Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Autore: Renato Pilutti (page 2 of 165)

Non mi piacciono queste parole: “perfetto”, “felicità”, “adoro, adorare” e, in genere, gli aggettivi al superlativo assoluto come “bravissimo”, “grandissimo”, “dolcissimo”, etc.

Le parole poste nel titolo sono molto diffuse e di uso comune e continuo. Le aborrisco.

Si pensi a “perfezione”: è una parola latinissima che deriva dal verbo perficere, che significa completare. Al participio passato fa perfectum, cioè completato, finito… perfetto, dunque. Vedi, mio caro lettore, che ciò che è perfetto è finito, e quindi… morto. Morto.

Come scrive Aristotele, che propone il paradosso di cui sopra, la perfezione è MORTE. E dunque, quando si sente dire “quelli hanno una vita perfetta, voglio la perfezione, se una cosa non è perfetta non mi interessa…” si potrebbe scrivere anche in questo modo: “quelli hanno una vita finita, voglio la fine, se una cosa non è finita non mi interessa“. Ecco, si vede che le prime due frasi sono preoccupanti , mentre forse solo l’ultima può starci, ma ha una sua dose di idiozia, perché ne deriverebbe che nei settori industriali un semilavorato o un oggetto finito solo nelle prime lavorazioni, si può gettare via.

Riflettere sulle parole e sui loro significati profondi è indispensabile per capire bene che cosa si dice e che cosa si ascolta. Il mio obiettore mi può contestare dicendo: “Ma quando si dice perfezione si intende una cosa fatta a regola d’arte, cioè perfetta“. Bene, d’accordo, anche i sistemi di qualità industriali richiedono “difetti zero”, ma se i difetti sono 0,0001, si lavora affinché i difetti si riducano a 0,00001, cioè 10 volte più vicini alla perfezione, e via dicendo.

Piuttosto si può (e si deve) pensare alla perfettibilità, cioè al miglioramento continuo, che è concetto sempre più presente nello sviluppo delle attività economiche, industriali, commerciali e dei servizi. La perfettibilità è logicamente collegabile alla figura matematica dell’asintoto, linea cui si può tendere all’infinito, senza mai raggiungerla (si ricordino i paradossi di Zenone di Elea, che hanno appunto questo senso contro-intuitivo!), così come l’unità (l’1) può essere divisa all’infinito (nel senso si senza-fine), continuando ad aggiungere numeri, anche dopo lo 0,9 per tendere all’1.

Discorso inutile, di lana caprina? Sì, per coloro che non si fanno mai domande su come parlano e su ciò che ascoltano.

Felicità è un termine talmente consueto e ab-usato da apparire noiosamente (almeno per me) pervasivo. “E vissero felici e contenti“: è il finale classico della favola occidentale, che abbisogna di aggiungere “contenti”, come se non bastasse “felici”. Ma allora felicità e contentezza non sono sinonimi… certo, quasi a vole significare che sono due stati d’animo bisognosi l’uno dell’altro. Ma poi si constata uno strano fenomeno semantico: se con “contentezza” si passa al verbo “accontentarsi”, ecco che il significato pare sfumare in una sorta di rassegnazione, o ri-segnazione (che è il significato etimologico di rassegnazione), cioè accettare una forma più debole di felicità.

Non sto qui ad approfondire la presenza del termine felicità in molti testi e perfino nella Costituzione americana del 1779. Mi e vi annoierei sine ullo dubio.

In realtà, il termine deriva da un antico etimo sanscrito fe, che richiama il significato di fecondità: felicità come fecondità, dunque, e ci può stare. Piuttosto, i fatti e l’esperienza comune non danno solitamente esperienze di felicità continuativa, ma di situazioni di una sorta di contentezza gioiosa che, in ogni momento, possono essere interrotti da eventi inaspettati e spesso dolorosi: si pensi all’insorgere improvviso di una malattia grave. Esperienza mia. Allora, siccome sono stato sano e sportivo tutta la vita, quando mi si è rivelato il grave tumore quattro anni fa, la mia “felicità” avrebbe dovuto morire. Nei fatti, siccome sono sempre stato molto scettico sull’uso e sul sentimento della felicità, il mio modo di vita non mi ha impedito di lottare con tutte le mie forze contro il male, riuscendo anche a bloccarlo (Dio mi aiuti sempre) e a vivere, se pure diversamente da prima, anche momenti di gioia.

Ecco, un altro termine: gioia. Io sarei dell’idea di utilizzare di più questo termine, perché dà l’idea di un sentirsi bene, sereni, anche nel mezzo di una prova dolorosa, ad esempio quando un farmaco funziona e tu riesci ad andare avanti, con rinnovate energie e sempre grande creatività. Ancora, biograficamente: ho raggiunto l’età della pensione un anno dopo il manifestarsi del male, e allora, stanti le mie forze non più integre, ho deciso di ridurre l’impegno del mio lavoro, avendo avuto la ventura di lavorare a temi e situazioni a me graditissime, almeno al 60%. Bene: per ragioni legate ai risultati raggiunti, senza che mi impegnassi in alcun modo, la percentuale del tempo lavorativo “mi è tornata” al 90%. Posso dire che sono contento? Pensionato e lavoratore sui temi a ambienti che mi sono più cari: etica d’impresa, docenza accademica, ricerca filosofica, scrittura di saggi e romanzi.

Ciò mostra con evidenza che la contentezza, la gioia, la soddisfazione non è data dal possesso di risorse materiali, che spesso generano preoccupazioni e cattivi sentimenti, e neppure da una salute senza difettosità, ma da quelle che sono le risorse morali, intellettuali, le risorse della coscienza e della mente.

Sono, perciò, felice? No, sono contento della mia vita, che comprende momenti di gioia commisti a momenti di dolore, come nella bella canzone di Carla Bissi, Alice: Il sole nella pioggia.

Il verbo adorare è un termine derivante, come in molti casi della lingua italiana, dal seguente sintagma latino ad os, cioè alla bocca, da cui ad osculum, cioè baciare. Ebbene, non ti pare, mio caro lettore, che l’uso del verbo adorare non sia esagerato quando lo si usa per una pettinatura, un capo di vestiario, un cagnolino, un cantante?

In Liturgia teologica cristiano cattolica l’adorazione è ammissibile solo verso Dio, mentre a Maria vergine e ai Santi spetta la venerazione. Anche questa distinzione spiega qualcosa, o no?

E vengo a tre superlativi assoluti di tre aggettivi: “grandissimo”, bravissimo” “dolcissimo”, trascurandone altri. Ebbene, se ne abusiamo per giudizi futili, come facciamo per definire cose o eventi veramente grandi?

Se è “grandissimo” ogni evento o fatto che supera l’ordinario quotidiano, come può essere un incidente stradale, anche grave, come facciamo a definire qualcosa di veramente grande, come un’eruzione vulcanica o un’alluvione che provoca migliaia di morti?

Si capisce che per chi vive quell’incidente nel quale magari ha perso la vita un proprio caro, l’incidente stesso è, non solo grandissimo, ma anche gravissimo. Ognuno applica la propria soggettività al proprio vissuto, per cui la percezione della grandezza o della gravità è correlata all’esperienza propria e al limite nel quale vive ogni essere umano.

Dunque, comprendo bene il senso e la ragione dell’utilizzo di codesti superlativi, ma non posso non rilevare che sarebbe meglio vigilare sul loro uso e abuso, per non rimanere senza parole quando si tratta di descrivere ciò che veramente merita la dizione superlativa, in termini anche oggettivi, non solo soggettivi.

Diritti e sovranità: la “lezione” dell’Afganistan

Il prof Strazzari della Scuola S.Anna di Pisa mi suggerisce una comparazione non consueta, quando si parla di diritti, quella fra diritti e sovranità. Di sicuro, una prospettiva riflessiva del genere non mi sarebbe mai arrivata da un’onorevole Cirinnà, o da Letta, Boschi, Dimaio, Fico, Guerini, Gelmini, Salvini, Renzi, Meloni, Letta, Di Maio, e tanto meno da Conte Giuseppe, etc. Questi signori e signore, professionisti/e della politica, non sono in grado di declinare concetti e riflessioni al di là della solita banale lezioncina che preparano per le interviste, campioni universali dell’annoiamento del prossimo. Immaginatevi una on.le Cirinnà che fa un discorso sui diritti non disgiunto dal tema della sovranità. Ipotesi per absurdum. Purtroppo, dico, ché non mi rende lieto la constatazione della povertà umana e culturale strutturali di questi soggetti dell’attuale politica italiana. Se dovessi elencare politici veramente degni di rispetto, in questo momento mi fermerei solo a Draghi e a Giorgetti, tra le figure più in vista.

Per tutti costoro, al “sicuro vitale” (vitalizio sicuro) costituito da stipendi faraonici e immeritati in quanto sproporzionati rispetto al loro valore professionale reale, al sicuro di uno Stato come l’Italia, dove funziona uno dei migliori welfare del mondo, e una legislazione costituzionale garantista e saggia, parlare di diritti&diritti è comodo e per nulla faticoso. Parlo del sintagma diritti&diritti, perché queste persone fanno fatica a declinarlo cambiandolo in questo modo, nobilmente mazziniano: diritti&doveri.

I doveri, come concetto politico-morale, sono stati pressoché silenziati – da almeno quattro decenni – nella dialettica politica e pubblicistica italiana, salvo che da qualche rara vox clamans in deserto come (umilmente) la mia.

