La spudoratezza e la proterva arroganza di comportamenti assai diffusi sembrano avere relegato in un canto buio e desolato sentimenti come la vergogna e il pentimento. Si assiste quotidianamente allo sbandieramento della libertà di dire e fare qualunque cosa, anche se patentemente menzognera e falsa: vi é il politico locale che, quasi vindice di diritti popolari conculcati, assurge a redentore della politica dalle incursioni degli “imperiali” romani, forse pensando che nessuno ricordi suoi comportamenti analoghi, anzi identici, perpetrati dallo stesso verso i vassalli.

Un altro politico, più altolocato, bercia i suoi sentimenti libertari dopo avere operato quanto sopra detto nei confronti del primo. C’è chi sbandiera, senza vergognarsi, la propria intransigenza morale, ma, già venduto al miglior offerente e, negatore dell’evidenza, persiste a dire che nulla e nessuno lo piegherà al volere altrui. Altri ancora, personaggi pubblici, non esitano ad esibire come una bandiera di gloria le trasgressioni a tutto, fregandosene di tutti, in nome della affermazione di un sé debordante e vanaglorioso: in questo novero troviamo politici, giudici, attori e attrici, giornalisti, scrittori e “sé-putanti” poeti, sportivi, stilisti, “maestri di pensiero”, lacchè, sindacalisti, padroni, medici, portaborse, mercanti e perfino preti. E tanti altri. C’è chi senza valutare bene ribalta la vita propria e quella altrui, urlando il proprio buon diritto a farlo, senza curarsi molto degli sconvolgimenti provocati.

C’è una specie di “superomismo” mal digerito in questi comportamenti, che nulla ha a che vedere con Nietzsche, una sottovalutazione del mondo e degli altri, gravissima, e una sopravvalutazione di sé, penosa, devastante. C’è come un senso prometeico di volontà di potenza in sedicesimi, avulso da una valutazione ragionevole della realtà. In questi casi, specie dove non c’è il calcolo freddo e anche omicida dell’uomo di potere, vi é quantomeno un allontanamento grave dalla nozione di realtà.

Questo principio, che si situa fra i primi assiomi indimostrabili del vero, comincia a sfuocarsi, perdendosi nelle nebbie vaganti del presso a poco, e rendendo così vano l’esercizio riflessivo, perché mancante di fondazioni plausibili. In sostanza, chi urla il proprio potere di fare ogni cosa, non si vergogna, né si pente. Pervicacemente sta nel castello di menzogne che si é costruito, orgoglioso, sogghignante, come inaccessibile. Ma lì comincia il suo calvario. Sorge lentamente una specie di vaga nozione di spaesamento, di straniamento, che progressivamente diviene più nitida e si trasforma in una forte impressione di fallimento.

Inizia un combattimento psicologico e spirituale i cui esiti sono fortemente incerti. Si scontrano due sé, armati di tutto punto: il primo che tenta di darsi di nuovo le ragioni delle scelte fatte, di giustificarle e fornire loro una specie di dignità ontologica, quasi fossero l’interpretazione vera del vissuto e di un futuro ragionevole; il secondo che pone dei dubbi, sempre più stringenti, sempre più dolorosi, sempre più fermi e decisi. La battaglia é lunga, incerta, silenziosa e ignota agli altri, che tutt’al più intravedono nella persona un oscuramento dei tratti, delle ombre che scompaiono presto, una incostanza d’umore, forse, in qualche caso, dei fiotti di sofferenza.

La mente, infine, é stanca per la fatica di dimostrare ciò che non sta in piedi: la dissociazione cognitiva e valutativa precede addirittura la frustrazione prima e il successivo senso di colpa. La ragione non vive in salute e la volontà é fiacca. E’ quello il momento nel quale occorre fare il massimo sforzo,  e spesso c’è bisogno di aiuto [e anche di preghiera]. Vergognarsi e pentirsi, a quel punto, é come un lavacro salutare. E chiedere perdono, chiedere in dono il per-dono non é umiliazione, ma dichiarazione di un’umanità dolente e vera. Chi può negare il perdono a chi si vergogna e si pente?