Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Ferdinandus Ceschiae familiae, ex temporibus actis de medio saeculo misuratis memoria, Stellinianos juvaniles Fescenninos atque gaudiosas Festivitates domesticas – ipso facto – hic mihi nobisque narrat

TE LO DO IO IL FESTINO

Nei rari momenti di abbandono, quando il mio assiduo cogitare rallenta il passo, un tronco encefalico nodoso quanto un pino loricato, fa affiorare in me bagliori di inquietante consapevolezza. Sono trascorsi anni dal sospirato diploma al Liceo Stellini e l’odore delle rare pizzette da contendersi a suon di gomitate nell’angolo della bidelleria,  può dirsi ormai dissolto, come il ricordo del soffuso sciabordio della roggia, che il Regio lambiva tra i concitati ditirambi e l’ossessivo tamburellare della Venerina.

il da noi (da tutti i citati e da mia figlia Beatrice che ivi fu allieva decenni dopo di noi)
amatissimo Regio Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Il grande Vigevani ha raggiunto altri lidi non prima però, congedandomi, di avere fatto di me un dirigente imponderabile. Secondo i canoni del buon intendere dovrei sentirmi appagato, quanto uno scuoiatore di muli o un venditore di scorze candite, da sempre ritenuti solidi emblemi di successo e di entusiasmo, mascolino e propositivo.

Dovrei lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte e prendere il mare al largo, dove i totani brulicano, in una ridda frenetica di braccia, tentacoli e ventose. Ma nulla di tutto questo accade. Un grande peso sembra trattenermi, quasi premessa annunciata di un possibile conflitto interiore a lungo rimandato. Ad evitare devastanti smottamenti cerebrali in un equilibrio già provato da tanto confliggere, assume la forma di disadorne domande. “Nando – inizia subdolamente – non è che stai esagerando con questi racconti stelliniani ? Non è che stai proiettando al cielo il potenziale siderale della Sezione F nel campo della cultura? Capisco che la sua incidenza sia mostruosa, ma tutto quello studio furibondo, quel materno piegarsi sui libri, quella dedizione totale ai principi scolastici rinunciando a tutto il resto, non è forse eccessivo ? Possibile che nelle pieghe di un crudele immolarsi sull’altare del sapere, non ci fosse mai un attimo di respiro, un segmento diafano e incidentale per coltivare attimi di frivolezza? Possibile?” Questa voce, per quanto gentile e garbata, dovevo tacitarla se volevo continuare a leggere “Soldino” “Tiramolla” e “Il grande Bleck” senza perdere il filo.

Cercare note leggere laddove non sembrano esserci, in un pentagramma affollato solo di sinfonie vibrate ed irraggiungibili, non è certamente facile. Inaspettatamente tuttavia, poco per volta, agendo a guisa di un succhiello per il formaggio, emergevano profumi e sapori  pudicamente celati da tempo. Ectoplasmi vaganti, amalgami lattiginosi da medium squinternati, via via prendevano contorni sempre più distinti, sempre più prossimi ad abissi di intensa vacuità, di futile e spregiudicata leggerezza, di vuoto, spinto ai limiti dell’impossibile…

I FESTINI ! Ma certo, come avevo fatto a dimenticarli ??!!! Riti pseudo-pagani, salvifici dimenar di fianchi, saltellanti e grufolanti contorsioni in un esplodere colorato di ormonale gaiezza. Ecco cos’ erano ! Il perimetro permissivista di questa deroga era dettato da costanti fisse: quelli fuori Udine erano esclusi per via dei pullman (attenti solo agli orari di studio), mentre quelli veramente ricchi, sia di Udine che di fuori, prediligevano i Mocambo Club, i locali di lusso dove quasi tutto era consentito se non proprio dovuto. Io ed altri malcapitati fluttuavamo nel mezzo, favoriti dall’essere urbani ma non avvantaggiati da munifiche cornucopie. Le coordinate per questo limbo euforico erano grosso modo queste. Ci si presentava al domicilio eletto (quasi sempre di proprietà donzellesca) doverosamente agghindati secondo il conclamato genere di appartenenza. Eleganti e leggiadre le ragazze, tendenti al buttero noi ragazzi, tanto per l’abbigliamento che per il linguaggio. Sapevamo che la parte femminile della nostra classe prediligeva di gran lunga il macho adulto, non certo i diciassettenni. A nulla serviva tingersi le basette di bianco come Stewart Granger in “Le miniere di re Salomone” oppure mettere una ponderosa zucchina in tasca, come suggeriva scaltramente Checco.

E neppure vantare relazioni amorose con ignare amazzoni di altri istituti, consentiva di acquisire punti e fascino. Andavamo bene per fare delle prove, neppure tanto libere. Le madri delle donzelle ospitanti quando percepivano che qualche audace buontempone spegneva le luci durante i balli lenti (quelli languidi e galeotti) , si precipitavano per le scale come tigri, con fari aggiuntivi così luminosi da far sembrare la sala una spiaggia in pieno ferragosto. Il pass per essere accolti in questi templi del divertimento puro consisteva nel portare al festino l’ultimo 45 giri, quello talmente fresco da aver messo in imbarazzo persino i rivenditori del negozio di Via Vittorio Veneto. Colà potevi degustare l’esordio dei “Village people” spinti chissà perché ad elettrizzare palcoscenici già impropriamente affollati, oppure farti rapire dalle note di “Fernando” degli Abba CadAbba, amore limpido per un nome ricercatissimo ed intrigante.

