Cari lettori,

non possiamo esimerci dal trattare – di questi tempi nei quali il pensiero critico, che è largamente in crisi, deve essere ripreso – il tema della dialettica, come arte della discussione fra diversi.

I tempi che viviamo sono di crisi profonda dell’umano che, da un lato ha un po’ perduto l’abitudine al ragionamento logico, dall’altro si sta dotando di strumenti sempre più sofisticati, per lavorare e per innovare: ad esempio, l’Intelligenza artificiale (A.I.), rischiando di perdere di vista la sua primazia decisionale, se si illude che la “macchina” possa sostituirlo anche oltre l’ubbidienza meccanica ai programmi informatici e agli algoritmi necessariamente predisposti da egli stesso (l’uomo). In questa situazione forse si pone anche l’esigenza di considerare una dimensione aggiornata della Scienza etica, aggiungendo una “famiglia” alle varie già esistenti, come l’utilitarismo, l’edonismo, il deontologismo, il culturalismo, l’emotivismo, il finalismo, etc., intendo l’algoetica: ovvero l’etica degli algoritmi, che non possono mettere a repentaglio quella Finalistica, dove l’uomo è il Fine e non mai il mezzo dell’agire libero (ancora e sempre Kant!).

La dialettica si colloca fra i più praticati strumenti logico-argomentativi della filosofia, insieme con l’analisi, l’analogia e la sintesi. In dialettica si pongono in relazione due tesi differenti basate su assiomi anche contrapposti. Platone, nei suoi Dialogi, la simboleggiava mettendo di fronte a discutere due personaggi, e quasi sempre uno dei due era Socrate, e dunque Socrate versus Eutifrone, Socrate versus Gorgia, Socrate versus Protagora o Alcibiade, etc., ambedue gli interlocutori impegnati nella ricerca della… verità. Nientemeno.

Platone e Aristotele discutono animatamente (bassorilievo di Luca della Robbia)

Come sempre parto dall’etimologia. In greco antico dialettica deriva dal verbo dià-legein (cioè «parlare attraverso», ma anche «raccogliere») + tèchne, vale a dire l’ “arte” del dialogare, e del raccogliere, riunire insieme.

Prima del grande Ateniese, però, già i pensatori Eleati, come Zenone, allievo di Parmenide, avevano sperimentato questa modalità di discussione. Egli utilizzava la dialettica per confermare le sue dimostrazioni per assurdo, al fine di provocare un contrasto forte con l’interlocutore, e giungere alla “verità” usando il principio di non contraddizione, come in questo caso: l’essere è e non può non-essere e, conseguentemente, il non-essere non è e non può essere. L’arma dialettica usata dagli Eleati erano i paradossi, cioè racconti apparentemente assurdi, ma in realtà perfettamente logici.

Tornando ai Dialogi platonici, osserviamo come Socrate si muove dialetticamente cercando e trovando contraddizioni nel pensiero altrui, cogliendone le debolezze argomentative e le tautologie. In questo modo, ad esempio, nel dialogo Eutifrone, confonde il suo interlocutore, il quale dà il nome al dialogo, quando questi definisce la pietas come virtù solamente divina, mentre Socrate gli ricorda che gli Dèi olimpici sono più impegnati a litigare fra loro invece di curare i bisogni degli esseri umani che li invocano. Di fronte alle argomentazioni socratiche, Eutifrone non può ammettere solamente le più robuste ragioni di Socrate, specialmente quando il Maestro gli mostra che, se si dovesse ammettere la pietas degli dei bisognerebbe anche – altrettanto – ammettere la loro em-pietas (empietà), la quale cosa sarebbe contraddittoria e perciò assurda.

Il modo di procedere socratico-platonico ha un nome preciso, la maieutica, cioè la capacità e il metodo di scavare in profondità nelle affermazioni espresse, individuandone i punti di debolezza e le contraddizioni logiche, che perciò stesso sono inaccettabili. In tal modo, secondo Socrate, si può percorrere la strada della verità, scopo primo e ultimo della filosofia.