Se nel ’70, in Italia, l’emanazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) ha riequilibrato la qualità dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, e nel decennio successivo si è sviluppata la legislazione che ha dato alle donne legittimi diritti finora negati, nei decenni che seguirono si è teso ad esagerare nella sottolineatura dei soli diritti, a volte confondendoli con bisogni soggettivi, anche fortemente voluttuari, i desideri e le aspettative. Mi spiego: io condivido che ogni persona possa manifestare e vivere la propria sessualità come la sua natura e cultura esprimono, e che nessuno possa permettersi di discriminarla, ma non condivido che si sviluppi, ad esempio, la maternità surrogata, perché qualcuno che non può o non vuole avere figli naturali, li possa comperare, perché non si dà, razionalmente ed eticamente (se vogliamo declinare un’etica scientifica e razionale semplicemente occidentale) un diritto di avere un figlio, ma un desiderio, un dono, una aspirazione.

Queste persone, se hanno forte il sentimento genitoriale, adottino bambini e bambine che abbisognano di una famiglia. E anche l’adozione, a parer mio, non può essere indiscriminatamente concessa a chiunque e qualunque tipo di coppia.

Sarò chiaro: ritengo inadeguata sotto il profilo pratico, e immorale sotto quello etico, l’adozione da parte di una coppia omosessuale, per ragioni evidenti di pedagogia sessuale della coppia e di qualità relazionale dei bimbi nei confronti dell’esterno. Ovviamente molti (spero non troppi) non la pensano come me, e mi piacerebbe poter dialogare con costoro evitando accuratamente gli ideologismi, ma penso ciò sia molto difficile. Mi fermo qui, perché ho parlato più volte di questi argomenti in precedenza. e vengo al tema proposto da Strazzari: il rapporto tra diritti e sovranità.

Anche su questo tema ci vengono in aiuto tre discipline filosofiche: l’antropologia filosofica e quella culturale, nonché l’etica o filosofia morale, il cui interpello non può essere evitato, pena il decadimento nell’ideologia militante à là Cirinnà (non si pensi che io ce l’abbia con questa signora, ma i suoi comportamenti e detti ufficiali di questi anni, mi portano a questa conclusione: la politica pidina non mostra attenzione o particolari conoscenze dei fondamenti delle tre scienze filosofiche citate, e con e come lei, moltissimi professionisti/e della politica).

E dunque parto dalla Filosofia morale. Analizzando le varie scuole di Etica sviluppatesi nei secoli, da pensatori greci in Occidente, e dalle filosofie religiose orientali del Buddhismo, del Confucianesimo e del Taoismo, si possono dare varie e diverse sensibilità nel giudizio sulla ricerca del bene: dall’utilitarismo all’edonismo, dall’emotivismo al prescrittivismo e deontologismo, dal culturalismo al finalismo, in ciascuna delle quali si sottolinea un particolare aspetto della qualità dell’agire umano nei confronti di se stessi e degli altri: dall’agire solo per la propria convenienza, all’agire solo per il rispetto della legge, all’agire nel rispetto di usi costumi e tradizioni (ogni lettore può attribuire la “scuola” sopra citata a ogni comportamento), all’agire per il rispetto integrale dell’essere umano (finalismo).

La cultura politica occidentale, partendo dal pensiero greco-latino, e poi evangelico-cristiano, che ha dato valore incommensurabile alla persona, è giunta, tramite l’illuminismo di Montesquieu, Beccaria e Kant in primis, alla nozione etico-politica di una giustizia che tenga conto dei diritti umani essenziali di tutti e di ciascuno.

Di contro, in Oriente, la persona singola non ha mai acquisito un valore comparabile a quello della cultura occidentale, perché il singolo essere umanoscompare sempre nel tutto, l’atman nel brahman, ad esempio nell’induismo.

Vengo dunque al tema afgano, ma che si può mutuare se si parla di altre zone critiche del pianeta, come la Somalia, il Sahel, il Niger…

Come è possibile che 75/ 80.000 miliziani taliban giungano a Kàbul (si pronunzia Kàbul, non Kabùl, così come si pronunzia Sinài, non Sìnai) in poche settimane, in una nazione di 35 milioni di abitanti e un esercito ufficiale nazionale di 300.000 uomini, se non ci fosse una sostanziale adesione della maggior parte degli abitanti? Si è trattato solo di rassegnazione, di stanchezza per decenni di conflitti? Non lo credo realistico, come condivide anche il citato collega pisano.

Si tratta dunque di fare un’operazione culturale e dialettica che metta in campo, non solo il tema dei diritti, ma anche quello della sovranità! Chi comanda in Afganistan, i portatori del verbo occidentale, o la popolazione locale, che non conosce la democrazia parlamentare? Come si conciliano questi due aspetti? Anzi, si possono conciliare tramite semplificazioni ed accelerazioni politico-militari? Domanda retorica. No.

Ovvero, si potranno conciliare solo con e dopo un paziente lavoro dialogico e collaborativo, dove filosofia, religioni, psicologia sociale, sociologia ed economia collaborino per trovare piste e metodi di riflessione comune, senza la frettolosità tipica dell’economia e soprattutto della politica attuali.

Sotto il profilo macro-politico occorre riformare profondamente e l’Onu e la Nato, attribuendo a questi due organismi prerogative che non siano, nel primo caso, di pressoché solo emissione di ottime perorazioni di principio, e la seconda al fine di costituire una forza militare veramente sovra-nazionale oltrepassando l’egemonia statunitense. Altro vi sarebbe da dire, ma qui non proseguirò, riservandomi di farlo in futuro.

Con e tra le varie culture e nazioni, occorre sviluppare un dialogo rispettoso ma fermo, prima che sui diritti, sui valori, poiché non sono concepibili diritti umani e civili se non sulla base di una adesione previa a valori condivisi. Vedi, mio gentile lettore, se non si conviene che l’etica deve riguardare il rispetto di tutti e tutte, in ogni senso, territorio e settore della convivenza umana, ogni discorso sui diritti resta privo dei fondamenti. Mi pare ciò sia di non poca importanza, per dirla con calma.

Ripeto: senza una condivisione sostanziale dei valori, i diritti scadono a una mera elencazione di desiderata, che cambiano nei momenti e nei vari territori. Anche qui un esempio fattuale di questi giorni: se non si concorda con i Taliban, ma anche con i pashtun di Massud jr., e con i Pakistani, i Cinesi, i Russi, gli Americani, i Libici, gli Irakeni, i Turchi, gli Egiziani, gli Inglesi, gli Israeliani, i Persiani, etc., anzi con le classi direzionali della politica di queste nazioni, che il valore primario è l’uomo e la sua tutela totale e integrale, ogni discorso sui diritti diventa fasullo e addirittura inutile e fuorviante.

…e poi, occorre coniugare diritti e doveri, sintagma indissolubile della condivisione umana della vita su questa Terra. I doveri sono lo specchio specchiante dei diritti; senza i doveri i diritti diventano meramente declamatori e scorciatoie retoriche di una moralità soggettivistica ed egoista. Altre strade non vi sono.

I Talebani mostrano l’ignoranza storica, antropologica e culturale dei politici e dei militari occidentali, anche se vent’anni di guerra e di presenza di americani, inglesi e italiani ha dato un contributo indistruttibile al cambiamento culturale di quel popolo

La prima domanda che ci si deve fare quando si approccia una cultura radicalmente diversa è. “Chi sono costoro? Come la pensano? Che valori hanno? Che priorità? Che storia hanno? Hanno di che vivere? In che cosa credono?”

Sono le domande “antropologico-filosofiche”, che attengono la dimensione più alta e profonda dell’antropologia scientifica.

Vi pare, cari lettori, che, prima gli Inglesi, poi i Sovietici e infine (parlo solo del’età contemporanea) gli Americani, si siano fatti queste domande in profondo?

Domanda retorica, con risposta incorporata: no. Né i “colti” Inglesi di Oxford e Cambridge, né i potenti Sovietici, né, infine, i grezzi Americani si sono fatti queste domande. Forse solo i militari italiani hanno una qualche formazione in tema, e difatti sono i meno sgraditi in queste e altre zone di guerra. Per noi sono lontani i tempi del nostro crudele e goffo imperialismo coloniale savoiardo e fascista.

Vengo al dunque: da decenni, almeno sei o sette, l’Occidente, con in testa gli USA, pensano che i popoli dell’ex Terzo mondo debbano essere istruiti alla democrazia parlamentare, con le buone o con le cattive (quasi sempre con le cattive).

Proviamo a capirci qualcosa.

La capitale Kabul è da sempre un crocevia dell’Asia centrale, un punto di snodo ineludibile per i mercanti e i viaggiatori. L‘Afghanistan da millenni è stato continuamente invaso da vari popoli, tra i quali si possono citare gli Indoariani, i Medi, i Persiani, i Greci d Alessandro il Grande, i Maurya, gli Unni, i Sasanidi, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi, e infine i tre potenti già citati. Nessuno di questi popoli e stati riuscì, però, nel tempo, a mantenere un costante e lungo controllo su quel territorio.

Si può ricordare che tra il 2000 e il 1200 a.C. giunsero gli Arii parlanti lingue del ceppo indoeuropeo, da cui la radice del nome Aryānām Xšaθra, o “Terra degli Arii”. Anche le dottrine filosofico-religiose di Zoroastro (o Zaratustra) pare abbiano avuto origine da queste parti, mentre gli antichi abitanti di quei secoli probabilmente parlavano la lingua avestica, come gli abitanti della Persia orientale, e a nord-est il battriano, probabilmente l’idioma con cui ebbe a che fare lo stesso Alessandro il Macedone. La sua Roxane pare fosse una principessa della Bactriana.

Poi, dal sesto secolo a. C. arrivarono i Persiani, prima di essere sconfitti da Alessandro. I Seleucidi seguirono, con lo sfaldarsi rapido del grande impero ellenistico. I Romani, invece, con Traiano, non superarono mai la linea che oggi divide l’Irak dall’Iran.

