Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Autore: Renato Pilutti (page 1 of 160)

“Ambiguità & Complessità”, sintagma che sollecita un necessario dialogo linguistico-concettuale

Il modo infinito verbale “dis-ambiguare” – riportato in vari lemmi di wikipedia – già presenta al mondo virtuale l’importante concetto dell’ambiguità, che in lingue come quelle di derivazione greco-latina consentono un’ampia polisemanticità, fatta sia di polisemie vere e proprie, sia di similitudini, di metafore, di allegorie e di analogie, là dove i campi semantici a volte quasi si sovrappongano o, più spesso, si sfiorano sui rispettivi “confini”, se così li si può chiamare.

Infatti, la polisemia è una delle entità principali di questo ambito dell’analisi linguistica, che consente amplissime possibilità espressive, cogliendo le sfumature più prossime al focus dell’etimo, e anche quelle più remote, in un quasi-continuum di significati, che talora superano anche le obiettive dimensioni “discrete” (in senso matematico) di ogni lemma.

Mi spiego: basti pensare al termine “amore”: può qualcuno ragionevolmente affermare di poter dire tutto-ciò-che-si-può-dire sull’amore? Se qualcuno lo fa c’è da insospettirsi, poiché, o si tratta di un presuntuoso oppure di un ignorante sotto il profilo “tecnico” (qui si ricordi la mia convinta distinzione, più volte presentata in questa sede e altrove, fra “ignoranza tecnica” che può non essere colpevole, del tipo “io non so di fisica nucleare e non ne parlo, ma ascolto con rispetto chi conosce questa disciplina”, e “ignoranza colpevole”, con ciò intendendo che, pur occupandomi di cose e materie determinate, ne parlo senza averne cognizione scientifica, del tipo “posso parlare di ciò che voglio”). E di quest’ultima specie umana ho diverse raffigurazioni televisive e telematiche: ad esempio, di matematici che dissertano di teologia sotto un sorrisetto… ambiguo e di sufficienza.

L’ignoranza tecnica, ovviamente, non evidenzia profili etici e di responsabilità morale, l’ignoranza colpevole, sì. Aggiungo: l’ignoranza colpevole ha particolare rilevanza in termini di giudizio sul rilievo morale degli atti umani liberi. In ambedue i casi è assente il sapientissimo “sapere-di-non-sapere” socratico, e dunque manca radicalmente un approccio sano e realistico alla conoscenza.

La polisemia è intrinsecamente ambigua in senso tecnico, perché richiede di approfondire immediatamente l’analisi del senso di un lemma-significante- dentro-un-contesto. Mica poco!

L’ambiguità ha comunque avuto nei tempi storici diverse declinazioni, non poche delle quali poco positive, o addirittura negative. Si pensi all’ambiguità implicita delle arti diplomatiche, dove il dire/ non-dire è una specie di must, di obbligo inderogabile. Il diplomatico ha a disposizione tante maschere quanti sono i suoi interlocutori e gli ambienti nei quali opera: uno degli esempi storici dell’ambiguità politica è stata – in decenni e anni assai recenti – quella che i politologi chiamano “la doppiezza comunista”, ad esempio riferita alla leadership del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti: doppiezza da valutare attentamente. Vediamola: quando nel 1944 “Ercoli” (era il suo nome di battaglia antifascista e antinazista) spiegò ai suoi compagni del PCI che l’Italia non avrebbe seguito l’esempio dei paesi dell’Est europeo che di lì a poco sarebbero entrati nell’orbita dell?Unione Sovietica come “satelliti”, poiché a Yalta i tre “Grandi” avevano stabilito altro di nettamente diverso, nel PCI stesso vi erano posizioni che non ritenevano la linea togliattiana inderogabile, ma solo ad usum delphini, vale a dire “per la propaganda”, poiché non si dovevano allarmare le altre forze politiche antifasciste, in primis il Centro destra liberal-repubblicano e la Democrazia cristiana, ma anche gli Azionisti e i Socialisti.

Un Pietro Secchia e un Vittorio Vidali, che avrebbe riconosciuto volentieri la sovranità non solo sulla Venezia Giulia, ma quasi sull’intero Friuli a Tito, certamente non rimanevano personalmente (e non solo) pedissequamente fedeli alla linea del compagno Palmiro, perché per loro la Resistenza non avrebbe potuto e dovuto concludersi se non con una rivoluzione socialista, tale da cambiare i destini dell’Italia dalle fondamenta socio-economiche e politiche.

Non dimentichiamo che, a proposito di “album di famiglia”, come spiegò con spietata lucidità Rossana Rossanda una trentina di anni fa, uno dei due o tre fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini, figlio di partigiani, ebbe a dire più volte che i vecchi compagni comunisti, operativi nel ’45, avevano nascosto le loro armi per fare la rivoluzione, e quindi per completare il processo socio-politico verso un socialismo italiano (ebbene sì), di ispirazione sovietica.

Se tutto ciò risulta plausibile, potremmo anche dire e ammettere che l’ambiguità togliattiana servì a gestire, a controllare i suoi compagni più decisi a proseguire sulla strada di una socialistizzazione dell’Italia fino a una conversione politica, cioè all’accettazione (forse un po’) rassegnata del sistema democratico-parlamentare. Non ho dubbi ad affermare, da socialista riformista qual sono, che Togliatti operò per il “bene comune”. Di quello che realmente avesse nel cuore e nella mente Togliatti, penso che non possiamo né pensare né dire alcunché di assolutamente certo. La sua fu, dunque, ex post, un’ambiguità utile, anzi necessaria per il successo dei fatti successivi. Infatti, Costituzione repubblicana democratica, voto alle donne, pluralismo partitico, ruolo dei sindacati, etc., furono i frutti di un processo nel quale Togliatti ebbe parte importantissima.

L’ambiguità produce certamente, nei modi più vari, incertezza, togliendo tranquillità e assolutezze… cosicché nell’ambiguità non si possono declinare i racconti sussumendone una verità intrinseca, anzi, in un contesto ambiguo la verità è una specie di ospite non gradito, si può dire.

Epperò l’ambiguità nei rapporti umani e professionali non è una virtù, perché li rende faticosi e spesso immorali. Indossare maschere va bene, ma non sulle cose essenziali come la qualità e la sincerità delle relazioni affettive. Prima o poi, meglio prima che poi, bisogna dirla “giusta” a chi ci vuol bene, a chi si stima, alle persone con le quali si collabora.

Il concetto di complessità si collega obiettivamente al concetto di ambiguità. Ciò che è complesso è per sua natura ambiguo, perché non definibile all’interno di contorni certi ed evidenti. Essa si può scientificamente e storicamente riferire agli studi del fisico-matematico ottocentesco Henri Poincaré e a quelli, della prima metà del Novecento, di studiosi come Hadamard, Lyapunov, Schrödinger, etc.. Altri nomi di scienziati interessati al tema sono i seguenti: Alexander Bogdanov, Werner von Foerster e Warren Weaver che pubblicò nel 1948 il fondamentale saggio “Science and Complexity”.

L’impiego del computer permise negli anni ’50 del XX secolo a Edward Lorenz di parlare del noto “effetto farfalla”, in base al quale ogni minimo movimento atmosferico influisce su tutta l’atmosfera, in quanto struttura dinamica e interrelata.

Negli anni ’60 del ‘900 Ilya Prigogine indagava i sistemi lontani dall’equilibrio intrinseco, favorendo lo sviluppo di una epistemologia scientifica come la sistemistica transdisciplinare , in particolare per merito di von Bertanlanffy, e del filosofo Edgar Morin, che previde un sistema per il pensiero complesso., come vedremo più avanti.

Proviamo ad esaminare l’etimologia del termine “complesso”. Esso deriva dal verbo latino “complector”, che significa cingere, tenere avvinto strettamente, vale a dire – in metafora – abbracciare, comprendere, unire tutto in sé, riunire in un solo pensiero e in una sola denominazione, oppure legame, nesso, concatenazione

Inizia dal XVII la riflessione-confronto fra il concetto di complessità e quello di complicazione, laddove: una cosa è complessa se consta di innumerevoli parti interrelate, che influiscono una sull’altra, e dunque può essere solo interpretata, mentre una cosa è complicata (dal verbo latino complico, cioè piegare, arrotolare, avvolgere), se può essere spiegata, come un lenzuolo che si può (dis-)spiegare da… piegato, compiegato, complicato che era prima.

Si tratta proprio di una epistemologia della complessità, portata avanti, come si dice, da due autori sopra citati come Prigogine e Morin, ma anche da De Toni e Comello, che nel 2005 pubblicarono da UTET un testo molto importante come Prede o ragni. (cf in molti miei testi in tema)

La complessità o teoria della complessità è adatta ad esempio al linguaggio colloquiale, al funzionamento delle reti telematiche, ma anche a quanto avviene nel modello termodinamico e alle facoltà auto-organizzative della mente umana. La complessità è un tema… complesso!

In generale un problema è lineare se lo si può scomporre in un insieme di sotto-problemi indipendenti tra loro. Quando, invece, i vari componenti/aspetti di un problema interagiscono gli uni con gli altri così da renderne impossibile la separazione per risolvere il problema passo-passo e “a blocchi”, allora si parla di non-linearità.

I modelli complessi sono indispensabili, essendo una specie di sintesi fra i sistemi naturali e i sistemi costruiti dall’uomo utilizzando discipline come la meccanica, l’elettronica, la chimica, la fisica, la chimica, la biologia e l’economia. Il legame fra tutte queste discipline può essere la logica filosofica, che mette in contatto i saperi mediante una metodica trasversale e sistematica. Le tecno-scienze contemporanee confermano questa visione della cultura e della scienza applicate.

