Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Autore: Renato Pilutti (page 2 of 172)

Miseria e nobiltà (assai poca) della politica italiana attuale. Un esempio: la spregiudicata, pericolosa, vergognosa e miseranda scelta di Conte Giuseppe, un parvenù della politica presuntuoso e arrogante, nei confronti del Governo Draghi (al quale ho anche scritto una lettera personale), che è l’unica possibilità decente di tenere in piedi l’Italia in questa fase storica. Da Letta mi aspetterei un atteggiamento più… virile (caro lettore, so che mi capisci). Non a caso richiamo uno stuolo di personaggi storici di ben altro valore

Poche arti umane, forse nessuna, possono sconfinare nella miseria e, di contro, nella grandezza, o nobiltà, come la politica, considerandone le infinite sfumature che la collocano verso ognuno dei due estremi di grandezza e miseria. Nell’immagine che riporto sotto, troviamo il severo cipiglio di Solone, uno dei primi legislatori dell’antica Grecia, nostra madre.

Rimanendo in quei luoghi e tempi, potremmo citare altri personaggi di enorme valore etico e politico: da Licurgo a Pericle, da Senofonte a Pausania… Nel Vicino Oriente antico, troviamo sovrani come il caldeo Hammurabi, come il faraone Ramses II, come i re Assiro-Babilonesi Sargon II, Tiglat-Pileser, Salmanassar, Nabucodonosor, che non furono solo perfidi tiranni, ma anche visionari sovrani. E poi il grande Ciro… il Grande, che liberò gli Ebrei dalla schiavitù babilonese, il più importante di quei re, e in seguito il greco conquistatore effimero di regni, ma immenso per il lascito culturale nelle sue conquiste, Alessandro il Macedone.

Se veniamo a Roma, possiamo iniziare dagli antichi re Numa Pompilio e Servio Tullio, nobili legislatori. La Repubblica, che mise in mostra insigni Consoli come Bruto e Collatino, i Tribuni della plebe Caio e Tiberio Gracco, e poi Catone il Censore, gli stessi Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, al netto della terribilità della Guerra civile, Cesare, intendo Giulio, che diede inizio alla seconda storia di Roma; l’Impero, a partire da quello che per me è stato il maggior politico della Storia occidentale, Ottaviano Augusto, il princeps, e dopo di lui, perché no? Claudio, con la sua capacità di integrare Pitti e Britanni quasi fino al Senato; i Flavii, soprattutto Vespasiano e Tito, i dinasti Marco Ulpio Traiano il soldato, Elio Adriano l’intellettuale, gli Antonini con l’omonimo Pio, con il sapiente e coraggioso filosofo imperator Marco Aurelio, che però non riuscì a comprendere le Apologie che gli inviarono i cristiani Melitone di Sardi, Apollinare e Milziade, per fargli comprendere come il cristianesimo non dovesse esser confuso con la setta montanista, che non ammetteva alcuna forma di convivenza con il potere imperiale, avendo addirittura delle pregiudiziali antistatali (ricordiamo qui il loghion gesuano “Date a Cesare… e ciò che segue”).

Nel Medioevo, Salah-el-Din e Carlo Magno tra i maggiori, furono dei militari “prestati” alla politica, che seppero esercitare il loro potere in modi eccellenti, oltre la durezza dei tempi.

Conosciamo le figure e il valore di personaggi come Federico II di Svevia imperatore del Sacro Romano Impero; come Lorenzo de’ Medici, politico, banchiere e mecenate lungimirante, che portò Firenze in vetta all’Europa; Carlo V d’Asburgo; Federico II di Prussia, tra assolutismo e Illuminismo.

Ricordiamo l’Illuminismo inglese e francese, Locke e Montesquieu con la sua divisione della politica amministrativa nei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, Robespierre con le sue contraddizioni; Napoleone Bonaparte che contribuì a edificare l’Europa moderna; il barone Clemens von Metternich, il vescovo Talleyrand, capace di stare – in tempi diversi – con la Rivoluzione e con la Restaurazione post Congresso di Vienna; Thomas Jefferson, che redasse la Costituzione degli Stati Uniti d’America e Abraham Lincoln, capace di pagare con la vita la sua battaglia contro il razzismo.

Se veniamo all’800 e al ‘900, abbiamo lo sviluppo del liberalismo e delle varie forme di socialismo, da Marx a Proudhon, a Turati a Bernstein.

Certamente, troviamo anche Mussolini, Hitler e Stalin che non sono sovrapponibili.

Oggi abbiamo Putin con la sua lucida follia, nella miseria della politica.

Più recentemente, però, anche grandi personaggi come Iztsak Rabin e Olaf Palme, socialisti riformisti, uccisi per la loro capacità di conciliare la tradizione e il cambiamento.

In Italia osserviamo l’emanazione ai primi del 1948, della Costituzione repubblicana, e politici grandi come Nenni, Moro, Berlinguer, e oggi, come loro degni emuli, Draghi e Mattarella.

Accanto alla politica e nel marasma della Magistratura, che va radicalmente riformata nel senso dei precetti montesquieuiani, non dimenticheremo mai il Dottore (come chiamano i laureati in legge nell’Amministrazione pubblica di Cultura meridionale) Borsellino, il Dottore Falcone, il Dottore Caponnetto e il Dottore Livatino, assieme ad altri.

Di contro, ci sono Salvini e Conte, per mostrare ancora una volta come la miseria della politica, rappresentata in questo momento soprattutto dal comico “avvocato del popolo” (Conte avv. Giuseppe), e dai suoi restanti “venticinque” seguaci, dei quali non nomino alcun nome, perché inutil fatica, a volte raffreni e rischi di mettere a repentaglio i percorsi virtuosi della politica, che comunque vinceranno.

Il sig. “Conte”, avvocatuccio/ icchio della Magna Grecia, e i suoi restanti seguaci (spero in costante diminuzione) neppur si accorgono di chi sia Draghi per l’Italia e della stima di cui gode all’estero, salvo che da parte di Putin e dei suoi insignificanti e maldestri socii, come l’arrabbiatissimo Medvedev.

Spero anche che questa vicenda serva a ridimensionare un giornalista che crede di poter essere facitore e dis-facitore di governi come il suggeritore grillino Marco Travaglio, e a far tornare nel posto giusto colui che iniziò questa triste commedia, il mediocre comico Grillo. In piazza, ma come guitto da fiera.

Anche Meloni se la metta via, ché non si va a votare, anche perché (forse lei non se lo ricorda) le elezioni politiche, in base all’articolo 60 della Costituzione della Repubblica Italiana, si tengono ogni cinque (5!) anni, e quindi i tempi costituzionali sono marzo/ aprile 2023. Benedetta donna.

La politica, ne sono convinto, è e resta l’arte maggiore dell’umana convivenza, come insegnava e insegna sempre il filosofo di Stagira, Aristotele e molti suoi illustri successori nell’arte del pensare, come Tommaso d’Aquino, John Locke, Immanuel Kant, Charles Louis de Secondat, Baron de La Brède et de Montesquieu, Hans Kelsen etc.

La guerra di Pietro

Konijc (Bosnia), 1943

Partiti nottetempo per destinazione ignota dal porto di Ancona, il IV Reggimento bersaglieri aveva raggiunto il porto di Valona in Albania. La nave era salpata al crepuscolo e aveva navigato tutta la notte, completamente al buio per non offrirsi bersaglio agli aerei alleati. I soldati non avevano dormito granché, appollaiati qua e là sul ponte. Qualcuno fumava. Qualche gruppetto accennava un canto. Pietro si era messo a prua perché voleva vedere la costa dove sarebbero arrivati. Un’idea ce l’avevano, sapendo che l’Italia era in guerra nei Balcani. Si trattava di sapere in quale porto sarebbero arrivati.

Pietro era mitragliere servente al pezzo, soldato scelto, perché durante la leva a Palermo lo avevano addestrato sulla Breda 20 millimetri, che era micidiale, come urlava inorgoglito il sottufficiale istruttore.

Papà mi diceva che non era diventato caporale per la sua timidezza, ma il colonnello comandante lo voleva sempre vicino. perché si fidava di lui. Non come attendente ma quasi guardia del corpo. Il colonnello morì, spezzato in due da un colpo di obice nei pressi del lago di Konijc. E fu lì che accadde l’episodio più tremendo della guerra di mio padre. La guerra di Pietro.[1]

Il suo racconto, che così scrivo a memoria.

Una notte Pietro era di guardia, fucile a tracolla con il colpo in canna e la baionetta inastata. Le ore passavano nel buio caldo e pieno di rumori, non quelli delle cannonate del giorno, ma quelli di movimenti furtivi che la notte non riusciva a nascondere. Commilitoni che uscivano dalle tende, qualche ordine secco dei sergenti, magari il colonnello che, insonne, si aggirava per il campo. Bisognava stare sempre all’erta, perché il “nemico” non era riconoscibile a uno sguardo: gruppi diversi combattevano e si combattevano. Partigiani comunisti, nazionalisti cetnici, sbandati dell’esercito monarchico jugoslavo, situazioni dove i cecchini potevano approfittare di un fuoco o di una lampada imprudentemente lasciata accesa. Tutti potevano indossare diverse divise e così ci si confondeva. Anche divise di nemici uccisi. Ci poteva essere un cetnico vestito da alpino…

Pietro stava pensando al giorno prima, quando aveva assistito alla fucilazione di alcuni partigiani jugoslavi. Aveva ringraziato il Signore di non essere stato scelto per il plotone di esecuzione. Si chiedeva spesso, Pietro, che cosa ci facessero là gli Italiani, a casa d’altri.

E capiva ancora meno la spedizione in Russia, dove avrebbe potuto pure esserci. Era stato il colonnello a volerlo in Jugoslavia. Questi pensieri gli avevano impedito di raccontarmi questi fatti tragici fino a dopo i miei vent’anni. Un sorta di senso di colpa, feroce, silenzioso, tremendo.

Fu un attimo. Si sentì all’improvviso aggredire da dietro, un uomo lo aveva preso per il collo e cercava di buttarlo a terra. Pietro si divincolò e si liberò. L’aggressore aveva in mano un grosso coltello da caccia[2] e cercava di colpirlo. Fu una lotta breve. Pietro schivò un fendente e colpì a sua volta con la baionetta al torace quel ragazzo, che piombò a terra in una pozza di sangue. Pietro [e questo lo immagino io] non sapeva che fare, con quel morente davanti agli occhi, scuro di capelli, suo coetaneo, più o meno, un turco-bosniaco o montenegrino, probabilmente.

Chiamò il sergente di turno che arrivò e allertò immediatamente una squadra per sincerarsi che non fosse in atto un attacco diversificato.

Mandò Pietro in tenda riposare e lo sostituì al posto di guardia. Pietro non voleva andarsene, ma ubbidì. Non riusciva a dormire, tormentato dai pensieri. Mi disse: “Renato, vevi copât un fantat c’al ere a cjase so, e iò no.[3] E lo ripeté un paio di volte prima di zittirsi. Con dolore antico. Poi mio padre mi disse che era stanco e che voleva andare a dormire.

Forse si trattava di quel sonno che non aveva avuto in dono quella notte maledetta sul lago di Konijc.

Pietro era sicuro di poter avere ucciso dei “nemici” con la “sua Breda”, ma questa era un’altra cosa, non li aveva mai visti in volto quei soldati morti, perché un’arma da fuoco potente allontana il soldato dalla sua vittima, è un’arma terrificante, spietata e letale, mentre un duello all’arma bianca all’antica è personale, quasi “intimo”. Diventi fratello di sventura della tua vittima… questo cercava di farmi capire papà.


[1] Echeggiando De André.

[2] Questo aspetto potrebbe suggerire che si trattava di un partigiano aggregato da poco ai reparti.

[3] Friul.; Renato, avevo ucciso un ragazzo che era a casa sua, e io no.

“De vulgaribus verbis in hoc saeculo diffusis diurnariis culture inopia plenis” (in altre parole, ad sensum, in un tempo nel quale circolano molte parole volgari per la carenza di cultura dei giornalisti)

Da quasi tutta la mia vita lavorativa e di studi ho avuto e ho a che fare con le Aziende di Confindustria, prima come sindacalista (da “ragazzo” fui in Direzione nazionale Uil con Giorgio Benvenuto), successivamente come dirigente industriale nell’area risorse umane in una grande azienda metalmeccanica, e poi come consulente direzionale e ora come presidente di una decina di Organismi di vigilanza ex D.Lgs 231/ 2001.

Inoltre, come docente universitario (PhD in Filosofia e Teologia, e Laurea in scienze politiche), nonché presidente dei Filosofi pratici italiani, svolgo da tempo anche formazione per i gruppi dirigenti aziendali e per gli imprenditori stessi. Potrei citare, ma non lo faccio, alcune aziende nelle quali presiedo l’Organismo di Vigilanza. Chi lo desidera può incontrarmi sul mio blog dove sono citate le mie pubblicazioni di carattere filosofico e socio-politico.

E ora desidero parlare brevemente della trasmissione di Rai24 La zanzara, che mi capita di sentire in viaggio, a volte smanettando tra i canali radiofonici.Riconosco che si tratta di una trasmissione che svela interessantissimi dati sociologici sul livello culturale e morale degli italiani, che hanno bisogno di ascoltarsi e di farsi ascoltare per radio, e comunque – ovviamente – non conosco però quanta percentuale di persone di quel livello e tipologia etico-culturale rappresentino in ambito nazionale.

Su ciò non si può fare direttamente nulla se non constatare la realtà fattuale. Su altri piani, educativo, formativo, scolastico e familiare si deve intervenire con una maggiore attenzione e impegno, nel piccolo di ciascuno.

La cosa che però desidero segnalare concerne i due conduttori, che, capisco, sono opportunamente assortiti per favorire l’audience.

Capisco anche che i modelli linguistico-culturali attuali hanno “sdoganato” espressioni e lemmi che fino a qualche anno fa sarebbero stati sottoposti a sentimenti e giudizi di ludibrio e vergogna, quest’ultimo oramai sentimento assai desueto.

Detto questo, voglio esprimere un mio giudizio e una preoccupazione proprio sul linguaggio che, sia il signor Cruciani (di più, ma non molto) sia il signor Parenzo, hanno in costante uso. Nonostante la mia formazione etico-filosofica e i miei principi morali, in ciò che segue non vi è nulla di moralistico o bacchettone.

Ebbene: mi sembra che il linguaggio dei due, spesso caratterizzato da insulti inaccettabili, tipo cretino, imbecille rivoltia ogni malcapitato ascoltatore che telefona, la coprolalia compiaciuta, le espressioni sprezzanti da antico trivio che esultanti e in medium confusionis maximae questi signori proferiscono con compiacimento, mi pare abbia superato ogni limite della decenza. Con il tempo anche i radioascoltatori che ascoltano e telefonano hanno preso ad imitarli al loro peggio, utilizzando le stesse inutili parolacce ed espressioni offensive.

A volte mi chiedo come una organizzazione così importante socialmente, economicamente e culturalmente come Confindustria, possa sopportare una simile deriva.Non capisco proprio il fine, lo scopo, l’obiettivo, Tommaso d’Aquino e Aristotele direbbero che non si comprende la “causa finale” di tutto ciò.

Questo è l’esempio più orrido e diseducativo. Nel restante panorama della comunicazione trovo approssimazione e superficialità, banalizzazione e scarso controllo dei concetti e dei ragionamenti proposti. A volte anche insufficiente documentazione e imprecisioni linguistiche ed espressive. Una deriva da fermare.

LUKAKU, DONNARUMMA, CHALANOGLU, tre ottimi calciatori ben pagati, ma tre persone pretenziose e confuse: occasioni per una riflessione di etica dello sport

sig. Romelu, ventinove anni, afro-belga, grande attaccante, colonna della sua nazionale, sia ex (2021) sia nuovo (2022) giocatore dell’Internazionale F.C. di Milano;

sig. Gianluigi, portierone saracinesca, campione d’Europa con l’Italia, abbandona nel 2021 il Milan per la squadra di plastica del Parigi, che compra tutti e vince solo in Francia;

sig. Hakan, centrocampista offensivo, nazionale turco, emulo di Rivera (un po’ in sedicesimi), nel 2021 abbandona il Milan (arrivato secondo in campionato) proclamando che va all’Inter per vincere, poi il Milan nel 2022 vince lo scudetto senza di lui, e lui rimane male…

un turbinio confuso nella testa…

Sto mettendo in piedi, accanto a una filosofia pratica del lavoro, una filosofia dello sport, per l’importanza socio-culturale che questo aspetto della vita contemporanea ha in generale, e per i suoi aspetti educazionali.

Soprattutto del calcio, ma senza trascurare altre discipline, come il mio amatissimo ciclismo.

Ebbene, il comportamento attuale di questi tre valenti calciatori, sotto il profilo morale, sono la quintessenza della scorrettezza comportamentale e di una certa immoralità. Cattivo esempio per tutti e soprattutto per i giovani. Sulla vicenda Lukaku, essendo particolarmente grottesca, ho perfino scritto al sig. Marotta, Amministratore delegato dell’Inter, senza ottenere alcuna risposta, finora.

Personalmente ho apprezzato nel tempo la ratio operandi di Marotta, anche nei precedenti incarichi, ad esempio a Torino nella Juventus, professionalità confermata anche all’Inter con lo scudetto ’20/ ’21 e la Coppa Italia 21/’22. Si tratta di un bravo dirigente d’azienda, tipologia professionale con cui ho molto a che fare quotidianamente in aziende nazionali e multinazionali.

