Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

“Ambiguità & Complessità”, sintagma che sollecita un necessario dialogo linguistico-concettuale

Il modo infinito verbale “dis-ambiguare” – riportato in vari lemmi di wikipedia – già presenta al mondo virtuale l’importante concetto dell’ambiguità, che in lingue come quelle di derivazione greco-latina consentono un’ampia polisemanticità, fatta sia di polisemie vere e proprie, sia di similitudini, di metafore, di allegorie e di analogie, là dove i campi semantici a volte quasi si sovrappongano o, più spesso, si sfiorano sui rispettivi “confini”, se così li si può chiamare.

Infatti, la polisemia è una delle entità principali di questo ambito dell’analisi linguistica, che consente amplissime possibilità espressive, cogliendo le sfumature più prossime al focus dell’etimo, e anche quelle più remote, in un quasi-continuum di significati, che talora superano anche le obiettive dimensioni “discrete” (in senso matematico) di ogni lemma.

Mi spiego: basti pensare al termine “amore”: può qualcuno ragionevolmente affermare di poter dire tutto-ciò-che-si-può-dire sull’amore? Se qualcuno lo fa c’è da insospettirsi, poiché, o si tratta di un presuntuoso oppure di un ignorante sotto il profilo “tecnico” (qui si ricordi la mia convinta distinzione, più volte presentata in questa sede e altrove, fra “ignoranza tecnica” che può non essere colpevole, del tipo “io non so di fisica nucleare e non ne parlo, ma ascolto con rispetto chi conosce questa disciplina”, e “ignoranza colpevole”, con ciò intendendo che, pur occupandomi di cose e materie determinate, ne parlo senza averne cognizione scientifica, del tipo “posso parlare di ciò che voglio”). E di quest’ultima specie umana ho diverse raffigurazioni televisive e telematiche: ad esempio, di matematici che dissertano di teologia sotto un sorrisetto… ambiguo e di sufficienza.

L’ignoranza tecnica, ovviamente, non evidenzia profili etici e di responsabilità morale, l’ignoranza colpevole, sì. Aggiungo: l’ignoranza colpevole ha particolare rilevanza in termini di giudizio sul rilievo morale degli atti umani liberi. In ambedue i casi è assente il sapientissimo “sapere-di-non-sapere” socratico, e dunque manca radicalmente un approccio sano e realistico alla conoscenza.

La polisemia è intrinsecamente ambigua in senso tecnico, perché richiede di approfondire immediatamente l’analisi del senso di un lemma-significante- dentro-un-contesto. Mica poco!

L’ambiguità ha comunque avuto nei tempi storici diverse declinazioni, non poche delle quali poco positive, o addirittura negative. Si pensi all’ambiguità implicita delle arti diplomatiche, dove il dire/ non-dire è una specie di must, di obbligo inderogabile. Il diplomatico ha a disposizione tante maschere quanti sono i suoi interlocutori e gli ambienti nei quali opera: uno degli esempi storici dell’ambiguità politica è stata – in decenni e anni assai recenti – quella che i politologi e gli storici chiamano “la doppiezza comunista”, ad esempio riferita alla leadership del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti: doppiezza da valutare attentamente. Vediamola: quando nel 1944 “Ercoli” (era il suo nome di battaglia antifascista e antinazista) spiegò ai suoi compagni del PCI che l’Italia non avrebbe seguito l’esempio dei paesi dell’Est europeo che di lì a poco sarebbero entrati nell’orbita dell?Unione Sovietica come “satelliti”, poiché a Yalta i tre “Grandi” avevano stabilito un’altra prospettiva nettamente diversa, nel PCI stesso vi erano posizioni che non ritenevano la linea togliattiana inderogabile, ma solo ad usum delphini, vale a dire “per la propaganda”, poiché non si dovevano allarmare le altre forze politiche antifasciste, in primis il Centro destra liberal-repubblicano e la Democrazia cristiana, ma anche gli Azionisti e i Socialisti.

