Caro lettore, mi sai aiutare a capire perché queste otto frasi (e forse ve ne sono altre) sono così diffuse nel dire comune di oggi? Proviamo a esaminarle una a una.

“NON MERITAVA DI MORIRE”

Prima obiezione: perché, forse che qualcuno, di solito, senza essere un serial killer, un violentatore di donne e bambini, o altro di orrido, merita di morire? Perché lo si dice continuamente? Torno agli esempi estremi di malvagità elencati poc’anzi e commento così: posto che anche costoro meritino di morire. E qui il mio rischio è di scandalizzarti, mio gentile lettore. Se si è contro la pena di morte, anche per i crimini più efferati, nessuno merita-di-morire per mano dello stato, neppure i più terrificanti assassini che la cronaca – a volte con inutile compiacimento – indugia a presentarci.

Aggiungo una variante: qualcuno aggredisce mia figlia, io sono lì e, difendendola, non misuro la forza della mia reazione e uccido l’aggressore. Bene, nel comune sentire, e anche nel mio sentire, questo individuo merita, eccome, di morire; la legge, però potrebbe indagare e riscontrare un eccesso colposo di legittima difesa, (cf Codice penale italiano vigente all’art. 55) eventualità molto comune quando, ad esempio, un negoziante, spara a un ladro che cerca di derubarlo.

Le statistiche sociologico-giudiziarie attestano che nelle nazioni dove vige la pena di morte, tale misura definitiva, senza appello, non costituisce una deterrenza tale da ridurre gli omicidi, ad esempio: basti confrontare la situazione italiana con quella degli Stati Uniti d’America. Ovviamente qui metto in relazione due democrazie, in quanto citare la Cina e l’Iran a confronto con l’Italia sarebbe eticamente, giuridicamente, culturalmente e politicamente improprio.

Questo, comunque, è un argomento controverso che merita ulteriori approfondimenti che decido di non proporre in questa sede.

“NON SIAMO TUTTI UGUALI”

eeeeh, ci mancherebbe!. Qui utilizzo le mie due tavole sinottiche, che mi sono molto utili nelle lezioni di antropologia filosofica e nelle conferenze: “La struttura della Persona” e “La struttura della personalità”. Come vedrai, gentile lettore, si tratta di concetti molto facili, quasi intuitivi, ma che un cospicuo gruppo di docenti delle medie e delle superiori, a lezione con me qualche anno fa per un corso di aggiornamento su temi etico-pedagogici, trovò sorprendenti! Basti questa breve spiegazione:

a) la struttura della persona è costituita da fisicità. psichismo e spiritualità, per cui nessuno può obiettivamente negare che queste tre dimensioni appartengano a ogni essere umano, in quanto “funzionano” in tutti gli umani, senza alcun dubbio, dando una risposta alla domanda sulla pari dignità di tutti con tutti. Circa la struttura di persona, siamo dunque tutti uguali;

b) la struttura della personalità si basa anch’essa su tre componenti, la genetica, l’educazione e l’ambiente: ogni essere umano, tenendo conto di questi tre elementi si esprime in modo assolutamente (chi mi conosce sa che uso con grande parsimonia questo avverbio modale, come consiglia lo stesso Gesù di Nazaret, che afferma essere del demonio ogni aggiunta al “sì” e al “no”, che sono richiesti come rispetto della verità dei detti ma in questo caso l’avverbio “assolutamente” ci sta) unico e irriducibilmente originale: in base a questa seconda analisi antropologica dell’uomo, non si può non ammettere pacificamente che ognuno è solo e solamente, tutto e totalmente se stesso.

Siamo dunque, in quanto umani, uguali in dignità e unici nella nostra costituzione personale. Questo mostra l’assurdità e la noia (che genera in me) dell’affermazione del titolo.

“NON TUTTO E’ COME SEMBRA”

Intanto mettiamoci d’accordo su ciò che significa “ciò che sembra”, chiarimento non banale. Ciò-che-sembra o ciò-che-appare è una frase logica estremamente seria e importante, perché ha che fare con l’apparire e lo scomparire dell’esseredelle-cose, quantomeno nella loro dimensione logica (non in quella metafisica, almeno nel pensiero di un Emanuele Severino, di un Gustavo Bontadini, di un padre G. Barzaghi, mio valoroso maestro di ontologia e di metafisica). Infatti, non significa, nella sua prima accezione, che ciò-che-sembra sia falso in quanto “sembra”, “appare”. Nella forma latina il sintagma “mihi videtur”, cioè “a me pare (che sia)”, è una affermazione forte, incontestabile nella sua accezione di opinione personale, non di accertamento della verità assoluta, che resta un obiettivo, una tendenza, persino per alcuni lo scopo di una vita, certamente continuando a essere da quasi tre millenni in Occidente, lo scopo della filosofia.