Un sistema complesso prevede che si muova attraverso azioni e retroazioni, o feedback, sia che si tratti di un’azione orizzontale del tipo “io dico una cosa a uno” – “lui mi risponde”: in questo caso si tratta di un’azione e di una reazione, ma occorre tenere conto anche di tutto ciò che accade tutt’intorno, nell’òlos, nel tutto, poiché molto di ciò che re-agisce non è evidente, come accade nel dialogo inter-soggettivo, nel quale abbiamo domande e risposte evidenti, ma anche risposte in-evidenti, sotterranee, suggestive, pre-formali… auto-organizzate, emergenti, imponderabili… quantistiche in senso metaforico.

Ecco alcuni esempi di sistemi complessi: le cellule, la crosta terrestre, il sistema del clima, gli ecosistemi, tutti gli organismi viventi, il sistema umano (endocrino, linfatico, respiratorio, cardiocircolatorio, neurologico, limbico, linfatico, immunologico, nervoso…), e poi: i sistemi sociali, politici, economici, finanziari, religiosi, associativi, etc.i

La relazionalità nei e tra i sistemi produce complessità, allontanandosi sempre più dalla complicazione, come hanno sempre meglio spiegato studiosi che si sono specializzati su questi temi. Tra i principali: il Santa Fe Institute, fondato nel  1984 – si è particolarmente dedicato allo studio dei sistemi complessi adattativi (CAS – Complex Adaptive Systems), cioè sistemi complessi in grado di adattarsi e cambiare in seguito all’esperienza, come ad esempio gli organismi viventi, caratterizzati dalla capacità di evoluzione: cellule, organismi, animali, uomini, organizzazioni, società, politiche, culture , etc.(Holland, 2002). Gregory Bateson e Edgar Morin sono fra gli autori che si sono spesi con più costanza nella ricerca che oramai si denomina “scienza della complessità”.

Tra la teoria dei sistemi e quella della complessità si è dato vita alla teorizzazione dei sistemi dinamici complessi. Per quanto concerne l’essere vivente si sono spesi in particolare studiosi come Ludwig von Bertalanffy, Humberto Maturana e Francisco Varela, mentre in Italia non si possono trascurare le ricerche di Alberto F. De Toni e Luca Comello dell’Università del Friuli. In ambito psicoanalitico si sono mossi negli ultimi anni nel Boston Process of Change Study Group, Daniel Stern e Louis Sander.

I sistemi complessi adattivi (CAS o Complex Adaptive Systems nelle ricerche anglosassoni) sono dinamici e auto-organizzantisi, di cui propongo alcuni esempi: comunità o gruppi di persone che stanno insieme per lavoro o per altre ragioni, il cervello umano, le reti informatiche, il sistema corpuscolare ondulatorio delle microparticelle (da Heisenberg in poi), etc.

«Un CAS può essere descritto come un instabile aggregato di agenti e connessioni, auto-organizzati per garantirsi l’adattamento. Secondo Holland (1995), un CAS è un sistema che emerge nel tempo in forma coerente, e si adatta ed organizza senza una qualche entità singolare atta a gestirlo o controllarlo deliberatamente. L’adattamento è raggiunto mediante la costante ridefinizione del rapporto tra il sistema e il suo ambiente (co-evoluzione). Il biologo americano Kauffman (2001) sostiene che i sistemi complessi adattativi si muovono in paesaggi adattabili, o elastici, (fitness landscape), in continua deformazione per l’azione congiunta dei sistemi stessi, di altri sistemi, e di elementi esogeni.»
(“Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità“, De Toni e Comello, 2005)

Dalla non-linearità di interazione tra le componenti di un sistema e la loro auto-organizzazione scaturisce l’attitudine di questo a esibire proprietà inspiegabili sulla base delle leggi che governano le singole componenti stesse:

«Il comportamento emergente di un sistema è dovuto alla non-linearità. Le proprietà di un sistema lineare sono infatti additive: l’effetto di un insieme di elementi è la somma degli effetti considerati separatamente, e nell’insieme non appaiono nuove proprietà che non siano già presenti nei singoli elementi. Ma se vi sono termini/elementi combinati, che dipendono gli uni dagli altri, allora il complesso è diverso dalla somma delle parti e compaiono effetti nuovi.» (ivi)

Ogni riduzionismo epistemologico viene dunque criticato e messo in questione dalla nozione o scienza della complessità, che trova nella fisica delle particelle (cf. supra Heisenberg et fisici successivi) e nella fisica atomica. La stessa scala geometrica che prevede una successione del genere: particelle sub-atomiche, atomi, molecole, tessuti o cristalli, etc., viene così implementata in modo nuovo e inatteso, che si basa su leggi diverse e caotiche. Legge caotica, appunto, un ossimoro che esprime tutto ciò che appunto non è descrivibile: evidenze imponderabili (cf. Wittgenstein) nelle relazioni umane, caos ricomponentesi nella dimensione fisica e biologica.

Ad esempio, nell’uomo bio-psico-macchina la coscienza, il linguaggio o la capacità auto-riflessiva sono ritenute proprietà emergenti perché non spiegabili dalla semplice interazione tra neuroni. Che cosa è la coscienza? Siamo sempre lì. La risposta migliore è sempre quella classica, metafisica: la coscienza è la persona stessa.

Si può dire che il confine tra il caos e un sistema ordinato è lo spazio delle possibilità, secondo condizioni obiettive di possibilità. Ad esempio, si può prevedere come finirà una riunione politica o aziendale, se con un accordo, un semi-accordo o un disaccordo su tutto?

Un altro esempio che emerge dal caos è quello delle folle, degli assembramenti e anche dei consumatori. E’ impossibile prevedere che cosa può accadere in un ambito che Gustave Le Bon (da me citato non poche volte in questa sede) ha così bene studiato in ambito di psicologia sociale e di sociologia statistica. In uno stadio pre e post-Covid, in una manifestazione sociale, in una rivolta, in un’azione militare (anche se ben programmata) può accadere l’imponderabile, l’inatteso, l’inaudito…

Un altro ambito caotico, anche se statisticabile (in qualche misura) è quello dei consumatori. In tema esistono fior di ricerche che desiderano scandagliare le intenzioni di acquisto in un dato momento-in un dato mercato-di un dato prodotto. Le maggiori società industriali e commerciali si basano, per la programmazione delle proprie attività, anche su queste ricerche, oltre che sui dati storici e le esperienze acquisite. Anche in questi ambiti si possono registrare forme di auto-organizzazione dal caos, nelle quali la complessità fa premio su qualsiasi linearità causale.

Filosoficamente si può pensare che il teorema della complessità potrebbe aggiungersi ai quattro classici della ricerca: a) l’analisi, b) la sintesi, c) l’analogia, d) il dialogo. Ecco, forse può essere proprio il dialogo, che è un (il) perno della ricerca filosofica della verità delle cose (vitium superbiae in his verbis absit), il punto di aggancio del teorema della complessità. Infatti, se analisi e sintesi si basano rispettivamente su una descrizione ampia del fenomeno e una descrizione breve, e l’analogia si basa sul confronto fra entità diverse, il dialogo (come insegnano i filosofi classici, a partire da Platone), proprio per la sua imprevedibilità, può essere lo strumento più efficace per approcciare la complessità, in quanto tale.

Si può dunque concordare con Egar Morin che mezzo secolo fa all’incirca ipotizzo una vera e propria epistemologia della complessità.

L’AMBIGUITA’ IN SPECIE

La parola ambiguità (dal latino ambiguitas, –atis, da amb-, ‘intorno’, e agĕre), indica il riferimento ad un testo (scritto o orale), che può essere diversamente (e anche radicalmente) interpretato in modi differenti, in quanto sussistono sempre diverse concause concomitanti e strutturate che generano queste possibilità. Basti pensare, sotto il profilo temporale, a come l’accezione di molti termini italiani è cambiata nei secoli, ai contesti nei quali detti termini sono stati pronunziati, alle intenzioni e allo stile linguistico dei parlanti e, forse soprattutto, alla polisemanticità insita quasi in ogni parola, dalla più banalmente operativa, come tavolo e sedia, alla più elevata e spirituale come coscienza e anima, o spirito o persona.

Ogni individuo-persona ha un suo modo di parlare, di esprimersi (idioletto, o proprio linguaggio); ogni individuo-persona può avere (o meno) difetti di pronuncia o problematiche neurologiche che condizionano una lallazione corretta dei termini. Una persona dislalica prospetta dei detti imperfetti, troncando sillabe o lettere, a volte creando anche situazioni umoristiche. Personalmente conosco persone dalla vivida intelligenza, che però sono dislaliche, e debbono fare un grande sforzo di concentrazione per non dimenticare “pezzi” di parole. Ma si fanno capire benissimo.

Inoltre, secondo l’arguta profondità di grandi esegeti biblici, come Origene, sant’Agostino e san Girolamo (tra altri) che amavano le interpretazioni allegoriche (racconti metaforici) o tipologiche (confronti tra personaggi ed eventi del Primo e del Nuovo Testamento: ad esempio Adamo e Gesù di Nazaret) dei libri biblici, e di illustrissimi filosofi dei nostri tempi come Dilthey, Heidegger, Ricoeur, Florenskij e Pareyson (tra altri), l’ambiguità è connaturale al testo scritto o detto. E implicitamente complessa.

Si deve inoltre tenere conto dei diversi tipi di ambiguità: fonetica, lessicale, sintattica, di scopo o pragmatica. I diversi codici linguistici si propongono in una interrelazione talora oppositiva, talaltra compositiva: in altre parole, a volte un significante (o termine, parola) “produce” diversi significati, e dunque, lo stesso segno linguistico vuol-dire diverse cose. E qui entra in campo la polisemia, che presenta innumerevoli varianti intrinseche, informali, perché esiste, ovviamente, anche la variante lessicale, fonetica e grafica.

