ma lo squillo di una persona affetta da “vigilantismo”, la sindrome che si sviluppa in situazioni di perdita della libertà, quasi una nevrosi ulteriore della sindrome di Stoccolma. Quello che mi ha suonato, se si fosse trovato in un lager nazista avrebbe potuto certamente essere un candidato al ruolo di kapò.

A Majdanek e ad Auschwitz c’erano molti ebrei che, collaborando con il mostro hitleriano, facevano da guardiani agli… ebrei, e capitava fossero feroci come i cani da guardia SS, per tutelare se stessi mostrando una religiosa devozione agli aguzzini.

Esagero? Forse, ma io sono convinto che – in situazione – molti possano mostrare una parte di sé, che solitamente è “in sonno”, piuttosto inquietante.

Ho in mente certe figure aziendali collocate a livello di quadro, che sono così subalterne al dirigente-capo che, se invece di essere in un’azienda italiana del ventunesimo secolo, tenuta a rispettare Statuto dei diritti dei lavoratori, Decreto 81 sulla Sicurezza del lavoro e magari Decreto 231 sull’Etica d’impresa, operassero negli ambiti sopra citati, farebbero facilmente i kapò fino alle estreme conseguenze.

La devozione alla causa (del loro capo), faccio per dire, di queste figure, è tale da renderli perfino pericolosi per i colleghi di lavoro. Fossero stati a Majdanek non avrebbero esitato a fucilare un prigioniero se gli fosse stato ordinato, anche per il divertimento dell’ufficiale. Persone normali, che manifestano ciò-che-nel-profondo-sono. Anche il vigilante da me incontrato ieri, mentre viaggiavo in bici per le strade del mio comune, come da ieri consentito.

Nelle situazione estreme esce la verità delle persone, solitamente nascosta dalle convenzioni sociali, dalle convenienze e dall’educazione formalistica, per cui si dice e si fa ciò che conviene, non sempre ciò che si crede opportuno, giusto, necessario.

Ora, la situazione presenta l’occasione per verificare lo stato delle democrazie liberali, dei parlamenti eletti a suffragio universale. Il rischio che si corre è che i saperi tecnicali condizionino le legittime istanze della democrazia, sostituendosi surrettiziamente ad esse.

Mi viene in mente la parabola chomskiana della rana bollita, suggeritami dal prof Giachin, mio compagno di liceo. La rana messa in pentola a venti gradi, all’inizio gradisce la temperatura che assomiglia a quella dello stagno. Anche a trenta gradi si può stare benino, ma a cinquanta il bollore la può intorpidire e impedirle di saltar fuori per salvarsi. Bene, se fosse gettata in una pentola con l’acqua già a cinquanta gradi, con un balzo uscirebbe e si salverebbe.

Noi, se non stiamo in guardia, rischiamo di fare la fine della rana bollita. Piuttosto, osserviamo ciò che succede con spirito critico, dubitando sistematicamente delle cose che ci dicono, specie quando sono mellifluamente presentate come sicure, come rispettose della democrazia, non lesive dei diritti costituzionali. Un esempio? L’enfasi che si percepisce sulla app che dovrebbe segnalare gli infetti solo intercettandoli da smartphone a smartphone. Io non la scaricherò, perché non mi fido dei suoi conclamati effetti positivi in ordine alla prevenzione del contagio, e soprattutto non mi mi fido delle conseguenze immediate relative alle libertà personali, e successivamente all’uso che qualcuno potrebbe farne ad insaputa del civilissimo cittadino.

Ancora una volta: dubitare, riflettere, dialogare, scegliere. E ancora: documentarsi, confrontare, informarsi prima di credere a qualcosa o a qualcuno.

“Inimmaginabile” (copyright odierno del ministro della cultura Franceschini), impensabile, etc.

Quando stamane ho sentito il ministro Franceschini definire “inimmaginabile” la reazione forte e coesa all’epidemia da parte degli Italiani ho trasecolato, ma non più di tanto, perché so quanto solitamente siano sciatti e superficiali il linguaggio e le espressioni dei politici.

Che significa “inimmaginabile”? Che non si può immaginare, questo letteralmente. Ma, se approfondiamo il pensiero che produce questo aggettivo così forte, ci accorgiamo che Franceschini, non so quanto volontariamente o involontariamente, pensa che gli Italiani non siano in grado di essere coesi e solidali, “come nel Dopoguerra” (cliché retorico molto noto), ha aggiunto.

Sicché, caro ministro, a lei pare “inimmaginabile” che la nostra Gente si sia comportata in questo modo. Strano. A me invece, interpretando le sue parole, pare che lei conosca poco la nostra gente, nonostante la lunga lena della sua esperienza, prima da democristiano, poi da popolare e ora pidino (partito del quale è stato anche segretario nazionale).

Non è “inimmaginabile” per me e per i più, credo, che gli Italiani abbiano queste risorse di solidarietà e di dedizione reciproca. Si corregga, se può.

Una dizione come quella del ministro mi fa pensare anche a un’altra espressione scorretta, questa addirittura più pregnante da un punto di vista filosofico: “impensabile”, usata quasi ogni momento da moltissimi, forse da tutti, me compreso, quando non son vigile sulle cose che dico. Subito affermo: se il pensiero può, a una velocità superiore a quella della luce, orientarsi verso qualsiasi cosa, ne consegue che, come sintagma-entimema, il non-pensabile sia falso, poiché tutto-è-pensabile, nulla escluso, nei limiti umani, certo.

