Renato Pilutti

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Autore: Renato Pilutti (page 2 of 160)

PLANET-PEOPLE-PROFIT: la sostenibilità dell’eco-sostenibilità

Bisogna chiedersi sempre se un progetto economico-aziendale, qualsiasi sia, possa essere realizzato con sufficiente e ragionevole plausibilità, ad esempio quello della sostenibilità ecologica.

Se si cimenta in un progetto del genere un’azienda di dimensioni medio-grandi, con fatturati e mezzi rilevanti, la plausibilità si dà, sempre che tale prospetto culturale trovi l’adesione e la partecipazione degli stakeholders, lavoratori, dirigenti e proprietà.

Nelle aziende più piccole o medio-piccole non si può pretendere che le strategie si improntino immediatamente alla triade concettuale e valoriale PLANET-PEOPLE-PROFIT, che rappresenta la sintesi del modello eco-sostenibile. Innanzitutto perché le persone, i lavoratori (e non solo loro) fanno fatica ad “alzare lo sguardo”, al punto da perdere di vista il loro quotidiano proprio, la fatica del lavoro, la difficoltà delle relazioni, il sentimento di precarietà che aleggia, le preoccupazioni per la salute propria e dei propri cari, e, in secundis, perché non è facilissimo capire l’utilità di una progetto di ecosostenibilità aziendale.

Infatti, come lo si può spiegare? Come si può essere convincenti usando un sintagma così politico, così economicistico, così ambientalistico?

Veniamo all’etimologia, come mio solito costume: eco-sostenibilità è una parola italiana composta da due radici, la prima derivante dal greco antico òikos, cioè casa, da cui eco-nomia (cioè regole, nòmos, della casa), eco-sistemi (cioè struttura, tìthemi, della casa ), eco-logia (cioè discorso, lògos, sulla casa), eco-sensibilità, (cioè sensibilità per la casa) etc.; la seconda dal verbo latino sustineo, ère, vale a dire sostenere.

Come si può vedere, il termine òikos è giustapposto a varie radici terminologiche in prevalenza greche, ma nel caso del termine che qui analizziamo, òikos è accostato al verbo latino sustineo. Ecosostenibilità, tutto attaccato, ma scrivendo in questo modo il programma di scrittura ti dà errore, epperò se metti un trattino in mezzo, lo tiene per buono. Finché lo Zingarelli lo accoglierà ufficialmente nel suo sempre aggiornato vocabolario.

Un termine, dunque, non consueto di per sé, e di non facilissima spiegazione. Si pone prima di tutto il tema della comunicazione corretta del termine a una platea diversificata e plausibilmente scettica. immediatamente dopo si pone il tema o problema del senso e del significato pratico da dare al concetto nell’operatività pratica di ogni giorno.

Un esempio: siamo sicuri che siano ecosostenibili le auto ibride o elettriche, rispetto alle ultime versioni del diesel, che sembra emetta gas più puliti di quelli che introduce? E che fine fanno le possenti batterie, piene di materiali inquinanti? E’ solo un esempio.

Certamente si possono individuare esempi positivi, come nei consumi di carni animali. Si sa che per produrre un chilo di carne bovina occorrono cinquecento litri di acqua?… fa fare domande questa constatazione?

Certo è che l’ecosostenibilità è la via obbligata da tutti i punti di vista. Innanzitutto da quello etico generale, che obbliga a sentirsi obbligati (kantianamente) a preservare le risorse naturali per noi, ma soprattutto per chi abbiamo messo al mondo e per chi verrà dopo di loro. Prima di tutto.

Ma obbliga anche per altre ragioni che si possono riassumere così: siccome le risorse non sono infinite e sono mal distribuite nel mondo, creando ingiustizie, peraltro accentuate dalla e nella modernità, che ci richiamano a una morale di giustizia fra popoli e nazioni, è indispensabile avere presente il concetto di finitezza e di destinazione d’uso delle risorse. Le guerre stesse che da quasi tre quarti di secolo si combattono in giro per il mondo, in ogni continente, salvo forse l’Oceania, senza essere state mai dichiarate, sono la cartina di tornasole dello stato di cose attuale.

Si combatte sempre per il soldo. Un esempio: perché cencinquant’anni fa o giù di lì, l’Imperial Regia Marina di Sua Maestà Britannica Vittoria favorì l’attracco siculo, quasi senza opposizione, dei Mille del Generale Garibaldi sui piroscafi Piemonte e Lombardo? Vogliamo ricordarci che negli stessi anni il nobile Imperial Regio Esercito, sempre di S.M. Britannica Vittoria, conquistava l’Egitto, la penisola del Sinai al fine di condividere con i Francesi il Canale di Suez, per ragioni nobilmente economiche, di approvvigionamenti di risorse materiali dall’Estremo Oriente, evitando di seguir l’ardita rotta del valoroso hidalgo senor Vasco da Gama, che rischiò l’osso del collo al Capo delle Tempeste, poi Capo di Buona Speranza? Un’Italia unita e amica dell’Impero Britannico era utile, anzi necessaria.

Dimentichiamo che, sempre la Gran Bretagna, al tramonto del suo impero coloniale, ci batté sonoramente in mare nel 1940/ 1 a Capo Matapan e a Taranto, perché la Italiana Regia Marina (non fascista) non conquistasse Malta? Per quale ragione? sempre per dominare le rotte mediterranee. Gli Inglesi (e non solo loro) non agiscono mai per bontà d’animo e per altruismo. Furono capaci perfino di complottare, progettare ed eseguire, con l’ausilio di un gruppo di partigiani (Mario Lonati in primis) su ordine di Luigi Longo, e il comandante John (alla faccia del cosiddetto e sé dicente “Colonnello Valerio-Walter Audisio”, che non ammazzò né Benito né Claretta) l’ammazzatina (farebbe dire il grande Camilleri a Montalbano o a Mimì Augello) del Cav. Benito.

Per tutto questo e per molto altro ancora, l’ecosostenibilità ha una valenza epocale, e riguarda complessivamente, sia la tutela delle risorse ambientali, sia una loro più equa distribuzione nel mondo e tra le nazioni. Altrimenti tutto ciò rimane un bellissimo programma di buone intenzioni impossibili da realizzare.

La politica può agire comunicando con efficacia, evitando le chiacchiere

Ci sono giornalisti come Travaglio che, mentre il governo Draghi segna, evidenziando elementi distintivi suoi propri molto validi, una discontinuità radicale con il precedente, con grande disonestà intellettuale e vittima consapevole di puro istinto markettaro (per chiarire, anche se non serve, al fine di vendere più copie del suo quotidiano cartaceo), sottolinea in negativo le misure che il governo stesso deve assumere non potendo prevedere, ad esempio, l’andamento della pandemia. Infatti, ogni provvedimento di salute pubblica che qualsiasi governo può e deve prendere non può non considerare i dati oggettivi di questo Covid-19, nel loro evolversi.

Zingaretti si dimette da segretario del PD, denunciando la lotta per le poltrone nel partito che dirige, denunziando il radicalchicchismo di molti all’interno del molle partitone dessinistra, che più romano di così semmore. Attorno a lui dirigenti mediocri, a partire dal vicesegretario e dai rappresentanti della corrente ex popolare, si azzuffano. E le donne del partito non stanno a guardare in questa negatività. Tutto ciò dà uno spettacolo avvilente.