I segni linguistici possono essere omografi ed omofoni, in base al loro possedere lo stesso significato o il medesimo suono. Sono omonime le parole che presentano la stessa grafia ma significati differenti. Per spiegare: cosa c’è di più radicalmente diverso nell’omonimia tra due persone? Il massimo al mondo! Quando vivevo nel mio paese natale Rivignano, in provincia di Udine, con i miei, spesso a casa mia qualcuno cercava al telefono Renato Pilutti, ma intendeva parlare con un capomastro edile, mio omonimo, per sapere qualcosa del cantiere in corso… e mia mamma Luigia rispondeva “a no l’è mio fi il Renato c’al ciris lui” (Friul.: non è mio figlio il Renato che lei cerca).

Una curiosa omofonia in italiano è tra l’amorale e la morale, laddove la pronuncia tradisce i due significati, aggettivale il primo, sostantivale il secondo.

Continuiamo: è ambiguo ad esempio un singolo lessema come acuto: in un primo significato significa un timbro del suono alto, in un secondo vuol dire intelligente (di persona), un terzo si può riferire alla specifica geometrica di un angolo… acuto, appunto.

Tornando alla polisemia si può affermare che due o più significati non omonimi fanno comunque parte di campi semantici contigui, come nel greco lògos, che significa, sia parola, sia discorso. Parlavo all’inizio di disambiguazione citando wikipedia: ecco; in questi casi, occorre dis-ambiguare, cioè togliere l’ambiguità interpretativa possibile.

Un altro tipo di ambiguità è quello derivante dalla sintassi. Se io dico: “Renato ha visto Beatrice con il cannocchiale”, si può pensare che Renato l’abbia vista a distanza con il suddetto strumento, oppure che Beatrice avesse in mano un cannocchiale.

Facciamo un altro esempio.

Una vecchia lègge la regola – La “e” è aperta e quindi legge è voce del verbo leggere. Una anziana signora legge etc.

Una vecchia légge la regola – La “e” è chiusa e quindi legge è un sostantivo che definisce l’atto normativo. Si tratta di una legge emanata molto tempo prima…

Per evitare ambiguità è dunque bene utilizzare gli accenti grave o acuto, per non incorrere nella pronunzia spesso sbagliata di un noto lettore di Tg2 delle 20.30, ad esempio.

Un altro tipo di ambiguità si può definire pragmatica. Si provi a considerare la frase seguente: “Ogni uomo ama una donna”

Significa che vi è una donna amata da ogni uomo, oppure che ogni uomo ama una donna diversa? Boh. E’ chiaro che il significato pragmatico si deduce dal contesto e dalle intenzioni del parlante… e a volte anche dalla prontezza dell’ascoltante. Senza che vi siano queste condizioni, il fraintendimento è insito, assai plausibile, nelle dinamiche del colloquio.

Abbiamo già visto che l’ambiguità, se pure chiamata in modo diverso, era un modulo comunicazionale conosciuto fin dall’antichità, e utilizzato a man bassa dai letterati di ogni epoca. Nel merito si possono citare autori contemporanei come i francesi Mallarmé e Apollinaire e lo stesso James Joyce.

Che dire dunque? Che l’ambiguità è connessa alla complessità come due commessure in un mobile di buon artigianato del legno, e di ogni organizzazione o civilis societas, ma va individuata e controllata, come insegna una buona etica della comunicazione.

Ciò che si deve evitare è di approfittare dell’ambiguità di certe situazioni fattuali o dialogiche per ingannare e sopraffare l’altro. Una cosa è l’abilità diplomatica a tattica nei discorsi, che è ammessa e in certe situazioni, imprescindibile, un’altra, riprovevole, è approfittare magari della debolezza dialettica o inferiorità culturale altrui per ingannare, tradire o addirittura sopraffare l’altra persona.

In questo ambito, la consapevolezza che tutto ciò che attiene l’uomo, il mondo e l’interazione fra questi soggetti è complesso, e che come tale va trattato, ci insegna come occorra soprattutto far conto di un’eticità del linguaggio e del suo uso, che è – con il pensiero – l’attività più nobile dell’uomo in ogni tempo e luogo.

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DENTRI IL CÛR (Friul.), dentro il cuore

Marisa Gregoris è una donna friulana coraggiosa e forte, una delle persone che per prime, dalle mie parti, si sono appassionate alla filosofia in questi ultimi anni, ed è stata una delle primissime convinte sostenitrici del Caffè Filosofico “autentica/ mente”, che opera a Codroipo da almeno otto anni. Marisa è anche una “cultrice” autorevole della non facilissima lingua Friulana, nella quale ha scritto e pubblicato diversi racconti e anche qualche volume. Io stesso, quando curavo l’Agenda Friulana dell’editore Chiandetti dal 2005 al 2016, volli ospitarla più volte per… meriti letterari.

paesaggio friulano

Mi ha onorato di questo inedito che le ho proposto di pubblicare qui. Al suo testo in Friulano segue la mia traduzione in Italiano

“Tignî dentri il cûr i biei ricuarts al è come sparagnâ cualchi franc par cuant che tu âs une bisugne, no simpri dut al vâ ben, se  capite une malatie, bisugne rivâ a sostentâsi par no dâ pês a nissun. A lis  voltis però o vin bisugne ancje dal sostentament  morâl , ch’al jude a lâ indenant. Chel al varès di jessî dentri di no,  par dâ un jutori cun robis  piçulis e grandis, che te normalitât dal vivi a capitavin. Un compliment, fat di une agne, un rap di ue puartât di  un barbe di to pari e chel caco madûr ch’al tignive tes mans cul  colôr di une biel soreli a mont.

Chest omenon  al veve fat dôs gueris, Afriche, Italie, po le ultime dal cuarante passade a dâ coragjo a ducj, cun tun cûr grant; al contave che se lui al jere rivât a superâ chês robis brutis ta chei puescj forescj, le varessin fat ancje lôr e chist  j veve insegnât a volê ben e  no a copâ. Encje lis lacrimis di chei ch’a scugnivin partî tal forest, par vuadagnasi le bocjade  a varessin fat cressi e comprendi il dolôr par fâlu deventâ  sostegn. Se il tô cûr al  à tignût dentri i moments biei e par vistî  chei bruts, dut chest al devente un tesaur ch’al po’ fâ invidie ae B C E e  no ti coventaran par lâ indenant  né bancjis, ni cjadreis. Tes mans tu âs une recipe e dal tô jessi al nassarà alt e fuart un jufufuj l “evviva’’ furlan ch’al cricarà cualsiasi gnot scure, come chê, ch’o stin vivint cumò.”

(Marisa Gregoris)

Trad. italiana (di Renato Pilutti)

DENTRO IL CUORE

“Tenere dentro il cuore i bei ricordi è come risparmiare qualche euro per quando ne hai bisogno, non sempre va bene tutto, se capita una malattia occorre riuscire a sostentarsi. A volte però c’è bisogno di un sostentamento morale, che aiuta ad andare avanti. Ciò che dovrebbe essere dentro noi, per dare un aiuto con cose piccole e grandi, che nella precedente normalità del vivere capitavano. Un complimento fatto da una zia, un grappolo d’uva portato da uno zio di tuo padre, e quel caco maturo che teneva tra le mani che aveva il colore del sole al tramonto.

Questo pezzo d’uomo aveva fatto due guerre, Africa e Italia, e infine l’ultima, quella del Quaranta, a fare coraggio a tutti, con il suo cuore grande; raccontava che se lui era riuscito a superare quelle brutte cose in nazioni straniere, ce l’avrebbero fatta anche loro, e questo gli aveva insegnato a voler bene e a non uccidere. Anche le lacrime di quelli che dovevano partire per paesi stranieri per guadagnarsi di che vivere, avrebbero compreso, crescendo, anche il dolore, per farlo diventare addirittura un sostegno. Se il tuo cuore ha tenuto dentro i momenti belli, che sono stati utili anche per coprire quelli brutti, tutto ciò può diventare un tesoro da far invidia alla BCE, e non serviranno più – per andare avanti – né banche né posti di potere. Nelle mani tieni ciò che serve e dal tuo essere stesso sgorgherà un grido forte friulano che romperà qualsiasi notte oscura, come quella che stiamo vivendo ora.”

Lo sguardo di Marisa è naturaliter filosofico, tipico della saggia fortezza o della coraggiosa saggezza delle nostre genti patrie, che hanno “scombatȗt” (combattuto forte) per sopravvivere lungo due millenni di storie di invasioni e di guerre, e sono ancora qua a guardare il mondo con l’occhio dell’umile, ma orgogliosa pazienza furlana.

La proprietà privata individuale non è assoluta, come insegna il libro biblico Levitico 25, 23 “(…) Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. (…)”

ecco la lezione a chi pensa di possedere la Terra, cari lettori! Nel titolo parla il Signore Dio Iahwe.