Su una posizione completamente diversa si ponevano i sofisti, tra i quali i nomi maggiori sono quelli di Protagora e di Gorgia: per costoro, non era importante cercare e trovare la verità delle cose, obiettivo che implica la scelta di un’etica dedicata al Bene, ma semplicemente essere capaci di convincere gli altri, in ogni caso, come conviene nell’interesse privato. In altre parole, per costoro, l’arte della persuasione, o eristica, era più importante del conseguimento della verità. Per Platone costoro non erano neppure filosofi, ma filo-dossi, cioè ricercatori che si fermavano all’opinione (da dòxa, cioè opinione, in greco antico) che poteva fare al caso loro. Non altro.

Primo studioso della dialettica, si può considerare Platone, il quale attraverso essa riteneva possibile individuare il molteplice al fine di procedere per successivi approfondimenti analitici fino all’idea (della cosa), cioè alla sua realtà più profonda, e vera, che si struttura in una sua unità imprescindibile.

Per Platone la dialettica era l’espressione più pura della filosofia stessa, e manifestazione di quella attività desiderante che egli chiama, senza tema, direttamente eros. Per lui l’eros è il motore del mondo e delle vite di tutti gli uomini e donne. Eros come desiderio di sapere per bene agire, (sarà la recta ratio agibilium di Cicerone, Seneca, Agostino e Tommaso d’Aquino) per vivere una vita veramente virtuosa orientata al Sommo bene.

Ecco: il vertice di ogni tendenza esistenziale è la ricerca del Bene, come Fine ultimo e come obiettivo di tutta la Conoscenza (si pensi qui ai famosi versi danteschi “Nati non fummo… , ma per seguir virtude e canoscenza). Il Bene è dunque il massimo di “essere” di ogni cosa e di ogni vita. Ma questo procedimento è utile anche per la conoscenza del mondo sensibile. Un esempio: per avere un’idea del colore, bisogna prima avere un’idea del bianco e del nero, del rosso e dell’azzurro, del verde… e così via. Vi è una gerarchia ascendente nel processo conoscitivo dell’intelletto umano, e questa gerarchia viene conosciuta solo mediante una progressione concettuale, che semplifica e definisce sempre meglio i concetti.

La dialettica è la metodica indispensabile per costruire un percorso atto a conoscere tutte le relazioni del molteplice, per giungere a una ricostruzione logica di questi collegamenti che stanno a fondamento della realtà. Epperò, per Platone, la più alta forma di conoscenza è la via dell’intuizione, che precede addirittura l’esperienza, attraverso la ricerca delle contraddizioni e la confutazione (che si definisce, in logica, attività elenctica) delle illogicità e degli errori.

Aristotele, dopo Platone, pur tenendo conto della lezione del suo maestro, introduce altri elementi. Ad esempio, pur accettando la modalità della dialettica, egli introduce la logica, che lui chiama analitica, per studiare il metodo deduttivo, che prevede l’uso del sillogismo, che diverse volte ho proposto in questo mio sito. Aristotele propone dunque la dialettica come sapere che concerne le opinioni, mentre la logica la ricerca della verità.

Gli stoici cercano di mettere vicino la logica e la dialettica, sostenendo che questa è la «scienza del vero e del falso, e di ciò che non è né vero né falso», in senso sia deduttivo sia ipotetico. Con questa scuola filosofica la dialettica non si basa più solo su assiomi ritenuti “veri”, ma accetta qualsiasi premessa, per poi dirimere nella discussione la veridicità degli asserti che man mano vengono scambiati e alla fine anche condivisi tra gli interlocutori. Le frasi ipotetiche introdotte da un se, oppure da un poiché, o da un ovvero, potevano così entrare a pieno titolo nel modo della ricerca della verità tramite la dialettica.

La fiducia nel lògos, in qualche modo, era fiducia nell’umana intelligenza, che sarebbe stata sempre capace di dirimere il vero dal falso, il buono dal malvagio, il giusto dall’ingiusto, il corretto dallo sbagliato.

