Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Misteriosi passi nel buio

La ragazza camminava svelta nella notte. Aveva fatto tardi in una riunione di lavoro nel Centro direzionale della Città. Aveva fretta di tornare a casa a vedere dei bambini e perciò si affrettava con un passo che le era caratteristico.

Anche il suo modo di fare era noto a chi la conosceva, svelto, perfino sbrigativo.

L’uomo zoppicava un po’, perché era visibilmente anziano, molto. gli camminava davanti di una quindicina di metri, quando cominciò a udire il ticchettio di un passo veloce, non immediatamente identificabile.

L’inverno incipiente aveva fatto scappare a casa gli ultimi passanti infreddoliti, che avevano anche rinunziato a passare al bar per un ultimo cicchetto con gli amici. Era una di quelle serate, non freddissime per gradi Celsius, ma fredde perché un po’ ventose, un po’ solitarie, un po’ strane. I rintocchi delle otto di sera erano giunti dal campanile di San Marco che svettava sulla città con i suoi settantotto metri. La ragazza non li aveva neanche sentiti, perché i suoi pensieri erano rivolti ai due bimbi che la aspettavano a casa.

Di solito la scena di quel marciapiede cittadino, pure se collocato quasi in centro, era tipico di certi telefilm di paura o di certi thriller che preludono a un omicidio, magari di una donna.

L’uomo non sapeva che fare… non sapeva se rallentare per farsi superare, o accelerare per distaccare quei passi che lo inquietavano. Nel dubbio continuò con il suo passo incerto e in pochi secondi i passi che lo seguivano lo raggiunsero.

Il cuore dell’uomo era in gola, temeva, aveva paura, eccome! Ma in un lampo una figura svelta lo affiancò e o superò. Al che sospirò: “Auff, credevo che fosse un male intenzionatomeno male che è lei“. Allora la ragazza si fermò, si voltò e gli sorrise. Era una biondina snella, dal volto gentile. Aveva un fare diretto e la voce squillante.

Gli disse subito: “Mi scusi, non pensavo di spaventarla“. L’uomo rispose: “Noo, non si dia pensiero, sono io impressionabile, da tanti anni, deve sapere, con quello che ho passato da giovane…”

La ragazza si incuriosì e si fermò, guardandolo con simpatia, e gli chiese di che cosa avesse ancora paura. L’uomo le chiese se aveva un minuto e lei disse di sì. Allora l’uomo le raccontò con voce un po’ incerta che nel ’44 era stato catturato in una retata delle SS, identificato come ebreo, e portato in Polonia, a Majdanek, in campo di concentramento, dove sapeva che moltissimi suoi correligionari venivano uccisi. Lo aveva capito subito, lo sapeva da quando lo avevano messo a forza su un carro ferroviario blindato, con altre decine di disgraziati destinati alla morte.

Allora, settantasette anni prima, lui allora ne aveva diciannove, sentiva ogni momento il passo delle guardie del campo, e di notte lo spaventavano di più, lo terrorizzavano. Ogni momento pensava che sarebbe stato l’ultimo, l’ultimo giorno della sua vita. In giro vedeva fantasmi affamati e abbruttiti. Ogni giorno una persona, due, tre, dieci, un gruppo, spariva e non tornava più. Gli era rimasta solo una speranza: siccome aveva conservato ancora delle forze, continuava a tenere duro e a darsi da fare nei lavori che lo portavano a fare fuori del campo, con altri. Nel freddo dicembre polacco del ’44. Neve ovunque, comandi strillati con voci metalliche e qualche raffica. Qualcuno restava nella neve, con poco sangue visibile, perché il freddo fermava l’emorragia.

Si augurava di non perdere le forze al punto da farsi sparare sul posto, perché così facevano le guardie quando qualcuno cadeva a terra per debolezza o per un infortunio. Non poter continuare a lavorare significava morte. Si accontentava della sbobba che era il pasto, senza lamentarsi.

E così gli passavano i giorni. Terribili.

Ma una mattina di fine marzo, sentì urla, rombi di motori e cannonate, vide aerei con la stella rossa a bassa quota che volavano verso occidente. Era arrivata l’Armata Rossa e la libertà. Il ritorno in Italia fu lungo, mesi.

Si rifece una vita, cercando di dimenticare il terrore, la paura e il puzzo di morte dell’inverno polacco nel campo di Majdanek.

E smise di parlare. Saranno passati quattro o cinque minuti al più, e i due, il vecchio e la ragazza erano ammutoliti. Lei sorpresa e travolta dal un tumultuare di pensieri, che le lasciarono, paradossalmente, un senso di pace e di gioia. Lei poteva vivere, con i suoi cari, in una vita senza pericoli, in salute, in amicizia.

E anche l’uomo anziano, che quasi si scusò per quella che lui chiamò “perdita di tempo”. Ma la ragazza rispose: “No, sono io che mi scuso… ora vado, buona notte signore“.

Buona notte cara, rispose l’uomo“, e si separarono con un reciproco sorriso.

2 Comments

  1. No ci sono parole è infinito

  2. Cara Sandra, grazie del generoso giudizio. Il tema del razzismo sempre incipiente è da trattare quando si può anche nei contesti di verisimiglianza che la letteratura concede. Mi sono impegnato, insieme con l’amico Fulvio Comin, a metterlo a tema nel romanzo storico “Rizko”, pubblicato da qualche mese da Albatros. Grazie ancora, renato

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