Nulla di ciò che è definibile con lemmi ed espressioni umane è impensabile, sapendo che non tutti i pensieri umani sono esprimibili. Ciò che si pensa è più grande, numeroso, di ciò che si dice o che si può dire. Il pensiero va oltre la lingua o l’idioma, poiché vi sono “giudizi-del-pensiero” ineffabili, cioè in-dicibili. Troppo densa e varia è la realtà per poter essere de-finita e inquadrata da termini linguistici collocati nella storia. O no?

Altra sorpresa (almeno per me): stamane il sociologo prof De Masi definisce come “infantilismo” l’atteggiamento di molti, operatori economici e lavoratori, quando costoro esprimono esigenze di certezze sul futuro, dopo questa vicenda. Posto che la “certezza” non è la “verità”, si deve comunque riconoscere che essa manifesta una spinta forte, individuale, verso un futuro migliore, senza significare che l’individuo si aspetti dallo Stato soluzioni esaurienti e calate dall’alto. Io percepisco, in questa esigenza, come una voglia di rinascita, di progetto, dove il singolo è disponibile a metterci del suo, in modi e misure decisivi.

La “certezza” è prodotta da un co-impegnarsi dei singoli insieme con altri singoli che fanno il gruppo, così come la malattia è stata ed è co-patia (un soffrire-insieme), se il lettore mi consente un neologismo costruito con il greco antico.

De Masi, stia attento, lei ragiona così solo da sociologo, ma non tiene conto della dimensione psicologica che interessa le menti individuali prima ancora che gli elementi di socialità, proprio in ordine di flusso temporale, o comunque è con essa interdipendente.

E, accanto alle dimensione psicologica, che analizza con cura lo stato mentale delle persone, va interpellata quella filosofica, la quale riesce e mettere a fuoco la questione del senso delle scelte che si fanno o che si debbono fare.

L’uomo ha bisogno di capire innanzitutto come-si-sente, ma subito dopo anche verso-dove-sta-andando, e questo completa lo scenario esistenziale dell’individuo pensante, in questo periodo inedito, perfettamente “immaginabile”, ministro Franceschini, e del tutto razionalizzabile, prof De Masi, fatta salva la difficoltà quotidiana di ciascuno.

Piuttosto, esaminerei con cura lo stato della vita di chi ha di meno, di chi soffre perché gli manca l’essenziale. Per affrontare questo tema occorrono due piste: a) quella della dinamicità del lavoro (smart, orari, distribuzione equa, etc.) e b) quella del welfare, per cui occorre razionalizzare le misure di sostegno del reddito, oggi spezzettate in diversi tronconi pressoché non integrabili: reddito di cittadinanza, di emergenza, di inclusione, cassa integrazione di vari generi e specie, indennità di mobilità, etc.. Queste misure, in particolare, debbono essere collegate in modo scientifico al mercato del lavoro e alle sue infinite varianti.

Vi è un’opportunità grande in questa occasione drammatica, il cui senso capiremo non immediatamente, poiché vi sono molti attori le cui intenzioni non sono perfettamente chiare e vanno studiate. Troppe informazioni e controinformazioni, troppi interventi e salvatori non richiesti, caro lettore: ad esempio, è plausibile (certamente pensabile) che uno come Bill Gates, dall’alto dei suoi sterminati mezzi economici, sia così attivo così, senza contropartite, per pura generosità e mecenatismo? Non ci credo. Posso non crederci? Posso mettere in dubbio che lui e altri consimili facciano tutto ciò che fanno per puro umanesimo, ora che hanno da tempo risolto alla grande il problema delle sopravvivenza loro e delle loro famiglie per settantasette generazioni?

Lascio qui in sospeso la riflessione.

Filosofia vs Psicologia nei giorni di Sars-Cov-2

Sicché dunque, conosco Simone da un decennio più o meno. Gli ho visto fare il liceo classico e la triennale in psicologia, della cui tesi di laurea son stato co-relatore. Ora sta preparando la magistrale, sempre in azienda, come la precedente, e sempre con un interesse forte vòlto alle persone, sia che siano in condizioni di “normalità”, sia che siano un poco… stressate. Gli ho inviato in lettura (lui è attento e curioso) un articolo del prof Perissinotto di Cà Foscari sul tema del rapporto fra Filosofia e Psicologia.

Lo ha commentato con cura, mi ha scritto come si scrive a uno “zio”, e io gli ho risposto con un’ulteriore riflessione. Riporto di seguito, prima il suo pezzo e poi il mio.

William James

Ciao Renato,
Volevo farti un breve commento su quanto inviatomi:

1° nota: 20. (si riferisce, ovviamente, al testo di Perissinotto, ndr) Da dove lo prendiamo quel concetto di ‘pensare’ che vogliamo trattare qui? Dal linguaggio quotidiano. Ciò che per primo dà un indirizzo alla nostra attenzione, è la parola «pensare». Ma l’uso di questa parola è ingarbugliato. E non potremmo aspettarci che non lo sia. E questo, naturalmente, si può dire di tutti i verbi psicologici. Il loro impiego non è così chiaro, e così facile da afferrare con un colpo d’occhio, come quello, ad esempio, dei termini della meccanica.