Il mio lettore assiduo sa che io presiedo diversi Organismi di vigilanza aziendali (ex D.Lgs. 231/ 2001 – Codici etici), che presiedo l’Associazione dei filosofi pratici italiani (Phronesis), che insegno Filosofia e Teologia in diversi atenei (Udine, Padova e Bologna), e che ho pubblicato un congruo numero di volumi di carattere accademico e non solo (cf mio blog Sul Filo di Sofia, che ne dà ampiamente conto)… e mi interesso anche di sport, dove comunque cerco di distinguere – possibilmente sempre – l’intelligenza dal suo contrario.

Occuparsi di sport per uno che viene definito “intellettuale” è un piacere, ma è anche un linguaggio che permette di condividere momenti amicali e dialogici con chiunque, e in particolare con i lavoratori, di tutti i tipi, ovviamente soprattutto maschi.

Riferisco i fatti “lukakiani” che tutti conoscono, in sintesi estrema: venduto su sua stringente richiesta al Chelsea (ooh Londra, amore mio, cantava l’uomo), la scorsa estate, perché il calciatore non riteneva che i fasti sportivi non si sarebbero ripetuti a Milano, dopo che il ragazzone aveva giurato amore eterno all’Inter, per 115 milioni di euro (che affarone, complimenti!), ora s’è fatto l’affare del rientro a queste condizioni, più o meno: una quota non rilevante di prestito annuale da riconoscere al Chelsea, e uno stipendio che il signor calciatore si è degnato di accettare ribassato da 12 a 8,5 milioni di euro. Perbacco, che sacrificio!

E vengo al profilo etico (di cui mi intendo): Lukaku, l’anno scorso, dopo la bella, fragorosa e meritatissima vittoria dello scudetto con Conte, se ne è andato quasi come se l’Inter fosse la periferia del calcio, e il Chelsea, campione di tutto pro-temporeuna specie di Shangri-la spettacolare. Er mejo, si dice a Roma. Bene: colà non sfonda e ora vuol tornare dove lo hanno “adorato” (non si dovrebbe “adorare” nessuno, a parte Dio, ma tuttalpiù “venerare” come la Madonna e i Santi) come un “dio” (si noterà la minuscola).

            Ora, il suo rientro – a parer mio – è immorale sotto vari profili:

a) quello della contraddittorietà del suo comportamento;

b) quello etico relativo agli aspetti economici del rapporto di lavoro (sentir addirittura lodare in giro e sulla stampa il giocatore, perché avrebbe rinunziato a svariati milioni di euro l’anno rispetto al primo contratto con l’Inter, è assai triste);

c) l’esempio malo verso giovani e tifosi, che capiscono la stranezza del fatto più di quanto non si pensi;

d) lo iato comunicativo che si realizza tra il fatto-Lukaku e la situazione generale della popolazione, che vive disagi inauditi, popolazione di cui fanno parte largamente i tifosi;

d) una certa qual ineleganza di tutto il “progetto-rientro”, la cui efficacia tecnica è comunque tutta da dimostrare. E potrei continuare.

Questa è la ratio ethica che mi parrebbe insuperabile, se si vuole esser eticamente distinguibili, come lo è stato senza dubbio il Milan l’anno scorso nelle vicende Donnarumma e Chalanoglu. Ecco, se incontrassi questo bravo giocatore turco avrei un paio di cose da dirgli. E anche a Donnarumma, mal consigliato non so da chi, oltre che dal (da me non, e che Dio mi perdoni) compianto Mino Raiola.

Ora, un po’: di ciclismo

Un mio caro amico che si intende di ciclismo per averlo praticato (nelle categorie giovanili ebbe anche modo di battere in pista un certo Saronni!), mi dice che tutti, dico tutti, prendono sostanze, anche se il sistema organizzativo si è fatto più scientificamente furbo rispetto ai tempi del meritatamente amatissimo Marco Pantani. Il mio amico dice che comunque vince il più forte e mi fa un esempio tecnico: nessuno, neanche in gruppo può andare a cinquanta all’ora e oltre per duecento chilometri e più solo con l’alimentazione normale.

Caro lettore, ricordati della vicenda Armstrong, cui hanno tolto tutti e sette i Tour de France che aveva vinto su strada. Se le cose stanno in questo modo, è stata una grande ipocrisia punire Armstrong, e più parzialmente, dopo avere distrutto Pantani come uomo (non perdonerò mai chi ha pensato ed eseguito questa sentenza mortale!), punire corridori come Contador e Ivan Basso, come Di Luca e Riccò, mentre al reo confesso Bjarne Riis hanno lasciato la vittoria del Tour 1986. Anche un bambino non lombrosiano si sarebbe accorto che quest’uomo non era “giusto”, con le smorfie indicibili che mostrava alle telecamere. Altri smorfiatori danno la stessa impressione. Ho alcuni nomi che taccio per non rattristarmi troppo.

Ora, considerando anche il Tour in corso, faccio fatica a spellarmi le mani per Pogàĉar (accento tonico sulla prima “a”, perdio!), se le cose stanno così. Anche perché tende a mostr(ific)are la sua (finora) preminenza atletica, contendendo a Merckx, potentissimo contadino fiammingo dei ’60/ ’70, la fama di “cannibale”.

Dove sta la dimensione etica nello sport del ciclismo, in questo sport sublime di fatica, che è metafora inarrivabile della vita, se le cose sono gestite come si dice sopra?

E vengo ad alcune ultime osservazioni che riguardano i media (non midia!) sportivi. Salvo lodevoli eccezioni, questi si caratterizzano spesso per le incongruenze lessicali e scorrettezze linguistico-formali per me inaccettabili.

Incuria nella pronunzia dei nomi, soprattutto nelle accentazioni toniche, l’uso di terminologie e sintagmi scorretti e annoianti, come “fare la differenza”, “occupare gli spazi”…, etc. Stupidaggini. Nel calcio poi vi è un profluvio di modi di dire che, se non fossero annoianti, sarebbero solo ridicoli. E anche il fin troppo lodato e osannato Gianni Brera ha le sue responsabilità in questo campo, non tutte edificanti. Una che mi è rimasta sul gozzo (e non sono milanista): la definizione di Gianni Rivera, uno dei più grandi calciatori italiani – e non solo – di ogni tempo, sprezzantemente, come “abatino”, solo perché non era un palestrato.

Gioan Brera fu Carlo, si sa, peraltro era – oltre che una penna eccellente – una buona forchetta e conseguentemente fornito di proporzionata panza… e dunque?

Intanto, può bastare, ma potrei continuare a lungo.

In questa sede, mi sono solo limitato a proporre un tentativo di applicazione di morale pratica, di etica dello sport, di maieutica platonica e di logica argomentativa, con alcuni esempi, all’ambito di alcune attività sportive che, come momenti esistenziali della vita umana, come tutti gli altri momenti, non possono essere esentati da una riflessione eticamente fondata sulle rispettive fenomenologie, consuetudini e responsabilità.

La sentenza per l’omicidio di Willy: ERGASTOLO, cioè PENA DI MORTE A VITA per i due assassini. Abele non l’avrebbe voluta per Caino, penso. La pena dell’ergastolo è anticostituzionale. Rileggiamo tutti con attenzione l’articolo 27, che recita come si debba dare a chiunque la possibilità di pentimento, resipiscenza e recupero, o di come il constatare l’insopportabile bestialità, volgarità e segno di incultura dell’omicidio di Willy possa non conciliarsi con l’ergastolo irrogato ai fratelli Bianchi

Ergastolo ai fratelli Bianchi, perché hanno massacrato di botte Willy Monteiro. Due bulli di paese hanno agito da par loro per affermare un dominio arrogante sulla piazza. Fine pena mai, stampato a caratteri cubitali in rosso nel dispositivo della sentenza. Ho visto tale cruda espressione in una sentenza di condanna per atti di terrorismo politico, e fa impressione, perché dà il senso dell’ineluttabilità senza speranza.

E invece, con san Paolo e il suo strano emulo contemporaneo Marco Pannella richiamo con forza il concetto di “spes contra spem“, cioè di una speranza oltre ogni speranza, nel senso che la speranza non deve mai essere persa per nessun uomo. Leggiamo il primo comma dell’articolo costituzionale che si occupa del tema penale nella sua generalità.

27. La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Ecco il testo costituzionale. Come di vede, nel secondo periodo del testo si riprende il tema della “rieducazione del condannato”, della sua resipiscenza, del pentimento, del reinserimento sociale e di ciò che segue.

Allora, come può darsi tutto ciò se la pena non finisce mai? Si può constatare una contraddizione insanabile tra il dovere del diritto penale di punire e il diritto di non-morire a vita se si è ergastolani. Questo da un lato.

Dall’altro, quando si riflette e si studia l’agire umano libero, le scienze della mente, soprattutto la neurologia e la psichiatria, con il suo Manuale Medico diagnostico V per la medicina, tendono a mostrare sempre di più l’esistenza di sindromi psicotiche in chi commette atti gravi fino all’omicidio. Se gli ordinamenti penali dovessero basarsi essenzialmente sulla clinica psichiatrica, si dovrebbero svuotare le carceri e riempire istituti di cura della mente. Non ci sta.

Anzi, come ho scritto altrove qualche volta in precedenza, si tratterebbe di mettere in discussione l’intero diritto penale degli ultimi quattromila anni di storia (quantomeno Occidentale, dalla stele di Hammurabi, dal Deuteronomio biblico, dalle leggi penali egizie e dallo jus romano). Anche così non ci siamo.

Serve dunque una riflessione sulla responsabilità individuale e personale, e su come questa responsabilità non venga meno, anche se le scienze della mente riscontrano difettosità psichiche. In altre parole, un serial killer può essere psichicamente disturbato, ma nel contempo agire con il suo pieno libero arbitrio.

E torniamo alla obiettiva contraddizione fra ergastolo e recupero personale e sociale di chi ha commesso un delitto contro l’uomo, fino all’omicidio.

Si sa che in Italia non vige la pena di morte. Vero. L”ultima condanna penale a morte risale al 1947, quando il Tribunale di Torino condannò a morte, e furono fucilati, gli autori della strage di Villarbasse.

Dopo quel tragico episodio, la nuova legislazione penale, mentre la Costituzione della Repubblica Italiana veniva varata ai primi del 1948, riformò il Codice penale “Rocco” del 1930 che prevedeva la pena di morte in caso di delitti gravissimi, e inserì l’ergastolo come massima pena.

Eccoci: ma l’ergastolo che cosa è? Una condanna a morte surrettizia, che dura tutta la vita. Come si potrebbe tentare di comporre questa evidente e grave contraddizione etica e politica?

Non è facile dipanare questa contraddizione. Vi sono varie sensibilità nei protagonisti che gravitano attorno ai reati più gravi. Infatti non c’è solo la vittima e il carnefice, ma anche l’intero contesto di parenti e amici, che si aspettano esiti diversi dalla giurisdizione penale: i parenti della vittima la massima pena, i parenti e gli amici del colpevole la massima indulgenza.

Due esempi legati a due omicidi diversi: quello di Willy di Grottaferrata e quello del giovane ragazzo italiano ucciso qualche anno fa da un giovane ceceno a Girona in Spagna.

Nel primo caso, la madre dei fratelli Bianchi ha ironizzato sulla madre di Willy che secondo lei avrebbe approfittato della notorietà addirittura con qualche compiacimento; nel secondo caso, a fronte dei “soli” quindici anni di pena per l’omicida del suo ragazzo, papà Ciatti ha severamente promesso di ricorrere per ottenere una pena più severe, almeno i ventiquattro anni previsti dall’ordinamento penale spagnolo.

E d’intorno sta e considera la cosiddetta opinione pubblica, spesso o quasi sempre disinformata, e i media, che cavalcano la tigre che concorda con linee editoriale semplificate al massimo (per farsi leggere, dicono i direttori): dal forcaiolo spinto all’indulgente “abeliano” di “Nessuno tocchi Caino”, associazione di matrice radical-pannelliana.

Comprendo ma non accetto mai l’ignoranza diffusa in tema, ma ancora di più la cattiva coscienza, che contribuiscono a creare giornali e web, dove si esercitano volgarità e imprecisioni varie, banalizzazioni e qualunquismo.

In tema di ergastolo ho una mia esperienza, essendo il tutore legale di una persona condannata a questa pena senza fine, che non sia la fine della persona. Questa persona non ha commesso direttamente reati di sangue, ma ha partecipato con la sua militanza alla loro commissione, e pertanto, in base alla legislazione penale italiana, gli è stata irrogata per due volte la massima pena. Si trova in carcere da quaranta anni, senza mai esserne uscito, se non una volta sola per vedere la moglie morente.

Questa persona finora non ha accettato alcun “compromesso” rispetto all’ideologia che lo portò alle scelte che fece in gioventù, mentre altri suoi coequipiers di sventura si sono mossi diversamente, trovando il modo di uscire di prigione dopo qualche anno.

Ora, se la sua fissazione ideo-morale resta tale, è plausibile pensare che lo Stato, dopo quaranta anni di carcerazione, decida di non considerarlo, come è di fatto, solo un fascicolo dimenticato, ma come una persona?

La mia è una domanda che va dritta dritta al focus del concetto del fine-pena-mai.

Capisco che porre oggi il tema dell’ergastolo come pena da riformare e ridurre è totalmente impopolare, per cui il politico o il partito che lo proponesse non farebbe risultati elettorali, analogamente a chi parla oggi di jus schola. Direi “schola” (ablativo) e non “scholae” (genitivo e dativo), perché si potrebbe tradurre ad sensum come “diritto (jus) di cittadinanza in funzione della scuola frequentata”, non diritto “della scuola” o “alla scuola”. Più sensato, vero, cari latinisti inesistenti della politica?

E dunque ci teniamo il fine-pena-mai perché non paga elettoralisticamente? Cinico? Opportunistico? Saggio? Giusto?

Che cos’altro?

Torniamo ai concetti, alle definizioni: l’ergastolo è una detenzione a vita del colpevole, indubbiamente una sanzione molto dura, prevista per reati particolarmente gravi, come quelli di mafia e di terrorismo. Talora sono previsti benefici e sconti, a eccezione dell’ergastolo ostativo che, appunto, si “oppone” a ogni alleggerimento della pena.

In Italia ognuno sa che se commette un reato molto grave rischia di dover trascorrere tutta la vita in carcere, una sanzione presente in molti ordinamenti, sia dove ancora è prevista la pena di morte, sia dove questa estrema e irrimediabile sanzione non è prevista. Anche negli Usa dove in circa metà degli stati è ancora prevista la pena di morte in diverse modalità (iniezione letale, gas, fucilazione e sedia elettrica, manca solo l’impiccagione che è molto praticata in Iran e in diversi paesi africani), la pena dell’ergastolo è quella comunque prevalente statisticamente, anche sulla pena di morte.

La Commissione Europea dei Diritti Umani da tempo sta sostenendo una posizione molto critica nei confronti dell’ergastolo, soprattutto di quello ostativo, che non prevede benefici per buona condotta.

In Italia, con l’articolo 41 bis, o “carcere duro”, del Codice penitenziario, si prevede l’isolamento del condannato, soprattutto nei casi di condanne per mafia, al fine di impedire che l’organizzazione si avvalga comunque delle leadership incarcerate.

Ancora più precisamente dobbiamo ricordare ancora che l’ergastolo è disciplinato dall’art. 22 del codice penale, che recita:

La pena dell’ergastolo è perpetua, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno.
Il condannato all’ergastolo può essere ammesso al lavoro all’aperto.

Per questa ragione, nonostante la condanna senza termine, sono previsti alcuni benefici, permessi premio, semilibertà e liberazione condizionale, se si presentano determinati requisiti, sempre che la fattispecie di ergastolo non sia quella denominata ostativa, che non prevede nulla in termini di alleggerimento della pena.

In generale i condannati che in carcere mantengono una buona condotta e che non risultano essere socialmente pericolosi hanno il diritto di ottenere dei permessi premio. Le uscite non possono superare 15 giorni consecutivi, utili per trascorrere del tempo con i familiari e per coltivare interessi privati. Ad ogni modo in un anno non possono essere più di 45 giorni.

Ciò è possibile soltanto dopo avere scontato almeno 10 anni di pena. In occasione di festività o eventi particolari, essi possono trascorrere delle giornate fuori dall’istituto penitenziario per stare con la famiglia.

Inoltre, tutti i soggetti condannati a pena definitiva, ovvero non più impugnabile, possono accedere alla semilibertà. Ciò significa che possono trascorrere parte del giorno fuori dal carcere per svolgere attività lavorative o istruttive utili al reinserimento sociale. Costoro, però, possono usufruire di tale beneficio soltanto dopo avere espiato almeno 20 anni di carcere. Accade quindi che il resto della pena può essere scontata in modo diverso.

Va sottolineato comunque che i permessi premio e la semilibertà non incidono sulla durata della pena, ma consentono all’ergastolano di poter avere contatti con il mondo esterno.

Tornando di nuovo al tema centrale, perché facilitare l’integrazione sociale se il soggetto deve passare la vita in carcere?

In realtà tutti i condannati possono ottenere la liberazione condizionale che permette di trascorrere la parte finale in libertà vigilata fuori dalla prigione.
Ovviamente ciò può accadere soltanto quando il detenuto dimostri di essere pentito di ciò che ha fatto, e dopo avere scontato almeno 30 mesi in carcere, o almeno la metà della pena, se non restano più di 5 anni da scontare.