Il fatto è che in questi quasi due anni, il romanissimo politico si è appiattito su Conte senza marcare il territorio con una politica riconoscibile, mostrandosi leader mediocre. Personalmente, da un punto di vista semplicemente politico, non rimpiango alcunché della sua segreteria, senza assolutamente pensare positivamente ai suoi predecessori, e a Renzi in particolare. Mi viene chiesta un’opinione su questo partito, che dovrebbe essere la forza portante della ragionevolezza governativa e della sensibilità sociale, ma non rispondo, perché dovrei essere tranchant.

Conte & Casalino sono stati per un triennio, che spero non si ripeta sotto altre spoglie, un esempio della chiacchiera vana. Chiacchiera auto-compiaciuta. Ora il prof (chissà di quale livello) tenterà la ventura di guidare lo que resta dell’accozzaglia cinquestelluta, ma solo se lo faranno comandare tirannicamente, ha fatto capire. D’altra parte, con un comico che si candida a guidare il PD, l’avvocato foggiano può bene aspirare a guidare fuoriclasse della politica alla bonafede, lezzi, toninelli et alia animalia varia (absit iniuria verbis, quia animalia nos toti sumus, sicut Aristotelis docet!).

Altro aspetto della chiacchiera (criticata con decisiva e insuperabile acribia da Heidegger in Essere e Tempo, e da Wittgenstein nel Tractatus Logico-Philosophicus) è l’uso del linguaggio, che si declina su un arco concettuale immenso, anzi infinito, come si può dire matematicamente della distanza fra 0 e 100 (Zenone di Elea docet!).

L’esempio: il linguaggio giornalistico e politico di Benito Mussolini. Il duce è stato un grande giornalista e un grande oratore, fin dai tempi della sua direzione del l’Avanti!. Non solo era un ottimo utilizzatore della lingua italiana, ma era anche un osservatore acuto del linguaggio degli altri.

Mussolini criticava il linguaggio dei politici del suo tempo, anche dei “suoi” (i socialisti), accusandoli di insopportabile retoricità. La sua, invece, era una retorica molto accorta, debitrice consapevole della lezione di Gustave Le Bon, quello de La psicologia della folla, che Mussolini conosceva benissimo e ne traeva continua ispirazione per render i suoi interventi, orali e scritti, sempre più efficaci.

Vi è infatti da chiedersi come una quantità abnorme di menzogne sia riuscita a condizionare decine di milioni italiani per vent’anni. Altrettanto vale per Hitler, che ci riuscì per un decennio o poco più, con le conseguenze che conosciamo. Si può, però, notare una differenza: L’Italia mussoliniana era abitata da un terzo di analfabeti, mentre la Germania del III Reich non registrava quasi alcun analfabeta (o forse solamente qualche contadino disperso della boscosa Turingia o della Slesia polacca).

E oggi? Come mai i social, che sono il locus della nuova retorica criticata da Le Bon, riescono a condizionare fino alla manipolazione masse ingenti di persone, soprattutto giovani? Non è solo lo stadio (in questi mesi deserto) il moderno luogo dell’ignoranza colpevole, ma lo è di più la piazza virtuale dove chiunque può urlare le proprie ebetudini a-razionali, non documentate e, nel migliore dei casi, fuorvianti?

I social sono quasi del tutto liberi da ogni verifica, se si eccettua qualche provvedimento antirazzista, e quindi possono diffondere qualsiasi stupidaggine, inesattezza, fandonia, maldicenza, calunnia, cattivi pensieri, semplificazioni, banalizzazioni, effemeridi bufaline e altro pattume.

Il rimedio è sempre quello: l’umiltà della ricerca delle fonti, prima di aprir becco e bocca, la verifica delle fonti stesse, la fatica dell’informazione, la costanza della formazione, il parlare solo di ciò che si conosce, e sempre senza iattanza e superbia, senza la pretesa di avere in tasca madonna verità, solo così si può un poco rimediare a questa indecenza.

Ed è compito di tutti farlo, ciascuno nel suo piccolo, che diventa grande se unito a quello di tutte le persone di buona volontà

Il viaggio di Francesco nella terra di Abraham: l’estetica della (nella) verità

Colgo l’occasione dello storico viaggio del papa a Ur dei Caldei per parlare di estetica, vale a dire di una manifestazione dell’essere-delle-cose. Un fatto umano inserito nella Storia e nella Tradizione religiosa permette ancora una volta di riflettere sulla corrispondenza o meno della verità ai fatti dell’uomo e del mondo. E’ noto che la Storia risente delle Tradizioni (trasmissioni) e dei Miti. Non abbiamo contezza storiografica, intesa come documentazione archeologica o scrittoria delle vicende abramitiche (di Abram poi Abraham), di Saraì (poi Sara), di Agar, di Isacco e Ismaele, dei popoli del deserto e del libro. Altrettanto si può dire, quando a Mosul, Francesco ricorda l’antica Ninive, il profeta Giona e la comunanza della Tradizione religiosa che unisce ebraismo, cristianesimo e islam.

Ciò che comunque è giunto fino a noi ha fortissima valenza veritativa, perché così è stato trasmesso ed è ritenuto vero… cioè corrispondente per “comunicazione di notizia”. Sappiamo che l’altra modalità di trasmissione della verità è l”evidenza di fatti, atti e cose tangibili mediante i sensi fisici.

Infatti, la verità ha un’estetica, anzi, la verità-è-un’estetica., vale a dire la sua mostrazione all’intelligenza umana, che discerne e decide cosa credere e a chi credere. In greco, àisthesis è manifestazione dell’essere (delle cose), da cui, appunto, estetica, che nel tempo ha sempre più assunto il significato limitatissimo di analisi e mero culto della bellezza esteriore.

Che cosa significa, dunque, manifestazione (in greco epifania) se non evidenziazione (dal latino ex-vidère), espressione (dal latino ex-premere)?

In Genesi, proprio nei primissimi versetti che narrano la creazione del mondo, Il Signore-Dio, creando-giudica, definisce ciò che crea in questo modo e con questo lemma, così come riportato nel testo ebraico: tob, cioè bello-e-buono. Nella traduzione greca kalòs kai agathòs. Il bello, dunque, è intrinsecamente buono.

La verità è il tema eterno della filosofia e del diritto, ma ben poco della politica. La filosofia si esprime come ricerca del buono e del vero nelle cose, mentre il diritto esplicita la ricerca e il riconoscimento della bontà o della malvagità negli atti umani liberi, per poterli giudicare ed eventualmente punire.

Aggiungo: la politica, come si legge – variamente – in Platone e Aristotele, in Plutarco, Seneca, Machiavelli, Hegel e Kelsen, tra molti altri, è l’arte del governo-della-città, che deve cercare di contemperare interessi diversi, come diverse sono le sottolineature degli autori citati.

Che cosa ci dice, allora, il viaggio di Francesco nell’antica Mesopotamia, che oggi chiamiamo Iraq? Mi pare chiaro che ci interpelli proprio sulla verità, non solo e non tanto circa i fatti narrati dai grandi libri biblici e coranici, che sono caratterizzati anche da narrazioni intersecate da miti e tradizioni, al di fuori delle norme veritative della storiografia scientifica moderna, quanto da ciò che l’Homo occidentalis è stato e ha fatto negli ultimi quattromila anni.