Il concetto di pensare è molto importante. Parto dalla filosofia e dalla mia educazione classica per affermare che pensare è l’atto cognitivo che ci permette di conoscere. Diversi autori ne hanno discusso, seppur utilizzando terminologie differenti, sostenendo quanto il pensiero favorisca una maggiore conoscenza di sé. Aristotele parla di “anima”, come ragione e “io consapevole”, come la sede dell’attività pensante ed eticamente operante. Inoltre, pensare all’interno di un ordinato scambio di domande e risposte (la maieutica) favorisce la verità e la conoscenza. Cartesio scrive “cogito ergo sum”, una delle fasi più emblematiche della storia filosofica, nella quale si sottolinea l’inscindibile binomio pensiero – essere presente. Tuttavia il pensiero non aiuta solo a conoscere se stessi, ma anche il mondo circostante. Ecco allora Platone e il suo percorso graduale di conoscenza, Aristotele e il sapere diviso in scienze teoretiche, pratiche e poetiche, Plotino e l’idea delle sensazioni chiare – i pensieri intelligibili e i pensieri oscuri – le sensazioni etc..

Nella psicologia, è stato l’obiettivo di ricerca di molti studiosi quello di capire come funzioni il nostro modo di riflettere (verbo che seppur usato come sinonimo, mi da un’idea di pensiero più profondo del semplice pensare), scatenando diverse scuole di pensiero, tra tutte ne cito una, il cognitivismo in cui si intravede la metafora dell’uomo elaboratore, dell’esistenza delle mappe cognitive, rappresentazioni spaziali, nodi concettuali di conoscenza che, interconnessi tra di loro, influenzano il comportamento. Cito poi la psicologia sociale, che ha aperto il mondo delle euristiche, ai pregiudizi e agli stereotipi, che influenzano molte volte negativamente i nostri comportamenti e modi di essere.

Poche citazioni per mostrare come filosofia e psicologia siano intrecciate. Interpreto l’aggettivo “ingarbugliato”, intendendolo così: il concetto di pensare è ampio, ci sono tanti aspetti che possono ramificarsi, pensare – auto-conoscenza, pensare – memoria, pensare – conoscenza dell’ambiente circostante, pensare – euristiche, pensare – comportamento. Non sono convinto cosa si intenda per “verbi” psicologici, se si considerano altri costrutti psicologici, posso dire di sì, ce ne sono diversi che non hanno una definizione chiara e immediata. Lo è la stessa chiamata professionale.

“Se la filosofia possa in qualche modo o senso interferire con la psicologia. La risposta è negativa. Mi piace molto questa frase, perché non c’è un contrasto tra loro, ma è come se si abbracciassero, e così dovrebbe accadere tra coloro che sono dall’una o dall’altra parte quando ci si incontra. E noi ne siamo un esempio e sicuramente tu hai ancor più casi in cui puoi dire che succede questo e casi in cui sfortunatamente non succede. Se mai avrò un mio ufficio HR, stai sicuro che un filosofo farà parte del mio staff.

Un saluto caloroso,

Simone

eeh, la miseria, Simone! Che 25 Aprile”
Che trattatello. E non fa una grinza. Hai ripreso in sintesi molto bene quasi tutti i bandoli dell’ingarbugliata matassa.

Aggiungo solo poche considerazioni: bisogna evitare di avere un atteggiamento epistemologico anacronistico e sbagliato, e con ciò voglio dire che molti, su ambedue le “sponde”, quella psicologica e quella filosofica, tenta (l’atteggiamento epistemologico) di separare nettamente – contrapponendole – le due discipline, affermando che appartengono a due plessi disciplinari molto diversi (più “scientifico” nel senso “gentiliano” del termine per la psicologia, e più “umanistico”, sempre invocando Giovanni Gentile per la filosofia), e lo spiego, non annoiandoti, spero.

La distinzione tra scientificità e umanesimo non va collocata redigendo una tassonomia rigida, rispettivamente, come fra:
a) biologia, fisica, matematica, geologia, (e magari psicologia nella sua “versione” contemporanea, non classica, poiché fino a James più o meno coincideva con la filosofia razionale, precedente “nome” della psicologia anche a livello accademico), etc. e
b) letteratura, storia, filosofia, antropologia culturale, metafisica, logica (magari in comproprietà con la matematica).

Questa distinzione va collocata invece sul piano epistemologico, in questo modo, e so che – nel mio piccolo – questa distinzione sta venendo accettata in alcuni ambienti: è “umanistico” ogni sapere che si pone nell’ottica dell’interesse per l’uomo e per il suo destino, ed è “scientifico” ogni metodo che abbia un sistema di ricerca condiviso dall’ambiente in cui si produce . Un primo esempio:

  1. un astrofisico si pone una domanda “antropica” come questa: perché il mondo, l’universo esiste e non no?, bene, in quel momento quello studioso si configura come “umanista; un secondo esempio:
  2. un glottologo che studia un antico dialetto uralo-altaico, da linguista operativo e docente presso la Facoltà dei Lettere, costruisce tabelle tassonomiche precise degli etimi e dei morfemi, in quel momento quel ricercatore è uno scienziato.
    Non so se sono riuscito a spiegarmi, Simon, ma penso di sì.

Tornando a noi, circa il confronto e la collaborazione fra psicologia e filosofia, questo è non solo auspicabile, ma anche necessario, poiché le due discipline, proprio nelle loro declinazioni contemporanee, possono esserlo in quanto hanno due approcci diversi, più pragmatico quello psicologico e più teroretico-generalistico quello filosofico (pur non mancando oggi la presenza sul “mercato” della filosofia pratica, cioè la Philosophische Praxis socratica, rinata in questi decenni con il prof Gerd Achenbach in Germania, e in Italia, tra altri, con Neri Pollastri, Stefano Zampieri, Chiara Zanella, Marta Mancini, Davide Miccione, Andrea Poma, Giorgio Giacometti, Umberto Galimberti, Pier Aldo Rovatti, Massimo Recalcati, e… Renato Pilutti, oso citarmi umilmente, etc.).