La filosofia medievale si colloca all’interno delle sette arti liberali, Veniva presentata agli allievi degli studia come una materia letteraria che curava la logica: dialettica, allora, era quasi sinonimo di filosofia, sulle tracce dei grandi latini Cicerone e Seneca, di Agostino e di Severino Boezio, Tommaso d’Aquino è stato il grande maestro di quei tempi. Dialettica era al tempo pressoché sinonimo anche di razionalità, per cui chi la praticava era chiamato proprio “dialettico”, cioè filosofo, cioè logico. Essa serviva anche ad indagare le verità di fede nella Teologia scolastica. A quei tempi, però, non mancavano gli anti-dialettici, i quali ritenevano che i dogmi della fede, e quindi la Teologia, dovessero esser tenuti rigorosamente distaccati da ogni procedimento logico. Iniziava allora il lungo e faticoso dibattito tra scienza fede, che è durato, possiamo dire, fino a papa Paolo VI.

Verso la fine del XVIII secolo Immanuel Kant si dedicò alla dialettica intendendola come una logica dell’apparenza, per cui la ragione non può pretendere di avere una conoscenza generale se prescinde dai fenomeni. La dialettica serve dunque a smascherare gli inganni di una conoscenza solo “trascendentale” e non fenomenica.

Fichte e Schelling considerarono la dialettica come esercizio critico capace di far sì che l’Io del soggetto (umano) riesca a conoscere il rischio, assolutamente da evitare, che ciò che non ricade sotto il suo dominio, possa essere scambiato per realtà o addirittura per verità indubitabile, certa ed evidente, incontrovertibile. Epperò la dialettica, per questi idealisti, che riprendono in parte il pensiero platonico, è e rimane un mezzo della conoscenza, non potendo – di per se stessa – cogliere l’Assoluto, poiché l’Assoluto è in qualche modo creatore-di se-stesso, mentre Chi crea il mondo è l’Io, e non altri attori.

Siamo nel centro dell’Idealismo tedesco dell’800, che tanto avrebbe dato alla filosofia, ma anche ispirato interpreti di male intenzioni, nel secolo successivo.

Fichte fu il primo, poi seguito da Hegel, a introdurre la triade in sequenza «tesi, antitesi, sintesi», poi ripresa da Schelling nel trattato del 1795 L’io come principio della Filosofia o sul fondamento della conoscenza umana. Questo Io, per i due pensatori, si può intuire contrapponendo Spirito e Natura, dove il polo soggettivo dello Spirito, appunto, intuisce in modo trascendentale la verità delle cose, ma senza riuscire a centrare completamente l’obiettivo, nella prassi quotidiana: solo l’intuizione estetica, quasi come un’anticipazione gestaltica (se il lettore non considera tale accostamento un puro azzardo teoretico)

Sicuramente è stato Hegel a completare una sorta di ri-fondazione della dialettica. Egli la portò ad essere, da strumento e mezzo della filosofia, ad essere la filosofia stessa, per la conoscenza della verità. E con ciò si distaccò nettamente dall’uso e dalla concezione che di essa aveva la tradizione platonica, dai tempi del Maestro ateniese.

Dio stesso, per Hegel, si può manifestare essenzialmente attraverso la dialettica, mostrandosi per quello che è, Sintesi suprema dello Spirito nella Storia. La tavola successiva può spiegare le differenze radicali fra l’antico idealismo classico e quello ottocentesco.

Cito una breve definizione, che mi pare chiara: “Mentre la logica classica partiva da un punto A del tutto a priori rispetto all’esito del ragionamento (B), nella dialettica hegeliana il flusso logico che va da A a B torna a convalidare la tesi iniziale in una sintesi onnicomprensiva (C).

