Se, caro lettore, ti cito di seguito i nomi di queste quattro città: Coventry, Dresda, Hiroshima e Nagasaki, che cosa ti viene e in mente? Penso la parola “distruzione”. Effettivamente, i nazisti rasero praticamente al suolo Coventry con bombardamenti massicci, gli alleati Dresda con lo stesso metodo, e gli americani le due città giapponesi con due bombe atomiche.

Il ponte Morandi il 14 Agosto 2018 è crollato.

Dunque, gli edifici di queste quattro città furono distrutte, crollarono, effettivamente. Il ponte genovese idem.

Si può dire, analogamente, che il PIL del primo trimestre in Italia sia crollato (da titoli e articoli numerosissimi) con una diminuzione del 4,7%? Se la matematica ci aiuta, come sempre, resta il 95,3% del PIL stesso. Mi sembra allora che il verbo usato, al solito dai media (dai giornalisti), sia errato, esagerato, inutilmente drammatizzante. O mi sbaglio?

Se la diminuzione del PIL fosse del 30% quale verbo si dovrebbe usare? Non è forse meglio – nel caso di cifre come quelle di cui sopra – parlare di diminuzione, di riduzione, e non di crollo?

La Treccani scrive sul verbo “crollare”: crollare v. tr. e intr., di etimo incerto, scuotere, muovere in qua e in là, in segno di disapprovazione, diniego, dubbio e alzare e abbassare le spalle una o più volte per indicare indifferenza o in segno di disprezzo. Anche agitare, dimenare. Nell’intr. pron., scuotersi, agitarsi, piegarsi in qua e in là; intr. (aus. essere) cadere in rovina, detto di un edificio, di una volta, di un muro, di un ponte, etc.; fig., di nazioni, civiltà, forze armate, etc., che vengano improvvisamente sopraffatte; anche di sentimenti; riferito a persona, cedere improvvisamente, cessare di opporre resistenza, avere un collasso fisico. E trascuro di citare alcuni grandi autori italiani, come Dante, Leopardi e Carducci, che hanno usato propriamente il verbo che sto analizzando.

Mi pare evidente che, se il verbo “crollare” contiene le aree semantiche sopra richiamate, non lo si può ragionevolmente usare per un -4,7% di decrescita del PIL. Ecco, un altro verbo che si può usare in questi casi: decrescere, oltre a ridursi e diminuire.

Quando constato queste cose, mi prende un senso di desolazione. Caro lettore potresti dire: ma dai, per così poco? Ma lascia perdere, tanto, cosa cambia se si usa il verbo “crollare” invece di “diminuire”?

Non ce la faccio. In questi casi non resisto al non-lasciar-perdere, a costo di farmi giudicare pedante e perfezionista. Non si tratta di pedanteria e di perfezionismo, ma di rispetto per il significato della parola, e per il senso della stessa nella frase e nel contesto narrativo nel quale è inserita.

Se questo intendimento e sentimento non conta o conta poco, allora parliamo pure come càpita, senza pensarci, emettendo lemmi qualunque per dire qualsiasi cosa. In questo modo faremmo almeno tre tipi di danno: il primo è quello di comunicare agli altri in modo impreciso e fuorviante; il secondo è di consolidare significati che non corrispondono all’etimologia (vedi uso corrente di “apocalisse” per dire catastrofe, cataclisma, disastro, etc.); il terzo è di impoverire il lessico riducendo il numero e la qualità dei termini che fanno parte del nostro vocabolario.

Vi è però una conseguenza ancora peggiore, quella del decadimento culturale, intellettuale e perfin cognitivo, e non scherzo. Si diventa più stupidi se non si cura il linguaggio, se non ci si chiede: mi sto spiegando bene? sto parlando in maniera corretta? mi sono fatto capire? Un disastro. Uno dei maggiori filosofi contemporanei, l’austriaco Ludwig Wittgenstein, ha lavorato tutta la vita sul linguaggio, spiegandoci l’importanza delle parole e della loro cura.

In teologia, addirittura, la parola è la Parola, il lògos, cioè la parola divina, come dice il primo capitolo del vangelo secondo Giovanni “In principio era la Parola“: Con la Parola Dio stesso crea l’universo, in ebraico “bereshit barà elohim“, (Genesi 1, 1) dove il verbo barà significa dire. Dire-come-creare. La parola… crea.

Mi par dunque che il rispetto della parola, il suo uso corretto, connesso fortemente a ciò-che-si-vuol-dire, è un atto, non solo di rispetto della nostra bella lingua italiana, ma di rispetto per noi stessi, esseri pensanti auto-consapevoli, provvisti di un pensiero critico che non si accontenta di ciò che passa il “convento mediatico”, ma che pretende e dà rispetto con la qualità della comunicazione, mezzo indispensabile per la qualità di ogni relazione inter-soggettiva. E perfino delle dimensioni affettive.