Da un lato, però, gli psicologi, a partire da chi dirige il loro Albo, non dovrebbero essere “gelosi” dei filosofi, quasi come se questi gli “portassero via il lavoro”, dall’altro i filosofi dovrebbero accettare il contributo conoscitivo delle scienze psicologiche contemporanee, nelle loro varie declinazioni e scuole: tu citi opportunamente il cognitivismo, che peraltro appartiene in toto all’aristotelismo storico, ma anche a John Locke e David Hume, autori di saggi decisivi sull’intelletto e sulla ragione umana. E poi la psicologia sociale, così importante. Anche la tua citazione di Descartes e del suo “cogito” (che sai essere anche molto “agostiniano”) è opportuna.

Accanto al cognitivismo, inoltre, non trascurerei di citare altre due linee di pensiero che creano “ponti” fondamentali tra psicologia e filosofia, la psicologia umanistica di Carl Rogers, Michel Foucault per la psicologia sociale, e l’olismo di Gregory Bateson.
Da ultimo, come non ricordare, insieme, tu e io, la psicoanalisi del dott Freud, di Jacques Lacan, di Binswanger, così cara al mio collega Giacometti e, ancora di più forse, l’analisi del profondo di Karl G. Jung?
Molto, moltissimo, filosofia e psicologia possono fare, ciascuna nel proprio ambito, anche attraverso “aree di tangenza” che vanno chiarite e sviluppate:
– la psicologia con le sue possibilità classificatorie dei fenomeni e degli epi-fenomeni individuali e relazionali, intrinseci alla persona umana ed estrinseci alla stessa versus gli altri e la società,
– la filosofia con la sua ricerca sul senso delle cose e della vita, nonché sulle declinazioni possibili di un’etica scientifica.

Ambedue i saperi devono essere intesi e considerati come “scienze umane”, dove l’umano identifica l’area semantica di scienza, e viceversa.

Buon 25 Aprile, caro Simon, e continua così con questa tua passione per il sapere.
Tu sai che io nel mio piccolo e nella mia “seniorità” tengo molto alla crescita di giovani che, come te, hanno voglia ed energie per crescere e per dare una mano a chi gli sta attorno, sul lavoro e fuori.
C’è speranza, mandi

renato (o zio renato, come che tu vus, as you like, como prefieres, sicut tibi gratus est, come vuoi)

Andare avanti, con uno sguardo alto, che comprenda storia, presente e possibilità

Uno sguardo “alto” ha un significato preciso: mette nelle condizioni di contemplare almeno in parte l’esperienza propria, la storia, quello che sta accadendo qui e ora a ciascuno di noi, e infine ciò che è possibile accada.

La storia non può essere modificata, il presente è incipiente nel pensiero e nell’azione, ma il possibile è ineffabile, prima che si trasformi in atto, quasi aristotelicamente. In verità questa affermazione è imprecisa, poiché lo Stagirita, per spiegare il movimento evolutivo delle cose propone la diade potenza e atto, là dove la potenza è pura energia trattenuta, e l’atto è la sua esplicitazione. Aristotele declina il pànta rèi eracliteo a modo suo.

La nozione di possibile non coincide con quella di potenza, poiché tiene conto, non solo dell’energia potenziale dell’ente (della persona, ad esempio), estrinsecabile nell’atto d’essere, ma anche dell’intervento volontario del soggetto e delle circostanze, vale a dire dei vettori causali di cui il soggetto non è responsabile e solitamente neppure conosce. Un esempio: lo zigote insediato nell’utero materno non è solo un essere umano in potenza, ma è soprattutto un essere umano possibile, poiché la gravidanza non è un percorso solo naturale involontario come la respirazione e il battito cardiaco, ma può permettere un intervento volontario della donna incinta, sia nel senso della prosecuzione della gravidanza, sia nel senso di una sua interruzione, qui tralasciando altri aspetti di ordine medico, che magari nei casi sfortunati possono impedire una felice conclusione della gravidanza stessa.

In altre parole lo zigote è più un uomo-possibile che un uomo-in-potenza. O donna, ovviamente.

Bene, questo detto, si può pensare al futuro come un ambito nel quale la volontà umana può agire e interferire con grande forza ed efficacia.

Costruire il futuro è possibile, ed è affidato per molto delle sue possibilità di sviluppo alle volontà dei singoli esseri umani e dei gruppi, delle comunità, delle società, delle nazioni/ paesi/ stati, del mondo tutto. Abbiamo davanti, ogni momento che passa, innumerevoli occasioni di intervento, soprattutto se è cosciente, o meglio, consapevole delle conseguenze che ogni scelta dell’agire umano, pone.

Possiamo decidere di cambiare non poco lo stile delle nostre vite compiendo scelte improntate a priorità differenti rispetto al passato, selezionando e operando decisioni più adatte a una vita qualitativamente più attenta alle altre vite e all’ambiente che le contiene e permette loro di crescere.

La qualità delle nostre vite può evolvere verso una maggiore consapevolezza che la quantità del possesso non è importante come la sua qualità e la equità della sua distribuzione tra tutti gli esseri umani. L’ambiente è l’habitat composto dalla natura e dalle nostre decisioni su come vivere in futuro.