Questo Homo occidentalis ha dominato il mondo, senza mai smettere di combattere battaglie di conquista e di sopraffazione. Siamo arrivati al terzo millennio dopo Cristo, e le parole di Dio ad Abramo risuonano ancora come monito e indirizzo verso tutt’altro. “Vattene da tuo padre (da Ur dei Caldei)…, ché io ti costituirò padre di molte nazioni”.

E Abram, divenuto Abraham, è partito in fiducia nella verità della Parola di Dio e ha avuto i due figli, che sono diventati padri delle due grandi nazioni, quella di Itzak (Isacco), ebraica e poi cristiana e quella di Ismail (Ismaele), musulmana nelle sue varie declinazioni.

Sono esistiti veramente Isacco e Ismaele? Può darsi di sì, ma può anche darsi di no: la verità è comunque quella che vediamo con evidenza struggente: Francesco insieme con Al Sistani, in dialogo su Giustizia e Pace, perché non c’è pace senza giustizia, caro Homo occidentalis!

La verità è, dunque, non solo quella della logica matematico-filosofica, quella delle evidenze scientifiche della biologia e della fisica, ma anche quella che si mostra in questa vicenda, in questo incontro tra due uomini di preghiera e di fede.

Il tempo di Dio pare avere delle lunghe derive, pur declinandosi simbolicamente nei racconti in settimane e giorni e mesi e anni, come il nostro, se sappiamo intravedere tra il baluginio contraddittorio della storia, un senso.

Ciò che accade e come viene raccontato, tra comunicazione e mistificazione

Un tempo le notizie dei fatti accaduti viaggiavano lente, a velocità di cavallo o di diligenza. Per sapere che nel 64 d. C. Roma stava bruciando, ai confini dell’impero la notizia arrivava in non meno di tre settimane, indirizzata magari all’ultimo procuratore di Bitinia, Plinio il Giovane. Per sapere a Roma che Felice Orsini aveva gettato una bomba sulla carrozza di Napoleone III per strada a Parigi per ammazzarlo nel 1858, occorrevano forse almeno tre giorni.

Con l’invenzione del telegrafo (1844), la notizia della battaglia di Little Big Horn (1876), dove I Sioux Lakota di Sitting Bull, i Cheyenne e gli Arapaho avevano sbaragliato le cinquecento giacche azzurre del generale Custer, arrivò a Washington in poche ore.

Dal 1871 (Meucci) / 1878 (Bell) con l’invenzione del telefono, sempre posto che fosse disponibile un apparecchio e una linea, si è potuto telefonare molto velocemente informando gente molto distante su notizie di tutti i generi.

Saltando i progressi e la velocizzazione della prima metà del XX secolo, arriviamo al web e alla comunicazione in tempo reale di questi tempi.

Oggi la cosa accade e la puoi vedere in contemporanea, mentre accade: tipo l’assalto del 6 gennaio a Capitol Hill.

E i giornali ogni santo giorno devono riempire decine di colonne scritte sulle ultime di ieri e sulle presupposizioni per oggi.

Un esempio: il quotidiano italiano che avversa il governo Draghi, diretto dall’antipaticissimo (a me e penso a non pochi altri) Marco Travaglio, mentre invece idolatrava i “Conte 1 e 2”, ha l’arduo problema di criticare Draghi ogni momento, ogni ora, ogni giorno, berciando che somiglia al Conte 2 e che quindi non occorreva cambiare governo e premier.

E’ un tema grave, quello della comunicazione in tempo reale.

Un altro aspetto è quello della veridicità, del controllo delle fonti e della logica argomentativa. Chi mi conosce sa che non posso provare simpatia per il partito di Giorgia Meloni, ma, siccome credo in ciò che ho scritto due righe sopra, non posso non apprezzare ciò che ha detto con chiarezza, in questi giorni, sul divieto per i ristoranti, le trattorie e le osterie di offrire la cena, potendo comunque ospitare i clienti per il pranzo.

La donna politica ha detto esattamente questo, tra virgolette: “Non capisco per quel ragione non si possa cenare, magari dalle 19.30 alle 22.00, con tutte le misure applicate per pranzo. Vorrei che qualcuno me lo spiegasse scientificamente, perché proprio non riesco a trovare una ragione logica a questo divieto. Se vi sono altre ragioni che mi sfuggono, oltre al fatto che, in assoluto, vi sarebbero maggiori ragioni di contatti e dunque di potenziale contagio, ne prenderei volentieri atto, a quel punto condividendo la misura governativa“.

Devo dire, e senza dispiacere, ché la ragion logica non può generare dispiacere, soprattutto in tempi nei quali essa è negletta e spesso sostituita da chiacchiere insulse, e che condivido il ragionamento della donna citata.

Potrei anche citare un “amico”, in questo caso non mostrantesi tale, che prende per oro colato tutto quanto viene propalato da quelli come lui politicamente cogitanti e, nonostante le mie fraterne e mai cattedratiche lezioni di criteriologia, e di critica della conoscenza (o gnoseologia), continua a pensarla come gli suggeriscono i “suoi”. Nonostante sia provvisto di una prestigiosa laurea tecnica.

Ecco, questo accade: che i media sono talmente potenti da irretire, non solo chi non ha i mezzi e le conoscenze per dubitare, ma anche chi vuole essere sempre confermato nelle proprie idee, senza fare la fatica di metterle in dubbio. Peccato.

Il “democraticismo” dei social è una pericolosa idiozia

L’uomo ha lottato lungo migliaia di anni per capire che la democrazia, comunque declinata, è il migliore dei regimi politici possibili. Da Pericle a… Draghi, passando per Locke e Robespierre. Questo elenco strano già illumina sulle contraddizioni della “democrazia”, poiché in suo nome si possono costruire maggioranze e minoranze, ma si possono anche mozzare teste.

Ciò che oggi impressiona è che questa democrazia ha ammesso al proprio interno, non solo il voto a suffragio universale, peraltro non ancora vigente in tutti gli stati del mondo, ma anche i social, dove ciascun utente può commentarne altri ed esprimere giudizi sull’operato di chicchessia, senza alcun filtro, o quasi.

Per tale ragione, ciascuno può commentare lo stipendio di Conte (parlo dell’allenatore dell’Inter), così come l’assalto a Capitol Hill, approvare l’intervento di Trump per aizzare il popolazzo a quell’assalto, oppure criticarlo; si può intervenire su una teoria scientifica proposta da un illustre luminare, mettendola in ridicolo, senza tema di essere a propria volta ridicolizzati; si può sostenere la piattezza della Terra senza ricevere direttamente uno sberleffo di pietà dalla “rete”; si può discettare di tutto senza avere alcuna preparazione sul tema trattato; si può insultare qualcuno fino al limite della denigrazione e della calunnia, contando sull’inerzia di eventuali controllori; si può più o meno tutto.

Io stesso, nel mio blog, talvolta non ho evitato – volutamente – di esprimere giudizi drastici su politici e capi vari, fermandomi un attimo prima del rischio di una querela. Ma ho sempre trattato argomenti su cui ho competenze, come la filosofia, la teologia, la psicologia, la sociologia, il giornalismo, la politica e la storia, mai impancandomi su questioni che conosco solo superficialmente.