L’ergastolano può ottenere la libertà condizionale dopo 26 anni di carcere.

Tutto ciò che ho descritto in precedenza non è valido quando si tratta di ergastolo ostativo, ovvero la fattispecie più dura, che non prevede alcun beneficio penitenziario, se l’ergastolano non collabora con la giustizia.

Quindi, se il soggetto non decide di diventare un pentito, passerà tutta la vita in prigione, fino al giorno della morte. Tale pena si applica ovviamente ai reati molto gravi, come ad esempio l’associazione mafiosa, il terrorismo, il sequestro a scopo di estorsione e il traffico di stupefacenti.

La Corte dei diritti umani di Strasburgo ha più volte sanzionato l’Italia in merito all’ergastolo ostativo e al 41 bis.

Lasciare un condannato per tutta la vita in carcere, senza la possibilità di poter ottenere dei benefici pare essere dunque in netto contrasto con la funzione rieducativa della pena, sostenuta sia dalla Costituzione Italiana sia dall’Europa.

Secondo una parte della giurisprudenza la crudezza della punizione serve come deterrente per il resto della popolazione. Tuttavia, anche tale ipotesi, non pare aver contribuito a una diminuzione del tasso di criminalità.

Va sottolineato anche che, l’art 27 della Costituzione italiana afferma anche che:

La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte.

LEGGI ANCHE: Ergastolo ostativo incompatibile con la Costituzione

Nonostante i vari dubbi in merito, comunque, la Consulta ha respinto il dubbio di anti costituzionalità dell’ergastolo ostativo, dato che il condannato può sempre collaborare con la giustizia per ottenere dei benefici.

Il carcere a vita, ad ogni modo, è previsto in Italia ma non in tutti i Paesi dell’Europa, per questo motivo l’Italia è spesso al centro di accesi dibattiti all’interno della Corte Europea del Diritto dell’Uomo.

In particolare con la sentenza n. 3896 del 2013 la CEDU ha dichiarato l’ergastolo come contrario a ciò che afferma l’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani, cioè:

Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pena o trattamenti inumani o degradanti

E’ il caso di pensarci? Punire perché la sanzione è eticamente fondata e ispira il diritto, è necessario… ma occorre punire con giustizia e non negando la speranza ad alcuno. Spes contra spem, sosteneva Paolo di Tarso e gli faceva eco Riccardo detto “Marco” Pannella d’Abruzzo.

La salute della donna e l’interruzione della gravidanza: etica della vita umana e aspetti socio-politici

Su un tema di questa rilevanza, ma soprattutto di questo genere scientifico, ho cercato informazioni adeguate che qui riporto, in quanto, per mia ignoranza specifica, non posso avventurarmici dentro senza essere presuntuoso. Umilmente e socraticamente, quindi, mi affido a chi ne sa più di me, limitandomi a commentare solo (e sommessamente) da un punto di vista etico e politico, qua e là.

La sentenza della Supreme Court Usa ha rimesso al centro il grave tema.

Gli effetti di questa decisione sono notevoli, ma per riflettere con la corretta attenzione alla complessità di tale argomento e a i suoi risvolti morali e sociali occorre farne una breve storia.

L’aborto (dal latino abortus, derivato di aboriri, «perire», composto di ab, «via da», e oriri, «nascere») è l’interruzione della gravidanza prima della ventesima o ventiduesima settimana (cioè nel periodo in cui il feto non è capace di vita extrauterina), con conseguente espulsione del feto o dell’embrione dall’utero; può avvenire spontaneamente, o essere procurato.[

Un aborto che avviene spontaneamente viene detto aborto spontaneo. Un aborto può essere anche causato intenzionalmente e viene quindi chiamato aborto indotto. La parola aborto è spesso usata, erroneamente, per indicare solo gli aborti indotti: una procedura simile, effettuata quando il feto potrebbe sopravvivere al di fuori dell’utero, è nota come “interruzione ritardata di gravidanza”.[

Sin dai tempi antichi, gli aborti sono stati realizzati utilizzando erbe medicinali, strumenti taglienti, con la forza o attraverso altri metodi tradizionali.[

Diversi governi hanno posto limiti differenti sulla fase della gravidanza in cui l’aborto sia permesso. Le leggi sull’aborto e le visioni culturali o religiose su tale pratica sono diverse in tutto il mondo. In alcune zone l’aborto è legale solo in casi speciali, come lo stupro, malformazioni del feto, povertà, rischio per la salute della madre o incesto. In molti luoghi c’è un dibattito sulle questioni morali, etiche e giuridiche dell’aborto. Coloro che sono contro l’aborto spesso sostengono che l’embrione o il feto sia un essere umano con il diritto alla vita e quindi possono paragonarlo ad un omicidio. Coloro che favoriscono la legalità dell’aborto ritengono che una donna abbia il diritto di prendere decisioni riguardo al proprio corpo.

Si pone a questo punto il tema dell’umanizzazione dell’embrione e del feto. Se vogliamo, da un punto di vista non solo metafisico, ma anche biologico, lo zigote contiene in sé tutte le informazioni che determineranno lo sviluppo fino alla formazione dell’essere umano nascituro e via di seguito, perché è una cellula totipotente, come si dice: totipotente significa che da quella cellula potranno formarsi le cellule di tutti gli organi e la struttura che compongono il corpo umano.

Ciò potrebbe significare che la soppressione di un embrione o di un feto è equiparabile all’uccisione di un essere umano del tutto formato. ma si tratta di un tema controverso. Anzi del tema più controverso, perché è di carattere filosofico-morale

I metodi moderni di aborto fanno ricorso ai farmaci o alla chirurgia. Sebbene l’utilizzo dei farmaci possa funzionare anche nel secondo trimestre, la chirurgia ha un minor rischio di effetti collaterali. Quando consentito dalla legge locale, l’aborto è stato a lungo una delle procedure più sicure nel campo della medicina. Aborti non complicati non causano problemi mentali o fisici a lungo termine. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda che sia disponibile, per tutte le donne, ricorrere ad aborti legali e sicuri. Ogni anno nel mondo si praticano circa 44 milioni di aborti indotti e poco meno della metà non sono eseguiti in modo sicuro. Ogni anno gli aborti svolti in contesti non sicuri causano 47 000 morti e 5 milioni di ricoveri ospedalieri.]

I tassi di aborto, che erano sensibilmente maggiori nei decenni precedenti al 2000, sono cambiati poco tra il 2003 e il 2008, grazie a una migliore educazione sulla pianificazione familiare e sulla contraccezione. Al 2008, il 40% delle donne di tutto il mondo aveva accesso all’aborto legale senza limitazioni legate al motivo. in questi ultimi anni questi dati sono peggiorati, per le donne, specialmente nelle nazioni e territori più poveri.

In epoche primitive l’aborto veniva utilizzato sia come strumento per limitare l’espansione delle famiglie sia per altri scopi e in genere non comportava alcuna sanzione per coloro che ricorrevano a tale pratica, mentre in epoca classica, il diritto greco non la includeva fra i reati solo se autorizzata dal capo famiglia. Nella Roma dei re vi era inoltre una lex regia, attribuibile a Numa Pompilio, secondo cui era fatto divieto di seppellire una donna incinta prima di aver estratto il nascituro dal grembo.

Nei tempi antichi gli aborti venivano tentati ricorrendo ad erbe medicinali, strumenti taglienti, pressione addominale o attraverso altri metodi tradizionali. L’aborto indotto ha una storia lunga e può essere fatto risalire a diverse civiltà, come la Cina sotto Shennong (c. 2700 a.C.), l’Antico Egitto con il papiro Ebers (c. 1550 a.C.) e l’impero Romano al tempo di Giovenale (c. 200 d.C.). Una delle prime note rappresentazioni artistiche dell’aborto è in un bassorilievo ad Angkor Wat (c. 1150) in Cambogia. Trovato in una serie di fregi che rappresentano il giudizio dopo la morte, raffigura la tecnica dell’aborto addominale.]

Alcuni studiosi e medici anti-aborto hanno suggerito che il giuramento di Ippocrate vietasse ai medici greci antichi di eseguire aborti; altri studiosi non sono d’accordo con questa interpretazione] ed evidenziano che nel Corpus Hippocraticum vi sono descrizioni di tecniche abortive. Il medico Scribonio Largo scrisse nel 43 d.C. che il giuramento di Ippocrate proibisce l’aborto, così come Sorano d’Efeso, anche se apparentemente non tutti i medici aderirono a questa visione. Secondo lo scritto Ginecologia di Sorano, datato tra il I e il II secolo d.C., una parte dei medici rifiutava le pratiche abortive come richiesto dal giuramento di Ippocrate; un’altra parte – che comprendeva lo stesso Sorano – era disposta a prescrivere gli aborti, ma solo per il bene della salute della madre.

Aristotele, nel suo trattato Politicaa (350 a.C.), condanna l’infanticidio come mezzo di controllo della popolazione, preferendo l’aborto per questo scopo, tuttavia con la restrizione “[che] deve essere praticato prima che si sviluppi la sensazione di vita, la linea tra l’aborto lecito e illecito sarà caratterizzata dal fatto di avere la sensazione di essere vivo“. Secondo la tradizione cristiana, anche alla luce della teoria dualistica dell’uomo di Platone espressa nel Fedone, l’aborto volontario era visto come un peccato molto grave in quanto voleva dire uccidere un essere munito non soltanto di un corpo anche di un’anima, manifestazione della creatività di Dio. Questa era la ragione per cui non venivano considerati per alcun motivo i diritti della donna o della famiglia di appartenenza, posti inevitabilmente in secondo piano rispetto al concetto secondo cui privare della vita un essere umano era una prerogativa di esclusivo appannaggio del divino.

Durante il Medioevo l’aborto volontario era considerato alla stessa stregua di un omicidio da una certa fase della gravidanza ovvero da quando il feto iniziava a muoversi nel grembo. Questo in quanto vi era la credenza che i movimenti fossero connessi all’infusione dell’anima nel corpo non ancora formato del nascituro. Nel cristianesimo, papa Sisto V (1585-1590) fu il primo papa a dichiarare che l’aborto è un omicidio indipendentemente dallo stadio della gravidanza; la Chiesa cattolica fu inizialmente divisa sulla questione e iniziò ad opporsi energicamente solo a partire dal XIX secolo. La tradizione islamica ha permesso l’aborto fino al momento in cui la dottrina ritiene che l’anima entri nel feto; diversi teologi musulmani hanno dato differenti interpretazioni per stabilire il giusto tempo, che vanno dal momento del concepimento a 40 giorni dopo il concepimento a 120 giorni dopo il concepimento o oltre. Tuttavia, l’aborto è in genere fortemente limitato o vietato nelle zone a maggioranza islamica come il Medio Oriente e il Nord Africa.

In Europa e Nord America, tecniche di aborto avanzate e sicure hanno iniziato ad essere disponibili dal XVII secolo. Tuttavia, la maggior parte dei medici sulle questioni sessuali ne impedì un’ampia espansione. Vi erano comunque alcuni medici che pubblicizzavano i loro servizi, fino a quando tale pratica non fu vietata, nel XIX secolo, sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito.Gruppi ecclesiali, così come i medici, sono stati molto influenti nei movimenti anti-aborto. Negli Stati Uniti, fino al 1930 circa l’aborto era considerato più pericoloso del parto, quando i miglioramenti nelle procedure resero tale pratica sicura. L’Unione Sovietica (1919), l’Islanda (1935) e la Svezia (1938) sono stati tra i primi paesi a legalizzare alcune, o tutte, le forme di aborto. Nel 1935, nella Germania nazista, fu approvata una legge che permetteva aborti per le donne ritenute “ereditariamente malate”, mentre a quelle considerate di razza tedesca era severamente proibito. Una evidente e grave forma di eugenetismo.

A partire dalla seconda metà del XX secolo, l’aborto è stato legalizzato nella maggior parte dei paesi. Un disegno di legge approvato dal legislatore statale di New York per legalizzare l’aborto è stato firmato dal governatore nelson Rockefeller nell’aprile 1970.

Statistiche

Vi sono due metodi comunemente utilizzati per misurare l’incidenzaa dell’aborto:

  • tasso di aborto – numero di aborti per 1 000 donne tra i 15 e i 44 anni di età;
  • percentuale di aborto – numero di aborti su 100 gravidanze note.

Nei paesi dove l’aborto è illegale o è accompagnato da una forte stigmatizzazione sociale, i dati non sono affidabili. Per questo motivo, le stime di incidenza dell’aborto devono essere effettuate con un’intrinseca incertezza.[

Il numero di aborti effettuati in tutto il mondo sembra essere rimasto stabile negli ultimi anni, con una stima di 41,6 milioni di aborti nel 2003 e 43,8 milioni nel 2008. Si ritiene che il tasso di aborto a livello mondiale sia del 28 per 1 000 donne, anche se vi è una differenza tra paesi sviluppati e in via di sviluppo i cui valori sono rispettivamente di 24 ‰ e 29 ‰. Lo stesso studio epidemiologico del 2012 ha indicato che nel 2008 la percentuale di aborto stimata di gravidanze conosciute era al 21% a livello mondiale, con il 26% nei paesi sviluppati e il 20% nei paesi più poveri.[

In media, l’incidenza dell’aborto risulta simile tra i paesi con leggi restrittive e quelli con maggiore libertà. Tuttavia, la presenza di leggi restrittive è correlata con un aumento della percentuale di aborti che vengono eseguiti in situazioni di scarsa sicurezza. Il tasso di aborti a rischio nei paesi in via di sviluppo è in parte attribuibile alla mancanza di accesso ai moderni contraccettivi; secondo il Guttmacher Institute, l’accesso globale ai contraccettivi si tradurrebbe in circa 14,5 milioni di aborti non sicuri in meno e 38.000 decessi in meno per la stessa causa ogni anno in tutto il mondo.

Il tasso di aborti indotti legali varia ampiamente in tutto il mondo. Secondo il rapporto del Guttmacher Institute, nel 2008, esso variava dal 7 per 1000 donne (in Germania e Svizzera) a 30 per 1000 donne (in Estonia) per i paesi in cui vi sono statistiche. La percentuale di gravidanze che si è conclusa con l’aborto indotto variava da circa il 10 % (in Israele, Paesi Bassi e Svizzera) al 30 % (in Estonia), anche se potrebbero esserci dei picchi al 36 % in Ungheria e Romania, le cui statistiche sono state tuttavia ritenute incomplete.[

Il tasso di aborto può anche essere espresso come il numero medio di aborti che una donna intraprende durante i suoi anni riproduttivi; in questo caso si parla di “tasso di aborto totale”.

L’aborto spontaneo

L’aborto spontaneo è molto più frequente di quanto comunemente si ritenga: i più recenti studi indicano che circa un terzo delle gravidanze termina con un aborto spontaneo. In particolare, Lohstroh, Overstreet, e Stewart hanno rilevato che la somma degli aborti spontanei precoci, che avvengono prima della sesta settimana dall’ultima mestruazione, e degli aborti spontanei successivi alla sesta settimana, fornisce una percentuale totale di aborti spontanei del 35,5% su 100 fecondazioni rilevate. Altre ricerche confermano il fatto che il livello percentuale di abortività spontanea delle gravidanze, rilevate mediante i livelli ematici di hCG (gonadotropina corionica umana, ormone prodotto in gravidanza), oscilla tra il 31% e il 35,5%.] Il periodo a maggior rischio è il primo trimestre. Si parla di probabilità, di stima epidemiologica, visto che molte interruzioni spontanee di gravidanza passano inosservate, senza che assumano una dignità clinica.

L’aborto ripetuto (due casi di aborto) interessa il 3% delle coppie che cercano di avere figli. L’1% delle coppie ha avuto almeno tre casi di aborto consecutivi (aborto ricorrente). Nel 12% dei casi clinicamente riconosciuti la madre ha meno di 20 anni, nel 27% più di quaranta.

Ogni anno nel mondo si sviluppano circa 205/ 2010 milioni di gravidanze. Più di un terzo di esse sono indesiderate e circa un quinto finisce in un aborto indotto. La maggior parte degli aborti, infatti, risultano da gravidanze indesiderate. Nel Regno Unito, solo l’1%-2% degli aborti vengono eseguiti a causa di problemi genetici nel feto. Una gravidanza può essere intenzionalmente interrotta in diversi modi e la scelta dipende spesso dall’età gestazionale dell’embrione o del feto, che aumenta di dimensioni con il progredire della gravidanza. Alcune procedure specifiche possono essere scelte per via delle leggi in vigore, per la disponibilità locale o per la preferenza personale della donna.

Le ragioni per procurare aborti indotti sono tipicamente terapeutici o di scelta soggettiva. Un aborto è clinicamente indicato come un aborto terapeutico quando viene eseguito per salvare la vita della donna incinta; per prevenire danni alla sua salute fisica o psichica; per interrompere una gravidanza in cui vi è una forte probabilità che il bambino avrà un alto rischio di morbilità o mortalità; o per ridurre selettivamente il numero di feti in modo da ridurre i rischi per la salute associati con una gravidanza multipla. Un aborto è indicato come un aborto elettivo o volontario quando viene effettuata su richiesta della donna per ragioni non mediche. A volte vi è una certa confusione sul termine “elettivo”, poiché con “chirurgia elettiva” generalmente ci si riferisce a tutta la chirurgia programmata, sia clinicamente necessaria o meno.

Ragioni personali

Le ragioni per cui le donne hanno aborti sono diversi e variano in tutto il mondo.

