La sua morte è qualcosa di diverso e di molto più grave di una tragedia, come può essere un grave incidente stradale o un omicidio preterintenzionale. E’ qualcosa di drammaticamente significativo per comprendere lo stato della “cultura etica” italiana, intanto. Rappresenta lo stato morale dei comportamenti dei protagonisti di questo omicidio volontario, senza attenuanti, tanto malvagio quanto assurdo e stupido. E del contesto che ha partorito questi stupidi assassini, ma che ha partorito anche Willy, così diverso, così “umano”. Intendo proprio – concettualmente – la generazione sociale dell’altruismo e della stupidità assassina, senza che tale dato psicologico depotenzi in alcun modo le responsabilità morali individuali.

Possiamo certamente interpellare la psicologia sociale e e quella individuale, la sociologia e la morale corrente, sia quella religiosa sia quella laica, ma non basta l’ausilio di queste scienze, perché occorre altro al fine di cercare di penetrare almeno un po’ nell’abominio mentale e fattuale del caso, nella mente degli omicidi.

Quali sono le priorità, cioè le cose importanti per cui questi orrendi giovanotti sono stati in grado di commettere atti come l’uccisione di Willy?

Non sappiamo nulla delle famiglie nelle quali sono cresciuti, chi li ha accuditi, istruiti (?), che scuola hanno fatto, se hanno frequentato la parrocchia, che valori spiccano nel loro contesto amicale, o della palestra frequentata…

Possiamo dire che la cosiddetta movida può essere l’ambiente nel quale droga, alcol, sesso e violenza si coordinano in un perverso cocktail di bruttezza e malvagità, perché bruttezza e malvagità si connettono, come la Bibbia e la grande filosofia greca ben spiegano? Vediamo come.

Non mi pare i siano dubbi che queste quattro componenti, messe insieme o anche separate, costituiscano un vettore di squilibrio psichico e sociale significativo. La droga non può essere ritenuta un investimento esistenziale (scherzo) e così l’alcol. Circa il sesso, non intendo certamente demonizzarlo, tutt’altro, ma la sua dimensione strumentale e concultatrice della personalità soprattutto delle donne, è un fattore molto negativo di relazione.

Non parliamo di ciò che significa la violenza come elemento gravissimo di negatività. La violenza è un abbassamento dell’umano, un imbarbarimento, un imbestiamento, senza offesa alcuna per gli esseri viventi-senzienti che chiamiamo “bestie”.

Vorrei proporre a questo punto una riflessione filosofico-teologica che attiene certamente a quanto sto scrivendo, per spiegare che il rapporto morale ed estetico fra bontà e bellezza, e fra malvagità e bruttezza, che rende evidente l’assurdo e la disumanità dell’episodio citato.

In ebraico, all’inizio di Genesi, là dove si narra la creazione – in sette giorni – del mondo, del cielo, il firmamento, e della terra, degli animali e dell’uomo, lo scrittore biblico si affretta a scrivere che Dio, osservando ciò che andava creando, considerava innanzitutto che era buono ciò che creava.

Ma in quella lingua sintetica, per definire il “buono” si usa la medesima parola che si utilizza per definire il “bello”. Qualcuno potrebbe dire che, siccome si tratta di un idioma assai arcaico e provvisto di un lessico limitato, per economizzare, gli scribi di quei tempi, parliamo di venti/ trenta secoli fa, preferivano avere un solo termine per i due concetti. Può anche essere così, ma solo in parte, perché Tôb  – per la mentalità del tempo e di quei luoghi – poteva tranquillamente prevedere che ciò che si manifesta con armoniosa bellezza non può essere malvagio: si pensi alla natura, agli animali, all’uomo stesso, declinato nei due generi, maschio e femmina (“li creò”), giovani, sani e forti…

Dio infatti non può creare il male, né la bruttezza, perché ciò sarebbe in contrasto con la sua natura divina, che è innanzitutto “luce intelligente”. Per quale ragione, infatti, una luce intelligente dovrebbe, prima creare e poi mostrare cose malvage e brutte? Sarebbe insensato!

Da tutt’altra parte, in Grecia, al tempo dei grandi filosofi, attorno al V e al IV secolo, si disquisiva di argomenti analoghi, ma in modo molto diverso. Colà si pensava e si scriveva in greco, la lingua più evoluta e ricca del tempo, capace di esprimersi con numerosi termini polisemantici (cioè con più significati), per cui non c’era il problema di sintetizzare il concetto di “bello” e di “buono” in una sola parola. Addirittura, quegli scrittori tanto dotti, Platone in primis, avevano costruito un termine composto, tecnicamente una “crasi”, tra il concetto di “bello” e quello di “buono”: kalokagathìa, dove vi è il termine kalòn, cioè il bello, e agathòn, cioè il buono: il bello-buono, in italiano.

E allora, come considerare questo orrore se gli assassini di Willy sono comunque esseri umani?

Come si sono coniugate malvagità e bruttezza nella genesi del loro agire?