Quando stamane ho sentito il ministro Franceschini definire “inimmaginabile” la reazione forte e coesa all’epidemia da parte degli Italiani ho trasecolato, ma non più di tanto, perché so quanto solitamente siano sciatti e superficiali il linguaggio e le espressioni dei politici.

Che significa “inimmaginabile”? Che non si può immaginare, questo letteralmente. Ma, se approfondiamo il pensiero che produce questo aggettivo così forte, ci accorgiamo che Franceschini, non so quanto volontariamente o involontariamente, pensa che gli Italiani non siano in grado di essere coesi e solidali, “come nel Dopoguerra” (cliché retorico molto noto), ha aggiunto.

Sicché, caro ministro, a lei pare “inimmaginabile” che la nostra Gente si sia comportata in questo modo. Strano. A me invece, interpretando le sue parole, pare che lei conosca poco la nostra gente, nonostante la lunga lena della sua esperienza, prima da democristiano, poi da popolare e ora pidino (partito del quale è stato anche segretario nazionale).

Non è “inimmaginabile” per me e per i più, credo, che gli Italiani abbiano queste risorse di solidarietà e di dedizione reciproca. Si corregga, se può.

Una dizione come quella del ministro mi fa pensare anche a un’altra espressione scorretta, questa addirittura più pregnante da un punto di vista filosofico: “impensabile”, usata quasi ogni momento da moltissimi, forse da tutti, me compreso, quando non son vigile sulle cose che dico. Subito affermo: se il pensiero può, a una velocità superiore a quella della luce, orientarsi verso qualsiasi cosa, ne consegue che, come sintagma-entimema, il non-pensabile sia falso, poiché tutto-è-pensabile, nulla escluso, nei limiti umani, certo.

Nulla di ciò che è definibile con lemmi ed espressioni umane è impensabile, sapendo che non tutti i pensieri umani sono esprimibili. Ciò che si pensa è più grande, numeroso, di ciò che si dice o che si può dire. Il pensiero va oltre la lingua o l’idioma, poiché vi sono “giudizi-del-pensiero” ineffabili, cioè in-dicibili. Troppo densa e varia è la realtà per poter essere de-finita e inquadrata da termini linguistici collocati nella storia. O no?

Altra sorpresa (almeno per me): stamane il sociologo prof De Masi definisce come “infantilismo” l’atteggiamento di molti, operatori economici e lavoratori, quando costoro esprimono esigenze di certezze sul futuro, dopo questa vicenda. Posto che la “certezza” non è la “verità”, si deve comunque riconoscere che essa manifesta una spinta forte, individuale, verso un futuro migliore, senza significare che l’individuo si aspetti dallo Stato soluzioni esaurienti e calate dall’alto. Io percepisco, in questa esigenza, come una voglia di rinascita, di progetto, dove il singolo è disponibile a metterci del suo, in modi e misure decisivi.

La “certezza” è prodotta da un co-impegnarsi dei singoli insieme con altri singoli che fanno il gruppo, così come la malattia è stata ed è co-patia (un soffrire-insieme), se il lettore mi consente un neologismo costruito con il greco antico.

De Masi, stia attento, lei ragiona così solo da sociologo, ma non tiene conto della dimensione psicologica che interessa le menti individuali prima ancora che gli elementi di socialità, proprio in ordine di flusso temporale, o comunque è con essa interdipendente.

E, accanto alle dimensione psicologica, che analizza con cura lo stato mentale delle persone, va interpellata quella filosofica, la quale riesce e mettere a fuoco la questione del senso delle scelte che si fanno o che si debbono fare.

L’uomo ha bisogno di capire innanzitutto come-si-sente, ma subito dopo anche verso-dove-sta-andando, e questo completa lo scenario esistenziale dell’individuo pensante, in questo periodo inedito, perfettamente “immaginabile”, ministro Franceschini, e del tutto razionalizzabile, prof De Masi, fatta salva la difficoltà quotidiana di ciascuno.

Piuttosto, esaminerei con cura lo stato della vita di chi ha di meno, di chi soffre perché gli manca l’essenziale. Per affrontare questo tema occorrono due piste: a) quella della dinamicità del lavoro (smart, orari, distribuzione equa, etc.) e b) quella del welfare, per cui occorre razionalizzare le misure di sostegno del reddito, oggi spezzettate in diversi tronconi pressoché non integrabili: reddito di cittadinanza, di emergenza, di inclusione, cassa integrazione di vari generi e specie, indennità di mobilità, etc.. Queste misure, in particolare, debbono essere collegate in modo scientifico al mercato del lavoro e alle sue infinite varianti.

Vi è un’opportunità grande in questa occasione drammatica, il cui senso capiremo non immediatamente, poiché vi sono molti attori le cui intenzioni non sono perfettamente chiare e vanno studiate. Troppe informazioni e controinformazioni, troppi interventi e salvatori non richiesti, caro lettore: ad esempio, è plausibile (certamente pensabile) che uno come Bill Gates, dall’alto dei suoi sterminati mezzi economici, sia così attivo così, senza contropartite, per pura generosità e mecenatismo? Non ci credo. Posso non crederci? Posso mettere in dubbio che lui e altri consimili facciano tutto ciò che fanno per puro umanesimo, ora che hanno da tempo risolto alla grande il problema delle sopravvivenza loro e delle loro famiglie per settantasette generazioni?

Lascio qui in sospeso la riflessione.