Prima di tutto chiariamoci che cosa significa “scienza”, perché su questo termine c’è spesso molta confusione, tra una accezione in qualche modo “modernista”, che la ritiene solo attribuibile a quelle che Wilhelm Dilthey chiamava “Naturwissenschaften”, cioè “Scienze della Natura”, come fisica, chimica, fisica, matematica (che appartiene, però anche alle Scienze dello Spirito, con le sue astrazioni teoretiche!), biologia, medicina, geologia, astronomia, etc., per distinguerle dalle “Geistwissenschaften”, o “Scienze dello Spirito”, come filosofia, psicologia, pedagogia, antropologia filosofica e culturale, etc.; e una accezione forse più plausibile, anche se “aristotelica”, l’epistème, vale a dire “sapere certo ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

Chiarisco un attimo i concetti di evidenza e di certezza (del sapere scientifico): per evidenza si intende ciò che il termine stesso dice “una cosa è evidente perché è davanti ai miei occhi” (non mi è evidente l’Australia, perché… non ora la vedo); per certezza si intende che una cosa è attestata, mediante il metodo galileiano e popperiano (Karl Popper) che funziona per “prove ed errori”, ammettendo, sia la verificazione sia la falsificazione di un asserto scientifico (non vedo l’Australia, ma credo al diario del capitano James Cook e ai racconti degli emigranti, etc.).

Moltissimo di Aristotele è ancora attuale, a partire dall’Etica!

Oggi, però, potremmo chiederci a che plesso appartengano le neuroscienze…, che mi pare si collochino abbastanza tranquillamente, sia nel plesso cosiddetto umanistico, per le loro relazioni con la psicologia e scienze affini, sia in quello cosiddetto scientifico, per le relazioni con la biologia e la medicina. Un esempio lampante di quanto i saperi siano intrecciati e connessi, e… unitari.

Ritengo ciò particolarmente plausibile, soprattutto nella cultura italiana, che è ancora legata alla riforma scolastica del ministro (e grande filosofo) Giovanni Gentile, che nel 1923 suddivise i saperi scolastici in “scientifici” e “umanistici”, grosso modo riferibili ai due rispettivi elenchi sopra descritti, certamente per ragioni più legate, non solo a una visione un po’ classista della scuola, ma anche alla praticità dell’organizzazione dell’educazione e della formazione dei giovani nei vari plessi scolastici, piuttosto che a una visione generalmente epistemologica, cioè di filosofia della scienza.

Oggi possiamo pacificamente condividere che tutti i saperi provvisti di uno statuto epistemologico sono, sia umanistici, sia scientifici, dipendendo la loro “qualificazione” dalla prospettiva dalla quale si considerano. Un fisico che si chiede qualcosa sui perché e percome dell’antropizzazione della Terra si fa una domanda che è anche filosofica, così come esegue un lavoro scientifico un glottologo, cioè uno studioso delle lingue, che classifica in rigorose tabelle tassonomiche un antico idioma dell’Asia centrale.

E dunque, se quanto sopra è vero, la docimologia, vale a dire la scienza delle valutazioni delle prestazioni lavorative, è una scienza dell’uomo, cioè un sapere che usufruisce, sia di scienze “dure” come la biologia e la psichiatria medica, sia di quelle “leggère” come la filosofia, la psicologia, la pedagogia e la didattica.

La docimologia è dunque lo Studio dei metodi di valutazione delle prestazioni lavorative e, per quanto riguarda la scuola e l’università, degli esami, delle verifiche e delle tesi. Questa scienza si colloca in un ambito etico-organizzativo e gestionale delle strutture umane, di qualsiasi tipo e dimensione, ed è ispirata all’esigenza morale di rimuovere al massimo possibile la soggettività nei giudizi espressi. Essa valuta precisi elementi che costituiscono il giudizio, utilizzando scale di valutazione che vanno dal 1 a 5 nel classico esempio proposto fin dagli anni ’30 del XX secolo dallo psicologo sociale americano Rensis Likert, in uso soprattutto nelle aziende; alla scala da 1 a 10 in uso nelle scuole di ogni ordine e grado, fino alla classificazione accademica che va, in generale da 1 a 30, con la persistenza di esempi di modelli universitari che utilizzano ancora la scala da 1 a 10, come è stato in uso negli Studia medievali e successivi fino al XVIII secolo.

La docimologia, intesa in questo modo, è stata introdotta nelle scuole in Francia fin dal 1922 da H. Pieron, H. Laugier e D. Weinberg, i quali hanno creato un sistema misto di valutazione matematico-statistico e comparativo-descrittivo. In altre parole, questi studiosi hanno sviluppato un sistema che, usufruendo di buone (meglio se ottime!) conoscenze antropologiche e descrittive, e di buone conoscenze matematico-statistiche, potesse essere attendibile, sia nelle valutazioni in progress, sia nella valutazioni puntuali, magari per una scelta nell’ambito di un processo di selezione del personale, o per uno step di crescita del lavoratore, così come in ambito scolastico si verifica, sia il processo didattico, sia l’apprezzamento valutativo del profitto.

Il valutatore aziendale, pertanto, non può trascurare i saperi sopra descritti, pena l’elaborazione di un processo valutativo insufficiente o mancante di elementi essenziali per produrre un sistema affidabile, giusto sotto il profilo comparativo, ed eticamente fondato su una morale equitativa.