Forse solo la pedo-pornografia telematica è abbastanza sotto controllo, ma quasi tutto il resto, no. Come chiamare questa “libertà” semi-assoluta di dire? Per dirla in greco antico, questa parresìa irresistibile? Democrazia? ho qualche dubbio. Portato indiretto della democrazia? Forse.

Ma non solo, perché la democrazia è comunque una modalità socio-politica di amministrazione dello stato che intrinsecamente presenta afflati e dimensioni eticamente fondate sul Bene comune. Che cosa è un Ente eticamente fondato? Un “qualcosa” che si basa su una nozione chiara e condivisa del bene e del male, avendo a che fare con l’agire (libero) dell’uomo.

I social imperversano ovunque, vari, e in competizione tra loro. Dalla Cina all’America, all’Europa tutta, all’Australia. I loro proprietari sono i personaggi più ricchi del pianeta, e hanno obiettivamente un potere immenso. Sergey Brin e Larry Page certamente non immaginavano il destino universalmente potente di Google. Né Mark Zuckerberg quello di Facebook. Quando Trump ha esagerato anche a giudizio dei capi di Twitter, è stato “bannato” cioè oscurato e non ha potuto più imperversare con le sue vergognose falsificazioni.

Ma ciò che significa? Non solo che in questo caso – obiettivamente – Twitter ha compiuto, per dirla semplicemente, un’opera buona per il mondo, e soprattutto per i miliardi di persone culturalmente indifese che popolano il mondo, ma ha anche mostrato come un “soggetto” privato come l’azienda americana possa decidere di un significativo “pezzo” di possibilità informative.

Caro lettore, non ti ricorda qualcosa di già avvenuto nella storia, anche molto recentemente? Basta pensare ai regimi totalitari del XX secolo, quando né Stalin, né Hitler, né Mussolini, permettevano che i loro popoli conoscessero ciò che realmente avveniva nei territori, nelle città e nelle campagne di quelle nazioni.

Si consideri come è stata gestita, se pure in periodo gorbaceviano, la tragedia di Chernobyl…, o la vicenda del mostro di Rostov, Andreij Chikatilo, di cui si seppe anni dopo, e di migliaia di altri fatti concernenti città segrete in Siberia ai tempi di Giuseppe Djugasvilij, il “piccolo padre” georgiano.

Si consideri come il Minculpop del cav Benito zittiva e oscurava tutte le notizie che potessero mettere in dubbio l’efficienza e l’equanimità del regime.

Si ricordi la terribile, efficacissima attività di propaganda del dottor Goebbels, che in buona parte nascose per anni il monstrum dei campi di concentramento e di sterminio.

E gli esempi potrebbero continuare, anche restando agli episodi solo molto dopo il loro accadimento svelati, concernenti il XX secolo. L’altro ieri, anzi, ieri.

Con ciò non voglio comparare in modo corrispondente la decisione di Twitter su Trump con i cenni ai fatti del secolo passato, ma pongo un tema e un problema: come si comunica, chi comunica, chi decide cosa comunicare, come potrà essere possibile per tutti conoscere la veridicità delle fonti informative, come poter replicare, correggere, informare con verità e senso morale?

Un gran lavoro della mente e del cuore, non solo dei decisori, ma di ogni cittadino, di ogni elettore, di ogni essere umano.

I nuovi babbei e le brave persone come Mario Draghi

Intanto, diciamo che i babbei sono sempre stati molto numerosi – ed essendo in numero notevole – pericolosi. Nei periodi di crisi si fanno vivi con ancora maggiori velleità. Io però, come ben sa chi mi conosce, non sono manicheo e, a volte con qualche sforzo, riconosco valori in aree operative e settori politici che in generale (a me) paiono privi (di tali valori).




Il “babbeo” non si accorge se qualcuno lo offende o lo imbroglia, oppure se pensa di stare con la maggior parte delle persone che lo circondano, qualsiasi caratteristica queste persone abbiano; il babbeo non ha una morale forte, profonda, ma solo superficiale.

E vengo a una particolare categoria di babbei, e poi a un’altra.

Molti giornalisti sono dei babbei, specialmente quelli che non curano la logicità dei loro racconti, come quando giustappongono dati percentuali e dati assoluti sulla pandemia. Sono babbei quando, avendo quattro notizie da enunciare di cui una negativa e tre positive, partono nella loro narrazione con quella negativa, spesso esibendo facce da funerale, come se ciò fosse necessario per l’efficacia della comunicazione, ottenendo l’effetto di sconcertare e rattristare le persone più semplici , e di ottenere l’effetto “tanto non ce la facciamo”, delittuoso sentiment anti-economico.

Un secondo esempio: in tempi di pandemia, una mattina alle 7 la giornalista del tg annunzia che “ieri sono stati fatti poco più di 297.000 tamponi (297.124, per la precisione, ndr)”. Ecco, la dizione “poco più”, di per sé, sminuisce un dato che invece è molto significativo. Avrebbe potuto dire “sono stati fatti quasi 300.000 tamponi”, ottenendo un effetto psicologico sugli ascoltatori ben diverso, orientato al positivo. Io me ne accorgo, e penso che la giornalista, o chi per essa, siano dei perfetti imbecilli, e disonesti. Oppure, altro esempio desolante: nei titoli di un tg si sente dire che i contagi Covid in Italia sono aumentati ieri rispetto all’altro ieri, e poi nel testo del servizio, cinque minuti dopo, si vede una tabella che illustra giusto il contrario, cioè che i contagi nelle ventiquattro ore precedenti sono calati. Che dire?

Un esempio dell’ignoranza industriale diffusa: una delle aziende produttrici del vaccino (Astra Zeneca, ad e.) informa circa una lieve riduzione temporanea della produzione (- 7%) del vaccino, ma la notizia viene riportata come una decisione “politica” dell’azienda, volta a ottenere, magari surrettiziamente, un aumento del prezzo di vendita, mentre invece si tratta solo di un normale problema tecnico produttivo, che può capitare in ogni fabbrica di produzione industriale, come sa chi conosce la complessità di una fabbrica produttiva: una rottura di una parte degli impianti, o di una sola macchina importante nel flusso, una interruzione temporanea della supply chain della produzione, una interruzione dell’energia… ecco, tutti esempi che spiegano semplicemente la ragione per cui un giorno o anche poche ore di problemi tecnici possono ridurre i quantitativi della produzione. Ma per capire questo e non dire stupidaggini, bisogna conoscere almeno un po’ come funziona una fabbrica industriale.

Un’altra categoria, sempre da aggiornare, di babbei, è quella dei politici, di cui ho più volte rilevato qui la povertà di spirito, non “in spirito”. Mi spiego: l’evangelica povertà “in spirito”, insegnamento gesuano, vuol dire che una persona, anche se benestante, non si sente importante e non si fa arrogante in ragione dei propri mezzi economici, ma, al contrario, mantiene la consapevolezza del proprio limite umano e della propria fallibilità, mentre i poveri “di spirito” sono coloro che sono veramente scarsi di intelletto.