Ma vi è anche un altro habitat che ci interessa, quello spirituale, quello relativo alla formae mentium delle persone, di ciascun uomo/ ciascuna donna di questo mondo. E il mondo stesso può essere “mondato” (cioè ripulito), proprio nella sua “mondità”, nel suo essere l’insieme costituito dalla Terra intera, dalla sua atmosfera e da tutte le vite che ivi prosperano, in qualche modo.

Far prosperare queste vite significa diventare sempre più consapevoli delle responsabilità individuali verso tutti gli altri e il “contenitore-Terra”.

Lo Strumento più importante per affrontare questo percorso è il pensiero critico, utilizzato con il metodo della logica-argomentativa: si tratta del metodo (metà-òdon, in greco per-una-strada), quello deduttivo, che permette di “sgamare” gli inganni e gli imbrogli, i fraintendimenti e la confusione concettuale ed espressiva che il momento attuale vede dilagare.

Quelle che si chiamano con un inglesismo noioso fake news sono rottamabili, tutte, anche le più insidiose, se ognuno si decide per l’autonomia del proprio pensiero, per la verifica delle notizie e la loro fondatezza, per una scelta continua della serietà delle fonti informative. Documentazione probante, dialettica paziente e approfondimento critico di ogni informazione: ecco la strada, il metà-òdon per una rinascita umanistica dell’uomo e del suo mondo.

L’anima della rinascenza

Solitamente usiamo il termine “anima” al di là della dizione platonica e aristotelica di sostanza- guida delle azioni umane agìte tramite il corpo, di essenza dell’umanità stessa, di sostanza o natura della vita consapevole dell’uomo, e al di là della nozione religiosa, sia del ceppo greco-latino, sia biblico, sia orientale, concepita come qualcosa di immortale o addirittura eterna (induismo, Origene, etc.) per dire che ogni cosa o azione umana ha un’anima, per dire che l’anima è una guida alla comprensione delle cose del mondo e dell’uomo stesso.

Tutto ha un’anima nel dire abbastanza comune. Per gli animisti siberiani e del Grande Nord, per quelli del Sud America e dell’Africa “tutte le cose hanno un’anima“, dall’uomo agli animali alle pietre, dalle acque al vento. In I Re 19, 11-12, perfino Dio è una brezza leggera, che coglie il profeta Elia.

Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. (…)

Dio si manifesta ad Elia in modo sommesso, quasi delicato, e ciò ci insegna a sviluppare le nostre capacità di ascolto, di attenzione anche alle piccole cose, a quelli che chiamiamo segnali deboli. Ciò che non è tonitruante o prepotente o arrogantemente proposto, ci deve interessare, rendendo più acuti i nostri sensi interni, che presiedono alla comprensione vera delle cose.

Diamo uno sguardo al grande film di Kurosawa Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure. Va visto per avere un’idea della nozione di anima presso i popoli della Siberia, a modo di esempio. L’anima è l’essenza vitale del tutto.

La rinascenza è un modo della ri-nascita, un tornare da capo per essere meglio di prima, come spiega la storia italiana. Il Rinascimento storico è un nome che le persone del tempo non conoscevano e non usavano e, come per altri periodi storici antichi, medievali e moderni, fu semplicemente dato dagli storiografi.

Per ri-nascere occorre metter in ordine molte cose: cultura, coesione sociale, politica, economia, diritto. La rinascenza, come nel Rinascimento storico, significa un rilancio della persone e della sua unicità, della sua autonomia. I classici greco-latini, ripresi da Giovan Pico della Mirandola nel suo De hominis dignitate, usavano dire homo faber ipsius fortunae, cui aggiungerei, con il contributo delle circostanze, cioè di tutti i vettori causali di cui il singolo non ha conoscenza né nozione.

L’uomo vitruviano di Leonardo da Vincio

Le potenzialità umane, insite in ciascuno in modo diverso, sono uniche in ogni persona e costituiscono la struttura portante della dignità umana.

Già Platone ed Epicuro, e poi Agostino fino a Hegel hanno proposto la dialettica come il metodo più adatto alla ricerca della verità. La dialettica è scambio di idee, è capacità di ascolto, uso rispettoso della parola, coltivazione del dubbio e dell’interiorità.

«La mistica immagine della Rinascita e della Riforma aveva vissuto, sotto entrambi i suoi aspetti, attraverso tutto il Medioevo […] ora, dopo lo slancio religioso del XII secolo […] dopo Gioacchino, Francesco, Domenico, dopo l’illimitato flusso di entusiasmo religioso, quell’immagine si muta nell’espressione di un sentimento e di un bisogno di tipo puramente umano, che dapprima empie di sé solo singoli individui, poi anche ampi circoli, ed al quale si mischiano la esigenza e l’immaginazione della fantasia, dell’anima sensibile
(K. Burdach, Dal Medioevo alla Riforma)

Il brano di Burdach ci dà un po’ il senso della “rinascita” storica in Italia, che influenzò tutta Europa, costituendo immagine di cambiamento radicale della concezione dell’uomo nel mondo e nella natura. Ri-nasce l’esigenza di una crescita psicologica e culturale dell’uomo, anche oltre la dimensione teologica, con un’esperienza estetica (intesa nel senso dell’àisthesis aristotelica, cioè come manifestazione dell’essere, non nel banale senso estetistico di comune accezione).

