Un politico, un religioso e tre sportivi, che mi stanno a cuore, per una qualche comun ragione. Proverò a spiegarmi, partendo da Maradona.

il 30 ottobre è il compleanno del mas grande jocador de futbol del mundo e de todos los tiempos. Non c’è Di Stefano, Pelè, Messi o Cristiano Ronaldo che tengano, anche se questi quattro hanno ciascuno segnato più reti di Maradona. In particolare, CR7 e Messi possono anche essere considerati calcisticamente più importanti del ragazzino di Villa Fiorito, una delle “villas miseria” de Santa Maria de Los Buenos Aires, ma la noia che mi comunicano li rendono talmente banali da non lasciarmi un et di emozione. Intendo, come persone, e non perché guadagnino da trenta milioni di euro all’anno in su. Di ciò non mi cale alcunché, e non perché non sono geloso, ma perché lo ritengo irrilevante ai fini di un giudizio sulla persona.

Fidel è stato un rivoluzionario. Un militare e un politico. Era colto di studi di legge e sperava di poter realizzare la giustizia terrena con un socialismo comunista. Diverso da quello sovietico, anche se ha usufruito dell’aiuto dell’URSS. Le contraddizioni della non-antropologia marxista non gli hanno permesso la riforma delle riforme, quella sull’egoismo dell’uomo. Glielo ha spiegato il papa polacco, che lui accolse con grande rispetto, perché in Sudamerica la fede cattolica sopravvive a ogni professione ateistica, come è sopravvissuta a Stalin l’ortodossia in Russia.

Gesù di Nazaret, il Cristo, è più forte e più grande di Marx e dei suoi emuli, anche se Marx, obtorto collo (si leggano le citazioni teologiche, numerose a migliaia, presenti nell’opera del Grande di Treviri), in fondo, si può dire fosse un millenarista apocalittico (un uomo che crede in cose e cambiamenti grandi) giudaico-cristiano.

A Cesenatico tutto parla di Marco Pantani, come le strade del Tour de France, il Tourmalet, il Galibier, l’Izoard, così come di Fausto da Castellania.

Pantani è morto solo e senza speranza nel 2004. Non lo si può dimenticare, perché il suo è stato un martirio di testimonianza contro la malvagità umana. Marco Pantani è stato unico su quello strumento di tortura (per mia esperienza da amatore) che è la bici da strada.

Chi non ha mai usato questo mezzo non immagina quanto si possa soffrire in bici, di dolori fortissimi alle gambe, di deliquio psicofisico. Ricordo ancora una volta, una ventina d’anni fa, mi fermai sull’ultima salita per Barcis, località lacustre delle Prealpi Friulane, con le gambe molli e il cuore agitato. Mi sedetti su un mucchio di ghiaia. Avevo esagerato, perché la distanza complessiva (andata e ritorno da Codroipo) di 140 km mi aveva condotto ai limiti.

Ricordo ben altro di Pantani, quando sotto la pioggia e nel freddo lasciò a nove minuti il grande Ullrich, uno dei più forti ciclisti del tempo, fuggendo sul Galibier, e scomparendo alla vista di tutti. Lo ricordo risalire il gruppo a velocità doppia nella tappa di Oropa in un Giro d’Italia, dopo un incidente meccanico, e ho ancora in mente lo sguardo sconsolato e ammirato di Laurent Jalabert che si vide raggiunto e superato da quell’uomo che spingeva un rapporto impossibile per lui.

Ma soprattutto ricordo le lacrime di Madonna di Campiglio quando tolsero a Marco un Giro d’Italia già vinto per un ematocrito superiore di poco a 50. E non si poteva. Ma ora pare accertato che la provetta su cui si fece l’esame non conteneva il suo sangue. Fu ingannato e lì iniziò la sua fine. Corse ancora e vinse ancora, al Tour de France superando anche il grande imbroglione Lance Armstrong.

Il mio amico Gigi, che da giovane batteva Saronni in pista al velodromo Vigorelli di Milano, mi spiega che nelle gare ciclistiche, posto che dai tempi di Coppi, tutti prendono “qualcosa”, cioè rinforzi chimici, governati da medici e direttori sportivi, vince sempre il più forte. Ogni tanto, però, c’è una resipiscenza generale, e allora si tolgono tutti e sette i Tour de France vinti da Armstrong.

Pantani è in questo elenco perché ha portato lo sforzo della bici alla pura poesia della fatica, e quindi della vita: lui rispondeva a chi gli chiedeva perché scattasse – sempre – in salita: “Lo faccio per ridurre il tempo del… dolore“. Ciao Marco, non ti dimenticherò mai.

Mario Jorge Bergoglio, papa Francesco, è un argentino-italiano, come milioni di persone di quella grande Nazione, la più sorella della nostra. Lui era un vescovo che andava, e non per mostrarsi, alle villas miseria della Capital federal. Frequentava chi soffriva, senza privilegi vescovili o cardinalizi. Senza auto, saliva sui coloratissimi colectivos (i bus) con le porte aperte.

Da papa si è mosso sulle tracce francescane che ha voluto evidenziare con il nome scelto. “Chi sono io per giudicare?”, rispose a chi gli chiedeva un parere morale sulle unioni tra omosessuali. E’ rigido sull’aborto, ma questo fa parte di quella arte gesuitica che risulta indispensabile se si vuole governare una struttura che significa, dal suo nome greco, “secondo il tutto”, katà òlon, la Cattolicità mondiale, un miliardo e passa di uomini e donne. La più grande struttura religiosa monocratica della Terra, nella quale stanno marxisti e centristi, lefebvriani di rito latino e sacerdoti di rito greco, con moglie e figli. Di tutto, dell’umano. Il papa deve guardare al tutto, ascoltare tutti, decidere una linea morale comprensibile, se non da tutti, dai più.

Lo Spirito Santo, dopo la raffinatissima e umile teologia di papa Benedetto, nella rinunzia al ministero petrino mostrò la sua grandezza umana e religiosa, ha orientato la Chiesa universale su un uomo come Francesco. Che Dio lo aiuti con le nostre preghiere.

Mohammed Alì si chiamava da giovane Cassius Marcellus Clay. Era alto e forte. Bello. Molto. Vince le Olimpiadi di Roma nella categoria dei pesi mediomassimi: 190 centimetri per 88 kg. Poi, passato ai pesi massimi, per tre volte divenne campione del mondo, vincendo contro i più forti del tempo, Joe Frazier e George Foreman. A Kingshasa nel 1974, sotto il trucido Mobutu Sese Seko, abbattè all’ottavo round Foreman, mentre la folla urlava “Ali buma yè” (Alì, uccidilo). In questo incitamento c’era tutta la madre Africa, memore di secoli di schiavitù, che sceglieva di tifare per chi aveva affrontato il carcere per non andare a combattere in Vietnam “I Vietnamiti non mi hanno fatto niente“, spiegava, quando lo arrestarono per renitenza alla leva e perse il primo titolo mondiale dei massimi. E’ morto dopo aver contratto il Parkinson, ma nei suoi tremori si vedeva tutta l’infinita determinazione a testimoniare il valore di ogni vita umana, a partire dalla sua, di nero d’America.

Che il Signore Dio abbia in gloria chi di voi non è più qui con il corpo, e aiuti che ancora sta lavorando per il suo giardino.