La rivoluzione informatica degli ultimi tre decenni abbondanti ha già radicalmente modificato il modo di lavorare nelle aziende industriali e commerciali, e anche nella pubblica amministrazione, anche se lì con maggiore lentezza. L’informatica individuale ha preso il sopravvento sui grandi mainframe degli anni ’80 e ’90.

Oramai quasi tutte le modalità operative di produzione sono “servite” dai sistemi automatizzati dall’informatica. L’innovazione tecnologica procede speditamente in tutti i settori produttivi, richiedendo sempre nuove professionalità e specializzazioni.

Va in questa direzione il varo del nuovo modello di studi tecnici integrato tra gli ITI e le aziende, sull’ottimo modello tedesco. Accanto a questo è importante che a nessuno venga in mente la sciagurata idea di smantellare i licei, con i loro tipici studi di filosofia e latino (il classico e lo scientifico), e greco (classico), perché questi saperi restano fondamentali per la strutturazione logica del pensiero umano, a qualsiasi scopo esso sia dedicato.

La cultura è una, una sola, in tutte le sue declinazioni umanistico-scientifiche.

Quando devo fondare questo mio convincimento, sia in un colloquio a due, sia in un intervento seminariale o di docenza, sia in una conferenza, utilizzo questi due esempi: 1) facciamo conto di trovarci alla Facoltà di Lettere di X e di incontrare il prof. XY, glottologo delle lingue asiatiche, che sta svolgendo una ricerca su un idioma quasi perduto del ceppo uralo-altaico; sta predisponendo una tabella con i morfemi, gli etimi radicali e i grafemi, cercando di definirne anche la pronunzia. Ebbene: si tratta di una ricerca umanistica (la disciplina generale del professore è la linguistica) o scientifica?

La domanda è impropria, poiché la ricerca è sia umanistica, sia scientifica, in quanto l’esito darà una risposta a una dimensione fondamentale di certe popolazioni, e nel contempo descriverà una struttura linguistica e quindi comunicazionale provvista di senso.

2) Ci trasferiamo alla Facoltà di Fisica, che comprende anche Astrofisica, di Z, e incontriamo il professor S.H. (è riconoscibile!). Ci spiega che le sue ricerche sull’origine dell’universo e dei buchi neri, nonostante lui sia sempre stato agnostico, lo hanno sempre interpellato sull’esistenza o meno di un’Intelligenza creatrice, in altre parole, di Dio. Non trovando risposte. Se l’avessi incontrato davvero mi sarei trattenuto con lui sulle “forme” del sapere: la ricerca di Dio non può appartenere direttamente alla Fisica, ma solo indirettamente (cf. Sapienza 13).

E veniamo alla domanda sul tipo di ricerca: il prof S.H. si sta facendo domande scientifiche o umanistiche? Sia umanistiche sia scientifiche, poiché i meccanismi chimico-fisici della formazione dell’universo appartengono alle discipline che studia, ma la domanda sull’Intelligenza creatrice è “solo” umanistica, perché la domanda su Dio, che ci si fa in Teologia e in Metafisica, è una domanda… sull’uomo.

Su questo tema, qualche anno fa ho cortesemente polemizzato in questa sede con il Prof. Carlo Rovelli, cui rimproveravo con garbo di “trattare male” la tesi platonica sull’immortalità dell’anima che il Grande ateniese ha proposto specialmente nel dialogo Fedone.

Di questi tempi si stanno – però – proponendo ulteriori modelli operativi come il blockchain, che è un registro digitale, cioè una struttura-dati condivisa e immutabile. Nel 2008, Satoshi Nakamoto (pseudonimo), utilizzando blockchain, inventò bitcoin che poi prese la sua strada autonoma e, per me, fortemente dubbia sotto il profilo morale, e forse anche finanziario (ma questo non è pensier mio). In sostanza blockchain dovrebbe contribuire a migliorare i processi informatici e i collegamenti telematici, sia nei processi produttivi, sia nei collegamenti civili e nella pubblica amministrazione.

Accanto al sistema precedente possiamo citare il metaverso, dai tempi in cui Neal Stephenson nel 1992 scrisse Snow Crash, per proporre quello che si può chiamare “universo virtuale”. Si tratta di un insieme di spazi virtuali attraversati da avatar, che sarebbero anche “più avanti” rispetto alla stessa realtà virtuale. Tramite questo sistema ci si può sentire con amici, partecipare a un concerto, esplorare sconosciuti paesaggi, senza muoversi da casa.

