Leggo in tema prese di posizione filosofiche provenienti da prestigiosi colleghi, come Cacciari e Galimberti, che in parte condivido, ma prevalentemente no, direi in particolare nella metodica comunicazionale.

Del primo non condivido la posizione pubblica sul green pass, che limiterebbe la libertà individuale: ciò mi sembra che sia un po’ come guardare il dito che indica la luna, non guardare la luna, vale a il dire che le regole anti-Covid sarebbero liberticide… D’accordo con lui quando commenta la povertà politica storica, mezzosecolare, dei preposti alla salute italica, ma ciò non significa che non si debba tener conto di ciò-che-è-meglio-fare qui e ora, per combattere l’insidioso male del Sars-Cov2, epidemia, se non si vuole dire pandemia, dimostratasi già in tutta la sua pericolosità.

Mi meraviglio che un pensatore del livello suo non riesca a comprendere come non sia il caso si esprimersi verso il grande pubblico con teoresi, anche condivisibili, ma eccessivamente articolate e sofisticate, per non mettere in allarme chi non è in grado di seguirle passo passo, mentre invece sia più utile accontentarsi di proporre ragionamenti semplici, essenziali, tali da aiutare a scegliere razionalmente la gran massa delle persone di farsi il vaccino, in questo frangente, dove il vaccino è – comunque la sia veda – il male minore, e nel contempo il bene maggiore. O no?

Del secondo non apprezzo per nulla la sua oramai solita – e già vetusta – accusa al cristianesimo di aver fomentato l’egoismo da duemila anni.

Non è semplicemente vero, come ho spiegato qualche settimana fa in uno specifico articolo qui pubblicato. Onde non ripetermi, qui ricordo solo che, se è vero che il cristianesimo ha posto al centro della riflessione sui valori morali la persona umana come individuo il cui valore, appunto, è incommensurabile, ha giustapposto al tema-persona, con altrettanta forza e priorità, il concetto di comunità, di comunione, di condivisione. Ne consegue che la persona e le persone, il bene e il male sono da considerare sempre in relazione al rapporto necessario esistente nell’umana convivenza.

Sarà poi la filosofia teologica cristiana, a partire da Agostino e soprattutto con Tommaso d’Aquino a precisare meglio, con estrema e insuperabile chiarezza, il valore primario della comunità, come insieme di figli-di-Dio, riassunto poi nelle forme più solenni nella recente (1965) Enciclica conciliare Lumen gentium, là dove la Chiesa stessa, cioè l’adunanza, la raccolta dei popoli, è definita “popolo di Dio”.

C’ è, di contro, un filo rosso tra i tre grandi filosofi citati nel titolo, Aristotele, Tommaso d’Aquino e Kant, un filo che spiega con chiarezza che cosa si debba intendere per libertà e bene comune, il filo rosso di una filosofia politica irrorata dalla sapienza greco antica, dalla morale cristiana e dall’apertura culturale dell’illuminismo.

Evitando in questa sede indicazioni bibliografiche e appesantimenti specialistici, mi limito a citare, innanzitutto Aristotele, che parla esplicitamente dei doveri specifici e ineludibili “di chi entra in città”: chi entra nella pòlis deve conformarsi alle leggi della pòlis stessa, deve accettarne leggi, usanze e modi di vita, ove desideri soggiornarvi, altrimenti se ne può anche andare. Evidentemente bisogna contestualizzare la dottrina socio-politica ed etica aristotelica, non prendendola per buona come esempio assoluto per i tempi odierni.

Tommaso d’Aquino, completa il discorso morale aristotelico e la dottrina cristiana, ponendo il tema del Bene comune, che ricomprende i beni individuali e li mette in relazione, sottolineando la primazia di ciò che è più utile alle comunità, piuttosto che al singolo individuo.

Il buon frate domenicano arriva addirittura a scrivere che la stessa proprietà privata non può essere assoluta, incondizionata, poiché ogni bene è dato da Dio, per cui ogni essere umano, con la sua intelligenza e volontà, su questi beni deve esercitare un mandato al fine di salvaguardare detto bene, anche in vista di chi verrà dopo, figli e nipoti. Ogni essere umano e ogni gruppo umano, sostiene il grande filosofo cristiano, ha la responsabilità della custodia dei beni, perché, come doni del Creatore debbono essere rispettati, tutelati e utilizzati per la realizzazione di una buona vita di ciascuno e di tutti.

Di più: per Tommaso, se un tiranno usa i beni dati all’uomo solamente per la sua convenienza, esercitandovi un potere assoluto e senza poter essere contrastato, mostrandosi nell’agire come tiranno, il popolo può avere diritto di ucciderlo, per liberare tutti dal sopruso. Anche il tirannicidio, dunque, in questa visione del “bene comune” può essere moralmente ammesso. Sono certo che non molti conoscono questa dottrina tommasiana, profondamente cristiana.

Avvicinandoci ai nostri tempi, non citando tutti i numerosi pensatori che dopo Tommaso hanno posto il Bene comune” al di sopra dell’interesse individuale, giungiamo a Immanuel Kant.

Ebbene, Kant spiega molto bene nella Critica della Ragion pratica, (siamo attorno al 1800), il suo testo di Filosofia morale, che vige l’obbligo di non considerare mai l’uomo come mezzo ma sempre come fine. In sostanza, l’Uomo deve essere inteso e rispettato come soggetto-in-relazione, per cui ogni dire e ogni agire deve tenere conto del bene altrui. Un altro suo detto fondamentale è il seguente: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale“. Non mi pare necessitino commenti interpretativi.

E, per concludere, cito umilmente… me stesso, riprendendo la breve sintesi teoretica che ho pubblicato in un post pubblicato qualche giorno fa, sul tema della Libertà.

LA LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive. Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essereumani.

Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

E allora, venendo al tema vaccini e libertà: come si fa ad affermare, come fanno in molti, che lo Stato ci tiene prigionieri, quando invece è il virus il soggetto da mettere nella frase che parla di prigionia. Proprio per liberare noi stessi e gli altri, per rispetto, ripeto, di noi stessi e degli altri, è utile, opportuno, necessario vaccinarsi.

Non dico obbligatorio, perché spero che il buon senso e l’intelligenza rendano superflua una normativa legalmente vincolante.