Cap 25

1 Il Signore disse ancora a Mosè sul monte Sinai: 2 «Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando entrerete nel paese che io vi do, la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore. 3 Per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti; 4 ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore; non seminerai il tuo campo e non poterai la tua vigna. 5 Non mieterai quello che nascerà spontaneamente dal seme caduto nella tua mietitura precedente e non vendemmierai l’uva della vigna che non avrai potata; sarà un anno di completo riposo per la terra. 6 Ciò che la terra produrrà durante il suo riposo servirà di nutrimento a te, al tuo schiavo, alla tua schiava, al tuo bracciante e al forestiero che è presso di te; 7 anche al tuo bestiame e agli animali che sono nel tuo paese servirà di nutrimento quanto essa produrrà.
8 Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. 9 Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. 10 Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. 11 Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. 12 Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. 13 In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. 14 Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello. 15 Regolerai l’acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l’ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita. 16 Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo; perché egli ti vende la somma dei raccolti. 17 Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio.
18 Metterete in pratica le mie leggi e osserverete le mie prescrizioni, le adempirete e abiterete il paese tranquilli. 19 La terra produrrà frutti, voi ne mangerete a sazietà e vi abiterete tranquilli. 20 Se dite: Che mangeremo il settimo anno, se non semineremo e non raccoglieremo i nostri prodotti?, 21 io disporrò in vostro favore un raccolto abbondante per il sesto anno ed esso vi darà frutti per tre anni. 22 L’ottavo anno seminerete e consumerete il vecchio raccolto fino al nono anno; mangerete il raccolto vecchio finché venga il nuovo.
23 Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. 24 Perciò, in tutto il paese che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per quanto riguarda il suolo. 25 Se il tuo fratello, divenuto povero, vende una parte della sua proprietà, colui che ha il diritto di riscatto, cioè il suo parente più stretto, verrà e riscatterà ciò che il fratello ha venduto. 26 Se uno non ha chi possa fare il riscatto, ma giunge a procurarsi da sé la somma necessaria al riscatto, 27 conterà le annate passate dopo la vendita, restituirà al compratore il valore degli anni che ancora rimangono e rientrerà così in possesso del suo patrimonio. 28 Ma se non trova da sé la somma sufficiente a rimborsarlo, ciò che ha venduto rimarrà in mano al compratore fino all’anno del giubileo; al giubileo il compratore uscirà e l’altro rientrerà in possesso del suo patrimonio.
29 Se uno vende una casa abitabile in una città recinta di mura, ha diritto al riscatto fino allo scadere dell’anno dalla vendita; il suo diritto di riscatto durerà un anno intero. 30 Ma se quella casa, posta in una città recinta di mura, non è riscattata prima dello scadere di un intero anno, rimarrà sempre proprietà del compratore e dei suoi discendenti; il compratore non sarà tenuto a uscire al giubileo. 31 Però le case dei villaggi non attorniati da mura vanno considerate come parte dei fondi campestri; potranno essere riscattate e al giubileo il compratore dovrà uscire.
32 Quanto alle città dei leviti e alle case che essi vi possederanno, i leviti avranno il diritto perenne di riscatto. 33 Se chi riscatta è un levita, in occasione del giubileo il compratore uscirà dalla casa comprata nella città levitica, perché le case delle città levitiche sono loro proprietà, in mezzo agli Israeliti. 34 Neppure campi situati nei dintorni delle città levitiche si potranno vendere, perché sono loro proprietà perenne.
35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. 38 Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto, per darvi il paese di Canaan, per essere il vostro Dio.
39 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; 40 sia presso di te come un bracciante, come un inquilino. Ti servirà fino all’anno del giubileo; 41 allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. 42 Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese d’Egitto; non debbono essere venduti come si vendono gli schiavi. 43 Non lo tratterai con asprezza, ma temerai il tuo Dio. 44 Quanto allo schiavo e alla schiava, che avrai in proprietà, potrete prenderli dalle nazioni che vi circondano; da queste potrete comprare lo schiavo e la schiava. 45 Potrete anche comprarne tra i figli degli stranieri, stabiliti presso di voi e tra le loro famiglie che sono presso di voi, tra i loro figli nati nel vostro paese; saranno vostra proprietà. 46 Li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro proprietà; vi potrete servire sempre di loro come di schiavi; ma quanto ai vostri fratelli, gli Israeliti, ognuno nei riguardi dell’altro, non lo tratterai con asprezza.
47 Se un forestiero stabilito presso di te diventa ricco e il tuo fratello si grava di debiti con lui e si vende al forestiero stabilito presso di te o a qualcuno della sua famiglia, 48 dopo che si è venduto, ha il diritto di riscatto; lo potrà riscattare uno dei suoi fratelli 49 o suo zio o il figlio di suo zio; lo potrà riscattare uno dei parenti dello stesso suo sangue o, se ha i mezzi di farlo, potrà riscattarsi da sé. 50 Farà il calcolo con il suo compratore, dall’anno che gli si è venduto all’anno del giubileo; il prezzo da pagare sarà in proporzione del numero degli anni, valutando le sue giornate come quelle di un bracciante. 51 Se vi sono ancora molti anni per arrivare al giubileo, pagherà il riscatto in ragione di questi anni e in proporzione del prezzo per il quale fu comprato; 52 se rimangono pochi anni per arrivare al giubileo, farà il calcolo con il suo compratore e pagherà il prezzo del suo riscatto in ragione di quegli anni. 53 Resterà presso di lui come un bracciante preso a servizio anno per anno; il padrone non dovrà trattarlo con asprezza sotto i suoi occhi. 54 Se non è riscattato in alcuno di quei modi, se ne andrà libero l’anno del giubileo: lui con i suoi figli. 55 Poiché gli Israeliti sono miei servi; miei servi, che ho fatto uscire dal paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio».

Misericordia, solidarietà, per-dono (cioè dono iterato), giubileo, riposo della terra, proprietà non-assoluta… e tant’altro vi è in Levitico 25, caro lettore!

Ho voluto riportare per intero il testo del capitolo 25 di questo libro torachico per fare mente locale su alcuni princìpi che spesso sono ignorati, anzi, da alcuni perfino non mai conosciuti. Lo riporto con un invito alla lettura lenta, non certo per dire che bisogna osservare Levitico 25, ma per dire che fa bene leggerlo, fa molto bene!

Molti di noi, forse tutti, non rivolgono spesso il pensiero alla relatività oggettiva del nostro stare-nel-mondo, ai limiti, a tutto ciò che rende la nostra vita instabile e talora precaria, per moltissimi del tutto precaria, oggigiorno per miliardi di esseri umani… malattie, incidenti, guerre reali a decine, anche se non dichiarate, attentati, virus e pandemie, e potrei continuare ancora a lungo.

Eppure, nonostante tutto ciò, in molti (non so quanti siano, né in quale percentuale su tutti, poiché non faccio il sociologo-statistico a spanne, arte difficile cui non pochi indulgono!) si comportano con la vita, con la proprietà, come se fossero qui per sempre, come se fosse scontato che non gli capiterà mai nulla di male, come se i “diritti” acquisiti fossero intangibili, in qualsiasi situazione – anche radicalmente nuova – mentre invece tutto cambia continuamente, tutto passa, transit gloria mundi (passa la gloria del mondo) come dicevano gli antichi sapienti, tutto si trasforma nella complessità del reale continuamente ridefintesi.

Una riflessione di questo genere su ciò-che-ci-appartiene pone la questione sotto un profilo diverso, in quanto riesce a configurare un tanto dentro una cornice molto differente, anzi neppure di una cornice si tratta, perché essa stessa è mutevole, cangiante come i raggi del sole che arrivano nella stanza dalle fessure di una saracinesca non abbassata del tutto.

Se tutto ciò è vero, o meglio, se io scrivo queste cose, potrebbe sembrare che sia preda di una specie di reviviscenza marxiana fuori tempo. Ma è solo un’impressione superficiale. Chi mi conosce sa che non ho mai creduto nel comunismo dottrinal-storico e nel materialismo scientifico, in quanto Marx ha compiuto un errore filosofico fondamentale: non ha tenuto conto, nella sua utopica visione di una società giusta, anzi perfetta, della struttura fondamentale dell’uomo, che non è modificabile, se non in derive di lunghi secoli, di evi, di millenni, posto che le neuroscienze (cf., ad e. la scuola di Steven Pinker) confermino la possibilità di un’evoluzione positiva in senso morale del cervello umano, e in particolare dei lobi prefrontali, quelli preposti alla riflessione, al ragionamento, alla logica.

Altrimenti, e attualmente non abbiamo conferme del contrario, la natura, in genere fondamentalmente egoista, anche se capace di slanci solidali, soprattutto se in vista di una reciprocità, resta a dar carattere a quella che chiamiamo ancora “natura umana”, che non prevede di non pretendere il senso e il diritto del possesso di cose e persone.

Su questo, però, si può “lavorare” positivamente, non solo in campo etico, ma prima ancora in campo antropologico e logico-cognitivo. In altre parole, non possiamo dire che noi possediamo qualcosa in assoluto, ma solo in relazione ai nostri limiti oggettivi, fatti salvi il diritto cosiddetto “positivo” e le leggi vigenti, che possono anche essere inique.

Lo scrittore biblico pare averlo saputo assai meglio di noi.

Pesach, il “passaggio oltre”, la Pasqua del Signore: gloria, laus et honor tibi sit…

Gloria, lode e onore ti siano resi... a chi? a qualche politico? a qualche militare? a qualche religioso? a qualche imprenditore? a qualche presidente di gruppo parlamentare? Mi fermo qui. No.

Pesach, la Pasqua ebraica e cristiana mi invita a parlare dell’uomo di Nazaret e del suo giudice, Ponzio Pilato, così come sono raccontati dai Vangeli, senza dimenticare il prodromo biblico che troviamo in Esodo, là dove l’Angelo sterminatore (Esodo 12, 29), decima piaga voluta dal Signore degli eserciti, passava a uccidere i primogeniti egiziani, dopo che il faraone Ramses II (probabilmente) aveva negato la libertà al Popolo ebreo.

Solo a lui, questo antico tropo liturgico è appropriato, a Jehoshua ben Josef ben Nazaret, dissanguato, soffocato, ammazzato su una croce di legno circa duemila anni fa, o poco meno, per ordine del prefetto o procuratore romano della Giudea e della Galilea, Tiberio Julio Caesare Augusto imperante, Pontius Pilatus. Per ragioni di carattere politico-religioso, in coda a un processo sommario, dove la pubblica accusa era il Sinedrio gerosolimitano, dove mancava l’avvocato difensore dell’accusato, e Ponzio Pilato era giudice unico, inappellabile.