Ora sta accadendo quello che sappiamo e molti ne parlano, i più blaterando, anche molti “scienziati”, spesso in contraddittorio sgangherato tra loro.

Sembra quasi che una sorta di “provvidenza” (non scomodo “Dio” per questo) abbia deciso di insegnare all’uomo che la Terra non è un bene disponibile a ogni uso, quasi in memoria di un retaggio teologico-biblico legato alla legge della colpa/ espiazione.

Forse la Provvidenza, mediante il linguaggio-della-Terra ci ricorda che è meglio dare uno sguardo al Tutto, al Bene-che-è-comune, su cui abbiamo una responsabilità di mandato, come fossimo dei CEO, come fossimo finalmente umani.

I salvatori non chiamati

Quando uno è in pericolo grida “aiutooo“, quando una nave è in avaria lancia lo “S.O.S” o il “MayDay, MayDay“, e allora chi può accorre. Mentre, caro lettor mio

ora c’è lo scatenamento, non solo dei giudizi scientifici o para, ma anche delle più varie profferte di consulenza, soprattutto da parte di quegli esperti (sè dicenti “professori”) che profetizzano o, meglio dire, addirittura auspicano, e non tanto tra le righe del loro dire, una continuazione della situazione-Covid, quasi sine die.

E allora, giù con un altro comitato-commissione-task force, aventi nomi acronimizzati in inglese. Pare che in tutta Italia, tra ministeri e regioni siano state attivate una quarantina di task force, mille persone circa, un reggimento di fanteria campale operativo. Mi piacerebbe vederne la composizione.

Giù allora con critiche a chi opera perché si dovrebbe fare così e cosà, la cosa è questa qua, e non quella là.

Di solito quelli che appaiono in tv hanno facce contrite, sofferenti, e parlano con gravità talora alternata – nei toni – a una strana arguzia. Vi è come una gara a chi la sa più lunga, e si propone con sue soluzioni definitive.

Costoro appaiono insolitamente (mi sbaglio?) avidi: di video, dichiarazioni, commenti, twittate, e parlano compiaciuti delle proprie conoscenze, capacità, curricula.

E infine ci sono i fruitori: la ggente, dirigenti delle varie strutture, giornalisti di vari generi e specie, che variamente rimbalzano il profluvio di notizie che arrivano girando come trottole quantiche. Mi viene in mente il caso del calcio professionistico: un insigne di questi prof mormora a labbra semichiuse che “io non riterrei (badasi bene: condizionale) plausibili delle modalità di controllo dei calciatori più attente e regolari, ma che è meglio forse pensare… e non conclude il discorso in modo chiaro, salvo poi cambiare idea il giorno dopo.

Subito si scatena in tema la “titolistica dell’eclatante” (chissà perché questo francesismo) del tipo: “la scienza esclude di riprendere il campionato“, “i pareri degli esperti rinviano il campionato di calcio al 2021“, e via andando. In realtà il prof “dicuinonricordoilnome” si è ben guardato dal parlar chiaro, perché ha bofonchiato qualcosa da cui si è potuto evincere che “boh, non saprei“.

Ora, nella sua confusione, il governo ha chiamato a sé altri esperti: economisti, ingegneri, qualche psico-sociologo. Non si sa però che cosa fargli fare. Il suo capo, esperto e prestigioso, ex Ceo di varie aziende grandi, vorrebbe – anche legittimamente e ragionevolmente – sapere fino a dove può arrivare il suo contributo e mediante quali poteri riconosciuti.

Costoro della task force non sono certo “salvatori non chiamati”, ma rischiano di essere assorbiti da quel novero confusivo e disperso.

Perfino i “grandi” (o se putanti tali) politici à là Macron ora fanno discorsi strategico-escatologici di rinnovamento dei modi (implicitamente finora sbagliati) della globalizzazione e di difesa della democrazia.

Politici più piccini (quantomeno per potere reale e forse non solo) à là Zingaretti, non in qualità di segretario di partito, ma di presidente del Lazio, “minaccia” delibere per far vaccinare tutti, smemorato di un articolo chiarissimo della Costituzione repubblicana (il 32) che dice con chiarezza i diritti della persona circa le scelte sanitario-terapeutiche individuali. Leggiamo:

Articolo 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.

Forse costoro pensano di legiferare in difformità a questo dettato costituzionale, imponendo per legge le vaccinazioni?

Si predispongono app da usare “volontariamente” (per ora) al fine di monitorare i cittadini nei loro movimenti. Bene, io lascerò a casa il cellulare spento. Quando sento la sinistra quasi scatenata sulla vaccinazione obbligatoria mi viene l’orticaria.

C’è tutto un brulichìo, ebbene sì, come quello dei termitai, proprio un brulichìo esasperato e disordinato di idee, proposte travasate da sito a sito, da cellulare a cellulare con la smania di sapere far sapere l’ultima, ciascuno al proprio network.

Io mi sono dato una regola: ho suddiviso le tipologie di ciò che mi arriva in base al giudizio personale che ho di ciascun mittente e inizio la selezione. Una parte la getto senza darle uno sguardo, sarà il 50%, una parte, cioè un 40% la guardo e la restante parte la ritengo plausibile e utilizzabile.

Suggerirei a tutti di fare più o meno così.

