Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

2 Comments

  1. SOGNO (premonitore)
    molto semplicemente…
    manutentori, elettricisti, idraulici, elettrauto, ecc… non avevano il GREEN PASS….
    ciao, andrea
    p.s. neanche più Eric Clapton veniva a suonare un blues….

  2. Può darsi Andrea, ma temo che la ragione di tutto ciò sia differente: l’eccesso di automazione, che è disumanizzante, se non è accompagnata da una nuova consapevolezza psicologica e morale. E questo è solo un titolo, mandi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

© 2021 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