Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

procedere, precedere, decedere, decidere, recedere, retrocedere, accedere, concedere, incidere, incedere, intercedere, uccidere,… cedere: concetti che stanno dentro il “dialogo”, il “colloquio” e la “conversazione” (che sono tre diversamente utilizzabili modalità comunicazionali e relazionali) tra gli esseri umani… e poi, su un versante diverso: “mettere a terra”, “portare a bordo”, “occorre un cambio di passo”, “quant’altro”, “tanta roba”, metafore modaiole, inefficaci e per me infastidenti, così come l’abusatissimo verbo “implementare” (che mi piace assai poco)

La radice verbale latina “caedere” (tr. tagliare, uccidere, colpire, es. caedere victimas: sacrificare vittime). costituisce il centro di significato e di senso di svariati verbi italiani, che si differenziano per il prefisso diverso: pro, pre, re, de,retro, ad, con, in, inter, uc,… i quali prefissi danno significati profondamente differenti a ciascun verbo.

Tratto di un altro esempio, come quello recentemente commentato in questa sede, dell’ablativo assoluto, che attesta come la lingua latina sia in grado, assolutamente più di altre lingue, di sintetizzare concetti, termini, lemmi, parole, espressioni, magari utilizzando il modo di esprimersi filosofico.

Ad esempio, si pensi alla profonda differenza che si dà in italiano fra i due verbi “decidere”, che significa scegliere, e “decedere”, che è sinonimo di morire. Si tratta comunque di un “tagliare”, “separare”, “dividere”: una scelta o l’altra, la vita e la morte. Un altro esempio: inter-cedere, che letteralmente significa camminare-in-mezzo, metaforicamente assume un significato diverso: intervenire (presso un potente) a favore di qualcun altro. Constatando ciò si può affermare che il latino è un idioma capace di contenere parecchi significati nel medesimo etimo radicale, in modo polisemantico e tale da poter favorire lo sviluppo di una letteratura precisa ed efficace in molti settori, da quella poetica a quella giuridica, da quella storica a quella filosofica.

In latino si potrebbe anche pensare di scrivere di tecno-scienze moderne, in-ventando (cioè “trovando”: si tratta di una derivazione lessicale dal verbo latino invenire) costrutti adeguati. Si pensi alla bicicletta, che ovviamente ai tempi dell’Impero Romano non esisteva, ma che oggi potremmo chiamare “birota”, cioè due-ruote. E si potrebbe continuare.

Accanto a questa duttilità del latino, mi viene da constatare come nella comunicazione contemporanea si indulga spesso in costrutti retorici, come le metafore, che in generale sono molto utili e sinteticamente espressive, ma a volte diventano una moda, che non fa risparmiare energie al parlante, o sono addirittura banali e inefficaci.

Due esempi: trovo che si stia abusando della metafora fattuale “mettere a terra”, volendo dire “realizzare” concretamente un progetto, un’idea, un compito assegnato. Una volta ascoltata alla tv o sul web, uno e poi due e poi tre persone cominciano ad usarla, e il quarto pensa che faccia-figo utilizzarla, per cui la propala geometricamente.

Dopo un po’ di tempo il centesimo utilizzatore (ma anche prima, forse il trentesimo) non si fa più nessuna domanda sull’espressione metaforica e la usa senza alcuno spirito critico, magari decidendo che la si può anche evitare, scegliendo di utilizzare il verbo “realizzare”, cioè “rendere-cosa un’idea”, dalla radice latina “res”, che significa cosa. Si pensi alla res-publica, la repubblica. “Realizzare” in tutte le sue modalità temporali e modali, di cui l’italiano è ricchissimo, come il latino e il greco antico, mentre invece l’inglese ne è largamente privo. Di tali modi, si pensi al rapporto tra modo congiuntivo e modo condizionale nelle frasi ipotetiche e concessive, possiamo proporre esempi innumerevoli. Un esempio: “se tu me ne dessi le possibilità, potrei realizzare questo progetto“; proviamo a “metterla giù” con la metafora di cui sopra: “se tu me ne dessi le possibilità, potrei mettere a terra questo progetto“. Bruttino, no? Oppure vi piace?

Diamo uno sguardo all’altra frase sopra citata, quella del “prendere a bordo”. Invece di proporre questa metafora acquatico-marinaresca, usare il verbo “coinvolgere” è più rapido e anche più elegante. O no? Soprattutto nel lavoro organizzato e gestito delle imprese, il coinvolgimento è il primo motore della partecipazione del lavoratore al progetto aziendale. Il verbo “coinvolgere” (tradotto nell’ottimo verbo inglese to involve), contiene l’etimologia dell’avvolgere, cioè del prendere-dentro, altroché “a bordo”.