Un Pietro Secchia e un Vittorio Vidali, che avrebbe riconosciuto volentieri la sovranità non solo sulla Venezia Giulia, ma quasi sull’intero Friuli a Tito, certamente non rimanevano personalmente (e non solo) pedissequamente fedeli alla linea del compagno Palmiro, perché per loro la Resistenza non avrebbe potuto e dovuto concludersi se non con una rivoluzione socialista, tale da cambiare i destini dell’Italia dalle fondamenta socio-economiche e politiche.

Non dimentichiamo che, a proposito di “album di famiglia”, come spiegò con spietata lucidità Rossana Rossanda una trentina di anni fa, uno dei due o tre fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini, figlio di partigiani, ebbe a dire più volte che i vecchi compagni comunisti, operativi nel ’45, avevano nascosto le loro armi per fare la rivoluzione, e quindi per completare il processo socio-politico verso un socialismo italiano (ebbene sì), di ispirazione sovietica.

Se tutto ciò risulta plausibile, potremmo anche dire e ammettere che l’ambiguità togliattiana servì a gestire, a controllare i suoi compagni più decisi a proseguire sulla strada di una socialistizzazione dell’Italia fino a una conversione politica, cioè all’accettazione (forse un po’) rassegnata del sistema democratico-parlamentare. Non ho dubbi ad affermare, da socialista riformista qual sono, che Togliatti operò per il “bene comune”. Di quello che realmente avesse nel cuore e nella mente Togliatti, penso che non possiamo né pensare né dire alcunché di assolutamente certo. La sua fu, dunque, ex post, un’ambiguità utile, anzi necessaria per il successo dei fatti successivi. Infatti, Costituzione repubblicana democratica, voto alle donne, pluralismo partitico, ruolo dei sindacati, etc., furono i frutti di un processo nel quale Togliatti ebbe parte importantissima.

L’ambiguità produce certamente, nei modi più vari, incertezza, togliendo tranquillità e assolutezze… cosicché nell’ambiguità non si possono declinare i racconti sussumendone una verità intrinseca, anzi, in un contesto ambiguo la verità è una specie di ospite non gradito, si può dire.

Epperò l’ambiguità nei rapporti umani e professionali non è una virtù, perché li rende faticosi e spesso immorali. Indossare maschere va bene, ma non sulle cose essenziali come la qualità e la sincerità delle relazioni affettive. Prima o poi, meglio prima che poi, bisogna dirla “giusta” a chi ci vuol bene, a chi si stima, alle persone con le quali si collabora.

Il concetto di complessità si collega obiettivamente al concetto di ambiguità. Ciò che è complesso è per sua natura ambiguo, perché non definibile all’interno di contorni certi ed evidenti. Essa si può scientificamente e storicamente riferire agli studi del fisico-matematico ottocentesco Henri Poincaré e a quelli, della prima metà del Novecento, di studiosi come Hadamard, Lyapunov, Schrödinger, etc.. Altri nomi di scienziati interessati al tema sono i seguenti: Alexander Bogdanov, Werner von Foerster e Warren Weaver che pubblicò nel 1948 il fondamentale saggio “Science and Complexity”.

L’impiego del computer permise negli anni ’50 del XX secolo a Edward Lorenz di parlare del noto “effetto farfalla”, in base al quale ogni minimo movimento atmosferico influisce su tutta l’atmosfera, in quanto struttura dinamica e interrelata.

Negli anni ’60 del ‘900 Ilya Prigogine indagava i sistemi lontani dall’equilibrio intrinseco, favorendo lo sviluppo di una epistemologia scientifica come la sistemistica transdisciplinare , in particolare per merito di von Bertanlanffy, e del filosofo Edgar Morin, che previde un sistema per il pensiero complesso., come vedremo più avanti.

Proviamo ad esaminare l’etimologia del termine “complesso”. Esso deriva dal verbo latino “complector”, che significa cingere, tenere avvinto strettamente, vale a dire – in metafora – abbracciare, comprendere, unire tutto in sé, riunire in un solo pensiero e in una sola denominazione, oppure legame, nesso, concatenazione

Inizia dal XVII la riflessione-confronto fra il concetto di complessità e quello di complicazione, laddove: una cosa è complessa se consta di innumerevoli parti interrelate, che influiscono una sull’altra, e dunque può essere solo interpretata, mentre una cosa è complicata (dal verbo latino complico, cioè piegare, arrotolare, avvolgere), se può essere spiegata, come un lenzuolo che si può (dis-)spiegare da… piegato, compiegato, complicato che era prima.

