Conosco persone che si ritengono importanti in qualche ambiente e si definiscono come capaci di “volare alto”. Se richiesti di spiegare la metafora, fanno fatica; di contro, però, mostrano che cosa ciò significhi usando gli status symbol di cui dispongono: auto, frequentazioni, compensi, dress code, tenore e stile di vita, etc. Tra costoro dirigenti e consulenti di azienda, qualche imprenditore (pochi per la verità), studiosi (non pochi, solitamente molto vanesi), religiosi (più di quanto si pensi)… Molto spesso queste persone sono caratterizzate da molta vanità, pessimo vizio! E spesso da arroganza, prepotenza e protervia (cf. Aristotele, Tommaso d’Aquino e Norberto Bobbio). Molto spesso si tratta di adulatori e di falsi amici. (Chi mi conosce sa a chi mi riferisco: quattro o cinque persone al massimo, nella mia vita, son fortunato!)

Baldassar Castiglione

Conosco persone che invece non “se la tirano” anche se valgono molto e sono collocate, professionalmente e socialmente, in posizioni importanti. Di solito hanno il coraggio di dire con garbo ciò che pensano, indipendentemente dall’interlocutore, con parresìa (trasparenza) e con senso di opportunità. Tra questi conosco imprenditori, dirigenti, studiosi (tra costoro, non pochi zoppicano da una gamba spirituale), religiosi (non parecchi), politici (…e son pochini veramente quelli inquadrabili nella categoria), etc. Costoro non hanno bisogno di far sapere che “volano alto”, perché sono già in alto, a partire dal senso morale che hanno introiettato, e ciò non genera in loro quelle brutte bestie che sono la vanità e l’arroganza, anche nelle sue declinazioni di prepotenza e di protervia (cf. supra). (Chi mi conosce sa a chi mi riferisco: diverse decine di persone, son fortunato!)

Altre persone ancora si muovono tra la gente cercando il proprio posto nel mondo e diffidano del primo genere di persone; altre ancora, invece, vogliono imitare il primo gruppo di tipi umani e si accodano, imparando ad abbaiare a comando, e a proporre tutte le blandizie del mestiere di cortigiano, o di cortegiano, come chiamava questi tipi umani Baldassar Castiglione nel ‘500. Vi sono dunque, nell’ambito delle persone del primo gruppo, cortigiani di seria A e cortigiani di serie B.

Circa invece coloro che non hanno bisogno di abbaiare a comando, questi li troviamo in tutti gli ambienti e si caratterizzano perché ognuno di loro manifesta la propria presenza con l’efficacia del fare.

Si legga dunque, tanto per documentarci sulla principale letteratura sul tema, il fondamentale saggio di Baldassar Castiglione “Il cortegiano”, che risale al XVI secolo e descrive la vita di una corte signorile di quel tempo.

Il Cortegiano o Il libro del Cortegiano, è un trattato scritto da Baldassarre Castiglione nei primi due decenni del 1500 e pubblicato nel 1528. Baldassare imparò a fare il cortigiano assistendo la duchessa Elisabetta Gonzaga di Urbino. Si tratta di un dialogo in quattro libri e racconta usi e costumi del perfetto uomo di corte del periodo rinascimentale, non trascurando una congerie di suggerimenti per la sua committente, affinché ella stessa riuscisse a mostrarsi quale era, una vera gran signora.

Il successo editoriale, come si dice, arrise subito al libro, che ben presto divenne uno dei best seller del secolo XVI. Re Francesco I di Francia, il sovrano che ospitò Leonardo fino alla morte di questi, fece tradurre il trattato del Castiglione in francese, e lo regalò ai suoi (cortigiani) come testo di formazione professionale, si può dire (anche se mi viene da ridere).

Non dobbiamo trascurare oggigiorno l’importanza di questo volume, per capire la cultura e anche l’andazzo di quei tempi, direi anche (o soprattutto) poiché molti insulsi commentatori odierni tendono a interpretare i fatti storici con la lente di ingrandimento del nostro tempo, senza contestualizzarli, e così rischiando di non capirci (e di non far capire) nulla. Idioti. Politicamente corretti e idioti, quelli che oggi giudicano Napoleone Bonaparte come conquistatore arrogante e colonialista, senza tener conto che il grande corso (italiano, peraltro) ha portato la modernità in tutta Europa. Dietro la Grande Armée seguivano le salmerie del progresso, anche sociale. Lo si voglia o meno.

Alcuni passi del testo castiglionesco, il primo dei quali assai, detto con popolar linguaggio, “paraculo”:

«Di questo modo rispose ancor Rafaello pittore a dui cardinali suoi domestici [amici], i quali, per farlo dire tassavano [criticavano] in presenzia sua una tavola che egli avea fatta, dove erano san Pietro e san Paolo, dicendo che quelle due figure eran troppe rosse nel viso. Allora Rafaello sùbito disse:«Signori, non vi meravigliate, ché io questi ho fatto a sommo studio, perché è da credere che san Pietro e san Paolo siano, come qui gli vedete, ancor in cielo così rossi, per vergogna che la Chiesa sia governata da tali omini come siete voi»»
(Il Cortegiano, II, LXXVI)
«Eccovi che questa porta dice: ALEXANDER PAPA VI, che vol significare, che è stato papa per la forza che egli ha usata [VI viene inteso come l’ablativo latino di vis cioè con la forza] e più di quella si è valuto che della ragione. Or veggiamo che da quest’altra potremo intender qualche cosa del novo pontefice»; e voltatosi, come per ventura, a quell’altra porta, mostrò l’iscrizione d’un N, dui PP ed un V, che significava NICOLAUS PAPA QUINTUS, e sùbito disse:«Oimè, male nove; eccovi che questa dice: Nihil Papa Valet [il papa non vale nulla]»
(Ibidem, II, XLVIII)
«Di questa sorte è ancor quello che disse Alfonso Santa Croce; il qual, avendo avuto poco prima alcuni oltraggi dal Cardinale di Pavia [ovvero Francesco Alidosii], e passeggiando fuor di Bologna con alcuni gentilomini presso al loco dove si fa la giustizia, e vedendovi un omo poco prima impiccato, se gli rivoltò con un certo aspetto cogitabundo e disse tanto forte che ognun lo sentì: «Beato tu, che non hai che fare col Cardinale di Pavia!»»
(Ibidem, II, LXXII)

Come si può constatare ogni tempo e luogo è… paese, come si dice. E lo sostengo non per banalizzare, ma per osservare come l’uomo porti avanti i suoi difetti morali non solo da centinaia, ma da migliaia d’anni, da quando l’uomo stesso ha cominciato a scrivere storie e la sua storia.

Si può guarire da questa malattia morale?

Sempre tenendo conto che il dato antropologico-filosofico ci spiega, sulle tracce dei grandi pensatori, che l’uomo-è-quello-che-è da millenni, e non manifesta significativi cambiamenti sulle modalità essenziali che lo caratterizzano nei comportamenti e nei ragionamenti, tali che i caratteri individuali si definiscono come insegnano i grandi studiosi di esso (cf. J. Piaget, tra i maggiori) entro la prima adolescenza, occorre insistere sulla formazione educativa, cioè su questi processi che, senza pretendere che una persona ci ubbidisca e diventi a modello del nostro insegnamento, riesca a trovare dentro sé le forze per cambiare verso la bellezza e la bontà della considerazione della pari dignità di ciascuno, che è un “io”, esattamente come te e come me, mio gentil lettore!