Ho conosciuto don Pierluigi Di Piazza mi pare nel 1988, quando nella mia vita precedente cominciavo ad occuparmi di immigrati. Ero segretario di un sindacato, e come tre confederazioni Cgil, Cisl e Uil, assieme alle Acli, istituimmo il Centro Solidarietà Immigrati, di cui poi storicamente il sacerdote fu il continuatore e leader carismatico, con il Centro Balducci di Zugliano.

La mia vita cambiò su altri versanti, per cui lo reincontrai su quello teologico e della comunicazione.

Ho letto quanto si è scritto in questi giorni su lui, e diverse cose non mi trovano d’accordo. Soprattutto alcuni interventi in memoriam, e in particolare quello di Vito Mancuso.

La Chiesa cattolica è il Popolo di Dio (cf. Lumen gentium 1), ed è, come la definiva con chiarissima spietatezza Agostino di Ippona, sancta et meretrix, perché è fatta di esseri umani, di papi, di vescovi e di presbiteri, ma soprattutto di popolo. Etimologicamente la chiesa è un’assemblea (ekklesìa, dal verbo greco kalèo, e dall’ebraico kahal) e quella “cattolica” è rivolta verso tutti (katà òlon, da cui “cattolico” vuol dire secondo-il-tutto).

Tra questi “tutti” vi sono santi e peccatori, mediocri e valorosi, virtuosi e viziosi. Di questi “tutti” hanno fatto parte anche papa Formoso del IX secolo, uomo di non specchiate virtù cristiane,i papi dei Conti di Tuscolo guidati nel X secolo dalla viziosa Marozia, intendo come Benedetto VIII, tale Teofilatto, o Sergio III, e anche, nei secoli XV e XVI papa Medici, Leone X, e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, che voleva un sepolcro degno di un gran re e perciò commissionò il Mosè a Michelangelo e a Raffaello le Stanze vaticane, tra altro (cupola e fabbrica di san Pietro). Papi corrotti e barattieri? Sì. Ma cristiani peccatori come mille e mille altri.

Attenzione: non vi sono solo i peccati più visibili e noti, come gli omicidi, le truffe e le ruberie, ma anche peccati sottili, come la vanità intrisa di vittimismo, tipo quella che traspare talora da ciò che scrivono alcuni che si sono affrettati a lodare il sacerdote scomparso. Due titoli, a parer mio intrisi di presunzione, tra altri, del sopra citato teologo Mancuso: “Io e Dio”, e “Dio e il suo destino”, che mi sembrano echeggiare scalfariane e ben poco umili pubblicazioni (ad e. “Intervista con Io”).

Non condivido pertanto la riflessione che propone Mancuso, là dove pare che la distinzione morale sia tra chi ha potere e chi non ce l’ha. Il potere non è male in sé, ma per come viene usato, e quindi anche i vescovi (che sono dei supervisori apostolici: episkopòi, in greco) possono essere (non è detto che lo siano sempre) brave persone.

Sulla figura di Gesù il Cristo la visione teologica, esplicitata da don Di Piazza in molti suoi scritti (cito ad e. la rubrica sul Vangelo della domenica sul quotidiano Messaggero Veneto, da lui tenuta mi pare per un quindicennio circa), non ho mai trovato un discorso teologico che tenesse in conto i quattro secoli e i sette concili ecumenici che hanno trattato del Cristo, dal Concilio di Nicea del 325, convocato dall’imperatore Costantino. Ho sempre letto nei suoi scritti di un Gesù di Nazaret (il Gesù “storico”), senza che mai si facesse cenno alla persona di Cristo – Figlio di Dio – Messia – Seconda persona della SS. Trinità, da cui procede (secondo la Chiesa cattolica) lo Spirito Santo, oltre che dal Padre. Mai.

Se si vuole fare teologia cristiana in modo serio, non si può non parlare, almeno qualche volta, del lungo travaglio che ha riguardato la figura “teandrica” di Gesù Cristo. Fatto pacifico nel dibattito teologico, oltre che nei tempi tardo antichi dei sette concilii ecumenici citati, più recentemente almeno dai tempi di Reimarus e di Lessing a metà del XVII secolo.

Don Di Piazza ha anche scritto una autobiografia su richiesta degli amici. Io non lo farei mai, sapendo distinguere tra umiltà e modestia, laddove la prima è virtù e la seconda rischia spesso di apparire falsa.

Un’ultima cosa: so che il rito del Battesimo nella chiesa di Zugliano. almeno per un certo periodo, non rispettava la formula sacramentale canonica “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito Santo“, ma si svolgeva con questa radicalmente differente dizione “Noi (sottinteso la comunità) ti battezziamo…”. Potrei commentare teologicamente l’assurdità inconcepibile di questo arbitrario cambiamento, ma mi limito a sottolinearne l’atto di superbia intrinseco. E di falsa modestia, implicita nel rifiutare il legittimo “Io”, che significa “ego sacerdos in persona Christi“, cambiandolo con un falsamente democratico e populista “Noi”. Grave.

Taccio di altri episodi di insubordinazione al Vescovo.

Mia suocera non fa parte del novero di intellettuali di cui ho trovato traccia negli encomi di cui qui scrivo, ma penso abbia una Fede cristiana pari a quella di coloro, come anche tante persone semplici, della cui pietà Paolo VI invitava tutti ad avere rispetto.