Ecco: il personale politico di questi tempi registra una grande abbondanza di soggetti qualificabili in quest’ultimo modo. La cosa che continua a stupire è che queste persone assommano i propri limiti alla inconsapevolezza di essi. Come si sa, chi più pensa di “essere” e di “sapere”, meno “è” e meno “sa”. La presunzione va di pari passo con l’ignoranza.

L’ambiente politico, visto che da quasi tre decenni non esiste una selezione seria del personale, vede accedervi tipi e tipe di tutti i colori umani. Il web permette di bypassare qualsisia tipo di selezione, le piattaforme, tipo quella che i “geniali” Casaleggio hanno fondato, la “Rousseau”.

Guardi la tv e vedi passare persone improbabili che parlano a nome di questo o di quel partito, snocciolando titoli di temi politici triti e ritriti. Oramai, con la mia esperienza, condivisa con tanti amici miei, ironizzo sul fatto che sappiamo ciò che questi (solitamente) giovin signori stanno per proferire. Ma non mi meraviglio più di tanto, stanti le premesse di cui sopra, né mi adonto granché.

Il sentimento della noia quasi rabbiosa emerge quando vedo e sento i “capi” politici attuali. Un esempio per paradosso: trenta o trentacinque anni fa, quando ascoltavi Craxi, Spadolini, De Mita, Martelli, l’ultimo Berlinguer, Spini, perfin Forlani o Piccoli, mi/ ci pareva che un allora giovane Pierferdy Casini tuttalpiù meritasse di portare la borsa a Forlani, mentre ora, se lo vedi, oramai sessantacinquenne, vigoroso e bianco, e lo ascolti “ragionare” (verbo artistotelico-demitiano), ti par che sia un gigante, tra tanti e tante nani (ad e. l’inutile dibattista) e nane (ad e. l’inutile lezzi).

Questa è la situazione dei babbei principali, presenti tra i giornalisti e i politici, poi ne puoi individuare anche in mezzo ad altre categorie, emerse con la pandemia, come i virologi, che lottano fra loro a suon di previsioni che oscillano tra il massimo e il minimo di pessimismo e di ottimismo, suscitando perplessità e paura tra gli ascoltatori. E, a livello governativo, almeno fino a dieci giorni fa (che Dio benedica la fine del governo Conte bis), una, due, cinque, dieci voci, mai coerenti, tra Ministro della Salute, Presidente del Consiglio superiore della sanità, Presidente dell’Istituto superiore della sanità, Coordinatore del Comitato tecnico-scientifico, il Commissario a tutto, et alii forsitan inutiles homines.

Son convinto che il presidente Draghi ordinerà una semplificazione razionale della comunicazione Covid, essendo lui stesso un’assicurazione contro i babbei.

Comunque, caro lettore, i non-babbei sono sempre in maggioranza, e questo fa ben sperare.

“non meritava di morire”, “non siamo tutti uguali”, “non tutto è come sembra”, “andrà tutto bene”, “a questo punto non si può più sbagliare”, “…chiediamo la riforma tale”, “è impensabile” con la correlata “non posso crederci”: otto frasi che si distinguono per noiosissima ovvietà e fastidiosa imbecillità

Caro lettore, mi sai aiutare a capire perché queste otto frasi (e forse ve ne sono altre) sono così diffuse nel dire comune di oggi? Proviamo a esaminarle una a una.

“NON MERITAVA DI MORIRE”

Prima obiezione: perché, forse che qualcuno, di solito, senza essere un serial killer, un violentatore di donne e bambini, o altro di orrido, merita di morire? Perché lo si dice continuamente? Torno agli esempi estremi di malvagità elencati poc’anzi e commento così: posto che anche costoro meritino di morire. E qui il mio rischio è di scandalizzarti, mio gentile lettore. Se si è contro la pena di morte, anche per i crimini più efferati, nessuno merita-di-morire per mano dello stato, neppure i più terrificanti assassini che la cronaca – a volte con inutile compiacimento – indugia a presentarci.

Aggiungo una variante: qualcuno aggredisce mia figlia, io sono lì e, difendendola, non misuro la forza della mia reazione e uccido l’aggressore. Bene, nel comune sentire, e anche nel mio sentire, questo individuo merita, eccome, di morire; la legge, però potrebbe indagare e riscontrare un eccesso colposo di legittima difesa, (cf Codice penale italiano vigente all’art. 55) eventualità molto comune quando, ad esempio, un negoziante, spara a un ladro che cerca di derubarlo.

Le statistiche sociologico-giudiziarie attestano che nelle nazioni dove vige la pena di morte, tale misura definitiva, senza appello, non costituisce una deterrenza tale da ridurre gli omicidi, ad esempio: basti confrontare la situazione italiana con quella degli Stati Uniti d’America. Ovviamente qui metto in relazione due democrazie, in quanto citare la Cina e l’Iran a confronto con l’Italia sarebbe eticamente, giuridicamente, culturalmente e politicamente improprio.

Questo, comunque, è un argomento controverso che merita ulteriori approfondimenti che decido di non proporre in questa sede.

“NON SIAMO TUTTI UGUALI”

eeeeh, ci mancherebbe!. Qui utilizzo le mie due tavole sinottiche, che mi sono molto utili nelle lezioni di antropologia filosofica e nelle conferenze: “La struttura della Persona” e “La struttura della personalità”. Come vedrai, gentile lettore, si tratta di concetti molto facili, quasi intuitivi, ma che un cospicuo gruppo di docenti delle medie e delle superiori, a lezione con me qualche anno fa per un corso di aggiornamento su temi etico-pedagogici, trovò sorprendenti! Basti questa breve spiegazione:

a) la struttura della persona è costituita da fisicità. psichismo e spiritualità, per cui nessuno può obiettivamente negare che queste tre dimensioni appartengano a ogni essere umano, in quanto “funzionano” in tutti gli umani, senza alcun dubbio, dando una risposta alla domanda sulla pari dignità di tutti con tutti. Circa la struttura di persona, siamo dunque tutti uguali;

b) la struttura della personalità si basa anch’essa su tre componenti, la genetica, l’educazione e l’ambiente: ogni essere umano, tenendo conto di questi tre elementi si esprime in modo assolutamente (chi mi conosce sa che uso con grande parsimonia questo avverbio modale, come consiglia lo stesso Gesù di Nazaret, che afferma essere del demonio ogni aggiunta al “sì” e al “no”, che sono richiesti come rispetto della verità dei detti ma in questo caso l’avverbio “assolutamente” ci sta) unico e irriducibilmente originale: in base a questa seconda analisi antropologica dell’uomo, non si può non ammettere pacificamente che ognuno è solo e solamente, tutto e totalmente se stesso.

Siamo dunque, in quanto umani, uguali in dignità e unici nella nostra costituzione personale. Questo mostra l’assurdità e la noia (che genera in me) dell’affermazione del titolo.

“NON TUTTO E’ COME SEMBRA”

Intanto mettiamoci d’accordo su ciò che significa “ciò che sembra”, chiarimento non banale. Ciò-che-sembra o ciò-che-appare è una frase logica estremamente seria e importante, perché ha che fare con l’apparire e lo scomparire dell’esseredelle-cose, quantomeno nella loro dimensione logica (non in quella metafisica, almeno nel pensiero di un Emanuele Severino, di un Gustavo Bontadini, di un padre G. Barzaghi, mio valoroso maestro di ontologia e di metafisica). Infatti, non significa, nella sua prima accezione, che ciò-che-sembra sia falso in quanto “sembra”, “appare”. Nella forma latina il sintagma “mihi videtur”, cioè “a me pare (che sia)”, è una affermazione forte, incontestabile nella sua accezione di opinione personale, non di accertamento della verità assoluta, che resta un obiettivo, una tendenza, persino per alcuni lo scopo di una vita, certamente continuando a essere da quasi tre millenni in Occidente, lo scopo della filosofia.

