inizia ancora in questo modo un articolo, dopo uno precedente, con il quale cercavo di dialogare con la carissima Saman, ragazza pakistana che si definiva Italian girl, ed è stata uccisa dai suoi familiari immersi tragicamente nella loro drammatica “cultura” originaria, non da un semplice machismo omicida, come sostengono alcuni che temono di dire quello-che-è-stato fatto a partire dalle sue tremende e inaccettabili “ragioni”. Politici e maitres à pénser vari, incompetenti, se non intellettualmente disonesti.

Saman è morta per una carenza radicale di illuminismo, termine detto e inteso in senso storico-metaforico. Punto, mon Enricò Lettà, tra altri e altre.

Camilla invece per un deficit di controlli e di anamnesi, pare.

I genitori di Camilla hanno così parlato dopo la morte di Camilla: “Era sana. Non aveva alcuna malattia ereditaria”. Ora i magistrati stanno indagando. Qualche risposta potrà venire dagli esiti dell’autopsia effettuata di dottori Luca Tajana e Franco Piovella, e dal materiale documentale acquisito dai Nas dei Carabinieri per conto della Procura della Repubblica. Nell’anamnesi obbligatoria compilata antecedentemente alla somministrazione del vaccino, la ragazza non aveva dichiarato alcuna patologia né terapia farmacologica, mentre in seguito, all’ospedale di Lavagna, nella prima notte di osservazione prima del trasferimento a Genova, qualcosa si è capito, come attestano le cartelle cliniche nelle quali si trova registrata una carenza di piastrine autoimmune familiare.

Non indugio in discorsi medico-clinici, per i quali non ho la competenza. Qui ho solo riportato in sintesi ciò che si è letto sui media, e vengo alla riflessione filosofica, che più mi appartiene.

Come funziona la vita, anche una vita così giovane?

Mentre si spengono le luci su Camilla, si accendono su Ardea, dove un ingegnere di trentacinque anni fredda un coraggioso anziano e due bambini di cinque e dieci anni, Daniel e David, nomi di grandi uomini della Bibbia, quasi come a promettere vite vigorose. No, ora spezzate da proiettili fuori controllo, da una persona non vigilata, che aveva una pistola a disposizione.

Se per la povera Saman il tema era la cultura e la religione, per Camilla c’è stata una difficoltà nel dire tutto, nel compilare un’anamnesi: leggerezza, superficialità, reazione possibile in campo chimico biologico? La conseguenza è, come si dice, l’inaccettabile vita spezzata di una diciottenne.

Non parlo qui dell’aumento di morti sul lavoro, mi limito a citarli come patologia grave della nostra organizzazione del lavoro. Ne parlerò ancora, come ho fatto per Luana D’Orazio.

Cerco invece di dire qualcosa sui morti evitabili citati nel titolo, anche non entrando nei dettagli fattuali, che non conosco.

Ancora una volta, di fronte a questo dolore vedo un’assenza, quella del pensiero, quella di una visione eticamente fondata sul rispetto della vita, e della vita umana in particolare. Gli interlocutori delle tragedie sono ancora una volta solo le competenze tecnico-scientifiche di medici, neurologi, psichiatri, senza alcun accenno a saperi che possono lavorare in anticipo sulle situazioni.

Ancora una volta, citando questi saperi, intendo la filosofia, e in particolare di quella branca concernente il pensiero che studia l’uomo in tutte le sue dimensioni teoriche e pratiche.

Noto però qualche ancor timido cambiamento circa la percezione dell’importanza dei saperi filosofici. Nelle aziende si comincia ad averne contezza con la redazione di Codici etici e la nomina di Organismi di vigilanza dove la filosofia ha “voce in capitolo”. Si stanno diffondendo i settecenteschi e illuministi “Caffè filosofici” dove persone di tutte le categorie, scolarità e classi sociali si siedono a discutere ascoltando esperti di varie discipline, imparando di nuovo ad ascoltarsi e a ragionare, proprio di questi tempi nei quali la confusione linguistica, espressiva e mediatica è a livelli insopportabili.

In alcuni istituti tecnici la filosofia diventa materia di insegnamento, mentre viene confermata nei licei.

Si stanno muovendo associazioni e gruppi di ricerca sulla filosofia pratica, come la storica Phronesis, Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, che presiedo, proponendone la funzione positiva a livello individuale, familiare e sociale.

Forse qualcosa sta accadendo in tema di consapevolezza che il pensiero riflettente e la logica argomentativa “vengono prima” di altri saperi, li fondano, li rinforzano, sempre a favore della qualità relazionale tra le persone e dell’intera vita umana.