Si tratta proprio di una epistemologia della complessità, portata avanti, come si dice, da due autori sopra citati come Prigogine e Morin, ma anche da De Toni e Comello, che nel 2005 pubblicarono da UTET un testo molto importante come Prede o ragni. (cf in molti miei testi in tema)

La complessità o teoria della complessità è adatta ad esempio al linguaggio colloquiale, al funzionamento delle reti telematiche, ma anche a quanto avviene nel modello termodinamico e alle facoltà auto-organizzative della mente umana. La complessità è un tema… complesso!

In generale un problema è lineare se lo si può scomporre in un insieme di sotto-problemi indipendenti tra loro. Quando, invece, i vari componenti/aspetti di un problema interagiscono gli uni con gli altri così da renderne impossibile la separazione per risolvere il problema passo-passo e “a blocchi”, allora si parla di non-linearità.

I modelli complessi sono indispensabili, essendo una specie di sintesi fra i sistemi naturali e i sistemi costruiti dall’uomo utilizzando discipline come la meccanica, l’elettronica, la chimica, la fisica, la chimica, la biologia e l’economia. Il legame fra tutte queste discipline può essere la logica filosofica, che mette in contatto i saperi mediante una metodica trasversale e sistematica. Le tecno-scienze contemporanee confermano questa visione della cultura e della scienza applicate.

Un sistema complesso prevede che si muova attraverso azioni e retroazioni, o feedback, sia che si tratti di un’azione orizzontale del tipo “io dico una cosa a uno” – “lui mi risponde”: in questo caso si tratta di un’azione e di una reazione, ma occorre tenere conto anche di tutto ciò che accade tutt’intorno, nell’òlos, nel tutto, poiché molto di ciò che re-agisce non è evidente, come accade nel dialogo inter-soggettivo, nel quale abbiamo domande e risposte evidenti, ma anche risposte in-evidenti, sotterranee, suggestive, pre-formali… auto-organizzate, emergenti, imponderabili… quantistiche in senso metaforico.

Ecco alcuni esempi di sistemi complessi: le cellule, la crosta terrestre, il sistema del clima, gli ecosistemi, tutti gli organismi viventi, il sistema umano (endocrino, linfatico, respiratorio, cardiocircolatorio, neurologico, limbico, linfatico, immunologico, nervoso…), e poi: i sistemi sociali, politici, economici, finanziari, religiosi, associativi, etc.i

La relazionalità nei e tra i sistemi produce complessità, allontanandosi sempre più dalla complicazione, come hanno sempre meglio spiegato studiosi che si sono specializzati su questi temi. Tra i principali: il Santa Fe Institute, fondato nel  1984 – si è particolarmente dedicato allo studio dei sistemi complessi adattativi (CAS – Complex Adaptive Systems), cioè sistemi complessi in grado di adattarsi e cambiare in seguito all’esperienza, come ad esempio gli organismi viventi, caratterizzati dalla capacità di evoluzione: cellule, organismi, animali, uomini, organizzazioni, società, politiche, culture , etc. (Holland, 2002). Gregory Bateson e Edgar Morin sono fra gli autori che si sono spesi con più costanza nella ricerca che oramai si denomina “scienza della complessità”.

Tra la teoria dei sistemi e quella della complessità si è dato vita alla teorizzazione dei sistemi dinamici complessi. Per quanto concerne l’essere vivente si sono spesi in particolare studiosi come Ludwig von Bertalanffy, Humberto Maturana e Francisco Varela, mentre in Italia non si possono trascurare le ricerche di Alberto F. De Toni e Luca Comello dell’Università del Friuli. In ambito psicoanalitico si sono mossi negli ultimi anni nel Boston Process of Change Study Group, Daniel Stern e Louis Sander.

I sistemi complessi adattivi (CAS o Complex Adaptive Systems nelle ricerche anglosassoni) sono dinamici e auto-organizzantisi, di cui propongo alcuni esempi: comunità o gruppi di persone che stanno insieme per lavoro o per altre ragioni, il cervello umano, le reti informatiche, il sistema corpuscolare ondulatorio delle microparticelle (da Heisenberg in poi), etc.

