Alle Idi Marzo del 44 a. C. Caio Giulio Cesare cadeva sotto i pugnali dei congiurati Bruto, Cassio, Casca e c. sulla scalinata del Senato. Era appena stato nominato dictator per dieci anni,e molti lo temevano e pensavano che il suo potere, già immenso, dopo la sconfitta di Pompeo Magno a Farsalo nel 48, sarebbe diventato assoluto. A Roma, però, era in vigore ancora, sotto il profilo formale, la Repubblica. Cesare era stato magistrato della Repubblica in tutti i suoi gradi: censore, pretore, edìle, pontefice massimo e console. In ogni caso, la lotta per il potere fra populares e optimates e fra singoli potentati, continuava. Come sempre in ogni tempo e luogo: l’uomo “funziona” sempre allo stesso modo, caro lettore.

l’imperatore Antonino Pio

La morte di Cesare mise in moto un’altra guerra civile, dopo quelle tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla di mezzo secolo prima, e quella fra Cesare stesso e Pompeo, dalla quale emerse vittorioso su Marco Antonio, Ottaviano Augusto, nel 30/ 27 a. C., figlioccio di Cesare. Infatti, spesso questi capi erano parenti, o di sangue o di diritto, come nel caso dei due ultimi contendenti, dato che Marco Antonio era genero di Ottaviano.

Tiberio, figlio della moglie di Augusto, Livia, che lo aveva avuto da un precedente marito, non avrebbe dovuto raggiungere il vertice, cui era invece destinato Germanico, il grande generale che aveva tenuto lontane dal limes le tribù del Nord.

Molto spesso persone di vertice non morivano nel loro letto, ma avvelenati o trafitti da pugnali e daghe di congiurati, donne comprese, che a volte venivano fatte uccidere, come Messalina da Claudio imperatore, e a volte uccidevano loro stesse, come fece Agrippina nei confronti del marito imperatore Claudio, di cui era diventata moglie dopo Messalina.

Su 115 “imperatores”, diciamo da Augusto a Romolo Augustolo (476 d. C.) solo 34 di costoro morirono di morte naturale, solo un terzo!

Ti propongo, mio gentile lettore, un altro concetto: di solito si parla approssimativamente di “impero” più o meno dalla dittatura di Cesare, e certamente dall’inizio del principatus solitario di Augusto, ma vanno specificati alcuni aspetti non poco importanti. Questi capi di stato, e pure i loro successori, quantomeno fino a Vespasiano, non si definivano imperatores, ma principes, cioè primi inter pares. In realtà il termine “imperator” era una ulteriore sostantivazione da imperium, che era il comando di una legione o di un gruppo di legioni: era dunque un titolo di comando militare, come dire generale-in-capo. Attualmente, il presidente degli Stati Uniti d’America, forse la figura più simile a queste figure antiche di capi di stato, viene definito, soprattutto sotto il profilo militare, commander in chief, comandante in capo.

Tiberio fu un “imperator” controverso: buon generale, col tempo divenne paranoico e si ritirò da Roma nella sua villa di Capri, dalla quale governava tramite il Prefetto del pretorio Seiano. Suo figlio Druso fu sostituito nella candidatura a succedere al padre perché ucciso (da Seiano?… che fece la solita brutta fine) e così salì al potere il figlio di Germanico, Caligola. Ma abbiamo un “Caligola uno” e un “Caligola due”. Una malattia grave, dopo un inizio promettente della sua carriera di leader, lo colpì e lo cambiò profondamente: divenne schizofrenico e ne fece di tutti i colori. Fu ucciso dalla “solita” congiura, e salì al potere suo zio Claudio.

Claudio non era giovane, ma era un buon politico. Lo dobbiamo ricordare per l’ulteriore sviluppo delle politiche inclusive verso i provinciales e perfino verso tribù di confine che lui aveva ben conosciuto come comandante militare: è da leggere il suo famoso discorso in Senato con il quale riconosceva quasi il diritto delle diverse popolazioni di far parte anche delle maggiori magistrature dell’Urbe. Un leader meno clamoroso di altri, ma costruttivo. Abbiano detto che si liberò di Messalina, ma Agrippina, la seconda moglie, si liberò di lui, per favorire l’ascesa di Domizio Enobarbo Nero (Nerone), figlio natole da un precedente matrimonio.

La storiografia cristiana e quella degli optimates, dettero di Nerone un’immagine in gran parte ingiusta. I primi per la sua avversione a questa nuova religione tramite persecuzioni (Pietro e Paolo morirono sotto di lui), che non era solo tale, ma era anche una visione del mondo e uno stile di vita che un romano di potere, imbevuto di ellenismo, non poteva capire; i secondi, i benestanti, per le sue politiche fiscali che li colpì duramente. Nerone voleva soddisfare le sue manie di grandezza, facendo Roma sempre più imponente e bella. Anche dell’incendio famoso del 64 non può essere accusato: la Roma dei quartieri popolari era tutta di legno, e quindi facile preda di incendi dovuti anche alla vita quotidiana.