Il Buddhismo arrivò nella zona con i Maurya, ma nei secoli successivi, più o meno dal I secolo a. C., si succedettero Parti (i popoli con cui si scontrò proprio Traiano), gli Sciti, gli Unni fino ai Sasanidi, che ebbero molto a confliggere con l’Impero romano d’Oriente.

Nel VII secolo fu la volta degli Arabi che portarono l’Islam, facendo dipendere quei territori dal grande Califfato di Bagdad. L’Afganistan allora era diviso tra regioni con diversi nomi, come lo Zabulistan, il Badakhstan, il Khorasan, etc.

Con il tempo molta parte della popolazione si convertì all’Islam, anche se minoranze zoroastriane, manichee e buddhiste sono attestate fino a oltre l’anno 1000.

Successivamente l’Afghanistan fu retto da regni come quello Ghaznavide (962-1050 circa), che durò fino all’arrivo dei Turchi Selgiuchidi, colà giunti nel XIV secolo, per poi spostarsi a conquistare la penisola anatolica, fino a far terminare nel 1453 l’Impero romano d’Oriente, con la presa di Costantinopoli.

I Mongoli non trascurarono quelle plaghe e nel 1220 circa vi giunsero guidati da Gengis Khan, mentre Tamerlano (Timur Lenk, Timur lo zoppo) ivi giunse circa duecent’anni dopo.

Con i discendenti di Tamerlano si sviluppò il regno di Herat, che fu un centro di enorme importanza culturale, là dove si sviluppò una raffinata letteratura in lingua persiana e turca-chagatay, e una civiltà artistica notevole (arte miniaturista e architettura), nonché religiosa (misticismo sufi), tra le maggiori del mondo islamico dell’Asia centrale.

Agli inizi del Cinquecento i musulmani Moghul iniziarono a comandare, sia sull’India e l’attuale Pakistan, sia sui territori afgani

Altri gruppi come i Savafidi e i Durrani regnarono sull’Afganistan, finché, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo secolo si affacciarono i sudditi armati dell’Impero britannico. Da allora quelle terre, abitate da diverse nazioni, furono dominate dal potente imperialismo inglese.

Nel 1919 con il re Amanullah Khan, gli Afgani ripresero il controllo del loro territorio, finché, con alterne vicende si giunse ai decenni scorsi.

Mohammed Zahir Shah (1914-2007), regnò fino al 1973. Sotto il suo regno l’Afghanistan visse uno dei periodi più lunghi di stabilità. Durante questo periodo l’Afghanistan rimase neutrale. Non partecipò alla Seconda guerra mondiale, né si allineò con i blocchi di potere durante la Guerra Freddaa.

Nel 1973 il Re si trovava in Italia, e suo cugino Mohammed Daud Khan organizzò un golpe facendo finire la monarchia. Da allora, fu un continuo tourbillon di cambiamenti, più o meno drammatici, e a volte tragici fino a questi giorni. Nel 1978 un altro colpo di Stato (la Rivoluzione di Saur) fece nascere la Repubblica Democratica dell’Afganistan, sotto la guida di Nur Mohammad Taraki. Sembrava che le riforme strutturali democratiche avviate potessero dare un futuro di modernizzazione al paese, come l’abolizione dei rapporti semi-feudali tra latifondisti e braccianti, come il voto alle donne, come la statalizzazione dei servizi sociali, come l’ammissione delle attività sindacali e l’abolizione dei matrimoni forzati.

Si potrebbe dire che si trattava di riforme di tipo “occidentale” a tendenza socialista.

Ma ciò non durò a lungo, perché clero islamico e capi tribù, probabilmente (anzi certamente) sostenuti da forze occidentali, si opposero e guidarono un colpo di stato che riportò le cose allo stato quo ante.

Già questa è una “lezione” evidente, se si vuole comprendere lo strato del pensiero profondo afgano. Il nuovo presidente, però (non dimentichiamoci che siamo ancora in un periodo da “Guerra fredda”), fece insospettire l’Unione sovietica che vedeva nei cambiamenti introdotti da Taraki una sorta di via temporanea verso un socialismo su cui avrebbe potuto “mettere il cappello”. La sua uccisione fece pensare a un intervento della Cia per riportare l’Afganistan sotto l’egida statunitense. E Breznev decise per invadere militarmente quel paese, così strategico per gli equilibri asiatici.

L’Armata rossa fu a Kabul il 27 dicembre 1979, mettendo subito al potere il fedele Babral Karmak. E scoppiò una cruentissima guerra con i Mujaeddin e’Kalk, (sostenuti dagli Stati Uniti), finché i Sovietici, non riuscendo a venire a capo di una guerra troppo lunga e costosa in vite umane e risorse, lasciò l’Afganistan nel febbraio del 1989.

Altra lezione non compresa dal mondo.

Fu proclamato lo Stato islamico dell’Afganistan, che non riuscì ad unificare le varie componenti tribali e dei Mujaeddin, tra cui il più autorevole era Ahmad Shah Massud, chiamato “Il leone del Panshir”.

Nel 1996 comparvero sulla scena i “Taliban”, gruppo organizzato di studenti islamici formati nelle madrasse” da mullah ultra-ortodossi nella fede sunnita.

I Talebani, dopo avere ucciso Massud, che resisteva al nord, proclamarono l’Emirato islamico dell’Afganistan, applicando da subito con estrema ferocia la legge della shari’a. L’ultimo presidente della Repubblica Democratica afgana, Mohammad Najibullah, fu catturato, torturato e fucilato. Un altro episodio clamoroso a carico dei Talebani fu la distruzione dei Buddha di Bamyian nel 2001, segno violento di una cultura intollerante e totalitaria. Eppure, noi Occidentali dovremmo essere competenti in fatto di dittature!

Altro segnale importante per chi avesse avuto la cultura e l’umiltà per cercare di capire, senza giustificare quegli atti, quella gente. Comprendere non è giustificare.

In Occidente (e anch’io) vent’anni fa ci siamo limitati a deprecare l’accaduto e a denigrare i suoi autori.

Dopo l’11 settembre 2001, gli USA diedero il via all’operazione militare Enduring Freedom, invadendo l’Afganistan, per catturare i progettisti e gli autori degli attentati terroristici avvenuti in quella data negli Stati Uniti, di cui conoscevano le identità politico-militari e personali (la rete di al-Qa’ida guidata da Osama bin Laden), e per abbattere il regime talebano.

Il regime talebano venne sconfitto in poco più di un mese, nel novembre del 2001.

Altro evento, la rapida sconfitta, che non ha suggerito di riflettere profondamente, in Occidente, in tutti gli ambienti. I popoli abituati alla guerriglia, sono in grado di accettare le sconfitte, perché sono, come si dice oggi, resilienti, più di noi occidentali.

Il nuovo presidente è Hamid Karzai, che resta al “potere” fino al 2014.

Al gruppo di intervento militare, oltre agli USA, partecipano anche altre Nazioni, con la Gran Bretagna e l’Italia fornitrici dei contingenti maggiori, sotto l’egida della NATO. Nel 2013, presidente degli USA Barack Obama, Osama bin Laden viene ucciso in un attacco mirato nella città pakistana di Abbotabbad.

La situazione resta tesa per i continui attacchi dei Talebani, che approfittano dell’ambigua vicinanza del Pakistan. E siamo a un altro passaggio decisivo. Il Presidente Donald Trump nel febbraio 2020 decide per il ritiro militare degli USA, che viene confermato e attuato in questi giorni dal Presidente Biden. Con gli Americani si ritirano tutti gli altri contingenti.

Non occorre sottolineare, anche in questa vicenda, l’assoluta inefficacia dell’ONU, delle Nazioni Unite che, come sempre, si limitano a diffondere proclami, detti risoluzioni, peraltro numerate.

Eccoci, cari lettori, a queste ore.

Ora i Taliban che, nel frattempo, in questi ultimi vent’anni hanno stabilito rapporti utilitaristici (non si dimentichi che per quelle regione passerà un gasdotto di importanza strategica) con potenze moralmente più “ciniche” sui diritti umani come la Cina, la Russia, la Turchia e l’Iran, mentre con il Pakistan non avranno grandi problemi, perché sono al potere, anche anche a nome e per conto proprio del Pakistan, per rinforzare la massa critica sunnita della regione contro l’India, nemico storico.

Peraltro, non dimentichiamo anche l’intreccio etnico-culturale presente storicamente nella zona: tra i pashtun, sunniti, e gli hazara, sciiti, c’è inimicizia sotto molti profili: i primi sono prevalentemente pastori, i secondi piuttosto agricoltori. Poi vi sono i Tagiki, come Massud e gli Uzbeki. Un crogiolo complesso e in continuo movimento.

Ci sono gli aspetti economici da considerare che, anche se quasi sempre dissimulati dalle questioni ideologiche, sono sempre primari. Di che che cosa vivrà il Popolo afgano? Ancora essenzialmente di oppio, sostanza stupefacente di cui pare costituisca circa il 90% della produzione mondiale? O di minerali rari come il litio, il rame, le terre rare, l’oro, etc.? Non pare plausibile. Con i Taliban bisognerà trattare, come si è fatto in mille altre situazioni della storia.

Ci può insegnare qualcosa, dico, come Occidente, questo evento?

Riusciamo finalmente a capire (non tanto noi Italiani, ma gli Americani in primis, e in secundis Inglesi e Francesi) che la democrazia parlamentare NON si può esportare? Non bastano le lezioni irakena, siriana, libica e afgana, per capire questo? In questo contesto drammatico gli USA sono stati il protagonista peggiore (e mi dispiace che anche Obama si sia distinto in pejus).