«Un CAS può essere descritto come un instabile aggregato di agenti e connessioni, auto-organizzati per garantirsi l’adattamento. Secondo Holland (1995), un CAS è un sistema che emerge nel tempo in forma coerente, e si adatta ed organizza senza una qualche entità singolare atta a gestirlo o controllarlo deliberatamente. L’adattamento è raggiunto mediante la costante ridefinizione del rapporto tra il sistema e il suo ambiente (co-evoluzione). Il biologo americano Kauffman (2001) sostiene che i sistemi complessi adattativi si muovono in paesaggi adattabili, o elastici, (fitness landscape), in continua deformazione per l’azione congiunta dei sistemi stessi, di altri sistemi, e di elementi esogeni.»
(“Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità“, De Toni e Comello, 2005)

Dalla non-linearità di interazione tra le componenti di un sistema e la loro auto-organizzazione scaturisce l’attitudine di questo a esibire proprietà inspiegabili sulla base delle leggi che governano le singole componenti stesse:

«Il comportamento emergente di un sistema è dovuto alla non-linearità. Le proprietà di un sistema lineare sono infatti additive: l’effetto di un insieme di elementi è la somma degli effetti considerati separatamente, e nell’insieme non appaiono nuove proprietà che non siano già presenti nei singoli elementi. Ma se vi sono termini/elementi combinati, che dipendono gli uni dagli altri, allora il complesso è diverso dalla somma delle parti e compaiono effetti nuovi.» (ivi)

Ogni riduzionismo epistemologico viene dunque criticato e messo in questione dalla nozione o scienza della complessità, che trova nella fisica delle particelle (cf. supra Heisenberg et fisici successivi) e nella fisica atomica. La stessa scala geometrica che prevede una successione del genere: particelle sub-atomiche, atomi, molecole, tessuti o cristalli, etc., viene così implementata in modo nuovo e inatteso, che si basa su leggi diverse e caotiche. Legge caotica, appunto, un ossimoro che esprime tutto ciò che appunto non è descrivibile: evidenze imponderabili (cf. Wittgenstein) nelle relazioni umane, caos ricomponentesi nella dimensione fisica e biologica.

Ad esempio, nell’uomo bio-psico-macchina la coscienza, il linguaggio o la capacità auto-riflessiva sono ritenute proprietà emergenti perché non spiegabili dalla semplice interazione tra neuroni. Che cosa è la coscienza? Siamo sempre lì. La risposta migliore è sempre quella classica, metafisica: la coscienza è la persona stessa.

Si può dire che il confine tra il caos e un sistema ordinato è lo spazio delle possibilità, secondo condizioni obiettive di possibilità. Ad esempio, si può prevedere come finirà una riunione politica o aziendale, se con un accordo, un semi-accordo o un disaccordo su tutto?

Un altro esempio che emerge dal caos è quello delle folle, degli assembramenti e anche dei consumatori. E’ impossibile prevedere che cosa può accadere in un ambito che Gustave Le Bon (da me citato non poche volte in questa sede) ha così bene studiato in ambito di psicologia sociale e di sociologia statistica. In uno stadio pre e post-Covid, in una manifestazione sociale, in una rivolta, in un’azione militare (anche se ben programmata) può accadere l’imponderabile, l’inatteso, l’inaudito…

Un altro ambito caotico, anche se statisticabile (in qualche misura) è quello dei consumatori. In tema esistono fior di ricerche che desiderano scandagliare le intenzioni di acquisto in un dato momento-in un dato mercato-di un dato prodotto. Le maggiori società industriali e commerciali si basano, per la programmazione delle proprie attività, anche su queste ricerche, oltre che sui dati storici e le esperienze acquisite. Anche in questi ambiti si possono registrare forme di auto-organizzazione dal caos, nelle quali la complessità fa premio su qualsiasi linearità causale.