Se lo stupore e la meraviglia sono il papà e la mamma della filosofia, lo “wow” (pronunzia “uauh”) detto a ogni piè sospinto, è idiozia perfetta, ma forse è meglio sentire questi versi primordiali piuttosto che molte, moltissime asserzioni che inopinatamente dilagano, a cura dei “militanti dell’ignoranza”, per la perfetta disinformazione del popolo

Le onomatopee sono forse una delle fonti delle lallazioni primordiali che prelusero alle prime forme di linguaggio. I suoni di meraviglia (wow, appunto, oppure oooh), di stupore impaurito (eph), di dispiacere (sigh, sob), di sorpresa (gulp), etc. tutte tratte sia dal mondo Disney, sia… dalle dottrine di Noam Chomsky.

Noam Chomsky

Pare che anche mamma e papà derivino da due suoni essenziali, arcaici: mmm, cioè il suono della suzione del latte dalla mammelle materne, e pth, forse, rappresenta lo sputicchiare del bimbo. Di lì mamma e papà che, più o meno con gli stessi suoni, sono presenti in tutte le lingue? Chi lo sa?

Avram Noam Chomsky (nato nel 1928) è un linguista, filosofo, scienziato cognitivista, esperto di comunicazione, attivista e saggista. Americano, ma di chiara origine est-europea.

Aspro critico della politica estera statunitense, si e sempre proposto come illuminista scettico e agnostico, anche se non stupidamente anticlericale.

Lo cito qui per il suo lavoro sulla grammatica generativa, di cui alcuni elementi essenziali sono presenti fin dall’opera Syntactic Structures del 1957: il trattato si caratterizza per la ricerca delle strutture innate del linguaggio naturale (cf. supra). E’ evidente come il suo pensiero tanga anche filosofia, psicologia, neurologia e perfino la matematica.

Accanto alle onomatopee sopra citate torno – quasi per assonanza – su un tema a me caro, quello dell’ignoranza al potere. Sembra che certi politicanti ambiscano ad essere ricordati per la loro militanza inconsapevole nel partito degli ignoranti. Non occorre che qui ri-citi i soliti noti, ché il mio lettore conosce perché da me “cantati” ad libitum qui, in questo sito.

Ne parlavo in questi giorni con il filosofo siracusano Davide Miccione, mio collega in Phronesis, condividendo la tesi sopra stante.

Mi va di parlare di queste cose in questi giorni, quando le parole e le espressioni complete sono ricolme di falsità e di asserzioni infondate o fuorvianti, che sono propalate da due categorie di ignoranti: quelli “tecnici” e quelli “consapevoli” e quindi colpevoli.

Oltre a ciò, direi che si potrebbe classificare gli attori operanti nella società in alcune categorie perfettamente tassonomiche. E dunque abbiamo:

a) chi ha potere politico ed è, spesso, o tecnicamente o colpevolmente ignorante, ma, nel caso dei politici lo è – sempre – colpevolmente, insieme con suoi supporter ed elettori (diciamola chiara!);

b) chi ha potere economico, riferendomi in particolare a chi può trarre profitto illecito dalla situazione, come certi finanzieri, e certi titolari di centri di ricerca e di case farmaceutiche;

c) chi ha potere “culturale”, comunicativo e mediatico: sto pensando al linguaggio sciatto e fuorviante di molti giornalisti e al litigio quotidiano fra gli esperti, virologi, immunologi, pneumologi, infettivologi di tutti i generi e di tutte le specie, alcuni di loro diventati oramai divi dei media (pronunciasi mèdia, è latino non inglese). Ho in mente nomi – dei primi (i giornalisti) e dei secondi (i medici-biologi) – che non faccio, perché ciascun mio lettore li possa individuare liberamente. Ovviamente tra questi secondi non annovero chi opera in corsia, cui va la mia ammirazione, come a qualsiasi altro lavoratore che per fare il suo lavoro rischia la propria vita.

Per completare i dati indicherei una seconda classificazione:

  1. la categoria dei complottisti, tipo quelli che sono convinti della responsabilità diretta di George W. Bush nell’abbattimento delle Twin Towers nel 2001; che l’uomo non è mai giunto sulla Luna; con la sottocategoria estremistica di coloro che ritengono la Terra essere piatta: costoro di solito fanno parte (cf. supra) del gruppo ignorante tecnico;
  2. la categoria dei dubitanti-ragionanti, cioè di coloro che, per la salvezza della loro stessa mente, dubitano – cartesianamente – circa ciò che sentono dire, anche sui vaccini e sul G5.

Il Governo, dopo avere scelto un gruppo di “scienziati” nel senso comune del termine, visto che il termine “scienza” per i più (ma non per me) significa solamente saperi legati alla biologia, alla fisica e alle discipline correlate, ha designato un altro gruppo di esperti affiancare al primo nell’individuazione delle scelte da suggerire al Governo stesso. Bene: di questo gruppo fanno parte economisti (il numero più cospicuo), e qualche sociologo/ psicologo.

Nessuno ha pensato alla filosofia, come sapere generale, e pure quello deputato a riflettere sulla scala dei valori e sul bene/ male, la diade che interpella più profondamente le scelte morali e le linee etiche di una politica.

Non mi resta che essere desolato continuando a combattere con i miei amici e colleghi che questo pensano, e non si rassegnano.

Quanta paura di morir di fame, o dello shopping compulsivo

…in queste settimane, caro lettor mio! Parcheggio nell’apposita area di un supermercato ed entro, faccio una spesetta di diciassette/ venti euro, come un altro paio di volte in settimana, e mi guardo in giro, davanti, dietro, a lato a destra e a sinistra. Carrelli non pieni, di più. Faccio attenzione ai pagamenti e sento: 125, 150, 180 euro, anche 205! Due carrelli. Certo c’è anche gente che fa la spesa per i genitori anziani, o per parenti/ amici che hanno chiesto un favore, ma ciò non spiega tutto.