La base di questi errori macroscopici è l’ignoranza antropologica. I gruppi dirigenti dell’Occidente non hanno finora avuto l’umiltà e la pazienza di studiare la storia, gli usi, costumi, cultura e tipologie religiose dei popoli del Vicino e del Medio Oriente. Non hanno capito che il “sindaco” di una comunità non viene eletto, ma “riconosciuto”, per leadership, vale a dire, storia personale, coraggio, saggezza e lealtà, e quel “sindaco” è il capo tribù. Un altro esempio: ci si scandalizza per l’inefficienza del cosiddetto “esercito afgano” forte (?) di 300.000 uomini. Ma sappiamo che, quando uno degli ufficiali impartisce un ordine, il subalterno telefona al padre per sapere se deve eseguirlo o meno? Così funziona la cultura tribale: non riconosce altra autorità che quella sua propria intrinseca.

Non si può mutuare l’Illuminismo francese di Montesquieu, quello inglese di John Locke, quello tedesco di Kant, quello italiano di Cesare Beccaria in territori che per millenni hanno scelto il modello patriarcale di vita e di gestione della famiglia, della comunità locale e dello stato. Di questo ambiente fanno parte anche le vittime attuali dei Talebani, anche il popolo.

Anche in tutto questo, oltre alla disastrosa gestione del passaggio di consegne militare tra Occidentali ed “esercito afgano”, si può collocare la demotivazione di soldati e ufficiali nella lotta ai Talebani. Questi assomigliano moltissimo a quelli, ancora.

E allora bisogna prendere atto che forse i tempi della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità all’occidentale non possono maturare sulla traccia dei caccia bombardieri, ma su un mix di sviluppo della cultura (anche della nostra) e dell’economia di quei popoli e nazioni.

Forse l’occasione viene data dalla crisi ambientale planetaria, da quella del clima, da quella energetica, ma soprattutto da quella del pensiero critico, se ve ne sarà una consapevolezza più generale.

In ogni caso, la nostra idea di etica del rispetto totale e assoluto dell’integrità psicofisica degli esseri umani, non potrà non guidarci nei rapporti con questi nuovi padroni dell’Afganistan. Non solo le convenienze dettate dall’economia, che sono sempre primarie in ogni vicenda umana.

Messi, che lacrime ridicole! Jacobs sia umile. Tortu, che bel sorriso… e approfitto della visibilità del titolo per segnalare l’ultima idiozia vista su un quotidiano sportivo: parlando della staffetta vincitrice della 4 per 100 a Tokio, leggo che il primo frazionista, Lorenzo Patta, nato nel 2000, è un millennial. Ma, se si intende che “millennial” è chi è nato nel nuovo secolo, il XXI e nel nuovo millennio, il III, Patta NON E’ un millennial! Ancora, ancora c’è gente convinta che il 2000 sia il primo anno del III millennio e del XXI secolo, idioti!

Ciò che qui scriverò, caro lettore, non avrà nulla di moralistico, ma sarà semplicemente narrativo, realistico, forse solo un po’ attento agli aspetti finanziari, gestionali e di etica d’impresa, nei limiti che la mia limitata competenza in materia mi consente, incompetenza che, come sai mio caro lettore, non riguarda l’etica d’impresa.

Il signor Messi, gran calciatore e piccolissimo uomo, mi ha fatto solo malinconicamente ridere con le sue lacrime (?), mentre dalla sede della sua storica squadra di calcio, spiegava ai giornalisti le ragioni per cui dopo vent’anni se ne stava andando a Parigi, per un compenso biennale di settanta milioni netti (se ho capito bene)! Più o meno. Dal Barcellona ne aveva accettati appena (!!!) 20 (parlo di milioni all’anno, caro lavoratore medio, ma anche caro dirigente, caro Cfo, caro Ceo, caro imprenditore), ma la Liga spagnola non avrebbe ammesso un contratto del genere, vista la crisi (morale?) finanziaria ecc. ecc. del settore, e in considerazione delle regole attualmente in vigore negli organismi internazionali, come la UEFA, regole che comunque le società calcistiche di proprietà di emiri o magnati russi, come il PSG di Parigi, il Manchester City, il Chelsea e altre, stanno bellamente violando da oltre un decennio.

La dico così: oramai da oltre dieci anni la Coppa dei campioni, o Champions League, NON VIENE VINTA, MA COMPERATA!!! Diciamo, almeno dal famoso Triplete dell’Inter de Milan.

Qualche ingenuo (solo ingenuo?) scoltatore radiofonico addirittura si scandalizza perché Messi non abbia accettato di giocare agratis (così ha detto) per il club catalano. No comment. Alle radio aperte al pubblico telefonano quelli che hanno bisogno di sentirsi per radio e di farsi ascoltare dagli amici del barsport. Trattasi, solitamente, di fuoriclasse del pensiero umano contemporaneo.

Diego Armando Maradona, figura con la quale Messi non ha nulla a che vedere

Piangeva (ma senza lacrime vere, cioè acquose e salate), con il fazzolettino nascondente il falso pianto, el seňor Lionel Messi, convincendo sul suo reale dolore solo (penso) cinque o sei persone (o solo tre), in tutto il mondo. Che squallore!

Lui, come il grosso Lukaku, che pareva un eroe gladiatorio della ottima Inter dell’anno scorso (squadra tanto simpatica quanto sfigatella), e invece ha seguito il market anglo-russautocratica, che gli bonificherà 12 milioni netti (1 al mese) all’anno, invece dei (solamente) 7, poverino, che poteva confermargli la “sua” Inter. Big Rom, l’amatissimo condottiero se ne è andato dopo due anni, facendo seguito alla scelta del suo ex coach, che non poteva accettare neanche per 12 milioni all’anno, di rivincere (forse) solo lo scudetto, ma forse, ripeto. Che squallore! …cui si aggiunge anche quello del giovine portierone della Nazionale italiana, il fortissimo Gigio, governato da un grosso (di circonferenza addominale) mezzano, che mi ricorda proprio i mediatori di compravendita di buoi di paese di nonnesca memoria.

Non mi scandalizzo per gli stipendi abnormi dei calciatori, ma per la loro inconsapevolezza di vivere in una sorta di bolla esistenziale senza senso, in ragione di una vita pressoché scollegata dal resto del mondo.

Tortu Filippo, invece, è un bel ragazzone italiano, con una personalità timida ma spiccata. E’ già un campione notevole e lo diventerà ancora di più, se saprà mantenere le virtù morali che ha già mostrato in questi anni. Insieme con i suoi compagni della staffetta potrà fare grandi cose, ma soprattutto se Lamont Marcel Jacobs riuscirà a non montarsi la testa cedendo alla retorica fasulla dell’uomo più veloce del mondo. Affermazione non rispondente al vero (se non durante la finale olimpica del 100 metri piani di Tokio), perché 9.80 è un tempo già corso, anche più volte, negli ultimi vent’anni almeno da una decina di atleti (alcuni: Tim Montgomery, Tyson Gay, Johan Blake, Justin Gatlin, Travyon Borrel, Asafa Powell, Nesta Carter, etc.), che hanno spesso fatto anche meglio di Jacobs, e molto distante dal 9.58 di Usain Bolt che, nella stessa gara gli avrebbe dato almeno due metri e mezzo di distacco. Jacobs stia umile e lavori, come tutti quelli che sanno che il lavoro e la fatica pagano. Faustino Eseosa Desalù lo sa bene, e anche Lorenzino Patta, il primo frazionista ventunenne, nato nel 2000.

Patta non è un millennial, come scrivono alcuni giornalisti, che insistono nell’errore di propalare che il 2000 sia il primo anno del terzo millennio e del ventunesimo secolo. Ma diamine (per non dire di peggio)!

Possibile che non sia a loro chiaro che il 2000 è l’ultimo anno del ventesimo secolo e del secondo millennio? Non gli basta capire che la prima decina numerica, da uno a dieci, finisce con il 10 e non con il 9? Non ce la fanno a fare un’analogia tra il più semplice dei conteggi, quello da prima elementare da 1 a 10, con il rapporto che sussiste tra il 2000 e il 2001, capendo che il primo giorno del ventunesimo secolo e del terzo millennio è il primo gennaio 2021, non il primo gennaio del 2000?

Ma a Patta certo non interessa nulla di questa ignoranza colpevole dei protagonisti dei media.

A me interessa, perché costoro fanno danni a chi non sa leggere criticamente le loro fanfaluche e imprecisioni.

Rimedio nel mio piccolo, come posso, sempre sul pezzo.

“Impensabile”, “incredibile” (ovvero: non ci credo), “inimmaginabile”… (tre aggettivi che, pur se usati come modi di dire per significare cose grandissime e/o inaspettate, in realtà sono abbastanza idioti). Il peggiore di questi attributi è “impensabile”, mentre “invincibile”, “insuperabile” e qualche altro analogo, si possono anche accettare, sia pure con riserva. Alcuni aggettivi, di contro, come “inadeguato”, “impossibile” (con qualche dubbio dato dalla soggettività), “inaccettabile” (idem come per il precedente), “impreparato”, etc., sono del tutto congruenti con realtà fattuali

Tre espressioni molto usate, ma non perciò, nonostante siano dei modi di dire per enfatizzare la grandezza o la difficoltà di qualcosa, meno idiote. Apparentemente filosofiche, ma in realtà abbastanza inutili.

Parto da una breve analisi della preposizione “in” che dà inizio a ciascuna di quelle parole. In latino “in” significa “contro” (non solo per la definizione dello stato in luogo), di cui l’esempio più forte è senz’altro il nome del secondo più grave dei vizi capitali, l’invidia, in-vidia, che significa “guardare male, augurare male all’altro”, “in-vidêre”, cioè guardare-contro. Viene subito da dire che l’invidia è non solo un vizio gravissimo, ma è anche un capolavoro di stupidità, perché, come è noto, la quintessenza della stupidità è il volere-il-male-dell’altro senza averne alcun vantaggio.