Con la morte di Nerone nel 68, che si fece uccidere da un liberto a nemmeno trenta anni, quando capì che non aveva più spazi, si ha la fine della dinastia Giulio-Claudia, e l’inizio di turbolenza notevoli.

Il ’69 fu l’anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e… Flavio Vespasiano, che diede inizio a una breve dinastia con i figli Tito e Domiziano. Vespasiano è stato un grande generale, un uomo maturo e capace. Consolidò militarmente l’Impero e operò politiche sociali favorevoli al popolo, che lo sostenne. Tito proseguì le politiche del padre, poi tradite da Domiziano. Con Vespasiano si chiarisce la denominazione dell’imperator, che tale diventa anche formalmente, passando il regime da principato a dominato. Anche Domiziano entrò nel novero degli imperatori morti violentemente.

L’interregno di Cocceio Nerva durò solo quindici mesi, ché il vecchio senatore aveva, al momento della nomina alla massima magistratura, ben settantuno anni, per il tempo un’età da vegliardi. Ma nel passaggio fra Nerva e il suo successore accadde qualcosa di importantissimo nella scelta del leader dell’Impero, qualcosa che mi ha ispirato la redazione di questo pezzo. L’anziano imperator adottò un forte e generoso generale di origine cavalleresca ispanica, Marco Ulpio Traiano, sulla cui vicenda non mi intratterrò, salvo il necessario. Si interruppe, dunque, la tradizione del passaggio di potere ereditaria, ed iniziò, almeno per un secolo, la tradizione adozionica dei meliores, cioè dei migliori. Se si osservano i quattro imperatori consecutivamente “adottati” dal predecessore, Traiano (da Nerva), Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, si nota una qualità elevata di leadership, molto superiore ad alcuni predecessori, specie della dinastia Giulio-Claudia. Ciò fa capire come la linea rigidamente ereditaria, quando si tratta di affidare l’esercizio di poteri significativi, o smisurati, come nel caso storico che sto trattando a modo di esempio, molto spesso è inadeguata e rischia di creare danni generali molto grandi.

Si può dunque dire che questo periodo, che afferisce essenzialmente al II secolo dopo Cristo, caratterizzato dal metodo delle “adozioni dei migliori”, è quello che ha “funzionato” meglio in tutta la storia dell’Impero romano, offrendo ai tempi e alla storia stessa, alcuni dei migliori imperatores, come quelli da Traiano agli Antonini. Qualcosa del genere, anche se in modo diverso e con meno coerenza e positività, sarebbe riuscito a fare duecent’anni più tardi Diocleziano, con l’istituzione della “tetrarchia” degli “Augusti” e dei “Cesari”. Anche allora, però, dopo due o tre decenni, Costantino prevalse su tutti, liquidando gli ultimi colleghi-competitores Massenzio e Licinio. Si pensi che questo grande generale, diventato imperator-basileus, non si fece scrupoli di uccidere la moglie Fausta e un figlio, mentre convocava il fondamentale Concilio di Nicea, per definire la dottrina trinitaria cristiana. In oriente, nella Seconda e nella Terza Roma, cioè a Istanbul e a Mosca, Costantino è venerato come Santo della Chiesa ortodossa.

Che lezione possiamo trarre per riflettere sulle leadership odierne? Siccome le monarchie sono oramai un puro “ornamento storico”, dovremmo parlare delle democrazie parlamentari e dei “presidenti” degli organi di governo di questi stati moderni, nati dopo la lezione di Montesquieu e delle Rivoluzioni inglese e francese, che spesso accompagnano, specie in Europa, le monarchie storiche, come in Scandinavia, in Gran Bretagna e in Spagna. Ebbene, vengono eletti… quelli che prendono più voti, chiunque essi siano. Abbiamo appena sperimentato in Italia come il suffragio universale (una testa un voto) abbia promosso personaggi di dubbio valore e di dubbio gusto. Lascio stare il tema politologico e mi rivolgo a a un’altra famiglia di gerarchie, forse psicologicamente e politologicamente più “sana”, quella aziendale.

Ebbene: sono testimone di diversi casi nei quali, mancando la qualità in famiglia, il titolare o l’azionista di riferimento ha trovato all’esterno della propria famiglia i successori più adatti a governare l’azienda, “adottando”, quasi, il successore. Che altro si può dire, se non che certi CEO (amministratori) sono figli adottivi di certi “padroni” che non hanno avuto la ventura (tyche, sorte, fortuna) di avere figli propri in grado di mandare avanti l’impresa fondata dai “padroni” storici?

Quando osservo certe situazioni, noto che il titolare-fondatore-maggiore azionista, non avendo individuato tra i figli un degno successore, di fatto “adotta” all’esterno quello che ritiene il “melior” della covata dirigenziale,e lo tratta come il figlio che non ha mai avuto. Potrei fare nomi e cognomi, ma non occorre, perché chi mi conosce sa a chi mi riferisco.

La leadership è dunque una capacità, un’abilità che non si trasmette geneticamente, ma si conquista con l’impegno individuale e l’impegno, diventando soprattutto capacità di reggere responsabilità e di cercare di continuare nel progetto lungimirante dei fondatori.