Alcune delle ragioni più frequenti per cui si sceglie l’aborto, è quello di rinviare la gravidanza a un momento più adatto o per concentrare energie e risorse sui bambini già presenti. Spesso è la conseguenza del non potersi permettere un figlio, sia in termini di costi diretti o per la perdita di reddito, per la mancanza di sostegno da parte del padre, incapacità di permettersi altri figli, desiderio di fornire istruzione per i figli già esistenti, problemi di relazione con il partner, ritenersi troppo giovani per avere un figlio, la disoccupazione e di non essere disposte a crescere un bambino concepito a seguito di uno stupro o di un incesto.

Ragioni sociali

Alcuni aborti sono il risultato di pressioni sociali, come la preferenza per i bambini di un dato sesso, come nella Cina maoista, disapprovazione della maternità, stigmatizzazione delle persone con disabilità, insufficiente sostegno economico per le famiglie, mancanza di accesso o rifiuto di metodi contraccettivi o interventi verso il controllo demografico (come la politica del figlio unico (Cina). Questi fattori possono a volte portare ad un aborto obbligatorio o selettivo

Uno studio statunitense del 2002 ha concluso che circa la metà delle donne che hanno abortito, utilizzava una forma di contraccezione al momento in cui è rimasta incinta. È stato rilevato uno scorretto utilizzo da parte della metà di coloro che usano il preservativo e nei tre quarti quelli che utilizzano la pillola anticoncezionale. Il Guttmacher Institute stima che “la maggior parte degli aborti negli Stati Uniti sono ottenuti da donne appartenenti alle minoranze” perché esse “hanno tassi molto più elevati di gravidanze indesiderate“.

In risposta alle ragioni economiche che possono tradursi in pressioni sociali, i sistemi di previdenza sociale di alcuni Paesi prevedono un sussidio statale mensile a favore delle madri inoccupate o meno abbienti per ogni figlio minorenne naturale, adottivo o assegnato in affido dall’autorità. Ne sono un esempio l’assegno di natalità italiano, il Kindergeld tedesco e il Paje francese.

Salute materna e fetale

Un ulteriore motivo che può spingere ad eseguire un aborto è l’eventuale presenza di un rischio per la salute materna o fetale; ciò è citato come la ragione principale, in alcuni paesi, in oltre un terzo dei casi.

Il giudizio medico deve essere formulato tenendo conto di diversi fattori: fisici, emotivi, psicologici, familiari e anagrafici per il benessere della donna e del feto.[

Tra il 1962 e il 1965 vi fu un’epidemia di rosolia che causò la nascita di 15 000 bambini con gravi difetti. Nel 1967, l’American Medical Association ha sostenuto pubblicamente la liberalizzazione delle leggi sull’aborto. Un sondaggio del National Opinion Research Center effettuato nel 1965 ha mostrato che il 73% degli intervistati sosteneva l’aborto quando la vita delle madri era a rischio, il 57% quando erano presenti difetti nel nascituro e il 59% per le gravidanze derivanti da stupro o incesto.

Tumore

La probabilità di sviluppare un tumore durante la gravidanza è dello 0,02%-1% e, in molti casi, la presenza di una neoplasia nel corpo della madre porta alla considerazione dell’aborto al fine di proteggere la sua vita o per via del danno potenziale che può verificarsi al feto durante il trattamento antitumorale. Ciò è particolarmente vero nel caso di tumore al collo dell’utero che si verifica in 1 ogni 2 000-13 000 gravidanze e per la quale l’inizio del trattamento “non può coesistere con la conservazione della vita fetale (a meno che non si scelga la chemioterapia neoadiuvante).” Tumori cervicali in una fase molto precoce (stadio I e II bis) possono essere trattati con l’isterectomia radicale e la dissezione linfonodale pelvica, con la radioterapia o con entrambe, mentre le fasi successive sono trattati con la radioterapia. La chemioterapia può essere utilizzata contemporaneamente. Il trattamento del tumore alla mammella durante la gravidanza comporta anch’essa delle considerazioni sul feto, poiché la lumpectomia è sconsigliato in favore della mastectomia radicale, a meno che la gravidanza non sia al termine e che quindi permetta una terapia di follow up mediate radioterapia da somministrare dopo la nascita.

Anche il parto può mettere a rischio la vita della madre. Un parto vaginale può comportare la diffusione delle cellule neoplastiche nei vasi linfatici e quindi favorire lo sviluppo di metastasi, mentre il parto cesareo può causare un ritardo nell’inizio del trattamento non chirurgico.

Aborto spontaneo

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Per aborto spontaneo si intende l’interruzione della gravidanza prima della 24ª settimana di gestazione]. La gravidanza si considera interrotta quando:

  • il battito cardiaco, precedentemente visualizzato risulta assente all’esame ecografico
  • l’esame ematico eseguito durante la prima fase della gravidanza, la bHCG, ha dei valori decrescenti in due prelievi successivi
  • la camera gestazionale non compare nonostante il test di gravidanza sia positivo (aborto in fase biochimica)
  • l’embrione non compare all’interno della camera gestazionale (uovo bianco)

Dopo il manifestarsi dell’aborto, la successiva espulsione del prodotto del concepimento può non essere immediata; nelle prime fasi più facilmente si manifesta una mestruazione con l’espulsione completa (aborto spontaneo completo), a volte persistono delle perdite o dei dolori o non è presente nessun sintomo ma al controllo sono presenti dei residui della gravidanza (aborto spontaneo incompleto); infine a volte anche se la gravidanza si è interrotta non intercorre la mestruazione (aborto ritenuto), in questo caso bisogna ricorre a un’aspirazione da parte del ginecologo. Quando l’aborto si manifesta dopo la 24ª settimana, si parla di morte endouterina fetale.

Una gravidanza che termina, dopo 24 settimane ma prima della 37ª settimana di gestazione, con la nascita di un bambino vivo è conosciuto come un “parto prematuro” o “nascita pretermine”, si parla invece di “nato a termine” dalla 37ª alla 42ª settimana. Un feto che muore prima del parto è definito “nato morto”. Le nascite premature e i nati morti non sono generalmente considerati aborti anche se l’utilizzo di questi termini a volte può sovrapporsi.[

Solo dal 30% al 50% dei concepimenti progredisce oltre al primo trimestre di gravidanza. La stragrande maggioranza di quelli che non progrediscono vengono persi prima che la donna ne sia a conoscenza, e molte gravidanze vengono perse prima che i medici siano in grado di rilevare la presenza dell’embrione. Tra il 15% e il 30% delle gravidanze conosciute termina con un aborto spontaneo clinicamente evidente, a seconda della età e della salute della donna. L’80% di questi aborti spontanei accade nel primo trimestre.

La causa più comune di aborto spontaneo durante il primo trimestre sono le anomalie cromosomiche dell’embrione o del feto, che rappresentano almeno il 50% dei casi. Altre cause comprendono la presenza di una malattia vascolare (come il lupus eritematosuso), il diabete, problemi ormonali, infezioni e anomalie dell’utero. L’avanzare dell’età materna e la storia di precedenti aborti spontanei nelle donne sono i due fattori principali associati ad un maggior rischio di aborto spontaneo. Un aborto spontaneo può anche essere causato da traumi accidentali o intenzionali da stress; causare un aborto spontaneo è considerato un aborto indotto e un feticidio.

Aborto farmacologico

L’aborto farmacologico (chiamato anche aborto chimico) è quello indotto dai abortivi. L’aborto farmacologico è diventato un metodo alternativo grazie alla disponibilità, fin dal 1970, di analoghi delle prostaglandine e dell’anti-progestinico mifespristone (noto anche come RU-486) nel 1980.

Durante il primo trimestre per l’aborto farmacologico viene comunemente utilizzato il mifepristone in combinazione con un analogo della prostaglandina (misoprostolo o gemeprost) fino a 9 settimane di età gestazionale, mentre il metotrexato in combinazione con una prostaglandina analogica fino a 7 settimane di gestazione o un analogo della prostaglandina da solo. Combinazione di mifepristone e misoprostolo sono più efficaci in età gestazionali successive.[

Negli aborti precoci, fino alla 7ª settimana di gestazione, l’aborto farmacologico ottenuto mediante un regime di combinazione di mifepristone e misoprostol è considerato più efficace dell’aborto chirurgico (aspirazione a vuoto), soprattutto quando la pratica clinica non comprende un’ispezione dettagliata del tessuto aspirato. Il mifepristone, seguito 24-48 ore dopo dal misoprostolo orale o vaginale risulta il 98% efficace fino alla 9ª settimana di gestazione. Se l’aborto farmacologico non riesce, è necessario ricorrere all’aborto chirurgico per completare la procedura.

Gli aborti farmacologici rappresentano la maggior parte degli aborti effettuati prima della 9ª settimana di gestazione in Gran Bretagna, in Francia, in Svizzera e nei paesi nordici. Negli Stati Uniti, la percentuale degli aborti farmacologici precoci è di gran lunga inferiore.

L’aborto farmacologico con mifepristone in combinazione con un analogo della prostaglandina è il metodo più frequentemente utilizzato durante il secondo trimestre di gravidanza in Canada, nella maggior parte dell’Europa, in Cina e in India, al contrario degli Stati Uniti, dove il 96% sono eseguite chirurgicamente mediante dilatazione ed evacuazione.

Dalla 15ª settimana di gestazione la suzione-aspirazione e l’aspirazione a vuoto sono i metodi chirurgici più utilizzati nei casi di aborto indotto. L’aspirazione manuale a vuoto (MVA) consiste nell’estrarre il feto o l’embrione, la e le membrane, mediante aspirazione utilizzando una siringa manuale, mentre l’aspirazione a vuoto elettrica (EVA) utilizza una pompa alimentata da elettricitàà. Queste tecniche differiscono nel meccanismo utilizzato per applicare il vuoto e possono essere utilizzate in modo precoce anche se è necessaria la dilatazione cervicale.

La MVA, nota anche come “mini-aspirazione” e “estrazione mestruale”, può essere usata anche durante una gravidanza molto precoce e non richiede la dilatazione della cervice. La dilatazione e raschiamento, il secondo metodo più comune per l’aborto chirurgico, è una procedura ginecologica normalmente eseguita per una varietà di ragioni, tra cui l’esame del rivestimento uterino per eventuali malignità, ricerca di sanguinamento anormale e aborto. Per raschiamento ci si riferisce alla pulizia delle pareti dell’utero con una curettee. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda questa procedura solo quando l’MVA non è disponibile.[

Dalla 15ª settimana di gestazione fino a circa la 26° è necessario utilizzare altre tecniche. La dilatazione con evacuazione consiste nell’aprire la cervicee dell’utero e nel successivo svuotamento mediante strumenti chirurgici e di aspirazione. Dopo la 16ª settimana, gli aborti possono anche essere eseguiti mediante dilatazione intatta ed estrazione, che richiede la decompressione chirurgica della testa del feto prima dell’evacuazione. Tale procedura è talvolta chiamata “aborto con nascita parziale” ed è stata bandita dal governo federale degli Stati Uniti.

Nel terzo trimestre di gravidanza l’aborto indotto può essere eseguito chirurgicamente mediante dilatazione intatta e estrazione o isterectomia. L’isterotomia è una procedura abortiva simile a un taglio cesareo, sebbene richieda un’incisione più piccola, e viene eseguita in anestesia generale.

Le procedure del primo trimestre possono generalmente essere eseguite in anestesia locale, mentre quelle eseguibili nel secondo trimestre di gravidanza possono richiedere una sedazione profonda o l’anestesia generale.

Le procedure del primo trimestre possono generalmente essere eseguite in anestesia locale, mentre quelle eseguibili nel secondo trimestre di gravidanza possono richiedere una sedazione profonda o l’anestesia generale.

Aborto con induzione del travaglio

Nei paesi privi delle capacità mediche necessarie per eseguire la dilatazione e l’estrazione o dove vi è una preferenza da parte dei professionisti, l’aborto può essere indotto con l’induzione del travaglio e quindi inducendo la morte del feto, se necessario. Questo è talvolta chiamato “aborto spontaneo indotto”.

Pochi e limitati dati sono disponibili per confrontare questo metodo con la dilatazione ed estrazione. A differenza delle altre tecniche, l’induzione del travaglio dopo la 18ª settimana può essere complicata dal verificarsi di una breve sopravvivenza del feto, che può essere legalmente considerato come nato vivo. Per questo motivo, questa tecnica può comportare, in alcuni paesi, delle problematiche legali.

Altri metodi

Storicamente, una serie di erbe avevano la fama di possedere proprietà abortive e venivano utilizzate nella medicina popolare: il tanaceto, la mentuccia, l’actaea racemosa e l’ormai estinto silfio. L’uso delle erbe poteva causare gravi, anche letali, effetti collaterali, come l’insufficienza multiorgano e non è consigliato dai medici.

Talvolta l’aborto viene tentato procurando traumi all’addome. Ciò potrebbe portare a gravi lesioni interne, senza necessariamente riuscire a indurre l’aborto spontaneo. Nel sud est asiatico vi è un’antica tradizione di tentare l’aborto attraverso un forte massaggio addominale. Uno dei bassorilievi che decorano il tempio di Ankor Wat in Cambogia raffigura un demone che esegue un tale aborto su una donna che è stata inviata agli inferi.

Pericolosi metodi di aborto autoindotto registrati includono l’abuso di misoprostol e l’inserimento di strumenti non chirurgici, come aghi da maglia e appendiabiti, nell’utero. Questi metodi si vedono raramente nei paesi sviluppati, dove l’aborto chirurgico è legale e disponibile.

Sopravvivenza fetale

Anche se è molto raro, le donne che abortiscono dopo la 18ª settimana di gravidanza a volte danno vita a un feto che può sopravvivere per breve tempo (ciò si verifica in 1 caso su 250, dallo 0% al 13% o dallo 0% al 50%, a seconda del metodo e della settimana di gravidanza). Dopo 22 settimane la sopravvivenza a lungo termine è possibile.[

Se il personale medico osserva segni di vita, può essere necessario fornire assistenza: manovre di emergenza se il bambino presenta una buona possibilità di sopravvivere o altrimenti un trattamento palliativo. Al fine di evitare ciò, si consiglia, dopo la 20ª-21ª settimana di gestazione, di provvedere a una morte fetale indotta prima di procedere con l’interruzione di gravidanza.

Secondo Berlingieri, le tecniche disponibili nei primi anni ’90 consentivano la sopravvivenza del concepito a partire dalla ventesima settimana di gravidanza, in una piccola percentuale di casi. Nella maggior parte dei casi i bimbi nati prima della 28ª settimana presentano comunque almeno nel 50% dei casi disabilità neurosensoriali; è ragionevole pensare che fra quelli nati prima della 24ª settimana le percentuali siano ancora più elevate, per questo alcuni considerano accanimento terapeuticoo l’applicazione di tecniche di rianimazione in questi casi.

Una rewiew clinica pubblicata da Pediatrics, relativa alle linee-guida operative proposte dalle società scientifiche di pediatria e neonatologia di diversi paesi, evidenzia come il consenso clinico individui l’opportunità di un approccio terapeutico diversificato nelle scelte cliniche relative ai nati significativamente pretermine, tenendo in debito conto gli elevati rischi di disabilità permanente. Il consenso è orientato a una definizione della ragionevole utilità clinica dell’intervento terapeutico intensivistico per i nati pretermine post-25ª settimana; a una decisione caso per caso per i nati alla 23ª o 24ª settimana; per semplici cure palliative per i nati sotto la 22ª. Secondo i dati usati per la definizione del Consensus sull’assistenza ai nati pretermine estremi del 2002, l’American Academy of Pediatrics individua un tasso di mortalità tra il 70 e l’89% già per i nati alla 23ª settimana, e non riferisce come significativi i dati statistici di sopravvivenza per i nati dalla 22ª settimana o precedenti.

Sicurezza

I rischi per la salute in seguito ad un aborto dipendono dal fatto che la procedura venga eseguita in modo sicuro o meno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce aborti non sicuri quelli effettuati da persone non qualificate, con attrezzature pericolose o in strutture prive di norme igieniche. Gli aborti legali effettuati nel mondo sviluppato sono tra le procedure più sicure nel campo della medicina. Negli Stati Uniti il rischio di mortalità materna in seguito ad aborto è dello 0,7 per 100 000 procedure, rendendo l’aborto di circa 13 volte più sicuro per le donne rispetto al parto (8,8 morti materne ogni 100 000 nati vivi). Questo è equivalente al rischio di morte nel guidare un autoveicolo per circa 1200 km. Il rischio di mortalità aumenta all’aumentare dell’età gestazionale, ma rimane inferiore a quello del parto con una gestazione di almeno 21 settimane.]

L’aspirazione a vuoto, eseguita nel primo trimestre, è il metodo più sicuro di aborto chirurgico e può essere eseguito in un ambulatorio di assistenza primaria, in una clinica per aborti o in ospedale. Le complicanze sono rare e possono includere la perforazione uterina, infezioni pelviche e il mantenimento di prodotti del concepimento e ciò richiede una seconda procedura di aspirazione. Un trattamento antibiotico preventivo (con doxicilina o metronidazolo) viene generalmente somministrato prima dell’aborto elettivo, ritenendo che possa ridurre sostanzialmente il rischio di un’infezione uterina postoperatoria.] Le possibili complicazioni dopo l’aborto al secondo trimestre sono simili a quelli che possono accadere al primo trimestre e dipendono anche del metodo scelto.