Come si fa a dire, infatti, impensabile? Chi lo può dire? Chi può affermare che un-pensiero-non-è-pensabile? Chi è così presuntuoso da osar affermare che, siccome per lui stesso una cosa è proprio eccezionale, è impensabile? Sarà impensabile per lui, magari, ma non per me e per molti altri.

Tutto è pensabile, perché nessuno sa che cosa può essere pensabile da altri o in futuro. Né conosce i propri possibili pensieri… futuri. Il pensabile è correlato alla non-misurabilità delle esperienze umane (lasciamo stare qui la psiche degli “animali”, esclusi gli umani) e del pensiero. Basti pensare alle opere del pensiero, dell’arte, della ricerca scientifica… Come si può dire che qualcosa non è pensabile, ripeto? Il pensabile è in-finito, cioè non-finito (sempre con la preposizione “in” che contrasta). O no?

Esaminiamo ora l’incredibile. Chi può affermare che una cosa è in-credibile? Solo un superbo, come quelli che pretendono di dire che l’esistenza di Dio è incredibile, ma anche come quelli che affermano l’esistenza di Dio è credibile perché dimostrabile con un atto logico di argomentazione. Nessuno può affermare che si può mostrare razionalmente l’esistenza di Dio o il suo contrario, l’inesistenza. La nozione del “divino” può essere solo intuita meta-fisicamente, in quanto essenza-sostanza di un dono: Dio, inteso come Uno assoluto e incondizionato, non si può collocare nel modo fisico, accessibile ai sensi esterni. L’Assoluto e l’Incondizionato si collocano in un Altrove non-fisico, ma di Stato-dell’Essere, non misurabile (in-commensurabile, e qui sì, ci sta la preposizione “in”!) e conoscibile fisicamente.

Incredibile lo si sente dire dopo un’impresa di qualche genere, sportiva ad esempio. Siamo alle solite: l’uomo non conosce tutti i vettori causali della realtà effettuale, per cui viene sorpreso da qualche fatto, e dunque esclama “incredibile!”. Ma cosa? Proviamo a pensare alle vittorie italiane nella velocità atletica alle Olimpiadi di Tokio: per i presuntuosi anglosassoni (inglesi e americani, ma di più gli inglesi) è incredibile che gli Italiani abbiano vinto. Perché? Perché il loro superiority complex, almeno dall’insopportabile Churchill in poi, non può ammettere che gli Italiani siano più forti di loro in una disciplina sportiva fondamentale.

E qui mi sovviene un’ira funesta, una collera invincibile (ecco! in-vincibile, come l’ignoranza di parecchi) e un disprezzo totale per la decisione di Mussolini di mettersi con Hitler contro di loro, perdendo l’Italia e la faccia, e facendo maturare in quei popoli una disistima profonda per noi. E aggiungo anche la vigliaccheria del re traditore Vittorio Emanuele III di Savoia.

Devo dire che mi infastidisce un po’ anche l’uso di questo aggettivo “incredibile” da parte dei nostri atleti vincenti, anche se comprendo come l’emozione gli detti questa espressione, che diventa trita se detta e ripetuta tre, cinque, dieci volte. Ma li perdoniamo, perché a volte possono mancargli le parole, i sinonimi per dire sorpresa e meraviglia per la grande prestazione.

Per il concetto di inimmaginabile vale presso a poco il medesimo ragionamento sopra svolto per l’impensabile. Come si può ritenere plausibile il concetto di inimmaginabile? Che ne sa chi lo afferma circa che cosa posso immaginare io, o tu, mio gentile lettore, o uno sconosciuto che tale sempre rimarrà?

Tutto è immaginabile, come è immaginabile che si possa migliorare il record del mondo dei 100 metri piani, dall’attuale 9.58 di Usain Bolt (a proposito, si astenga dal dire castronerie sulla vittoria di Jacobs!) a un numero che può ridursi sempre più, conteggiando, oltre i centesimi attuali (58), i millesimi, i decimillesimi, i centomillesimi, i milionesimi, i decimilionesimi e via dicendo fino al numero “n” asintotico, e sempre non-finito. Ecco: 9.57/ 913462…

Il concetto di invincibile può essere accettato, anche se con la riserva di alcuni limiti. In Filosofia morale si dice invincibile un’ignoranza etica non colpevole, come può essere il non-sapere che è male mutilare le bambine, come accade in una certa cultura tribale africana, dove vigono usi e costumi, che noi possiamo definire “culturalisti” (da Etica culturalista), i quali non tengono conto che il bene della salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’essere umano viene prima, è più importante del rispetto di usi e costumi locali, che nel crudelissimo esempio sono funzionali al dominio sessuale del maschio sulla femmina.

Anche nello sport “invincibile” è improprio: basti pensare al fatto che, ad esempio nel ciclismo, il più forte di tutti, spesso definito dai giornalisti “invincibile”, il belga Eddy Merckx fu battuto da Bernard Thevenet, che era semplicemente un ottimo corridore, al Tour de France, mi par di ricordare, in due occasioni. Anche il meraviglioso Luis Ocaňa, peraltro sfortunatissimo, batté nettamente Merckx, sempre al Tour, una volta. Quindi il grande Belga non era invincibile.

Alcuni aggettivi, di contro, come “inadeguato” o “impreparato” sono del tutto congruenti con realtà fattuali.

E ora, non posso non sottolineare che ancora una volta i principali utilizzatori dei tre aggettivi del titolo sono gli uomini e le donne dei media, dei giornali, delle tv, del web, i quali, afflitti da un’inguaribile pigreria (pigrizia accentuata), risolvono il problema di come definire una cosa eccezionale con uno dei tre aggettivi di cui sopra. Se utilizzi uno dei tre aggettivi “sei a posto” esercitando quel mestiere, perché hai già detto il massimo, più di così non si può dire, espressioni per rappresentare concetti così estremi non puoi trovare…

Ma no. Che ne dici, gentil lettore, se cominciassimo a non utilizzare più, ogni momento, “impensabile, incredibile, inimmaginabile” e li sostituissimo con attributi adeguati alla bisogna di definire un atto, un fatto, un’impresa, una vittoria, un evento accaduto per la prima volta come la prima ascesa al K2?

Basterebbe definire la prima ascesa del K2 “evento straordinario”, cioè non-ordinario, invece di “incredibile”, anche perché “è accaduto”. O no?

In questo periodo, compresi i lockdown mi sono sentito SEMPRE sostanzialmente LIBERO (alla faccia dei libertari a corrente alternata), perché ho fatto SEMPRE, dico SEMPRE, ciò che dovevo fare e nessuno me lo ha impedito. Aaah, dimenticavo, sono stato anche offeso da qualcuno che mi ha invitato “a svegliarmi”, un “pulpito” che si nutre di web e bugiardini, non di seri studi accademici, dove la tua competenza è verificata da terzi che hanno titoli per giudicarti, fino a che io stesso ho fatto parte di questi “terzi” (docenti universitari). Detto questo, qui parlo di quisquilie, per variare il menù. Ecco: parlo degli uomini politici e delle donne “politiche”: un ambiente di noiosi, tra pochissimi “ascoltabili”; giornalisti e titolisti: una piccola accolita di disonesti che rovina una categoria talvolta eccellente

Ripeto: nonostante gli alti lai dei libertari a corrente alternata, che ululano per piazze e sul web, anche durante i lockdown più rigidi, mi sono sentito e sono stato LIBERO di agire e di dire ciò che volevo dire e di fare ciò che dovevo fare, sempre nel rispetto delle norme prudenziali, atte a tutelare la legittima personalità e libertà degli altri. e l’altrui dignità. Due volte mi hanno fermato i carabinieri, ed è bastato che dicessi: “vado nell’azienda tale, perché sono il Presidente dell’Organismo di vigilanza ex Codice etico“, e non mi è stata chiesta neppure l’auto-dichiarazione. Oggi ho il green pass e lo porto con me, finora esibito solo in piscina. Quale è il problema? Detto questo, passo alla quisquilia del giorno: “parlare male”, con pieno diritto e nozione informata, di politici e giornalisti, due tra le peggiori categorie sociali di questi tempi un pochino oscuri, soprattutto per un utilizzo scarso dell’intelletto, e una sorta di intolleranza alla fatica di studiare.

Per me la noia è il peggior stato dell’anima, peggio della paura terrorizzante, che è la paura della paura. Per me.

Più volte mi sono speso a commentare la povertà-della-qualità-della-classe-politica, il cui livello è definibile come penoso, scadente, noioso.

Quando in tv vediamo apparire le faccette dei politici e delle politiche, anzi quando vedo, perché so di me e non di altri, so già ciò che stanno per dire. Lezioncine imparate a memoria, e non perdono un colpo solo perché imparate a memoria. Mi ricordano queste filastrocche da prima elementare: “Le ochette del pantano/ vanno piano piano piano/ tutte in fila come fanti/ una dietro e l’altra avanti“… oppure: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo,/ ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./ Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello,/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo“. Anzi, no, non mi ricordano per nulla queste bellissime filastrocche elementari, che non sono noiose, ma bellissime. Noiosi sono loro!

In questo campo le donne non si differenziano dai maschi: la noia li unifica nell’insopportabilità. Il linguaggio è trito, scontato, il modo di affrontare i temi è apodittico e paratattico. Noioso.

Non ho ancora capito se i giornalisti li preavvertono (penso di sì) dell’intervista, cosicché il politico/ la politica si prepara una lezioncina da recitare a raffica, con piglio, non deciso, ma arrogante, che attesta come il/ la parlante sia convinto di avere ragione e tutti gli altri torto.

Mi si può spiegare che i “tempi televisivi” richiedono semplicità e chiarezza, per cui sono da evitare ragionamenti complessi e da proporre solo conclusioni, senza premesse logiche. Per me ciò risulta essere un orrore, immediatamente dopo che mi sono annoiato. Il fatto è che la loro è una recita a favore di telecamere, perché subito dopo, tra loro, fraternizzano.