Direi dunque che la frase “non tutto è come sembra” può essere un invito a indagare di più, ad approfondire, ma non a tentare ridicole giustificazioni per contraddire verità evidenti, come può accadere nella narrazione penale di certi delitti e delle responsabilità di chi li ha commessi: infatti, è la frase è tipica di chi cerca, mentre si trova sotto interrogatorio perché sospettato di aver commesso un crimine, di intorbidare le acque dell’indagine penale che lo riguarda.

“ANDRA’ TUTTO BENE”

Questo è l’auspicio di questi tempi covidizzati, oltre che essere una frase che va per la maggiore – in generale – al fine di consolare i bambini. Non siamo solo bambini o ragazzi, in Italia, ma oltre 40 milioni di persone, maschi e femmine, con l’uso di ragione. Si capisce che nella primavera del 2020, spaventati da questa “bestia” sconosciuta, avessimo un bisogno psicologico di rassicurare noi stessi e gli altri, ma si è ben presto esagerato con tale affermazione consolatoria.

La frase, però, ha stancato quasi fin da subito, perché “potrà andare tutto bene” se le volontà individuali, irrorate da un pensiero critico, si indirizzeranno verso decisioni e comportamenti coerenti con le indicazioni dei saperi preposti, biologia e medicina, e… bio-etica. A rendere stucchevole la frase, oltre a comportamenti individuali e di gruppo irresponsabili, sono stati diversi scienziati, che hanno colto al volo la possibilità dello star system e si sono adeguati a una comunicazione pervasiva e individualista. Quanti danni mediatici hanno fatto fior di virologi e studiosi di varie scienze connesse.

“A QUESTO PUNTO NON SI PUO’ PIU’ SBAGLIARE”

… oddio, ad esempio, uno Zingaretti pronunzia spesso questa ben misera battuta, in buona compagnia (fo per dir) di destra, di centro e di sinistra. La domanda che mi vien in mente è la seguente: perché, prima (dell’accorgersi di aver sbagliato) si poteva – tranquillitate animi – sbagliare? Non-si-accorgono, questa è la tragedia semantica! E fosse solo semantica, sarebbe il meno, perché è politica e sociale, economica e culturale, e ciò è drammatico, e sempre sconsolante. Perché non si accorgono di dire una cosa inconsistente e pericolosa? Non riesco a farmene una convincente ragione. Mi viene da pensare, ed è desolante (je suis desolée, canta Mark Knopfler), che oramai, abituati alle frasi fatte, non si accorgano più di ciò che significano certe affermazioni, e dunque non riescano a correggersi, dato che i due verbi riflessivi hanno la medesima radice etimologica latina: ad corrigendum, cioè al-fine-di-correggersi.

“…CHIEDIAMO CHE SI FACCIA TALE RIFORMA (IL PARLANTE E’ UN POLITICO DI GOVERNO!)

Come è possibile che un politico di governo, che esercita pienamente i suoi poteri costituzionali, di ministro, o anche (solo) di parlamentare chieda una riforma parlandone in pubblico? Eventualmente la chieda nelle discussioni che si fanno nei gruppi politici o nelle istanze parlamentari, proponendo una linea politica, ma non davanti ai microfoni dei giornalisti, perché la domanda è inappropriata. Lo spiego: è il cittadino elettore che lo ha eletto mandandolo là, in Parlamento, l’uomo/ donna che si è candidato/ a, eleggendolo/ a, che ha titolo per “chiedere” una riforma al suo eletto/ a, non l’eletto/ a, che la riforma deve FARE! Parbleu, o no? Altrimenti facciamo una democrazia diretta, che la Storia ha mostrato impossibile.

E’ IMPENSABILE e NON POSSO CREDERCI

Un’ultima, per il momento, frase fatta con il suo corollario logico. Ma come è possibile affermare “è impensabile?”, oppure “non posso crederci?” Infatti, tutto-è-pensabile di ciò che “cade” sotto il giudizio della riflessione mentale. Nulla escluso. Certo, è un modo di dire consueto, per significare che si tratta di un qualcosa di talmente insolito da risultare quasi impossibile anche solo pensarlo. Ma è un’iperbole, che può andare bene, se si considera che – appunto – è tale, ma non corrisponde alle pressoché infinite possibilità del flusso naturale del pensiero umano.

Infatti, ripeto, tutto è pensabile: gli unici limiti di questo pensiero sono gli stessi limiti del pensante, così come l’incredulità per qualcosa di estremamente strano o insolito tale da rendere incredibile l’oggetto, è solo un modo per sottolineare la stranezza dello stesso. Ma tutto ciò che accade o che esiste nell’ambito della sensibilità fisica e psicologica del soggetto, è credibile.

Come sempre, occorre lavorare contro la banalità e a volte contro la stupidità, mediante un pensiero critico irrorato da una passione irriducibile per la giustizia, la libertà e la verità.

La clemenza, una virtù umanissima e previdente

Seneca, filosofo e politico dei tempi di Claudio e Nerone, ne scrive nel suo omonimo De Clementia. Il testo latino a fronte aiuta a ri-ammirare questa splendida lingua e razionale, una meraviglia continua per chi la pratica e uno stupore sconfinato per chi non la conosce, se questi ha la bontà di apprezzare le “cose belle”.

In questa riflessione proverò a dialogare con il grande Lucio Anneo, cercando di immergermi, come insegna Gadamer, nel suo tempo e nella sua temperie socio-culturale, e di attualizzare il suo insegnamento filosofico-morale e politico alla luce della nostra mentalità, occidentale, sub-occidentale, planetaria… Impegno ambizioso, che cercherò di svolgere con la massima umiltà che il tema stesso e il confronto con un autore di duemila anni fa richiedono.

Il De clementia è un trattato, cioè uno speculum principìs, uno specchio nel quale il principe si può specchiare analizzando se stesso, che per Seneca permette di proporre in modo critico la relazione fra filosofia e politica, soprattutto al fine di individuare le virtù migliori, non solo di tutti gli uomini, ma specialmente del sovrano, tra le quali egli colloca in primis la clemenza.

Seneca dedica lo scritto al giovane Lucio Domizio Enobarbo, cioè Nerone, di cui il filosofo era divenuto precettore, su incarico della madre del futuro imperatore, Agrippina Minore, moglie del defunto imperatore Claudio.

Il De clementia, dunque, è una sorta di libro di testo per educare all’esercizio del potere il giovane Domizio Enobarbo, che era promettente. Seneca era convinto che il miglior modo di condurre lo stato fosse una monarchia “illuminata”, che pensava avrebbe potuto essere una grande opportunità per il potenziale del giovane alunno.

In questo trattato di filosofia politica, scritto tra il 55 e il 56 d.C., Seneca definisce la condotta politica che il neo imperatore Nerone farebbe bene a seguire. Il trattato era originariamente diviso in tre libri, dei quali ci sono pervenuti solo i primi due (il secondo incompleto).

