Quante volte abbiamo parlato del tempo nelle nostre vite! Quante volte ne ho scritto qui. Ne scrivo ancora, perché il tempo è sconfinato sotto il profilo fisico, e non solo, il tempo è il dove viviamo e il mentre. Lo spazio idem.

Dopo il grande di Ulm le due categorie (kantiane) sono state unificate, necessariamente.

Noi umani, però, abbiamo la sensazione che il tempo fugga, tempus fugit, e fugga sempre più velocemente a mano a mano che passa il tempo delle nostre vite. Quando siamo giovani, soprattutto al di sotto dei vent’anni, sembra che il tempo non passi mai, probabilmente perché si vive una normale ansia tesa a raggiungere certi obiettivi, il diploma, la patente di guida, la laurea, etc.

Il tempo è strano, come aveva compreso molto bene sant’Agostino, mio gentil lettore. Leggi il Libro XI delle sue Confessioni, perché lì troverai un’ipotesi che sembra prefigurare le scoperta della fisica sopra citate, di diciassette secoli dopo. Agostino non immagina il tempo come un qualcosa di definito e di coerente con la sua percezione dal parte dell’uomo. Dovendo ammettere, come è ovvio, che il tempo ha una sua fisicità, una sua obiettività, perché le ore, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni scorrono, egli riscontra che nel mentre scorrono esiste anche un’altra sua dimensione, quella interiore, per la quale può accelerare ovvero rallentare. Accelera il tempo delle cose piacevoli, rallenta quello delle spiacevoli, di solito.

Si sa che il tempo del carcere è completamente diverso dal tempo di chi vive fuori. Ne ho esperienza da racconti diretti di chi vive in ristretti orizzonti.

Il tempo in quei luoghi scorre in modo diverso, perché i giorni possono sembrare tutti uguali, con gli orari dei pasti e dell’ora d’aria scanditi da precise regole interne. Meglio stanno coloro che sanno come usare il tempo, magari leggendo, studiando, facendo esercizio fisico, lavorando, nelle carceri dove ciò è possibile. La Costituzione prevede, come ho scritto più volte, che lo Stato metta il detenuto nelle condizioni di potersi riscattare, con il lavoro, lo studio e attività solidali, per recuperarne la socialità, anzi la sociabilizzazione, neologismo, forse, abbastanza utile.

Il tempo, non ha una consistenza corrispondente tra la nostra percezione e la sua fisica obiettiva, dopo le scoperte sulla relatività generale, ma è indubbio che esso esiste, cioè ex-siste, vale a dire, “sta-fuori”.

Perché nel titolo ho affermato che il tempo esiste senza essere? Il senso comune tende ad unificare i due verbi in una sorta di sinonimia, al punto che molto spesso si usano indifferentemente, come si si fa, peraltro, con le parole complessità e complicazione.

Il tempo esiste perché oggettivamente lo sentiamo, lo viviamo, lo percepiamo nel trascorrere degli eventi in generale e delle nostre vite in particolare. Ma da un secolo sappiamo che, se potessimo allontanarci dall’orizzonte degli eventi che ci riguardano a trecentomila chilometri al secondo, che la velocità della luce, il tempo si… fermerebbe. Concetto di non facilissima comprensione, ma che si può in qualche modo “spiegare” immaginando di trovarci, ad esempio, a una distanza dalla Terra corrispondente a un giorno di percorrenza della luce, cioè a 300.000*60*60*24 Km. cioè a 25 miliardi e 960 milioni di km, e fossimo dotati di un radiotelescopio di inenarrabile potenza, potremmo vedere noi stessi che viviamo sulla terra esattamente ieri, 24 ore fa.

Per dare un esempio della distanza, si pensi che la dalla Terra alla luna la luce ci mette solo poco più di un secondo ad arrivare, e dal Sole alla Terra solo poco più di otto minuti per “fare il viaggio”.

Se ciò è vero, come possiamo dire che il tempo “è” in assoluto? Non possiamo. E’ invece concepibile riconoscere che il tempo “esiste” in relazione alla nostra posizione nello spazio, al posto che occupiamo nell’universo.

Ciò detto, torniamo ai concetti iniziali. I concetti di “essenza ed “esistenza”, prima ancora che fisici sono… metafisici. In altre parole, si tratta di un esempio di come la metafisica abbia a che fare con la fisica, come anche i maggiori studiosi di questa disciplina (in Italia, Carlo Rovelli in primis) stanno riconoscendo, dopo decenni di dialogo interrotto.

Aristotele, Galileo, Kant, Einstein etc., in un certo senso e modo, si stanno dando la mano.