(Pubblico qui l’esito di un laboratorio aziendale sul valore del Rispetto, dopo aver lavorato sull’Umiltà, e in vista di una riflessione sulla Responsabilità, etc., che ha coinvolto un gruppo di lavoratori di tutte le aree di lavoro. Non cito, ovviamente, se non con l’iniziale del nome, né i nomi e cognomi completi dei partecipanti, né il nome dell’azienda, che è friulana)

Il gruppo dedicato al tema del rispetto ha lavorato, mi pare, con gusto e proattività per tre incontri seminariali. F,, N., T., F., A. e M. sono stati presenti sempre nel lavoro comune, che cerco di riprodurre in questo testo.

Come al solito, mi piace proporre l’etimologia di una parola, prima di ogni approfondimento sul suo significato corrente e sul suo uso.

E dunque: “rispetto” deriva dal verbo latino re-spicere, che vuol dire “guardare di fronte alla stessa altezza”, e quindi non “dall’alto in basso” o viceversa, gesto che tutti conoscono, e che solitamente si apprezza poco. Si pensi subito a quante sono le occasioni nelle quali quel guardare (perché siamo tolleranti) con sufficienza mette a repentaglio la qualità relazionale dei rapporti inter-soggettivi e di gruppo, in azienda e fuori.

A volte si ritiene che nel rapporto con gli altri basti il sentimento di tolleranza, poiché spesso ci sentiamo superiori agli altri.

            Ma è impossibile andare avanti insieme solo con la tolleranza e tantomeno con il sentimento di “sufficienza”, e, se non vi si rimedia, il rischio è di creare danni irrimediabili ai gruppi di lavoro e alla collaborazione fra colleghi.

            Il rispetto è un modo-di-fare e di-dire che supera ciò che si chiama “tolleranza”, la quale è proprio un “guardare dall’alto in basso”. Anche il latifondista ottocentesco, oppure il padrone della ferriera di primo ‘900 potevano essere tolleranti e perfino magnanimi con i propri dipendenti, ma in un modo che, non solo sottolineava la differenza di ceto, ma soprattutto il divario di potere reale fra i due soggetti, indipendentemente dal valore intrinseco di ciascuno.

            Molti ritengono che la tolleranza sia una virtù straordinaria, ma è solo una virtù mediana, che abbisogna di uno sviluppo, appunto, verso la maturazione del rispetto

            Il rispetto è soprattutto frutto ed esito dell’educazione che si è ricevuta, anzi, che si è maturata, perché l’educazione non è propriamente un insegnamento introiettato nella mente e nella memoria, in modo da ispirare i comportamenti quotidiani, ma è una crescita interiore, una crescita di tutta la propria struttura di personalità.

            Come al solito caso partiamo dall’etimologia. Così come il termine rispetto anche “educazione” è un lemma che nasce da un’espressione verbale, da una preposizione latina e/ ex, cioè da, e dall’infinito del verbo ducere, che significa condurre. E-ducere è dunque un “condurre-fuori”… un qualcosa (sempre che si abbia qualcosa dentro da condurre fuori). L’educazione è il frutto di un percorso mentale e morale continuo, che ha (deve avere) il suo inizio nell’infanzia. Se in quell’età dello sviluppo mentale e fisico (struttura della persona), non vi è un “accompagnamento” alla crescita a cura dei genitori e degli insegnanti, che contribuiscono a dare-struttura alla personalità individuale (si ricordi la Tabella che abbiamo costruito assieme durante gli incontri laboratoriali), non si crea il “terreno di coltura” spirituale per maturare un atteggiamento di rispetto verso gli altri.

Proviamo ad approfondire ancora un po’. Perché di solito trattiamo gli altri, oppure giudichiamo solitamente le loro azioni e parole più severamente di quanto facciamo quando riflettiamo sulle nostre azioni e sulle parole che pronunciamo? È abbastanza semplice e intuitivo, ma non ce lo diciamo mai, in quanto proprio “non ci viene”. Ed è naturale, perché siamo condizionati dal nostro “io”!

            L’altra persona è sempre un “tu”, grammaticalmente un complemento oggetto, un elemento del discorso dove il nostro dire e agire termina, va-a-finire, facendo andare avanti le cose della vita. La vita è costituita essenzialmente dal rapporto che abbiamo con gli altri, a partire dalle persone con le quali condividiamo le nostre vite private. E ciò parte dai rapporti genitoriali e familiari, e quasi immediatamente anche dai rapporti che si hanno con i propri insegnanti, dalla scuola dell’infanzia all’università.

            Poi inizia la vita di lavoro, e incontriamo titolari, dirigenti e colleghi. Sono tanti “tu”, tutti diversi e unici a questo mondo (caro lettore, ricordati sempre la tabella studiata assieme, quella che distingue fra “struttura di persona” e “Struttura di personalità”).

Per finire, cari lettori e lettrici, vi racconto un fatto personale. Ogni mattina, proprio tutte le mattine, mi ripeto che le due donne mie conviventi, Daniela e Beatrice sono degli… “io”, non solo dei “tu” dove hanno conclusione le mie azioni e giungono le mie parole. È un esercizio “culturale” che devo ripetere, per convincere la mia mente che loro due sono-come-me, in dignità e valore, e  che meritano RISPETTO.[1]

           Altrettanto dovremmo cercare di fare sul lavoro, in L. Spa, dove agiscono una quarantina di “io”, tutti “centri del mondo”, che devono diventare consapevoli che ogni altro è un “centro del mondo”. Sono riuscito a spiegarmi?

(Prof. Renato Pilutti)


[1] Chi volesse approfondire questi temi, cerchi sul web le biografie e i testi di due grandi filosofi del ‘900: Emmanuel Lévinas, un ebreo lituano di cultura francese, studioso del “volto dell’altro”, e Martin Buber, un ebreo austriaco, che ha approfondito il rapporto fra “IO” e “TU”.