Chi mi conosce sa che la frase per me più rappresentativa del concettovaloresuggestione di “Libertà” è questa: “LIBERTA’-E’-VOLERE-CIO’-CHE-SI-FA“, non “Fare-ciò-che-si-vuole“.

Il verbo decisivo della mia tesi è “volere”, perché presuppone un esercizio, quello della volontà, che a sua volta deve essere messa in moto dall’intelligenza, cioè dalla capacità di leggere-dentro le cose, gli eventi, e di de-cidere (scegliere tra “a”, “b”, “c”, etc.) ciò che è meglio secondo la scalarità morale-pratica seguente: l’utile, l’opportuno, il necessario nelle relazioni inter-umane e inter-soggettice, e nei rapporti economici.

Il “fare” viene dopo, in quanto è subalterno al volere-intelligente.

Si può ben capire come questo flusso logico, anzi sillogistico, può creare problemi a chi ritiene che la libertà sia una specie di esercizio operativo privo di vincoli.

Libertà è anche il confine e il limite della giustizia, che a sua volta deve essere declinata nell’equità. Una giustizia senza equità è ingiusta, anche perché non-è-libera, per chi viene angariato dalla libertà altrui. Si pensi alla libertà assoluta d’impresa e di dominio sui lavoratori che vigeva nel XIX secolo e fino a oltre metà del XX, da parte dei “capitani d’industria”.

Però, anche la giustizia ottenuta con l’egualitarismo, si pensi al punto unico di contingenza concordato tra Sindacati (Luciano Lama in primis) e Confindustria (Gianni Agnelli, il Presidente) in Italia a metà degli anni ’70 del secolo scorso. Tale decisione legislative generò, in meno di un decennio, un’ingiustizia morale nelle retribuzioni, poiché il peso del salario legato al costo della vita, aumentato vertiginosamente tra il 1975 e il 1985, condizionò tre quarti degli interi stipendi e salari. Un esempio pratico: nei primi anni ’80 si potevano registrare salari di 650/ 700.000 lire per un apprendista, e di 800.000 lire per un lavoratore specializzato, le cui cifre si raggiungevano con due addendi di cui uno era identico, le circa 500.000 lire della contingenza, mentre l’altro addendo era professionale: risulta evidente il diverso e – soprattutto – moralmente ingiusto peso dei due addendi nella costituzione dell’intera retribuzione.

Anche chi non è “del mestiere” può intuire come il giustizialismo insito nelle conseguenze di quella operazione politico-sindacale, non poteva costituire “giustizia”, in quanto il risultato non era equo.

Infatti: EQUITA‘ è RICONOSCERE, NON SOLO IL DOVUTO A CIASCUNO SECONDO I BISOGNI, MA ANCHE SECONDO IL MERITO INDIVIDUALE.

Mi spiego: se la giustizia si esprime nel mero egualitarismo, non tiene conto del soggetto, perché viola una libertà, che potrebbe e dovrebbe essere sussunta in “una” equità. Il tema è filosofico-morale, più che giuridico o sindacale.

Che cosa è dunque l’unicuique suum… attesa una giusta attenzione per il suum?

E’ un elemento “composto” da almeno due componenti: a) una componente di giustizia distributiva, che tiene conto delle esigenze di base della persona, in quanto valore, b) una componente di giustizia commutativa, nel senso che il committente, l’azienda, l’imprenditore, tiene conto del valore professionale soggettivo del lavoratore, che è – per ragioni e definizione antropologiche, direi – assolutamente (chi mi conosce sa bene che uso con ponderata misura questo avverbio di modo) e irriducibilmente unico per caratteristiche individuali-personali, di potenziale, di competenze e di vissuto.

In questo senso l’epichèia aristotelica introduce una possibilità di risposta a ciò che possa intendersi per libertà-giusta ovvero per giustizia-libera.

Queste riflessioni possono risultare fondamentali per riflettere sui tempi attuali, covidizzati, che pongono problemi inusitati alla prova del dialogo inter-soggettivo.

Possiamo cercare di superare la diatriba “manichea” vax/ no vax utilizzando il modello sopra proposto? A mio parere sì, e mi spiego, o cerco di farlo.

Se il confronto tra le due posizioni generalmente conflittuali avviene mediante l’accettazione dei nuovi paradigmi qui proposti, può darsi che la dimensione psicologica del conflitto a-dialogico possa venire progressivamente meno…

In realtà, anche questo conflitto dicotomico, manicheo, incapace di dialogo, potrebbe rendersi possibile, se i toni, i modi, i fondamenti logici dei sostenitori delle due posizioni riuscissero a declinarsi con rispetto reciproco e la pazienza necessaria per ogni tempo dell’ascolto e del dire.

Una libertà nella sicurezza potrebbe costituire il nesso civico di un obiettivo condiviso, laddove, se la libertà è concepita nella modalità sopra proposta, cioè di un “volere-ciò-che-si-fa”, la sicurezza può darsi nel convenire sulla sua priorità tra le diverse posizioni, anche se significasse una parziale rinunzia al libero arbitrio individuale, pure se inteso nei limiti relazionali qui proposti.

In altre parole, dovremmo riuscire a concordare su una libertà-in-relazione, su una giustizia-secondo-equità e su una sicurezza reciproca e collettiva come fine condiviso.