“Prendere dentro” è più potente del “prendere a bordo”, o no? Ed è anche più rispettoso intellettualmente e moralmente, poiché interpella la psiche e lo spirito dell’altro senza la direttività di un ordine, che sembra quello del capitano al mozzo sulla nave “da corsa” inglese di Sir Francis Drake o di quella di Walter Raleigh, ambedue corsari di Elisabeth Tudor the First. O no?

Terza metafora, molto amata solitamente dai politici quando vincono le elezioni e devono per forza disprezzare ciò che hanno fatto i predecessori, per cui gli viene bene di dire che “occorre un cambio di passo”, significando che il passo di chi li ha preceduti è stato tardo e lento, e dunque inefficace. Salvo poi non essere diversi da costoro. Diffido sempre da chi usa questo modo di dire, perché non gli credo.

Quarta espressione che mi sento di criticare anche per l’indubbia pigrizia in essa sottesa: “quant’altro”. Politici e persone dei media (pronunzia mèdia, parbleu!) indulgono nell’uso continuo di questo sintagma che significa esattamente… NULLA! Infatti, se tu dici: “Ho provveduto a segnalare questi pericolosi comportamenti, espressioni errate e quant’altro“, che cosa si intende con “quant’altro”? Comportamenti, espressioni? Qualcosa di analogo che attenga all’agire umano? Ma se è così allora è meglio descrivere questi altri aspetti concreti specificandoli, e non lasciando supporre qualsiasi cosa con l’infelice espressione, o no?

Ultimo, fastidiosissimo modo di dire attuale: “tanta roba”, per dire che una cosa è importante, grossa, complicata… E allora si dice “tanta roba”, un’espressione che attesta una enorme pigrizia espressiva. E ciò basti.

Circa l’abusatissimo verbo “implementare” che cosa posso dire? Che mi dà un po’ fastidio anche se lo utilizzo anch’io, appunto, ma con una punta di fastidio quasi inspiegabile. E’ certamente un verbo latino, da impleo, implêre, della seconda coniugazione, che significa “riempire”. Non dovrebbe infastidirmi, dunque, stante la sua storicità e significanza, ma si potrebbe forse utilizzare più armoniosamente un altro verbo il luogo di codesto. Ad esempio: “completare (assieme)”, che ha la stessa radice di “implementare”, ma contiene il più significativo prefisso “con”, che dà il senso di una collaborazione tra più persone.

Vedi, caro lettore, come sia utile riflettere sempre su come parliamo, sulle parole che utilizziamo, sulle frasi con le quali ci esprimiamo, sulla comunicazione che pensiamo di realizzare (non di mettere-a-terra), che è non solo lo strumento comunicazionale che tutti conoscono, ma che è anche “performativo” (cf. Wittgenstein 1922, Habermas 1970, Ocone 2022), cioè trasformativo e possibilmente migliorativo, non solo dei concetti che “significano” cose o espressioni, ma anche della Qualità relazionale. La regola è la seguente: più si cura ciò-che-si-dice, sapendo che non conta tanto ciò-che-si-pensa-di-aver-detto-o-scritto, ma soprattutto ciò-che-l’altro-ha-percepito, e più ci si fa, prima comprendere, e poi capire.

Il come-si-parla è fondamentale. Solo un esempio attualissimo: si pensi ai colpevoli strafalcioni di Giuseppe Conte, quando parla di guerra civile mentre dice di “difendere solo il reddito di cittadinanza”.

Vigilare sui detti, sugli scritti e sul parlato è fondamentale per la difesa della nostra cultura, della nostra economia e anche della nostra democrazia parlamentare.

1 Comment

  1. Molte espressioni correnti (come appunto “corrente”) sono antiche metafore diventate catacresi, termini di cui si è perso l’originario valore metaforico. Chissà che non succeda anche per “mettere a terra”? Mah. E che mi dici dell’ormai universale “implementare”?

    Orrendo, caro Giorgio, questo verbo. Lo criticherò. Se posso non lo utilizzo. Tra i miei in indirizzo sei tra i pochissimi in grado di commentare riflessioni come questa mia odierna. Ti ringrazio… mi aspetto due righe anche da un altro collega, che io penso tu sappia chi intendo…

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