C’è poca differenza in termini di sicurezza ed efficacia tra l’aborto farmacologico effettuato con un regime combinato di mifepristone e misoprostol e l’aborto chirurgico (aspirazione a vuoto) nelle procedure effettuate tra il primo trimestre e la 9ª settimana di gestazione. L’aborto farmacologico con il misoprostol prostaglandina analogico da solo è meno efficace e più doloroso.[

Alcuni presunti rischi sono promossi principalmente da gruppi anti-aborto, ma mancano di un supporto scientifico. Ad esempio, la correlazione tra l’aborto indotto e il tumore alla mammella è stata studiata ampiamente e i principali organi di medici e scientifici (tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’US National Cancer Institute, l’American Cancer Society, il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists e l’American Congress of Obstetricians and Gynecologists) hanno concluso che essa non esiste, anche se tale legame continua ad essere studiato e promosso dai gruppi anti-aborto.

Salute mentale

Non vi è alcuna relazione tra gli aborti indotti e problemi di salute mentale diversi da quelli che si verificano in seguito a qualsiasi gravidanza indesiderata. L’American Psychological Association ha concluso che l’aborto non è una minaccia per la salute mentale quando effettuato nel primo trimestre e le donne che ricorrono ad esso non hanno maggiori probabilità di avere problemi rispetto a quelle che portano a termine una gravidanza indesiderata. Alcuni studi hanno dimostrato effetti negativi sulla salute mentale nelle donne che scelgono di abortire dopo il primo trimestre a causa di anomalie fetali,  tuttavia sarebbero necessarie ricerche più rigorose per arrivare a una conclusione più certa. Alcuni effetti psicologici negativi sono stati denunciati da sostenitori anti-aborto come una condizione separata chiamata “sindrome post-aborto”, tuttavia essa non è riconosciuta da alcuna organizzazione medica o psicologica.[

Talvolta le donne che intendono interrompere la gravidanza ricorrono a metodi non sicuri, in particolare quando la disponibilità dell’aborto legale è limitata. Esse possono tentare metodi di auto-interruzione o affidarsi a persone prive della sufficiente formazione medica o a strutture non adeguate. Ciò può portare a gravi complicazioni, come l’aborto incompleto, la sepsi, emorragie e danni agli organi interni.

Gli aborti non sicuri sono una delle principali cause di lesioni e di morte tra le donne di tutto il mondo. Anche se i dati sono imprecisi, si stima che circa 20 milioni di aborti non sicuri vengano eseguiti ogni anno e il 97% di essi si verifica nei paesi in via di sviluppo. Si ritiene che tali pratiche portino a milioni di casi di complicazioni. Le stime della mortalità variano secondo la metodologia e variano da 37 000 a 70 000 negli ultimi dieci anni, le morti dovute ad aborti non sicuri rappresentano circa il 13% di tutte le morti materne. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che la mortalità sia tuttavia in calo dagli anni 1990. Per ridurre il numero di aborti non sicuri, le organizzazioni di sanità pubblica sostengono generalmente la legalizzazione dell’aborto, la formazione di personale medico e l’accesso ai servizi sanitari. Tuttavia la Dichiarazione di Dublino sulla Salute Materna, firmata nel 2012, nota che “il divieto dell’aborto non influisce in alcun modo con la disponibilità di cure ottimali per le donne in gravidanza“.[

La legalità o meno dell’aborto è un fattore importante per la sua sicurezza. I paesi che possiedono leggi restrittive hanno tassi significativamente più alti di aborti a rischio (e tassi complessivi di aborto maggiori) rispetto a quelli in cui l’aborto è legale e disponibile. Ad esempio, la legalizzazione avvenuta 1996 in Sudafrica ha avuto un impatto immediatamente positivo sulla frequenza delle complicanze legate all’aborto, con i decessi legati a questa pratica diminuiti di oltre il 90%. È stato stimato che l’incidenza degli aborti a rischio potrebbe essere ridotta fino al 75% (da 20 a 5 milioni all’anno) se fossero disponibili globalmente moderni servizi di pianificazione familiare e di salute materna.[

Solo il 40% delle donne di tutto il mondo può usufruire di aborti terapeutici e elettivi entro i limiti della gestazione, mentre un ulteriore 35% ha accesso all’aborto legale se soddisfano determinati criteri fisici, mentali o socioeconomici. Mentre raramente gli aborti sicuri comportano una mortalità, quelli non eseguiti in sicurezza provocano fino a 70 000 decessi e 5 milioni di disabilità all’anno. Le complicanze degli aborti a rischio rappresentano circa un ottavo delle morti materne in tutto il mondo, anche se questo dato varia da paese a paese. La sterilità conseguente ad un aborto non sicuro coinvolge circa 24 milioni di donne. Il tasso di aborti non sicuri è aumentato dal 44% al 49% tra il 1995 e il 2008.

L’aborto indotto è da lungo tempo fonte di notevoli dibattiti, polemiche e attivismo. L’idea di ciascun individuo per quanto riguarda le complesse questioni etiche, morali, filosofiche, biologiche e giuridiche che circondano tale pratica, è spesso legata al suo sistema di valori. Le opinioni sull’aborto possono essere descritte come una combinazione di credenze sui diritti del feto, sulla moralità, sul potere delle autorità governative nelle politiche pubbliche e credenze sui diritti e le responsabilità della donna che intraprende questa scelta. Anche l’etica religiosaa ha un forte influsso, sia sul parere personale che sul dibattito circa l’aborto.

Sia nel dibattito pubblico che in quello privato, gli argomenti presentati a favore o contro si concentrano sulla legalità dell’aborto e sulle eventuali leggi che lo possano limitare, nonché sulla liceità morale. La Dichiarazione dell’Associazione medica mondiale sull’aborto terapeutico nota che “le circostanze che portano gli interessi di una madre in conflitto con gli interessi del suo bambino non ancora nato, creano un dilemma e sollevano la questione se la gravidanza possa essere deliberatamente terminata o meno”. I dibattiti sull’aborto, in particolare relativi alle leggi, sono spesso guidati da gruppi che sostengono una di queste due posizioni. I gruppi anti-aborto che chiedono maggiori restrizioni legali, tra cui il divieto totale, il più delle volte si definiscono pro-life (“pro-vita”), mentre i gruppi per il diritto all’aborto e che quindi sono contro tali restrizioni, si definiscono pro-choice (“pro-scelta”). In generale, la posizione dei primi sostiene che un feto umano è una persona umana e con il diritto di vivere, considerando l’aborto moralmente come un omicidio. La posizione dei secondi sostiene che una donna possieda certi diritti riproduttivi, in particolare la scelta o meno di portare a termine una gravidanza.

Aborto selettivo del sesso

L’ecografia e l’amniocentesii permettono ai genitori di conoscere il sesso del nascituro prima del parto. Lo sviluppo di queste tecnologie ha portato agli aborti selettivi in base al sesso. È più frequente il ricorso all’aborto selettivo quando il feto è femmina.

In alcuni paesi, l’aborto selettivo del sesso è parzialmente responsabile delle disparità evidenti tra i tassi di nascita dei figli maschi e femmine. La preferenza per i figli maschi è diffusa in molte zone dell’Asia e l’aborto utilizzato per limitare le nascite femminili è praticato a Taiwan, in Corea del Sud, in India e in Cina. Questa deviazione dai tassi di natalità standard di maschi e femmine si verifica nonostante il fatto che il paese in questione abbia ufficialmente bandito l’aborto selettivo del sesso. In Cina, la preferenza tradizionale per il figlio maschio è stata aggravata dalla politica del figlio unico emanata nel 1979.]

Molti paesi hanno adottato misure legislative per ridurre l’incidenza dell’aborto selettivo per il sesso. In occasione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo, nel 1994 oltre 180 stati membri hanno convenuto di eliminare “ogni forma di discriminazione nei confronti delle bambine e le cause della preferenza per il figlio maschio“. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNICEF, insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, hanno scoperto che le misure per ridurre l’accesso all’aborto sono molto meno efficaci nel ridurre gli aborti selettivi rispetto a misure volte a ridurre la disuguaglianza di genere.

Ritorsioni contro chi pratica l’aborto

Negli Stati Uniti, quattro medici che eseguivano aborti sono stati assassinati: David Gunn (1993), John Britton (1994), Barnett Slepian (1998) e George Tiller (2009). Inoltre, negli Stati Uniti e in Australia, sono stati assassinati altro personale presso le cliniche abortiste, tra cui addetti alla reception e le guardie di sicurezza. Ferimenti e tentati omicidi hanno avuto luogo negli Stati Uniti e in Canada. Si sono verificati centinaia di attentati, incendi, attacchi con l’acido, invasioni e episodi di vandalismo contro chi aveva a che fare con gli aborti. Tra gli autori più famosi di violenze anti-aborto Eric Rudolph e Paul Jennings Hill, la prima persona a essere giustiziata negli Stati Uniti per l’omicidio di un medico abortista.[

Alcuni paesi hanno promosso una protezione giuridica per l’accesso all’aborto. Queste leggi in genere cercano di proteggere le cliniche abortiste da ostruzionismo, atti di vandalismo, picchettaggi e altre azioni analoghe o per proteggere le donne e i dipendenti di tali centri da minacce e molestie.

Molto più frequente rispetto alla fisica vi è la pressione psicologica. Nel 2003, Chris Danze fondò organizzazioni pro-vita in tutto il Texas per impedire la costruzione di un centro di Planned Parenthood ad Austin. Le organizzazioni rilasciarono on-line informazioni personali su coloro che erano coinvolti con la costruzione, facendogli fino a 1200 telefonate al giorno e contattando le loro chiese. Alcuni manifestanti hanno fotografato le donne che si recavano nella clinica.

Usa, la Corte Suprema annulla la sentenza sul diritto all’aborto. I vescovi: giornata storica

I giudici aboliscono la sentenza Roe v. Wade con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’interruzione di gravidanza in tutto il Paese. I singoli Stati ora liberi di applicare le loro leggi in materia. La Usccb plaude alla decisione: “Per quasi 50 anni, l’America ha applicato una legge ingiusta”. La Pontificia Accademia per la Vita: “Sviluppare scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche” (Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano).

In mezzo ad un’opinione pubblica frammentata, tra pareri politici divergenti e mentre i vescovi parlano di una “giornata storica”, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha abolito la sentenza Roe v. Wade con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’aborto negli Usa. Ora quindi i singoli Stati saranno liberi di applicare le loro leggi in materia. “La Costituzione non conferisce il diritto all’aborto”, si legge nella sentenza di 213 pagine, formulata da una Corte divisa con 6 voti favorevoli e 3 contrari. “L’aborto presenta una profonda questione morale. La Costituzione non proibisce ai cittadini di ciascuno stato di regolare o proibire l’aborto”. La decisione è stata presa nel caso “Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization”, in cui i giudici hanno confermato la legge del Mississippi che proibisce l’interruzione di gravidanza dopo 15 settimane. A fare ricorso era stata l’unica clinica rimasta nello Stato ad offrire l’aborto.

Leggi più restrittive

Su cinquanta Stati, 26 (tra cui Texas e Oklahoma) hanno leggi più restrittive in materia. Nove hanno dei limiti sull’aborto che precedono la sentenza “Roe v. Wade”, e che non sono ancora stati applicati ma che ora potrebbero diventare effettivi, mentre 13 hanno dei cosiddetti “divieti dormienti” che dovrebbero entrare in vigore immediatamente. Si tratta di Stati repubblicani che hanno approvato leggi stringenti sull’aborto legandole all’attesa decisione della Corte Suprema di oggi. In 30 giorni potranno vietare l’aborto, eccetto nei casi in cui la vita della madre è in pericolo.

Le dichiarazioni dei rappresentanti politici

La sentenza ha suscitato reazioni contrastanti, tra la speaker della Camera negli Usa, la democratica Nancy Pelosi, da una parte, che parla di decisione “crudele e scandalosa” che mette in gioco i diritti delle donne, e Mike Pence, vicepresidente sotto la presidenza di Donald Trump, dall’altra, che ha affermato: “La vita ha vinto”. Il presidente Joe Biden, intervenuto in serata in conferenza stampa, ha commentato: “La Corte ha portato via un diritto costituzionale“. Il capo di Stato ha definito “un tragico errore” ribaltare la sentenza del ’73, che è frutto di una “ideologia estrema” dominante nella Corte suprema. La Casa Bianca, ha assicurato, si muove per garantire ampio accesso alla pillola e altri farmaci abortivi.

La nota dei vescovi cattolici

Da parte sua, la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) – che lo scorso anno si era divisa sul dibattito dell’accesso ai sacramenti per i politici cattolici che promuovessero politiche pro-choice – ha parlato di “un giorno storico nella vita del nostro Paese”. In una lunga e articolata dichiarazione firmata dal presidente, l’arcivescovo José H. Gomez di Los Angeles, e l’arcivescovo William E. Lori di Baltimora, presidente della Commissione per le attività a favore della vita dell’Usccb, si legge: “Per quasi cinquant’anni, l’America ha applicato una legge ingiusta che ha permesso ad alcuni di decidere se altri possono vivere o morire; questa politica ha portato alla morte di decine di milioni di nascituri, generazioni a cui è stato negato il diritto di nascere”.

L’America è stata fondata sulla verità che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali, con il diritto, dato da Dio, alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”, sottolinea la nota dei vescovi. “Preghiamo che i nostri funzionari eletti promulghino leggi e politiche che promuovano e proteggano i più vulnerabili tra noi”.

Un’America post Roe

Il “primo pensiero”, scrivono ancora Gomez e Lori, è per “i piccoli a cui è stata tolta la vita dal 1973”, ma anche per “tutte le donne e gli uomini che hanno sofferto a causa dell’aborto”: “Come Chiesa, dobbiamo servire coloro che affrontano gravidanze difficili e circondarli di amore”. I vescovi ringraziano gli “innumerevoli americani comuni di ogni estrazione sociale” che in questi anni “hanno collaborato pacificamente per educare e persuadere i loro vicini sull’ingiustizia dell’aborto, per offrire assistenza e consulenza alle donne e per lavorare per alternative all’aborto, tra cui l’adozione, l’affido e politiche pubbliche che sostengono veramente le famiglie”. 

Il loro lavoro per la causa della vita riflette tutto ciò che di buono c’è nella nostra democrazia, e il movimento pro-vita merita di essere annoverato tra i grandi movimenti per il cambiamento sociale e i diritti civili della storia della nostra nazione”, scrivono nella nota. E aggiungono: “Ora è il momento di iniziare il lavoro di costruzione di un’America post-Roe. È il momento di sanare le ferite e di riparare le divisioni sociali; è il momento di una riflessione ragionata e di un dialogo civile, e di unirsi per costruire una società e un’economia che sostengano i matrimoni e le famiglie, e in cui ogni donna abbia il sostegno e le risorse di cui ha bisogno per mettere al mondo il proprio figlio con amore”.

L’Accademia per la Vita: la questione sfida il mondo intero

Queste stesse parole, sono riportate nel comunicato diffuso in serata dalla Pontificia Accademia per la Vita, in cui si legge: “Il fatto che un grande Paese con una lunga tradizione democratica abbia cambiato la sua posizione su questo tema sfida anche il mondo intero. Non è giusto che il problema venga accantonato senza un’adeguata considerazione complessiva. La protezione e la difesa della vita umana non è una questione che può rimanere confinata all’esercizio dei diritti individuali, ma è invece una questione di ampio significato sociale“.

Mons. Paglia: riflettere insieme sul tema della generatività

Dopo cinquant’anni, secondo l’Accademia vaticana “è importante riaprire un dibattito non ideologico sul posto che la tutela della vita ha in una società civile per chiedersi che tipo di convivenza e di società vogliamo costruire“. Nel concreto si tratta di sviluppare “scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche aprioristiche“, quindi “assicurare un’adeguata educazione sessuale, garantire un’assistenza sanitaria accessibile a tutti e predisporre misure legislative a tutela della famiglia e della maternità, superando le disuguaglianze esistenti“. Al contempo occorre “una solida assistenza alle madri, alle coppie e al nascituro che coinvolga tutta la comunità, favorendo la possibilità per le madri in difficoltà di portare avanti la gravidanza e di affidare il bambino a chi può garantirne la crescita“.

Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, “di fronte a una società occidentale che sta perdendo la passione per la vita, questo atto è un forte invito a riflettere insieme sul tema serio e urgente della generatività umana e delle condizioni che la rendono possibile; scegliendo la vita, si gioca la nostra responsabilità per il futuro dell’umanità“.

Gli statement di O’Malley e Cupich

In serata sono giunte anche le dichiarazioni dei cardinali Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, e Blase Cupich, arcivescovo di Chicago. O’Malley ha parlato di una decisione “profondamente significativa e incoraggiante“. “Il nostro continuo impegno nel sostenere la nostra posizione sulla protezione dei bambini non nati è coerente con la nostra difesa di questioni che riguardano la dignità di tutte le persone in tutte le fasi e in tutte le circostanze della vita“, ha chiarito il cardinale. “La Chiesa impiega questo principio di coerenza nell’affrontare le questioni razziali, la povertà e i diritti umani in generale. È una posizione che presenta un argomento morale come fondamento per la legge e la politica di protezione della vita umana“.