Per Hegel l’atto della conoscenza, che è gnoseologico, cioè di “critica della conoscenza”, diventa perciò stesso ontologico. Conoscere e pensare l’essere diventano la stessa cosa. Una rivoluzione che mette in crisi tutta la filosofia precedente, traendo il suo fondamento da Descartes, che pose il pensiero di sé come auto-fondativo della conoscenza (penso dunque sono). Il fondamentale principio classico di non-contraddizione viene messo così in mora. La logica formale, per il tedesco, perde di consistenza per una logica che si può definire sostanziale.

Mi permetto di dissentire almeno in parte, nel mio piccolo, in quanto la “formalità” è ciò che dà sostanza alla conoscenza e alla sua definizione, appunto, formale. A mio parere si può accettare che il flusso (di chiara origine eraclitea) proposto dagli idealisti tedeschi fra tesi/ antitesi/ sintesi (continuamente iterato) possa essere plausibile, poiché pone in serie un ordine conoscitivo progressivamente sempre più capace di avvicinarsi alla verità, ma, di contro, ogni risultato parziale mantiene la formalità del flusso logico, che è ordinato e ripetitivo. In altre parole la statua terminata di Canova o di Rodin (per non citare sempre nei miei scritti il David michelangiolesco), è una sintesi formale, così come è stata raggiunta in situazione, nei limiti dell’umano, pur nell’intuizione eidetica dell’arte scultorea.

Certamente, la dialettica a spirale di Hegel può rispondere meglio di quella classica, più rigida, al processo conoscitivo che è dinamico, come peraltro ha mostrato la rivoluzione scientifica da Galileo in poi, poiché esprime una dinamicità che rappresenta meglio il divenire della storia umane e anche le vicende dei singoli esseri umani, ma ciò non toglie che ogni tesi raggiunta necessiti di una pausa formale, come accade nel respiro polmonare, per cui dopo la coppia inspirazione/ espirazione si dà (si può dare) un momento di pausa, quasi riflessiva del corpo che, pur vivendo di movimenti involontari è pur sempre governato dal pensiero: l’uomo può anche trattenere il respiro: si pensi ad esempio al nuoto in apnea… Ecco, mi pare si possa dire che anche nel processo logico-dialettico occorrano momenti di apnea, per riprendere poi il flusso vitale (conoscitivo).

Vale la pena, però, di ricordare come Schelling, notoriamente avversario teoretico di Hegel, diversissimo da lui, più “romantico” e meno accademico, manifestò il suo disaccordo dal più affermato professore (che peraltro era un teologo di formazione), denunziandone un limite fondamentale: per Schelling, come ben spiega il caro collega Giorgio Giacometti nel testo del suo Dottorato di Ricerca, Giorgio Guglielmo Federico Hegel finiva con lo scambiare ciò-che-è-soggettivo per oggettivo, e in particolare la nostra percezione degli oggetti, che “dice” e conferma la loro irriducibile differenza e diversità: non sono gli oggetti stessi, ma la nostra percezione, a renderli unici, anche se costruiti in serie, essendo l’Io l’Assoluto creatore di ogni cosa percepita.

Come si può dare torto a Schelling se ognuno di noi “vive” le cose in modo differente da ogni altro. Chi come me prova i brividi dovuti alla presenza del “sacro” davanti alla parete del Monte Peralba? Certamente molti appassionati di montagna, ma di sicuro in modo diverso da me: i brividi del sacro sono i miei, solo i miei. Il divenire, per Schelling diventa storia, perché questo divenire è Dio-stesso-che-si-fa-storia. Siamo certamente di fronte, sotto il profilo teologico, a un panteismo che echeggia non pochi legàmi con la tradizione orientale, specialmente hinduista, ma senza procedere lungo la strada facilissima del sincretismo.

Soeren Kierkegaard non credeva alla triade hegeliana, perché a suo parere incapace di cogliere, ad esempio, le contraddizioni di un’etica che sia chiaramente declinata in base alle virtù umane e cristiane. Fare il bene, per il filosofo danese, non può essere il mero risultato di un movimento dialettico, ma esito di una scelta consapevole della ragione e del cuore. Non tanto, dunque, un et-et, ma un inevitabile aut-aut.