Di Pilato parlano alcune fonti giudaiche antiche del I secolo, come la Guerra giudaica (70 d. C. più o meno) e le Antichità giudaiche (90 di C. più o meno), ambedue di Giuseppe Flavio. La fonte più vicina, però, agli eventi che concernettero Pilato per rapporto a Gesù di Nazaret, si trova in uno scritto del 41 di Filone di Alessandria dal titolo L’ambasceria a Gaio; non si possono dimenticare le citazioni di questi eventi, purtroppo andate perdute, che la tradizione colloca negli Annales di Tacito, e anche ciò che scrisse in tema il vescovo Ignazio di Antiochia nelle sue Lettere agli abitanti di Smirne, di Magnesia e di Tralli, all’inizio del II secolo d. C.

Per il Nuovo Testamento, la storia del processo a Gesù presso il prefetto romano è riportate in modo diverso, ma sostanzialmente coerente, soprattutto per quanto concerne gli accusatori di questo “imputato”, che erano semplicemente i componenti del Sinedrio ebraico di Gerusalemme, anche se – pare – tale accusa non raccogliesse l’unanimità del Sinedrio stesso. Ad esempio ci si può chiedere se fosse d’accordo con il Sinedrio un Giuseppe d’Arimatea, maggiorente rispettato e stimato, oppure Nicodemo, che ebbe da Gesù parole importanti ma… non lo sappiamo. L’accusa era di blasfemia, secondo un’interpretazione letteralista e rigorista delle leggi mosaiche. Del libro del Levitico in particolare. Peccato-reato (qui si noti la connessione tra dimensione religiosa dimensione civile nella cultura politica del tempo e di quei luoghi e Nazione) meritevole della pena di morte.

Vi sono però alcune differenze tra i racconti degli evangelisti: ad esempio Marco racconta di un Gesù innocente rispetto all’accusa di avere complottato contro l’impero romano, cosicché Pilato è molto riluttante a giustiziarlo, poiché al lui interessava sostanzialmente che non si attentasse all’unità dell’impero e all’autorità di Tiberio Cesare… perché delle cose teologiche a lui poco “caleva”, come si suol dire, o nulla.

Nella narrazione matteana troviamo un Ponzio Pilato quasi annoiato e riluttante a impegnarsi in una diatriba che lui riteneva sostanzialmente interna al mondo giudaico e manda a morte Gesù di Nazaret, lavandosene le mani, quasi a dire “non rompete più, lo metto a morte e toglietevi dai piedi” (parafrasi fantasiosa del tutto mia). Luca racconta, un po’ come Marco, che Pilato non stava riscontrando minacce terroristiche allo stato romano da parte di quello strano uomo Galileo, e Giovanni invece, unico tra gli evangelisti, risposta il breve dibattito teologico fra l’imputato e il procuratore su chi fosse realmente Gesù di Nazaret. Ma si trattò di un dialogo asimmetrico, nel quale Gesù afferma di essere ciò che Pilato stesso gli chiedeva, cioè se fosse il Figlio dell’Uomo o Messia… Gesù risponde in questo modo, come sappiamo “tu lo dici: io sono” (Gv 18,37).]

La storicità del prefetto Ponzio Pilato non risulta essere ben messa a fuoco dagli studiosi. Ad esempio, nel “Nuovo Grande Commentario Biblico” si osserva che “i ritratti che ne danno i vangeli come di un uomo indeciso e preoccupato della giustizia contraddicono altre antiche descrizioni della sua crudeltà e ostinazione“: John Dominic Crossan, di contro, afferma che “le informazioni riguardanti Pilato [che ci giungono] da Flavio Giuseppe mostrano la sua mancanza di interesse per la sensibilità religiosa ebraica e la sua capacità di avere metodi piuttosto brutali per il controllo della popolazione“.

Torniamo al racconto giovanneo, che è il più fecondo teologicamente. La più importante domanda di Pilato a Gesù fu se lui considerasse se stesso come re dei Giudei. Nel Vangelo secondo Giovanni si riporta che Gesù afferma di essere venuto al mondo per confermare le profezie, cioè la verità, con modalità e rischi politico-religiosi che la casta sacerdotale sadducea temeva. Egli dice: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»; al che Pilato chiede: «Che cos’è la verità?».

Non si può sapere storicamente con certezza se il procuratore romano, poco incline a discorsi teologici, dialogò in questo modo con l’imputato che il Sinedrio voleva morto, ma il racconto, forse simbolicamente, propone un PIlato che quasi filosofeggia con quest’uomo, la cui presenza era insopportabile per i sacerdoti del Tempio e quindi rischiava di creare problemi anche all’autorità imperiale.

Pilato non aveva nessuna voglia di condannare Gesù e prova a metterlo nella situazione di poter essere liberato, come si usava in occasione della Pasqua ebraica. Aveva lì in carcere un assassino di nome Barabba (forse, Barabba significa in ebraico “il figlio del padre”, e chi è il-figlio-del-padre?), e prova a metterlo in alternativa a Gesù, sperando che quest’ultimo fosse scelto per poterlo liberare.

Ma gli emissari del Sinedrio fanno sì che la scelta del popolazzo (paragonabile a quel popolazzo che il 10 giugno 1940 si esaltò a piazza Venezia quando ascoltò le disastrose parole di Mussolini che dichiarava guerra a Francia e Gran Bretagna: i due popolazzi esultarono, il primo per far crocifiggere Gesù, il secondo per provocare la distruzione dell’Italia, e ancora emerge la teoria di Gustave Le Bon!)

Nel vangelo secondo Matteo troviamo un intervento su Pilato della moglie Claudia Procula, che aveva sognato di Gesù e consigliava al marito di liberarlo. I sogni tornano a farsi vivi, come in altre parti del racconto biblico. Ma Pilato non vuole storie (ne aveva già molte) con quel popolo inquieto e dice: “Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!”, e il popolazzo sinedrita risponde: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” (Mt 27, 24-25).

La domanda se questi eventi possano essere considerati storicamente attendibili non trova risposta unanime, così come l’episodio della “vendita-tradimento” da parte di Giuda Iscariota per trenta denari, che poi si sarebbe impiccato in un podere che la tradizione chiamò in seguito Campo di Sangue. Tali episodi possono essere considerati racconti popolari raccolti dalla narrazione evangelica per ragioni teologiche.

In realtà, il fatto di scagionare giuridicamente e politicamente Ponzio Pilato, è stato tragicamente utile per essere utilizzato dai cristiani, per secoli, al fine di considerare gli ebrei gli assassini del Messia, con tutto ciò che ne è seguito nella storia umana dell’Occidente.  

Il procuratore romano è citato, oltre che nei Vangeli, anche in un apocrifo del II/III secolo, nonché dall’agiografo Eusebio di Cesarea, il quale parla di Pilato, che avrebbe fatto una triste fine sotto Caligola. Un altro scrittore di quel tempo, Agapito di Ierapoli riporta l’ipotesi che il vecchio prefetto della Giudea si sarebbe suicidato, sempre sotto Caligola.

Un ultimo testo che parla di Pilato si chiama Testimonium Flavianum, capitolo delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio databile alla fine del I secolo, che però non pare del tutto affidabile per storicità, ma mi piace riportarne un brano…
«Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, e attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia di altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani.»

Epperò, questo testo potrebbe essere una interpolazione successiva curata da Eusebio di cesarea, come afferma un manoscritto arabo del X secolo, ma questo è normale.

Cornelio Tacito, invece, parla di Gesù in questo modo, assai negativo…
“Cristo era stato ucciso sotto l’imperatore Tiberio dal procuratore Pilato; questa esecrabile superstizione, momentaneamente repressa, è iniziata di nuovo, non solo in Giudea, origine del male, ma anche nell’Urbe, luogo nel quale confluiscono e dove si celebrano ogni tipo di atrocità e vergogne.”

In sostanza, Pilato, che fosse stato procuratore o prefetto non importa, è chiamato in tutti e due i modi dai vari scrittori, fu una figura importante di quel tempo, nella storia di Gesù di Nazaret, nell’occasione di quella lontana Pesach, che fu il momento centrale della vita di quell’uomo e lo snodo essenziale di tutta la storia del mondo.


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Strade del Nord o il racconto di Pietro, il viandante

(In vista di questa Pasqua, a trent’anni dalla sua morte, ricordo mio papà Pietro con questo racconto, che pubblicai anni fa ne La terra del confine)   

Stavano ormai crescendo i due figli di Piêri e Gigie e una mattina di novembre, molto presto, alla fine di una nottata insonne, Piêri disse: “Tocca prendere una decisione, non si può andar avanti così. Devo partire“.

   “Ho sentito che prendono su in miniera e in cava di pietra in Belgio e in Germania. Cosa ne pensi? “Come al solito, sua moglie pensò a lungo prima di rispondere e poi disse: “Viȏt tù” (Friulano: vedi tu).

    Lui aveva una quarantina d’anni, lei poco più di trenta, si erano sposati da sei o sette e finora avevano sbarcato il lunario come tante famiglie (quasi tutte) del popolo del confine, mettendo vicino un po’ di salario, un po’ di orto e un po’ di servitù a ore.

    Piêri aveva deciso per il Belgio. Preparò le carte e venne il giorno della visita medica di idoneità in una città grande, a duecento chilometri, fu un viaggio di due giorni. Piêri, nonostante fosse nel “flȏr da l’òn” (Friulano: fiore dell’uomo, cioè un uomo al suo massimo di forza) e molto robusto, fu scartato per una varice al polpaccio destro.

   Centotrenta degli emigrati prescelti per quella miniera sarebbero morti per uno scoppio di grisoù a Marcinelle pochi mesi dopo.

   Andò in Germania, in una piccola località dell’Assia, in cava di pietra. Vi andò per undici stagioni, da marzo a novembre, ma guadagnava tre volte tanto che qui in Italia. D’inverno continuava a far legna. Era riuscito in un paio d’anni a pagare tutti i debiti e a cominciare a mettere a posto la vecchia casa, a partire dal tetto.

