…perché l’espressione “una rapina finita bene” significa che è riuscita, cioè che i beni rapinati hanno cambiato “proprietario”, almeno temporaneamente? Mentre, una “rapina finita male” lascia intendere, o che l’intento dei rapinatori è fallito, e quindi ciò è stato un male per gli stessi, o che ci sono stati danni collaterali (definizione utilizzata anche quando durante azioni militari vengono colpiti anche i civili: nella Seconda Guerra mondiale i “danni collaterali” sono stati superiori ai danni, cioè ai morti ammazzati, in azioni militari) nell’ambito della rapina, un ferito, un morto, due…

Che buffo, vero, che si possa parlare di bene e di male in questo senso? Pensiamo al “male” nei due sensi: se la rapina è fallita senza danni collaterali, è un “bene” per i rapinandi e per la comunità, e male per i rapinatori, mentre se la rapina è “finita male” perché vi sono stati dei morti o dei feriti, prevale il senso di un male maggiore, in quanto la vita umana è un bene maggiore rispetto ai beni materiali, almeno nel senso comune, ma non in assoluto, poiché per alcuni (tra costoro i rapinatori) i beni materiali sono più importanti della vita umana… degli altri.

Ma vi è anche una terza possibilità: che la rapina finisca “male” perché qualcuno viene ferito/ ucciso, ma i rapinatori non riescono a rubare alcunché, e dunque il male è… generale, in tutti i sensi, pure nella evidente contraddizione. Caro lettore, vedi quante possibilità logiche stanno dentro una frase che, tutto sommato, è metaforica?

In questa complessità analitica, tutte le riflessioni sul bene e sul male, sul giusto e l’ingiusto, etc., iniziate quasi quattromila anni fa con il Codice di Hammurapi, vanno in qualche modo a farsi benedire. Ma poi risorgono.

Torniamo al titolo del pezzo, per dire che si tratta del tipico linguaggio delle cronache di nera o delle sceneggiature americane dei thriller.

Una rapina andata bene è dunque un’azione umana tecnicamente riuscita, indipendentemente da un’etica del rispetto degli altri, sia delle vite sia dei beni, e dunque si può dire e scrivere che è andata bene, anche se tale atto è moralmente riprovevole, almeno secondo i criteri dell’etica corrente. Ecco dunque, che tecnica ed etica non necessariamente vanno insieme. Pensiamo, infatti, a quanto è ormai possibile fare geneticamente, ovvero negli atti procreativi tecnicamente assistiti, come la fecondazione eterologa e (con pessima espressione) l’utero in affitto. La tecnica lo consente, ma l’etica?

La tecnica, lemma che deriva dal termine greco antico tèchne, dal significato primigenio di arte, e successivamente, verso la modernità, di tecnica, cioè di abilità nel fare qualche cosa, è dunque indipendente dalla morale, o dall’etica che dir si voglia?

Senza sofismi inutili, pare di dovere dire… sì. Riporto un esempio un po’ trucido: nel Medioevo ladri, assassini e malfattori in genere, specie se recidivi, se colti sul fatto, o in base a prove raccolte sommariamente, di solito venivano impiccati per vie brevi. Una corda, un patibolo, 24 ore dopo i fatti il colpevole andava all’altro mondo. Altrettanto si può registrare nelle cronache western (qui mi riferisco all’epopea americana dell’800, ovviamente) tanto cantate in libri e film innumerevoli, e anche in cartoon famosissimi come negli albi e nei documentati racconti di Tex Willer. Ad esempio, i due inseparabili pard, Willer e Kit Carson, sono tranquillamente a favore della pena di morte, che deve essere irrogata senza tante storie ai colpevoli che riescano a sfuggire alle loro Colt 45. La Boot Hill, la Collina degli Stivali, nome idiomatico per “cimitero”, a loro parere, deve avere sempre nuovi ospiti, se colpevoli di aver fatto danni gravi al prossimo, dalle truffe alle ruberie all’omicidio.

En passant, dal Medioevo fino a un paio di secoli fa, la pena di morte che veniva irrogata a persone altolocate, era invece la decapitazione, o diretta o mediante la ghigliottina, più pietosa, pare, dagli scritti e dai pamphlet socio-politico-giuridici dell’epoca. Anche nell’antica Roma la decapitazione era riservata alle persone di riguardo, mentre agli altri si riservava ogni tipo di supplizio, dalla crocefissione a…

Più avanti, verso fine ‘800, nei Paesi anglosassoni, si sperimenta la sedia elettrica, che avrebbe dovuto essere ancora più pietosa nei confronti del condannato, ma non è stato così, e l’impiccagione è diventata un fatto di tecnica pura: l’addetto all’uopo, carnefice o boia come vogliamo dire, addirittura prendeva il peso del condannato e proporzionava la lunghezza della corda per eseguire il suo tristo ufficio, in modo tale da evitare un lento strangolamento e favorire la rottura immediata delle vertebre cervicali e quindi la morte senza dolore. Anche qui la pietas (!?). L’uomo addetto doveva stare anche attento a non lasciare la corda troppo lunga, perché il vettore fisico di caduta del condannato avrebbe potuto essere superiore alle esigenze per la rottura delle cervicali, e avrebbe potuto causare la decapitazione del condannato stesso.

A Saddam Hussein (Bagdad, 2006) toccò questa sorte.

Un esempio di esecuzione eseguita con crudeltà inutile è quello che concerne la morte di Cesare Battisti nell’estate del 1916. Battisti era accusato di alto tradimento dalle autorità militari Austro-Ungariche, reato che prevedeva la pena di morte. Venne il boia da Vienna ma fu o volle essere talmente maldestro, che il tenente avvocato gentiluomo e patriota Cesare Battisti dovette soffrire non poco durante quei tragici momenti. Vi sono perfino delle foto che immortalano la crudele e tronfia soddisfazione dell’esecutore, accanto al cadavere di Battisti.

Il lettore potrebbe chiedersi come mai in un sito caratterizzato dalla filosofia ci si trattenga tanto su temi così trucidi. Domanda legittima. La ragione è semplice: la filosofia si occupa anche di etica e di morale applicata dalla politica, dal diritto e nella storia; si occupa del giudizio su ciò che sia bene e su ciò che debba essere considerato male, qui e ora, in questa “cultura” giuridica e anche nel passato.

E’ compito della filosofia morale ispirare il diritto e la giurisprudenza per migliorare sempre di più l’applicazione del principio (virtù, valore) di giustizia, come insegnava Aristotele duemila quattrocento anni fa.

E dunque, pur partendo il nostro ragionamento dall’atto formale della rapina di beni, si può far procedere l’argomentazione più in generale, al fine di fornire utili strumenti di riflessione su queste due dimensioni che sono presenti nella vita umana e nella storia del mondo, il bene e il male.