Beatles e  Rolling avevano prodotto un salto vertiginoso non solo musicale, ma letterario. Il nostro inglese scolastico, talora raccogliticcio, si cimentava coraggiosamente in traduzioni magistrali e interpretazioni d’acchito liricamente encomiabili. “Yummi Yummi Yummi” degli Ohio Express era dato come napoletano autentico, mentre “Monday Monday” dei Mama’s & Papa’s era attribuito a coralità afro-carniche del Settecento. Dopo avvilenti “Binario triste e solitario” e “Papaveri e papere” erano venuti “Bittore ti voglio barlare mendre dibingi un aldare”; “Ancora una volta ho rimasto solo”; “ Cameriere lascia stare, camminare io so“, e addirittura (horribile auditu) “Ho soffrito per te”. Che robeeeee ! Altroché traumi infantili! Non c’è da meravigliarsi se la gioventù di allora, sottoposta a cotanto beccheggio si muoveva scomposta,  inseguendo le ali di balene notturne, magari alle note di scarpe birmane e di nerissimi oboe.

In Sezione F, senza ritegno alcuno Alberto aveva scelto  come sigla “Frank 84”, in onore del principe Maurizio Vandelli, mentre Enrico vantava il primato assoluto dei Rokes di Shel Shapiro, quello alto due metri e che dietro “Tu non puoi sempre vincere” seminava tentennamenti ideologici e sconfortanti abbandoni.

L’amico Durigon discettava dei Bipinazos, un complesso greco che forse solo lui aveva ascoltato, ma era così puntigliosamente competente che io gli credevo, senza remore e contrappunti.

Maila straparlava di Mal, dei suoi occhioni incantatori e della sua mascella volitiva.

Renato come sempre provava a mettermi sulla retta via in quel di Rivignano. Maneggiando centinaia di LP, dopo gli Animals o i Moody Blues, si arrischiava a propormi i madrigali del Monteverdi, ottenendo regolarmente da me fissità inquietanti da lobotomizzato.

Daniela studiava con serietà tutte le nuove uscite italiane o straniere, a qualunque genere appartenessero (fu lei a proporre per prima “E’ l’amore” di uno che sembrava un tucano e rispondeva al nome di Franco Battiato).

In questo tourbillon frenetico ed auto-propulsivo a me bastava “Foxy lady” del vecchio Jimi Hendrix, per dibattermi come Laocoonte e i serpenti, ma senza ombra alcuna di serpenti. Forse per l’effetto di sonorità inguaribilmente psichedeliche in uno di questi “festini” accadde un episodio imbarazzante, che mi fece arrossire non poco.  

Era l’anno 1969. Compiva gli anni Enrico e ci aveva invitati a casa sua, in Viale Tricesimo, affiancato dai giovani fratelli e dalle giovani sorelle. I compagni di classe si presentarono con i loro classici 45 giri mentre io, contravvenendo alle convenzioni, portai all’amico una cravatta da Carnaby Street, dai colori scombinati e peccaminosamente improbabili. Credo che Enrico non l’abbia mai indossata, ad evitare l’arresto per oscenità in luogo pubblico. Tra gli invitati alcune persone che non conoscevo. “Mi verranno presentate – pensai – magari più tardi”. Non conoscevo la lingua friulana e questo mi sarebbe stato fatale. Giovanni, il fratello di Enrico, continuava ad aggirarsi tra le coppie danzanti, con un elmetto della Wehrmacht graziosamente arresosi al flower power.

Farneticando accentazioni puntute in finto francese, lui ed Enrico, a un certo punto, indicandomi una ragazza grassottella ancora seduta, mi suggerirono : “Fai il cavaliere Nando, invita tu a ballare Pantiane”. La proposta mi parve   ragionevole. Mi avvicinai, accennai un inchino compito e sussurrai con la voce più suadente che mi era possibile mettere insieme : “Posso ballare con te Pantiane?”. Quella strabuzza gli occhioni, si alza di scatto e mi assesta il più cocente sberlone della mia vita. Grande sorpresa tra i ragazzi presenti, ad eccezione dei due fratelli che sembravano presi da tarantolate convulsioni, al punto che scontrando la fronte producevano più volte un suono di campana, rigorosamente Wehrmacht, senza curarsene più di tanto. La ragazza se n’era andata furibonda e a me, per tanto tempo era rimasta una domanda disarmante : “Perché l’ha fatto? Non intendeva forse ballare o non le piaceva il pezzo?

Aaaah puar pipinot.

Nando CESCHIA (testo calorosamente approvato dall’amministratore, assai divertito)

1 Comment

  1. sergio di giovanni

    1 Marzo 2022 at 14:39

    Ferdinandus soffia suaviter sulla polvere fine di oltre 10 lustri e ci presenta un cesello brillante e godibilissimo. Leggendolo, sono certo di aver sorriso quando anche voi avete sorriso. Posso dire che oggi sono stato nuovamente in vostra compagnia, in classe, al nostro amato Stellini e… ho contemplato appieno ” l’incidenza culturale mostruosa” della fulgida Sezione F.
    Grazie toto corde a Te, Renato, e al nostro caro Ferdinandus.

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