Cupich, da parte sua, accogliendo “con favore” la sentenza della Corte Suprema, ha ribadito in uno statement la convinzione della Chiesa cattolica “che ogni vita umana sia sacra, che ogni persona sia fatta a immagine e somiglianza di Dio e che quindi meriti riverenza e protezione“. “Questa convinzione è il motivo per cui la Chiesa cattolica è il più grande fornitore di servizi sociali del Paese, molti dei quali mirano a eliminare la povertà sistemica e l’insicurezza sanitaria che intrappolano le famiglie in un ciclo di disperazione e limitano le scelte autentiche“. “Questa sentenza – ha aggiunto il porporato – non è la fine di un percorso, ma piuttosto un nuovo inizio. Sottolinea la necessità di comprendere coloro che non sono d’accordo con noi e di inculcare un’etica del dialogo e della cooperazione. Cominciamo con l’esaminare la nostra coscienza nazionale, facendo il punto su quei luoghi oscuri nella nostra società e nei nostri cuori che si rivolgono alla violenza e negano l’umanità dei nostri fratelli e sorelle, e mettiamoci al lavoro per costruire il bene comune scegliendo la vita“.

Dopo questa discretamente ampia disamina storica e scientifica, e dopo avere citato alcune prese di posizione, poche parole mie personali sui profili morali dell’interruzione di gravidanza. Mi pare di poter affermare che, in ordine all’oggetto trattato, madre, embrione, feto, nascituro, si tratta di un complesso moralmente molto rilevante. Se dovessi invocare la dottrina teologico-metafisica classica, cui faccio riferimento sempre per trattare le questioni gravi dell’essere e del divenire, dovrei dire che, a partire dallo zigote, la prima cellula totipotente, già questa è intangibile da parte dell’uomo, poiché contiene l’uomo possibile, con tutte le sue caratteristiche e prerogative… ma se devo calarmi nella realtà effettuale dagli alti cieli della dottrina, non posso non ammettere che diventano prioritari anche altri aspetti.

In altre parole, considerato tutto l’excursus sopra richiamato, ritengo di poter dire con serenità d’animo che in Italia debba essere mantenuto tutto l’impianto della Legge 194, che è stata anche confermata da un referendum popolare or sono quarant’anni fa e oltre, e che la donna-madre debba sempre essere considerata al centro di ogni legislazione di questo merito e che possa e debba esprimere l’ultima istanza in tema, sia della tutela della maternità, sia della sua propria salute personale.

E spero che anche negli Usa vi sia una resipiscenza legislativa e giuridica per ridare questo “diritto di governo di sé” alla donna. Così anche in ogni parte del mondo.

“L’esilio dell’uomo è l’ignoranza, la sua patria è la conoscenza” (Onorio d’Autun)

Sant’Agostino in La Genesi alla lettera, IV capitolo, XV – 26, p. 692 Commenti alla genesi, Bompiani, collana Il Pensiero occidentale, Milano 2018, scrive: “Nimirum ergo, quia vitium est et in infirmitas animae ita suis operibus delectari, ut potius in eis quam in se requiescat ab eis, (…)”; trad. “Certamente, dunque, poiché per l’anima è un vizio e una debolezza il compiacersi delle proprie opere, così da riposarsi in esse anziché riposare in se stessa (…)”.

Non potevo trovare citazione migliore, forse, per riprendere il tema del rapporto tra conoscenza ed ignoranza, prodromo necessario, perché razionale, ad ogni discorso etico, in quanto sono convinto che la conoscenza “venga prima” dell’etica. Senza conoscenza non vi è etica, come sapere dell’uomo circa il giudizio sulle proprie azioni libere, nella misura razionale della libertà, beninteso. Che non è e non può essere mai absoluta, cioè sciolta da qualsiasi vincolo, come tali sono le norme positive, le circostanze e le soggettività.

La conoscenza, come sappiamo dall’esperienza personale e dagli studi umani si può acquisire in due modi: il primo è quello esperienziale, che dà evidenze, il secondo è quello della fiducia nello studio o nella testimonianza di altri, che, ad esempio, avendo viaggiato mi assicurano che la Nuova Zelanda esiste, oppure che il tempo fisico non è assoluto.

A volte, invece, in questi ultimi anni pervasi dalla mediatizzazione e dalla velocizzazione in tempo reale della comunicazione e dell’informazione, pare che la conoscenza non debba fondarsi sui due capisaldi sopra richiamati, ma possa “passare” impunemente senza filtri tramite il web dove ciascuno, dal ricercatore serio e credibile agli “scappati di casa” di un partito inflazionato e bisognoso di un sano dimagrimento. Il mio caro lettore comprende bene a quale partito (o movimento, come amano i suoi militanti definirsi) qui mi riferisco.

Si dice anche che “resiste al tempo ciò che fugge (frase di Seneca, mi pare), e che “per sentire di più hai bisogno di meno” (non so di chi sia, ma mi piace, perché può essere il manifesto della sobrietà e del senso del limite). Come possiamo utilizzare questi due detti nel nostro tema?

La penso in questo modo: se ciò-che-fugge resiste al tempo, l’oggetto-ente può essere… il tempo stesso, specialmente se lo si intende in termini di kairòs e non di krònos. Mi spiego: ça va sans dire (mi si passi un francesismo una tantum) il cambiamento interiore dello spirito e anche quello esteriore delle cose è correlato al movimento, allo sviluppo, all’incedere dei fatti e dei vettori causali, in ogni ambito della vita umana. E’ correlato ai processi decisionali individuali e collettivi, fermo restando tutto ciò che contribuisce al moto, il quale è indipendente dalla volontà umana, come lo sono i fenomeni naturali, i quali comunque possono e talora sono determinati, in tutto o in parte, dall’agire umano, come nel caso dell’ambiente e della crisi climatica.

Ecco: se non si ha la capacità, che i su citati personaggi politici e mediatici et alii simili non hanno, di discernimento dei ritmi e delle cause del cambiamento, non si può comprendere ciò-che-accade-che-fugge.

Vale a dire nientemeno che la realtà effettuale, sia essa la sostanza spinoziana o l’essere aristotelico.

Duole però che nel novero di coloro che creano disagio cognitivo vi siano, dispersi nel web, anche intellettuali di chiara fama, conquistata in anni di studio e di ricerca, i quali, allo scopo di semplificare spiegazioni e messaggi, non si peritano di eccedere in superficialità e approssimazione banalizzante.

Come altre volte, anche ora sarei tentato di fare qui nomi e cognomi, ma mi limito a citare le specializzazioni accademiche di costoro che ho in mente: si tratta di filosofi, psicologi, politologi, criminologi, storici, fisici, e soprattutto giornalisti…. quasi che il modello comunicazionale riesca, ed è così, ad appiattire ogni contributo di conoscenza che intendono proporre. Se i giornalisti, soprattutto nella versione del cronista da redazione, possono essere in qualche misura escusabili, perché debbono affrettarsi a dare-la-notizia, gli studiosi delle categorie sopra citate non hanno scuse per le loro banalizzazioni.

Un esempio: un noto psichiatra, super mediatizzato, senza ritenere opportuno citare le fonti socio-statistiche, si permette di dire che (secondo lui, sic!) la maggioranza dei genitori giovani, al giorno d’oggi, preparano gli zainetti di scuola ai figlioletti adolescenti. Ma da dove viene questa notizia. Caro lettore, sentito il tal dott. prof., ho fatto una mia piccola ricerca con dieci coppie di genitori papà e mamme di quattordicenni/ sedicenni, cioè ragazzi e ragazze che vanno a scuola dalla terza media alla seconda liceo. Ebbene, nessuna delle coppie genitoriali (in un caso si trattava di un genitore single) mi ha confermato quanto detto con enfasi dall’esimio (quantomeno per cachet ricevuto a ogni comparsata televisiva) per fama mediatica! E allora, come la mettiamo? A cosa serve irridere una generazione di genitori per scoprire qualcosa che non-è-vero, e scaraventarlo al pubblico dal video tv?

Altri, invece, della stessa categoria scientifica e professionale sono molto seri e comunicativi. Qui invece due nomi li propongo: Vittorino Andreoli e Raffaele Morelli.

Gli eventi politici di ieri propongono altre riflessioni in tema. Di Maio si stacca dai 5Stelle di cui e per cui è stato “tutto” e afferma che non è (più, perché prima lo era?) vero che 1 e uguale a 1. La follia di tale affermazione (1 uguale a 1) è stato lo slogan forte di quel movimento confuso e confusivo, fin dagli albori dei “vaffa” ululati per le italiche piazze dal teatrante genovese.

Ho scritto decine di volte e lo propongo nei miei corsi e nelle conferenze di antropologia filosofica, e qui noiosamente le ripeto, che i fondamenti dell’antropologia occidentale, attestano due cose:

a) circa la struttura di persona, sulla base della fisicità, dello psichismo e della spiritualità, si può dire che ogni essere umano è uguale a ogni altro e vale come l’altro e ha la medesima dignità di essere senziente-pensante-autocosciente, poiché ogni essere umano possiede i tre elementi che lo compongono;

b) circa la struttura di personalità, che è composta dalla genetica individuale, dall’ambiente in cui uno è cresciuto e dall’educazione ricevuta, si può dire che si produce, indefettibilmente, l’irriducibile differenza e l’unicità di ogni essere umano.

Ebbene, è dunque vero che ogni essere umano vale un altro, ma è altrettanto vero che… non è vero. Non si può mettere al posto di Draghi, Capo del Governo, già altissimo dirigente bancario fino alla presidenza della BCE, o al mio posto, figlio di operaio emigrante in cava di pietra in Germania, studente-operaio, poi dirigente socio-politico, capo del personale di una multinazionale tra le maggiori d’Italia, sei titoli accademici fra cui due Dottorati di ricerca, incarichi di docenza in atenei civili e pontifici, ventisei volumi pubblicati, attuale presidente dell’Associazione italiana per la consulenza filosofica (Phronesis), presidente di una decina di Organismi di Vigilanza del Codice etico aziendali, migliaia di articoli scritti, o al posto del signor Edoardo Roncadin, presidente di un pool di aziende che lo rende il maggior imprenditore del Nordest, 3500 dipendenti per quasi mezzo miliardo di fatturato annuo, partito a diciassette anni per le “Germanie” come apprendista gelataio… il primo essere umano che passa per strada, che comunque ha lo stesso valore umano e morale di Draghi, di Edoardo e mio.

Ovviamente, il mio attento e saggio lettore comprende bene lo spirito con il quale ho scritto le frasi precedenti, che sono prive di qualsiasi autocompiacimento celebrativo, perché sono semplicemente la realtà fattuale.

I 5Stelle per un decennio hanno sostenuto più o meno questo, facendo danni incommensurabili, perché – purtroppo – la base di massa degli esseri umani ha una dotazione cognitiva che la campana di Gauss ben rappresenta con la parte centrale della curva, che costituisce circa l’80% dell’intero, più o meno. Questo dato fa capire abbastanza bene anche le ragioni socio-culturali del risultato ottenuto dai 5S nel marzo del 2018, il 33% dei suffragi, e anche – oggidì – il livello qualitativo e culturale degli interventi radio-tv di molti degli ascoltatori, ad esempio di chi contatta La Zanzara su Radio 24 oppure Radio Sportiva, etc.

Quando viaggio ascolto talvolta queste trasmissioni per documentarmi sulla popolazione che si dà quasi ragion d’essere ascoltandosi e facendosi ascoltare dagli amici per radio.

Il Presidente del Consiglio dei ministri, il signor Edoardo e io stesso non abbiamo un valore umano superiore al primo che passa per strada, ma questi non può fare quello che fanno il Capo del Governo, Edoardo Roncadin e quello che faccio io stesso.

L’abbiamo scoperto solo ora, mio buon Di Maio? Mi ricordo quando era il maggior rappresentante della dottrina dell’1 vale 1 , assieme al suo allora compare di visite ai “gilet gialli” e ora, ciondolon ciondoloni, ondipericlitante fra la Moscova e l’Arbat (il cosìnomato Dibba da giornalisti compiacenti e piaggioni, u bellu guaglione2, direbbe lo spesso rancoroso, per comunicazione di notizia di prima mani, tranquilli!, Romano da Bologna, perché il primo bellu guaglione era Rutelli), di comicissima e ligure memoria. Meglio tardi che mai.

In ogni caso le riconosco il merito di avere agito per togliere spazio e potere al capo del suo ex gruppo, lasciandolo alla sua condizione di uomo politico posticcio, che per mostrarsi importante ha anche avuto bisogno di inventarsi una collaborazione fasulla con una Università newyorkese

Tutta salute per l’Italia, povera Patria mia.

Un delitto a Codroipo, l’omicidio di una donna e madre

Come i miei cari lettori sanno, mi occupo, tra altre attività accademiche e di consulenza etica aziendale, di relazioni intersoggettive nell’ambito della Consulenza filosofica individuale, anche come presidente dell’Associazione italiana per la consulenza filosofica Phronesis (in base alla Legge 4 del 2013 sulle professioni non ordinistiche), così chiarendo ciò che differenzia questa pratica dalle psicoterapie, pratica le cui prerogative sono le seguenti:

“La consulenza filosofica si realizza nel rapporto tra un filosofo consulente e un consultante o un gruppo di consultanti, affrontando le questioni importanti e  impegnative della vita, mediante l’indagine delle esperienze individuali. (omissis)

        La consulenza filosofica prende le mosse prevalentemente da questioni in vario modo problematiche portate dal consultante [questioni etiche, relazionali, esistenziali, relazionali, decisioni complesse, dubbi, revisioni progettuali, scelte, separazioni, lutti, cambiamenti, etc.]. Questo passaggio al consulere è esplicito e configura una variazione sostanziale rispetto ad un esercizio di pratica.

La consulenza filosofica:

  • opera sulle questioni proposte a partire dalla “messa in questione” interrogativa delle forme di pensiero, delle ragioni, dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo, e di quant’altro offerto allo sviluppo del dialogo;
  • riconduce il discorso del consultante ai suoi presupposti-concetti, principi e valori, in modo da far emergere la visione del mondo che essi costituiscono e le eventuali incoerenze e incongruenze con la vita;
  • a partire dal piano configurato dall’analisi dialogica e relativo alla visione del mondo del consultante, la consulenza filosofica rende possibili trasformazioni ed eventuali ampliamenti della visione del mondo del consultante
  • anche proponendo percorsi creativi, metaforici, immaginativi, aprendo scenari e prospettando alternative.

La consulenza filosofica ha il fine fondamentale di chiarire, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo del consultante, sulla base del presupposto che discutere/discernere l’esperienza in modo chiaro, ricco, complesso e profondo sia condizione ottimale per orientarsi nel mondo.

        La consulenza filosofica riguarda l’esperienza di vita del consultante, cioè l’agire concreto in quanto connesso alle forme del pensiero.

        La consulenza filosofica pone i diversi interlocutori su un piano di parità e pari dignità, pur riconoscendo una diversità di ruolo;

        La consulenza filosofica richiede l’adesione esplicita e consapevole da parte del consultante.

        La consulenza filosofica non utilizza la filosofia in forma strumentale in vista di scopi propri di altri saperi, pratiche o discipline.

        La consulenza filosofica è contraddistinta da un generale atteggiamento di franchezza reciproca.

Nella consulenza filosofica nessun punto di vista viene accettato per via di autorità e tutte le argomentazioni, ivi comprese quelle prodotte dal filosofo, sono sottoposte al vaglio critico interno al dialogo.”

Come si può constatare si tratta di una metodica chiaramente distinguibile da altri interventi che concernano il rapporto tra pensiero e azione nell’uomo e quindi anche gli atti che questi può compiere.

L’omicidio di una donna e madre di Codroipo, come altri atti analoghi attesta come, più che la ricerca di particolari nevrosi, psico o sociopatie inerenti l’attore del crimine, che è il tipico percorso correntemente praticato, come si evince anche dai commenti dei testimoni, “ Chi lo avrebbe mai detto…. Erano così due brave persone… Come mai non ci si è accorti prima…” e via banalizzando, forse occorrerebbe prevedere l’apertura di sportelli di educazione etica e di chiarificazione sui valori esistenziali veri, progetti che potrebbero interessare le comunità locali e soprattutto le strutture amministrative del Comune, o religioso-comunitarie come la Parrocchia.

E dunque si tratta di un profondissimo tema e problema di cultura, nel quale la visione del mondo del maschio è ancora molto arretrata, prigioniera di una concezione patriarcale e arcaica dei rapporti d’affetto nella coppia. Nonostante la modernità abbia portato il comune sentire nella “cultura dei diritti” civili, sociali, del lavoro, etc., resta nel fondo dell’anima un sostrato che “permette” di pretendere, di possedere l’altro/ a, di non accettare l’autonomo esercizio della libertà individuale, che le leggi ora garantiscono, ma la psiche maschile, nel profondo, a volte non accetta.

Non dimentichiamo che le leggi civili e penali che distinguevano in gravità gli atti di infedeltà e l’omicidio se commessi da un uomo o da una donna, sgravando il maschio in modo radicale sono state in vigore fino a poco più di quaranta anni fa.

La psiche umana-maschile invece resta – per molti – nel passato.

Perciò, oltre al lavoro che possono fare e fanno i colleghi e le colleghe filosofi/ e pratici/ he, mi sono permesso di proporre qui luoghi e modalità di riflessione sui fondamenti delle vite umane, tutte, e dei valori che appartengono ad esse.

Certamente in una feconda alleanza collaborativa con psicologi, pedagogisti e psichiatri, occorrerebbe lavorare in team, sviluppando una indispensabile filiera di conoscenze sull’uomo, che nessuna specializzazione, di per sé, possiede in toto.

