Con questa domanda giorni fa iniziava la visita ortopedico traumatologica di controllo alle mie vertebre dorsali ferite dal tumore oramai quasi quattro anni or sono, tuttora origine di dolori non banali, che contrasto con farmaci e ginnastica, e (spero presto) antalgica in piscina.

Trasecolo, ma solo per un attimo – quasi incredulo – perché non mi manca la parola pronta, come sai gentil lettore, e rispondo: “Caro dottore, lei ha vinto il premio nazionale per la miglior battuta dell’anno. Venerdì pomeriggio, quando avrò il Consiglio direttivo nazionale della Associazione filosofica che presiedo, proporrò ai colleghi e alle colleghe la sua battuta e la mia risposta per chiedere un loro parere esperto.”

La frase di quel medico (che qui non nomino, anche se la tentazione di farlo è forte) è stata senz’altro filosofica, e della più bell’acqua cinica, non di un cinismo classico à la Zenone di Cizio, ma di un cinismo contemporaneo, intriso di disincanto e di stanchezza. Certo, lo stress di questo periodo nel settore sanitario nel quale quel dottore opera, credo da decenni, visto che è più o meno un mio coetaneo, è molto forte, quasi insopportabile.

Peraltro, nel prosieguo della visita, l’ortopedico traumatologo mi presta una grande attenzione, spiegandomi il senso e il significato dei referti cartacei e informatici, come forse nessun altro specialista prima di lui (senso di colpa?), e consigliandomi piscina, nuoto a dorso e… pazienza. Lo ringrazio e gli lascio perfino un piccolo dono letterario. Indovina quale, caro lettore… se non una copia di Rizko con dedica?

Naturalmente l’episodio mi fa riflettere usando la nostra, umanissima, arte filosofica. In realtà, la sua battuta, in assoluto, non è stata peregrina, poiché il mio tipo di tumore ematologico, fino a non molti anni fa lasciava poche speranze, ma oggi esistono farmaci e metodiche terapeutiche che permettono di andare avanti nella vita, con l’uso delle staminali multi-potenti risanate e opportuni antidolorifici, ginnastica e piscina e, soprattutto, coraggio e determinazione spirituale. Ricordo ancora la risposta acutissima che diede la dottoressa ematologa che mi diagnosticò il male, alla mia domanda frontale sulle speranze di vita… “Lei potrebbe vivere anche per tutto il tempo previsto (previsto? da chi?!) se non fosse stato colpito da questo male“. Metafisica, pura metafisica, e realissima intelligenza.

La domanda di quel medico disincantato però pone il tema fondamentale della nostra precarietà di esseri umani, della nostra fragilità strutturale. Siamo qui per ragioni che sfuggono ab initio alla nostra volontà, stiamo a questo mondo per un tempo, e infine ce ne andiamo all’altro (mondo), sempre che crediamo all’immortalità dell’anima. Altrimenti un mucchietto di fosfati più o meno grande, e amen. certo, E le nostre opere, se sono state abbastanza buone, in un ricordo che piano piano si attenua, anche se forse oggi, con il mondo del web così pervasivo, restano di più a disposizione del pubblico. Un blog, se qualcuno paga la modica cifra annuale di poche decine di euro di abbonamento, resta lì per sempre… più o meno, certamente non viene implementato, ma rimane a far parte della biblioteca virtuale cui può accedere un tuo amico, ma anche un giovinetto che frequenta le scuole medie nelle isole Tonga. Infatti, quando ho voglia, rovisto nelle statistiche delle visite al mio blog, che non calano mai sotto la cifra di due o tre mila alla settimana. Mostruoso: migliaia di persone che leggono qualcosa scritto da me in sette giorni.

Cero, è pochissimo, se confronto questi dati con quelli di una influencer come Chiara Ferragni, che è più interessante di me, ma ciò non mi genera alcuna gelosia, poiché la sottocultura cui appartiene la ragazza (che per me non è neanche bella) mi è distante un milione di galassie, gaussianamente parlando: chi dialoga con questa donna non ha nulla con me a che fare, se non l’appartenenza al genere umano. Un po’ poco.

Torno alla precarietà della vita: Precarietà deriva, come decine di migliaia di parole italiane, dal latino classico, e segnatamente dal verbo precor (prego), da cui il sostantivo precarius, cioè uno-che-prega.

Il precario è dunque, prima ancora di essere un tale in bilico tra l’insicurezza e il suo contrario, esistenzialmente (e anche economicamente) parlando, è un orante, vale a dire uno che, invocando il “Divino”, così si rende conto dei propri limiti, dei confini segnati dalla sua propria debolezza di umano e dal destino, che è un “oggetto” concettuale co-costruito dalla sua libera (più o meno) volontà, e dalle circostanze che vive e incontra.

Pulvis es et in pulverem reverteris, recita l’antico tropo liturgico: polvere sei e in polvere ritornerai, ma meglio più tardi che subito, cosicché al caro dottore, semmai mi capiterà di rivederlo, la prossima volta, se gli scapperà di ripetere l’inopportuna domanda, che senz’altro mi formulò – come sopra scritto – sopra pensiero, risponderò: “Ebbene sì, caro dottore, sono ancora qui, su questa terra, contento di rivederla… e lei, ancora qui?”.