   La Germania era per lui la terra del riscatto, ma di una fatica indicibile. Lavorava a cottimo e produceva il massimo, trovando pure il tempo e la forza di dare una mano, di domenica, agli operai-contadini del posto, dove si tratteneva per il pranzo in famiglia. Dopo il secondo anno era stato incaricato di reclutare altri uomini e giovanotti della terra del confine e l’aveva fatto con scrupolo e attenzione. Lo fece per sei stagioni, organizzando il viaggio via via per trenta, cinquanta, novanta persone. A un certo punto, il primo marzo, dalla piazza del paese, partivano due pullman granturismo, destinazione quella piccola località fra le fitte abetaie chiamata Ramholtz. In Germania dormivano in baracche di legno come quelle di Dachau, e veniva tanta neve. Facevano le corvèe in cucina e per le pulizie. Vi erano ragazzi di vent’anni, che facevano tardi la sera nelle birrerie con le ragazze, e uomini fatti, anche più anziani di Piêri e con figli grandi.

   Una sera un ragazzo non tornò. Lo cercarono, finché la polizia mandamentale li indirizzò all’obitorio dell’ospedale. Si era schiantato sotto un autocarro con due ragazze del posto. Doveva ancora compiere vent’anni e la macchina l’aveva comprata di seconda mano con le prime tre paghe. Glielo aveva detto più volte Piêri, di non correre, quando lo vedeva partire a tutto gas dai piazzali e lo osservava sollevare polvere sulla strada che con sette tornanti scendeva al paese. Il dolore fu grande tra i compagni di lavoro. Piêri, con altri due accompagnò il feretro in Italia, fin nel piccolo cimitero del paese. Salutò la Gigie e i due piccoli, e ripartì. Era ancora piena estate.

   Lui aveva un profondo senso del dovere, non gli occorreva scrivere per sentirsi impegnato; aveva spesso spiegato al capoccia tedesco, ex ufficiale della Wehrmacht che era stato per due anni in Italia con Kesselring, che lui sarebbe venuto al lavoro anche senza contratto, Fu per questo suo modo di essere che quando scoppiò lo sciopero, improvviso, incontrollato, lui si sentì tradito. Era da tempo che sentiva mugugnare i compagni meno forti, quelli che raggiungevano solo i cottimi più bassi, li sentiva dire che bisognava chiedere un aumento del venti per cento per ogni carrello caricato. Piêri aveva raccomandato di pazientare ancora per quella stagione, ché ne avrebbe parlato in dicembre prima di tornare a casa, per aver l’aumento nel nuovo contratto.

     A nulla valsero questi suoi impegni. Un lunedì mattina, lui che andava alla cava prima di tutti, alle sette, non vide arrivare nessuno. Aspettò le sette e mezza, poi le otto. Poi chiese all’assistente cosa fosse successo. La baracca distava dal cantiere quattro o cinquecento metri e non dava segni di vita. Pareva tutto addormentato e che la gente se ne fosse andata via.  L’assistente gli rispose in modo evasivo e Piêri chiese il permesso di verificare di persona. Li trovò, tutti e cinquanta nella sala grande che fungeva da dopolavoro, in piedi, silenziosi. Chiese cosa fosse successo e uno di loro, già eletto portavoce gli rispose “sapevamo di dover rendere conto a te di questo sciopero. Abbiamo deciso tutto stamattina, e non riprendiamo il lavoro se non ci viene promesso l’aumento per iscritto. Un aumento del venti per cento”. Piêri sulle prime non rispose, rifletté qualche secondo, poi parlò con calma, anche se dentro di sé avvampava: “vi ho promesso che discuteremo e avremo l’aumento per la prossima stagione; per questa, ancora due mesi ci sono, teniamo duro così e andiamo a lavorare”.

    Non ci fu una vera discussione. Qualcun’altro intervenne per dire che non accettava la proposta di aspettare. Dopo un quarto d’ora, vista l’irremovibilità dei compagni, Piêri non insistette, chiese di vedere il capocantiere per avvertirlo, poiché si sentiva responsabile di averli portati in Germania. Fu convocato subito e si trovò di fronte i due capi locali, quello produttivo e quello amministrativo, che avevano in linea al telefono il direttore centrale della ditta. Herr Sprueger gli disse seccamente: “gli italiani, come al solito, non mantengono i patti, possono andarsene tutti a casa subito. Saranno pagati fino a oggi, ma non torneranno più. Lei, se vuole, può restare”. Piêri rispose di no, disse solo che se ne tornava a casa anche lui con i connazionali. I capi della ditta lo salutarono con freddezza anche se gli dissero “aufwiederséhen”. Il fatto fu la cesura decisiva della vita di Piêri. Aveva quarantacinque anni, era fisicamente a posto e aveva una gran voglia di lavorare. Onorevolmente, sulla parola data.

    Quello sciopero gli spezzò qualcosa dentro. Si sentiva responsabile perché li aveva contattati e, si può dire, scelti tutti lui. L’avevano ingannato. Sentiva quello sciopero come un tradimento della fiducia che lui aveva riposto in loro. Piêri aveva aderito ancora  a scioperi, in Italia, ma quello lì, in emigrazione, loro non lo dovevano fare. E poi c’era il senso della dignità, dell’onore di italiano all’estero che andava a farsi friggere. C’era la vergogna. Aveva pur fatto lui stesso una proposta ragionevole. Non l’avevano accettata.

    Tornò a casa e non fu più lui. Non fu più lo stesso marito, lo stesso padre. Lo curarono come poterono in quegli anni. Stette un anno in malattia. Poi tornò al nord, in un’altra cava di pietra della stessa ditta. Con lui partirono altri uomini della terra del confine. I tedeschi gli avevano comunque detto di cercare della gente.

   Restò in emigrazione altre sei stagioni e poi tornò per sempre. Il suo tempo era passato nel lavoro, fuori da ogni malizia, pulito più di un bambino. Aveva visto crescere i figli con alterna fortuna. Lo conoscevano tutti. Nessuno poteva dire di aver litigato con lui. Mancò, senza aver “disturbato” molto, una sera di settembre.  

Quella sera il profilo delle alte montagne fu accarezzato da un vento leggero che andava verso nord.

Povera Patria

…amata Italia. Faccio riecheggiare il titolo di un 33 giri del grande Battiato che quattro decenni fa pensò a questo titolo. E anche, con speranza, la bellissima ballata di Francesco De Gregori, viva l’Italia. Con tutti i suoi difetti e tutte le sue incomparabili bellezze.

Questa volta, siccome non è la prima, perché questa nostra patria Italia è povera? Eccoti, caro lettore, una ragione attuale: in questi giorni la magistratura si fa notare per il tramite assai corporativo del suo “sindacato” nazionale, l’Associazione Nazionale Magistrati.

Quando si dice sindacato si dice molte cose, essendo il termine assai polisemantico: sia va dall’intendere le classiche confederazioni che in italia da settant’anni rappresentano la maggior parte dei lavoratori iscritti a un sindacato, cioè Cgil, Cisl e Uil, ai sindacati autonomi, ai sindacati di base, agli albi e ai collegi professionali, etc., sulla traccia di una lunga storia che emerge fin dal Medioevo cittadino delle gilde e delle corporazioni di mestiere.

Si chiamano sindacati, non solo le storiche Trade Unions inglesi, la grande confederazione socialdemocratica germanica, la DGB, i sindacati francesi come CGT e CFDT, nonché Force Ouvriere, le confederazioni di matrice ispanica come Las Comisiones Obreras, ma anche le sigle americane (USA) AFL-CIO, che non sono sempre state, anzi assai poco, di specchiata virtù. Il nome di Jimmy Hoffa in Italia non è noto ai più, ma a me sì, per le sue contiguità con le mafie di quella grande Nazione mista di europei, anglosassoni e italiani, ispanici, nativi e afroamericani.

Ebbene anche la ANM è un sindacato, il sindacato dei magistrati italiani, peraltro organizzato in diverse correnti, come quella “autonoma” o quella “democratica”, etc.

L’Associazione del magistrati, con aulico linguaggio ha fatto sapere qualche giorno fa che se non fossero stati vaccinati al più presto, il loro lavoro, per tutelare la sicurezza, avrebbe certamente subito dei rallentamenti. Sollevazione pubblica quasi generale e… contrordine, compagni!, come si dice…

Un secondo comunicato spiega che il primo comunicato era stato stracapito, o mal riportato dai media, e che nessuno voleva minimamente porsi in una posizione che echeggiasse forme di ricatto surrettizio o esplicito.

Grazie a Dio, siccome il senso morale, la coscienza e il buonsenso non latita anche in molti appartenenti a quella categoria di servitori dello Stato, a conferma della smentita, molti si sono detti pubblicamente in disaccordo con il primo comunicato dell’Associazione.

Il paradosso è questo: che alcuni chiedono il vaccino altrimenti non lavorano, epperò in costanza assoluta di stipendio, mentre altri, ristoratori, albergatori, parrucchieri e altre piccole imprese chiedono solo di poter lavorare, altrimenti non vi sono entrate.

Questa è l’Italia che rischia di confermare ancora la sua attuale povertà di senso civico e di etica generale… mentre qualcun altro si appassiona a temi come l’elezione della capogruppo alla Camera del Partito Democratico.

Per fortuna, assai pochi, cosicché la Patria può essere, o quantomeno apparire, meno povera.

Il corpo e la mente

…e lo spirito, se vogliamo conoscere san Paolo. E l’anima, che è molto importante, nelle sue varie accezioni, da quella animistica, presente in molte culture tribali a quella spiritualistica, tipica del contesto mediterraneo giudaico-cristiano-islamico e diversamente declinato nel plesso hindu-buddistico e confuciano-scintoista.