Il mito di Narciso

A corredo e documentazione scientifica del precedente post sullo stesso tema (o quasi), ho la grazia da parte dell’autrice, professoressa Anna Colaiacovo, carissima collega di Phronesis e valorosa docente di filosofia, di pubblicare questo saggio.

Nel mito, Narciso è un giovane bellissimo, che suscita passione negli altri, ma non è in grado di ricambiarli in alcun modo. Innamorato della propria immagine, muore perché non può congiungersi con essa.

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).

Innamorata di Narciso è la ninfa Eco che, punita da Era perché con le sue chiacchiere la distraeva dai tradimenti del marito, poteva ripetere soltanto le ultime parole pronunciate dall’altro. Eco si consuma d’amore per Narciso al punto che   di lei rimane solo… l’eco. Eco e Narciso si corrispondono: totalmente chiuso agli altri, Narciso ama la propria immagine riflessa nell’acqua. Non può farlo se non immergendosi in essa, e quindi morendo.  Completamente assorbita dall’altro, Eco non è più nessuno. 

I Greci proibivano all’uomo l’uso dello specchio, le donne ne avevano l’uso esclusivo. Perché?  Lo specchio rischiava di bloccare gli uomini in se stessi, mentre sappiamo bene che  nella Grecia antica spettava agli uomini occuparsi della sfera politico-sociale, aprirsi agli altri , mentre alle donne invece era riservata la casa e, in particolare, il gineceo. Le donne potevano uscire solo in particolari occasioni, durante le cerimonie religiose. Le donne avevano necessità dello specchio per prepararsi allo sguardo maschile, dovevano guardarsi prima di essere oggetto dello sguardo dell’uomo. La donna esiste come riflesso dell’altro ed Eco la rappresenta.

Narciso muore giovane. Alla sua nascita il vate Tiresia aveva previsto per lui una lunga vita, a una condizione però: Se non conoscerà se stesso. Il Conosci te stesso, quasi un paradigma della grecità, viene rovesciato. É paradossale che Narciso muoia per conoscersi, ma il punto è: per conoscere che cosa? Il riflesso di sé, l’essere nulla.

Lacan: Lo stadio dello specchio

Nel processo di costruzione dell’identità, lo stadio dello specchio (studiato da Lacan) è un passaggio fondamentale. L’essere umano, quando nasce, non è dotato, come gli animali, di istinti che  garantiscono l’adattamento al mondo esterno. La relazione con il mondo, tra l’ organismo e l’ambiente, è mediata dall’immaginario. Il bambino, tra i sei e i diciotto mesi,  di fronte a uno specchio, all’inizio cerca  di afferrare l’immagine che gli appare, come se si trattasse di un oggetto reale. Poi si rende conto che è un’immagine. Infine che è la sua immagine, diversa dalla madre che è con lui.  In una fase in cui  non ha ancora la padronanza del proprio corpo e si vive come frammentato, il piccolo acquista una prima consapevolezza di sè come un tutto unitario (la propria immagine unificata) attraverso lo sguardo dell’altro, perché è questo sguardo che conferma che è lui.

Ed ecco  allora  la pietra angolare dell’identità: Ho bisogno dell’altro per diventare me stesso. Ed è un processo cognitivo e affettivo insieme.

Ma chi sono io? Per dire IO abbiamo bisogno di raddoppiare noi stessi, abbiamo bisogno di un soggetto e di un oggetto: “Laddove mi vedo, non ci sono, dove ci sono, non mi vedo”. (Lacan)

Da un lato c’è un corpo-pulsionale, la grande ragione  del corpo (Nietzsche), dall’altro l’io immagine.

Ognuno di noi deve confrontarsi con questo doppio e con un’immagine di sè che è intima e nello stesso tempo estranea.

L’illusione narcisistica consiste nel tentativo (disperato) di far coincidere noi stessi con la nostra  immagine e nel non riconoscere all’altro da noi una realtà autonoma. Nel mito, infatti, Narciso, del tutto insensibile all’amore di Eco, muore perché sprofonda nell’acqua cercando di congiungersi  con la propria immagine.

Nel processo di costruzione dell’identità, la fase narcisistica è fondamentale, ma va superata attraverso lo sviluppo della capacità di entrare in relazione con l’altro. Occorre riconoscere che l’altro ha una vita separata dalla nostra, che non è semplicemente un oggetto preda del nostro narcisismo e non è neppure qualcuno in cui ci annulliamo completamente come avviene in un  film geniale come Zelig (1983) di W. Allen.

Una rappresentazione letteraria di Narciso

Il mito ci indica una strada che viene percorsa nella letteratura da altre figure che incarnano il narcisismo. Prima fra tutte: Don Giovanni (o Casanova). Sono  figure che attraggono molto, come accade spesso con i narcisi.

Chi è Don Giovanni?

Don Giovanni è invece fondamentalmente un seduttore. Il suo amore non è psichico ma sensuale, e l’amore sensuale secondo il suo concetto non è fedele, ma assolutamente privo di fede, non ama una ma tutte, vale a dire seduce tutte. Esso infatti è soltanto nel momento, ma il momento è concettualmente pensato come la somma dei momenti, e così abbiamo il seduttore”.[1]

Secondo Søren Kierkegaard, Don Giovanni è un esteta. L’etimologia della parola rinvia al termine greco “aistesis” che significa sensazione. L’esteta è colui che vive nell’immediatezza del desiderio,  Non sceglie mai, perché la scelta è quell’atto che porta al superamento dello stadio estetico e genera l’individualità e la personalità morale.

 Don Giovanni, nelle sue numerose varianti letterarie, conquista tante donne. Pensiamo alla lista che il servo Leporello esibisce nella famosa “aria del catalogo”, nel primo atto dell’opera di Mozart, su libretto di Da Ponte. É il desiderio ad avere un effetto seducente sulle donne anche se, poi, Don Giovanni utilizza la finzione e usa l’inganno per far sì che la realtà si pieghi ai suoi voleri. In realtà Don Giovanni, che è un camaleonte e diventa i personaggi che recita, coltiva l’illusione dell’onnipotenza e non conosce limiti; non può abbandonarsi al sentimento perché rischia di perdersi.

Narciso non consegna la propria immagine al confronto con l’altro. Caravaggio lo rappresenta mentre contempla la propria immagine nell’acqua, ed è un’immagine immersa nel buio; Don Giovanni non svela la propria identità: Donna folle! Indarno gridi: chi son io tu non saprai!, canta all’inizio del dramma giocoso di Mozart. Rivelarsi, infatti, andare autenticamente verso l’altro espone alla rottura del guscio narcisistico. E che cosa si nasconde dietro quel guscio? Il volto nascosto di narciso è, secondo Julia Kristeva[2], la depressione.

Chiariamo meglio questo punto. Nel momento in cui ognuno di noi si lascia andare all’amore si trova in una condizione di estrema vulnerabilità: ci si scopre indifesi, in balia dell’altro, esposti al rischio di fallimento e di sofferenza. Mantenerci aperti alle esperienze emotive, abbandonarsi alla fluidità del sentimento significa abbandonare tutte le corazze difensive e esporsi alla possibilità del tradimento e al dolore a esso connesso.

I narcisisti non sono disposti a correre questo rischio. Perché?

A un livello superficiale il narcisista si presenta come una persona dominante, sicura di sé, di successo.  In realtà è fondamentalmente un insicuro che non è in grado di affrontare la paura di doversi riconoscere e accettare come una persona inadeguata e vulnerabile e che, proprio per difendersi da questi sentimenti per lui inaccettabili, esprime una continua esaltazione di sé.

Attualità

La modernità liquida

Riprendiamo il discorso su Narciso volgendolo verso l’attualità. Possiamo dire che il tempo in cui viviamo educa al narcisismo, che è uno dei maggiori problemi dell’epoca contemporanea. Vediamo perché. L’età moderna inizia con il tramonto dell’ordine medievale, il rifiuto di ogni autorità trascendente e l’esaltazione dell’individualità. Individualità che significa libertà e responsabilità. Pensiamo a Cartesio, il padre della filosofia moderna. Parte dal dubbio, un dubbio che diventa radicale per arrivare poi alla prima certezza: cogito, ergo sum. La ragione si autolegittima, non ho bisogno di nessuno, neppure di Dio per affermarlo. L’io diventa consapevole della propria esistenza e della potenza della propria volontà. Siamo di fronte a un Io prometeico, con una profonda stima di sé, che in vari modi caratterizzerà i tempi moderni, in particolar modo l’illuminismo e lo sviluppo dell’economia politica. Prometeo come simbolo dell’orgoglio umano che con lo sviluppo della scienza e della tecnica infrange i limiti della natura per produrre progresso e ricchezza. 

La prima fase della modernità, quella solida, era fondata su istituzioni durevoli e stabili, su un controllo razionale dello spazio e del territorio, sulla negoziazione dei diritti. Dal punto di vista dell’individuo, era basata sulla fiducia: nelle proprie capacità (posso imparare a fare qualcosa), negli altri (ciò che ho appreso mi viene riconosciuto) e nelle istituzioni, nella loro stabilità (garantiranno che ciò che ho costruito nella mia vita varrà anche domani). Il pilastro di questo modello (secondo Bauman, endemicamente esposto al rischio di totalitarismo) era la razionalità, ovvero la fiducia nella capacità umana di conoscere e controllare, attraverso la scienza e la tecnica, il corso degli eventi e di indirizzarlo verso il progresso (considerato l’unico motore della storia).

L’esistenza di uno spazio pubblico, il luogo deputato alla discussione politica, testimoniava la presenza di una società civile in cui i cittadini potevano far sentire la propria voce e partecipare così allo sviluppo collettivo.

La società della modernità liquida, la nostra, è caratterizzata, invece, da una erosione della politica a scapito dell’economia: da leggi di mercato spietate e da istituzioni che non sono in grado di regolarne gli effetti (il mercato non persegue alcuna certezza, anzi prospera sull’incertezza). Oggi dominano la precarietà e la sfiducia (tutti lo sappiamo, basta guardarsi intorno) che Bauman ben rappresenta attraverso una metafora: “L’insicurezza odierna assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota”.[3]

La sfiducia nella politica e nella possibilità di cambiare il mondo (poiché sappiamo che il vero potere, nell’età della globalizzazione, è extraterritoriale e fluttuante), ci porta ad affrontare i problemi individualmente e a ricercare la nostra autenticità in un altrove che può essere il cibo, lo shopping, il ballo…

Il consumatore ha preso il posto del cittadino e gli spazi pubblici sono diventati i luoghi in cui scegliamo che cosa acquistare o quelli in cui ci divertiamo.

La cultura del narcisismo

In questa situazione quali spazi di autonomia può avere l’individuo? E quali relazioni può stabilire con i suoi simili?

Se la precarietà è dappertutto e rende incerto il futuro, il problema non è più quello di avere forze sufficienti per raggiungere un obiettivo domani, ma nell’essere continuamente vigili sulle strade percorribili (opportunità?), oggi. Privo di riferimenti certi, l’individuo deve agire in tempi rapidi, sempre pronto al cambiamento, in un continuo calcolo di costi e benefici. Ed ecco allora che l’identità personale prende la forma di una continua sperimentazione.  Secondo Christopher Lasch “le identità di cui si va alla ricerca ai nostri giorni sono quelle che possono essere indossate e poi scartate come un abito”.[4]  Da un lato, rispetto al passato, abbiamo certamente margini di libertà e flessibilità più ampi, ma, dall’altro, siamo esposti al rischio continuo di cadere nell’ansia da prestazione, perché, sul piano concreto, le libertà sono limitate e il singolo viene lasciato completamente solo, a tal punto  che tende a percepire gli altri come ostacoli per la sua affermazione. Se l’autoaffermazione, però, non si realizza, l’individuo tende a colpevolizzarsi: non sono stato capace. Da qui il rischio della depressione.

In un mondo di esperienze frammentate, gli individui hanno in comune la tendenza ai rapporti discontinui, ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata, ma l’unico gestore dei legami – immaginate la rete di internet con i relativi nodi – rimane il creatore stesso che ne ha il controllo e che può cancellare l’altro in un istante. Naturalmente, però, tutti gli individui hanno le stesse possibilità e da qui nasce una grande insicurezza.

Le relazioni, quando si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono viste come un impedimento verso altre opportunità, una limitazione delle libertà.

Nella modernità liquida il soggetto, estraneo alla vita pubblica, incapace di relazioni durevoli e di reale confronto con l’altro, tende a investire le proprie energie emotive nel culto di sé, del proprio corpo e della propria immagine. La libido è tutta concentrata su di sé e sottratta all’altro da sé.

Il selfie: narcisismo o bisogno di relazione?

Forse Steve Jobs non pensava, inserendo  sui suoi smartphone la fotocamera frontale, di dare avvio a comportamenti così compulsivi e diffusi come quelli che vediamo quotidianamente. Fotografarsi e condividere le foto sui social network è diventata, oggi,  una vera e propria mania.

Che cosa spinge persone di tutte le età a farsi un selfie  nelle condizioni e nei luoghi più impensati? Che senso ha  fotografarsi   durante un funerale (è accaduto anche questo!) o in una situazione talmente precaria da mettere a rischio la propria vita?  Certo, in questi comportamenti la componente narcisistica è molto forte, ma, accanto al bisogno di   rappresentazione di sé, c’è un’esigenza altrettanto forte di condivisione sociale. Convivono il  bisogno di specchiarsi e di testimoniare la propria presenza agli altri.

C’è, in definitiva, un problema di identità.

Nel tempo del  capitalismo avanzato, il potere, come ci ha insegnato Foucault,  non si presenta più in forma dispotica, ma entra nella vita e si insinua nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani. Si sviluppa  all’interno di un fitto reticolo mobile e concreto di rapporti, si  trasforma in un potere seduttivo apparentemente innocuo rispetto al passato e  prende la forma di regole comportamentali interiorizzate dai singoli. Il potere agisce sugli individui attraverso le “pratiche”, perché ognuno di noi diventa quello che è attraverso  quello che fa ogni giorno, attraverso i luoghi che abita, i  gesti che compie, le relazioni che intreccia, i dispositivi che utilizza.

I dispositivi (cioè qualsiasi cosa abbia la capacità di determinare e orientare pensieri, gesti, comportamenti) con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci inducono ad agire in un determinato modo, influiscono sul funzionamento del nostro cervello e ci trasformano. I dispositivi informatici, ad esempio, stanno cambiando radicalmente  il nostro modo di vivere e il nostro modo di vivere il tempo, dal momento che non esiste   più  una netta  distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero. Il mercato ci richiede di essere sempre connessi e visibili ed è una richiesta che è ormai diventata una nostra esigenza.

Siamo soggettività che si pensano libere e che  in realtà rispondono “liberamente” all’applicazione dei poteri.

La pratica del selfie, in particolare, rivela molto del nostro tempo, di una fase storica in cui l’accessibilità e la condivisione sembrano diventate un “obbligo” e  il confine tra pubblico e privato sfuma sempre più. 

Ma rivela soprattutto molto di noi, del nostro  bisogno ossessivo di esserci – IO CI SONO! GUARDAMI- che alimenta il dubbio di non esserci, nell’attesa spasmodica di un like.

Prof.ssa Anna Colaiacovo


[1] S. Kierkegaard, Enten-Eller, a c. di A. Cortese, vol. I, Adelphi, Milano 1981, p.163

[2] J. Kristeva, Sole nero, Feltrinelli, Milano, 1988

[3] Z. Bauman, la solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 28

[4] C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 1985, pag.24

“Narciso”, il bel giovine del mito greco-latino, e i suoi attuali emuli nostrani: Berlusconi, Salvini, Conte (in ordine temporale di “successo” personale), e alcuni altri, anche non meno in vista dei tre citati (almeno in parte), di cui tratterò nel testo. Parliamo del narcisismo, e anche della sua deriva istrionica: un disturbo non banale della personalità

Prima di tutto, il mio lettore può chiedersi l’origine del “nome” (ma credo la conosca) di questo atteggiamento-comportamento verso la vita propria e quella degli altri, che ha indubbiamente anche una connotazione nevrotica, come vedremo più avanti, citando i testi scientifici e letterari più accreditati, ed esemplificandolo con la proposizione di tre persone, di tre “figure” politiche italiane del nostro tempo: Berlusconi, Salvini e Conte. Non trascurerò di citare anche un testo biblico che ha profondamente a che fare con Narciso, il Qoèlet, l’Ecclesiaste. Vedremo in quale modo.

Intanto parto dal mito di Narciso, così come è riportato dalla tradizione letteraria greco-latina.

Narciso (in greco antico: Νάρκισσος, Nárkissos) è un personaggio mitologico della tradizione greca. Si tratta di un ragazzo molto bello, molto attivo nella caccia. Il suo carattere, però, è disdegnoso verso gli altri fino a uno spregio un po’ crudele. Come sempre, se abbiamo presente i racconti dei grandi poemi epici, gli “Dei” sono gelosi degli uomini che hanno particolari doti, per cui, anche nei confronti di Narciso, non sopportandone la “popolarità”, possiamo dire con un’espressione moderna, lo puniscono con la morte, che è quasi – nei modi in cui è avvenuta – una morte auto-inflitta dalla sua vanità: Narciso si specchia in un corso d’acqua, si compiace della bella immagine che vede, perde l’equilibrio, cade in acqua e muore annegato. Vien da dire che quell’atletico ragazzo non sapeva nuotare…

Già a questo punto verrebbe da dire che l’autocompiacimento vanesio fa perdere l’equilibrio mentale, o no?