Solo due nomi, tra moltissimi, come campioni dei maschi e delle femmine: Lupi e Serracchiani.

Se veniamo ai giornalisti e ai titolisti la disonestà intellettuale dilaga. La cura dell’attendibilità delle fonti latita, il linguaggio è spesso aggressivo e impreciso, i titoli fuorvianti e imbroglioni. Il web poi “fa il suo” con il metodo “specchietto per le allodole”, dove mette in evidenza solo una parte della notizia per dare l’impressione di un male devastante che poi magari si rivela spesso solo fuffa. Esempio calcistico: “Incredibile al Napoli (in evidenza, poi puntini… e il testo prosegue così… Insigne ritarda all’allenamento)”. Cosa c’è di incredibile? o di preoccupante? nulla. Intanto, però, il tifoso del Napoli è andato in ansia. Cosa poco importante? Sì, cosa da nulla, ma intanto si è creata una agitazione mentale nella persona semplice che è il tifoso.

Esempi non virtuosi, o fastidiosi: Travaglio-arrogante-Marco e Belpietro-nonmiviennulla-Maurizio per la carta stampata, Fazio-falsetto-Fabio, Hunziker-mossetta-Michelle, Litizzetto-bruttino-Luciana, Fiorello-nonsochediresenoninutile-Rosario, e Varriale-sosiadiclaudiovilla-boh, per la tv, Alessandra-beep beep-De Stefano per il ciclismo e Paola-sgrunt-Ferrari (grazie a Dio che se ne va) per il calcio, ancora in tv, inascoltabili, come un Martinelli-accentituttisbagliati-Maurizio (che pronunzia Màttarella, invece di Mattarèlla), e Parenzo-noiasinistro-David e Cruciani-sporcaccion-Giuseppe per la radio, più Parenzo che Cruciani, perché a parer mio il peggio e più disonesto è il politicamente corretto. Dimenticavo trasmissioni radiofoniche come Sportiva, dove senti conduttori che pronunciano male l’italiano e telefonate dal pubblico in proporzione di idiozia. Probabilmente, sia la politica, sia il giornalismo rappresentano la mediocrità gaussiana di quelli che telefonano per ascoltarsi. Che p.! E moltissimi altri, che non cito qui per non annoiarmi.

Mi consolo con la memoria che mi ricorda i nomi di Bruno Raschi e Montanelli, di Gianni Brera e Biagi, di Buzzati e Claudio Gregori, che del giornalismo hanno fatto un’arte. Come cantava Califano: “Tutto il resto è noia“, anzi, no, ho sbagliato… “Tutto il testo è noia“.

Su libertà e vaccini occorre tornare con chiarezza ad Aristotele, Tommaso d’Aquino e Immanuel Kant

Leggo in tema prese di posizione filosofiche provenienti da prestigiosi colleghi, come Cacciari e Galimberti, che in parte condivido, ma prevalentemente no, direi in particolare nella metodica comunicazionale.

Del primo non condivido la posizione pubblica sul green pass, che limiterebbe la libertà individuale: ciò mi sembra che sia un po’ come guardare il dito che indica la luna, non guardare la luna, vale a il dire che le regole anti-Covid sarebbero liberticide… D’accordo con lui quando commenta la povertà politica storica, mezzosecolare, dei preposti alla salute italica, ma ciò non significa che non si debba tener conto di ciò-che-è-meglio-fare qui e ora, per combattere l’insidioso male del Sars-Cov2, epidemia, se non si vuole dire pandemia, dimostratasi già in tutta la sua pericolosità.

Mi meraviglio che un pensatore del livello suo non riesca a comprendere come non sia il caso si esprimersi verso il grande pubblico con teoresi, anche condivisibili, ma eccessivamente articolate e sofisticate, per non mettere in allarme chi non è in grado di seguirle passo passo, mentre invece sia più utile accontentarsi di proporre ragionamenti semplici, essenziali, tali da aiutare a scegliere razionalmente la gran massa delle persone di farsi il vaccino, in questo frangente, dove il vaccino è – comunque la sia veda – il male minore, e nel contempo il bene maggiore. O no?

Del secondo non apprezzo per nulla la sua oramai solita – e già vetusta – accusa al cristianesimo di aver fomentato l’egoismo da duemila anni.

Non è semplicemente vero, come ho spiegato qualche settimana fa in uno specifico articolo qui pubblicato. Onde non ripetermi, qui ricordo solo che, se è vero che il cristianesimo ha posto al centro della riflessione sui valori morali la persona umana come individuo il cui valore, appunto, è incommensurabile, ha giustapposto al tema-persona, con altrettanta forza e priorità, il concetto di comunità, di comunione, di condivisione. Ne consegue che la persona e le persone, il bene e il male sono da considerare sempre in relazione al rapporto necessario esistente nell’umana convivenza.

Sarà poi la filosofia teologica cristiana, a partire da Agostino e soprattutto con Tommaso d’Aquino a precisare meglio, con estrema e insuperabile chiarezza, il valore primario della comunità, come insieme di figli-di-Dio, riassunto poi nelle forme più solenni nella recente (1965) Enciclica conciliare Lumen gentium, là dove la Chiesa stessa, cioè l’adunanza, la raccolta dei popoli, è definita “popolo di Dio”.

C’ è, di contro, un filo rosso tra i tre grandi filosofi citati nel titolo, Aristotele, Tommaso d’Aquino e Kant, un filo che spiega con chiarezza che cosa si debba intendere per libertà e bene comune, il filo rosso di una filosofia politica irrorata dalla sapienza greco antica, dalla morale cristiana e dall’apertura culturale dell’illuminismo.

Evitando in questa sede indicazioni bibliografiche e appesantimenti specialistici, mi limito a citare, innanzitutto Aristotele, che parla esplicitamente dei doveri specifici e ineludibili “di chi entra in città”: chi entra nella pòlis deve conformarsi alle leggi della pòlis stessa, deve accettarne leggi, usanze e modi di vita, ove desideri soggiornarvi, altrimenti se ne può anche andare. Evidentemente bisogna contestualizzare la dottrina socio-politica ed etica aristotelica, non prendendola per buona come esempio assoluto per i tempi odierni.

Tommaso d’Aquino, completa il discorso morale aristotelico e la dottrina cristiana, ponendo il tema del Bene comune, che ricomprende i beni individuali e li mette in relazione, sottolineando la primazia di ciò che è più utile alle comunità, piuttosto che al singolo individuo.

Il buon frate domenicano arriva addirittura a scrivere che la stessa proprietà privata non può essere assoluta, incondizionata, poiché ogni bene è dato da Dio, per cui ogni essere umano, con la sua intelligenza e volontà, su questi beni deve esercitare un mandato al fine di salvaguardare detto bene, anche in vista di chi verrà dopo, figli e nipoti. Ogni essere umano e ogni gruppo umano, sostiene il grande filosofo cristiano, ha la responsabilità della custodia dei beni, perché, come doni del Creatore debbono essere rispettati, tutelati e utilizzati per la realizzazione di una buona vita di ciascuno e di tutti.

Di più: per Tommaso, se un tiranno usa i beni dati all’uomo solamente per la sua convenienza, esercitandovi un potere assoluto e senza poter essere contrastato, mostrandosi nell’agire come tiranno, il popolo può avere diritto di ucciderlo, per liberare tutti dal sopruso. Anche il tirannicidio, dunque, in questa visione del “bene comune” può essere moralmente ammesso. Sono certo che non molti conoscono questa dottrina tommasiana, profondamente cristiana.

Avvicinandoci ai nostri tempi, non citando tutti i numerosi pensatori che dopo Tommaso hanno posto il Bene comune” al di sopra dell’interesse individuale, giungiamo a Immanuel Kant.

Ebbene, Kant spiega molto bene nella Critica della Ragion pratica, (siamo attorno al 1800), il suo testo di Filosofia morale, che vige l’obbligo di non considerare mai l’uomo come mezzo ma sempre come fine. In sostanza, l’Uomo deve essere inteso e rispettato come soggetto-in-relazione, per cui ogni dire e ogni agire deve tenere conto del bene altrui. Un altro suo detto fondamentale è il seguente: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale“. Non mi pare necessitino commenti interpretativi.

E, per concludere, cito umilmente… me stesso, riprendendo la breve sintesi teoretica che ho pubblicato in un post pubblicato qualche giorno fa, sul tema della Libertà.

LA LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive. Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essereumani.

Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

E allora, venendo al tema vaccini e libertà: come si fa ad affermare, come fanno in molti, che lo Stato ci tiene prigionieri, quando invece è il virus il soggetto da mettere nella frase che parla di prigionia. Proprio per liberare noi stessi e gli altri, per rispetto, ripeto, di noi stessi e degli altri, è utile, opportuno, necessario vaccinarsi.

Non dico obbligatorio, perché spero che il buon senso e l’intelligenza rendano superflua una normativa legalmente vincolante.

Giornalisti “villani” (senza offesa per i villani abitanti delle “ville” rurali), Marco Travaglio e David Parenzo, e i falsi liberal-democrat del non-vaccino

Qualcuno non ha limiti nell’insultare, e molti si improvvisano sapienti su ogni materia, di questi tempi. Ciò non si dovrebbe mai verificare, ma queste cose capitano. Probabilmente l’accessibilità dei nuovi media non solo favorisce, ma sollecita, interventi di tutti i generi in tutti gli ambiti su tutti gli argomenti.

In ragione di ciò, si leggono e si ascoltano facezie, stupidaggini, affermazioni azzardate, assiomi infondati, ricordi fasulli, relazioni inesistenti fra concetti inconciliabili, pretese di conoscenza senza fondamento, e altro del genere che, se non fosse talora pericoloso, potrebbe essere il soggetto di innumerevoli gag comiche.

