Non so perché qualche brillante intellettuale italiano, ancorché “di sinistra”, sta definendo la figura del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America fiacco, sbiadito e mediocre. Certamente la figura del nuovo Commander in chief, non spicca per carisma esteriore come un Obama o un Clinton, di trent’anni più giovani all’atto dell’elezione, ma ciò significa poco o nulla. Anche Blair sembrava avere carisma, e poi s’è visto quanto fosse fasullo, come politico e come socialdemocratico, quando imbrogliò il mondo con la pericolosa e immorale falsificazione storica delle armi di distruzione di massa – inesistenti – di Saddam l’Irakeno.

Purtroppo, a volte la sinistra italiana si innamora di leader quasi trasparenti per valore reale, come il citato Tony e come – in parte – Obama stesso, piuttosto mediocre in politica estera. Si ricordino le sue poche idee e confuse sulla Siria, quando, se non fosse stato per papa Francesco, si sarebbe imbarcato in una guerra contro il crudele Assad, per cui sarebbe stato obiettivamente alleato dell’Isis. Incredible! E come quando seguì la follia vigliacca di Sarkozy nell’attacco a Gheddafi. La Libia e l’intero Mediterraneo ancora stanno pagando per quegli errori di strategia politico-militare, e l’Italia in particolare.

Questi politici statunitensi, anche se possiedono brillanti titoli accademici, dottorati etc. (mi piacerebbe vedere quanto sia realmente difficile conseguire i loro titoli di studio, avendo necessariamente mucho dinero a disposizione) conseguiti a Yale, Stanford o Harvard, sono ignorantissimi in storia.

Quando parlo di saggezza della destra americana penso a Bush senior, che si fermò prima di arrivare a Bagdad, a differenza del suo indegno figlio e del compare di questi, il citato liblab inglese; e penso anche a Nixon, poverino di qualità, peraltro, ma capace di far finire la Guerra del Vietnam, forse la pagina più vergognosa della Storia degli USA. Se vogliamo essere realisti, anche considerando la questione da “sinistra”, una destra seria è indispensabile: ricordiamoci di Eisenhower, mentre a volte la “sinistra” americana in qualche modo s’inceppa, talvolta anche nelle esperienze più gloriose, come quella del magnifico J. F. K.. Ricordati della Baia dei Porci, caro Presidente John Fitzgerald!

Per questo ritengo Trump colpevole, oltre che verso l’America e il Mondo, anche per la sua pericolosa e quasi folle insipienza, forse ancora di più nei confronti del suo schieramento politico, che lo deve ringraziare (scherzo) per il disastro che ha compiuto. Eppure, va aggiunto, avendo preso oltre 70 milioni di voti significa che gli USA hanno una base popolar-populista che rappresenta quasi metà della Nazione e, anche se repubblicani classici come George W. Bush e il generale Colin Powell non sono trumpiani, il problema di Biden sarà come dialogare con questa metà del popolo americano.

E torniamo al supposto scarso carisma di Joe Biden, come sostengono diversi radical chic italioti.

Max Weber ci ha insegnato che il carisma è un dono in-divenire, echeggiando quasi san Paolo che parla di carismi, cioè di doni del Signore, specifici, destinati alla solidarietà tra fratelli, tra uguali.

Tornando al carisma, caro lettore, quante volte ci è capitato di osservare che un sindaco eletto da outsider, si è rivelato rapidamente molto valido e capace di amministrare, e anche carismatico? Che cosa significa ciò? Che il carisma, come molte altre qualità umane, non è del tutto innato, ma in buona misura è costruibile, mediante l’esperienza, l’ascolto e la cultura, oh cari amici troppo impressionabili dagli uomini “forti” e un po’ tromboni, come echeggia il morfema cognominale dell’americano graziaddio oggi perdente.

Grazie a Dio, e al Popolo americano, The Donald termina qui la sua carriera tra il fantastico e il pazzoide. Evviva. Quella grande Nazione ora si merita altro.

Mi basta esprimere la mia soddisfazione per questa svolta, utile per gli Americani e il Mondo, essendo stato mandato a casa un pazzoide narcisista e incompetente.

Un’osservazione non può non riguardare la stampa, anzi i media. Continuo a sentir utilizzare un po’ ovunque, in tv, sul web e sul cartaceo, un verbo assurdo quando si parla del feroce e irrazionale disappunto di Trump per la sconfitta. Sento infatti usare l’espressione “Trump NON CONCEDE la vittoria a Biden“, Ma, santoiddio, come si fa a usare il verbo concedere, quando non si tratta di una concessione graziosa da parte di un sovrano assoluto come nella Francia del XVII secolo, quando Luigi XIV poteva concedere o meno un privilegio o una sinecura a un vescovo o a un marchese, perché ai nostri tempi si tratta di un’elezione democratica, il cui risultato è oggettivo: chi prende più voti vince, altro che “concedere, riconoscere”.

Dei sentimenti di Trump verso la sua sconfitta ci può interessare molto, se siamo suoi tifosi, ma non è il mio caso, come si capisce, poiché io lo aborro per disistima e per comprensione lucida del rischio che costituisce un tipo come lui, provvisto legalmente di un potere immenso. Dei sentimenti, delle sue concessioni, dei suoi riconoscimenti nulla mi cale, caro lettore.

Buen retiro in salute, mio per niente caro immobiliarista fallito e politico pericoloso.

Un’ultima riflessione merita questa conclusione delle presidenziali americane. Il nuovo Presidente, mettendosi in posizione da leader, ha voluto citare il capitolo terzo del Qoèlet, là dove lo scrittore biblico afferma, tra altre alternative esistenziali opposte, che vi è un tempo per il male e un tempo per la guarigione. Ecco, l’America ora è nelle condizioni per guarire da una serie di malattie morali e sociali gravi: l’odio per il sapere, l’odio per la democrazia, l’avversione per le grandi strutture internazionali come l’Unione Europea, un titillare continuo la violenza razziale, il disprezzo per le problematiche del clima globale, e altro che il populismo trumpiano ha cavalcato per quattro anni e ora è stato fermato. Epperò, se Biden ha preso quasi 75 milioni di voti, Trump ha superato la cifra di 70 milioni: ciò significa che gli USA sono una grande e composita Nazione spezzata in due.

Forse il compito primario del nuovo ticket presidenziale, nel quale la signora Harris può rappresentare il futuro (se non si monterà la testa, visto che è meticcia, intelligente e bella, tre caratteristiche perfette per il politically correct), e sarà l’impegno più arduo, potrebbe essere il lavoro di unificazione patriottica.