Filosoficamente si può pensare che il teorema della complessità potrebbe aggiungersi ai quattro classici della ricerca: a) l’analisi, b) la sintesi, c) l’analogia, d) il dialogo. Ecco, forse può essere proprio il dialogo, che è un (il) perno della ricerca filosofica della verità delle cose (vitium superbiae in his verbis absit), il punto di aggancio del teorema della complessità. Infatti, se analisi e sintesi si basano rispettivamente su una descrizione ampia del fenomeno e una descrizione breve, e l’analogia si basa sul confronto fra entità diverse, il dialogo (come insegnano i filosofi classici, a partire da Platone), proprio per la sua imprevedibilità, può essere lo strumento più efficace per approcciare la complessità, in quanto tale.

Si può dunque concordare con Edgar Morin che mezzo secolo fa all’incirca ipotizzo una vera e propria epistemologia della complessità.

L’AMBIGUITA’ IN SPECIE

La parola ambiguità (dal latino ambiguitas, –atis, da amb-, ‘intorno’, e agĕre), indica il riferimento ad un testo (scritto o orale), che può essere diversamente (e anche radicalmente) interpretato in modi differenti, in quanto sussistono sempre diverse concause concomitanti e strutturate che generano queste possibilità. Basti pensare, sotto il profilo temporale, a come l’accezione di molti termini italiani è cambiata nei secoli, ai contesti nei quali detti termini sono stati pronunziati, alle intenzioni e allo stile linguistico dei parlanti e, forse soprattutto, alla polisemanticità insita quasi in ogni parola, dalla più banalmente operativa, come tavolo e sedia, alla più elevata e spirituale come coscienza e anima, o spirito o persona.

Ogni individuo-persona ha un suo modo di parlare, di esprimersi (idioletto, o proprio linguaggio); ogni individuo-persona può avere (o meno) difetti di pronuncia o problematiche neurologiche che condizionano una lallazione corretta dei termini. Una persona dislalica prospetta dei detti imperfetti, troncando sillabe o lettere, a volte creando anche situazioni umoristiche. Personalmente conosco persone dalla vivida intelligenza, che però sono dislaliche, e debbono fare un grande sforzo di concentrazione per non dimenticare “pezzi” di parole. Ma si fanno capire benissimo.

Inoltre, secondo l’arguta profondità di grandi esegeti biblici, come Origene, sant’Agostino e san Girolamo (tra altri) che amavano le interpretazioni allegoriche (racconti metaforici) o tipologiche (confronti tra personaggi ed eventi del Primo e del Nuovo Testamento: ad esempio Adamo e Gesù di Nazaret) dei libri biblici, e di illustrissimi filosofi dei nostri tempi come Dilthey, Heidegger, Ricoeur, Florenskij e Pareyson (tra altri), l’ambiguità è connaturale al testo scritto o detto. E implicitamente complessa.

Si deve inoltre tenere conto dei diversi tipi di ambiguità: fonetica, lessicale, sintattica, di scopo o pragmatica. I diversi codici linguistici si propongono in una interrelazione talora oppositiva, talaltra compositiva: in altre parole, a volte un significante (o termine, parola) “produce” diversi significati, e dunque, lo stesso segno linguistico vuol-dire diverse cose. E qui entra in campo la polisemia, che presenta innumerevoli varianti intrinseche, informali, perché esiste, ovviamente, anche la variante lessicale, fonetica e grafica.

I segni linguistici possono essere omografi ed omofoni, in base al loro possedere lo stesso significato o il medesimo suono. Sono omonime le parole che presentano la stessa grafia ma significati differenti. Per spiegare: cosa c’è di più radicalmente diverso nell’omonimia tra due persone? Il massimo al mondo! Quando vivevo nel mio paese natale Rivignano, in provincia di Udine, con i miei, spesso a casa mia qualcuno cercava al telefono Renato Pilutti, ma intendeva parlare con un capomastro edile, mio omonimo, per sapere qualcosa del cantiere in corso… e mia mamma Luigia rispondeva “a no l’è mio fi il Renato c’al ciris lui” (Friul.: non è mio figlio il Renato che lei cerca).

Una curiosa omofonia in italiano è tra l’amorale e la morale, laddove la pronuncia tradisce i due significati, aggettivale il primo, sostantivale il secondo.