Sàrx e sòma sono strettamente collegati alla psychè, che significa anima e anche farfalla, e allo pnèuma, che vuol dire soffio, vento, spirito… O, come sosteneva Aristotele synolon, cioè il composto umano qualificante l’essere umano, tesi antropologica completamente accolta da Tommaso d’Aquino, dai razionalisti sette-ottocenteschi Hume, Locke e Kant e, in sostanza, anche dalle scienze psicologiche e neurologiche moderne e contemporanee.

Corpo e Anima

Si usa dire che si-ha-il corpo, come si-ha-l’anima, mentre invece si dovrebbe dire che si-è-il-corpo-proprio, si-è-la-propria-anima.

La filosofia ha spesso parlato del corpo in modo divisivo e straniante, a volte. Dualistico. Ma ciò si può intendere bene se viene collocato nel tempo storico, che anche quello dell’evoluzione del pensiero umano. Il dualismo si è sempre posto in contrasto con il monismo, secondo la tradizione classica della filosofia, sia occidentale sia orientale.

Il corpo è-ciò-che-si-vede in tutta la sua evidenza, dell’uomo, l’anima è-il-nome-di-ciò-che-non si-vede, dell’uomo. Noi umani abbiamo bisogno di distinguere, di discernere, di sceverare nelle e tra le cose.

La mente, mens in latino, che rinvia a memoria, e anche alla greca mnemosyne, rappresenta in modo più tecnico ciò che è spirituale, impalpabile, imponderabile, tant’è che la risposta alla domanda “Hai afferrato il concetto?” In senso proprio, quello dell’afferrare concerne la dimensione fisica, materiale configura sostanzialmente la domanda, ma può essere considerata nella sua dimensione metaforica, cioè traslata.

Il concetto è qualcosa di mentale, ma è anche il participio passato del verbo concepire, cioè far-nascere, anche fisicamente. Nella mente, dunque, nascono i concetti tramite il flusso del pensiero, come insegnano le neuroscienze.

Vi è ancora molto da dire… e così introduciamo il tema della “persona”, nella sua accezione cristiano-classica: persona non è individuo, perché “individuo” è ciò-che-non-è-divisibile, e quindi lo è (individuo) anche un albero o un gatto.

Persona invece è, sulla traccia della sua etimologia, un qualcosa di legato a un contesto teatrale greco-latino, proprio all’ambiente teatrale della cavea, che richiedeva toni e timbri di voce degli attori atti a farsi ascoltare anche da coloro che erano seduti nell’ultima fila in alto del teatro. Gli attori, dunque, indossavano una maschera per far risuonare (per-sonare) la propria voce.

Persona, dunque, come maschera, dall’antichità… che strano, vero? E siamo già a Pirandello, con il suo Uno, nessuno, centomila, che attesta la consapevolezza pratica che ognuno di noi, corpo-mente-anima-spirito, deve, DEVE, per relazionarsi e vivere in mezzo agli altri, indossare maschere, le più adeguate alle situazioni che ognuno di noi vive quotidianamente.

Il senso comune vorrebbe dire che maschera fosse sinonimo di falsità e menzogna, ma non è così o, meglio dire, può non essere così. A volte abbiamo proprio bisogno di non-dire-tutto ciò che le nostre emozioni o sentimenti ci suggerirebbero, e allora la razionalità ci suggerisce prudenza, e dunque di fingere – in parte – e di non dire tutto, o di dirlo in modo più edulcorato e molto accorto. Ciò per perseguire un bene maggiore, che sarebbe invece negletto se si fosse sempre e completamente sinceri fino all’ingenuità. Alla verità non si può mai accedere del tutto, e anche la filosofica parresìa deve avere dei limiti.

Il gran dottore viennese, scopre cento anni fa, come la altrettanto gran vulgata dispone per il lettore, i sotterranei della coscienza cosciente, l’inconscio o subconscio, ricettacolo del non-dicibile, perché non evidente alla coscienza, e chiama super-io la coscienza, cioè quell’ente che i classici ritenevano essere la persona stessa, la sua anima, la sua interiorità, la sua verità ontologica.

Ma forse non è noto a tutto l’orbe terracqueo che millesettecento anni prima del citato dottore, un dottore di tipo diverso, di etnia numida e di nome latino, Aurelio Agostino, dialogava con la propria anima nei “Soliloquia”, peraltro preceduto da due imperatori pensanti, Elio Adriano e Marco Aurelio. Trascurando altri, come l’immenso Plotino, da duemila e cinquecento anni a oggi.

Ecco, la storia dell’uomo come corpo anima e spirito è lunga e doviziosa di spunti, tutti utili e inclusivi al fine di una visione filosofica della persona, che è individuo, ma anche e soprattutto coscienza di essere e coscienza nel dire e nel fare.

RIZKO, un romanzo storico scritto a quattro mani da due amici, Fulvio e Renato, che hanno voluto dialogare con Rizko Abrams, David Abrams-Berkowitz e Alfredo Bastiani, in un viaggio del corpo e dell’anima, dal Dniepr a Lublin, poi a Crakow, a Kutná Hora, a Venezia, e infine a San Daniele del Friuli, con lo sfondo arche… mitico della Cerchia delle Montagne

Dove te ne vai, caro Rizko, lasciando le sponde del grande fiume che sfocia nel Mar Nero, non lungi da Odessa?

Il Dnepr o Dnipro si dice in russo: Днепр, Dnepr, in ucraino: Дніпро, Dnipro, in bielorusso: Дняпро [Dnjapro], in polacco Dniepr; in romeno Nipru; in italiano anche Boristene. 

Dove porti i tuoi cari, caro viandante, Ebreo errante, archetipo di tutti i viandanti in questa vita e nel mondo?

I cieli azzurri sono il nostro “contenitore”, anche se qua e là incombono nuvole, nuvole nel cielo e nuvole nelle nostre anime. Non sempre venti impetuosi riescono a cacciare lontano le nuvole, che allora restano sopra noi fino all’orizzonte, o fino alla soglia del nostro pensiero.

Siamo eternamente viandanti, caro Rizko, ed è come se ci potessimo incontrare da qualche parte, o sulla sponda del grande fiume che anni fa potei vedere in viaggio per Dnieprpetrovsk, oppure nella Galizia profonda, nella campagne di Lublin, ovvero, ancora, tralasciata Prag a occidente, già andiamo verso Kutná Hora o più a Sud, oltre le montagne.

Una volta scrissi che oltre le montagne, però viste da un Sud più vicino al mare, si narrano tante storie, ai bambini di sera, nelle lunghe invernate piene di neve, e di viandanti che arrivavano tutti intabarrati, diretti verso un dove sconosciuto anche a loro stessi… e di altri viandanti che parlavano un idioma duro, e portavano a Nord carretti pieni di oggetti di legno da vendere alle massaie, in quei villaggi sparsi per le vallate. Un andare e un venire da Nord a Sud, da Est a Ovest, ininterrotto, per secoli e secoli.

E un continuo raccontare nelle osterie, vicino ai focolari e a ceppi scoppiettanti. Ogni tanto si fermavano drappelli di soldati a pernottare, non sapendo se sarebbero sopravvissuti per giorni, per mesi o per anni, che il futuro misterioso presentava senza annunzi, ma solo con il rombo di cannoni o lo scalpitare di cavallerie nemiche.

Caro Rizko, sei passato attraverso polverose strade che ad autunno si infangano fino al perno delle ruote del tuo carretto e durava fatica l’asinella, con il tuo aiuto, a togliersi d’impaccio.

Hai lasciato eredi in Boemia, aggiunto un cognome, Berkowitz, hai lavorato tanto, anzi, i tuoi nipoti sono riusciti a vedere la luce di una sopravvivenza diversa. Hanno rischiato. E poi l’Italia, nientemeno che a Venezia, le sue luci, lo sbrilluccicare della laguna verdastra e più in fondo, oltre il Lido e Pellestrina, il Mare profondo. Qui, diventato Italiano, hai conosciuto il fiato della belva, che ha masticato i tuoi cari, e ti sei salvato per un nulla voluto dalla Provvidenza o dal caso, oppure dal tuo antico Signore degli eserciti, in cui non credevi più da tempo.

Infine hai amato, caro Alfredo Bastiani, le colline coperte di prati e di boschi del remoto Friuli, sconosciuto ai più, anche ai compatrioti, che lo confondono con il Veneto e non sanno se Utinum si trovi in pianura oppure oltre la Cerchia dei monti azzurrini che al tramonto tradiscono l’enrosadìra violetta. A San Daniele, dove si parla l’idioma duro e perfetto dei “Furlani” e dove il tuo mondo, caro Rizko, è riuscito a fermarsi e a riposare sulle rive di un piccolo lago, nel cimitero dei tuoi avi e dei tuoi nipoti, in mezzo alle morene antiche lasciate da ghiacciai primordi scolpiti dal buriàn, il vento da cui sei partito trecento anni fa.

…invece di chiacchierare in tv e di apparire sul web, perché i politici non imitano il Presidente Mattarella, mettendosi in fila in un centro di vaccinazione per mostrare quello che si deve fare, responsabilmente?… oltre ad essere maleducati in più occasioni. E altrettanto facciano i giornalisti, si mettano in fila per il vaccino, invece di blaterare tanto!

…me lo sto chiedendo: perché i politici non fanno quello che ho scritto nel titolo? Non sarebbe male vedere in fila Letta (eccolo di nuovo!) a braccetto con suo zio Gianni, Renzi, Conte, Dimaio, Boldrini, Fratojanni, Fornaro, Fico, Casellati, Salvini, Meloni, Tajani, Gelmini, Bernini, Zingaretti, Bonaccini, Zaia, Fontana, Cirio, Solinas, Serracchiani (a proposito della quale, si legga più sotto) Fedriga, Toti, Sala, Raggi, Appendino, Giani, Guerini, Lollobrigida, Orlando, Marcucci, Delrio, Berlusconi, Giorgetti, e compagnia cantante… tutti in fila come fanti, l’uno dietro e l’altro avanti, come recitavo in seconda elementare con la maestra Rolanda?