Il tipo di trattato chiamato, appunto, speculum, è di origine greca è impostato su un paradosso continuo, con il quale l’autore mostra all’allievo, descrivendo i vizi di un regno condotto in modo sbagliato e ingiusto, come invece dovrebbe comportarsi al contrario, perseguendo le virtù umane, tra le quali la clemenza è tra le primarie.

Ancora Seneca: nella sua visione del mondo la clemenza è la virtù più umana, perché – manifestandosi – mostra tra gli umani il sentimento che ciascuno desidera per sé, quando sbaglia e così operando, rischia la sanzione, la punizione. Immaginiamo che tipo di punizioni erano in vigore ai tempi del filosofo: la pena di morte era prevista per non pochi reati, per cui la clemenza, in questo caso, risultava decisiva per la sopravvivenza stessa dell’individuo.

Ma anche il sovrano, il principe, esercitando la virtù di clemenza verso i cittadini, è anche clemente verso se stesso, in quanto comportarsi in questo modo è un fatto benefico per tutti, per se stessi, i re s’intende (i leader, diremmo oggi), e per i cittadini, che si sentiranno in dovere di essere solidali con il re stesso.

Seneca paragona il principe a vari soggetti, in termini metaforici, ad esempio a un medico, all’ape regina, agli dei, al sole, a un tiranno, che è il confronto più importante. Una delle opzioni più importanti dell’esercizio della clemenza è la rinuncia alla vendetta, per mostrare il fatto che se chi occupa una posizione elevata deve controllare i propri comportamenti nei minimi dettagli. La clemenza, inoltre, è un’espressione della mitezza, che può… mitigare la severità.

Un aspetto fondamentale della clemenza è la capacità di misurare la severità nel punire e nell’essere clementi. La clemenza è dunque in contrapposizione alla crudeltà, cioè nelle modalità di infliggere le punizioni. Anche una esagerata clemenza non va bene, perché abitua a non assumersi responsabilità, a pensare che tanto, vada come vada, la compassione sarà sempre sufficiente per trovare un perdono generale per qualsiasi atto compiuto, anche il più malvagio, o quasi.

La clemenza è la virtù dell’uomo saggio, poiché egli è persona mite e dunque misurata nel punire, non lasciandosi condizionare né dalle sofferenze né dal godimento altrui.

La clemenza non è soggetta alla legge e – più strettamente – alla pura razionalità. Chi è clemente ha una certa sicurezza in sé di agire per il meglio, in quanto la clemenza ha un valore di giustizia e di equità, con apporti concreti, talora, della stessa epicheia, cioè della giustizia-giusta, kairologica, attuale. Quella giustizia che sembra ingiusta, ma in realtà interpreta i fatti in modo più completo. Oggi diciamo a 360°.

Che cosa si intende per clemenza nella nostra cultura attuale? Certamente non è un termine di uso consueto. Si potrebbe dire che da qualche decennio è una parola relegata al diritto, alle pratiche giurisprudenziali, soprattutto di carattere penale. Ad alcuni pare un termine più vicino alla cultura ottocentesca, che a quella del ventunesimo secolo.

La clemenza la si chiedeva un tempo ai sovrani, ai comandanti militari, magari sotto la forma della grazia. I sovrani, infatti, venivano chiamati “sua grazia”, definiti “graziosi”, con un linguaggio deferente e sottomesso. La clemenza è una virtù e un modo di porsi verso l’altro, specialmente se i due soggetti sono asimmetrici per posizione, ruolo e potere.

La clemenza si pone come virtù classica, in quanto rappresenta valori condivisibili, e reciprocamente utili alla convivenza umana. Basti solo pensare al fatto che ognuno di noi potrebbe qualche volta avere bisogno di clemenza,

A questo punto mi piace citare Aristotele, precedente nel tempo a Seneca, che diede un’importanza centrale, tra le virtù morali umani, alla virtù di giustizia, la quale non solo deve permettere all’uomo di individuare e definire l’unicuique suum (la giustizia di scambio, oggi la chiamiamo come riconoscimento dei meriti individuali) le norme generali (che erano in vigore al tempo dello Stagirita e lo sono anche oggi) e le norme concernenti la società nel suo insieme (oggi le definiamo welfare), ma anche a una dottrina e a modalità operative che superino in via eccezionale le norme sopra citate, mediante l’epichèia, che ho ampiamente trattato qualche tempo fa in questa sede.

Ripeto: l’epicheia altro non è che la “giustizia giusta”, una giustizia che può anche apparentemente risultare ingiusta, ma in realtà contribuisce a fare andare avanti il mondo.

“Preoccupazioni” e “post-occupazioni”, “problemi” e “temi”, l’inutile abuso di frasi ipotetiche (con il “se” e il congiuntivo), mentre continua la vicenda di un premier adenoidico e paludoso

Quando sento la voce di Conte Giuseppe, prima di tutto ho un senso non gradevole da un punto di vista fonico, poi mi stanco quasi subito di ascoltare l’ennesima sequela di titoli e di frasi fatte.

La parola “preoccupazione”, cioè pre-occupazione, cioè una occupazione che avviene prima (a volte non si sa perché), è molto inflazionata. E come tutti i termini di cui si fa uso e abuso, stancano, annoiano. La cosa che sorprende è che questo lemma non conosce crisi, tutti o quasi continuano a utilizzarlo imperterriti. Nessuno si fa qualche domanda, ma da qualche tempo me la faccio io, che sto sempre attento alle parole che si usano, visto che dovrebbero essere i nomi delle cose, ma ciò è vero solo in parte, come insegnano insigni linguisti come Noam Chomski e Raffaele Simone, e filosofi di pregio come Wittgenstein.

Mi chiedo, infatti, per quale ragione si deve essere così spesso pre-occupati, se magari poi le cose scorrono, “occupano” il tempo e le energie in modo normale? Niente, ci si dice spessissimo preoccupati. Ebbene, per cominciare a mettere in questione l’uso della parola, ho cominciato a dire che solitamente “non sono preoccupato”, ma, tutt’al più “sono post-occupato”, cioè, se vale la pena mi occupo di una cosa, ma a tempo debito, non prima, stressandomi inutilmente.

Un’altra confusione terminologica si rileva nell’uso improprio e casuale di queste due parole: “temi” e “problemi”. Alle elementari, quando si faceva lezione di italiano venivano dati dall’insegnante dei temi, che avevano in testa la parola “Svolgimento”, mentre quando si faceva matematica, l’insegnante dava dei problemi da risolvere, i quali prevedevano di scrivere in testa alle operazioni la parola “Risoluzione”. Bene. Si dovrebbe tenere presente che l’etimologia di “tema” è greca, poiché il termine in italiano deriva dal verbo tìthemi, pongo, mentre l’etimologia di “tema”, sempre greca, deriva dal verbo probàllein, vale a dire getto avanti (un inciampo): si può osservare, dunque, chiaramente, come i due termini abbiano significati e funzioni radicalmente diverse, e pertanto vanno utilizzati in contesti e per significati differenti.

Non si deve parlare sempre di “problemi”, poiché molti fatti definiti in questo modo sono solo “temi”, quindi argomenti da approfondire, discutere e su cui prendere decisioni.

