Mi piace ascoltare la gente, guardarla come cammina, come veste, come parla e dialoga, o litiga. Per capire l’Italia bisogna soffermarsi in ascolto, senza dare nell’occhio come un discreto passante, non come un curiosone fastidioso e pedante.

Ero a pranzo in un paese del Veneto profondo, vicino a Vittorio Veneto, zone che frequento da qualche tempo, sia per ragioni di organizzazione dell’associazione filosofica Phronesis che presiedo, sia per una presenza appena avviata in alcune importanti aziende industriali, quando la mia attenzione fu attirata dall’animato colloquio tra due uomini di mezza età, che ho in breve battezzato come artigiani titolari di una piccola impresa.

Uno dei due, in particolare, era animato dal sacro fuoco del lavoro, l’altro si mostrava più pacato e accogliente. Il primo si lamentava con foga di non trovare fresatori e tornitori, dicendo peste e corna, tra altri improperi, del reddito di cittadinanza e dei politici in generale.

Probabilmente di fede leghista, come da queste parti è maggioritario. Leghisti sono diventati negli ultimi trent’anni molti democristiani d’antàn, ma anche vecchi comunisti. Gente del popolo, dunque, delle vecchie maggioranze o minoranze… maggioritarie.

No trove gnanca un tornidor, un cal sapie portar avanti una machina. Dele nostre, te sa. Mi go comprà un tornio cal xe costà un ocjo da la testa, quasi un milion. Mi ghe lo do a un bravo e lo paghe benon, anca domila e sinquesento, siesento euro al mese neti, ma no lo catonissun su la piasa, santa Madona

E l’altro, annuendo, fa presente che lui invece è riuscito a trovarne uno, ma lo ha robà a una fabrica pi granda… dandoghe tresento euri in pi al mese.

Il primo, ancora più agitato dice che il Governo, dove semo drento anca noantri, non capise ben come se dovaria far par da una man ale fabriche e fabrichete che gavemo sul teritorio

E via avanti, finché quest’ultimo, accorgendosi che li stavo discretamente ascoltando, mi si rivolge così: “e lu, sior, capiselo i problemi che vivemo? Me par che lu ca ni scolta cusita cun atension, el sia un sior cal sa ‘ste robe. Galo cualchi nominativo de bravo tornidor o fresador?”

Un po’ spiazzato, sul momento, ma non molto, gli rispondo che son Furlàn, ma che conosco il Veneto molto bene e che mi occupa anche un po’ delle cose di cui parla lui. Ci scambiamo i biglietti da visita e lui guarda con attenzione il mio (al contrario di molti – anche gente colta – che mettono via nel taschino il biglietto da visita appena ricevuto senza degnarlo di uno sguardo), e dice. “Ma lu xe un profesòr inteletual, un cal insegna, ma al frecuenta anca le fabriche?”

Alla mia risposta affermativa si illumina e si dice contento di avermi incontrato, e che mi telefonerà, “parché mi preferiso parlar de persona, no son amigo de tutte ‘ste trapole de computer e de smarfoni, ca no me le piase“.

Se ne va salutando cordialmente il suo amico, e sorridendo a me e all’oste, che lo teneva come un buon cliente.

Non so se mi chiamerà, magari il mio biglietto finirà nell’unto di una macchina utensile, o forse no. Certo è che il dialogo tra loro e con me mi ha fatto comprendere molte cose in più del lavoro attuale e di queste nostre terre dell’estremo Nordest italico.

Voglia di lavorare senza perdere occasioni, voglia di muoversi, voglia di cercare opportunità, perché, contrariamente a quello che può pensare un burocrate incistato nella Capitale, queste piccole aziende, il cui titolare ha a malapena la “tersa media”, sono collegate con il mondo, perché magari sub-forniscono componentistica prodotta a livelli tecnologici eccelsi, note multinazionali.

Questo, molte volte la politica, ma anche le parti sociali, e anche i settori della formazione scolastica e universitaria, non conoscono bene.