Tornando al citato giornalista, misteriosamente innamorato di Conte, più che di Grillo, ora si è messo a parlare dei figli di papà al Governo, partendo da Draghi, cui riconosce solo saperi finanziari, mentre – a parer suo – non saprebbe un c. di socialità, sanità e molt’altro. Invece, sappiamo che Draghi si è fatto da solo, come me e molti altri.

Perché il soave giornalista non attacca due autentici “figli di papà” come Ciro Grillo e Davide Casaleggio? Potrebbe bastare, anche se questo tipo umano si meriterebbe altro di critico, che qui non gli concedo. Mi prenderebbe troppo immeritato spazio.

Un altro giornalista villano, che blatera arrogantemente per Radio e si mostra in tv, talora in compagnia di sodali che competono validamente con lui in beceraggine, ma non lo superano, come Giuseppe Cruciani, è David Parenzo, che non si perita di dare del cretino a chiunque non sia d’accordo con lui. E pensare che vi sono molti masochisti che continuano a telefonare a La Zanzara, trasmissione di Radio24, cioè di Confindustria. Ciò che mi meraviglia, ma forse sono ingenuotto, è come mai anche l’elegante presidente Bonomi accordi spazio a un format così degenerato. Ascoltare una volta, per capire. Sarà per l’audience, la maledetta audience che si nutre del brutto, del cattivo e dello sporco.

L’anima dell’uomo ha antri oscuri, forse sepolti tra l’amigdala e i lobi prefrontali, che non sono l’anima, ma l’encefalo del sapiens sapiens.

Non so se l’anima dei contemporanei sia più bacata di quella degli uomini di tempi andati: certo è che i media mostrano attualmente qualcosa di inaudito, anche rispetto al recente passato. Forse arriveremo al punto preconizzato da Spielberg in Minority report.

Io, più prudentemente, parlo di crisi del pensiero… critico e mi do da fare, nel mio piccolo, per svilupparne in giro la consapevolezza.

Un altro aspetto negativo di questi tempi è lo stalking telematico, pericolosissimo, soprattutto per i ragazzi. L’ignoranza e la volgarità incombenti rischiano di mettere a repentaglio non solo la sicurezza mentale dei giovani, ma perfino quella fisica. Si sono registrati anche casi di suicidio di ragazzini che non hanno retto la diabolica insistenza del bullismo informatico.

Altro capitolo: quello degli sguaiati falsi democrat del non-vaccino, che stanno ogni giorno superando se stessi in ignoranza colpevole (o forse no, si tratta solo di ignoranza-bestia e quindi incolpevole; cf. Tommaso d’Aquino Secunda secundae).

Se ricordi a uno di costoro che il 90% delle persone ricoverate in terapia intensiva in queste settimane sono non-vaccinati, ti risponde che è un… caso. Ma questi non sa nemmeno che cosa significhi la parola “caso”. Eppure urla, strepita, insulta, rivendica la sua libertà di infettarti. O, addirittura afferma, come certi sedicenti guru, che il Covid è un falso problema, perché ne muoiono più di malaria, o di tumore o di infarto.

Come sempre, chi non sa ragionare, perché non ha argomentazioni, e vagamente percepisce questa sua debolezza logica, cambia argomento.

Qualcuno mi ha detto che il paragone con la vicenda del fumo da me proposto in un post precedente non sta in piedi con la vicenda vaccini, perché in questo caso si viene relegati a casa se non si ha il green pass, e allora no, ho provato a spiegare che il paragone sta in piedi sul piano del rapporto che sussiste tra Bene (o supposto tale) personale e Bene comune, laddove quest’ultimo non può stare al secondo posto, mi risponde che “non gliene frega nulla del bene comune”. Mi fermo, perché dovrei dirgli che è quantomeno narcisista, egocentrico, egoista, se non vagamente affetto da un a forma abbastanza lieve di sociopatia. E taccio.

Ma continuo, con le mie limitate forze, a lavorare affinché la ragione argomentante, forte di una logica inoppugnabile, contrasti l’assenza di senno che molti in questo periodo propalano, ed esaltano con i loro comportamenti espressivi e di azione.

Sono convinto che ce la faremo.

I vaccini, la persona morta di Voghera, i referendum, la riforma della giustizia: tra un diritto eticamente fondato e giuridismi insensati, la libertà, nella “società dell’egoismo” e della “crisi del pensiero… critico”, vera e grave pandemia

…e pensare che Giuseppe Conte si propone come giurista di vaglia!

Di rientro dall’incontro con il Presidente Draghi afferma convinto che è possibile un accordo sulla “riforma della giustizia della ministra Cartabia, ma che i 5S (che lui vorrebbe dirigere ma mi pare già che non ci riesca) vigileranno onde impedire che maxi processi, come quello istruito contro i dirigenti di Autostrade Spa dopo il crollo del ponte Morandi a Genova vadano in fumo.”

E lo dice convinto. Il popolo che ascolta la tv, però, non ha né tempo, né voglia, né preparazione giuridica per andare a compulsare il testo della riforma Cartabia e si fida… pensando “ma come può dire una cosa falsa un avvocato che è stato capo del Governo?”

Invece no: la riforma scritta dalla nuova ministra, che grazie allo Spirito Santo che soffia dove vuole, a Draghi, al Presidente Mattarella e a qualche politico in questo caso accorto (e furbo, siccome si tratta di Renzi), salvaguarda assolutamente l’andamento e la conclusione di processi come quello citato, evitando ogni riduzione di tempi che ne limitino la celebrazione, fino a una legittima conclusione e auspicabili severe condanne. Ooh come mi piacerebbe vedere per un momento in manette, magari finalmente compunto, il superbo, arrogante e finora impunito ing Castellucci, di cui tutti ricordiamo l’atteggiamento insopportabile subito dopo il disastro! …anche se, come sa il mio gentil lettore, sono tutt’altro che un manettaro, nutrendo una stima “tecnica” per il giornalista Travaglio molto vicina allo zero assoluto, quello cosmico.

Costui, quando parla o scrive sembra che goda quando viene messo in galera qualcuno, e che auspichi si gettino via le chiavi, come si dice, con orrenda espressione popolare.

Fare confusione sulla prescrizione, cioè sul tempo limite per la celebrazione di un processo nei suoi tre gradi di giudizio (Primo, Appello, Cassazione), è un delitto concettuale e una mancanza di rispetto grave per l’intelletto di ogni Italiano, anche di chi non riesce a verificare la veridicità delle asserzioni (in questo caso) contiane.

A Voghera, un assessore leghista ha “sparato” (a) un marocchino trentanovenne uccidendolo. Il suo avvocato spiega che si è trattato di legittima difesa. Il Procuratore della Repubblica ha chiesto e ottenuto dal Giudice gli arresti domiciliari, intanto, con la causale di “eccesso colposo di legittima difesa”, l’indagato essendo stato aggredito con le mani dalla vittima. Deve stare rinchiuso in casa perché potrebbe essere in grado di “inquinare le prove” e di “reiterare il delitto”. Sono perplesso. Certamente il fatto che girasse con una pistola con il colpo in canna significa che la sua mentalità e visione politica è quella bronsoniana e americana del farsi-giustizia-da-sé. Naturalmente (e come poteva andare diversamente?) Salvini lo difende e quasi lo loda, mentre Letta diffonde urbi et orbi (neanche fosse un Pio Dodici) l’ennesima stupidaggine riflessiva da quando è tornato in Italia per guidare un ciondolante PD (ahimè): “Bisogna togliere le pistole ai privati”.

E subito dopo, non so se lo ha detto o se lo ha solo pensato: salvo (che) ai gioiellieri, ai tabaccai, agli autotrasportatori, ai… etc. etc. No, Letta, In Italia vi sono 7 milioni di armi da fuoco su 60 milioni di abitanti; negli USA circa 350 milioni di armi da fuoco su 330 milioni di persone, e non solo pistole, ma anche fucili d’assalto, l’uso esperto di uno dei quali può provocare (e provoca quasi ogni settimana) una strage. Gli USA hanno un problema enorme, ma in Italia è diverso: l’Italia, anzi gli Italiani e i politici che ne sono l’espressione peggiore (forse perché per avere successo in politica, di questi tempi, bisogna essere furbi, non-intelligenti, e senza remore, spregiudicati), hanno un problema legato alla debolezza preoccupante di un pensiero critico, riflessivo, e ciò è un problema di cultura sociale e morale. Ma gli Stati Uniti, e altre nazioni del mondo ce l’hanno al cubo, questo problema, senza che ciò, ovviamente, ci possa consolare.

Dei referendum sulla giustizia ho già scritto qui qualche giorno fa. Mi limito, pertanto a dire solo che è bene siano celebrati, perché non basta l’attuale riforma voluta dalla ministra Cartabia e dai Presidenti Draghi e Mattarella sulla prescrizione, circa la quale riforma già si vedono le reazioni della casta sacerdotale dei magistrati, ma serve anche altro, a partire dalla separazione delle carriere tra Pubblici ministeri e Giudici giudicanti. Anche se magari solo informati dai thriller polizieschi e avvocatizi americani, gli Italiani hanno capito che là, in America, sotto questo aspetto, funziona meglio. Mi viene in mente, tra altri, anche solo il processo ai coniugi Bazzi-Romano, quelli condannati per la strage di Erba, che probabilmente (o certamente) sono innocenti, oppure la ridicola condanna comminata alla freddissima e cinica assassina di madre e fratellino Erika De Nardo da Novi Ligure, che oggi, laureata in filosofia (mi piacerebbe verificarne la preparazione e soprattutto il rapporto che per lei esiste, se esiste, tra filosofia e vita), oppure, per ragioni ancora diverse, la vicenda del carabiniere Cerciello Rega, o quella di Meredith Kercher, dove l’americana signorina Knox Amanda se la è forse cavata a buon mercato.