Vi sono varie versioni del mito: una si trova nei Papiri di Ossirinco ed èattribuita a tale Partenio; un’altra nelle Narrazioni di Conone, datata fra il 36 a. C. e il 17 d. C, mentre le più note sono la versione di Ovidio, contenuta nelle Metamorfosi, e quella di Pausania, presente nella sua Guida o Periegesi della Grecia.

Si tratta di racconti di carattere morale, nei quali Narciso appare come un superbo insensibile, che perciò viene punito dagli dei, che gli rimproverano di non aver accettato nessun compagno, nemmeno Eros: un ammonimento ai giovani di quei tempi?

In dettaglio esaminiamo il mito greco: Narciso aveva molti innamorati, che lui costantemente respingeva fino a farli desistere dal… volerlo omosessualmente. Solo un giovane ragazzo, Aminia, non si dava per vinto, tanto che Narciso gli donò una spada perché si uccidesse. Aminia, obbedendo al volere di Narciso, si trafisse l’addome davanti alla sua casa, avendo prima invocato gli dei per ottenere una giusta vendetta, il cui compimento avvenne come sappiamo. Si tratta del racconto dell’immagine riflessa e dell’innamoramento (stupidissimo) di Narciso per se stesso e della sua mortale caduta in acqua.

Il racconto, però, nelle diverse narrazioni, ha due esiti finali: il primo è quello dell’annegamento, mentre il secondo racconta del suicidio con la spada da parte di Narciso, la stessa spada che aveva donato ad Aminia affinché si uccidesse. Dal sangue sparso di Narciso sarebbe nato dalla terra l’omonimo fiore.

Per chi ama il genere posso consigliare di leggere l’ampia versione ovidiana nelle Metamorfosi, dove il poeta narra anche della nascita e della vita del bel giovane, quasi, come si dice oggi, costruendo un prequel.

Interessante il fatto che, nel compiersi della tragedia finale, dopo alcuni interventi dei massimi dèi olimpici, fu la volta di… Nemesi (eccola qua!), che condusse Narciso alla sua “giusta” fine di superbo e vanesio.

Il romantico funerale fu celebrato dalla ninfe Naiadi e Driadi, che cercarono il corpo per innalzarlo sul rogo, ma trovarono “solo” il fiore omonimo. Struggente! (non scherzo).

Vi è però una contraddizione in questo racconto, perché il poeta greco Pamphos, prima che il mito fosse molto diffuso, scrisse nei suoi versi che quando Persefone fu rapita da Ade, stava raccogliendo proprio dei narcisi.

Narciso come fonte di ispirazione artistica

Il mito di Narciso è stato una continua fonte d’ispirazione per gli artisti fino ad oggi, sia nella pittura, sia nella musica, oltre che in altre narrazioni. Caravaggio, Nicolas Poussin, William Turner e Salvador Dalì, tra altri.

La letteratura contemporanea si è rivolta al mito di Narciso con John Keats, e soprattutto, direi, nelle opere filosofiche e letterarie di André Gide con Il Trattato di Narciso, 1891, e Oscar Wilde, autore del celeberrimo Il ritratto di Dorian Grey. Né trascurabili sono alcuni personaggi “narcisiani” (e narcisisti) in Dostoevskij, come Jakov Petrovic Goljadkin ne Il sosia, 1846.

Anche Stendhal ne Il rosso e il nero (1830) propone nel personaggio di Mathilde un tipico carattere narcisista: dice difatti il principe Korasoff a Julien Sorel: “Guarda solo se stessa, invece di guardare voi, e così non vi conosce”.

In qualche modo, perfino Hermann Melville si riferisce al mito di Narciso nel suo romanzo Moby Dick, quando Ismaele spiega che il mito è la chiave di tutto, riferendosi alla questione se sia possibile ritrovare l’essenza della verità all’interno del mondo fisico.

In Italia troviamo Giovanni Pascoli: nei Poemi Conviviali egli dedica il poemetto I Gemelli a Narciso, traendo ispirazione dalla variante riportata da Pausania.

Per finire, cito anche Rainer Maria Rilke, che non trascura il tema del narcisismo in molte sue liriche, come fa anche Edgar Allan Poe… e Hermann Hesse (Narciso e Boccadoro), William Faulkner in Santuario, Paulo Coelho in L’alchimista… Pare proprio che Narciso sia pervasivo, a dir poco.

In Musica troviamo parecchie citazioni. Alcune: a Narciso è dedicato il secondo pezzo del trittico dei Miti op. 30 per violino e pianoforte, del compositore polacco Karol Szymanowski, License to Kill di Bob Dylan; il gruppo metal greco Septic Flesh ha inciso una canzone su Narciso (intitolata Narcissus) nel suo album Communion; il testo della canzone Reflection dei  Tool è parzialmente incentrato sul mito di Narciso; altre canzoni inerenti al mito sono: Narcissus di Alanis Morissette, The daffodil lament dei The Cranberries e Deep six di quel narciso di… Marilyn Manson.

In Italia troviamo: Narciso, tratta dall’album Pierrot Lunairee del gruppo omonimo, La lira di Narciso, tratta dall’album Bianco sporco dei Marlene Kuntz, Parole di burro tratta dall’album Stato di necessità di Carmen Consoli, Una storia d’amore e di vanità di Morgan (Da A ad A. Teoria delle catastrofi), La Cantata del Fiore di Nicola Piovani, et alii...

Un degno finale di queste citazioni può essere il seguente: Pink Narcissus (1971) è un film di James Bidgood sulle fantasie di un ragazzo dedito alla prostituzione maschile.

Il “narcisismo” in Psicologia

Nel 1898 Havelock Ellis, un sessuologo inglese, usa il termine narcissus-like in un suo studio sull’autoerotismo, riferendosi alla “masturbazione eccessiva”, quando la persona diventa il proprio unico oggetto sessuale, essendone soggetto. Soggetto e oggetto insieme.

Nel 1899, lo psicologo tedesco Paul Näche è il primo studioso ad utilizzare il termine “narcisismo” in uno studio sulle “perversioni” sessuali, per come erano ritenute allora.

Nel 1911, Otto Rank pubblica il primo scritto che possiamo definire “psicoanalitico” specificamente centrato sul narcisismo, collegandolo alla vanità e all’auto-ammirazione superba.

E veniamo al clou di queste ricerche: nel 1914 Sigmund Freud pubblica il saggio Introduzione al narcisismo, nel quale sviluppa il significato del termine, con i concetti di narcisismo primario e di narcisismo secondario o protratto.

Da qualche decennio il narcisismo è considerato un disturbo della personalità come amore esagerato di un soggetto umano verso la propria immagine e per se stesso. Alcuni testi:

A pag. 191 del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali per la Medicina generale, edito da Masson in Milano nel 2004, poi aggiornato alcuni anni fa, ma senza sostanziali modifiche nei temi qui trattati, si leggono, all’interno del capitolo sui Disturbi di personalità, le seguenti considerazioni al punto F60.8:

DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia (ecco!, ndr). Per esempio, il soggetto ha fantasie di successo o potere illimitati, crede di essere “speciale”, richiede eccessiva ammirazione, ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, sfrutta le relazioni interpersonali, invidia gli altri (suggerisco di considerare il significato etimologico-morale del gravissimo vizio dell’invidia, ndr), ed è arrogante.

Ed inoltre: I soggetti con Disturbo Narcisistico di Personalità chiedono con insistenza attenzione ed ammirazione, ed inizialmente possono anche idealizzare gli altri, per poi disprezzarli se sono “guardati dall’alto in basso” o delusi. Possono essere comuni anche la ricerca del “miglior” medico e il richiedere una particolare attenzione. Il soggetto può avere difficoltà ad accettare o ad adattarsi alla diagnosi di una condizione medica generale, che trova incompatibile con l’idea grandiosa ed onnipotente che ha di se stesso.

Nel capoverso F60.4, a pag. 190-191, troviamo un’altra specifica del Disturbo di Personalità, quello Istrionico, che spesso è correlato con quello narcisistico. Ne possiamo constatare la presenza in due dei tre personaggi qui citati: Berlusconi e Salvini.

Leggiamo: DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione. Per esempio, il soggetto si sente a disagio quando non è al centro dell’attenzione, è inappropriatamente seduttivo da punto di vista sessuale, manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale, utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione, auto-drammatizza e considera le relazioni più intime di quanto lo siano realmente.

E inoltre: I soggetti affetti da Disturbo Istrionico di Personalità possono cercare di evitare o dimenticare sensazioni o idee “inaccettabili” o spiacevoli, come l’appuntamento con il medico ola gravità del loro stato di salute generale. Spesso si servono di manifestazioni emotive per controllare gli altri (per e. attirare l’attenzione, far prender agli altri la responsabilità della situazione, o fare in modo che gli altri “cambino argomento”).

Come si può notare, in tutti e due i casi esemplificati, si possono notare dei tratti di personalità molto specifici ed evidenti, presenti in molti soggetti, caro lettore, anche di tua e di mia conoscenza. Personalmente potrei fare un elenco di almeno una decina di persone narcisiste e/ o istrioniche da me sufficientemente conosciute, che talora occupano posizioni assai importanti nel mondo. Ovviamente, nell’ambito delle mie relazioni interpersonali.

E ciò vale per tutti gli esseri umani in tutte le nazioni e territori (capi di stato e di governo, capi politici e tribali), settori e ambienti (economia, finanza, scuola-università, chiese, ambiti militari, arte e spettacoli, etc.).

…e ora leggiamo un testo “classico” appartenente ai Libri sapienziali della

BIBBIA, nel Qoèlet (in ebraico קהלת, Qohelet, dal probabile pseudonimo dell’autore; in greco  Ἐκκλησιαστής, Ekklesiastès, “il radunante, il convocatore”; in latino Ecclesiastes o Qoelet),  scritto probabilmente nel III o IV sec. a . C.

Al I capitolo, possiamo leggere versi filosofici come i seguenti:

[2]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
[3]Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?
[4]Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
[5]Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
[6]Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
[7]Tutti i fiumi vanno al mare,
eppure il mare non è mai pieno:
raggiunta la loro mèta,

i fiumi riprendono la loro marcia.
[8]Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l’occhio di guardare
né mai l’orecchio è sazio di udire.
[9]Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
[10]C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è gia stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
[11]Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.

Evito qui una disamina esegetico-teologica del glorioso brano biblico, perché il suo senso e il suo significato teorici e fattuali sono evidenti. Giova solo ricordare come, anche sulla base di questo scritto antichissimo, il narcisismo possa essere considerato come un sorta di sottospecie della vanità, così come questo vizio è un prodotto di un vizio maggiore l’orgoglio spirituale, parente stretto del vizio peggiore,che è la superbia, padre e madre di tutti i vizi. Mi pare non poco.

ECCO! e ora…

Alcuni “narcisi” italiani della politica

BERLUSCONI

Non è necessario spendersi molto su questo importante uomo dell’economia e della politica italiana dell’ultimo trentennio. Chiamato “sua emittenza”, si è occupato oltre che di edilizia (sulla tracce paterne), di comunicazione televisiva e di produzione cinematografica. Quasi trent’anni fa è “sceso in campo” in politica (come ama dire lui da sempre) e ha vinto spesso, diventato per tre volte capo del Governo, e continuando a governare – assieme a un paio di amici fidatissimi (Confalonieri e Galliani sopra tutti, e i figli “di primo letto”) – i suoi interessi economici. E’ diventato l’uomo del conflitto di interessi, e per la sinistra politica, salvo rari casi, non è stato ma “sdoganato”. Gravissimo errore di lettura della realtà fattuale.

E’ stato oggetto di molte attenzioni da parte delle Procure per i suoi non pochi “vizi” privati che lui ha tentato di far passare per “pubbliche virtù”. “Araba fenice”, è stato dato per morto in tre decenni almeno tre volte ed è “resuscitato”, si fa per dire. Anche oggi, nel 2022, una cospicua parte della politica liberal-conservatrice italiana non può fare a meno di lui.

Non aggiungo altro, se non sottolineare il fatto che tutto il suo agire è sempre stato caratterizzato da una sovraesposizione inaudita della sua persona, con una continua manifestazione teatrale di un istinto naturalmente istrionico ed egocentrico. Non serve dire altro.

SALVINI

Quest’uomo è un parvenù della politica localistica esplosa in Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, sprovvisto, a differenza di Berlusconi, di ogni acclarata capacità di operare professionalmente in qualsivoglia settore lavorativo. Diplomato al liceo classico, non si è laureato e ha iniziato a fare politica a sinistra, nei centri sociali. Poi ha conosciuto altri due più o meno come lui, Bossi e Maroni (che comunque potrebbe fare l’avvocato e quindi è ben diverso da lui), e li ha soppiantati, avendo mostrato nei tempi kairologici giusti, la capacità di parlare al “popolo leghista”, che da meramente “Padano” lui ha saputo trasformare in “Nazionale”. Il suo merito, per dire, è stato quello di trovare i toni e i temi giusti per coalizzare legittime aspirazioni del “Popolo del Nord” attivo e produttivo, con la critica alla burocrazia “romana” e brussellense. Il suo “Lega – per Salvini” è riuscito a diventare anche il primo partito tra il ’19 e il ’21, salvo poi farsi superare dalla destra più vera, dalla non-amata Meloni.

La sua politica è riuscita ad andare d’accordo con tutti, perfino con i “grillini” da cui lo distanziavano molte prospettive, due governi, uno con e uno contro. E un terzo in compagnia di altri. Mica facile. Un elemento, però, lo ha obiettivamente avvicinato ai 5S: un populismo disordinato e contraddittorio, adatto, più che alla progettualità politica, alla ricerca del contrasto e dello sfascio sistematico del dibattito, con l’utilizzo di un linguaggio semplificato e banalizzante, con una postura non-verbale e para-verbale costantemente aggressiva e urlante. La Lega è ancora salva e salvata da altri dirigenti, di cui vanno apprezzati il senso civico e le capacità amministrative: parlo di Giorgetti, di Zaia e perfino di Fedriga. Grazie a Dio ve ne sono anche altri oltre a questi, nelle comunità locali, che in parte rimediano agli errori del cosiddetto, autodefinitosi “capitano”. E de che?

L’ultimo atto da “narciso” impenitente lo ha commesso in questi giorni con l’annunzio di un suo viaggio in Russia per parlare di pace con Putin. A che titolo? Lasciamo stare, ne ho già scritto qui.

Sotto il profilo della personalità, è proprio il narcisismo istrionico a costituirne la cifra comunicativa e anche morale. Come narciso-istrione, Salvini è un autentico campione.

CONTE (non-Antonio e non-Paolo, che nei loro campi sono eccellenti!).

Su Conte Giuseppe vorrei spendere solo due righe, ma non sono uno stenografo, oppure dovrei saper scrivere in ebraico. Mi accingo. Conte è un avvocato pugliese, di ufficio romano, che quattro anni fa è assurto agli onori di tutto. Dal nulla mediatico a capo del Governo. Sinceramente non ho mai capito neanche quanto “grillino” fosse o sia. Nulla lo apparenta al piglio terzomondista da barzelletta di un Dibattista, e neppure alla seriosità delle “grilline”, che imparano lezioncine a memoria per apparire politiche serie. Secondo me, Grillo lo stima molto poco, ma fa di necessità virtù, e lo tiene.

Se continua così, il prossimo anno il suo partito (posto che sia ancora suo) percepirà il giusto premio dall’elettorato illuso e deluso del 2018: dico il 15% per caritas patriae.

Ho già a sufficienza commentato in questo sito, il suo (per me) insopportabile timbro vocale, a di più la scarsissima capacità di argomentare riflessioni che siano, sia comprensibili, sia non banali, sia provviste di contenuti. E qui mi fermo.

Sotto il profilo del nostro tema, l’ex capo del Governo è uno di quei “narcisi” che non privilegiano l’istrionismo, perché prefierono la falsa modestia. E questi mi fanno ancora più nervoso degli altri. Sopporto meglio l’istrione di quanto non sopporti il falso modesto, della cui tipologia umana ho scritto recentemente in un altro articolo.

Finisco citando altri due, di differente natura hominis, mentis experientiaeque: Beppe Grillo e Matteo Renzi. Sul secondo mi limito a dire che, nonostante sia un valoroso (ehm) narcisista, ha una capacità politica di proposta di tutto rispetto, per cui si trova nell’elenco solo per questa caratteristica deleteria che in (buona) parte lo limita come persona e in efficacia politica.

Grillo, invece, ha contribuito a fare danni enormi all’Italia: basti pensare al reddito di cittadinanza, che è una misura costosa, inutile e demotivante sotto il profilo morale ed esistenziale. Potrei dire di più, ma l’articolo è già troppo lungo, e perciò qui mi fermo veramente, concedendomi un’ultimissima osservazione:

ove e quando il lemma italiano “successo”, per i citati “narcisi” riesca ad acquisire un’accezione più verbale e letterale che metaforica (socio-politico-economica relativa al potere acquisito), potrà iniziare un loro percorso individuale di rinascita (redenzione) morale.

E mi spiego: “successo” dovrebbe tornare ad essere ciò che in origine è, il PARTICIPIO PASSATO del verbo succedere.

Last but not least, utilizzo con il suo permesso un piccolo brano della professoressa Anna Colaiacovo, collega di Phronesis, che in un saggio sul narcisismo ha scritto:

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).”

Bene, il rischio per i narcisi, anche per quelli su cui ho scritto sopra, è anche quello di un definitivo intorpidimento intellettuale. Contenti loro…

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