Un esempio: ricordo a me e al mio gentil lettore, che gli Enti bilaterali artigiani furono un’invenzione fantasiosa di chi guidava le forze sociali negli anni ’80 e ’90. In quegli anni, da segretario regionale di una confederazione sindacale mi mossi con i colleghi e in accordo con una parte del mondo artigiano, per creare un Ente che rispondesse alle esigenze dei lavoratori e dei titolari di quelle piccole imprese. Furono costituiti due fondi, uno per il sostegno del reddito (valido fino a 13 settimane, come per la Cassa integrazione ordinaria dell’Inps) e uno per portare in una sede neutra le eventuali conflittualità fra datori di lavoro e dipendenti. Veneto e Friuli Venezia Giulia, insieme con l’Emilia Romagna furono le regioni pioniere di questi progetti, che servirono ad affrontare i momenti di crisi riducendo fortemente la drammaticità di perdite certe di posti di lavoro.

Sono orgoglioso di scrivere qui che la mia firma è presente sugli atti notarili costitutivi di quei Fondi, e che fui il primo vicepresidente dell’E.bi. Art. (Ente bilaterale Artigiano) del Friuli Venezia Giulia. Non dimentico che fui anche l’autore dell’acronimo, che mi pare assai gradevole, perché echeggia qualcosa di rinascimentale. Non scordiamoci che MIchelangelo Buonarroti a volte si firmava Michelagnolus artifex! Artefice, artigiano… artista.

Posso dire tranquillamente che conosco quel mondo artigiano, così come quello industriale, conoscenza che ben pochi politici e alti funzionari pubblici possono vantare.

Riporto anche un altro esempio “storico”, risalente alla fine degli anni ’80. Un partito assai piccolo dell’estrema sinistra di allora, Democrazia proletaria, promosse un referendum per estendere integralmente i Diritti dello Statuto del lavoratori, L. 300 del 1970, e soprattutto l’articolo 18, che tratta dei licenziamenti individuali, fino alle aziende con un solo dipendente. L’iniziativa vide contrarie, non solo le associazioni degli artigiani, ma anche i grandi sindacati confederali. La mia sigla sindacale mi affidò l’incarico di rappresentarla nelle trattative nazionali. E’ chiaro che, se il referendum fosse stato celebrato, la proposta demoproletaria, in quanto assai popolar-populista, avrebbe facilmente vinto.

Si trattava allora, per scongiurare questo rischio, come prevede la Costituzione, di far redigere una Legge che superasse lo scoglio del quesito, dando una risposta soddisfacente allo stesso, al fine di evitare il referendum.

Si discusse in sede di Commissione lavoro della Camera, quando i funzionari legislativi proposero una legge formata da un solo articolo con il quale si sarebbe esteso quanto previsto dalla Legge 300/ 1970 a tutti di dipendenti delle imprese italiane, di qualsiasi settore, comparto e dimensione fossero.

Il risultato sarebbe stato questo: la vostra parrucchiera o barbiere, con un solo dipendente, non avrebbe più potuto licenziarlo, se non per giusta causa o giustificato motivo. Una autentica imbalsamazione dello status quo, assolutamente indipendente da ogni valutazione obiettiva di merito sullo stato reale dell’azienda.

La mia meraviglia fu somma, perché compresi come quei giuristi nulla sapevano e capivano dell’Italia delle piccole imprese, quella che annovera il 90% delle strutture produttive italiane, della loro cultura e dei loro delicatissimi equilibri relazionali interni.

Allora, si concordò, partiti e sindacati, insieme con le associazioni artigiane, di predisporre un Disegno di legge per regolamentare i licenziamenti nelle imprese con meno di sedici dipendenti, cosicché fu emanata la Legge 108 nel 1989, che prevedeva una tutela risarcitoria in caso di licenziamento, vale a dire una compensazione economica proporzionata all’anzianità del lavoratore, all’anzianità di servizio e ai carichi familiari. Non sto qui a ricordare che un collega di quei tempi, poi passato rumorosamente in politica (non si ricorda talk show cui non fosse invitato), si contraddisse clamorosamente patrocinando, nella nuova veste, un referendum analogo una decina di anni dopo.

Io sono per la coerenza come virtù, non per la sua de-formazione, che è il coerentismo, ma in quel caso si trattò di una svolta a 180 gradi, che attestò un certo opportunismo e una visione di etica del lavoro assai approssimativa.

Tornando al racconto iniziale, quello dei due artigiani veneti, ebbene, da loro ho tratto l’immagine di un’Italia sana e laboriosa che costituisce la spina dorsale di questa nostra Nazione così controversa e spesso contraddittoria nelle opinioni e nella prassi politica, ma così solida negli ambiti che contano di più, quelli del lavoro e della creazione di beni da distribuire in modo equo.

Viva l’Italia e viva questo Nordest pieno di buona volontà e di genialità operativa.