Quando sento la voce di Conte Giuseppe, prima di tutto ho un senso non gradevole da un punto di vista fonico, poi mi stanco quasi subito di ascoltare l’ennesima sequela di titoli e di frasi fatte.

La parola “preoccupazione”, cioè pre-occupazione, cioè una occupazione che avviene prima (a volte non si sa perché), è molto inflazionata. E come tutti i termini di cui si fa uso e abuso, stancano, annoiano. La cosa che sorprende è che questo lemma non conosce crisi, tutti o quasi continuano a utilizzarlo imperterriti. Nessuno si fa qualche domanda, ma da qualche tempo me la faccio io, che sto sempre attento alle parole che si usano, visto che dovrebbero essere i nomi delle cose, ma ciò è vero solo in parte, come insegnano insigni linguisti come Noam Chomski e Raffaele Simone, e filosofi di pregio come Wittgenstein.

Mi chiedo, infatti, per quale ragione si deve essere così spesso pre-occupati, se magari poi le cose scorrono, “occupano” il tempo e le energie in modo normale? Niente, ci si dice spessissimo preoccupati. Ebbene, per cominciare a mettere in questione l’uso della parola, ho cominciato a dire che solitamente “non sono preoccupato”, ma, tutt’al più “sono post-occupato”, cioè, se vale la pena mi occupo di una cosa, ma a tempo debito, non prima, stressandomi inutilmente.

Un’altra confusione terminologica si rileva nell’uso improprio e casuale di queste due parole: “temi” e “problemi”. Alle elementari, quando si faceva lezione di italiano venivano dati dall’insegnante dei temi, che avevano in testa la parola “Svolgimento”, mentre quando si faceva matematica, l’insegnante dava dei problemi da risolvere, i quali prevedevano di scrivere in testa alle operazioni la parola “Risoluzione”. Bene. Si dovrebbe tenere presente che l’etimologia di “tema” è greca, poiché il termine in italiano deriva dal verbo tìthemi, pongo, mentre l’etimologia di “tema”, sempre greca, deriva dal verbo probàllein, vale a dire getto avanti (un inciampo): si può osservare, dunque, chiaramente, come i due termini abbiano significati e funzioni radicalmente diverse, e pertanto vanno utilizzati in contesti e per significati differenti.

Non si deve parlare sempre di “problemi”, poiché molti fatti definiti in questo modo sono solo “temi”, quindi argomenti da approfondire, discutere e su cui prendere decisioni.

Le ipotetiche concessive, il se usato come se ciò-che-potrebbe-accadere, ma non è detto che accada, sono pervasive in molte discussioni. Quanti “se” tutt’intorno! e “se” qui e “se” là, in un bailamme di ipotesi e di paure infondate, di timori sul nulla, in quanto nulla di negativo è ancora accaduto. Il se detto quando uno ti mette in guardia se vai su una parete montana verticale mediante un’ottima via ferrata “e se ti viene un capogiro, e se il moschettone (il quale, in buone condizioni regge 2500 Kili, almeno), se…”. E allora non vai più a fare la Nord del Coglians, oppure gli Alleghesi al Civetta? No, ci vai, perché non puoi avere paura-della-paura.

La cosa è proprio questa, valida alla grande anche in questi tempi di pandemia. Conosco persone terrorizzate, certamente dal Covid, ma soprattutto da se stesse. Anche qui il “se” la fa da padrone: “e se quando ti siedi al bar (essendo in zona gialla) non hanno pulito bene il tavolino e prima di te si è seduto un infetto?” Allora direi a questa persona terrorizzata: “e se lo spermatozoo di tuo padre non avesse mai incontrato l’ovulo di tua madre?”, risposta “non sarei qui a parlare con te”. “Vedi allora che tu stai ipotizzando qualcosa che potrebbe non avvenire mai, oppure potrebbe accadere, perché è possibile… ma non probabile.”

Nella vita possono accadere fatti possibili, probabili e necessari, cioè certi. Un esempio: è certo che noi umani dobbiamo fare pipì, quando sentiamo lo stimolo; è probabile che d’inverno ci venga un raffreddore; è possibile essere infettati dal Covid.

Dunque, se-è-possibile infettarsi, così come è possibile ammalarsi di qualsiasi malattia vi sono due scelte: a) vivere comunque attuando comportamenti sempre prudenti o, b) mettersi sotto una campana di vetro e vivere reclusi.

Ecco: se le ipotetiche colonizzano la logica umana, c’è poca speranza di uscirne incolumi. E’ per questo che la logica, dunque la filosofia torna ad essere il sapere fondamentale, come stiamo cercando di fare noi filosofi pratici.

L’associazione che da tre mesi circa presiedo, Phronesis, si è posta proprio su questa strada, con l’iniziativa “Parlane con il filosofo”, che questo pomeriggio presenteremo in pubblico, dando la disponibilità a dialogare con chi ha bisogno di schiarirsi le idee. Durante la prima fase della pandemia, avevo ricevuto più di trenta telefonate, che mi pare sono state una buona cosa per altrettante persone.

Occorre coraggio senza essere temerari.