Nelle sue Considerazioni inattuali, Friedrich Nietzsche contesta a Hegel la pretesa di ordinare tutta la conoscenza e tutta l’infinita congerie delle “cose della vita” in un sistema/ struttura/ costrutto assolutamente ordinato, perfetto, nel senso di concluso, finito, e perciò… “morto”, ché in latino il participio passato perfectum significa appunto de-finito-finito-morto.  Per il pensatore di Roecken la cultura tedesca è caratterizzata anche da idoli pericolosi, che giustificano in qualche modo – sempre – ogni accadimento della Storia, come se fosse, non solo ineluttabile, ma necessario, nel senso etimologico del termine: necessario, dal latino nec-cessat è un qualcosa di inevitabile e di “giusto”. Nietzsche non può accettare che l’uomo, con la sua possibilità di cambiare per diventare se stesso, con la sua volontà-di-poter-essere-(diventando)-quello-che-è (la volontà di potenza bene intesa), sia come imbalsamato in un flusso di eventi sui quali non ha alcun potere.

Karl Marx fu hegeliano secondo la sua visione del mondo e della storia cui i filosofi avrebbero dovuto applicarsi, ma non soltanto per conoscerle, bensì per cambiarle, e in modo rivoluzionario. Il filosofo di Treviri non si pose il problema di Dio se non per criticarlo come una nozione inutile e anche dannosa (che strano, un ebreo ateo, ma millenaristico, a sua… insaputa. Il Vangelo di Gesù è più potente di qualsiasi grande pensatore, si vede).

Il suo materialismo storico fu chiamato dal suo collega e amico Engels materialismo dialettico, tanto per tornare nel flusso della storia del pensiero filosofico che qui sto richiamando. Le classi sociali, la borghesia e e il proletariato, sono i due soggetti che nella triade (sempre hegeliana, idealista, pertanto, caro dottor Marx, non sei riuscito a scappare dall’idealismo!) si confrontano e si scontrano, necessariamente (qui emerge di nuovo, oltre all’involontario maestro, Hegel, anche il vecchio grande Baruch Spinoza); due soggetti che si contrappongono nell’ambito della dialettica fra strutture economiche e sovra-strutture culturali. Ed è la rivoluzione sociale e politica il momento in cui la dialettica si avvera, in un cambiamento radicale della società e della storia. Poi sappiamo come è andata a finire.

Arthur Schopenhauer, agli inizi del XIX secolo, anch’egli, come Schelling, anti-accademico (però molto geloso di Hegel), volle distinguere in modo netto la logica, sola disciplina preposta alla ricerca della verità, dalla dialettica, che deve essere intesa come l’arte del discorso e della persuasione: si può dire che nella sua visione torna in campo l’eristica dei sofisti antichi, vale a dire la capacità di mostrare la validità delle tesi sostenute, non tanto perché fondate su verità incontrovertibili, ma sull’abilità di ottenere ragione. Secondo questo filosofo un po’ strano,e molto amato nei salotti dove si preferisce la lettura di aforismi piuttosto che di tesi strutturate (è più facile e meno faticoso) sarebbe più importante prevalere in una battaglia verbale, specie davanti ad un pubblico (in questo modo sembra echeggiare i nostri talk show, piuttosto che la lectio magistralis documentata e rispettosa delle fonti). A tale scopo lo Schopenhauer propone ben trentotto metodi dialettico-retorici evinti dai filosofi classici.

