Leggo sulla stampa che, dando armi all’Ucraina, di fatto come Nazioni europee siamo in guerra con la Russia, anche se ciò non è vero. Da niuna parte, in nessuno scritto vedo citare il concetto di morale pratica di “legittima difesa”, che in ogni ordinamento etico-giuridico è prevista, fin dai testi legislativi archetipici, sia dell’Occidente sia dell’Oriente.

Per sintetizzare, interpello in tema la morale di Tommaso d’Aquino, che ne trattò diffusamente nella sua Summa Theologiae.

Innanzitutto Tommaso distingue gli atti umani tra “buoni o cattivi in rapporto alla ragione; poiché, […], il bene umano consiste nell’essere conforme alla ragione, e il male nell’essere contrario alla ragione” (Summa Theologiae I-II, 18, 5, co.).

Già questa secca definizione ci può trovare un po’ spiazzati, spiazzati perché noi moderni abbiamo forse perso il senso di ciò che sia conforme e di ciò che sia non conforme e contrario alla ragione, e il senso e il significato del termine “ragione”. Tommaso ci potrebbe aiutare molto anche a rischiarare concettualmente il significato di “ragione”, che per lui (e dovrebbe essere così pure per noi) è la recta ratio agibilium, vale a dire il “retto pensiero intellettuale per agire cose eticamente fondate sul rispetto dell’uomo” (traduzione ad sensum).

Per valutare un atto umano secondo ragione, Tommaso ci aiuta in questo modo, proponendo tre elementi costitutivi di esso: a) l’oggetto dell’atto, b) il fine e c) le circostanze.

L’oggetto è l’atto concreto, visibile, “ragionevolmente” scelto mediante il proprio libero arbitrio. Però, tale atto è da valutare anche in relazione alle caratteristiche di chi lo compie, poiché altro è ciò che può compiere una persona di potere, altro è ciò che può fare una persona che non ha potere. Nel caso dell’agire di Putin tale riflessione è molto interessante.

Il fine si definisce con il-perché un soggetto compie un tale atto, ed è costituito da due intenzioni: a) l’intenzione prossima, che definisce la specie dell’oggetto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere il blocco immediato di un allargamento della NATO all’Ucraina, che peraltro non era all’ordine del giorno), e b) l’intenzione ulteriore, che invece stabilisce il fine decisivo proprio di un atto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere l’intenzione di Putin di tentare di ristabilire i confini dell’influenza russa più o meno ai vecchi confini dell’URSS, non escludendo di riprendersi anche, del tutto o in parte, gli ex “Paesi satelliti”).

Ordinariamente, l’atto è più importante del fine, ma nell’intenzione (del cuore, direbbe Gesù di Nazaret) il fine è più importante dell’atto.

Le circostanze, per Tommaso d’Aquino, si possono suddividere in sette classi: chi, cosa, dove, con che mezzo, perché, come, quando. Vedi, caro lettore, come le 5 double W (who, which, what, when, where + how) dell’imperante, e per me fastidiosa, cultura aziendalistica inglese hanno antenati illustri! Aaah, cari guru dell’organizzazione aziendale, forse siete un pochino ignorantelli…, voi siete quelli per cui il termine “agile”, si pronunzia “agiail”. Incredibile dictu. Imbecille.

Le circostanze possono influire in tre modi sulla fondazione etica di un atto umano. Primo: alcune circostanze sono trascurabili, e perciò provocano conseguenze insignificanti per quanto concerne un giudizio morale sull’atto stesso. Secondo: alcune circostanze sono accidentali (o casuali, termine da prendere, però, con le pinze) sull’atto e rappresentano solo un indizio, che può essere di carattere aggravante o riducente.

Infine, terza ipotesi: possono sussistere delle circostanze molto importanti, al punto da modificare la natura stessa dell’atto.

Oltre a quanto sopra descritto, per ogni atto umano (la decisione guerresca di Putin), si devono considerare le conseguenze prodotte, a partire da quelle principali: nel caso della guerra in corso, morti uccisi, freddo, disagi di tutti i generi, ferimenti, dolore proporzionato alle condizioni di ciascuno, laddove i vecchi, i bambini e gli ammalati stanno peggio.

Gli effetti moralmente cattivi/ negativi di un atto sono da attribuire alla responsabilità dell’agente che lo compie (Putin), anche se non si può dire che l’agente stesso abbia precipuamente e primariamente voluto – come fine – uccidere vecchi, donne a bambini, ma tale effetto era tra le possibilità di un’azione militare, che non può mai essere, come si dice, con edulcorata e indecente retorica, “chirurgica”.

A questo punto, Tommaso, figlio del suo tempo, fa l’esempio di un Crociato che ammazza un nemico per difendere la Cristianità, e spiega come l’effetto dell’uccisione di un “infedele”, di per sé, moralmente negativo, non lo è primariamente e del tutto, perché il fine è quello di salvaguardare il bene maggiore, che per il Crociato è costituito dalla Cristianità. Per noi questo paragone, ovviamente, non regge, mentre per gli integralisti islamici regge ancora. Vedi, gentile lettore, come debba fare ancora molta strada la cultura giuridico morale di un certo islam!

Secondo la morale tommasiana, dunque, considerando il duplice effetto possibile di un’azione, uno buono e uno cattivo, si possono individuare quattro condizioni che rendono possono rendere un atto legittimo. In questo ci aiuta il filosofo domenicano Giovanni di San Tommaso (1589-1644):

  1. L’atto stesso è buono o quantomeno neutro, basta che non sia cattivo.
  2. L’effetto cattivo non è oggetto dell’intenzione.
  3. L’effetto buono non è prodotto tramite l’effetto cattivo.
  4. L’effetto buono è più importante dell’effetto cattivo.

Ovviamente, il frate domenicano si ispira al Doctor Angelicus, (magister multorum, etiamque mihi) che scrive:

«Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita» (Summa Theologiae II-III, 64, 7, co.)

San Tommaso è lucidissimo, quando afferma che un’azione che abbia per fine la difesa della propria vita non sia per sé stessa illegittima, nemmeno nel caso in cui abbia come effetto l’uccisione dell’aggressore; ma questa azione può diventare illegittima per eccesso di reazione (quello che nel diritto penale contemporaneo si definisce come “eccesso colposo di legittima difesa”). Non esiste dunque una difesa illegittima (in linea di principio l’autodifesa è sempre legittima), ma una difesa sproporzionata.

Un esempio: le guerre americane nel Medioriente portate avanti dall’amministrazione Bush con quell’imbroglione menzognero di Tony Blair, e in seguito dall’amministrazione Obama, sono un fulgido (fo per dir) modo di difendersi, offendendo in maniera sproporzionata Nazioni e Popoli, in relazione al fine con il quale dichiaravano di voler proteggere il proprio paese (leggasi interessi economici).

Ora, se riferiamo, per analogia, questa lezione morale alle vicende della guerra di aggressione in corso da parte della Russia (di Putin) all’Ucraina, non si pone, caro Domenico Quirico, che scrivi su La Stampa, il tema di una guerra contro la Russia da parte dell’Occidente (Italia compresa), poiché invia armi all’Ucraina, ma il tema – di altissima e inconfutabile Legittimazione Morale – di una LEGITTIMA DIFESA.