Le ipotetiche concessive, il se usato come se ciò-che-potrebbe-accadere, ma non è detto che accada, sono pervasive in molte discussioni. Quanti “se” tutt’intorno! e “se” qui e “se” là, in un bailamme di ipotesi e di paure infondate, di timori sul nulla, in quanto nulla di negativo è ancora accaduto. Il se detto quando uno ti mette in guardia se vai su una parete montana verticale mediante un’ottima via ferrata “e se ti viene un capogiro, e se il moschettone (il quale, in buone condizioni regge 2500 Kili, almeno), se…”. E allora non vai più a fare la Nord del Coglians, oppure gli Alleghesi al Civetta? No, ci vai, perché non puoi avere paura-della-paura.

La cosa è proprio questa, valida alla grande anche in questi tempi di pandemia. Conosco persone terrorizzate, certamente dal Covid, ma soprattutto da se stesse. Anche qui il “se” la fa da padrone: “e se quando ti siedi al bar (essendo in zona gialla) non hanno pulito bene il tavolino e prima di te si è seduto un infetto?” Allora direi a questa persona terrorizzata: “e se lo spermatozoo di tuo padre non avesse mai incontrato l’ovulo di tua madre?”, risposta “non sarei qui a parlare con te”. “Vedi allora che tu stai ipotizzando qualcosa che potrebbe non avvenire mai, oppure potrebbe accadere, perché è possibile… ma non probabile.”

Nella vita possono accadere fatti possibili, probabili e necessari, cioè certi. Un esempio: è certo che noi umani dobbiamo fare pipì, quando sentiamo lo stimolo; è probabile che d’inverno ci venga un raffreddore; è possibile essere infettati dal Covid.

Dunque, se-è-possibile infettarsi, così come è possibile ammalarsi di qualsiasi malattia vi sono due scelte: a) vivere comunque attuando comportamenti sempre prudenti o, b) mettersi sotto una campana di vetro e vivere reclusi.

Ecco: se le ipotetiche colonizzano la logica umana, c’è poca speranza di uscirne incolumi. E’ per questo che la logica, dunque la filosofia torna ad essere il sapere fondamentale, come stiamo cercando di fare noi filosofi pratici.

L’associazione che da tre mesi circa presiedo, Phronesis, si è posta proprio su questa strada, con l’iniziativa “Parlane con il filosofo”, che questo pomeriggio presenteremo in pubblico, dando la disponibilità a dialogare con chi ha bisogno di schiarirsi le idee. Durante la prima fase della pandemia, avevo ricevuto più di trenta telefonate, che mi pare sono state una buona cosa per altrettante persone.

Occorre coraggio senza essere temerari.

Due tipi esagerati, ma solo moderatamente: Salvini e Bertinotti, et alia animalia (in senso aristotelico, e quindi nessuno si offenda)

Salvini dice spesso di parlare a nome di 60 milioni di Italiani. Lo correggo pacatamente, anche se la sua affermazione in realtà mi fa infuriare, per questa ragione molto semplice e intuitiva anche da un bimbo di prima elementare: lui può parlare, anche se solo teoricamente, solo a nome di 59 milioni 999mila 999 Italiani, ma non a nome mio, e forse di qualche altro (ritengo molte decine di milioni). Arrogante? Illuso? Mal informato? Parla così “per modo di dire”? Battute di propaganda? Beh, qualsiasi sia la ragione per cui gli viene così facile fare questa affermazione, essa è ben misera. Il politico leghista, come non pochi altri, sia della sua parte politica, sia della parte avversaria, è un contaballe. Et de quo satis, come dicevano i nostri Padri latini.

Bertinotti, interpellato sui cent’anni dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia (non Italiano, come dice il giornalista televisivo inculto, cioè non-colto), risponde che se fosse stato presente a Livorno nel 1921 sarebbe stato comunista con Gramsci. Ovvio, fa anche “figo” stare con Gramsci, intellettuale apprezzato fino all’area liberale (ovviamente parlo di Gramsci), e anche eretico (sempre Gramsci) come il torinese che non “avrebbe mai firmato un accordo” (bella gloria!), che “fa figo” lo stesso, soprattutto nei salotti chic de sinistra.

Io invece sarei stato con Filippo Turati, io che invece ho firmato centinaia di accordi sindacali e sociali, sapendo di essere stato socialista, sia quando tutelavo i lavoratori e altrettanto socialista nella mia seconda vita, quella delle consulenze direzionali, dell’etica aziendale e dell’insegnamento accademico.

E’ facile dirsi “comunisti” in un salotto bene, difficile è essere socialista democratico dialogando con proprietà aziendali piccole e grandi, e proponendo una moral suasion per la giustizia e l’equilibrio dei diritti tra le parti.

Il comunismo storico è stato sconfitto, punto. Il socialismo democratico ha vinto, perché ha permeato dei suoi valori equilibranti molte legislazioni e prassi, in ogni parte del mondo. Non occorre essere comunisti per denunziare la violenta finanziarizzazione dell’economia globale, ma la soluzione, Cina e Corea del Nord, ultimi regimi rimasti dal millennio scorso, demonstrant, non è il comunismo di stato, ma ancora l’imperfetta ricerca della democrazia parlamentare, che ha introiettato nella prima parte del ‘900 i migliori principi del liberalismo, e dal secondo dopoguerra a oggi il contributo per una giustizia equa e… giusta, dei valori cristiani e del socialismo umanitario.

…e lascio perdere le infinite amenità che si sentono in questi giorni, provenienti un po’ da tutte le parti politiche, discorsi scontati (Zingaretti, Serracchiani chi?, etc.), sparate isteriche (Meloni), amenità pietose, specie se confrontate con quanto sostenuto dagli stessi solo una trentina di mesi fa, un esempio, “se il 5S vanno con il PD, esco dal movimento” (Di Battista, ma perché lo nomino, essendo costui un ectoplasma?), oppure (Di Maio) “mai con il partito di Bibbiano e degli elettroshock per portare via i bambini alle famiglie”, e altro che sta tra il penoso e lo squallido.

E infine la (non splendida) coppia di contendenti Renzi&Conte, laddove, anche se il primo dice cose condivisibili, come sull’uso del Next Generation Fund (quella da 209 miliardi si chiama così), o sul MES, poi suscita la domanda, ma c’è da fidarsi di uno che è capace di vendere al mercato anche sua nonna? e il secondo, talmente occupato nella falsa modestia da non accorgersi di essere stucchevole nella sua autoreferenzialità. Ma, come insegna la sana filosofia, accorgersi (dal latino ad corrigendum) è già un correggersi. Stop.

L’Italia, quella vera, vive con forza oggi e va verso il futuro, nonostante e il Covid, voglio dire il mondo economico e sociale, lavoratori e imprenditori, medici e infermieri, nonostante questa politica che si autotutela (Razzi spiega bene la cosa), essendo terrorizzata dalle elezioni, che porterebbero via 12.000 euro netti al mese a chi forse sarebbe in grado di guadagnarne forse un migliaio come stradino, e non manco di rispetto agli stradini, perché mi limito a esaminare le biografie, i curricula studiorum e il potenziale di centinaia di deputati e senatori.

E ora, veramente stop.

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