La sciando qui perdere Croce, a mio parere filosofo sopravvalutato, due parole su Giovanni Gentile voglio proporre. Il filosofo siciliano, abbattuto dalla stupidità settaria, torna a quella parte del pensiero idealista ottocentesco (più di Fichte che di Hegel) che apprezza il ruolo della coscienza come principio del reale, ma come atto (di coscienza), solo modo e ambiente nel quale è possibile conoscere. Il pensiero, per Gentile, deve essere sempre attivo e pensante, in tutte le sue dimensioni anche psicologiche, non solo logiche, mentre il pensiero pensato ha il limite della sua finitezza temporale. L’attualismo gentiliano, si può dire, è una delle “forme” filosofiche più interessanti e foriere di sviluppo della contemporaneità, anche per la filosofia pratica, che frequento assieme ai miei colleghi di Phronesis. Ovviamente, questo è il mio parere, che confronto volentieri con i colleghi in un ambito associativo dove sono di casa tutte le scuole filosofiche, se proposte con rispetto e capacità di ascolto. Mi piace essere considerato un aristotelico-tomista con sensibilità kierkegardiane, nietzscheane, gentiliane e perfino severiniane. Non a caso sono un rispettoso lettore del mio conterraneo padre Cornelio Fabro, tomista-kierkegardiano, sacerdote cattolico e pensatore libero (non libero-pensatore).

In teologia ho interesse per Anselmo, ma anche per l’agostinismo-tommasianesimo, senza trascurare Karl Barth e Joseph Ratzinger. La teologia scientifica, per me, non si oppone frontalmente a quella “negativa” o apofatica, tipica della mistica medievale. Dio, pertanto, è e resta l’interlocutore dell’uomoche-pensa-se-stesso e pensando se stesso si accorge (cioè, etimologicamente, si corregge) della sua finitezza di “ente”, e del fatto che il suo “essere-un-ente-finito” rinvia a un “essere” non finito, o infinito: qui la dialettica platonica, la maieutica, ma anche quella idealistica ottocentesca, possono convivere con la filosofia realista della tradizione aristotelico-tommasiana senza anacronismi antiscientifici e sincretismi buonisti. Anche Heidegger, con il suo concetto di verità come alètheia, o non-nascondimento, può aiutarci a comprendere l’assoluta Grandezza.

Percorrendo l’ultimo tratto della storia della dialettica, anche se con mille e mille limiti, mi imbatto in Jean-Paul Sartre, che scrisse una Critica della ragione Dialettica, atta a spiegare la sua adesione al marxismo comunista, ma evitando il profilo assolutista e settario della dottrina marxiana. Non riuscì a non farlo. In ogni caso, per Sartre “l’uomo è condannato a essere libero”, e pertanto trovò nello stalinismo una buona ragione per staccarsi progressivamente da quelle dottrine. Questa libertà si esprime, appunto, nella inevitabile dialettica che esiste tra le diverse posizioni espresse nel pensiero soggettivo. Per lui non può darsi alcuna costrizione al pensiero, per cui l’idealismo hegelian-marxiano diventa una gabbia insopportabile. La libertà è assoluta e incondizionata (noi sappiamo che non è vero, e questo è uno dei limiti del pensiero sartriano). Il filosofo francese resta comunista ma non filosoficamente, essendo fortemente contrario al determinismo che comportava soprattutto la versione engelsiana del marxismo.

L’uomo, secondo Sartre, non è una realtà-in-sé, ma una realtà-per-sé, vale a dire un ente che resta libero (nei limiti dei flussi circostanziali e di vettori non controllati dal soggetto, nota mia) di essere un per sè, proiettato al di là di se stesso, alla ricerca di un valore fondante che tuttavia ricerca sempre senza trovarlo mai.

Sartre è a-teo, e pertanto non si pone l’entità di Dio come Fine. 

Evito, infine, di citare la Scuola di Francoforte e Karl Popper, per fermarmi all’autore che mi pare abbia portato un ultimo contributo originale alla storia della scienza dialettica, cioè Sartre.

Il mio impegno, limitato e imperfetto, nella redazione di questo breve saggio, serve per contribuire a riportare al centro dell’interesse intellettuale di chi vuole e di chi può tra coloro che mi leggono con pazienza, il tema della dialettica come sapere strutturato e complesso, profondo e onesto, a fondamento della qualità relazionale e dei suoi strumenti comunicativi.