Direi dunque che la frase “non tutto è come sembra” può essere un invito a indagare di più, ad approfondire, ma non a tentare ridicole giustificazioni per contraddire verità evidenti, come può accadere nella narrazione penale di certi delitti e delle responsabilità di chi li ha commessi: infatti, è la frase è tipica di chi cerca, mentre si trova sotto interrogatorio perché sospettato di aver commesso un crimine, di intorbidare le acque dell’indagine penale che lo riguarda.

“ANDRA’ TUTTO BENE”

Questo è l’auspicio di questi tempi covidizzati, oltre che essere una frase che va per la maggiore – in generale – al fine di consolare i bambini. Non siamo solo bambini o ragazzi, in Italia, ma oltre 40 milioni di persone, maschi e femmine, con l’uso di ragione. Si capisce che nella primavera del 2020, spaventati da questa “bestia” sconosciuta, avessimo un bisogno psicologico di rassicurare noi stessi e gli altri, ma si è ben presto esagerato con tale affermazione consolatoria.

La frase, però, ha stancato quasi fin da subito, perché “potrà andare tutto bene” se le volontà individuali, irrorate da un pensiero critico, si indirizzeranno verso decisioni e comportamenti coerenti con le indicazioni dei saperi preposti, biologia e medicina, e… bio-etica. A rendere stucchevole la frase, oltre a comportamenti individuali e di gruppo irresponsabili, sono stati diversi scienziati, che hanno colto al volo la possibilità dello star system e si sono adeguati a una comunicazione pervasiva e individualista. Quanti danni mediatici hanno fatto fior di virologi e studiosi di varie scienze connesse.

“A QUESTO PUNTO NON SI PUO’ PIU’ SBAGLIARE”

… oddio, ad esempio, uno Zingaretti pronunzia spesso questa ben misera battuta, in buona compagnia (fo per dir) di destra, di centro e di sinistra. La domanda che mi vien in mente è la seguente: perché, prima (dell’accorgersi di aver sbagliato) si poteva – tranquillitate animi – sbagliare? Non-si-accorgono, questa è la tragedia semantica! E fosse solo semantica, sarebbe il meno, perché è politica e sociale, economica e culturale, e ciò è drammatico, e sempre sconsolante. Perché non si accorgono di dire una cosa inconsistente e pericolosa? Non riesco a farmene una convincente ragione. Mi viene da pensare, ed è desolante (je suis desolée, canta Mark Knopfler), che oramai, abituati alle frasi fatte, non si accorgano più di ciò che significano certe affermazioni, e dunque non riescano a correggersi, dato che i due verbi riflessivi hanno la medesima radice etimologica latina: ad corrigendum, cioè al-fine-di-correggersi.

“…CHIEDIAMO CHE SI FACCIA TALE RIFORMA (IL PARLANTE E’ UN POLITICO DI GOVERNO!)

Come è possibile che un politico di governo, che esercita pienamente i suoi poteri costituzionali, di ministro, o anche (solo) di parlamentare chieda una riforma parlandone in pubblico? Eventualmente la chieda nelle discussioni che si fanno nei gruppi politici o nelle istanze parlamentari, proponendo una linea politica, ma non davanti ai microfoni dei giornalisti, perché la domanda è inappropriata. Lo spiego: è il cittadino elettore che lo ha eletto mandandolo là, in Parlamento, l’uomo/ donna che si è candidato/ a, eleggendolo/ a, che ha titolo per “chiedere” una riforma al suo eletto/ a, non l’eletto/ a, che la riforma deve FARE! Parbleu, o no? Altrimenti facciamo una democrazia diretta, che la Storia ha mostrato impossibile.

E’ IMPENSABILE e NON POSSO CREDERCI

Un’ultima, per il momento, frase fatta con il suo corollario logico. Ma come è possibile affermare “è impensabile?”, oppure “non posso crederci?” Infatti, tutto-è-pensabile di ciò che “cade” sotto il giudizio della riflessione mentale. Nulla escluso. Certo, è un modo di dire consueto, per significare che si tratta di un qualcosa di talmente insolito da risultare quasi impossibile anche solo pensarlo. Ma è un’iperbole, che può andare bene, se si considera che – appunto – è tale, ma non corrisponde alle pressoché infinite possibilità del flusso naturale del pensiero umano.

Infatti, ripeto, tutto è pensabile: gli unici limiti di questo pensiero sono gli stessi limiti del pensante, così come l’incredulità per qualcosa di estremamente strano o insolito tale da rendere incredibile l’oggetto, è solo un modo per sottolineare la stranezza dello stesso. Ma tutto ciò che accade o che esiste nell’ambito della sensibilità fisica e psicologica del soggetto, è credibile.

Come sempre, occorre lavorare contro la banalità e a volte contro la stupidità, mediante un pensiero critico irrorato da una passione irriducibile per la giustizia, la libertà e la verità.