In tempi di pandemia, l’ideale, potrebbe sembrare.

Ma sorge subito, però, un tipico dubitar filosofico…: dopo qualche tempo, non è che il sistema metaverso ci potrebbe abituare a una solitudine non ricercata in sé, come possono esserlo le passeggiate in silenzio, o il gusto dell’escursione montana, oppure, ancora, l’andare in bici per strade secondarie nella frescura. In questi tre casi la solitudine non può scivolare nel senso di un rifiuto degli altri, perché risponde solamente all’essenziale esigenza che ha ogni essere umano di starsene a volte per conto suo, senza sentire parole inutili, urla scomposte e atti noiosi di altri.

Abbiamo bisogno di questa solitudine, e il metaverso usiamolo per lavorare.

Terzo tema: l’Intelligenza artificiale. Molti certamente ricordano il film Minority report, nel quale Tom Cruise fa parte della polizia predittiva, che si occupa di prevenire i delitti e arresta i probabili/ possibili/ (quasi) certamente progettatori ed esecutori di delitti di tutti i generi.

L’intelligenza artificiale lavora mediante collegamenti informatici che imitano l’intelligenza umana mediante l’analogia e la logica razionale di base, ma, di contro, un pensatore laico come Stephen Hawking, ancora nel 2014, ha messo in guardia l’ambiente accademico e il sistema massmediologico dai pericoli dell’AI.

I prodromi dell’intelligenza artificiale si possono trovare addirittura nei secoli passati, nelle ricerche di matematici e fisici come, nel 1623 Wilhelm Schickard, nel 1674 Gottfried Wilhelm von Leibniz, nel 1834, 1837 Charles Babbage, nel 1937 Claude Shannon a Yale, nel 1936 Alan Turing, e poi Mc Culloch e Pitts nel 1956 al Dartmouth College, fino alle ultime evoluzioni fisico-informatiche.

Bello, perché tutto ciò che la scienza produce è importante per l’uomo e per l’umanità tutta, specialmente quando scopre ciò che può essere utile in natura e si muove per proteggere la natura come in questo periodo sarebbe essenziale. La scienza e la tecnica possono servire per ridurre l’inquinamento da combustibili fossili… ad esempio, riprendiamo con il nucleare di ultima generazione? …. servono per migliorare la difesa del territorio e del clima terracqueo, per sconfiggere sindromi e malattie.

Ma l’intelligenza artificiale, se considerata addirittura sostitutiva di quella umana, rischia di essere una delle modalità attuali del peccato di superbia. Sto pensando alla gravidanza surrogata, alla clonazione umana, a tutto ciò che mette in questione la struttura morale della realtà naturale.

E’ vero che la cultura umana ha modificato la natura delle cose, ma non bisogna esagerare. A questo proposito, ci si deve porre, a mio parere, una domanda: c’è un sapere che riesce e mettere in guardia da questo rischio? Domanda retorica, perché la risposta è di tutta evidenza, almeno da due millenni e mezzo.

La Filosofia. La filosofia non morirà mai e non potrà essere sostituita neppure dal machine learning, poiché questo sapere si interroga sui princìpi primi, sulle ragioni dell’esistenza umana cosciente nel mondo, sul funzionamento della logica e dell’argomentazione razionale,sul bene e sul male, sulle scelte morali e sulla scala virtuosa o viziosa dell’agire libero.

E, oltre alla frequentazione dei grandi classici, dai due Greci che non occorre nominare tanto sono conosciuti, ad Agostino e Tommaso d’Aquino, fino a Kant e Hegel, a Heidegger, a Emanuele Severino, e al padre Cornelio Fabro, da Flumigano (Ud) per la cui biografia scrissi la prefazione, mi consolo con questo pensare.

Il compito di chi la pratica è immenso.

Ci penso ogni giorno per rinforzare il mio impegno, nel mio piccolo, per proporre la filosofia come sapere che riesce, analizzando con cura razionale ogni cosa e ogni fatto, a discernere le strade buone dalle strade male della vita di ognuno, delle famiglie, delle aziende e di ogni gruppo organizzato, dei popoli e delle nazioni.