E anche qualche giornalista come Travaglio il prosopopaico, Mentana l’ex mitraglia, la Berlinguer seriosa, l’Annunziata che sembra sempre triste e compresa del suo ruolo, De Bortoli con la sua un po’ insopportabile allure alto borghese, la Gruber messa di traverso da trent’anni, Martinelli che respira ogni mezza parola detta, incomprensibile nella sua dizione zoppicante, Giorgino il sempre bambino, Semprini il rapsodico, la bella Spadorcia (veramente gradisco questa signora, e non poco, a differenza di altre colleghe sue), e poi ci sono gli ospiti pagati, psichiatri alla Crepet, molto esperto di ovvietà, docenti di fisica e matematica che si atteggiano a scienziati, ma non lo sono, e fanno magari i teologi, come Odifreddi, poliparlanti come Sgarbi, virologi e altri specialisti di arti mediche, che fanno a gara tra loro per dire l’ultima, di cui non cito alcun nome, etc., poi, siccome in generale ci sono in giro fra gli ascoltatori molti L.I.F.O., cioè Last In First Out, tradotto: l’ultima cosa ascoltata diventa quella vera, il guaio è veramente grosso.

Quanti disutilacci, quanti comportamenti, gesti, discorsi, parole isolate, ovvietà, ripetizioni, slogan, ci tocca sentire e vedere! Sembra che tutti abbiano letto la parte sulla comunicazione del Mein Kampf, dove il caporale Adolfo ci dà una chiave di lettura dell’intontimento generale dei Tedeschi fra il 1933 e il 1943/4/5, gregge manipolato à la Gustave Le Bon. Ma non hanno letto l’orrendo libro, anche se inconsapevolmente imitano il folle assassino con la loro miseria dialettica.

Meno mal che Draghi pare aver deciso che parli uno solo per informare sulle decisioni del Comitato Tecnico Scientifico sulla pandemia (forse il nostro furlàn Brusaferro) e uno solo per il Governo.

Variando il “menù”, mi sposto su Letta per due cose: ho trovato leggermente intempestivo il suo intervento sullo Jus soli, anche se condivido in linea teorico-pratica, e soprattutto etica, un progetto di vero e proprio “ripopolamento” dell’Italia. Non vi sono alternative: la situazione demografica e la cultura familiar-sociale dei nostri tempi molto difficilmente riporterà il dato statistico di sostituzione della popolazione in Italia alla percentuale del 2,1%, per cui, a meno che non immaginiamo un’Italia desertificata, non si può non considerare il tema dello Jus soli.

Necessario, dunque, ma anche eticamente fondato sul fatto che tutti gli umani sono Popolo della Terra (di egual dignità e diritti), di qualsiasi sua parte e territorio. La storia e anche i retaggi antecedenti, quelli che ci insegna la paleoantropologia, registrano spostamenti e migrazioni di popoli, e oggi non è diverso, anche se i mezzi di mobilità sono diversi da un tempo. In ogni caso ancora si vede l’uomo in cammino verso terre nuove e orizzonti più vivibili.

Chi sostiene il contrario è egoista e razzista.

L’altra lodevole citazione del neo-segretario del PD concerne la sua scelta dei vicesegretari. Mi soffermo soprattutto sulla vice-segretaria. Approvo, sottintendendo che Enrico non si è fatto incantare dagli occhi imploranti di Serracchiani, che ambiva, ambiva…, ma che noi Friulani ben conosciamo e non rimpiangiamo.

Un episodio che la riguarda: ero relatore in un convegno del mondo artigiano nel 2015 e lei, dopo aver fatto il suo intervento, di cui non ricordo un concetto che è uno, se ne è andata un attimo prima che intervenisse un caro collega, economista di vaglia. Lui, da gentiluomo, non fece un gesto di disapprovazione. Più tardi intervenni io. Se la donna presidente della mia Regione avesse piantato l’incontro un attimo prima del mio intervento, l’avrei fermata dicendole: “Presidente, si fermi ancora 10 minuti, le può essere utile ascoltare ciò che sto per dire”. Chissà che bel casino sarebbe successo! O forse no, muro di gomma, e nient’altro.

La “docimologia”, o “scienza della valutazione delle prestazioni” dei lavoratori (e degli studenti)

Prima di tutto chiariamoci che cosa significa “scienza”, perché su questo termine c’è spesso molta confusione, tra una accezione in qualche modo “modernista”, che la ritiene solo attribuibile a quelle che Wilhelm Dilthey chiamava “Naturwissenschaften”, cioè “Scienze della Natura”, come fisica, chimica, fisica, matematica (che appartiene, però anche alle Scienze dello Spirito, con le sue astrazioni teoretiche!), biologia, medicina, geologia, astronomia, etc., per distinguerle dalle “Geistwissenschaften”, o “Scienze dello Spirito”, come filosofia, psicologia, pedagogia, antropologia filosofica e culturale, etc.; e una accezione forse più plausibile, anche se “aristotelica”, l’epistème, vale a dire “sapere certo ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

Chiarisco un attimo i concetti di evidenza e di certezza (del sapere scientifico): per evidenza si intende ciò che il termine stesso dice “una cosa è evidente perché è davanti ai miei occhi” (non mi è evidente l’Australia, perché… non ora la vedo); per certezza si intende che una cosa è attestata, mediante il metodo galileiano e popperiano (Karl Popper) che funziona per “prove ed errori”, ammettendo, sia la verificazione sia la falsificazione di un asserto scientifico (non vedo l’Australia, ma credo al diario del capitano James Cook e ai racconti degli emigranti, etc.).

Moltissimo di Aristotele è ancora attuale, a partire dall’Etica!

Oggi, però, potremmo chiederci a che plesso appartengano le neuroscienze…, che mi pare si collochino abbastanza tranquillamente, sia nel plesso cosiddetto umanistico, per le loro relazioni con la psicologia e scienze affini, sia in quello cosiddetto scientifico, per le relazioni con la biologia e la medicina. Un esempio lampante di quanto i saperi siano intrecciati e connessi, e… unitari.

Ritengo ciò particolarmente plausibile, soprattutto nella cultura italiana, che è ancora legata alla riforma scolastica del ministro (e grande filosofo) Giovanni Gentile, che nel 1923 suddivise i saperi scolastici in “scientifici” e “umanistici”, grosso modo riferibili ai due rispettivi elenchi sopra descritti, certamente per ragioni più legate, non solo a una visione un po’ classista della scuola, ma anche alla praticità dell’organizzazione dell’educazione e della formazione dei giovani nei vari plessi scolastici, piuttosto che a una visione generalmente epistemologica, cioè di filosofia della scienza.

Oggi possiamo pacificamente condividere che tutti i saperi provvisti di uno statuto epistemologico sono, sia umanistici, sia scientifici, dipendendo la loro “qualificazione” dalla prospettiva dalla quale si considerano. Un fisico che si chiede qualcosa sui perché e percome dell’antropizzazione della Terra si fa una domanda che è anche filosofica, così come esegue un lavoro scientifico un glottologo, cioè uno studioso delle lingue, che classifica in rigorose tabelle tassonomiche un antico idioma dell’Asia centrale.

E dunque, se quanto sopra è vero, la docimologia, vale a dire la scienza delle valutazioni delle prestazioni lavorative, è una scienza dell’uomo, cioè un sapere che usufruisce, sia di scienze “dure” come la biologia e la psichiatria medica, sia di quelle “leggère” come la filosofia, la psicologia, la pedagogia e la didattica.

La docimologia è dunque lo Studio dei metodi di valutazione delle prestazioni lavorative e, per quanto riguarda la scuola e l’università, degli esami, delle verifiche e delle tesi. Questa scienza si colloca in un ambito etico-organizzativo e gestionale delle strutture umane, di qualsiasi tipo e dimensione, ed è ispirata all’esigenza morale di rimuovere al massimo possibile la soggettività nei giudizi espressi. Essa valuta precisi elementi che costituiscono il giudizio, utilizzando scale di valutazione che vanno dal 1 a 5 nel classico esempio proposto fin dagli anni ’30 del XX secolo dallo psicologo sociale americano Rensis Likert, in uso soprattutto nelle aziende; alla scala da 1 a 10 in uso nelle scuole di ogni ordine e grado, fino alla classificazione accademica che va, in generale da 1 a 30, con la persistenza di esempi di modelli universitari che utilizzano ancora la scala da 1 a 10, come è stato in uso negli Studia medievali e successivi fino al XVIII secolo.

La docimologia, intesa in questo modo, è stata introdotta nelle scuole in Francia fin dal 1922 da H. Pieron, H. Laugier e D. Weinberg, i quali hanno creato un sistema misto di valutazione matematico-statistico e comparativo-descrittivo. In altre parole, questi studiosi hanno sviluppato un sistema che, usufruendo di buone (meglio se ottime!) conoscenze antropologiche e descrittive, e di buone conoscenze matematico-statistiche, potesse essere attendibile, sia nelle valutazioni in progress, sia nella valutazioni puntuali, magari per una scelta nell’ambito di un processo di selezione del personale, o per uno step di crescita del lavoratore, così come in ambito scolastico si verifica, sia il processo didattico, sia l’apprezzamento valutativo del profitto.

Il valutatore aziendale, pertanto, non può trascurare i saperi sopra descritti, pena l’elaborazione di un processo valutativo insufficiente o mancante di elementi essenziali per produrre un sistema affidabile, giusto sotto il profilo comparativo, ed eticamente fondato su una morale equitativa.

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