Homo sapiens sapiens?

La commessa, quando la saluto, mi dice che è sempre così. Paura di morir di fame? Eppure non siamo in Sudan in tempi di carestie ricorrenti, o nell’Albania dei primi anni ’90, e neanche nell’Ucraina degli anni ’30, o nella Repubblica di Weimar degli anni ’20. E potrei continuare ad libitum.

Abitiamo nella nazione settima del mondo per ricchezza, con il miglior cibo e i migliori vini del mondo, il tutto vario e differenziato al massimo: prodotti industriali eccellenti e prodotti locali pieni di sapori e colori.

Steven Pinker è un noto psicologo statunitense, che leggo volentieri. Nei suoi due principali trattati, Il declino della violenza del 2010 e Illuminismo oggi dell’anno passato, egli sostiene che vi sono sufficienti elementi, dati e fonti, per poter affermare che l’uomo sta procedendo da un milione e settecentomila anni circa nel processo evolutivo di “ominazione”, e si può notare una crescita, un “miglioramento” delle sue prestazioni intellettuali e della qualità morale delle sue azioni, qualità morale intesa secondo un’etica cristiano-illuministica che più o meno i più condividono. Un elegante “quasi-lombrosismo” al contrario, parlando in modo grezzo.

In altre parole, secondo Pinker vi sarebbe una crescita, lenta ma certa, dei lobi orbito-frontali della corteccia cerebrale, per cui staremmo diventando sempre più intelligenti e… più buoni.

Epperò, guardando ciò che accade nel supermercato qualche dubbio mi sorge.

Circa il “più intelligenti” mi pare che le cose siano più complesse, direi ad personam, ad hominem, essendo ciascuno di noi umani terribilmente (mi si passi l’avverbio metaforizzante) unici! Quante e quali differenze tra me e te, gentil lettore, o qualsiasi non-lettore, oggettive, genetiche, ambientali, culturali. Certo.

E per quanto concerne gli aspetti morali? L’essere più o meno buoni? Ecco, anche su questo tema si sono spesi i filosofi e gli eticisti più grandi, dai due sommi greci (Platone&Aristotele) e al quasi loro contemporaneo Siddharta Gotama (il Buddha, l’Illuminato), ai Padri della Chiesa antica, a Pietro Abelardo, che andrebbe riscoperto per la sua rigorosa e raffinata, modernissima, distinzione fra vizio, colpa e peccato, a Tommaso d’Aquino, fino a Kant e ai nostri giorni.

E’ noto e attestato che il comportamento umano è costituito da vari fattori, individualisoggettivipersonologici, ambientali e culturali. E dunque, dove sorge, dove si alimenta la malvagità? Dove si costituisce la colpa, il peccato, il reato? Bene, quest’ultimo è oggettivo, ove acclarato, poiché si tratta della violazione di norme penali previste dalla Legge, da quasi quattromila anni (Codice del re caldeo Hammurabi) e poi dai codici biblici, che hanno più di tremila anni, e poi dalle Dodici Tavole romane (V secolo a.C.), al Codex Iuris civilis giustinianeo (XV secolo d.C.), etc.. Il peccato e la colpa sono invece soggettivi, di difficile analisi e individuazione.

Ciò, parlando del male e della malvagità, nelle sue varie declinazioni ma, se dovessimo volgere la nostra attenzione ai comportamenti umani più in generale? Ad esempio verso la tematica proposta nel titolo di questo pezzo?

In questo caso si tratta di “pensiero critico”, mio caro lettore, vero? In quali condizioni si trova oggigiorno il pensiero critico, cioè la capacità di riflessione, di argomentazione logica? O meglio: quanto vale, quanto condiziona le scelte la razionalità? Dicendolo in concreto: nella situazione attuale, pur sapendo – più o meno tutti – che non mancherà il cibo, perché molti si affannano a procurarsene, come se si dovesse subire un assedio? Come se si fosse abitanti dell’antica Meghiddo di Siria, stretta nella morsa delle truppe del faraone Tutmosis III, che voleva punire il principe di Kadesh, colà rifugiatosi? Colà si era nel XV secolo avanti Cristo, e un assedio prolungato poteva significare veramente la morte per fame e per sete, anzi all’incontrario.

Vedendo i carrelli pieni di cibo, confesso che ho proprio pensato a quell’assedio tragico, e mi sono chiesto: ma siamo veramente cambiati nel tempo, ci siamo evoluti da un punto di vista delle facoltà razionali, come sostiene il prof Steven Pinker (anche se lui considera più ampie derive temporali, come ad esempio la rivoluzione cognitiva che lui fa risalire a circa settantamila anni fa, o la rivoluzione agricola, molto più recente, cioè a circa dodicimila anni fa)?

Mi sorgono dubbi e pensieri. Ma forse la ragione di ciò sta in un altro aspetto: il rapporto fra razionalità logico-argomentativa ed emozioni, e mi torna alla mente che sappiamo come le emozioni, o passioni, come le chiamavano gli antichi sapienti, sono più forti della ragione argomentante, la vincono, la sopraffanno, quantomeno in un primo momento del processo mentale.

E dunque comprendo le file e la quantità degli acquisti, legami ancestrali con l’istinto di sopravvivenza.

« Older posts Newer posts »

© 2020 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