Amo la mia Patria, l’Italia, e la nomino volentieri chiamandola così, a differenza della maggior parte dei politici e dei giornalisti. Il termine è andato in crisi dopo la Seconda guerra mondiale anche perché il fascismo aveva fatto strame di questa parola, del suo valore intrinseco, dei suoi “echi” morali, della sua storia. Così come del lemma “nazione”, sostituito pressoché sempre da “paese”.






La Nazione è ciò che unisce un popolo, mentre il paese è il modo generico per dire di un luogo, di un territorio, come in tedesco, più o meno, si dice Land, e in inglese, Country. La Nazione comprende la Patria, la Lingua, (le Lingue), la Storia, la Tradizione, la Memoria e i Miti: la Nazione è mitopoietica, cioè è una costruttrice di “miti”. Pensiamo agli imperi, da quello cinese antico, a quello di Ciro il grande, a quello Romano, a quello Ottomano, a quello Sovietico, a Napoleone, o a quello marittimo degli Inglesi.

Ora abbiamo di nuovo la Cina, la Russia e soprattutto gli Stati Uniti d’America. Pensa, mio gentile lettore, che fin dalla scuola dell’obbligo, gli studenti americani, leggono il mito di fondazione della loro Patria, vista come “città sulla collina”, erta in alto, capace di difendersi da tutto e da tutti. La Patria dei padri pellegrini e dell’inizio. Il nome di Roma è richiamato in decine di città americane, caput mundi riconosciuta da loro e quasi dimenticata da noi. Dove si trova il Parlamento americano? Sulla Capitol Hill, sulla Collina del… Campidoglio, a Washington.

Noi Italiani, invece, che siamo insediati sul territorio del centro dell’Impero più importante della Storia, quello Romano, non manifestiamo amor patrio, oramai da settantacinque anni, come se con il maggio ’45, ucciso Mussolini e finito il fascismo, l’Italia intera (o quasi) si vergognasse di essere tale. Certo è che i fascismi novecenteschi e soprattutto il nazismo sono stati responsabili di abomini inenarrabili, ma lo è stato anche lo stalinismo. Eppure Stalin, dopo aver stretto la sua Patria in una morsa d’acciaio, è riuscito a trasformare la dolorosa esperienza del ‘900 in “Vittoria nella grande Guerra patriottica”. E la Francia, sconfitta dalla Wehrmacht in poche settimane, capace di dar vita alla Repubblica di Vichy, poi siede al tavolo dei vincitori e al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Da sconfitta, praticamente vincitrice. Ma anche gli Italiani hanno fatto la resistenza. Se non guidati da un De Gaulle, migliaia si sono sacrificati contro gli oppressori tedeschi e i fascisti corrivi. Niente, per tre quarti di secolo, la Patria è scomparsa, anche dal linguaggio dei Presidenti della Repubblica, a eccezione di Ciampi, e forse di Einaudi e De Nicola.

E ora voglio parlare delle carceri. La nostra grande Nazione, la nostra Patria, stato democratico e di diritto le gestisce malissimo, ed è una vergogna. Un dato: il 34% dei carcerati, uno su tre, è detenuto in attesa di giudizio, e quindi si tratta di persone innocenti fino a sentenza passata in giudicato: in Gran Bretagna il 10%. Queste persone stanno male, peggio di tutti noi, e stanno pagando una pena aggiuntiva a quella comminata “in nome del Popolo italiano”. Sono preoccupati e isolati, stanno protestando. Ma occorre una protesta espressa in modo drammatico per capire, politicamente e moralmente che qualcosa di radicale s’ha da fare? Tra l’altro le proteste sono più forti dove meno è osservato l’art. 27 della Costituzione che prevede il recupero morale e sociale dei detenuti. Che significa ciò?

Ad esempio si potrebbero assumere misure come queste: a) mandare a casa con il bracciale elettronico almeno diecimila detenuti per reati non gravi, che hanno ancora pochi mesi da scontare; b) altri diecimila, scelti fra le persone più disponibili a stare-nella-società, cui applicare forme di indulto o di amnistia; c) non trattenere in carcere autori di piccoli reati legati allo spaccio… Fanno circa venticinquemila persone che sgraverebbero il sistema carcerario riportando gli spazi interni a una condizione semplicemente umana. E poi, non appena passata questa buriana, avviare una riforma complessiva della giustizia che comprenda anche il sistema penale, che è uno dei peggiori del mondo.

Si tratta in questo modo di mostrare a noi stessi, a noi Italiani, che la Patria Italia è uno Stato forte, democratico, capace di assumere, sia in situazioni “normali”, sia in situazioni straordinarie come l’attuale, decisioni coraggiose e socialmente civili, moralmente umane.

Beninteso, una Patria capace di aprirsi al mondo, all’Europa e a ogni altra Nazione, ché ogni chiusura è non capire ciò che il mondo intero è, così piccolo e così prezioso. Non serve la Patria propria se non si comprende la Patria di ciascuno e di tutti gli altri.