Continuiamo: è ambiguo ad esempio un singolo lessema come acuto: in un primo significato significa un timbro del suono alto, in un secondo vuol dire intelligente (di persona), un terzo si può riferire alla specifica geometrica di un angolo… acuto, appunto.

Tornando alla polisemia si può affermare che due o più significati non omonimi fanno comunque parte di campi semantici contigui, come nel greco lògos, che significa, sia parola, sia discorso. Parlavo all’inizio di disambiguazione citando wikipedia: ecco; in questi casi, occorre dis-ambiguare, cioè togliere l’ambiguità interpretativa possibile.

Un altro tipo di ambiguità è quello derivante dalla sintassi. Se io dico: “Renato ha visto Beatrice con il cannocchiale”, si può pensare che Renato l’abbia vista a distanza con il suddetto strumento, oppure che Beatrice avesse in mano un cannocchiale.

Facciamo un altro esempio.

Una vecchia lègge la regola – La “e” è aperta e quindi legge è voce del verbo leggere. Una anziana signora legge etc.

Una vecchia légge la regola – La “e” è chiusa e quindi legge è un sostantivo che definisce l’atto normativo. Si tratta di una legge emanata molto tempo prima…

Per evitare ambiguità è dunque bene utilizzare gli accenti grave o acuto, per non incorrere nella pronunzia spesso sbagliata di un noto lettore di Tg2 delle 20.30, ad esempio.

Un altro tipo di ambiguità si può definire pragmatica. Si provi a considerare la frase seguente: “Ogni uomo ama una donna”

Significa che vi è una donna amata da ogni uomo, oppure che ogni uomo ama una donna diversa? Boh. E’ chiaro che il significato pragmatico si deduce dal contesto e dalle intenzioni del parlante… e a volte anche dalla prontezza dell’ascoltante. Senza che vi siano queste condizioni, il fraintendimento è insito, assai plausibile, nelle dinamiche del colloquio.

Abbiamo già visto che l’ambiguità, se pure chiamata in modo diverso, era un modulo comunicazionale conosciuto fin dall’antichità, e utilizzato a man bassa dai letterati di ogni epoca. Nel merito si possono citare autori contemporanei come i francesi Mallarmé e Apollinaire e lo stesso James Joyce.

Che dire dunque? Che l’ambiguità è connessa alla complessità come due commessure in un mobile di buon artigianato del legno, e di ogni organizzazione o civilis societas, ma va individuata e controllata, come insegna una buona etica della comunicazione.

Ciò che si deve evitare è di approfittare dell’ambiguità di certe situazioni fattuali o dialogiche per ingannare e sopraffare l’altro. Una cosa è l’abilità diplomatica a tattica nei discorsi, che è ammessa e in certe situazioni, imprescindibile, un’altra, riprovevole, è approfittare magari della debolezza dialettica o inferiorità culturale altrui per ingannare, tradire o addirittura sopraffare l’altra persona.

In questo ambito, la consapevolezza che tutto ciò che attiene l’uomo, il mondo e l’interazione fra questi soggetti è complesso, e che come tale va trattato, ci insegna come occorra soprattutto far conto di un’eticità del linguaggio e del suo uso, che è – con il pensiero – l’attività più nobile dell’uomo in ogni tempo e luogo.

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2 Comments

  1. O soi d’acord. Su Wikipedia ci sarebbero da fare belle riflessioni. Non solo vi è la pretesa di dis-ambiguare ciò che potrebbe essere costitutivamente ambiguo, ma – peggio – una pretesa di oggettività e neutralità che, di fatto, significa mancanza di pensiero e grancassa alla visione mainstream… Certo, non si vuole essere di parte, si vuole essere enciclopedici… ma di fatto si censurano ipotesi che non corrispondono alla cultura dominante. Un bel servizio al pensiero acritico. Si dovrebbero pubblicare le discussioni che stanno dietro i lemmi con più evidenza dei lemmi stessi. Un modello? Il vecchio caro dizionario filosofico Lalande

  2. Grazie caro Giorgio, mi piace che possiamo velocemente discutere di questi temi, che potremmo anche portare in Associazione in ambito formativo, mi pare…

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