Il cardinale Nicola di Kues (Nicola Cusano), insigne teologo e filosofo del secolo XV, sosteneva il concetto apparentemente contraddittorio e certamente ossimorico della coincidentia oppositorum. La coincidenza degli opposti. Secoli dopo l’onorevole Fanfani, insigne capo della Democrazia cristiana, avrebbe coniato il noto sintagma politologico di “opposti estremismi”, indicando con l’espressione i comunisti e i fascisti, proprio per nobilitare in assoluto la “centralità” democristiana, quella sì capace di interpretare tutte (o quasi) le istanze della popolazione italiana uscita da una guerra disastrosa e da un regime fallimentare.

Leggiamo un testo del Cusano, che si trova nella sua opera più importante, anch’essa un rinvio ossimorico… il De docta ignorantia. Docta-ignorantia, come a dire che, in qualche modo, anche se si sa il “massimo”, che non vuol dire “tutto”, si è limitati, mentre se si sa il “minimo”, si è comunque limitati. E’ una lezione per gli arroganti del sapere, che non mancano nemmeno ai nostri tempi, e una severa ammonizione per chi ritiene che la ricerca faticosa del sapere sia inutile; e anche di questo tipo umano non mancano esemplari, che spesso accompagnano la loro ignoranza colpevole con una notevole dose di arroganza.

Il massimo, del quale nulla può essere piú grande, essendo in modo semplice ed assoluto piú grande di quel che da noi si possa capire, poiché è verità infinita, noi non lo cogliamo altrimenti che in modo incomprensibile. Non essendo infatti esso della natura di quelle cose che ammettono un termine che supera ed uno che sia superato, esso è al di sopra di tutto ciò che da noi può essere concepito […].

È evidente che il minimo coincide con il massimo. E ciò ti sarà piú chiaro se ricondurrai il massimo ed il minimo nell’ambito della quantità. La massima quantità è infatti massimamente grande; la quantità minima è massimamente piccola. Libera dunque dalla quantità massimo e minimo, sottraendo intellettualmente l’esser grande e l’esser piccolo, e chiaramente vedrai che massimo e minimo coincidono. Cosí infatti è un superlativo il massimo come lo è il minimo. L’assoluta quantità pertanto non è piú massima che minima, poiché in essa coincidono massimo e minimo. Le opposizioni dunque convengono a quelle cose che ammettono termini che superano e termini superati, ed a queste cose convengono diverse opposizioni, ma in nessun modo ne convengono al massimo assoluto, poiché esso è al di sopra di ogni opposizione. Poiché quindi il massimo è assolutamente in atto tutte le cose che possono essere, e ciò al di fuori di qualunque opposizione, in modo che nel massimo cada identicamente il minimo, cosí esso è anche al di sopra di ogni affermazione come di ogni negazione. E tutto ciò che si concepisce come essere non è piú essere che non essere e non è piú non essere che essere. Ma esso è questa cosa in modo da essere tutte le cose, e cosí è tutte le cose da non esserne nessuna, e cosí massimamente ogni cosa determinata, che minimamente sia questa stessa cosa. Non è infatti diverso dire: “Dio che è la stessa massimità assoluta, è luce”, che dire: “Dio è massimamente luce, essendo minimamente luce”. […]

Ma ciò trascende ogni possibilità del nostro intelletto che non sa mettere insieme nel proprio principio i contraddittori in modo razionale, poiché noi ci muoviamo attraverso quelle realtà che ci vengono mostrate dalla stessa natura, e questa, cadendo lontano da quella infinita incapacità, non sa congiungere insieme gli stessi contraddittori, come quelli che sono separati da una distanza infinita. Al di sopra di ogni discorso razionale pertanto noi vediamo incomprensibilmente che la massimità assoluta è infinita, e che ad essa non si oppone nulla, e che con essa coincide il minimo.” (N. Cusano, De docta ignorantia, I, cap. IV)

La riflessione del cardinal Cusano pare contorta, poiché noi moderni non siamo abituati a questo periodare deduttivo-intuitivo e viceversa, ma, se si legge attentamente, si capisce ciò che il pensatore vuol dire.

Aggiungo: non dobbiamo pensare che lo 0 (zero) e l’infinito coincidano in modo letterale, così come, contraddicendo l’onorevole Amintore Fanfani, non possiamo ammettere che, sotto il profilo politologico, storico e morale comunismo e fascismo coincidano. Questi due modelli politici possono avere qualche cosa in comune come l’autoritarismo centralizzatore, presente in ambedue, e forse anche qualche criterio estetico: si consideri, ad esempio, la statuaria “fascista” del Foro Italico a Roma e in molti altri luoghi italiani, e quella “staliniana” presente in tutta la ex Unione Sovietica. Il tasso di pomposa retoricità dei tratti umani è più o meno pari, anche se i soggetti sono senz’altro molto differenti.

Ovvero, non si può dire che la diade bene/ male coincidano – siccome sono opposti e contrari – nel loro significato e nel loro valore. Si tratta invece di comprendere come esista una dialettica fra i due concetti morali che si rendono l’un l’altro necessari, proprio per una comprensione chiara del loro valore/ disvalore. Non si fa confusione giustapponendoli, perché si crea – invece – la possibilità, anzi la condizione indispensabile, per poterli valutare alla luce di un’etica dichiarata e declinata, dove il bene, cioè il fine, vale a dire il vero (direbbe Aristotele) sono chiari e visibili.

Tornando al sintagma cusaniano, si può dire che gli “opposti” si possono “toccare”, in quanto spiegano il paradosso del limite. L’uomo sa di avere dei limiti ma… non li conosce: è “condannato” ad esplorarli continuamente, se ne ha voglia, perché se è pigro questa ricerca non lo interessa. Cusano insegna dunque che l’esplorazione del limite è una sorta di dovere morale, di scelta etica, che qualifica gli esseri umani come intelligenze capaci di crescita, di deliberazioni e di scelte che mettono in questione la tentazione che può colpire chiunque, di attestarsi nelle comfort zone, dalle quali nulla esce e nelle quali nulla cresce, predisponendo un destino di declino: ecco che allora il tema della coincidentia oppositorum si pone come riflessione salubre, non solo sui limiti umani, ma anche sull’esigenza di ricercare – senza sosta e con perseveranza – di comprendere, evitando un atteggiamento superbamente “prometeico”, la complessità e il senso delle cose e della vita.