Non so più come esprimere la mia critica, lo sconcerto, il dissenso e perfino uno stupìto dispregio per molti titoli e articoli che si leggono sui giornali e sul web, che si ascoltano in tv e su quasi ogni medium (pronunzia mèdium, santoiddio!).

Grande rispetto e ammirazione, invece, esprimo per gli inviati speciali, che raccontano le cose umane, spesso le più orrende, rischiando la vita.

Degli omicidi: molti cronisti stanno raccontando l’omicidio e lo sfregio della signora Maltesi, definendola “porno attrice”, come se fosse indispensabile così qualificarla per il “diritto di cronaca” (infame, in questo caso), o piuttosto perché è più “sfizioso” (aggettivo abusato e noioso) scrivere dell’attività pomeridiana e notturna della donna, invece che dire con semplicità della sua condizione di giovane madre di una bambina.

Per i media, in genere, e ciò è squallido per non dire spregevole, quello che conta è soprattutto la vendibilità della notizia, non la sua essenzialità e verità. Vergogna!

Altro tema, più generale: quando i media riferiscono di un “femminicidio”, che – alla lettera – è un omicidio, (omi-cidio da homo caedere, vale a dire “uccidere un essere umano”), aggiungono subito che si è trattato di un delitto generato da una insopportabile (per l’assassino) gelosia, ma evitando accuratamente di focalizzarsi sull’assassino, oppure citandolo quasi solo en passant, come se
il focus morale e sostanziale dell’atto non sussistesse nell’omicida. Tra l’altro, se dovessimo accettare la dizione “femminicidio”, per coerenza linguistico-semantica, quando viene ammazzato un uomo-maschio, dovremmo prevedere e utilizzare il termine “maschicidio”. O no?

Un racconto mediatico eticamente accettabile dovrebbe invece sottolineare innanzitutto la malvagità dell’omicida, e l’eventuale ragione-causa del suo atto, magari una gelosia malata o altro. Attenzione: un caso del genere pone immediatamente il tema dell’insopprimibile e inesorabile responsabilità morale personale di chi ha ucciso, e, dopo una approfondita analisi del fatto, di una sanzione proporzionata, certa e rapida. Se si dovesse pretendere di “spiegare” (nel senso di dare ragione o causa di) un crimine, specialmente se efferato, con la malattia mentale, tutto il Diritto penale della cultura occidentale, dal Codice di Hammurabi ai giorni nostri, risulterebbe, sarebbe insensato.

Così funziona di questi tempi, ed è insopportabile che nel 2022 si possa riscontrare nel retro-pensiero di questi cronisti, quasi ancora fossero condizionati dalla teoria e prassi giuridica e dalla legislazione penale, che è stata cambiata in Italia solo nel 1981, la cultura (si fa per dire) del delitto d’onore, per il quale l’omicida prendeva sette o otto anni di condanna, spesso ridotti fattualmente alla metà. Non è il caso dell’orrendo delitto citato qui sopra, ma i narratori lo hanno trattato, in qualche modo, con gli stilemi socio-etico-linguistici di trenta/ quaranta anni fa.

C’è da essere furibondi e quasi increduli per il fatto che esistano ancora modi di concepire e raccontare questi crimini in modo da mettere alla berlina la vittima, mentre quasi si tacciono le responsabilità del suo carnefice.

Che ne dite cari giornalisti e titolisti? Mi sbaglio? Perché non modificate il vostro modo di raccontare queste tragedie? Non vi accorgete di quello che voi fate, e fate pensare?

Della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina.

Anche su questo tema partiamo dai titoli e dalle espressioni più usate: bombardamento a tappeto, rischio di guerra nucleare, stragi di centinaia, anzi di migliaia di persone, di cento o duecento bambini, con dati e numeri che appaiono scarsamente verificati nelle loro fonti. Penso questo, perché la medesima notizia viene data spesso in modo differente nello stesso articolo/ servizio/ giornale/ programma. Così non sai a chi prestare fede e finisci con non credere a nessuno.

Di recentissima fama mediatica, tale professor Orsini, della Luiss (quando nel sottopancia tvdel parlante si cita una università prestigiosa, in ragione della proprietà transitiva di base, il prestigio passa direttamente al soggetto lì presente), che ad osservarlo bene nel linguaggio para-verbale sembra depresso, i giornalisti Travaglio e Santoro, la docente Di Cesare, altri (pochini, per la verità, quasi nessuno (evangelicamente) puro di cuore, a differenza del povero compagno internazionalista Edi Ongaro morto nel Donbass mentre combatteva per la libertà del popolo russo, poverino), raccontano balle sesquipedali, facendo della realtà di fatto, strame.

Mi piacerebbe che frate Tommaso dei conti d’Aquino potesse oggi apostrofarli con il suo magistrale “Contra factum non valet argumentum” (contro un fatto non si dà argomentazione contraria), per zittirli una buona volta.

Altro tema: consideriamo la mediatica enfasi, assai generalizzata, sul tema lgbtq e diritti civili correlati. Esagerata, un mainstream falsamente vestito da rispetto per il diverso, ed è, invece, piuttosto, la proclamazione e l’esaltazione di un particolare modo di vivere. Non condivido l’enfasi, mentre sulla scelta individuale di sentirsi sessualmente a, b o c, ovviamente, nulla ho da dire. E comunque il sentirsi è discutibile, pur non ritenendo (più) alcuno di noi l’omosessualità essere una malattia o un peccato morale.

E qui ora scrivo una cosa politicamente scorrettissima, rischiando di attirarmi critiche e reprimende da parte di qualche anima bella: non sopporto più il profluvio di scene di sesso omosessuali filmate e trasmesse, provando per esse un mio schifo naturale insopprimibile, e neanche sopporto quelle di sesso etero, che sono ancora più abbondanti, perché quasi sempre inutili, ridondanti e, non raramente, volgari. Sono di mentalità arretrata? Può darsi. Chiedo solo di non essere continuamente obbligato a subirle, con il massimo rispetto per le scelte di ciascun altro.

Si faccia sesso come ci si sente, ma non me lo si sbatta in faccia, anche se posso spegnere o cambiare canale.

L’ultima cosa, ma non meno delle altre citate vergognosamente FALSA o scorretta! Proprio oggi leggo questo seguente titolo su un quotidiano nazionale, a proposito del Covid: “Ospedali pieni”. Ma come? Sono pieni, se le percentuali di occupazione dei posti letto sono, rispettivamente, del 12% per quanto concerne le terapie intensive e del 15% nei reparti ordinari? Da quando in qua il 12% e il 15% (anche sommati) sono uguali al 100% del tutto?

Ok, anche facendo venia sulla “metaforicità” dell’aggettivo “pieno”, e sul suo utilizzo markettaro, che cosa può pensare l’ascoltatore/ spettatore/ lettore di una così clamorosa balla?

Che pietà, oltre che vergogna per questi mestieranti, che sono, o intellettualmente disonesti, oppure tecnicamente ignoranti.

Tertium non datur.