Ripeto, con Calamandrei e, meglio ancora, con Tommaso d’Aquino e il padre gesuita Molinos, condivido la seguente tesi etico-giuridica che recita: “in dubio pro reo”, e dunque “meglio uno/ dieci/ cento colpevoli in libertà che un innocente in prigione”.

Infine: i vaccini tra “obbligo” e volontarietà. Immanuel Kant parlava e scriveva dell’imperativo categorico, come scelta libera ancorché necessaria (si noti l’ossimoro concettuale), spiegando che vi sono alcuni momenti e situazione nei quali si è tenuti a dover dire o fare qualcosa e non qualcosa’altro, ad esempio, in questa nostra attuale temperie e luoghi: “fare i vaccini”. Dispiace che per convincere i dubbiosi siano utili, anzi necessarie, le parole durissime, inequivocabili, del Presidente Draghi, che tutti hanno ascoltato e di cui molti pare abbiano già fatto tesoro.

Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino scrivevano di libertas minor, vale a dire di una libertà egoistica, scarsamente lungimirante e poco supportata dall’intelletto e dalla ragione… e di libertas maior, quella sì illuminata dalla riflessione e dalla logica argomentativa. Ecco, questi sono tempi che impongono ai cittadini di scegliere la Libertas maior!

La LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive.

Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essere umani. Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

In una fase nella quale la crisi del pensiero critico, del pensiero-pensante è la prima “pandemia” su cui lavorare, e a questo tema si dedicheranno i lavori del Seminario estivo dell’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica, Phronesis, attualmente da me presieduta, in quel di Brescia a fine agosto, mi pare utile ricordare anche qui che la prima battaglia da combattere e da vincere è quella contro l’egoismo individualistico, che porta a confondere la libertà personale, che alcuni ritengono sia indebitamente conculcata, ad esempio con il green pass, con la libertà responsabilmente aperta alle necessità vitali di tutti, in un sentimento e atteggiamento comunitario e solidale.

Dispiace a me, da filosofo esposto sul piano nazionale come Presidente di Phronesis, ascoltare certe riflessioni del caro professor Galimberti, che ha-anche-a-che-fare con la nostra associazione, quando in tv “accusa” il cristianesimo di essere liberticida, in ragione della sua sottolineatura evangelica (di Gesù stesso) del valore della persona, a discapito della comunità. Di contro egli cita Aristotele che sosteneva come l’uomo che entra in una città deve sottomettersi alle sue leggi, altrimenti non può sottrarsi all’alternativa binaria, se essere definibile come “bestia” o come “dio”. Mi meraviglio della citazione, caro Galimberti, anche se capisco che i “tempi” televisivi impongono innanzitutto i rai fulminei delle frasi icastiche e, insieme, le sintesi nemiche dell’attenzione e della necessaria cura dell’analisi storico-filosofica.

La contraddico ricordandole che il cristianesimo è tutt’altro che anti-comunitario, come mostra tutta la sua storia, senza che qui riassuma la storia della dottrina, confermata con la massima solennità nel 1965 nella Costituzione conciliare Lumen Gentium, che al primo articolo afferma che la “Chiesa (e lei sa che tale lemma significa in greco, ekklesìa, adunanza, comunità, etc.) è il Popolo di Dio”. Popolo di Dio, tutti, dunque, nessuno escluso. Circa la citazione agostiniana là dove il grande Padre africano afferma che allo stato spetta di “togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima”, non di cercare il bene comune (peraltro valore citato in molti testi agostiniani che lei bene conosce), lei mi pare dimentichi che gli scritti di Agostino si caratterizzano per diversi sensi interpretativi, a seconda – potremmo dire – del target: i sensi allegorico e morale, per parlare ai fedeli spesso analfabeti, il senso anagogico per disquisire con i moltissimi interlocutori del suo livello culturale, cristiani e non, spiegando poi ai fedeli che “anagogico” significa “che ha a che fare con la salvezza dell’anima”.

Le sue tesi in tema, pertanto, mi sembrano, sia filosoficamente, sia teologicamente, sia storicamente non corrette, poiché, peraltro in presenza di interlocutori tutt’altro che all’altezza per discutere di questi temi, come il maleducatissimo giornalista David Parenzo (lo si ascolti per conoscerlo meglio, nella trasmissione di Radio24 “La zanzara”, dove fa a gara con i suoi colleghi Giuseppe Cruciani e tale Alberto Gottardo a chi è più volgare), non corrette e infondate circa quanto proposto dalla Teologia cristiana, dalla Tradizione dal Magistero sull’uomo e sul mondo in duemila anni. Potrei citarle mille testi a suffragio di un tanto, ma qui non lo posso fare.

Caro Galimberti, è proprio vero il contrario di quello che lei sostiene: il Cristianesimo è stato, insieme con l’etica platonico-aristotelica, che proprio Agostino, e dopo di lui papa Gregorio Magno e poi Tommaso d’Aquino, contribuì a inserire nella morale evangelica delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 1-15 ca) il fomite ideale e morale generativo del valore morale superiore del Bene comunitario, rispetto al Bene individuale, poi declinato dall’Illuminismo e fatto progredire dalle Rivoluzioni francese e nazionali (anche se non senza contraddizioni) e dallo sviluppo delle moderne democrazie fino al welfare contemporaneo.

Ecco dunque, anche se la pandemia Covid è un gran male, cogliamo l’occasione per parlare e combattere la pandemia della crisi del pensiero. Anche questa mia riflessione che la contrasta, caro professore, serve a questo. E dunque la ringrazio e la abbraccio, da filosofo e da essere umano, anzi viceversa.

“Lei, professore, ha affermato in una pubblica conferenza e ha più volte scritto sul suo blog che la dizione genitore 1 e genitore 2 è una idiozia imbecille? Bene, ne risponderà a un giudice”… è questo che si vuole, Letta e c.?

Gli articoli 1, 4 e 7, soprattutto il n. 4, del Disegno di Legge Zan in qualche modo rendono possibile questa incredibile fattispecie. Possibile che a sinistra non ci si accorga che si sta cercando di intervenire con una sanzione penale sull’espressione di una opinione filosofico-politica? No?

l’idiozia imbecille

Vediamo i testi di questi tre articoli.

Nell’articolo 1 del ddl Zan contro l’omotransfobia e la misoginia si stabilisce in premessa che per “sesso” si intende il sesso biologico o anagrafico; per “genere” qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; per “orientamento sessuale” l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per “identità di genere” l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

Primo: la confusione che si ingenera con queste diverse dizioni è somma. Come si fa a pretendere che un articolo tipo questo possa chiarire il tema? Cosa può succedere se si intersecano le diverse definizioni nella vita quotidiana? Come si fa a mettere sullo stesso piano sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere? Mi paiono obiezioni sufficienti per semplificare il testo.

L’articolo 4 è una clausola di salvaguardia. Il DdL precisa: “Sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Bene: proviamo a immaginare che un giudice ritenga che quanto io ho affermato e scritto più volte sul mio blog e in lezioni e conferenze, come riportato nel titolo, ritenga che tale giudizio sia o possa essere fomite di atti discriminatori e violenti (non si capisce contro chi), potrebbe chiedere per me una condanna ai sensi di quell’articolo. Non so neanche commentare una tale eventualità… Qualcuno può dirmi che non esistono giudici capaci di tali voli di fantasia giuridica, ma io non credo, perché la militanza ideologica a volte fa brutti scherzi. Non mi fido, e pertanto, occorre specificare meglio che cosa si intende per “(omissis) purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Non certo la dizione di cui sopra si tratta, penso, (che ne dici gentile lettore?), ma non mi fido lo stesso.

L’articolo 7 istituisce la “Giornata nazionale contro l’omotransfobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” per il 17 maggio, giornata che va celebrata anche nelle scuole.

Direi proprio di no: soprattutto alla dizione “nelle scuole”, che può significare dalla scuola dell’infanzia alle superiori. Se c’è la preoccupazione che il tema sia conosciuto e discusso dai giovani in formazione, si può decidere di dare indicazioni, come Ministero della Pubblica istruzione, che se ne parli nelle scuole superiori a cura degli insegnanti di filosofia, di cultura religiosa o di materie umanistiche, là dove non è previsto lo studio della filosofia.

Questi tre punti rappresentano l’attuale aggiornamento del politicamente corretto, povero surrogato di una cultura veramente aperta, perché basata sui fondamenti antropologici, sociali e storici della nostra specie, il genere umano.

Non so se la deriva di questo pensiero mono-orientato sia irreversibile, ma io, finché avrò forza, continuerò a spiegare che per parlare dell’uccisione di un essere umano (mi scuso per il triste esempio) basta dire “omicidio”, che è l’uccisione di una persona appartenente al genere “homo (sapiens sapiens)”, e quindi maschio o femmina che sia. Non occorre inventare il termine “femminicidio”, cavolo. E di questo sono responsabili i giornalisti, sempre più intellettualmente pigri e ansiosi di scoop.

L’ultima idiozia che qui mi vien da citare è la decisione di Lufthansa di modificare il “buongiorno signore e signori” con cui si salutano i viaggiatori imbarcati, con un semplice “buongiorno” (neutro), per non offendere eventuali appartenenti a qualche altro sesso/ genere/ orientamento sessuale/ identità di genere… basta così?

Modifiche dell’articolato di legge come quelle da me qui proposte riducono la tutela della personalità individuale dei cittadini italiani, secondo quanto prevede la Costituzione della repubblica italiana?

Non mi pare, caro Letta, ma mi sembra lei ora ci stia pensando. Era tanto difficile pensarci prima? Che tristezza questa sinistra.

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